L’infanzia perduta. Quando sono gli adulti ad anticipare il tempo dei bambini
L’infanzia perduta.
Quando sono gli adulti ad anticipare il tempo dei bambini
Quando abbiamo smesso di riconoscere ai bambini il diritto di essere bambini?
È una domanda che il nostro tempo impone con sempre maggiore urgenza. Non riguarda una singola scelta educativa, né può essere ricondotta a un episodio isolato. Riguarda qualcosa di più profondo: il modo in cui gli adulti sembrano aver modificato il proprio sguardo sull’infanzia.
Basta fermarsi qualche minuto all’uscita di una scuola. Due bambini giocano insieme, si cercano, ridono, si prendono per mano. Quasi inevitabilmente qualcuno sorride: «Sono fidanzatini».
È una frase apparentemente innocua. Tenera, persino.
Eppure racconta qualcosa di molto più profondo.
Fino a un istante prima c’erano semplicemente due bambini.
È lo sguardo dell’adulto a trasformarli immediatamente in un maschio e in una femmina, attribuendo a quel legame un significato sentimentale che appartiene al proprio immaginario, non al loro.
Forse l’infanzia non comincia a perdersi quando compare la sessualità.
Comincia a perdersi quando sono gli adulti leggono malizia dove ancora non c’è.
La questione non riguarda la parola «fidanzatini». Le parole sono soltanto la superficie. Ciò che meritano di interrogare è la visione del mondo che le rende possibili.
Perché oggi sembra difficile accettare che esista un tempo della vita che non debba ancora assomigliare a quello adulto.
Lo stesso accade con il corpo.
Bambine di cinque o sei anni partecipano a feste dedicate alla skincare. Ricevono in regalo cosmetici, maschere di bellezza, beauty routine. Non è una crema a interrogarci.
È l’idea di bambino che quel gesto trasmette.
Prima ancora di chiedersi chi sia, una bambina viene invitata a chiedersi come appare. Prima ancora di costruire un’identità, impara a guardare il proprio corpo come qualcosa da osservare, correggere e valorizzare.
Il corpo smette lentamente di essere il luogo dell’esperienza e diventa il luogo dell’immagine.
L’essere lascia il posto all’apparire.
Ma forse dovremmo porci una domanda diversa.
Non che cosa stia accadendo ai bambini.
Che cosa sta accadendo agli adulti?
Perché siamo noi ad avere tanta fretta?
Perché ci riesce così difficile tollerare un tempo che non produce risultati, non prepara a una prestazione, non dimostra nulla?
Forse il problema non è che i bambini vogliono diventare grandi.
Forse siamo noi a non riuscire più a riconoscere il valore dell’infanzia.
Viviamo in una cultura che fatica a tollerare un tempo che non serva a nulla. Un tempo che non produca, non prepari, non migliori una prestazione. E forse l’infanzia è l’ultimo luogo in cui questo tempo continua a esistere.
Per questo ci affrettiamo a riempirla, organizzarla, orientarla, come se anche il gioco dovesse giustificare la propria esistenza attraverso un risultato.
Forse è anche per questo che molti bambini sembrano non saper più annoiarsi.
Ogni momento viene programmato, riempito, organizzato. Sport, corsi, laboratori, attività educative. Come se ogni spazio vuoto fosse un problema da eliminare.
Eppure la noia non è un fallimento dell’educazione.
È una delle condizioni della creatività.
È quando un bambino non sa che cosa fare che può inventare un gioco, costruire una storia, trasformare un oggetto qualunque in qualcosa di nuovo.
Non tutto ciò che è vuoto deve essere riempito.
A volte è proprio da quel vuoto che nasce il desiderio.
Ogni età sembra avere valore soltanto in funzione di quella successiva.
Così i bambini devono crescere in fretta.
Gli adolescenti diventare adulti il prima possibile.
Gli adulti, paradossalmente, rincorrono un’eterna giovinezza.
È come se nessuno fosse più autorizzato ad abitare il proprio tempo.
Ma crescere non significa arrivare prima.
Significa attraversare.
L’infanzia non è una sala d’attesa dell’adolescenza.
È già vita.
È il tempo in cui il bambino costruisce il proprio rapporto con il corpo, con il linguaggio, con il desiderio e con gli altri.
Anche il gioco, oggi, sembra aver perso il proprio statuto.
Un tempo il gioco era semplicemente gioco.
Oggi deve insegnare, preparare, sviluppare competenze, oppure viene immediatamente interpretato attraverso categorie adulte.
Come se ogni gesto infantile dovesse contenere l’adulto che sarà.
Eppure il gioco è prezioso proprio perché non serve a nulla.
È uno degli ultimi luoghi in cui il bambino può immaginare senza dover produrre, dimostrare o essere valutato.
È lì che sperimenta il mondo.
È lì che costruisce se stesso. Non perché qualcuno gli insegni chi deve diventare, ma perché, giocando, può ancora scoprire chi è.
Ogni volta che l’adulto invade quello spazio con il proprio immaginario, restringe la possibilità del bambino di attribuire un significato personale alle proprie esperienze.
Il desiderio non nasce dalla saturazione.
Nasce dalla mancanza.
La crescita non procede per accumulo di esperienze sempre più precoci, ma attraverso incontri, attese e limiti.
Eppure il limite è diventato una parola sospetta.
Lo si confonde con la repressione.
L’attesa con una frustrazione.
Il “non ancora” con qualcosa da eliminare il più rapidamente possibile.
Ma è vero il contrario.
Il limite non ostacola la crescita.
Le dà forma.
Per questo il problema non riguarda soltanto la skincare o i social.
Questi sono soltanto i sintomi di un fenomeno molto più ampio.
Sempre più spesso i bambini vengono coinvolti nelle inquietudini degli adulti. Assistono a conflitti che non possono comprendere, diventano confidenti dei genitori, vengono esposti a informazioni e dinamiche che appartengono a un’altra età della vita. Si riduce progressivamente quella distanza tra le generazioni che non serve a creare gerarchie, ma a offrire orientamento.
Non è un problema di maggiore libertà.
È un problema di confini.
E senza confini non si costruisce un soggetto.
Si produce soltanto confusione.
Ogni generazione dovrebbe offrire alla successiva un posto.
Il posto del bambino non è quello dell’adulto.
E il posto dell’adulto non è quello dell’amico, del confidente o del compagno di giochi.
Le differenze tra le generazioni non limitano la libertà.
Sono la condizione che rende possibile la libertà di ciascuno.
Forse l’infanzia perduta non è quella dei bambini.
È quella degli adulti.
Perché siamo noi ad avere smarrito la capacità di riconoscere il valore di un tempo che non produce, non seduce e non performa, ma permette semplicemente di crescere.
Un tempo in cui un maschio e una femmina possono essere soltanto due bambini.
Un tempo in cui il corpo è ancora un luogo da abitare e non un’immagine da esibire.
Un tempo in cui il futuro non ha ancora fretta di occupare il presente.
Educare, allora, forse significa soprattutto questo: custodire il tempo dell’infanzia.
Avere il coraggio di dire «non ancora» in una cultura che pretende sempre «subito».
Perché ogni volta che chiediamo a un bambino di vivere un tempo che non è ancora il suo non gli stiamo offrendo un’opportunità.
Gli stiamo sottraendo l’unico tempo della vita che, una volta perduto, non potrà mai essere restituito.
L’infanzia.
Cover: Il Pollicino della favola – immagine di favoleperbambini.altervista.org
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