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Pojana, racconti irriverenti dal Nordest

Di questi tempi, ridere di gusto (anche se molte volte è un riso amaro) è, per me, una rarità. Chiara Francini, Caterina Guzzanti, Antonio Albanese, Paola Cortellesi, Ale e Franz. Questi sono i nomi di attrici/attori che mi rallegrano. In questa selezione assolutamente personale, dopo aver visto al Teatro Comunale il 20 dicembre scorso lo spettacolo teatrale “Pojana e i suoi fratelli“, inserisco volentieri e convintamente Andrea Pennacchi, ospite fisso da tempo di Propaganda Live.

Pennacchi è un attore versatile, non esattamente comico. Più che comicità, la sua è una satira pungente, irriverente. Trasporta nei suoi monologhi fatti di cronaca nera, fatti di sangue contornati di commenti ironici dove si ride amaro.

Per chi non lo conoscesse, consiglio la visione su RAI5 di “Eroi” e “Una Piccola Odissea”, dove Pennacchi prova a raccontare l’Iliade e l’Odissea attraverso il vissuto personale dell’autore, utilizzando i ricordi di scuola, quando il padre gliene regala una copia. Da qui parte la narrazione, una affabulazione dove si incontrano Bush e Agamennone, Omero e Kill Bill, San Siro (nel senso dello stadio) e l’Iraq, maestri di judo ed eroi della mitologia.
L’ho anche apprezzato come partner nella serie poliziesca “Petra” con Paola Cortellesi e diretta da Maria Sole Tognazzi.

“Pojana” è una performance dove la “scenografia” è composta da due microfoni, una sedia e la chitarra di Giorgio Gobbo. L’idea nasce da una riflessione comica e amara sul Veneto scritta assieme a Giorgio Gobbo.
Ma cos’é la Pojana? Sembra derivi dal longobardo “plojum“, col significato di “luogo coltivato ed arato“.  “Il Pojana – dice invece Andrea Pennacchi –  è un demone dentro ognuno di noi“. Nella pièce teatrale si trasforma in una regione larga rinominata “Pojanistan”.
In una recente intervista, Pennacchi parla di questo popolo come “gente arrabbiata, spaventata e che teme di perdere quello che ha. Il sistema che ha fatto diventare questa zona la locomotiva d’Italia non funziona più tanto bene forse perché i figli non stanno in capannone 24 ore al giorno come i padri. In più si aggiunga la paura dell’invasione, che sia animale o umana. Momenti difficili per tutti. Sebbene circondati da cose spaventose. Per il teatro credo sia un momento straordinario. La crisi permette di raccontare le cose migliori. Anche per reazione, s’intende.Sperando che una voce possa dare coraggio“.

La performance esordisce con un esilarante prologo “storico” che parte dalla Grecia antica e mette in fila le tante invasioni che hanno colpito nei secoli i veneti. Impersonando il leghista deluso, incazzato, Pennacchi se la prende coi politici della Lega, partiti con il miraggio dell’indipendenza della Padania e finiti a contrattare per il federalismo o un po’ di autonomia. “Dopo tre giorni che li avevamo eletti erano esattamente uguali a tutti gli altri parlamentari.
Si alternano, affiancano gli altri personaggi, altre “maschere” come nella tradizione della commedia dell’arte: Tonon il derattizzatore che si era dato come impegno personale lo sterminio dei topi ma che si è “confuso” strada facendo finendo per avvelenare clienti che serviva con la sua impresa di catering, la maestra serial killer Vittorina, Edo il security ( un monologo comico-tragico), fino a Franco Ford detto il Pojana, ricco padroncino con la fissa delle armi, i schei, le tasse, i neri, il nero.

Il racconto del Tanko “Marcantonio Bragadin 007”, intitolato al politico e militare veneziano che difese la fortezza cipriota di Famagosta, allora veneziana, dall’assalto degli ottomani, fatto in casa ci riporta alla memoria l’episodio del 9 maggio 1997 quando un gruppo di separatisti, partiti da un capannone dove si facevano carri allegorici, arrivò in Piazza San Marco con un carro armato artigianale e occupò per un giorno il campanile, issando la bandiera con il leone alato di San Marco, simbolo della Repubblica Veneta. Oggi si ride ma allora molto meno.

Tra i monologhi portati in scena da Pennacchi, decisamente riuscito quello sui “mona e i schei“. La razza umana suddivisa in quattro gruppi: gli sprovveduti, gli intelligenti, i banditi, i mona. Un monologo con qualche escursione politica “anche i mona votano e poi ci troviamo a dover subire dei politici mona democraticamente eletti” che gli spettatori hanno apprezzato con applausi a scena aperta, consapevoli o meno, che si parlava anche di loro, di noi.

Il 20 dicembre, a Ferrara, al Teatro Comunale Abbado, Pojana ha fatto il pieno di spettatori e di applausi. Andrea Pennacchi sarà in tour con il suo “Pojana e i suoi fratelli” anche nel 2024- Prossimi appuntamenti: 9 gennaio a Bagnacavallo, 10 gennaio a Forlì.

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Pierluigi Guerrini

Pier Luigi Guerrini è nato in una terra di confine e nel suo DNA ha molte affinità romagnole. Sperimenta percorsi poetici dalla metà degli anni ’70. Ha lavorato nelle professioni d’aiuto. La politica e l’impegno sono amori non ancora sopiti. E’ presidente della Associazione Culturale Ultimo Rosso. Dal 2020 cura su Periscopio la rubrica di poesia “Parole a capo”.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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