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Gianrico Carofiglio a Ferraraitalia: “Incompetenza e demagogia al Governo. All’Italia serve ben altro”

“Con i piedi nel fango”: un titolo eloquente quello del libro-intervista sulla politica che Gianrico Carofiglio presenterà domani (venerdì 29 alle 15,30 a Ibs Ferrara). “La politica è fare i conti con le cose come sono davvero: cioè spesso non belle e non pulite – è scritto nella presentazione del volume -.  Bisogna entrare nel fango, a volte, per aiutare gli altri a uscirne. Ma tenendo sempre lo sguardo verso l’orizzonte delle regole, dei valori, delle buone ragioni”.
E’ l’occasione per ascoltare un intellettuale lucido, appassionato e tagliente, noto al grande pubblico soprattutto per i suoi splendidi romanzi (fra i quali la serie dell’avvocato Guerrieri e quella del maresciallo Fenoglio). Ma i numerosi e illuminanti saggi di cui, pure, è autore, forniscono chiavi di comprensione e preziosi elementi di consapevolezza relativi al mondo in cui viviamo. Il suo è uno sguardo che tiene insieme gli aspetti antropologici e quelli politici, investigando il carattere e le propensioni individuali, nonché vizi, vezzi e (spesso perdute) virtù della sfera pubblica.
Una perla che fa storia a sé nella ricca produzione dell’autore è, poi, “Passeggeri notturni”, raccolta di brevi e folgoranti considerazioni sul vivere, che traggono spunto da fatti reali, talvolta impastati in oniriche ispirazioni.

“Con i piedi nel fango” è edito da GruppoAbele e riporta l’articolata e appassionante conversazione fra l’autore e il giornalista Jacopo Rosatelli. L’incontro di domani è organizzato dal dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, grazie all’inesausto prodigarsi del professor Andrea Pugiotto, costituzionalista, che con Carofiglio dialogherà. Lo scrittore, che è stato magistrato e senatore,  ha accettato di anticipare a Ferraraitalia alcune delle riflessioni che faranno da filo conduttore alla conversazione, che sarà accompagnata dalle letture del Centro teatro universitario di Ferrara.

La politica è spesso inganno. Nel libro lei sostiene che i meccanismi comunicativi che stanno dietro a pratiche di manipolazione funzionali all’acquisizione del consenso debbano essere conosciuti e padroneggiati pure dal politico onesto. Vuol chiarire questo passaggio?
Sostengo che il politico onesto debba conoscere le tecniche di manipolazione per potersene difendere, ma escludo che debba o possa usarle perché la manipolazione non è mai etica. Ritengo invece che la politica onesta debba impadronirsi di efficaci strumenti di comunicazione che tengano conto, in una pratica etica, del fatto che spesso le scelte politiche sono emotive e non razionali.

Afferma, però, che in alcuni casi la menzogna o la reticenza siano necessari. In quali?
Mi riferisco perlopiù all’omissione: ogniqualvolta sia indispensabile per un interesse superiore (che non può mai essere quello personale del politico in questione) e non implichi la manipolazione dei destinatari.

Per quanto concerne le abilità strategiche, lei sostiene che il politico onesto quando non può sottrarsi al confronto con il mascalzone (o l’imbecille) deve essere capace di neutralizzarne le mosse scorrette. Come?
Prima di tutto bisogna conoscere quelle mosse, come dicevamo prima. Poi una buona tecnica, fra le tante, è rendere manifesto il tentativo di manipolazione, svelare l’inganno. È uno dei modi più semplici ed efficaci per neutralizzarlo.

Scardinando un luogo comune, afferma che al politico consapevole conviene dichiarare i propri limiti e i propri errori. Perché?
Perché gli errori rendono amabili, diceva Goethe. Intendeva che gli errori (quelli che si è capaci di ammettere, naturalmente) sono un segno della nostra umanità. Inoltre ammettere gli errori ci consente di apprendere da essi e dunque progredire.

Giusto! Ma un conto sono gli errori, ben altro invece sono spregiudicatezza e malafede. In questo senso, è d’accordo con Luciano Violante, al quale fa riferimento nel libro, quando ci segnala che in Italia i confini fra illegalità e politica sono stati spesso evanescenti?
Spesso, sì. Purtroppo.

Sullo sfondo il tema centrale, quindi, è ancora una volta verità e menzogna. Al riguardo, principalmente a causa dei sistemi di diffusione delle informazioni tipici dei social network, la possibilità di smentire le false notizie è pesantemente ostacolata, in conseguenza del meccanismo virale di propagazione delle cosiddette ‘fake news’, che di fatto rende impossibile ripercorrere tutti i canali di propagazione. E’ d’accordo?
Parzialmente. È vero che la fondamentale differenza sta nel meccanismo – e dunque nella velocità – di propagazione. Non direi però che sia sempre inibito ogni serio tentativo di rettifica.

A proposito di verità, nel testo lei argutamente segnala tre suggestive rimodulazioni anagrammate del termine: ‘relativa’, ‘rivelata’, ‘evitarla’. Io personalmente  sto con Popper, Pirandello e Zagrebelsky e considero la verità frutto di una ricerca inesausta, condotta con la consapevolezza di non poterne mai pienamente comprendere l’essenza e dunque sempre gravata dal dubbio di un possibile fraintendimento… Lei, che prima di essere scrittore è stato giudice, che rapporto ha con la verità?
Amichevole ma circospetto. L’idea di fondo è che buona parte di quello che chiamiamo verità dipenda dai punti di vista. Bisogna dunque accettare che anche nel nostro punto di vista (che di regola, per ovvie ragioni di miopia, ci sembra il migliore) ci siano profili difettosi e veri e propri errori. Bisogna imparare a guardare le cose dal punto di vista dei nostri interlocutori e anche dei nostri avversari. Questo ci rende più tolleranti e più capaci di cogliere la complessità dell’oggetto: la verità, appunto.

Lei per cinque anni è stato Senatore, eletto nelle liste del Pd. Pensa in futuro di potersi ancora direttamente impegnare in politica?
Non saprei. Quella è un’esperienza passata. Se sorgessero le condizioni, se avessi l’impressione di potere essere davvero utile ci penserei.

Infine, transitando dall’analisi all’attualità, che giudizio dà dell’attuale governo e che futuro immagina per il nostro Paese?
Molto negativo. Una miscela pericolosa di incompetenza, demagogia e arrivismi personali. Immagino – mi auguro – un futuro in cui il nostro Paese sia sorretto da mani ben più esperte. Mani guidate da un senso dell’etica della democrazia che vedo quasi del tutto assente in chi sta governando in questo non fortunato periodo.

 

Per saperne di più, si può leggere anche la cronaca dell’incontro con l’autore in libreria “Gianrico Carofiglio a Ferrara” [fai clic sul titolo per andare alla pagina linkata]

Ka mate, Ka ora: il cerchio della vita dei Māori

E’ dei giorni scorsi la prima grande commemorazione delle vittime della strage nella moschea di Noor a Christchurch, in Nuova Zelanda, avvenuta il 15 marzo. Anche molte donne non musulmane hanno indossato un velo improvvisato, un fazzoletto, una sciarpa sul capo in segno di lutto e vicinanza alla comunità colpita; lo ha fatto anche una poliziotta, reggendo un mitra e una rosa rossa. Ma accanto a questa immagine, rimane scolpito nella mente il grande, inaspettato tributo, il giorno successivo al massacro, davanti al luogo di culto: quello inscenato dal gruppo di motociclisti Māori, Manya Kaha Aotearoa. Un Haka in onore dei cinquanta scomparsi nell’attentato, una manifestazione di profondo rispetto per i morti, le loro famiglie e la loro comunità.

E’ la danza tradizionale dell’etnia Māori neozelandese, che ha saputo mantenere da sempre la sua forte identità e la sua cultura, difendendone tradizioni e tratti caratteristici. Ha mantenuto fino a oggi perfino il proprio re, figura autorevole e prestigiosa, pur non ricoprendo alcun ruolo formale e costituzionale. Un popolo di 750.000 unità, da tempo convertito al cristianesimo, che non ha mai cercato la completa integrazione con le altre etnie, anche se incoraggiato dal governo attraverso programmi di facilitazione alla convivenza, con l’obiettivo di proteggerne e preservarne al contempo la specificità. Un popolo fiero, davanti al quale nel 1997 l’esecutivo neozelandese fece ammenda e riconobbe i danni morali e materiali subiti durante la colonizzazione inglese, mentre la regina Elisabetta II, capo dello Stato, si scusò formalmente incontrando l’allora sovrana Māori, Tea Ata, autentica rappresentante e ambasciatrice della cultura di questo popolo.
Davanti all’efferato attentato di Christchurch i Māori c’erano; sono comparsi improvvisamente, a consegnare un segno della loro contrizione nell’unico modo solenne, grave, intenso ereditato dai loro avi e sempre presente nei loro cerimoniali e avvenimenti importanti: la Haka. Considerata erroneamente una danza di guerra, è la rappresentazione di gioia e di dolore, di liberazione, di sfida, esultanza, accoglienza, disprezzo, che nascono dall’interiorità più profonda. Una complessa composizione di suoni e movimenti del corpo, mani, piedi, braccia, lingua, accompagnati dal tono della voce, eseguiti secondo rigorosi canoni disciplinari che un leader detta al gruppo, incitando o allentandone i ritmi, scandendo i gesti, esortando. L’Haka è emozione pura, forza, espressività e passione con cui ogni volta viene riconfermata l’identità di razza; un rituale che impressiona per la sua potenza e che deriva dallo spirito guerriero che non hanno mai accantonato.
Oggi è praticato nei college, nelle università, nell’esercito e nelle celebrazioni storiche della Nuova Zelanda, ma tutti ricordiamo un’indimenticabile interpretazione di Haka nello stile Ka Mate, del 2005, eseguita dagli All Blacks, la squadra nazionale di rugby neozelandese che, sotto la guida del suo leader, il capitano Tana Umaga, rimase agli annali della storia di questo sport, seppur non rigorosamente di derivazione strettamente originale, ma modificata per l’occasione. E se accostiamo questo rito tribale agli spettacolari tatuaggi diffusissimi tra la popolazione, allora comprendiamo meglio come nella cultura Māori la forte volontà di autoidentificazione passi anche attraverso forme rappresentative artistiche notevoli.

Il Moko è il tradizionale disegno tattoo con cui vengono decorati i volti dei guerrieri un tempo come ora, che raccontano attraverso di esso la propria storia personale. Le donne esibiscono il riconoscibile tatuaggio sul mento per indicare il loro legame matrimoniale. Un popolo a volte indecifrabile, ma che sa esprimersi potentemente con i segni della sua cultura particolare e che ha lasciato tracce indelebili anche nella storia di molti altri popoli, partecipando alle loro vicende belliche. Durante la Prima guerra mondiale 500 Māori vennero arruolati nelle file dell’esercito britannico e formarono il Native Contingent, chiamato anche Māori Pioneer Battalion. Si distinsero nelle battaglie di Verdun e Arras, impiegati nei combattimenti ma anche nello scavo di trincee e tunnel a ridosso della linee tedesche, data la loro riconosciuta abilità in queste operazioni. La loro presenza durante la Seconda guerra mondiale è distinta dal coraggio e dal valore con cui si misurarono nella battaglia di El Alamein e nel nostro Paese, nella battaglia di Montecassino. Nel 1939 vennero arruolati 750 volontari Māori che, su sollecitazione dei loro capi, crearono un’unità esclusiva di nativi che non si risparmiarono per temerarietà, resistenza e capacità bellica. Lo stesso fedelmaresciallo del Reich, Erwin Rommel, “la volpe del deserto”, che li aveva notati nei combattimenti in nord Africa, non risparmiò apprezzamenti nei loro confronti, che contribuirono ad avvolgere di un’aura leggendaria questa popolazione. “Datemi il battaglione Māori e vincerò la guerra” sono le parole famose di Rommel. Il memorabile 28° battaglione Māori neozelandese fu anche il primo a entrare nella città di Empoli nell’estate del 1944, tra le macerie lasciate dai tedeschi in fuga. Non sappiamo se “Ka mate, Ka ora” (è la morte, è la vita), le parole che ricorrono potenti all’inizio dell’Haka come segno di ricostruzione e rinnovamento, risuonarono nelle viuzze della città devastata, come grido di liberazione e vittoria. Sappiamo però che le ultime invocazioni che tuonano nell’Haka sono: “Whiti te rā!” “il sole splende”; “Hī!” “Alzati!”.

LA RECENSIONE
La danza ossessiva di Sharon Eyal punta dritta al ‘cuore’ dello spettatore

di Monica Pavani

Prendi una poesia dal titolo Ocd (acronimo per Obsessive Compulsive Disorder), scritta dal campione texano di Poetry Slam Neil Hilborn. La poesia non è stratosferica, è abbastanza banale, ma picchia su un tasto che colpisce la sensibilità anonima e universale della rete e diventa virale. Chi parla nella poesia soffre di disturbo ossessivo compulsivo – appunto –, s’innamora e l’amore sembra salvarlo ma poi, come spesso accade, lo abbandona di nuovo alla sua solitudine. Il linguaggio è povero e l’enfasi della voce non basta a farne una grande poesia. E tuttavia è sufficiente per scatenare migliaia di click (compulsivi) e – soprattutto – per far esplodere l’immaginario di una geniale coreografa originaria di Gerusalemme, Sharon Eyal, che per ben diciotto anni ha militato – non semplicemente collaborato – con la Batsheva Dance Company di Ohad Naharin, ovvero la più dirompente forza propulsiva della danza israeliana.

Arriviamo allo spettacolo ‘OCD Love’ presentato al Comunale domenica dalla L-E-V Dance Company – “cuore” in ebraico –, fondata nel 2013 da Sharon Eyal insieme all’artista visivo Gai Behar e composta da danzatori mozzafiato. Scena buia, un velo di fumo aleggia in sala, si apre il sipario e l’inizio è già ipnosi: una danzatrice è immersa in un sinuoso assolo dove il corpo raggiunge il punto massimo di sensualità, ovvero ogni arto si muove verso il suo limite estremo, accenna all’infinito e si ripiega, come avesse una miriade di ali. Le movenze non rimandano a nulla che gli spettatori possano avere visto prima. Il metodo Gaga, ideato da Naharin trapela senz’altro come accento sull’intensità espressiva velatamente animale che muove il corpo, ma è un riferimento che deriva dal fatto di conoscere uno dei punti di partenza della compagnia e più oltre non si spinge. Sul palco entra una presenza maschile, poi il mistero si popola fino a comporsi di cinque danzatori, ma niente è svelato, la danza è pura ossessione: la forza di un desiderio assoluto che mai raggiunge il punto di saturazione e continuamente trova nuovi accordi, variazioni e impulsi. Ogni interprete avvita forme da un nucleo centrale, come se dal cuore (vedi il nome della compagnia) si diramassero infinite direzioni e ogni movimento le contenesse tutte potenzialmente. La naturalezza è strabiliante, così come strabiliante è la sapienza dei danzatori che sono al contempo meravigliosi solisti e un coro perfettamente all’unisono.

©Marco_Caselli_Nirmal
Foto nel testo e in copertina ©Marco_Caselli_Nirmal

Non si può prescindere dalla musica techno prodotta in loco da un vero e proprio mago del suono, il dj Ori Lichtik, fedele collaboratore di L-E-V, perché è la linfa che unisce le scene. Lichtik riesce a esasperare ritmi afro fino a farli sconfinare in musica disco o – sull’altro versante – in un’eco di musica classica. Ogni miscela è estremamente viva, e organica, esattamente come il pensiero coreografico che sta all’origine dello spettacolo. Naturalmente c’è una traccia che sorregge la sequenza musicale ma anche Lichtik a suo modo danza con le note al seguito dei ballerini.

A pensarci bene c’è un verso della poesia di Hilborn che dopo aver visto ‘OCD Love’ diventa estremamente suggestivo: “Tutto nella mia testa si è calmato. / Tutti i tic, tutte le immagini in continua successione sono semplicemente scomparse”. È l’effetto che fanno capolavori come questo, che sollevano – letteralmente – gli spettatori e li proiettano in un altro mondo dove l’aria e la luce sono molto più rarefatte.

‘OCD Love’ è l’atto finale di una stagione di danza che anche quest’anno ha offerto un panorama su alcune linee di ricerca – a livello mondiale – che scuotono davvero l’immaginario di chi ha la fortuna di sperimentare lo stra-ordinario qui, a Ferrara. Si auspica un riconoscimento sempre maggiore anche da parte del pubblico perché non è affatto scontato – in tempi di odi e paure in parte innescati dai mezzi di comunicazione con chiari intenti manipolativi – avere la possibilità di aprire i canali della sensibilità, dell’emozione, e assaporare la bellezza al suo culmine che svariati artisti sparsi per il mondo sanno ancora catturare e donare a cuore aperto.

L’addio ad Andrea Emiliani. Il ricordo nelle parole del fratello giornalista Vittorio

Si è spento a 88 anni, dopo qualche settimana di ricovero seguita all’insorgere di una grave malattia, Andrea Emiliani, notissimo storico dell’arte bolognese che a Ferrara ha lavorato come Soprintendente ai Beni artistici e culturali. Appena tre giorni fa la nostra città ha pianto la scomparsa di un altro apprezzatissimo ex Soprintendente, Andrea Alberti, 61 anni, le cui esequie ci celebrano domattina alle 10,30 alla chiesa di San Giorgio, anch’egli come Emiliani deceduto al Sant’Orsola di Bologna.
Andrea Emiliani era nato a Forlì nel 1931. Lo ricordiamo attraverso le parole del fratello Vittorio, giornalista, per molti anni direttore del Messaggero di Roma.

di Vittorio Emiliani

“Nostro fratello Andrea si è spento stanotte all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna dove era ricoverato da oltre due mesi per una grave malattia. Era nato il 5 marzo 1931 a Predappio Nuova (Forlì), ma aveva trascorso a Urbino l’adolescenza e la prima giovinezza appassionandosi all’arte. Abbiamo avuto la fortuna di abitare per oltre dieci anni di fronte al Palazzo Ducale, retto da Pasquale Rotondi, che, durante la guerra, era anche il nostro rifugio antiaereo. Ha terminato il Liceo Classico a Urbino per poi iscriversi alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna dove il suo primo vero amico e maestro è stato lo storico dell’arte Francesco Arcangeli. In quell’ambito ha conosciuto il soprintendente alle Gallerie Cesare Gnudi che lo ha assunto, ventenne o poco più, quale “salariato di Soprintendenza” facendolo partecipare subito alle grandi biennali di arte antica. Politicamente si è sempre mosso, come i suoi maestri, nell’ambito del socialismo riformatore.

Laureatosi poi a Firenze con Roberto Longhi con una tesi su Simone Cantarini il Pesarese, grande incisore, allievo di Guido Reni, i suoi pittori sono stato per sempre gli urbinati Raffaello e Barocci e i bolognesi. Successivamente è diventato ispettore della Soprintendenza e quindi direttore della Pinacoteca Nazionale di Bologna, il più giovane d’Italia, che ha concorso a raddoppiare negli spazi e negli allestimenti.

Sulla scia di Cesare Gnudi e di altri grandi intellettuali quali Ezio Raimondi e Lucio Gambi, ha intrapreso i censimenti integrali dei beni culturali e ambientali di intere vallate appenniniche in Emilia-Romagna dando quindi un contributo anche antropologico alla storia dell’arte e del territorio. Uno dei suoi libri più significativi resta “Dal Museo al territorio”, una concezione che lo ha fatto giudicare nel modo più negativo la recente riforma Franceschini che ha tagliato al contrario il rapporto fra Museo e territorio separando assurdamente la tutela (lasciata, indebolita, alle Soprintendenze) e la valorizzazione (affidata ai Poli Museali). Ha partecipato a vari convegni firmando documenti decisamente polemici in materia.

Oltre a riprendere e a proseguire con grande slancio le Biennali di Arte antica a Bologna, organizzate quasi sempre (Guido Reni, Lodovico Carracci, Guercino, Crespi. ecc.) in collaborazione con un Museo europeo e uno statunitense, ha sviluppato la ricerca sulla storia della tutela inquadrando storicamente con Antonio Pinelli la figura di Quatremère de Quincy e la lettera programmatica di Raffaello e Baldassar Castiglione a Leone X e recuperando i primi testi di legge dei Granduchi di Toscana, dello Stato Pontificio (Pio VII soprattutto) e Lombardo-Veneto. Uno dei suoi temi prediletti è stato il neoclassicismo così vivo nella sua Romagna fra Faenza, Forlì e altre città, nei teatri, negli edifici pubblici, nei mercati pubblici, ecc. Fra i suoi amici più cari restauratori quali Ottorino Nonfarmale, col quale aveva impostato un centro studi sulla pietra, e Carlo Giantomassi.

In ottimi rapporti col mondo dell’arte e dei musei di tutto il mondo, ha coordinato e pubblicato di recente con Michel Laclotte, creatore del Grand Louvre, le ricerche di una équipe di storiche francesi sul recupero delle opere d’arte portate a Parigi da Napoleone e in parte recuperate colà da Antonio Canova erede della Soprintendenza pontificia alle Antichità, con l’aiuto anche finanziario del duca di Wellington, il vincitore di Waterloo: “Opere d’arte prese di Italia nel corso della campagna napoleonica 1796-1814 e riprese da Antonio Canova nel 1815”, Cartabianca Editore, Faenza.

Ha curato per l’Alfa diversi volumi di ricostruzione storica e politica sulla Romagna, su Bologna, su Palazzo Milzetti, gioiello neoclassico di Faenza da lui acquistato per il patrimonio statale, restaurato e arredato. Ma fondamentale resta il suo libro “Una una politica per i beni culturali”, uscito da Einaudi nel 1974 e ripubblicato di recente dalla Bononia University Press.

Medaglia d’oro della cultura, Légion d’honneur, accademico dei Lincei, ha presieduto per anni, dopo aver lasciato a 67 anni per limiti di età la carica di Soprintendente ai beni storici e artistici di Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna e Rimini, l’Accademia di Belle Arti di Bologna, l’Accademia Clementina e l’Isia di Faenza. E’ stato fra i fondatori, con Lucio Gambi e Ezio Raimondi, dell’IBC Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna. Innumerevoli i saggi scritti anche sul patrimonio paesaggistico, sul censimento dei beni della Chiesa, sui centri storici. Col grande fotografo Paolo Monti predispose la campagna di censimento fotografico del centro storico di Bologna (10.000 scatti i n due anni), premessa fondamentale al piano Cervellati per il restauro e il recupero a fini residenziali e sociali della città entro le mura. Con Paolo Monti e Pier Luigi Cervellati ha tenuto un corso di lezioni interdisciplinari al DAMS allora nato da poco.

Lascia in tutti noi grande dolore, affetto e rimpianto, ma anche la sollecitazione a servire, senza retorica di sorta, nei fatti, il bene pubblico, lo Stato, con una passione civile, possiamo ben dirlo, senza cedimenti”.

21 marzo a Ferrara: istituzioni e cittadini per mantenere vivi memoria e impegno delle vittime innocenti delle mafie

“Non li avete uccisi. Le loro idee camminano sulle nostre gambe”: è la celeberrima frase sullo striscione della manifestazione all’indomani delle stragi del 1992. “Abbiamo un debito di riconoscenza”, ha detto don Luigi Ciotti nel discorso che ha concluso la manifestazione nazionale di Padova di questo 21 marzo 2019, XXIV Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. “Sono morti, ma in realtà per noi sono ancora vivi, perché i loro sogni, le loro speranze devono camminare sulle nostre gambe”. “Una memoria viva, che ci sfida ad assumerci sempre di più responsabilità e impegno”, “per costruire attorno a noi più vita, perché vinca la vita”, ha sottolineato il fondatore del Gruppo Abele e di Libera.

E anche a Ferrara il 21 marzo quest’anno ha collegato passato e presente, memoria e futuro, a partire dalla lettura dei nomi delle vittime, che si è tenuta giovedì mattina in Municipio in contemporanea con le altre piazze d’Italia.
“Siamo in un momento nel quale forse gli anticorpi etici sono venuti un po’ meno”, ha detto il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani e, ricordando le inchieste al Nord, in Emilia Romagna, Lombardia e le recentissime in Veneto, ha aggiunto: “siamo ormai consapevoli che nessun territorio si può dire al sicuro”. Anche per questo, ha concluso Tagliani, “E’ un piacere che questo evento si svolga qui nella casa comune, nella casa di tutti i cittadini”. Insieme a lui erano presenti il prefetto, Michele Campanaro, e il questore Giancarlo Pallini. “E’ importante per me essere qui oggi, occasioni come queste possono rinsaldare i legami nei territori e creare anticorpi”, ha affermato il prefetto. Campanaro ha ricordato come “un’esperienza importante, non solo dal punto di vista professionale”, gli anni da vice prefetto vicario a Caserta e l’omicidio di don Peppe Diana, di cui quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario. Pallini si è detto orgoglioso di provenire dalla stessa terra del sacerdote, quella Casal di Principe che ha reagito: don Peppe aveva detto “Per amore del mio popolo non tacerò” e il suo popolo si è ribellato al “clima di omertà e intimidazione”. Un clima che “nelle organizzazioni mafiose raggiunge l’apice, ma che tutti noi possiamo vivere nel nostro quotidiano”. Ecco perché, ha concluso il Questore, “non bisogna chiudersi in sé stessi”.
Magistratura, forze dell’ordine e amministrazioni non vanno lasciate sole: la battaglia contro le mafie “è una battaglia culturale e di civiltà”, ha ricordato il referente del Coordinamento provinciale di Libera di Ferrara, Donato La Muscatella. Per questo la lettura dei nomi è, non solo idealmente, “un passaggio di testimone” perché la memoria delle vittime e dei loro famigliari diventi “un valore condiviso che spinga all’impegno”. Un impegno anche e soprattutto alla ricerca della verità perché, come ha ricordato don Ciotti a Padova “l’80% dei famigliari non conoscono ancora la verità, o la conoscono solo in parte”.
E in questa staffetta, il testimone è passato da Sindaco, Prefetto e Questore, ai cittadini: in trentacinque, fra i quali aderenti ad associazioni e realtà cittadine – Emergency Ferrara, Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, Pro loco Casaglia, Movimento Nonviolento, Unicef, Cgil Ferrara – e giovani del Copresc di Ferrara, del gruppo scout di San Luca e della 5° F del Liceo Roiti, hanno letto l’elenco delle vittime, che parte dal 1879 e arriva al 2018, mentre i nomi risuonavano anche nella piazza municipale, ai piedi dello scalone. Un rito civile e democratico fatto di volti e di voci che si assumono la responsabilità del ricordo e dell’impegno.

La sala dell’Arengo prima dell’inizio della lettura
Alcuni momenti della lettura dei nomi
Alcuni momenti della lettura dei nomi
Alcuni momenti della lettura dei nomi
Alcuni momenti della lettura dei nomi
Inaugurazione della mostra

La mattinata è proseguita con l’inaugurazione della mostra ‘Vittime di mafia’, a cura della casa editrice Becco Giallo. Storie di nuova resistenza contro l’omertà imposta della criminalità organizzata raccontate attraverso un linguaggio vicino ai giovani, ma non solo: le graphic novel. Protagonisti della mostra sono eroi del nostro tempo, che hanno sfidato e combattuto la mafia: Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Lea Garofalo, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo e Mauro Rostagno, disegnati da Marco Rizzo, Lelio Bonaccorso, Giacomo Bendotti, Nico Blunda, Giuseppe Lo Bocchiaro, Ilaria Ferramosca, Chiara Abastanotti e Gian Marco De Francisco. La mostra è allestita nell’atrio adiacente la Sala Arengo della residenza municipale, visitabile gratuitamente dal 21 al 27 marzo negli orari di apertura degli uffici comunali.

Nel pomeriggio, invece, due incontri per presentare due testi che allargano lo sguardo, per parlare di legalità come valore fondante di una cultura democratica e di una società solidale. “Abbiamo bisogno di parole e di pensieri che sappiano interpretare i mutamenti, che sappiano orientarci”, ha detto don Ciotti a Padova.
Il primo appuntamento, al dipartimento di giurisprudenza di Unife, con il volume ‘Il diritto al viaggio. Abbecedario delle migrazioni’ (Giappichelli 2018), presentato dai curatori Luca Barbaro e Francesco de Vanna, insieme a Baldassare Pastore, professore di filosofia del diritto presso l’ateneo ferrarese, Emilio Santoro, professore di filosofia del diritto presso l’Università di Firenze e Direttore del Centro interdipartimentale l’Altro diritto, Alessandra Sciurba, coordinatrice delle Cliniche legali presso l’Università di Palermo, e Thomas Casadei, professore di filosofia del diritto presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e membro del CRID – Centro di ricerca interdipartimentale su Discriminazioni e vulnerabilità. “Non basta accogliere, bisogna riconoscere le persone, occorre ritrovare ciò che ci accomuna tutti a prescindere dalle culture, dalle religioni e dalle idee, dobbiamo ritrovare ciò che ci fa riconoscere, ciò che ci rende prossimi e fratelli”, ha detto con chiarezza don Ciotti a Padova, proclamando poi il suo “no alla gestione repressiva dei migranti e all’attacco ai diritti umani”. Le migrazioni sono un fenomeno strutturale e i migranti se ne vanno dai loro paesi non tanto perché “gli va”, come sostengono alcuni politici, ma spesso perché costretti dal “sistema economico dell’occidente, che ha depredato e derubato intere zone del pianeta senza alcun riguardo e pietà per chi le abitava”, ha affermato ancora il fondatore di Libera.
L’ultimo appuntamento di giovedì 21 marzo è stato alla Feltrinelli per la presentazione di ‘Vent’anni di lotta alle mafie e alla corruzione. L’esperienza di Avviso Pubblico’, con Giulia Migneco, coautrice e responsabile comunicazione di Avviso Pubblico, e Antonella Micele, vicesindaco di Casalecchio di Reno e coordinatrice regionale dell’associazione. Avviso Pubblico è la rete di enti locali che concretamente si impegnano per promuovere in Italia la cultura della legalità e della cittadinanza responsabile: fondata nel 1996, conta oggi più di 370 aderenti, fra Comuni, Unioni di Comuni, Provincie e Regioni. Tutti amministratori che ‘a viso pubblico’ – appunto – si impegnano per la formazione dei colleghi e non solo e per (ri)dare credibilità alle amministrazioni locali: le istituzioni più vicine ai cittadini, tra i “maggiori produttori di legami sociali, di solidarietà, di reciproca fiducia tra i cittadini e nei confronti dello Stato”, come scrive nel libro Agnese Moro – ex presidente dell’associazione e figlia dell’on. Aldo Moro.

La presentazione alla Feltrinelli
La serata Da cosa nostra a casa nostra

Nel nostro territorio sono quattro i comuni aderenti: Ferrara, Cento, Fiscaglia e Voghiera. E proprio Isabella Masina, vicesindaco di Voghiera, ha parlato di Avviso pubblico come di un “aiuto fondamentale per orientarsi”, “una spalla professionale per supportare gli amministratori”. Con Antonella Micele si è invece tornati a parlare di come traghettare le esperienze di questi venti anni fatte nel futuro: è necessario e fondamentale “lavorare con le nuove generazioni, perché i giovani di oggi saranno i dirigenti di domani”. Parallelamente bisogna superare la concezione della trasparenza come ‘adempimento formale’: “non è una questione di burocrazia, ma di passione civile”. “Il buon amministrare e l’erogazione di servizi come diritti, oltre la logica del compromesso e dei favoritismi – ha concluso Micele – sono la condizione per una buona vita democratica”. E per togliere alle mafie il proprio paludoso terreno di sviluppo fatto di clientelarismo e corruzione: la criminalità si infiltra e offre servizi laddove lo Stato lascia vuoti.

Venerdì sera poi la parola è passata proprio a loro, ai giovani: al Punto 189 del Grattacielo gli scout del Gruppo Ferrara 4 di San Luca insieme ai giovani della parrocchia Immacolata hanno raccontato, anche in forma di spettacolo, la propria esperienza nelle terre tolte alla criminalità organizzata e gestite dalle cooperative, in un incontro significativamente intitolato ‘Da Cosa Nostra a casa nostra: viaggio di scoperta, conoscenza e responsabilità’.

Il programma delle iniziative ferraresi si concluderà il prossimo 29 marzo con un’altra presentazione alla Feltrinelli in via Garibaldi: ‘Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana’ di Sergio Nazzaro, giornalista e scrittore, un viaggio duro e crudele tra Caserta e Napoli, nel delta del Volturno, per il quale Sergio Nazzaro ha ricevuto il Premio Testimone di Pace 2013.

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Accad(d)e oggi 21 marzo con Libera: Orizzonti di giustizia sociale. Passaggio a Nord Est

Papa Francesco: il gesuita pragmatico che fa pulizia nella Chiesa

Il 13 marzo 2013 Jorge Mario Bergoglio è stato eletto 266° pontefice della Chiesa cattolica e si può forse iniziare a racciare un primo bilancio di questi sei anni di papa Francesco. A farlo alcuni giorni fa, Massimo Faggioli, a Santa Francesca Romana, la sua parrocchia prima che spiccasse il volo nel 2008 per gli Usa, dove insegna e fa ricerca storica e teologica, ora, alla Villanova University di Philadlphia in Pennsylvania.

Il profilo tratteggiato di papa Bergoglio è stato quello di un “gesuita pragmatico” che, in sostanza, sta andando avanti per la sua strada innescando processi, più che formulare risposte risolutive. Un incedere incurante dei freni della curia romana, di un Pontefice che non perde il sonno la notte se il suo fare non incrocia il sostegno di un pensiero teologico. Anche se il suo tragitto pastorale non si può dire privo di una teologia e filosofia, come vorrebbe chi lo sminuisce come ‘parroco del mondo‘ in confronto con il papa teologo per definizione: Joseph Ratzinger.

Ma la parte saliente della riflessione di Faggioli è stata riservata allo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa.
Qui l’atmosfera in sala si è fatta densa e preoccupata.
Le rivelazioni nel giugno 2018 a carico dell’ex arcivescovo di Washington D.C., Theodore McCarrich (espulso il luglio successivo dal collegio cardinalizio per decisione di papa Francesco); in agosto il rapporto del gran giurì della Pennsylvania che rivelava il sistema di coperture a favore di sacerdoti accusati di pedofilia e alla fine dello stesso mese la pubblicazione del memoriale dell’ex nunzio negli Usa, Carlo Maria Viganò, con tanto di nomi e cognomi di cardinali e vescovi accusati di collusioni con circoli gay, che avrebbero favorito McCarrick e altri (e invito rivolto al Papa a dimettersi); fino all’annuncio di papa Francesco, in settembre, della riunione straordinaria dei presidenti delle conferenze episcopali a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019.
E poi lo choc delle rivelazioni riguardanti l’Irlanda; la vicenda dell’arresto, con sentenza in diretta tv australiana, dell’ex ministro vaticano per l’economia, cardinale George Pell (condannato a sei anni di carcere per abusi sessuali); il film premio oscar ‘Il caso Spotlight‘ sulla diocesi di Boston con le accuse al cardinale Bernard Francis Law (dimessosi nel 2002 sotto il peso dello scandalo e morto nel 2017), di aver coperto in modo costante e sistematico gli abusi compiuti da sacerdoti; fino alla consapevolezza che “quasi tutte le chiese occidentali ne sono coinvolte a livello dei loro più alti responsabili”, scrive lo stesso Faggioli (Il Regno 2/2019).
Sono solamente alcuni esempi di un ciclone che si sta abbattendo sulla Chiesa cattolica (ma il fenomeno non risparmia le altre confessioni e la società in generale, nella sua mutazione antropologica nell’era capitalistico-digitale), senza contare che il silenzio che finora riguarda la Chiesa italiana pare non significhi che qui il problema non esista.

Un macigno grande come una casa, le cui implicazioni non fanno che aggiungere preoccupazione a inquietudine.
Proviamo a dirne solo alcune.
Il tutto accade dopo che per anni la predicazione morale ecclesiale è stata concentrata in modo insistito, martellante e ossessivo sulla sfera sessuale, fino all’irrigidimento intransigente sui valori non negoziabili, tralasciando in secondo piano la questione sociale e imbastendo alleanze – più o meno tattiche (atei devoti, tecocon…) – con abbracci politici imbarazzanti, se non sconfinati nella più plateale incoerenza.
Un’impostazione che, per quanto con l’attuale pontificato stia conoscendo una decisa correzione di rotta, finisce per porre un grande problema di credibilità della Chiesa, nell’impatto brutale contro le proporzioni dello scandalo abusi.
Le conseguenze non sono di portata minore, se si pensa che questo ciclone è facile fianco per usi strumentali sul piano teologico, pastorale, culturale e politico.

Se la globalizzazione, specie in Occidente, sta producendo disuguaglianze dove si attendeva il definitivo passaggio delle colonne d’Ercole di una nuova era di benessere, questo significa società facili prede di paure e nuovi rancori, con tanto di ripiegamenti nostalgici e chiusure dietro ripari, per quanto anacronistici, del passato: nazionalismi, sovranismi, suprematismi, muri, barriere, dottrine, tradizionalismo. Tutte letture che, per quanto strumentali, trovano orecchi sensibili per ostacolare chi vuole incamminarsi sulla strada di una ecclesia semper reformanda.

Restando nel recinto strettamente ecclesiale, non si potrà trascurare a lungo anche il problema di un collegio cardinalizio così pesantemente investito che, prima o poi, dovrà riunirsi per eleggere il prossimo Papa.
Non da meno è, e destinato a essere, il prezzo in termini di vittime innocenti di questo uragano: da chi, devastato, ha subito violenze inconfessabili, e tuttora inconfessate, ai casi, già verificati, di prelati dimessi o allontanati da incarichi pastorali, travolti sotto il peso insopportabile delle accuse, poi scagionati al termine dei processi.

Se poi l’altra categoria di cittadini ecclesiali, oltre ai consacrati, è quella dei laici, dai quali attendersi una ventata di aria nuova dove ristagna un’atmosfera a dir poco plumbea, non si possono trascurare le analisi di chi, con tutto lo spirito costruttivo che si vuole, ha intitolato libri come ‘Il brutto anatroccolo. Il laicato cattolico italiano‘ (2008). In questa riflessione, per esempio, Fulvio De Giorgi fa impietosamente notare che, per ordini partiti dalle alte sfere gerarchiche, per lunghi decenni i paradigmi conciliari della mediazione (Azione cattolica e cattolicesimo democratico) e del paradosso (la linea Roncalli-Dossetti), sono stati sacrificati per dare mano libera al paradigma movimentista della presenza (Comunione e liberazione): al posto del dialogo con la modernità si è dato fiato e spazio all’eterno ritorno del mito della conquista.
Il risultato è, almeno così sembra, che in queste condizioni fare appello al laicato è un po’ come infierire sulla Croce Rossa.

L’impressione, quindi, è che nella tempesta degli abusi sessuali, su cui esperti come Faggioli dicono che si sta solo iniziando a levare il coperchio, lo stesso papa Francesco corra il serio rischio di essere tremendamente solo nel suo pur eroico tragitto.
Da solo, perché ormai è impossibile rimetterci il coperchio: significherebbe andare incontro a una sconfitta tutta consumata sul piano dell’incoerenza, del testacoda.
Da solo, inoltre, perché questa sfida epocale avviene con un corpo ecclesiale a sua volta risultato di un modello formativo (l’età costantiniana, come l’ha chiamata Alberigo, il paradigma tridentino, come l’ha definito Paolo Prodi, o l’età piana di Fulvio De Giorgi), giunto storicamente al capolinea e con un cattolicesimo che tuttora si porta dentro le tossine di un clericalismo invasivo (da leggere la riflessione di Hervé Legrand su Il Regno 2/2019), che al più gli ha concesso ospitalità nella Chiesa, mai cittadinanza.
Non a caso papa Bergoglio, in un’analisi lucidissima, è arrivato a indicare nel clericalismo la radice deviante che in proiezione ha prodotto il disastro drammatico degli abusi, ancora da misurare in tutta la sua estensione.

E tornano alla mente le parole che l’allora cardinale Joseph Ratzinger pronunciò alla nona stazione della famosa via crucis del 2005, al posto di un esausto Giovanni Paolo II ormai al termine dei suoi giorni terreni: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa”. Lo stesso Benedetto XVI, che nel 2013 rassegnò le sue clamorose dimissioni.

Il tempo è scaduto

da: Addizione civica

Addizione Civica prende atto dell’impossibilità di creare un vero polo civico ampio, coeso, pluralistico, capace di rappresentare quel mondo che si colloca nell’area del centro sinistra, fuori dai partiti tradizionali.

Ci abbiamo creduto non risparmiando energie e impegno nella ricerca della massima condivisione possibile attraverso strade di mediazione che portassero ad un risultato migliore della semplice somma delle idee di ciascuno.
Purtroppo questo tentativo non ha portato i frutti sperati.

Registriamo l’impossibilità di convergere su un unico candidato sindaco e per questo riteniamo concluso il nostro compito.
Pertanto non parteciperemo con una nostra lista alle prossime amministrative, anche per non alimentare la frammentazione che abbiamo sempre stigmatizzato.

Il nostro lavoro di questi mesi ci conforta per qualità, passione e competenza: per questo i componenti del nostro gruppo continueranno singolarmente il proprio impegno nei modi e nei contesti che ritengono più idonei.
Siccome la politica non è fatta solo di appuntamenti elettorali valuteremo come proseguire il percorso che ci ha coinvolti nel nome dell’impegno civico per il bene comune.

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Hera preistorica

La novità è che la richiesta della tariffa agevolata per il conferimento dei rifiuti va rinnovata ad Hera ogni anno. Nessuno sapeva niente, anche perché all’atto della domanda non l’hai trovato scritto da nessuna parte e ti sei impegnato a comunicare ogni variazione che comportasse il venire meno del tuo diritto.
Così Hera, accorgendosi che nessuno si reca agli sportelli per chiedere il rinnovo, in data 4 marzo invia una lettera ai suoi utenti, tra i quali mia suocera, informandoli di aver prorogato la scadenza delle domande di rinnovo dal 31 gennaio al 31 di marzo.
La lettera fornisce all’utente gli orari degli sportelli a cui rivolgersi, il numero verde da chiamare e l’elenco dei documenti necessari alla richiesta, specificando che è sufficiente presentare la copia di uno solo tra quelli previsti.

La lettera altro non dice. Così quando ti rechi allo sportello di Hera, per rinnovare la tua richiesta, scopri che non hai la delega, modulo di cui ti fornisce diligentemente un solerte operatore addetto alla accoglienza. Considerare che chi necessita di presidi sanitari forse non è autonomo è uno sforzo che evidentemente i nostri tempi non consentono più alle menti umane addette alla comunicazione tra Hera e l’utenza.
Passi. Te ne torni a casa a far firmare la delega a tua suocera più che novantenne e nel frattempo ti sorge il dubbio che la lettera ricevuta oltre a tacere della delega possa aver taciuto anche su altro. Allora decidi di chiamare il numero verde, il quale sostiene che i documenti indicati nella lettera per il rinnovo della richiesta non sono a scelta, sono tutti da presentare, così scopri che l’operatore con cui stai parlando ne sa meno di te.

La prima cosa che mi chiedo è perché il rinnovo della agevolazione non si possa fare on line, tramite una semplice e-mail, allegando la scansione dei documenti richiesti. Si risparmia tempo, denaro, carta e anche mal di fegato.
E qui continuo a restare basito di fronte al persistere nel nostro paese del conflitto tra burocrazia e digitale. Si pretende di rivoluzionare la democrazia trasformandola in diretta attraverso le piattaforme on line, ma una questione di elementare democratizzazione dei servizi e delle utenze come il rinnovo di una richiesta non si riesce a digitalizzare.

Non c’è alternativa. Mi reco, con la mia delega e tutti i documenti necessari, al nuovo sportello Hera di viale Cavour, perché quello di via Diana è decisamente scomodo. Mi viene assegnato un numero. Altre dodici persone vengono prima di me. Fantasticare che avrei potuto fare tutto da casa con l’aiuto del mio computer, non fa che accrescere la mia ‘muffa’. Finalmente sul display, perché, ironia della sorte, le nuove tecnologie non possono mancare, compare il mio numero d’ordine.
L’operatrice di fronte alla quale mi siedo porta un nome che non voglio svelare, significa corona dei martiri, lei certo deve saperlo e non ha alcuna intenzione di essere martirizzata dalle mie domande e dalle osservazioni che nel frattempo ho accumulato, fatte di suggerimenti che vorrei comunicare ad Hera per vedere di migliorare il suo servizio.

Quando all’interlocutrice porgo il certificato dell’Asl attestante che mia suocera soffre di incontinenza stabilizzata, come previsto dalla lettera ricevuta, essa reagisce stizzita, informandomi che lei non è un medico.
Sfido chiunque a essere in grado di mantenere la calma. Per quale mai arcana ragione, io, recandomi allo sportello di Hera, quello di viale Cavour, avrei dovuto aspettarmi di incontrare di là dal tavolo un medico? Cara ragazza cos’è che ti ha fatto scattare una simile reazione? Il certificato dell’Asl è stato galeotto. Quello stesso compreso nell’elenco dei documenti a scelta. Lei ne ammetteva uno solo: la bolla di consegna dei pannoloni. Evidentemente è stata programmata così.
Perché le cose sono peggiorate quando, sebbene un po’ su di giri anch’io, le ho fatto notare che il certificato firmato dal medico dell’Asl dichiara per iscritto che mia suocera è un’incontinente “stabilizzata”. E se è “stabilizzata” che senso ha che Hera pretenda tutti gli anni il rinnovo della richiesta?

L’operatrice, che non ama la corona dei martiri di cui pure porta il nome, mi svela di essere debole nel lessico, non conoscendo il significato della parola “stabilizzata”, e che comunque sono le nuove disposizioni del regolamento comunale, di cui non c’è alcun riferimento nella lettera inviata agli utenti. Ma la nostra amica, carente d’ogni elementare nozione, evidentemente, a conferma delle sue parole, con un colpo di genio mi mostra che nella lettera ricevuta, oltre al logo di Hera, in alto a destra c’è lo stemma del comune di Ferrara, per poi abbandonare stizzita la sua postazione e farsi sostituire da una collega decisamente più abile nel front office.
In realtà mi rendo conto che alla mia interlocutrice allo sportello di viale Cavour devo le mie scuse, perché entrambi siamo vittime della preistoria, che ignora l’era digitale e le promesse del 5G, continuando a umiliarci con i suoi riti di sudditanza e di soggezione, e Hera che noi paghiamo è sua complice.

BORDO PAGINA
Intervista a Davide Foschi per il quinto Festival del Nuovo Rinascimento dedicato a Leonardo da Vinci

“—Nuovo Rinascimento, il movimento culturale che in questi anni sta diffondendo i valori di un nuovo Umanesimo in Italia, creando sinergie tra privati, istituzioni, enti e imprese, presieduto da Rosella Maspero e Davide Foschi….” Repubblica Milano

D:  Davide  Foschi,   500° di Leonardo e il tuo Nuovo Rinascimento in pole position: già “annunciato” da questo mese  un tour di 9 mesi, eventi  continui  arte totale,  tra mostre, incontri letterari, conferenze, varie iniziative, ecc. per  il Festival del Rinascimento V, a Milano ecc.  Anche Repubblica ha già segnalato in anteprima il Nuovo Rinascimento come Eccellenza  per le celbrazioni leonardesche.  Uno Zoom  sui lavori e il palinsesto in progress?

Il 2019 è un anno speciale e come Direttore Artistico del FESTIVAL DEL NUOVO RINASCIMENTO MILANO 2019 non potevo che rilanciare l’evento ormai giunto alla 5a edizione in maniera ancora più efficace e spettacolare: per la prima volta infatti avremo un Festival diffuso nell’arco dell’anno tra eventi, mostre e presentazioni in Città da marzo a dicembre, nel nome di Leonardo da Vinci e del 500° Anniversario della sua morte. Come sai Milano sarà al centro del mondo per questa ricorrenza e non solo, essendo ormai la metropoli più in ascesa a livello europeo e mondiale per quanto riguarda tutti gli ambiti, da quello economico a quello turistico, da quello culturale a quello artistico: poche Città al mondo oggi possono essere più centrali ed importanti per tutti questi motivi. Non dimentichiamo inoltre che Milano è di fatto la Città di Leonardo, la mia e il luogo che ha visto nascere il Nuovo Rinascimento.
Il Festival del Nuovo Rinascimento – Milano 2019 ha appena ricevuto l’approvazione (entusiasta) del Municipio 6 – Comune di Milano con il proprio Patrocinio, per l’alto valore artistico e culturale offerto. Ma procediamo con ordine: intanto, come è stato scritto sul bell’articolo apparso su “LA REPUBBLICA” il 23/01/2019, il Nuovo Rinascimento ha ottenuto il prestigioso incarico culturale di essere l’ente coordinatore artistico per quanto riguarda una serie di importanti iniziative istituzionali nella Milano di Leonardo da Vinci, nell’anno del suo 500° anniversario della morte. Partiamo con un bellissimo percorso di arte e cultura lungo il Naviglio Grande fino alla Darsena, una delle zone più suggestive e visitate al mondo con i suoi milioni di turisti nazionali e internazionali.

In questo splendido cammino leonardesco e Neoumanistico troveremo eventi, mostre d’arte contemporanea degli Artisti del Nuovo Rinascimento, presentazioni, inaugurazioni, interviste che coinvolgeranno tante realtà, divise per AREE TEMATICHE: per quanto riguarda l’AREA CULTURA, ARTE E TURISMO abbiamo optato per gli esclusivi appartamenti turistici di “Vacanze in Arte” di cui si è occupata la stampa, dedicati a tante eccellenze italiane che hanno dato lustro al nostro paese, come ad esempio Alda Merini, Andrea G.Pinketts, Aida Cooper con Mia Martini e Loredana Bertè, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Carla Fracci. L’iniziativa è stata appena premiata tra le “ECCELLENZE DEL NUOVO RINASCIMENTO 2019” dalla nostra Presidentessa Ross Maspero.in persona. E’ sicuramente una grande occasione di prestigio e visibilità grazie ai turisti provenienti da tutto il mondo nella Milano in cima alle classifiche per qualità della vita e per presenze culturali e turistiche agli occhi dei tanti visitatori europei, russi, americani, arabi, cinesi, giapponesi. Insomma, avremo gli occhi del mondo addosso.

Sono previste splendide Rassegne d’Arte per le AREE ARTE E TURISMO e ARTE ED ECONOMIA intitolate proprio “UMANESIMO”, con il meglio degli Artisti del Nuovo Rinascimento dal 7 aprile fino al 7 settembre, coinvolgendo location come il frequentatissimo Bistrot “Cicinin”, con le proprie vetrine direttamente sul Naviglio Grande e presso l’area espositiva dell’Agenzia FM Assicurazioni UnipolSai con le proprie vetrine di via Binda 36.

A queste location si aggiunge per quanto riguarda l’AREA CULTURA ED EVENTI la Libreria Mondadori di via Ettore Ponti dove stanno per partire le DIRETTE STREAMING del programma LEONARDO: tutti i mercoledì dalle 18,30 alle 19,30 presenteremo tanti ospiti, autori, artisti, filosofi, musicisti, personaggi pubblici e istituzionali.

Per quanto riguarda l’AREA FOOD, TURISMO E ARTE nel corso dell’anno organizzeremo anche eventi neorinascimentali, come presso il famoso ristorante “Tano passami l’Olio” dello chef “stellato” e nostro caro amico Tano Simonato, presso lo stesso Cicinin e il ristorante vegano Cibò di via Maiocchi.

Tante altre iniziative si aggiungeranno a quelle segnalate, ci aggiorneremo man mano: anticipiamo fin d’ora che da metà ottobre si svolgerà l’evento culmine delle manifestazioni 2019, il “Gran Galà del Festival del Nuovo Rinascimento – Nel nome di Leonardo da Vinci” che radunerà con il Patrocinio delle Istituzioni le Eccellenze del Nuovo Rinascimento tra mostre di grandi artisti che dedicheranno le proprie opere al Genio toscano, concerti e conferenze: si terrà presso il MUMI,  l’Eco Museo Ex Fornace di Alzaia Naviglio Pavese 16, la sede del primo grande Festival che inaugurò la nascita ufficiale del Nuovo Rinascimento nel 2016 in cui fu ospite Pupi Avati premiato nell’occasione con il “New Renaissance Award 2016″.

D: Davide, il Nuovo Rinascimento  protagonista della nuova cultura italiana, la Bellezza e magari l’Uomo Vitruviano.. per la Rigenerazione della Cultura Futura in Italia, tra Scienza e Arte: obiettivi?
L’obiettivo dei un grande movimento culturale come Nuovo Rinascimento è unico e molteplice allo stesso tempo: riscoprire il valore della vita umana e il senso della meraviglia. Giorno per giorno, tra abuso incontrollato della tecnologia usata per la pancia e non per i cuori come invece potrebbe; tra volgarità e disprezzo della vita; tra fanatismi e violenze non degne di chi vuole chiamarsi essere umano ci stanno abituando sempre più a perdere il nostro senso dell’io, la creatività, lo sguardo obiettivo, in generale la nostra libertà.
Occorre un Nuovo Rinascimento e non semplicemente sopravvivere. Occorre essere consapevoli che questa che stiamo vivendo, potenzialmente un’era incredibilmente ricca e speriamo non irripetibile, è stata trasformata dalla stupidità di molti in una società della morte, del disumano. Alla morte dobbiamo reagire con la vita, con nuova vita. Occorre ricominciare a far fiorire la bellezza, il senso poetico della vita, il romanticismo e allo stesso tempo la voglia di illuminare di verità il mondo, senza ridursi a guardarlo con un monocolo di parte del tutto istintivo ed ingannevole. Far tornare l’essere umano al centro della società, con le armi dell’arte, della cultura, della scienza, del rispetto dell’ambiente, dell’educazione e di una giusta economia.
L’uomo vitruviano leonardesco ne è la sintesi visiva e filosofica: passati 500 anni sono in tanti a non averlo ancora capito.

Info
https://www.facebook.com/groups/youmandesign4nr/permalink/982309628625327/
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2019/01/23/il-nuovo-umanesimo-delle-vacanze-con-le-case-dartista-sui-navigliMilano07.html

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Il piede nella porta

N: Sono uno snob, quindi quello che dichiarano i personaggi famosi mi lascia perplesso per definizione. Però l’altro giorno ho sentito una famosa attrice, in uscita da una relazione con figli e in entrata dentro un’altra, dichiarare che l’uomo non chiude mai una porta. Al massimo la accosta, ma non la chiude. La donna invece tende a sbatterla, quella porta, non solo a chiuderla. Con tutta la cautela che accompagna ogni generalizzazione, questa frase mi ha persuaso.

R: Il vostro piede nella porta, che ingombro. E’ vero, capita che noi la sbattiamo sperando nel rinculo che la spalanchi ancora più di prima. Ma ti voglio raccontare cosa è successo a una donna-donna non molto tempo fa: la storia era conclusa da un paio d’anni, la fine era stata certificata da un silenzio bilaterale che non aveva previsto nessuna porta a soffietto. Poi lui, abituato a gestire le vite degli altri, si è rifatto vivo tentando di forzare la serratura. La donna-donna ha aperto per un attimo la porta senza sganciare la catenella e lo ha salutato per sempre. Il motivo è uno solo: due anni prima, lei era stata colpita dalla stessa porta in faccia e, solo grazie al tempo, aveva capito che da lì non sarebbe mai più passata, per scelta.

N: Anch’io ho la sensazione che, a volte, la porta venga sbattuta per essere riaperta. Ma non per sempre. Un uomo può tornare sul luogo del delitto dopo anni, e comportarsi come se l’ultima volta fosse stata ieri. Per lui il tempo non conta. Una donna nel tempo apre e chiude capitoli, e quando chiude chiude.

R: Le donne, a un certo punto, smettono di vivere di nostalgia: la nostalgia è il dolore (algos) per un ritorno (nostos), ma le donne riescono a essere più veloci. Quando qualcuno ritorna, le donne hanno già fatto altri viaggi, in genere di sola andata, sono ormai diverse e lontane da quel luogo abitato in cui non si riconoscono più. E soprattutto dove non tornerebbero.

Come è stata la fine delle vostre storie? Da porte sbattute o solo accostate per facilitare la riconciliazione?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

DIARIO IN PUBBLICO
Parigi o cara…

E alla fine del libro bassaniano (leggi QUI l’articolo su Ferraraitalia) il ritorno a casa, a Parigi.
Mi accoglie un tempo astioso, un misto di vento implacabile, di pioggia alternata a un cielo azzurrissimo, di freddo gelido con pochi momenti di tepore. L’aeroporto di Beauvais è quasi irraggiungibile. La cittadina che avevo amato con la sua bella cattedrale non si vede, ma tutto si muove velocemente, al limite del disumano tra ordini impartiti con toni secchi, estenuanti attese in piedi, imbarchi a spinta come se i passeggeri fossero merce da stivare. Per i ‘diversamente giovani’ (leggi vecchi come chi scrive) le linee aeree economiche sono da evitare come la peste, specie quella che usa questo aeroporto. Una schiera di liceali di Macerata sfoggia una maglietta rossa. Sono allievi e allieve del Liceo Leopardi gentili, educati, entusiasti. Una deliziosa ragazza nel sedile accanto trattiene il fiato nel pronunciare la parola magica: Parigi. Dò la stura ai ricordi e le indico i luoghi della mia formazione sentimentale e artistica, suggerendole di andare a visitare la casa-museo di Edith Piaf. Mi guarda sconcertata, chiede aiuto alle compagne che scuotono la testa desolate perché tutte non sanno chi sia questa cantante. Nemmeno ‘La vie en rose’ dice loro niente. Provo con Maria Callas e ottengo un lieve ‘remember’. Con sicurezza, la protesi del telefonino incollata alle dita, scattano immagini su immagini. Nessuno guarda ciò che appare se non come visione mediata.

Decido – anche se avevo promesso a me stesso di non lasciarmi incantare dalle sirene dei musei – almeno di andare a dire ‘ciao’ ai miei amici. Comincio con la Fondation Vuitton al Bois de Boulogne e allora non importa più il vento, le code interminabili, i controlli che smagnetizzano perfino la chiave dell’hotel e mi trovo in questo vascello di vetro e acciaio a guardare con occhi rapiti la Courtauld Collection tante volte vista a Londra, ma qui trionfalmente risplendente, che sfoggia senza pudore i suoi capolavori: quasi provocatoriamente. Già sono in fase di follia amorosa. Il taxi mi porta al Museo Marmottan tempio del Neoclassico. C’è una mostra, ‘L’Orient des peintres’, e tra Ingres, Gêrome, David, Manet e compagnia raggiungo la pazzia mentale. Un altro taxi dovrebbe condurmi all’inizio di Faubourg Saint-Honoré, ma m’imbatto in un autista ladro che comincia a girare trasportandomi da tutt’altra parte. Alle mie proteste risponde con viso innocente. E’ ormai consuetudine, mi si spiega; basterebbe che telefonassi alla polizia e perderebbe il posto. Ma quanto tempo mi sottrarrebbe alle mie visite? Rinuncio quindi a 20 euro e sempre più in stato di esaltazione percorro la strada del lusso almeno per comprarmi un etto di tè e i suoi inimitabili frutti canditi da Verlet. Sguardo implorante a chi condivide questi giorni con me e concludiamo con il Louvre. Tra folle scalpitanti con sottofondo delle lingue più strane, su cui predomina l’italiano. Mi dirigo a porgere un doveroso saluto alla Gioconda, un quadro che non amo, ma ai compleanni è buona norma portare gli auguri. Il pavimento della rinnovata sala tutta in legno è cosparsa di corpi umani che compulsivamente cercano di guardare non il quadro ovviamente, ma l’orrido aggeggio attaccato alle falangi. Un classico odore di corpi e piedi non lavati condisce il salone dell’idolo. Lentamente monta la rabbia. E nella grande galleria m’imbatto nei ‘Baccanali’ Tiziano, una volta a Ferrara, che mi conducono fino alla ‘Morte della Vergine’ di Caravaggio. Qui stanchi barbutelli o ragazzotte in abito da sera con unghioni variopinti s’accarezzano le untuose chiome o si fanno treccioline. Dall’Alpi alle Isole i dialetti italioti si sprecano. Formulo tra me e me una proposta: perché non impedire l’ingresso ai musei d’arte ai giovani tra i 15 e i 25 anni? Sarebbe un risparmio di energie e di consumo del luogo. Chi volesse potrebbe farlo da solo perché motivato. E ce ne sarebbero. Di solito, mi spiegano, la gita di fine anno alle superiori dovrebbe sancire l’ingresso nella società europea. E allora lasciate che scelgano loro le mète. E se mèta è inevitabilmente Parigi, allora che vadano a fotografare l’entrata del ‘Lido’ o del ‘Moulin rouge’, che ancora nell’immaginario rappresentano il peccato e non noiosissimi luoghi di falsa impudicizia. Altra cosa invece i bambini. A due per due guardano rapiti ogni cosa orgogliosamente condotti dai loro maestri. In silenzio per capire l’origine della bellezza.

Eppure il mio rigorismo crolla quando un gruppo s’avvicina al Caravaggio e una ragazza spiega impeccabilmente il senso del quadro e la sua storia. Tacciono, le fanno domande e capiscono l’enormità dello scandalo di quel folle pittore che osa dare alla Vergine forme e modi di una vecchia prostituta. Lo stesso rispetto che ho visto in quel gruppo come nei milioni di giovani che manifestavano per la salvezza del clima, nel loro sentirsi Greta, nel darci una lezione di eticità. Al di là e sopra ogni retorica o ogni atteggiamento da radical chic.
E m’avvicino all’amico tra gli amici. Canova. Scendo al piano terra e mi dirigo sicuro a salutare ‘Amore e Psiche’. Resto basito. Non ci si può avvicinare per la folla. Ha raggiunto il livello di fama della Gioconda o del Caravaggio. Giovani e meno giovani in estasi pensano come sarebbe bello esser baciati da ‘cotanto amante’. Riesco non senza difficoltà a procurarmi un posto alle spalle del gruppo e contemplo le chiappe canoviane di Amore fino a sentire una piccola punta d’orgoglio. Trent’anni a lavorare su quell’autore!

Ho preziosi indirizzi per poter mangiare in luoghi unici. Alle Halles di Saint-Germain una trattoriuccia dal nome di un profumato fiore ci accoglie con calore e via allora con champagne e coquilles Saint Jacques a prezzi da pizza! Riprovo anche per una doverosa Margarita al Deux Magots. Il puro orrore di turisti asiatici e russi. La Margarita mi costa come il pranzo in trattoria. Fine di un mito.
E sotto un cielo rabbiosamente incattivito rinuncio ai libri da Gibert in Boulevard Saint Michel.

Ripartiamo per l’Italia, ma sorpresa delle sorprese nel Duty Free dello scalcagnato aeroporto troviamo un celeberrimo profumo ormai sparito da qualche anno dal mercato che ci riporta con quell’odore indimenticabile alla città magica.
Au revoir mon Paris.

Paola Novara presenta: “Una chiesa, un monastero, un museo. Materiali per la ricostruzione della storia dell’Abbazia di Pomposa

Da: Organizzatori
Sabato 23 marzo alle ore 11.00 al Palazzo della Ragione, si apre il programma degli eventi culturali organizzati da APE (Associazione Pomposa Eventi) e Abbazia di Pomposa. Si inaugura la stagione con un’interessante conferenza dedicata ai materiali da costruzione ritrovati all’interno della Abbazia di Pomposa. La presentazione, a cura della Prof.ssa Paola Novara (Museo Nazionale di Ravenna) autrice di numerosi testi riguardanti queste tematiche ci illustrerà parte dei reparti esposti nel museo pomposiano. L’evento rientra nel calendario della 7° edizione della Primavera Pomposiana, promossa dalla Abbazia di Pomposa e realizzata dai volontari di Ape, “Associazione Pomposa Eventi” in collaborazione con Polo Museale Emilia Romagna con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Codigoro.
L’ingresso è libero

ACCAD(D)E OGGI
21 marzo con Libera: Orizzonti di giustizia sociale. Passaggio a Nord Est

Come ogni anno dal 1996, il 21 marzo Libera e Avviso Pubblico insieme alle scuole, a realtà del terzo settore e a tanti cittadini, organizzano e celebrano la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, dal 2017 riconosciuta con legge del Parlamento: con le centinaia di familiari delle vittime, ci si ritrova ogni anno in tanti luoghi in Italia e non solo, per ricordare nome per nome tutti gli innocenti morti per mano delle mafie.

“La trasmissione della memoria – ha spiegato Daniela Marcone, vicepresidente nazionale di Libera e responsabile Libera Memoria, a margine della Assemblea Nazionale dei familiari delle vittime innocenti delle mafie – a partire dai ricordi personali, necessita di una condivisione fattiva da parte delle intere comunità in cui viviamo, solo in questo modo quei ricordi possono contribuire a ricostruire pezzi di storia non scritta nei libri di scuola, che in molti caso hanno letteralmente fatto luce sulle modalità con cui le mafie hanno aggredito il territorio. Non solo, per l’intera rete di familiari e attivisti della rete di Libera è fondamentale che la memoria da portare avanti sia una memoria viva”.

Il tema di questa XXIV edizione, alla manifestazione nazionale a Padova, è ‘Orizzonti di giustizia sociale. Passaggio a Nord Est‘. Un’occasione di riflessione e rilancio per questo territorio: si tratta di cogliere la strutturazione locale degli scambi commerciali, culturali e sociali esistenti, che hanno prodotto ricchezza e prosperità, ma che in parte hanno anche permesso a mafie e corruzione di diventare soggetti riconosciuti e strumenti riconoscibili in un così vasto territorio. Un territorio nel quale, come hanno dimostrato le recenti cronache, la criminalità organizzata ha attecchito e prosperato con lo spaccio di droga, con il più recente traffico di rifiuti, nelle finanze, nel riciclaggio di denaro sporco con l’acquisto di immobili, fino alle redditizie sale scommesse.
Nel Nordest le vittime innocenti non sono solo persone, ma interi luoghi, esseri viventi e territori, distrutti e calpestati dall’incontro tra clan italiani e stranieri nel tessuto imprenditoriale locale, dalle attività di intermediazione e di manodopera gestite dai clan nell’edilizia, nel turismo, nell’agricoltura, grazie anche ai rapporti tra gruppi di ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra con la politica corrotta e l’imprenditoria connivente. Secondo i dati presenti nella relazione del primo semestre 2018 della Direzione Investigativa Antimafia, nelle tre regioni del Nord Est le operazioni sospette, nei primi sei mesi del 2018, sono complessivamente 4.281 pari al 7,7% del totale nazionale. Il maggior numero di segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio sono nel Veneto: ogni giorno in questa regione presso banche ed enti creditizi si effettuano 19 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette di riciclaggio. Sono 161 beni immobili confiscati e destinati agli enti locali (Veneto 126, Friuli Venezia Giulia 19, Trentino Alto Adige 16) e 268 ancora in gestione presso l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Fonte: Relazione semestrale 2017, Direzione Investigativa Antimafia)
Secondo il Rapporto Ecomafie 2018 di Legambiente poi nelle tre regioni del Focus Nord-est complessivamente sono stati 1.706 le infrazioni ambientali: ciò significa che lo scorso anno sono stati verbalizzati più di 4,5 reati al giorno con 1.914 persone denunciate e arrestate e 552 sequestri effettuati (circa il 7% del totale nazionale). Il Veneto è la regione con il maggior numero di reati accertati con 872, 1.267 persone denunciate e arrestate e 318 sequestri, segue il Trentino con 542 infrazione accertate, 207 persone denunciate e arrestate e 9 sequestri mentre in Friuli Venezia Giulia sono 292 infrazioni, 440 persone denunciate e arrestate e 225 sequestri.

Ed è di pochi giorni fa una delle più grosse operazioni contro la criminalità organizzata in Veneto: 33 ordinanze di custodia cautelare contro appartenenti a ‘ndrine operanti in Veneto da parte dei Carabinieri del Comando provinciale di Padova e dei Finanzieri del Comando provinciale di Venezia a seguito delle indagini coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Venezia. Mentre tra fine febbraio e inizio marzo, a seguito di indagini sulle minacce rivolte a Monica Andolfatto, segretaria del Sindacato giornalisti del Veneto e giornalista del Gazzettino la Direzione distrettuale antimafia ha emesso 50 misure di custodia cautelare, tra cui quella al sindaco di Eraclea, che ora rischia di diventare il primo Comune in Veneto sciolto per infiltrazioni mafiose.

C’è ancora difficoltà ad assumere le mafie e i fenomeni corruttivi come una questione nazionale. Questa resistenza è preoccupante perché proviene dalle regioni che determinano l’andamento dell’economia nazionale. Se le mafie non uccidono non esistono. Falso. Questi rapporti di forza però possono essere ancora sovvertiti se mettiamo insieme la necessità di giustizia e l’urgenza della sostenibilità, senza lasciare nessuno indietro.

Una scena di Va pensiero © Silvia Lelli

Nella nostra Emilia Romagna, le cose non vanno molto meglio. Solo un esempio, che non riguarda la cronaca giudiziaria, ma quanto la cultura e i suoi strumenti possano far paura. Marco Martinelli ed Ermanna Montanari del Teatro delle Albe di Ravenna sono gli autori di ‘Saluti da Brescello’ e ‘Va pensiero’ (visto anche qui al Teatro Comunale Claudio Abbado nel marzo scorso), spettacoli ispirati alla vicenda di Donato Ungaro, giornalista e vigile urbano licenziato dopo aver pubblicato articoli sull’infiltrazione della mafia nel suo Comune. Ungaro successivamente ha contestato il licenziamento in Tribunale, vincendo in tutti i gradi di giudizio. L’amministrazione di Brescello poi nel 2016 è stata la prima sciolta per condizionamenti e infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna. In questi giorni l’allora sindaco, Ermes Coffrini, ha depositato una querela al Tribunale di Milano in cui si diffida di portare in scena lo spettacolo nei confronti di Marco Martinelli (autore), Marco Belpoliti (editore) e di Ermanna Montanari (attrice e non autrice) e anche all’ex vigile Donato Ungaro.
La manifestazione regionale si terrà a proprio Ravenna. La città romagnola era già stata scelta prima di questa vicenda, che tuttavia ha un innegabile valore simbolico. La scelta è derivata dal fatto che negli ultimi anni indagini della Magistratura e delle forze dell’ordine hanno dimostrato come soggetti affiliati alla camorra ed alla ‘ndrangheta abbiano operato nel capoluogo ed in numerosi comuni della Provincia. Da segnalare, in particolare, due settori: il gioco d’azzardo e il traffico di stupefacenti. Questi ultimi in arrivo a Ravenna attraverso un doppio canale: la cocaina dal Brasile all’Africa (Nigeria) o all’Europa (Spagna) con destinazione finale Italia; hashish e marijuana, dall’Albania alle coste ravennati e nelle riserve naturali del Delta del Po.

Il 21 marzo a Ferrara. Clicca QUI per leggere il programma delle iniziative

I nomi da ricordare

Guarda il video della piazza di Padova

NEL TEMPO INDIFFERENTE
Una poesia di Carla Sautto Malfatto per la Giornata Mondiale della Poesia

di Carla Sautto Malfatto

NEL TEMPO INDIFFERENTE

Ho perso l’attimo
per scrivere poesia,
parole incalzanti
sul foglio che non avevo.
Resta un ricordo
che si sfalda
come sponde limacciose
al passaggio di un fiume irruente
che tutto trascina,
sradicando dalla fonte del cuore
e della mente,
raccogliendo masserizie lungo
il cammino del pensiero
e si avvoltola furioso
per raggiungere la foce
in cui riversare
un sentimento denso,
urla di acque inquiete e vive.

Ho perso l’attimo
e non ci sarà poesia,
sui miei fogli,
atomi di grazia persi per sempre
dispersi nel mare
del tempo indifferente,
quasi non fossero mai nati.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)
da ‘Troppe nebbie’, Edizioni Il Saggio, 2019

Il sistema è uomo. La protesta è donna.

di Roberta Trucco

“C’è martirio e martirio. L’iconografia del supplizio femminile nella storia dell’arte”: è il titolo di una conferenza che ho ascoltato pochi giorni fa al museo di Sant’agostino a Genova, organizzata dal comitato cittadino di Senonoraquando.
Santa Caterina di Alessandria, Santa Anastasia, Santa Barbara, Sant’Apollonia, Sant’Agnese e molte altre. Tutte donne colte, donne indipendenti, alcune diaconesse, donne che parlavano in pubblico e che, dopo un diniego al potente di turno sono prima state rinchiuse in prigione, o nei bordelli per essere corrotte, e poi – dopo processi spaventosi – sacrificate nei modi più orrendi. Perché il no al potente non era un semplice rifiuto a un singolo, ma il diniego ‘all’ordine Naturale’ su cui si fonda il patriarcato e il potere stesso.
In questi pochi mesi del 2019. Angela, uccisa a Genova nell’aprile del 2018 dal suo compagno: il giudice ha deciso di dimezzare la pena al suo assassino perché “disperato, deluso, risentito del comportamento di lei…”. A Bologna all’assassino di Olga è stata dimezzata la pena perché in preda a una “tempesta emotiva”. Ad Ancona, l’assoluzione da parte di un collegio giudicante al femminile di uno stupratore perché lei era “troppo mascolina”. Tutti tentativi agghiaccianti di reintrodurre il delitto passionale abolito nel 1981, che prevedeva attenuanti per uomini che uccidevano donne per punirle delle loro condotte disonorevoli. Condotte appunto che si discostano dall’ordine Naturale. Donne che hanno l’ardire, con i loro rifiuti, di spostare l’ago della bilancia su cui si misurano i valori della comunità.

Non serve dunque guardare al passato: i supplizi femminili non finiscono perché la libertà delle donne non rientra nel sistema in cui viviamo. L’ autodeterminazione viene sbandierata nelle dichiarazioni dei diritti umani, ma deve restare inattuata e inattuabile per le donne, simbolicamente le deboli per eccellenza: per loro, condizione duratura, mentre i bambini crescono liberandosi da questo stigma. E, dunque, meritano sì la protezione, ma non la libertà di scelta, che se riconosciuta minerebbe le fondamenta del sistema patriarcale.
Non stupisce quindi che rappresentanti del governo presentino il Ddl 735, conosciuto come Ddl Pillon, decreto da cui anche il Movimento delle Donne per la Chiesa ha preso distanze chiare e nette. Nella dichiarazione delle donne per la Chiesa si legge: “Il substrato culturale del decreto parte innanzitutto da una immagine del tutto stereotipata della donna e dalla volontà di confinarla nel ruolo di madre e moglie […] denunciamo l’utilizzo della religione come strumento di potere, nel nostro caso di potere patriarcale, che ha buon gioco nell’estrapolare e strumentalizzare alcuni passi delle scritture per legittimare una condizione di inferiorità femminile che non può riferirsi al messaggio evangelico, ma che si ha estremo interesse a mantenere immutata”. (Leggi di più QUI)
Un decreto il cui obiettivo primario, anche se celato dietro la fallace e menzognera dicitura “garanzia di bigenitorialità”, è quello di distruggere l’autorevolezza delle donne e le libertà da loro recentemente conquistate.
Non stupisce che rappresentanti del governo come il ministro Salvini, presenzieranno al Wcf, il Congresso mondiale delle famiglie, che si terrà a Verona il prossimo 29/30 marzo. Un forum che vede riunirsi gruppi reazionari sparsi per il mondo che proclamano un ‘ordine Naturale’ in nome del quale sanciscono la subordinazione delle donne quale diritto sociale inalienabile, perché unico in grado di stabilire un ‘Ordine’ (leggi anche ‘Seguaci di un Dio violento’ su ‘Estreme Conseguenze’).
Per i pochi potenti e i pochi ricchi di questo pianeta l’unico modo per mantenere lo status quo è rifondare ‘l’ordine Naturale’ a partire dal suo primo tassello: la subordinazione di un genere e dunque la soppressione della sua autodeterminazione.

Come mi disse un paio di anni fa in un’intervista Grazia Francescato, leader dei Verdi, ecofemminista, da sempre in prima linea in difesa della natura e dei diritti delle donne: “l’ideologia patriarcale riduce la Natura a merce da sfruttare, la considera passivo oggetto di dominio. Identico processo di sfruttamento/oppressione riservato alle donne”.
Il volto della protesta però in tutti i campi è donna. Berta Cachares, Marielle Franco, Malala, Nadia Murad, Emma Gonzalez, Alexandra Octavio Cortes, Nasrin Sotoudeh, Greta Thunberg, Teresa Forcades… E potrei continuare.
“Non possiamo risolvere una crisi se non la trattiamo come tale […] E se le soluzioni sono impossibili da trovare all’interno di questo sistema significa che dobbiamo cambiare il sistema”, ha detto Greta Thunberg, mentre Alexandra Octavio Cortes ha affermato: “Il sistema è rotto”.
Il sistema vacilla, e purtroppo è fisiologico che in queste condizioni ci sia una recrudescenza reazionaria, ma bisogna continuare a picconarne le fondamenta con coraggio.
Il pianeta è femmina è interesse di tutte e tutti impedirne il massacro.

Le proteste antisistema che rigenerano il sistema

Il film tributo del 2018, Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer, ci ha riproposto una delle più belle esibizioni dei Queen, quella al Live Aid di Bob Geldof. Una manifestazione organizzata allo scopo di raccogliere fondi per aiutare il popolo etiope che nel 1985 versava in una grave carestia. La ricostruzione cinematografica fa trasparire che la partecipazione fu dettata più da motivi personali che per la volontà di aiutare l’Etiopia. Un dettaglio che poco interessa quando si guarda a quelle meravigliose scene con Freddie Mercury che canta ad uno stadio pieno all’inverosimile.
Sul Live Aid e sulla Band Aid che ne seguì molti artisti espressero pesanti critiche, Morrissey degli Smiths disse “… uno può avere grande preoccupazione per il popolo etiope, ma è un’altra cosa rispetto a infliggere torture quotidiane al popolo inglese. E non è stato fatto timidamente, era la cosa più ipocrita mai fatta nella storia della musica popolare. Persone come Thatcher e la famiglia reale potrebbero risolvere il problema etiope in dieci secondi. Ma la Band Aid ha evitato di dire questo, rivolgendosi invece ai disoccupati”. Forse la critica più centrata a mio avviso. Coloro che dettano le regole, creano i problemi e traggono i profitti, non intervengono mai per risolverli definitivamente, anche se restano gli unici a poterlo fare.
I profitti sono per pochi e solo le colpe, inevitabilmente, sono solite essere distribuite.
Nelle campagne televisive di raccolta fondi vengono solitamente mostrati bambini straziati dalla fame e mamme dai seni vuoti per fare appello al senso di umanità dei disoccupati di Morrisey, un modo triste per distribuire le colpe anche con coloro che magari non sono mai usciti dal loro quartiere. Non si parla mai del fatto che se invece venissero semplicemente distribuiti i profitti non ci sarebbero bambini a morire di fame.
Nel tempo c’è stato anche Bono Vox degli U2 a chiedere con forza la cancellazione del debito pubblico dei paesi poveri. Cosa che aveva fatto anche il presidente del Burkina Faso Thomas Sankarà di cui pochi oggi ricordano il discorso all’Onu dell’ottobre del 1984 o quello del luglio del 1987, in occasione della riunione dell’Oua (Organizzazione per l’Unità Africana) ad Addis Abeba. Esattamente tre mesi prima di essere ucciso da quel mondo che non voleva accettare si mettesse in discussione l’impianto neoliberista basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura e che utilizzava proprio il debito come strumento per accaparrarsi le risorse, e la finanza come mezzo per aumentare i profitti del capitale.
A fine anni ’90 fu la volta del Movimento studentesco “La pantera”. Si protestava e si occupava da Palermo a Bologna, passando dalle facoltà di Psicologia e Scienze Politiche di Roma, contro il progetto di riforma che prevedeva una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane. Il movimento della pantera prese poi una piega fondamentalmente pacifista districandosi tra i vari tentativi di strumentalizzazione.
Ci fu anche ampio spazio per il movimento no global nato intorno al 1999 in occasione della Conferenza Ministeriale dell’Omc (l’Organizzazione mondiale del commercio) a Seattle negli Stati Uniti. Un movimento che fu identificato come il “popolo di Seattle” e che si scagliava contro il sistema predatorio di banche e multinazionali che riducevano gli Stati a territori di conquista senza che questi mettessero in campo difese per limitare lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro minorile nei paesi del terzo mondo. Chiedevano che i governi la smettessero di attuare politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, imperialiste, non rispettose delle peculiarità locali e dannose per le condizioni dei lavoratori. Una decina di anni dopo fu seguito da “Occupy Wall Street”, movimento più decisamente indirizzato contro gli eccessi della finanza.
Ma a precedere Greta Thunberg in tema di proteste per l’ambiente e di rimbrotto verso gli adulti insensibili, e anche a contenderle il titolo di attivista più giovane, ci fu la 12enne Sevren Suzuki, ovvero “la bambina che zittì il mondo per 6 minuti” con un bellissimo discorso all’Onu nel 1992 in cui chiedeva appunto ai potenti più o meno le stesse cose che si stanno chiedendo di nuovo in questi giorni. Non so se qualcuno se ne ricordasse, ma vale la pena di rileggerlo cercandolo su internet per scoprire quanto sia del tutto attuale e soprattutto quanto sia facile nascondere le cose mettendole alla portata di tutti.
Ma oggi la protesta si rinnova con le stesse parole e l’intensità dei nuovi e più potenti mezzi di comunicazione. È l’ora del Movimento per la salvaguardia del clima e della Terra di Greta Thunberg. Le istanze sono le stesse e in alcuni casi addirittura le parole, anche questa generazione è convinta di essere quella giusta per cambiare il mondo e per ricordare ai vecchi i loro errori, poi “… sei entrato in banca anche tu” cantava Antonello Venditti.
I film non anticipano la realtà, spesso descrivono quello che succede ma che solo alcuni riescono a vedere ed è il caso di Matrix, scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski. Alla fine della trilogia, il protagonista Neo si ritrova di fronte alla mente, il computer centrale che aveva preso possesso dell’intera pianeta. Gli vengono mostrate le immagini di centinaia di altri Neo che avevano già messo in discussione il sistema centinaia di volte e che erano giunti altrettante volte al suo cospetto.
Ma non erano nati per caso, erano nati per volontà del sistema stesso che aveva necessità di dare una speranza di cambiamento che però confermasse alla fine l’indissolubilità di tutto il costrutto. Dovevano lottare contro il sistema non per cambiarlo ma solo per mostrare che era possibile farlo, lasciando scorrere il dissenso in un solco preciso e controllabile.
Alle persone non piace sentirsi in gabbia, protestano o si ribellano solo quando è indispensabile e comprendono di non avere altre possibilità. Quindi basta nascondere la gabbia oppure rendere libera e democratica la protesta. Anche una ragazzina di 16 anni può cambiare tutto, i giornali lo dicono, le televisioni mandano immagini di grandi manifestazioni di piazza, i grandi della terra approvano e… noi ci crediamo.
L’ultimo Neo della serie riuscirà a cambiare davvero e distruggere l’infame sistema della Matrix tecnologica che aveva preso il sopravvento sugli esseri umani, riducendoli a batterie da Pc. Ma lo farà andando all’origine del male, togliendo la corrente e l’approvvigionamento di energia al sistema basato sui freddi codici binari.
Greta può essere davvero l’ultima dei Neo? Gli studenti richiamati in piazza che sfilano con i loro cartelli in una mano, sanno da dove vengono le materie prime per lo smartphone che stringono nell’altra? Scriveva qualche tempo fa Amnesty international “…pochi di noi però hanno la consapevolezza del fatto che il cobalto, elemento grazie al quale si riesce a produrre quelle batterie, viene ottenuto attraverso il lavoro sottopagato e inumano di adulti e bambini nelle miniere della Repubblica democratica del Congo (Rdc)…” e sono storia recente le polemiche sugli assemblaggi esteri dell’americano iphone, solo in parte risolte o dimenticate, il che nell’odierna Matrix ha lo stesso significato.
Non c’è bisogno di rinunciare alla tecnologia, c’è bisogno di rinunciare ai metodi disumani per renderla disponibile al mondo.
E il mondo, nella pratica rappresentato da tutto ciò che va in Tv, non si è risvegliato mentre Tony Blair chiedeva scusa ammettendo che l’Iraq non aveva mai avuto armi di distruzione di massa. E nemmeno quando venivano alla luce i retroscena dell’attacco francese in Libia ma anzi già incombe la scelta su un nuovo intervento militare in Venezuela per “motivi umanitari”. Il mondo, i giornali e le Tv e quindi i 16enni e gli studenti universitari di economia, non hanno approfondito una sola delle parole di Mario Draghi quando diceva che la Bce “ha ampie risorse per far fronte alle crisi” … e che … “i soldi della Bce non possono finire” mentre si negavano risorse per la ricostruzione dell’Aquila e mentre la disoccupazione ristagna all’11 percento perché le aziende chiudono per mancanza di credito.
La Nuova di Ferrara scrive che un italiano su due non riesce a curarsi perché non ha i soldi per farlo e lo Stato non può garantire un’assistenza completa a tutti mentre nessuno ha fatto caso che in audizione al Senato americano Alan Greenspan, governatore della Fed, dichiarava che i soldi non sarebbero stati un problema se si fosse voluto aumentare i sussidi. A Greenspan seguì, dopo la crisi del 2008, Ben Bernanke che in un’intervista spiegò che i soldi per salvare le banche non erano quelli dei contribuenti ma quelli creati schiacciando un pulsante, perché “così opera una Banca Centrale”. Il potere non si nasconde, chi potrebbe risolvere in 10 secondi i problemi ha uno stuolo di privilegiati a disposizione per confondere le idee anche quando dice pubblicamente la verità.
Il riscaldamento globale non si ferma perché poche persone perderebbero troppi soldi e quindi diventa accessibile a tutti l’aria condizionata, magari a rate.
Nessuno fa caso a quanto sarebbe semplice salvare il mondo dalla fame e dal riscaldamento globale mentre Greta sciopera e non va a scuola.
Sgombriamo il dubbio. Non c’è un complotto e non c’è una regia occulta che muove i fili, Matrix era solo un esempio. Ma Black Rock esiste davvero e gestisce un patrimonio di 6.000 miliardi di dollari, esistono multinazionali delle armi, dei farmaci e del cibo ed esistono amministratori delegati che hanno come missione quella di distribuire proventi agli azionisti. Ci sono borse valori che vedono girare in un giorno quanto uno Stato muove di Pil in un anno e soprattutto ci sono legislatori che studiano per depotenziare gli Stati. Ci sono Banche Centrali che possono creare denaro e controllare i debiti degli stati ma siamo stati convinti che queste non debbano essere strumenti degli stati, e quindi dei cittadini, ma un mezzo dei mercati per condizionare la democrazia.
A che serve lottare per lo scioglimento dei ghiacciai se non chiediamo che tutto questo cambi e comprendiamo che è solo il risultato di una scelta? A che serve scendere in piazza per il lavoro se il tasso di disoccupazione viene fissato in base al livello di inflazione desiderato dagli investitori?
E perché pensiamo non ci sia lavoro in un paese dove non ci sono abbastanza infermieri, medici, muratori, impiantisti, poliziotti, insegnanti, assistenti sociali e le città sono sporche? Sicuramente è tutta colpa nostra, perché non siamo competitivi, perché c’è la Cina, perché siamo piccoli e corrotti come l’inquinamento dipende dal fatto che andiamo a lavorare in auto invece di usare la bici.
Nessuno di noi è stato ascoltato veramente quando ha protestato in piazza anche se ha avuto l’impressione di aver fatto la sua parte. E non lo sarà adesso, anche perché a farlo è una ragazzina di 16 anni e cosa ci può essere di più innocente e innocuo in questo sistema malato su cui abbiamo incentrato il nostro sviluppo?
I governatori delle banche centrali, i grandi finanzieri, gli amministratori delegati della Black Rock non li ascolteranno mai. Non metteranno in atto cambiamenti epocali perché Greta glielo sta chiedendo, magari faranno qualche donazione insieme a qualche dichiarazione certo, ma poi tutto ritornerà come prima aspettando il prossimo Neo.
Il sistema si combatte in un solo modo: con la consapevolezza che si sta colpendo davvero il sistema. Riprendendosi in mano la capacità di trasformare le istanze in progetti politici a lungo termine. Si scende in piazza per contarsi e ritrovarsi intorno ad un’idea ma poi bisogna mantenere la linea nel tempo considerando che uno degli errori più classici degli ultimi tempi è allontanarsi dalla politica che invece è l’unico modo per cambiare le cose.
Banchieri, finanzieri e speculatori non ascolteranno mai ragazzini in protesta oggi come non lo hanno fatto ieri, quindi bisogna concentrarsi realmente su cosa chiedere. Ed è inutile pretendere dalla Cina o dal paese in ritardo con lo sviluppo rispetto all’Occidente di svilupparsi in maniera diversa e senza inquinare, in un mondo che si basa sul modello di sviluppo che eleva la concorrenza a valore trainante e considera la competitività una scelta ineluttabile. È una contraddizione in termini, non ha logica.
Non si può chiedere di non essere concorrenziali in un mondo basato sulla concorrenza e quindi l’inquinamento in questo mondo non si può fermare, facciamocene una ragione. Il neoliberismo si basa sullo sfruttamento di ogni cosa e ogni cosa diventa un bene e quindi prezzabile, anche l’essere umano e la luna.
Abbiamo scelto, o ci siamo ritrovati per scelte altrui, un modello di sviluppo. Studiamolo prima e poi contestiamolo. Smettiamola di chiedere il solito cambio delle tende all’edificio costruito sulla palude.
Quando si parla di alta velocità, si parla di arrivare 10 minuti prima da qualche parte, e per farlo siamo disposti a distruggere o trasformare interi territori. Il problema è capire perché oggi c’è tanto bisogno di correre e dove stiamo andando. Se quei 10 minuti servono a tutti noi, compresi i disoccupati di Morrisey o invece a qualcuno serve che noi corriamo come dei criceti sulla ruota. Tra aerei supersonici e treni superveloci che attraversano il mondo e che già ci permettono in una sola vita di fare centinaia di volte il giro del mondo, cosa ci siamo persi veramente?
Nel 2017 gli Stati hanno speso 1.739 miliardi in armi mentre i membri dell’Oecd spendono circa 150 miliardi per progetti di cooperazione allo sviluppo ma sarebbe ingenuo chiedere quello che sembrerebbe logico chiedere, ovvero che almeno il 10% della spesa militare venga destinato agli aiuti.
Ciò che va chiesto finalmente e coerentemente è ancora un cambio di modello antropologico di sviluppo, ripartire dagli anni ’70 quando ancora si stava sviluppando, tra le tante contraddizioni, la democrazia e mentre si lottava per il salario a differenza di oggi che si accetta la compressione salariale perché la colpa è dei mercati e dello spread, cioè anche qui si è spersonalizzata la responsabilità mentre i profitti scompaiono nelle mani sapienti di pochi. All’epoca si poteva forse pretendere democrazia perché c’era qualcuno o qualcosa a cui poterla chiedere: lo Stato. Oggi esiste la globalizzazione guidata dall’economia, ovvero la negazione della cornice democratica e le istanze vanno indirizzate ai mercati, allo spread o a entità sovranazionali che distribuiscono colpe e non soluzioni.
Ciò che impone il momento è la definizione delle cause reali dello svilimento dei valori dell’umanità per chiedere poi che siano ripristinati. Guardare a fari come la nostra Costituzione e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del ’48, studiare i principi della rivoluzione americana, quella inglese e quella francese. Ancorarsi a basi sicure, pretendere che l’azione politica sia indirizzata a questo, sapendo che l’arco temporale è lungo perché richiederà almeno la partecipazione consapevole di milioni di cittadini che vogliono tornare ad esserlo, smettendo di essere indirizzati anche quando protestano.

Per saperne di più http://www.noisappiamo.it/

Luisella Salvau: oltre il pennello

Non c’è pensiero creativo se non c’è arte.
La creatività nella sua massima espressione: produrre qualcosa che prima non esisteva è certamente un’esperienza unica e gratificante.
Luisella Salvau è una pittrice con una visione molto romantica dell’arte e amore per la natura, soprattutto in queste sue ultime creazioni, dove dimostra un fascino particolare per gli alberi, che rappresentano il simbolo della vita, in continua evoluzione, collegati tra il cielo e la terra toccando le nostre emozioni.
Il passato grafico-pittorico della pittrice è composto da pregevoli grafiche a china su Ferrara, i suoi palazzi e le sue vie, dove gli studi di figurinista, intrapresi nella giovinezza, l’hanno portata ad una spiccata abilità e precisione.
In queste sue ultime creazioni, che già dal titolo suggeriscono la strada percorsa dalla sua immaginazione, vi è una ricerca introspettiva che, basandosi sulla realtà visibile, giunge a una realtà interiore.
Luisella Salvau si lascia sedurre dalla materia, che ne diventa il suggeritore, affrontando questa forma d’arte contemporanea: paste, colori acrilici, colori perlati, argentati e dorati su tela. La pittura materica su tela è un’opera che viene arricchita dalla presenza di materiali che fanno parte di forme espressive innovative, d’avanguardia.
Queste sue ultime creazioni evocano una risposta immediata nelle combinazioni che possono sembrare casuali ma che sono invece frutto di un ragionamento.
Le opere di questa riconosciuta e ormai consolidata pittrice ci coinvolgono e ci affascinano, e senza sforzo alcuno seguiamo Luisella Salvau in questa sua nuova avventura creativa, dove ha saputo coniugare colore, materia e innovazione con eleganza e eccellente forza espressiva.
Alla mostra personale di sabato 23 marzo, alla Sala Nemesio Orsatti, saranno presentate queste ultime creazioni; pagine di un racconto che ha bisogno di lettori, non di interpreti.

Una lettera invettiva dalla parte di Greta:
“I burattini sono loro, tutti quegli adulti che snobbano la vostra protesta”

da Cristiano Mazzoni

Io invece Greta, ti ringrazio.
Per il coraggio e la forza della tua acerba adolescenza, per la luce di una utopia, all’apparenza impossibile.
Chi c’è dietro ? Non me ne frega nulla. La dietrologia dei perdenti, la cattiveria da social, le analisi di raffinati giornalisti, talmente contro da essere omologati al pensiero comune che sta distruggendo il mondo. Personaggi pubblici che devono scatenare su di te la rabbia di non essere come te, la bruttezza della cattiveria, l’odio verso la semplicità, la bontà vista come un disvalore.
Chi ti critica, Greta, lo fa solo ed unicamente perché non può più dare il cattivo esempio (cit.). E’ allucinante quanto sia strana la percezione che la (g)gente ha di se stessa: moltitudini di cliccatori seriali sono convinti di avere idee diverse dalla massa, quando essi stessi “sono la massa”, i ribelli nei confronti delle ribellioni. Postano foto in cui tu Greta, bevi (udite, udite) da un bicchiere di plastica, sai che mancanza di coerenza. Cosa avresti dovuto fare ? Arrampicarti su una pianta di cocco, staccarlo con i denti, svuotarlo con le unghie e creati un bicchiere primitivo?

Ma che mondo è quello dove non si tollerano gli atti semplici e la volontà di cambiare di una adolescente, e si chiudono gli occhi sulla merdosa cattiveria dei potenti o di chiunque abbia una minima visibilità?
Dietrologi compulsivi, sentenziatori seriali, sputa-giudizi, proprio com’era quella storia della pagliuzza e della trave.
Sì, io sto con Greta e con i ragazzi che sono andati in piazza. Io non pretendo la loro consapevolezza completa, la conoscenza specifica dei motivi e le fini analisi di chi vi intervista in piazza e monta il servizio solo per dimostrare i limiti della vostra età.
I burattini sono loro, tutti quegli adulti che snobbano la vostra protesta. Sì, quelli che ritengono degli eroi i Gilet Gialli francesi e dei teppisti i ragazzi del G8 di Genova.

Mi fa schifo questo mondo.
Lo diceva un signore di Treviri, il capitalismo contiene al suo interno “il germe della propria autodistruzione”. Ed è proprio quello che hai detto tu, Greta, certo con le tuo parole, ma il significato è quello.
Noi adulti vi stiamo lasciando le macerie di un mondo che mai abbiamo voluto cambiare, che ci ha visti ‘appecorati’ dietro un qualunquismo malato; non ci siamo mai presi il rischio di pensare in maniera globale. Addirittura abbiamo sdoganato il sovranismo, i “prima noi e poi loro”. E le guerre di religione, i nostri valori, la nostra società. Il possesso, il potere, le certezze assolute, i dogmi.
Ma la terra è una, non ha confini, il mare, i fiumi, l’aria non sono una nostra proprietà, non si legano a uno Stato, scorrono.

Saremo la prima razza animale che si autodistruggerà per colpe proprie, una roulette russa giocata con una pistola d’oro massiccio, dove ogni anno aggiungiamo un proiettile. Fra poco, pochissimo, il caricatore sarà pieno. E l’ipotesi di spararci un colpo in testa, sarà una certezza.
Politicanti ‘puzzolenti’, hanno detto che “Tutti i giorni sono buoni per marinare la scuola’. Che gente triste, che schifo di personaggi che sguazzano negli stagni del potere.
Chissà se un giorno Greta, quando sarai vecchia, te li ricorderai i nomi di chi oggi, ora, ha scherzato sulle tue idee, sulle tue parole, sulle tue azioni.

Mi piacerebbe che sugli ultimi libri di scuola – quelli che verranno bruciati per scaldare una popolazione mondiale sconfitta, affogata nel lusso e agonizzante per le colpe dei potenti – fossero scritti i nomi e le parole dei colpevoli. Sì, gli oligarchi che ora stracciano gli accordi sul clima, quelli che pensano alle invasioni, dimenticandosi delle cause, quei grassi fantocci che succhiano il petrolio e lo scambiano con le armi, insomma tutti quelli seduti nelle stanze dei bottoni.
Coloro, che avrebbero potuto incidere, ma hanno sempre e solo pensato al loro tornaconto personale, dimenticandosi, che la scritta game over, vale per tutti.
Il mondo ci è stato dato in gestione dai nostri figli, e noi glielo restituiremo in condizioni peggiori di come a noi fu consegnato dai nostri padri.

Io Greta sto dalla tua parte, le mie figlie sono poco più grandi e poco più piccole di te, con le mie mille responsabilità, con il mio immobilismo, con il mio conformismo, forse pure con la voglia di ribellarmi sempre più sopita dagli anni, voglio credere che la tua generazione sia migliore della mia.
Nella speranza, che il vento del cambiamento esista e parta dal nord e che soffi talmente forte da spazzar via la polvere di catrame, che ha intasato l’animo, di quelli che una volta, si chiamavano esseri umani.

Sovranismi: strumento del popolo contro i trattati europei liberisti

Sovranismi‘ è l’ultimo libro di Alessandro Somma, professore ordinario alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara dove insegna Diritto Comparato. Un libro che si propone di fare luce su un argomento molto attuale, entrato nel dibattito politico soprattutto a seguito dei risultati elettorali del 4 marzo 2018 che hanno visto vincere proprio i partiti definiti ‘sovranisti’ (oltre che populisti e a volte di estrema destra, in particolar modo la Lega). Da allora l’argomento spopola sui giornali e nei dibattiti tv.
Se ne parla tanto, ma in molti casi senza comprenderne a pieno il significato, confondendo sovranismo con nazionalismo, autarchia e persino razzismo. Facendone in sostanza una mera questione di apertura o chiusura dei confini. Importante dunque provare ad approfondire il tema.

Il libro è stato presentato martedì scorso all’Ibs+Libraccio con una buona affluenza di pubblico, circa una sessantina di persone. Dialogavano con l’autore, oltre al sottoscritto come collaboratore del Gruppo Economia di Ferrara, Carmine Marciano del Fronte Sovranista Italiano, una formazione che si ispira ai valori della Costituzione e Ugo Boghetta, ex deputato di Rifondazione Comunista ed attualmente ispiratore dell’associazione Rinascita (socialista). All’organizzazione dell’evento ha partecipato anche l’associazione Patria e Costituzione, la nuova ‘creatura’ politica di sinistra di Fassina.

Il punto fondamentale del libro di Somma è indagare se sia possibile un sovranismo che abbia i valori della sinistra, valori di condivisione e cooperazione da contrapporre alla concezione autoritaria di destra che solitamente viene associata a questo termine. Inoltre, se i trattati europei, nati per tenere uniti Paesi con diversi fondamentali economici, sociali e culturali, includano i valori tutelati dalla nostra Costituzione, fondanti di quel patto sociale votato nel 1948 e da noi ereditato.
Il sovranismo statale, spiega Somma, serve per determinare l’uguaglianza e la redistribuzione all’interno di una società e quindi realizzare la sovranità popolare e la democrazia come la conosciamo. Quando si elimina la sovranità statale si rendono le forze dell’economia sovrastanti, si spoliticizza l’economia e questa prende il sopravvento bloccando il processo di redistribuzione e quindi di realizzazione dell’uguaglianza. Di conseguenza, si mortifica sia la sovranità popolare che la democrazia stessa.
Durante il periodo cosiddetto dei “30 gloriosi”, ovvero durante quel periodo storico che va dalla fine della Seconda Guerra mondiale alla metà degli anni Settanta, si era raggiunto un buon compromesso tra il capitalismo e la democrazia, interrotto dai rigurgiti liberisti che cominciarono a intravedere la possibilità di riportare in auge le esigenze delle élite grazie all’aumento dell’inflazione e della disoccupazione, a cui le politiche keynesiane sembravano non riuscire più a dare delle risposte soddisfacenti.

Ugo Boghetta riassume che fu proprio la sinistra ad aprire la strada alla rivincita del capitalismo con Challaghan in Inghilterra (Primo Ministro nel 1976), che spianò la strada all’opera liberalizzatrice della Thatcher, e Mitterand in Francia (1983), partito socialista e finito neoliberista. Questi, seguiti poi dalla sinistra italiana, abbandonarono la possibilità di rispondere alla crisi con l’intervento statale, con un maggiore controllo del sistema di produzione e con la tutela del lavoro iniziando invece la lunga stagione dei tagli alla spesa pubblica e alla moderazione salariale.

Sullo spinoso capitolo dei trattati europei, all’unisono i relatori dai propri diversi punti di vista, hanno concordato che questi si fondano su necessità economiche, sulla libertà di movimento per capitali e merci e sulle esigenze dei mercati, i quali non contengono elementi democratici, ma sono spinti dall’impulso della concorrenza e, di conseguenza, poco inclini a prendere in considerazione le necessità dei cittadini. In un tale sistema sono spread e borse a decidere quanti ospedali sia possibile costruire e quanti medici assumere oppure se il livello dei salari sia adeguato o meno.
In una costruzione sovranazionale costruita intorno al trattato di Maastricht diventa fondamentale il controllo dell’inflazione e dei debiti pubblici, in continuazione con quanto si era scelto di fare dagli anni Ottanta. Lo scopo è mettere al sicuro il rendimento dei capitali a spese del lavoro, che è costretto ad adattarsi ad alti tassi di disoccupazione, a bassi salari e alla mobilità, non solo dei capitali e delle aziende, ma anche della stessa forza-lavoro.
Anche qui Somma ha delineato il percorso attraverso il quale l’economia è risuscita a rendere lo Stato il meno invadente possibile al fine di trasformare le leggi dell’economia in leggi dello Stato. Dopo la crisi del 1929 gli Stati intervennero perché era necessario uscire dalla crisi che ne era conseguita e lo fecero iniziando dal New Deal del presidente americano Roosevelt e adottando le politiche keynesiane che prevedevano spesa statale e controllo dell’economia. Lo Stato allora intervenne ponendo anche forti limiti allo strapotere della finanza con leggi che separavano l’attività finanziaria da quella commerciale.
Dagli anni Ottanta è stata una rincorsa allo smantellamento di tutte le difese che lo Stato si era costruito e anche dopo la crisi del 2008 l’intervento dello Stato non è avvenuto per tutelare i cittadini, ma solo per salvare il sistema. Tutti gli aiuti sono stati indirizzati alla finanza e alle banche, in sostanza a coloro che avevano provocato la crisi.

Tutto questo dimostra l’importanza della presenza dello Stato, unico soggetto titolato a difendere i più deboli e le categorie disagiate al di là di ogni profitto e a scapito e controllo dei mercati, che agiscono per interessi privati e certamente non di giustizia sociale. Il sovranismo in tale contesto appare necessario per dare una solidità alle istanze che provengono dal popolo dando a questi una cornice dove esercitare la propria indipendenza, cornice che i trattati europei negano in quanto basati sulla supremazia dell’economia e impossibili da riformare non solo perché ogni modifica richiede l’unanimità, in un contesto tanto frastagliato di interessi nazionali, ma anche perché, spiega Somma, riflettono i principi ordoliberisti della Carta fondamentale tedesca. Il che significa che se si volesse cambiare i trattati bisognerebbe cambiare anche la costituzione tedesca, una vera ‘mission impossible’.

Su una panchina rossa, in bilico fra amore e violenza

di Lorenza Cenacchi

La Panchina rossa, il concept musical contro la violenza alle donne della Compagnia Sole Luna di Andrea Bregoli, è andato in scena la scorsa settimana al Teatro 900 di Tresigallo. Sul palcoscenico in primo piano due panchine, una bianca e una rossa, richiamo al progetto, avviato nel novembre 2017 in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, che consiste nel dipingere di rosso alcune panchine dislocate in luoghi pubblici, in ricordo delle donne vittime di femminicidio. Lì sopra, seduti, si alternano donne e uomini, in dialoghi che svelano tutta la fragilità dei pregiudizi e degli stereotipi, su cui si fondano le discriminazioni di genere. Dialoghi tra donne di generazioni diverse: le lotte per il femminismo, che hanno modificato il ruolo della donna nella famiglia, nel lavoro, nella società, ma che lasciano ancora qualcosa di incompiuto… la libertà della donna di essere se stessa.
Poi il dialogo tra uomo e donna su un caso di femminicidio nei confronti di un’amica comune: l’amore che diventa ricatto, violenza, possesso, gelosia da un lato e paura, sottomissione dall’altro, che “diventa un groviglio stretto, dove non passa l’aria”. L’amore come forma di riappropriazione dell’altra, che cerca di fuggire per ritrovarsi, per essere libera e che porta, in nome dell’amor, a gesti estremi, quegli stessi di cui parlano ogni giorno i giornali. Il mostro, l’assassino, il violento, è l’uomo che non ha compreso il significato di amare, che si nutre della paura. E’vittima o carnefice? Le donne subiscono ingiustizie anche nel lessico…? Perché le parole declinate al femminile hanno un significato diverso? E se le parole fossero l’affermazione dei pensieri? Le canzoni che fanno da cornice allo spettacolo cercano di attenuare la tensione emotiva che coinvolge lo spettatore, che non ottiene risposta alle numerose sollecitazioni ricevute, bensì un invito al dialogo tra donne giovani e adulte (la creazione di reti di solidarietà e aiuto) e tra donna e uomo, alla scoperta della comune radice di esseri umani.

Convegno “Mi prendo cura di te” presso l’Aula Magna dell’Arcispedale S. Anna di Cona

Da: Marcella Mascellani
In una situazione di malattia c’è solo un caso dove vorremmo prendere il posto dell’altro; quando ad essere malato è nostro figlio/a.
Purtroppo non si può; non rimane altro che sperare che la patologia si concluda con un esito positivo.
Vivere questa situazione è un vero e proprio dramma e ne sono consapevoli tutti coloro che sabato 9 marzo 2019 hanno relazionato e partecipato al Convegno dal titolo “Mi prendo cura di te” che si è svolto presso l’Aula Magna dell’Arcispedale S. Anna di Cona. Una sinergia tra pubblico (medici e infermieri, psicologi e psichiatri che lavorano in un contesto pediatrico) e privato (rappresentanti delle assciazioni C.I.R.C.I. – Associazione Giulia – Ail – Nati Prima) che insieme hanno trovato un denominatore comune: affrontare nel migliore dei modi la malattia del bambino.
Tutti gli interventi sono stati molto importanti e toccanti.
In particolare, però, uno ha racchiuso tutto il mondo che ruota attorno ad un bimbo malato e alla sua famiglia quando questi si trovano in un contesto ospedaliero.
Vorrei rendere patrimonio comune l’intervento della dott.ssa Francesca Solmi, Pedagogista e Psicomotricista del Comune di Ferrara, testimone attiva e attenta della difficile quotidianità di chi assiste bambini nella loro fase di malattia.
Francesca ha saputo dipingere, con il pennello delle sue parole, un quadro dove la scena è quella di una corsia ospedaliera e i protagonisti sono, assieme agli attori principali (bambini e genitori), il personale sanitario e le associazioni di volontariato. Per motivi di spazio mi è impossibile riportare il suo intervento al completo, ma sono sicura che le sue parole saranno momento di riflessione per chiunque.
Daranno l’idea di movimento, di gioco e a tratti (nonostante tutto), di allegria.
Un bambino ne ha diritto, sempre, anche se malato.
“Spesso la domanda più frequente quando le persone sanno del mio lavoro è quella di cercare di capire come è possibile affrontare condizioni così estreme come la malattia di un bambino e soprattutto partecipare attivamente quando i bambini se ne vanno lasciando vuoti incolmabili. Com’è possibile stare dentro tanta fatica e a cosi tanto dolore?
Noi abbiamo imparato dai lutti, che i bambini hanno la grande magia, la capacità, anche nel silenzio più assoluto, di mandare messaggi d’amore incredibili, lasciando dietro di se l’idea che la vita, così preziosa, è sempre nel qui ed ora e che le energie vanno tenute in questa direzione e non sprecate in futilità, di viverla appieno e di apprezzare ogni minuscolo istante, ma soprattutto di avere sempre coraggio nell’affrontarla.
Abbiamo imparato anche che, quando i bambini guariscono da un tumore, le ferite emotive sono sempre profonde e alle famiglie servono anni per potersi permettere di respirare e affrontare la vita con maggior positività. La risposta al carico emotivo di un lavoro così complesso, per tutti quelli che operano in ospedale, è che l’aiuto all’altro diventa possibile solo in Squadra, solo se la quotidianità è pienamente condivisa da ogni persona che ne fa parte, con competenze diverse, con il suo bagaglio di esperienza professionale e non, in cui le sinergie diventano così potenti da pervadere, in una sorta di mantra positivo, ogni condizione che si crea, che proceda o meno nel bene o nel male.
Il dolore, spesso devastante, spaventa tutti perché ogni persona quando entra in relazione con un bambino ammalato di tumore, entra in relazione con un intero sistema famigliare che si debilita e deve ricreare nuovi equilibri, modificare il proprio assetto (……).
In reparto ci sono momenti in cui le sofferenze si uniscono ad altri dolori, le speranze si agganciano ad altre speranze davanti ad un caffè, due parole spese in corridoio, le mamme che attendono in terapia intensiva di vedere i loro bimbi, i genitori della chirurgia pediatrica che attendono pazienti il loro turno con le infermieri e i medici sempre in movimento (…….).
Quando arriva la tempesta ognuno deve attrezzarsi per non perdersi nel vento, in mezzo alle onde. L’idea è quella di non perdere i punti di riferimento e tenere il timone a dritta e, affinchè questo possa accadere e la nave possa procedere in questa direzione verso un porto sicuro, serve un capitano ed un equipaggio.
A volte però, nonostante la grande energia condivisa, il porto diventa sempre più lontano e il bambino con quale hai viaggiato deve seguire un’ altra strada e un altro percorso. Ed è li che si realizza, in mezzo a tutto questo dolore, la solidità di chi accompagna e condivide cercando di mantenere un clima emotivo stabile e rassicurante, perché i bambini vivono sensazioni e necessitano di spalle forti, di spazi in cui poter esprimere le proprie paure senza sentirle giudicate o minimizzate, ma sentirsi accolti nella loro fatica lasciando spazio così al loro vissuto emotivo (…….).
A volte le risate riescono anche ad arrivare nei momenti più impensabili perché alleggerire la sofferenza altrui diventa un’arte, un modo di abbracciare chi è coinvolto nella malattia. Spesso cosi ci si confronta, ci si da il cambio in quella stanza dove il tempo sembra essersi fermato, in modo da dare sempre energia positiva , ma anche braccia per piangere.
Il gioco, la vera ed unica chiave per entrare in relazione con un bambino, trasforma e ricrea la possibilità di sollevare il bambino stesso dalla sua fatica anche quando la separazione, il lutto è vicino, stare nella complicità del momento e vivere quello che c’è senza andare oltre, mantenendo un confine stabile, un piccolo punto nell’orizzonte irremovibile.
Questo è il lavoro che riusciamo a realizzare.
Se il gioco si trasforma, crea possibilità magiche in cui tutto può accadere; il gioco può anche riparare il vissuto emotivo di un bambino che ha sperimentato cosa significa modificare la propria vita, interrompere la propria quotidianità per affrontare un mondo fatto di paura.
Essere ammalati, quindi, non significa perdere la propria creatività e la voglia di giocare, la malattia non inquina l’essere ludico. Questa è la chiave di volta, giocare e poter trasformare, una sorta di viaggio in cui, nella fatica di dover stare per lunghi periodi in un letto, si può incontrare il piacere del gioco, dell’arte e della musica reinventando la propria condizione da negativa a positiva.
“Trasformare”, a mio parere, è la parola chiave, “trasformare” eventi difficili e dolorosi in condizioni di maggiore sostenibilità.
Il ricordo di una esperienza così difficile può avere un contatto con la memoria della malattia meno invadente, condizionante, sul percorso evolutivo di un bambino. Le trame nascoste della paura di perdere, di separarsi definitivamente da qualcuno possono quindi essere trasformate dalla relazione che implica ascolto e accoglienza. La paura, infatti, si può trasformare in gioco, può addirittura, in questo caso, diventare un elemento di distrazione nell’incontro con oggetti paurosi (aghi, cateteri venosi, siringhe) che possono diventare dinosauri, animali fantastici o oggetti per la cura di orsi polari ammalati.
Poter giocare pone le basi e i termini per poter riparare uno stato emotivo, un ricordo, un’attesa, così come un corpo può essere “riparato dalla cura farmacologica” così la relazione giocata può riparare il vissuto del bambino. Si può giocare in ogni condizione, il potere dei bambini è questo. E’ riorganizzare, immaginare ed andare oltre la realtà vissuta in quel momento (……).
Tutti noi sappiamo che le squadre affiatate riescono ad arrivare alla fine del viaggio proprio perché hanno il coraggio di affrontare anche le sfide più complicate. Per un bambino malattia significa spesso isolamento, rottura di schemi quotidiani rassicuranti, impossibilità di poter essere autonomi (…….)
Alla fine del suo intervento quasi tutti (io ero seduta tra il personale sanitario) avevano gli occhi lucidi e la gola secca…
Osservandoli mi sono accorta che era come se qualcuno avesse mostrato loro una fotografia che li ritraeva in un momento di quotidianità lavorativa, una realtà alla quale si cerca di non pensare al di fuori di quelle mura ospedaliere.
Una quotidianità che a volte ci può nascondere quanto di più umano c’è in noi qui,…..ora.
L’applauso è stato il nostro ringraziamento per avercelo ricordato.

PER CERTI VERSI
Campagna antica

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

ODE ANTICA

Micia mia cara
C’è qualcosa di antico tra noi
Come i mobili
dei nostri vecchi
Le loro fotografie
Ingiallite
come le dita
di fumatrici incallite
ma dai volti belli
scolpite le loro facce
le loro emozioni
Come le travi
sul soffitto intarsiate
dagli eventi vitali
Umani e non umani
agenti del destino
C’è qualcosa di antico
come le tagliatelle fatte a mano
le mansarde piene
di cose mezze dimenticare
di giornali d’epoca
Il fatto di non buttare via mai niente
Ma quale repulisti
siamo quelle stufe economiche
che scaldano e cucinano
mentre si parla si racconta si ascolta
Così era la vita
Così si tramandava
il senso della storia
La memoria delle piccole grandi cose accadute
I fatti che parlano
I silenzi che odorano di canfora
Gli armadi i vestiti
Così siamo certi
Di essere
E di essere esistiti

ODE ALLA CAMPAGNA

Nacqui cittadino
E piazza maggiore è la mia culla
La mia fibra
I miei mattoni per la vita da costruire
Ma se mi volgo a te
mi risale
da un fondale misterioso
tutto il mio attaccamento per la grande pianura
La nostra Bassa
le variazioni di luce
Le sue antiche case anche in declino
Il loro ammirevole giardino
La folla degli alberi
coperti di edera
Smaniosi di fiorire
Enormi alla vita
Ai suoi silenzi
I prati vibranti al vento
Come ondate
Azzurre gialle
Bianche rosa
Tutto si muove
Tutto ritorna
Tutto sta fermo
Senza posa

I giovani e la politica, quando scendono in campo gli studenti

Si sono riappropriati delle piazze, dei microfoni, della creatività efficace di striscioni e cartelli, della libertà giustificata di abbandonare le scuole per qualche ora, nel nome di una causa fondamentale, di una denuncia chiara e circostanziata: l’emergenza clima come effetto del surriscaldamento terrestre. Ma, soprattutto, si sono ridestati con un entusiasmo che mancava da molto tempo e che viene ricordato nella storia dei movimenti studenteschi del passato per gli effetti e le ricadute politiche, culturali e sociali che hanno cambiato la storia di molti Paesi. “Non c’è un Pianeta B”, “Climate silence is criminal”, “Non c’è più tempo per l’indifferenza”, “Se il clima fosse una grande banca, i governi ricchi l’avrebbero già salvato”, “Respect existence or expect resistance”, “Il cambiamento climatico non è solo una questione scientifica; è anche etica e morale”; “We want global politics to stopo climate change, to fight finance”: ecco alcuni dei numerosissimi slogan gridati a gran voce, sostenuti con convinzione e cognizione di causa, accompagnati dalla volontà di far sentire la propria voce e rivendicare il diritto di vivere su un pianeta affrontabile, una Terra amica.

Cortei di studenti e partecipanti di estrazione varia, manifestazioni, scioperi hanno animato piazze e strade italiane e di moltissimi altri paesi europei ed extraeuropei, dall’Australia agli Stati Uniti, dalla Nuova Zelanda a Taiwan, in una giornata memorabile come il FridaysForFuture, uniti nella forte intenzione di scuotere governi, veicolare sensibilità, chiedere fermamente soluzioni e provvedimenti. “Noi siamo venuti qui per pregare i leader di occuparsene. Ci avevano ignorato in passato e continueranno a farlo. Siete rimasti senza scuse e noi siamo rimasti senza tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccio o no”. Sono le parole della giovane sedicenne Greta Thunberg, attivista svedese e ispiratrice del grande movimento che si sta formando a difesa del pianeta, proposta per il Premio Nobel per la Pace. Nella manifestazione mondiale, si chiedono politiche più sensibili e incisive contro il riscaldamento globale e le emissioni di CO2, tra i più terribili artefici dell’effetto serra; ci si rivolge ai governi affinchè adottino misure di protezione, consapevoli della grave responsabilità che il momento, la situazione e gli effetti devastanti della politica indifferente richiedono.

I movimenti studenteschi sono un fenomeno sociale nato nella metà del XX secolo, in quegli anni ’60 in cui tutto era da ridefinire, scoprire, inventare, osare, perché non esisteva background a cui ispirarsi o modelli preesistenti a cui affidarsi, ma la necessità di proporre, imporre, conquistare attraverso azioni anti-sistema. Le tematiche a cui si riferivano erano focalizzate sul mondo dell’educazione scolastica (allora era ‘educazione’, oggi è ‘formazione’), sugli stereotipi culturali e di costume da sradicare, sfide aperte alle tradizionali modalità di autorità. Erano le grandi manifestazioni della Primavera di Praga in Cecoslovacchia, del movimento (che ora si definisce LGBT) per la difesa dei diritti degli omosessuali, le rivendicazioni dei diritti delle donne, il controllo delle nascite, la liberalizzazione sessuale e il cambiamento dei codici tradizionali di comportamento e relazioni interpersonali. Era anche la protesta esacerbata, rivoluzionaria, contro la Guerra del Vietnam e tutto ciò che rappresentava. Negli anni ’60 cominciano farsi sentire anche i primi movimenti ambientalisti e di protesta per il nucleare.

Nei decenni successivi studenti e operai si organizzano per contestare riforme scolastiche (strutture, programmi, risorse, garanzie) e chiedere il rispetto dei diritti del lavoratore, ma perdono mordente politico perché lasciano posto ad altri movimenti. Gli studenti non erano più i protagonisti della scena politica ma l’attività di mobilitazione non si arresta, sebbene fosse contaminata dal terrorismo reale e il terrorismo di stato e affiancata da movimenti di altra estrazione. I centri sociali soppiantano per certi versi i movimenti di piazza, mentre nascono movimenti radicali di destra come Forza Nuova. Il movimento più significativo, denominato ‘La Pantera’, fu quello degli studenti universitari, impegnati nella protesta contro la riforma Ruberti delle università italiane, nato alla fine degli anni’80 nell’ateneo di Palermo e condiviso in tutto il Paese. Si definiva politico apartitico, democratico, non-violento e antifascista, ma si connotava nettamente come pacifista. Agli inizi del 2000 gli obiettivi dei movimenti studenteschi si spostano sulla crisi economica e la conseguente paura del futuro. Alcuni appoggiano ed abbracciano movimenti già presenti nel resto d’Europa e del mondo, altri conservano caratteristiche tipicamente nazionali e presentano i sintomi di un disagio legato alle vicende nel nostro Paese.

Indignados, Draghi ribelli, Occupy Wall Street sono i movimenti che appartengono al 2010-2011, interconnessi al mondo esattamente come il mondo in cui nascono e agiscono. Gli Indignados nascono da una grande mobilitazione pacifista dal basso, contro il governo spagnolo e chiedono più democrazia e partecipazione; i Draghi ribelli, precari, studenti, professionisti, artisti che vanno oltre le rispettive etichette, si uniscono per rivendicare le stesse istanze. Il loro nome si ispira ai draghi orientali che, secondo la leggenda, controllano gli elementi, guardiani e difensori degli equilibri della Terra. Il loro obiettivo: protestare contro la Banca d’Italia e il governo delle banche e della finanza. Occupy Wall Street protesta contro gli abusi del capitalismo finanziario; una contestazione pacifica che conta sulla presenza di anarchici, comunisti, conservatori e perfino esponenti della destra.

Negli ultimi anni, dal 2012 uno degli obiettivi più caldi delle manifestazioni di protesta rimane la scuola: si denuncia il fallimento della scuola pubblica che con l’università rimane fuori dal mercato. Si alternano raduni di piazza, cortei e flash mob per manifestare il rifiuto dei tagli all’istruzione e agli investimenti nella formazione delle giovani generazioni. Nel 2018 Ivan Krastev dell’Università di Sofia, autore dell’articolo ‘Il 2018 sarà rivoluzionario come il 1968?’ pubblicato dal New York Times, si interroga su ciò che sarà la protesta nel prossimo futuro. Il rischio, sostiene Krastev, è quello che siano conservatori e populisti gli attivisti del futuro, predisposti a scatenare le loro lotte sulle tematiche dell’immigrazione, la mescolanza culturale, l’affermazione della solidità e della garanzia di uno stile di vita tranquillizzante in difesa della famiglia e dei valori tradizionali, tutte tematiche care agli uni e agli altri. Nel frattempo, noi continueremo a riempire le piazze ricordando che il nostro pianeta è in sofferenza e non ne siamo tutti completamente consapevoli. Ce lo ricorda una ragazzina di 16 anni, che ha iniziato la sua battaglia da sola ed ora anima gli studenti di tutto il mondo.

Rischi climatici, i giovani in piazza: “Non rubateci il futuro”

Anche Ferrara è scesa in piazza per dire “stop” ai cambiamenti climatici e lo ha fatto con centinaia di studenti in corteo per il “GlobalStrike4Climate“. Questo evento, lanciato dall’attivista svedese Greta Thunberg, ha avuto una risonanza mondiale e in Italia ha visto scendere in strada manifestanti in 182 piazze per lanciare un messaggio chiaro indirizzato ai grandi del pianeta, con la volontà di sensibilizzare l’opinione pubblica verso un disastro ambientale che nel volgere di 11 anni potrebbe essere irreversibile.

Il corteo ferrarese è partito dalla piazza del Municipio dove, tra cartelli e volti dipinti di verde, prima di muoversi, ci sono stati gli interventi degli esponenti di varie associazioni. Matteo Zorzi, tra gli organizzatori e presidente di ‘Rua-Udu Ferrara’, ha detto “Il numero di partecipanti è inaspettato, nemmeno riescono ad entrare tutti in piazza”; e sui motivi di questa manifestazione mondiale ha aggiunto: “Chiediamo un cambiamento, chiediamo i fatti perché il tempo delle parole è finito e lo chiediamo anche al nostro Governo. È l’inizio di un percorso, noi saremo qui ogni giorno per ricordare quello che c’è da fare”.

Sulla stessa linea Raffaele Bruschi, tra i coordinatori di “FridaysForFuture Ferrara” che, intervistato da Ferraraitalia, ha mostrato anche lui sorpresa per il numero di partecipanti (“non ci aspettavamo così tanta gente”) e ha lanciato un messaggio che tutta la piazza ha condiviso: “Stiamo dicendo a tutti di fermarci e gridando a gran voce la necessità di riprenderci il nostro futuro”.

Il corteo ha poi mosso i passi verso via Garibaldi, per attraversare largo Castello e dirigersi, attraversando corso della Giovecca, in piazza Medaglie d’Oro dove la folla accorsa si è raccolta e similmente ad una curva da stadio, ha intonato slogan e tratto le conclusioni affidate a vari attivisti.

Tra i temi lanciati, quello per un’alimentazione consapevole, che eviti gli sprechi e rifletta sull’uso intensivo dei terreni destinati a coltivare cibo per gli allevamenti, un’economia che non pensi solo al capitale ed al profitto, ma si preoccupi delle conseguenze dell’inquinamento sulla salute dell’uomo. Non sono mancate le contestazioni alle politiche sull’immigrazione dei vari governi, non solo quello italiano, che intervengono solo sulla conseguenza di un problema – quello migratorio – la cui origine non è estranea ai cambiamenti climatici in atto sul nostro pianeta.

Quella di oggi è stata una delle manifestazioni con più partecipanti viste a Ferrara negli ultimi anni, con circa cinquemila tra studenti e attivisti scesi per strada per dire “Riprendiamoci il futuro”.

Unica nota dolente di una manifestazione altrimenti riuscitissima, un piccolo scontro tra un gruppo di studenti di ‘Link’, associazione vicina alle correnti dei centri sociali, e quelli di ‘Azione Universitaria’, movimento universitario di destra. Questi ultimi, rei di aver esposto il simbolo dell’associazione, hanno subito attacchi prima verbali e poi un tentativo di strappo del loro striscione. Sull’accaduto Raffaele Bruschi ha precisato: “Avevamo chiesto di non portare simboli in piazza tranne quello del FridaysForFuture e ci chiediamo come mai siano qui, insieme ad Alessandro Balboni, candidato con Alan Fabbri, visto che quest’ultimo ha criticato questa manifestazione”. Pronta la replica di Balboni, che contattato dal nostro giornale ha spiegato: “All’inizio ci avevano detto di poter usare il nostro simbolo e solo 2 giorni fa ci hanno comunicato il contrario. Giunti in Medaglie d’Oro avevamo deciso di coprirlo con una bandiera tricolore, ma mentre stavamo ragionando pacificamente con Raffaele Bruschi, abbiamo subito un’aggressione da alcuni attivisti di Link. L’ambiente e l’ecologia non devono avere un colore politico e anche noi di destra siamo vicini a questi tempi perché il futuro appartiene a tutti”.

Qui sotto le foto della manifestazione

Ferrara, Santini e vecchi merletti

“Vedi quello là? Ieri a g’ò dà tarsent miliòn”. Eravamo sul marciapiede di testa della stazione Termini in attesa del rapido per Venezia, e naturalmente per Ferrara. L’amico Alfredo Santini, con la sua brava cartella di cuoio sotto braccio, sembrava in attesa d’incontrare un conoscente per scambiare due chiacchiere, possibilmente in dialetto. Amava il dialetto ferrarese Santini, una giornata nella capitale, dove si parla strascicato e le consonanti dure, come la ‘t’, diventano improbabili ‘d’, o peggio ancora, senti le ragazzine, anzi le regazzine, le bellissime pettorute romanine, urlare “come stai? Stai bane?”. Ecco, dopo una giornata di “bane”, dentro di te ripeti “bène, bène, bène” e vai tranquillo.

Santini cominciò a parlarmi della sua giornata, dei suoi incontri in Vaticano, dove aveva amicizie altolocate e dove – credo di non sbagliare – riceveva buoni consigli per condurre la banca verso intoccabili guadagni. In quel periodo Ferrara viveva dolcissimi momenti, tutto andava secondo i piani più ottimistici: il sindaco Soffritti passava da un successo all’altro, era riuscito a trovare i fondi per risanare le Mura, le mostre d’arte sotto la lungimirante direzione del maestro Farina erano diventate per l’intero movimento culturale internazionale termine di paragone da imitare, e attratto anche dalla vivacità della città era sbarcato il grande musicista Abbado. Città felice insomma.
Chi pagava? Dove non arrivava lo Stato, c’era sempre la Cassa di Risparmio, il cui presidente Santini era come la Madonna di Lourdes. Una improbabile esposizione di quadri d’autore dilettante? Santini firmava. Un romanzo d’amore stile romantico, dove i baci erano sempre languidi? Santini firmava. Cresceva così, accanto alla cultura seria, un muro di para-letteratura, troppo spesso appiccicosa. Alfredo Santini lo sapeva, ma a volte per convenienza politica, per educazione o per semplice gentilezza, faceva finta di niente. Fece diventare la banca la calda coscienza di Ferrara. Succedeva addirittura che offrisse incarichi ben pagati a persone la cui opera veniva dimenticata in solaio.
Ascoltare un dialogo in dialetto tra lui e il sindaco era piacevole, anche se non tutto era chiaro: Santini parlava con accento e vocaboli di un borgo molto lontano da quello in cui era nato Soffritti. Ricordo che quando tornai a Ferrara dal mio lungo peregrinare in Italia e in Europa e partecipai a una riunione di Giunta, rimasi stupito dal fatto che attorno al tavolone dell’assemblea il linguaggio ufficiale fosse il vernacolo di piazza Verdi o quello di Porta Mare.

Mi sembra, tuttavia, che queste considerazioni di tipo personalistico, soggettivo, non servano a spiegare quello che è successo in Italia e nel mondo, squassato da una tempesta imprevista, che si è rovesciata sui corpi, spesso ignudi, della povera gente, vecchia carne da macello come in guerra. I risparmiatori, quella fascia di cittadini che erano le colonne della società, sono stati spietatamente usati dai banchieri e si è arrivati perfino a stabilire che il povero cittadino frugale, per ritirare danaro messo da parte, deve dichiarare alla cassa della banca il motivo della richiesta; cioè i soldi non sono più suoi ma dell’istituto di credito.
Chissà che cosa direbbe oggi il mio professore di economia politica all’Università di Bologna, il grande Federico Caffè – il docente improvvisamente scomparso nel nulla molti anni fa quando cominciò a essere definitivamente superata l’economia della domanda e dell’offerta – lui così rigoroso e onesto, buttato lì in mezzo al branco di lupi pronti a scannare chiunque, come vuole il “mercato pilotato” dai banchieri-trafficanti di danaro e dagli uomini e di potere. Anche Santini era banchiere legato con filo di acciaio a una parte politica rafforzata dal credo religioso, ben cementato al dio capitale, ma certamente aveva la convinzione di essere nel giusto, umano e sovraumano.

D’altra parte questo è il mondo degli uomini padroni, chi si mette contro di loro è finito, viene schiacciato. Alle banche non interessa che in una città come Ferrara ci siano diverse migliaia di appartamenti vuoti e tante persone in cerca di un buco dove mangiare, dormire, fare l’amore, allevare i figli. Meglio la lotta selvaggia tra chi ha e chi non ha: la guerra è sempre lì che ci aspetta a braccia aperte. La città pare così precipitata in una crisi senza vie d’uscita: in centro stanno chiudendo i negozi uno dopo l’altro, chi può se ne va a Bologna o a Padova. Si, ha ragione chi afferma che la città sta morendo. Con buona pace di Alfredo, e anche nostra.