Passa al contenuto principale

Parla Adalgisa Manfrida, sarà strega Persepolis in Luna Nera

Quando si parla di streghe si evocano inevitabilmente le pagine inquietanti del periodo dell’Inquisizione, dell’ostracismo, della delazione, delle persecuzioni, dei processi sommari, delle condanne sui roghi, le ammissioni di colpa estorte con le torture, dell’isteria di massa e dell’oscuro clima di superstizione che ha contrassegnato la nostra storia di qualche secolo fa. Nella nostra civiltà occidentale, si parla di donne invise dalle loro comunità, calunniate, indicate come colpevoli di ogni nefandezza, creature sospese tra la carnalità terrena e il soprannaturale demoniaco in grado di compiere sortilegi e malefici, provocare catastrofi, seminare il male e determinare il destino di chiunque. Ed è proprio di streghe che si parlerà nella serie tv ‘Luna Nera’, in arrivo su Netflix Original Italiana, piattaforma streaming, nel 2020. La storia di quattro donne sospettate di stregoneria nel XVII secolo in Italia, è stata liberamente tratta dal libro ‘Le città perdute. Luna nera’ di Tiziana Triana in prossima uscita, e conta sulla regia di Francesca Comencini, Susanna Nicchiarelli e Paola Randi. Un evento atteso per la sua spettacolarità e originalità, per il suo carattere prettamente al femminile: donne che raccontano di donne, riesumando le tristi pagine della ‘caccia alle streghe’. In seguito alla morte di un neonato, Ade, una giovane levatrice di 16 anni, viene accusata di stregoneria e costretta a fuggire dal villaggio. Trova asilo presso una misteriosa comunità di donne accusate di praticare la magia nera… Ragione e irrazionalità, credenze e sospetti, mistero e intrigo: ecco i leitmotiv della serie tanto attesa, conclusa a luglio dopo il primo ciak dello scorso marzo.
Abbiamo intervistato in anteprima Adalgisa Manfrida, la giovane attrice che interpreta la strega Persepolis.

Vuoi raccontarci chi sei, Adalgisa?
Sono nata in Germania, a Stoccarda il 21 maggio del 1993 da papà Siciliano e da mamma Trentina. Sono la seconda di 4 figli. All’età di 3 anni con la mia famiglia mi sono trasferita in Sicilia, in provincia di Enna, dove sono cresciuta fino ai 12 anni. Dal 2006 ho vissuto in Trentino fino ai miei 19 anni, per poi trasferirmi a Roma per studiare recitazione e dove vivo tutt’ora. Ho frequentato il liceo classico e successivamente mi sono diplomata nel 2017 all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica Silvio D’Amico di Roma.

Qual è stato il momento in cui hai capito che recitare sarebbe stata la tua scelta esistenziale e professionale?
A 12 anni frequentai un corso di teatro a scuola. Le ore di prove al pomeriggio volavano, tornavo a casa continuando a ripetere tutte le battute. Lo spettacolo andò in scena all’anfiteatro greco di Morgantina, in Sicilia, alle 5 del pomeriggio. Ero paralizzata dalla paura, era pieno di gente, c’era la luce del giorno, non era buio come nel teatrino in cui provavamo, e potevo quindi vedere tutte quelle persone distintamente. Poi successe che la gente cominciò a ridere, a ridere quando entravo, a ridere di ciò che dicevo. Una vertigine. Il desiderio di quella paura e di quella vertigine non mi hanno ancora lasciato.

Che ruolo ha avuto la tua famiglia nelle scelte che hai fatto?
Quand’ero piccola, non avendo uno spazio dove provare con gli altri ragazzini lo spettacolo con cui saremmo dovuti andare in scena nel paesino nel quale abitavo, ci recavamo dell’officina di mio padre che è meccanico. Ogni sera alle 18, lui e mia madre svuotavano una parte di quel posto, pulivano, mettevano per terra dei cartoni ed ecco il palcoscenico che ci serviva. I miei genitori hanno sempre preso seriamente i miei sogni, tanto quanto me, e ciò mi ha permesso di non pensare mai che fossero stupidi o irrealizzabili.

Come è stata la tua formazione in Accademia?
Sono stati tre anni di duro lavoro, costantemente in bilico tra la sorpresa di ciò che potenzialmente e realmente si può essere e il timore del fallimento, anche nelle cose più stupide. Lavori ogni giorno su te stesso, i tuoi limiti ti appaiono in modo molto più evidente e bisogna riuscire a non scoraggiarsi, a continuare a lavorare, senza scuse, alibi e giustificazioni.

Cosa significa per una giovane come te, decidere di vivere da sola a Roma, studiare e lavorare? Quali sono state le criticità e quali gli aspetti positivi?
Avevo 19 anni e i soldi contati. Essere finalmente in una città che già inspiegabilmente amavo, senza nessuno che sapeva chi fossi e viceversa fu una vera gioia. Trovare un lavoro degno e onesto per mantenersi e pagarsi le lezioni, invece, è stato duro, tra datori di lavoro aggressivi, turni lunghissimi, paghe da fame, tremendo. Mi sembrava di soccombere in una realtà che non avevo previsto, ero piena di rabbia. In qualche modo quella frustrazione mi ha spinta a fare di tutto per uscirne, e ho puntato tutto sul provino in Accademia.

Quali sono le attitudini, le caratteristiche e i ‘talenti’ richiesti nella professione di attore?
Forse la capacità di ascoltare allo stesso tempo dentro e fuori di sé, di rispondere a questo ascolto con l’istinto, la spontaneità, la creatività, il corpo e l’intelligenza. Forse la capacità di farsi da parte, essere diverso da se stesso o forse, al contrario, essere perfettamente al centro di ciò che si è. Forse nessuna di queste cose. Ognuno è ciò che è, spinto alle volte da una grande forza per diventare altro, migliore, completo. Felice di potersi esprimere totalmente.

Quali le differenze tra recitazione in teatro, televisione e cinema?
Non credo che ci sia una differenza di sostanza nel lavoro dell’attore; ti è richiesto di fare, in fondo, la stessa cosa. Forse è diversa la gestione del lavoro e dei suoi tempi: a teatro provi per 4/5 settimane ogni singolo movimento, battuta, impari ad abitare ogni situazione e il suo spazio. Su un set è possibile che questo tempo non ci sia, che una scena venga costruita in quel momento e bisogna essere molto disponibili a cambiare ciò che si sta facendo da un momento all’altro.

Come sei arrivata alla scrittura, molto importante per la tua crescita e affermazione personale, nella nuova serie che uscirà i primi mesi del 2020 ‘Luna nera’? Puoi anticipare qualcosa? Che tipo di esperienza è stata?
“Luna Nera” è stata la mia prima esperienza sul set. Mi sono stupita per tante cose del tutto nuove per me, del fatto che si possa parlare pianissimo (a teatro non puoi farlo!), che basta l’accenno di uno sguardo, un sospiro. Il set è sempre stracolmo di persone che lavorano contemporaneamente, sorgono piccoli imprevisti in continuazione, a volte bisogna attendere diverse ore e diventa fondamentale imparare a gestire le proprie energie per non arrivare stanchi e deconcentrati.

Come vedi il tuo futuro professionale? In Italia o all’estero?
Il mio futuro professionale lo vedo ovunque ci sia la possibilità di migliorarmi, che sia l’Italia o l’estero non è importante. Ovviamente per un attore la lingua è fondamentale e io amo l’italiano, è la mia lingua, ma mi piacerebbe far parte di un progetto, sia teatrale che cinematografico anche all’estero.

Avremo occasione di seguire Adalgisa Manfrida, la strega Persepolis, nelle sue vicende movimentate, insieme ad Ade, Valente e Tebe, Leptis, Janara e molti altri personaggi che ci permetteranno un tuffo nel passato, ricordando che la strada dell’emancipazione della donna, la conquista della pari dignità di genere e il riconoscimento del suo contributo alla civiltà, è lastricata di vergognose parentesi.

Crisi di governo: meglio le elezioni di un altro pasticcio

Le cose non vengono per caso. Nello stesso giorno, mentre al Senato va in scena l’ultimo atto dell’ex governo del cambiamento, si chiude la lunga odissea della Open Arms con lo sbarco immediato degli ultimi novanta migranti. Naturalmente l’emergenza continua e c’è da chiedersi che ne sarà dei 356 imbarcati sulla Ocean Wiking e della feroce politica dei “porti chiusi” e della “sacra difesa dei confini” che ha rappresentato il fulcro della fortunata propaganda malpancista del dimissionario Ministro degli Interni. Qualcuno a sinistra ha una credibile politica alternativa per riaprire le porte alla immigrazione legale e impostare un serio confronto con gli altri stati europei? Io non riesco ancora a vederlo.
Mentre il mazzo di carte torna nelle mani del presidente Mattarella – e tutti si appellano alla sua sapienza e prudenza istituzionale – il commento unanime sui media è che questa volta Matteo Salvini abbia toppato, sbagliando clamorosamente i tempi e i toni e cacciandosi alla fine in un vicolo cieco. La prova ultima sarebbe il ritiro da parte della Lega della mozione di sfiducia presentata pochi giorni prima e l’estremo tentativo di una ricucitura con l’alleato pentastellato. “Fuori tempo massimo”, hanno risposto in coro gli esponenti del Movimento 5 stelle.
E’ quindi finita la grande ascesa di Salvini? Si romperà quell’incantesimo che ha permesso alla Lega di vincere una dopo l’altra le elezioni (europee, regionali, municipali) e di arrivare a sfiorare il 40% nei sondaggi? Basta guardare le piazze piene di folle acclamanti che in tutta la penisola accolgono il grande capo leghista per rendersi conto che Matteo Salvini non solo resterà in campo ma continuerà ad essere il protagonista indiscusso attorno a cui ruoterà la scena politica italiana. A maggior ragione se in autunno si tornerà a votare.
A meno che Mattarella… Non sono un esperto e nemmeno un indovino, ma l’unica alternativa alle elezioni anticipate sembra davvero poco praticabile. Diventa difficile pensare che da questa crisi al buio possa sortire un governo con un programma credibile e condiviso, capace di portare a termine la legislatura. Il governo giallo-rosso, la strana alleanza tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, pur sponsorizzata da Renzi e da Prodi, si presenta come un esercizio di acrobazia politica. Una soluzione ancora più complicata e pasticciata del passato governo giallo-verde
C’è in realtà un’unica vera ragione – che tutti sanno ma che nessuno dice, né il Pd né i 5 Stelle – che favorisce, almeno in teoria, la somma giallo-rossa e la formazione di un nuovo governo. Non è certo la vicina scadenza di una Finanziaria lacrime e sangue e il probabile e paventato aumento dell’Iva: perché, al di là dell’allarme generale, nessun partito ha una ricetta per uscire dal buco nero dei nostri conti in rosso. E non è nemmeno la conclamata volontà grillina di portare a termine l’iter per il taglio del numero dei parlamentari. L’unica cosa che oggi accomuna Pd e 5 Stelle è la paura delle elezioni anticipate; una paura matta (quasi una certezza) che la destra, e la Lega in particolare, capitalizzi il consenso degli ultimi mesi e faccia il pieno di voti.
Naturalmente Pd e 5 Stelle si dichiarano prontissimi al confronto elettorale. Giurano di non badare a interessi di bottega e di avere a cuore solo il bene del Paese. Ma queste sono cose che si devono dire, ritornelli che lasciano il tempo che trovano. La vera posta in gioco, la vera grande preoccupazione è impedire a Matteo Salvini di stravincere le elezioni anticipate e diventare Presidente del Consiglio.
Il tempi della crisi sono strettissimi e Mattarella ha giustamente una gran fretta. Se anche dovesse partire una trattativa tra Pd e 5 Stelle, non avranno a disposizione due mesi come quelli che servirono per scrivere il famigerato contratto tra Salvini e Di Maio. Se alla fine vincesse la grande paura (di perdere le elezioni anticipate) e si arrivasse comunque a un accordo giallo-rosso, c’è da scommettere che il nuovo governo sarà diviso e litigioso come o più di quello che lo ha preceduto. Con una prospettiva di vita molto breve.
Matteo Salvini è stato il coautore e il principale protagonista dello sciagurato governo giallo-verde, ma questa volta ha ragione. Piuttosto che un altro pasticcio, meglio le elezioni subito. Piuttosto che arrendersi alla paura, meglio affrontarsi in campo aperto.

DIARIO IN PUBBLICO
La quiete prima della tempesta ovvero notturno molto ‘itagliano’

Un silenzio surreale avvolge le file degli ombrelloni mentre da lontano si staglia il palco ‘dell’evento’ jovanottiano su cui si erge un immenso pupazzo e delle sfere che ricordano palle di gelato. L’avvio è previsto per le 16 mentre il discorso delle dimissioni di Conte alle 15, ma il mormorio eccitato anticipa alle 14 il bagno di folla (e di qualcosa d’altro). ‘Lui’ non apparirà che in tarda serata, ma prima si potrà fare di tutto e di più; come del resto promettono i politici in aula per le dimissioni Conte. Del popolo ‘itagliano’ non emerge che questa individuazione del caos come sublimità della natura tatuata italiana. I due Mattei si danno battaglia, l’uno col Vangelo e le parole di un santo papa mentre l’altro, il Renzi, sacrifica le offese personali a un dio laico che lo riporti i cima all’onda su cui vuole restare. Mi prende un lieve sentimento di nausea. Al supermercato afferro un bottiglia di ottimo Lagrein che avrebbe dovuto accompagnare gli spaghetti aglio, olio. Illuso. La commessa che mi conosce da anni e che sa della mia sobrietà delicatamente mi sottrae la bottiglia. Impossibile venderla per evitare d’introdurre nella zona rossa alcolici. Siamo alla farsa. Il guitto si farà i milioni sfruttando l’ingenuità del popolo bue così come milioni di cittadini aspetteranno di votare il dio del Papeete o qualcuno di quegli individui che ci governano. Spontaneo mi sovviene il titolo di un passo tratto dalla celeberrima opera del grande Eduardo De Filippo ‘Napoli milionaria’. Eccola nel commento dello stesso De Filippo

“Le offre una tazzina di caffè. Amalia accetta volentieri e guarda il marito con occhi interrogativi nei quali si legge una domanda angosciosa: ‘Come ci risaneremo? Come potremo ritornare quelli di una volta? Quando?’. Gennaro intuisce e risponde con il suo tono di pronta saggezza: ‘S’ha da aspettà, Ama’. Ha da passà ‘a nuttata”.”

Ce la faremo? Come Eduardo lasciamoci una nota di speranza e assolviamo i 25 mila qui al ‘Laido’ e i milioni di italiani che attendono.

La serata sta per chiudersi. Ho cenato al Bagno Onda Blu e da lontano, quasi un sussurro, arrivava ad ondate la musica del Giovanotto cosi come con la bocca ‘a cul de poule’ dei politici che uscivano dal Senato appariva, imbarazzo, timore, dispetto e ira. ‘A nuttata sta per passare. Che accadrà? Fra due giorni ci sveglieremo giallo-rossi? O no?

Impassibili i ‘pet’ assistono alle evoluzioni degli umani. Talvolta mi piacerebbe svegliarmi col pelo. Ma è un sogno: forse triste, naturalmente irrealizzabile.

In Italia cinquemila miliardi di euro in tasca ai privati, ma il divario fra ricchi e poveri aumenta

“Salario minimo proposto dal M5s? Prima viene il taglio delle tasse. Prima di ridistribuire bisogna crearla la ricchezza”.
Frase questa del Ministro Salvini che da buon padre di famiglia ammonisce i suoi compagni di governo sulla necessità di dover accumulare prima. Poi creare ricchezza e infine ridistribuire. Non fa una piega. Peccato però che uno Stato funzioni un po’ diversamente da una famiglia o da un’impresa per cui l’investimento può e deve essere fatto prima per creare sviluppo poi, assicurando nel contempo una equa ridistribuzione.
Ma seguiamo il suo ragionamento guardando ai dati e mettendoli in relazione alle sue parole partendo da una domanda: quanta ricchezza è necessaria per poter passare alla ridistribuzione?
A fine 2018 la ricchezza finanziaria privata nel mondo ha raggiunto i 206 trilioni di dollari, secondo l’ultimo report del Boston Consulting Group (Global Wealth 2019: Reigniting Radical Growth). L’Italia occupa la nona posizione tra le nazioni più ricche al mondo con ben 5 mila miliardi di dollari di ricchezza finanziaria personale (il che significa quasi il triplo del Pil attuale che è pari a circa 1.768 miliardi di euro). E il futuro appare roseo, visto che si prevede che tale ricchezza toccherà i 5,6mila miliardi di dollari nel 2023.
Qui si parla di ricchezza finanziaria, quindi se aggiungessimo anche la ricchezza mobiliare arriveremo ai fatidici 9.000 miliardi (euro più, euro meno) che diviso i 60.000.000 milioni di abitanti darebbero 150.000 euro a testa. Ovviamente sappiamo che non è così e nemmeno sarebbe giusto lo fosse. Infatti il punto è quello che abbiamo evidenziato prima e cioè: che livello di ricchezza serve per passare alla ridistribuzione (cioè mettere un po’ di danaro in giro per le imprese, fare opere pubbliche e assumere lavoratori e magari dare soldi sufficienti per i bisogni primari alle persone momentaneamente in difficoltà)?
La ricchezza è già tanta e continua a crescere insieme alle disuguaglianze. I milionari (chi ha ricchezze sopra il milione di dollari) sono 22 milioni su quasi 8 miliardi di esseri umani. In un anno sono aumentati del 2,1% e detengono il 50% della ricchezza finanziaria mondiale. In Italia ci sono 400 mila milionari, nel 2013 erano la metà, a dimostrazione che la ricchezza sta crescendo anche in Italia insieme alle disparità, visto che contemporaneamente sono aumentati anche i poveri.
A Salvini evidentemente non basta, avrà le sue ragioni e forse me le sono perse. Colpa mia, uso poco twitter e non vado in spiaggia dove c’è musica ad alto volume. Lui vorrà arrivare magari a 800 mila oppure a un milione di milionari attraverso una forte riduzione di tasse e maggior ordine pubblico che possa essere di supporto all’avvio di nuove attività imprenditoriali.
Del resto la Flat Tax era stata ipotizzata dal ‘grande amico del popolo’ Alan Friedman, ispiratore delle politiche popolari di Reagan e della Thatcher. Tassa che assicura risparmi di cento o mille euro alle classi medio-basse e qualche centinaia di migliaia o un milione di euro a quelle alte. E poi ci si attende che i beneficiari di cotanta generosità statale ricambino ricoprendo lo stivale italico di aziende e che assumano fino alla piena occupazione. Più o meno quello che non è successo quando siamo passati dalle 32 aliquote alle 5 di adesso che hanno visto l’aliquota più alta passare dal 72 al 43 percento.
Ma Salvini continua ad andare bene perché anche il Pd era ed è di destra, anche il Pd è neoliberista e predica l’accumulo prima della ridistribuzione e dell’investimento, gli equilibri di bilancio e le regole eterne del rifiuto del deficit. È storia odierna che i voti della Lega si sono incontrati con quelli del Pd e persino con quelli della Bonino. Tutti d’accordo contro i no del Movimento 5 Stelle. Quelli che forse vorrebbero cominciare a distribuire quanto già c’è.
In assenza di una sinistra abbastanza forte in questo mondo confuso sono gli unici a fare cose di sinistra con il reddito di cittadinanza, il salario minimo e il decreto dignità. Quindi distribuire e investire prima perché le persone possano spendere per rimettere in circolo l’economia e permettere allo Stato, oltretutto, di operare in fase anticiclica. L’unico dubbio che mi sfiora è che magari non sanno cosa stanno facendo e non so se questo possa assolverli dal governare seriamente.

AMBIENTE & BUSINESS – intervista esclusiva a Nicolai Lilin
Foreste in fiamme, quattro milioni di ettari inceneriti: in Siberia bruciano i polmoni dell’umanità

In Siberia si annega o si brucia: immagine contraddittoria ma tragicamente reale di un vasto territorio in ginocchio, di cui su stampa e Tg si parla troppo poco o si tace. La terribile alluvione del mese scorso e l’incendio che continua a imperversare attualmente offrono un panorama apocalittico di proporzioni vastissime e senza precedenti che riguarda le regioni siberiane di Krasnoyarsk, Irkutsk e la Yakuzia, tutto l’estremo Nordest della Russia.
Una catastrofe ambientale senza precedenti per estensione, virulenza e impatto sui delicati equilibri di quei territori, a cui si aggiungono anche le coste del mar Artico, la Groenlandia, il Canada e l’Alaska, dove si segnalano incendi e focolai. Una cortina di fuoco e fumo che invade il Nord del mondo, proprio quei Paesi freddi in cui è difficile immaginare un fronte ardente preoccupante. Cambiamenti climatici che vedono salire le temperature oltre i 30°, accompagnate da venti forti? Responsabilità umana legata a comportamenti dolosi e pratiche poco chiare?
Scorrono ipotesi, convinzioni, illazioni, chiavi di lettura differenti di questi fenomeni che chiedono chiarezza innanzitutto, risposte e spiegazioni accreditate e attendibili. Nella regione di Krasnoyarsk la popolazione ha dato vita in questi giorni a una grande manifestazione di protesta, chiedendo le dimissioni del governatore che aveva cinicamente dichiarato che “combattere gli incendi non è redditizio”.
Abbiamo raggiunto telefonicamente lo scrittore Nicolai Lilin, che in Siberia ha lasciato parenti, amici e un pezzo del suo cuore, impegnato quotidianamente a seguire a filo diretto ciò che accade nelle regioni colpite dalla devastazione con notizie di prima mano, trasmesse da coloro che stanno vivendo il dramma. “Le proporzioni dell’incendio sono impressionanti – racconta – le ricadute non sono solo ambientali ma anche sociali, umane, perché quelle foreste, tutte le foreste sono i polmoni dell’umanità. Le fiamme stanno trasformando il paesaggio in un enorme buco nero con pesanti conseguenze sull’habitat e la salute della gente di cui vedremo gli effetti. Siamo vicini ai 4 milioni di ettari spazzati via dal fuoco, destinati a crescere ogni giorno se non arginato e circoscritto. Un disastro sociale, economico e ambientale a cui non si sta dando voce in tutta la sua rilevanza nei media internazionali. Arrivano foto satellitari sempre più allarmanti e il vento che soffia è come un lanciafiamme che alimenta ulteriormente il rogo. Il fumo arriva fino in Alaska e Canada e la fuliggine viene trasportata dall’aria e raggiunge zone anche lontane centinaia di chilometri, come il Tatarstan, dove alla gente è consigliato di indossare mascherine. La resina degli alberi e la torba emettono esalazioni che si respirano; la torba, in particolare, per la sua conformazione conserva il calore e le braci e continua a covare e bruciare sottoterra.
Chiediamo a Lilin della gente, la sua gente, e lui racconta degli sforzi che i civili stanno facendo perché, fino qualche giorno fa dovevano contare solo sulle loro forze. “Si sono formate squadre di volontari locali che fanno del loro meglio, poco. Ivan, un mio amico, ha usato i suoi soldi e il suo mezzo agricolo per contrastare il fuoco e, insieme agli altri tentare di salvaguardare il villaggio. Inutilmente, perché è bruciato tutto. Le persone sono profondamente colpite, arrabbiate e impotenti davanti alle autorità locali che non intervengono. L’oro verde, il legname, che è un business enorme legale e sommerso, porta un indotto di 49 miliardi l’anno come esiti della vendita in Cina. E i treni carichi di tronchi non smettono di viaggiare. Nel frattempo, la gente è costretta ad abbandonare i luoghi in cui è sempre vissuta”.
Lilin specifica che i primi incendi sono divampati già a marzo e molte persone segnalarono il pericolo: “La Taiga è la loro vita, la loro casa, il loro sostentamento, il loro futuro. Ma che futuro può avere un territorio grande due volte il Belgio che arde perennemente e che avrà la prospettiva di ricrescere e ripopolarsi della fauna nell’arco di 100 anni? “Danni enormi alla flora e alla fauna, alla qualità di acqua e aria – ribadisce Lilin – Non si è parlato di numeri riguardanti vittime umane ma ci sono dispersi, persone scomparse, che sicuramente saranno andate incontro alla morte, date le circostanze. Solo in questi ultimi giorni il presidente Putin, in una riunione straordinaria, ha dato ordine di impegnare l’aeronautica militare per contrastare dall’alto le fiamme, e di inviare mezzi di terra per intervenire. Merito, forse, anche della mobilitazione sul web che ha attirato l’attenzione sulla drammatica situazione”.
“Non si sta togliendo futuro solo alla Taiga, ai suoi villaggi, alla gente che la popola da sempre in un rapporto ancestrale col territorio, alla sua potente foresta boreale, alla sua fauna costituita da lupi, orsi, linci, visoni: si sta togliendo futuro a tutti noi – conclude Lilin – con i cambiamenti del clima, l’incuria, l’indifferenza, il cinismo di chi predilige il business alla salvaguardia della vita”.

Augusto

racconto di Maurizio Olivari
foto di Giordano Tunioli

Nel paese di Augusto, abitato da appena 1457 anime, non esisteva il cimitero e quando qualcuno passava all’altro mondo lo portavano in un paese distante circa quindici chilometri. Una distanza che pareva immensa perché bisognava percorrere una strada in parte sterrata che scendeva verso valle con pendenze, in certi punti, anche del dodici per cento.
A scendere tutti i santi aiutano, dicevano i vecchi del paese, ma quando si deve risalire, con la bicicletta o a piedi, tutto diventa più difficile.
Almeno una volta al mese si sentiva la necessità di andare a trovare i propri defunti e per gli abitanti che stavano invecchiando diventava un problema.
Augusto in paese era una istituzione. La delegazione comunale lo aveva impiegato fin da giovanissimo come messo, come postino, come operatore ecologico, come attacchino e come unico collaboratore del capo delegazione, che era il proprietario dell’unico negozio della borgata dove si vendevano generi alimentari e, una volta al mese, pesce fresco. In un’ala del negozio c’era anche un piccolo reparto di merceria, stoffe, alcune anche di buona fattura, filo e bottoni, articoli di ferramenta e i giornali quando arrivavano.
Augusto, sul problema del cimitero lontano, ascoltava con pazienza le lamentele dei suoi compaesani. Un giorno decise di fare una raccolta di firme per avere in paese un cimitero tutto per loro. Domande in carta bollata, preventivi di spesa, richieste di autorizzazioni agli enti preposti.
Dopo mesi finalmente, Augusto, nelle vesti di postino, consegnò al capo delegazione la busta del Comune e restò in attesa di sapere dal suo capo l’esito dell’autorizzazione alla costruzione del cimitero. Dopo la lettura di decine di comma e citazioni di articoli di legge, l’ultima riga recitava: Visto ecc… ecc… si respinge la richiesta.
Non rimaneva che dare la notizia ai suoi compaesani, deciso comunque a trovare una soluzione che potesse almeno soddisfare le persone più anziane.
Augusto aveva perso i genitori quando era ancora bambino e praticamente era stato adottato dalle famiglie del piccolo paese e anche per questo sentiva il bisogno di aiutare quegli anziani che praticamente gli avevano fatto da genitori.
Con i suoi cinquant’anni trascorsi tutti al paese, aveva conosciuto molti dei defunti e prese una decisione importante per il bene di tutti. Una volta la settimana sarebbe andato al cimitero del comune vicino a portare fiori e dire preghiere sulle tombe, in nome e per conto dei parenti che non potevano andare.
Si segnò i nomi dei defunti, chiese ai parenti quali fiori portare e quali preghiere recitare tra ‘Ave Maria’ e ‘Padre Nostro’.
L’inizio della sua missione non fu molto impegnativo: dovette soddisfare solo quattro richieste, cioè dieci garofani, tre Ave Maria e un Padre Nostro.
Raggiunto il cimitero in motorino, iniziò il rito cominciando dalla tomba dei suoi genitori per poi passare a quelle dei suoi compaesani. La prima tomba fu quella di Ulderico Passatori, morto nel 1945 durante la guerra di liberazione. Era uno dei partigiani nascosti nelle montagne e pronti all’azione per liberare il paese dai tedeschi. Un giorno ebbe notizia che alcuni tedeschi si erano accampati proprio nel suo podere e, mosso dal timore che insidiassero la sua famiglia, lasciò il nascondiglio e scese da solo in paese deciso ad affrontarli. Era già nei pressi di casa sua quando moglie e figlia lo videro e gli corsero incontro per impedirgli di trovarsi di fronte ai tedeschi. Ma le due donne non riuscirono a fermarlo, affrontò i militari spavaldo e armi in pugno, e venne freddato quasi subito dai colpi di una mitragliatrice.
La vedova, ora molto anziana, non era mai riuscita a superare la perdita del marito e a distanza di tanti anni continuava a pensare ai tedeschi con odio sussurrando “maledetti”. Per lui un garofano rosso e un ‘Padre Nostro’.
La seconda tomba fu quella di Giuseppina, e lì non riuscì a trattenere la commozione. Era stata la sua amica del cuore, la compagna di studio e di gioco. Da bambini amavano salire su in collina e attraversare il bosco raccogliendo mazzolini di fiori da portare a casa. Un giorno, mentre si trovavano in un tratto impervio della collina, Giuseppina vide uno splendido fiore giallo e blu, magicamente spuntato nella parete rocciosa che scendeva a picco nel burrone. “Lo prendo io!” disse la ragazzina con slancio. “Attenta, non sporgerti tanto” ammonì Augusto.
Fu un attimo: Giuseppina scivolò e gridò, Augusto con un balzo riuscì ad afferrarle un braccio tenendosi aggrappato a un ramo. Ma era impossibile per un ragazzino mantenere le due prese, lei urlava terrorizzata mentre la sua mano lentamente si staccava da quella di lui. Volò per almeno una trentina di metri, sotto lo sguardo impotente e disperato di Augusto.
Sopra quella lapide rivisse ogni attimo di quella tragedia che non aveva mai dimenticato, sentendosi in qualche modo in colpa per non essere stato abbastanza forte da salvarla. Per lei un garofano rosa e una ‘Ave Maria’.
La terza tomba fu quella di Giorgio il fornaio. Per Augusto il fornaio era stato quasi un secondo padre. Tutte le mattine lo accoglieva in negozio con una tazza di latte in cui inzuppare una pagnotta appena sfornata, e gli passava un dolce da portare a scuola come merenda. Augusto ricambiava la cortesia con sincera gratitudine e si prodigava aiutandolo nelle ore libere e consegnando per suo conto il pane a domicilio.
Ma il destino aveva colpito Giorgio negli affetti più cari: la nascita di una figlia ritardata e la perdita precoce della moglie lo avevano costretto ad affidare la bambina a un istituto. Per questo Giorgio aveva perso il sorriso. Ogni giorno che passava il fornaio si intristiva sempre di più e nemmeno l’allegra presenza del piccolo Augusto lo consolava granché. Una mattina il forno rimase chiuso, porta e finestre erano sbarrate. Passò poco tempo e lo trovarono appeso a una trave del retrobottega con una corda stretta attorno al collo. In un biglietto a terra chiedeva scusa per il suo gesto e lasciava un saluto per Augusto, con la preghiera di andare qualche volta a trovare la figlia all’istituto. Augusto mantenne l’impegno andando a trovarla ogni mese. Nel piccolo vaso sulla tomba depose un garofano giallo recitando un ‘Padre Nostro’.
La quarta ed ultima tomba fu quella della nonnina del paese, una ultracentenaria che se n’era andata da questo mondo il giorno dopo il suo centoquattresimo compleanno, per il quale avevano fatto una grande festa, donandole un grande mazzo di fiori e una bella pergamena incorniciata con gli auguri di tutti.
La chiamavano nonna sorriso, perché quando incontrava le persone, regalava sempre una parola buona e talvolta una battuta spiritosa ridendo di gusto. Sul letto di morte, il suo viso aveva un’espressione serena, come era stata in tutta la sua vita. Augusto guardò la sua foto sulla lapide e la salutò con un bacio, poi posò delle margherite, i suoi fiori preferiti, e questa volta non pregò affatto. La nonnina infatti diceva sempre di non pregare per essere aiutati ma di aiutarsi da soli pensando con ottimismo, o qualcosa del genere.
Augusto e i suoi compaesani erano soddisfatti di questa idea. Tutte le settimane, per tutto l’anno, le sue trasferte al cimitero del paese vicino erano state puntuali e senza imprevisti.
Un giorno di pieno inverno, aveva nevicato e le strade erano impraticabili. Doveva essere il giorno di visita al cimitero ma tutti quanti in paese sconsigliarono Augusto di partire. “Troppo pericoloso scendere con il motorino oggi… andrai la prossima settimana!” gli dissero.
Augusto non ne volle sapere, prese i fiori e andò.
Giunse ben presto la sera e Augusto non era ancora tornato. Così, qualcuno in paese cominciò a preoccuparsi.
Il mattino seguente decisero di cercarlo, alcuni a valle, altri in cima verso il bosco. Vicino a un dirupo trovarono il motorino e più sotto, in mezzo alle rocce, il corpo senza vita di Augusto. Era proprio il punto dove tanti anni prima era caduta Giuseppina. “Era destino” disse qualcuno.
Tutti chiesero e ottennero di non seppellirlo nel cimitero del paese vicino ma dove aveva sempre vissuto. Alle porte del borgo, in un fazzoletto di terra sotto un grande acero, con una piccola lapide di marmo bianco e la scritta “Qui riposa uno di noi, accanto a noi”.

PER CERTI VERSI
Ai fenicotteri in volo

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

AI FENICOTTERI IN VOLO

Una nuvola rosa passeggia nel cielo
Bassa
Sopra il dorso del mare
Scivola
Quasi sembra volare
E questa fantasia di cipria
Sul volto sbarbato del vento
Il sole esalta
Come un fiore
Fatto di un bosco di petali
Le parole si sgonfiano nell’inseguire tale bellezza
Perdono fiato e luce
Mentre la nuvola passa
E smarrisce il suo smalto
Che vola lontano
Un fiore
Di cespi di petali
La cipria
Di Venere
Questi uccelli che compatti volano simulando i tramonti

DIARIO IN PUBBLICO
Ritorni: le cronache dal… L(a)ido

“Spesso la noia di vivere ho provato. Era il lamento del gabbiano sopra la casa e il degrado del Laido abbandonato”.

Per dare dignità (?) pseudo letteraria alle mie sempre più insofferenti calate marine al Lido/Laido degli Estensi mi affido al Poeta ricordando con estrema nostalgia gli anni felici al Forte dei Marmi quando Eusebio/Montale soggiornava all’“Alpe Mare” e noi si viveva in collina. Unico legame tra le due villeggiature marine là il Bagno Blu di Marina di Pietrasanta, qui l’“Onda Blu” .

Arriviamo stremati, carichi di bagagli e di libri, sollecitamente aiutati dai nostri ‘scudieri’. Mi aspetta il sacrario canoviano di stampe e oggetti trasferiti da Firenze e da Bassano del Grappa a cui aggiungo il poster dell’ultima conferenza tenuta assieme all’amico carissimo Andrea Emiliani per la presentazione del suo fondamentale volume Opere d’arte prese in Italia nel corso della Campagna napoleonica 1796-1814 e riprese da Antonio Canova nel 1815 (Carta Bianca, 2018). Un altro pezzo importante della mia vita che se ne è andato con la scomparsa dell’amico e Maestro.

Lento pede mi dirigo al bagno costeggiando i ruderi di un hotel un tempo glorioso, ‘La conca del Lido’; sul muro perimetrale a caratteri colossali s’inneggia all’organo femminile “W la f…” che campeggia orgogliosamente come se fossimo in qualsiasi periferia degradata dell’Italia di oggi. Buche nella strada sconnessa ti accompagnano fino al supermercato che si sa ormai rappresenta il luogo per eccellenza degli ‘itagliani’. Incuranti e sprezzanti delle esigenze del turismo a luglio avanzato si decide di rifare marciapiedi e strade e di rinnovare la rete idrica; così l’ultimo tratto della nostra via risulta ancora impercorribile per lavori e dall’alto il gabbiano detta il ritmo del lavoro con urla scomposte e, come direbbero i pronipoti che debbono percorrere la strada per arrivare al paradiso dei giornalini, grandina cacca sui passanti. Di conseguenza corro a comprare un telo per proteggere la macchina che installato alle ore 13 alle 17 è già stato rubato. La gelida poliziotta a cui telefono mi dice, incisiva, che è assolutamente proibito coprire le macchine sul suolo pubblico ma solo su quello privato; tuttavia, al massimo, ci avrebbero fatto la multa, ma rubare il telone, no! Quello no. Tremante ringrazio e mi propongo di dare lavoro ai lava macchine che puliranno il prodotto escrementizio dei gabbiani.

Sui viali in attesa dello smantellamento della ‘folie’ inventata anni fa da una celebre archistar bolognese è tutto un fiorire di cartelli: ‘vendesi’, ‘affittasi’. La notte, un lugubre silenzio sovrasta il centro nemmeno più interrotto da qualche spettacolino da ‘café chantant’ e allora il cuore si scioglie e mi ritrovo a rimpiangere il Lido d’antan. Le serate al cinema o a sentire qualche cantante famoso, quasi fossimo in un romanzo di Bassani. Alla storia non si può sfuggire specie se si era un giovane intellettualino allevato in Toscana ma sempre con le radici saldamente ancorata alla città dalle cento meraviglie. Molti mi rimproverano e mi domandano “ ma perché ci vai”? E non regge la scusa evidente di evitare l’afa della città, per un’afa altrettanto potente del mare. Al bagno, imbarazzatissimi, mi dicono che è proibito recarsi in bicicletta fino all’ultima fila di ombrelloni, un percorso di circa 4/500 metri, perciò mi si offre un ombrellone appena fuori lo stabilimento dove il mare s’intravvede in lontananza: Faute de mieux, in mancanza di meglio, accetto la situazione addolcita dall’idea che l’anno prossimo si attrezzeranno con carretti semoventi per la gioia dei diversamente giovani. Il mio amico, il bagnino Luca, laureando in filosofia del linguaggio, capitano, mi pare, della squadra di hockey, mi sorride tra l’arruffìo della barba bionda, pronto a segnare l’ultimo libro che sto leggendo. Mi offro di prestarglielo, ma lui sorride e mi confessa che i libri li vuole avere. Bravoooooo!

Siamo circondati da campi di Beach Volley dove ragazzetti decenni giocano tra una imprecazione e talvolta una bestemmia amorosamente accuditi da parenti e amici.

Sorge allora la nostalgia delle vacanze montane Mi sveglio la mattina con l’odore penetrante dei tigli che mi ricorda tempi felici e mestamente ritorno al presente e l’addio all’amatissima Sterzing- Vipiteno. Qui per undici giorni si svolge l’Orfeo Music Festival 2019, la manifestazione che porta a Vipiteno straordinari musicisti, direttori d’orchestra, cantanti, virtuosi di strumenti, quattro direttamente dal Bolshoi, che insegnano a selezionati giovani. Poi- meraviglie delle meraviglie- due volte al giorno un concerto gratuito nella sala del Municipio e dopo quello del pomeriggio, il ritorno in hotel sul calessino trainato dai miei ragazzi-cavalli, Poldo e Paghira.

Così si consumano i ritorni mentre sulla spiaggia infuocata risuona mestamente la domanda: “ma il sindaco di Comacchio che fa?”

Silentium.

Monti, Cottarelli, l’austerità, le partite correnti, il lavoro e la movida ferrarese.

“Well, we are gaining a better position in terms of competitiveness because of the structural reforms. We’re actually destroying domestic demand through fiscal consolidation. Hence, there has to be a demand operation through Europe, a demand expansion.
As you pointed out, most clearly, we, for example, in Italy, are having problems because we have achieved very good fiscal results, but will they really be sustainable in the longer term unless the dominator, GDP, increases through growth.”
È la trascrizione di una famosa intervista della Cnn a Mario Monti avvenuta il 20 maggio 2012. E’ stata usata dai sovranisti per dimostrare che l’allora Presidente del Consiglio si vantava demoniacamente di aver distrutto la domanda interna ma anche dai difensori dell’austerity per dimostrare che i sovranisti distorcevano a propri fini le sue parole. Come sempre tutto e il contrario di tutto, motivo per cui l’ho riproposta in originale e senza traduzione. Ma cosa vuol dire distruggere la domanda interna?
La questione diventa importante perché il 9 luglio scorso Carlo Cottarelli, in uno degli articoli periodici sulle pagine dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani di cui è presidente, ha messo giù delle riflessioni davvero interessanti, e che al netto delle interpretazioni del testo di cui sopra, si riallacciano necessariamente, e suo malgrado, a quelle parole.
La domanda interna, o domanda aggregata, in macro economia rappresenta la capacità di spesa di un paese. Ed è ovvio che se un paese è in salute spende di più, sia dal lato della spesa pubblica sia dal lato della spesa privata. Un po’ un termometro all’incontrario, quando il mercurio va su vuol dire che il paese spende e sta bene, quando cala il paese spende poco e sta male. Il mercurio, in questo caso, è l’inflazione. Un po’ di inflazione rappresenta la ripresa in atto e, come dice il prof. Sapelli economista e docente all’Università degli Studi di Milano, il 2% previsto dai Trattati europei non è ancora inflazione.
Nel 2012 venivamo da due momenti di crisi, il 2008 e il 2011, che avevano piegato l’Italia, la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e la Spagna in particolare ma un po’ la maggioranza dei paesi industrializzati. Gli Usa, la Gran Bretagna ed il Giappone ad esempio. Ma mentre proprio questi ultimi tre intraprendevano subito la via della monetizzazione dei debiti pubblici per aumentare il denaro in circolazione e quindi la capacità di spesa dei loro cittadini e a tutela delle loro imprese, a noi veniva imposta l’austerità e la conseguente “distruzione della domanda interna”.
Il motivo principale della differenza tra le due risposte alla crisi stava nel fatto che in quei paesi c’era coincidenza tra l’autorità monetaria con l’autorità fiscale (cioè esisteva ed esiste un minimo di controllo da parte del Tesoro sulle banche centrali). Nei 19 paesi dell’eurozona invece non esistono più queste relazioni istituzionali. Di conseguenza per avere tale stimolo si è dovuto aspettare il 2015 e il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi.
In eurozona comunque ci si è arrangiati e si è proceduto all’italiana proprio mentre l’Italia decideva di germanizzarsi e quindi si decideva il rispetto dei parametri mentre gli altri come Irlanda, Francia, Spagna e persino Germania baravano alla luce del sole. Gli uni spendendo in deficit fino al 33,1%, gli altri eccedendo sulla quota permessa di surplus della bilancia commerciale. Chiaramente nessuno è stato mai multato dalla solerte Commissione europea mentre lo si voleva fare quest’anno all’Italia che, come si vede, ha sforato meno di tutti e per soli tre anni il fatidico 3%.

Dunque, in piena crisi, Monti doveva scegliere se fare tanto deficit come stavano facendo gli altri colleghi dell’eurozona oppure “distruggere la domanda interna”. Non aveva le possibilità del Giappone, della Gran Bretagna o degli Usa ovvero decidere autonomamente politiche monetarie, non poteva agire sul cambio e non poteva nemmeno fare politiche fiscali accomodanti.
Quindi scelta obbligata a carico dei cittadini. Il problema fondamentale in quel momento era il riequilibrio delle partite correnti, cioè avere un risultato positivo nel rapporto tra import ed export. I paesi del mondo, tranne i 19 dell’eurozona, hanno gli strumenti propri e legittimi della politica economica per poterlo fare (cambio, banca centrale, politica fiscale), e questo gli ha permesso di operare per aumentare la domanda interna. Il contrario di quello che abbiamo fatto noi, costretti a “distruggerla”.
Distruggere la domanda interna vuol dire limitare il credito alle aziende, tenere gli stipendi bassi, poter licenziare più facilmente. Tenere una disoccupazione “strutturale” abbastanza alta in modo da poter contrattare al ribasso sui salari e sui diritti dei lavoratori. Basta guardarsi indietro dal 2012 e osservare cosa hanno fatto dopo Monti i governi Letta, Renzi e Gentiloni per una plastica dimostrazione di quanto appena scritto.
L’operazione riuscì perfettamente e siamo passati da un deficit di bilancia commerciale di 68 miliardi di dollari nel 2011 ad un surplus di 51 miliardi nel 2018.

Tutti gli economisti e i politici del mainstream ad elogiare questa crescita e il nuovo miracolo italiano. L’export come soluzione a tutte le crisi, anche se la maggioranza della popolazione, in considerazione dell’aumento del numero dei poveri, dei disoccupati e dei salari fermi ai livelli della fine degli anni Novanta sembrava non accorgersene. Ma si sa, gli italiani sono distratti e sarà per questo che paghiamo Cottarelli, per ricordarci cosa ricordare.

Detto questo, cosa aggiunge Cottarelli con il suo articolo? Ebbene, come a dimenticare tutto quello successo dal 2012 ad oggi e soprattutto che i risultati ottenuti sono dovuti alle scelte fatte da coloro che lo sostengono e che lui sostiene, ci informa che i nostri attuali avanzi sulla bilancia commerciale sono in realtà una specie di fake news. Questo perché se dal 2008 i salari avessero seguito un normale trend di crescita e quindi gli italiani avessero continuato a comprare almeno quanto erano soliti comprare fino al 2008, ed ovviamente se lo Stato avesse seguito lo stesso trend di spesa, non avremmo l’attuale avanzo di bilancio tra import ed export.
Il surplus della bilancia commerciale e quindi l’avanzo delle esportazioni rispetto alle importazioni è dovuto piuttosto che alle buone capacità delle nostre aziende esportatrici, al fatto che agli italiani era stata sottratta la capacità di spendere e quindi acquistavano meno prodotti italiani e tanto più meno prodotti stranieri.
Insomma per aggiustare un bilancio si è distrutto un pezzo di vita reale. Per noi niente di nuovo sotto le stelle ma per i Cottarelli una nuova storia distorta da vendere al popolo ignorante (nel senso che ignora).
In perfetta lingua orwelliana si lamenta del fatto che l’aumento dell’export è dovuto alla nostra mancanza di capacità di spesa, piuttosto che ad un reale aumento delle esportazioni. Abbiamo un surplus perché sono diminuite le importazioni, e solo per questo. Sembra quasi che per l’ennesima volta la colpa sia nostra, o del tempo che è cambiato e si sta mettendo al brutto. Chi può controllare del resto il cambiamento del tempo? Tutto per far dimenticare che in economia succedono invece cose prevedibili, che dipendono dalle politiche economiche messe in atto che a loro volta dipendono dalle teorie economiche che le supporta. Quello che sta succedendo è solo la logica conseguenza della scelta di tutelare tutto tranne i cittadini e i lavoratori.
La giusta analisi dovrebbe appunto prendere in considerazione le politiche economiche messe in atto dall’era Monti e portate poi avanti dai governi di sinistra che si sono succeduti fino a Gentiloni. Ci si è piegati alle logiche austere volute dall’Europa della finanza e degli speculatori che vogliono una banca centrale autonoma e che non solo ogni paese faccia da se in caso di crisi ma lo faccia senza utilizzare gli strumenti propri della macroeconomia, che sono cambio e politica fiscale. Una mission impossible, dunque.
Chi ha ancora a disposizione questi strumenti ha ottenuto i seguenti risultati nel 2018 sul piano della disoccupazione: Usa 3,9% (nel 2010 era 9.6%), Uk 4% (nel 2010 era 7,8%), Giappone 2,4% (nel 2010 era 5%).
È andata bene anche a chi ha speso a deficit nei 19 paesi dell’eurozona preferendo tutelare i propri cittadini piuttosto che i parametri (forse non hanno il Pd): Irlanda 5,7% (nel 2010 era 14,5%), Spagna 15,3% (nel 2010 era 19,9%); Francia 9,1% (nel 2010 era 8,9%); Portogallo 7% (10,8%); Belgio 5,9% (nel 2010 era 8,3%); Olanda 3,8% (nel 2010 era 5%)
Insomma tutti hanno diminuito la percentuale di disoccupazione, la Francia più o meno stabile, l’Italia peggiora. Di seguito graficamente la situazione

L’analisi dovrebbe tener conto del perché questo è successo, e non si dovrebbe prescindere dal confronto con gli altri paesi e sul fatto conseguenziale che questi hanno potuto mettere in campo strumenti che noi abbiamo deciso di non utilizzare sacrificandoli sull’altare… di cosa?
Cottarelli cercando di dire altro e sviare come al solito l’attenzione, non fa che confermare che la politica dell’austerità non ha fatto bene al paese e quindi che chi ne ha fatto una fede ha sbagliato e ha trascinato l’Italia alle soglie del baratro. La tutela della domanda interna, sinonimo di benessere soprattutto per le classi medie e basse, dovrebbe essere la bandiera della sinistra ma è stata invece lasciata in mano alla Lega e ai 5s mentre Cottarelli e l’Osservatorio Cpi oggi attentano ancora alla memoria storica.
La sinistra dopo aver perpetrato all’infinito le ricette sbagliate di Monti si è inventata Cottarelli e Fazio, la difesa dei migranti e della movida ferrarese, tralasciando le istanze di giustizia sociale e di difesa della Costituzione, quindi del credito, dell’uguaglianza e dei confini nazionali, ultimo baluardo al movimento del capitale e della finanza speculativa.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La scuola delle carenze

Grande disadattata per Bruno Ciari, classista per i ragazzi di Barbiana, nel corso di mezzo secolo la nostra scuola da fabbrica di esclusione sociale si è mutata in apparato di emarginazione culturale.
Non adatta né al recupero sociale né alla compensazione degli svantaggi, non utile, in definitiva, ad assolvere al dettato costituzionale di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.
Del resto l’insipienza politica che in questi decenni ha accompagno la questione dell’istruzione nel nostro paese non poteva che condurre qui, forse dobbiamo ringraziare i nostri insegnanti se non è accaduto di peggio.
Una scuola a disagio di fronte al disagio dei giovani. Una scuola malata che non cura i malati, una scuola sanatorio, considerate le percentuali con le quali si moltiplicano alunne e alunni con disturbi specifici dell’apprendimento dalla primaria alle superiori.
Se gli ospedali non funzionano, non sono i pazienti che hanno sbagliato ad ammalarsi, eventualmente è il sistema che deve essere in grado di correggersi. Più preparazione professionale, più strutture, più ricerca, e soprattutto più risorse che consentano di mettere in opera tutto questo.
Così, se l’Invalsi, l’istituto nazionale che si occupa di monitorare l’andamento dell’istruzione, continua a verificare che non tutte le ciambelle escono con il buco, anzi i processi sono in netto peggioramento, non è che dobbiamo cambiare le nostre ragazze e i nostri ragazzi, che sono quello che sono, ma, con ogni evidenza, sarà necessario capire cosa non va nella pratica dell’insegnamento-apprendimento. Non è che la cosa è nuova, neppure di ieri o dell’altro ieri, è da tempo che i segnali si manifestano e gli appelli si sprecano.
Solo due anni fa, ad esempio, fece scalpore l’allarme lanciato da 600 docenti universitari che, con lettera indirizzata al governo, sollecitavano interventi urgenti per rimediare alle carenze con cui gli studenti escono dalle nostre scuole. Da allora: silenzio.
La novità di quest’anno non fa che peggiorare il quadro. Per la prima volta l’Invalsi ha testato gli studenti al termine delle scuole superiori. Ne è uscita la prova provata che non solo il sistema non funziona a conclusione del primo ciclo di istruzione, ma che la situazione resta invariata, se non più grave, anche alla fine del secondo ciclo. Le carenze accumulate a tredici anni sono le stesse a diciotto.
Di cure e di medici al capezzale non se ne vedono. I cerusici in giro pare che siano più propensi all’ignoranza che all’istruzione. C’è chi sostiene che la scuola non funziona perché non è più quella di prima, dimenticando, o sottacendo, che quella di prima era la scuola di Dio, Patria e Famiglia. Qualcuno invoca il ritorno all’uso dei grembiuli, qualcun altro pensa che tutto si possa risolvere con l’autonomia regionale differenziata.
Le responsabilità, accompagnate all’inettitudine politica, sono gravissime. Da un ministro all’altro la situazione della scuola nazionale è andata via via sempre più deteriorandosi e la crescita del debito pubblico ha ridotto all’osso le risorse da destinare all’istruzione di giovani e adulti. Del resto i voti si prendono promettendo meno tasse anziché più istruzione.
Il quadro è presto fatto, crescono la dispersione scolastica e la generazione neet, le competenze linguistiche e matematiche degli adulti italiani sono tra le più basse dei paesi Ocse, oltre un terzo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi giungono al compimento del loro ciclo di studi con gravi carenze in lettura, matematica e inglese in un paese sempre più divaricato tra nord e sud.
Il modo ci sarebbe per uscire da questa situazione: ripensare tutto il sistema dell’istruzione in chiave di apprendimento permanente e coinvolgere gli insegnanti a partire dalla loro formazione. Nessuna rivoluzione scolastica oggi può prescindere da queste condizioni.
Nulla di particolarmente nuovo. È tempo, almeno venticinque anni, che a casa nostra, tra varie distrazioni, ce lo andiamo ripetendo. Ma nella continua inerzia.
Non servono più molti discorsi, ciò che è veramente necessario è cambiare l’idea novecentesca dell’istruzione, rivelatasi ormai ampiamente inadeguata e soprattutto convincersi che occorre puntare sulla selezione, sul protagonismo e sulla valorizzazione degli insegnanti, perché solo loro che lavorano dentro alla scuola la possono salvare.
Non c’è riforma che possa cambiare l’istruzione, se non la professionalità e la passione di chi ogni giorno incrocia gli occhi delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. Insegnanti che di queste doti ne hanno da vendere ce ne sono in giro per le aule del nostro paese, basterebbe darsi da fare a cercarli, a riconoscerli e a chiedere il loro aiuto. Ma, per favore, evitiamo di lasciar sproloquiare i soliti soloni.

PER CERTI VERSI
Amori e figli

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

DALLA FINESTRA

E tu che sbirci
Dalla finestra
La mia coscienza nuda
Passeggiare
Tra le cimase
Hai sempre una mano
Per il mio dolore
Ingordo e bruciante
Che lo raffredda
Lo scolpisce
In un attimo
Senza crepe
Sorriso di spuma
Ferite e unguenti
Così si placa
E diventa amore

L’ABBRACCIO

Figlio mio
È stato l’abbraccio più bello da quando sei nato
Quello che all’alba mi hai dato
Con tanta energia
Avendo capito tutto
Con le tue poche parole
Di coraggio di presa con la vita
Non lo dimenticherò mai
Questo amore così secco
Così profondo

PER CERTI VERSI
Campi di grano

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

Trebbiano il frumento
È come se la campagna voltasse pagina
Cambiasse argomento
Rimangono i malgoni per qualche tempo
Poi la prima aratura
Parlerà nel caldo con voce d’autunno
Sarà già sera
Quando le nostre labbra si cuciranno il nostro silenzio
Come abbandono
E le braccia
Vorranno la loro parte di fede
Che ci siamo
Che esistiamo

La polvere è giallognola quasi ocra nel vento teso da oriente
Stanno ancora trebbiando
Alla metà dell’anno quasi in incognita nella campagna senza uomini senza donne chissà dove sono
L’autista mi saluta
Gli ho sorriso
Segretamente sappiamo entrambi che una volta era una festa era un rito
Un airone s’invola dal suo nascondiglio
Sento un nodo alla gola
Mi vengono incontro i miei morti
Come un passeggio
E sento le voci
Ancora una volta
Raccontare in dialetto la fatica il sudore la polvere la festa il vino della trebbiatura
Non esiste assolutamente più nulla di ciò
Solo noi mia dolce amata
Abbiamo fatto in tempo a trattenere il margine prima che la pagina venisse voltata
Per sempre

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La confraternita del rosario

Pare che non ci sia nessuna remora ad esibire rosari al collo e medagliette di Maria ausiliatrice da parte dei giornalisti della Tv nazionale. È del tutto normale, sta nella libertà che ognuno ha d’acconciarsi, specie se fervente cattolico. Ciò significa che per il futuro vedremo giornalisti esibire in diretta televisiva cordigli e scapolari dei terz’ordini francescani e carmelitani, le icone delle loro appartenenze sociali, politiche e religiose, come forme di identità e coerenza, attraverso la testimonianza coraggiosa della propria fede e delle proprie convinzioni. Il sovranismo politico si accompagna al sovranismo delle proprie appartenenze. Attendiamo i Pastafariani con il colino in testa. Evidentemente non siamo un paese laico, siamo molto di più, un paese pluralista e multiculturale, dove ognuno è libero di esibire le insegne della propria tribù.
La fede come garanzia dell’autenticità delle proprie radici. I crocifissi con i Cristi sempre più agonizzanti e sanguinolenti da esporre come sulle barricate in tutti i luoghi pubblici dalle scuole agli ospedali, dalle dogane agli aeroporti. Non è l’avvento dell’oscurantismo, al contrario è l’apertura alla pluralità delle tradizioni, delle culture e delle sensibilità.
Presto in tv vedremo giornaliste in chador leggere le notizie, oltre ai quotidiani ragguagli sul verbo e sui viaggi del pontefice, avremo informazioni anche sul grande rabbinato di Israele e sull’Imam capo della comunità islamica, sulle chiese Avventiste, Metodiste e Ortodosse.
Sono i segni e le loro significazioni che storicamente fanno la cultura dell’uomo e i segni, come la parola, sono i mediatori della comunicazione, che se passa per la televisione pubblica non è più privata, non riguarda più soltanto le identità personali, il proprio vissuto, riguarda la storia di tutti.
La corona del rosario si accompagna alla preghiera a carattere litanico, alle Confraternite del Santo Rosario istituite dall’ordine dei frati predicatori per via che la Madonna apparve al loro fondatore, raccontano, san Domenico, facendogli dono del rosario. La vicenda è narrata dal ciclo di tutte le Madonne del rosario che si trovano raffigurate un po’ in tutte le chiese.
Siamo alla gratuita esibizione di un atto di culto, di una pratica devozionale, all’ostentazione della preghiera e del proprio bigottismo, che non c’entrano nulla con il lavoro e la deontologia professionale di un giornalista del servizio pubblico.
Se il crocifisso viene rivendicato come simbolo delle pretese radici cristiane, la corona del rosario proprio con le radici non c’entra nulla, per di più consacrata come pratica devota da Pio V all’indomani del Concilio di Trento, con un afrore di controriforma.
Viene il sospetto che tra il capo della Lega, che da un lato impugna vangeli, bacia rosari e invoca madonne e dall’altro la televisione pubblica che espone rosari al collo di giornaliste folgorate sulla via di Damasco, si sia volutamente scelto di sponsorizzare l’integralismo cattolico, le sagrestie devotamente votate a recuperare il terreno perduto, una sorta di risarcimento alla tradizione apostolica e romana.
A noi non piace la prepotenza dei vangeli che invece di porgere l’altra guancia impongono robustamente la loro buona novella. La questione degli dei, anche se ostentata da crocifissi e corone del rosario, resta primitiva, mitologica, offensiva per ogni mente razionale e soprattutto umiliante per le intelligenze che non accettano di essere abbindolate dai pifferai magici delle teologie.
Una caduta di stile, uno scivolone nel becero che anche i chierici più proni alla Conferenza episcopale italiana dovrebbero avere il buon gusto di evitare.
Il rispetto della dignità delle persone passa innanzitutto nel tenere per sé superstizioni e scaramanzie, evitare di ostentare croci come gobbi e cornetti rossi, in un carnevale di paccottiglie religiose come una sorta di sfida, di urto in faccia a chi osa non credere o non condivide la tua stessa fede.
Di fronte allo zelo religioso uno spirito laico prova disagio per la mortificazione della libertà personale che rappresenta, per l’angustia di pensiero che l’accompagna, tuttavia è volterrianamente disposto a dare la propria vita purché a ciascuno sia garantito il diritto di esprimersi.
La televisione pubblica è un’altra cosa. La condizione di utenti che pagano una tassa per avere un servizio pubblico non ammette né deroghe né scivoloni, perché in questo caso il carattere di “pubblico” del servizio pagato con i soldi dei cittadini viene meno e quei soldi si traducono nei proventi di un furto perpetrato a danno di chi è costretto a pagare una tassa per consentire propagande di parte, oltre il disegno di subliminali messaggi di superstizione e di ignoranza.
Evidentemente la commissione di vigilanza della Rai per la laicità del servizio pubblico ha una sensibilità come la pelle degli elefanti, e nessuno dei suoi componenti, a partire dai pentastellati novelli vessilliferi del cambiamento, è in grado di accorgersi di quanto strida e sappia di villania quella corona, ridotta a monile, al collo di una dipendente dell’azienda, tanto anche questi sono imbevuti di superstizioni e di cattolicesimo d’accatto, a partire dal loro capo politico devoto di san Gennaro e del culto del suo sangue.

La politica popolare e le camicie sudate

Che cos’è la politica che oggi governa l’Italia e che cos’è la politica che oggi si oppone a chi governa l’Italia? Come si potrebbe rappresentare e a che cosa ci potrebbe portare? Domande a cui dovremmo cominciare a dare delle risposte, visto che il futuro è nostro e realisticamente è già iniziato. Potrebbe essere il momento di fermarsi a riflettere seriamente, piuttosto che lasciarci trasportare dalla corrente e dai sondaggi che danno continuamente in crescita uno dei partiti di maggioranza, la Lega.
E più i sondaggi sono favorevoli alla Lega, più Salvini si trasforma in padre della Patria. La stessa Patria che fino a poco tempo fa, quando la Lega era Nord, non sembrava andare più in là del Po, mentre adesso difende i confini siciliani dall’invasione africana.
“Se mio figlio ha fame non posso negargli il pane”, così parla il Capitano che però studia da comandante supremo. E un comandante, si sa, non lascia indietro nessuno.

Salvini il rivoluzionario, vuole abbattere gli schemi, fa di tutto per mostrarsi uno del popolo e come il popolo agisce. Usa i social sempre e la cravatta solo in caso di necessità. Cavalca i temi della gente e non si nega mai un bagno di folla. Coinvolge e urla. E si tira tutto il Paese dietro le sue camicie sudate e, grazie al suo eterno show, la Lega vince anche nelle città del Sud.
Perché la Lega oggi è il popolo, come poco tempo fa lo è stato il Movimento 5 Stelle. E questo perché in politica, come nel trading, ci sono due modi di giocare. Seguire il trend oppure andare contro il trend. Salvini sta seguendo il trend, la pancia dell’elettorato stufo delle cattiverie sociali del Pd e delle vuote parole della Sinistra in generale. Il M5S, invece, vuole rimanere fedele alle origini che non sono più il trend giusto. I no che dovevano aiutare a crescere – per dirla alla Paragone – e che avevano caratterizzato la sua ascesa non sono stati riempiti di contenuti e non pagheranno nel lungo periodo proprio perché oramai la gente è stufa e vuole empatia immediata.
Basti guardare alle vicende delle Olimpiadi 2026, che seguono di poco gli eventi del Tav, un successo per il trend rialzista di Salvini e un’ulteriore battuta d’arresto per i M5S. Basta inseguire sogni a lunga scadenza, le persone hanno aspettato il cambiamento per troppo tempo e ora vogliono dei risultati. Lavoro, sicurezza e pochi discorsi. Cose semplici insomma.
I vuoti dei no andavano riempiti al momento giusto, dedicarsi adesso alla riflessione sarebbe chiedere troppo e, obiettivamente, appare un compito impossibile per un partito senza storia e senza scuola. Compito che dovrebbe spettare alla Sinistra del resto, che ha sia l’una che l’altra. Ma non può perché è orientata anch’essa ai grandi eventi, ai grandi appalti e quindi al capitale. Dimenticando che sarebbe tanto più utile dare a tutti i cittadini la possibilità di andare in palestra e praticare qualsiasi sport magari in forma gratuita. Tanti piccoli passi certo, ma per tutti, meglio di grandi e veloci salti che alla fine premiano solo qualche politico e i grandi imprenditori. Certo, temporaneamente anche lavoratori impiegati negli appalti e a negozianti impegnati a vendere qualche souvenir. I danni delle grandi opere e dei grandi eventi, invece, sono sempre stati ben distribuiti tra i contribuenti.

Il Movimento 5 Stelle non può sostituirsi alla Sinistra, è confuso politicamente e non ha un suo posto chiaro, per i grillini le ‘cose’ di destra o di sinistra sono pensieri vecchi mentre le ‘cose fatte bene’ sono buone per tutti. Come dire che non esistono più i conflitti sociali e che la politica a favore di Jeff Bezos è anche a favore di Mario Rossi, operaio siderurgico all’Ilva. Nel mondo reale sei costretto a dichiarare per chi stai lavorando, oppure urli, cavalchi l’onda e menti. Ma prima o poi ti scoprono.
E la Sinistra, quella che avrebbe gli strumenti, continua nella sua arroganza a inseguire l’altra parte della pancia degli elettori e quando il Capitano urla da una parte, lei va a dormire sulla Sea Watch per poter essere identificata dalla parte ostile alla Lega, ma la maggioranza non apprezza, anzi si distacca da loro sempre di più. Più si camuffa da migrante, da buonista o da lgbt e più viene emarginata.
Non siamo noi che “non abbiamo capito” le ragioni del Pd di Calenda o del qualcosa di Fratoianni. Noi abbiamo capito e sappiamo che dietro l’ossessione della tenuta dei bilanci, del debito pubblico e del rigore c’è il mostro neoliberista disegnato nei trattati europei. E Salvini ha capito che molti hanno cominciato a intuirlo e cavalca l’onda creando empatia con il suo fare antieuropeo da cui il Movimento si è tirato fuori. Ma, purtroppo per noi, il neoliberismo non si combatte da dentro, proprio come l’Europa che genera tassi di disoccupazione ‘strutturale’ troppo alti per qualsiasi paese normale al mondo.

Il neoliberismo e l’Europa delle élite e della finanza si combattono senza tentennamenti e con chiarezza, con la filosofia e il dialogo. Perché le persone devono comprendere il reale motivo per cui perdono il lavoro oppure non lo trovano, per cui le banche falliscono e le aziende chiudono. Quindi c’è bisogno di spiegare bene i fattori in campo, il che include anche gli esponenti politici e la loro posizione nel mondo reale, tralasciando l’incapacità di gestire quaranta migranti. Bisogna, insomma, uscire dalla propaganda che oggi guida il mondo politico.
Ma chi ci aiuterà a districarci tra le urla del Capitano, il naufragar dolce del Movimento e l’abbaglio neoliberista della sinistra moderna?

Che politica ci sta governando e che politica si sta opponendo a chi ci governa? Nessuna a mia avviso. Stiamo seguendo l’istinto, la ricerca dell’aggiudicazione del piatto, dell’elezione perfetta che azzererà tutto il dissenso, già molto basso, futile e perso nell’attenzione alla nave, mentre i porti d’approdo stanno bruciando. Ma siccome il momento buono per prendere il piatto potrebbe passare velocemente, allora i toni si alzeranno sempre di più fino a quando Conte e Di Maio dovranno scegliere se passare ai sì in ogni caso, e lasciare di fatto il Paese nelle mani del Capitano, oppure lasciare che le urne ne sanciscano la vittoria elettorale. Insomma, c’è solo la vittoria nel futuro prossimo della Lega.

A meno di sorprese dell’ultimo minuto, ovviamente.

Il geometra e l’architetto… Alan Fabbri presenta la sua Giunta

Sindaco, vicesindaco e otto assessori. La squadra di governo di Alan Fabbri ha preso corpo oggi alle 13, in una delle conferenze stampa più brevi della nostra storia municipale, poco più di una decina di minuti. Sala degli Arazzi piena ma pochi sorrisi, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato dai rappresentanti di coloro che hanno appena vinto le elezioni, con uno storico cambio della guardia alla guida del Comune: volti tesi e sguardi accigliati, che si sono sciolti solo nel finale, per la foto di rito. Evidentemente le schermaglie per la composizione della squadra hanno lasciato qualche ematoma, ben visibile persino nelle espressioni dei designati, oltre che – naturalmente – dei trombati, rimasti fuori dalla porta non solo in senso metaforico: parecchi degli aspiranti, delusi, sono infatti mestamente confluiti nell’attiguo salone d’onore, per l’occasione ridotto ad anticamera dello scorno.

Dunque, i nomi.

Il sindaco Alan Fabbri (Lega) ha riservato a se stesso le deleghe alla Sanità, all’Agricoltura, agli Affari generali, alle Relazioni istituzionali e alla Comunicazione: “Competenze cruciali”, commenterà poi, a margine.

Vicesindaco è Nicola Lodi (Lega), il famigerato Naomo dai vivaci trascorsi, spesso alla ribalta delle cronache per le sue gesta. A lui sono state attribuite deleghe pesanti (Sicurezza e Mobilità), un incarico politicamente redditizio (Frazioni) e un cotillons (Protezione Civile).

Quel ruolo (da vice) era stato in qualche modo promesso (e atteso) dal felpato Andrea Maggi (Ferrara cambia), artefice, con la sua lista, del traghettamento di quasi seimila voti moderati sulla sponda leghista: un capolavoro politico, poiché la civica nata dal nulla è risultata terza – dopo Lega e Pd – nelle preferenze dei ferraresi ed è stata determinante per l’esito elettorale, poiché se il voto di quegli elettori (perlopiù centristi, espressione del ceto medio-alto) fosse andato a Modonesi gli averebbe permesso di pareggiare il conto…
All’assessore Maggi vanno Lavori Pubblici, Urbanistica, Edilizia, Rigenerazione Urbana e Sport (forse in omaggio alla sua passione per il golf!): di estrazione accademica (per anni e sino al recente pensionamento è stato addetto alla comunicazione della nostra università), dovrà ora misurarsi con quel saper fare pratico che odora di bitume più che di antichi manoscritti o di moderni computer.

Al contrario, il geometra Marco Gulinelli (lista Forza Italia – Rinascimento), che di quegli ambienti – in quanto tecnico – ha pratica diretta, come ampiamente preannunciato ha ottenuto le deleghe a Cultura, Musei, Unesco, Monumenti Storici e Civiltà Ferrarese. Ma non avrà necessità di cercasi un insegnante per il doposcuola, poiché può confidare su un potente nume protettore: su di lui infatti si staglia l’ombra benevola di Vittorio Sgarbi, che in campagna elettorale gli ha tirato la volata e che ora potrà abilmente architettare e ispirare le strategie culturali di Ferrara. D’altronde il geometra se la cava brillantemente anche fra le righe e per questo ha conquistato pure i favori di Elisabetta, sorella di Vittorio e direttrice editoriale della lanciatissima ‘Nave di Teseo’, che a Gulinelli ha pubblicato “Il trapezista”, romanzo che narra vicenda e rimpianti di un brillante chirurgo e del suo sogno svanito di far vita circense. Vedremo, ora che per Gulinelli invece il sogno s’è fatto realtà, come il nostro geometra saprà destreggiarsi nei suoi voli pindarici.

Da ‘Bunden’, dove fino a ieri è stata assessore alle politiche sociali e abitative, arriva Cristina Coletti (Forza Italia – Rinascimento), consulente legale ed ex impiegata di Equitalia, fedelissima del sindaco Fabbri. A ‘Frara’ (prepariamoci, la toponomastica vernacolare al nuovo sindaco piace) avrà le medesime deleghe con contorno di Servizi Demografici e Stato Civile.

Dorota Kusiak (Lega), giovane pugile di origine polacca, insegnate in un nido per l’infanzia con laurea a Unife, che fra le sue passioni nella pagina Facebook indica “moda, cucina, salute e benessere”, avrà cura di Pubblica istruzione, Formazione e Pari opportunità.

Al giovane virgulto di casa Balboni (lui è Alessandro, esponente di Fratelli d’Italia e presidente di Azione universitaria; mentre il padre è l’avvocato Alberto, che fu senatore del Movimento sociale italiano), vanno Ambiente, Rapporti Unife, Progetti Europei, Tutela degli animali.

Il coordinatore provinciale di Forza Italia, Matteo Fornasini – anch’egli sovente accanto al Vittorio di Ro ferrarese – è stato nominato assessore a Bilancio, Partecipazioni, Commercio e Turismo, una delega che viene sganciata dalla cultura e (almeno apparentemente) ricondotta nell’alveo delle attività mercantili: può essere un indizio significativo della direzione di marcia…

Ad Angela Travagli (Ferrara cambia), commercialista e moglie del suo omologo Riccardo Bizzari (ora sindaco di Masi Torello), va la supervisione di Personale e Lavoro (ambiti dei quali ha certo competenza, almeno sul piano tecnico), nonché Attività Produttive, Patrimonio, Fiere e Mercati. Si tratta di vedere se alla conoscenza saprà coniugare la visione che dovrebbe essere propria del politico e del pubblico amministratore.

Infine, Micol Guerrini (Ferrara civica) che, per dirla ‘alla Cevoli’, ha ottenuto la delega ‘alle varie ed eventuali’, avrà cura di Politiche giovanili, Cooperazione internazionale, Palio e Servizi informatici. Battute a parte, per favorire l’inserimento lavorativo dei giovani bisognerà seriamente ragionare in termini originali e lungimiranti. E lo sviluppo delle tecnologie informatiche è un presupposto al miglioramento della qualità dei servizi. Scopriremo se la Micol dei nostri giorni avrà la necessaria tenacia.

Fuori lista, non presente ma già designato per un ruolo fondamentale, direttore generale sarà Sandro Mazzatorta, avvocato, eletto senatore per la Lega nel 2008, sindaco di Chiavari dal 2004 al 2014 e ora consulente a Unife.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Lapsus rivelatori e sguardi complici: due lettori si confessano

Situazioni in bilico in cui scegliere se cogliere o abbandonare, carpire uno sguardo o tirare dritto, rivolgere una domanda o tacere. I lettori rispondono a Riccarda e Nickname.

Le verità indigeste…

Cara Riccarda, caro Nickname,
eravamo a cena io e lui, mi raccontava di un suo recente viaggio che credevo avesse fatto da solo e invece gli è scappato un verbo al plurale, smozzicato, quasi ritirato mentre lo diceva.
Ho fatto finta di niente, ho preferito passare per scema perché non sono stata capace, in quel momento, di approfondire o anche solo alzarmi e andare via, ma non sono stata neanche capace di dimenticare di averlo sentito.
Dopo qualche mese, sono stata pronta per difendermi dalle mezze verità e abbandonare quel tavolo.
M.

Cara M.,
a volte scegliamo di rimanere a un banchetto fino a provare nausea. Se fossimo capaci di abbandonare subito, al primo segno di disgusto, non conosceremmo quella sensazione di saturazione, che è poi quella decisiva. A noi donne, generalmente, piace proprio essere ultra convinte (e nauseate) prima di alzarci e andare via.
Puoi stare sicura che un uomo così non ti farà più gola.
Riccarda

Cara M.,
i lapsus degli uomini sono celebri. Non abbiamo memoria, siamo stronzi senza premeditazione.
Nickname

Galeotto fu il concerto!

Cara Riccarda, caro Nickname,
capita di incrociare lo sguardo con una sconosciuta, ma subito si fugge, specialmente se si è folla su un prato in attesa di un concerto, se lei ha lo sguardo più dolce del mondo, se tu sei con un amico e anche lei è in compagnia. Capita di incrociarlo di nuovo, quello sguardo, e magari, dopo un altro incrocio, di soffermarsi un istante di troppo, l’uno che guarda negli occhi dell’altro. Quell’istante che fa strappare a lei un lieve sorriso e a te lo stesso, e non hai proprio idea di che cosa sia quel sorriso, lanciato da una ragazza con lo sguardo più dolce del mondo, che come te aspetta l’inizio di un concerto sul prato. Capita che la musica inizi, tutti comincino a ballare e, per caso, per fatalità, o per volontà, lei si trovi a ballare proprio davanti a te, mentre il suo compagno è qualche metro più avanti. Si sa come vanno i concerti, tra uno spintone della folla e le braccia alzate al cielo per un assolo di chitarra, siete schiacciati l’uno contro l’altro. Capita che la testa inizia a girarti, vorresti dirle qualcosa, ma il volume è troppo alto, non sentirebbe mai, e poi c’è lui, non sai chi sia. Capita che le sfiori il collo con la mano e lei si lasci andare, appoggiandosi per un attimo a te. Mescolati alla calca, tu hai perso il tuo amico, nemmeno il suo lo vedi più. Capita che l’unica cosa che ti viene disperatamente in mente, è che in tasca hai un biglietto da visita, le prendi la mano e glielo passi. Il concerto finisce, gli sguardi si incrociano ma ora sono complici e quando si allontanano, tu col tuo amico e lei col suo, sono come vecchi amici che si salutano. Capita che un mese dopo, suoni il telefono dell’ufficio, tu rispondi e dall’altra parte “Ciao, sono la ragazza del concerto di Pino Daniele”.
Luigi

Caro Luigi,
“Abbracciami perché mentre parlavi
Ti guardavo le mani
Abbracciami perché sono sicuro
Che in un’altra vita mi amavi
Abbracciami anima sincera
Abbracciami questa sera
Per questo strano bisogno
Anch’io mi vergogno
Che male c’è
Che c’è di male”
Pino Daniele

Caro Luigi,
secondo me Riccarda potrebbe contattarti in privato per avvicendarmi con te. Hai della stoffa. Salutaci la ragazza del concerto.
Nickname

I Dialoghi della vagina vanno in vacanza, ci rivediamo venerdì 6 settembre con nuove storie e scambi A due piazze.

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

DIARIO IN PUBBLICO
Cambio di mano. Di fronte al nuovo

Un silenzio assai breve il mio in attesa di capire come Ferrara verrà governata dalla nuova amministrazione e di intuire, almeno per il momento, quale sarà la via che verrà intrapresa nell’ambito che meglio conosco: quello della cultura. Non mi devo rimproverare molto nel ripensare a come ho seguito, accompagnato, proposto l’evolversi di un’idea della cultura che prendeva piede e consistenza man mano che crescevo e mi si offrivano tante occasioni per vederla realizzata nella città che non a caso per un periodo si fregiò del titolo di ‘città d’arte e di cultura’. La nascita di associazioni come gli Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi o il Garden o gli Amici della Biblioteca. L’impegno assiduo allo sviluppo e alla organizzazione dell’Istituto di Studi Rinascimentali di cui fui per anni presidente e direttore e ora la co-curatela del Centro Studi Bassaniani. Sempre con l’entusiasmo proprio a chi svolgeva un compito in perfetta assonanza con il lavoro che si era scelto e che ha amato moltissimo, nonostante le solenni bacchettate che la ‘mia’ parte m’infliggeva regolarmente.

Con la nuova amministrazione, il cosiddetto ‘cambio di mano’, come mi proporrò nel gestire i rapporti con l’amministrazione entrante? Per ora è troppo presto per avanzare ipotesi, soprattutto fino a quando non si saprà chi ricoprirà l’incarico di assessore alla cultura, e quindi disegnare un modus operandi specifico. Sicuramente è assai confortante sapere che almeno sulla carta i ruoli dei funzionari che hanno a che fare con il Centro Studi, le dottoresse Ethel Guidi e Maria Teresa Gulinelli, sono i medesimi. Bisognerà sapere se il futuro assessore li riconfermerà.

Questi problemi pratici mi hanno indotto a una pausa di silenzio che ora, dopo l’importante articolo di Fiorenzo Baratelli apparso su questo giornale – Sinistra: intransigente nei principi, innovativa nei metodi, radicale nelle proposte – viene interrotto per commentare una disfatta lungamente annunciata e mai presa di petto. Si è discusso molto se fosse più utile proporre un mea culpa che finalmente riavvicinasse le idee (o ideologie?) della sinistra a quel ‘popolo’ che si diceva trascurato, oppure si reclamasse una maggiore incisività e pregnanza in quelle figure politiche che di seguito si sono accampate tra le proposte fino alla scelta di Aldo Modonesi. Frattanto ciò che mi procurava (e mi procura) fastidio è il ritornello con cui i vincenti in modi diversi coniugano la frase “Era ora!” Ma perché prima dove stavano? Tutti acquattati in Gad a ripetere il falso ritornello “Basta con i comunisti!”? E tanti di noi a ripetere “Ecco sono arrivati i fascisti!” Banalità pericolosissime messe in luce dall’ottimo articolo di Baratelli, che semmai pecca di eccesso di cultura, provocando in tanti avversari la reazione pronunciata con la bocca impostata a ‘cul de poule’, “il solito culturame della sinistra”.

E mentre sotto il sole feroce della Bassa la città è in attesa del cambiamento, si spegne Franco Zeffirelli e declina Andrea Camilleri, due vecchi della generazione precedente la mia, che ho conosciuto e che ho ammirato (e per Camilleri amato). Nella Firenze della colonia inglese, quella degli ‘anglo-beceri’, Zeffirelli era amatissimo, invitatissimo, seguitissimo. Non tanto per le sue indubbie capacità quanto perché declinando l’origine di Firenze come capitale del Rinascimento, convalidava la tesi delle radici angliche di Firenze capitale del Rinascimento. Una tesi che piacque moltissimo fino a consolidarsi nella presenza di Berenson ai Tatti, o di Violet Trefusis a Bellosguardo, o dei Browning a passeggio per le vie e piazze di Firenze. Il mito di Firenze nasce inglese e Zeffirelli ne fu il cantore. E si veda il mediocre film ‘Un thè con Mussolini’ che ben ha illustrato questo principio. E quante serate da Doney al seguito dei grandi Maestri nella mia giovinezza fiorentina!

Mentre Zeffirelli ha i giusti onori di un grande a cui viene tributato il massimo dei riconoscimenti da una città governata dalla sinistra, Camilleri si sta spegnendo tra gli insulti schifosi di chi non perdona il suo credo politico, la sua dirittura umana e civile, il suo saper essere non solo il padre di Montalbano, ma una figura di riferimento di fronte alle esitazioni della sinistra. Lordare la memoria e il rispetto a chi ha svolto il suo ruolo civile non lasciandosi travolgere dalla fama, dalla ricchezza, è un segno della preoccupante incapacità degli ‘itagliani’ di sapere, una volta tanto inchinarsi al merito.

Spero che il nuovo sindaco Alan Fabbri sappia raccogliere l’invito tante volte proclamato, ma quasi mai messo in pratica di essere il Sindaco di tutti.

I minibot spiegati in modo chiaro

Per comprendere i minibot è necessario comprendere ciò che viene prima.
Un’economia è la somma delle transazioni che la costituiscono. Una transazione non è altro che uno scambio di merce o servizio all’interno di un sistema economico.
Le transazioni avvengono all’interno di un determinato mercato e poiché esistono diversi tipi di mercato (ad esempio frutta, azioni o valute vengono scambiati all’interno dei loro rispettivi mercati) è la loro somma che costituisce l’economia.
Ad effettuare le transazioni sono i cittadini e le imprese oppure le banche e lo Stato. Tutti scambiano, i cittadini comprano scarpe dal calzolaio ma anche lo Stato compra anfibi per le sue Forze Armate. Le banche comprano scrivanie per i loro impiegati e vendono consulenze allo Stato. I cittadini sono impiegati dalle imprese, dalle banche e dallo Stato e da essi ricevono uno stipendio oppure acquistano dei servizi. Tutto avviene all’interno del sistema economico, viene conteggiato sotto il nome di Prodotto Interno Lordo e questo viene poi messo in relazione al debito pubblico dello Stato.
Per convenzione si è deciso qualche millennio fa di effettuare questi scambi, queste transazioni, utilizzando un mezzo denominato moneta.
La moneta più vicina alla nostra comprensione è il biglietto da 5 fino a quello da 500 euro oppure le monete in circolazione che vanno da 1 cent. a 2 euro. Quando invece paghiamo la camicia nuova con il bancomat stiamo utilizzando il nostro conto corrente, moneta elettronica insomma. Attraverso un sistema di compensazione il nostro conto corrente diminuirà di 100 euro mentre quello del negoziante aumenterà dello stesso importo.
Del primo tipo di moneta, cartaceo e metallico, ne viene emesso davvero poco rispetto all’economia in cui viene immesso, ed è autorizzato a farlo solo una Banca Centrale.

Come si può vedere dal grafico (fonte Banca d’Italia) in questo momento ne abbiamo in circolazione poco più di 181 miliardi. Somma che è conteggiata come passivo e quindi debito pubblico. Per intenderci, il debito dello Stato italiano ammonta a 2.315 miliardi comprensivo della moneta cartacea e metallica di cui sopra. Se togliessimo dalla circolazione quei soldi il debito pubblico scenderebbe di 181 miliardi portando il suo rapporto con il Pil al 123%, più o meno.
Chiaramente si potrebbe anche pensare di non toglierli dalla circolazione ma, per esempio, restituirle alla Bce e decidere di immettere nel nostro sistema economico la stessa cifra senza però conteggiarla come debito, magari seguendo le orme delle 500 lire create qualche decennio fa da Aldo Moro. Ma questo non è possibile perché l’emissione di moneta a “corso forzoso” oggi può farla solo la Bce. A corso forzoso vuol dire che una volta emessa tutti i cittadini devono accettarla in pagamento delle obbligazioni che sono insite in ogni transazione. Pago 1 euro per estinguere l’obbligazione contratta quando ho chiesto il quotidiano all’edicolante.
Riepilogando, fino ad adesso abbiamo individuato due tipi di moneta utile per le transazioni e quindi per tenere in piedi l’economia: quella della Bce e quella elettronica che si muove attraverso il sistema bancario delle compensazioni.
La parte più importante dell’economia è costituita da una terza forma di moneta: il credito.
Il credito compare quando si ha voglia di comprare qualcosa che normalmente non potremmo permetterci tipo una casa, un’auto o una ristrutturazione dell’appartamento. Si chiede un prestito ad una banca che eroga appunto quella forma di moneta che si chiama credito e che quando arriva al richiedente diventa debito.
Questa transazione, richiesta credito, si chiude alla restituzione del prestito più gli interessi. Nel frattempo quel credito permette al debitore di effettuare un certo numero di transazioni e ogni volta che lui spende crea un reddito per chi gli avrà venduto qualcosa. Il credito, quindi, permette di muovere l’economia, permette le transazioni. Permette che queste continuino e non si fermino causando una crisi (economica).
La somma di tutti i crediti delle banche diventa sostanzialmente l’ammontare complessivo del debito privato dei cittadini e delle imprese.
In ogni caso quando una persona, o un soggetto qualsiasi, all’interno del sistema economico di riferimento, spende, questa spesa diventa reddito per qualcun altro.
Il credito è dunque creato dalle banche che, se lasciate a se stesse o al mercato e ai cicli economici, lo faranno in funzione dei propri interessi e solo quando l’economia va bene. Questo per assicurarsi di rientrare di quanto emesso e relativi interessi, il che non è sbagliato ovviamente.
Quando il ciclo è positivo, è soprattutto il credito ad oliare il circuito e a farlo scorrere regolare, le transazioni avvengono e la produttività generale cresce. Alcuni vendono e altri acquistano. Alcuni producono e altri usufruiscono volentieri di quanto prodotto.
È importante dunque che le persone spendano, che abbiano abbastanza moneta in tasca o in banca o sotto il materasso per poterla utilizzare, perché il fine è far girare l’economia, non la moneta utilizzata per farla girare. La spesa di qualcuno diventa reddito per altri che a loro volta potranno spendere ed acquistare alimentando positivamente il ciclo. Fino a quando l’olio finisce o scarseggia e la macchina si inceppa, ovvero fino a quando si entra in un ciclo economico negativo (crisi economica).
Spero a questo punto di aver chiarito alcuni aspetti della faccenda, ovvero: l’economia si basa sugli scambi, per fare gli scambi in un sistema economico basato sulla moneta è fondamentale avere… moneta. Tutta la moneta che viene fornita ai cittadini è a debito, crea debito pubblico oppure debito privato. Comunque crea debito. E per avere moneta qualcuno la deve fornire, magari con regolarità, oppure preoccuparsi di controllare che il flusso sia regolare.
Poi abbiamo compreso che la moneta esiste sotto varie forme e che tutte quelle attuali sono debito ma anche reddito e che tutte servono allo stesso scopo: permettere gli scambi. Inoltre, che i cittadini e le imprese non possono creare moneta ma solo spostarla.
Io spererei che avessimo chiarito implicitamente anche un altro aspetto: la moneta non ha un valore in sé ma serve in funzione di qualcosa, ha uno scopo che è quello di far girare l’economia. E che l’economia è la somma delle transazioni che avvengono in un determinato sistema economico, cioè le transazioni determinano il Pil di una Nazione.
E ai più attenti non sarà sfuggito che il fine ultimo di tutti queste parole che ho scritto è per dimostrare che ciò di cui un popolo necessita è la produttività generale del sistema, cioè produrre beni e servizi da potersi poi scambiare, perché ognuno di noi non è autosufficiente. Il fine non è la moneta, il mezzo di pagamento, ma la possibilità di avere accesso a beni e servizi prodotti. Di poterseli scambiare.
Se riusciamo ad avere un punto di partenza accettato da tutti, cioè se riusciamo ad essere semplicemente logici, allora possiamo passare al punto successivo e che ci riporta al titolo di questo articolo: i minibot.
Non è importante se i minibot creino debito pubblico o meno, perché non è la domanda giusta da porsi. L’importante è uscire dalla crisi economica e quindi fornire ai cittadini un mezzo che possa far riprendere gli scambi. Un mezzo che possa rendere accessibile i beni prodotti a chi li vorrebbe acquistare. Se si accettasse semplicemente il presupposto dei minibot poi si potrebbero sviluppare i Certificati di Credito Fiscale, se dovessero piacere di più. Oppure tante monete complementari secondo gli insegnamenti dell’economista belga Bernard Lietaer. Ma anche sviluppare un sistema completamente nuovo e proposto addirittura dal Pd o da Forza Italia.
Oggi il problema non sono i minibot, ed è totalmente inutile andare ad analizzare se possano creare debito o meno oppure se siano simili ai soldi del monopoli, come dice qualcuno. Perché qualsiasi moneta è tale se viene accettata come pagamento, come diceva l’economista Nando Ioppolo. Ma se devo preservarmi la possibilità di poterla utilizzare a mia volta, allora deve essere lo Stato a darle validità. Quindi la deve accettare in pagamento delle tasse, cosa che in questo caso sarebbe garantito. E se lo Stato accettasse in pagamento delle tasse i soldi del monopoli allora anche questi sarebbero buoni per acquistare le scarpe o la frutta.
Sarebbe invece carta straccia la banconota firmata da Draghi se non fosse garantita dallo Stato. Ricordate quando con i gettoni telefonici ci si poteva comprare il gelato? Succedeva perché poi le persone li accettavano come resto, e perché tutti, prima o poi, entravamo in una cabina telefonica per telefonare ridandoli alla Sip (Società Italiana Per le Telecomunicazioni).
Creano debito? Crea debito pubblico la moneta emessa da Draghi, eppure non ci poniamo il problema. E creano debito tutte le monete che devono essere restituite a qualcuno ma non abbiamo mai pensato di farle emettere direttamente dallo Stato. Ci sono debiti che accettiamo e altri che rifiutiamo, chiediamoci il perché e rivediamo le nostre priorità. Magari la nuova scoperta ci piacerà.
Come scrive l’economista Marco Cattaneo, “Sì, i minibot possono creare debito.”
“Ma non secondo Maastricht Debt,” continua, “che è l’unico rilevatore per i parametri di controllo presi in considerazione nell’ambito dell’Eurozona.”
Lo creerebbero per perdita di gettito fiscale se chi lo ricevesse lo utilizzasse immediatamente per pagarci le tasse, ma a questo punto lo Stato lo potrebbe cedere ad altri per tentare di far partire il ciclo.
Di sicuro non sono illegali perché circolerebbero su base volontaria aggirando i vincoli della Bce.
Ma se solo la Bce può creare moneta, se gli Stati devono attenersi scrupolosamente ai parametri europei e se le banche devono essere libere di creare credito allora vuol dire che non si può oliare il circuito economico e quindi permettere all’economia di risollevarsi attraverso l’aumento delle transazioni. Quindi si sta legalizzando la crisi economica e rendendo illegale cercare vie d’uscita. Ed è questo che dovrebbe sembrare pazzesco, di questo si dovrebbe parlare.
Smettiamo di chiederci se i minibot creano debito o se sono moneta. Sono discorsi inutili e non portano a niente se non alla confusione e all’inasprimento dei rapporti sociali. Chiediamoci piuttosto se vogliamo uscire o meno dalla crisi.
E se qualcuno pensa che si possa farlo senza un intervento degli stati e delle banche centrali allora ci sta prendendo in giro. Perché è vero che potremmo farlo. Seguendo la strada indicata dai mercati, dallo spread e dalla finanza: l’austerity e i sacrifici (nostri). Possiamo continuare a vivere immersi in cicli economici altalenanti e distruttivi e soprattutto continuare a spostare sempre più ricchezza reale dalla maggioranza dei cittadini ad uno sparuto gruppo che muove i fili e ci dà in pasto argomenti come: i minibot creano debito?
Potremmo… ma vogliamo veramente farlo?

PER CERTI VERSI
Di Anna, Enrico e d’altre memorie

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’.

ANNA FRANK

Vi scongiuro
non rilascio interviste
a novant’anni
faccio fatica
a fare la bisnonna
e nonostante tutte
le tecnologie
i fili e i satelliti
non arrivano di là dal cielo
lo so che parlano di me
sono in tanti
che ringrazio
mi chiedono perché il male si ripeta
non si guarisce mai
dal male fatto
e patito
gli uomini hanno dentro di loro
le stelle
per meravigliarsi
o per usare il loro fuoco
per mandare in fumo la storia e le vite
di altri uomini
con truce e fulgida
alternanza
non chiedetemi perché
ho novant’anni
faccio fatica a fare la bisnonna
e niente funziona bene
di là dal cielo

LAKOTA

Era la memoria del popolo Sioux
Me lo hai detto tu caro amico
O dei Dakota dei Lakota
Dei loro bambini
Scomparsi come una nuvola nel cielo rosso
Di gelo e sangue
Poi nevicava
Ma non era Dio che la mandava
Dio era assente
C’erano solo bambini indiani
E camicie blu
Sì i soldati blu
Con le loro mani madide di morte
Nuvola Rossa Alce Nero Toro Seduto
No lui non c’era non c’era più
Il cuore sepolto come gli altri a caccia mentre i soldati blu falciavano gli indifesi per una guerra alle spalle
Vigliacca e decorata di merda e feccia gialla come piscio
A Washington
Loro non chiedono mai scusa
La storia però non è chiusa
Vivono ancora i Lakota fieri discendenti
Nelle riserve
Della memoria
Della vita
Della loro arte
Di oggi e di ieri

ENRICO BERLINGUER

Prima veniva il noi
Prima dell’io
L’ombrello della Nato
Piuttosto che Mosca
La questione morale
Intuita e già fosca dentro ai partiti
Pensando ad oggi come sono finiti
Statista vero
E uomo di stato
Il socialismo dal volto umano
Come una stretta di mano
Uomo del dialogo
Della solidarietà nazionale
Nobile d’animo
Figura universale
Una persona perbene
Amato dal popolo
un milione di persone gli dissero addio
Morto sul palco
Morto di politica
Pertini la sua bara baciò
trentacinque anni or sono
Berlinguer Enrico
Uomo antico
Fermo e mite
Se ne andò

Le ragioni della sconfitta? Autoreferenzialità ed equivoci su buon governo e diritti

Nei commenti di questi giorni a proposito della sconfitta del centro-sinistra e, segnatamente, del Pd, nella tornata elettorale amministrativa nella nostra città, è ormai diventato un ritornello quello di individuare la responsabilità primaria nell’opzione di continuità politica e programmatica rappresentata dalla scelta di aver candidato a sindaco Aldo Modonesi e nell’atteggiamento di “arroccamento” del Pd locale. Tutto ciò è senz’altro vero e indica gravi errori di impostazione della vicenda elettorale da parte del Pd ferrarese, cui è necessario che seguano coerenti interventi. Ritengo però quest’analisi un po’ troppo sommaria, con il rischio che essa finisca persino quasi auto assolutoria per troppi. Intendo dire che, forzando solo un poco questo ragionamento, si potrebbe arrivare alla conclusione che, se si fosse avanzata la proposta di un candidato “civico” sostenuto dal Pd, ciò sarebbe stato da solo in grado di produrre un altro risultato oppure che, oggi, il pur indispensabile azzeramento e ricambio dei vertici locali del Pd sortirebbe di per sé un effetto risolutivo rispetto ai problemi aperti. In realtà, a me pare che la scelta di continuità operata dal Pd ferrarese anche in quest’ultima vicenda elettorale non sia altro che la “punta di un iceberg” di questioni ben più profonde e che datano da non poco tempo. Infatti, se, da una parte, è evidente che il voto amministrativo nei Comuni discende sia da elementi di contesto nazionale che da specificità locali, dall’altra, non c’è dubbio che, in una fase di forte mobilità del voto e di frammentazione sociale e politica in particolare nel campo del centro-sinistra e della sinistra, queste ultime acquistano particolare rilevanza. Detto in altri termini, se il Pd paga fortemente gli errori del renzismo e della stessa nuova stagione a guida Zingaretti che non riesce a distaccarsi sufficientemente da esso, quelli che l’hanno portato a separarsi da una parte molto significativa dal “popolo della sinistra”, è altrettanto chiaro che, a livello locale, sempre dal Pd, sono state avanzate ipotesi politiche e di governo che non si discostavano da quell’impostazione e che, in un contesto economico e sociale non semplice come quello ferrarese, hanno rappresentato ulteriori ragioni per alimentare il distacco con le persone che storicamente sono state rappresentate dalla sinistra, a partire dai settori più deboli e fragili della società.

Vale la pena, allora, indagare alcune di queste ragioni. Lo faccio in modo certamente incompleto e in termini esemplificativi ma, spero, sufficientemente chiaro, anche a costo di essere un po’ schematico. Il primo tema riguarda le politiche economiche, sociali e di bilancio realizzate in tutti gli anni dei mandati del sindaco Tagliani dal 2009 ad oggi, di cui peraltro sono stati artefici anche esponenti – penso ad esempio a Marattin – oggi tra i più impegnati a prendere le distanze dalle scelte del Pd ferrarese.

Intanto, penso si possa dire che, in questi anni di crisi economica e sociale, la ricetta del “buon governo”, gravata anche da forti vincoli nazionali, ha assunto come priorità anche a Ferrara la riduzione del debito, sacrificando ad essa la spesa del lavoro pubblico, che è stata presentata come costo e non come risorsa che produce servizi, e la stessa spesa sociale, che pur non riducendosi in termini significativi, ha finito tuttavia per risultare insufficiente rispetto alle povertà, vecchie e nuove, che la crisi produceva. Tutto ciò, oscillando, tra l’altro, tra rappresentazioni ottimistiche – la crisi è alle nostre spalle – e asserzioni “rinunciatarie” – le risorse sono scarse, non possiamo più permetterci le tutele e le protezioni precedenti – ha ulteriormente rafforzato l’effetto di rendere più vulnerabili, e anche più sole, le fasce di reddito medio-basse.

Una seconda fondamentale questione è quella relativa al discorso sulla sicurezza e al legame improprio costruito con l’immigrazione, in particolare quella extracomunitaria. Qui, da parte di chi ha governato la città in quest’ultimo decennio, dapprima – e anche giustamente- si è voluto contrastare un’idea per cui Ferrara o almeno una sua parte era strumentalmente diventata “città invivibile e sotto assedio”, per poi, però, successivamente, dimostrarsi subalterni ad una lettura per cui essa andava affrontata prevalentemente come problema di ordine pubblico. Non si è costruita una “narrazione” alternativa e tantomeno politiche efficaci di legalità, accoglienza e inclusione, che fossero contemporaneamente capaci di produrre contrasto alla criminalità, rigenerazione del territorio e creazione di dialogo interetnico e interculturale. Lasciando spazio ad una “narrazione” di stampo sostanzialmente razzista e xenofoba, quella del “prima gli italiani”, su cui il populismo estremista di destra sta costruendo un egemonia culturale anche nei ceti sociali deboli. Che, non a caso, ha anch’essa come substrato l’idea che, in una situazione di “scarsità delle risorse”, non è possibile ragionare sul rispetto e l’estensione di diritti universali, ma qualcuno, necessariamente, starà indietro e, in questo caso, meglio gli ultimi che i penultimi.

Infine, terzo punto che merita una riflessione, e che ha a che fare con l’impostazione politica di fondo che il centro-sinistra ha messo in campo anche a Ferrara, è quello dell’autoreferenzialità del Pd e dell’Amministrazione comunale di questi ultimi anni, che, proprio per essere messo in discussione, va vista come corollario di una lettura sbagliata della società e delle sue dinamiche dentro la crisi. Detto in altri termini, è evidente che quando si usano lenti che non sanno cogliere i processi e le trasformazioni in atto e questi vanno in una direzione diversa da quanto si supponeva, ciò che mette in discussione dall’esterno le  certezze consolidate (e questo è valso non solo per il Pd, ma anche per settori della sinistra cosiddetta “radicale”, in specie quella di derivazione partitica) viene percepito come potenzialmente minaccioso, le critiche vengono vissute come attacchi strumentali e la partecipazione diffusa viene, nella migliore delle ipotesi, confinata e ricondotta lungo percorsi predefiniti.

Ho ben presente che già la sostanza del ragionamento che ho avanzato indica che risalire la china non sarà compito agevole e di breve durata. Non solo perché dobbiamo aspettarci che la nuova Amministrazione a trazione leghista, al di là di quello che potrà essere un “buonismo” di facciata, non potrà, come del resto succede a livello nazionale, che mettere insieme l’ incapacità di risolvere i problemi di fondo della città (imputati ovviamente ad altri) al fatto di fare strame di diritti umani fondamentali e produrre ulteriori regressioni sul piano culturale. Non solo perché le questioni da affrontare, a partire dai punti di criticità che ho sollevato, sono impegnative e necessitano di risposte complesse, non tutte risolvibili solo a livello locale. Soprattutto perché, se sono almeno parzialmente vere le considerazioni che ho avanzato, ciò significa predisporsi  ad un lavoro importante sul piano culturale, su quello sociale e su quello politico. Non si tornerà ad essere egemoni se non si lavorerà con un progetto sufficientemente definito sull’insieme di questi piani.

Ciò a me pare implichi almeno due terreni di impegno, da far vivere entrambi: un nuovo pensiero, che progressivamente faccia emergere un progetto rinnovato per la Ferrara degli anni a venire, ripartendo e potenziando il lavoro con cui diversi soggetti si sono cimentati anche nella vicenda elettorale (ho in mente, per esempio, i punti programmatici che Il battito della città, La città che vogliamo e Addizione civica avevano condiviso a suo tempo), e una nuova pratica, prima di tutto sociale. Che metta insieme su decisive questioni di scontro culturale e politico, a partire dall’antirazzismo e dall’antifascismo, le tante realtà che sono presenti in città e che possono convergere su contenuti condivisi e precisi, superando le spinte alla frammentazione e le tentazioni della primogenitura. Ma di questo, se il dibattito continuerà, si potrà tornare a parlare in modo più approfondito.

Il neoliberismo non è la fine della storia, serve un’uguaglianza sostenibile

Ottimo consiglio quello di Giangi Franz, lanciato via social, di leggere l’intervista di Fabrizio Barca a Gea Scancarello e pubblicata su Business Insider Italia. L’incipit è già un programma: “Oggi la sinistra è più moderata dei liberali: mancano i valori e una classe dirigente capace”. Un titolo che sembra cadere a fagiolo su un dibattito aperto anche a Ferrara, all’indomani dello storico risultato del ballottaggio alle elezioni amministrative di domenica 9 giugno.

Giuro che ignoravo quest’analisi quando ho scritto il pezzo che Ferraraitalia ha pubblicato con il titolo: “Voto e discernimento: strumenti democratici contro l’internazionale sovranista”, ma conforta verificare che la ben più autorevole lettura della realtà dell’ex ministro per la coesione territoriale del governo Monti, non fa sembrare frutto di allucinazioni le righe che ho messo in fila lo scorso 7 giugno. “Quando si raggiungono certi livelli di disuguaglianze e il malessere è così diffuso – dice Barca – l’idea stessa del capitalismo non può reggere, perché il capitalismo dà il meglio di sé quando è stimolato dalla riduzione delle disuguaglianze”.

A scanso di equivoci, il cofondatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, è perfettamente consapevole che “il capitalismo è sfruttamento per definizione”, ma subito dopo aggiunge che “è questione di bilanciamenti”. È l’antico adagio socialdemocratico del tosare la pecora. Se quindi da decenni si sono prodotte disuguaglianze mai viste prima è perché “sono state fatte scelte politiche sbagliate”. Anziché tosarla, la pecora è stata pettinata.

E qui arriviamo al cuore delle critiche mosse alla sinistra. “La prima è culturale: 30 anni fa, non ieri, molti partiti socialdemocratici – afferma – hanno comprato l’ideologia del “Non c’è alternativa: il capitalismo è uno solo” e se si pensa che non ci siano più i margini per lavorare sui meccanismi di formazione della ricchezza, non lo faccio; non per interesse ma perché mancano i valori”. La seconda è rivolta alle classi dirigenti: “quelle venute su in questi 30 anni sono state selezionate su questo credo, senza più la convinzione di un cambiamento che toccasse i sentimenti delle persone”. Di questo passo i partiti sono diventati “non valoriali”, quasi ossessionati dalla “mitologia del centro”, del “bisogna governare”, dei governi del fare, lasciando stare le visioni. Se si concorda che il ragionamento fila, si può osare un passo avanti.

Si discute, comprensibilmente, di ripartire in casa Pd dopo la caduta di Ferrara, con un dibattito già nelle prime battute plurale di posizioni, opinioni, riflessioni e analisi. Ora, se la questione di fondo è di uscire dallo schema “Non c’è alternativa”, per mettere al centro la necessità di un riequilibrio del sistema capitalista che così com’è non sta in piedi, per la stessa logica capitalista, allora parrebbe logico pensare di trovare un rilancio sfatando quella che Barca chiama la “mitologia del centro”, per riabitare, innanzitutto culturalmente, lo spazio che Bobbio definì quello naturale per la sinistra: l’uguaglianza. Vale a dire quel concetto che sottende un retroterra valoriale, che in questa lunga fase storica è stato svuotato da una drammatica e insostenibile situazione di disuguaglianza e di suicida concentrazione di ricchezza.
Per non parlare della spaventosa concentrazione di potere per il mancato governo dello sviluppo tecnologico e in particolare di internet, che fa dire ad Alex Zanotelli intervistato da Ferraraitalia: “Attraverso i nostri smartphone sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. È ridicolo e grottesco che poi ci riempiono di moduli da firmare a garanzia della privacy”.

Quello di Barca non pare essere il solito appello per una sinistra di testimonianza, dei pochi ma buoni, perché dall’alto della sua osservazione registra che “c’è un pezzo del mondo del business, rappresentato dall’Economist, cioè un giornale liberale, che dice apertamente che così non si può reggere e sta dicendo che è tempo di accettare cambiamenti significativi”. E prosegue citando come esempio concreto l’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sulla “necessità di una partecipazione strategica attiva dei lavoratori nelle aziende”, perché “bisogna ridare al lavoro una parola significativa nelle scelte strategiche imprenditoriali”.
Ci sarebbe – così afferma – anche parte del mondo imprenditoriale “che non vuole un mondo autoritario, che ha incassato i benefici di un brutto mondo e adesso si accorge della degenerazione”.
Un segnale che si aggiunge in questa direzione è il documento prodotto dal gruppo socialdemocratico europeo intitolato “Uguaglianza sostenibile”, presentato a Bruxelles il 27 novembre 2018. Fabrizio Barca è inoltre cofondatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, impegnato a studiare e proporre soluzioni concrete che restituiscano senso ai concetti di uguaglianza, pari opportunità e dignità del lavoro, garantiti dalla Costituzione.

Una sfida, quella di uscire dal vicolo cieco neoliberista del “Non c’è alternativa”, che si gioca sul piano europeo, ma che non vede completamente disarmati i contesti nazionale e persino locale, tanto che Barca si dice sicuro che “ogni livello ha spazi di manovra: chi dice il contrario semplicemente non vuole cambiare”. Anche il tempo per aprire questi nuovi fronti ci sarebbe e non pare neppure consegnato a un futuro indistinto: “un arco di tempo di tre, cinque anni”, se ci fosse la volontà delle “forze più avanzate della produzione, del mondo del lavoro e della cittadinanza attiva” di costruire nelle città “piattaforme aperte, collettive, tecnologiche e trasparenti”, di avviare “consigli di lavoro e cittadinanza” e di “sperimentare una strategia sulle periferie”. Un insieme di azioni “che farebbe la differenza e costruirebbe un’alternativa, che diverrebbe poi anche un’alternativa elettorale”.

Senza sapere leggere né scrivere, io un orecchio lo presterei a queste proposte, studiandoci sopra e magari invitando anche gente così a un congresso o a un convegno, giusto per avere un’idea di come ripartire dopo una sconfitta, si dice, non qualunque. Altrimenti occorre prepararsi a “una spirale di meno libertà, meno crescita e più disuguaglianza – è la conclusione – in cui vince il peggio del nostro paese, non il meglio”.

L’Eremo di Camaldoli: fuori dal tempo… per trovare un nuovo tempo

La mia recente esperienza, limitata a qualche giorno, all’interno di un monastero dalla tradizione millenaria, l’Eremo di Camaldoli, cercando di vivere il quotidiano ‘nella prossimità‘ della vita monastica potrebbe apparire a prima vista anacronistica per quella parte di donne e di uomini che mai l’hanno vissuta. È un percorso che non appartiene in generale alle persone, me compreso, che vivono la contemporaneità troppo spesso distratte dalla velocità delle proprie azioni e che non si accorgono, se non tardi, dello scorrere rapidissimo del tempo e di ciò che ci lasciamo di prezioso della Vita irrimediabilmente alle spalle.

All’inizio del Millennio precedente, ma ancora secoli prima, una certa nobiltà si rifugiava nei monasteri per obbligo o per necessità, mentre ora il sentire comune, alimentato dai media di ogni ordine e grado, giudica l’estraniarsi dalla roboante società che ci circonda un esercizio corroborante per la mente e per lo spirito.
Se escludiamo le sincere vocazioni, l’esperienza viene generalmente intrapresa da diverse categorie di esseri umani di vita laica: imprenditori e alti manager dell’industria afflitti nel profondo dallo stress da frenesia di obiettivi o da politici presi da sincera autocritica o da persone comuni attratte all’interno delle mura del monastero dal dubbio esistenziale circa la possibilità di un distacco dall’incombente quotidiano in un diverso equilibrio di vita basato sul silenzio e, perché no, sulla meditazione. Oppure, come il sottoscritto, interessato alla celebre e antica biblioteca dell’Eremo, fondata nell’XI secolo e ampliata nel Cinquecento, ricca di migliaia di preziosi manoscritti, cinquecentine, incunaboli e alla conoscenza del secolare quotidiano dei monaci, utile per un mio lavoro di scrittura in preparazione, ma poi presto coinvolto emotivamente nel temerario tentativo di comprendere il mistero che da circa due millenni motiva donne e uomini a pregare per la salvezza di altre donne e uomini.

Il Sacro Eremo di Camaldoli è stato ‘il mio quotidiano’ per alcuni giorni. Lo si raggiunge dopo circa quaranta minuti di auto uscendo dalla E45 a Bagno di Romagna con direzione Passo dei Mandrioli. Le alte e aride rocce stratificate della prima parte del percorso si trasformano percorrendo la strada tortuosa in pochi attimi in un bosco continuo denso di alberi ad alto fusto fra i quali si intravedono all’ultimo istante, e prima di un pianoro, le alte mura di sasso e malta che cingono le costruzioni monastiche.
Fondato a metà dell’XI secolo da San Romualdo a 1200 metri di altitudine in un’area isolata, di grande emotività, fra i boschi secolari del Casentino che lo hanno protetto come un confine naturale, il complesso dell’Eremo è circondato da mura che si elevano per oltre tre metri e abbracciano la foresteria, la chiesa, l’orto dalle piante officinali e, all’interno di un’area non accessibile ai visitatori, le tante singole cellette che ospitano i monaci di clausura.
Nei suoi quasi mille anni di storia l’Eremo ha ospitato i pellegrini in viaggio verso la Terrasanta e ha conservato immutato per i fedeli più ferventi lo status di luogo di preghiera e di meditazione. Per il sottoscritto, un laico, un luogo di grande fascino, attrazione interiore, misticità e anche curiosità.
Un tempo forse troppo limitato di permanenza il mio, ma l’ho deciso in funzione del mio crescente dubbio di non riuscire a resistere dentro un modello di vita che per certo volevo indagare e conoscere meglio, ma che avevo solamente appreso nei libri letti sul tema storico-politico del monachesimo medievale e dalle informazioni fatte circolare da chi con probabilità ne aveva solamente sentito parlare.

La vita monastica occidentale, eremitica o di comunità nel cenobio, pur nei secoli declinata dai diversi ordini è ancora riferibile alla Regola di San Benedetto, scritta a Montecassino dal santo nel VI secolo d.C. La prima stesura poneva forti limitazioni nella vita quotidiana ai monaci quali la povertà, la castità, l’obbedienza. Tutta la vita si svolgeva all’interno del monastero e, in larga parte, ancora si svolge nella preghiera e nella meditazione per la salvezza degli uomini e, nel passato, nel lavoro interno all’orto e nelle attività collegate che per alcuni ordini rappresentavano la fonte di sostentamento: “ora et labora”. Le attività lavorative si sviluppavano poi anche all’esterno grazie alla popolazione contadina e alle risorse e ai frutti che nei secoli si erano resi disponibili al monastero in ragione le consistenti donazioni di terreni e immobili da parte di nobili o proprietari terrieri locali.

Il lato forse meno conosciuto del monachesimo medievale, e certamente di valenza più terrena, fu l’influenza che famosi abati, il più noto l’Abate Bernardo poi diventato San Bernardo di Clairvaux, esercitarono a partire dall’ XI fino al XIV secolo su papi, re e imperatori. Fu decisivo il loro ruolo giocato nell’epopea delle Crociate in Terrasanta, dall’epica liberazione di Gerusalemme nel 1099 nella prima crociata e nelle successive, e in seguito la presenza si rafforzò con la filiazione delle abbazie in Europa e oltre e con il controverso clamore ottenuto con gli ordini dei monaci guerrieri/cavalieri fra cui il più famoso il potente ordine dei Cavalieri Templari.

La Storia si evolve. Oggi all’interno delle mura l’ambiente della foresteria camaldolese nel quale ero ospitato mantiene i caratteri invalicabili dell’estremo silenzio utile a ripercorrere, nei momenti del quotidiano riposo combinato alla mancanza di ‘connessione’, i cardini della nostra esistenza, il dolore, l’amore, la speranza, la gioia o le profonde amarezze della vita. Questi pensieri venivano bruscamente interrotti dal violento suono delle campane che nei secoli hanno scandito, e ancora oggi scandiscono e organizzano, la giornata dei monaci.
Nel nostro contemporaneo, cosi come nel Medioevo, i momenti della preghiera dei monaci sono regolati con il primo forte scampanio di possenti campane per le preghiere prestissimo il mattino quando ancora è buio. Le Lodi e poi attraverso l’ora sesta, la nona, il Vespro fino alla serale Compieta, verso le 20, che conclude la giornata monastica dedicata alla preghiera per monaci e laici all’interno delle abbazie, ma che secoli orsono gestiva anche la vita lavorativa nei campi dei contadini e degli abitanti dei villaggi non impegnati, come tutti noi oggi con continuità, alla schiavitù (ora irrinunciabile) del telefono portatile o delle conferenze via Skype.
Un mondo monastico quello dell’Eremo di Camaldoli oggi aperto all’esterno con monaci, quelli di Comunità, che insegnano nelle Università, vicini e sempre disponibili al dialogo con le persone ospitate, ma che all’interno delle alte mura di sasso ha conservato nei secoli i principi fondanti originari, declinati in parte alla vita contemporanea ma protetto per i credenti e per i monaci da un filtro antico che è quello della fede e della preghiera.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Alfabeto di sguardi, le parole silenti

Sguardi fugaci e muti mentre si aspetta il treno possono essere la metafora di una voglia di evasione, un tentativo di seduzione, ma anche di una incomunicabilità che non trova parole.

N: In attesa del treno, uomini e donne in attesa del treno. Peccato sia chiaro, guardando anche distrattamente, chi è maschio e chi è femmina; almeno nella grande maggioranza dei casi. Sarebbe divertente mascherare tutti, uomini e donne, con un analogo burkini nero, che lasci scoperti solo centimetri di pelle, per giocare a individuare chi è maschio e chi è femmina solo dall’atteggiamento.
Vedresti individui che lasciano passare altri individui e concentrano lo sguardo su di loro solo dopo che sono passati: e lo sguardo si posa, come uno scanner, prima sui piedi, poi sale lungo le gambe, indugia sul sedere come a soppesare mentalmente una fulminea equazione, infine risale fino alla testa, non prima di una ulteriore tappa intermedia di tre quarti.
Vedresti altri individui che, invece, ti catturano con un’occhiata fugace, fulminea, lunga quella frazione di secondo in più che non ti lascia scampo: o capisci tutto lì o non capisci niente, e non ti sarà data un’altra possibilità.

R: Sulla banchina del treno o dove vuoi tu, se non capisci in quel momento, non lo capirai mai. Un po’ manicheo, ma è così. Prova a pensare a qualcosa di importante che tu non hai afferrato in un certo momento, puliscilo dal contesto in cui eravate (lo sai vero che è solo con l’altro che capita di prendere o perdere per sempre?) e fatti venire in mente tutte le volte che poi è successa la stessa cosa. Chiaramente vale anche il contrario: quando cogli lo sguardo e il messaggio, ci sei. E credo stia davvero tutto lì, centrare quell’occhiata fugace e fulminea, farla tua oppure guardare da un’altra parte, facendo finta di non avere visto.

N: A dire il vero di occhiate fugaci e fulminee ne colgo troppe per seguirle tutte. Credo che spesso siano davvero la spia di una fuga istantanea dalla propria vita, di un altrove che non verrà mai sperimentato, di un invito al quale il proprietario stesso dello sguardo si sottrarrebbe, imbarazzato o sdegnato.

R: Caro Nickname, ci piace anche giocare con l’immaginazione delle nostre possibilità: attirare l’altro, vedere quanto siamo capaci in pochissimo tempo di agganciare uno sguardo, pensare che sì potrebbe essere, ma questa banchina del treno non mi permette altro tempo e non voglio fermarmi proprio ora. Che tu sia proprietario dello sguardo o il destinatario, in stazione o a una cena con chi conosci da sempre, è un attimo decidere di non andare avanti e non fare quella domanda che potrebbe metterti su un altro binario.

Vi è mai capitato di essere in situazioni in cui uno sguardo, un gesto, una parola avrebbero deciso o cambiato il corso delle cose?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

PER CERTI VERSI
Ode inversa per Ferrara leghista

Ferrara
Che strazio
Ha perso la testa
Ha verniciato il suo cuore
Sepolto in un angolo di miseria
Gettando nel fango la memoria il prestigio di una storia ora venduta alla paura
E all’ebbrezza del vuoto
Di una cupio dissolvi
Furente e indifferente
Ha perso la testa
Verniciato il suo cuore
La pancia no
Ha trionfato
Di odio risentito
Di bieco sentore provinciale della gente bramosa di nemici
Ribollente

Tristi ma non sconsolati. Si riparte dalla ‘questione ecologista’

Esiste una bellissima frase di un bravo, anche non molto conosciuto scrittore tedesco, Johannes Kühn: “Ganz ungetröstet bin ich nicht”. Vuol dire: “Sono triste ma non totalmente sconsolato”.
Vale anche  per le elezioni di Ferrara, la città che ho scelto come seconda patria. La Lega ha vinto questa tornata elettorale senza se e senza ma, come ha scritto giustamente Fiorenzo Baratelli su questa testata (leggi QUI). Devo dire, grazie a Dio o, come più si addice a un laico, grazie all’elettorato democratico è stato un risultato chiarissimo che non lascia spazio per qualsiasi scusa. Così esiste finalmente una possibilità di cogliere un ‘momento storico’ per ricominciare e far nascere una ‘sinistra nuova’: più giovane, più aperta, meno chiusa in se stessa, meno ‘arrogante’ – “noi siamo i buoni sempre parte del mondo migliore, loro i cattivi che pensano solo alla sua pancia” – più ‘ecologica’, come peresempio in Germania con l’avanzata dei Verdi.

Un po di questo ‘Rinascimento civile’, senza i riferimenti dogmatici, l’ho sentito personalmente anche in occasione dei alcuni incontri del Terzo polo di Ferrara. Certo il risultato del voto ferrarese è molto deludente, quasi un incubo, certo un brusco risveglio come ha scritto Francesco Monini su Ferraraitalia (leggi QUI-link), ma per un democratico è da accettare. Una realtà politicamente nuova di sicuro apre anche un momento da non perdere per creare qualcosa di nuovo: un progresso di una città con tantissime risorse di passione civile.

La Lega, secondo me, vuole difendere solo un sogno di un passato che non c’è più e un’idea di società ormai anacronistica. Curare solo il proprio giardino, pensare solo e prima di tutto ai connazionali ‘di sangue’ sono concetti senza futuro in un mondo che cambia velocemente e nel quale è spesso molto difficile capire in quale direzione ci porta la ‘globalizzazione’.

Devo dire che all’inizio non sono stato un grande fan delle manifestazioni Fridays for Future perché mi sembravano un po’ troppo naiv e anche sponsorizzate da una grande macchina mediatica (e dalla famiglia di Greta ecc.). Dopo la grande vittoria dei Verdi in Germania (e non solo) ho cambiato il mio giudizio. Oggi ogni tipo di politica deve avere al suo nucleo la ‘questione ecologica’.  Parafrasando il famoso slogan di Trump e di Salvini: “Il mondo prima di tutto”. Così si può difendere il proprio territorio: ‘regionalismo’ sì, ma in un altro modo.
Come ha detto una volta Pier Paolo Pasolini parlando del regionalismo di Giorgio Bassani – che diventa nei tempi della Lega sempre più importante da conoscere – “Abbiamo bisogno di un regionalismo estremamente moderno, ovvero un regionalismo civile e non popolare”. Forse un bel punto di partenza dopo il deludente voto ferrarese.
Morale: sono molto triste per il voto ferrarese, ma non totalmente sconsolato…

A Ferrara il suicidio di un Pd che ha perso contatto con la realtà

di Nicola Cavallini

Parto da Ferrara. Stavolta il Pd poteva schierare anche l’Uomo Ragno, e avrebbe perso lo stesso. Stavolta la Lega poteva schierare anche Naomo, e avrebbe vinto lo stesso. Ah, c’era Naomo. Appunto. Ha vinto.
A poco è servito l’ultimo roadshow di un onnipresente Modonesi,novello Zelig. Il Pd ha perso perché si è suicidato a Ferrara. Al ducetto toscano è bastato tirare appena il guinzaglio per indocilire una già mansueta pattuglia di parlamentari ferraresi, il cui grado di fedeltà al capo di turno è canino. Guai a muovere un dito, guai ad alzare un sopracciglio per difendere non la banca, ma i risparmi dei propri compaesani, quelli che li avevano mandati a Roma. Trentamila famiglie azzerate, tipo un quinto del bacino elettorale della Provincia. Alle ultime politiche il mitico Franceschini ha avuto meno preferenze di un semisconosciuto 5stelle, ed è stato ripescato con il proporzionale. Impensabile fino a qualche anno fa, eppure è accaduto. Quindi questa è una sconfitta annunciata e tafazziana, a dispetto di un Sindaco che ce l’ha messa tutta ma è stato isolato dal suo stesso partito, fatto di mezze figure e che Ilaria Baraldi non poteva certo risollevare in qualche mese (anche se un candidato sindaco discontinuo si doveva trovare, ma il guinzaglino del Regionale ha dettato la linea, prendendo l’ennesimo granchio).
Passo alla nazione, quella che non siamo: noi siamo un insieme di famiglie, alcune delle quali controllano il territorio e l’economia. Non parteciperò al coro autoriferito e troppo comodo che si indigna sui social per il nuovo fascismo dei brutti, sporchi e cattivi. Noi siamo belli? Può darsi che siamo troppo belli, che siamo dei fighetti, e che qualcuno che friggeva pinzini ai festival adesso si senta più a suo agio tra i finti celti della Burana. Noi siamo puliti? Forse troppo, perché a forza di stare in un posto pulito, illuminato bene, poi in un caffè come quello del racconto di Hemingway così intitolato è più credibile trovarci un Alan Fabbri(e chi non l’ha capita vada a leggersi il racconto). Siamo buoni? No, siamo tremendi. Siamo settari, perpetuiamo faide sanguinose coi nostri compagni e il nostro settarismo non è duro, puro, ideale, macché, serve solo a ritagliarsi uno spazio di piccolo, tapino, miserevole potere. Parliamo sempre delle masse popolari e a forza di parlarne le abbiamo perse. Alcuni di noi sono più colti, più formati, e questa è una aggravante. Le masse sono moltitudini di singoli individui. Credo che alcuni di noi – non i migliori, che sono spesso i più sommessi – dovrebbero riavvicinarsi alle loro mitiche masse partendo da una severa analisi di come sono loro, di che individui sono.

Le responsabilità della sconfitta

La vittoria della Lega a Ferrara è netta. La sconfitta del centro-sinistra è pesante. Il significato simbolico di questo esito ferrarese assume giustamente un valore nazionale. La batosta di ieri segna il culmine di una catena di sconfitte subite dal centro-sinistra in molti comuni ferraresi negli anni scorsi. A ciò si aggiunge la clamorosa sconfitta di Dario Franceschini nelle elezioni del 4 marzo 2018 nel confronto diretto con una mediocre e anonima candidata leghista. A fronte di questi segnali inequivocabili di crisi profonda dell’identità culturale, politica, programmatica e organizzativa del maggior partito della sinistra ferrarese, il suo gruppo dirigente ha sempre evitato un’analisi seria delle ragioni delle sconfitte, rimuovendo i ‘fatti’ e perpetuando se stesso. Adesso basta!

La vittoria della destra a Ferrara è evento troppo pesante e traumatico per archiviarlo senza trarne le rigorose conseguenze. Nel merito, poche osservazioni…
1) Sarebbe errore grave attribuire la sconfitta ferrarese alla tendenza nazionale, perché questa ‘causa’ è smentita da ottimi risultati ottenuti sia in Emilia-Romagna (la netta vittoria del candidato del centro-sinistra a Reggio Emilia e la vittoria a Modena nel primo turno), sia in altri ballottaggi tenutesi domenica dove la Lega non ha stravinto (sette a sei).
2) E’ sulle responsabilità locali che bisogna concentrare l’analisi. Come culmine di una sequela di errori compiuti da chi ha diretto il Pd negli anni scorsi va considerato la scelta di un candidato sindaco vissuto come perdente fin dall’inizio. Da parte mia non è in discussione il valore di amministratore di Aldo Modonesi, ma la sua immagine di ‘continuità’ con un passato che una parte larga di opinione pubblica chiedeva di interrompere con una forte discontinuità di programma e di leadership. Non c’è dubbio che durante la campagna elettorale il candidato del centro-sinistra abbia compiuto uno sforzo di innovazione sul piano programmatico, ma la sua immagine ‘vecchia’ e in assoluta continuità con una classe dirigente che monopolizza la rappresentanza del Pd ferrarese da troppi anni ha annullato ogni possibile impatto positivo delle proposte nuove.
3) La domanda che viene spontanea è evidente: esisteva la possibilità di proporre alla città una candidatura diversa e vincente? Sì, esisteva… E c’è chi l’aveva segnalata per tempo sia nel dibattito interno al Pd, sia nel campo largo e plurale della coalizione del centro-sinistra. Quindi si poteva vincere, come è accaduto in altre città emiliane e nel Paese. E’ questa convinzione che rende più dolorosa e bruciante la sconfitta subita.

E ora, che fare? Intanto, non va demonizzato l’elettorato che ha eletto il nuovo sindaco. Quando si perde in modo così netto, bisogna fare i conti con i propri errori, senza inventarsi alibi di nessun tipo. Abbiamo bisogno di un severo esame a raggio largo, non di ripiegamenti lamentosi e vittimistici. Ritengo che le condizioni per risalire dal buco nero in cui siamo caduti ci siano. A patto che il Pd ferrarese archivi autosufficienza e chiusura in se stesso del gruppo dirigente. C’è bisogno di organizzare una grande e capillare discussione che coinvolga le fresche risorse umane messe in campo con generosità dalle liste civiche che hanno sostenuto Modonesi nel ballottaggio. E, più in generale, rendere permanente il rapporto con la cultura e il vario e plurale associazionismo democratico per capire meglio i grandi cambiamenti in corso nella società civile e per riqualificare la presenza di un nuovo centro-sinistra come unica alternativa etico-politica alla Lega nello spazio pubblico. In conclusione… Ciò che è avvenuto non è la fine del mondo, ma l’esito normale della democrazia. E come deve avvenire in democrazia, da qui bisogna ripartire…