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Un leporello, parola magica, poco nota, non contemplata dai dizionari. Vocabolo interessante che deriva dal nome di Leporello, personaggio buffo dell’opera Don Giovanni di Mozart (è il servo di Don Giovanni), con libretto di Lorenzo Da Ponte.

Ma qui l’antonomasia non si riferisce tanto al suo modo di essere – arguto – quanto è connessa a una specifica azione scenica. Precisamente al momento in cui il servo, per sfuggire a una donzella già sedotta e abbandonata dal suo Don e rinforzarne il concetto di collezionista impenitente, tira fuori la lista (che lui cura) delle conquiste carnali del padrone. […] Guardate / questo non picciol libro: è tutto pieno / dei nomi di sue belle. / Ogni villa, ogni borgo, ogni paese / è testimon di sue donnesche imprese.

A noi interessa proprio questo libro di annotazioni che Leporello porta con sé. Da Ponte, sceneggiando, non precisa come dovesse essere rappresentato in scena fisicamente questo libretto e le regie hanno avuto secoli per sbizzarrirsi, contando che la prima rappresentazione fu a Praga nel 1787. C’è chi l’ha reso come un libro vero e proprio, chi come un fascio di fogli, chi come una serie di taccuini, chi con un rotolo a mo’ di papiro, e tanto altro. Qualcuno ha immaginato che fosse un libretto a fisarmonica. Ed ecco che in legatoria, soprattutto in quella artigianale, il leporello è diventato un libro / opuscolo che si apre a fisarmonica, che si presta a un’apertura a cascata che può riservare mille sorprese. Una rilegatura versatile, in pratica un foglio unico piegato a zig-zag, che può permettere una lettura consueta di pagina in pagina (di piega in piega) ma anche infilate complesse per tutta la sua lunghezza… se poi la carta è pergamenata il gioco è fatto.

Proprio in questo simpatico e curioso formato scenografico (la sorpresa più grande è che, alla fine, si apre a poster) è il libro che vi presentiamo oggi, Il Bigliettino, di Pilar Serrano Burgos (testo) e Daniel Montero Galán (illustratore), edito da Kalandraka.

È un racconto che regala una passeggiata nel quartiere di una città brulicante, affollata e affaccendata, sulle tracce di un messaggio curioso e sorprendente che scopriremo solo alla fine (e su cui non abbiamo intenzione di fare alcuno spolier…).

Un libro pieno di figurine e dettagli da sfogliare fino a distenderlo completamente su un soffice tappeto colorato per una lunghezza di quasi due metri. Ci si perde con la fantasia.

Il bigliettino misterioso si ritrova, suo malgrado, fra le mani di tante persone, nessuna delle quali lo trattiene per sé, ma generosamente lo fa passare, lo regala. Perché conterrà un fantastico dono, fatto di parole che salvano e che ormai non si ascoltano quasi più.

Ci sono Eva che va sempre di fretta per arrivare puntuale a scuola, chiacchierona e che da grande vuole lavorare nella fabbrica di Babbo Natale, che lo perde dal suo zaino mentre estrae i quaderni e lo appoggia sull’astuccio del suo compagno José, artista incompreso che non ama la scuola, che lo trova e, dopo averlo letto, lo lancia dalla finestra come se fosse un aeroplanino. Agustìn il socievole corriere che dispensa consigli lo lascia sul parabrezza dell’auto di Ana, la farmacista che prepara da mangiare per alcuni mendicanti, che, dopo aver temuto una multa, lo lancia per aria, per farlo catapultare nella carrozzina verde del figlioletto di Luisa, tecnico ambientale che lavora da casa.

Tutti lo leggono, tutti lo passano, nessuno lo trattiene.

Il bigliettino arriva al pediatra, poi a Vera e al suo papà che lo lascia su una panchina del parco dove i bambini giocano su un bellissimo e alto scivolo verde dalla bandierina svolazzante. L’attivista per la solidarietà Marisa passeggia – e qui, viaggio circolare in un linguaggio che sa di cinema, si ruota il leporello -, e, dopo la sua tranquilla camminata, si siede su quella panchina che accoglie anche un gattino. Il bigliettino è lì ad attenderla, finisce nel cestino della bici dell’amico architetto Miguel che porta con sé una lunga canna da pesca, pescare è il suo hobby preferito.

Mentre dalle finestre illuminate delle case si vede tanta vita che scorre, sottofondo del viaggio di quelle parole svolazzanti, il bigliettino continua la sua inarrestabile corsa.

Tanti tasselli di un’unica bella storia che desta crescente curiosità.

Tanti personaggi: vicini, bambini, genitori, amici, pensionati, commercianti, artigiani, professionisti. Le loro storie al completo, con mille originali dettagli, sono nel retro del libro, insieme a quelle di alcuni animaletti loro fedeli compagni, in una sorta di poster curioso che si apre come un immenso fazzoletto bordato di giallo…

Da un lampione cui è finito appeso, il bigliettino passa a un tavolino di un bar all’aperto dove Luis prende un caffè per portarlo al bancone dove la cameriera Manuela lo legge. C’è scritto…

Il bigliettino, di Daniel Montero Galán, Pilar Serrano Burgos, Kalandraka, 2022, 40 p., Libri per bambini +3

Daniel Montero Galán è nato a Madrid nel 1981. Lavora come illustratore da oltre 15 anni e ha pubblicato più di 30 libri. Fra questi El gran Zooilógico (Jaguar, finalista al premio Golden Pinwheel della CCBF China Shanghai International Children´s Book Fair nel 2016),  Lettere nel bosco (Logos) e Mistero nel bosco (Logos).

Pilar Serrano Burgos è anch’essa nata a Madrid, nel 1977. Lavora come maestra in una scuola pubblica dalla quale tate molte delle sue storie, che elabora e combina. Crede che i libri non abbiano età, perché “se funzionano con i più piccoli, funzioneranno anche con i più grandi”. Innamorata del suo lavoro e appassionata di letteratura d’infanzia, inizia a pubblicare nel 2014. Da allora non si è più fermata.

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara.

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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