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Quante sardine c’erano sabato sera in piazza? Nessuno si era portato il pallottoliere ma, dentro quel fitto fitto, contarle era un’impresa impossibile. Le stime divergono: una folla, forse 6.000 (La Nuova Ferrara); più di 6.000 (estense.com); per me eravamo di più, quasi 10.000. Diecimila? Ma dai, manco ci stanno 10.000 persone in piazza Castello. Sia come sia, il colpo d’occhio faceva impressione. Non ricordo a Ferrara un appuntamento politico tanto affollato. In piazza Castello è andata in scena la manifestazione più grande degli ultimi decenni. Ed è stata, prima di tutto, una grande festa.

 

Fin qui la cronaca, con una postilla molto istruttiva, il battibecco a distanza tra Lorenzo Donnoli, uno dei giovani promotori delle sardine ferraresi, e il sindaco Alan Fabbri. Fabbri voleva incontrare gli organizzatori, ma Donnoli ha declinato l’invito: “La parola d’ordine è Amore, e a Ferrara abbiamo un sindaco che si fotografa mentre umilia un senza tetto: la sua offerta di dialogo è strumentale, nel momento in cui si è passato il tempo a lucrare sulle difficoltà della nostra città con la narrazione del quartiere Gad.” La risposta valeva anche per l’ultima triste nuova: lo stesso 30 novembre, il sindaco aveva chiuso le strade al traffico per far passare uno sparuto gruppetto di militanti di Forza Nuova, che annunciava ufficialmente il suo insediamento nella città estense.

Che peccato però – questo pensiero credo sia passato per la testa di tutte le sardine (giovani e attempate) stipate in piazza Castello – peccato che a Ferrara la rivoluzione delle sardine sia arrivata con sei mesi di ritardo. Lo scorso 10 giugno la nuova Destra a guida leghista aveva vinto a mani basse le elezioni municipali, e il sindaco di cui sopra aveva raccolto il 56,8% dei voti. La storia non si fa con i se, ma è impossibile evitare qualche rimpianto. Non era già scritto, non è vero che era destino perdere. Io credo che avremmo potuto vincere se, allora, avessimo avuto il coraggio di fare un passo avanti: se avessimo avuto l’innocenza, lo spirito unitario, la libertà di pensiero, l’autonomia dai partiti, la voglia di cambiamento che oggi si esprimono nel movimento delle sardine.

Che c’entra l’innocenza con la politica? Lo spiega benissimo Marco Revelli che la settimana scorsa ha scritto il commento più bello, più acuto e più emozionante sulle sardine. Eccone un brano: “Considero L’INNOCENZA una delle parole chiave che spiegano quanto si è materializzato nelle piazze. Forse “la” parola chiave, che spiega la FORZA di quel primo appello che ha riempito Piazza Grande di una folla fitta e compatta come non se ne vedeva da tempo. Quella massa variegata e multicolore, strabordante e composta, ha risposto in forma così immediata e (possiamo dirlo? “irriflessa”) alla chiamata perché questa rispondeva a un bisogno profondo, vissuto, fino ad allora inespresso e però potente, sentito. Ma anche perché a chiamare erano figure “innocenti”, nel senso di “non compromesse”, come solo chi appartiene alla generazione nata a ridosso del passaggio di secolo può essere, ragazzi che non portano le (tante) colpe di chi in questo ventennio ha assunto responsabilità politiche. O anche solo ha fatto organicamente parte del gran circo della politica politicante, in tutte le possibili sinistre, o i possibili centri, chiese o sette che fossero, e ne ha subito, volente o nolente, i compromessi, gli abbandoni di ideali, le burocratizzazioni e le degradazioni funzionariali, i linguaggi gergali e morti, la separazione dai propri reciproci popoli; chi non ha prodotto delusioni in quanti hanno creduto in loro e non ha subito delusioni da parte di coloro in cui ha creduto, non si è ammalato di frustrazione né di settarismo, di arroganza né di risentimento.[…]”. L’intervento illuminante di Marco Revelli merita di essere letto per intero. Lo trovate Qui

Forse le sardine non dureranno. Forse l’enorme branco di giovani ‘innocenti’ che ora sta invadendo il mare delle piazze di tutta Italia, tornerà alle occupazioni (o alla disoccupazione) di tutti i giorni. Ma sarebbe importante che la Sinistra dei partiti e la società civile progressista, recepissero il cuore del messaggio che le sardine ci trasmettono. Una grande lezione, anzi, forse l’ultimo avvertimento, per non lasciare definitivamente il campo al populismo e all’egoismo sociale.

In parole povere: si tratta di fare il contrario di quanto si è fatto finora. Quello che ci ha fatto perdere tutte, ma proprio tutte le elezioni. Quello che ha regalato a Ferrara  Alan Fabbri, Naomo Lodi e Alessandro Balboni. Alle ultime elezioni comunali la Sinistra, anzi, tutto il campo progressista si è presentato con il solito vestito vecchio. Nel segno della beneamata continuità. I soliti partiti in prima fila, i collaudati uomini politici come capilista, i vecchi programmi un po’ riverniciati. Anche alle affollate assemblee espressione della società civile è mancato il coraggio di ‘nuotare da sole’: invece di unirsi e proporre insieme ai ferraresi un programma nel segno del cambiamento, alla fine si sono accodate alle liste (a quelle di partito o a quelle collegate alle prime). Si poteva così parlare un lingua nuova? No. Si poteva portare al voto i delusi, gli scontenti, i distratti? No. Si poteva vincere? No. Infatti si è perso. Malissimo.

Sono in molti a sperare che le sardine durino almeno fino alla fine di gennaio. Sperano (anche io naturalmente) che questi giovani pesciolini possano portare un po’ di linfa (un po’ di voti), che possano fare da traino per fermare l’avanzata leghista e salvare l’ultimo fortino, la regione Emilia Romagna. A sperare non si fa peccato, è un ragionamento legittimo, ma terribilmente politicista. Talmente miope e di corto respiro che può rivelarsi una ennesima illusione.

Le sardine rappresentano (e chiedono) altro, propongono l’innocenza di cui scriveva Marco Revelli. Chiedono alla Sinistra una muta, cioè di iniziare finalmente a cambiare pelle. Nuovi comportamenti e nuovi rapporti. Nuovi visioni e nuovi programmi. Nuove persone e nuove forme di democrazia partecipata. Comunque sia andata a Ferrara sei mesi fa, comunque vada in Emilia alle elezioni di gennaio, occorrerà partire da questa domanda inevasa. Forse non è troppo tardi per provarci.

 

 

 

 

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Francesco Monini

Nato a Ferrara, è innamorato del Sud (d’Italia e del Mondo) ma a Ferrara gli piace tornare. Giornalista, autore, infinito lettore. E’ stato tra i soci fondatori della cooperativa sociale “le pagine” di cui è stato presidente per tre lustri. Ha collaborato a Rocca, Linus, Cuore, il manifesto e molti altri giornali e riviste. E’ direttore responsabile di “madrugada”, trimestrale di incontri e racconti e del quotidiano online “Periscopio”. Ha tre figli di cui va ingenuamente fiero e di cui mostra le fotografie a chiunque incontra.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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