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“Mare Jonio diffidata dal soccorrere”: continua la guerra del Governo contro la Flotta Civile

La nave di Mediterranea Saving Humans minacciata di sanzioni penali e arresto dopo le operazioni che hanno tratto in salvo 182 persone.

Alla conclusione della missione 18, la nostra nave Mare Jonio ha fatto ritorno a Trapani per sostenere le visite annuali del RINA e le ispezioni previste della Capitaneria di Porto. Qui è stato notificato ad Armatore e Comandante della nave un provvedimento dell’Autorità Marittima di bandiera che testualmente “diffida la società proprietaria e armatrice del rimorchiatore MARE JONIO dal continuare a intraprendere ogni attività preordinata alla effettuazione sistematica del servizio di ricerca e soccorso in mare”. Le motivazioni addotte? Sarebbero la mancanza della “relativa certificazione di idoneità.” Non solo: il documento si chiude con una minaccia: “l’inosservanza sarà sanzionata ai sensi dell’art. 650 c.p.”, cioè quella norma del Codice Penale che prevede l’arresto fino a tre mesi per chi non ubbidisce ai provvedimenti delle Autorità.

È un provvedimento grave. E paradossale al tempo stesso. Si tratta senza alcun dubbio di un’iniziativa voluta dal Governo in carica, dal ministro dell’Interno e da quello dei Trasporti. Un ulteriore capitolo nella guerra cieca e insensata condotta da questo esecutivo contro le navi della Flotta civile e il soccorso in mare. Il documento fa infatti esplicito riferimento alle operazioni di soccorso condotte dalla Mare Jonio tra il 24 e il 25 agosto, in stretta collaborazione con le motovedette della Guardia Costiera italiana, che in due casi su tre hanno trasferito a Lampedusa le persone (67 prima e 50 poi) assistite e recuperate dalla nostra nave, e in coordinamento con IT MRCC di Roma (la sala operativa nazionale per il soccorso marittimo della stessa Guardia Costiera) che ha assegnato poi il porto di Pozzallo per lo sbarco delle ultime 65 persone messe in salvo. Mentre in mare la Guardia Costiera collabora con la Mare Jonio per la salvaguardia di 182 vite umane, le Autorità Marittime – su ordine del Governo – ci diffidano dal soccorrere e minacciano sanzioni.

Ma anche nel merito il provvedimento è del tutto ingiustificato: solo pochi giorni fa – il 28 agosto scorso – la Mare Jonio è stata ispezionata dal Registro Navale Italiano – RINA (Ente tecnico di certificazione riconosciuto e delegato dallo Stato per la classificazione dei natanti) che ha confermato il Certificato di classe, che abilita la nostra nave come “particolarmente equipaggiata per il servizio rescue”, cioè la ricerca e il soccorso in mare. Il certificato d’Idoneità a cui il documento fa riferimento è stato rilasciato nel settembre 2023 e il mancato riconoscimento come nave “di soccorso”, basato su due circolari del Comando Generale CP, è stato contestato con un ricorso da allora pendente davanti al TAR del Lazio.

Anche questa volta siamo costretti a perdere tempo, energie e soldi, per tutelare la Mare Jonio in ogni sede legale. Tempo, energie e soldi che stiamo invece già dedicando a preparare la prossima missione in mare. Anche perché, ultimo ma decisivo argomento, come purtroppo ci ricorda anche l’inchiesta aperta dalla Magistratura sulla strage di Cutro: la ricerca e il soccorso in mare non è un’“attività sistematica” che si può scegliere di compiere a discrezione, ma un preciso dovere etico, obbligo di legge, che vale per chiunque vada per mare. Non farlo, questo sì, è un crimine.

Trapani, 3 settembre 2024

Consiglio direttivo di Mediterranea

“Confiteor” di Piergiorgio Paterlini nella cinquina finalista del Premio Emilio Lussu

“Confiteor” di Piergiorgio Paterlini nella cinquina finalista del Premio Emilio Lussu

E con grande piacere che apprendiamo che l’ultimo libro di Piergiorgio Paterlini (Confiteor, Piemme editore) è nella cinquina finalista del prestigioso premio Emilio Lussu. Se vi è sfuggita potete leggere su Periscopio la mia recensione [Qui]. Di seguito il Comunicato ufficiale.
Francesco Monini

 

Valerio Varesi ‘indaga’ la vita straordinaria e dimenticata di Teresa Noce

Valerio Varesi ‘indaga’ la vita straordinaria e dimenticata di Teresa Noce

Ma perché non ce l’hanno raccontata prima? È un sottotitolo che sembra enfatico, quello dell’ultimo lavoro del cronista-romanziere Valerio Varesi, “Estella” (Neri Pozza 2024). Ma la descrizione de “La vita straordinaria e dimenticata di Teresa Noce” si rivela quanto mai corrispondente al contenuto di questo nuovo libro.

“Estella” e cartoline della mostra su Enrico Berlinguer – foto GioM

Noto per la serie di storie poliziesche incentrate sulle indagini del commissario Soneri, diventate famose a livello internazionale grazie alle traduzioni in francese, inglese, tedesco, arabo e alla serie televisiva, lo scrittore nonché giornalista di Repubblica si è questa volta avventurato in una biografia al femminile. E, quando si arriva all’ultima delle 240 pagine, è davvero incredibile pensare che possano essere effettivamente scivolate nell’oblio le vicende che hanno costellato la vita di una parlamentare, sindacalista, partigiana e combattente come Teresa Noce.

Mostra su Enrico Berlinguer a Bologna (foto GioM)

Teresa fa parte di quel ristretto gruppo di donne che all’indomani del 2 giugno 1946 vennero elette come membri dell’Assemblea costituente italiana, creata per scrivere la Costituzione della neonata Repubblica italiana. Fu poi una delle cinque donne entrate a far parte della Commissione speciale, incaricata insieme con Nilde Iotti (PCI), Lina Merlin (PSI), Maria Federici (DC), Ottavia Penna (Uomo Qualunque) ad elaborare e proporre il progetto di Costituzione da discutere in aula.

Dal 1947 fu segretaria nazionale della FIOT, il sindacato delle operaie tessili e, nel 1948, fu eletta alla Camera nella prima legislatura del Parlamento repubblicano, nel quale si distinse come battagliera proponente della legge per la “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri” (l. 26 agosto 1950 n. 860), testo base della legislazione sul lavoro femminile.

Le lotte femminili alla mostra su Enrico Berlinguer a Bologna (foto GioM)

Teresa raddoppiò il mandato legislativo come deputata del Pci fino al 1958. È stata anche compagna e moglie di Luigi Longo, sposato nel 1926, dirigente storico tra i più longevi del Partito comunista italiano. Longo è nientemeno che il successore di Palmiro Togliatti al vertice del Pci (1943-1964), nominato segretario dopo la sua morte e fino al 1972, quando gli succedette Enrico Berlinguer (1972-1984). Il matrimonio con Longo fu però annullato nel 1953 e da lì – pian piano – lo spirito autonomo e diretto di Teresa Noce piacque sempre meno.

Mi è capitato, in corso di lettura, di visitare la bella mostra dedicata a Enrico Berlinguer (11 giugno-25 agosto 2024) negli spazi al piano terra del Museo Archeologico nella centralissima via dell’Archiginnasio di Bologna. Ed ecco che il nome del marito di lei compare frequente nella cronologia delle attività che hanno scandito l’ascesa di Berlinguer. I due sono affiancati già nel ruolo di vice segretari di quello che in quegli anni, con oltre il 33% dei voti, arriva a diventare il primo partito in Italia per maggioranza assoluta.

Volumi alla mostra su Enrico Berlinguer a Bologna (foto GioM)

Sala dopo sala il nome di Longo ritorna, così come i volumi con i suoi scritti, affiancati agli altri libri che costituiscono i tasselli emblematici della sinistra italiana, delle conquiste sociali e degli ideali di democrazia. Di Teresa Noce non appare nulla. A dire il vero sono pochi anche i nomi e i volti femminili che trovano spazio all’interno della peraltro bella, multimediale ed efficace esposizione. Compare appena il volto in bianco e nero di Nilde Iotti tra le fila degli altri uomini di partito, diretto all’epoca dal suo compagno Togliatti. Compaiono moglie e figlie di Berlinguer nelle teche dedicate all’aspetto privato e familiare, in contesti più o meno ufficiali, come le feste dell’Unità e manifestazioni civili. Di Teresa Noce nulla.

Sala d’apertura della mostra su Berlinguer a Bologna (GioM)

Anche nella parete riservata alle lotte femminili, i volti che emergono sono quelli generici delle manifestanti, rappresentate sui manifesti. E di Teresa, delle sue lotte e delle sue conquiste non c’è traccia. Non le giovò, si deduce dal libro di Varesi, la sua contestazione alla modalità con la quale il marito annullò il loro matrimonio attraverso il tribunale di San Marino. Un provvedimento del quale lei non venne informata, e di cui venne a conoscenza attraverso i giornali. Ma, come spiega la biografia, il fatto di criticare questa azione del marito dirigente fu considerato un inaccettabile attacco alla classe dirigente del partito. Che forse anche per questo da allora,  non solo non rinnovò più la sua candidatura a deputata, dopo due mandati di alacre attività, ma accantonò anche i traguardi da lei stessa raggiunti nell’ambito della storia del partito, delle conquiste sindacali e delle lotte per l’uguaglianza. Che comunque restano e che Valerio Varesi riesce a ricordare in pagine appassionanti.

Dedicato a Gabriele Turola
Ferrara, Galleria del Carbone, dal 7 al 22 settembre 2024

Dedicato a Gabriele Turola

dal 7 AL 22 SETTEMBRE 2024
GALLERIA del CARBONE – Via del Carbone 18/a – 44121 Ferrara
ORARIO: dal mercoledì̀ al venerdì̀ 17.00-20.00
sabato e festivi: 17.00-20.00 – chiuso lunedì e martedì

«I figli delle Muse Inquietanti»: 50 artisti ferraresi raccontati da Gabriele Turola
Gabriele Turola davanti a una sua opera

La Galleria del Carbone ospita dal 7 al 22 Settembre 2024 l’esposizione: “Dedicato a Gabriele Turola” con inaugurazione Sabato 7 Settembre alle ore 18,30. A cinque anni dalla scomparsa dell’eclettico pittore, poeta, scrittore critico d’arte e giornalista ferrarese, la rassegna in parete si propone di iniziare a porre le basi per un lavoro antologico dei suoi dipinti e delle opere letterarie.
Prendendo come base la ricca ed articolata collezione dei dipinti di Alberto Felloni, vengono aggiunti altri lavori da collezioni private che rendono organica la comprensione dei vari periodi e tecniche adoperate. Completa l’esposizione una sezione dove amici e conoscenti ferraresi lasciano un ricordo dell’artista con disegni, pensieri e fotografie. L’esposizione è corredata da un ricco catalogo illustrato.

La mostra ha il patrocinio del Comune di Ferrara, rimarrà in parete fino al 22 Settembre 2024 con i seguenti orari: dal mercoledì al venerdì 17.00-20.00; sabato e festivi 17.00-20.00; lunedì e martedì chiuso.

Pubblicazioni di Gabriele Turola

 In Copertina: un opera di Gabriele Turola

Onda nera in Germania:
quando la guerra travolge l’economia, l’intolleranza travolge l’integrazione.

Onda nera in Germania: quando la guerra travolge l’economia, l’intolleranza travolge l’integrazione.

 

Con la vittoria di AFD (Alternatve für Deustchland, destra) di Bjorn Hoecke e di BsW di Sahra Wagenknecht (sinistra) in Sassonia (4 milioni di abitanti) e Turingia (2,1 milioni)  – che hanno ricette opposte sulle questioni sociali, ma condividono due temi oggi centrali per gli elettori: a) far pace con la Russia e stop armi all’Ucraina; b) fine dell’immigrazione illegale; – entrano in crisi il modello tedesco e l’intera Europa.

La vittoria è stata schiacciante nei due Länder dell’Est. Turingia: Afd 32,8%, BsW 15,8%. Sassonia: Afd 30,6%, BsW 11,8%. L’unico partito tradizionale che tiene è la CDU (moderati di centro). Tra un anno si vota in Germania e se SPD non cambia candidato (e soprattutto politiche) la probabilità che vada in crisi il governo “semaforo” federale tedesco è altissima (Verdi e Liberali sono quasi spariti). Se dovesse succedere, la stessa Von der Leyen in Europa ne uscirebbe “dimezzata”.

Si tratta di una svolta elettorale prevedibile per un paese che aveva fondato il suo sviluppo su tre fattori che, dopo l’esplosione del conflitto in Ucraina, sono venuti meno:

a) la collaborazione con la Russia (materie prime e gas a basso prezzo in cambio di tecnologia tedesca); b) il forte export verso la Cina e i paesi Brics; c) le tecnologie di qualità ma consolidate come il motore endotermico e invece ancora deboli nei settori del digitale e del green deal (elettrico).

Con la guerra ed il conseguente sostegno incondizionato all’Ucraina – 100 miliardi stanziati per la difesa – queste scelte entrano in profonda crisi, tanto più se economia e welfare in crisi lo sono già da due anni (crescita zero e quattro degli ultimi sette trimestri in recessione). E’ caduto ovviamente l’export verso la Cina (-11,5% nei primi 7 mesi del 2024), azzerato quello con la Russia; il gas oggi costa il doppio. Un altro fattore che aveva favorito la Germania era stato l’afflusso massiccio di manodopera straniera (7,9 milioni dal 2010) che aveva contribuito alla crescita dell’occupazione, delle entrate e del Pil, ma aveva anche creato problemi di integrazione nelle varie comunità e di concorrenza, in particolare, coi lavoratori tedeschi più poveri: quelli dell’Est.

Angela Merkel era consapevole dei rischi insiti in queste scelte, ma lavorava su un accordo di lungo periodo con la Russia e la Cina, nella speranza che gli Stati Uniti consentissero, gradualmente, alla Germania (e forse anche all’Europa) di crescere e diventare un “polo” internazionale autonomo (tra Usa e Cina). Speranze che si sono rivelate vane e che sono implose allo scoppiare della guerra Ucraina-Russia.

Entrando in crisi il “modello Germania”, le conseguenze economico-sociali più pesanti ricadono come al solito sulla parte più povera che si trova nei Länder dell’est; ciò spiega la rivolta degli elettori in Sassonia e Turingia. La maggior parte dei media parla di vittoria della destra xenofoba (anche se BsW è un neo partito radicale di sinistra) ma anche di Putin: come se una pace con la Russia – anche a costo di avere due regioni russofone del Donbass non più ucraine e però una Ucraina indipendente – equivalesse alla fine delle nostre libertà.

Rimane invece del tutto aperto il tema di un’ Europa autonoma, capace di svolgere nel mondo un ruolo propositivo (e anche equilibratore) tra Stati Uniti e Cina. Si tratta di un problema che alcuni media sembrano reticenti a nominare, ma che ha già portato alla crisi del macronismo in Francia e che avrà ripercussioni anche sull’Italia. E’ vero infatti che l’estro e la creatività degli imprenditori italiani ci rende meno vincolati (rispetto ai tedeschi) nell’interscambio con Cina e Russia, ma è pur vero che una crisi della manifattura tedesca avrà effetti rilevanti anche su quella italiana. Trentino Alto Adige, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna fanno pienamente parte del limes tedesco: moltissime aziende, servizi e intraprese del turismo sono strettamente integrati all’economia tedesca.

Nessuno si aspettava il gesto di grande generosità fatto da Merkel per accogliere un milione di rifugiati siriani, ma certi “fardelli” si possono sostenere se ci sono contestualmente pace e sviluppo. Se vengono a mancare entrambi i fattori, tutto si rovescia nel suo contrario.

 

Photo cover tratta dal sito europa.today.it

Paralimpiadi: un’occasione (ancora) a metà

Paralimpiadi: un’occasione (ancora) a metà

di Alfredo Ferrante

L’attenzione che mezzi di comunicazione e opinioni pubbliche stanno dedicando, in questo scorcio d’estate, ai Giochi Paralimpici estivi di Parigi è senza precedenti, a testimonianza del ruolo ormai rilevantissimo che la manifestazione ha assunto a livello internazionale.
E pensare che solo nel 1988, con le Olimpiadi di Seul, si affermò il principio di far disputare le Paralimpiadi nella medesima città delle Olimpiadi, e che, addirittura, solo dal 2001 Giochi Paralimpici e Olimpici sono abbinati, grazie ad un accordo tra il Comitato Olimpico Internazionale e il Comitato Paralimpico Internazionale, a garanzia che la città candidata ad ospitare le Olimpiadi organizzi anche i Giochi Paralimpici.
Questi ultimi costituiscono oggi, dunque, un appuntamento sportivo atteso e vissuto da una audience mondiale e rappresentano, anche grazie alla popolarità raggiunta dai tanti atleti, uno snodo fondamentale nel percorso di inclusione e riconoscimento di pari diritti per le persone con disabilità di tutto il mondo.

È un momento, come ha voluto ricordare il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in vista a Parigi, “che, in questo particolare periodo della storia, è di accresciuta importanza per sottolineare quanto sia rilevante far prevalere il versante della conoscenza, del dialogo e della collaborazione, non della contrapposizione o, addirittura, degli scontri o delle guerre”.

Sport e disabilità, dunque, come via all’integrazione, all’inclusione, al dialogo e al riconoscimento delle diversità come parte della condizione umana: la pratica sportiva come ulteriore tassello della quotidianità che tutte le persone, in particolar modo quelle con disabilità, devono poter vivere appieno e senza ostacoli o discriminazioni di sorta. Di qua, la valenza fortemente simbolica dei Giochi, che vogliono testimoniare, con la competizione fra atleti con disabilità di tutti i paesi del mondo, come la condizione di disabilità (fisica o intellettiva) non debba essere motivo di impedimento ad attraversare tutte le dimensioni della vita, in un continuum che deve includere la scuola, il lavoro, la salute, il tempo libero, la partecipazione alla vita sociale, politica ed economica del paese.

Molta strada, dunque, è stata fatta: basti ricordare come, scorrendo la storia della manifestazione, si sia passati dai 400 atleti partecipanti nel 1960 ai più di 4.000 di Parigi. Moltissima, tuttavia, ne resta.
In questo clima di festa, non può essere sottaciuta l’aspirazione – rectius, la necessità – che i Giochi Paralimpici vengano organizzati assieme alle Olimpiadi, estive e invernali, così da evitare, non troppo paradossalmente, di incorrere in un ennesimo inciampo di separazione e di mancata inclusione per le persone con disabilità. Olimpiadi tout court, insomma. Il Ministro con delega allo Sport, Andrea Abodi, ha dichiarato in un’intervista che “ci stiamo avvicinando al pieno superamento della distinzione e un giorno non lontano potremo ragionare anche sull’unificazione dei nostri due Comitati”, ovvero il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) e il Comitato Italiano Paralimpico Italiano (CIP). Andiamo oltre, tuttavia: perché tenere ancora separati Giochi Olimpici e Paralimpici?

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 2006, ratificata in Italia con legge n. 18 del 2009, individua una serie di obblighi generali a carico degli Stati firmatari, allo scopo di garantire e promuovere la piena realizzazione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali per tutte le persone con disabilità, senza discriminazioni di alcun tipo sulla base della disabilità stessa.
L’obiettivo è contribuire a costruire società più giuste e inclusive per assicurare il pieno ed eguale godimento di diritti e opportunità per le persone con disabilità al pari di tutte le altre persone (“su base di uguaglianza con gli altri”, statuisce il Trattato). Tra i vari ambiti affrontati, la Convenzione ONU si occupa anche di attività ricreative, svaghi e sport (art. 30) e, al fine di consentire alle persone con disabilità di partecipare su base di uguaglianza con gli altri, prescrive che gli Stati Parti adottino, fra l’altro, misure adeguate a incoraggiare e promuovere la partecipazione più estesa possibile delle persone con disabilità alle attività sportive ordinarie a tutti i livelli, garantendo che le persone con disabilità abbiano la possibilità di organizzare, sviluppare e partecipare ad attività sportive e ricreative specifiche e incoraggiando, a tal fine, la messa a disposizione, su base di uguaglianza con gli altri, di adeguati mezzi di istruzione, formazione e risorse.

Se, dunque, lo sport altri non è che uno dei tanti, diversi ambiti della vita quotidiana per i quali non debba essere ammessa discriminazione alcuna per le persone con disabilità, che devono essere poste nelle medesime condizioni delle persone senza disabilità, è oltremodo difficile comprendere perché le Paralimpiadi debbano tenersi in un secondo momento rispetto ai Giochi “ordinari”, in una condizione di oggettiva minorità. Come ho avuto modo di sottolineare in occasione dei Giochi di Tokyo, non si tratta di negare l’oggettiva diversità di condizioni degli atleti, naturalmente: è in gioco, tuttavia, come recita l’articolo 3 della Convenzione, il rispetto per la differenza e l’accettazione delle persone con disabilità come parte della diversità umana e dell’umanità stessa. Se la disabilità, ricorda l’OMS, è una mera condizione della persona umana, e se è innegabile la necessità di assicurare che tutte le persone, con o senza disabilità, possano godere di pari dignità e pari diritti, la separazione temporale dei giochi mantiene, indubitabilmente, un retrogusto discriminatorio.

In linea di principio, infatti, nulla impedisce – al netto di non irrilevanti questioni di natura organizzativa – che le gare delle diverse specialità si susseguano con atleti senza e con disabilità, dimostrando, nei fatti, come lo sport unisca e non divida. È, tuttavia, evidente, inutile nasconderlo, che l’auspicata aggregazione delle prove olimpiche (che lascino per strada, una volta per tutte il suffisso “para”) possa rischiare di risolversi in un abbellimento di facciata. Come ha correttamente evidenziato Elisabetta Soglio sul Corriera della Sera: “Il problema è la vita quotidiana di chi si muove con una carrozzina o con le stampelle e del caregiver che accompagnano bambini o anziani con malattie invalidanti. Il problema sono poi le scale mobili rotte, i gradini per entrare in un ristorante, in un albergo o in una biblioteca, i parchi gioco dove i giochi non sono per tutti, le aule scolastiche con porte troppo strette e i bagni utilizzabili soltanto per chi si muove sulle sue gambe”.

Insomma, la vita reale delle tante, concretissime difficoltà che affrontano ogni giorno le persone con disabilità e le loro famiglie a fronte di quelle che possano essere interpretate come operazioni di maquillage culturale.

*Articolo pubblicato anche sul blog Tanto Premesso

In copertina: Paralimpiadi, immagine da Skuola.net

Parole e figure / C’è un momento per ogni cosa

“Un tempo per ogni cosa” di Davide Calì e Isabella Labate, edito da Kite, ci porta nel momento giusto. Perché c’è un tempo per tutto. Basta saperlo notare

Per difenderci dall’inquietudine e dalle paure possiamo nasconderci dietro a rituali che ci tranquillizzano. Rituali che, proprio per la loro ripetitività, danno un senso di pacatezza.

Edgar – che assomiglia a un personaggio di un quadro di Magritte – lo fa. Per sua sola e unica scelta, vive chiuso in casa e a intervalli precisi uno dei suoi orologi gli ricorda che cosa deve fare, la sua giornata è scandita da un’agenda rigidissima. Tutti i meccanismi sono regolati sulla stessa ora. Pendola, cucù, orologi di metallo, tanti e preziosi, perché antichi. In qualunque parte della casa si trovi, sa che ora sia.

Uno batte alle 7 del mattino, per svegliarlo. Uno alle 13, per ricordargli il pranzo. Uno alle 14, per ricordargli di uscire a fare una passeggiata. Uno alle 16, per ricordargli di telefonare alla madre. Uno alle 17, per il thè del pomeriggio. Uno alle 19, per la cena. L’ultimo alle 21 per ricordargli di controllare tuti gli orologi.

E, poi, il suo motto: mai fermarsi, per paura di distrarsi. Ma distrarsi da cosa?

Ogni giorno fa le stesse cose, si prepara, fa colazione, legge il giornale, sceglie sempre la stessa cravatta. Non si fa mai domande, non sgarra mai. Ma è lui ad aver deciso così.

Una vita quasi ossessiva di cui non mette mai nulla in dubbio. La sua difesa.

Un tempo per ogni cosa di Davide Calì e Isabella Labate, immagini Kite edizioni
Un tempo per ogni cosa di Davide Calì e Isabella Labate, immagini Kite edizioni

Un giorno tuttavia capita un imprevisto che interrompe bruscamente la sua routine. E allora proprio per ripristinarla, è costretto a cambiare le sue abitudini. Scoprendo il mondo lontano.

In un tono uniforme, delicate e precise immagini grigie della matita raccontano una storia sulla paura di vivere, sulle nostre difese contro questa paura che può bloccare e i cambiamenti che possono aprirci al mondo. Sulla libertà di guardare oltre le consuetudini, di poter andare oltre e di vedere lontano, con la meraviglia, la fantasia, il colore e la bellezza della vita che illuminano la strada. Oltre il tempo, quello che corre, che vola via e che non si controlla. Perché ognuno può diventare artefice del proprio destino.

Davide Calì, Isabella Labate, “Un tempo per ogni cosa”, Padova, Kite edizioni 2020, 44 p.

Per una bella lettura, vedi qui 

Lo stesso giorno /
Libano, 2 settembre 1980: scompaiono i giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni

Libano, 2 settembre 1980: scompaiono i giornalisti Graziella De Palo  e Italo Toni

È il 2 settembre del 1980, Italo Toni e Graziella De Palo, due giornalisti italiani inviati in Libano per indagare sui traffici di armi da Beirut, scompaiono senza lasciare tracce. Dopo tutti questi anni, i loro corpi non sono stati ancora ritrovati.

Ci ricordiamo (forse, qualche volta) di Ilaria Alpi. 30 anni fa (il 20 marzo del 1994) la giornalista del Tg3 venne uccisa a Mogadiscio assieme al cineoperatore Miran Hrovatin. Erano nella capitale somala per indagare su un traffico d’armi e di rifiuti tossici tra Italia e Somalia.  Ancora meno ci ricordiamo di altri due giornalisti italiani che nel 1980 sono andati incontro alla stessa sorte.  Graziella De Palo e Italo Toni erano in Libano, anche loro sulle tracce di un traffico d’armi . Il 2 settembre vengono rapiti, uccisi e sepolti come spazzatura.

Il traffico d’armi è sempre di moda. E sul traffico d’armi, e sulle guerre si giocano interessi enormi. Interessi “extrastatali” ma che coinvolgono direttamente i governi e i servizi degli Stati che si dicono democratici. Italia compresa. Fare giornalismo, indagare sugli intrecci occulti del traffico d’armi è un mestiere pericoloso. Un mestiere che è costato la vita a tanto giornalisti.

Graziella De Palo, 24 anni, indaga sui traffici di armi per il quotidiano Paese Sera e per la rivista l’Astrolabio, mentre Italo Toni, 51 anni, è un esperto di questioni mediorientali e per questo collabora con diverse testate, anche internazionali.
Da dieci giorni si trovavano in Libano per raccontarne la guerra civile, coacervo di contraddizioni politico-militari e terreno di scontro di più raggruppamenti, nonché laboratorio di quella che sarà, due anni dopo, l’invasione israeliana mossa da Ariel Sharon. Ma soprattutto il loro obiettivo è indagare sui traffici d’armi e sugli intrighi internazionali che vedono anche la partecipazione dei servizi segreti italiani.

Italo e Graziella sono ospiti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), formazione di estrazione marxista guidata da George Habbash, che gli ha promesso di condurli a sud sulle colline dove si trova il castello di Beaufort, sulla linea dello scontro con l’esercito israeliano.
I due hanno scoperto che proprio in Libano avvengono traffici internazionali d’armi in violazione degli embarghi sanciti dall’Onu: per loro è quindi una grande occasione unirsi a un gruppo di guerriglieri per raccontare proprio questo tipo di traffici.

Il 2 settembre del 1980, dopo aver confermato le stanze d’albergo e avvertito l’ambasciata italiana, partono con alcuni membri del FPLP. Da questo momento le loro tracce scompaiono nel nulla.

E’ importante leggere cosa scriveva una giovanissima Graziella De Palo per L’Astrolabio il 14 giugno 1978:

Disarmo: perché parlarne soltanto all’Onu?

Tempi duri per gli « 007 ». La faccenda ha inizio verso la metà di maggio, subito dopo le dimissioni del ministro Cossiga: si parla di terremoto nei servizi segreti, di «decimazione », di epurazione di massa nel quadro di una vasta operazione di ricambio a tutti i livelli all’interno del Sismi. Sulla scia dell’affare Moro, le scosse immediate sembrano raggiungere il cuore stesso dei più insinuanti e ambigui centri di potere italiani (un potere, non bisogna dimenticarlo, che è soprattutto di vecchia data e affonda salde radici nel passato). Ma fino a che punto si può parlare di effettivo smantellamento di questi centri, o almeno di quei settori dei servizi segreti che sono più pericolosi e sfuggenti? Per quanto riguarda l’ex ufficio REI (responsabile della disseminazione delle armi), in larga misura incontrollato nonostante la sua delicata funzione, sembra che per il momento non sia stato ancora neppure sfiorato dal « terremoto ». E sembra per di più, che le stesse zone colpite non abbiano subito gravi danni, trattandosi, almeno secondo alcune indiscrezioni, di « licenziamenti » che riguardano personaggi secondari e addirittura dattilografi, dipendenti dei servizi segreti.

Occorre a questo punto ricordare che il già citato ufficio REI (a suo tempo comandato dal colonnello Rocca, morto nel ’63 in circostanze misteriose) ha l’ultima parola sull’autorizzazione delle vendite di armi italiane all’estero, e di conseguenza si trova oggi nell’occhio del ciclone, in seguito alla scoperta che la strage di via Fani è stata compiuta con armi italiane (mitra Beretta e munizioni Fiocchi) destinate all’Egitto e rientrate per vie tortuose in patria. E non si tratta certo della sola scoperta di armi di produzione italiana « deviate » rispetto alla loro originaria (e « innocua ») destinazione per finire nelle zone calde del globo o in mano a gruppi di terroristi. È il caso, per esempio, di una partita di armi leggere venduta tempo fa alla Bulgaria e ritrovata nelle mani di terroristi turchi; ed è anche il caso di un aereo-fantasma carico di esplosivi della Snia Viscosa diretto in Mauritania, scoperto solo a causa di un guasto che lo ha costretto ad atterrare a Malaga; o delle armi fornite, tramite Libia, ai terroristi irlandesi.

I   controlli mancati sulle « armi-fantasma »

Come avviene a « fuga » di armi- dalle destinazioni originarie e la spedizione verso nuove zone? Quali sono le reali connessioni fra l’ufficio del Sismi i addetto al controllo, il comitato interministeriale per la vendita di armi e le ditte esportatrici? Una prima risposta la fornisce il Presidente della Commissione Difesa della Camera, Falco Accame, dopo aver portato il « caso » in Parlamento, sottoponendolo all’attenzione di Andreotti nel corso della seduta del 19 maggio: « È ormai evidente dice l’on. Accame – che questa attività di import-export che permette la fuga di armi da quei paesi ai quali sono ufficialmente destinate è esercitata da apposite ditte di copertura all’estero che si assumono il compito di smistare le varie partite. Da noi, proprio a pochi passi dal Ministero della Difesa, vi è una grossa ditta di’esportazioni (la Tirrena, ndr) della quale. sarebbe interessante controllare le attività. E altrettanto interessante sarebbe scoprire se vi sono ditte che assicurano il traffico con i governi di Pretoria e di Gerusalemme. Ho chiesto al Presidente del Consiglio un preciso intervento in questo senso, e anche in relazione alla recente notizia che l’Italia non solo fornisce armi al Sud Africa, ma che alcune ditte di La Spezia addirittura addestrano il personale che deve usare queste armi».

Ma all’interno di questo gioco più o meno scoperto, nel quale si intrecciano le responsabilità delle industrie produttrici e quelle delle ditte di comodo che smerciano le forniture, qual è il ruolo dei servizi segreti? « Intanto – continua Accame – è ai servizi segreti che spetta il compito di rilasciare l’autorizzazione per qualsiasi esportazione di armi, compito che dovrebbe essere svolto esercitando una effettiva funzione di controllo e rispettando le precise disposizioni dell’ONU. Nel rispetto di queste disposizioni, i servizi segreti e lo stesso comitato interministeriale avrebbero dovuto opporsi alla spedizione di cannoni in Sudafrica via Francia. E ci sono anche dati più precisi, sui legami tra agenti dei servizi segreti e ditte che producono é esportano armi: un ex agente del Sid, per esempio, è diventato oggi agente commerciale in Libano, con il compito di organizzare il traffico di armi per il Medio Oriente. Le armi che arrivano con questo tramite possono rientrare in. Italia in molti modi, per esempio con i TIR o nascosti nelle reti dei pescherecci. Diversi agenti preposti al controllo dell’esportazione di armamenti, inoltre, hanno, poi trovato uh buon incarico (non tanto tecnico quanto di “pressione”) nelle ditte italiane fornitrici. Il generale Michele Correra, che in passato ha svolto funzioni di controllo sulla vendita di armi, è oggi impiegato in una ditta romana di armamenti (La Selenia, ndr). E alla stessa ditta appartiene l’ingegner De Martino, che nello stesso tempo è membro del comitato interministeriale per la vendita delle armi. È facile a questo punto spiegare le inadempienze del comitato di controllo: se i consulenti si trovano nella comoda posizione di controllori di se stessi diventa impossibile evitare gli inghippi ».

Sul fronte del governo (non dimentichiamo che i fatturati delle industrie belliche, alimentati anche con questi mezzi, hanno portato l’Italia nel giro di pochi anni al quinto posto tra i paesi esportatori di armi) qualcosa, sembra muoversi proprio sull’onda della vicenda Moro e in base alla considerazione che i traffici d’armi finiscono col favorire il terrorismo stesso a livello mondiale: lo testimoniano le risposte di Andreotti alla Camera e al Senato e il riconoscimento della necessità di nuove norme per il controllo sulla vendita di armi. Una proposta di legge già è pronta in Parlamento: primo firmatario è l’on. Accame, che dopo l’insabbiamento di un precedente progetto (che giace alla Camera dal febbraio. dello scorso anno), ha deciso di ripresentare le norme in maniera più articolata. La proposta prevede, tra l’altro, che non possano far parte per nessun motivo del Comitato interministeriale addetto al rilascio delle licenze di esportazione rappresentanti di ditte nazionali, e istituisce come ulteriore strumento di controllo un Comitato parlamentare composto da 15 senatori e 15 deputati membri di diverse Commissioni. L’esportazione di materiale bellico è inoltre vietata nei confronti di quei paesi « la cui politica sia stata censurata come aggressiva, dittatoriale, razzista o comunque non rispettosa dei diritti umani, da organismi internazionali di cui l’Italia è membro », e « in paesi in cui sia in atto o in preparazione un conflitto armato » (salvo nei casi riconosciuti dalla risoluzione 2787 delle Nazioni Unite). Una norma, questa, di cui appare più che mai urgente l’applicazione, se si considera che l’Italia gonfia il pacchetto delle commesse belliche esportando in paesi come Sud Africa, Rhodesia, Marocco, Cile, Argentina, Brasile e Zaire.

Il « caso Italia », intanto, rimbalza alle Nazioni Unite, e raccoglie qualche eco alla Sessione speciale aperta a fine maggio sul disarmo; è il via per allacciare il discorso sul boom dei trafficanti clandestini e dei floridi mercanti d’armi (problema che del resto non affligge solo il nostro paese) a quello più vasto sulla distensione mondiale. La questione è all’ordine del giorno: nonostante le dichiarazioni ufficiali nell’Assemblea ONU, la tendenza generale degli ultimi anni è volta ad un accelerato riarmo. I meccanismi di questa tendenza (e lo confermano i risultati del recente vertice NATO) sono individuati dai paesi dell’Alleanza Atlantica nell’esigenza di bilanciare la superiorità bellica (per ora soltanto presunta) degli avversari del Patto di Varsavia. In realtà la tesi dei sostenitori del riarmo è contraddetta dagli stessi dati che emergono in ambienti ufficiali americani. Il 4 agosto ’77, infatti, il segretario della difesa Harold Brown dichiarava ad un apposito Comitato del Senato USA che « con una notevole semplificazione gli Stati Uniti possono sentirsi sicuri con soli due milioni di uomini sotto le armi, perché i tre milioni di uomini delle forze dei nostri alleati ci permettono di bilanciare i poco più di cinque milioni delle forze dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia ». E, per di più, il segretario Brown non considera che contemporaneamente l’URSS si trova a fronteggiare lungo i confini asiatici i quattro milioni di soldati di una Cina decisamente antagonista.

II    Un Comitato permanente per il disarmo

Per impostare una globale strategia di disarmo, dunque, è prima di tutto necessario far luce, dati alla mano, sui reali rapporti di forza tra i blocchi di potenze, avviando nello stesso tempo un profondo movimento nell’opinione pubblica che offra indicazioni per una politica di effettiva distensione. È questo il senso dell’iniziativa presa da un gruppo di personalità della politica, della cultura e delle associazioni di ex combattenti o partigiani, che hanno reso pubblico (9 aprile) un loro appello per il disarmo e che si sono poi riuniti il 25 maggio per la formazione di un Comitato permanente. La riunione ha una storia. Il suo inizio risale all’estate scorsa, nel pieno della polemica sorta a livello mondiale sulla costruzione della bomba al neutrone. Il dibattito che ne è nato, all’interno del quale va inserito anche il contributo italiano, ha finito per esercitare una notevole funzione di pressione, che ha indotto Carter a sospendere la costruzione della bomba.

Caduta la questione circoscritta della bomba N, negli ambienti dai quali è in seguito emerso l’appello del 9 aprile si è compresa la necessità di una battaglia politica più generale per il disarmo, che affiancasse l’opera dei governi e delle Nazioni Unite. Da qui al Comitato permanente per il disarmo, il passo è breve. L’idea nasce in dicembre al Teatro Centrale, nel corso di un dibattito sulla bomba N con l’on. Granelli, il sen. Anderlini, il sen. Pasti, l’ing. Vacca e monsignor Mongillo. Dopo la prima piattaforma elaborata nell’appello, la riunione del 25 maggio si propone di costruire un programma operativo e di allargare le adesioni (che comprendono personalità politiche di tutti i partiti dell’arco costituzionale, dirigenti delle associazioni dei mutilati e invalidi di guerra, dei combattenti e reduci, delle vittime civili di guerra, dei mutilati per servizio e delle associazioni partigiane) verso esponenti del mondo della cultura, del sindacato e degli enti locali.

L’idea del Comitato permanente è illustrata dal sen. Anderlini nella sua relazione introduttiva: accolta la proposta, si dà vita immediatamente ad un gruppo provvisorio di coordinamento presieduto dallo stesso sen. Anderlini. Viene quindi messa allo studio la possibilità di inviare una delegazione alla sessione speciale dell’ONU, decidendo intanto di spedire al Presidente dell’Assemblea Mojsov e al segretario generale dell’ONU due telegrammi, nei quali si definisce «indispensabile per la stessa sopravvivenza dell’umanità una vigorosa ripresa della politica della distensione e l’inizio di una incisiva politica di disarmo per liberare la umanità dal fardello delle spese militari e dalla prospettiva dell’olocausto atomico. Urge in particolare bloccare ogni costruzione di nuove armi e vettori nucleari, smobilitare arsenali atomici, tattici e strategici, impegnarsi per la creazione di zone disatomizzate, controllare rigorosamente il commercio delle armi convenzionali e in particolare disincentivare zone pericolosamente calde del mondo quali Medio Oriente, Africa, America Latina ».

Le associazioni combattentistiche e della resistenza decidono intanto di fissare una prima scadenza per la fine del ’79, con un grande convegno mondiale sul disarmo da tenersi a Roma. Un’importante occasione data all’Italia per conquistarsi una posizione trainante nella strategia di distensione. In attesa della prossima mossa.

Graziella De Palo
L’Astrolabio, 14 06 1978

III  Appello per il disarmo

« E’ necessario riprendere con vigore l’azione per il disarmo. La conferenza che su questo argomento l’ONU ha indetto per il prossimo maggio, impone che – in tempi brevi – anche l’Italia si prepari a dare il suo contributo a questa che è una delle questioni più impegnative e drammatiche del nostro tempo. Il governo italiano ha il merito di essersi fatto copromotore dell’assemblea straordinaria e tuttavia l’azione dell’Italia in questo campo non può esaurirsi in quella del governo e delle istituzioni ufficiali.

Un’ampia partecipazione dell’opinione pubblica è necessaria per sospingere i governi di tutto il mondo sulla difficile ma non sostituibile via del disarmo.

Necessario è anche che la nostri opinione pubblica sia più ampiamente informata sui dati del problema quali si pongono per l’Italia e per le altre nazioni. Necessario è che le grandi potenze riprendano il loro dialogo costruttivo e che tutte le questioni aperte nel contenzioso internazionale vengano posto sul tavolo di una grande trattativa globale, alla quale Paesi come l’Italia possano dare un reale contributo.

L’iniziativa, del presidente Carter di sospendere ogni decisione sulla bomba  al  neutrone dimostra come la pressione della opinione pubblica possa contribuire a rimuovere gli ostacoli e ad accelerare i. tempi per una trattativa concreta. Bisogna eliminare tutte le difficoltà che ancora permangono sul terreno della distensione e del disarmo onde avviare l’umanità – in un mondo in cui alla pace non c’è alternativa – sulla via del progresso sociale e civile”.

Inutile dire che questo come i tanti successivi appelli per il disarmo siano rimasti inascoltati. Le guerre continuano e continua, sempre più fiorente ed omicida il traffico d’armi

In copertina: una foto d’archivio di Italo Toni e Graziella De Palo

Per certi versi / Mucillagine

Mucillagine

La luce
Di oggi
E altri oggi
Come oggi
immagine
Del meriggio
Impanato
Mucillagine
Che si polleggia
Nell’acqua penosa
Gli occhi
Si socchiudono
Di luce
Afosa

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
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Controllare Telegram:
ma chi controlla il controllore?

Controllare Telegram: ma chi controlla il controllore?

Sono 2 miliardi gli utenti di Whatsapp, la messaggistica di proprietà di Mark Zuckerberg (Facebook e Instagram).  Fino al 2020 Whatsapp era leader indiscusso nel mondo, ma con la pandemia le cose sono cambiate: chi non era d’accordo con le politiche di vaccinazione di massa e di lockdown assunte da quasi tutti i governi, si è trovato l’account chiuso ed è migrato su Telegram, la messaggistica inventata dai fratelli Durov, russi e geni della matematica (erano sempre ai campionati mondiali di matematica per la Russia), che garantisce a tutti l’assoluto anonimato e il principio  – difeso anche in Occidente – della segretezza della corrispondenza privata.  Così Telegram è cresciuto dai 300 milioni di utenti fino agli attuali 900 milioni, proprio garantendo l’anonimato e la totale privacy per tutti, da chi dissentiva nei vari paesi con regimi autoritari agli stessi paesi, dai militari ucraini a quelli russi. L’accusa a Pavel Durov, arrestato in Francia, è che Telegram darebbe la possibilità a vari criminali di operare nei mercati illegali (armi e pedofilia, solo per citare i maggiori) senza cooperare con le agenzie di polizia che perseguono tali criminali. Pavel Durov si difende dicendo che è proprio garantendo libertà e privacy che ha potuto far comunicare sia dissidenti come Navalny in Russia, sia Ong in 31 paesi autoritari (che infatti hanno bloccato Telegram). Durov è andato via dalla Russia proprio perché lo si voleva controllare e in passato ha cooperato con le indagini delle polizie di vari paesi, segnalando gli amministratori di chat violente, bloccando alcuni canali e bannando gli amministratori: ma mai quanto vorrebbero i paesi occidentali.

Telegram ha un sistema di “chat segrete” e di crittografia end to end (che peraltro è attivo anche su Whatsapp) per cui solo mittente e ricevente vedono i messaggi, ed un sistema di autodistruzione dei messaggi a tempo. C’è però chi sostiene che dietro la ragione della mancata cooperazione con le polizie di mezzo mondo ci sia l’intento di condizionare Telegram in ordine a certi contenuti. Lo ha fatto anche la Russia: nel 2018 voleva l’accesso alle chiavi crittografiche, come previsto dalla legge antiterrorismo. Sta di fatto che Pavel Durov ha spostato i server (che contengono i dati) a Dubai e che il fratello maggiore Nikolai (pare, il più geniale dei due) sia introvabile da anni. Del resto, con 30 miliardi di patrimonio in due non dovrebbero avere problemi a nascondersi.

Proprio il giorno dopo l’arresto in Francia di Durov, Zuckerberg ha mandato una lettera alla Casa Bianca ammettendo che nel 2021 ha subito pressioni per censurare contenuti e video di persone che facevano umorismo e satira sulle misure Covid, ma anche testi scientifici non allineati (nonostante 20 milioni di contenuti fossero già stati rimossi in base a regole di moderazione interne), nonchè per mettere la sordina alle notizie su Joe Biden, quando la vulgata di allora diceva che erano fake news diffuse dalla Russia. L’Amministrazione Biden si è difesa dicendo che ha agito “per proteggere la salute e la sicurezza pubblica. “Ritengo che la pressione del governo sia stata sbagliata e mi rammarico di non essere stati più espliciti al riguardo”, ha aggiunto Zuckerberg, precisando di aver fatto scelte “che oggi non rifaremmo”.

La questione si intreccia con chat control” della UE, la proposta di regolamentazione dei contenuti  in Europa (su cui molti paesi non sono d’accordo) perché antepone la sicurezza alla libertà di espressione, sapendo che è sempre stato forte l’interesse dei governi a censurare le notizie poco gradite. Ma chi controlla il controllore?

Sappiamo che ci sono criminali che sfruttano l’anonimato delle piattaforme: del resto, anche in Whatsapp, Signal, Messenger, non c’è una policy che preveda che ci si debba firmare col proprio nome e cognome. Essendo costretti a “metterci la faccia” almeno la maggioranza delle castronerie e delle stupide violenze sarebbero evitate (ma il traffico sarebbe di gran lunga inferiore). Ma che dire allora del dark web o dei crimini che commettono i potenti o i governi stessi? Che dire delle bugie dei Governi Usa e GB, che sulla loro base hanno addirittura scatenato una guerra in Iraq nel 2003 e nel 2011 in Libia?

Si pone così il tema enorme di paesi che, in lotta tra loro, per le note ragioni di potere e soldi di cui parlava Trilussa, vorrebbero il monopolio delle informazioni e la censura del dissenso invocando le sedicenti buone ragioni del “proteggere la salute e la sicurezza pubblica “. Vale anche per Tik Tok (i proprietari sono cinesi) censurato in Usa, in quanto si sospetta che i filmati in cima alla classifica diffusi tra i giovani occidentali mostrino stupidaggini finalizzate a rimbecillirli, mentre i video diffusi nel resto del mondo (Cina, Russia,…) sarebbero di giovani che fanno azioni virtuose: ciò al fine di rafforzare l’etica e la coesione sociale. Una forma inedita di lotta geopolitica.

Che fare? Non è facile rispondere. Anche perché, una volta “regolato” Telegram, è probabile che nasca un’altra piattaforma (in realtà ci sarebbe già X di Elon Musk – ex Twitter – che segue la stessa politica: massima libertà e nessuna regolamentazione). L’ideale sarebbe abbassare le volontà di potenza degli Stati e trovare forme di cooperazione, almeno sulle questioni principali, per un mondo migliore per tutti: ma ci vorrebbero leader illuminati. Il primo ministro tedesco, il socialdemocratico Scholz, vuole far rimpatriare più rapidamente gli immigrati violenti (dopo gli omicidi degli ultimi giorni), ma i paesi originari di molti potenziali rimpatri sono Afghanistan e Siria (non proprio amici). L’ennesima dimostrazione di quanto sarebbe saggio chiudere tutte le guerre, a costo di perdere pezzi di potere nel controllo mondiale, e soldi. Ed è questo il problema. Ma prima o poi una catastrofe ci farà rinsavire.

 

Photo cover: 5 /2/2003, Colin Powell mostra al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una (falsa) fiala di antrace. Foto tratta da altreconomia.it.

Venezia 81/1. Spettri in laguna

Venezia 81/1. Spettri in laguna

Di Gabriele Gimmelli

Di che si può parlare a Venezia quando il sistema di prenotazione dei biglietti funziona senza intoppi, i divi sono tornati sul red carpet e la nuova presidenza della Biennale in quota meloniana ha confermato per altri due anni la direzione artistica ormai “storica” (in tutti i sensi: è il mandato più lungo di sempre) di Alberto Barbera? Non sarebbe la situazione ideale per parlare finalmente dei film?

E invece sono proprio i film a mancare, in questi primi giorni di Mostra. Salvo occasionali eccezioni di cui si dirà e in attesa dei titoli sulla carta più forti (fra gli altri, Joker: Folie à Deux di Todd Phillips, sequel del film premiato con il massimo riconoscimento nel 2019; Queer di Luca Guadagnino; The Room Next Door di Pedro Almodóvar, al primo lungometraggio in lingua inglese; Youth (Homecoming) di Wang Bing, che tiene alta la quota “cinema del reale”), il concorso è finora scivolato via piuttosto piattamente, tra gradevolezze (la ronde vagamente rohmeriano-alleniana di Emmanuel Mouret con il suo Trois amies) ed efferatezze (Babygirl, di Halina Reijn, tentativo abbastanza cafone di resuscitare l’erotic thriller anni Ottanta, forte di una produzione “cool” come quella di A24 e di una Nicole Kidman da oltre un decennio in cerca di un ritorno ai fasti di fine anni Novanta).

Cate Blanchett in Disclaimer, di Alfonso Cuarón.

Sarà vero che – come sembrano insinuare voci udite qua e là dentro e fuori le sale – l’annata non è stata generosa, con pochi film prodotti e conseguente scarso raccolto festivaliero? Potrebbe essere questa la ragione che ha spinto la Mostra a inaugurare la sottosezione Fuori Concorso – Series: quattro serie televisive complete – M, il figlio del secolo di Joe Wright, The New Years di Rodrigo Sorogoyen, Families Like Ours di Thomas Vinterberg e Disclaimer di Alfonso Cuarón, già Leone d’oro nel 2018 con Roma – con durate che oltrepassano ampiamente le cinque ore, spalmate lungo più giornate. La sottosezione, che Barbera definisce “un esperimento”, ripropone il vetusto e un po’ noioso quesito: serie TV o film lunghi? Qui alla Mostra sembrano propendere per la seconda definizione, fidando ovviamente sull’“effetto firma” dei registi coinvolti. Cuarón, il primo a fare la sua comparsa al Lido, ha rivendicato la continuità fra la serie (prodotta da Apple e prevista per i prossimi ottobre-novembre) e il proprio modo di fare cinema, portandosi dietro il fidato Emmanuel Lubetzki per la fotografia (qui affiancato da Bruno Delbonnel) e ingaggiando un cast di tutto rispetto: Cate Blanchett, Sacha Baron Cohen, Kevin Kline. Peccato che il risultato finale, con i suoi 329 minuti complessivi, malgrado i richiami all’attualità (il rapporto fra pubblico e privato, i pregiudizi antifemminili, il rapporto fra verità e finzione), appaia davvero troppo debitore ai più usurati espedienti del mélo: più che un film lungo, un lungo feuilleton a puntate, e nemmeno dei più freschi.

In questo panorama un po’ spettrale, il film del concorso che ha polarizzato le opinioni di critici e cinefili presenti al lido è Maria di Pedro Larraín, ormai ospite fisso della kermesse veneziana, che chiude – per stessa ammissione del regista – la trilogia di film dedicata alle figure femminili iconiche del XX secolo, iniziata proprio al Lido nel 2016 con Jackie, forse l’episodio migliore del polittico. Sceneggiato come il precedente Spencer (2021) da Steven Knight, Maria mette in scena un’altra storia di fantasmi, stavolta ambientata negli ultimi sette giorni di vita della “Divina” Callas. E fantasmatica è a tutti gli effetti la Callas di Angelina Jolie, che, in spregio a ogni somiglianza fisica, sembra mettersi totalmente al servizio della Diva per antonomasia, non solo con il proprio volto e il proprio corpo, ma anche e soprattutto con tutta la dolorosa consapevolezza di che cosa significa essere una star venerata in tutto il pianeta.

Angelina Jolie in Maria di Pablo Larraín.

Sopravvissuta a se stessa e al proprio mito, reclusa per sua volontà in una casa-museo che è anche una casa-mausoleo, Callas/Jolie è un’apparizione impossibile da afferrare. Filtrata attraverso mille immagini, tra autentici filmati di repertorio e falsi reperti d’epoca, come al solito ricreati con fanatica precisione da Larraín grazie all’apporto del sempre straordinario Ed Lachman, rimane a tutti gli effetti un’icona (sacra, come dimostra l’Ave Maria verdiana nell’ouverture del film) che resiste a qualsiasi oltraggio, irraggiungibile e irreplicabile (“Non potevo replicare me stessa”, spiega, quasi a giustificare la mancata maternità). Un’apparizione in un mondo di spettri: perché tale è la realtà in cui si muove la protagonista, la mente ottenebrata dai farmaci che assume in grande quantità. “Ciò che è reale e ciò che non lo è, è affar mio”, dichiara a un certo punto in una intervista (immaginaria, manco a dirlo); e ancora: “Il palco è nella mia testa”, dice, immaginandosi ancora una volta davanti alle luci della ribalta, mentre il Trocadero e il vestibolo dell’Opera di Parigi si trasformano istantaneamente nei set di un musical dei tempi d’oro, sulle arie di Verdi (Trovatore) e Puccini (Madama Butterfly).
La dimensione operistica e la divisione in atti trasformano l’anti-biopic di Maria in una sorta di anomalo film-opera, esattamente come Jackie era (anche) un melodramma politico con inserti da documentario televisivo e tocchi musicali à la Broadway, e Spencer un racconto gotico dagli echi kubrickiani (Shining). In questo senso, uno dei momenti chiave del film è il confronto (a distanza) con Marilyn, altra diva consumata e distrutta da un pubblico sempre famelico d’icone, oltreché rivale di quella Jackie Kennedy che di lì a poco sottrarrà alla protagonista l’adorato Onassis: se al compleanno di JFK si esibisce il corpo senza voce di Marilyn, Callas è ormai una voce senza più corpo.

Maria ha in sé il meglio e il peggio di Larrain. Oppure, giusto per andar di paradossi: il peggio al suo meglio (dialoghi sentenziosi e aforistici, estetizzazione vintage del passato, la mescolanza di sublime e triviale) e il meglio al suo peggio (la direzione degli interpreti: se Jolie, con tutta la buona volontà, riesce solo in parte a restituire la carica magnetica della “Divina” Maria, va anche peggio con le figure di secondo piano, affidate ai nostri attori più esportati, Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher).

Campo di battaglia di Gianni Amelio.

Di fantasmi (fantasmi della Storia e del nostro passato recente) parla anche, in certa misura, Gianni Amelio, primo italiano del concorso e altro habitué della Mostra (il suo Signore delle formiche ha debuttato proprio qui al Lido due anni fa). Campo di battaglia, in uscita nei prossimi giorni (5 settembre) e ambientato durante l’ultimo anno della Grande guerra, è un film bellico dove la guerra incombe ovunque ma non si vede mai, in gran parte girato nelle retrovie, al chiuso, fra le stanze di un ospedale da campo prima e quelle ancor più anguste di un sanatorio poi. Un film su ciò che non si vede, insomma: come del resto non si vedono i bacilli patogeni responsabili dell’influenza spagnola che ammazza più di quanto già non faccia l’assurda smania omicida dei molti ufficiali imbevuti del patriottismo più fanatico e ottuso.

Uno di questi è Giulio (Gabriel Montesi), medico militare che si è fatto un punto d’onore di scovare e consegnare al plotone d’esecuzione tutti quei soldati che, nel tentativo di evitare la prima linea, si procurano da sé lesioni tali da ottenere il ricovero e l’esonero dalla prima linea. Gli si contrappone Stefano (Alessandro Borghi), microbiologo dotato ma imbelle, una sorta di Cristo laico o di idiota dostoevskijano, che segretamente fa in modo di aggravare le ferite dei soldati in modo da evitargli la morte sicura in trincea. Un personaggio che, a voler parafrasare Goethe, continuamente vuole il bene, ma che continuamente è costretto ad operare il male, accecando o amputando: perché così è la guerra, il tempo della morte, dal quale non può venire fuori altro che il male.

Dietro la veste del romanzo storico, Amelio gioca come si vede la carta della parabola (con una punta di romance attraverso la presenza di Federica Rosellini/Anna, medica estremamente dotata ma costretta dal pregiudizio maschile a lavorare come infermiera, contesa fra i due protagonisti), utilizzando il passato remoto per parlare del passato recente (l’influenza spagnola allude in modo trasparente alla pandemia da COVID-19) e del presente (i numerosi fronti di guerra tutt’ora aperti un po’ ovunque nel mondo). Lo stile, come negli ultimi film, è improntato a un quieto rigore formale a metà fra il Rossellini televisivo e il cinema dei Taviani degli anni Ottanta, nel tentativo di riacchiappare un certo tipo di racconto nazionalpopolare d’antan, con passaggi narrativi sempre sull’orlo del didascalismo e personaggi fortemente caratterizzati.

Malgrado l’incrollabile fede pacifista, nutrita di un umanitarismo di stampo cristiano, ciò che manca ad Amelio è forse una maggiore incisività, il coraggio di proporre una propria, radicale visione del film di guerra, appoggiandosi talvolta troppo allo stereotipo (le caratterizzazioni dei soldati, l’utilizzo immancabile del dialetto) o all’oleografico (le scene in esterni, gli interni borghesi), e confidando eccessivamente nei propri interpreti, tutti bravi (a cominciare da un Borghi sorprendente malgrado l’improbabile cadenza veneta), ma non al punto tale da prendere saldamente in mano il film, che infatti rimane un po’ lì, sospeso fra la rievocazione e la denuncia.

The Sanatorium Under the Sign of the Hourglass, di Stephen e Timothy Quay.

Volendo chiudere nel segno della spettralità, merita d’essere segnalato, nelle Giornate degli autori, The Sanatorium Under the Sign of the Hourglass dei pluripremiati gemelli britannici Stephen e Timothy Quay, che tornano alla misura del lungometraggio dopo quasi vent’anni di lavori brevi, con un’opera tratta dal grande Bruno Schulz (1892-1942), del quale avevano già rielaborato, con molta libertà, il racconto La via dei coccodrilli con il cortometraggio Street of Crocodiles (1986). Stavolta il testo di partenza è fornito da Il sanatorio all’insegna della clessidra (1937), una delle opere più celebri dello scrittore e disegnatore ebreo polacco, già portata sul grande schermo nel 1973 da Wojciech J. Has, uno dei maestri del cinema fantastico, in un lungometraggio live action.

Nei titoli di testa, i Quay tengono a precisare di essersi serviti del libro di Schulz per alcuni “motivi e temi”, traendo nel contempo ispirazione da altri testi e disegni (nel film trova spazio l’immaginario grottescamente feticista delle incisioni raccolte nel Libro idolatrico). Il film è comunque una creazione del tutto autonoma, che mescola animazione in stop-motion e attori in carne e ossa. Come tutti i film della coppia, Sanatorium evoca più che raccontare, suggerisce più che spiegare: nelle prime scene del film, un imbonitore di strada si impossessa di una sorta di Mondo Niovo, leggendaria macchina pre-cinematografica, in cui però è curiosamente incastonata la retina di un occhio umano che proietta nell’apparecchio (secondo una nota credenza pseudoscientifica del XVIII secolo) gli ultimi sette momenti vissuti dal proprietario dell’occhio appena prima di morire. Inizia così il viaggio in una sorta di oltretomba perennemente al buio, abitato da larve in sonno e demoni dispettosi; un aldilà che ricorda molto una sala cinematografica, in cui si sogna tutti insieme (“Qui dormono tutti”, dice uno dei personaggi, “d’altronde è sempre notte qui”), oppure si spia un po’ ovunque, attraverso gli oculi del Mondo Niovo come per il buco della serratura. Fantasmi che guardano altri fantasmi di nascosto: il cinema, sembrano dire i due gemelli registi, forse è tutto qui.

In copertina: Angelina Jolie / Callas nel film “Maria” di Pedro Lorrain 

Vite di carta /
A Mantova l’edizione n.28 del Festivaletteratura

A Mantova l’edizione n.28 del Festivaletteratura.

Ci siamo quasi: da mercoledì 4 a domenica 8 settembre si terrà a Mantova l’edizione 2024 del Festivaletteratura,  il Festival  più longevo d’Italia come ci dicono le pagine introduttive al Programma. Le parole d’ordine lanciate anche quest’anno dal Comitato organizzatore sono “mettersi in ascolto, intensificare lo scambio, allargare il campo”.

Scarica il programma completo

Così, nello spazio del centro storico della città, ma anche all’intorno in luoghi della periferia e della provincia, la kermesse letteraria darà vita a oltre 300 incontri, con ospiti provenienti da ogni parte del mondo e un pubblico che negli ultimi anni è sempre più internazionale. È preferibile chiamarli incontri, e non eventi come si dice abitualmente,  perché la vocazione del Festival si mantiene quella del dialogo e della condivisione “dal vero”, in presenza di chi parla e di chi ascolta,  col gusto di andare controcorrente in un tempo come il nostro.

Scrittori, giornalisti, rappresentanti delle case editrici, librai, illustratori, traduttori, bibliotecari e soprattutto moltissimi lettori, ecco chi animerà per cinque giorni gli spazi del Festival, elettrizzando la città. Ci sarà anche periscopio, con alcuni dei suoi redattori.

Tra i lettori sarà dato ampio spazio ancora una volta ai giovani e giovanissimi. Molti di loro hanno aderito nel corso dell’anno a gruppi di lettura della città o di reti più ampie. È il caso, per esempio, di Read More, il progetto di lettura che Festivaletteratura sta portando avanti dal 2016 nelle scuole secondarie di tutta Italia. Al Festival la Biblioteca di Read More dedicata a lettrici e lettori under 20 arriverà con due iniziative, per ritrovarsi in biblioteca al Museo Diocesano e anche nello spazio aperto di Piazza Alberti.

I luoghi della interazione umana difficilmente sono fondali neutri, men che meno ciò accade a Mantova, dove l’intenzione di mettere insieme le persone e i loro pensieri fa sì che si aprano aule scolastiche, piccole e grandi sale, ogni spazio al chiuso e all’aperto che sia consono alla relazione.

Vale per i lettori di tutte le fasce d’età e per ogni tipo di interesse, ma vorrei dire di passione. Vai al Festival e ti aggiorni sulle idee che si muovono nel mondo: ascolti parlare di economia e di ambiente, di libri antichi e nuovi, di critica letteraria e sociale, di lingua e altri linguaggi, film, podcast e tanto altro. Nella edizione 2024 sarà dato spazio a temi portanti quali il giornalismo e la guerra, il pensiero decoloniale, le relazioni tra scrittura e corpi, la presenza umana nell’ecosistema terrestre, madri e padri.  Si articoleranno nuove serie accanto alla più sperimentate in un intreccio di percorsi che il Programma mette in evidenza usando i colori, come nella mappa della metropolitana in una grande città da esplorare.

In questi cinque giorni di convivio le parole tuttavia restano il pane: come dice Manuela Manera in una delle pagine iniziali “le parole non sono mai ‘solo parole’ ma costantemente si fanno intrecci, narrazioni, prospettive talvolta inedite e sorprendenti. Mostrano sentieri da percorrere insieme o luoghi dove ritrovarsi”.

 

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Presto di mattina /
Trasverberare, innestare per ferita

Presto di mattina. Trasverberare, innestare per ferita

Ferita dall’amore

«Sente di essere stata ferita,
ma non sa da chi, né in che modo. Però riconosce che è
una ferita preziosa e non vorrebbe guarirne.
Teresa d’Avila, Castello interiore, Seste mansioni, 2, in Opere, Roma 1985, 864

Mese di ricorrenze carmelitane quello di agosto. Dopo il ricordo di Edith Stein, venerdì 9, come un introito, lunedì 26, a compimento, la solennità della dedicazione della chiesa a S. Teresa trasverberata del monastero sito nel piccolo piazzale in angolo fra via Brasavola e via Borgo Vado.

L’estasi della santa che sta per essere colpita al cuore con un dardo infuocato da un angelo sorridente è rappresentata in una famosa scultura in marmo e bronzo del Bernini nella cappella Cornaro, presso la chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma.

Le letture della liturgia del giorno hanno fatto da trama alla riflessione.

Teresa di Gesù sta sotto i nostri occhi nella trasverberazione del cuore. Dove si trova? Sta in un luogo aperto, un mare senza sponde; sta in un cuore che resta aperto perché ferito dall’amore. E la preghiera di colletta ci dà già un indizio di cosa significhi “trasverberazione”: “Portare nel cuore i segni, la ferita, di un altro amore pure lui trafitto”. Si dice infatti: tu «hai impresso i segni misteriosi del tuo amore e l’hai animata a forti imprese».

La trasverberazione è per Teresa l’esperienza di cosa sia vedersi ferita sotto gli occhi dell’Agnello! Ferita oltre sé stessa, nell’Altro. Scrive ne La Vida 29, 11: «Questa pena e gloria insieme mi facevano perdere il senno, al punto che non potevo capire come potesse accadere o che cos’è vedere un’anima ferita! Capisco solo che la si può dire ferita da qualcosa di tanto eccelso; e vede chiaramente che non è lei ad avere smosso qualcosa da cui raggiungesse questo amore, ma sembra che dal grandissimo amore che il Signore ha per lei sia caduta all’improvviso in lei quella scintilla che le fa ardere tutta».

Riluce la scintilla: è la ferita d’amore dell’Amato che muove, provoca il desiderio e le parole dell’amata a chiedere di essere innestata a lui per ferita: «mettimi come sigillo sul tuo cuore». «Fiamma d’amor viva» scriverà Giovanni della Croce, che ferisce con amoroso cauterio nel profondo, e che nel Cantico spirituale dirà dell’amata:

«viveva in solitudine, / (nel deserto) e nella solitudine ha già fatto il nido;/ e nella solitudine la guida/ solo il suo Amato/, anche nella solitudine dell’amore ferito», (c. 35). Cosa potremmo dire ancora di questa esperienza mistica? L’Agnello, il Cristo vive in me! Queste le parole di Teresa: «Vita, che altro posso dare/ al mio Dio che vive in me,/ se non perder proprio te,/ per riuscire a guadagnarti? Ché il mio Amato amo talmente, da morir perché non muoio».

Idillio e corteggiamento senza fine

Ma come possiamo immaginarci questa unione mistica? Teresa cosa dice? Quasi di sfuggita mi sono accorto leggendo le ultime righe del cap 29, 13 di una parola “requiebro”, che compare una sola volta nel testo per esprimere la tenerezza, o meglio le tenerezze d’amore. Un’espressione tradotta nell’VIII edizione del 1985 Opere di S. Teresa come «soavissimo idillio» e nella nuova versione de La Vida con «corteggiamento».

Leggo: «Un corteggiamento così dolce fra Dio e l’anima che supplico la sua bontà di farlo gustare a chi penserà che stia mentendo». Idillio, è una vita avvolta e intrisa nell’amore: «lasciandomi avvolta, riarsa (la nuova traduzione) in una fornace d’amore».

Corteggiamento è per attrarre a sé, un condurre con sé, un parlare al cuore simile a quello di Dio con il suo popolo profetizzato da Osea: «ecco, la attirerò a me,/ la condurrò nel deserto/ e parlerò al suo cuore./ Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, / Ti dimostrerò il mio amore/ e la mia tenerezza./Sarai mia per sempre». (Os 2,16+)

Per quel poco che ho potuto verificare, il termine è usato anche da Giovanni della Croce una volta al plurale e proprio in un contesto di intimità amorosa, mistica: «I doni amichevoli che lo Sposo fa all’anima chiamata colomba bianca quella dell’arca (ma anche del cantico) in questo stato sono inestimabili, e le lodi e gli elogi (requiebros) – corteggiamenti si potrebbe tradurre – dell’amore divino che con il grande passaggio di frequenza tra i due è ineffabile» (Cantico spirituale, nelle Annotazioni che precedono il canto 34).

La seconda lettura ci ricorda che la trasverberazione è collegata alla (scaturisce anzi dalla) virtù teologale della carità, che è la via migliore di tutte e conduce al «desiderio di vedere Dio» così come egli è. Si passa dal vedere come in uno specchio, al vedere faccia a faccia, sino a raggiungere l’inesprimibile, riferito da Paolo, che attende il momento in cui conoscerà esso stesso conosciuto dall’amore, trasformato in lui.

Custodire e dimorare vanno insieme

Conoscere l’amore non è possibile senza il custodire e il dimorare nella Parola. Ce lo ricorda Gesù, nel vangelo, nel discorso d’addio. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.”

Osservare è custodire stando innanzi”; è custodire l’altro, intenti all’ascolto, perché la parola ne dice la presenza, l’esserci. È permanente rivelazione, dono di sé. Istintivamente vien in mente invece il proteggere, il gesto difensivo, la chiusura; ma custodire l’altro è restargli “aperto, dinanzi”, in una relazione dialogica stando aperti, come Teresa, come Maria stessa nell’apertura/ferita del cuore, ma generativa del dimorare l’uno nella ferita dell’altro.

Leggiamo nell’Apocalisse, ma poi nel Cantico: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3, 20)». È il mio diletto che bussa: «Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di gocce» (2,6).

Questa esperienza mistica, questa grazia della trasverberazione sembra essere avvenuta quando Teresa era prioria nel monastero dell’Incarnazione (1571-1574) negli anni della riforma del Carmelo. Un’intuizione nata una sera nella sua cella in compagnia di Giovanna Suarez, amica d’infanzia, e altre quattro compagne, anche grazie agli incontri con Pietro d’Alcántara, colui che dissipò i dubbi di coloro – dotti ecclesiastici – che l’accusavano di possessione per le sue esperienze mistiche.

Un tempo di urgente riforma anche per noi è pure il nostro. Un tempo trasverberato, dunque, ossia aperto all’accadere dell’ora giovannea, trapassato nell’incontro con l’Agnello ferito. In Giovanni evangelista il simbolo dell’Agnello pasquale accompagna Gesù dall’inizio alla fine della vita, fino al momento in cui nessun osso gli è spezzato e in cui gli viene trafitto il costato.

Nella sua contemplazione poi, Giovanni, il veggente di Patmos, nell’Apocalisse arriva alla identificazione tra l’Agnello e il Pastore, che guida “alle fonti delle acque della vita”. Viene in mente il Pastorello del canto di Giovanni della Croce che ha nella «sua pastora fisso il suo pensiero, ha il petto dall’amore lacerato».

Chiesa trasverberata: il travaglio delle riforme

Ha scritto il monaco Ghislan Lafont in La Chiesa: il travaglio delle riforme, San Paolo, Cinisello Balsamo, Milano, 2012: «L’immagine della Chiesa non può essere diversa dall’immagine di Cristo. Ora, l’immagine predominante di Gesù oggi mi sembra essere piuttosto quella del Servo, dell’Agnello di Dio, dell’uomo delle Beatitudini, con la forte intuizione che questo aspetto di umiltà non sia legato soltanto alle necessità della redenzione dei peccati, ma che appartenga più profondamente all’essenza stessa di Cristo: sin nella gloria, Gesù rimane l’Agnello immolato, perché l’immolazione è un altro nome dell’Amore, e colui che ama offre la sua vita, eternamente…

Ora, se questa è l’immagine di Gesù che lo Spirito Santo insegna oggi alla Chiesa, abbiamo in essa un invito alla riforma nel senso più profondo del termine. Riformarsi significa per la Chiesa ricomporre gli elementi che la costituiscono, secondo la forma dell’Agnello immolato – senza velare la Gloria, ma sapendo che questa non è ancora pienamente apparsa e che, quando apparirà, si manifesterà come il dono dell’Amore in pienezza.

Si è parlato in occasione del Concilio, ma soprattutto del postconcilio, in America Latina, dell’“opzione preferenziale per i poveri”. È la prima cosa che bisogna dire quando si percepisce l’appello a modellarci sul volto di Cristo umile, povero, e che porta la sua croce. Il criterio del cristianesimo secondo Gesù stesso, è che “il Vangelo è annunciato ai poveri”.

Ma ciò è possibile in profondità solo se la Chiesa è essa stessa povera della povertà di Gesù Cristo: Gesù non è andato verso i poveri, egli apparteneva ai poveri. La riforma della Chiesa secondo la somiglianza di Gesù Cristo povero, piuttosto che secondo l’assimilazione frettolosa alla gloria di Gesù resuscitato, dovrebbe rendere naturale e facile l’accesso dei poveri, per ricevere da essi e per donare loro» (ivi, 271-273).

Come Teresa nella sua trasverberazione tutti stanno sotto gli occhi dell’Agnello, provando a seguirlo ovunque egli vada.

Fiamma d’amor viva

Concludo con un testo poetico di Giovanni della Croce. Fu composto secondo le sue stesse parole nel 1584 durante la preghiera, uno svelamento della sua esperienza interiore in poesia.

Esperienza trinitaria è quella dei mistici: “lampade di fuoco” nell’unica “fiamma d’amor viva”; così nelle parole “cauterio soave” e “deliziosa piaga” si nasconde l’azione dello Spirito Santo che ferisce la mortalità con dardo d’immortalità; “O tenera mano” che perdona è quella del Padre, il Figlio è nascosto nel “tocco delicato” che cambia morte in vita. Lampade di fuoco sono, che l’“oscuro e cieco” senso del vivere dell’amato mutano in “calore e luce insieme”.

O fiamma d’amor viva,
che amorosamente ferisci
della mia anima il più profondo centro!
poiché non sei più dolorosa,
se vuoi, ormai finisci;
squarcia il velo di questo dolce incontro.

O cauterio soave!
O deliziosa piaga!
O tenera mano! O tocco delicato,
che sa di vita eterna
e ogni debito paga!
Uccidendo, morte in vita hai mutato.

O lampade di fuoco,
nei cui splendori
le profonde caverne del senso,
che era oscuro e cieco,
con straordinarie perfezioni
calore e luce insieme danno all’Amato!

Come dolce e amoroso
ti risvegli nel mio seno,
dove segretamente solo tu dimori!
Nel tuo spirar gustoso,
di bene e gloria pieno,
come delicatamente m’innamori!

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Propaganda al veleno contro i giudici sui trattenimenti amministrativi dei richiedenti asilo: a rischio lo Stato di diritto

Propaganda al veleno contro i giudici sui trattenimenti amministrativi dei richiedenti asilo: a rischio lo Stato di diritto

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1. Come era facile prevedere, la mancata convalida di quasi tutti i trattenimenti amministrativi disposti dal questore di Agrigento nei confronti di richiedenti asilo trasferiti nei giorni scorsi da Lampedusa nel centro di Porto Empedocle, provenienti da paesi terzi ritenuti “sicuri”, come nel caso della Tunisia, ha ridato spazio alla propaganda di destra per attaccare i giudici che non si allineano con l’indirizzo politico del governo, e applicano il Decreto Cutro (legge n.50 del 2023) tenendo conto dei limiti imposti dalla Costituzione e dalle norme di diritto sovranazionale, a garanzia dei diritti fondamentali di libertà e di difesa, che spettano a qualunque persona, quale che sia il paese di provenienza o la condizione giuridica nella quale si trova in frontiera ( in questo senso già nel 2001, si era pronunciata la Corte costituzionale con la sentenza n.105/2001).

Secondo Libero ,«I giudici scarcerano 5 irregolari in un solo giorno “Misura sproporzionata” scoppia il caso». Dopo le menzogne sui processi penali contro le ONG e sulla sospensione dei fermi amministrativi imposti alle navi umanitarie ,con il Giornale, riparte un ventata di fango contro i “giudici che boicottano i rimpatri dei clandestini tunisini”, malgrado una sentenza della Cassazione definisca come discriminatorio l’uso improprio del termine “clandestini”, peraltro del tutto fuorviante nel caso di richiedenti asilo, sia pure trattenuti in frontiera nel corso dell’esame della loro richiesta di protezione, con quella procedura accelerata che di fatto è stata generalizzata con il decreto Cutro per tutti coloro che provengono da paesi di origine ritenuti “sicuri”.

Il Tempo titola “Due nuovi “casi Apostolico” i giudici liberano i clandestini”, per l’articolista, “Eppure la legge c’è e, infatti il primo dei sei tunisini ha visto la convalida del suo fermo, non si capisce perché tutta questa discrezionalità dei giudici nell’applicare la norma”. Per La Verità invece, “I fermi degli sbarcati non convalidati giudici ancora contro il decreto Cutro”,ma neppure una spiegazione per un titolo tanto roboante in un pezzo tutto incentrato sul consueto attacco ai soccorsi umanitari, rilanciato dopo le parole del Papa che all’udienza generale di mercoledì 28 agosto ha dichiarato che “quello che uccide i migranti è la nostra indifferenza e quell’atteggiamento di scartare”. Il linguaggio dello scarto, nei confronti dei migranti, e non solo dei richiedenti asilo, è ormai dominante nella narrazione collettiva, e qualcuno, dopo che recenti provvedimenti di legge ne hanno subito l’influsso, come nel caso del cd decreto Cutro, vorrebbe anche che penetri nelle aule di giustizia.

Non sono i giudici “contro” il Decreto Cutro (legge n.50 del 2023), ma sono le previsioni del decreto, e le conseguenti prassi applicate da questori e prefetti su indirizzo del ministero dell’interno, in particolare nei rari tentativi di detenzione amministrativa dei richiedenti asilo provenienti da paesi di origine ritenuti “sicuri”, che evidenziano ogni giorno di più un insanabile contrasto con i principi fondamentali della nostra Costituzione e con le vigenti Direttive europee in materia di accoglienza e di procedure per le richieste di asilo. I giudici sono soggetti alla legge e non certo al governo o alla “volontà popolare” che questo pretende di rappresentare. In base all’art.101 della Costituzione, “La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.” e non della maggioranza di governo che risulta vincente ad una tornata elettorale.

I giudici palermitani, a parte il primo caso di convalida, ancora oggetto peraltro di ricorso, che per le caratteristiche della situazione del richiedente asilo tunisino non poteva certo costituire un precedente, hanno fornito una interpretazione della normativa vigente costituzionalmente orientata e coerente con le Direttive europee che non prevedono il trattenimento automatico e generalizzato di tutti i richiedenti asilo provenienti da paesi terzi ritenuti sicuri.

2. Quanto deciso adesso dal Tribunale di Palermo appare coerente con le decisioni dei giudici Cupri ed Apostolico che lo scorso anno si rifiutarono di convalidare i decreti di trattenimento adottati dal questore di Ragusa nei confronti di alcuni richiedenti asilo tunisini internati in una sezione chiusa del centro Hotspot di Pozzallo/Modica. Non ricorre comunque alcun contrasto tra tutte le decisioni adottate dal Tribunale di Palermo in ordine alla convalida del trattenimento di richiedenti asilo provenienti da “paesi di origine sicuri” nel centro di Porto Empedocle.

Per il giudice Guarnotta, che ha convalidato il primo provvedimento di trattenimento adottato dal questore di Agrigento: “Nel provvedimento si legge che il cittadino tunisino è stato ‘fermato per avere eluso o tentato di eludere i relativi controlli alla frontiera di Lampedusa e Linosa in data 19.08.2024’ e che inoltre ‘ha presentato la domanda di riconoscimento della protezione internazionale in data 20/08/2024 direttamente alla frontiera di Porto Empedocle  ed è ‘proveniente da un Paese designato come sicuro dal decreto del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, di concerto con i Ministri della giustizia e dell’internò”. E ancora: “Il richiedente ha dichiarato di essere approdato, lo scorso lunedì 19 agosto, di mattina, a Lampedusa su una barca con altre quattro persone, di essersi tuffato ‘per primo dalla barca a una distanza di circa 100 metri dalla riva, di avere nuotato sino alla riva e di essersi nascosto; di non sapere cosa abbiano fatto le altre persone; di avere provato a lasciare l’isola senza essere rintracciato e, non essendoci riuscito, di essersi recato in un hotel per chiedere informazioni su come allontanarsi dall’isola senza essere ritrovato, sennonché a quel punto il personale dell’hotel ha chiamato i carabinieri”. Per il giudice Guarnotta dunque, “le circostanze del caso concreto inducono a ritenere che l’unica misura necessaria a garantire lo scopo normativo previsto, ovverosia accertare il diritto ad entrare nel territorio dello Stato durante lo svolgimento della procedura in frontiera, fosse quella del trattenimento, dato che il richiedente, per facta concludentia, ossia tentando di allontanarsi da Lampedusa senza essere individuato, ha già manifestato l’intenzione di rendersi irreperibile e dunque di vanificare il suddetto scopo”. Per questi motivi “alla luce delle considerazioni si qui svolte, il provvedimento di trattenimento deve essere convalidato”. Sono dunque “le circostanze del caso concreto”, rappresentate dal questore di Agrigento, e in particolare il presunto rischio di fuga, per quanto opinabili e oggetto di ricorso, che stanno alla base del provvedimento di convalida, e non certo un preteso automatismo del trattenimento amministrativo in vista del rimpatrio forzato, come si vorrebbe fare intendere all’opinione pubblica. La decisione di questo giudice non costituisce dunque un “precedente” che avrebbe imposto in occasione di altri giudizi di convalida un obbligo di conformarsi.

Per gli altri giudici palermitani, che invece non hanno convalidato i decreti di trattenimento adottati dal questore di Agrigento, assumono lo stesso rilievo le “circostanze del caso concreto”: non c’e un obbligo automatico di convalida da parte del Tribunale, ma in base al Decreto Cutro, ed in base alle Direttive europee in materia ricorre soltanto “la facoltà di disporre il trattenimento” che “rappresenta l’esercizio di un potere discrezionale, che va giustificato ed argomentato, anche in considerazione della circostanza che la misura incide sulla libertà personale dell’individuo”. Questa motivazione, che risulta alla base dei provvedimenti che non convalidano il trattenimento amministrativo, “è in linea con i principi della direttiva europea e della giurisprudenza della Corte di Giustizia (…) secondo cui il trattenimento va disposto “soltanto nelle circostanze eccezionali”, ”in base ai principi di necessità e proporzionalità”, “come ultima risorsa”, “sulla base di una valutazione caso per caso”, “sempre che non siano applicabili efficacemente misure alternative meno coercitive”.

Secondo il provvedimento della dott.ssa Bruno del Tribunale di Palermo, “La motivazione del provvedimento di trattenimento appare carente, non essendovi alcun riferimento alla situazione individuale del richiedente protezione internazionale; ritenuto in definitiva che nel caso in esame il provvedimento di trattenimento non risulta adeguatamente motivato con riferimento alla necessità di disporre il trattenimento quale unica misura necessaria a garantire lo scopo normativo previsto dall’art. 6 bis del d. lgs. 142/2015, ossia accertare il diritto ad entrare nel territorio dello Stato durante lo svolgimento della procedura in frontiera, e ciò anche in considerazione del contegno tenuto dal richiedente al momento in cui è stato fermato, del fatto che il medesimo ha dichiarato di volersi avvalere della garanzia finanziaria e della circostanza che non risultano neanche decorsi i termini previsti dalla legge per poterla prestare; ritenuto, pertanto, alla luce delle superiori considerazioni, che il provvedimento di trattenimento non può essere convalidato”.

Nel provvedimento della dott.ssa Marino, che non convalida la misura del trattenimento amministrativo disposta dal questore di Agrigento, si legge che “il Tribunale sottolinea che l’obbligo di tenere conto di altre misure alternative al trattenimento è un dovere che va esercitato dall’autorità amministrativa sulla base di una valutazione caso per caso”. “Alla luce di tali argomentazioni, il provvedimento emesso dal Questore di Agrigento non può essere convalidato, in assenza della dovuta motivazione sulla necessità del trattenimento, sulla sua proporzionalità e sull’impossibilità di fare efficace ricorso alle altre misure alternative, di tipo non coercitivo”.

Gli orientamenti del Tribunale di Palermo contrari alla convalida dei trattenimenti amministrativi nel centro di Porto Empedocle sono coerenti con gli indirizzi affermati in materia dalla Corte di Cassazione.

Storie in pellicola / Speciale Venezia 81 – Dall’Emilia-Romagna al Lido

I protagonisti del nostro cinema alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica

Pubblicato su Portale Emilia-Romagna Cultura

Grandi maestri, animazione, passando per capolavori ritrovati e importanti produzioni intercontinentali, a cui si sommano diverse attività collaterali per gli operatori. Il cinema dell’Emilia-Romagna è pronto per il red carpet della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che dal 28 agosto al 7 settembre celebrerà la sua 81a edizione.

In concorso alla 39. Settimana Internazionale della Critica Playing God, cortometraggio di animazione dei giovani Matteo Buran e Arianna Gheller, inserito nella selezione di SIC@SIC – Short Italian Cinema. Produzione italo-francese firmata dalla casa bolognese Studio Croma e da Autour de Minuit, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna attraverso Emilia-Romagna Film Commission,  il film è un dark drama  in cui in un atelier immerso nell’ombra, abitato da centinaia di creature d’argilla deformi, un misterioso scultore plasma il suo ultimo capolavoro, infondendo in esso la vita. La distribuzione italiana è a cura della casa bolognese Sayonara Film. Appuntamento in Sala Perla il 30 agosto.

Tra i progetti al Lido sostenuti dal Fondo regionale anche L’orto americano di Pupi Avati a chiudere il programma di Venezia 81 il prossimo 7 settembre, con la prima assoluta di questo atteso evento speciale Fuori Concorso.
Horror gotico tratto dall’omonimo libro del cineasta bolognese, “L’orto americano” è ambientato nella Bologna degli anni ’40, dove un giovane mentalmente problematico con aspirazioni letterarie si innamora perdutamente al primo sguardo di un’ausiliaria dell’esercito americano. Come protagonista di questo lungometraggio in bianco e nero Avati ha voluto Filippo Scotti, che dopo “Io e Spotty” torna sul territorio in un ruolo noir, affiancato da Rita Tushingham, Armando De Ceccon, Roberto De Francesco, Chiara Caselli, Romano Reggiani, Cesare Cremonini e Andrea Roncato. Il film è prodotto da Minerva Pictures Group, DueA Film con RAI Cinema ed è stato realizzato in buona parte tra Copparo (Fe), Ferrara, Comacchio (Fe), Cervia (Ra), San Mauro Pascoli (FC).

Ritorna al Lido anche Marco Bellocchio, con Se posso permettermi – capitolo II, secondo capitolo dell’omonimo corto realizzato dal maestro di Bobbio nel 2019 e che, ancora una volta, ha coinvolto i suoi allievi del corso di formazione Cinematografica, Fare Cinema. Presentato nella Selezione Ufficiale, Fuori Concorso, il corto è una produzione Kavac Film con Rai Cinema, in collaborazione con Fondazione Fare Cinema e il sostegno della Fondazione di Piacenza e Vigevano. Sontuoso il cast, formato da Fausto Russo Alesi, Barbara Ronchi, Rocco Papaleo, Giorgia Fasce, Filippo Timi, Pier Giorgio Bellocchio, Fabrizio Gifuni, Edoardo Leo, che animano un nuovo gioiello d’autore. Il film sarà presentato il 1° settembre. Il maestro piacentino è inoltre il vincitore del Premio Robert Bresson, prestigioso riconoscimento promosso dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla Rivista del Cinematografo e che sarà assegnato il 31 agosto alle 12:30 presso la Sala Tropicana 1 dell’Hotel Excelsior.

Tra le presenze eccellenti a Venezia 81 non poteva certamente mancare la Fondazione Cineteca di Bologna che presenterà il capolavoro di Lina Wertmüller Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto. Nel cinquantennale  di questo vero e proprio cult La Cineteca sarà in concorso nella sezione Classici, con una stupenda versione restaurata in 4k dal laboratorio L’Immagine Ritrovata, in collaborazione con Minerva Pictures.

Ha portato a Bologna Leoni d’Oro e d’Argento e tanti altri prestigiosi riconoscimenti. La casa di distribuzione I Wonder Pictures anche quest’anno arriva alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica da protagonista, con 7 titoli in anteprima mondiale nelle sezioni più importanti del festival, e con la speranza di bissare i risultati prestigiosi delle ultime edizioni. In lizza per il Leone d’Oro Harwest di Athina Rachel Tsangari, con Caleb Landry Jones e Harry Melling e The quiet son Di Muriel e Delphine Coulin con Vincent LindonBenjamin Voisin e Stefan Crepon. Nella sezione Orizzonti I Wonder sarà presente con My Everything di Anne-Sophie Bailly, con la brava Laure Calamy e con AÏCHA di Mehdi M. Barsaoui, che ci porta nel sud della Tunisia.

Alla Settimana Internazionale della Critica (SIC) sarà invece presentato Peacock di Bernhard Wenger, commedia caustica sulle relazioni umane e, infine, alle Giornate degli Autori il team accompagnerà il film d’apertura delle Giornate, Coppia aperta quasi spalancata di Federica di Giacomo, prodotto e interpretato da Chiara Francini e, infine, La scommessa – Una notte in corsia di Giovanni Dota, con Carlo Buccirosso e Lino Musella, proposto nell’ambito delle Notti Veneziane.

La casa bolognese a Venezia sarà presente anche con Casa I Wonder, spazio e iniziativa che fonde industria cinematografica, arte culinaria e narrazione nelle principali manifestazioni internazionali. Il 29 agosto il CEO Andrea Romeo farà gli onori di casa dalle 11:30 alle 12:20 presso l’Italian Pavilion dell’Excelsior,

Al fianco di Sergio Rubini con Leopardi il poeta dell’infinito è IBC Movie. La casa di produzione bolognese di Beppe Caschetto, porta come evento speciale Fuori Concorso questo biopic insieme a Rai Fiction e Rai Com, opera interpretata dal ravennate Leonardo Maltese che, dopo Rapito, ritrova qui Fausto Russo Alesi.

Le grandi affiches cinematografiche alle Giornate degli Autori grazie alla nuova collaborazione con Ferrara Città del Cinema che, dal 29 agosto al 7 settembre, farà scoprire le opere di un maestro del settore: Anselmo Ballester, artista, illustratore, grande cartellonista del cinema italiano e americano e capostipite dei pittori di cinema. Curata da Luca Siano l’esposizione si potrà vedere in Sala Laguna dal 29 agosto al 7 settembre, con una masterclass su Ballester curata dallo stesso Siano nella mattinata del 29.

Fiscaglia e le campagne adiacenti, nel ferrarese, sono stati set di Sans Dieu, cortometraggio di Alessandro Rocca, in concorso alla Settimana Internazionale della Critica e realizzato da una crew praticamente under 25. Interpretato dal giovanissimo Aaron Guey e dal ferrarese Sebastiano Berti, “Sans Dieu” Il film è prodotto dall’associazione Ferrarese DestinationFilm-APS, Roberta Pazi, Eclettica (Lorenzo Maria Chierici), Kublai Film (Marco Caberlotto e Lucio Scarpa) e Videocrazia (Roberto Gallina), con il patrocinio e il sostegno del Comune di Fiscaglia. La distribuzione è curata da Gorrilla Film Distribution. Producer del progetto è invece Giulia Grandinetti, nonché anche produttrice esecutiva e co-editor. L’appuntamento in sala a Venezia è per il 4 settembre.

Nei giorni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Emilia-Romagna Film Commission sarà presente con il suo staff nel Padiglione Italiano dell’Hotel Excelsior, in questa importante occasione per le Film Commission italiane di raccordo associativo ed istituzionale e con le principali realtà ed organizzazioni del cinema italiano ed internazionale. Tra le iniziative si segnala il tradizionale Cappuccino with the Italians, organizzato da Italian Film Commissions, in collaborazione con Venice Production Bridge, con il supporto del Ministero del Turismo e di ENIT.
Operatori e operatrici sono invitate/i il 1° settembre, dalle 10:30 alle 12:00 presso la terrazza dei Limoni, al terzo piano dell’Excelsior. Ospiti speciali di questa edizione saranno i colleghi del Fondo del Lussemburgo e del Fondo belga della Vallonia, che presenteranno il loro lavoro nell’ambito dell’audiovisivo.

Il nuovo disciplinare Green Film entrerà ufficialmente in vigore il 1° settembre. Per illustrarne le peculiarità sarà presentato pubblicamente il 31 agosto alle 15:30 presso lo spazio della Regione Veneto/Veneto Film Commission sempre all’Excelsior.

Parole a Capo
Bruna Starrantino: “La mia prima pelle” e altre poesie

La superficie della Terra è la riva dell’oceano cosmico.
(Carl Sagan)

 

La mia prima pelle

 

Acqua di sale.

Acqua di mare sensuale

suadente

mi chiama mi attira mi prende.

Nell’acqua

galleggio mi immergo sprofondo

sprofondo e mi perdo.

Nell’acqua

mi perdo e rinasco.

Nasco di nuovo con la mia prima pelle.

Liquide vibrazioni

mi cullano

mi portano indietro

nel grembo del mio piccolo mare.

Sospeso

in un cielo di canti e di voli

-nell’attesa di nascere-

Nell’attesa di andare a toccare le stelle.

 

Ma quando entri nel mondo non sai dove andare.

 

Il mare. Il cielo. La terra.

Sono mondi divisi.

Senza legami.

Lontane sono le stelle

e gli angeli non li senti più cantare.

*

Chiusa fuori dal mondo.

 

Pennellate di malinconia fanno opaca

questa mia figura di donna che

apre la finestra ai passeri

e cova freudiane

vertigini.

Nel silenzio

di scorci di cieli ripresi a matita

di stralci di versi

ammucchiati nel tempo.

-Chiusa fuori dal mondo. Senza farci caso-

Talvolta

un vezzo

improvviso.

Riprendo in mano

il mio rossetto più bello

mi coloro le labbra di rosso corallo

e mi appresto

ad andare a cercare

qualcosa

qualcosa che mi cambi la vita.

E’ un rito che si ripete sempre uguale.

Sempre uguale il finale.

Il luogo dell’Attesa

 

Un luogo non-luogo dove

il tempo resta sospeso fuori dal tempo.

Misteriose figure

prendono

la scena.

Figure senza volto.

Con gli occhi vuoti e la bocca chiusa.

Prigionieri di un’armatura senz’anima. Senza ombra.

Manichini senza nome. Senza meta.

Muse inquietanti.

 

Inquietante

è il luogo dell’Attesa.

 

Destrutturazione nichilista?

Frantumazione dell’io?

Metamorfosi Kafkiana? Teologia del non-senso?

Metafisiche leggende?

Teatro dell’assurdo?

Sogno?

Realtà apocalittica?

Storie di ordinaria entropia?

Forse. Solo un cattivo presagio.

Smarrimento.

Tutto è immobile.

Tutto tace.

Nell’Attesa di un nuovo messia.

 

*

Umanità

 

 

Grani

di solitudini

scarlatte

risuonano all’unisono

dentro la pelle di un melograno.

 

Alveo.

Ventre.

Metafora.

Coagulo d’amore

e di nuovi accordi di senso.

 

E’ la mia idea di Umanità che mette radici.

 

*

  Un brivido mi attraversa la schiena 

Ad occhi chiusi

mi addosso al tuo corpo

di vecchio ulivo dalla pelle rugosa.

Con forza ti abbraccio.

Ti stringo.

Un brivido mi attraversa la schiena.

Respiro

il tuo respiro.

E’ come un trasalimento.

La tua anima si travasa nella mia.

Mi sento albero

refolo resina odorosa bava di lumaca

canto di cicala

ali di uccello che canta grappolo di stelle

raccolte in preghiera.

Qui

senza muovermi

senza nulla inseguire

senza altro desiderare che essere

seme di vita che vive dentro forme diverse.

Bruna Starrantino nasce in Sicilia e della sua terra porta addosso la sua aspra solarità … il suo canto e il suo disincanto. I suoi forti contrasti di colori e di umori.
Poetessa. Scrittrice. Sceneggiatrice. Docente di materie letterarie. Esperta in psico-pedagogia. Counselor e Arteterapeuta. Curatrice di laboratori teatrali, di scrittura creativa e di poesia. Ha pubblicato articoli specialistici sulla rivista trimestrale Arti Terapie. Ha pubblicato opere poetiche su Riviste e Antologie letterarie. Le sono stati conferiti diversi riconoscimenti: 1° Premio “Concorso Letterario Giovanni Verga” (saggio breve) – Attestati di Finalista e Attestati di Merito in vari Concorsi di Poesia Nazionali e Internazionali.
Lei stessa, come la sua isola, è un approdo di contaminazioni culturali, presenti nelle trame della sua memoria semantica e narrativa che non hanno soffocato, di certo, la sua memoria sensoriale e il suo lirismo.
Per Lei “fare poesia” non è un modo di scrivere … è un modo di vivere.
*
LO SCAFFALE POETICO
In modo non continuativo, inseriamo nella rubrica alcune segnalazioni editoriali, progetti, concorsi interni al mondo della poesia. Buona ricerca poetica.
Nel marzo 2024 si è conclusa a Ferrara la selezione di poesie del concorso “Il giardino dei versi”. Alla fine il risultato ha visto al primo posto Vincenzo Russo con ‘Il viaggio‘ e ‘Nostalgia‘, il secondo per Nicola Corrado con ‘L’ammore‘, e il terzo per Maria Luisa Palazzi con ‘Come un pensiero candito‘ e per Marianna Nani con ‘Luna”’. Queste poesie, insieme alle liriche ‘A Marco’ di Daniele Coletta, ‘Ritorni‘ di Sofjana Xoxi, ‘E non chiamarlo amore‘ di Vito Renda, ‘Grazie mamma‘ di Vincenzo Russo, ‘In silenzio‘ di Anita Pinto e ‘Una conchiglia‘ di Maria Luisa Palazzi’, hanno completato i primi dieci classificati. Conferiti riconoscimenti anche a ‘Il ricordo che rivive‘ di Riccardo Modestino e a ‘Lockdown‘ di Antonella Finotti.

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione nella rubrica. 

 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 244° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Un folle non è per sempre, ma ci vuole una città

Un folle non è per sempre, ma ci vuole una città

Si può guarire dalla schizofrenia, la malattia mentale considerata più grave: lo dichiara, lo argomenta e lo dimostra il libro di Marco Rovelli, Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui, edito da minimum fax, pubblicato nel 2023.

Marco Rovelli conduce una ricerca sul campo, a partire dalle basi, lontano da pregiudizi e luoghi comuni: riporta dati e spiegazioni, testimonianze di persone di varie professioni e ceti sociali che hanno sperimentato il disagio, interviste a specialisti e specialiste.

Non è una lettura per addetti ai lavori, anche se sarebbe fondamentale anche per loro: la salute è il nostro bene più prezioso.

Nelle narrazioni ritroviamo il quotidiano delle nostre vite, in cui, travolti dai ritmi imposti, trascuriamo bisogni essenziali e l’esposizione lineare e diretta guida all’esplorazione di uno spazio che, pur appartenendoci, ci viene normalmente presentato come incomprensibile e quindi inaccessibile.

I professionisti, quei pochi che a Carpi o a Trieste hanno continuato il percorso di Basaglia, dimostrano che dalla follia si guarisce ma, sostengono, solo nel servizio pubblico, dove solo è possibile l’approccio psicosociale, con un lavoro integrato di una squadra di professionisti.

Si inizia dalla psicoterapia, dall’ascolto di ciò che la malattia dice del bisogno di quel soggetto, e si continua con l’accompagnamento della persona all’interno della vita nella città. Occorre un centro di medicina territoriale con varie figure professionali che vanno a casa delle persone, le accolgono, senza ricovero, nei momenti di crisi, le seguono per anticipare le ricadute e operano per creare relazioni con il vicinato, che è la rete che sostiene e cura davvero.

Il disagio psichico ha un senso e una funzione, non ha origine in difetti genetici o del cervello. I farmaci hanno solamente un effetto sedativo, evitano il sintomo, ma annullano il soggetto e il suo bisogno, uniformandolo ad un comportamento esteriore ritenuto consono.

Il disagio psichico, spiega Marco Rovelli, riguarda la mente, che non è il cervello, non è un organo, la mente è fatta delle relazioni, “per fare una mente ce ne vogliono almeno due”. Quindi nella relazione ha origine la malattia e nella relazione si trova la cura.

Rovelli dimostra che la società del produttivismo, della competizione, della precarietà, dell’individuo responsabilizzato allo stremo, crea disturbi come ansia, depressione, attacchi di panico, anoressia, ritiro sociale, di personalità borderline, paranoia.

È la società del neoliberismo. quella del motto thatcheriano: «La società non esiste. Esistono solo gli individui». Dove la fragilità, il disagio non sono ammessi, perché di intralcio alla produttività, il farmaco è l’appiglio per un’apparente normalità, un analgesico del dolore, l’apparente riparazione del pezzo rotto, che consente di non fermarsi e di non restare escluso.

Paradossalmente la spesa per i farmaci è abnorme nel servizio sanitario pubblico e ciò si spiega con gli interessi delle case farmaceutiche, che intervengono direttamente nella formazione universitaria degli psichiatri, che quindi non possono apprendere quello che Rovelli rivela nel libro sulla genesi e sulla funzione reale degli psicofarmaci.

Così il cerchio si chiude e si spiega come mai la maggior parte di questi professionisti non sappia che dalla schizofrenia si può guarire, giungendo addirittura a negare l’evidenza.

Il libro di Rovelli ci fornisce quei dati e quelle informazioni che nessuno ci dà per ignoranza, per interesse, per gestire il controllo. È quindi un imperdibile strumento di presa di coscienza sia personale che collettiva che può e deve cambiare le politiche sociali e quelle sulla salute.

Cover da gstudioimagen su Freepik

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Vite di carta /
Scherzetto

Vite di carta. Scherzetto

Incomincio dallo scherzetto senza maiuscola: abbiamo i nipoti in queste settimane estive senza la scuola e trascorriamo con loro, qui a casa nostra, le giornate più calde e più movimentate.

Mettete una coppia di bambini, otto anni lei e sei anni lui, e una di nonni (mio marito e io) con sessant’anni di più e regolate la temperatura esterna tra i 33 e i 38 gradi. Ora chiudeteli in casa al riparo dalla canicola e organizzate per loro delle attività per circa otto ore al giorno. Di questo si è trattato fino a qui.

Con la bellezza di vedere consolidata una empatia a quattro, di essere complici nei giochi e nelle piccole trasgressioni rispetto alle regole stabilite dai loro genitori. Un po’ di sfrenatezza ci ha caricati di adrenalina nei lunghi bagni nella piccola piscina che abbiamo dietro casa.

Si è accumulata anche tanta stanchezza: le risorse psico-fisiche sembrano non bastare mai. Nonna di qua, nonno di là in ogni momento. E quando se ne vanno il silenzio non è comunque quello di sempre: resta frastornato anche lui (lo scrivo e sorrido).

In tutto ciò ecco verificarsi lo scherzetto: l’altro giorno usciamo in giardino uno alla volta per accogliere il papà, che è venuto a prenderli ed ecco che Chloe si chiude la porta di casa alle spalle. Tunf e la porta senza le chiavi attaccate sigilla il confine tra noi rimasti fuori e la nostra casa.

Quella in cui rientrare tra un minuto, in cui mettere un po’ di ordine e poi goderci la nostra parte di distensione. Vi sarà apparso davanti l’abisso. Capite da quale violenza del caso mi sono sentita investire. In momenti così si annaspa nel vuoto mentale prima di capire quale faccia della nostra identità tirare fuori, quale straccio di reazione.

Mentre papà e nonno spiegano ai bambini ignari cosa è successo e vagliano le soluzioni da adottare, io mi prendo a braccetto una lettura di qualche mese fa e mi ci confronto.

Scherzetto con la maiuscola – di Domenico Starnone  è stato pubblicato da Einaudi nel 2016 e subito dopo devo averlo avuto come dono da un club di lettura a cui facevo ordinazioni ogni mese. Fatto sta che una sera di qualche tempo fa lo trovo ancora avvolto nel cellophane e lo porto su con me per la lettura serale prima di dormire.

Di fatto ho letto molto e dormito meno. Dentro ci ho trovato la storia di un nonno che corre in soccorso alla figlia che vive lontano, a Napoli, per accudire il nipotino di quattro anni durante una assenza di lei e del marito.

Si tratta di pochi giorni. Bastano però perché questo nonno di oltre settant’anni veda lacerate le proprie abitudini e si senta scaraventato in un altrove che lo sconcerta.

Un altrove in cui vigono le leggi della quotidianità fatta a misura di bambino, come accade a me neppure lui riesce più a lavorare: nel suo caso niente disegni né rapporti con l’editore, il tempo risucchiato dai giochi e dalle richieste del nipotino.

In una sera di nubi minacciose anche la porta finestra che dà sul balcone del vecchio appartamento di famiglia fa tunfperché il bambino dicendo “Nonno, ti faccio uno scherzetto” l’ha spinta con tutte le sue forze e l’ha chiuso fuori, al freddo della sera e più tardi alla pioggia.

È il momento più difficile nel romanzo di formazione di questo anziano signore, che sta vivendo da giorni i sentimenti più inusuali accanto al bambino e che ha provato perfino “avversione” per lui. Ora deve parlargli al di là del vetro e deve rassicurarlo, in una sorta di piccola epifania lo vede per quello che è: “piccolo, esposto a tutto”.

E mentre la pioggia si fa sottile, il nonno ormai “zuppo dai capelli alle ciabatte” sa leggersi dentro: “Dovevo aver attraversato un confine senza rendermene conto e ora non riuscivo più a preoccuparmi per me. La vita, tutta la mia vita, era scivolata di lato, alle spalle, senza rammarico”.

Trova le parole giuste, il tono giusto per convincere il bambino a fare un ultimo tentativo…e la porta scatta e si riapre. Nonno e nipote preparano la cena e, mentre mangia, il primo dice all’altro che non lavorerà più. Alla madre che rientra il giorno dopo dice anche che loro due, in definitiva,  se la sono spassata “moltissimo”.

Il senso del libro non è tutto qui: per l’anziano e ancora famoso disegnatore i giorni col nipote sono un lungo viaggio a ritroso dentro se stesso, una rilettura delle scelte fatte e della centralità del suo successo professionale nelle dinamiche familiari.

Ma a me basta prendere a braccetto la storia, accelerare verso il finale del mio romanzo di formazione e preoccuparmi di questi due bambini che hanno un’aria così mortificata. Propongo a entrambi un tranquillo giretto con la bici, mentre aspettiamo che il papà vada a prendere a casa loro, a 12 chilometri da qui, le chiavi di riserva.

Nota bibliografica:

  • Domenico Starnone, Scherzetto, Einaudi, 2016

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Le storie di Costanza /
Al mare

Le storie di Costanza. Al mare

Sull’ultimo Sommergibile è stata pubblicata una poesia di Alba Orvietani che mi è piaciuta molto. In realtà Alba Orvietani non è altro che Costanza del Re, la mia vicina di casa.  Io avevo già dei sospetti sulla vera identità della poetessa.

I miei sospetti sono stati confermati da sua nipote Rebecca un giorno che era in vena di confidenze. Così io adesso tengo tutti i Sommergibile dove compare Alba Orvietani. Ieri verso sera mi sono seduto sul muretto di fronte a casa di Costanza e ho aspettato che uscisse. Ad un certo punto ha aperto il suo cancello, ha messo un piede fuori dalla porta e poi si è fermata, fissandomi.

– Ciao Albertino Canali – mi ha salutato come suo solito.

– Ciao Costanza – le ho risposto e poi ho proseguito:

– Sull’ultimo Sommergibile c’è una poesia di Alba Orvietani che mi è piaciuta molto. Senti.

Mi sono messa a leggerla ad alta voce, e lei

– A me questa poesia non piace – dice sfacciatamente.

– Perché? – le chiedo.

– Non so, mi sembra un po’ banale – dice.

– Ma stai scherzando! È bellissima – dico.

– Boh … vedi tu – Poi rientra col piede nel cancello, guarda la strada, guarda il cielo e dice tra sé e sé – Beato chi è al mare e sta al fresco

– Ah – dico io – ti ho preso in castagna! La poesia di Alba Orvietani parla del mare

– Ma davvero? Questa Orvietani è proprio originale, in questo periodo scrive del mare, proprio come fanno tutti.

– Come fanno tutti? – dico.

Lei rientra in casa e comincia a richiudere il cancello; poi, mentre è aperto solo uno spiraglio, rimette fuori la testa e mi dice:

Io preferisco la montagna perché odio il caldo … – detto questo richiude ermeticamente il suo cancello.

La poesia di Alba Orvietani si intitola: Al mare. La rileggo da solo e poi guardo il cielo e penso a quanto i colori possano essere associati a dei ricordi e a quanto l’estate amplifichi questa possibilità.

AL MARE

Quando il tempo si ferma
e il cielo incontra l’acqua,
gocce salate brillano
su uno sfondo di luce.

Tra i bagliori dell’orizzonte
una stella azzurra
ricorda uno sguardo adorato
e occhi eterni osservano quell’amore mai nato.

Quando il tempo si ferma
e il cielo si tuffa nell’acqua
gocce leggere galleggiano
in un mare stupito.

Tra l’azzurro di quella sorpresa
un ricordo lontano riaffiora
e accompagna bagnato
quel bagliore ammirato.

Quando il tempo si ferma
un sorriso riaffiora
e rivive bellissimo
su quello specchio lucente.

Nell’azzurro d’occhi guardati
un’emozione rinasce
e un sentimento accorato saluta
quel momento trovato.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore.

Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

Parole e figure / Vicini di banco

Esce in libreria, il 30 agosto, l’albo “Vicini di banco”, di Hélène Lasserre e Gilles Bonotaux, edito da Orecchio Acerbo. Per cominciare un “meraviglioso” e divertente anno di scuola! In tutta spensieratezza.

L’estate è finita. Per chi torna a scuola l’umore può cambiare, dipende.

A casa Panda c’è molto fermento. Il fratello maggiore non vede l’ora di sapere se ritroverà i suoi vecchi compagni tra i banchieri se il maestro sarà simpatico, mentre la sorellina si chiede titubante come saranno i suoi primi giorni di scuola. La prende alla lunga, non vuole davvero andare, tira tardi a colazione…, facendo arrabbiare tutti. Che pazienza!

Curiosità e trepidazione, voglia di colore, allegria e amicizia. Qualche timore.

Vicini di banco, di Hélène Lasserre e Gilles Bonotaux, immagini Orecchio Acerbo

In tutto questo, il gentile e cortese Nonno Panda, che ai suoi tempi frequentava lo stesso edificio scolastico, ricorda come, allora, le cose erano ben diverse.

Quanto accade oggi ha il testo di colore rosso, per ieri si usa il colore verde. In tandem.

Sui moderni banchi di scuola si studiano le energie rinnovabili, si lavora in gruppo, con tante ricerche su Internet. Si mangia tutti alla mensa, al self-service, con un dietologo puntiglioso che prepara i giusti menù. Allora non c’era certo il cibo bio, l’essenziale era terminare tutto quello che c’era nel piatto. Guai lasciare qualcosa! Nessun self-service ma grandi tavolate dove ci si tirava i legumi. Più semplice lanciarsi i piselli che le lenticchie o il purè …!

Vicini di banco, di Hélène Lasserre e Gilles Bonotaux, immagini Orecchio Acerbo

Oggi la scuola è mista, ai tempi di nonno Panda non lo era. I palloni di piuma non esistevano. Le palestre erano i portici. Flessioni ed estensioni. Ritmo. Oop, oop!

In un gioco interessante e ‘istruttivo’ tra ieri e oggi impariamo a vedere i tanti cambiamenti della società, attraverso il microcosmo di una scuola durante tutto un anno, tra lezioni, giochi e ricreazioni. Gessetti, cancellini e lavagne interattive, pareti da arrampicata e muretti divisori tra maschi e femmine: anche la scuola si evolve e cresce come i suoi abitanti.

Una cosa sola non cambia: alla fine si fa festa! Sempre. Con sorpresa.

Vicini di banco, di Hélène Lasserre e Gilles Bonotaux, immagini Orecchio Acerbo

Ceramista di formazione, nata ad Alençon in Normandia nel 1959, Hélène Lasserre che ama definirsi viaggiatrice dell’anima, per amore della ceramica decide di lasciare i suoi studi, ma la vita precaria la spinge a riprenderli, a trent’anni. Frequenta allora il campus di Jussieu a Parigi, dove si diploma e si laurea in studi storici. Nel frattempo, in un altro angolo della Francia, Gilles Bonotaux, nato nel 1956 a La Fleche, nella valle della Loira, studia Arti applicate per poi diventare insegnante di storia dell’arte e illustratore. Le traiettorie delle loro vite distanti s’incontrano, si sposano e mettono su famiglia, e da quel momento non si separano più. Da più di vent’anni lavorano a quattro mani sui loro libri e il loro sodalizio e la loro intesa sono talmente profondi che non è possibile distinguere se esista un confine tra il lavoro dell’una e dell’altro sulla pagina. Con Orecchio Acerbo editore hanno pubblicato anche “Meravigliosi vicini” (2020), “Più vicini che mai” (2021) e “Vicini alla meta” (2022).

Hélène Lasserre, Gilles Bonotaux, “Vicini di banco”, Orecchio Acerbo editore, Roma, 2024, 32 p.

 

Perché l’ideologia liberale si trasforma inesorabilmente in turbo liberismo

Perché l’ideologia liberale si trasforma inesorabilmente in turbo liberismo

È il mito della torre di Babele. Lo Stato è simbolizzato dalla stessa torre. Un edificio collettivo che unifica coloro che partecipano coralmente alla costruzione e che vengono innalzati a livelli superiori col progredire dello Stato-torre. Questo fino al momento in cui subentra il diabolus, il divisore che mina la fede in ciò che lega a dei principi dei valori superiori. Gli uomini non si comprendono più perché ormai parlano linguaggi diversi. L’ edificio si ferma e viene abbandonato mentre quella che era una comunità si disgrega e si disperde rinunciando ad innalzarsi ad un livello superiore di civiltà.

Lo Stato è sempre stata questa realtà, uno strumento comunitario che serve ad innalzare l’uomo sia da un punto materiale che spirituale essendo in passato stati concepiti i due tipi di progresso simultanei e non disgiunti.
Nell’antica Grecia lo Stato è incarnato dalla Polis che viene organizzata con la politeia che è sia una forma di Stato che di governo. Isocrate la definì l’anima della città e la paragona alla funzione che l’intelletto ha sul corpo.

Il fattore quasi metafisico e sacrale dello Stato in realtà non era unicamente una visione arcaica perché anche in epoca moderna è sopravvissuto tale concezione anche se in forme diverse. Niccolò Machiavelli quando parla del Principe arriva a teorizzare una diversa morale per colui che si occupa dello Stato. Dice che ciò che è buono per la morale corrente non lo è più se è il Principe ad usare la morale comune anche se questo può danneggiare lo Stato. Invece, azioni che apparirebbero cattive, se compiute da un uomo comune, non lo sono più se compiute per il bene comune dello Stato.

Questa moderna visione dello Stato non fa altro che confermare, non dico la divinizzazione del Cesare ma costui viene posto indubbiamente su un diverso piano anche morale, si potrebbe dire, al di là del bene e del male. Inoltre Machiavelli arriva a pensare che non ci siano dei valori al di fuori dello Stato.

In seguito, l’illuminista e democratico Jean Jacques Rousseau trasferisce la sacralità dal Principe allo Stato. Per Rousseau lo Stato è l’io comune. Questa entità comunitaria diventa tanto importante che viene teorizzata la completa alienazione dei diritti individuali di fronte al bene comune, fosse anche il diritto alla vita.

Hegel teorizzava lo Stato etico, ripreso in seguito da Giovanni Gentile, come base per uno Stato laico. Ogni cittadino dovrebbe favorire comportamenti favorevoli non solo al proprio benessere individuale ma anche a quello collettivo senza venir meno ai valori condivisi. Hegel arriva a parlare di volontà universale. Inoltre per Hegel lo Stato che è fonte di libertà ed etica del singolo non può essere passibile di valutazioni morali in quanto è un arbitro assoluto del bene e del male.
In passato la corona assicurava l’unità dello Stato e non occorreva un ulteriore collante. Dal momento in cui al re è stata tagliata la testa perché quello di era dimostrato un sistema politico non più rispondente all’evoluzione dei tempi, sono state pensate varie alternative. È stata reinventata ed esaltata la nazione come collante, rifacendosi alle tesi del contratto sociale.

Con Napoleone è rinato il cesarismo e la concezione dell’impero in senso moderno.
Taluni hanno sacralizzato la razza. In altri casi è il Partito che si fa Stato e che diviene la massima autorità come avviene anche attualmente in Cina e come è avvenuto in passato in tutti i totalitarismi moderni. Le democrazie invece hanno sacralizzato la costituzione. Qualsiasi cosa si renda utile a tenere unito lo Stato moderno.
Ma purtroppo esiste un tarlo. L’ideologia liberale oggi trionfante, se incontrollata, tende a mordere il freno. In realtà la sua natura tende a non riconoscere la legittimità né delle nazioni né di degli Stati, né delle culture, e tantomeno delle leggi dei Parlamenti. Queste realtà vengono sopportate, tollerate, ma appena possibile inizia l’opera di decostruzione e di erosione, giorno dopo giorno.

L’ideologia liberale senza forti autorità che la frenino, inesorabilmente si trasforma in turbo liberismo. Infatti contiene in sé molte componenti anarchiche costituite da uno spirito eccessivamente individualista, indifferente a tutto e a tutti. Parlo di quel tipo di anarchia che diventa antistato.

Il concetto di antistato, riporta la memoria al mito del grande divisore che era denominato diabolus. Quella forza che altri non è che il distruttore e che infatti avversa ogni Stato organico o Stato nazionale ed ogni ordinamento e che mira all’atomizzazione, alla disgregazione. Ci sono persone che temono in un prossimo futuro, il realizzarsi di quell’antica allegoria di genti che non si comprendendo più e di conseguenza si allontano gli unici dagli altri rinunciando ad ogni disegno di edificazione comune, di un progetto che superi le loro stesse individualità.

La “fine della Storia” produce morte
L’opposizione fa bene alla salute

La “fine della Storia” produce morte. L’opposizione fa bene alla salute.

 

La democrazia è viva se chi governa ha una vera opposizione che consenta agli elettori di esprimersi. C’è stato un tempo della nostra prima Repubblica in cui Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, pur essendo all’opposizione – e sembrava senza speranze di poter governare – disse “si governa anche dall’opposizione”. Intendeva che è possibile, anche se si è minoranza in Parlamento, avanzare proposte  che possono trovare (in tutto o in parte) il consenso di chi governa. Negli ultimi decenni però la politica (e la democrazia) hanno trovato un temibile concorrente che si situa fuori dal Parlamento e dalla politica: il “dio denaro” che regna in Terra, al posto del “dio trino” che una volta governava sia in cielo che in terra.

Intendiamoci: le lobby ci sono sempre state, ma oggi hanno assunto un potere enorme. L’economia è sempre stata importante sin dall’antichità, ma Etica e Politica l’hanno tenuta sempre a bada. Con Niccolò Machiavelli nel 1500 ha fatto un primo “salto” sganciandosi dall’Etica (“il fine giustifica i mezzi”). Un secondo passo lo ha fatto con Adam Smith (1776), ponendo le basi per diventare “moderna”, quando egli dice “non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse”, dimenticando però che lo stesso Smith aveva scritto nella Teoria dei sentimenti morali (1759): “Per quanto egoista lo si possa supporre l’uomo ha evidentemente nella sua natura alcuni principi che lo inducono a interessarsi alla sorte degli altri e che gli rendono necessaria la loro felicità”. Infine, un terzo grande salto lo ha fatto di recente (nel 1999), quando Bill Clinton ha deciso che tutte le banche potevano speculare, abolendo una legge che il più rinomato presidente democratico (Roosevelt) aveva emanato per porre fine alla crisi del 1929. Da allora la gran parte dei profitti si fa non investendo nell’economia reale, ma speculando su tutto l’immaginabile.

Il 1999 seguiva a un decennio in cui era crollato il comunismo reale in Urss e il capitalismo era ormai considerato l’unico “verbo”, al punto che Francis Fukuyama professò “la fine della Storia”. Ma come dice l’adagio “l’orgoglio precede la caduta”, sia nella cultura occidentale che in quella orientale. Il nostro teatro ha cinque atti che vanno in crescendo (presentazione, dialogo-scontro, conflitto tra le due regine); ma nel quarto atto c’è una pausa-riflessione che porta, nel quinto atto, alla conclusione. Così anche nella cerimonia del tè: il quarto sorso (pausa-caduta) è in discontinuità con la crescita dei primi tre sorsi: piacere, felicità, pienezza e precede il quinto e ultimo sorso, quello della saggezza-armonia. In sostanza: la cultura universale ci racconta che se non ci si ferma a riflettere e non si fa anche un passo indietro, la crescita per la crescita, la crescita infinita è patologica e produce morte.

Così sta avvenendo nel mondo odierno per l’Occidente, che ha sempre dato le carte al mondo intero spiegando come si vive e si produce (produci, consuma e crepa, cantavano i Cccp), come si fa economia e finanza. E’ come se fossimo al terzo atto, al culmine di una hybris, di un delirio di potenza e di crescita infinita (e relativa depredazione della Natura) che è mortale. Ciò avviene perché non ci sono apparentemente avversari o alternative. Se nel secondo dopoguerra fu costruita la miglior società occidentale (welfare, uguaglianza, tasse sui ricchi) lo si è dovuto proprio alla competizione con il suo opposto (Urss). Si doveva pur dimostrare che la società liberal democratica era migliore dell’oppositore comunista. Crollato il comunismo, nel 1991 siamo ripiombati in un incubo dominato da disuguaglianze, impoverimento e guerre reali.

L’Europa “inclusiva” e sempre più “estesa ad est” che avanza senza guardare a ciò che accade nella realtà, ha prodotto una enorme opposizione che si è materializzata alle ultime elezioni con l’avanzata dei sovranisti, passati dal 18% dei voti al 26%. Negli Stati Uniti Donald Trump ha rimesso al centro alcuni principi che, al di là delle polemiche, sono stati assunti dallo stesso Biden negli ultimi 4 anni della sua amministrazione:

  • bisogna difendere il ceto medio se perde reddito;
  • bisogna difendere il lavoro e il reddito degli operai americani spiazzati dalla globalizzazione e dalle de-localizzazioni delle stesse multinazionali americane in paesi dove il costo del lavoro è molto più basso;
  • bisogna regolamentare l’immigrazione perché non diventi una forma di concorrenza e uno strumento per ridurre i salari dei propri concittadini;
  • bisogna imporre dazi alle merci cinesi a costo di pagare tutti come consumatori qualcosa di più, pur di difendere il lavoro made in Usa;
  • bisogna ridiscutere il ruolo di Organizzazioni internazionali come il WTO che regolano i commerci nel mondo;
  • bisogna rinunciare a voler controllare il mondo e concentrarsi sullo sviluppo del proprio paese.

Su tutti i primi cinque punti l’amministrazione Biden ha seguito le orme di Trump e in alcuni casi le ha anche superate. L’unico punto su cui c’è un reale dissenso è l’ultimo, in quanto Trump vuole concentrarsi sul fare “great again” gli Stati Uniti, mentre i Democratici sono ancora convinti di poter controllare il mondo. Ma forse sarebbe meglio dire che più dei Dem agisce un potere dietro le quinte (trasversale): ildeep state, lo stato profondo, formato dalle 15 agenzie di intelligence, dal Pentagono, dalle lobby militari e da molti ambienti economici e finanziari che fanno una montagna di soldi con le guerre, la globalizzazione deregolamentata e che sono favorevoli ad un clima di tensione mondiale, in cui gli affari possano prosperare e la gente possa avere sempre più paura. E su questo punto non è difficile dare ragione a Trump che ha infatti chiuso la guerra in Afghanistan, mentre i Democratici le hanno tutte aperte negli ultimi 20 anni. Trump è un uomo di destra e d’affari torbidi, ma serve a poco accusarlo delle sue (poco edificanti) inclinazioni sessuali o pensare di batterlo con un processo della magistratura. Bisogna affrontarlo nel merito delle sue proposte, sapendo che solo migliorando le condizioni reali degli americani si potrà vincere.

Fa quindi piacere che Kamala Harris, la nuova avversaria di Trump, abbia accolto il suggerimento dei suoi spin doctors a cimentarsi sul merito delle questioni che Trump ha messo in discussione, “buttando all’ aria” decenni di sacre convinzioni delle nostre economie concorrenziali (capitalistiche) e facendo sentire i leader delle forze “tradizionali” (democratici, socialisti, verdi, liberali, ma anche conservatori) non più i padroni di casa che per lignaggio devono governare, ma costringendoli a confrontarsi su ciò che sta a cuore ai loro cittadini.

Ovviamente tra il comunista (a modo suo e in conflitto con l’Urss) Berlinguer e l’uomo d’affari Trump fuori dagli schemi (“strano” ora lo chiama Harris) c’è una enorme differenza, e il parallelismo potrà sembrare azzardato, ma sono entrambi temibili oppositori a cui lo Stato profondo si oppone – o si oppose. Al primo fu impedito di fatto di fare un governo di unità nazionale con Moro, il secondo è appena sopravvissuto ad un attentato per un puro colpo di fortuna: se non si fosse voltato all’ultimo secondo per fare vedere un grafico sull’immigrazione… e tutto questo nonostante le super finanziate quindici agenzie di intelligence americane.

Per certi versi / PARTIRE

PARTIRE

partire
È un po’
Finire
Un libro
Prima di un altro
C’è un ponte
Da salire
È fatto di barche
Ognuna col suo
Viaggio
Una farfalla
Di vento e ricordi

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Le voci da dentro /
Dino Tebaldi: “Tutti in classe”

Dino Tebaldi (1935-2004)

 

Questo capitolo del libro “Dietro le sbarre” di Dino Tebaldi inizia a raccontare l’esperienza di alcune persone detenute che, all’interno della Casa Circondariale di Via Arginone, hanno scelto di frequentare la scuola. Quando ricevono il permesso di lasciare le celle per partecipare alle lezioni, si avverte forte in loro l’orgoglio di andare ad imparare. Dino ci sorprende ancora una volta sia con la sua narrazione precisa e partecipata che con un finale bellissimo, in cui dimostra concretamente il senso del suo impegno educativo.
(Mauro Presini)

 

Tutti in classe

di Dino Tebaldi 

Appena arriva la “chiamata” – dall’area pedagogica – dell’agente di turno, i detenuti-scolari ottengono il “via”. Lasciano le celle, uno ad uno, con la cartellina sotto braccio come se andassero ad un “congresso internazionale”: in quel momento, sui volti di ciascuno di loro s’accende il sorriso. Si sentono orgogliosi dell’impegno quotidiano, che li distingue dagli altri detenuti; e dell’opportunità di vivere fuori della cella per la mattinata intera.
Nella Casa Circondariale di Via Arginone, essi – malgrado tutto – sono diventati “studenti”.
A tredici anni – ha scritto uno di loro – avevo dovuto lasciare la scuola, ed andare al lavoro…“. Adesso, invece, chi vuole può recuperare qualcosa.
Per arrivare all'”area pedagogica” debbono fare tanta strada… a piedi, quasi un percorso ad ostacoli: in lunghi corridoi, interrotti da tanti cancelli; le scale, esse pure bloccate ad ogni rampa, da altrettante barriere; ed agenti, ad ogni “svolta”, incerti se mostrare la faccia arrabbiata, oppure se frenare un tantino il sorriso spontaneo.
I detenuti-scolari sono nella lista “buona”, e posson passare.
Qualcuno degli agenti li guarda con amicizia, e dà loro strada con la stessa raccomandazione che si sente davanti a tutte le scuole: “Fate i bravi, ed imparate…!”. Arrivano alla spicciolata e tirano un lungo sospiro appena intravvedono il loro bidello: vale a dire l’agente di turno nell’ “area”, che apre e chiude – secondo la regola – l’ultimo dei cancelli, e li fa andare “da soli” nell’aula.
II maestro se li vede arrivare con spavalda giovinezza: perfino J. Antonio, sudamericano, nonno venti volte, per numero d’anni maggiore di tutti, ma per il resto il più giovanilmente impegnato di tutti.
Dice poche cose in lingua italiana, ma capisce quasi tutto. Legge
ogni cosa con accento spagnolo, ma chiede spiegazione delle parole per lui troppo ostiche. Capisce ed esulta, e – con parole tutte sue – dice il suo entusiasmo: “Adesso estudiente… Tante cose imparare. Quando piccolo, no scuola abastanzia. Tredici anni, lavorare… Adesso estudiente… compiti in cella, tanto pensare, tanto contento…”.
Mehmet – un turco che, per smentire una diffusa convinzione nostrana, non fuma nemmeno per la rabbia – arriva dopo aver “lavorato”: è contento di aver sempre da fare: “Mattina, pulizia nella Casa: prendere paga. Poi, scuola di alfabetizzazione: imparare lingua italiana. Pomeriggio, scuola media: imparare ancora tante cose…”.
Gli domando: “Alla sera, riposi guardando la TV?
Pare che l’abbia scandalizzato: “Noo, mai guardare TV, Quando non frequentare, di giorno ho guardato: non bella cosa! Adesso, di giorno, sempre a scuola: bella cosa. Di sera, nella cella, io pregare…
Io tanto pregare per mia famiglia
”.
Io non so per quali ragioni Mehmet sia qui. Non voglio neanche sapere.
So però ch’è dentro da quattro o cinque anni, ed ancora ci dovrebbe
stare per quasi altrettanti: “Spero espulsione: meglio andare nel mio paese, dove vedere mia moglie e miei due figli”.
In aula, insieme con i quaderni, ha portato le foto dei due bambinelli: “Questo Abdullah, otto anni; questa, Hafiza, sei anni. Appena nata, quando io partito da Turchia…”.
Gli scende una lacrima, ed è subito una lacrima mia.
Cerco di rincuorarlo, di prepararsi col dolore di oggi alla grande gioia del giorno in cui tornerà.
Sì, quel giorno grande gioia. Adesso, in mio cuore grande dolore:
io mai mandato soldi per miei bambini…
”.
Le parole mie non posson bastare, per ridurre il guaio che – in Turchia – la famiglia di Mehmet vive da anni. Lo conosco soltanto da quando sono entrato qui dentro come maestro, con grande timore da parte mia, con vera paura da parte di mia moglie e di altri.
Adesso Mehmet è il mio “prossimo”, che cercavo sul mio cammino. Il suo è il mio dolore; i suoi figli lontani sono i miei nipotini.
Mia moglie ha adottato con me un bambino indiano: ogni mese gli invia una certa sommetta che gli consente di sopravvivere e di frequentare la scuola presso le Suore della Carità di Bangalore.
Ai due figli di Mehmet provvederò io stesso, per quello che posso.
Ho deciso guardando le foto di Abdullah e di Hafiza: oggi stesso – rinunciando a vanità consumistiche – farò il primo versamento postale.

Cover: La palestra del carcere di Ferrara.

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Università estiva di Attac 2024 “La cura del futuro”

Università estiva di Attac 2024 “La cura del futuro”

13-15 settembre 2024

New Camping Le Tamerici

Via della Cecinella 3 – Cecina Mare (LI)

Scarica la Presentazione dell’Università estiva 2024 di Attac Italia

Scarica il Programma dell’Università estiva 2024 di Attac Italia

Scarica le informazioni sui costi, prenotazioni e logistica dell’Università estiva 2024

Leggi la scheda: Chi sono le relatrici e i relatori dell’Università estiva 2024 di Attac Italia

 

Programma

Venerdì 13 settembre 2024

ore 17.00 – 19.00

Il futuro nelle mani della finanza?

partecipano

Clara Mattei (Docente di Economia New School for Social Research di New York)

Alessandro Volpi (Docente di Storia contemporanea Università di Pisa)

 

Sabato 14 settembre 2024

ore 10.30 – 12.30

Il futuro nelle mani della guerra?

partecipano

Federica D’Alessio (giornalista e redattrice di Micromega)

Stefano Risso (Attac Italia)

 

ore 14.30 – 17.00

Il futuro nelle mani del fossile?

partecipano

Elena Gerebizza (ricercatrice e campaigner di ReCommon)

Beatrice Negro (ricercatrice Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa)

 

ore 17.00 – 19.30

Il futuro nelle mani dell’Intelligenza Artificiale?

partecipano

Marco Schiaffino (giornalista esperto di nuove tecnologie)

Michela Tuozzo (ricercatrice di Diritto Costituzionale Università di Napoli Federico II)

 

Domenica 17 settembre 2024

ore 10.30 – 13.00

Dov’era l’Io, fare il ‘noi’. Le alternative

partecipano

Lara Monticelli (docente di Sociologia University College of London)

Marco Rovelli (scrittore e musicista)

Maria Francesca De Tullio (Rete nazionale dei beni comuni)

Marco Bersani (Attac Italia)

 

www.attac-italia.org

  

Costi, prenotazioni e logistica 
COSTI UNIVERSITA’
Importante: nella proposta di pernottamento non è prevista la biancheria da letto e da bagno, che, di conseguenza, deve essere portata dai partecipanti, o può essere affittata in loco al costo di 7,00 euro/persona (biancheria da bagno) e 9,00 euro persona (biancheria da letto)
Soggiorno 2 notti
 1. IN BUNGALOW IN QUATTRO
(monolocali in legno per 4 persone /zona giorno con divano-letto matrimoniale, angolo cottura, bagno con doccia; piccolo separé e due letti singoli)
solo pernottamento: 59 euro a persona
(il prezzo è calcolato su 22 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
pernottamento e cena: 109 euro a persona
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
2. IN BUNGALOW IN TRE
(stesse condizioni di cui sopra)
solo pernottamento: 69 euro a persona
(il prezzo è calcolato su 27 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
pernottamento e cena: 119 euro a persona
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
3. IN BUNGALOW IN DUE
(stesse condizioni di cui sopra)
solo pernottamento: 75 euro a persona
(il prezzo è calcolato su 30 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
pernottamento e cena: 125 euro a persona
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
4. BUNGALOW OCCUPATO DA UNA PERSONA
(stesse condizioni di cui sopra)
solo pernottamento: 125 euro
(il prezzo è calcolato su 55 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
pernottamento e cena: 175 euro
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
5.  IN CAMPER
(stesse condizioni di cui sopra)
solo pernottamento39 euro a persona*
(il prezzo è calcolato su 12 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
*al prezzo va aggiunta la quota di 17 euro/g per la piazzola, da dividere fra gli occupanti il camper
pernottamento e cena: 89 euro a persona*
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
*al prezzo va aggiunta la quota di 17 euro/g per la piazzola, da dividere fra gli occupanti il camper
6.  IN TENDA
(stesse condizioni di cui sopra)
solo pernottamento39 euro a persona*
(il prezzo è calcolato su 12 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
*al prezzo va aggiunta la quota di 14 euro/g per la piazzola, da dividere fra gli occupanti la tenda 
pernottamento e cena: 89 euro a persona*
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
*al prezzo va aggiunta la quota di 14 euro/g per la piazzola, da dividere fra gli occupanti la tenda 
Soggiorno 1 notte
 1. IN BUNGALOW IN QUATTRO
(stesse condizioni di cui sopra)
solo pernottamento: 37 euro a persona
(il prezzo è calcolato su 22 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
pernottamento e cena: 62 euro a persona
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
2. IN BUNGALOW IN TRE
(stesse condizioni di cui sopra)
solo pernottamento: 42 euro a persona
(il prezzo è calcolato su 27 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
pernottamento e cena: 67 euro a persona
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
 
 3. IN BUNGALOW IN DUE
(stesse condizioni di cui sopra)
solo pernottamento: 45 euro a persona
(il prezzo è calcolato su 30 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
pernottamento e cena: 70 euro a persona
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
 
 4. BUNGALOW OCCUPATO DA UNA PERSONA
(stesse condizioni di cui sopra)
solo pernottamento: 70 euro
(il prezzo è calcolato su 55 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
pernottamento e cena: 95 euro
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
5. IN CAMPER
(stesse condizioni di cui sopra)
solo pernottamento27 euro a persona*
(il prezzo è calcolato su 12 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
*al prezzo va aggiunta la quota di 17 euro/g per la piazzola, da dividere fra gli occupanti il camper
pernottamento e cena52 euro a persona*
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
*al prezzo va aggiunta la quota di 17 euro/g per la piazzola, da dividere fra gli occupanti la tenda o il camper.
6. IN TENDA
(stesse condizioni di cui sopra)
solo pernottamento27 euro a persona.
(il prezzo è calcolato su 12 euro/g/persona + 15 euro iscrizione Università)
*al prezzo va aggiunta la quota di 8 euro/g per la piazzola, da dividere fra gli occupanti la tenda
pernottamento e cena52 euro a persona.
(il costo della cena -acqua e caffè compresi, vino e altre bevande escluse- è di 25 euro/g/persona)
*al prezzo va aggiunta la quota di 8 euro/g per la piazzola, da dividere fra gli occupanti la tenda.
Partecipazione senza soggiorno 
In caso di non soggiorno, si paga solo l’iscrizione all’Università, il cui costo, indipendentemente dai giorni di frequenza, è 15 euro.
In questo caso, si consiglia di segnalare per tempo il nominativo, mentre il pagamento verrà fatto direttamente in loco.
 
ISCRIZIONI UNIVERSITA’
 
Le iscrizioni sono aperte sino al 8 settembre 2024 (ma naturalmente è meglio farlo prima possibile). Dopo la data indicata, si dovrà prenotare contattando direttamente il campeggio
Al momento della prenotazione è necessario versare una caparra corrispondente al 20% dell’importo complessivo sul seguente conto bancario :
Conto corrente  intestato a : Attac Italia
Codice IBAN : IT15 Q050 1803 2000 0001 1116 704
specificando nella causale “iscrizione università”
per prenotarsi scrivere a segreteria@attac.org
per ulteriori informazioni: www.attac-italia.org
per contatti diretti: Marco Bersani 3294740620
 
COME RAGGIUNGERE IL POSTO
 
IN AUTOMOBILE
Da nord:
Percorrere l’autostrada A12 fino al casello di Rosignano Marittimo, imboccare la SS1 in direzione Grosseto e uscire a Cecina Centro. Seguire le indicazioni per Marina di Cecina. Percorrere Viale Galliano, fino alla successiva Via della Cecinella.
Da sud:
Percorrere la SS1 in direzione Livorno e uscire a Cecina Centro e seguire per Marina di Cecina.
Percorrere Viale Galliano, fino alla successiva Via della Cecinella.
Da est:
Percorrere la Fi-Pi-Li fino all’innesto sull’autostrada A12, proseguire per Rosignano Marittimo, prendere la SS1 in direzione Grosseto e uscire a Cecina Centro. Seguire le indicazioni per Marina di Cecina. Percorrere Viale Galliano, fino alla successiva Via della Cecinella.
IN TRENO
La stazione di riferimento è Cecina. Distanza 4 km. Dalla stazione partono regolarmente bus navetta che raggiungono Via della Cecinella.
Se sei arrivato fin qui, vuol dire che ti interessa ciò che Attac Italia propone. La nostra associazione è totalmente autofinanziata e si basa sulle energie volontarie delle attiviste e degli attivisti. Puoi sostenerci aderendo online e cliccando qui . Un tuo click ci permetterà di continuare la nostra attività. Grazie”

Officina Claudio Cavazza

Officina Claudio Cavazza

Non ricordo quando è morto Claudio Cavazza. Ho chiesto ad alcuni amici comuni. Niente.
Sappiamo solo che era di Agosto. E di Agosto ne sono già passati tanti e io arrivo tardi. Arrivo troppo dopo.

Claudio non era un tipo tanto simpatico. Chi gli voleva bene doveva impegnarsi.
Litigioso, aggressivo (a parole), polemico, logorroico e pesante come alcuni comunisti di una volta. Fedele alla linea per purezza d’animo verso i suoi ideali non certo per obbedienza.

L’ho conosciuto quando la ex Iugoslavia si è frantumata. In quel periodo molte anime diverse della città, ma con una sorprendente sintonia, avevano creato il Coordinamento Ferrara per la Pace.
E come rappresentante di se stesso, cane sciolto ma sostenitore delle buone cause del branco, c’era anche Claudio.

Voi gente per bene che pace cercate,
la pace per far quello che voi volete,
ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra,
vogliamo vedervi finir sotto terra,
ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato,
nessuno più al mondo dev’essere sfruttato.
(Contessa di Paolo Pietrangeli)

Alle riunioni faceva uscite provocatorie: armi, azione, non solo manifestazioni pacifiche ma al dunque, nella pratica, era il primo ad “esserci”.
Aveva un fisico bestiale, due mani grandi, forti che usava per costruire e inventare. FARE!

Poco adatto alla vita famigliare, era un padre che per il figlio ha donato tutto.
Sempre in cerca di una nuova innamorata, ma troppo esigente per trovare la donna giusta.
Si doleva di non essere colto, ma leggeva tanto come un autentico intellettuale e sempre cose serie di politica, sociologia, storia contemporanea, economia.

Ha tentato più volte, con tenacia e pazienza, di alfabetizzarmi alla politica. Poi si è arreso e mi ha assecondato nel mio mondo fatto di confidenze e sentimenti.
Ma oggi lo voglio ricordare, perchè con le sue grandi mani coraggiose ha costruito case, acquedotti, coltivato caffè, mais, andando lontano in diversi paesi del Sudamerica.

Aveva cominciato, ancora ragazzo, partecipando chissà come alla guerra d’indipendenza algerina, depositate le armi, operaio scomodo e ribelle, è diventato padrone di se stesso, creando una sua impresa artigianale, si è dedicato a esperienze locali alternative e di estrema sinistra, che non bastavano alla sua esigente caparbietà.

Vicino alla pensione, stanco di una Emilia Romagna stinta e deludente, si è trasferito a La Spezia, perchè lì c’era ancora chi si batteva da vero comunista. Ha ristrutturato una bella casa a colpi di martello, portando su e giù cariole come vagoni merci. Una casa di pietra a pochi chilometri dal mare, ma al mare non c’è mai stato, non c’era tempo per oziare, assolutamente meglio parlare con la gente.

Compagni, avanti, il gran partito
Noi siamo dei lavorator
Rosso un fior c’è in petto fiorito
Una fede c’è nata in cor
Noi non siam più nell’officina
Entroterra, nei campi, in mar
La plebe sempre all’opra china
Senza ideale in cui spera
(da: L’internazionale)

Quando c’era da fare “una rivoluzione” lui c’era sempre e, direi, pur con tante battaglie vinte, alla fine ha perso, restando, comunque, un combattente indomabile.

È morto solo. A Città del Messico. In ospedale, quando il suo corpo e il suo cuore da gigante ha ceduto.
Arrivava dal Guatemala, dopo aver vissuto e cooperato nel Chapas, con la convinzione che era lì il terreno favorevole per sconfiggere il capitalismo occidentale e le dittature e le povertà del mondo. Aveva questa fiducia rinnovata dalla storia dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e del Subcomandante Marcos,

Tu amor revolucionario
Te conduce a nueva empresa
Donde esperan la firmeza
De tu brazo libertario
(Hasta Siempre, Comandante di Carlos Puebla)

Ha toccato con mano un sistema in cui si sottolineava l’importanza di essere autonomi rispetto a un governo ingiusto e corrotto. Gli piaceva che non volessero vivere di assistenza, ma grazie a progetti di autoproduzione. Le Aguascalientes (amministrazioni territoriali indigene) vietavano di coltivare e commerciare droga e di trafficare migranti e impegnavano gli abitanti a curare la natura. Le decisioni erano prese con un sistema collettivo e la criminalità trovava poco spazio per infiltrarsi. Gli sembrava di aver ritrovato il comunismo militante.

De pie, luchar
Que vamos va a triunfar
Avanzan ya
Banderas de unidad
(da: El pueblo unido jamàs serà vencido di Sergio Ortega)

Ma dai suoi racconti o dall’idea che mi sono fatta io ascoltando, la storia non è andata proprio così. Io, che non ho voluto leggere i suoi libri o accompagnarlo, non so neppure spiegare bene cosa è successo davvero.
So che, anche lì, ha litigato con i campesinos e i rivoluzionari addomesticati del luogo, perchè all’interno delle Aguascalientes nel tempo si erano abituati al fatto che progetti solidali e dollari li portavano i gringos, che i narcos non si potevano toccare.

Eppure, anche se neppure a loro era del tutto simpatico per il suo assolutismo, ha portato commercio, coltivazioni più redditizie, orti e sistemi rudimentali ma sufficienti di irrigazione, artigianali acquedotti per avere l’acqua in casa, realizzando tutto con pochi danari e molta perizia. Non si è arreso, ha studiato economia e agricoltura, ha cercato alleati esperti in queste cose e ha cercato di educare e dare l’esempio.

Claudio Cavazza, ospite a Storiedimondi, Cies Ferrara

Con le sue grandi mani sapeva fare tutto.

De acero son
Ardiente batallón
Sus manos van
Llevando la justicia y la razón
(da: El pueblo unido jamàs serà vencido di Sergio Ortega)

Il suo corpo da gigante sapeva fare sforzi sovrumani. La sua intelligenza creativa sapeva risolvere ogni difficoltà pratica.
Ma è morto.
Pare in Agosto.

Voleva che la sua vita potesse essere raccontata ma, anche Alberto Melandri, che si era preso la briga di scrivere la non comune vita di questo ingombrante amico è morto, e adesso non si riescono a trovare i pezzi.

Claudio bestemmiava come solo sa fare un comunista di altri tempi, era arrogante, scomodo, stancante e della sua vita pare non ci sia una testimonianza, se non evanescente, tragicomica per un uomo concreto, che dava sostanza e forma ai suoi ideali.

Il mio desiderio per lui? Realizzare un Laboratorio Artigianale o intitolare una Associazione che promuove l’intelligenza delle mani e del costruire con il nome Officina Claudio Cavazza.

Su, lottiam, l’Ideale nostro alfine sarà
L’Internazionale, futura umanità
Su, lottiam, l’Ideale nostro alfine sarà
L’Internazionale, futura umanità
(da: L’internazionale)

Per leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

L’evasione fiscale ci farà perdere lo stato sociale (se non facciamo qualcosa)

L’evasione fiscale ci farà perdere lo stato sociale (se non facciamo qualcosa)

L’evasione fiscale c’è in tutti i paesi del mondo ma in Italia è particolarmente alta. Le stime del Governo stesso indicano circa 87 miliardi annui, una cifra analoga alla spesa pubblica per tutta l’Istruzione, Università inclusa. Ciò è dovuto ad almeno 6 fattori:

  1. la numerosa presenza di lavoratori autonomi e piccole imprese in rapporto ai dipendenti (in Italia solo gli autonomi sono circa 7 milioni  rispetto a 17 milioni di dipendenti, mentre in Gran Bretagna sono 4,3 milioni rispetto a 28,5 milioni di dipendenti). Ovviamente è più facile controllare 4 milioni che 7 milioni di contribuenti, specie se è radicata una diffusa cultura dell’evasione;
  2. il sottofinanziamento atavico delle Agenzie fiscali (Entrate e Guardia di finanza);
  3. la scarsa volontà dei partiti (specie di centro-destra) di usare tutte le 200 banche dati oggi disponibili per fare emergere l’evasione;
  4. una legge sulle successioni che di fatto consente una elusione fiscale (evasione per legge) ai ceti ricchi e più abbienti del paese; lo Stato incassa dalle successioni ogni anno meno di 2 miliardi, mentre potrebbe incassare dieci volte tanto tassando in modo equo chi eredita oltre un milione di euro;
  5. varie leggi che favoriscono sia i ricchi che qui prendono la residenza – paghi al massimo 100mila euro di imposta annua anche su redditi milionari, ora salita a 200mila – sia le imprese (super ammortamenti,…), ma soprattutto lo spostamento nei paradisi fiscali dei profitti. In un recente lavoro basato su dati macroeconomici, Wier e Zucman mostrano come dal 1970 al 2019 la quota dei profitti delle multinazionali spostata verso i paradisi fiscali sia aumentata a livello mondiale dal 2 al 37%, per un ammontare globale di circa 1.000 miliardi di dollari. Negli stessi anni la perdita collegata al profit shifting è passata dallo 0,1 al 10% del gettito mondiale delle imposte sul reddito societario. Per l’Italia, nel periodo 2015-2019, gli autori stimano che dai 20 ai 30 miliardi di utili siano stati trasferiti all’estero, sottraendo circa il 15-20% del gettito dell’imposta sul reddito delle società;
  6. infine, ed è forse la cosa più grave, i ricorrenti condoni che mandano un messaggio esplicito della serie: “se non paghi vedrai che prima o poi, anche se ti beccano, faranno un condono che metterà a posto le cose”. Ora il Governo tenta una nuova strategia: il concordato biennale, facendo pagare solo il 12% sui profitti non dichiarati, se sono però al massimo il 30% in più del dichiarato. Staremo a vedere. “Nullum crimen, nulla poena sine lege”: non a caso negli Stati Uniti il 30% dei detenuti lo è per evasione fiscale. In Italia non c’è nessuno in carcere per gli stessi motivi. Non a caso l’Agenzia delle Entrate ha accumulato 1.200 miliardi di imposte non versate in 25 anni.

Nella tabella che segue sono indicati (fonte Governo e Agenzia Entrate) i livelli di evasione del 2023.

Si potrà notare che per i dipendenti l’evasione è del 2,4%, per gli autonomi del 69,7%. L’evasione delle imposte sui redditi ha la sua corrispondenza poi in una evasione dell’Iva. I contribuenti che dichiarano più di 200mila euro all’anno sono solo 130mila, ma sappiamo che vengono vendute ogni anno oltre 200mila auto di lusso, che ci sono 100mila proprietari di barche da 10 metri in su e sono 5 milioni i proprietari di seconde case e terze case di vacanza.

Molto alta anche l’evasione dell’ IMU (22%) sulle seconde case, specie in alcune regioni del Sud. Esso varia (fonte Corte dei Conti https://www.corteconti.it/Download?id=d829a9c3-96c7-460b-8994-7e96a5ed9603) dal 40% del gettito teorico in Calabria al 10,9% in Emilia-Romagna e presenta valori più elevati nelle Regioni meridionali: Campania 34,3% del gettito teorico, Sicilia 33,3% e Basilicata 31,2%. Valori più bassi si osservano, invece, in Valle d’Aosta 11,5%, in Liguria 13,5% e nelle Marche 14,3%. Qui sono i Comuni inadempienti (scambio elettorale) a riscuotere le imposte. Ancora peggio vanno le cose per i Comuni del Sud per le tariffe dell’acqua (per quelli che la gestiscono in house, cioè di loro amministrazione), per le tariffe degli asili nido e scuole infanzia (quelle poche che ci sono), per le mense scolastiche e gli affitti degli immobili comunali, la tassa sul suolo pubblico. Si riscuote in media il 65%, ma per i Comuni calabresi si scende al 31-35%, in Campania al 40-47%, in Lazio al 50-57%. Oggi una parte degli ammanchi viene coperto dallo Stato, ma con l’autonomia differenziata questo trasferimento cesserà. Al Sud come noto la base imponibile è minore che al Nord. Bassa base imponibile, non volontà di riscuotere le imposte e incompetenza amministrativa portano a chiedere la procedura di dissesto finanziario in 139 Comuni dal 2019 al 2023, quasi tutti in Sicilia, Campania, Calabria e Lazio.

(Per sapere chi sono, si veda la cartina a pag. 372 del rapporto (citato) della Corte dei Conti per gli anni 2021-22-23).

Il problema è che il Governo attuale di centro-destra (si veda il rapporto 2023 sull’evasione del Ministero dell’Economia https://www.mef.gov.it/documenti-pubblicazioni/rapporti-relazioni/index.html#cont_7) è costretto a trovare risorse per finanziare alcuni benefici che vuole riconoscere ai ceti deboli e medi, ma senza tassare i ricchi e dovendo subire l’austerity imposta dall’Europa per rientrare dal debito pubblico, che impone una riduzione della spesa di 12 miliardi all’anno per 7 anni. Altri 11 miliardi servono per confermare lo sgravio fiscale al Sud per le assunzioni (fino a 35mila euro all’anno); altri ancora ne servono per il riconfermare il cuneo fiscale.

Per fortuna, le entrate nei primi sei mesi del 2024 vanno molto bene (+10 miliardi sul 2023) per via dell’aumento degli occupati dipendenti, da cui arrivano automaticamente imposte e oneri sociali obbligatori, e soprattutto per le dichiarazioni dei redditi di chi è stato coinvolto nel superbonus 110% (ingegneri, geometri, architetti, elettricisti, idraulici, imprese edili, altri fornitori) che, almeno, sono stati obbligati (coi “bonifici parlanti”) a dover certificare le spese e quindi impossibilitati all’evasione fiscale. Ciò spiega perché le dichiarazioni dei redditi dei geometri, ingegneri, elettricisti ed idraulici siano lievitate dal 2019 al 2022, mentre questo fenomeno non si è avuto nelle altre categorie (commercialisti, dentisti, baristi,…). Ci sono molte categorie dove il reddito dichiarato è ancora minore di quello di un dipendente, il che non corrisponde al vero – senza nulla togliere ai maggiori orari di lavoro e alle responsabilità di avere una propria impresa, con tutte le incertezze e i rischi correlati. Lo “scambio” in Italia è l’elevata evasione fiscale di molti piccoli, medi e grandi imprenditori che da sempre sono un bacino elettorale soprattutto dei partiti di centro-destra.

Il Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia ha elaborato un rapporto con dati inediti delle dichiarazioni sia di persone fisiche sia di società di persone e di capitali (dal 2019 al 2022) e anche con un dettaglio territoriale da cui emergono anomalie clamorose. Il primo aspetto (già citato) fa vedere che se si creano modalità obbligatorie per evitare o ridurre l’evasione, le dichiarazioni quasi raddoppiano (da 36mila a 61mila per elettricisti ed idraulici) che ora dichiarano più dei dentisti, avvocati, ingegneri e quasi come i commercialisti. Bar e pasticcerie dichiarano di guadagnare mille euro al mese, ma se si toglie Bolzano e Milano scendono in media a 750 euro al mese. Il caso dei balneari è clamoroso, anche perché usano un’area demaniale da decenni (c’è chi la usa anche da 100 anni) e non solo si rifiutano di tornare a gara – pur con le indennità in caso di perdita dell’esercizio che sono dovute per gli investimenti fatti – ma anche di pagare un minimo di imposte. I dati per provincia mostrano differenze clamorose che solo in piccola parte sono imputabili ai maggiori ricavi delle città più ricche: per cui a Bolzano un dentista dichiara in media 134mila euro, a Roma 44mila, come a Potenza e Campobasso. Vale anche per i tassisti, dai 27mila di Venezia-Mestre ai 20mila di Firenze e Bolzano, ai 19mila di Milano e agli improbabili 10mila di Roma e 9mila di Napoli e Palermo.

Una volta questi dati venivano distribuiti anche per ogni provincia ma, suscitando proteste e malumori in chi versava correttamente le imposte, si è deciso di non farlo più. Ora i dati ci sono ma vengono forniti solo in forma aggregata e ai giornalisti oppure te li devi elaborare tu perdendo ore di lavoro: viva la trasparenza!

(Fonte: Dipartimento Finanze, Ministero dell’Economia su dati Agenzia Entrate, 2024).

In conclusione e come si potrà vedere leggendo i dati:

  1. l’evasione rimane alta ma si sta riducendo per la crescente informatizzazione e per le necessità dei Governi di finanziare riduzioni fiscali per chi paga alte imposte;
  2. è cresciuta la possibilità di evadere le imposte da parte delle grandi imprese e multinazionali ma ora crescono azioni internazionali ed europee tese a limitare questo gravissimo fenomeno, dovuto ad una voluta globalizzazione senza regole;
  3. l’impoverimento in atto dei ceti medio-bassi che pagano le imposte costringerà, prima o poi, i Governi a dover ridurre l’evasione o tassare i super ricchi, se non si vuole smantellare il welfare state, cioè la più grande conquista sociale dell’Europa degli ultimi 75 anni.