Skip to main content

Kimia Yousofi, Julio Velasco: come fare politica senza essere politici

Kimia Yousofi, Julio Velasco: come fare politica senza essere politici.

Di Imane Khelif, ora fresca medaglia d’oro del pugilato algerino, questo giornale si è già occupato qui. Oltre a lei, ci sono altre due figure dell’Olimpiade di Parigi appena terminata che si stagliano nette sopra l’orizzonte virtuale di Periscopio.

La prima è quella di Kimia Yousofi, atleta afgana portata a Parigi dalla federazione australiana, nazione dove vive attualmente. Nel 2021 a Tokyo aveva fatto da portabandiera ufficiale dell’Afghanistan. Subito dopo la fine di quelle Olimpiadi, il suo paese tornò nelle mani oscurantiste e feroci dei talebani. A Parigi è stata eletta nuovamente portabandiera del suo paese, ma stavolta ad opera di un “comitato olimpico afghano” in esilio, ed ha corso una batteria dei 100 metri arrivando nettamente ultima. Al termine della gara, ha rovesciato il pettorale e, a favore delle telecamere, ha mostrato cosa ci aveva scritto sopra: “Istruzione, i nostri diritti“. Ai microfoni ha poi rincarato la dose: “Non mi sono mai occupata di politica, faccio solo ciò che ritengo sia vero e giusto. Posso parlare con i media. Posso essere la voce delle ragazze afghane. Posso dire cosa vogliono: vogliono diritti fondamentali, istruzione e sport. Questa è la mia bandiera, questo è il mio paese”.

Attraverso un gesto elementare come scrivere quattro parole a penna, Kimia Yousofi ha compiuto un atto politico di portata enorme. Ha utilizzato un palcoscenico globale per rivendicare quello che le donne afghane chiedono ma senza poterlo fare, se non a rischio della vita. Ha riacceso un faro sulla tragica situazione dell’Afghanistan, del quale i media mainstream non parlano più da quando il potere è tornato ad essere talebano. La potenza del suo gesto è paragonabile a quella, forse ancora più dirompente, di Tommie Smith e John Carlos, oro e bronzo per gli Stati Uniti ai 200 metri maschili delle Olimpiadi del 1968, che alzarono un pugno chiuso guantato di nero sul podio durante l’inno americano. “Quei pugni alzati erano dedicati a tutti quelli che erano a casa, nei quartieri poveri di Chicago, Oakland e Detroit, a chi stava nel Queens e a Brooklyn, a tutti i fratelli e le sorelle, i padri e le madri a Birmingham, Atlanta, Dallas, Houston, St Louis, New Orleans” dichiarò Tommie Smith nella sua autobiografia. Il gesto è del 16 ottobre: ricordiamo che il 4 aprile dello stesso anno fu assassinato Martin Luther King.

 

Uno dei propositi dichiarati di Periscopio è quello di fare un’informazione “verticale”. Tecnicamente, nel gergo aziendale, la comunicazione verticale è quella che trasmette informazioni tra diversi livelli della struttura organizzativa. Julio Velasco, allenatore della nazionale femminile di pallavolo vincitrice dell’oro a Parigi, è un esperto di comunicazione verticale. Talmente esperto che molte aziende lo chiamano per tenere seminari ai capi su come si costruisce e si gestisce un gruppo di lavoro.

La stampa e i media sono intasati in questi giorni soprattutto dal riportato delle frasi di Velasco, che vengono circondate da un’aura profetica che lo accredita come una sorta di santone laico: etichetta che lo stesso coach argentino si incarica di togliersi di dosso, ogni volta che riafferma il contrario di quello che gli vorrebbero mettere in bocca i giornalisti: che non è un maestro di vita; che non ha chiuso nessun cerchio, non avendo rimuginato affatto in questi anni sulla circostanza di non avere ancora vinto un’Olimpiade; che la stampa italiana deve piantarla di nutrire un’ossessione per la vittoria che genera solo ansia. Un elemento di curiosità nella storia dell’argentino trapiantato in Italia è sicuramente il passaggio da militante comunista negli anni immediatamente precedenti l’avvento della sanguinaria dittatura di Videla, a “precettore” di manager che vogliono carpire dalle sue labbra i segreti per essere un buon leader. Il cerchio che si chiude allora potrebbe essere: da precettore destituito (ai tempi di Videla, per ragioni politiche) a precettore osannato (e ben pagato) dai padroni del vapore. Infatti sospetto che, più che nella filosofia – se uno ha studiato filosofia non deve essere per forza il nuovo Immanuel Kant – lui eccella in senso pratico. Alla domanda su come si sopravvive alla dittatura, risponde: “Dipende dal tipo di dittatura. Innanzitutto, non bisogna mai perdere le misure di sicurezza, altrimenti si rischia di non raccontarla. In Argentina, molta della gente uccisa le aveva sottovalutate. Ad esempio, mio fratello fu preso a casa di mia madre. Non militava più e si sentiva sicuro. Sbagliava. In secondo luogo, resistere. Non solo politicamente. Nelle piccole cose. Bisogna sforzarsi di non diventare come gli altri, come quelli che fanno da sostegno alle dittature. Quindi è fondamentale essere onesti e accettare le differenze. Di ogni tipo”. Accettare e comprendere le differenze, altra dimostrazione di pragmatismo: una volta capito che certe leve (ad esempio, l’orgoglio) funzionavano sui maschi ma non sulle femmine ha avuto l’intelligenza di cambiare approccio, investendo energie sulla componente affettiva e togliendo un po’ della polvere dei secoli di educazione patriarcale che condizionano l’agire femminile: la donna non deve rischiare, e non deve fare errori (altro motivo per non rischiare).  L’autorevolezza che gli viene riconosciuta ben oltre i suoi eccellenti trascorsi agonistici, deriva anche dal fatto di saper ascoltare e modulare le proprie convinzioni sulla situazione concreta. Come è tipico delle grandi personalità (e quindi anche raro), mentre è lui che esce da se stesso per incontrare l’altro (per usare le sue parole), sembra essere il mondo ad andare verso Velasco.

La cosa che mi sento di rimproverare non a lui, che appare davvero una magnifica persona, ma al velaschismo modaiolo aziendalista, è che quello che è riuscito a fare con le azzurre di volley, ovvero cementare un gruppo lacerato da alcuni ego ipertrofici, può essere un ottimo insegnamento anche per le aziende, a condizione che si comprenda che un’azienda non è una squadra di pallavolo o di calcio, e che la competizione aziendale non equivale alla competizione agonistica. Quando Velasco racconta ai manager che teneva bassi i compensi fissi e massimizzava i premi di risultato per selezionare i giocatori sulla base della loro disponibilità incondizionata – cioè non condizionata da un compenso economico sicuro – un brivido mi corre lungo la schiena: non per disistima verso l’oratore, ma per la capacità di equivocare del suo uditorio. L’aneddoto ha senso in un contesto agonistico in cui la performance è parte integrante del contenuto della prestazione, ma può essere molto pericoloso se calato bovinamente nelle aziende: ci sono già troppi fenomeni che rappresentano il lavoro quotidiano come un torneo, dove però a vincere sono solo gli amministratori delegati e i grandi azionisti. 

Parole a Capo
Tania Chimenti: “Sono la più grande ottimista” e altre poesie inedite

Nominare un oggetto equivale a sopprimere i tre quarti del godimento della poesia, che è dato dall’indovinare poco a poco: suggerirlo, ecco il sogno.
(Stephane Mallarmé)

 

Sono la più grande ottimista.
Quando arriva la telefonata,
penso all’invito ad una festa
o alla vincita:
“Buongiorno,
dunque lei è l’infermiera?
Magari c’è un errore,
un semplice scambio di nome.”
L’avviso respingo,
rinnego ogni referto,
chiamo in mia difesa la gioia:
le ultime sbronze con le donne,
le giornate più liete di poesia.
“Nessun indugio, vada al sodo.
Preferisco la lama fendente
alla diagnosi incerta,
al dubbio indecente.
La morte è sincera,
non promette.
Dica, dunque, sono di fretta.”

 

*

 

Moriremo
per sfinimento, come
falene librate ai lampioni.
Meglio sarebbe accettare
le ombre, forse i bui,
senza foro d’uscita
dello sparo:
la luna.

 

*

 

La gioia è appoggiata ai teli
sulle ringhiere dei terrazzi,
le case al mare lo sanno.
Mentre i giovani asciugano
i capelli al vento
nessuno si accorge del tempo:
le efflorescenze saline
risalgono, coprendo
di bianco.

 

*

 

Promettiamoci
che chi di noi
andrà via prima
lascerà aperta
la fessura dei mondi
ascolteremo
contaminazioni
canti
voci
rivelazioni.
Promettiamoci
che nessun
agghiacciante silenzio
sarà un addio.

 

*

 

È controvento
Che misuriamo la potenza del volo
La struggente sensazione di cadere
Gli occhi sprofondano nel precipizio
Poi finalmente il decollo
Il vento in faccia
Impiuma come ali
Le nostre braccia

 

(Ringrazio Tania Chimenti per averci inviato queste poesie inedite)

TANIA CHIMENTI (Bari, 1968). Da sempre legata alla sua città natale, è qui che ha completato gli studi scientifici e conseguito la laurea in Giurisprudenza.
Inizialmente responsabile del personale in una multinazionale, attualmente è consulente aziendale. La passione poetica è personale ma diventa bisogno di condivisione e urgenza di esplorare.
Ha partecipato a diversi concorsi ricevendo menzioni di merito e le sue liriche sono presenti in alcune antologie. Ha pubblicato la sua prima silloge poetica “Abbracciami Cielo” nel marzo 2023 e la sua seconda silloge nel 2024 “Versi orfani di ignoto destinatario” (Macabor editore). In “Parole a capo” sono state pubblicate altre poesie di Tania Chimenti il 16 novembre 2023.

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 242° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Vite di carta /
“La portalettere” di Francesca Giannone.

Vite di carta. La portalettere di Francesca Giannone.

“Devi leggere La portalettere, è troppo bello. Lo cominci e non ti stacchi più”. Dopo essermelo sentito dire più e più volte, ho chiesto e avuto in prestito il libro da Federica, che è nel gruppo di lettura della biblioteca del mio paese.

Eccomi qui ad aspettarla davanti al nostro bel Castello Lambertini da poco restaurato. Non esco mai di pomeriggio e oggi fa molto caldo, ma per un libro… Federica arriva e riparte sulla sua auto in un battito di ciglia, eppure fa in tempo a sorridere porgendomi il volume e a dirmi che le fa piacere passarmelo. “Buona estate, e grazie” le rispondo, grata per questa sintonia.

La sera comincio la lettura senza sapere nulla sulla trama e sulla scrittrice. Ho aspettative altissime e il senso critico a mille: in queste condizioni è difficile stabilire una sereno patto tra me lettrice e la voce narrante. Difatti per le prime cento pagine procedo attratta dal racconto ma anche pronta a trovarci qualche difetto, come nel caso di Anna, la protagonista, che ha una personalità forte, ma poco sfumata. Così monolitica da risultare inverosimile.

Vengo catturata alla distanza. Il respiro della storia è lungo quattrocento pagine e mentre procedo ne riconosco l’istanza narrativa: ecco un altro bel romanzo del nostro realismo otto-novecentesco, che in questi anni mi risulta praticato da altri apprezzati autori, con un impianto narrativo solido e articolato su molti personaggi, e un ambiente ben definito che fa da spazio vitale alle vite che dentro vi disegnano il loro percorso.

Come mai gli altri non sono più riusciti a staccarsi dalla lettura? Perché la voce che narra ottiene la nostra fiducia, portandoci in un paese del Salento, Lizzanello, come fossimo al seguito di Anna Allavena, che dalla Liguria ci arriva con la corriera nel 1934.

Va a viverci col marito, che lì è nato e ora ha avuto casa e terre in eredità, e col figlio piccolissimo. Come lei ci guardiamo intorno straniati, e subito notiamo come è fatta la gente al sud e come ci si vive. Le risorse della terra e del clima e una mentalità chiusa.

Comincio a sentirmi proprio a casa quando si parla del cibo e si nomina Lecce. Sono conquistata dalla pagina in cui alcuni personaggi vanno alla pasticceria Alvino, in piazza Sant’Oronzo, e gustano i pasticciotti, che conosco anche come buccunotti, per come li chiamava mia suocera.

Mi si para davanti agli occhi la scena dal film Le mine vaganti di Özpetek, in cui Ennio Fantastichini compera una grossa guantiera di dolci per gli ospiti che ha a casa: amici del figlio venuti da Roma che egli si ostina a vedere come giovanotti dalla virilità prorompente e invece sono gay.

Cara Lecce, bellissima e deserta in altre scene, con il barocco delle chiese che parla la più bella lingua del mondo e ostenta il colore caldo del tufo anche sullo schermo.

Ma torniamo al romanzo. Alle spalle di Anna ci intrufoliamo nella raggera di parenti e amici che prendono posizione attorno a lei nel tempo. Entriamo nella piazza del paese e nelle botteghe, nella casa ereditata e in quella del fratello del marito.

Quando lei caparbiamente fa la domanda per occupare il posto di portalettere, frequentiamo l’ufficio postale e la mattina di ogni santo giorno suoniamo campanelli e bussiamo a porte e portoni.

Anna non se ne è andata dopo il primo impatto come fa la signorina elegante nella novella verghiana Fantasticheria: fino al 1961, anno della sua morte, si aggrappa allo stesso scoglio dei compaesani, entra un minuto nelle loro case per leggere le corrispondenza a chi è analfabeta e sa trovare le parole giuste di fronte a missive importanti.

Di una mia prozia, postina storica al mio paese, si diceva che volente o nolente sapeva tutto di tutti, e che negli anni dell’ultima guerra doveva bere un goccetto prima di portare a certe madri il telegramma con la notizia della morte del figlio caduto in combattimento.

Poi Anna fa di più: fonda la Casa per le Donne, occupando l’abitazione che è stata di un’amica a cui ha dato aiuto per anni e che da tempo vive con lei. Insieme accolgono ragazze abbandonate e prive di mezzi. A questo doveva prepararci il sommario in copertina: ” Italia, anni ’30. Un paesino del Sud. Una donna del Nord. Un incontro che cambierà entrambi”.

Questa donna del nord, scopriamo alla pagina dei ringraziamenti, è la bisnonna di Francesca Giannone, che ne ha ricostruito la storia a partire dal biglietto da visita con su scritto Anna Allavena – Portalettere”. Ha anche lavorato di fantasia, ha modificato e rimaneggiato le storie familiari “per restituire al meglio… il paesaggio e l’atmosfera del territorio”, in cui peraltro è tornata a vivere dopo avere vissuto e lavorato a Bologna.

 La forza di questo romanzo sta nella compattezza che sa assegnargli la voce narrante, capace di controllare ogni rivolo narrativo e di intrecciarlo con gli altri, mantenendo fluida la esposizione e fluido lo stile.

So di andare a saccheggiare la nostra storia letteraria, come deve avere fatto anche Giannone, e di rispolverare due categorie narrative della tradizione più illustre: la prima è l’entrelacement, ovvero la matassa di fili narrativi magistralmente orchestrata da Ariosto nel Furioso; l’altra corrisponde al verosimile manzoniano, in cui si fondono gli elementi del vero storico e della invenzione romanzesca e ne esce quel “bravo figliuolo” di Renzo, che se fosse vero non potrebbe essere diverso da come lo ha immortalato la pagina.

Ne La portalettere sono molti i personaggi ben riusciti, tipi umani credibili e dalla psicologia anch’essa verosimile, e non mi riferisco tanto ad Anna – come dicevo – quanto a una folla di personaggi minori. Alcuni abitanti di Lizzanello, per esempio, sbalzati con pochi sicuri tratti di penna sullo sfondo del paese con la sua ritualità all’apparenza immobile.

Come il fruttivendolo, che somiglia tanto a Gilda, la venditrice di erbe al mercato rionale di Taranto da cui ricevevo ogni volta un ciuffetto di menta in più o il dono di una pesca.

Nota bibliografica:

  • Francesca Giannone, La portalettere, EditriceNord, 2023

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Le voci da dentro /
La “battitura” in Val Susa: il messaggio dai domiciliari di Nicoletta Dosio

La “battitura” in Val Susa: il messaggio dai domiciliari di Nicoletta Dosio

Giovedì 8 agosto. I rintocchi del mezzogiorno giungono di lontano sulle ali del vento che in Valle non manca mai, neppure nell’afa pesante della canicola.

Nonostante il brevissimo preavviso, le donne e gli uomini del movimento NO TAV sono venuti a condividere con me questa mezz’ora di solidarietà verso i detenuti nelle carceri e nei CPS di tutt’Italia.

L’iniziativa, partita dalle prigioni, prevede la “battitura”: chi è rinchiuso, batte su inferriate e blindi con i poveri mezzi che la detenzione permette. Condividere la protesta ci sembra giusto, bello e doveroso; per questo motivo, qui davanti a casa mia si è data appuntamento almeno una cinquantina di persone con oggetti da cucina, tamburelli, sonagli e c’è perfino un rudimentale olifante… e a chi non ha portato strumenti basta una pietra da battere sulla cancellata. Tra tutti c’è una dolcissima ragazzina, occhi azzurri e capelli biondi, l’immagine di un futuro che chiede di sapere. La sua presenza ha la grazia e la meraviglia delle prime, importanti esperienze.

Loro sulla strada, io al di là del cancello, reclusa ai domiciliari.

Parte la battitura, rumorosa, un po’ surreale tra tutto questo verde di siepi, alberi e giardini.

Io, nella mia condizione di detenuta sì, ma in una casa ampia e quieta, protetta dai cedri centenari, non posso non ricordare chi soffre il caldo torrido dell’estate in una cella due metri per tre, in edifici fatiscenti e sovraffollati, lontano dagli affetti e sottoposto ad ogni arbitrio fisico e psicologico da parte di guardiani incattiviti per professione e alienazione.

Il non-tempo di quel non-luogo l’ho provato anch’io, quattro anni fa, per tre mesi: pochi, ma sufficienti ad alimentare in me una rabbia che non passa e a rafforzare la tenerezza per le donne recluse nel blocco femminile delle Vallette, mie sorelle per sempre.

Per fedeltà e per affetto batto col mio bastone alle sbarre del cancello e racconto: il sovraffollamento sempre crescente, la desolazione dei rapporti impediti con le famiglie, la nausea della sbobba carceraria, i muri scrostati e i materassi pieni di macchie, le tre docce a funzionamento intermittente per cinquantanove persone, la mancanza di aria e di luce, la rozza prepotenza di certe secondine, il vuoto alienante dei giorni festivi, privi anche dei contatti minimi con l’esterno e le storie personali di miseria, violenze subite, malattia, le rotte insidiose dell’emigrazione e la nostalgia per i propri cari lontani, la preoccupazione per i figli piccoli.

Per molte di loro il carcere è tortura presente e, insieme, unico punto fermo rispetto alla mancanza totale di prospettive rispetto al dopo-carcere.

Leggo pubblicamente la bella lettera che due mie compagne tuttora rinchiuse nel carcere di Torino hanno inviato al mondo fuori, a nome di tutti i detenuti, per denunciare la situazione sempre più insostenibile, così crudelmente insopportabile e alienante da far preferire il suicidio.

L’appello accorato che da quelle pagine è rivolto a chi, eletto nelle istituzioni, dovrebbe far rispettare la Costituzione nata dall’antifascismo e dalla Resistenza stride più che mai rispetto alle leggi manettare varate in questi giorni dal Parlamento italiano: essere poveri, rivendicare uguaglianza e dignità, lottare per la giustizia sociale e ambientale, opporsi concretamente alla follia di un sistema che sta distruggendo ogni prospettiva di futuro, ecco i “reati” contro cui agirà con pugno di ferro il braccio giustiziere della legge.

Contro tanta ingiustizia urge rompere l’indifferenza del “mondo di fuori” straniato dai mass media di regime e congelato nell’“interiorizzazione della sconfitta” che uccide forza e iniziativa.

Le “voci dentro” parlano di noi tutti e ci avvertono che il tempo della delega è scaduto: che non cadano nel silenzio!

Nessuno sarà veramente libero finché ci saranno incatenati.

L’alternativa al carcere esiste ed è la giustizia sociale.

La mezz’ora di “battitura” passa veloce. Ognuno se ne va, ma senza fretta, quasi a malincuore.

Ci rivedremo a mezzogiorno del quindici agosto, quando l’iniziativa si ripeterà in tutte le carceri italiane.
La data non è casuale: il Ferragosto in galera è un supplizio che non finisce mai.

Ed ecco il messaggio delle “voci dentro” che Nicoletta ha condiviso ieri dai suoi domiciliari:

In un clima “rovente, non solo per le temperature, scriviamo questa lettera dalla sezione femminile del carcere di Torino. Siamo due “ragazze” qui recluse e ci facciamo portavoce del pensiero e della necessità di molti altri reclusi. Il detto “stare al fresco” non si addice più a nessuna galera, perché ormai scontiamo le nostre pene stipati, nascosti e dimenticati in questi “magazzini di corpi” che sono polveriere in cui non c’è rispetto, né dignità, né futuro. La misura è colma, anzi stracolma… Quando la bomba esploderà di chi sarà la colpa?

Si soffoca, c’è una pressione insostenibile in tutta la comunità penitenziaria che è costituita da detenuti e detenenti! Ci rivogliamo a tutto il Parlamento: “Disinnescate la bomba”. Non c’è più tempo e c’è una responsabilità politica diffusa in tutto ciò. Non abbiamo più neppure il diritto ad iniziative pacifiche come lo sciopero della fame. Tutto ormai ci mette a rischio di ritorsioni o denunce. Non sappiamo come fare per essere ascoltati. Scriviamo per far arrivare “oltre il muro” la richiesta di misure straordinarie che diano equità e giustizia al sistema penitenziario come liberazione anticipata speciale, amnistia, indulto; non come forma di impunità generalizzata, ma che siano una risposta all’emergenza umanitaria che viviamo. Qui dentro non ci sono i “banditi”, i “mostri”, qui dentro sono ingabbiati per lo più i corpi di coloro che incarnano disagi di ogni tipo.

La realtà è che la dignità umana è un concetto estraneo, così come la risocializzazione. Il sistema giustizia-carcere è fuorilegge. Sostanzialmente incostituzionale, produce altro carcere, rabbia, non imprime legalità, non dà futuro, porta all’alienazione e alla morte. Il potere centrale si nasconde dietro a misure slogan, mentendo apertamente e lasciando tutto nelle mani dei direttori.

Chiediamo ai garanti, specie a quello nazionale, di battersi per i nostri diritti. All’opposizione dichiamo fate opposizione. Tutti gli eletti, anche i più “manettari”, devono garantire il loro servizio rispettando la Costituzione. Ci sentiamo di rivolgerci al Presidente Mattarella affinchè scuota l’indifferenza dei decisori, del ministro, della politica! In lui riponiamo le nostre ultime speranze. Grazie!

Nicoletta Dosio

Cover: Nicoletta Dosio, detenuta agli arresti domiciliari, davanti al cancello del carcere

Olimpiadi 1, quello che non ci manca:
il (positivo) modello italiano

Olimpiadi 1, quello che non ci manca: il (positivo) modello italiano 

Chi ha vinto le Olimpiadi di Parigi? I media dicono gli americani e i cinesi a pari merito per medaglie d’oro (40), nonché 126 in totale per gli Usa e 91 per la Cina; ma se consideriamo la popolazione, in realtà a vincere anche quest’anno è stata la Nuova Zelanda che ha vinto 47 medaglie (di cui 10 d’oro) con una popolazione inferiore ai 5 milioni di abitanti. In questa mia speciale classifica fatta in base agli abitanti seguono Australia, Ungheria, Giamaica. In questa classifica ho considerato 3 punti per l’oro, 2 per l’argento e 1 per il bronzo e rapportando la somma che risulta agli abitanti, l’Italia è al 18° posto (era al 17° a Tokyo). Tra i grandi paesi meglio dell’Italia fanno Francia, Regno Unito e Sud Corea, ma veniamo prima di Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Spagna e Brasile.

Classifica in base al totale delle medaglie (oro=3 punti, argento= 2, bronzo =1) e totale in rapporto agli abitanti (clicca sulla tabella per il dettaglio)

Avanzano i paesi poveri e africani anche se, per ora, alimentano i paesi ricchi di molti dei propri atleti (vale anche per la Russia, vedi la pallavolista Ekaterina Antropova, italiana da un anno o Andy Diaz Hernandez, cubano 3° nel salto triplo) i quali da giovani vengono individuati dai “cacciatori di talenti”, e migrano volentieri verso i paesi ricchi che offrono loro volentieri cittadinanza, soldi e supporto sportivo, e li inseriscono nelle nostre scuole superiori, che sono di fatto “obbligate” a promuoverli. Circa metà delle medaglie italiane sono di immigrati o figli di immigrati. E’ (in apparenza) paradossale che la vincitrice dell’ultimo podio – la maratona femminile, gara simbolo delle Olimpiadi – sia l’ olandese Sifan Hassan, una musulmana che porta il velo sul podio olimpico. Da un lato ciò dà la misura della crescente presenza di immigrati e figli di immigrati nei paesi ricchi e del crescere del multiculturalismo nelle società occidentali, dall’altro provoca la reazione sempre più forte di una parte dei cittadini (vedi le recenti manifestazioni nella, un tempo tollerante, Gran Bretagna) rispetto ad una immigrazione che viene ritenuta troppo rapida e portatrice più di svantaggi che di vantaggi.

Una delle caratteristiche delle “vecchie” Olimpiadi è che potevano partecipare solo i dilettanti e non i professionisti. Col tempo ci si è resi conto che la manifestazione avrebbe assunto maggior valore se avessero potuto partecipare tutti i migliori atleti. Oggi partecipano di fatto anche i professionisti (per citare solo i più ricchi, dai tennisti a Lebron James, il giocatore Usa di basket pagato 40 milioni di dollari all’anno). Le Olimpiadi hanno così mostrato quanto siano in parte gonfiati certi miti, sport e tornei, come quello dei professionisti basket NBA Usa, la cui squadra ha battuto di pochissimo la piccola Serbia nelle semifinali, dopo essere rimasta sotto di 10 punti (ed aver toccato anche il meno 17) per 3/4 della partita e aver vinto solo nell’ultima fase, anche a causa del ridotto numero di giocatori della Serbia che hanno pagato la penuria di cambi rispetto allo squadrone americano, oltre che un paio di scelte arbitrali molto discusse (95 a 91 il risultato finale).

LItalia ha conquistato 12 medaglie d’oro (2 in più di Tokyo) ed è interessante vedere come l’ottimo risultato sia il prodotto di un modello pubblico di supporto agli sport “minori”. Pur non avendo sponsor o società sportive che possono mantenere gli atleti nelle categorie con minori spettatori (che minori non sono), ha adottato una strategia che potremmo definire “pubblica”: gli atleti migliori vengono assunti tramite concorso pubblico – riservato a chi ha raggiunto determinati risultati a livello nazionale o internazionale – da alcune organizzazioni militari o civili in qualità di volontari in ferma prefissata di 4 anni (polizia, esercito, marina, aviazione, guardia di finanza, vigili del fuoco). Ciò garantisce a questi atleti la libertà di allenarsi a tempo pieno nei centri sportivi senza dover lavorare, con uno stipendio analogo a quello dei colleghi. Al termine della carriera agonistica gli atleti possono rimanere in servizio e qualificarsi come istruttori, allenatori, preparatori atletici, massaggiatori presso i centri sportivi nazionali, oppure partecipare ai concorsi interni e progredire nella carriera. Il maggior numero viene assorbito dalla Polizia di Stato (Fiamme Oro) con 101 atleti, seguito dalla Guardia di Finanza (Fiamme gialle) con 54. Seguono: Esercito 39, Carabinieri 33, Aeronautica 25, Polizia penitenziaria (Fiamme azzurre) 23, Marina 18, e Vigili del fuoco (3 atleti delle Fiamme rosse). Ciò ha consentito a ben 296 atleti sui 403 italiani (73%; erano il 70% alle precedenti Olimpiadi di Tokyo) di partecipare alle Olimpiadi di Parigi assieme ad altre 207 compagini nazionali, di vincere 40 medaglie (12 ori, 15 argenti e 12 bronzi) e di portare più atleti (403 contro 384). Il modello organizzativo dell’Italia, sempre più imitato anche dai paesi poveri, dimostra che senza una organizzazione pubblica avremmo alle Olimpiadi solo gli atleti sponsorizzati dalle grandi società private e dagli sponsor, limitando non solo le vittorie ma la partecipazione allo sport di migliaia di giovani (basta fare un confronto coi pessimi risultati nel calcio).

Le Olimpiadi sono un evento di valore mondiale e mostrano come lo sport possa essere trattato ancora come un bene comune, oltreché essere una straordinaria forma di sviluppo umano e di apprendimento, capace di superare ogni divisione. Peccato che si siano voluti penalizzare gli atleti della Russia, Bielorussia, Iran, etc. cioè l’”asse del Male” (anche se poi molti hanno gareggiato sotto la bandiera di altri Stati come Germania, etc…). Mentre noi occidentali saremmo l’”asse del Bene”: la cosa avrebbe certamente indispettito Pierre De Coubertin, che riprese a far disputare i Giochi nel 1896, dopo che l’imperatore romano cristianizzato Teodosio li aveva fatti cessare nel 393 d.C. perché ritenuti uno spettacolo pagano. Erano nati ufficialmente nel 776 a.C., anche se la loro origine è probabilmente più antica, quando veniva premiato non chi arrivava primo ma chi svolgeva l’esercizio (corsa, lancio del disco, lotta, etc.) con più armonia. Alle gare non erano ammessi stranieri, schiavi, persone disonorate e le donne, alle quali era vietato persino assistere alle gare.

Visto da vicino nessuno è normale
La follia nel DDL 1179, Disposizioni in materia di tutela della salute mentale

Visto da vicino nessuno è normale. La follia nel DDL 1179, “Disposizioni in materia di tutela della salute mentale”

Se per Basaglia “visto da vicino nessuno è normale”, se ormai è consolidato il concetto che non esiste un confine fra follia e normalità, se sappiamo che solo Lombroso poteva pensare di distinguere fra sani e folli, come è possibile che sia stato presentato un disegno di legge con la proposta di “interventi che riducano il divario esistente tra le persone affette da disturbo mentale e le persone sane”?

Questo ha scritto Francesco Zaffini di Fratelli d’Italia nel DDL 1179, Disposizioni in materia di tutela della salute mentale presentato al senato il 27 giugno scorso (qui il testo e qui un articolo su Repubblica, unico quotidiano che finora ne ha parlato).

A me queste parole suonano come “ridurre il divario fra chi deve usare una sedia a rotelle per muoversi e chi no”, “farò uscire il caffè dai rubinetti”. Quale sarebbe lo scopo? Far camminare tutti con le gambe per non dovere abbattere le barriere architettoniche? Che nessuno si senta diverso? Che sia obbligatorio essere o sembrare sani?

Dando un colpo al cerchio e uno alla botte, nel disegno di legge si parla della “incolumità e dell’aggiornamento dei professionisti” e della “massima attenzione alla sua [del “malato”] incolumità fisica, a quella dei suoi familiari e degli operatori”. Non si parla quindi del benessere di chi ha un disagio, ma della sua supposta aggressività.

Il testo è intriso della ambigua malizia di anteporre una finta offerta di protezione a chi soffre, sottintendendone nello stesso tempo la pericolosità certa, e la necessità di curare tale predisposizione mediante la segregazione e il contenimento, anche tramite la forza pubblica.

Come se tutto fosse perfettamente predeterminato e immutabile fin dall’inizio, la legge attiverà una “individuazione precoce del disagio giovanile, la prevenzione dei disturbi e l’intervento precoce psicosociale” e “l’individuazione tempestiva dei disturbi mentali sin dalle fasi dell’infanzia,” “al fine di assicurare il godimento del diritto alla salute mentale, intesa come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”.

Obbligheranno le persone al diritto di stare bene? Si capovolge anche il senso della dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la cui definizione completa recita:  ”una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale e non esclusivamente l’assenza di malattia o infermità.”  Questo contraddice la distinzione fra sani e malati, perché la salute è come si gestisce l’insieme, comprese le patologie. Se una persona ha il diabete, il suo diritto alla salute si realizza nella possibilità di vivere pienamente, al di là del disagio.

Il politico si rivolge a una bella fetta di elettorato: intanto tutti quelli in cui è stata instillata la paura di tutto da una informazione malata, che ha caricato falsità sugli episodi di aggressione negli ospedali; poi gli operatori sanitari stessi, che si occupino di salute mentale o no, le famiglie, che in grande numero convivono con la sofferenza psichica in condizioni di carenza di supporto medico e di politiche sociali, la scuola, caricata sempre più di compiti che non sono i suoi.

Ancora una volta, i più fragili tra i fragili vengono individuati come capro espiatorio, facile operazione in un contesto dove ci si sente autorizzati a definire “oggettivamente” con un semplice conteggio chi è normale e chi no, senza neanche prendersi la responsabilità di dire che lo si sta stigmatizzando, crudeltà gratuita e vigliacca. L’atteggiamento è sempre quello di far credere che esistano persone sbagliate, che vanno aggiustate per il loro bene.

Un’idea completamente campata in aria, quella della pericolosità di chi ha un disagio mentale. È stato dimostrato infatti che le persone con patologie psichiche gravi commettono gesti delinquenziali con tassi analoghi a quelli di chi non ne è affetto.

Il DDL Zaffini è la concretizzazione di questo: deriva da una cultura della sopraffazione.  Le statistiche, al contrario di quello che si pensa, riportano che è più probabile che una persona con disturbo mentale subisca piuttosto che operi violenza e che di solito essa tenda a fare male a se stessa, piuttosto che agli altri.

Oggi sappiamo che il nostro comportamento è dovuto a una triade di fattori: quello biologico, quello psicologico, cioè come le esperienze ci hanno influenzato, quello sociale. È la società intorno a chi ha il disagio ad essere malata e la cura avviene in un’interazione fra i tre livelli, che si modificano a vicenda. Il modo in cui una persona può relazionarsi nel sociale è quello che la cura o la ammala: meglio faremo stare una persona nel sociale, meglio starà e meno aggressività potrà incamerare.

Lascio riflettere il lettore se sia possibile pensare che una patologia possa guarire senza la collaborazione del paziente. Durante la pandemia abbiamo assistito al rifiuto dei vaccini da parte di un grande numero di persone; la costituzione garantisce la libertà di cura.

Ma al di là di questo, si dovrebbe sapere, affrontando il tema della salute mentale, che la non consapevolezza della malattia è un sintomo esso stesso che si chiama “anosognosia”. Lo psicologo Xavier Amador raccontava di una signora che doveva prendere i farmaci e che, quando li trovava nella spazzatura, chiedeva ai familiari di chi fossero, perché non si rendeva conto di averli buttati lei. Amador ha studiato un approccio alle persone con disturbo che ottiene la loro fiducia e la loro aderenza alla cura, ma tale approccio esclude categoricamente la coercizione e se seguite uno dei suoi video, molto piacevoli, potete anche capire perché l’obbligo non può funzionare.

Certo anche il nostro Zaffini dice che bisogna cercare di ottenere il consenso, ma senza contarci troppo. Nel disegno di legge infatti “sono disposte le misure di sicurezza pubblica necessarie al contenimento degli episodi di violenza contro il personale”, “Gli operatori della salute mentale attuano misure e trattamenti coattivi fisici, farmacologici e ambientali”. Il trattamento sanitario obbligatorio viene esteso da un massimo di 7 giorni a 15 giorni: non so se questo sia un modo per rendere la vita degli operatori e delle operatrici più semplice.

Una persona con un disturbo non è necessariamente violenta, quindi, e anche se ha una psicosi può scegliere di non commettere le azioni comandate dalle voci che sente, tanto che tra gli psichiatri è aperta la discussione se sia opportuno perseguire chi commette un reato avendo un disturbo psichico. D’altronde si rileva continuamente che gli autori di delitti efferati non soffrono di patologie psichiche.

Purtroppo la professionalità anche degli psichiatri non è sempre al massimo livello, e pare che non tutti siano padroni delle tecniche di de-escalation che servono per placare lo stato d’animo di un paziente agitato. Queste tecniche sono usate in vari campi, tanto che lo psichiatra Valerio Rosso, che pubblica un brillante e utile blog, consiglia il testo usato dalla polizia negli Stati Uniti Conflict Management For Law Enforcement: Non-escalation, De-escalation, and Crisis Intervention For Police Officers. Ognuno, ognuna di noi ha bisogno di apprendere queste tecniche che ci possono proteggere in situazioni di violenza in cui possiamo incorrere.

Allora difendiamoci davvero e contrastiamo il disegno di legge Zaffini, su cui è già stata avviata, da associazioni e personalità autorevolissime, una raccolta firme. [ Qui] l’appello: Fermare una tragica nostalgia di manicomio, e reagire.

Cover: Marc Chagall, Muveszete lart 

Per leggere gli articoli di Daniela Cataldo su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

La libertà del dolce far niente: quanta vita lontano dai pacchetti-vacanza

La libertà del dolce far niente: quanta vita lontano dai pacchetti-vacanza

di Gerardo Iandoli
articolo originale su Strisciarossa del 7 agosto 2024

Basti pensare alla merce più venduta in questo periodo estivo: la vacanza. Sono innumerevoli le agenzie che vendono vere e proprie tabelle di marcia di momenti di libertà, per poter sfruttare al meglio il tempo delle ferie, senza perdere il ben che minimo granello di secondo. E il momento di pausa dal lavoro viene trasformato nell’ennesimo spazio-tempo da dover gestire, organizzare, progettare. Il demone dell’efficienza si insinua ovunque e la nostra libertà più grande, cioè la possibilità di scialacquare il proprio tempo, diventa l’ennesima fonte di sensi di colpa, cioè ansie da inettitudine.

Ebbene sì, è il perdere tempo la nostra libertà più grande: il non dover fare nulla, né dimostrare nulla, né doversi preoccupare della reazione altrui. Un mero godere del piacere di esistere, in vista della prossima scelta in cui attivarsi, non per seguire uno schema, ma per assecondare ancora di più questo godere di sé. Di fatto, a essere venduto in questi pacchetti vacanza è un senso di sicurezza: la possibilità di non scegliere, e quindi di non pensare, per poter comodamente seguire un percorso già tracciato, dove basta seguire i binari e lasciarsi andare al flusso.

C’è una poesia di Cinzia Coppola, tratta dal suo Rêveries, pubblicato nel 2023 da Delta 3, che nel suo linguaggio asciutto ed estremamente chiaro mostra la ferocia che soggiace al modo di pensare fin qui trattato:

Mattino

Cielo del mattino,
il cristallino che hai oggi
mi contagia
la voglia di ridere
fino a sentire gli occhi e il cuore funzionare.
Sono brevi attimi,
forse è la luce del sole
o un progetto a cui pensare.
Forse solo l’auto da mettere in moto
per andare a lavorare.

La prima immagine è stereotipata: quel senso di benessere che si prova quando si viene colti dal bel tempo appena dopo essersi svegliati. Tuttavia, sono presenti delle parole che incrinano l’idillio e virano l’atmosfera verso sentori più inquietanti: prima di tutto, l’energia viene trasmessa per “contagio”, quasi come se non fosse un flusso vitale che va dal cielo alla terra, ma un miasma pestifero che si appropria della voce dell’io poetico. E quest’ultimo si presenta come una macchina, che inizia a “funzionare”. E, di fatto, questo fanno le immagini stereotipate: attivano la nostra mente in maniera meccanica, perché sono così codificate da eliminare ogni mistero e quindi disattivare ogni possibilità interpretativa.

Nella seconda parte, in un crescendo ironicamente tragico, l’io poetico viene sottratto al proprio momento vitalistico e richiamato all’ordine, gettato nella propria dimensione del dovere.
Si parte dal sole, figura divina e simbolo del calore che dà la vita, per arrivare subito alla “progettazione”, che rinvia a una divinità più moderna: il management. E ritorna nel finale l’elemento meccanico, in cui si vede l’io poetico specchiarsi in questa auto messa in moto: il cielo terso non è lo scenario dell’inizio di un’avventura, ma l’immagine dell’ennesimo spreco di vitalità in favore del lavoro, dell’energia finalizzata alla produzione.

L’elemento interessante di questa poesia è che il lavoro non viene descritto come momento che distrugge l’idillio, ma anzi come qualcosa che può essere coerente con l’idillio stesso: il contagio è avvenuto, e quindi anche il lavoro può entrare a far parte della galassia di senso che ruota intorno al simbolo del sole mattutino. Il lavoro come bel tempo, come ben-essere, come estate e come vacanza. Un paradosso?

Cinzia CoppolaRêveriesGrottaminarda, Delta 3, 2023.

Diario in pubblico /
Dal tronetto giallo di re Crimildo

Diario in pubblico. Dal tronetto giallo di re Crimildo

Il re Crimildo della stirpe dei Giannantoni se ne sta sul suo tronetto giallo posto sul balcone che dà sulla via principale della sua amata città, Laida, ad osservare le mosse dei suoi vicini di casa increduli, se non stupefatti, del progressivo innalzarsi della nuova torre di Babele minacciosa e incombente che ormai ha raggiunto il cielo.

Il rumore della ferraglia si stava esaurendo tra i singhiozzi dell’immenso camion che porta carichi di cemento e che non riesce a passare per la via, a causa di vetture pettegole che non gli lasciano il passo. Invano l’autista cerca una via d’uscita ma loro, indiscrete, non cedono il passo.

Sempre più frettolosi i passanti, che non mollano per un istante il loro Graal-cellulare, a testa china transitano affannati, non concedendo nemmeno un secondo ai pelosi in cerca di un luogo atto alla pisciatina ristoratrice.

Così decidiamo di prendere Benny e trasferirci al caffè, come i miei antenati chiamavano un luogo di delizie pieno. Qui si sorseggia la nera bevanda e nello stesso tempo si commentano vesti e paludamenti atti ad affrontare il percorzo lungo ed estenuante verso quell’acqua che si chiama mare e che io, Crimildo, non ho ancora visto da vicino.

Al silenzio stupefatto della torre abituata all’urlo bestemmiante dei lavoratori costretti a cedere le armi in attesa del cemento fatale si aggiunge il fruscio degli eleganti abiti da spiaggia e l’occhiata severa di chi ti giudica per quello che indossi!

Indosso la maglietta con le gardenie dipinte, dono affettuoso della mia stirpe, e ancora una volta mi domando come sia possibile che quel mastodonte blocchi la via e si rifletta da ogni punto di vista. Non si sa né, immagino, nessuno lo vuole sapere. I racconti degli “infedeli” narrano di lunghe trattative, di pazienti attese, di desiderio di stupire.

Beh, su questo non ci sono dubbi. Stupiamoci e godiamoci questa nuova idea di paesaggio, perché siamo Emilia-Romagna, l’eccellenza dei luoghi marini.

Allora io, Crimildo, cedo il bastone e mi ritiro a leggere testi sublimi nascosto nel mio studio, dove ho trasportato il mio tronetto giallo.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Coblas di via Colomba
3. Tre stanze in via Colomba

Coblas di via Colomba. 3. Tre stanze in via Colomba

In questa casa, vedi, in queste stanze. Tre, due più una terza aggiunta poi, con una porta in un muro tramezzo. In queste stanze che vedi ora. Le imposte di legno, gli inquilini degli anni e delle decadi. Ora che è pieno di auto, di motori, che ogni piazza è un parcheggio e pure qui, in piazzetta Colomba, in piazzetta Muzzina; ora che non c’è più la piccola prostituzione nei vicoli, verso via della Concia, ora che i camion dei traslochi, ora che i bus, ora che cavalli azzurri e ippogrifi e stese di dehors, ora che techno fino a notte, ora che sembra tutto in svendita, ora guarda, al Capo delle Volte, la vastità del cosmo dentro porta.

Questa casa in cui visse Penelope, con un baule di taccuini e mappe; e poi la figlia di Giuseppe, Sara, il suo compagno Omar e Sirio, il loro figlio. In questa casa passò anche Leone, di passaggio tra Bologna e Venezia – non però quella volta in gennaio, quando alle Fondamente Nove guardò i cipressi, l’isola di San Michele, il futuro sottile come alghe.

In queste stanze diventate tre, la rastrelliera con le bici dove era l’orto, a metà aprile si fermò la Gabri: stette una settimana e con suo marito visitò Ferrara, Mesola e Pomposa. Guarita dal covid prima ondata, due mesi in ospedale – la vicina di letto nel frastuono, con la testa nel casco, nel marasma – Gabri che recitava il Rosario in latino, un’idea che le venne per la fede, per la voce, per la forza del cuore e le antenate, un’idea che forse anzi certo la curò e forse giovò anche alla vicina, ma certo che le giovò, la guardava senza sentirla, la testa dentro il casco e la guardava.

In questa casa stiamo un po’ al riparo, all’ombra. A pochi passi c’era, ci fu per anni, la rivendita di bassa macelleria. E poco più lontano l’ingrosso dei detersivi, un labirinto di cartoni con scritte grandi dove noi, molti di noi, imparammo a leggere. E lì nella piazzetta si fermò Elena, con addosso un tailleur bruciato e ghiaccio, e Ida molti anni dopo: ma assieme guardarono il cantone, la piazzetta di là. Quasi un campiello veneziano, qualcosa che il ricordo non contiene.

E al numero ventidue viveva Marta, che aveva nove anni quando i suoi le gettarono nel fuoco il sillabario – che lavorasse subito e da subito – ma poi diventò maestra e socialista.

Allí, león, allí furia del cielo,
te dejaré pacer en mis mejillas;
allí, caballo azul de mi locura,
pulso de nebulosa y minutero

Autunno del 1929: Federico García Lorca è a Manhattan, alla Columbia University. Furioso verso il capitalismo, grandi industrie e iniquità e sfruttamento, come in un grido di orrore si butta a scrivere, scrive come un pazzo, scrive Poeta en Nueva York. Penelope ha ancora un quadernetto, da allora, e anche una giacca appartenuta a Marta.

Da qui al Castello, ai Diamanti, alla Giovecca, da qui a ovunque pochi passi.
Al Borgo dei Leoni, al vecchio ghetto, da qui poca distanza.

Ed eccola, Penelope, sarta e tessitrice. Vicina a García Lorca a Nuova York, supplente a scuola al Delta del Po. Penelope in cartoleria, in via Contrari, e in treno nei feriali tra Ferrara e Bologna.
Eccola che cammina verso la stazione alle sei del mattino, zaino leggero, da porta san Giovanni mezz’ora di buon passo, il vuoto verde di piazza Ariostea poi i Diamanti, passi e ancora passi, poeta in porta Po – pochi minuti in più se vai per la Giovecca e quando avvisti le torri, il grattacielo, ecco sei già in stazione.

Penelope che sta a Porta san Giovanni, che lavora a Bologna a Porta Lame, e il treno i viali i portici le scivolano addosso. Il male lo conosce, e la fatica, e uno scatto di gioia indistruttibile. Ha un taccuino e una giacca nell’armadio, una giacca con fodera a quadretti, la cucì la zia Maggio tanti anni fa.

Siamo qui, siamo tante. Da secoli e millenni siamo qui.
E a dispetto dell’epica, della leggenda dello stratagemma, delle storie sulla paziente attesa, Penelope ha da fare e non aspetta.
Non Odisseo. Non Ulisse, nessuno. Non un uomo di nome Nessuno.

Tessere viene prima.
La tela è nata molto tempo prima.
La tela e la stoffa, andare e tornare, moto apparente moto pendolare, ordito e trama, Porta Lame stazione Porta Po, camminare e fermarsi, tessere e ritornare. Orto e cartoleria, chiacchierare leggere raccontare. Macerie, mercerie.

Nel dolore e nel caos la schiena dritta, sorelle conosciute e figli altrui, figlie nostre, e il chiacchierone dal multiforme ingegno che vada o torni dove pare a lui. Molto prima di Ulisse, la tela. Fare rizomi e tessere, filare, darsi del voi, cantare a tempo e cantare a respiro. Saturare, tendere il tempo, andare. Divenire tela, divenire rabbia. Divenire gioia.

Per leggere i racconti di Silvia Tebaldi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Per certi versi /
E bruciano bruciano ancora

E bruciano bruciano ancora

 

E bruciano

Bruciano ancora

I libri

Sono dei Neri

Stavolta

Non gli Ebrei

I neri lanciati

Nello spazio

Dalle bestie

Trionfanti

Bruciano

Nella città

Che non diresti mai

La città

Degli Scarabei

Bruciano

In tanti angoli

Di Albione

 

 

Chi brucia

I libri

Sta già bruciando

Le persone

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Ancora un morto: Cpr come buchi neri

Ancora un morto: Cpr come buchi neri

 

Le organizzazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione esprimono il loro sgomento nell’apprendere la notizia della morte di Belmaan Oussama, un ragazzo algerino di 19 anni trattenuto nel Centro di permanenza per i rimpatri di Palazzo San Gervasio, in Basilicata, per il quale il procuratore della Repubblica di Potenza, Francesco Curcio, non esclude l’omicidio, doloso o colposo. Indetto un sit-in per sabato 10 agosto alle ore 11 davanti al Cpr .

 

La morte di Oussama, che sarebbe avvenuta lo scorso 5 agosto, “ha innescato una rivolta delle persone trattenute nella struttura e sollevato numerosi interrogativi – scrive in un comunicato il Tavolo Asilo –. Cosa è successo dopo le dimissioni dall’ospedale? Perché è rientrato nel centro? Chi ha fatto il certificato di idoneità per il suo reingresso? E chi ha vigilato sulla sua incolumità? Risulta che al momento del decesso fosse in servizio un solo infermiere, nessun medico, per 104 persone trattenute”.

 

Un sistema da abolire

“Non ci sono dati ufficiali e sistemi di rilevazione trasparenti ed efficienti per fare la conta dei morti – prosegue il comunicato –; una ricerca di ActionAid e dell’Università di Bari stima che siano 30 le persone che dal 1998 hanno perso la vita nei Cpr, fra cui, a febbraio di quest’anno, un altro diciannovenne, Ousmane Sylla, che si è suicidato a Ponte Galeria. Mentre notizie tragiche arrivano dalle carceri, anche nei Cpr le persone sono portate alla disperazione da un sistema di detenzione amministrativa che è un’aberrazione, uno spazio di negazione del diritto”.

 

Nel comunicato si ricorda che in Italia ci sono otto Cpr, “otto aberrazioni giuridiche e sociali, otto buchi neri in cui alle persone sono negati diritti e dignità. Un sistema irriformabile che va abolito. In questi centri è entrata una delegazione del Tavolo toccando con mano le condizioni di vita e trovando circa 550 persone che, dall’anno scorso, possono essere trattenute per 18 mesi”.

 

Servono politiche d’accoglienza

Diciamo da tempo che i Cpr sono un luogo di detenzione e di segregazione, dove non soltanto spesso vengono meno le condizioni di umanità minime delle persone, ma che proprio strutturalmente e concettualmente sono nati dall’idea sbagliata di avere un luogo dove persone a cui viene incollato il presunto reato di non avere un titolo di soggiorno, per il quale vengono confinate”, ci dice Maria Grazia Gabrielli, segretaria nazionale della Cgil, che partecipa al Tavolo Asilo.

 

“Questo strumento sbagliato delle politiche migratorie – prosegue – è all’interno di un quadro più complessivo che dimostra come l’approccio continui a essere su un’impronta che è tutta di ordine pubblico, sicurezza ed emergenza che sono i tre assi per assumere le scelte. È evidente che i Cpr andavano già chiusi molto tempo fa e invece stiamo tornando a un sistema di gestione della migrazione ancora una volta a svantaggio di una vera politica di accoglienza e integrazione. Basti pensare che aumentano le spese per la tutela dei confini con il protocollo Albania, dove in realtà portiamo i nostri operatori e le forze dell’ordine. Un buon sistema di accoglienza consentirebbe invece di costruire percorsi di reale cittadinanza nel nostro Paese”.

 

La Cgil e le altre associazioni del Tavolo hanno scritto una lettera al sottosegretario agli Interni, Nicola Molteni, con la quale è stato chiesto “di comprendere e di considerare i dati sull’immigrazione e dare risposta alle mancanze, ma le risposte concrete continuano a non arrivare – rimarca Gabrielli –. Una potrebbe essere il riconoscimento del titolo di soggiorno per sfruttamento a chi lavora nelle campagne, in agricoltura e non solamente. Persone che non hanno nemmeno gli strumenti per poter denunciare la loro condizione di sfruttamento e di schiavitù”.

Per la segretaria della Cgil serve cambiare l’approccio e nel contempo trovare anche soluzioni pratiche alle condizioni delle persone che lavorano in maniera regolare o irregolare nel nostro Paese, invece la politica continua a lavorare e a investire sulla sicurezza, sui confini, sul l’uso dei Cpr”.

“Rivendichiamo e chiediamo  anche in virtù della condizione umana e materiale di quelle persone una soluzione non mediana per rimuovere quella condizione”, sottolinea la sindacalista. Bisogna riaprire realmente una discussione – prosegue –, conoscendo l’importanza del quadro europeo, ma sapendo che ci sono scelte che intanto l’Italia può fare. Su questi punti continueremo il nostro lavoro, perché ci sono un fronte e un’attenzione ampia, c’è un’attività che abbiamo iniziato a fare e che continueremo perché per noi questi sono temi importanti e dirimenti”.

Per tutti i motivi esposti nel comunicato e da Gabrielli il Tavolo Asilo ha quindi indetto il sit-in per sabato 10 agosto alle ore 11 davanti al Cpr di Palazzo San Gervasio allo scopo di chiedere che tutti i centri vengano chiusi, che venga resa giustizia ad Oussama e a tutte le persone che hanno perso la vita nei luoghi di trattenimento.

 

Coblas di via Colomba
2. Agosto

Coblas di via Colomba. 2. Agosto

Il tempo e l’acqua. E l’arsura. Non piove da chissà quanto. La stazione dei treni, il rumore, caldo che è nebbia all’alba, poi sole e sole a picco e sole poi nebbia, nebbia e buio, finestre aperte sulla notte e basta.

In terrazza, a stendere il bucato, andiamo solo prima dell’aurora. In distanza le quattro torri, campanili, le pioppe sulle mura. Qui l’afa e il cantiere, il cantiere di un condominio di otto piani e poco più in là un grattacielo in costruzione. Rumore, rumore fino a sera. Non c’è mai stato un grattacielo, qui. Due torri di più di venti piani.

Di prima mattina poche lire di spesa, latte e pane, qualche uovo o susine, poi chiudersi in casa fino a sera. Barriera di Cavour, Porta Catena e Porta Po. Vetri chiusi, imposte chiuse. E nemmeno la radio, nel frastuono, in penombra.
L’odore dolce delle barbabietole. Odore giallo, odore appiccicoso.

In distanza canali, campi, argini. Qui esser vecchi, star chiusi, i muri che tremano e il caldo; e lamentarci no, che abbiamo visto tempi assai peggiori. Queste torri daranno casa a molti. Progresso, autostrade, vie ferrate.
In distanza il fumo del petrolchimico. Le torri il fumo le idrovore le ruspe le gru. Il progresso, dicono.

Presto sarà un cane nello spazio, un uomo una donna nello spazio, uomini sulla luna: intanto sono Astolfo e l’Ippogrifo, Giorgio e il Drago in città, quattro piani di scale ogni mattina. Il fumo che è il futuro, i ruderi postbellici e le ruspe. Ferrara nell’estate del 1957, cielo bianco sopra la pianura.

Come state, Lea?, ha detto la Lupe. Porto un pacchetto alla Clelia, la maestra. La Clelia del primo piano.
La Lupe, la cartolaia di via dei Contrari: la Lupe sotto casa, stamattina, mentre la Lea tornava dalla bottega.
Avete chi vi aiuta, Lea, con questo caldo? Se volete una cesta di pesche, ne ha fatte tante quest’anno. Vi suono il campanello e salgo io. Non state a scendere le scale.

Grazie, ha detto la Lea.
Da me c’è una stanza libera, dice allora Lupe. Al Capo delle Volte, in via Colomba, a pianterreno: casa vecchia, muri spessi. Anche io sto da sola, Lea. Venite a sfangare agosto là da me. Se vi trovate bene, bene. Se no, amiche come prima.

E Lea trascorse agosto in via Colomba, a casa dalla Lupe. L’agosto del ‘57, il più caldo che mai si ricordasse: fuori porta sorgeva un grattacielo – non c’è mai stato un grattacielo, qui – e al Capo delle Volte l’ombra, cantine e un orto, piccoli affari e biciclette, di rado un’auto sulla Ripagrande e il carro dei traslochi tirato da due cavalli grossi, quasi azzurri, gli zoccoli in cadenza sul selciato.

Poi fu il tempo dei fichi e dell’uva, poi oro e rame, poi tardo autunno e i cachi sui rami nudi, grandi sfere di luce nella nebbia. Per l’autunno e l’inverno, e poi per tutto il tempo che restò, Lea divise le spese e le giornate – si davano del voi, però ridevano – con la cartolaia di via Contrari. Per tutti Lupe, nata fuori d’Italia chissà dove, Penelope il suo nome vero.
In via Colomba, proprio in questa casa.

[Leggi domani pomeriggio su Periscopio il terzo racconto di Coblas di via Colomba]

Per leggere i racconti di Silvia Tebaldi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

La libertà d’informazione in Italia è sempre più sotto attacco e Meloni ci sta isolando in Europa

La libertà d’informazione in Italia è sempre più sotto attacco e Meloni ci sta isolando in Europa

di Matteo Pascoletti
articolo originale su Valigia blu dei 31 luglio 2024

Nel giro di una settimana, la percezione in Europa dello Stato di diritto in Italia ha subito un duro danno di immagine, in particolare per quanto riguarda la libertà di informazione.

Il 24 luglio è uscita infatti la Relazione sullo Stato di diritto 2024, che analizza la situazione di ciascuno degli Stati membri dell’Unione europea. Secondo alcune indiscrezioni risalenti a giugno, la presidente uscente della Commissione europea Ursula von der Leyen avrebbe spinto per ritardarne la pubblicazione a dopo la sua nomina, per non complicarne le trattative che stavano coinvolgendo anche la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nonostante lo slittamento, il risultato è poco incoraggiante, con i titoli internazionali che ci mettono in compagnia di Ungheria e Slovacchia. E questo soprattutto per la gestione del servizio pubblico.

Il 29 luglio è uscito il rapporto della Media Freedom Rapid Response dal titolo Silenziare il quarto potere. La deriva democratica dell’ItaliaNon è solo il contenuto dei due documenti a dover destare preoccupazione, lo è soprattutto la reazione della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha ben pensato di prendere di petto la situazione, accompagnata dalla stampa di area.

Libertà e pluralismo dei media in Italia secondo la Commissione europea

Nella relazione della Commissione europea, varie criticità riguardano libertà e pluralismo dei media. Viene infatti evidenziata nelle raccomandazioni la necessità di garantire l’indipendenza del servizio pubblico e un adeguato finanziamento. Tre in particolare i punti critici sollevati dai “portatori di interesse” ascoltati. Il primo è la necessità di una riforma d’insieme della RAI, per garantire che l’azienda “sia maggiormente al riparo da rischi di ingerenze politiche”; il rapporto cita alcune dimissioni eccellenti avvenute in Rai a seguito del cambio di linea editoriale che si è avuta col nuovo governo. Il secondo è il nuovo regolamento sulla par condicio approvato prima delle elezioni europee: nonostante le rassicurazioni del governo permangono dubbi sul fatto che possa garantire un’informazione equa. Infine, c’è il problema del canone, per cui è prevista una riduzione nella legge di bilancio a fronte di un finanziamento diretto. Questo cambiamento potrebbe infatti incidere “sull’autonomia e sostenibilità finanziaria della Rai”, al punto da compromettere “il suo mandato di servizio pubblico”.

Per quanto riguarda invece la sicurezza dei giornalisti, sono in parte contestati i dati raccolti dal Centro di coordinamento del ministero dell’Interno che monitora minacce e intimidazioni sui giornalisti. Non sono infatte incluse le SLAPP (Strategic lawsuits against public partecipation) o querele intimidatorie, monitorate da altri organismi o da associazioni della società civile, come Ossigeno per l’Informazione. Questo, unito al fatto che molti giornalisti “non sempre denunciano alla polizia le intimidazioni o gli attacchi subiti”, potrebbe indicare problemi di sottosegnalazione, e quindi una difficoltà ad avere numeri coerenti con il quadro effettivo. Risultano poi completamente ignorate le raccomandazioni del 2023 per una riforma della legge sulla diffamazione e per la protezione delle fonti giornalistiche, problema che in Italia si trascina ormai da anni.

Altri punti critici per l’Italia riguardano il lobbying e il conflitto di interessi, due temi su cui il nostro paese è in pratica fermo e lontano dall’adeguarsi al resto dell’Europa, a partire dai parlamentari:

Anche se la Camera dei deputati dispone di norme sul lobbying e di un registro dei rappresentanti di interessi, mancano disposizioni complessive sul lobbying valide per entrambe le camere parlamentari. La mancanza di regolamentazione delle attività di lobbying è percepita come una delle principali carenze nel sistema di integrità nazionale. […] Come l’anno scorso, nessuno dei disegni di legge presentati è stato oggetto di discussioni parlamentari in nessuna delle due camere.

Infine, è utile menzionare il “ristretto” spazio civico, con casi di “aggressività verbale nei confronti di organizzazioni impegnate in attività umanitarie e contro chi partecipa a manifestazioni, e con episodi di volenza da parte delle forze dell’ordine.

La lettera di Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen

Al rapporto è seguita una lettera di Giorgia Meloni alla neo-eletta Commissaria europea. Secondo Meloni, per la prima volta il contenuto della Relazione sullo Stato di diritto “è stato distorto a uso politico da alcuni nel tentativo di attaccare il Governo italiano. Qualcuno si è spinto perfino a sostenere che in Italia sarebbe a rischio lo stato di diritto, in particolare con riferimento alla libertà di informazione e al servizio pubblico radiotelevisivo”.

Meloni fornisce poi tre spiegazioni di massima ai rilievi contenuti nel rapporto. Primo, scrive  Meloni, l’attuale maggioranza ha ereditato gli assetti legislativi della Rai, con Fratelli d’Italia che si schierò contro la riforma della governance Rai del 2015. L’attuale governance, inoltre, è stata “determinata dal governo precedente”, escludendo Fratelli d’Italia, “una anomalia senza precedenti in Italia e in violazione di ogni principio di pluralismo del servizio pubblico”. Non si fa tuttavia riferimento ad altre nomine, tra cui la più importante: Roberto Sergio, amministratore delegato nominato nel 2023. Un aspetto che invece è trattato nel documento della Commissione europea.

In secondo luogo, Meloni sottolinea che la dipartita di nomi importanti dalla RAI è dipesa da “normali dinamiche di mercato”. Infine, per quanto riguarda il regolamento sulla par condicio, Meloni parla ancora di “mistificazione a uso politico”, poiché la delibera adottata dalla commissione di Vigilanza è stata “dichiarata peraltro dall’AgCom conforme alla disciplina vigente in materia”. Meloni omette tuttavia che l’AgCom aveva prima invitato la commissione a integrare le norme sulla par condicio, provvedendo poi ad approvare a sua volta un regolamento differente per quanto riguarda il settore privato.

Non è questo il problema principale della replica di Meloni, ma il suo essere pensato a uso e consumo dell’opinione pubblica interna, a beneficio di chi non ha letto la Relazione originale. Il grosso dei punti sollevati, infatti, è menzionato nella stessa relazione che cita per l’appunto il parere del governo. Inoltre la relazione tocca varie aree, non soltanto la libertà di informazione o la Rai. Meloni sceglie di rispondere solo su quest’ultima, evidenziando prima di tutto che è stato toccato un nervo scoperto.

Come se ciò non bastasse, il tono finisce per risultare completamente fuori luogo rispetto al contesto di una comunicazione pubblica tra un capo di governo e la presidente della Commissione europea. Un predicozzo in cui, senza neanche troppi giri di parole, si bolla il Rapporto come succube di strumentalizzazioni e fake news, minando quindi prima di tutto il lavoro della Commissione europea e la capacità di chi ha lavorato alla relazione. Conclude infatti Meloni:

Si tratta quindi di attacchi maldestri e pretestuosi […] che possono avere presa solo nel desolante contesto di ricorrente utilizzo di fake news che sempre più inquina il dibattito in Europa. Dispiace che neppure la Relazione della Commissione sullo stato di diritto e in particolare sulla libertà di informazione sul servizio pubblico radiotelevisivo sia stata risparmiata dai professionisti della disinformazione e della mistificazione.

“Silenziare il Quarto Stato”

Sempre a proposito di reazioni, Meloni e la stampa di destra si sono scagliati in queste ore  contro la relazione della Media Freedom Rapid Response (MFRR), dal titolo emblematico: Silenziare il quarto Stato. La deriva democratica in Italia. La MFRR è un’iniziativa co-finanziata dalla Commissione europea e che unisce alcune tra le più importanti organizzazioni per la difesa della libertà di stampa, tra cui European Centre for Press and Media Freedom, ARTICLE 19 Europe ed European Federation of Journalists.

Essendo un rapporto specifico sulla libertà di informazione, il quadro che ne esce è ancora più allarmante, oltre a confermare vari punti già visti nel Rapporto sullo Stato di diritto (come la par condicio). Si legge nell’introduzione:

La libertà dei media in Italia ha subito una continua erosione negli ultimi anni. La mancanza di indipendenza dei media pubblici e l’uso sistematico di intimidazioni legali contro i lavoratori del settore da parte di funzionari pubblici hanno caratterizzato a lungo il rapporto tra i media e la politica italiana. Tuttavia, queste dinamiche hanno raggiunto livelli allarmanti negli ultimi due anni.

Dall’ottobre 2022 allo scorso di giugno, sono 193 le segnalazioni relative all’Italia per quanto riguarda minacce o incidenti che colpiscono la libertà di informazione. In 54 di questi casi la fonte di questi attacchi proviene dal governo o da funzionari pubblici. La forma più diffusa di attacco è di tipo legale (53,7%), seguita da quella verbale (31,5%) e dai tentativi di censura (20,4%).

Tra i casi citati, le querele contro lo scrittore Roberto Saviano e il quotidiano Domani (verso quest’ultimo la querela di Meloni è stata ritirata sempre la scorsa settimana), di cui avevamo parlato su Valigia Blu, e la trasmissione Report:

Domani ha subito una serie di attacchi, tra cui diffide legali, querele, aggressioni verbali e presunti tentativi di compromettere la riservatezza delle proprie fonti giornalistiche. Nella maggior parte dei casi, questi incidenti sono riconducibili a funzionari pubblici. Analogamente, Sigfrido Ranucci, insieme alla sua squadra della trasmissione investigativa di punta della Rai, Report, è stato più volte bersaglio di violazioni della libertà di informazioneda parte di funzionari pubblici. La MFRR ha documentato segnalazioni riguardanti varie forme di intimidazione legale rivolte a Report da parte di importanti membri del governo e del partito della Meloni, Fratelli d’Italia; pressioni politiche ingiustificate sull’indipendenza editoriale di Report e abusi verbali rivolti ai suoi giornalisti. Altrettanto inquietante è la scelta del Presidente del Consiglio di condannare pubblicamente il team investigativo di Fanpage che aveva denunciato i riferimenti fascisti, razzisti e antisemiti di alcuni membri di Gioventù Nazionale, l’ala giovanile del principale partito della coalizione Fratelli d’Italia.

Un capitolo specifico è dedicato alla cosiddetta “Media capture”, quel fenomeno per cui l’industria dei media e il servizio pubblico sono ridotti a megafoni del potere politico. Spazio quinidi a quei casi che dai corridoi di viale Mazzini hanno poi tenuto banco nell’opinione pubblica, come la censura dello scrittore Antonio Scurati, la cancellazione del programma di Roberto Saviano Insider (che solo di recente è stato di nuovo annunciato) e la condanna inflitta alla Rai per comportamento antisindacale in occasione dello sciopero del 6 maggio scorso.

Ma, al di fuori del servizio pubblico, destano preoccupazioni anche le voci di un possibile acquisto di AGI da parte del senatore Antonio Angelucci. La “vendita”, si legge, “potrebbe creare il pericoloso precedente di un altro conflitto di interessi di tipo berlusconiano, mettendo potenzialmente a rischio altre agenzie di stampa del paese”. Infine, anche la repressione del dissenso finisce nel mirino, in particolare per quanto riguarda gli attivisti climatici e le proteste di studenti. Il tutto in un quadro generale che, unendo i puntini uno appresso all’altro, mostra all’opera una volontà di cambiare culturalmente il paese, puntando a un’egemonia che serri il più possibile la morsa del potere, prolungandola nel tempo.

Anche in questo caso, come anticipato, le reazioni sono state in un certo senso autoriferite al contesto italiano, non certo pensate per rispondere a livello europeo e internazionale del proprio operato. Commentando sia la lettera a Von der Leyen che il rapporto della MFRR, Meloni ha infatti detto che la sua era “una riflessione comune sulla strumentalizzazione fatta di un documento tecnico”. La Presidente del Consiglio ha anche aggiunto che “gli accenti critici non sono della Commissione europea” ma dei portatori di interesse. Ovvero i giornali come “DomaniRepubblica Fatto Quotidiano”. Sulle querele per diffamazione citate in particolare dalla MFRR, Meloni ha invece detto “non mi pare che in Italia vi sia una regola che dice che se tu hai una tessera da giornalista – che ho anche io in tasca – puoi liberamente diffamare qualcuno”. Analogo il tenore della stampa di destra, che va giù ancora più dura, secondo il collaudato tormentone “colpa della sinistra”, con tanto di elenchi dei giornalisti che non si allineano.

C’è però da far notare ancora una volta come questo tipo di risposta sia pensata più per l’ecosistema italiano e non certo per un pubblico europeo di funzionari ed esperti. L’uscita sui “portatori di interessi” ha senso per chi ci vuole crede, e per chi ignora la metodologia usata, non certo per una Von der Leyen. Nel rapporto della MMFR, questo è evidente in un passaggio in cui si citano i tentativi a vuoto di contattare esponenti del governo o della maggioranza, per ascoltarli sullo stato dell’informazione in Italia. La prima cosa di cui dovrebbe rispondere Meloni è della mancata collaborazione da parte del governo e della maggioranza. Si legge infatti:

LA MFRR ha richiesto incontri con rappresentanti ufficiali del governo e delle istituzioni, tra cui il ministro della Giustizia, il viceministro della Giustizia, il sottosegretario di Stato per l’Informazione e l’Editoria, la presidente della Commissione Giustizia del Senato, i senatori e i deputati della coalizione di governo. Purtroppo, nessuna di queste richieste ha avuto successo.

Invece siamo in uno scenario in cui gli esponenti del governo e della maggioranza che lo sostiene evitano di collaborare a un’autorevole iniziativa volta a monitorare l’operato degli stessi. Dopodiché, una volta che viene pubblicato il rapporto frutto di questa iniziativa, ci si presenta di fronte all’opinione pubblica dicendo in sostanza che esso è frutto di attacchi degli avversari politici, o di quegli stessi soggetti che vengono più o meno quotidianamente attaccatti. O che, nel migliore dei casi, gli autori si sono in pratica fatti incantare da astuti e loschi figuri (ovviamente di sinistra); dei fessi, in pratica. Una sorta di recita a soggetto cui partecipano anche e soprattutto i giornali di un senatore (Angelucci) che viene indicato come potenziale protagonista di un colossale conflitto di interessi. E in cui gli allarmi lanciati dai bersagli, tra comunicati di redazione, dichiarazioni di portavoce di associazioni o di parlamentari di opposizione, si perdono nel rullo compressore dei titoli, delle polemiche, dell’estremismo di governo spacciato per “polarizzazione”, simulando un gioco a somma zero che tale non è.

Un conflitto tra governo e giornalismo, in cui il governo punta a limitare la possibilità che il secondo eserciti la funzione che gli è propria. Veniamo del resto da settimane in cui ci è toccato assistere alla vergognosa conferenza stampa della seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, in cui si è persino permesso di dire che lui non giocherebbe a calcio con un giornalista sotto scorta, Paolo Berizzi, piccato perché questi in precedenza aveva detto “non si gioca a calcio coi fascisti” (e chissà mai perché La Russa si sarà piccato). E dove per commentare l’aggressione squadrista a un giornalista che faceva il proprio lavoro (“incursione”, sempre per La Russa) ha lasciato intendere che alla fine il problema sarebbe stato il fatto di non essersi identificato come giornalista. Perché si sa che storicamente i fascisti non attaccano i giornalisti che si identificano. Al massimo aspettano di incontrarli su un campo di calcio per falciarli da dietro.

Insomma, la ricezione dei due rapporti da parte dell’estrema destra, si tratti di partiti politici, esponenti del governo o stampa, non fa che confermare la validità del contenuto e degli allarmi lanciati. Una dinamica descritta dalla giornalista Francesca De Benedetti su X/Twitter, in un thread dove spiega la metodologia usata da entrambi i documenti (che non è ovviamente quella descritta da Meloni): “Come liberi pensatori, giornalisti e media indipendenti siamo sotto attacco due volte. La prima, perché il governo Meloni prende di mira la libertà di informazione. La seconda, perché per provare che ciò non sta avvenendo, le vittime degli attacchi sono descritte come nemici della nazione”.

In copertina: Giorgia Meloni all’altare della patria, immagine di vialibera.it

Coblas di via Colomba
1. Penelope a Porta Saragozza

Coblas di via Colomba. 1. Penelope a Porta Saragozza

La prima volta è stata il nove dicembre. Lei si è seduta accanto a lui e gli ha letto un racconto: Silva, detto l’Occhio. Letto o raccontato, Leone non lo sa: c’era così poca luce.
Da allora è così ogni notte.

Bologna che non dorme mai, Bologna sveglia già prima dell’alba.
Leone si alza presto di mattina: la sua casa, la sua vita da solo, i tetti tra Frassinago e Sant’Isaia. Ma ora la moka è festa e alba, l’alba dei vecchi a porta Saragozza – così vicino ai colli – alba fragrante come pane.

Da mesi non usciva quasi più, Leone, e ora cammina tutti i giorni. Nella matassa dei vicoli pensa a Beatriz Viterbo, a Silva detto l’Occhio, alla ragazza Ida in piazzetta Colomba – neanche li conosceva, fino a ieri. Sua moglie, suo figlio lontanissimi; amici e parenti ancor più lontani, persi nel tempo e nello spazio; la sua carriera finita molti anni fa, quando rifiutò un favore in un appalto importante.

Certe mattine i portici di Saragozza e la biblioteca di Villa Spada, fieno e gelo sul fianco della collina: ore di Resurrezione e Cechov, o anche solo guardare gli alberi. E un giorno via Saragozza verso il centro, giù a piedi sotto i portici poi il Collegio di Spagna, uno slargo nel cuore, la piazza.

Nella biblioteca grande la vede davanti al bar, nel viavai del mattino: ma prima riconosce la sua voce, voce brunita e un po’ straniera, giovane. Ha i capelli rossi ed è pallida, ha preso un caffè stretto, senza zucchero.

Ma sei davvero tu.
Sì, Leone.
Come ti chiami.
Penelope.
Verrai ancora.
Sì.

Torna ogni notte, siede accanto al letto o alla poltrona. Gli dice di Colly e dei trilobiti, di Austerlitz e Lizzy. Di Luca che morì a Lissa, della casa del nespolo in malora. Di Giuseppe sull’uscio della bottega, nel vuoto largo di piazza Santo Stefano. Di Nina che vende rose. Di zia Rose che si sposa all’improvviso, già anziana, e che festa ascoltarla.
Dicembre 2011. Le notti più lunghe dell’anno.

Natale è dopodomani. Suona il telefono, è suo figlio, dice che non può scendere a Natale: vieni tu in treno, dice. Vieni tu a Milano, papà.
Leone va all’agenzia di viaggi, chiede gli orari per Milano. Poi rinuncia. Quella notte non c’è quasi rumore, a Porta Saragozza, e Penelope gli legge Fiesta.

La notte del tre gennaio è nevicato: luna piena sul mare bianco dei tetti e di là, verso i colli, dove le luci delle case tremano. E lei gli dice di un poeta russo, che raccontava ai suoi compagni, ai lavori forzati, Petrarca e Dante letti in italiano.

Il libro delle sonore argille, la libresca terra,
Il libro putrefatto, la diletta argilla
Che ci tormenta come musica e parole.

Undici gennaio, da tre giorni sereno: i giorni dell’alcione, del martin pescatore. Leone si alza presto e va in stazione, compra un biglietto andata e ritorno per Ferrara. Viaggio breve, ma da quanto non prendeva un treno. Arriva che è giorno fatto: il Capo delle Volte, i fondachi dei mercanti, piazzetta Colomba, a piedi fino in piazza, adagio, fino a che suona mezzogiorno. Vie che furono il ghetto, i suoi passi, gli androni.

Abre tu puerta cerrada que en tu balcon luz no hay
yo demandí por la tu hermosura
como te la dio el Dios

Passano pochi giorni, Leone torna all’agenzia di viaggi e chiede un biglietto per Venezia, domani, partenza all’alba. Mentre stampa il biglietto, l’impiegata dice: – Diciotto gennaio. Mica è una cosa da turisti, Venezia in gennaio.
Infatti è una cosa da poeti, dice lui. Una cosa da poeti russi.

Scende a Santa Lucia, prende per Cannaregio e guarda attorno. Vento largo, il ghetto, tutto è lì e gli ricorda troppe cose, un misto di giovinezza e di putredine. Così, come per perdersi, entra nel labirinto delle calli.
Fondali d’acqua scura, calli senza botteghe, una storia che aveva letto e dimenticato; poi, quasi con stupore, vede sorgere in fondo la laguna.

Leone alle Fondamente Nove. Una barca arriva dall’isola di fronte – un’isola cinta di mura, un’isola crestata di cipressi – e rompe l’acqua in un mosaico di luce.
In distanza il profilo delle Alpi, bianco di neve oltre la laguna; non sa perché, ma guardare – non la bellezza o la sorpresa, proprio e solo guardare – guardare gli fa quasi paura.

Senti che aria, Leone.
Penelope è scesa dalla barca: guance rosse di freddo, un ciuffo rosso fuori dal berretto; senti che odore, Leone. Alghe marine sotto zero.
Stanno lì, dove attraccano le barche. In piedi, fermi a guardare il tempo e l’acqua.

[Continua a leggere i racconti della serie Coblas di via Colomba domani e domenica pomeriggio su Periscopio]

Per leggere i racconti di Silvia Tebaldi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Storie in pellicola / Codice rosa

Un cortometraggio breve e che non ha bisogno di parole. Solo un colore: il rosa

In mare aperto, un fenicottero atterra su una portaerei. Per mantenere la pista libera e far decollare gli aerei, i militari devono sbarazzarsene. Ma il fenicottero e i suoi congeneri tornano implacabili per mettere di rosa la grigia macchina da guerra. La invadono.

Un cortometraggio bellissimo, “Code rose” (2022), diretto da Taye Cimon, Pierre Coëz, Julie Groux, Sandra Leydier, Manuarii Morel e Romain Seisson, sei alunni della scuola francese Ecole des nouvelles images di Avignone.

Il cortometraggio basato sulla folla – la nuvola di fenicotteri è potentissima – presenta un conflitto esterno tra esseri umani e animali, una messa in scena che coinvolge grandi distanze, un messaggio pacifista ed elementi del genere dei film di guerra, abilmente combinati con surrealismo e grande magia.

Le inquadrature sono ampie, non ci si concentra sulle espressioni facciali umane per creare tensioni o conflitti, ma lo si fa attraverso le posture del corpo, le performance dei personaggi e il confronto continuo tra la portaerei e i fenicotteri decisi.

Molti i punti forti di questo lavoro: ritmo visivo elevato, gestito attraverso il montaggio, il movimento all’interno dell’inquadratura, i movimenti della telecamera (panoramiche, riprese aeree), sceneggiatura altamente creativa con un conflitto insolito, elementi giocosi e surreali che ravvivano il film con umorismo, eccezionale lavoro estetico e di animazione, punti della trama efficaci e molte sorprese che catturano gli spettatori.

L’immersione nel rosa conduce in un mondo magico dove la bellezza ostinata può mettersi di traverso e fare la differenza. Trionfando, in beffa a tutto e a tutti.

Emilia-Romagna: occorre una svolta radicale nelle politiche ambientali

PER UNA SVOLTA RADICALE NELLE POLITICHE AMBIENTALI IN REGIONE MODIFICARE PROFONDAMENTE IL MODELLO PRODUTTIVO E SOCIALE

In tutto il Paese e in Emilia Romagna veniamo da anni di politiche ambientali (e non solo) sbagliate e inefficaci per contrastare il cambiamento climatico, affermare nei fatti la vera e necessaria transizione ecologica, fermare il dissesto idrogeologico e il consumo di suolo, attuare politiche per tutelare e preservare i beni comuni. Nella nostra regione abbiamo visto mettere in campo scelte in contraddizione con la necessità di uscire dall’economia del fossile (come il rigassificatore di Ravenna, il gasdotto Sestino – Minerbio e tutte le altre opere di potenziamento del sistema estrattivo), continuare a puntare sulle grandi opere stradali e autostradali in tema di mobilità (dal Passante di Mezzo a Bologna alla bretella Campogalliano – Sassuolo, dalla Cispadana alla Tibre), proseguire nel consumo di suolo (vedi il caso esemplare della logistica), devastare il patrimonio arboreo e boschivo, ignorare l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, dare seguito alle politiche di privatizzazione dei beni comuni, a partire dall’acqua e dal ciclo dei rifiuti.

È sempre più evidente che, invece, occorre promuovere una svolta radicale nelle politiche ambientali della Regione. E non solo in esse, visto che le stesse sono strettamente intrecciate con un modello produttivo e sociale, incentrato sul primato del mercato, la svalorizzazione del lavoro, la progressiva privatizzazione del Welfare.

La legislatura regionale che sta alle nostre spalle, e, in specifico, la Giunta regionale che l’ha condotta, è stata la prima responsabile di questa deriva regressiva. La proposta che oggi viene avanzata dal partito di maggioranza relativa con la candidatura di De Pascale sembra muoversi in sostanziale continuità con quelle scelte, a partire dall’esaltazione del Patto per il lavoro e il clima che, dietro affermazioni altisonanti, in realtà, le ha legittimate ed ha portato ad atti concreti addirittura più arretrati rispetto alle enunciazioni.

La destra, anche nella nostra regione, si presenta con un profilo che appare ancora peggiore sia rispetto alle scelte ambientali che al modello di società che propone. Coerentemente con la propria ispirazione negazionista, essa mostra l’intenzione, al di là delle affermazioni elettoralistiche, di rendere ancora più marginali, se non addirittura da annullare, tutte le politiche che guardano alla transizione ecologica, al contrasto al cambiamento climatico, al ridimensionamento dei poteri forti che continuano a voler perpetuare l’attuale insostenibile modello di sviluppo.

A fronte di questa situazione, la scelta prioritaria, per noi, è naturalmente quella di costruire e rafforzare la mobilitazione sociale per affermare la prospettiva di un modello produttivo, sociale e ambientale alternativo a quello oggi dominante. Per questo, rivendichiamo a chi guiderà la prossima legislatura regionale i seguenti obiettivi prioritari:

  • avviare l’uscita dall’economia del fossile, a partire dalla messa in discussione del rigassificatore di Ravenna e del gasdotto, per realizzare più rapidamente possibile il passaggio al 100% di energia prodotta da fonti rinnovabili;
  • difesa e ripubblicizzazione dei beni comuni, iniziando dall’acqua e dal ciclo dei rifiuti, per i quali vanno previsti la minimizzazione della loro produzione e di quelli non riciclati, uscendo al più presto dal ricorso all’incenerimento;
  • moratoria su tutte le opere che prevedono ulteriore consumo di suolo, con particolare riferimento ai poli logistici, e, invece, avvio di un programma serio di rinaturalizzazione dei corsi d’acqua e di riassetto idrogeologico. In questo quadro va inserito un intervento forte di tutela del verde, di rimboschimento e di blocco della distruzione di ogni area boschiva;
  • moratoria e ridiscussione delle grandi opere stradali (Passanti di Bologna, bretella Sassuolo-Campogalliano, Cispadana, Tirreno-Brennero e altre ancora), in connessione con il forte rilancio del trasporto collettivo e della mobilità ciclabile e pedonale;
  • stop definitivo all’espansione degli allevamenti intensivi e l’avvio di un programma per la loro riduzione, in un quadro di promozione di un sistema agroindustriale basato sulla prossimità e la valorizzazione della naturalità;
  • approvazione delle proposte di legge regionale di iniziativa popolare promosse da RECA e Legambiente regionale e dei loro contenuti in tema di energia, acqua, rifiuti e consumo di suolo, anche per dare valore agli strumenti di democrazia partecipativa.

Su queste basi, invitiamo tutte le realtà ambientaliste e sociali della regione a incontrarsi e confrontarsi, valorizzando tutti i possibili processi di convergenza, con l’intenzione di promuovere una grande manifestazione regionale per la metà di ottobre a Bologna, nella quale far vivere le nostre richieste e dare voce alla necessità di una svolta nelle politiche ambientali e sociali nella nostra regione.

COORDINAMENTO  REGIONALE  RETE  EMERGENZA CLIMATICA  E  AMBIENTALE  ER

Parole a Capo
Federica Graziadei (poesie inedite 2017-2020)

Cerca di conservare sempre un lembo di cielo sopra la tua vita.
(Marcel Proust)

 

Non so che cosa tu sei

Non so che cosa tu sei,
se stella,
se il profumo della rosa,
se il sole che entra dalla finestra
nel mio mattino di festa.
Non so che cosa tu sei,
se il mare,
se l’azzurro del cielo
di Primavera,
se la fragola fremente
che dona dolcezza alle mie labbra.
Non so che cosa tu sei.
Ciò che sento sei,
forse, il mistero del mio Tutto.

(Traduzione a cura dell’autrice)

Ich weiß nicht, was du bist,
Ob ein Stern,
Ob Rosenduft
Ob die Sonne, die durch das Fenster
in meinen feierlichen Morgen reinkommt.
Ich weiß nicht, was du bist,
ob das Meer,
das Hellblau des Frühlinghimmels
die erregte Erdbeere, die meinen Lippen Süßes verleiht.
Ich weiß nicht, was du bist,
Ich ahne,
dass du vielleicht das Geheimnis
meines Allen bist.

 

Le persone sensibili

Le persone sensibili
vedono quell’oltre
di inafferrabile dalla realtà.

Le persone sensibili
urlano dentro senza gridare.

Le persone sensibili
sentono lo stomaco stringersi
nel vuoto di una malinconia.
Le persone sensibili
Tengono cocci di parole
Per non scoprire troppo l’anima.

Le persone sensibili
hanno vene capaci di trasportare
emozioni travolgenti e silenziose.

Le persone sensibili
piangono per il peso
dell’innocenza di uno sguardo.

Le persone sensibili, tutto sentono,
eppure, riescono a stare in equilibrio
sul filo del loro cuore gonfio e fortunato.

 

Notte stellata

Dolce è questo silenzio,
l’anima mia ascolta
La stella più alta,
più lontana è il sogno
che inseguirò per tutta la mia vita.
Il suo nome è Verità.
Poi ci sono stelle più piccole, e guardo
vicine una all’altra
che hanno certi occhi scuri, vivi e curiosi.
Queste mi amano e mi proteggono.
Vega feconda e superba, brilla e tenta invano
di misurare il mio amare.
Le indicherò la strada di ciò che è essenziale.
I versi di Catullo appesi nella mia mente
-Vivamus , mea Lesbia, atque amemus –
Ama e non ti curar del giudizio.
Poi ci sono stelle luminosissime,
mostrano luci accecanti
dentro corpi lividi, neri, graffiati, strappati.
Queste mi chiedono carezze.
Il Sole infine, Stella che splende sui miei giorni
forte, coraggioso mi ricorda il suo muoversi fedele.
Addolcisce le mie inquietudini

Nel dolce silenzio
che l’anima mia ascolta.

 

La sera

 

Meravigliosa la sera
dei volti ripara gli anfratti
disegni del faticoso giorno
Silenzio e fascino …
nelle luci
tiepide e sospese
nei colori tenui
delle sagome
Suono ovattato di voci
tutto appare pace
sogno dentro al sogno
Oggi è il meglio di ieri
Se non è ancora felicità
la poesia di Saba
appesa nella mia mente
come una preghiera
Il mio cuore dolcemente
qui abbandono

 

Federica Graziadei è nata a Ferrara nel 1971. Vive nella sua amata città assieme al marito Giulio, i figli Anna e Giorgio. Lavora dal 2001 in un’azienda multinazionale di ingegneria progettazione impianti industriali. La passione per le lingue e la letteratura con predilezione per la poesia si rivela negli anni degli studi superiori. Nel 2002 ha pubblicato la sua prima silloge “Luna, da lassù” (Ed. Libroitaliano 2002). Nel 2003 ha ricevuto la segnalazione di merito per la poesia edita “Ombra” alla II Edizione del Premio “Gianfranco Rossi per la giovane Letteratura”. Suoi testi sono apparsi nell’antologia poetica “Sedici poeti ferraresi emergenti” (2009) e nella rivista culturale “l’Ippogrifo”, periodico ufficiale del Gruppo Scrittori Ferraresi. Nel 2016 la pubblicazione della seconda silloge “La luna nel bicchiere” (Ed. Aletti 2016). Promotrice di eventi culturali e dal 2019 Presidente dell’Associazione culturale” Gruppo Scrittori Ferraresi Aps”.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 241° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Autonomia differenziata: alcuni dati e prime considerazioni

Autonomia differenziata. Alcuni dati e prime considerazioni

La legge 86/2024 sull’Autonomia differenziata è entrata in vigore il 13 luglio vistata dal Presidente della Repubblica. L’opposizione di centrosinistra ha indetto un referendum abrogativo che ha già raccolto in pochi giorni le 500mila firme necessarie (si farà nel 2025). Le preoccupazioni riguardano la possibilità che una parte maggiore di risorse (rispetto alle attuali) passi dalle regioni del Sud al Nord, visto che la legge impone “assenza di aggravio per le finanze pubbliche”. Tuttavia, come hanno scritto due esperti della materia su lavoce.info (che ha fatto un E-book di 250 pagine), Massimo Bordignon e Leonzio Rizzo (vicini al centrosinistra), la legge Calderoli esclude questa possibilità. Casomai, andrebbe sottolineata la difficoltà pratica di attuare la nuova distribuzione di risorse che la legge richiede, basata su costi e fabbisogni standard per i vari servizi (conseguenti all’attuazione dei LEP, i Livelli Essenziali delle Prestazioni, che devono essere fatti entro 2 anni) e che con molta probabilità saranno “Livelli Essenziali ma Minimi”.

Per i due esperti i problemi veri della legge sull’autonomia differenziata sono in realtà altri. Il primo riguarda le commissioni paritetiche “che ogni anno in una contrattazione tra Stato e singola Regione definiscono la compartecipazione ai tributi erariali che dovrebbe garantire il finanziamento delle funzioni delegate alla regione stessa. Poiché ogni regione può chiedere un insieme diverso di funzioni su diverse o sulle stesse materie, la potenziale complessità del sistema che ne risulta è enorme”. Se si conviene che il Veneto abbia un aumento del fabbisogno in una materia, dato il vincolo dell’invarianza finanziaria posto dalla legge, ci sarà un effetto su tutte le altre Regioni e ovviamente un aggravio per il Bilancio dello Stato (cosa che la legge esclude). Come possa funzionare un sistema simile con potenziali 15 diverse commissioni paritetiche in 21 diverse Regioni è un enigma. Se poi una Regione scopre che in una materia spende di più (del previsto) cercherà di restituirla allo Stato. E’ probabile quindi che anche di questa legge (come quella “mitologica” n.42/2009 sull’allora federalismo fiscale, così pomposamente definita, non se ne faccia nulla.

Il referendum potrebbe così diventare solo uno scontro politico in cui entrambi gli schieramenti rischiano: il centrosinistra perché ottenere 24 milioni di votanti come quorum, cioè il doppio degli elettori avuti come coalizione alle ultime elezioni, è molto difficile; il centro-destra perché se si raggiunge il quorum la maggioranza sarà certamente contraria. Lo è anche Marcello Veneziani, intellettuale di destra che di conti non ne se ne intende, ma vede questa legge come divisiva della patria Italia.

Il secondo tema critico, dicono Bordignon e Rizzo riguarda quante delle 23 materie sia opportuno decentrare (16 erano per l’Emilia-R.) nell’interesse pubblico. La teoria economica suggerisce che una materia dovrebbe essere decentrata quando: 1) influisce solo localmente e non crea esternalità su altri territori limitrofi; 2) le preferenze dei cittadini residenti differiscono molto da un territorio all’altro; 3) se non produce economie di scala, tali da generare importanti risparmi di costo nel caso in cui le decisioni vengano prese a livello nazionale.

Per i due esperti ci sono alcune materie che non vale la pena decentrate in quanto potrebbe portare a una gestione meno efficiente di quella garantita da un decisore nazionale come Ambiente, Beni culturali, Porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto e di navigazione, Energia (trasporto e sua distribuzione). Ma anche tra le 9 materie su cui si è deciso che non sono necessari i LEP e su cui le regioni possono quindi già inviare le loro richieste (come già hanno annunciato di voler fare subito Veneto, Piemonte e Lombardia), ce ne sono molte che suscitano perplessità. Per esempio: Energia, Commercio con l’estero, Tutela e sicurezza del lavoro, Previdenza complementare e integrativa, Banche di interesse regionale, porti e aeroporti. Il rischio, concludono i due esperti, è che si “decentri troppo emale e anche nelle funzioni in cui un maggior ruolo delle regioni può avere un senso, non c’è alcun criterio che leghi la loro devoluzione a criteri che indichino una maggiore capacità gestionale delle regioni, effettiva o potenziale”. L’unico criterio è infatti la trattativa politica tra singola regione e lo Stato. E questo è molto bizzarro per uno Stato serio. Probabilmente si conta sul fatto che solo le regioni di grandi dimensioni chiederanno l’autonomia, perché per come è fatta la legge anche il Molise (269mila abitanti) potrebbe chiedere tutte le 23 materie e sarebbe (per il Molise) una catastrofe. Lo spirito della riforma dovrebbe essere quello di innescare una competizione virtuosa tra le regioni in grado di fare di più e meglio di quanto ha fatto fino ad oggi lo Stato centrale. In assenza però di Authority che misurano e monitorano almeno le materie più delicate (istruzione, ambiente, energia) il pericolo è quello di moltiplicare le burocrazie e i centri decisionali, di ingolfare le istituzioni (e il paese) con regole troppo diverse da regione a regione, nonché di alimentare un’ulteriore sovrapposizione delle competenze tra Stato e Regioni.

E’ tuttavia vero che la legge stessa prevede una durata di 10 anni e un monitoraggio annuale e che dunque, potremo avere informazioni (non sappiamo quanto accurate) anno dopo anno su come funziona questa sperimentazione (ammesso che decolli) e, nel caso di gravi inadempienze, lo Stato si riserva di togliere l’autonomia ad una singola regione in ogni momento. Non si potrà non riconoscere che fino ad oggi (in 75 anni) le ampie risorse gestite dallo Stato centrale a favore dei cittadini del Sud non hanno dato gli esiti che ci si aspettava e che non si vede perché Regioni che hanno dimostrato di avere buone pratiche (migliori di quelle dello Stato centrale) non possano gestire materie, a meno che non ci siano, come dicono appunto Bordignon e Rizzo, motivi seri (diseconomie di scala ed esternalità negative su altre regioni). Stiamo parlando di regioni di grandi dimensioni che hanno popolazioni come altri Stati: Lombardia come Svezia e Portogallo, Veneto Piemonte ed Emilia-R. come Irlanda, Norvegia, Finlandia, Danimarca e tutte sono dentro la cornice europea che pone normative comuni sempre più stringenti.

Nella tabella successiva riporto i costi regionalizzati al 2019 (più recenti non ci sono) relativi alle varie materie per la regione Emilia-Romagna. Ho evidenziato in giallo le materie che secondo Bordignon e Rizzo non sarebbe opportuno decentrare e in verde quelle richieste a suo tempo (2017) dalla Regione Emilia-R. Per un approfondimento delle diverse materie richieste dalle tre regioni [si veda qui]

Come si potrà notare l’Istruzione (che non comprende l’Università e gli ITS che rimangono una prerogativa nazionale) fa la parte del leone con 2.400 milioni, assorbendo da sola il 92% di tutte le risorse delle 23 materie potenziali da decentrare. Le restanti materie hanno costi irrisori tranne Ambiente (48 milioni) e Beni culturali (37 milioni) che comunque insieme fanno solo il 3,2% del budget trasferibile alla Regione, materie, peraltro, tra le 16 richieste anche dall’Emilia-Romagna.

La discussione dovrebbe quindi concentrarsi soprattutto sull’Istruzione (che è quella che ha di gran lunga un impatto maggiore sui cittadini) e su cui Bordignon e Rizzo non sollevano particolari criticità in quanto è indubbio che ogni regione abbia una sua specificità produttiva (che influisce sulla formazione professionale) e per il resto, anche sulla base dell’esperienza delle 5 Regioni a Statuto Speciale Autonomo, non si notano varianze significative nei programmi e nel complesso delle procedure organizzative. Nella scuola il finanziamento pubblico per alunno al Sud è solo del 9% più basso di quelle delle regioni del Nord, un valore che non compromette l’uguaglianza in quanto vanno considerati i minori costi per alcuni servizi e attrezzature in aree dove il costo della vita (certificato dall’Istat) è inferiore del 15-20-30% rispetto alle aree del Nord. Eppure in quasi tutte le scuole del Sud mancano le mense e il tempo pieno. Un rischio/opportunità è che i docenti diventerebbero dipendenti regionali anziché statali e ciò potrebbe portare ad un aumento degli stipendi nelle regioni più ricche, come avvenuto in Trentino e Alto Adige, ma ciò risponderebbe anche ad un bisogno reale di aree dove il costo della vita è maggiore che al Sud. Sul tema “Ambiente-eco-sistemi” e “Beni culturali” le tre regioni hanno buone pratiche e spesso hanno colmato ritardi e stalli delle amministrazioni centrali. I fautori della legge sostengono quindi che non si vede perché una maggiore autonomia potrebbe essere negativa.

Credo sia importante conoscere la situazione delle entrate proprie e della spesa primaria (e di conseguenza della differenza, detto residuo fiscale) nelle singole Regioni, in base all’unico studio qualificato disponibile (Banca d’Italia, 2020: Entrate e Spese delle Regioni nel 2019). Può essere che ci siano dati più recenti ma nessuno li tira fuori. In ogni caso la sostanza non cambia.

In base a questo studio si vede bene lo squilibrio tra Entrate e Spese nelle singole regioni. Per le Entrate si va dal massimo di 20.902 euro pro-capite del Trentino o dei quasi 19mila euro della Lombardia a 8.867 della Sicilia (ma anche Campania e Calabria sono su quel livello).
La spesa primaria è invece quasi uguale: è solo di poco più alta in Lombardia (13mila euro pro-capite) e quasi 12mila nelle più deboli regioni del Sud. Come si vede c’è un fortissimo riequilibrio garantito (giustamente) dallo Stato centrale con un fondo di riequilibrio che garantisce quasi pari risorse a tutte le Regioni. I problemi sono però due:
a) in alcune regioni (specie al Sud) queste risorse non si traducono in servizi;
b) al Nord questo fondo non è pagato da tutti ma solo da 3 regioni (Lombardia, Emilia-R., Veneto), oltre che dal Lazio. Queste 4 regioni versano circa 100 miliardi all’anno allo Stato di entrate proprie (essendo più ricche), il quale Stato ne trattiene 30 miliardi per sé e altri 70 miliardi li versa alle regioni del Sud ma anche a 2 regioni autonome del Nord (Val d’Aosta e Trentino Alto Adige) che spendono più di quanto incassano, approfittandosi di una convenzione storica firmata nell’immediato dopoguerra da De Gasperi con l’Austria ratificata dall’ONU, in cui al Trentino Alto Adige lo Stato versa risorse aggiuntive a tutela delle minoranze (italiana e ladina) in Südtirol. Una riforma che tutto il mondo ci invidia e che ha consentito (con soldi aggiuntivi) a minoranze (italiane e ladine) di essere ampiamente tutelate da una maggioranza (tedesca) che, di fatto, governa. “Soldi in cambio di pace” e che potrebbe essere anche una via dove ci sono tanti conflitti etnici e religiosi nel mondo (è stata proposta anche nel Donbass). Il problema è che questi soldi sono versati solo dai cittadini lombardi, emiliano-romagnoli e veneti.

Entrate pro-capite, spesa primaria, differenza (residuo fiscale). % spesa su entrate e simulazione nel caso di trasferimenti da 9 regioni del Sud a 3 regioni del Nord pari a +/-7% della spesa (18 miliardi annui), dati 2019 su fonte Banca d’Italia. (Fonte: Andrea Gandini su dati Banca d’Italia)

A mio modesto parere, dopo 75 anni, i trasferimenti dello Stato a Val d’Aosta e Trentino A.A. potrebbero diminuire, in quanto si tratta di regioni che un tempo erano povere (e il Trentino A.A. con enormi conflitti etnici) ma ora sono ricchissime e non hanno necessità di risorse aggiuntive da parte di uno Stato italiano (largamente indebitato) per tutelare le loro minoranze che, diventate tutte più ricche, vivono in pace. Un tema a cui nessuno Governo vuol porre mano perché ridurrebbe i consensi elettorali anche se va a scapito delle regioni che lo finanziano (Lombardia, Emilia-R., Veneto e Lazio). Il Lazio ha però un vantaggio enorme rispetto alle altre regioni: a Roma lavora gran parte della Pubblica Amministrazione statale e dei Ministeri ed è per questo che risulta un residuo fiscale attivo tra Entrate e Spese. In realtà se la P.A. fosse redistribuita in vari capoluoghi di regione, come pure si era pensato in passato, questo attivo non ci sarebbe. E anche questa redistribuzione sarebbe un fattore di uguaglianza e minore congestione di una città d’arte senza paragoni al mondo.

Rimangono così nella sostanza le “ragioni” delle tre regioni del Nord che finanziano le altre (specie il Sud e le due autonome del Nord). Non stupisce quindi che siano state queste che abbiano chiesto l’Autonomia differenziata, anche se ora Bonaccini (E.-R.) ha cambiato idea (penso per ragioni elettorali) e dice che “la vuole in modo diverso”. Una delle regioni più arrabbiate è il Veneto in quanto confina con il Trentino A.A. che, pur essendo più ricco, riceve risorse aggiuntive dallo Stato in quanto Regione autonoma (più l’Alto Adige che il Trentino) ed è per questo che periodicamente alcuni comuni veneti cercano di passare al Trentino A.A. solo per questione di soldi. L’Austria dal canto suo ha detto più volte che mai accoglierebbe le richieste (sempre minori) dei nostalgici che vorrebbero passare all’antica madrepatria Austria, la quale non vuole accollarsi le ingenti risorse che l’Italia spende per questo milione di cittadini (alquanto abbienti) ormai del tutto integrati in Europa.

La legge Calderoli prevede che le singole regioni possano chiedere allo Stato di gestire in autonomia tutte le 23 materie e che le regioni che non lo chiedono abbiano però le risorse per erogare i servizi e i beni pubblici “adeguati ad un livello di prestazione essenziale” (i famosi LEP), e siano finanziate attraverso l’attuale fondo perequativo che compensa la differenza tra bisogni e capacità fiscale delle singole Regioni. E si dice anche che “la spesa pubblica nazionale non risulti in aumento”. A tutta prima e anche secondo Bordignon-Rizzo “un’attenta analisi della legge, esclude la possibilità che il governo nella fase attuativa non rispetti i vincoli imposti dalla stessa legge e proceda a trasferimenti di soldi dal Sud al Nord e se lo facesse, sarebbe ben grave”. Nulla però esclude che nel corso di 10 anni (tanto dura la fase di sperimentazione), il Governo trovi il modo di trasferire risorse dal Sud al Nord. Ecco perché ho fatto la simulazione con una ipotesi di circa 18 miliardi. Esiste anche uno studio dell’Osservatorio della Cattolica (OCPI) fatto con 33 miliardi.

Personalmente non credo che il Governo farà una cosa del genere che viola la sua stessa legge, anche perché ci sarebbe una enorme reazione delle regioni del Sud. Credo invece che cercherà la via, senza togliere risorse al Sud, per dare qualcosa in più alle tre regioni del Nord. L’ideale sarebbe che, a parità delle attuali risorse, ci fosse una sperimentazione per chi sa gestire meglio tali risorse con tanto di monitoraggio.

Calcolare i LEP entro i prossimi 2 anni sarà poi molto complicato in quanto occorre definire: 1) i costi standard di ogni bene pubblico erogato in modo efficiente, 2) il livello di prestazione minima, 3) i fabbisogni di ogni amministrazione locale. Cosa che non si è riusciti a fare in 25 anni nella sanità coi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza).

In sanità I LEA sono stati introdotti nel 1999 (qualcosa di simile ai LEP), furono approvati 20 anni più tardi e dopo infinite schermaglie tra regioni e stato. Sono stati aggiornati nel 2017, ma ancora oggi non sono erogati in quantità e qualità uniformi in tutte le regioni del paese. L’elaborazione dei costi standard degli asili nido ha richiesto dieci anni, come si potrà farlo per 23 materie in 2 anni è un mistero. Quando la capacità amministrativa è poi di bassa qualità (come al Sud) chi ne fa le spese sono i cittadini, i quali però, come nel caso della sanità al Sud, non hanno alcuna penalità se non quella di venirsi a curare al Nord (chi paga sono le singole ASL introducendo qualche ticket in più per i consumatori).

La discussione dovrebbe quindi concentrarsi su quali materie la gestione regionale potrebbe essere più efficiente di quella statale. Importante è che la legge 86/2024 preveda un monitoraggio annuale (oltre a quello della Corte dei Conti) e una durata massima di 10 anni e la possibilità per lo “Stato, qualora ricorrano motivate ragioni a tutela della coesione e della solidarietà sociale, conseguenti alla mancata osservanza, direttamente imputabile alla Regione sulla base del monitoraggio di cui alla presente legge, dell’obbligo di garantire i LEP, dispone la cessazione integrale o parziale dell’intesa, che è deliberata con legge a maggioranza assoluta delle Camere”.

L’auspicio è che in 10 anni si realizzino buone pratiche (sulla base di una comparazione) che consenta la loro diffusione tra Regioni o il ritorno di alcune materie allo Stato. Una Autority pubblica (che non è prevista) avrebbe agevolato questo processo in modo da coordinare il funzionamento di tutte le commissioni paritetiche e monitorare la situazione finanziaria di tutte le regioni d’Italia e nel caso dell’Istruzione (dato l’enorme peso che ha sulle altre) istituire una specifica Autorithy dell’Apprendimento, come aveva proposto nel 2000, Luigi Berlinguer, che analizzasse scuola per scuola (i dati aggregati non servono a nulla, essendoci enormi differenze tra le scuole nello stesso Comune) in base ad una ventina di parametri, in modo da aiutare tutti a migliorarsi. Viceversa, mancando questo approccio e un consenso con l’opposizione, il rischio è una riforma pasticciata alla Calderoli che rischia di provocare più caos che efficienza, con monitoraggi limitati e così indebolendo quel clima di unità del paese che un intellettuale di destra come Marcello Veneziani, ha condannato.

Io, che invece sono di sinistra, non sono contrario che si individui una via per rendere più responsabili gli amministratori (del Sud e del Nord) nei confronti dei loro cittadini, anche per un principio democratico e di sussidiarietà e perché non siano premiate le consorterie di potere in cui si aggregano interessi particolari (sia al centro, a Roma , poco controllabili) sia in alcune regioni, anche per stroncare ogni forma di opacità nelle regole di Governo, di criminalità e abusivismo (quello edilizio al Sud è al 50%). Ovviamente se dietro la legge c’è l’idea di sottrarre risorse in modo indiscriminato al Sud (vedi simulazione), essa diventerà un boomerang per le destre. La sinistra non si può però cullare in slogan “anti”, quando le ingiustizie in termini di entrate e spese sono evidenti a vantaggio sia di regioni ricche (autonome del Nord) che di povere (al Sud), perché, prima o poi chi paga (Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto) chiederà conto. Sono passati 75 anni dalla Costituzione e non possiamo non vedere che la gestione statalista al Sud è fallita, nonostante le ingenti risorse fino ad oggi erogate. Si dovrebbe quindi discutere nel merito perché ciò non prosegua. Certamente se ci fosse stato uno spirito di cooperazione tra le parti la legge (che non è cattiva) poteva essere migliore ed essere avviata come sperimentazione. Ma il Paese è da sempre diviso anche su cose essenziali e in particolare sull’assetto istituzionale che vede Regioni con 10 milioni di abitanti (Lombardia) e alcune come Val d’Aosta e Molise con meno abitanti di una provincia media (123mila e 289mila). Ci si dovrebbe muovere come disse 75 anni fa il compianto industriale politico visionario Adriano Olivetti con macroregioni e comuni da 100mila abitanti, senza togliere però il presidio nei piccolissimi Comuni (8mila) che potrebbero essere amministrati anche solo da pochi eletti.

Si ammetterà che in Italia si sono fatti vari pasticci (dalla DC al PCI, e con la modifica del titolo V della Costituzione nel 2001 dallo stesso centrosinistra), ultimo la soppressione delle province. Per quanto riguarda le Regioni l’approccio non è stato proprio limpido neppure da parte dei nostri (pur ottimi) Costituenti. Essi introdussero l’Istituto delle Regioni infatti con non troppa convinzione. La DC era favorevole in modo più strumentale che sostanziale, in quanto convinta di perdere le elezioni del 1948, mentre il PCI era tiepidissimo in quanto convinto di vincerle e così poter governare l’intero paese senza di mezzo le Regioni. Quando nel ’48 vinse la DC le posizioni si capovolsero e il PCI diventò un fiero alfiere delle Regioni, mentre la DC ci mise 22 anni prima di introdurle nel 1970. Come si vede anche i nostri Costituenti (politici di alto rango) non furono immuni da opportunismi nella costruzione delle Istituzioni. Un vizio antico che oggi si ripropone in modo accentuato. Al di là di come andrà il referendum, bisognerebbe avviare una discussione e poi sperimentazioni (prima di introdurre leggi nazionali).

Una nota per la mia simulazione (che è a invarianza di spesa pubblica nazionale, come dice la legge). Nel caso ci fosse tale trasferimento (“il diavolo è nei dettagli”, anche in quelli futuri che potrebbero venire) ma, per onestà intellettuale, questa la legge non prevede alcun trasferimento di risorse dal Sud al Nord, ho calcolato un trasferimento pari a circa 18 miliardi (+7% di spesa) nelle 3 regioni del Nord a scapito di 9 del Sud. Il Veneto ha sempre detto che si “accontenterebbe” di avere il 90% della spesa sulle sue entrate e quindi ho calcolato questa come suo massimo. L’Osservatorio dell’Università Cattolica ha invece fatto una simulazione su 33 miliardi.

Esso comporterebbe un vantaggio di circa 900 euro all’anno per i 19,1 milioni di residenti nelle 3 regioni del Nord e uno svantaggio analogo per i 22,1 milioni di cittadini delle 9 regioni del Sud (nell’ipotesi che quelle che hanno una spesa prossima alle entrate non abbiano modifiche: Marche, Liguria, Toscana, Friuli, Piemonte). Però più che un tale trasferimento dal Sud al Nord, temo che nel corso degli anni possa avvenire nelle “pieghe delle procedure” (il diavolo, ripeto, è nei dettagli) una manovra statale a vantaggio delle tre regioni del Nord senza colpire il Sud. Quando ci saranno i soldi…perché oggi non ci sono.

Il Governo infatti deve trovare: 30 miliardi per confermare gli sgravi fiscali e contributivi varati nel 2023, 12 miliardi per rispettare le nuove regole Ue di finanza pubblica, 20 per confermare il taglio del cuneo fiscale e il primo modulo della riforma Irpef a 3 aliquote: in totale fanno 62 miliardi, quando dal condono/concordato potrebbero arrivarne (se va bene) 7-8, dal taglio agli incentivi alle imprese ne arrivano 4 e fanno 12…e gli altri 50? E’ vero che nei primi 6 mesi del 2024 le entrate vanno bene…ma 50 miliardi sono una cifra imponente da trovare senza mettere mano ad una tassazione sui ricchi che non è nelle corde certo dell’attuale Governo.

Rimane così del tutto inevaso il vero problema e cioè come responsabilizzare i politici “amministratori” a gestire bene le risorse di cui dispongono, specie quelli del Sud che beneficiano di trasferimenti dalle tre regioni del Nord. La riforma potrebbe fallire se peggiorasse la capacità di saper amministrare autonomamente tali risorse, ma dubito che ciò avvenga in Lombardia, Veneto ed Emilia-R.

Il rischio potrebbe essere un indebolimento del ruolo (residuale) dello Stato al Sud, lasciando ancor più spazio alla criminalità e consorterie varie. Il vantaggio monetario del Nord sarebbe pagato da una catastrofe civile al Sud e non sarebbe di vantaggio di certo all’Italia nel suo insieme. Rimane sempre l’ipotesi che le Regioni del Sud chiedano anch’esse l’autonomia (in un’ottica di macroregioni) e non ci sia uno scatto di orgoglio dei suoi cittadini, i quali con le stesse risorse ma più poteri, ribaltino il corso delle cose esistenti, si mobilitino e chiedano ai propri amministratori quella trasparenza e correttezza di amministrazione che fino ad oggi è stata molto carente.

Come si vede il tema è complesso e non sarà certo risolto a colpi di slogan o referendum. Anche questa legge, che non è una cattiva legge, rischia il nulla di fatto. Essendo stata approvata a colpi di maggioranza è diventata materia di scontro ideologico e di referendum. Solo una sperimentazione condivisa con tanto di dati e monitoraggio da parte di una Autorithy pubblica indipendente può ri-avviare il Paese su come avere buone Istituzioni locali, che rafforzano la democrazia dal basso, sapendo che sono il principale fattore di sviluppo di un Paese. In teoria la sussidiarietà (amministrare nei luoghi più vicini ai cittadini se c’è la scala di operatività), il federalismo (più autonomi sotto uno Stato centrale, come è il caso di Germania e Stati Uniti), trasparenza e partecipazione si sono mostrati i principali fattori di sviluppo dei Paesi. Lo sono tanto più per noi che siamo un paese povero di materie prime.

 

Nota Bene
Periscopio, quotidiano online indipendente, aderisce alla campagna referendaria contro l’Autonomia differenziata.
 FIRMA ONLINE

Le voci da dentro /
Dino Tebaldi: “Eccoli!” (1995)

Dino Tebaldi (1935-2004)

 

In questo terzo capitolo del libro “Dietro le sbarre” di Dino Tebaldi, l’autore incontra per la prima volta la sua classe di scolasti “ristretti”.
Il suo modo di scrivere, preciso ed efficace, esprime bene le ansie e le preoccupazioni di chi, per la prima volta, sta per affrontare una sfida educativa importantissima.

(Mauro Presini)

 

Tutti naufraghi

di Dino Tebaldi 

Nell’aula, tutto solo, mi guardo d’attorno: pareti alte e disadorne, ma pulitissime; in un angolo, un armadio di formica color “terra di Siena”; davanti, tre file di banchi monoposto, alti, col piano d’appoggio d’uguale colore, e strutture in metallo nero.
La cattedra è della medesima serie: sembra una piazza, o – meglio – la plancia d’un barcone da costa.
Guardo… fuori, con imbarazzo: due file di finestre sovrapposte – quattro e quattro – con robuste inferriate. Al di là, non c’è niente; anzi, c’è un muro con altrettante finestre inferriate. Non è un paesaggio o una scena teatrale, ma un pozzo di luce. Non si vede il cielo, se non “a scacchi”; non. si vede il sole, ma se ne riceve ugualmente la luce indiretta. Qui, perfino gli elementi più tristi dell’autunno padano – alberi spogli in mezzo alla nebbia – uno se li deve immaginare, se li ha nella memoria; se no, con matita leggera, se li può far disegnare da chi ci sa fare. E poi, fantasticarci sopra, fin che vuole, con la mente e col cuore.
Eppure, questa è una scuola; se non lo è, io debbo farla diventar tale; convincermi, e convincere.
Sulla prima fila di banchi – otto o nove – dispongo tanti cartoncini che avevo in garage – fra i ritagli tipografici – da chissà quanto tempo: bianco opaco da una parte, rosso lucido dall’altra. Per ogni cartoncino, metto una penna a sfera.
Sulla cattedra, invece, dispongo l’elenco degli iscritti fornito dalla direzione, stamane (quattro nomi già depennati); e poi l’agenda personale, su cui appuntare qualche memoria; carta quadrettata, pennarelli, dodici pastelli ed un tempera-matite.
È l’armamentario di tutte le scuole, ammesso ad entrare anche qui dall’ispezione al primo posto di biocco.
G1i alunni tardano ad arrivare.
Sbofonchio: “E adesso?“.
Guardo in su, e prego spontaneamente: “Signore, adesso fammi strumento della tua volontà…
Penso a mio padre, e lo sento vicino. Gli bisbiglio che, con lui, al mio fianco, mi sento di lavorare dovunque-il destino mi vuole.
Mi sento contento.
Lo sguardo vaga per qualche tempo, si perde, si ferma a mezz’aria.
A destra – a circa quattro metri dal pavimento – c’è una telecamera muta, ma attenta; a sinistra – un metro e mezzo sopra la porta – una saracinesca metallica: potrebbe essere un’uscita od un’entrata di emergenza.
La mente comincia a fantasticare, come al cinema. Il cuore si mette a pregare più in fretta. poi si quieta. Mi guardo dietro le spalle: una lavagna di plastica bianca, sulla quale scrivere soltanto con penne alcoliche. Ed anche due carte geografiche: un emisfero, ed un insieme d’Europa. Sono aggiornatissime, con legenda in lingua francese. Nessun’altra scuola della città può vantare altrettanto.
Mi viene in mente che sto aspettando.
Comincio a pensare che…
Ecco, laggiù, una voce autoritaria: “Collega!
E subito dopo: “Cancelli! “‘
Un breve nervoso sferragliare di chiavi; qualche voce mozzata; un passo multiplo e misto: di scarpe cadenzate militarmente e di scarpette-borghesi e bianche.
La porta dell’aula viene aperta. ”
Irrompono strane, imponenti, ma attese figure: un negrone con i capelli a cordone; un… semi-bianco con i capelli corti e crespi; ed un agente in divisa, con i capelli neri, lisci ed impomatata, ben divisi dalla riga in mezzo.
Maestro, ecco i primi dueVado a prendere gli altri…”.
Mi muovo incontro. ai due giovani, allungo la mano destra ed esclamo: “Benvenuti!“.
La stretta è robusta, prolungata, festosa. Poi a ciascuno indico il banco dove possono accomodarsi. Non so che cos’altro dire al momento.
Per forza – sussurro a me stesso – certe cose bisogna dirle solamente se ci son tutti…”.
Da fuori, ancora le voci di prima; l’aprirsi e chiudere dei cancelli lontani; ed il calpestìo asincrono d’un… gregge umano:
Eccone altri tre…”.
Li guardo in faccia e sul capo: un negro gigante, con labbra tumide e capelli a… spazzola alta; due giovani un po’ spauriti ed un po’ spavaldi. Nei tratti del volto è dichiarata la provenienza: Magreb.
Ripeto i gesti e le parole di prima.
Anche loro – come gli altri – si mettono a posto: però a chi è venuto prima di loro, rivolgono festosi saluti.
Non è finita. L’agente – che sta lontano dall’aula – ancora apre e chiude il cancello, borbotta qualcosa a qualcuno, e riprende a scalpitare nel corridoio.
Altri tre… Maestro, tutti per lei…”.
Li fa entrare e si ferma accanto alla porta: attende che io incominci a far la mia parte.
Sono tutti qui?” chiedo, già sicuro della risposta. “Credo proprio
di sì… Però se arrivano altri, glieli porto
…”.
Comincio a parlare: “Io sono il maestro…”.
L’agente mi toglie la parola: “È qui per farvi scuola, insegnarvi tante cose. Siete fortunati….
Stavo per dire le medesime cose, tranne l’ultima frase.
Sorrido all’agente, ed anche agli alunni composti nei banchi davanti a me. Più d’uno di questi risponde con il sorriso.
Avete davanti a voi penna e carta: scrivete nome, cognome, data
e luogo di nascita… Ed anche aggiungete quale tipo e grado di scuola avete frequentato nei vostri Paesi…
.
Li guardo alle prese col primo compito: certe mani si muovono sicure; altre vivono momenti di vero impaccio. È chiaro che i primi, la scuola, l’han frequentata; e che i secondi, forse, ci hanno bazzicato per brevissimo tempo, o per niente.
Una voce chiama dall’altra parte del corridoio: “Collega!
L’agente corre, sferraglia come al solito, parla; qualcun’altro borbotta e lui riprende il passo verso l’aula.
Fa entrare prima un giovanotto, con la testa fasciata da un fazzoletto alla maniera dei pirati dei mari caraibici; e poi un ragazzo con un berrettino dall’ampia visiera voltata verso la nuca, sopra una coda annodata di lunghi e crespi capelli neri. È palese la diversa provenienza dell’uno e dell’altro.
Buenas dies…!” saluta il primo. L’altro scuote il capo senza entusiasmi; tenta un sorriso, che dura poco; e ripiomba in una gran serietà. È magrebino: gli manca forse la parola italiana; oppure, la voglia di vivere.
Io per voi sarò soltanto il maestro, perché non sono un giudice, né sono un agente e nemmeno un sacerdote. A voi debbo insegnare la lingua italiana, attraverso argomenti che voi stessi potrete indicarmi, o che io riscontrerò per voi di qualche interesse umano e scolastico”.
Freno la valanga di parole, di idee, di propositi. Chiedo a chi mi sta più vicino: “Capite le mie parole?
Qualcuno annuisce convinto e contento, d’avere capito qualcosa; qualcun altro, invece, non ha capito nemmeno la domanda e guarda con occhi sorpresi.
Riprendo il ragionamento e ribadisco – gesticolando con la mano in aggiunta a parole semplici semplici – il concetto cui tengo in particolar modo: “Io – per voi – sarò soltanto maestro. Voi, per me, sarete soltanto scolari. Avevo paura a venire qui, ed in famiglia e tra conoscenti tutti mi sconsigliavano. Ho pensato che voi aveste bisogno di me, e sono convinto che voi con me sarete migliori di quel che si crede…
Quasi tutti, stavolta, hanno capito: non le parole una ad una, ma le mie intenzioni nel loro insieme.
Distribuisco i fogli quadrettati, e raccolgo i cartellini coi nomi.
Scrivo sulla lavagna la data, e mostro come si fa la cornicetta per l’alfabeto attorno al foglio.
C’è chi parte spedito, contento di mostrar quel che vale; e c’è chi guarda il vicino, per copiare od avere conferme o smentite.
Io intanto confronto i cartellini autografi con l’elenco degli iscritti; ci sono nomi e dati che concordano in pieno; però molti differiscono parecchio. Le date ed i luoghi di nascita hanno riscontro positivo; non altrettanto i nomi e cognomi
Faccio l’appello, e chiedo che si risponda alzando la mano.
Individuo gli assenti, restituisco i cartellini e chiedo perché certi
nomi non vanno bene.
Arriva l’agente, e mi dà la sua competente risposta. “Vale il nostro
elenco, perché quella gente ha una, due, tre identità. Qui dentro
ciascuno è tenuto a rispondere al nome che ha dichiarato quando è entrato, o prima della sentenza…”.
M’accorgo di muovermi tra persone d’incerto profilo anagrafico, culturale, giuridico: un tunisino nato in Marocco; un negro nigeriano con nome statunitense; un negro nato a Las Vegas, ma residente a Parigi; un turco, composto, laconico, sorpreso lui pure di trovarsi in mezzo a tante bandiere.
Faccio domande, ma non sempre ricevo risposte appropriate.
Intendersi oggi, qui, non è facile.
I magrebini si consultano tra loro, forse per spiegarsi che cosa io ho richiesto; o forse per mettersi d’accordo su: che cosa e come conviene rispondere.
La guardia entra di nuovo, osserva, ascolta, e capisce alla sua maniera. Anzi, lui pure fornisce il suo parere: “Prenda appunti, se vuole…ma non creda a quella che dicono. sono bugiardi e ruffiani con tutti, soprattutto con chi non è detenuto, sperando di averne un qualche aiuto“.
Per avere da qualcuno un briciolo di confidenza, concedo la mia confidenza a tutti. Racconto che l’anno scorso facevo scuola ai bambini; che li ho lasciati per venire qui dentro. Aggiungo che ho appena compiuto sessant’anni; che sono sposato ed ho due figli; che sono anche nonno di una bimba che ha tre anni.
Anch’io… – dice il turco – Anch’io… due figli.”
Gli occhi gli diventano lucidi.
Gli chiedo, per distrarlo o per consolarlo: “Da quanto tempo non li vedi?”.
Prima distende le dita della mano sinistra, poi pronuncia due sole parole: “Cinque anni…” Dagli occhi scende una lacrima, e la voglia di parlare svanisce.
Al suo posto io non sarei diverso.
In silenzio ricomincio a pregare.
Sono venuto qui dentro perché il Signore mi ha dato una forza speciale.
Questi giovani, per stare qui dentro, hanno bisogno di tutta la forza che il Signore può dare. Chiederò per loro al Signore tutte le grazie di cui essi hanno bisogno.
Con la scuola – preciso un po’ a tutti – vi aiuterò ad imparare la lingua italiana, a pensare, a tenere la mente impegnata molte ore del giorno. È ¡l solo aiuto che io posso darvi. Mi hanno detto che fare soltanto il maestro. Cercherò di essere il maestro adatto a voi, condividendo – per quattro ore del giorno – la condizione del detenuto“.

(Ferrara, 4 novembre 1995)

Cover: Carcere di Ferrara, effetti personali dei detenuti.

Per leggere le altre uscite di Le Voci da Dentro clicca sul nome della rubrica.
Per leggere invece tutti gli articoli di Mauro Presini su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Terapia (un racconto)

Terapia

Dice: scrivere è meglio che andare dallo psicoterapeuta. Costa meno e alle volte serve.
E quando non si ha nulla da scrivere? Boh, si scrive e basta (parafrasando Vasco).
-Buongiorno dottore
-Buongiorno paziente. Che poi le non è neanche paziente è uno che camuffa e si nutre di gastrite.
-Vabbé lo so.
-Sa, pure che questo incontro non è mai esistito, che io non sono reale e che sue pugnette mentali se le sta scrivendo da solo alla tastiera del computer? Almeno dobbiamo essere certi che lei ne sia consapevole, altrimenti siamo messi veramente male.
-Si lo so. E’ solo una prova. Oramai sono anni che mi trastullo con la battutina sopra citata. L’ho detta una prima volta ad una presentazione di un libro. E’ piaciuta, E ora come un mantra o un mantello la indosso tutte le volte che mi viene chiesto perché scrivo.
-Esatto. Perché scrive?
-Ma allora dottore lei è un po’ tardivo. Cerco di fare uscire le parole in modo che non si trasformino in acidi gastrici, che non mi si tramutino nel fiato del drago e poi mi refluiscano nella trachea.
-Ok, quindi cosa mi vuole dire? Non le dico neppure di accomodarsi sul lettino perché tutto il contesto è frutto della sua immaginazione. Poi, spero che la categoria dei professionisti della mente non se la prenda con me, anzi con lei.
-Ecco dottore quello che le volevo dire è questo, io ho ancora sogni infantili, ho passato il mezzo secolo da poco, ma non sono un adulto fatto e finito. Mi mancano dei pezzi. Sono ancora in attesa di un imprenditore illuminato che capisca le mie potenzialità (che poi nemmeno sono sicuro di avere), un editore che rimanga folgorato dalle mie parole fino al punto da mettermi sotto contratto per scrivere il romanzo dei romanzi, il mio sindacato che veda in me il nuovo Di Vittorio oppure un qualsiasi partito estremamente di sinistra del 1.5% che punti su me per riprendersi il quarto stato.
-Si, decisamente, lei è grave. Mai pensato di farsi vedere da qualcuno?
-E daje, sto scrivendo appunto per risparmiare alcune centinaia d’euro.
-Vada avanti, ma si ricordi che non ho tutta la giornata.
-Dicevo appunto che ho aspirazioni acerbe, verdi come i rusticani, credo di avere abbandonato i sogni di giocare nella Spal e quello di lavorarci alla Spal da pochi anni. Magari per segnare le righe del campo col macchinino elettrico. Non lo so come posso guarire, credo di avere bisogno di un cocktail di autostima (una dose da cavallo), sport, aria pulita, passione, rivalsa, urla da stadio, scaglie di comunitarismo, due lanci in un torrente, un birra fredda, un buon libro letto e uno pubblicato. Ecco se mi prepara la ricetta, poi vado in farmacia e mi compro tutto il necessario.
-Guardi che sono un professionista, mica un firma ricette. Al limite devo essere io ad avvallarle la cura. Credo comunque che gli elementi per dichiararla infermo di mente ci siano tutti. Sta scrivendo a doppia voce tra lei e me che siamo la stessa persona, pigia i tasti in maniera isterica cercando di far uscire uno scritto che abbia senso. Il problema è che lei non vede il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, lei il bicchiere lo vede addirittura rotto. Tocca a lei aggiustarlo.
-Si lo so, ho continuamente bisogno di stimoli esterni, la polvere depositata sul piazzale antistante il mio box di cantiere non mi aiuta, i soffi, gli sprizzi, gli sguazzi del petrolchimico, mi spengono. Mi sento inadeguato alla vita nel recinto delle mura della fabbrica. Alle volte vorrei fuggire, ma non posso, non ci riesco. Vorrei fare altro, ma cosa? Sti cazzo di sogni infantili cominciano a pesarmi. Non sono operaio, non sono impiegato, né tecnico, né amministrativo. Sono un involuto.
-Credo comunque che lei debba continuare
-A fare che?
-A scrivere, non che la ritenga un genio, ma le serve. Gettare le parole sullo schermo la fa sentire meglio, poi, che scriva male o bene, quello lo deciderà chi legge. Ma continui, è come pasturare, prima o poi una bellissima tinca come quella che suo padre, quando lei era bambino sbagliò a guadinare e la fece fuggire prima di averle fatto prendere una boccata d’aria, abboccherà. Lo so che l’avrebbe rilasciata lo stesso, ma già da lì si percepiva che a lei mancava sempre una figura per fare un punto.
-Posso dirle una cosa dottore?
-Ma certo paziente, mi dica.
-Lo sa che lei è gran poco professionale, mi sembra un terapeuta da bancone del bar.
-Certo che lo sono. Sono lei stesso.
-Va bene, dottore non è che mi abbia aiutato molto, comunque essendo gratis ha fatto quello che ha potuto.
-La saluto paziente, mi stia bene.
-Mi stia bene pure lei dottore alla prossima seduta. Mo vediamo se ci pubblicano, ma a ‘sto giro sarà difficile.
-A presto, ma non troppo.

Per leggere tutti  gli articoli  e i racconti di Cristiano Mazzoni su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

Ma le sanzioni economiche della UE contro la Russia funzionano?

Ma le sanzioni economiche della UE contro la Russia funzionano?

Da qualche giorno la Banca Mondiale ha pubblicato il suo rapporto annuale con la classificazione dei Paesi del mondo sulla base dei livelli di reddito, misurati secondo il criterio del reddito nazionale lordo pro capite. Il Rapporto evidenzia innanzitutto come la classificazione dei paesi in categorie di reddito si sia evoluta in modo significativo nel periodo dalla fine degli anni ’80: nel 1987, il 30% dei paesi segnalanti era classificato come a basso reddito e il 25% come ad alto reddito, mentre nel 2023 questi rapporti complessivi sono scesi al 12% nella categoria a basso reddito e fino al 40% nella categoria ad alto reddito.
Nel 1987, per esempio, il 100% dei paesi dell’Asia meridionale era classificato come paese a basso reddito, mentre nel 2023 questa quota è scesa ad appena il 13%. In Medio Oriente e Nord Africa, invece, nel 2023 la quota di paesi a basso reddito è più elevata (10%) rispetto al 1987, quando nessun paese era classificato in questa categoria. In America Latina e nei Caraibi, la quota dei paesi ad alto reddito è salita dal 9% nel 1987 al 44% nel 2023. E nel 2023, secondo il Rapporto, l’Europa e l’Asia centrale avranno una quota di paesi ad alto reddito leggermente inferiore (69%) rispetto al 1987 (71%).

Quest’anno, Algeria, Iran, Mongolia e Ucraina sono tutti passati dalla categoria dei redditi medio-bassi a quella dei redditi medio-alti. L’economia algerina, in particolare, è cresciuta del 4,1% nel 2023, quella  iraniana è cresciuta, invece, del 5,0% nel 2023, trainata principalmente dalle esportazioni di petrolio e sostenuta dai guadagni nei servizi e nella produzione manifatturiera, mentre la Mongolia ha continuato la sua ripresa dopo la pandemia, con un PIL reale in aumento del 7,0% nel 2023.

Per quanto riguarda l’Ucraina vi è stata una ripresa della crescita economica nel 2023 (il PIL reale è cresciuto del 5,3%, dopo un calo del 28,8% nel 2022) insieme a un continuo calo della popolazione, che è scesa di oltre il 15% dall’inizio dell’invasione russa. Questi fattori sono stati ulteriormente amplificati dagli aumenti dei prezzi dei beni e dei servizi prodotti internamente, determinando un forte aumento del RNL pro capite nominale dell’Atlante del 18,5%. Mentre l’economia ucraina è stata significativamente compromessa dall’invasione russa, la crescita reale nel 2023 è stata guidata dall’attività edilizia (24,6%), riflettendo un notevole aumento della spesa per investimenti (52,9%) a sostegno dello sforzo di ricostruzione dell’Ucraina sulla scia della distruzione in corso.

Cisgiordania e Gaza sono stati gli unici paesi la cui classificazione, evidenzia il Rapporto, quest’anno è scesa. Il conflitto in Medio Oriente è iniziato nell’ottobre 2023 e, sebbene l’impatto su Cisgiordania e Gaza sia stato limitato al quarto trimestre, la sua portata è stata comunque sufficiente a portare a un calo del 9,2% del PIL nominale (-5,5% in termini reali). Poiché l’economia di Cisgiordania e Gaza era vicina alla soglia (è entrata nella categoria del reddito medio-alto solo l’anno scorso), questi cali hanno riportato l’RNL pro capite di Atlas nella categoria del reddito medio-basso.

Tre Paesi sono passati dalla categoria dei redditi medio-alti a quella dei redditi alti: Bulgaria, Palau e Russia. La Bulgaria si è avvicinata gradualmente alla soglia di reddito elevato con una crescita modesta durante tutto il periodo di ripresa post-pandemia, proseguita nel 2023 con una crescita del PIL reale dell’1,8%, sostenuta dalla domanda di consumi. Palau ha anche continuato la sua ripresa post-pandemia, con il PIL tornato ai livelli precedenti, crescendo dello 0,4% in termini reali. Con un’inflazione (misurata dal deflatore del PIL) all’8,1%, il RNL nominale è aumentato del 10,0%.

L’attività economica in Russia, infine,  è stata influenzata da un forte aumento dell’attività militare nel 2023, mentre la crescita è stata anche stimolata da una ripresa del commercio (+6,8%), del settore finanziario (+8,7%) e delle costruzioni (+6,6%). Questi fattori hanno portato ad aumenti sia del PIL reale (3,6%) che nominale (10,9%) e l’Atlas GNI pro capite della Russia è cresciuto dell’11,2%.

E ciò nonostante i tanti pacchetti di restrizioni messi in campo dall’UE  contro la Russia in questi oltre due anni dall’inizio del conflitto in Ucraina.

Qui il Rapporto della Banca Mondiale.

Regione Toscana. La falsa novità sull’assistenza sanitaria ai “turisti” non UE

Regione Toscana. La falsa novità sull’assistenza sanitaria ai “turisti” extraeuropei.

di Sergio Bontempelli
articolo originale su Cronache di ordinario razzismo del 

«La stangata della Regione Toscana ai turisti: sanità a pagamento per i non europei»; «I turisti extra Ue pagheranno le spese sanitarie»; «Giani batte cassa ai turisti extra Ue». I titoli dei giornali di questi giorni annunciano un vero e proprio «giro di vite» imposto dalla Regione Toscana: i turisti stranieri – «finalmente», chiosano molti commentatori – pagheranno le spese sanitarie in caso di un eventuale ricovero, o in caso di un loro accesso al Pronto Soccorso.

A spiegare il senso di questa iniziativa interviene il Presidente della Regione Eugenio Giani: «Così come oggi, se [noi italiani] andiamo negli Stati Uniti, sappiamo che dobbiamo farci un’assicurazione sanitaria», si legge in una nota, «così è giusto che gli stranieri che vengono in Italia da un paese extraeuropeo facciano altrettanto, per un principio di reciprocità».

Prima di dividersi tra favorevoli e contrari, prima di gettarsi nelle consuete polemiche al vetriolo che invadono le bacheche di Facebook, i cittadini toscani devono sapere una cosa importante: questa iniziativa della Regione, almeno per come è stata presentata alla stampa, non è altro che fuffa. Vediamo perché.

Che i turisti extra-Ue debbano pagare le spese per le cure mediche è un principio già sancito da una legge dello Stato, emanata più di un decennio fa: il Decreto Interministeriale n. 850 dell’11 Maggio 2011 prevede che, per ottenere un visto turistico, lo straniero debba munirsi di un’assicurazione sanitaria. Peraltro questa norma del 2011 si limitava a modificare un precedente decreto del 2000 (Decreto del Ministro degli Affari Esteri 12 Luglio 2000) che diceva la stessa cosa, e ad applicare un provvedimento Ue del 2003 (Decisione del Consiglio del 22 Dicembre 2003) che già imponeva l’assicurazione sanitaria. Per farla breve: viene presentata come novità «rivoluzionaria» una norma che esiste da ben ventiquattro anni!

Gli uffici stampa della Regione devono essersene resi conto: e difatti nel loro comunicato lasciano intendere che, certo, la legge esiste già, ma non è molto applicata. Ma anche questa è un’informazione falsa: per poter entrare nel nostro Paese bisogna avere un visto di ingresso rilasciato dall’Ambasciata italiana, e l’Ambasciata non rilascia mai il visto se lo straniero non esibisce un’assicurazione sanitaria. Così dice la legge, così fanno le Ambasciate. Chiunque si occupi di queste cose potrà confermarlo.

C’è però un’eccezione, su cui vale la pena spendere quache parola perché è forse quella a cui alludono i (vaghi) comunicati della Regione: alcuni Paesi hanno stipulato speciali accordi con l’Italia, e questi accordi prevedono l’esenzione dal visto per soggiorni brevi. Significa, detto in parole povere, che il turista proveniente da uno di questi luoghi «fortunati» non deve chiedere il visto all’Ambasciata: può entrare direttamente in Italia, esibendo tutti i suoi documenti alla polizia di frontiera. Ed è vero che – per prassi, non per legge – in molti casi questi turisti «fortunati» vengono fatti entrare anche se non hanno un’assicurazione sanitaria. Di solito i Paesi «fortunati» sono quelli più ricchi, o quelli con cui il nostro Governo ha una relazione diplomatica privilegiata: tanto per fare qualche esempio, nell’elenco dei Paesi «esenti da visto» rientrano il Canada, gli Emirati Arabi Uniti, Israele, il Principato di Monaco, il Regno Unito o gli Stati Uniti.

Ora, che succede se uno di questi turisti «fortunati» non fa l’assicurazione sanitaria, ma riesce lo stesso a entrare in Italia e poi viene ricoverato in Ospedale? Succede, molto semplicemente, che il malcapitato è costretto a pagare di tasca propria tutte le spese per le cure ricevute. Quindi non si capisce bene dove stia la novità annunciata dalla Regione Toscana.

A meno che (e a pensar male, diceva un importante politico della Prima Repubblica, si fa peccato, ma di solito ci si indovina…) l’iniziativa di Giani non sia rivolta a un target particolare, mai nominato esplicitamente: il target dei cosiddetti «overstayers». Vediamo di spiegarci.

Nell’elenco dei Paesi «esenti da visto» non figurano soltanto le nazioni più ricche del pianeta (come gli Stati Uniti, per intenderci), ma anche qualche luogo di origine di importanti flussi migratori diretti verso l’Italia. Per fare degli esempi, sono esentati dal visto i cittadini della ex-Jugoslavia (cioè di Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Kosovo), di molti Paesi sudamericani e centro-americani (tra cui il Perù: e i peruviani sono una collettività importante in provincia di Firenze). Ugualmente esenti dal visto sono gli albanesi, il gruppo nazionale più numeroso (dopo i rumeni) tra gli immigrati residenti in Italia.

I cittadini di questi Paesi «di emigrazione» (chiamamoli così, per capirci) entrano in Italia formalmente come turisti, ma nei fatti sono emigranti: molti di loro, alla scadenza dei tre mesi (il limite temporale massimo per un soggiorno di natura «turistica») rimangono sul territorio nazionale, nella speranza di trovare un lavoro e una qualche forma di regolarizzazione. Purtroppo, la legge Bossi-Fini vieta di rilasciare un permesso di soggiorno a chi sia entrato come turista: quindi, questi stranieri hanno poche speranze di emersione. Si chiamano tecnicamente «overstayers»: cioè, migranti divenuti irregolari non perché hanno varcato la frontiera in modo «clandestino», ma perché si sono trattenuti sul territorio nazionale oltre i limiti consentiti.

Una norma del 2007 (Legge 28 maggio 2007, n. 68) obbliga tutti gli stranieri entrati per motivi di turismo a presentare, entro otto giorni dall’ingresso in Italia, una «dichiarazione di presenza», che di fatto possiamo considerare l’equivalente di un permesso di soggiorno. Gli «overstayers», per l’appunto, non fanno la dichiarazione di presenza, e diventano irregolari.

E qui arriviamo al punto: un immigrato «overstayer», proprio in quanto irregolare, avrebbe diritto alle cure mediche gratuite, come prevede l’articolo 35 del Testo Unico sull’Immigrazione. Già oggi, in Toscana e forse non solo in Toscana, ci sono molte difficoltà a rivendicare questo diritto: a molti cittadini stranieri – in particolare agli albanesi – viene richiesta l’assicurazione sanitaria, come se si trattasse di «turisti» e non di immigrati senza permesso di soggiorno. Secondo un’interpretazione della legge condivisa da molti uffici, infatti, lo straniero diventa irregolare alla scadenza dei tre mesi di soggiorno, e non dopo gli otto giorni della mancata dichiarazione di presenza. Sulla base di questo «cavillo», molti immigrati irregolari non hanno accesso alle cure mediche, o vengono obbligati a rimborsare integralmente i costi delle prestazioni ricevute.

Ecco allora il problema: non vorremmo che questa iniziativa della Regione Toscana finisse per «prendere di mira» non i turisti veri e propri, ma quella manciata di migranti (di solito poveri e privi di mezzi) che entrano formalmente come turisti, ma che tali non sono. Sarebbe un brutto scivolone. E ci piacerebbe che la Regione chiarisse almeno questo punto, per levarci ogni dubbio.

Sergio Bontempelli
Presidente di Africa Insieme

Olimpiadi 2024, Imane Khelif e Angela Carini:
l’incolumità va tutelata, ma nella competizione sportiva la parità non esiste.

Olimpiadi 2024, Imane Khelif e Angela Carini: l’incolumità va tutelata, ma nella competizione sportiva la parità non esiste.

 

Imane Khelif è una pugile algerina iperandrogina: il suo corpo produce troppo testosterone. Si vocifera anche che abbia un’anomalia cromosomica (genotipo). Quel che pare certo è che il suo fenotipo è femminile: una femmina con tratti somatici mascolini, ma una femmina. Nel suo sport ha vinto molti incontri e ne ha persi alcuni. Quando ha perso, di solito ha perso contro donne non testosteroniche ma molto talentuose, tra le più forti della categoria. La prima domanda che mi sono fatto a proposito di questa atleta è: contro chi dovrebbe combattere? Maschi? O forse bisognerebbe creare una categoria di atlete con le stesse caratteristiche, che possono gareggiare solo tra di loro? (parliamo di un due per cento della popolazione mondiale)

Angela Carini è una pugile italiana. Ha partecipato a due Olimpiadi, quella di Tokyo e questa di Parigi, quindi è forte, si è allenata duramente, e solo per questo merita rispetto, non parole a vanvera. E’ salita sul ring olimpico contro Imane Khelif, ha preso due pugni molto forti sul naso, e ha deciso che era meglio salvaguardare la propria integrità fisica che combattere fino alla fine. Dopo circa 45 secondi ha gettato la spugna. La prima domanda che mi sono fatto a proposito di questa atleta è: quanto deve esserle costato abbandonare il ring olimpico dopo i sacrifici che avrà fatto negli anni per salirci?

Entrambe sono domande sbagliate, perché non contengono un giudizio. Il dibattito pubblico deve contenere invece due cose: l’indignazione morale manifestata dall’alto di qualche pulpito e la pulsione di sputare sentenze. Intanto sono ricomparsi tutti gli specialisti che hanno preso la pergamena su Google. Poi si sono subito create le tifoserie: a destra i difensori della donna italiana, a sinistra i paladini dell’inclusione. Questi dibattiti prima esplodevano al bar, adesso sui social, dove invece di partecipare in cinque partecipano da cinque a cinque milioni di individui: tutti genetisti, endocrinologi, fisioterapisti, ex pugilisti, dietrologi. La moltiplicazione dei pareri – spesso puri rimbalzi di stentoree filippiche altrui – e delle reazioni non produce una maggiore profondità di pensiero: è semplicemente come un sasso nello stagno che fa tanti cerchi invece che pochi, perché lo stagno è un mare, ma il sasso è sempre quello. Non una pietra preziosa, non una gemma. A Ferrara si direbbe un parduz. 

Per leggere un pezzo davvero interessante sul tema dell’intersessualità nello sport, consiglio di andarsi a leggere Ruth Padawer qui.

Per leggere parole in libertà invece spaziate pure da X a Facebook. Le affermazioni maggiormente prive di senso sono quelle che sostengono di prendere le mosse da un “principio”: bisogna che la competizione si svolga su un piano di parità. Quindi a Fausto Coppi, il cui cuore batteva trenta volte al minuto, dovevano proibire di salire su una bici da corsa. Quindi Michael Phelps, apertura di braccia due metri, mani come piatti da cucina, piede 48,5, non avrebbe mai dovuto mettere piede in una piscina. Idem Roland Matthes, che aveva una struttura ossea più leggera che gli consentiva di galleggiare come un sughero, e divenne il più forte dorsista della storia. Un ciclista che, senza doparsi, ha valori di ematocrito superiori agli altri e quindi organi più ossigenati e maggiore resistenza alla fatica, dovrebbe essere bandito dalle corse?

Quando mai una competizione sportiva si svolge su “un piano di parità”? Lo sport è crudele. La natura è spietata, brutale. Il doping non esiste solo per massimizzare il rendimento del singolo atleta: assolve (anche) all’esigenza di colmare un divario che la natura ha creato tra un atleta fisiologicamente più dotato e uno meno dotato. Chiunque fa sport anche a livelli dilettantistici sa che esistono i propri limiti individuali. Poi esiste l’ avversario rispetto al quale puoi essere nelle condizioni di allenamento ottimali, e nonostante questo sai che non riuscirai mai a raggiungerlo, a batterlo, a toccare il suo limite. Ci indigniamo quando scopriamo che un atleta si dopa per migliorare la propria prestazione, perché usa un trucco per avere un vantaggio rispetto agli altri. A parte che la storia della lotta al doping dimostra spesso che ciò che è considerato doping adesso, non era considerato doping prima. Quel che è indiscutibile, è che la “parità” di partenza non esiste: è la natura stessa che crea la disparità. C’è chi cerca di colmare o ridurre il proprio gap attraverso l’allenamento, c’è chi misura le prestazioni e aiuta a trovare il proprio limite un gradino più in alto di quanto l’atleta pensasse (suggerisco al proposito di leggere una bella intervista a Francesco Conconi, che è stato due volte Rettore dell’Università di Ferrara, qui)

Nel caso Khelif – Carini, questa disparità ha rischiato di fare danni all’incolumità della Carini, che ha ritenuto di abbandonare l’incontro. Evidentemente ha sentito che non avrebbe mai potuto vincere, e ha deciso di non farsi anche fisicamente danneggiare. Rispetto per lei (che non hanno quelli che la accusano di essere una commediante e quelli che la eleggono a paladina dei diritti delle donne) e per le sue parole del dopo gara, in cui ha augurato di vincere le Olimpiadi alla sua rivale sportiva e ha detto che non è suo compito giudicare. La tutela dell’incolumità delle atlete è un valore centrale: quindi, in sport di contatto come la boxe, stabilire un tetto al testosterone “naturale” prodotto da una atleta ha senso in funzione di questa finalità. Se la si mette sul piano delle “pari opportunità”, il palco cade: è la natura che consegna opportunità dispari, ad ognuno di noi.

La storia delle persone non si esaurisce nella competizione sportiva cui prendono parte, per quanto importante (per loro, in primis). La stessa caratteristica che conferisce a Imane Khelif un vantaggio competitivo nel suo sport, le ha causato e le causerà un bel po’ di problemi in altri campi della vita. Dovrà essere più forte come persona che come pugile.

 

 

Photo cover tratta dal profilo Instagram di Imane Khelif.

Noa, un’artista per la pace

Noa, un’artista per la pace 

Non tutti i cantanti hanno il coraggio di iniziare un proprio concerto con 3 parole.
Il 30 luglio scorso, iniziando la sua esibizione a Comacchio, la bravissima Noa lo ha fatto elencando una lunga serie di situazioni a cui ha detto i suoi “no, sì e grazie”.

No alla guerra, no alla violenza, no ai soprusi, no alle ingiustizie, no alle oppressioni, no alla prepotenza, no alla tirannia, no a ….
Sì alla pace, sì al dialogo, sì al rispetto, sì alle diversità, sì all’inclusione, sì alla candidatura della “sorella” Kamala Harris alla presidenza degli Stati Uniti, sì a….

Grazie a chi si adopera per una soluzione pacifica dei conflitti e grazie al pubblico presente.

Noa, musicista ebrea di origini yemenite nata in Israele ma cresciuta a New York, “né nera né bianca”, ha una voce straordinaria e magica che, da anni, mette a disposizione del suo grande impegno civile. Infatti ci ha tenuto a precisare che «Non c’è niente di più importante, per me, che usare la mia voce, le mie parole e il mio carisma per promuovere la comprensione, la compassione e la pace». Del resto, Noa ha spesso usato le sue canzoni come veicolo di un dialogo musicale per la pace, adoperandosi sempre a favore del riavvicinamento fra popoli in conflitto, con particolare riguardo alla questione mediorientale.

La sua musica intrisa di influenze mediorientali, spaziando dal jazz al rock, riesce a travalicare le barriere culturali e religiose.

Nel concerto, organizzato da Emilia Romagna Festival a Comacchio, Noa ha presentato brani del suo repertorio (There must be another way, Wildflower, I don’t know, Today, Now forget, Ma-ma improvisation, Child of man, Keren Or) e, in prima nazionale, quattro brani del suo nuovo album che uscirà ai primi del 2025 (Water, To all the broken hearts, I’m yours e Fear and the river. Quest’ultima canzone, ispirata alla poesia di Khalil Gibran [1], è un vero e proprio invito a non aver paura del cambiamento; mentre I’m yours esprime tutto l’altruismo della cantante consapevole di mettere la propria arte a disposizione della pace e dell’amicizia fra i popoli).

Richiamata dai tanti applausi del pubblico presente in piazza della Cattedrale, Noa ha terminato il suo concerto di pace e speranza con Shalom salam e Beautiful that way, dalla colonna sonora del film di Roberto Benigni “La vita è bella”.

Insieme a Noa (voce e percussioni) hanno suonato il suo amico e collaboratore di lunga data Gil Dor (chitarra e direzione musicale), Ruslan Sirota (pianoforte) che ha suonato un suo brano intenso per piano solo, Omri Abramov (sax e EWI) e Daniel Dor (batteria).

Di tutti i messaggi espressi da Noa, durante il concerto bellissimo, ne riporto uno perché è un insegnamento di una verità allo stesso tempo semplice e profonda, in cui credo fortemente: “Non lasciare che la vita ti accada. Crea la realtà in cui vuoi vivere. Nessuno lo farà per te. Gandhi lo ha detto meglio di chiunque altro: Se vuoi vedere un cambiamento, sii il cambiamento”.

Abbiamo bisogno come l’aria di artisti dalla profonda umanità come Noa che riescono a toccarci l’anima regalandoci, in maniera diretta e sincera, il loro messaggio universale di pace e speranza.

[1] Dicono che prima di entrare in mare
il fiume trema di paura.
A guardare indietro
tutto il cammino che ha percorso,
i vertici, le montagne,
il lungo e tortuoso cammino
che ha aperto attraverso giungle e villaggi.
E vede di fronte a sé un oceano così grande
che a entrare in lui può solo
sparire per sempre.
Ma non c’è altro modo.
Il fiume non può tornare indietro.
Nessuno può tornare indietro.
Tornare indietro è impossibile nell’esistenza.
Il fiume deve accettare la sua natura
e entrare nell’oceano.
Solo entrando nell’oceano
la paura diminuirà,
perché solo allora il fiume saprà
che non si tratta di scomparire nell’oceano
ma di diventare oceano.

Cover e foto di corredo all’articolo di Mauro Presini.

Per certi versi /
Poesia per Pavese

Poesia per Pavese

nessuno
Come lui
Ha tenuto stretto
L’amore
Con la morte
Infelice il primo
Il più infelice
Degli amori infelici
Resta la seconda

Coi Suoi occhi
Fuori
Da ogni dove
Si è staccato
Vagando nell’universo
disperato

Avesse avuto
La fame certa
Del leone
Il veleno caro
Del serpente
La ironica follia
Di un buffone
Era e rimase
Un uomo
Un uomo
Solo
Che la campana
Fece suonare
Per sé

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Marco Revelli e la ricerca della Sinistra perduta

Marco Revelli e la ricerca della Sinistra perduta

intervista di Emiliano Sbaraglia
articolo originale da Collettiva del 3 agosto 2024

 

 

Nel suo ultimo libro (Einaudi 2024) l’autore dialoga con una figlia immaginaria, nel tentativo di riannodare i fili generazionali di un passato complesso, e sempre più remoto.

Che fine ha fatto la Sinistra? In Italia se lo chiedono in molti, non soltanto dalla caduta del Muro di Berlino ma da quando, in questo secolo che ha ormai raggiunto il primo quarto, l’avanzare di un capitalismo nevrotico e sempre più spietato sembra aver preso il sopravvento incontrastato, e in maniera irreversibile. Le ultime elezioni politiche nazionali hanno poi riportato all’ordine del giorno i rigurgiti di una matrice ideologica, quella fascista, nel nostro Paese mai del tutto condannata e sconfitta, a cui si aggiunge uno scenario geopolitico internazionale a dir poco preoccupante, malgrado in Europa la recente tornata elettorale in Gran Bretagna e Francia sembra poter offrire qualche spiraglio di speranza.

Di tutto questo abbiamo parlato con il professor Marco Revelli, autore di numerosi libri che analizzano in uno stile del tutto personale la politica e la società italiana moderna e contemporanea, il cui ultimo Questa sinistra inspiegabile a mia figlia (Einaudi, pp. 163, euro 16,50) racconta del dialogo con una figlia immaginaria nel tentativo di spiegare una sinistra divenuta, in particolare negli ultimi venti-trent’anni, inspiegabile anche a sé stesso.

 

 

Professor Revelli, quando nasce l’idea di questo dialogo generazionale?

L’occasione esteriore mi è stata data dall’editore, quando Einaudi mi ha chiesto un classico libro della serie “xy spiegato a mio figlio”, in questo caso con la sinistra come soggetto, considerandomi evidentemente un uomo rappresentante della sinistra italiana.

Non si sente così?

Sì, certo. Però questo ha innescato una cascata di pensieri e riflessioni, a cominciare dal fatto che non mi sentivo di spiegare un concetto simile a chiunque, men che meno a un figlio o un adolescente di ultima generazione, perché nel momento in cui mi sono concentrato sul tema mi sono accorto che era inspiegabile anche a me stesso come fosse diventata quella identità entro cui ero nato e cresciuto…

E come ha risolto il problema?

In verità non mi ero mai posto il problema dell’essere di sinistra, dato il contesto famigliare, l’educazione, il tipo di memoria che ho ereditato, in una collocazione che in una prima fase aveva dei costi in termini di solitudine, nel senso che la mia infanzia e prima adolescenza, vissuta nella bianca Cuneo, bianca ma antifascista, mi portava a questa condizione. Poi le cose sono cambiate.

Cosa è accaduto?

Sono arrivati quei momenti che nel libro chiamo di “felicità pubblica”, dalla seconda metà degli anni Sessanta e nel decennio Settanta. Ma a un certo punto mi sono reso conto che il sentiero si era perduto, e quell’identità di sinistra era diventata impalpabile, introvabile, quasi all’improvviso apparteneva soltanto alla memoria e non al presente; e che tutte queste cose, a un giovane nato all’inizio di questo secolo, dicevano poco, non appartenevano più al suo orizzonte. Da qui la domanda che è alla base di questo libro: quando la sinistra ha cominciato a scomparire, quando ha iniziato a perdersi?

Ha trovato una risposta?

Credo tutto sia iniziato nel momento in cui gli esponenti della sinistra, italiana ed europea, hanno smesso di essere riconosciuti come tali per le loro scelte politiche e sociali.

Nel libro infatti si parla anche di Massimo D’Alema, di Tony Blair…

Sì, e del lucido cinismo dell’Avvocato Agnelli, quando affermò che “solo un governo di sinistra può fare una politica di destra”… Credo lo disse proprio al tempo del Governo D’Alema; d’altronde, lo smantellamento delle conquiste del mondo del lavoro ottenute negli anni Sessanta e i primi Settanta è opera più degli eredi del Partito comunista, e degli ultimi socialisti, che non della destra. Nel nostro Paese siamo arrivati al paradosso che uno come Silvio Berlusconi si è potuto permettere di proporsi come populista.

In alcune pagine viene evidenziata una sorta di ineluttabilità nel destino dell’uomo di sinistra, condannato a un diverso rapporto con il senso del tempo, a una “coscienza infelice” in virtù di un “disagio della realtà” che lo affligge.

Si tratta di un mio pensiero recente, maturato nello scrivere questo libro. Il fatto che essere di sinistra, non da oggi, implichi mettere in conto una certa quota di dolore e sofferenza, è un tema che ho voluto approfondire. Perché chi è antropologicamente di sinistra, al di là delle rispettive culture politiche, vive empaticamente lo scandalo delle ingiustizie di cui è pieno il mondo, il nostro presente. E l’uomo di sinistra è tendenzialmente infelice nel presente, ben lontano dal filosofico “grande meriggio” nietzschiano del qui e ora, perché il presente genera dolore anche se non è un dolore legato alla propria specifica persona, partecipando della sofferenza altrui. In altre parole è il disagio dell’essere in nome di un dover essere, per cambiare il presente, che in un tempo di edonismo narcisistico diventa un sentimento improponibile, quasi impensabile.

Nel libro la sua figlia immaginaria la rimprovera per questa infelicità sempre in sottofondo…

“Mi hai reso infelice trasmettendomi i tuoi valori”, dice a un tratto, un tratto esistenziale del presente, che però da un quarto di secolo a questa parte appartiene all’orizzonte di vita delle nuove generazioni, il cui imperativo è essere felici dell’esistente, perché questo viene richiesto loro.

Eppure qualcosa sembra muoversi, almeno in Europa, in attesa del voto statunitense. Penso al recente voto in Gran Bretagna, al Front Populaire in Francia. Non ci sono spiragli per la costruzione di un’altra sinistra?

Sinceramente dal risultato inglese non mi attendo nulla, anche perché è un successo determinato soprattutto dal crollo dei Tories, e non dall’avanzata dei Labour che, per intenderci, in termini di voti hanno preso meno di Jeremy Corbyn. Personalmente sulla Gran Bretagna ho messo una croce sopra, credo che il mondo anglosassone in buona misura sia una terra perduta per la sinistra. Per il Front Populaire in Francia il discorso è diverso, una miracolosa reazione che in un mese e una settimana ha ribaltato un destino che appariva ormai ineludibile. Ma questa reazione è il prodotto di uno spirito profondo, pre-politico, di un sentire partitico insoumise, non sottomesso, che appartiene non solo all’area-Mélenchon, e non si rassegna a consegnarsi al post-fascismo del Rassemblement National. Un sentimento che ha portato a votare milioni di elettori che si erano ritirati dalla politica, 10 milioni in più rispetto alle precedenti Europee, e che non è un merito di Macron, ma di una Francia antropologicamente irriducibile.

Non possiamo pensare a un risveglio simile, seppur diverso, anche in Italia?

Come dice la mia figlia immaginaria, dovrà pur esserci una reazione a queste “faccine di circostanza”, o al negazionista di turno, al di là del pessimismo cosmico trasmesso in questi anni… Io penso che arriverà un soprassalto fisiologico alle forme sfacciate di ingiustizia, allo scandalo delle diseguaglianze che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi. Essere di sinistra, malgrado tutto, continua a significare provare empatia per chi soffre, e questo sentire non può esser svanito per sempre.

 

Presto di mattina /
L’amicizia apostolato primordiale

Presto di mattina. L’amicizia apostolato primordiale

Gli amici di sempre

In questi giorni la liturgia ci ha ricordato gli amici di sempre di Gesù, quelli più nascosti, silenziosi, riposanti, vivandieri. Quelli posti – verrebbe da dire – dietro le quinte del Regno dei cieli, anche se sommamente presenti perché sempre pronti a ospitarlo nei momenti decisivi, difficili della vita di Gesù.

Sono quelli che assumono lo stesso stile di Maria di Nazareth, la Madre, silenziosa e pur presente, a differenza degli altri amici che riempiono di continuo la scena quotidiana della vita di Gesù, sempre in primo piano ad ogni pagina del vangelo, tanto da risultare invadenti: i dodici apostoli.

Il riferimento è, come s’intuisce, agli amici di Betania, i cui nomi sono noti: Marta, Maria e Lazzaro. Gli stessi che nel racconto della morte di Lazzaro l’evangelista Giovanni indica come «amati» da Gesù (Gv 11,5). E usando il verbo “agapào” anziché − come ci si aspetterebbe − “philèo” (i.e.: amore di amicizia), Giovanni vuole sottolineare l’amore della più grande intensità, quello che induce persino a dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13).

Questi tre, chiamati per nome da Gesù più volte, sono chiamati fuori dai loro ritiri e chiusure: la casa, l’affanno del fare, il lutto, il sepolcro. Ciascuno a suo modo, ci testimoniano i tratti essenziali dell’Amico e confidente: Marta, attraverso le pratiche dell’ospitalità, vive l’amicizia come servizio, dedizione all’altro.

Maria esprime la propria amicizia attraverso l’ospitalità dell’ascolto e della custodia della parola di Gesù, mentre Lazzaro fa della sua amicizia un affidamento (il suo nome significa colui di cui Dio si prende cura; Dio ha aiutato il povero) e perciò vive in confidente attesa dell’arrivo dell’Amico, anche quando è in ritardo sulla morte e sembra non esserci più niente da fare, ormai stretto e avvinto dalle fasciature funerarie.

L’amicizia fa abitare gli uni negli altri in un movimento di amore. È un andare e venire, un perdersi per ritrovarsi. Non è un caso che il verbo dimorare e rimanere torna spesso nel vocabolario di Giovanni proprio per esprimere lo stare dinamico di Gesù nel Padre suo e quello dei discepoli con Lui al modo della vite e dei tralci. E Marco annota: «Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli – perché stessero con lui e per mandarli a predicare», (3,14).

Non sorprende allora che Aelredo di Rievaulx (1110-1167), un monaco cistercense che scrisse un testo sull’amicizia spirituale, abbia intrepretato le parole di Giovanni “Dio è amore” (1Gv 4,16) con “Dio è amicizia e colui che rimane nell’amicizia rimane in Dio e Dio in lui”.

Inviati dall’Amico: l’apostolato silenzioso dell’amicizia

Apostolato è una parola non più molto usata, rispetto alla quale si preferiscono oggigiorno termini come evangelizzazione e azione pastorale. Connotato storicamente con diversi significati, l’apostolato divenne una forma di ministero strutturato gerarchicamente nella diversificazione dei compiti tra clero e laicato per la diffusione della fede cristiana nel mondo. Apostolo significava infatti originariamente colui che è inviato da un altro, e apostoli erano per l’appunto gli inviati a vivere il vangelo tra la gente.

Mutando la coscienza ecclesiale circa la missione della chiesa in rapporto al mondo contemporaneo, il Concilio cominciò a ripensare l’apostolato in termini diaspora. La presenza dei cristiani nel mondo oggi è paragonabile a una goccia nel mare direbbe Michel de Certeau, una voce tra tante.

E Karl Rahner sottolineava il cambio di paradigma missionario, in forza del quale ogni cristiano è inviato, in ragione del vangelo, alla gente. Per questo la sua presenza nel mondo è posta sotto il segno di una dispersione, «diaspora» appunto.

In questo tempo che segue la modernità, l’oggetto della fede è stato come sottratto, svuotato dal suo rivestimento, disperso con il conseguente frammentarsi ed entrare in crisi del corpo ecclesiale e delle sue “autorità”, istituzionali, sacramentali, liturgiche. I cristiani così sono tenuti «a vivere in mezzo ad una cultura, ad uno Stato, ad una politica, ad un’economia, ad una scienza, ad un’arte per nulla affatto ispirata al solo cristianesimo, questo costituisce certamente una sfida all’apostolato» (K. Rahner, Missione e Grazia, Roma 1964, 42).

Da dove ripartire?

Un assist ci può venire dai tre amici di sempre, inviati da Gesù a testimoniare nelle pratiche quotidiane l’apostolato silenzioso dell’amicizia. Sta nella pratica dell’amicizia come legame di amore con l’altro, che è ascolto, cura, fiducia che sa attendere tempi e momenti dell’altro, la condizione stessa della credibilità del vangelo, direi l’anima irrinunciabile ad ogni incontro del vangelo con la gente.

È, d’altronde, lo stile stesso dell’amicizia di Gesù che libera e fa passare dalla condizione di servi a quella di amici, da estranei a confidenti dell’intimità del Padre suo: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv. 15,15).

L’idea amica, vivere sotto lo sguardo dell’Amico

L’anima di ogni apostolato: è questo il titolo di un famoso libro, un classico della spiritualità, dell’abate trappista Jean-Baptiste Chautard (1958- 1935) scritto nel 1930 mai così attuale, che circolava quando ero in seminario. Un invito ad andare alle radici interiori dell’apostolato, visto come un fenomeno di esuberanza spirituale e personale, come un atto di amore traboccante, amicizia spirituale che si effonde in testimonianza e azione tra la gente.

Come l’amico, così l’apostolo vive sotto lo sguardo dell’Amico: «che è diventato il principio e lo scopo di tutta la loro attività; la fede ne fa scoprire la presenza e l’amore in tutti i luoghi e in tutti i tempi. La persona viva e presente di Cristo è diventata l’idea-forza, l’idea-amica, l’elemento dinamico della loro vita.

L’idea-amica è ben diversa dall’idea-fissa, che è un’ossessione da cui non si riesce a liberarsi. L’idea-amica è stabile, perché ci si ritorna continuamente per un bisogno del cuore. È un’idea-forza, perché è il frutto d’una volontà libera e cosciente e perché spinge a grandi realizzazioni.

Il cuore dà all’intelligenza una capacità d’intuizione irraggiungibile dalla sola ragione. L’idea-amica è un’attenzione semplice, perseverante, gioiosamente voluta e continua, verso la persona di Cristo, le sue parole, la sua azione. Invece di affaticare, dà coraggio e moltiplica le energie. È uno sguardo del cuore amorosamente fisso su Gesù», (Dom Chautard, L’anima di ogni apostolato, Cinisello Balsamo [Mi] 1987, 55-56).

Cisterne non canali

Senza contemplazione non vi è amicizia vera e duratura, così come senza cisterne dalle acque profonde e chiare i canali – anche quelli delle comunicazioni in chat – restano all’asciugato, inariditi, screpolati. Scrive Dom Chauthard ricordando san Bernardo: “Purtroppo, oggi abbiamo tanti canali nella Chiesa, ma poche cisterne. Coloro che contengono per noi l’acqua del cielo sono sospinti dalla smania di darla prima di riceverla. Sono molto più disposti a parlare che ad ascoltare; sono ansiosi di insegnare ciò che non hanno imparato, e bruciano dalla voglia di guidare gli altri, quando non sono capaci di dirigere se stessi” (Serm. in Cant., 18,3 ).

Lo stesso san Bernardo dava questo consiglio al papa Eugenio III: “Non è saggio chi non lo è innanzi tutto per sé stesso. Chi è saggio per sé è veramente saggio, e berrà per primo l’acqua del suo pozzo. La tua meditazione cominci da te e, meglio, essa finisca in te; e dovunque spazia, richiamala perché porti frutti di salvezza…

L’apostolato attivo non deve essere altro che lo straripamento d’una vita d’unione con Dio. La predicazione, l’insegnamento della dottrina, l’organizzazione delle attività educative, caritative e sociali deve sgorgare dalla fonte della contemplazione. Prendi esempio dal Padre supremo di tutti, che invia il suo Verbo e lo conserva in sé stesso. Il tuo verbo è la tua meditazione, che non si deve assentare quando esce. Fai in modo che proceda senza uscire; che parta senza andarsene», (ivi. 65-66).

Così l’immobilità e la sterilità di esperienze e comportamenti ecclesiali anche attuali dànno da pensare perché tendono ad inaridire ed irrigidire persino le formule dogmatiche e dottrinali sorte invece per annunciare e animare la Vita della vita.

Pensava così anche don Milani

«Quelli che si danno pensiero di mettere nei loro discorsi ogni pie’ sospinto le verità della fede sono anime che reggono la fede disperatamente attaccata alla mente, e lo reggono con le unghie e coi denti, per paura di perderla, perché sono interiormente rosi dal terrore che non sia proprio poi tutto vero ciò che insegnano. Ogni nuova idea, ogni nuovo governo, ogni nuovo libro, ogni nuovo partito li mette in allarme, fanno pensare alla psicosi del crollo che si è diffusa dopo il crollo di Barletta. Gente sempre col puntello in mano accanto al palazzo, che sono incaricati di custodire e della cui solidità dubitano.

Non potrei vivere nella chiesa neanche un minuto se dovessi viverci in questo atteggiamento difensivo e disperato, io ci vivo e ci parlo in assoluta libertà di parola, di pensiero, di metodo, di ogni cosa. Se dicessi che credo in Dio direi troppo poco, perché gli voglio bene, e capirai che voler bene a uno è qualcosa di più che credere nella sua esistenza!!! E così di tutto il resto della dottrina». (Lettera del 10 novembre 1959, a Giorgio Pecorini).

L’amicizia: apostolato primordiale

In questo tempo di transizione epocale non bisognerà forse ripartire con un altro stile di comunicazione del vangelo, quello scaturente dall’amicizia? Non è questa la forma dell’apostolato primordiale, di segno gesuano: “vi ho chiamati amici”? Il vangelo non viene forse dall’Amico?

Figura di valore di questo apostolato primordiale, quello di un’amicizia generativa di fraternità – l’amore fraterno non è forse il cuore stesso del vangelo? – figura di valore è stato Fratel Charles de Foucauld (1858-1916). Scrive Pierangelo Sequeri di lui: «De Foucauld mi appare infatti come uno dei profeti dell’esilio meno chiassosi e più incisivi che siano stati destinati da Dio alla nostra contemporaneità ecclesiale La sua fu – letteralmente – voce nel deserto, che preparava con prodigioso anticipo la condizione che è nell’accadere delle cose, qui e ora» (P. Sequeri, Charles de Foucauld. Il vangelo viene da Nazaret, Vita e pensiero, Milano 2022, 11).

Così la prima forma evangelizzatrice la troviamo nella stessa prossimità di Gesù alla nostra umanità è fatto di noi, il legame di amicizia con lui è già figura primordiale dell’“apostolica vivendi forma”.

Mandato dal vangelo a diventare amico di un popolo abbandonato, perché è così che si «diventa del paese», che si diventa «così avvicinabile» da tutti, e «così piccolo» in mezzo a tutti, frère Charles scriverà il 13 agosto 1905: E tu, tu sei a Tamanrasset come il povero». (Opere spirituali. Antologia, Fabbri editori, Milano 1998, 29-30).

Alla cugina Maria scrive: «Non tormentatevi nel vedermi solo, senz’amici, senz’aiuti spirituali; non soffro affatto di questa solitudine, la trovo dolcissima; ho il Santo Sacramento, il migliore degli amici, a cui parlare giorno e notte, ho la Santa Vergine e san Giuseppe, ho tutti i santi; sono felice e non mi manca niente» (ivi 286).

L’espressione apostolato primordiale è di René Voillaume (1905-2003) un prete francese attratto in un primo tempo dai missionari Padri Bianchi operanti in Algeria. Dopo la lettura della biografia di padre de Foucauld, scritta da Hervé Bazin, si sentì chiamato a seguine le sue tracce e lo stesso stile apostolico, tanto che nel 1933 fonda insieme con alcuni discepoli la prima comunità dei Piccoli Fratelli di Gesù, ispirata agli scritti e alla vita di frère Charles.

Amicizia: “admirabile commercium”

Così egli riassume la spiritualità dell’eremita del Sahara: «“Presenza a Dio, presenza agli uomini”. Vi è in lui un senso profondo della preghiera, una ricerca appassionata del Cristo: tutta la sua vita si riduce ad uno sguardo fisso sul suo “Bene amato Fratello e Signore Gesù”, ad un commercio di amicizia con Lui

Questa presenza non ha nulla che s’imponga, ma è una amicizia che si offre; non esclude nessuno, poiché egli è il “Piccolo Fratello universale”; essa è particolarmente tenera per i più piccoli, per i più poveri, i più abbandonati. In questo contatto con gli uomini, Padre di Foucauld trova un alimento per la sua vita di unione a Dio; non ha egli forse il dovere di credere, di sperare, di amare per tutti coloro ch’egli porta nella sua preghiera, e la cui grande miseria è di essere privi di fede, di speranza e di carità? Una tale spiritualità quanto è adatta all’apostolo» (R. Voillaume, Come loro, Paoline, Roma 1953, 7-8).

Per far comprendere che quella di fratel Charles era una forma di apostolato, anche se così diversa da quelle conosciute in quel momento storico della chiesa, René Voillaume scrisse un piccolo libretto, L’apostolato dell’amicizia e la vita di preghiera in padre de Foucauld (Edizioni Corsia dei Servi, Milano 1958), in cui chiariva come la via dell’amicizia fraterna dei Piccoli fratelli e sorelle di Gesù tra la gente, il carisma stesso del loro ispiratore, esprimesse l’apostolato primordiale, la fonte di ogni apostolato.

Charles de Foucauld «va a vivere in mezzo agli uomini e tuttavia non vuole usare i mezzi ordinari di evangelizzazione e di apostolato. Se è vero che il primo comandamento di Gesù è quello dell’amore fraterno, non si avrà il diritto di dire che ogni azione, ogni parola, ogni modo di essere o di vivere che contribuisca a diffondere nel mondo l’amore fraterno, che contribuisca a insegnarlo e a farlo praticare è un vero apostolato, soprattutto se una tale predicazione dell’amore fraterno è fatta attorno all’eucarestia in nome di Gesù e per lui solo?», (ivi, 13).

Aprire gli occhi su ciò che sta in principio: “Verbum caro factum est” (Gv 1, 1; 14)

Allora come oggi nel nostro tempo constatiamo ancora di più fenomeni laceranti dell’umanità. Le divisioni e le ostilità tra i popoli sono in aumento e sono dovute – come già sottolineava Voillaume – non solo alla lotta tra le classi, ma anche ai nazionalismi: «che raramente sono stati così vivi, vi sono i pregiudizi razziali che sembrano esacerbarsi e vi è la rivolta che serpeggia nella maggior parte dei paesi coloniali. Bisogna aprire gli occhi e consentire a guardare le cose in faccia».

Così «non ci si può contentare di assegnare come primo scopo all’apostolato l’amministrazione dei sacramenti dimenticando che bisogna prima dare la vita dello spirito, la fede. La, vita secondo il Vangelo è l’atto di un uomo libero, ed è difficile insegnare agli uomini ad amarsi, a rinunciare a se stessi, è difficile insegnare agli uomini a pensare cristianamente. Non conviene dunque affermare che impiantare la carità in nome del Cristo nel cuore degli uomini è un apostolato primordiale? Importa forse vedere fino a che punto deve arrivare questo amore di cui Gesù ha fatto l’essenza del suo messaggio» (ivi, 14; 15).

Che cosa mi attendo dalla chiesa?

Che metta in atto ancora una volta un rinnovamento dell’amicizia nella forma dell’amore più grande; che ripresenti al vivo Colui che da ricco si fece povero per noi perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (Cf. 2Cor 8,9).

Scopo della carità – ricorda ancora Voillaume – non è quello di dare delle cose, ma manifestare e infondere amicizia: «Forse abbiamo dato il nostro tempo e la nostra vita, ma senza pensare abbastanza a dare noi stessi in una vera e umile amicizia» (ivi, 17-18).

«Oggi sembra soprattutto che si attenda dalla Chiesa un rinnovamento dell’amicizia che deve esistere tra tutti gli uomini. Ora il bisogno più importante a cui dobbiamo rispondere attualmente non è forse di contribuire, a sopprimere le divisioni tra gli uomini e di lottare contro tutti gli odi? Su questo punto siamo capaci di rispondere all’attesa del secolo? Se l’umanità che non crede più in Dio, se l’uomo razionale e ateo è più avanti su altri punti, non lo è forse, temo, anche in questo campo?

…Bisogna essere scesi nel cuore del povero, nel cuore delle razze dette inferiori per capire tutto il doloroso complesso di cui soffrono. Vi è più facile intravvedere ora perché Padre de Foucauld ha voluto mettere i suoi Piccoli Fratelli in condizioni di vita che facilitassero la realizzazione di una tale amicizia.

…Io penso che sia apostolato lo spogliarsi e il restare volontariamente in una tale condizione di povertà da poter dimostrare con i fatti che è possibile un’amicizia vera, profonda, in parità con i più poveri» (ivi, 22- 23).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.