Il Consiglio di Stato ripristina i vincoli paesaggistici sul Comelico e sulla Valle d’Ansie.
Una grande vittoria di Italia Nostra, LIPU e Mountain Wilderness.
Italia Nostra
Il Consiglio di Stato con sentenza pubblicata il 21 giugno 2024 ha accolto l’appello con il quale le associazioni ambientaliste Italia Nostra Aps, Mountain Wilderness Aps e Lipu Odv hanno impugnato la sentenza del TAR Veneto n. 1280/2022 che ha accolto i ricorsi riuniti di primo grado dei Comuni di Auronzo, di Comelico Superiore, di Santo Stefano di Cadore, della Provincia di Belluno e della Regione Veneto, volti ad ottenere l’annullamento del Decreto Ministeriale n. 1676 del 2019, n. 1676/2019 recante “Dichiarazione di notevole interesse pubblico dell’area alpina compresa tra il Comelico e la Val d’Ansiei, Comuni di Auronzo di Cadore, Danta di Cadore, Santo Stefano di Cadore, San Pietro di Cadore, San Nicolò di Comelico e Comelico Superiore (BL)”.
La decisione del Consiglio di Stato ha ripreso la sentenza della Corte Costituzionale n. 64/2021 che indica nel paesaggio un bene unitario, primario, assoluto, che rientra nell’ unica competenza dello Stato e precede, comunque costituisce un limite alla tutela degli altri interessi pubblici assegnati alla competenza concorrente delle Regioni in materia di governo del territorio. Quindi il Consiglio di Stato ha ripristinato l’efficacia dei vincoli paesaggistici e ambientali decisi nel Decreto Ministeriale n. 1676 del 2019 ribadendone la piena legittimità.
Italia Nostra, Mountain Wilderness e LIPU, dopo essersi confrontati con gli avvocati Laura Polonioli e Andrea Reggio d’Aci, in un comunicato congiunto forniranno maggiori informazioni di dettaglio su questa sentenza destinata a fare storia nella difesa dei paesaggi naturali.
Belluno, 21 giugno 2024
La Presidente di Italia Nostra – Sezione di Belluno
“Come si è potuti arrivare a questo?” La domanda che si pone Francesco Pallante in apertura nel suo “Spezzare l’Italia. Le regioni come minacce all’unità del Paese”, in libreria da qualche settimana per Einaudi, scuote la coscienza del lettore. Come è potuto accadere, quali eventi, quali dinamiche, quale politica ha potuto immaginare uno stravolgimento così evidente della Costituzione italiana e del suo assetto territoriale? Quale orizzonte ci attende? Cosa accadrebbe qualora lo Stato si trovasse improvvisamente privato della possibilità e degli strumenti necessari per realizzare politiche sociali, ambientali, culturali, economiche improntate all’unità e alla solidarietà nazionale?
Le risposte dell’autore sono ispirate a un realismo amaro, ma, al tempo stesso, hanno il vigore di una denuncia, civile ancor prima che giuridica. Una volta in vigore, l’autonomia differenziata di Calderoli e della Lega, supinamente avallata da Giorgia Meloni in virtù di un patto implicito che coinvolge il contemporaneo snaturamento della forma di governo parlamentare (impensabile il premierato senza l’autonomia, ha ribadito in questi giorni, lo stesso Calderoli), produrrà conseguenze gravissime per i cittadini e per i loro diritti, incrementando differenze tra il Nord e il Sud del Paese già oggi insostenibili, nel campo dei diritti fondamentali, dei servizi e della loro fruizione.
L’autore, da costituzionalista, affronta i nodi giuridici del percorso tenacemente perseguito dal Governo in carica, ne segnala le incongruenze e i rischi, ne individua i presupposti storici e politici, restituendo un’immagine inquietante dell’Italia differenziata. Il filo rosso dell’analisi è lo stravolgimento della dimensione costituzionale dell’autonomia, non più pensata come funzionale all’emancipazione, come condizione strutturale in grado di garantire l’effettività dell’eguaglianza sostanziale che la Costituzione prescrive, all’art. 3, secondo comma, come compito della Repubblica, ma come fattore di separazione ed esclusione, a vantaggio dei territori più ricchi e dei cittadini più abbienti.
La riforma del titolo V della Costituzione nel 2001, che Gianni Ferrara definì “un monumento di insipienza giuridica e politica” ha rappresentato, nella prospettiva di Pallante, il momento culminante di un rovesciamento di senso che politicamente e giuridicamente era in atto da tempo. Sul piano politico, in virtù dell’emersione di una paradossale “questione settentrionale” fondata sull’ideologia del “prima il Nord”, stanco di vedere il proprio destino economico condizionato dai “parassiti” meridionali. Sul piano giuridico, attraverso la legge costituzionale n.1 del 1999, che nell’introdurre l’elezione popolare diretta del Presidente della Giunta regionale, accompagnata dal famigerato vincolo dell’aut simul stabunt aut simul cadent, diretto a legare in maniera inestricabile la sorte dei Consigli e del Presidente, aveva determinato la definitiva conversione “iper-presidenziale” della forma di governo regionale parlamentare-assembleare vigente sino al 1995. Quanto accaduto solo due anni dopo, nel 2001, rappresentò, spiega Pallante, il suggello di una tendenza che, all’epoca, i dirigenti del centro-sinistra non compresero, o, peggio, decisero incautamente di cavalcare in omaggio a un confuso tentativo di aggiornamento delle istituzioni, facendo così il gioco della Lega. Il risultato di quelle riforme – opportunamente ricorda l’autore – fu la progressiva spoliticizzazione della vita pubblica e politica regionale, simbolicamente rappresentata dalla marginalizzazione estrema delle assemblee rappresentative regionali, che la tragica esperienza della Pandemia da Covid-19 ha reso, se possibile, ancor più evidente.
La confusione che ne derivò – frutto di una riforma costituzionale priva di pensiero e di progetto, inadeguata nelle finalità e nel metodo (fu approvata, come si ricorderà, a maggioranza assoluta dei voti) – esaltò a dismisura la funzione degli interpreti, Corte costituzionale in primis. A partire dai primi mesi successivi alla modifica del Titolo V la Corte, ricorda l’autore, fu investita da un contenzioso di notevole entità, che provocò l’espansione dei propri poteri e la sua complementare esposizione a critiche giuridiche e politiche. Il risultato – che Pallante evidenzia puntualmente – è stato una trasfigurazione delle stesse parole. L’esempio delle materie trasversali, le ricadute sulla divisione delle competenze, l’intreccio tra materie, non materie, funzioni e compiti, l’emersione del criterio della prevalenza, sono sintomi della fatica compiuta dalla Corte e dagli interpreti per restituire coerenza minima a un sistema divenuto inevitabilmente caotico. Un compito improbo, riuscito solo in parte.
Spesso si dice che il potere ami l’ordine. In realtà è vero anche l’inverso. Il potere prospera nel caos, che, non a caso, consapevolmente produce, anche svolgendo in mala fede la sua funzione di dettare le regole. Per spezzare l’Italia, insomma, è necessario spezzare anche il diritto. Il disegno di legge Calderoli rappresenta, in tal senso, il suggello di una progettualità distorta che da tempo regna egemone nel firmamento dell’autonomia. Al tempo stesso rivela che, oggi, nulla riesce ad intaccare la folle logica di un Governo che, sin dal suo insediamento, ha scelto di fondare la sua azione sulla coppia premierato assoluto-autonomia differenziata. Le decine di audizioni parlamentari di costituzionalisti, economisti, sociologi, tecnici e le critiche serrate al progetto prodotte da associazioni, centri-studi, sindacati e persino dalla Conferenza episcopale italiana, il cui recente appello a “crescere insieme” è stato bollato dallo stesso Calderoli come mera “propaganda”, non sono riuscite a scalfire il nucleo del progetto, la cui definitiva approvazione è prevista in queste settimane.
Tutti gli interventi ricordati sono stati diretti ad evidenziare gli enormi limiti, di metodo, di contenuto, di indirizzo, di un disegno che mortifica le esigenze dell’autonomia costituzionalmente riconosciuta, che deprime il Parlamento, chiamato a ratificare senza indugio le intese che il Governo contratterà con gli esecutivi regionali, che coinvolge tutte le materie indicate in Costituzione senza fare alcun riferimento ai potenziali vantaggi, in termini di maggiore eguaglianza e maggiori diritti e che condiziona l’erogazione delle risorse necessarie per l’esercizio delle competenze trasferite all’azione successiva, segreta e misteriosa, di Commissioni paritetiche destinate a surrogare il Parlamento.
In questo quadro, a tinte assai fosche, la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni inerenti ai diritti civili e sociali che, secondo la Costituzione, devono essere garantiti uniformemente su tutto il territorio nazionale, rischia di essere una toppa peggiore del buco, o, ancora, la copertura formale di un disegno per certi versi diabolico. Il laborioso procedimento funzionale alla loro individuazione, la sequenza oscura per la loro concreta definizione, l’incerta sorte delle materie e delle funzioni non LEP, immediatamente trasferibili, che riguardano ambiti di cruciale importanza, costituiscono, per Pallante, segnali indiscutibile di uno stravolgimento della Costituzione che, diversamente da quanto ha deciso di fare il Governo, prevede che sia il Parlamento a definire i LEP tramite legge, che essi siano individuati e definiti in tutte le materie (e non in alcune, come nel disegno di legge Calderoli) e che il loro integrale finanziamento si imponga rispetto alle esigenze di bilancio. Un quadro scomposto e frammentato, che, tra le altre cose, sconta “incredibilmente”, secondo l’autore, la scelta in base alla quale l’assegnazione delle risorse necessarie alle Regioni per l’esercizio delle nuove competenze non dipenderà dall’individuazione dei LEP, ma sarà definito da una commissione paritetica Stato-regioni “sulla base di una complicata serie di parametri incentrata sul gettito dei tributi raccolti sul territorio regionale”. La posta in gioco è, infatti, ancora una volta l’assegnazione del residuo fiscale che la Corte, già dal 2016, ha giudicato essere un parametro insussistente ed inutilizzabile, alle regioni più ricche che, all’indomani della differenziazione, lo saranno, inevitabilmente, ancora di più.
Cosa fare, una volta che il disegna di legge Calderoli sarà in vigore? Come contrastare, con gli strumenti del diritto, la deriva che Pallante lucidamente descrive? Il cerino, come già nel 2001, passa alla Corte costituzionale. Da un lato il Giudice delle leggi potrebbe decidere, data a posta in gioco, di aggiornare la sua giurisprudenza in materia referendaria sulle leggi atipiche e sulle leggi collegate al bilancio, come quella in oggetto, considerando ammissibili eventuali richieste referendarie rivolte alla sua abrogazione totale o parziale, dall’altro potrebbe risultare decisiva dinanzi all’eventuale presentazione di ricorsi in via principale proposti dalle regioni che, per bocca dei loro presidenti, si sono sinora mostrate ostili all’autonomia differenziata. Una strada impervia, alla quale non si sarebbe dovuti giungere, in nome della Repubblica una e indivisibile.
Michele Della Morte Professore di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi del Molise. Ha scritto, tra l’altro, Rappresentanza vs. partecipazione? L’equilibrio costituzionale e la sua crisi (Franco Angeli, 2013)
C’era una volta una canzone, una splendida canzone, una canzone – a volte succede – che parla di noi, di ieri e di oggi, della storia di ognuno e di tutti. Una canzone che racconta l’ “Italia che resiste”, L’Italia che, nonostante tutto, ha conservato la sua bellezza, l’Italia che sopravvive al dolore, alla fatica, alla corruzione, allo schifo che avanza.
Scrive e canta Francesco De Gregori:
La storia siamo noi
La storia siamo noi, nessuno si senta offeso, siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo. La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso. La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da masticare. E poi ti dicono “Tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera”. Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera. Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone, la storia entra dentro le stanze, le brucia, la storia dà torto e dà ragione. La storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere, siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere. E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia) quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare. Quelli che hanno letto milioni di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare, ed è per questo che la storia dà i brividi, perchè nessuno la può fermare. La storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi, bella ciao, che partiamo. La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano. La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.
Ecco invece l’ultimo lo spot 2024“Enel, l’Italia nel mondo”. Vi sarà sicuramente passato sotto gli occhi, visto che va in onda puntualmente prima, dopo e in mezzo alle partite degli Europei di calcio. Se per caso ve lo siete perso, eccolo qui sotto:
In 60 secondi (ma c’è anche la versione breve di 30 secondi) e un quintale di retorica e di melassa, il colosso multinazionale celebra la sua storia e i suoi successi: “abbiamo unitol’Italia con la rete elettrica” dice lo spot. Il video è molto bello (i soldi possono quasi tutto) e la storia è molto lunga: dall’Enel delle origini (nostalgiche immagini in bianco e nero) ai fantastici traguardi del presente alla conquista del futuro (ecco le riprese degli ex campi di grano ora ricoperti di pale eoliche e di pannelli fotovoltaici).
Tralascio critiche ed obiezioni; ho una inguaribile antipatia per le multinazionali, ma Enel è liberissima di farsi pubblicità. Ci mancherebbe. Quello che è insopportabile è la confusione sulla storia: la storia di una azienda, la storia dell’Italia, la storia di ognuno di noi. Come se fossero la stessa cosa. La stessa storia. E non si tratta di un equivoco, è una confusione voluta e perseguita: nelle immagini, nelle scritte, e soprattutto nella canzone scelta per accompagnare tutto il video.
Da Carosello in poi, gli spot pubblicitari (allora si chiamavano réclame) hanno sempre attinto alle canzonette come colonna sonora. Questa volta però Enel esagera, sceglie una canzone che racconta la nostra storia, la storia di tutti gli italiani, e la trasforma in un enfatico inno aziendale.
E’ una tristezza che Francesco De Gregori, per vecchiaia e per vil pecunia, abbia permesso questo scippo. Enel però, anche se sempre più potente e multinazionale, non può privatizzare la storia. E la storia di Enel non è la nostra storia.
FERRARA: LO STATO DELL’OPPOSIZIONE E L’INTERVISTA A FABIO ANSELMO
Non era mia attenzione intervenire ora sulle questioni poste dalla campagna elettorale ferrarese ma l’intervista a Fabio Anselmo apparsa su La Nuova Ferrara di venerdì 21 giugno, mi ha fatto cambiare idea. Non si tratta di una risposta ad Anselmo, tantomeno di una polemica, ma di una riflessione sullo stato dell’opposizione, o della “sinistra”, in questa città. Una questione che mi interessa anche come cittadino. La mia risposta consegnata a La NuovaFerrara è stata tagliata in maniera talmente brutale da farmi apparire come un rancoroso nei confronti di Anselmo e non come un cittadino che vuole dare un umile contributo ad una situazione di stallo e turbamento che, se non viene affrontata subito “politicamente”, rischia di compromettere ancora di più la situazione. Questo pone un serio interrogativo sulla qualità della stampa locale, ma anche questo è un tema dibattuto da tempo. Ringrazio quindi Periscopio per aver ospitato questa riflessione.
Dall’intervista di Anselmo, e dalle parole usate, sembra che il futuro dell’opposizione alla destra, che governa la città a Ferrara, dipenda da lui. Con tutto il rispetto dovuto alla persona, spero non sia così. I partiti che più rappresentano l’opposizione a questa (e alla precedente amministrazione) hanno una loro responsabilità generata probabilmente anche dauna autoreferenzialità che non gli ha permesso di cogliere il malessere montante in città; quindi, devono assumersi la responsabilità di una analisi e di una proposta di futuro, auspicabilmente da condividere.
L’ossigeno che manca a Ferrara
Anselmo fa alcune affermazioni che si prestano ad un allargamento del dibattito. La prima riguarda il fatto che con la sua esperienza è arrivato ossigeno in città. Credo che di ossigeno alla città e all’opposizione, ne sia arrivato ben poco vista la condizione in cui si trova. Ovviamente l’ossigeno è sinonimo di linfa vitale, di stimolazione intellettuale, di pratiche attive della politica. Di tutte queste cose a Ferrara se ne parla da almeno tre anni, da quanto si è avviata la discussione sul Feris e se questo è stato bloccato lo si deve innanzitutto a un movimento di cittadinanza attiva (il Forum Ferrara Partecipata), al quale hanno aderito anche i partiti di opposizione. Quindi il poco ossigeno che gira nella fumosa Ferrara, “città dei balocchi”, è stato portato da questo movimento (che raggruppa tante associazioni), a detta anche di molti ferraresi che conoscono meglio di me la città.
Credo che le forze “istituzionali” di opposizione dovrebbero aprire un dibattito franco e sincero sul loro ruolo e sui loro errori, anche perché ricordo che questa è la seconda sconfitta. Quindi si persevera. Personalmente ritengo che l’errore primo sia stata la sottovalutazione della valenza politica del processo di “cittadinanza attiva”, avviato in questi anni con il contrasto al progetto Feris e l’avvio di una ricca discussione sul futuro della città, con “portatori di esperienze” invitati da tutta Italia e anche dall’estero. Un’esperienza che spero continuerà.
Gli errori del tavolo delle opposizioni
Su una cosa Anselmo ha certamente ragione, ed è la critica per come è stato gestito il “tavolo delle opposizioni”. Si è costruita la tavola rotonda, si sono individuati i “cavalieri”, si è iniziato a parlare di programmi senza che nessun contenuto trapelasse, mentre Lancillotto è arrivato molto dopo. Infine, aspetto più grave, si è chiusa la porta alla “cittadinanza attiva”, che era l’aspetto di novità di questa città e su cui si poteva innescare, fin dall’inizio, un processo unitario di individuazione di un candidato e di un programma, anche attraverso primarie. E quindi il campo largo si è ridotto ad un budello stretto e buio nel quale sono transitati in pochi.
Soffermiamoci sul PD a Ferrara: 31,4% alle Europee e 22,51% alle amministrative: non vi sembra necessaria una riflessione approfondita? Mi farebbe piacere sentire anche il parere di Fratoianni e Bonelli che hanno brutalmente delegittimato localmente i loro quadri dirigenti e elettori, in nome di una razionalità superiore che, visti i risultati, si è manifestata irrazionale. Anche i 5 Stelle hanno molte domande a cui dare risposte, con le loro spaccature a “processo avviato”.
Anselmo, forse per il lavoro che fa, mi sembra una persona che non si mette in discussione; quindi, si pone come capopopolo, ahimè con poco popolo. Si presenta infatti come leader dell’opposizione e non del suo gruppo di opposizione, non considerando che esiste anche un’altra opposizione, limitata ma significativa, rappresentata da Anna Zonari che comunque Anselmo non ha mai riconosciuto come interlocutrice, rifiutando i tanti confronti che le elezioni avevano creato. Rimango convinto che se i fronti anti-destra si fossero confrontati fin da subito lanciando un messaggio di condivisione dell’obiettivo, pur nel rispetto delle differenze, forse il confronto sarebbe stato più complesso. La complessità è facile da evocare difficile da praticare soprattutto quando nel “campo largo” ci sono forze che nonostante ripetute sconfitte si ritengono depositarie dell’arte della politica, mentre le ragioni degli altri non vale la pena ascoltarle.
Autoritarismo e democrazia
Credo che nell’intervista sia particolarmente infelice il passaggio dove Anselmo invita la Zonari ad ascoltare Barbero per prendere atto che la democrazia è minacciata. Questo passaggio rivela arroganza e disinformazione. La crisi della democrazia e la crescita dell’autoritarismo, è stato uno dei temi strutturali delle riflessioni de “La Comune”, io stesso ne ho parlato in diverse occasioni. Bastava ascoltare e riflettere sulle questioni poste dagli altri. Con tutto il rispetto per Barbero, persona intelligente e grande divulgatore, non è che prima di lui non fossimo al corrente dei pericoli della democrazia e dell’aumento dell’autoritarismo. Nel mio piccolo questo tema l’ho ribadito molte volte sulla stampa ferrarese e non solo, parlando di un Alan Fabbri più orientato al “comando” che non al “governo”. In ogni caso Mike Davis, Noam Chomsky, Luciano Gallino, Nadia Urbinati, Fabrizio Barca, Thomas Piketty per citare alcuni tra i più conosciuti ne parlano da decenni.
L’autoritarismo neoliberista, che sta risucchiando la democrazia, come la conoscevamo, si precisa sempre più: comando/presidenzialismo; deriva bellica; neocolonialismo riguardante i migranti e le materie prime critiche; limitazione del pubblico a favore delle imprese; limitazione delle politiche sociali e interventi pubblici a favore di banche e imprese; esautoramento dei parlamenti (e dei consigli comunali), retorica comunicativa arricchita di bugie. Questa dinamica è avviata da almeno 40 anni e ha determinato un aumento perentorio delle disuguaglianze. Un processo che rivela anche l’incapacità della democrazia e dei partiti che la interpretano, di affrontare la complessità sopra citata. Perché anche i “progressisti” non sono rimasti indifferenti alle sirene neoliberiste e alla prevalenza delle ragioni del “mercato” a scapito delle politiche sociali e di contrasto alle disuguaglianze.
Prima persona o gioco di squadra?
Sottolineo questo aspetto perché Anna Zonari è la portatrice di un “noi”, ovvero rappresenta un gioco di squadra (La Comune) che su questi temi riflette da sempre e che ha introdotto nel dibattito politico. Quindi forse un po’ di umiltà e condivisione da parte di Anselmo farebbe bene a un dialogo orientato alla costruzione di un tavolo di tutte le opposizioni (partiti, associazioni, cittadinanza attiva), in grado di costruire una alternativa condivisa. Sempre che non ritenga di essere lui l’opposizione e l’alternativa…punto.
Questa ripiegamento su se stesso mi sembra emerga continuamente, non so se consciamente o inconsciamente, questo anteporre sempre la prima persona ad ogni discorso: “la mia volontà”, “io farò”, “io ho fatto”, questo minacciare continuamente che lui un lavoro ce l’ha e che non vive di poltrone pubbliche (come se anche gli altri non lavorassero) credo sia una deriva della politica come personalizzazione cha ha il suo contraltare nella vittoria di Fabbri, il vero vincitore, più che la coalizione che lo sosteneva (fatto che forse un giorno un indovino ci spiegherà). Riflettendo sul confronto elettorale mi si rafforza la convinzione che non si siano confrontati due coalizioni portatrici di valori e visioni del mondo diverse, ma due persone che, come ho scritto altrove, mi ricordano i lottatori di Francisco Goya che mentre continuano a menarsi affondano nelle sabbie mobili, e noi con loro.
La personalizzazione è la negazione della democrazia come cittadinanza attiva ed è una delle manifestazioni dell’autoritarismo, ma di questo ne parleremo in altra sede, dobbiamo però prendere atto del consenso crescente che premia le forze che restringono gli spazi di democrazia, in nome di un populismo alla “liberi tutti” e di un indebolimento delle regole come spazio di libertà condiviso di una comunità.
Abbandono del voto e democrazia partecipata
La prova della sfiducia della democrazia è nel crollo della partecipazione al voto, o nella disgiunzione del proprio voto al medesimo partito tra una elezione europea e una locale, come detto sopra. Probabilmente l’incapacità della democrazia contemporanea di affrontare la complessità non consente di contrastare l’autoritarismo e le manifestazioni illiberali, il problema va affrontato più radicalmente, favorendo l’evoluzione di forme di democrazia in grado di affrontare tale complessità e le ansie che genera, a partire da quella ambientale.
L’unica prospettiva in grado di riempire questo vuoto di democrazia credo sia la democrazia partecipata, dunque un confronto (quindi il noi) informato, aperto, consapevole e necessario per contrastare le derive che portano la maggioranza delle persone a identificarsi in qualcuno che comanda, paternalisticamente. Va ridata dignità e riconoscimento alle persone, e come afferma Fabrizio Barca lavorando per una “identità di destino e non identità delle origini”. Questo riconoscimento mette in discussione (perlomeno nel campo progressista e democratico) anche il rapporto tra partiti e cittadini e la politica come ricerca di un leader prima che come definizione del percorso che vogliamo intraprendere e del quadro di valori ai quali vogliamo riferirci. È arrivato il momento di riapparecchiare il tavolo delle opposizioni invitando più persone a sedersi. Ovviamente ognuno porti qualcosa da bere e da mangiare.
Perfect days (4). Il dolore sereno di un uomo compiuto
Dopo averne letto da varie parti, compreso Periscopio: (qui con Giuseppe Ferrara, qui con Francesco Monini, infine qui con Eleonora Graziani), alla fine anch’io ho visto Perfect Days, il film di Wim Wenders. Il motivo per cui l’ho guardato esattamente in un certo giorno, è che in quel giorno, la mattina, ho fatto quella che (secondo me) era una accurata pulizia del bagno di casa mia. Siccome avevo letto che il protagonista di Perfect Days (Hirayama) è un uomo il cui mestiere è pulire scrupolosamente i bagni pubblici di un quartiere di Tokyo, il pomeriggio di quello stesso giorno ho dovuto guardare il film, per confrontare il mio livello di pulizia con quello di Hirayama.
Naturalmente ne sono uscito sconfitto. Non voglio dire umiliato, perchè credo che Hirayama non avrebbe mai quell’intento verso nessuno. Anzi, a Hirayama non verrebbe proprio in mente l’idea di una competizione, non solo nel pulire i bagni. La consolazione è che perdereste tutti, se ci fosse una gara. La svolta è che da quando ho visto il film voglio sempre pulire io il bagno. Voglio farlo io. Mi sono appassionato.
Prendere passione per la pulizia di un bagno è, per me, assimilabile ad appassionarmi alla stiratura delle camicie, o alla matematica. Hirayama mi ha fatto capire quanto è importante mostrare anziché insegnare. Quanto la capacità di trasmettere una propria passione possa influenzarti più delle tue attitudini innate, vere o presunte. Il prossimo passo sarà quello di sviluppare il pollice verde, a me che sono noto per far appassire piante e fiori. Quanto al resto, mi stavo già avvicinando alla giornata di Hirayama, allo stile della sua giornata. Una routine fatta di poche cose, semplici, curate nel dettaglio, con attenzione e concentrazione. Ecco: la concentrazione su quello che stai facendo, come se fosse la cosa più importante del mondo, e in quel momento lo è. Questa capacità di essere completamente dentro le cose nel momento in cui le stai vivendo, e non solo ricordando a posteriori quanto stavi bene in quel momento, ma senza rendertene conto. Mi ha fatto venire in mente la concentrazione di un cane durante la sua passeggiata: il totale coinvolgimento di ogni fibra del suo essere cane nell’annusare, segnare e marcare con il suo odore ogni tappa del percorso, sempre lo stesso, senza avere bisogno di altro, senza aspirare ad altro che non sia il colmare il proprio posto nel mondo. Come le foto ripetute allo stesso albero, tutti i giorni, con la stessa fotocamera analogica. Quell’albero che è lì da prima di te, sarà ancora lì dopo di te, e ti sta accanto, come un amico silenzioso, per il tempo che la natura ti concederà.
Il film lascia intuire, con rapidi cenni, quel che c’è stato prima del film, e quel che ci sarà dopo. Il dolore e la serenità del distacco dalle persone e dalle cose del prima. In questo mi ha ricordato la tecnica di certi racconti perfetti di Hemingway o di Carver: il racconto illumina un frammento di vita, che ha un prima dell’inizio e avrà un dopo l’ultima riga dell’ultima pagina. Perfetto: nell’etimo latino significa compiuto, che è cosa diversa dall’essere privo di difetti. Una giornata perfetta di Hirayama è una giornata alla quale non manca niente, proprio perchè manca il superfluo, l’inessenziale, l’inutile. Uno dei principali segni di questa compiutezza priva di orpelli è il fatto che la tecnologia che usa Hirayama si è fermata agli anni settanta. Hirayama ascolta la musica sul furgone con cui va al lavoro mettendo su i nastri, le musicassette, dove non puoi saltare i brani, non puoi selezionare le canzoni, non puoi impostare un ordine casuale. E’ una tecnologia che ti permette di fare solo la cosa per cui è stata concepita, perchè troppe funzioni ti distraggono, e non ti concentri sull’essenziale. Esattamente il contrario di quanto accade con la tecnologia contemporanea, che dandoti infinite possibilità finisce per obliterare la concentrazione, e ti affoga in una dimensione di distrazione permanente che ha modificato in senso evolutivo, ormai, la curva della nostra attenzione.
Un film privo di una trama che si definisca “avvincente” può risultare noioso? Certo: allo stesso modo in cui una trama troppo piena di eventi può risultare stucchevole. Non chiedetemi mai la trama di un’opera, a meno che non vogliate mettermi in difficoltà. Io non ricordo mai le trame dei film, e nemmeno dei romanzi. Mi rimangono le atmosfere, le sensazioni, le scene. La scena finale di Perfect Days non merita di essere raccontata, tantomeno spiegata. Per quanto si intuisca che dietro c’è una tecnica attoriale magistrale, la sua meraviglia risiede appunto nel fatto che non è la maestria a rimanere impressa, ma le emozioni della vita di Hirayama, quella che è stata, quella che è e quella che sarà. Mostrate con tale forza da essere più efficaci di qualunque narrazione, di qualunque didascalia.
Come sarà incontrare Cristo nei Salmi? Per quali sentieri raggiungerlo? Quali segni e personaggi ci guideranno per arrivare a riconoscere e ad accogliere Lui, in quella raccolta di suppliche e ringraziamenti, desolazioni e consolazioni, notti e giorni mirabilmente intessuti dalla fede di Israele, che va sotto il nome del re Davide, figura e tipo del Re Messia?
Preghiere da subito raccolte dalla Chiesa delle origini quali irrinunciabili parole per la sua liturgia della lode, da intrecciare alla stessa liturgia eucaristica.
È il Cristo stesso che ricorda ai due discepoli di Emmaus che le Scritture, i Profeti e i Salmi parlano di lui (Lc 24, 44).
Incontrare Cristo nei Salmi sarà come incontrarlo in un giardino; sì, proprio così, sarà come incamminarsi per i sentieri di un giardino, quello del mattino di Pasqua, dove Maria di Magdala dapprima lo scambiò per il custode ma poi lo riconobbe come il suo Maestro (Rabbuni).
Non dice forse s. Atanasio, scrivendo a Marcellino sulla intelligenza dei Salmi, che questo libro «è come un giardino che contiene i frutti di tutti gli altri libri e mentre dà a questi lo squisito sapore della poesia, ve ne aggiunge pure dei propri»?
Lo Pseudo Macario, nelle sue Omelie spirituali, mettendo in guardia il cristiano sulla sua terra interiore, perché non sia priva di un contadino che la lavori, non esita ad indicare il Cristo come l’Ortolano celeste, che coltiva il giardino dello Spirito, e Thomas Eliot ci ricorda che, insieme al Cantico dei Cantici, il Salterio è Giardino dei simboli ed a coloro che vi si incammineranno sarà concesso di sentire la stessa Parola di Dio parlare di se stessa e del suo mistero.
Stella pomposiana
Una volta mi trovavo nell’abbazia di Pomposa, guardando il catino absidale con l’affresco del Cristo Pantocrator. Il Cristo, seduto nel trono della sua gloria, è racchiuso in una mandorla con i colori dell’arcobaleno in un cielo stellato. Lo sguardo vi cercava una via d’accesso, un orientamento tra le stelle per farsi più vicino, più intimo a quella visione.
Abbazia di Pomposa: stella ad 8 punte con la scritta Pomposia
Così spostandosi dal centro della navata verso quella di destra, lo sguardo vi scorse dipinta sulla colonna una stella ad otto punte già vista nelle ceramiche del nartece: la stella con la scritta tra raggio e raggio: P o m p o s i a.
Pensai, il Cristo ai viandanti che lo cercano si fa precedere ancora una volta da una stella. Sotto di essa intravidi come un ingresso simile a una grotta; anzi a guardare bene era un portale da cui, oltre la soglia, si vedeva un albero sbiadito ma carico di frutti.
Pensai subito che fosse l’ingresso di un giardino, il giardino del salterio, quello che tra le mura di Pomposa i monaci, per molti anni, avevano coltivato intrecciando melodie e salmi, l’hortus conclusus del Cantico dei cantici (4,12), il luogo più intimo che c’è, quello dell’amore.
Da quella porta idealmente sono risalito al catino absidale ed ho scorto così un angelo con un cartiglio in cui era scritto: «Beati gli occhi di coloro che vedono quello che voi guardate!».
Dal Padre nostro ai salmi: una via alle beatitudini del monte
San Romualdofondatore di Camaldoli, che fu monaco nelle nostre valli, nel Pereo all’inizio del secondo millennio cristiano, ricordava a Bruno di Querfurt e ai suoi cinque monaci che i salmi sono l’unica strada per fare esperienza di una preghiera veramente profonda: “Una via in psalmis” che conduce all’unione con Cristo al “donum lacrimarum” e al “privilegium amoris”.
Se i salmi sono il giardino della Bibbia, la preghiera del Pater noster è nel giardino il luogo più segreto, la fonte sorgiva, il senso profondo e compiuto di tutte le parole contenute nelle Scritture antiche e nuove.
Scrive s. Agostino: «Se passi in rassegna tutte le parole delle sante invocazioni contenute nella Scrittura, non troverai nulla, a mio parere, che non sia contenuto e compreso nel Padre nostro. Chi dice: “Come ai loro occhi ti sei mostrato santo in mezzo a noi, così ai nostri occhi mostrati grande fra di loro” (Sir 36, 3) e: I tuoi profeti siano trovati pii (cfr. Sir 36, 15), che altro dice se non: “Sia santificato il tuo nome”?
Chi dice: “Rialzaci, Signore nostro Dio; fa` risplendere il tuo volto e noi saremo salvi” (Sal 79, 4), che altro dice se non: “Venga il tuo regno”?
Chi dice: “Rendi saldi i miei passi secondo la tua parola e su di me non prevalga il male” (Sal 118, 133), che altro dice se non: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”?
Chi dice: “Non darmi né povertà né ricchezza” (Pro 30, 8), che altro dice se non: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”?
Chi dice: “Ricordati, o Signore, di Davide, di tutte le sue prove” (Sal 131, 1) oppure: “Signore, se così ho agito, se c’è iniquità nelle mie mani, se ho reso male a coloro che mi facevano del male, salvami e liberami” (Sal 7, 1-4), che altro dice se non: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”?
Chi dice: “Liberami dai nemici, mio Dio, proteggimi dagli aggressori” (Sal 58, 2), che altro dice se non: “Liberaci dal male”?
Si deve cercare la vita beata e chiederla al Signore Dio. In che consista l’essere beato è stato discusso a lungo da molti con motivazioni diverse. Ma non è necessario ricorrere a tanti autori e a tante trattazioni. Nella Sacra Scrittura è stato detto tutto con poche parole e con piena verità: “Beato il popolo il cui Dio è il Signore” (Sal 143, 15).
Per appartenere a questo popolo e arrivare a contemplare Dio teniamo presente questo: “Il fine del precetto è la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera” (cfr. 1 Tm 1, 5)», (Lettera a Proba, 130, 12-13).
Nei salmi l’umanità è benedetta: canta l’amore
«Il suo amore è per sempre» : Sal 136 (135); 118 (117); 107 (106); 100, (99).
Agostino sentiva in tutti i salmi le voci degli uomini e delle donne delle beatitudini che esultavano e che gemevano, che si allietavano nella speranza o che sospiravano un’umanità nuova.
Per Ambrogio il salterio è una benedizione e ne indica l’efficacia: «Mitiga l’ira, libera dalle sollecitudini, solleva dalla mestizia. È protezione nella notte, istruzione nel giorno, scudo nel timore, festa nella santità, immagine di tranquillità, pegno di pace e di concordia che, a modo di cetra, da voci molteplici e differenti ricava un’unica melodia.
Il salmo canta il sorgere del giorno, il salmo ne fa risonare il tramonto. Nel salmo il gusto gareggia con l’istruzione. Nello stesso tempo si canta per diletto e si apprende per ammaestramento. Che cos’è che non trovi quando tu leggi i salmi?
In essi leggo: “Canto d’amore” (Sal 44, 1) e mi sento infiammare dal desiderio di un santo amore. In essi passo in rassegna le grazie della rivelazione, le testimonianze della risurrezione, i doni della promessa. In essi imparo ad evitare il peccato, e a non vergognarmi della penitenza per i peccati» (Commento sui salmi, Sal 1, 9-12).
Basilio, che ha ispirato con le sue omelie lo stesso s. Ambrogio e s. Agostino, ne elenca i pregi: «Il salmo è tranquillità dell’anima, arbitro di pace, allontana il tumultuare e l’ondeggiare dei pensieri. Reprime infatti l’ira dell’animo, corregge e modera la sfrenatezza. Il salmo concilia l’amicizia, riconcilia coloro che sono separati, dirime, le inimicizie.
Chi infatti può ancora ritenere come nemico colui col quale ha elevato a Dio un unico, comune canto? Così la salmodia procura anche il massimo dei beni, l’amore, in quanto introduce l’uso del canto comune, come una specie di vincolo di concordia, e in quanto fonde armoniosamente la moltitudine nella sinfonia di un solo coro…
È scudo nei timori notturni, è pausa nelle fatiche diurne; è sicurezza dei fanciulli, ornamento di coloro che sono nel fiore dell’età, consolazione ai vecchi. È l’ornamento per le donne; rende abitabili i deserti, modera le comunità umane. È la base per coloro che muovono i primi passi sulla via della perfezione, incremento di coloro che progrediscono in questo cammino, sostegno di coloro che giungono alla meta» (Omelie sui salmi, Paoline, alba 1978,39-40).
La fede si fa canto e la preghiera si fa poesia in un dialogo senza fine
«I salmi sono espressione poetica di esperienze religiose» ci ha ricordato il biblista Alonso Schökel. La poesia dei salmi è trasformare l’esperienza religiosa in parola che canta o che grida, che supplica o che ringrazia, che attende, che cerca e che trova, che abbassa e che rialza, una parola che è attraversata dal dolore e dal dubbio ma che va sempre oltre, oltre la morte.
I salmi creano così consapevolezza di sé e consapevolezza dell’altro, del mondo dentro e di quello fuori, del cielo e della terra; è il loro movimento dentro e fuori, in alto e in avanti. Ogni salmo è come il continuo ribalzo di una spola sul telaio, un gioco di alternanze dall’io al tu e al noi che genera relazione tenendo insieme, accorpando un filo ad un altro filo.
È come un ritornare su di sè e poi ancora volgersi verso l’altro, come una tessitura della propria con la vita d’altri: «Comprendere e spiegare i salmi è soprattutto comprenderli e spiegarli come espressione di esperienze religiose. Se puntiamo lo sguardo al fine, Dio, i salmi interpellano; se guardiamo all’orante, i salmi esprimono. Così distinguiamo questo corpo letterario dalla profezia, nella quale Dio interpella l’uomo; e dalla storia, che è primariamente informazione.
È vero che ogni parola di Dio all’uomo lo interpella; anche i salmi, come parola ispirata. Ma all’interno di questo valore generale, i salmi hanno uno statuto proprio. Come portatori dello Spirito, mettono in grado l’uomo di rivolgersi validamente a Dio, in spirito e verità. I salmi sottolineano il ruolo di protagonista dell’uomo» (A. Schökel, Trenta salmi: poesia e preghiera, Dehoniane, Bologna c1982, 20).
Essi sono testimoni nel tempo e nello spazio di una esperienza vera, di una storia di storie, luogo di libertà che si donano, attestano infatti la reale possibilità di incontrare Dio come l’altro della propria vita e noi della sua:
«Diciamo che l’esperienza è vera, quando raggiunge veramente un termine reale; ossia, l’esperienza non è puramente immanente; tende realmente ad un termine estrinseco ad essa; non è pura illusione, perché in qualche modo raggiunge ciò verso cui tende. Colui che attualmente, recitando un salmo, raggiunge realmente il vero Dio, lo adora in spirito e verità» (ivi, 24).
Il Cristo, cantore dei Salmi
È Lui il mirabile cantore dei salmi, dice s. Agostino. Egli canta per sé e per ciascuno di noi e per ogni uomo e ogni donna che viene in questo mondo. Egli, a dodici anni, sale a Gerusalemme cantando i salmi delle ascensioni e di pellegrinaggio, il salmo 122 (121): «Chiedete pace per Gerusalemme… Sopra di te scenda la pace… e chiederò “venga su di te il bene”».
Abbazia di Pomposa: Cristo Pantocrator
Quando si fa commensale con i suoi il Cristo canta l’Hallel pasquale dei salmi 114 (113)–118 (117), che dice la speranza presente dentro la storia, e che si compirà andando oltre, in una nuova storia. Nell’ultima cena il canto diventa la sua stessa vita, l’amoroso transito significato nel segno del pane spezzato dato ai suoi e per tutti: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (Mt 26,30 = Mc14,26).
I versetti centrali del grande Hallel[166 (114-115), 9-8] dicono il motivo del canto e della lode: «Sì, mi hai strappato la vita alla morte, mi hai terso gli occhi dal pianto, trattenuto il piede dal precipizio. Così avanzerò alla presenza di Dio nei campi della vita».
In croce, sul suo intimo tormento, il Cristo silenziosamente fa scendere il salmo 22 (21), 2: «Élôï, ÉIôï, lama sabachthani!/ Dio mio, Dio mio, perché, ma perché mi hai abbandonato?». Ma l’ultimo salmo lo dirà a modo suo: poche parole come un cartiglio di foglie secche inframezzate al vento, spirando il suo spirito: «Alle tue mani affido il mio spirito».
Fanno parte del salmo 31 (30), parole di colui che prega nella prova; «Mi affido alle tue mani; tu mi riscatti, Signore, Dio fedele… hai conosciuto le mie angosce; non mi hai consegnato nelle mani del nemico, hai guidato al largo i miei passi… Ma io confido in te, Signore; dico: “Tu sei il mio Dio, nelle tue mani sono i miei giorni”».
Senza dimenticare poi il salmo 10: «Perché, Signore, stai lontano, nel tempo dell’angoscia ti nascondi? Il misero soccombe all’orgoglio dell’empio e cade nelle insidie tramate… Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, tutto tu guardi e prendi nelle tue mani. A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei il sostegno».
La liturgia dei salmi è come un bacio
Così i salmi pregati nella liturgia delle ore costituiscono il contesto vitale, credente di chi li ha scritti e tramandati, nel susseguirsi delle generazioni di un popolo, forgiati pure nell’abbraccio con la poesia, il canto e la preghiera degli altri popoli del vicino Oriente e pure di chi continua a proclamarli ed a pregarli anche oggi.
Questo perché essi comunicano l’esperienza stessa di una vita che si lega in alleanza, che cerca l’incontro e viene interpellata a corrispondere, un fare strada insieme per aprire spazi di comunicazione, solidarietà, amorevolezza e comunione.
Così nei salmi si intrecciano il desiderio di Dio stesso di parlare agli uomini come ad amici: «Ascolta, popolo mio… Sono io il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto; apri la bocca e io la riempirò» [Sal 81 (80), 9-11] con il desiderio dell’uomo di ricevere dentro di sé, per custodire nell’intimo e non solo all’udito, le parole di Dio: «Apro anelante la mia bocca, perché desidero le tue parole» [Sal 119 (118),131] e ancora: «Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode» [Sal 51 (51),17].
Di Mosè è detto che Dio parlava con lui bocca a bocca e che finì proprio bene i suoi giorni, perché morì nel bacio di Dio, così narra il midrash della sua morte. Nel simbolismo della bocca è la totalità dell’uomo che si rapporta alla totalità veniente dell’altro: significa l’attuarsi del dono e dice pure la sua dimensione costitutiva che è l’essere in relazione, desiderio: mai senza l’altro. Attraverso l’immagine della bocca è la relazionalità dialogica e amorosa che viene alla luce e si irradiata.
Così nel simbolo della bocca-soglia, passaggio, viatico alla parola, si esprimono le dimensioni vitali di ogni persona, quella comunicativa, nutritiva e affettiva. «Mi baci con i baci della sua bocca!»: questo desiderio sta proprio all’inizio del Cantico dei cantici e il termine greco philesáto me e osculetur me della Nova Vulgata, con cui si apre il desiderio della Sulamita, sembra avere qui il senso di una realizzazione immediata e piena del desiderio: «Mi baci subito» (Ct 1,2), un ardente desiderio di unione, non solo proprio dell’amore umano, ma, in modo indicibile, dell’amore mistico.
Il salmo 63 (62) è detto infatti canto dell’amore mistico e così lo traduce David Maria Turoldo: «Dio, Dio mio, o amato Signore, solo te fin dall’alba desidero, il mio essere ha sete di te, per te spasima l’anima mia come arida terra riarsa… le mie labbra per questo ti cantano… A te l’esser mio si stringe, in tua destra è il mio sostegno».
Scrive la teologa e liturgista Morena Baldacci «Baciare qualcuno, baciare un oggetto, abbracciarsi, scambiarsi un bacio, sono riti che accompagnano il nostro vivere quotidiano, ma anche il nostro celebrare cristiano… nelle favole il bacio è in grado di ridonare la vita, di spezzare incantesimi o di trasformare i rospi in principi, anche nella realtà il bacio è pegno sicuro di speranza e di ogni trasformazione!
Nella poesia di David Maria Turoldo, il bacio narra il dramma della lotta tra la morte e la vita, respiro dato e respiro tolto… La liturgia [e così pure quella del salterio] si fa maestra e guida degli affetti: li alimenta e al tempo stesso li contiene, li illumina e purifica, li accende e li eleva, preserva quel delicato confine tra l’esternazione e il riserbo, educando così al giusto rispetto dell’intimità. La liturgia è come un bacio…» (in: Donne, Chiesa, Mondo, mensile de L’Osservatore Romano, n. 124, luglio 2023, 32-33).
«Con i baci che imparai dalla tua bocca
le mie labbra impararono a conoscere il fuoco»
(Pablo Neruda)
«Mi baci con i baci… ». Ma è con il bacio
che Egli il suo respiro di nuovo si prende:
il respiro che alitando bocca a bocca
ti rese «persona vivens», lassù …
Da quella vetta dunque inizia
la grande Contesa
e Morte con Amore convive.
E tu hai solo una scelta:
aspirare il suo alito
con la stessa passione…
(David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti, Milano 1991, 199).
Che amare attese, che pianti!
Ma ora ho sentito il tuo lungo
bacio e le nostre carezze ai capelli
non più scomposti dal vento:
l’erba era così dolce, la corteccia
degli alberi quasi carne.
Allora mi prende la danza dei gesti assurdi
e bacio le pietre, la patena, il libro
delle tue parole; a volte, disteso al suolo,
il corpo si fonde in unica realtà con la terra.
E paure e speranza m’invadono che tu parli
e insieme non parli; e sempre
frangendo il pane sgomento m’assale
di veder sangue colare sui lini.
(Id., O sensi miei…Poesie 1948-1988, Rizzoli 1997, 234; 319).
Nel testo foto dell’Autore
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Il momento storico che stiamo vivendo è caratterizzato da tendenze sociali specifiche sulle quali bisognerebbe riflettere più di quanto si fa. Una di queste è la diffusione di sentimenti di antipolitica, che portano a ritenerla inutile, strillona e quasi sempre corrotta.
Questa convinzione è uno dei motivi per cui l’astensionismo alle elezioni politiche, sia degli enti locali che di quelli nazionali e sovranazionali, sta raggiungendo dei livelli mai visti prima. La seconda motivazione dell’astensionismo è l’impossibilità di trovare qualcuno che rappresenti le proprie idee. Forse perché queste ultime sono troppo personalistiche e legate a interessi lobbistici troppo parcellizzati.
Per farla breve, pensando esclusivamente ai propri interessi e non a quelli della comunità in cui si vive, si tende a non riconoscersi in nessun rappresentante. Si avverte chiaramente una progressiva riduzione dei luoghi di partecipazione dei cittadini alle scelte collettive che veicola, tra gli esperti di politica sociale, la convinzione di un necessario rafforzamento del ruolo dei Comuni.
In tutti i Comuni, e a maggior ragione in quelli piccoli e medi, il Sindaco, scelto con elezione diretta, è il primo rappresentante istituzionale per i cittadini. Il Municipio rappresenta un importante elemento identitario in una società sempre più priva di punti di riferimento collettivi.
In Italiasolo quarantasei Città superano i centomila abitanti, con una popolazione residente pari al 23% della popolazione totale italiana. Le dieci città più popolose sono Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Catania.
Negli altri 7.954 piccoli e medi Comuni, risiede il 77% della popolazione. Nel generale silenzio di molti mass media, è in atto la riduzione dei nostri Comuni, attraverso l’accorpamento forzoso di quelli piccoli e medi. Si sostiene che siano troppi, in rapporto alla nostra popolazione, ma questo non è vero (si veda rapporto A.N.C.I./Asmel, I Comuni. Una risorsa, non un problema).
Comuni grandi e piccoli
Facendo un confronto con i Paesi a noi più vicini, Austria, Francia, Germania, Spagna e Svizzera, emerge che l’Italia ha il più basso numero di Comuni. È inoltre diffusa la convinzione che la loro eccessiva frammentazione produca costi non sopportabili. Nemmeno questo è vero. Le spese pro capite dei Municipi piccoli sono mediamente pari alla metà di quelli grandi.
Una politica di riduzione della spesa deve semmai prendere esempio dai piccoli Comuni, puntando, in quelli più grandi, a un reale decentramento di funzioni e servizi alle circoscrizioni e ai quartieri. Così si afferma nel rapporto A.N.C.I./Asmel:
“Avvicinare la gestione ai cittadini comporta trasparenza ed efficienza, contrastando sprechi e corruzione. Più è vicino il Comune, più è efficace il “controllo sociale” dei cittadini sugli eletti. In quelli più piccoli, poi, si sopperisce con il volontariato di amministratori e cittadini alle scarsissime risorse, garantendo il presidio e la tutela di oltre la metà del nostro territorio. Un autentico patrimonio da valorizzare e non certo mortificare.”
Ho sempre pensato che fosse così, ancor prima che i dati lo mettessero chiaramente in evidenza facendo fare una figuraccia a tutti i sostenitori degli accorpamenti come modalità di efficientamento e risparmio dell’amministrazione pubblica. Burocrati molto capaci di fare i conti a tavolino, ma non abituati a guardare le strategie gruppali per quel che sono, avevano già formulato ipotesi di accorpamento deprivanti per i territori e per la coesione sociale dei loro abitanti.
Questo non serve solo a dimostrare quanto la conoscenza delle logiche di funzionamento di un gruppo coeso sia utile agli amministratori locali e a tutti coloro che devono gestire persone, ma quanto lo sia anche per coloro che devono efficientare la burocrazia Statale e periferica. Tutti sanno che gli eccessi di burocrazia sono uno dei problemi di questo mondo postmoderno, ipertecnologico, digitalizzato e pervaso da idee immature sull’utilità e sui limiti dell’intelligenza artificiale.
Piccolo è bello, più del grande. Vale sicuramente anche per i Comuni. Basta pensare a qualche piccolo comune montano, o a qualche paradiso isolano per avere immagini stupefacenti che riverberano la veridicità di tale affermazione. Anche limitandosi a una definizione di “bello” puramente paesaggistica, la capacità di mantenere pulito, integro e verde il paesaggio naturale premia i comuni piccoli.
I meccanismi secondo i quali una società è più coesa di altre sono diversi e prevedono: prossimità, condivisione, conoscenza diretta, parentela e partecipazione. Tutte queste dimensioni hanno una connotazione specifica nei comuni piccoli. Mentre mi sembrano chiari i concetti di conoscenza diretta e parentela e altrettanto intuitivo quanto entrambi, se ben organizzati, fungano da collante sociale, vettore di una buona comunità. Provo brevemente ad analizzare gli altri.
Prossimità
La prossimità nasce dalla consapevolezza di un bisogno condiviso tra più persone, accomunate generalmente dalla vicinanza territoriale. Prossimità come disposizione a sentire come propri i problemi di chi ci vive accanto. Da qui nasce una risposta basata sull’impegno attivo di coloro che esprimono il bisogno e che quindi non sono meri fruitori di un servizio, ma anche, almeno in parte, produttori dello stesso.
Gli esempi sono moltissimi: forme di solidarietà condominiale; il reciproco sostegno tra gli abitanti rispetto a bisogni quali la cura dei figli, la vicinanza a persone anziane, o comunque in condizioni di fragilità; comitati di cittadini che prendono in carico la porzione di territorio in cui risiedono, ne ristabiliscono il decoro, la abbelliscono e stabiliscono tra loro nuove forme di socialità e di mutuo aiuto; immobili destinati a degrado, che vengono ristrutturati e diventano la casa di molteplici attività aggregative e di servizio alla cittadinanza.
La prossimità è sicuramente una delle dimensioni che caratterizza i piccoli comuni, dove conoscersi è più facile, dove condividere tempi e modi del fare e del curare, più scontato.
Condivisione
La condivisione è l’utilizzo in comune di una risorsa, di un bene o di conoscenza. Il concetto è anche correlato al processo di dividere e distribuire. La condivisione è l’autostrada per accelerare, favorire e diffondere la conoscenza. Se non fosse possibile condividere le scoperte che ognuno di noi fa, esse rimarrebbero sconosciute e senza alcun valore. Ciò limiterebbe molto la capacità degli esseri umani di evolvere rapidamente, apprendendo dagli altri.
Senza condivisione solo una piccola parte di ciò che ogni singolo individuo è in grado di scoprire, conoscere o apprendere, verrebbe messa in circolazione. Peggio ancora, in mancanza di condivisione scomparirebbe l’opportunità di poter analizzare, rielaborare e migliorare, prima di ricondividerla con altri, qualsiasi idea.
Tra prossimità e condivisione esiste intuitivamente una correlazione. Ciascuno di noi può attingere a qualche esempio legato ad esperienza personale per dimostrarla.
Partecipazione
La partecipazione civica è definita come il coinvolgimento attivo degli individui negli affari e nelle attività della loro comunità, società o governo. Comprende un’ampia gamma di azioni e comportamenti attraverso i quali i cittadini contribuiscono al funzionamento della democrazia, al miglioramento delle loro comunità e all’avanzamento di obiettivi e valori condivisi.
La partecipazione civica comprende ad esempio: votare alle elezioni e partecipare ai processi decisionali democratici, impegnarsi in progetti di volontariato e di servizio alla comunità, aderire o sostenere gruppi di difesa e movimenti di base, partecipare a incontri pubblici, municipi e forum comunità.
Tale partecipazione è essenziale per il funzionamento delle società democratiche, in quanto consente ai cittadini di esercitare i propri diritti, definire le dinamiche pubbliche, chiedere conto ai politici e contribuire al bene comune. Impegnandosi attivamente nella vita civile, gli individui possono dare un contributo significativo alle loro comunità, promuovere la giustizia sociale e l’equità e contribuire a costruire una società più inclusiva e democratica per tutti.
Le comunità
Quindi prossimità, condivisione e partecipazione possono fare la differenza nel funzionamento di una comunità di individui. Senza di esse una comunità nemmeno esiste. Si tratta dei pilastri che tengono in piedi un costrutto sociale e che permettono ad esso di crescere e di prosperare.
Allontanare una amministrazione comunale e un Sindaco dai suoi cittadini, così come l’edificio del comune da un paese, porta di suo a una diminuzione della prossimità, incidendo sui livelli di condivisione e partecipazione. Salvare i paesi piccoli significa salvare i territori italiani dall’isolamento e dall’incuria, evitando problemi alla flora, alla fauna, al clima. I territori soggetti a incuria tendono a non venire più riabitati, mettendo in una situazione di isolamento per chi resta e di lontananza eccessiva chi non si può fermare.
Anche questo innesta una reazione a catena che va fermata subito se si vuole salvare il paesaggio di questa bellissima Italia. Questo ovviamente non significa che non possano esistere azioni, progetti e programmi a rete che coinvolgono più comuni e più territori. Anzi, questi ultimi sono azioni necessarie per evitare l’isolamento eccessivo e per permettere l’esistenza di nuclei comunitari a maglie larghe.
Ma il nocciolo del paese con il suo comune, le sue sale civiche, i suoi gruppi di volontariato e le sue poche ma significative associazioni, va salvaguardato e protetto, perché è attraverso di esso che si impara ad essere una collettività.
Solo un forte e radicato senso di appartenenza può far sì che le persone decidano di dedicare tempo agli altri senza guadagni economici, facendo prosperare la famosa legge del dono, che tanto bene fa a tutti. Anche nelle città, l’appartenenza al quartiere con i suoi luoghi di rappresentanza e incontro andrebbe tutelata e protetta.
Il cuore delle persone e la burocrazia non si parlano, non lo possono fare. Non credo che un apparato pubblico possa funzionare senza burocrazia, ma sicuramente non può funzionare senza la consapevolezza che è al servizio del cuore, di tanti cuori. Non esiste il viceversa.
Credo infine che l’accento sull’essenzialità e la bellezza dei comuni piccoli e la loro necessaria salvaguardia, valga anche per le scuole di paese. Magari scuole piccole e con pochi studenti, ma vive, piene di senso di comunità e di speranze.
Distruggere le comunità significa distruggere pezzi di questo bellissimo paese.
A che pro? Nessuno.
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Il 5 giugno ha preso ufficialmente il via la terza edizione del JFFO, il Festival del Cinema Giapponese online. Le sorprese continuano.
Il Festival offre l’opportunità di guardare comodamente da casa, in streaming gratuito, i 23 film e le 2 serie TV selezionati per la rassegna, in V.O. con sottotitoli in 16 diverse lingue, tra cui l’italiano.
Dopo i 23 film che sono stato resi disponibili dal 5 giugno al 19 giugno, prende ora il via la visione di due nuove serie TV, dal 19 giugno al 3 luglio.
Due grandi attori – Abe Hiroshi e Yakusho Koji – per due avvincenti serie TV inedite in Italia, scelte dal JFFO24 per inaugurare la nuova sezione dedicata ai drama televisivi, un prodotto che anche in Giappone trova ottima accoglienza tra il pubblico.
Trasmessa dal Network TBS nel 2015 e 2018, Downtown Rocket (Tit. orig. 下町ロケット/Shitamachi Rocket) vede protagonista il popolare attore Abe Hiroshi, in veste di ex ricercatore della Japan Aerospace Exploration Agency, con il sogno di sviluppare un motore a razzo nella sua piccola azienda, dando il via a una guerra di brevetti, alleanze e spionaggi industriali.
Nella serie Rikuoh (Tit. orig. 陸王/Rikuoh), trasmessa anch’essa sui canali della TBS nel 2017, il pluripremiato attore Yakusho Koji veste i panni di un piccolo proprietario di un’azienda produttrice di tabi, (tradizionali calze giapponesi con infradito) che – a fronte della diminuzione della richiesta del prodotto e delle difficoltà economiche – deve riciclarsi in una attività più redditizia.
Che errore chiudere il Centro Storico per i concerti
Chiudere i bar del centro per i concerti è insostenibile. Apprendiamo con enorme dispiacere che alcuni locali del nostro centro storico dovranno rimuovere tavolini e sedie per salvaguardare l’incolumità pubblica, come recita l’ordinanza del Comune. Questo avverrà per molte serate di giugno a partire dalle 19:30, creando seri problemi allo svolgimento delle attività dei bar e, soprattutto, un problema economico significativo. Invitiamo l’amministrazione a trovare una soluzione condivisa anche dai locali, per evitare danni economici.
Tra i locali penalizzati citati nell’ordinanza ci sono tre bar, una gelateria, una farmacia e il McDonald’s di piazza Trento e Trieste. Nel programma delle scorse elezioni amministrative di Anna Zonari avevamo già segnalato come i concerti nel centro città potessero creare problemi ai commercianti e ai cittadini, ricevendo diverse segnalazioni proprio da loro. Noi non siamo contro i concerti, ma contro i concerti non sostenibili, sia a livello ambientale che economico. Quelli nel centro storico non lo sono a livello economico e inoltre lo spazio pubblico della piazza viene privatizzato per un tempo esagerato.
Come abbiamo scritto nel nostro programma, vorremmo che questi eventi si tenessero in una zona apposita nel sud della città o magari dentro lo stadio Mazza, come avviene nella maggior parte delle città italiane e non solo. Ovviamente, dopo aver consultato i cittadini della zona per verificarne la fattibilità e per non arrecare danno a nessuno in termini di disturbo. Abbiamo sempre considerato la consultazione dei cittadini come l’ABC del fare politica.
Siamo quindi totalmente contrari a questa ordinanza calata dall’alto, che grava sui locali ferraresi. Inoltre, notiamo una disparità di trattamento: la scorsa estate non era stato preso nessun provvedimento verso alcuni locali. Perché quest’anno la storia è cambiata? Forse perché eravamo ad un anno dalle elezioni, mentre ora, dopo la riconferma di Alan Fabbri, la tornata elettorale è passata. A pensar male ogni tanto ci si azzecca, ma spero di sbagliarmi e che si trovi una soluzione a questo problema al più presto.
In sintesi, chiediamo all’amministrazione di riconsiderare questa ordinanza e di dialogare con i locali coinvolti per trovare una soluzione.
A questo comunicato stampa scritto da Federico Besio (referente Europa Verde Ferrara e candidato nella Comune di Ferrara alle scorse elezioni amministrative), hanno aderito Europa Verde, Sinistra Italiana (Alleanza Verdi Sinistra) e Possibile
Telepass lascia (la posizione di monopolio) e raddoppia (le tariffe)
Gli automobilisti in Italia sono tantissimi, 25 milioni (siamo uno dei paesi che ha più auto al mondo in rapporto agli abitanti). 7,5 milioni hanno il Telepass (380 milioni di ricavi, 50 euro per cliente). Fino al 30 giugno si pagheranno 3 euro al mese(“Telepass plus”)che diventeranno però 4,9 a luglio. La tariffa base passerà invece da 1,83 a 3,9 euro al mese. Telepass è di Mundys (ex Atlantia-Benetton, partecipata dal fondo svizzero Partners Group che nel 2021 ne ha acquistato il 49% per un miliardo di euro) e propone anche una nuova offerta “Pay per use”: con un euro al giorno quando si usa l’autostrada (più 10 euro di attivazione), senza canone mensile.
Chi non vuole subire questo salasso può disdire – la disdetta è gratis – e aderire alla proposta di due nuove società nate nel 2021: Mooneygo di Intesa San Paolo e Unipol Move, che hanno tariffe più basse ma possono fornire solo il telepedaggio presso i caselli. Mooney costa 1,5 euro al mese (più 5 euro di attivazione) e nell’offerta “Pay per Use” costa 2,2 euro nei mesi di utilizzo più 10 euro di attivazione. E’ possibile associare 2 targhe. Unipol Move “regala” un anno gratis a cui segue un euro al mese nel secondo anno. La formula “Pay per Use” costa invece 50 centesimi ogni giorno di utilizzo più 10 euro di attivazione (ma il servizio non è attivo in Sicilia). I costi delle due compagnie entranti sono inferiori a Telepass, che però punta sui molti servizi aggiuntivi (trasporti, treni, skipass,…) per fidelizzare i clienti.
Inizia quindi un periodo di concorrenza dopo 34 anni di monopolio all’italiana: Telepass fu introdotto nel 1990 in occasione dei mondiali di calcio. Nel 1999 lo Stato italiano decise di liquidare l’IRI e vendette a Benetton il 30% delle autostrade, e anche Telepass. E’ noto che lo Stato si fece pagare una cifra irrisoria per concedere 6.000 chilometri di pedaggio. Non a caso, Gros-Pietro (economista), ex presidente IRI, diventerà presidente di Atlantia due anni dopo. Questa volta però l’Europa ha imposto una concorrenza e Telepass probabilmente perderà una fetta di mercato.
Per leggere gli altri articoli e interventi di Andrea Gandini, clicca sul nome dell’autore
“Vivo ora, qui, con la sensazione che l’universo è straordinario, che niente ci succede per caso e che la vita è una continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra.”
(Tiziano Terzani)
Briciole disperse, sole e pugni stretti
Raccolgo briciole disperse di me. Ci sono forze che talvolta mi fanno a pezzi, che poi con pazienza e caparbietà ricompongo. Parole, colori, lacrime, grida e pugni stretti, la mia finitezza e il cuore gonfio al punto da non starci più dentro, forte tanto da trattenere il sole. Quel me stessa che deve poter esplodere, darsi forma, sentire che esiste, eccolo finire dentro a versi necessari e carpiti a piene mani nella ragnatela della vita.
Davanti
Davanti ad un unico cielo
che tocchiamo e non vediamo.
A che capitolo siamo?
Tutto ancora da scrivere?
O scritto altrove
per chi schiacciato soccombe?
Non artefice,
marionetta.
Dimenticato deriso.
Sfruttato gettato.
Mercato mercato.
Essere umano
oggi
non conta.
Conta chi
ha scordato
di essere.
Diciotto diciannove
Diciotto
diciannove
vite vissute
ed amate
d’incanto
avvolte
distese
ricamate
a fili
di raggi dorati.
Diciotto
diciannove
bianchi
risvolti
e danzanti
scintille
al suono
silenzioso
attutito
attenuato
e roboante
dentro
profondo
gridato
eterno.
Danzaillusione
Oltre
E il mondo danza
Ma il mio sguardo va oltre
Oltre la gente
e le onde
Suono possente
produce ansia
e poi va smorzando
e io dormo di un sonno
denso.
Dobbiamo fare ancora
tanta strada
Oltre
Oltre la danzaillusione
Nel silenzio dei fiori
Oltre
Dove le rocce
si lasciano smussare
con pazienza.
Oltre
ci siamo di nuovo
e sempre noi.
Ogni forma di me
Ogni forma di me
dispiega le ali
e le possibilità.
Mi piego
e poi risalgo
e poi crollo
e poi risorgo.
Ogni forma di me
ritrova il suo spirito
e gioca le carte che ha in mano.
Accolgo,
distolgo,
sopravvivo,
vivo.
Ogni forma di me
si figura la successiva mentre si scioglie
e recupera ardori dal tempo.
Anticipo le sorti,
svengo sotto i colpi,
patteggio con gli angeli
e scopro altri movimenti.
Ogni forma di me
ambisce ad un suo spazio
e rivendica il suo valore.
Armonia
Armonia.
Solo armonia.
Dai suoni discende melodia
e trovo parole nel sottofondo
tra rigurgiti di dolore
e fatali rime baciate.
Nero e porpora distolgono
attenzione e memoria,
faccio luce nel cieco vissuto,
mentre il cerchio rotola e rotola.
Tengo traccia del temporale
e dell’impeto dei venti.
Armonia.
Solo armonia.
E bianco che inonda,
solo rintocchi di flebile risata,
solo armonia porterò con me.
Non crederò a miti
intrisi di dolci supposizioni,
non cederò
all’ utopia d’ottobre,
la rinchiuderò in un cassetto.
Autunno in ascolto,
allargando le braccia io resterò
e solo armonia porterò con me.
Armonia.
Solo armonia.
Chiara Bignardi, ferrarese, classe 1968, radici contadine, laureata in ingegneria (ma ama definirsi un ingegnere anomalo), si divide tra famiglia e professione, continuando nel contempo a coltivare le proprie passioni. Da molti anni racconta, attraverso poesia e pittura, la propria visione intima ed emozionale dell’animo umano, come una vera e propria necessità del vivere. Poesia e pittura si ispirano spesso l’un l’altra, dando un corpo ed un volto ai moti interiori, così come a temi sociali che riguardano la collettività, ricercandone le sfumature. Ha sinora prodotto in self-publishing due libri che raccolgono le sue poesie e dipinti: “Ci vorrebbe il sole “ (2012) e “Hai fatto di me diamante”(2015). E-mail: chiara_bignardi@hotmail.com
Web: www.chiarabignardiart.com
IG chiarabignardiart
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Referendum avanti tutta: superate le 500mila firme
In tutto le sottoscrizioni raccolte finora sono 582.244. La campagna non si ferma
Quasi 600mila firme raccolte. Il requisito minimo richiesto per i quesiti sul lavoro presentati dalla Cgil è raggiunto e superato (ne servivano 100mila in meno) dopo poche settimane. In tutto le sottoscrizioni sono 582.244. Il giro di boa arriva a metà percorso. Davanti a noi un altro mese abbondante di banchetti che migreranno verso il mare per continuare a macinare adesioni. Con l’obiettivo dichiarato che il Quadrato rosso non ha mai nascosto, mettere insieme più firme possibili, al di là di quel che richiede la legge, che a questo punto è già al sicuro in cassaforte. “Vado al massimo, vado a gonfie vele”, potremmo canticchiare, rubando l’immortale ritornello di Vasco, per accompagnare l’impegno generoso dell’organizzazione e delle mille strutture che si diramano sul territorio. Perché nessuno ha mai temuto di non riuscire a prenderle queste 500mila firme, ma non era neanche facile o scontato che in poche settimane l’obiettivo minimo sarebbe stato superato.
Nell’ora più buia, con l’estrema destra che vince le europee in tanti paesi e in altri convince tante persone a consegnarle il voto di protesta, tantissime italiane e tantissimi italiani restano lucidi, sanno che le cose non vanno per niente bene, ma dimostrano di sapere anche che la reazione a questo disastro deve essere coerente, efficace, di sostanza e non di pancia.
Adesioni di persone comuni ma anche di persone che hanno la credibilità e la capacità di orientare. Politici che hanno fatto della coerenza il cardine della loro azione. Donne e uomini di cultura e di spettacolo, di impegno civile, figure che si sono sempre battute con generosità per tutti, che hanno speso la loro voce per chi non l’aveva o non l’aveva più. Impossibile citarli tutti a questo punto, sono decine e decine; antipatico, forse, farne una sintesi del tutto discrezionale. Eppure facciamo fatica a non farci scappare qualche nome. Mimmo Lucano, Antonio Scurati, Luciana Castellina, Rosy Bindi.
Accanto a loro centinaia di migliaia di persone. Gente che per vivere ha bisogno di lavorare, maggioranza silenziosa – poche parole, molti fatti – cui interessa l’avvenire del Paese. E per loro, anche sotto questo sole, sarà bello continuare a pedalare.
Facevo il giornalista all’Unità e alla fine di aprile del 1984 ebbi l’incarico di seguire Enrico Berlinguer, segretario generale del PCI, che venne a Ferrara per un paio di giorni, per poi recarsi ad inaugurare una sezione del partito a Contarina, in provincia di Rovigo. Dovetti sostituire Ugo Baduel, il suo resocontista ufficiale. Mi recai dove alloggiava Berlinguer – l’albergo Astra, in viale Cavour – per chiedere il testo del discorso che egli avrebbe dovuto pronunciare in serata in piazza Trento-Trieste, da trasmettere al giornale.
Gli uomini della Digos e della vigilanza mi lasciarono passare perché mi riconobbero. Poi Antonio Tatò, l’onnipresente segretario di Berlinguer, mi sbarrò l’entrata nella stanza chiedendomi bruscamente dove andavo; dissi chi ero e perché ero lì. Tatò sparì per telefonare ed io mi trovai in piedi davanti al numero uno del Pci: curvo, quasi aggrappato a un grande tavolo, scriveva e fumava una dopo l’altra le Turmac senza filtro, sigarette ovali che estraeva da un pacchetto bianco. Scriveva lentamente, con caratteri grandi, su fogli che mi parvero da ciclostile, l’occhio destro semichiuso per il fumo.
Eravamo noi due soli. Stetti per qualche minuto in silenzio in preda ad un forte imbarazzo. Fino a quando Berlinguer mi disse:
“Che fai in piedi? Siediti”.
Io zitto. Ero paralizzato. Sedetti.
“Dove lavori?” domandò il segretario.
Gli risposi che lavoravo alla redazione ferrarese dell’Unità, che allora ospitava una pagina di cronaca, inserita nel fascicolo regionale dell’Emilia-Romagna.
Ancora silenzio. Berlinguer continuava a scrivere lentamente, chino sui suoi fogli e fumava, fumava. Mi chiese, forse per non mettermi troppo in imbarazzo:
“Come va la Spal?”
Farfugliai qualcosa, in vita mia sarò andato allo stadio tre o quattro volte… dissi che la Spal non stava attraversando un bel momento.
Fu sempre lui a parlare:
“Che cosa scrivete nella vostra pagina?”
Abbozzai una risposta generica, cercai di spiegare su cosa intervenivamo: l’agricoltura, la chimica, la politica del Pci ferrarese, le lotte sindacali, la cronaca bianca e nera…
“E nella pagina mettete anche i morti?” mi chiese Berlinguer.
“I morti?”
“Sì, i necrologi”.
Proprio così, i morti. Risposi che pubblicavamo anche i necrologi con i quali si facevano sottoscrizioni al giornale e il dialogo finì. Berlinguer mi diede una copia del discorso che aveva terminato di scrivere, poi ci salutammo. Uscii dalla stanza per tornare in redazione. Più tardi ebbi modo di tornare all’Astra per informarmi sull’itinerario dell’indomani; ed ebbi modo di osservare un Berlinguer affettuoso che parlava con la piccola figlia dei proprietari, chiedendole come andava a scuola.
Andai poi il giorno dopo con il segretario del Pci anche a Contarina. Durante il viaggio i dirigenti del Pci lo accompagnarono all’oasi di Boscoforte, piccola penisola incontaminata nel cuore delle valli di Comacchio. Berlinguer aveva un passo tale da lasciarsi indietro gli uomini della scorta. Il mio modesto articolo sull’inaugurazione della sezione comunista di Contarina finì in una pagina interna del giornale – in quarta, se ricordo bene – tagliuzzato qua e là.
Ripenso a volte, con qualche inquietudine, al colloquio, alla domanda sui morti che Berlinguer mi rivolse prima della sua scomparsa poche settimane dopo a Padova, l’11 giugno 1984. Per me una domanda quantomeno singolare, che dopo tanti anni risuona come un presagio.
Vite di carta. Se incontri in un colpo solo Daria Bignardi, Ilaria Cucchi, Fabio Anselmo.
Giovedì 13 giugno alla libreria Libraccio di Ferrara Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo hanno dialogato sull’ultimo libro di Daria Bignardi uscito lo scorso marzo, Ogni prigione è un’isola, rivolgendo all’autrice domande sulla sua esperienza ormai trentennale di volontaria nelle carceri italiane e ricevendo domande da lei. Non è scontato che chi fa l’intervista e chi la riceve siano così alla pari per esperienza e impegno nell’ambito di cui si parla oggi: la situazione carceraria in Italia.
Mi sono seduta in seconda fila una buona mezz’ora prima che l’evento cominciasse, con la mia copia del libro piena di post-it incollati in più pagine e zeppi di appunti e citazioni.
Ci ho infilato anche la schedatura dell’articolo di Mauro Presini apparso l’11 giugno su questo giornale, Le carceri in Emilia Romagna: la relazione del Garante dei Detenuti, e un foglio bianco in cui ho segnato numeri e percentuali e una lista di servizi prioritari di cui i carcerati necessitano per migliorare la loro condizione detentiva.
Sono qui per capire e sapere di più, al centro mantengo il libro. Ho rielaborazioni istantanee che mi passano per la mente, compongo quesiti che potrei rivolgere a chi ne sa più di me e da più versanti. Eppure.
Non ho valutato che questo tipo di incontri non li gestisco più in prima persona, non siamo al Liceo e gli autori invitati non trovano qui – come là accadeva sempre – una platea di studenti lettori pronti al dialogo che conoscono già l’opera.
L’evento mi scivola addosso con la sua logica e con i suoi contenuti di grande interesse per me e per i tantissimi presenti. Prendo appunti e sbircio i volti dei tre relatori, mentre sento che in sala avviene di più e avviene di meno rispetto a ciò che mi aspettavo.
Dice Daria Bignardi che ha inteso scrivere questo libro per capirsi, per sapere come mai continua a tornare nei luoghi di pena vicini e lontani, a San Vittore come a Pozzuoli e fino a Tirana. Lo ha scritto a Linosa, l’isola di fatto in cui si è raccolta a fare sintesi su altre isole che ci sono sparse nei nostri mari, Lampedusa, Stromboli. Nomina isole che sono state la sede di un carcere così come ogni carcere – lo dice il titolo – è un’isola metaforica, circoscritta e orlata da un perimetro netto, da confini marcati, ognuna una summa dell’umanità.
Cita SvjatlanaAleksievič quando a proposito dei militari russi in Afghanistan scrive “Nelle condizioni di laggiù l’uomo era come illuminato a giorno“: anche il carcere è laggiù, dentro c’è l’essenza della vita. Esposta più che in ogni altro luogo dallo stigma della pena o dall’attesa di giudizio. In carcere si ride, anche, nella mia piccola esperienza si leggono poesie e si scambiano sensazioni e pensieri. In carcere si soffre per lo più.
Viene fuori la sofferenza, quando Ilaria Cucchi parla del suo impegno come senatrice per la salvaguardia dei diritti dei detenuti e contro ogni violenza perpetrata dentro le strutture carcerarie, vengono in luce le mancanze e gli errori del nostro sistema carcerario. Li sottolinea a sua volta Fabio Anselmo, che si rifà alla sua esperienza di avvocato specializzato nei casi di abusi delle forze dell’ordine. Si parla di peggioramento in generale nelle condizioni di vita dei detenuti, di suicidi in aumento.
Volano frasi definitive sulla ingiustizia sociale così elevata in questo nostro tempo, sulla inutilità della detenzione che punisce anziché rieducare chi ha commesso un reato. Sul ruoloimproprio che il carcere ha assunto di discarica sociale, uno spazio dove racchiudere come ‘mele marce’ gli individui più fragili e socialmente svantaggiati: drogati e psicolabili, stranieri immigrati, persone senza casa e senza lavoro.
Eppure il carcere dovrebbe essere un luogo di rieducazione, uno spazio il più possibile aperto, dove i detenuti lavorano e fanno formazione: più il carcere è aperto e meglio è per tutti. Scrivo nei miei appunti i dati impressionanti sulla recidiva: in un anno circa il 70% dei detenuti usciti dal carcere tornano a delinquere e ci rientrano, il dato crolla al 20% se hanno potuto lavorare.
Scrivo sulle donne, che sono una minoranza e che soffrono per le condizioni rese ancora più disagiate dagli stereotipi di genere e dalle condizioni di sovraffollamento in cui vivono.
Ecco il di più che esce da un incontro del genere, mi si apre un mosaico grande, dove la tessera del mio laboratorio poetico fatto nel carcere di Ferrara la scorsa primavera trova una sua collocazione tra così tante altre realtà e tessere diverse.
Ho segnato i libri da consultare di cui parla Bignardi, ho trascritto nomi di detenuti che ha incontrato, di un direttore straordinario come Luigi Pagano, di Roberta Cossia, magistrata di sorveglianza che si occupa delle misure alternative alla detenzione, di quelle guardie carcerarie – ce ne sono – che fanno del bene ai detenuti.
13 giugno al Libraccio presentazione di “Ogni prigione è un’isola” di Daria Bignardidi “
Daria Bignardi
Eppure esco dalla libreria con un senso di incompiutezza. È vero che si scrive per raccontarsi, è vero anche che si legge per raccontarsi. Il libro è al centro di un dialogo con chi l’ha scritto, e il libro di Bignardi è fatto per dire “Ecco, a me è andata così….Tu?” Ma non c’è stato spazio per intervenire e in me resta la sensazione di avere assistito a una performance monca, senza reciprocità.
Nota bibliografica:
Daria Bignardi, Ogni prigione è un’isola, Mondadori, 2024
Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice
Uno spettacolo teatrale-evento finale della VII edizione del progetto “Il teatro e il benessere” Venerdì 21 Giugno 2024 – ore 21.15
Centro Teatro Universitario di Ferrara (via Savonarola 19)
Il progetto “Il teatro e il benessere” è rivolto a persone con malattie neurodegenerative, caregivers familiari e non, con la partecipazione di studenti universitari, promosso dal Comune di Ferrara, Assessorato alle Politiche Sociali, e la collaborazione del Centro Teatro Universitario di Ferrara
conduzione progetto e regia spettacolo teatrale: Michalis Traitsis
collaborazione artistica: Patrizia Ninu
contributo della banda filarmonica Giuseppe Verdi di Cona APS, direttore Roberto Manuzzi
scene: Amir Sharifpour, foto: Andrea Casari, video: Marco Valentini
con: Chiara Alberani, Valeria Brina, Antonella Burini, Roberta Capisani, Giancarla Cavallari, Maria Angela D’Aloya, Angela Di Bari, Fabrizio Felisati, Svetlana Grundan, Laura Intelisano, Marilena Marzola, Rosalia Menegatti, Patrizia Mezzogori, Patrizia Ninu, Negar Panah, Rosina Pititto, Giusy Platanìa, Sandra Pozzato, Paolo Maria Ragazzi, Maria Silvia Rolfini, Stefania Romani, Marco Sacchetto, Rosa Sandri, Fiamma Schiavi, Roberta Verri
ingresso libero su prenotazione: ctu@unife.it
Lo spettacolo teatrale “Il paese dei miracoli” conclude la settima edizione del progetto “Il teatro e il benessere”, rivolto a persone affette da malattie neurodegenerative, vulnerabilità psichiatriche, care givers familiari e non, operatori socio assistenziali e studenti universitari.
Il progetto è diretto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro con la collaborazione artistica di Patrizia Ninu. Dalla prima edizione ad oggi, c’è un filo conduttore sotteso al percorso e alla scelta dei temi dell’evento finale, ed è la ricerca di una mappa di relazioni che vada al di là di un raggruppamento di persone, che alluda a legami e condivisioni autentici, solidali, che curi l’urgenza di un viaggio comune inteso come viaggio verso l’integrazione del proprio essere con le proprie qualità e fragilità, ricchezze e povertà, luci e ombre, verso la conquista di una accettazione reciproca fondata sulla pazienza, la fiducia, la comprensione reciproca, la delicatezza.
E poiché l’evento finale è solitamente l’insieme di fili che confluiscono in un ricamo, in un arazzo, il tema privilegiato – sia che si tratti di un condominio o di una piazza o di una radio – non può che essere quello della ricerca di appartenenza, di socialità, di resistenza allo sfaldarsi odierno dei rapporti comunitari.
Da queste riflessioni è originata la scelta della festa del paese, come occasione di aggregazione, interazione e allegria. Come le feste di una volta, dove i suonatori, preceduti dal maestro, aprivano i festeggiamenti sfilando per le vie del paese per invitare la gente alla festa e accompagnando il santo/a protettore del paese medesimo.
La Santa del “Il paese dei miracoli” è particolare, non ha un nome, forse neppure un volto e viene raffigurata con fogli appesi, lanciati, curati. E’ la Santa Protettrice delle storie e a lei sarà dedicata la serata, attraverso un festival in cui ciascun abitante sarà cantastorie e regalerà alla comunità un racconto. Uno che l’ha fatto piangere o ridere o sconsolare o avvelenare, non ha importanza, perché le storie sono comunque miracoli. Per chi le legge, per chi le scrive, per chi le ascolta.
Il progetto “Il teatro e il benessere”
Creare un ulteriore legame tra processi di cura e processi creativi è uno degli intenti del percorso. La malattia e la sua cronicizzazione impongono un cambiamento radicale di vita, delle persone direttamente coinvolte e anche dei familiari, che almeno agli esordi è vissuto prevalentemente come un arresto totale di vita, uno scompaginamento in cui sembra difficile attivare risorse. Un’ esperienza teatrale, se integrata nell’insieme delle attività riabilitative, può considerarsi un efficace strumento all’interno di una riabilitazione multifunzionale.
Il percorso laboratoriale si propone come spazio-tempo separato dalla quotidianità, dove è possibile soprattutto presentarsi agli altri a prescindere dalla malattia, sperimentare insieme ai compagni e ai familiari, un cerchio di attenzione, di solidarietà, di incoraggiamenti reciproci, di costruzione di una impresa comune che crea un respiro collettivo, che mette in contatto con i propri limiti ma nel contempo con le proprie risorse, che mira a riattivare le parti “sane” per contrastare la mortificazione della malattia, che crea nuove modalità relazionali.
La metodologia proposta non prevede copioni preconfezionati ma prende spunto da suggestioni, immagini, reazioni dei partecipanti agli stimoli indotti attraverso musiche, canti, improvvisazioni, esercizi teatrali. La rappresentazione finale risulta dunque intrinseca ai temi emersi durante il percorso.
Nella prima edizione del progetto “Il teatro e il benessere” si è scelto di lavorare sulla memoria emotiva, sul passato inteso come patrimonio di ricordi tradotti in storie e narrazioni.
Nella seconda edizione si è affrontata la sfida del futuro, come sogno da ritrovare, da svelare a se stessi prima che agli altri.
Nella terza edizione si è esplorata, attraverso le storie di bizzarri e surreali personaggi, la possibilità di un Altrove dove è possibile costruirsi realtà altre che sostengono e alleggeriscono le proprie.
Nella quarta edizione ci si è accostati al tema dell’ amore. E cosa poteva esemplificare meglio l’amore, per una certa generazione, di una epistola?
Nella quinta edizione del progetto, gli allievi del laboratorio hanno dato vita alla comunità che abita un condominio condividendo uno spazio abitato da sensibilità e storie diverse.
Nella sesta edizione del progetto è una radio che cerca di raccontare oltre il già detto, di far sentire oltre il già ascoltato e cerca di far vedere l’oltre il già visto, dando voce a tutti i componenti della comunità, soprattutto a quelli meno visibili o almeno a chi sente la necessità di voler dire qualcosa, esprimere la propria visione del mondo. La piazza e il suo mercato che crea una sensazione di appartenenza non appena vai a zonzo alla ricerca di una fame di vita comune. E la sua radio che la promuove la condivisione e l’uscita dall’invisibilità quotidiana.
Lo spettacolo è dedicato a tutti coloro che non ci sono più, o che non ci possono essere, ma che continuano a essere Presenze impossibili da dimenticare.
Questo testo, scritto da chi è in carcere ormai da 5 anni, esprime il difficile percorso di introspezione e di successiva consapevolezza che una persona ristretta ha bisogno di fare su se stessa per poter iniziare un lavoro di rieducazione serio, che possa aver possibilità di successo per il rientro nella società. (Mauro Presini)
Il Diavolo
di L.
L’ho incontrato nell’infanzia, nella mia timidezza, nei miei timori, nelle mie quotidiane ansie, nelle mie vergogne, nella privacy, nei tabù, nell’adolescenza e, per poco tempo e sporadicamente, mi sentivo libero.
Il mio egocentrismo mi è servito per superare gli ostacoli e sentirmi realizzato.
Che boomerang!
È ritornato come autolesionismo sino alle molteplici condanne e, in carcere, sono stato travolto in quel vortice: il diavolo.
Il diavolo mi aveva talmente posseduto che io mi sentivo un re ma il re dei diavoli.
Ora piango e mi sono purificato l’anima comprendendo con estrema luce, presente e futura, le parabole di Gesù.
Io sono nato puro, ho commesso gravissimi errori di gioventù in quanto diavolo felice.
Ora, riprendo la mia vita in mano e sono vaccinato al diavolo.
Scusate il ritardo.
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Forse esiste un undicesimo comandamento: non sfidare la natura. Il tema del bellissimo e potente silent book di Davide Calì e Tommaso Carozzi, edito da Kite
E se un giorno, alzando gli occhi al cielo che si è oscurato, vedessimo decine di placide balene? Che reazione avremmo? Meraviglia, inquietudine, paura? Restare a osservare, cercare di comprendere cosa sta succedendo o agire per risolvere la situazione?
Oggi “Undicesimo comandamento”’, di Davide Calì e Tommaso Carozzi, ci invita a riflettere profondamente sul nostro rapporto con la natura: lei esiste, senza di noi, può sopravviverci, sovrastarci, farci estinguere, andare avanti da sola. E se si ribellasse?
Ecco, allora, che nelle prime pagine di questo albo importante, d’improvviso, fra i grattacieli e il traffico congestionato, nel cielo grigio cupo (grigio come tutte le pagine), appaiono mille balene che volano nell’aria oscurandone la luce. Grigio su grigio, grigio dopo grigio. Tutto grigio perla/tortora. Un colore senza colore che simboleggia la mediocrità, la mancanza di energia, la tristezza, la timidezza, l’ambiguità, il compromesso e la prudenza. Scelta perfetta.
Undicesimo comandamento, di Davide Calì e Tommaso Carozzi, immagini Kite edizioni
L’uomo è spaventato, osserva quegli enormi animali volanti dietro i vetri dei palazzi, dei bar e delle auto, con il suo telefonino in mano, davanti agli schermi dei PC, ne parlano alla televisione come fosse un banale evento meteo, forse solo i bambini ne restano incuriositi. L’uomo reagisce alla sua maniera, come sempre aggressivo e incapace di capire, organizzandosi con le forze armate e uccidendo tutte quelle balene minacciose, senza risparmiarne nessuna. Piani di battaglia, bussole, elmetti, scarponi, tute mimetiche, fucili, parate, armi, carri armati, missili e poi medaglie e onorificenze. Le cose inutili e pericolose che ormai vediamo sempre più spesso. Mentre il meteo torna sereno.
Undicesimo comandamento, di Davide Calì e Tommaso Carozzi, immagini Kite edizioni
Undicesimo comandamento, di Davide Calì e Tommaso Carozzi, immagini Kite edizioni
Ma la situazione non è così semplice come potrebbe sembrare. La natura, ferita spesso ingiustamente dalla crudeltà o dall’indifferenza dell’uomo, può reagire con forza superiore e contraria. e in questo caso lo fa. Come?
Un silent book coinvolgente e visionario, che ci fa vivere qualcosa che non avremmo mai pensato di poter vedere o anche solo immaginare.
Undicesimo comandamento, di Davide Calì e Tommaso Carozzi, immagini Kite edizioni
Lo stesso giorno. Italia-Germania 4 a 3: la vittoria del bianco e nero
17 giugno 1970, stiamo parlando della partita di calcio più famosa della storia d’Italia. Una partita giocata più di mezzo secolo fa e continuamente celebrata, rivista, ricordata, tramandata.
Italia-Germania 4 a 3, definita “la partita del secolo”, una partita vinta rocambolescamente, ma pur sempre e solo una semifinale (pochi giorni dopo, in finale, il Brasile stellare di Pelé e Rivelino ci rifilò un secco 4 a 1 ), che però si impone e supera nel ricordo la vittoria ai Mondiali in Spagna del 1982, dei Mondiali in Germania del 2006, o del recente Europeo del 2020.
Resta da capire il perché.
Ma prima è obbligatorio trascrivere le formazioni in campo.
Gli Italiani: eroi, gladiatori, indimenticabili campioni
Albertosi, Burgnich, Facchetti, Bertini, Rosato (Poletti dal 90’), Cera, Domenghini, Mazzola (Rivera dal 45’), De Sisti, Riva, Boninsegna. Allenatore: Ferruccio Valcareggi
I Tedeschi:gli avversari, i crucchi, i panzer
Maier, Patzke (Held dal 63’), Schnellinger, Schulz, Beckenbauer, Grabowski, Overath, Vogts, Seeler, Müller, Löhr (Libuda dal 63’). La Germania è allenata da Helmut Schön.
Anche la location ha qualcosa di arcano e di mitico, Si gioca allo Stadio Azteca di Città dl Messico, 2220 metri sopra il livello del mare. Alta montagna. Aria rarefatta. Fatica doppia.
Scorcio dello Stadio Azteca di Città del Messico
Dei protagonisti di Messico 70, Vicecampioni ma subito promossi Campioni per sempre, è rimasto solo qualche superstite, Gianni Rivera l’Abatino,Bonimba Boninsegna. A gennaio se n’è andato anche Gigi Riva, il Rombo di tuono si è spento. Ma la memoria di quella storica battaglia calcistica invece di sbiadire si è trasformata in leggenda.
Era il 1970, solo 25 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma era solo una partita di calcio, non credo che gli italiani abbiano vissuto quella vittoria come una sorta di rivincita sulla feroce occupazione tedesca. Piuttosto come una risposta liberatoria, un contrappasso per il trattamento riservato alle decine di migliaia di italiani emigrati in terra di Germania. Ci chiamate terroni? Fannulloni? Pizza e mandolino? Ecco qua: Italia-Germania 4 a 3!
Ma più di tutto, allora come oggi, il moltiplicatore del mito é il bianco e nero. La Tivù a colori sarebbe arrivata solo nel 1977. E per fortuna: con tutti i colori, le cento inquadrature e gli inutili commenti di oggi, quella partita e quella squadra le avremmo dimenticate in fretta.
La formazione azzurra. Mitica, è il caso di aggiungere
Post scriptum
Ho qualche amico e parecchie amiche che il calcio, non il business, ma proprio il gioco del calcio, non lo possono proprio vedere. Non lo guardano, non lo capiscono, non lo sopportano. Pazienza, non sarò certo io a fargli cambiare idea. A quelli però che mi dicono: Come fai a scrivere su Kafka [qui ad esempio] e la settimana dopo ti perdi dietro 22 in calzoncini che vanno dietro a una palla? A loro lascio qualche riga di un grande scrittore argentino prematuramente scomparso, Osvaldo Soriano, che ha scritto di vita, di amore di morte, e molto e in modo impareggiabile di calcio, che era una delle sue grandi passioni.
Scrive Soriano: “Ci sono tre generi di calciatori. Quelli che vedono gli spazi liberi, gli stessi spazi che qualunque fesso può vedere dalla tribuna e li vedi e sei contento e ti senti soddisfatto quando la palla cade dove deve cadere. Poi ci sono quelli che all’improvviso ti fanno vedere uno spazio libero, uno spazio che tu stesso e forse gli altri avrebbero potuto vedere se avessero osservato attentamente. Quelli ti prendono di sorpresa. E poi ci sono quelli che creano un nuovo spazio dove non avrebbe dovuto esserci nessuno spazio. «Questi sono i profeti. I poeti del gioco».
E ancora: “Era uno di quelli che si credono superiori perché sostengono che il calcio consiste in ventidue imbecilli che corrono dietro una palla.”.
Per leggere gli articoli diFrancesco Moninisu Periscopio clicca sul nome dell’Autore
Da molti anni fotografo per passione e per studio. Alterno la fotografia naturalisticaper una mia personale ricerca di armonia e di bellezza, alla fotografia durante i concerti per ritrarre l’intensità espressiva degli artisti che suonano i generi che preferisco: blues, jazz, gospel e soul.
Questi stili musicali, nati direttamente o indirettamente dallo sfruttamento dovuto alla schiavitù delle persone afroamericane, sono il frutto di una scelta artistica per resistere conservando le proprie radici e, nello stesso tempo, per difendere la propria identità inventando nuove modalità comunicative.
Anche per questo motivo, per cercare di interpretare al meglio i vari ritratti, ho deciso di usare soprattutto la fotografia in bianco e nero. Credo infatti che sia il modo più coerente per rispettare l’autenticità, la drammaticità e la vitalità dei testi e della musica.
Preferisco fotografare gli artisti che conosco bene perché gli scatti hanno più probabilità di essere rappresentativi del loro determinato modo di cantare o di suonare. Se invece sono artisti che non ho ancora visto esibirsi dal vivo, ho bisogno di ascoltarli e di osservarli bene prima di scattare; solo così posso tentare di coglierne l’essenza artistica.
Mighty Sam McClain
Billy_Cobham
Sherman Robertson
Non essendo interessato alla fotografia come testimonianza o come documentazione, a mio modo di vedere, diventa fondamentale conoscere i brani e la mimica facciale degli artisti per aspettare attentamente la posa giusta da immortalare.
Infatti, fotografare la musica per me è cogliere l’anima artistica degli artisti, riassumendola in una sola immagine.
Mi rendo conto che non è opera semplice e non so se, attraverso le mie scelte, riesco a comunicare quello che voglio. Del resto non sempre sono soddisfatto delle foto che scatto e, se da un lato ciò mi rende difficile accontentarmi del lavoro fatto, dall’altro mi aiuta nel mio percorso di ricerca.
Irma Thomas
Ray-Charles
Se durante la visione delle mie fotografie si sentono suonare note tristi, malinconiche, intense ed appassionate allora vuol dire che sono riuscito a mostrare l’idea che ho avuto di quel determinato musicista al momento di quello scatto.
Del resto, come diceva un maestro della fotografia del secolo scorso come Ansel Adams: “Ho sempre pensato che la fotografia sia come una barzelletta, se devi spiegarla vuol dire che non è venuta bene”.
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L’intervento delle forze dell’ordine, nelle manifestazioni o in altre situazioni critiche, può avere segno diverso in relazione a tanti fattori. Tra questi, il mandato e la formazione impartita agli agenti. Ne parla Daniele Lugli [vedi qui un ricordo di un ricordo di Pasquale Pugliese] in questa intervista condotta da Elena Buccoliero nel 2015. In quel momento Daniele era Difensore civico della Regione Emilia-Romagna e si era interessato anche di questi temi in seguito a episodi specifici. Non rientravano esattamente nei suoi compiti (tra le materie di competenza di un difensore civico non c’è il lavoro delle forze di polizia), ma lui si era attivato ugualmente contando sulla leale collaborazione tra le istituzioni che, a onor del vero, ha sempre ricevuto.
Si possono fare varie considerazioni su ciò che motiva la violenza delle forze dell’ordine nelle diverse situazioni, oltre alla necessità, per esempio di fronte a persone armate. Tra le ipotesi – faziose e no – c’è una funzione politica, una frustrazione personale e professionale, la mancanza di mezzi, e certo anche la mancanza di formazione. Che cosa pensi di quest’ultimo aspetto? Può essere uno degli aspetti da cui partire? E come può essere tenuto collegato agli altri?È un mestiere delicatissimo, quello del poliziotto o del carabiniere, che richiede equilibrio e vocazione, e molta attenzione alle persone. Spesso anche questo manca. Ma succede anche in altri mestieri, come quello di insegnante. Lo scarso civismo, senso di legalità, che ci appare generalizzato nel nostro Paese non è compensato dall’indossare una divisa, che magari aggiunge arroganza e prepotenza, e voglia di rifarsi delle umiliazioni e frustrazioni alle quali la professione spesso espone.Mi fai pensare che è difficile dare ciò che non si riceve. L’attenzione alle persone, se è poco presente strutturalmente nelle forze di polizia – e io non so se è così, ma potrebbe – capisco sia difficile rivolgerla ai cittadini, quando si ha una divisa addosso. Perciò forse sarebbe auspicabile una trasformazione più profonda, di una formazione migliore. Ma forse è utopistico.C’è stato, nella polizia, un periodo di impegno per giungere alla possibilità di sindacati e dunque di organizzazioni democratiche che bilanciassero la gerarchia interna, e tra gli stessi carabinieri non manca chi si ricorda la necessità di conformarsi all’ordinamento democratico della Repubblica. Anche in questo caso la potestà conferita agli agenti, che può giungere fino a impedire radicalmente la libertà di uno o più cittadini, è un potere conferito nell’interesse dei cittadini stessi, e questo è un aspetto che non può essere dimenticato ma deve essere continuamente tradotto in pratiche coerenti, per complesso che sia. Ed è vero che, se il potere che sugli agenti si esercita ha caratteri autoritari e repressivi, più facilmente l’azione degli agenti avrà gli stessi, magari accentuati, caratteri. Una formazione, per la quale so esserci impegno sia nelle forze di polizia che nei carabinieri, non può controbilanciare aspetti strutturali. E ancora, non sarà l’aggiunta della materia nonviolenza, alle altre molte materie di studio per diventare graduati o ufficiali, che può porvi rimedio.E tuttavia, che cosa della nonviolenza – come approccio e come strumenti nella gestione dei conflitti – può a tuo avviso essere utile per un tutore dell’ordine? E poi io a volte mi chiedo anche se il tema nonviolenza verrebbe preso sul serio… Forse travestito da comunicazione interpersonale o altro avrebbe maggiori possibilità?Due elementi fondamentali: l’attenzione alle persone, visto il potere sulle stesse che si è chiamati ad esercitare, e l’adeguatezza dei mezzi rispetto al fine che si persegue, per cui se si può comprendere che in situazioni di difficoltà le persone “comuni” reagiscano, più che agire consapevolmente prevedendo gli sviluppi e considerando le conseguenze delle proprie azioni, lo stesso non vale per gli specialisti della sicurezza, che agiscono tenendo conto della sicurezza propria e di quella delle persone, tutte, per le quali un potere così critico è loro affidato.O che almeno dovrebbero agire così. Cioè dovrebbero essere messi in grado di farlo, sia come consapevolezza di sé e autocontrollo, perché immagino che anche in divisa si possa avere paura, sia come capacità di lettura delle situazioni. Una formazione alla nonviolenza potrebbe aiutare in questo?Sì, perché è una formazione ad affrontare il conflitto e, per quanto possibile, a trasformarlo evitando conseguenze fatali o comunque gravi per le persone coinvolte. È molto importante riflettere su quanto è avvenuto e avviene sia nei confronti di manifestazioni tumultuose che nel fermo di persone difficili da contenere. Come ripete Pat Patfoort, non possiamo cambiare il passato ma possiamo impostare un futuro diverso. Invece spesso sembra che in queste situazioni venga ripetuto un copione già noto.Non so se altrove, certamente in Emilia Romagna, sono state sperimentate politiche per la sicurezza che prevedevano tra l’altro la formazione congiunta tra forze di polizia, operatori socio-sanitari, volontariato ed altro. Tu stesso le hai sollecitate. Con quali obiettivi possibili e quali ricadute?Qualche ricaduta positiva, pur modesta, c’è stata. Ci sono stati progetti, condivisi dalle diverse componenti, entrati nelle pratiche operative e che già vedono una collaborazione tra istituzioni diverse. Ma dev’essere, questa, una caratteristica permanente della formazione, non un’iniziativa di tanto in tanto. Penso ad esempio che, per quello che riguarda le manifestazioni sindacali o simili, una formazione comune potrebbe esserci, promossa dai sindacati, appunto, dei lavoratori, polizia compresa, e organismi di rappresentanza dei carabinieri inclusi, perché le manifestazioni e le dimostrazioni siano quello che il nome sta a significare. Così una formazione che vede come essenziale l’intervento di diverse competenze professionali abitua a una collaborazione nelle situazioni critiche e quindi al ricorso a chi è meglio preparato per affrontarle o alla miglior combinazione delle competenze disponibili. Certo è una preparazione che ha bisogno di continui aggiornamenti, anche perché le persone debbono assumere decisioni difficili e impegnative spesso in tempi rapidissimi. È dunque importante che abbiano l’abitudine a cogliere i tratti fondamentali di ciò che si presenta.
In un pensiero nonviolento, sarebbe possibile una società senza polizia?
Gandhi la collocava in un futuro che non riusciva a vedere, anche se attribuiva questa miopia alla insufficienza della sua persuasione nonviolenta. Capitini ha parlato della necessità di forme di collaborazione con la polizia dandone quindi per scontata la presenza, anche se esperta nell’uso di strumenti non letali. Credo si possa prendere sul serio un’affermazione di Gandhi secondo la quale proprio gli agenti per la sicurezza pubblica dovrebbero essere “riformatori”, le avanguardie in un certo senso di una profonda trasformazione della società verso la nonviolenza, proprio perché a loro è affidata la possibilità di usare il massimo della repressione e della coercizione, sempre nel quadro di una democrazia che ha per sovrano il popolo, non il generale o il capo della polizia, o il Presidente della Repubblica, o il capo del Governo. Il loro comportamento concreto ci dice a quale livello di incivilimento perveniamo. Una formazione aperta, direbbe Capitini, e nel senso che ho cercato un po’ di indicare, mi pare potrebbe mettere su una buona strada.
Cover: La polizia a Pisa immobilizza a terra due studenti, Pisa 23 febbraio 2024 – foto strisciarossa
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Le scorie nucleari francesi avvelenano l’Algeria e ricadono anche in Europa.
La corsa agli armamenti, il riarmo globale, non sono soltanto l’alba di oscuri presagi, ma colpiscono in modo diretto la popolazione civile di interi territori.
Siamo in estate, le frequenti ondate di vento africano (scirocco e libeccio), che ingialliscono i cieli di tanti Paesi europei, riempiono l’aria di particelle in sospensione aumentando significativamente le concentrazioni di PM10a livello del suolo.
Il PM10è la sigla del materiale particolato con un diametro della particella che può variare fino a 10 micron (1 micron = 1 milionesimo di metro). Il PM10 passando per il naso raggiunge la gola e la trachea. Il PM2,5 (particelle ancora più piccole) può arrivare sino ai polmoni e i PUF (particelle ancora più piccole; particolato ultrafine) fino agli alveoli polmonari.
Il forte aumento delle sindromi allergiche, delle malattie polmonari, delle leucemie e del cancro sono anche legate alla diffusione nell’atmosfera di polveri sottili e di particelle radioattive estremamente dannose alla salute. Le polveri sottili possono trasportare numerose sostanze chimiche, come gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e metalli come piombo, nichel, cadmio, arsenico, vanadio e cromo, determinando effetti dannosi sulla salute delle popolazioni esposte. Molti disturbi collegati all’apparato respiratorio sono effetto dell’inalazione di PM10. L’IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) ha classificato l’inquinamento dell’aria nel Gruppo 1, vale a dire tra le sostanze cancerogene per l’uomo.
Ma ciò non è tutto: le tempeste di sabbia del Sahara portano con sé particelle radioattive. L’aumento della radioattività è stato registrato dall’organizzazione non governativa Acro(Associazione per il Controllo della Radioattività in Occidente). Secondo gli esperti, i venti di scirocco hanno trasportato sul continente europeo cesio-137 (generato dal decadimento radioattivo prodotta da una esplosione atomica). Il cesio-137 è molto probabilmente il risultato delle numerose bombe nucleari che la Francia ha fatto esplodere, nei primi anni ‘60, nel deserto algerino per testare le armi di distruzione di massa durante la guerra fredda. Da anni i venti africani portano la morte radioattiva nei cieli d’Europa.
L’università di Tenerife ha rilevato nelle Canarie i prodotti di decadimento radioattivo nella sabbia del Sahara, trasportata dai venti. In particolare i venti africani hanno trasportato sabbia contaminata con potassio-40 e cesio-137.
L’alta concentrazione nell’aria di particelle fini, così come di cesio radioattivo è stata indicata dai medici spagnoli come forte rischio per la salute.
Ogni anno dal Sahara giungono da 60 a 200 milioni di tonnellate di polvere fina.
Questa è un fattore che oggettivamente può provocare il peggioramento di malattie croniche polmonari o asma.
La Francia nel lontano 13 febbraio 1960 fece esplodere la sua prima bomba nucleare (Gerboise bleue) nel deserto sahariano algerino (nella provincia di Adrar). La Francia dal 1960 al 1966 ha condotto 17 esperimenti nucleari nel deserto del Sahara.
Il test nucleare voluto da Charles De Gaulle generò una nube contaminata di Cesio 137 e Iodio 131 in Algeria, nube che, sospinta dal vento, raggiunse anche la Sicilia Occidentale. Una nuvola di fuoco e sabbia salì verso il cielo. Impetuosa come una cascata, micidiale e terrificante come solo un’apocalisse creata dall’uomo sa essere. All’epoca la Francia non rivelò quanto accaduto.
Una catastrofe radioattiva, ben peggiore del disastro nucleare di Chernobyl, contaminò la Sicilia Occidentale con conseguenze ancor oggi pressoché sconosciute. Catastrofe che si ripeté per ben 17 volte tra il 1960 e il 1966. Le esplosioni nel Sahara algerino, poligono atomico francese, generarono nubi di sabbia radioattiva e il conseguente fallout radioattivo contaminò tutta la Sicilia Occidentale.
Gli esperimenti nucleari francesi nel Sahara algerino hanno lasciato un segno indelebile. Fra le popolazioni nomadi si registra un’incidenza anomala di tumori. Il danno ambientale provocato dalle radiazioni sull’ambiente sahariano è irreparabile.
Nella sola zona di Reggane, 600 km a sud di Bechar, vennero fatte esplodere in atmosfera 4 bombe atomiche in poco più di un anno. La “Gerboise bleue” (la prima bomba) era una bomba potente quasi 4 volte quella di Hiroshima. La Francia non effettuò mai alcuna bonifica, al punto da far ritenere ancora altamente rischiosa la permanenza in quei luoghi di qualsiasi forma di vita.
La Francia non si preoccupò minimamente degli effetti devastanti che le bombe atomiche avrebbero provocato sugli esseri viventi. Gli abitanti di quelle zone non avevano infatti a disposizione nessun indumento protettivo, né alcun posto per ripararsi dalle radiazioni. La gente del posto venne considerata come vittima sacrificale. Dal 1960 in tanti persero la vita o si ammalarono di malattie da radiazioni.
Nel sud dell’Algeria, medici e ONG continuano a denunciare il ripetersi di malattie sospette. Affezioni pressoché sconosciute in questi luoghi prima che la radioattività contaminasse le sabbie del deserto. Il cancro alla tiroide, alla pelle, ai polmoni, al seno, le leucemie e le malformazioni di neonati sono ormai all’ordine del giorno tra le famiglie sahariane.
Quasi 150 casi di tumore sono stati diagnosticati nel solo piccolo villaggio di Reggane dal 2000 al 2009; a Timimoun sono state segnalate nascite di bambini con malformazioni gravissime. L’incubo è che la “peste” atomica”, possa essere trasmessa da una generazione all’altra. Il dottor Moustapha Oussidhem ha dichiarato «Una delle cose che ci ha colpito a Reggane è il numero dei malati di mente. Intere famiglie ne sono colpite perché, ci viene detto, il padre lavorava vicino al luogo dell’esplosione e impazzì a causa dello shock».
Nulla è stato fatto per redigere un registro tumori per monitorare l’incidenza della malattia nelle regioni sahariane. Le regioni contaminate sono lontane più di mille chilometri da Algeri ed in molti casi i malati sono lasciati senza cure, in troppi soffrono e muoiono ancora in silenzio.
Ancora oggi il governo di Algeri chiede alla Francia di fornirle le mappe dei siti dei test nucleari. Le trattative vertono sull’assunzione finale delle responsabilità in ordine alle operazioni di riabilitazione dei siti di Reggane e di Ekker, dove vennero effettuati i test nucleari francesi, nonché sull’assistenza per la localizzazione delle zone di interramento dei rifiuti contaminati, radioattivi o chimici, finora non rilevati dagli algerini.
Il riarmo, la potenza militare, la ragion di stato non considerano minimamente le conseguenze delle azioni militari, e i loro effetti sulle popolazioni, anche a distanza di diversi decenni. La criminale macchina bellica francese oltre ad avere devastato una intera regione in Algeria ha provocato un danno ambientale che produce morti e malattie tumorali a distanza di più di sessant’anni.
Bloccare il riarmo, fermare la folle corsa verso una guerra globale è oggi un imperativo categorico, anche alla luce degli effetti devastanti sulla salute di intere popolazioni che i test nucleari stanno avendo a distanza di decenni.
Il parlamento europeo non sarà molto diverso dal precedente. Le destre sono cresciute (150 seggi su 720, dal 18% al 21%, Identità e democrazia Id, Conservatori e riformisti Ecr ed altri ancora non affiliati ad alcun gruppo) ma non sono in grado di cambiare la maggioranza precedente. Sono cresciute ma meno delle aspettative. Potrebbero però influenzare i Popolari che sono il partito di centro (cresciuto anche lui di 11 seggi) verso politiche più di destra con l’obiettivo di contenerne la loro crescita. E
La strategia è sempre quella di trovare dei “colpevoli” come gli immigrati o una retorica più sovranista che però di fatto non riduce le cause vere della crescita della destra che sono l’enorme malumore delle condizioni socio-economiche di larga parte degli europei che trovano poi il capro espiatorio negli immigrati e nella burocrazia europea, nelle armi all’Ucraina,…. Fasce povere che votano a destra, nonostante le destre abbiamo intenzione di ridurre ulteriormente le tasse anche ai super ricchi e tagliare i sussidi ai poveri (come anche propone Sunak in Gran Bretagna).
In nord Europa la crescita delle destre si è arrestata. In crescita anche l’astensione, cioè la sfiducia nella prospettiva politica europea, come avviene, peraltro, nelle elezioni nazionali.
Il peso delle destre estreme è aumentato però in tutta Europa. Molti commentatori parlano della fine della mentalità del “dopoguerra” che ha segnato la storia dell’Europa anche perché le destre (ID, Ecr e partiti di ultradestra non ancora iscritti ad alcun gruppo parlamentare) sono forti soprattutto nei tre paesi fondatori: Italia (32%), Francia (35%) e Germania (15%) (oltre al 20% in Polonia) che hanno guidato questa Europa nel bene e nel male dalla sua nascita. Negli altri paesi si va da un massimo del 10% in Grecia al 1-3-6% altrove.
I principali sconfitti sono Macron in Francia e il cancelliere socialdemocratico Scholz, entrambi senza più maggioranza a causa della brusca caduta dei Verdi tedeschi e di Macron in Francia. Di certo non ha premiato la retorica bellicista contro la Russia che dirotta fondi, potenzialmente sociali, verso le armi e che non scalda il cuore di nessuno.
Macron in Francia azzarda le elezioni a fine mese sperando che i Repubblicani si alleino con lui e così la parte della sinistra più vicina al centro.
Mentre in Germania l’attuale Governo “semaforo” non pare voglia andare alle elezioni. La rincorsa a destra sui temi dell’immigrazione, delle armi all’Ucraina, la marcia indietro sulla politica climatica e a favore dei “trattori” non hanno arginato l’emorragia del centro e centrosinistra e, nel caso dei Grünen tedeschi, si è tradotta in una implicita condanna per alto tradimento che ha dimezzato l’elettorato verde. La Germania è entrata con la guerra Russia-Ucraina in una crisi, avara di futuro e ciò ha favorito le destre.
Un certo successo si è avuto nella sinistra-verdi in Italia e nelle sinistre al Nord Europa e anche altrove, dove il disagio delle popolazioni premia partiti che chiedono di tassare di più i ricchi e di fare la pace (e non le destre). Anche Sara Wagenknecht che è uscita dalla Linke (sinistra) tedesca per formare un proprio partito (Bsw), usando una parte dei temi della destra (solo immigrazione regolare, no armi all’Ucraina), oltre alle classiche parole d‘ordine della sinistra, ha avuto successo (6,1%, doppiando la Linke). Questo “test” è interessante perché mostra che la sinistra viene premiata se usa parole d’ordine radicali, ma non lascia alle destre questioni centrali per i ceti poveri come: immigrazione, sicurezza e pace.
La maggioranza in Consiglio Europeo (361 seggi) potrebbe essere simile all’attuale, ma più debole. L’Europa rischia grosso però perché non può restare un gigante economico senza una equivalente forza politica. Impresa sempre più difficile nel contesto di una globalizzazione in cui Cina e USA fanno sul serio e non fanno sconti all’Europa, resasi odiosa a vasti strati sociali come mera curatrice dei mercati, della moneta e della finanza. Le destre puntano su questo disagio sociale, sono contro gli immigrati (di cui pure c’è bisogno con una immigrazione legale e ordinata) e offrono soluzioni nazionaliste ancor meno capaci di risolvere i problemi.
Roberto Napoletano, già direttore de Il Sole 24 ore dal 2011 al 2017, ha aggiornato il suo libro (Il cigno nero e il cavaliere bianco, ed. La nave di Teseo, 2024, pag. 560, 16 euro) in cui fa il paragone tra l’annus horribilis 2011 e il “2024: l’anno della svolta”, sottotitolo della II edizione. Il cigno nero, per Napoletano, sono le politiche europee seguite alla prima crisi finanziaria (dei sub-prime Usa del 2009) che gettò tutta l’economia dell’Occidente in recessione. Gli Stati Uniti si ripresero in un solo anno con politiche espansive (keynesiane), mentre l’Europa ci mise 3 anni a capire che doveva fare anche lei politiche espansive. Tutti citano il “Whatever it takes” di Draghi per difendere l’Euro, ma pochi sanno che quel discorso fu fatto a Londra il 26 luglio del 2012 (3 anni dopo l’avvio della crisi subprime).
Faccio presente che ancora oggi (2024) l’occupazione di cui si dice che l’Italia ha un livello massimo mai raggiunto (di tasso di Occupazione), non ha raggiunto il livello di ULA (Unità di Lavoro) del 2008, un indicatore più preciso degli Occupati (che invece ha superato il livello del 2008) perché considera un part-time la metà di un tempo pieno (potenza della manipolazione statistica).
Per Napoletano allora l’Europa sbagliò con “politiche pro-cicliche – in sostanza di austerità- che si avvitano su sé stesse e invece di curare la malattia l’aggravano”. Allora fummo salvati dal “Cavaliere bianco”, cioè da Draghi che (anche per l’appoggio della Merkel) come presidente della BCE, avviò dal luglio 2012 una politica di espansione (Whatever it takes), garantendo l’acquisto del debito pubblico italiano senza limiti, dando così solidità all’euro contro qualsiasi speculazione finanziaria.
Da allora Draghi ha cambiato idea sull’euro e si è convinto (a ragione) che dietro la moneta deve esserci un sovrano che nell’area euro non si è voluto. Ed è anche convinto (questa la mia opinione) che senza sovrano l’euro finirà. E’ anche convinto (a ragione) che fuori dall’euro non c’è prospettiva, specie per paesi deboli come l’Italia e ciò implica un ruolo politico diretto. Ecco perché Draghi è stato incaricato di fare un piano per l’Europa. Draghi è convinto che bisogna avere una immaginazione politica, un sovrano, una cessione di sovranità dagli Stati all’Europa, una politica fiscale e di bilancio europea.
La sua impostazione è però molto liberista e prevede privatizzazioni e liberalizzazioni.
La mia idea (che ovviamente non conta nulla) è invece che se è vero che ci vuole un sovrano, deve esserci anche una politica estera e di difesa europea, indipendente da quella degli Usa, e che non è vero che sia necessario proseguire nelle privatizzazioni ma che ci vorrebbe una politica economica con investimenti pubblici guidata all’Europa, indipendente dagli Usa, che punta, come avvenuto con Airbus, sui settori del futuro costruendo col debito “buono” più occupazione di qualità e più welfare e ciò implica avere molte risorse con politiche coraggiose di tassazione dei ricchi (che non si fanno e così aumentano le destre) e di chi si approfitta di rendite (come di recente è avvenuto per banche e imprese energetiche).
Oggi invece, dice sempre Napoletano, poiché il Cavaliere bianco non c’è più, tutto dipende dall’Italia che ce la può fare “solo a patto che non lisci più il pelo al populismo elettorale, eviti pasticci come la tassa sugli extraprofitti delle banche e recuperi stabilmente la credibilità fiscale che non dipende dall’Europa, ma solo dall’Italia e per farlo serve una politica economica che faccia della Meloni una nuova Tatcher attuando un conservatorismo moderno”. Se non farà questo il nostro debito pubblico diventerà cattivo e travolgerà l’Italia. Questa l’analisi e le proposte di Napoletano (molto diverse dalle mie).
Abbiamo alcune domande: se lui considera positive le politiche del Cavaliere bianco del 2012 (espansive) perché non si fanno in Europa anche oggi, come ha fatto nel 2009 e fa ancora oggi la Federal Reserve Usa? Il Cavaliere bianco avviò nel 2012 queste politiche, ma perché non le ha fatte prima? Non è forse questo dovuto ad un vantaggio monetario del dollaro?
Purtroppo l’Europa non ha alcuna intenzione di diventare un polo mondiale indipendente dagli Stati Uniti e continua a seguire mini-politiche pubbliche e di austerità che non sono in grado di farci decollare e per l’Italia sarà complicato ridurre il debito pubblico se non si prelevano i soldi da chi li ha (banche con extraprofitti, ricchi che non pagano l’imposta sulle eredità, crescita dell’elusione ed evasione fiscale). Lo scopriremo nei prossimi mesi.
Cover: Mappa dell’Europa del XVIII° secolo, Incisore Giovanni Sansone
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In un importante sviluppo giuridico, l’Alta Corte del Regno Unito ha concesso a Julian Assange il diritto di appellarsi alla sua estradizione negli Stati Uniti. La Corte ha stabilito che una nota diplomatica statunitense, che pretendeva di assicurare che Assange non avrebbe subito discriminazioni in quanto cittadino australiano, non era sufficiente a garantire i suoi diritti di libertà di espressione.
È stata ora fissata una data per l’appello, che durerà due giorni, il 9 e 10 luglio 2024. L’udienza è pronta ad affrontare questioni fondamentali relative alla tutela dei diritti umani, non solo per Assange ma anche per chiunque, nel Regno Unito e nel mondo, denunci la criminalità di Stato. La decisione dell’Alta Corte britannica potrebbe segnare un momento cruciale in questo caso di alto profilo, impedendo potenzialmente l’estradizione di Assange negli Stati Uniti, dove il Relatore speciale dell’ONU sulla tortura ha avvertito che egli sarebbe sottoposto a condizioni equivalenti alla tortura.
Il sostegno alla causa di Assange è cresciuto sia nel suo Paese natale, l’Australia, sia negli Stati Uniti. La maggioranza degli australiani, insieme a numerosi politici, sostiene il suo ritorno in patria. Negli Stati Uniti, un numero crescente di rappresentanti del Congresso chiede che le accuse contro di lui vengano ritirate. La Risoluzione 934 della Camera, che mira a fermare il procedimento contro Assange, continua a ottenere un crescente sostegno bipartisan a Washington DC. Continuano intanto le manifestazioni di solidarietà nel Regno Unito, in Italia e in tutta Europa .