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I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Non può piovere… per sempre

Quanto dura un rapporto senza dovere ricorrere alle cure palliative? E la persona giusta è un’intuizione immediata o una valutazione finale? Riccarda e Nickname dialogano A due piazze sulla fatalità di chi ti piove addosso e sugli spazi in cui farsi un po’ di posto.

N: È possibile una relazione affettiva che duri, francamente, per sempre? (“francamente” significa senza troppa ipocrisia, senza troppa finzione e con molto trasporto, altrimenti è troppo facile: durano tutte, se ci metti molta ipocrisia e finzione).
Secondo Nickname, tendenzialmente no. Secondo la mia interlocutrice, tendenzialmente sì.
È il “tendenzialmente” a fare la differenza (e pensare che dichiaro di detestare gli avverbi…). Secondo Nickname (trovavo ridicolo chi parlava di sé in terza persona), puoi lavorare finché vuoi sul rapporto, ma se la persona non è quella, lavorarci sopra è come una cura palliativa: migliora la situazione, ma non la risolve.
Secondo la mia interlocutrice, se lavori bene sul rapporto lo capisci, prima o poi, se quella è la persona giusta per te. Quindi dipende solo da te (da voi), da quanta energia e cura ci metti. La persona giusta per te esiste, difficile non beccarla (interlocutrice). La persona giusta per te esiste, difficile beccarla (Nickname).

R: A parte che parlare in terza persona lo faceva Giulio Cesare oppure lo fanno i bambini, capisco che “tendenzialmente” tu, Nickname, non ami la strategia delle cure palliative: pazienza, tempo, fiducia e coraggio di non pensare che sia così difficile beccare quella persona giusta. Pochi giorni fa, una mia amica mi ha detto che l’uomo giusto le è cascato addosso, all’improvviso, fatalmente, insomma l’ha beccato. Senza cercarlo. La mia amica non si chiede, ora, se sarà per sempre, ma “francamente” se ogni giorno sia l’incastro giusto. Per tanto tempo le ho sentito definire “faticoso” il suo vivere sfasato rispetto a un uomo del tutto disallineato.
Non credi che, allora, la proiezione temporale del “per sempre” abbia bisogno solo di una libera semplicità nel fare girare le cose?

N: Eccome se lo penso. Ma più lo penso, più quel “per sempre” finisce per assomigliare ad un “per ora”. I conti si fanno alla fine: se, alla fine, quella somma di momenti scelti e non subiti insieme, di “per ora”, ha dato come risultato un “per sempre”, vuol dire che quella era la persona giusta. Talvolta, ridurre la filosofia ad aritmetica mi alleggerisce l’animo.

R: Tu, ti conosco, non hai l’animo leggero e alla matematica hai sempre preferito gli orizzonti larghi della filosofia. Ma in amore non vale mai ciò che abbiamo amato, fatto, preferito. Un amico, che ha il coraggio di scrivere “ora voglio davvero solo lei”, dice di essersi stancato delle mezze persone. E allora credo che la persona giusta sia quella intera, con le sue parti mancanti, le sue cavità, i suoi spazi liberi in cui ti chiama facendoti posto.

Cosa ne pensate del “per sempre”? E la persona giusta la possiamo valutare solo alla fine?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Ti do un(a) Pack sui cabasisi

Infuria la battaglia della plastica che sta portando sull’orlo di una crisi di nervi il Pd e i suoi alleati mentre il bimbo Di Maio non sa più a quale santo (si fa per dire) rivolgersi. Preoccupato il presidente uscente dell’Emilia-Romagna, Bonaccini, dice, rettifica, convoca, usa un silenzio parlante mentre il Capitan Salvini s’appresta a sbarcare con le sue truppe nella forse conquistabile Emilia.

La più surreale tra le prove di dialogo tra Pd e il M5S si concretizza in un probabile incontro fra le due forze politiche chiamato “plastic meeting”.

Ma è possibile??? Già li vedo entrare con passo solenne avvolti in toghe di plastica mentre qualche Matteo di turno affila le armi per far saltare tutto, accusando l’abuso e la mala usanza di avvolgere i migranti in fogli dorati forse fatti con la plastica.

Zingaretti preoccupatissimo sollecita il fratello a prendere il suo posto e a mandare Fazio e la sua troupe poliziottesca a recuperare le plastiche che approdano inesorabili sulla spiaggia di Marinella mentre Catarella urla “dottore, dottore le vogliono rifilare un(a) Pack sui cabasisi”.

Inesorabile il commissario Montalbano evita plastiche e plasticume nuotando verso lidi puliti.

Ma il Capitano che fa? Munito di bei bicchieri di plastica e di bottiglie monouso minaccia sfracelli e proclama che si chiuderà in Parlamento al momento del voto e non ne uscirà se non verrà modificata la legge sulla plastica, ovviamente munito di package straordinari che invaderanno tutti gli angoli delle sedi parlamentari.

Frattanto l’imperturbabile Carofiglio dalla bella Gruber spiega che tutto giuridicamente è sbagliato naturalmente parlando dello scudo che blocca le trattative sulle sorti dell’acciaio mentre Carlo Calenda che non sa più a quale rete (tv) votarsi prova ad ululare la sua versione dei fatti in quanto esplicitamente coinvolto. Libri e libri si editano, si pubblicano tra i sorrisi conniventi dei soli (ig)noti che aspettano la prebenda della pubblicità mentre un Fiorello fuori di testa si lancia in una trasmissione folle che dovrebbe dimostrare la ‘freschezza’ dei programmi Rai, specie la rete ammiraglia.

La ‘negritudine’ intesa come categoria etico-politica si sfrena. Non è nemmeno il caso di citare il caso di Liliana Segre così abnorme da rischiare l’incomprensione dei raziocinanti che non si rassegnano a mettere sotto silenzio la campagna d’odio che ha investito la senatrice e che ha ireso evidente il comportamento , per me indecoroso, della destra parlamentare. Non entro poi nella vicenda Balotelli poiché uscirebbe, e ne sono conscio, tutta la mio personale avversione per le curve, gli stadi e le bocche urlanti dei loro frequentatori.

A ognuno il suo, scriveva un grande autore. Il mio non passa per il calcio. Tiratemi pure pomodori marci ricambierò con materia non certo odorosa, specie per i dirigenti del Verona calcio (si chiama così?), che assicurano di non avere sentito niente. E tutto questo nella città di Giulietta e Romeo e dell’Arena.

Ultima e non commentabile notizia che arriva dalla città pentagona.

4 Novembre, festa delle forze armate. All’alzabandiera in piazza la presidente della Provincia Barbara Paron si avvicina al prefetto e si scusa di allontanarsi dalla cerimonia in quanto il discorso sarà tenuto dal vicesindaco Nicola ‘Naomo’ Lodi in rappresentanza del sindaco Alan Fabbri, malato. Perché? Secondo la versione della Paron, lei non avrebbe potuto assistere a quella cerimonia in quanto l’anno scorso lo stesso vicesindaco avrebbe issato di notte la bandiera della Lega sul pilone destinato il giorno dopo alla bandiera italiana.

Che dire? Siamo ridotti tutti a tirarci, come in un probabile e imminente futuro, Pack nei cabasisi

I giorni dell’abbandono: pensionati in piazza per difendere la propria dignità

In questi giorni, fino al 15 novembre, a Ferrara e in provincia i sindacati dei pensionati appartenenti a Cgil, Cisl e Uil raccolgono le firme per una legge nazionale sulla non autosufficienza. L’iniziativa precede una manifestazione nazionale il 16 novembre a Roma al Circo Massimo, luogo di memorabili mobilitazioni del mondo del lavoro.

Le persone non autosufficienti in Italia sono tre milioni, in maggior parte anziani. Chi se ne fa carico sono quasi sempre le loro famiglie, affrontando notevoli sacrifici personali ed economici, fino a rischiare l’impoverimento. È un aspetto dell’invecchiamento della popolazione – fenomeno che la provincia di Ferrara conosce bene, assai più che altre aree dell’Emilia-Romagna e d’Italia – e che nei prossimi anni cambierà profondamente la società e il welfare. Ci sono località del Basso Ferrarese dove, tra un decennio, le previsioni demografiche indicano che la percentuale di persone con più di 65 anni sarà vicina al 40%, senza ricambi delle generazioni più giovani.
L’Italia, ricordiamolo, è la seconda nazione al mondo più longeva, dopo il Giappone. La non autosufficienza ha ricevuto risposte sino ad ora insufficienti. Lo stanziamento di bilancio per la non autosufficienza della Regione Emilia Romagna – nel 2018 oltre 437 milioni – supera quello nazionale, ed è tutto dire.

La richiesta dei sindacati non è cosa dell’ultimo momento. Da tempo è oggetto di trattative con i vari governi, ma non si è arrivati ancora ad ottenere soluzioni decenti e credibili. In sostanza, la legge che si chiede deve contenere un aumento adeguato delle risorse per le aziende sanitarie e i distretti; nuove norme per l’assistenza e la presa in carico dei soggetti fragili; criteri uniformi per la valutazione dei bisogni, l’accreditamento dei servizi residenziali, semi-residenziali, di assistenza domiciliare e familiare; un sistema efficace di definizione e di controllo delle prestazioni sociali e sanitarie.
Un paese civile si riconosce anche da come tratta i propri cittadini più deboli. Non è bastato e non basta certamente l’esercito di badanti – senza il quale saremmo al collasso sociale – che ha solo parzialmente tamponato l’emergenza. Né è possibile pensare che la cura familiare, svolta soprattutto dalle donne, possa bastare. Per fare solo un esempio, la domanda di accesso alle strutture residenziali pubbliche per anziani in provincia di Ferrara è il doppio dell’offerta, mentre la rete di servizi sociali erogata dai Comuni è in affanno crescente per i tagli e i limiti imposti alla finanza degli enti locali.
Il sindacato, nelle iniziative di questi e dei prossimi giorni, sostiene che la non autosufficienza è una emergenza nazionale. Non esagera. Tutti invecchieremo, tutti avremo più bisogno di aiuto, aumenteranno le persone più fragili in una società che sarà certamente diversa, ma che non dev’essere disumana.

PER CERTI VERSI
Al crepuscolo

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

AL CREPUSCOLO

Nel tempo in cui
Il cielo si arancia
Il sole rientra come un feto nella sua pancia
Mi tolgo dai panni di Amleto
Sono io che passo nel tuo ventre
In quel preciso mentre
Dove il mio equinozio
Tocca il tuo solstizio
Il dolce ozio
Di godersi la luce
Sul precipizio

NOTA A MARGINE
La rimozione della morte e l’illusione dell’eterna giovinezza

Una società che trascura o ignora il culto dei morti è essa stessa morta. Ci siamo avviati già da tempo verso l’indifferenza davanti alla morte e sentiamo la necessità di rimuovere, accantonare, cancellare le tracce di chi ci ha preceduto, come se le pietre tombali, le lapidi e tutti i segni che ne onorano la memoria siano fastidiosi obblighi, ingombranti fardelli che appesantiscono la nostra quotidianità scandita e organizzata, che non contempla il rispetto del passato né tantomeno l’elaborazione del dolore della perdita. Non sempre le “Urne dei forti” nei Sepolcri di foscoliana memoria accendono “L’animo dei forti”. La ritualizzazione della morte ci trova impreparati perché abbiamo difficoltà a condividere il dolore, il lutto, la commemorazione dei nostri defunti: lo ‘spettacolo della morte’ è concepito come impossibile da sostenere e preferiamo rimuovere, trovare scorciatoie e vie di fuga per non affrontarlo. Un grande paradosso, se pensiamo alle immagini di morte veicolate dai media che ogni giorno siamo costretti ad ingoiare e che ci hanno condotti all’assuefazione totale, perché in fondo non ci riguardano in modo ravvicinato.

La frammentazione sociale, i martellanti messaggi valoriali di benessere, dinamismo, prestanza, giovinezza, salute, spensieratezza, benessere ci hanno indotti a perdere il senso dei nostri limiti terreni, cadendo nell’inganno della pseudo-eternità. Si elabora la morte e si ricordano i propri defunti attraverso i social network, e sullo schermo del computer e dello smartphone scorrono foto nostalgiche, dediche, epitaffi, massime e aforismi, emoji che rappresentano stati d’animo e sentimenti, messaggi di cordoglio, che non potranno mai sostituire il supporto che una reale vicinanza può offrire. Un’esternazione del dolore fine a se stessa che ci lascia inevitabilmente soli. Occorre infrangere l’idea che la morte e il ricordo dei propri cari creino una sofferenza insormontabile; occorrono più che mai momenti comunitari – proprio come il Giorno dei Morti – dove riesumare modalità comunicative autentiche, che permettano all’individuo di relazionarsi in un destino comune, trovando sostegno l’un l’altro, come richiede la nostra stressa storia evolutiva.
Trovarsi nei cimiteri, il Giorno di commemorazione dei defunti, è un rituale socialmente condiviso che permette di dare un ordine e un contenimento all’angoscia e al dolore della perdita. E’ un modo di riconoscere anche il valore e l’identità di chi non c’è più, la sua presenza nel passato, il suo essere stato, malgrado la sua scomparsa fisica. Molti aderiscono alla cerimonia, altri respingono l’idea di presenziare. Alcuni non ci vanno mai perché sentono i propri cari in ambiente diverso, altri non ammettono forme di celebrazione perché ritengono che ‘tutto sia finito’. C’è chi definisce quest’usanza come occasione ipocrita destinata all’apparenza di facciata, all’ostentazione dei vivi, piuttosto che sincero raccoglimento nel pensiero dei propri defunti.
Qualcuno preferisce visitare il cimitero soltanto in giorni più discreti, lontano da liturgie e appuntamenti ufficiali. Il cimitero è un luogo fisicamente ben definito con connotazione sociale chiara e condivisa. Permette di rimanere in contatto con i propri defunti, ricordarli ed essere di sostegno agli altri. Recarsi in quel luogo significa andare in un posto che ha una sua sacralità e richiede tanti piccoli rituali, piccole azioni, piccoli impegni – percorrere i vialetti tra le tombe, portare i fiori, accendere un lume, recitare una preghiera, rimanere in un silenzioso dialogo con se stessi e il defunto – che ci permettono di dare una sorta di sede al nostro dolore, alleggerendo il peso delle emozioni forti, rendendo meno pervasiva la sofferenza, riducendo l’angoscia, facendoci sentire meno soli.
Sono gli stessi gesti, le stesse modalità compiute nei secoli da chi c’era prima di noi, con caratteristiche diverse a seconda dell’epoca e civiltà, ma con lo stesso senso profondo. In alcune aree del mondo la commemorazione dei defunti assume un’importanza che supera per quel giorno le esigenze dei vivi. In Messico il Dia de Muertos, di origini preispaniche, diventa una festa di due giorni che coinvolge l’intera popolazione: l’1 novembre festeggiato dai bambini e il 2 dagli adulti. Si preparano gli altari dei morti attorno alla sede tombale, un arco addobbato con fiori, foto del defunto, incensi, per favorire il ritorno del caro estinto almeno per quei giorni. Vengono distribuiti dolci e pan de muerto ricoperti da zucchero colorato. La glassa di colore rosso, si narra, fu un’idea dei colonizzatori spagnoli per dissuadere simbolicamente la popolazione dalle pratiche dei sacrifici umani ai loro dei. Il colore dominante della giornata dei morti è il giallo, che domina la scena con le composizioni di cempasùchil, dei garofani particolari. File interminabili e suggestive di candele accese segnano il cammino che i defunti dovrebbero percorrere, mentre le famiglie rimangono riunite in cimitero per tutta la notte, con gruppi musicali che suonano le canzoni e melodie che piacevano ai loro cari. Una grande festa sentita che trae le sue radici nell’antichità, mantenendone tutta l’intensità, non solo folklore. Nel 2008 l’Unesco ne ha riconosciuto il valore, dichiarandola ‘Patrimonio immateriale dell’Umanità’.
Ci ha esortato anche Papa Francesco a fare visita ai nostri defunti oltre il Giorno dei Morti, onorarli, ricordarli per chi e ciò che sono stati e non soltanto per colmare il divario che ci separa dalla perdita. Disertare una visita ai nostri cari scomparsi significa privarsi di un momento dedicato esclusivamente al loro ricordo in un luogo a loro riservato. E se ci imbattiamo in qualche epigrafe spoglia, qualche tomba abbandonata, qualche sede sepolcrale davanti a cui nessuno si ferma, depositiamoci un fiore.

Il museo Archeologico è il migliore, parola di turista

Il primo museo da visitare a Ferrara, secondo la classifica stilata in tempo reale da turiste e turisti che ogni giorno vengono nella città estense? E’ il museo Archeologico Nazionale, che sorprendentemente si trova al primo posto su TripAdvisor considerando solo i musei, e addirittura al secondo se guardiamo a tutte le attrazioni – in cima, in questo caso, non si trova un particolare monumento, ma l’intero centro storico ferrarese! – . Un segnale notevole, frutto di un lavoro costante e rivolto al futuro.

Dalla sua prima inaugurazione nel 1935, di acqua ne è passata sotto i ponti. Era nato in prima istanza per la conservazione dei reperti rinvenuti nelle campagne di scavo appena concluse, nel rinascimentale Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro. Sin da subito, il cinquecentesco fascino della costruzione, unica nel suo genere per l’architettura e gli affreschi, ben si sposava con gli innumerevoli ritrovamenti dell’antica città di Spina, che finalmente tornava a vivere dopo millenni di oblio. Nel 1970 lo avrebbe atteso un nuovo allestimento, fino alla chiusura negli anni Ottanta per una ristrutturazione del Palazzone, come il popolo soleva chiamarlo. Dal 1997, infine, ha riaperto i battenti, e da allora gli attuali spazi espositivi sono ancora più vasti, con una circoscritta rotazione dei materiali visibili, data la strabiliante mole di oggetti conservati negli archivi. L’integrale fruizione del museo, infatti, è di nuovo possibile dal 2011, quando la realtà digitale dei nuovi media non ha trovato difficoltà nell’incontrare il mondo tangibile di una realtà museale, aumentandone le potenzialità per venire incontro ai diversi possibili pubblici. Alcuni oggetti, per esempio, sono stati scannerizzati in 3D e i loro modelli sono apprezzabili navigando sul sito del museo, insieme con informazioni utili a chi volesse approfondire. Su Google Arts & Culture, inoltre, è possibile procedere con una vera e propria visita, virtuale, all’interno del palazzo, con la tecnologia di Google Street View. Insomma, come avere un ingresso gratuito al museo! Dal piano terra, ricco di testimonianze dell’abitato etrusco, salendo l’imponente e monumentale scalone si arriva direttamente al piano nobile, dove a essere ospitati sono gli antichi resti della necropoli. Ma la proposta espositiva in vigore da otto anni ha aperto, al pianterreno, nuovi spazi sempre più adeguati a far vivere emozioni ed esperienze a chi per la prima volta cammina su quei pavimenti. Innovazione non vuol dire, però, solo tecnologia. Il cambiamento sta nel riuscire a vedere con occhi nuovi ciò che già ci circonda, parafrasando Proust. Ecco perché anche inaugurare una zona relax e concedere a chiunque di poter toccare con mano alcuni reperti, rigorosamente autentici, vuol dire stare al passo con i tempi. La multisensorialità, nel percorso museale, può essere esperita anche in veri e propri laboratori didattici, grazie ai quali, in speciali occasioni, l’innegabile stupore che provoca la storia di Spina può essere ben sperimentato in prima persona da giovani e studenti. E se la curiosità stimolata dal museo sarà troppo incontenibile, il museo stesso vi verrà incontro, aprendo le porte della cospicua biblioteca. Una collezione libraria che negli anni Settanta constava di 1278 volumi, raccolti sin dagli anni Trenta, ma che con il passare dei decenni ha visto incrementare tale numero, fino ad arrivare ai più di novemila volumi attuali. Gioielli da sfogliare che proprio da quest’anno sono finalmente accessibili a chiunque ne abbia il desiderio.

Per trascorrere un’intera giornata con piacere, stuzzicarsi con nuovi stimoli o entrare nella macchina del tempo alla scoperta di un mondo antico, il Museo Archeologico si configura come una soluzione ottimale. Può essere una valida alternativa ai soliti luoghi per tutta la famiglia, grazie ai vari servizi offerti, così come può essere sempre stimolante per le studiose e gli studiosi del settore, grazie al suo essere costantemente in divenire. Mostre, concerti, rievocazioni storiche, convegni, conferenze: il Palazzo Costabili non è una mera vetrina di manufatti sottratti alla custodia della terra, ma è un museo vivo e in cammino che attende di accogliere chi ancora non lo ha incontrato.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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IL SARTO
Una poesia di Carla Sautto Malfatto dedicata alla Commemorazione dei defunti

di Carla Sautto Malfatto

IL SARTO

A cosa serve questa notte
se non a spurgare fantasmi
dalle pieghe del mio tempo perduto?
Non c’è luce che li dissolva
e solo si rincantucciano come topi
alla lama arrotata del giorno.

Chiamo a raccolta i santi
ma sono i morti il mio rimorso
di occasioni non sfruttate
di baci trattenuti
questioni irrisolte
parole mai dette.

Sembrava il tempo un filo interminabile
da dipanare a piacimento
quasi ne conservassi i capi tra le mani…

Poi, per ognuno, si è reciso
e di queste gugliate ne ho fatto un ginepraio

e sul mio abito affiorano punti d’imbastito
lasciati da un sarto ancora da pagare.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)
da ‘Troppe nebbie’, Edizioni Il Saggio, 2019

DIARIO IN PUBBLICO
O bli-bli o bla-bla… Il racconto e la politica

Imperversa tra i protagonisti (invariabilmente gli stessi) dei nostri talk show televisivi il termine ‘racconto’ della e nella politica che viene declinato associandolo al tratto fisiognomico caratteriale del ‘raccontatori’ tra i quali si distinguono il Marco Travaglio dal sorriso sprezzante – pericolosissimo – l’arruffio della barba di Marco Damilano da cui esce una valanga di racconti – a volte contraddittori – la testa d’uovo (letteralmente) di De Angelis, la rada barbuzza bionda di Giannini, il pelo bianco di Beppe Severgnini e la bocca spalancata di Antonio Polito, tanto per citare i più assidui inquadrati tra i tacchi 45 cm della Gruber e le sue giacchette perfette, tra le spille di Barbara Palombelli e le improbabili mises di Bianca Berlinguer. Tutti con alle spalle i sorrisi minacciosi e carnosi di Maurizio Belpietro e la versione Crozza di Alessandro Sallusti. Zoro frattanto tenta di ‘raccontare’ in modo diverso, ma purtroppo la nuova versione dura lo spazio della trasmissione.

Informiamoci allora su cosa significa la parola racconto e affidiamoci alla Treccani:

Raccónto s. m. [der. di raccontare]

1. Relazione, esposizione di fatti o discorsi, specie se fatta a voce o senza particolare cura, oppure se relativa ad avvenimenti privati (si distingue perciò da narrazione come raccontare da narrare, ed è diverso anche da resoconto, più ufficiale e tecnico)

2. Componimento letterario di carattere narrativo, quasi sempre d’invenzione, più breve e meno complesso del romanzo (in quanto dedicato in genere a una sola vicenda e destinato a una lettura ininterrotta) e distinto dalla fiaba perché tende a presentare i fatti come realmente avvenuti (per questi suoi caratteri si identifica sostanzialmente con la novella).

3. Nel linguaggio della critica letteraria (specie nella critica formalistica), è sinonimo di intreccio, contrapposto alla fabula, ed è pertanto usato per ogni opera narrativa in versi o in prosa.

Escludiamo per amor di semplificazione la definizione 3 e – pur con qualche riserva – la 2.

Dovrebbe, dunque, il racconto della politica assumere il significato più pregnante di ‘resoconto’ di ciò che la politica fa. Il risultato è: “ciapal”, in ferrarese (“prendilo” in italiano) che nella versione dialettale meglio esprime l’impossibilità dell’azione…

Sembra che al resoconto ormai si assommi anche la seconda definizione del dizionario, in quanto i narratori ufficiali tendono motu proprio a trasformare il resoconto in componimento letterario, che ha per sua caratteristica quella di ‘presentare i fatti come realmente avvenuti.

E’ quello che gli ‘itagliani’ – ormai popolo avvinto alla narrazione – richiedono a gran voce, come insegna loro il gran Maestro, dantescamente parlando, Salvini.

Basta dire ciò che non lede il loro interesse, la loro priorità (prima gli italiani) e tutto può venir raccontato. Chi tra la comunità nazionale non avrebbe sognato di brindare al Papeete tra belle ‘femmine’ che sculettano ‘Fratelli d’Italia’?

Ciò che imperversa nel racconto e la politica è la volontà di narrare ciò che è già avvenuto come fosse una novità e predisporre un futuro perlomeno immaginifico a ciò che già si ‘suppone’ sarà l’andamento delle cose.

La più schifosa presenza della ‘narrazione’ è però ciò che racconta la parte più oscenamente fascio-nazista (sì, ne esistono tanti, e troppi di aderenti a questa orrida ideologia ) all’indirizzo di Liliana Segre. Da catalogare costoro come sub-umani, ma non da confondere con le bestie dotate di ben più alta capacità di comprensione.

Questo dovrebbe indignare i tanti italiani che non sono raggelati dalle interpretazioni narrative. Questo dovrebbe essere il cammino dell’umanità. Ben venga il progetto di Luigi Marattin che dovrebbe rendere legge la conoscenza dell’identità reale di chi usa i social per offendere e anche per esaltare a sproposito.

Il mio sogno odierno? Fare come il grande direttore d’orchestra Daniel Harding che, giunto all’apice della carriera, abbandonerà per un anno il suo lavoro, per volare. Sì. Volare materialmente. Volare quindi anche oltre la musica e riconquistare il diritto alle scelte e all’infinito del volo.

Ma io povero tapino dove volerei? Lo so e lo faccio da sempre: nell’infinito dell’arte e della poesia. Purtroppo chi ci trascina a terra è la necessità-dovere di fare i conti con la ‘narrazione’, la prosa della politica.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Quattro lettere: ad ogni lettore il suo evitante

Cosa significa intrecciare una relazione con un “evitante”? Abbiamo chiesto ai lettori di raccontarci le loro storie a metà. E c’è anche chi ammette di essere stato uno di quelli.

Ogni volta… come la prima volta

Cara Riccarda,
vengo da una relazione con una donna evitante. È come non stare con nessuno, ti prendi e ti lasci ogni volta che ti vedi, praticamente.
P.

Caro P.,
praticamente sì. Non esiste, con gli evitanti, un ponte fra una volta e l’altra, è sempre un affaccio sul vuoto che dà un bel po’ di vertigini. Ma non per gli evitanti, che non si spingerebbero mai così vicini all’orlo.
Riccarda

Una relazione… da brivido

Cara Riccarda,
mi sono venuti i brividi. Il ritratto dell’evitante sembra quello di una persona che ho vicino in questo periodo. Devo stare attenta. Forse i miei campanelli d’allerta interiori non stanno suonando a caso.
A.

Cara A.,
se presti attenzione, sono trombe quelle che stanno suonando dentro di te. Ti potrà sembrare una cacofonia quell’avvertimento che ti rovina certi momenti e sembra distogliere dall’abbaglio. È fastidioso perché contraddice tutto e rovescia le aspettative. Ignorare quella voce muta, solo nostra, che saprebbe guidarci, significa consegnarci a qualcosa che sta fuori, al posto di qualcosa che sta dentro e ci appartiene. Che fretta hai? Ad ascoltarli bene, quei campanelli ti sembreranno essere una melodia.
Riccarda

Outing!

Cara Riccarda,
sono stato un evitante per una vita e forse lo sono ancora!
F.

Caro F.,
confido che quel ‘forse’ sia un tocco lezioso, così tanto per mantenere quel po’ di mistero che un ex evitante non vuole abbandonare mai del tutto.
Baci
Riccarda

I colleghi “diversi”

Cara Riccarda,
credo che gli evitanti siano sia uomini sia donne e nel mondo del lavoro, mi è capitato di incontrarli. Da qualcuno di loro, ho sentito dire “ma io fuori di qui, sono diverso”. Dopo anni nella stessa azienda, non li sai definire perché non si espongono, non si danno, non intrecciano amicizie, simpatie, niente. Li trovo trasparenti come qualcosa da cui non si vede nulla.
M.

Cara M.,
non credo siano molto diversi da così fuori dal lavoro. Perché poi sdoppiarsi? Pensa che fatica mettere un abito e toglierlo ogni volta, a seconda di dove ti trovi. Gli evitanti lo sono sempre, anche quando stanno soli, soprattutto quando sono soli.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Culturalmente anoressici

Siamo ignoranti e non abbiamo neppure voglia di apprendere, la promessa dell’educazione permanente si è arenata a Lisbona il 20 marzo del 2000. Ma poi cosa avremmo da studiare, da ignoranti neppure sappiamo cosa ignoriamo. Mica dovremo ritornare sui banchi di scuola a compitare di lingua, matematica, scienze e giù di lì per tutte le materie dei programmi scolastici!
Siamo ignoranti anche a parlare di sapere. O, per lo meno, c’è un tot di sapere che raggiunto quello ci basta e ci avanza.
I dati raccolti da chi si occupa di queste cose dicono che una volta terminate le scuole e l’università non si studia più. Ci sono fior fiore di imprenditori che vantano di non aver mai aperto un libro da anni. I libri neppure si mettono più sugli scaffali di casa a prendere la polvere, alla faccia di quelle indagini che una volta profetizzavano il destino sociale di un individuo sulla base del numero di volumi posseduti in famiglia.
Diciamoci la verità, a non sapere si sta molto meglio, perché la resistenza all’apprendimento è il prodotto del bombardamento di informazioni e notizie a cui ogni giorno siamo esposti. A un certo punto si raggiunge la saturazione, allora ci si difende diventando refrattari, almeno impermeabili. Meno si sa, meno ansie si hanno sul clima, sull’ambiente, sulla sicurezza personale, sulla salute, su come eravamo e su come potremmo diventare. Come si fa ad essere continuamente sollecitati da tutti questi messaggi, è difficile da reggere, è troppo complicato mantenere un sano equilibrio.
Però anche non sapere è rischioso, perché potresti essere preso di sorpresa. Se l’avessi saputo prima avrei potuto provvedere in qualche modo. Si è ignoranti anche nei pesci da pigliare.
È che i radical chic non comunicano, pontificano e la loro cultura è noiosa, con la boria di sapere tutto loro, perché loro sarebbero i competenti e tutti gli altri cialtroni. E poi c’è internet, basta digitare che si aprono pagine e pagine di spiegazioni.
Forse il sapere così come l’abbiamo imparato è un arnese superato. Poi, se il sapere che sai non lo usi mai, cosa te ne fai? Finisci per dimenticarlo. È vero che se non sai fatichi anche a sapere quale sapere andare a cercare in rete.
Siamo il paese con il minor numero di laureati e il più ignorante in Europa. Forse a qualcuno dovrebbe sfiorare il dubbio che la questione centrale, l’emergenza del paese è l’apprendimento, forse bisognerebbe fare qualcosa come ai tempi in cui la televisione affrontò il problema della alfabetizzazione con il “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi. Le cose oggi sono assai differenti, i bisogni di sapere sono diversi, altro è l’analfabetismo, che ora viene denunciato come funzionale, cioè non saper usare i propri saperi, anche da parte di chi ha conseguito una laurea.
Allora la questione dell’apprendimento è “la questione”. Come avviene, come è organizzato, metodi, tempi e contenuti. Se c’è un’età per lo studio e una in cui non si studia, o apprendere sempre, perché apprendere è una necessità come nutrirsi, che ha inizio con la nascita e termina con la morte.
Sono usciti libri importanti in materia che dovrebbero aiutare la politica ad affrontare la questione, l’emergenza apprendimento.
Penso a “Apprendimento non stop” di Rossella Cappetta, docente della Bocconi e, ultimamente, “Ignorantocrazia” di Gianni Canova, rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione Iulm di Milano.
Siamo un paese che sembra condannato a diventare una nazione di analfabeti e populisti, secondo Canova l’Italia del XXI secolo è diventata culturalmente anoressica.
Dall’altra parte Rossella Cappetta ci ricorda che “Studiare tutti e studiare sempre non è un programma semplice da realizzare, ma è alla base della crescita seria e felice di una comunità.”
Le questioni che il nostro paese dovrebbe affrontare non sono solo, dunque, lo stato delle nostre scuole e delle nostre università, ma lo stato delle competenze dei suoi cittadini, come mettere mano ad una politica di apprendimento permanente capace di qualificare l’apprendimento formale e di investire nello stesso tempo sul riconoscimento degli apprendimenti non formali e informali, in modo che nulla nella formazione delle persone vada sprecato, così come non si butta nulla del cibo del corpo, nulla va sprecato del cibo della mente.
Senza apprendimento non c’è benessere né produttività. Solo da noi si tollera il disprezzo del sapere approfondendo la voragine che ci separa da una ripresa dello sviluppo e dagli altri paesi.
L’unica forma di crescita seria è la crescita della conoscenza, oggi assente dai programmi della politica, eppure costituirebbe la vera alternativa a chi predica la decrescita felice, semmai accompagnata da una serena ignoranza permanente.

PER CERTI VERSI
Uno squarcio nel cielo

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

UNO SQUARCIO NEL CIELO

Una striscia
Una bava di lumaca furente
Il cielo è inscritto
Da pancia di balena azzurra
Uno sgorbio di Fontana
Un taglio cesareo per la notte infanta
Del suo regno agli albori
Ma resta della bava il tossico scarico in preda al vento siderale
Dentro ai nostri luoghi persi e così segnati
Senza un segno
Visibile
Che non la certezza nuda di una guerra

Disinnescare le clausole Iva o dar da mangiare ai minori in difficoltà

Save the Children è tornata a denunciare l’aumento della precarietà nelle condizioni di vita dei bambini italiani. Lo ha fatto in occasione del lancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa “Illuminiamo il futuro”.
Sebbene la fase più critica sia stata tra il 2011 e il 2014, quindi in piena crisi economica, quando il tasso di povertà assoluta tra i bambini passa dal 5% al 10% nonostante il decreto “salva Italia” di Mario Monti, il trend si è prolungato fino ai giorni nostri. Si è passati dal 3,7% del 2008 al 12,5% del 2018, ovvero da 375 mila a un milione e 260 mila. In termini di “povertà relativa”, invece, si passa dal milione e 268 mila del 2008 ai due milioni e 192 mila del 2018.
Quello che si evince dunque è che la situazione non sta affatto migliorando, sia nei dati che nella capacità di reazione dello Stato, dei politici e dei cittadini.
E lo spread sociale di cui stiamo parlando, e che vede i ricchi sempre più ricchi in concomitanza all’aumento dei poveri, viene misurato anche in termini di disuguaglianza regionale.
Si passa dall’Emilia Romagna e dalla Liguria, dove mediamente ‘solo’ un bambino su 11 si trova in condizioni di povertà relativa, alla Calabria, che detiene il primato negativo. In questa Regione infatti, addirittura un minore su 2 è in povertà relativa (47,1%). Poi ci sono la Campania, la Sicilia e la Sardegna che si mantengono sopra la media nazionale, con un minore su tre in difficoltà economiche e sociali.
Nelle Marche un bambino su cinque è in situazione di povertà relativa, in Friuli invece più di un minore su 6 (17,4%) vive in questa condizione proprio mentre il governatore Fedriga è costretto a “difendere i confini orientali dell’Italia” dai migranti, come ha avuto modo di dire dal palco di San Giovanni durante il raduno del centrodestra a Roma.
Save the Children, Istat, e associazioni a vario titolo coinvolte, ci mostrano dati che fotografano lo stato dell’arte di questo Paese ma che ottengono raramente la nostra attenzione.
Poca attenzione anche nei discorsi dei politici di opposizione impegnati a contrastare l’inesistente tassa sulle merendine o nelle pagine del documento programmatico di bilancio (Dpb) redatto dai politici di governo, impegnati a disinnescare le clausole Iva.
Mentre i dati sulla povertà peggiorano e il Paese inevitabilmente si ritrova più disuguale e in difficoltà, tutti gioiamo del fatto di aver messo da parte 23 miliardi per scongiurare l’aumento dell’Iva. Da qualche parte però che non vedremo mai, se non nelle parole dei ministri dell’Economia. 23 miliardi con cui si poteva invece alleviare la sofferenza di quei minori.
Disinnescare le clausole Iva è diventato parte del nostro patrimonio genetico e risale ai tempi del governo Berlusconi, quando l’esecutivo, alle prese con una vera e propria crisi dei conti pubblici e al fine di poter approvare le misure previste dalla manovra, strinse un patto con l’Unione Europea pressoché impossibile da rispettare. Cioè si impegnò a reperire entro il 30 settembre 2012 ben 20 miliardi di euro, pena l’obbligo di tagli alla spesa pubblica, aumento delle aliquote Iva e delle accise e un taglio lineare alle agevolazioni fiscali.
In altre parole ogni anno dal 2012 si sottraggono al benessere collettivo 20 miliardi di euro, che moltiplicati per 8 anni fanno 160 miliardi, in ossequio ad un autoimposto vincolo di bilancio. Tutto in nome del debito pubblico, anche se non esiste al mondo una ragione perché uno stato non debba averlo. Anche se il debito pubblico è solo la spesa dello stato, cioè la spesa per dare pensioni, ospedali, istruzione, ricerca, ponti e strade ai cittadini. Anche se senza debito pubblico non ci sarebbero nemmeno i soldi per pagare le tasse.
Certo, fatti i calcoli ad economia ferma come sanno fare bene a Bruxelles, si dirà che il debito pubblico sarebbe aumentato di 160 miliardi. Ma se anche la Bce continua a chiedere che gli stati incomincino a spendere visto che la politica monetaria da sola non è sufficiente per rimettere correttamente in piedi il ciclo economico, allora sarebbe il caso di chiedersi di quanto sarebbe aumentato il Pil in caso si fossero utilizzati tutti questi soldi in investimenti e in supporto dell’economia reale, piuttosto che a tutela dell’economia dei ragionieri.
In Europa si comincia a parlare di spesa, di politica fiscale espansiva, ma noi sappiamo di non poterlo fare perché abbiamo il debito pubblico troppo alto ma il debito pubblico cresce anche quando non cresce il Pil, e il Pil non cresce se si lascia scorrere indisturbata la recessione e se lo Stato non interviene con politiche anticicliche, cioè spende. Ma se lo fa, nell’immediato si fa deficit e il debito aumenta.
Destra, sinistra, centro e opinione pubblica concordi nell’accettazione del dogma dell’equilibrio di bilancio e nella riduzione dello Stato ad azienda privata, il che, inesorabilmente, toglie qualsiasi difesa a chi nella società non è abbastanza forte da potersi difendere da sé, come i minori descritti da Save the Children.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Inodore e insapore come lui

“Fate attenzione agli evitanti”, sale in macchina e se ne va. In riva al fiume in un tardo pomeriggio di settembre, la nostra amica ci saluta lanciando quella provocazione che, per noi quattro, suona come una parola di un’altra lingua o un neologismo che non sappiamo dove andare a pescare.
È la chiosa di alcune ore tra libri, storie inventate e storie vere che sono poi le più incredibili. Quando la nostra amica ci lascia lì, tra l’odore dell’acqua del fiume e la luce gialla del sole ancora caldo, noi quattro ci guardiamo perplessi e ripetiamo la parola evitanti, come a cercare una sagoma per definirla, un volto a cui associarla, un ex per il quale dire sì, era così.
In realtà, credo semplicemente non avessimo mai pensato di chiamare evitanti certe persone che abbiamo incontrato.
Gli evitanti sono quelli che ti accolgono, ma solo a metà o anche meno. Gli evitanti non evitano te, ma loro stessi e i conti che devono fare. L’evitante si muove nel contorno del sembrare, potrebbe essere una cosa ma anche l’altra, i suoi discorsi sono spesso indefiniti, le posizioni mai nette, i luoghi dove si trova difficili da geolocalizzare.
L’evitante fa discorsi generici e non pone domande dirette che potrebbero tornargli indietro, sta nel suo mondo da cui non si capisce dove entri e se mai uscirà. L’evitante sembra riservato e discreto, invece gli importa poco di te: evita, appunto, di farsi troppo vicino, di intersecare la sua vita con la tua, al massimo le vite possono sfiorarsi per brevi e leggere parentesi. L’evitante non rischia mai di impastarsi pericolosamente con te, non scambia nulla di sé e non ha odore. Vi è mai capitato di stupirvi per la mancanza di odore di una persona?
L’evitante ti sfianca perché tu non riesci a scontrarti, non hai da rimproverargli nulla di evidente, ma solo tue libere interpretazioni di cose mai avvenute perché, appunto, l’evitante non fa, non dice. L’evitante si sottrae alla discussione e se proprio si trova con le spalle al muro, ha già pronta la sua storia: un copione ripetuto e ormai loffio che si riduce a un “ma io sono fatto così”.
C’è poi l’evitante raffinato che prova a darti ragione perché è l’unico modo per bloccare la dialettica di una discussione, e con leggerezza si dà delle definizioni a suo parere simpatiche, anche queste automatiche, già sfoderate e ormai slabbrate. Tra le più fantasiose, mitologiche e irritanti c’è il “ma io sono un eterno Peter Pan”, detto anche con un certo tono canzonatorio che chiede di passarci sopra e buttarla in ridere.
Questi evitanti, in genere affascinanti ma sopravvalutati, dovrebbero rendersi conto di essere solo un’infantile isola che non c’è.

Quanti evitanti avete incontrato nella vostra vita? Quando vi siete accorti che non avreste mai scambiato nulla con chi si scansa da tutto?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Don Minzoni, il coraggio di dire “no”. Il film del ferrarese Muroni al Maxxi di Roma

Dopo il sold out a Ferrara all’anteprima nazionale di ‘Oltre la bufera’, il film ideato da Stefano Muroni sarà presentato domani (23 ottobre) come evento speciale alla festa del Cinema di Roma

Il duello degli sguardi. Le parole sussurrate, i volti ravvicinati, viso a viso, fino a ‘fiutarsi’, a sentire l’altrui respiro nei primissimi piani. La citazione ripetuta de ‘La tempesta’ di William Shakespeare («Siamo fatti della stessa materia dei sogni»); le riprese inconsuete, le scene teatrali, avvolte o tagliate da una luce straordinaria; le istantanee in bianco e nero, come sussulti di un discorso franto, sincopato, quasi fosse un singhiozzo.
Così il film ‘Oltre la bufera’ sa raccontare don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, «uomo giusto», vittima di un agguato fascista il 23 agosto 1923.
All’anteprima nazionale della proiezione la sala dell’Apollo di Ferrara era gremita all’inverosimile e ci si domanda come la figura di un sacerdote possa attirare ancora oggi tanto pubblico.
La risposta è lì, nello sguardo fiero del prete-soldato, un don Minzoni integro, irreprensibile, nell’interpretazione potente di chi per primo ha riscoperto la forza autentica di una personalità guerriera, controcorrente: da un’idea del ferrarese Stefano Muroni, attore protagonista, ha preso forma e si è materializzato il progetto di ‘Oltre la bufera’, diretto da Marco Cassini e prodotto da Controluce.
Un soggetto composto a più mani da Marco Cassini, Valeria Luzi e Stefano Muroni, che insieme sono riusciti a riaffermare l’attualità della figura di don Minzoni con una sceneggiatura avvincente, avvalorata da una prova attoriale di forte intensità.
Il film sarà presentato domani (23 ottobre) come evento speciale al Maxxi alla Festa del Cinema di Roma, alla presenza del ministro Dario Franceschini.

La narrazione è costruita con cura artigianale: in una vicenda della quale si conosce il finale, il ‘come’ è imprescindibile, conta molto più del ‘che cosa’ si vuole raccontare. L’intero film è un discorso narrativo che trae la sua forza dall’alludere, dallo sfiorare, dall’evocare. La scelta stilistica del regista è una poetica di dettagli artistici disseminati nella pellicola, punti di luce per tracciare una costellazione: le inquadrature, i costumi, il montaggio. La musica, che fa vibrare ogni fotogramma, che dà voce al grido muto di chi vede cadere don Minzoni sotto i colpi di un potere a cui resta solo la brutalità per affermarsi. E il sopruso soccombe nel palpitare delle braccia che sorreggono don Giovanni.
«Prima di essere un prete don Minzoni è un uomo», che dà tutto e non si piega al compromesso, che risponde al sopruso con una sola arma: la sua umanità.
Così Oltre la bufera arriva al cuore e alla pelle del pubblico, tassello di un progetto che riporta sotto i riflettori una storia da molti dimenticata. Un progetto che si inscrive in una visione d’insieme, nella possibilità di disegnare un paesaggio di bellezza nell’orizzonte della terra ferrarese: a partire da Argenta e dalle scelte eroiche del suo parroco.
«Mi stanno lasciando solo», riconosce don Minzoni quando comprende che la ‘bufera’ sta per abbattersi su di lui: ma coraggiosamente resiste. E l’ombra di quel ‘piccolo prete’ di campagna s’innalza sopra ogni meschinità, assurge a quella di un gigante, che continuerà a vivere oltre la sua esistenza terrena e ad aggirarsi tra le coscienze.
Mentre il suo «no» rimbomba risoluto nel silenzio.

«Lunga è la notte», ripete ossessivamente, minacciosa, la voce di Augusto Maran.
Ma gli occhi fieri di don Minzoni, luci incorruttibili, continuano a scintillare. Sul filo della notte. Oltre la bufera.

Genere: drammatico, biografico
Regia: Marco Cassini
Attori: Stefano Muroni, Piero Cardano, Enrica Pintore, Michela Ronci, Pio Stellaccio, Jordi Montenegro, Davide Paganini
Produzione: Controluce Produzione srl, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna
Soggetto: Marco Cassini, Valeria Luzi e Stefano Muroni
Fotografia: Mattia Tedeschi
Montaggio: Cristian Gazzanni
Costumi: Luigi Bonanno
Musica: Martina Colli
Produttore: Valeria Luzi

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Il tempo dello sfinimento

Il pianeta è sfinito, in crisi di sopravvivenza. I primi ad accorgersene sono stati i più giovani, impossibilitati a coniugare il loro tempo al futuro. Anche noi siamo giunti allo sfinimento. Dobbiamo attenderci una mutazione antropica di cui già si vedono le prime avvisaglie: la crescente disumanizzazione. Pare che tutto tuoni, gli spazi politici, geografici, i territori da abitare minacciati ai confini dei nostri sistemi.
Così abbiamo smarrito la sintassi della narrazione. Perduto i significati, tanto che più nulla ci è intelligibile.
Ci eravamo raccontati che la modernità fosse cultura e civiltà. Ora la modernità è stata inghiottita dai morti in mare antichi quanto la nostra storia. In mano non ci resta che una appiccicosa melma di paure e di tecnologie.
È davvero brutto vivere così, con questa sensazione. L’incerto sempre presente, non sapere che direzione prendere, perché di direzioni da prendere non ce ne sono più.
Questa è la nostra solitudine, più dentro che fuori. Ci dovremmo aiutare e invece ci urtiamo, la convivenza è divenuta inconvenienza, l’altro che viene non lo si accoglie e lo si respinge.
Sulla scena si muovono solo i burattini ai quali abbiamo ceduto lo spettacolo, incapaci di recitare la nostra parte, perché non sappiamo più che parte prendere. Non riusciamo a voltare le pagine del libro, a vergarne di nuove. Ci sembrava di aver compitato cose buone e ora non ci viene più nulla.
Pare che tutto il nostro sistema sociale e politico sia uscito d’orbita.
Qualcuno ha scritto che il vuoto è il grande protagonista del nostro tempo. Il vuoto per abbandono, il vuoto per esaurimento, il vuoto per sfinimento. Non si accendono più le idee e neppure i sogni, gli orizzonti tuonano con i lampi e ognuno si serra dietro le imposte dei propri egoismi.
Opachi sono i candidati che sul vuoto si arrampicano promettendo di diradarlo, succedanei del nulla.
Tutto accade per sfinimento, al confine del limite, sulla dead line dei morti in mare, del loro ridondare nelle macchine dell’informazione.
Non dovremmo neppure osare di assolverci di fronte alla morte di uno solo di noi, invece tutto appare nell’ordine delle cose, le morti si moltiplicano a migliaia e sui loro cadaveri si disputa la politica di casa come quella mondiale.
Nemmeno ci passa un’ombra di vergogna perché tutto è dato in questo sfinimento globale. Gli orrori del secolo breve ancora disseminano le loro tossine e noi a respirare a pieni polmoni ormai intossicati.
Dovremmo avere il coraggio di rimettere sul tavolo le nostre convivenze e di guardarci dentro. Quello che stiamo facendo è un buffo rifacimento di cose rifatte, sempre quelle, ci puoi anche cambiare il nome, ma sono sempre inutilmente quelle con le loro prediche di salvifiche presunzioni, con i corifei all’altare delle nuove liturgie ad agitare i loro turiboli di incenso.
Lo sfinimento naviga in un mare di mediocrità e la mediocrazia di questo sfinimento si nutre, narra la sua sintassi del vuoto, il suo intelligibile nulla.
Dovremmo osare, osare l’intelligenza, osare il sapere.
Lo sfinimento è una brutta malattia, la cui sindrome è estremamente perniciosa, il rischio è quello di non risollevarsi più.
Sfinimento significa che non si riparte, perché vengono meno le forze, manca la tensione dei nervi e dei muscoli, il corpo non risponde più perché incapace di tendere a uno scopo, verso un senso da dare alla nostra narrazione, manca la tensione della mente.
Ecco, “la tensione della mente”, “le intelligenze tese”, questa perdita sembra essere la malattia del nostro tempo. Le prediche di paura danneggiano le intelligenze, impediscono di pensare, inibiscono le sinapsi, arenano le intelligenze sulle spiagge degli affanni, dei futuri bui.
Avremmo bisogno di scuoterci, sequestrando le parole che inibiscono ogni spinta verso il futuro, che impediscono alle menti di aprirsi. Le parole nemiche della crescita, ostili a divenire grandi, le parole che abortiscono i pensieri lunghi. Le parole avversarie delle azioni che si aprono all’uomo, al suo destino, ai suoi saperi, alla sua umanità. All’uomo capace di sfidare la storia scrivendo pagine nuove di conoscenza, di convivenza, di cultura aperta al mondo e sul mondo.
C’eravamo già raccontati che ci avrebbe atteso un tortuoso cammino verso una umanità condivisa. Ora, su quel cammino il rischio è di non incontrarsi mai, perché presi dallo sfinimento.

PER CERTI VERSI
Il barbagianni

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

IL BARBAGIANNI

Il puffo di neve
Entra nella notte
Come un guanto
Di sfida
Il barbagianni a caccia di piccioni rotea minaccioso nel silenzio rotto dall’allarme delle prede
Guardo nascosto e penso ai pregiudizi di noi umani
Il barbagianni perfetto simbolo
Della coglioneria
Come perfetto rapace nella rapina buia
Così come è la natura
Che ogni giorno violentiamo e rinneghiamo da feroci nemici
Pedine dementi
Solo l’amore nostro ci rende innocenti

Nuovi modelli per affrontare il presente

Essere per la prima volta dopo le elezioni comunali a Ferrara evoca uno strano sentimento. A prima vista non è cambiato niente. Dopo la vittoria della ‘Lega’ pensavo di vedere in ogni vicolo della città un poliziotto rabbioso. Temevo di vedere dappertutto la bandiera del partito vincente e di un poster del nuovo sindaco, fisiognomicamente un mini ‘Che’ di provincia.
Nonostante la campagna elettorale della ‘Lega’ contro gli extra comunitari, i mussulmani e i cristiani della ‘Chiesa di Papa Bergoglio’, negli aspetti pubblici evidenti la città non è cambiato molto. Insomma, la Ferrara in questi giorni sembra, come sempre, una città civile, calma, bella, talvolta anche un po’ noiosa e lontana dai grandi cambiamenti del mondo che palpita oltre le mura cittadine.
Ma sotto la superficie tranquilla si può registrare un forte e crescente cambiamento della società ferrarese. Per l’attuale governo comunale di Destra esiste ovviamente solo una parola d’ordine: “Sicurezza, Sicurezza, Sicurezza” un mantra ripetuto con insistenza, ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni in tutta la città. Certo, proteggere la sicurezza dei cittadini deve essere un obbligo di ogni comune sia esso di Destra che di Sinistra. Ma siamo seri, Ferrara non è stato durante gli ultimi ‘decenni rossi’ una Chicago degli anni di Al Capone o il Guatemala-City d’oggi. Non è certo da negare l’esistenza dei tanti malviventi in città, inclusi clan di narcotrafficanti di varia provenienza. Ma senza una clientela composta in parte anche da consumatori d’origine italiana ‘doc’ anche il mercato della droga non potrebbe esistere.
Chi crede davvero che si possano combattere questi fenomeni incivili e criminali con la rimozione delle panchine?

Crediamo davvero che si possa salvare l’“identità cristiana” di Ferrara, d’Italia o d’Europa attraverso l’affissione di tanti nuovi crocifissi negli spazi pubblici e soprattutto nelle scuole? Anche per me, come cattolico, il crocifisso ha non poca rilevanza ma, come cittadino (di Monaco e per un senso di intima appartenenza anche di Ferrara), difendo prima di tutto la laicità dei paesi europei. Sono, come ha detto una volta lo storico antifascista Arturo Carl Jemolo, “cattolico di fede, ma soprattutto laico di stato”. Anche perché so benissimo come soffrono (talvolta anche con torture) donne ed uomini in Paesi governati o oppressi da politici o predicatori islamici (senza per altro dimenticare, i fondamentalisti cristiani).
Noi tutti, sia i residenti di Ferrara, sia i turisti della città, sia i migranti e i profughi viviamo oggi in un epoca di grande cambiamento globale. Sono tempi, come ha scritto una volta lo scrittore argentino Ernest Sabatò, “nei quali la nostra immagine del mondo vacilla ed anche il sentimento di essere protetti dalla tradizione e dalla fiducia che ne deriva, viene meno“. Non è davvero una annotazione rassicurante, ma certo è realistica. Trovare terreni per un confronto civile e democratico sarà arduo, data la distanza di posizioni. Ma sicuramente non si può migliorare la situazione alimentando l’odio con la propaganda, con atti simbolici (e talora non solo), come ora anche il Comune – di Destra – tende a fare; ma non si può neppure (come si fa nel mondo della Sinistra) negare la sensazione diffusa di insicurezza di gran parte della gente di fronte ai disallineamenti culturali in corso.
Viviamo attualmente – come scrive l’intellettuale tedesca Cornelia Koppetsch in un libro di grande successo in Germania (“La società dell’ira”) – in tutto il mondo un processo di cambiamento epocale e profondo, per il quale non abbiamo né nomi per descriverlo né strategia adatte per affrontarlo“. Una riflessione che può portare alla rassegnazione oppure spingere a riflettere e coerentemente agire: io, personalmente preferisco la seconda opzione.

LE NOSTRE RADICI Spina, la sfinge dell’Adriatico

Tre secoli di storia, prima dell’era cristiana, hanno visto fiorire nella nostra Italia un ricco emporio commerciale in grado di connettere sistematicamente i vicini Etruschi e i famosi Greci, senza soluzione di continuità. Una storia talmente importante da relegarne le origini alla mitologia.

Potrebbero essere stati i Pelasgi, i fantastici popoli preellenici e antenati degli Etruschi, a colonizzare la Pianura Padana e dare le fondamenta alla città di Spina. Sarebbero venuti in Italia dalla Tessaglia sotto il re Nanas e, giunti presso la bocca del Po chiamata Spinete, alcuni avrebbero continuato il viaggio verso il centro della penisola per fondare le prime città etrusche, gli altri li avrebbero invece attesi rimanendo a guardia delle navi, dando vita a un nucleo abitativo denominato Spina. Ma secondo altri scrittori, l’onore sarebbe toccato all’eroe Diomede, combattente di Argo, che avrebbe diffuso la civiltà greca nel mare Adriatico dopo la guerra di Troia, sostando di porto in porto e fornendo insegnamenti agli abitanti locali, senza disdegnare la fondazione di città ex novo. E anche se i miti legati a Spina non si fermano qua, le vicende storiche ricostruite con la certezza dei fatti non sono certo meno affascinanti. Grazie all’archeologia, riusciamo a collocare la sua data di nascita nel VI secolo a. C., proprio mentre gli Etruschi stavano colonizzando la pianura per il controllo dei commerci via mare. Una città etrusca, dunque, ma che nel corso della sua esistenza avrebbe visto la compresenza anche di altre popolazioni. L’Etruria si era così ingrandita, fino a congiungere i due mari più vasti d’Italia, il Tirreno e l’Adriatico. E nel secolo successivo, il grande boom: fu questo il momento di maggior sviluppo soprattutto economico e commerciale. Oggi si ritiene che il tutto si basasse sul baratto, poiché mai sono emerse tracce di coniazione monetale. Dalle pregiate ceramiche figurate provenienti dall’Attica – una raccolta, quella del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, che tutto il mondo ci invidia – all’olio e al vino, dagli unguenti e profumi al marmo, fino ai tessuti, cibi e oggetti lussuosi; ogni tipo di prodotti passava da qui, in cambio di quanto più prezioso la nostra terra aveva da offrire: i suoi frutti. Proprio Atene, la città greca di cui abbiamo più notizie in assoluto, era molto legata a Spina, alla ricerca di tutti quei beni la cui mancanza le impediva di essere autosufficiente. Nel mondo ellenico giungevano carni salate – il sale era l’oro bianco dell’antichità – , legname, ambra, materiali, animali ed esseri umani. O quasi, perché gli schiavi non godevano ancora di tale considerazione. E a dimostrare l’estrema centralità del ruolo dell’antica città etrusca, una testimonianza a Delfi, nel santuario panellenico di Apollo, dove soltanto alle realtà più illustri, quasi sempre greche, era concessa la dedica di un Tesoro, ovvero un tempietto votivo che contribuiva alla magnificenza del culto apollineo. Spina era sorprendentemente tra queste, anche se ancora l’identificazione con i resti attuali non è sicura. Un rischio comune, tuttavia, è quello di bloccarsi all’apparenza di resti archeologici immobili e non riuscire a immaginare come vive le culture che li hanno prodotti. Ma la vivacità di Spina è evidente anche oggi: una città multietnica e un centro commerciale che torna a vivere nei vari manufatti di diversa provenienza e con differente destinazione. Una caratteristica, questa, ben visibile pure nel senso del sacro che le donne e gli uomini del luogo mostravano di avere, giunto sino a noi insieme ai corpi incinerati o inumati. Emblematica la pratica dell’obolo per Caronte, frammento di bronzo fuso posto nella mano destra, destinato al mitico traghettatore dei defunti verso il mondo dell’oltretomba.

Il IV secolo fu un periodo difficile per la Grecia e l’Italia, ma Spina resistette con forza e determinazione qualche decennio, dopodiché alla sua esistenza pose fine lo spostamento dei traffici commerciali, dovuto anche allo slittamento della linea di costa, in un momento di convivenza con un’altra popolazione, i Celti. Si chiuse in tal modo un capitolo enigmatico della Storia, che stiamo solo ora riaprendo. Ma la Sfinge, si sa, è custode gelosa.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Vanno a ruba i Btp in dollari. Ecco a chi conviene…

L’Italia ha appena emesso Bond in dollari americani, con scadenze varie e interessi allettanti, per un totale di 7 miliardi di euro. Le tre tipologie di Btp sono state collocate al 2,4% per i titoli a 5 anni, 2,9% per il quelli di durata di 10 anni, fino al 4,02% per il Btp trentennale. Interessi che hanno stimolato … l’interesse degli investitori, abituati a ricevere molto di meno sui bond europei emessi oramai, per la maggior parte, a tassi negativi.

I comunicati del Ministero dell’Economia e Finanza specificano che “I proventi derivanti dall’emissione potranno essere impiegati dall’emittente per necessità generali dell’emittente, ivi incluse finalità di gestione del debito”. In altre parole i soldi raccolti, che sono ovviamente nuovo debito, potranno essere utilizzati per saldare vecchi debiti, a dimostrazione del fatto che la più improduttiva delle spese dello Stato è proprio il pagamento degli interessi sul debito. Si fa debito per pagare altro debito.

Gli interessi sul debito pubblico che la comunità si è dovuta accollare negli ultimi due anni sono stati all’incirca 130 miliardi (dati Def e Nadef) che mentre da una parte rappresentano un’esigenza per la moderna economia, dall’altra dimostrano una specifica volontà politica di finanziarsi nel modo peggiore, ovvero vendendo Btp alle condizioni più favorevoli al mercato e meno vantaggiosi per chi li emette (aste marginali invece che aste competitive, conteggio nel debito dei Btp già ricomprati dalla Banca d’Italia, necessità di vendere tutto nella medesima asta a tutti i costi, nessun supporto di una banca pubblica ed ora Btp in valuta diversa dall’euro).

In tale quadro, ovviamente e chiaramente politico prima che economico, il debito pubblico italiano è un enorme contenitore che è arrivato alla astronomica cifra di 2.410 miliardi di euro al 31 luglio 2019. L’ultimo bollettino del Mef sulla composizione dei titoli di stato in circolazione al 30 settembre 2019, rende noto che del totale del debito pubblico 2.015 miliardi e 558,09 milioni sono titoli di stato. Di questi il 71,43% sono Btp, ovvero titoli a più lunga scadenza e sui quali si concentra la speculazione.

E’ ovvio che in un contesto di numeri di questo genere anche il senatore Bagnai, a capo della Commissione Finanze del Senato, abbia ridimensionato la portata degli spiccioli emessi in dollari. Quale danno potrebbero fare 7 miliardi di euro di bond emessi in valuta straniera rispetto ai già oltre 2.000 miliardi emessi in euro?

In realtà non è così semplice, soprattutto quando ci viene detto continuamente che il debito oggi accumulato graverà sulle future generazioni, affermazione che ovviamente non solo contesto io (poca cosa) ma che ha contestato persino Milton Friedmann, padre dell’attuale politica economica neoliberista.

E se dunque la spesa pubblica è a carico nostro, allora mi sembra giusto pretendere la miglior gestione possibile. Se persino i posti letto negli ospedali ed i tetti che coprono le scuole dei nostri figli sono soggette al buon risultato del bilancio statale, allora anche l’emissione di pochi “spiccioli” dovrebbe seguire la logica della buona amministrazione e della lungimiranza politica.

Gli esempi di default che vanno per la maggiore in tv fanno sempre riferimento sempre a stati che hanno emesso debito in valuta straniera, ovvero valuta che gli emittenti non potevano poi controllare. L’Argentina rappresenta l’esempio classico ma anche la Russia della fine dell’ultimo secolo si era indebitata in dollari prima del default.

Certo, se si parte dal presupposto che in ultima analisi non possiamo controllare nemmeno l’euro in quanto abbiamo demandato alla Bce la politica monetaria staccandola dalla politica fiscale e dai vari ministeri del Tesoro, allora cambia poco, siamo d’accordo. Anche l’euro è sostanzialmente una moneta straniera, presa a prestito. Ed a riprova di questo, e se si spulciano le voci del debito pubblico, si scopre che vi sono conteggiati anche i 179 miliardi di debito corrispondenti alla liquidità del Paese. Cioè alla moneta cartacea che utilizziamo, che appartiene alla Banca Centrale Europea e che ad essa devono essere restituiti.

Tornando al punto, le ultime emissioni di Btp in euro non hanno mai raggiunto il livello di interesse che invece dovremmo pagare per quest’ultima emissione. Anzi, nel comunicato stampa n° 173 del 03/10/2019 si legge che “Il Ministero dell’Economia e delle Finanze comunica i dettagli dell’emissione del nuovo Btp€i a 10 anni, con scadenza 15 maggio 2030 e cedola reale dello 0,40%”. Cioè emettere Btp in euro ci costa infinitamente di meno rispetto all’emissione in dollari che oltretutto è anche più rischiosa.

Ovviamente il Sole 24 ore ha spiegato che è solo “un effetto ottico” perché grazie alla stipula di derivati, ovvero di assicurazioni sul debito emesso, alla fine andremo a spendere la stessa cifra in interessi rispetto ad un indebitamento in euro. Una spiegazione con un po’ di buchi intorno e che non dice, ad esempio, che le assicurazioni vanno pagate, quindi ulteriori costi a nostro carico.

E nemmeno abbiamo voglia di andare a leggere le clausole, visto che di derivati qui a Ferrara abbiamo esperienza e che è storia il fatto che i contratti per derivati siano talmente complicati da essere ostici persino a chi li predispone.

La realtà è che vendere titoli in Btp conviene agli investitori e a noi, in fondo, piace far felici gli investitori tanto che dagli anni ’80 gli abbiamo già versato in interessi più di 3.000 miliardi di euro. Perché smettere?

L’impronta patriarcale nella condanna ai leader del governo catalano

Tutti ricordiamo le lunghe fila ordinate di catalani, intere famiglie, più di 2 milioni di cittadine e cittadini che si sono presentati per il voto del referendum indipendentista nell’ottobre 2017. Un referendum voluto con tanta determinazione dal governo catalano di allora e direi dalla popolazione catalana, considerando la imponente partecipazione sia al voto che nel mettersi al servizio della comunità per renderlo possibile. Un referendum osteggiato dal governo di Madrid e dichiarato illegale dalla corte suprema spagnola. Ricordiamo anche l’imponente schieramento di forze di polizia che hanno tentato di impedire il voto anche ricorrendo all’uso della forza e della violenza, violenza alla quale i catalani non hanno pur restando in file ordinate. Insomma un esempio di disobbedienza civile straordinario [leggi].

La severissima condanna dei 12 rappresentanti del governo di allora, dopo due lunghi anni di reclusione preventiva per nove di loro (un accanimento giudiziario davvero inspiegabile), obbliga tutti noi che viviamo in paesi democratici a porci delle domande. Davvero non si spiega tale durezza da parte della giustizia! Ai giovani maschi di Pamplona che stuprarono ripetutamente in gruppo una giovane ragazza è stato riservato un trattamento molto meno severo, almeno nella prima condanna!
Per me è evidente la radice patriarcale di questa condanna. Sanchez dichiara che lo Stato di diritto ha vinto. Io credo invece che sia la volontà di pochi, una manciata di uomini, a a voler reprimere qualsiasi aspirazione all’autodeterminazione. Chiamare in causa lo Stato di Diritto, quando lo Stato siamo noi, significa avere in mente solo uno Stato metaforicamente assimilabile alla figura del Padre e non certo rappresentativo della comunità. Appare lampante l’associazione: un padre di famiglia che non riesce più a farsi ascoltare e invece di interrogarsi sui perché della perdita di tale autorità diventa dispotico e violento. La scusa della legge che regna sovrana sopra la testa dei cittadini e che impone a tutti una obbedienza remissiva non è più accettabile. La distanza tra questa decisione giudiziaria, l’arresto di Jane Fonda perché manifestava sulle scale del Campidoglio di Washingthon, l’accanimento mediatico contro Greta, e l’orribile assassinio di Hevrin Khalaf in Siria si assottiglia sempre di più.
Il reato per il quale sono stati condannati è sedizione. La definizione di sedizione è “sommossa violenta contro il potere costituito”. Ma questo è agli occhi di tutti falso… Abbiamo seguito le riprese trasmesse via facebook in diretta di quel giorno, riprese che arrivavano da diverse fonti e dagli stessi cittadini. La ordinata disobbedienza civile dei catalani di allora e del periodo di persecuzione politica che ne è seguito, ci ha tutti impressionati. Sembra che la condanna serva da monito a tutti i cittadini democratici. Il diritto all’autodeterminazione di un popolo viene cancellato, in Spagna, con una condanna che sa più di vendetta che di giustizia.
Oggi il sistema democratico mostra le sue grandi falle! Io sto con i catalani e il loro desiderio di poter essere padroni delle proprie scelte.

INTERNAZIONALE A FERRARA 2019
‘Economia, informazione e cittadini’, ruolo e responsabilità di media e istituzioni

Che ruolo svolge l’informazione nella diffusione delle informazioni economiche, questo il tema del seminario promosso dall’Ordine dei giornalisti che si è svolto sabato 5 ottobre nella sala del consiglio comunale di Ferrara. Un incontro rivolto principalmente ai giornalisti ma che ha visto una grande partecipazione di cittadini interessati al tema.

I relatori della giornata, introdotti da Alessandro Zangara responsabile dell’Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, sono stati il professore e senatore Alberto Bagnai, Capo della Commissione Finanze, Sabrina Bonomi, docente di economia, Roberto Sommella (in diretta streaming) condirettore di Milano Finanza, Alessandro Somma, giornalista, docente di diritto della università di Ferrara e Claudio Bertoni del Gruppo Cittadini Economia di Ferrara che ha avuto il compito di raccontare l’esperienza di un gruppo di cittadini ferraresi impegnati a diffondere conoscenza sulle tematiche macroeconomiche.

Il primo ad iniziare è stato il prof. Bagnai che ha sottolineato quanto politica e giornalismo non stiano realizzando il loro compito sociale, ed è stato proprio questo che nel 2011 lo convinse ad aprire il suo blog http://goofynomics.blogspot.com diventato poi un punto di riferimento dell’informazione economica con milioni di visualizzazioni “se l’informazione economica fosse stata corretta non avrei avuto motivo di farlo”.

La lamentela maggiore è in relazione alla manipolazione dei dati “se, ad esempio, l’inflazione negli anni ’90 era ad una cifra, non si può dire fosse a due cifre” ma questo avviene continuamente anche in quella che è considerata la stampa migliore “ciò che invece un giornalista dovrebbe fare è riferire correttamente senza alterare la realtà.” Bisognerebbe attenersi al codice etico, che esiste ed è chiaro.

Un esempio di come la realtà venga alterata sui temi macroeconomici, continua Bagnai, è sempre l’inflazione. Anche economisti, oltre che giornalisti, hanno insistito fin dal 2011 sulla relazione “stampare moneta uguale a inflazione” ma nessuno guarda che con il quantitative easing sono stati stampati oltre 3.000 miliardi di euro dalla Banca Centrale Europea senza che questo ci abbia dato la sicurezza di essere usciti dalla deflazione. Cosa dice l’informazione in merito? Nulla.

L’economia, continua Bagnai, è uno scambio tra due persone, concetto che porta anche alla comprensione degli scambi internazionali e dell’egoismo di alcune nazioni, come la Germania. Laddove c’è un venditore ci deve essere necessariamente un acquirente, quindi chi pretende solo di vendere per accumulare come fa la Germania crea tensioni internazionali. Chi ha grandi surplus deve aumentare la capacità di spesa interna in maniera da permettere ai suoi cittadini di comprare di più e in tal modo riequilibrare la domanda interna ed estera.

L’economia è poi “politica”, ovvero decide a chi distribuire la ricchezza a seconda dei rapporti di forza del momento.

E che l’economia sia e debba essere politica viene sottolineato dall’intervento del prof. Somma, giurista e autore di un bellissimo libro che abbiamo già recensito qui https://www.ferraraitalia.it/sovranismi-strumento-del-popolo-contro-i-trattati-europei-liberisti-170072.html . I mercati hanno bisogno di regole per funzionare e le regole ci sono. Ma sono un fatto politico e rispettano quei rapporti di forza di cui si diceva prima. Già ai tempi della nascita del pensiero economico, con Adam Smith, c’erano regole nei mercati anche se erano di tipo morale. Oggi le regole sono fatte dagli Stati nonostante si abbia l’impressione che i mercati siano onnipotenti e senza pilota. E le regole oggi dicono che la stabilità dei prezzi è più importante della piena occupazione.

Ciò che si dovrebbe fare, quindi, è recuperare la buona politica nei mercati ed in questo proprio i giuristi potrebbero dare il loro contributo.

Un bell’intervento anche da parte di Roberto Sommella, Milano Finanza, che ha sottolineato che nell’era di internet bisogna affrontare il problema dell’informazione improvvisata. Internet ha aperto tante possibilità ma crea anche molti problemi “oggi aver fatto un esame, aver studiato sembra non conti più … la dittatura della mediocrità, c’è una mancanza diffusa di competenza certificata, uno smantellamento dei ruoli”.

Ha parlato poi dei tassi zero e delle nuove sfide che dovremmo affrontare con le banche che saranno sempre meno importanti “Steve Jobs disse: il credito è necessario, le banche no, ed è stato profetico … stiamo andando verso banche digitali, nuove forme di pagamento, le grandi firme vogliono farsi la propria moneta, Amazon ha chiesto una licenza bancaria in Estonia”.

Insomma, secondo Sommella, oggi entrare in una banca o fermarsi a comprare un giornale sono atti rivoluzionari.

L’intervento della prof. Bonomi si è soffermato sulla necessità di dare il giusto posto all’economia. Una scienza sociale che ha quindi bisogno di rapportarsi meglio con le persone e i cittadini i quali possono ancora influenzare le grandi decisioni con le loro piccole scelte.

Ha chiuso la giornata Claudio Bertoni del Gruppo Economia (www.gecofe.it ) delineandone il percorso degli ultimi otto anni. Incontri, conferenze, spettacoli di teatro civile e l’esperimento di una moneta complementare come metodo di studio pratico per comprendere il funzionamento della moneta ma anche proposte di legge inviate in Parlamento.

In definitiva, si è compreso che qualcosa all’informazione economica manca. Tante voci e spesso poco competenti, dati interpretati con troppa leggerezza, analisi troppo politiche e quindi di parte fanno sì che la richiesta di maggiore indipendenza e più obiettività sia stata unanime.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Le domande del giorno dopo

Nella puntata precedente di ‘A due piazze’, Riccarda e Nickname si sono confrontati sulla “domanda” del mattino dopo: quell’approccio, a volte complice e a volte no, che vuole sapere come sia andata la sera prima. E se la risposta non arriva? Ecco cosa ne pensano i lettori.

Domande scomode… incomode…

Cara Riccarda, caro Nick,
sono una donna strana che chiede come è andata ieri sera perché voglio sapere e lo voglio sapere subito, ma non ho mai particolari risposte. Temo lui non capisca cosa io intenda veramente, cosa sto chiedendo. E arriva lo spiffero di silenzio.
M.

Cara M.,
più che uno spiffero, ti arriva una folata di silenzio. Allora non sarebbe meglio lasciare perdere ed evitare di fare quella domanda? Non tutti riescono (o vogliono) alfabetizzare cosa provano, ma tu che sei lì lo puoi cogliere anche senza parole.
Riccarda

Cara M.
esiste una regola non scritta, che adesso, in via eccezionale, scrivo: non fare domande delle quali non ti piace sapere le risposte.
Nick

Uomini da tabelline… e poi il bingo!

Cara Riccarda, caro Nick,
ho conosciuto uomini che volevano un voto alla prestazione, ma anche uomini talmente sicuri di sé da non chiedermi cosa ne pensassi. E poi ho conosciuto un uomo, che ora è mio marito, che mi racconta le sensazioni che prova e riesce a farlo meglio di me.
V.

Cara V.,
gli uomini talmente sicuri di sé da non chiedere nulla, aprono un silenzio egoista e strafottente che noi donne percepiamo perfettamente. Possiamo anche raccontarcela che va bene così, ma poi arrivano uomini come tuo marito che ti fanno capire quanto tirchie con noi stesse siamo state ad accettare certe cose.
Riccarda

Cara V.
tuo marito è un alieno. Quindi hai una inclinazione naturale per i rapporti e le mescolanze tra esseri di diverse specie viventi, e questo, in tempi di purezze e integralismi, è un gran dono.
Nick

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

LA SEGNALAZIONE
“Paesaggi d’acqua”: in mostra il Po e i suoi miti

Aggiornato al 18 ottobre (prima pubblicazione 26 settembre)

“Paesaggi d’acqua” è il titolo della mostra a cura di Lucio Scardino visitabile fino a sabato 26 ottobre 2019 alla galleria Fabula Fine art (via del Podestà 11, Ferrara). Alle pareti della galleria, nel cuore del centro storico di Ferrara, è esposta una carrellata di disegni e dipinti dedicati al fiume Po.

Una sequenza di opere e di autori che ha anche il sapore di un lascito, una sorta di sintesi per immagini, nomi e cognomi dell’universo culturale e artistico che circonda il curatore di questa mostra. Perché Lucio Scardino, critico d’arte, editore, appassionato studioso e collezionista di opere legate in particolare al territorio emiliano e a tematiche specifiche di mitologie a lui care, mette qui in fila una serie di lavori della sua collezione, tutti legati al fiume Po, interpretato da artisti a lui vicini attraverso tre diversi filoni.

Alle pareti, dunque, quadri, sculture e bozzetti che mostrano il fiume Po nella sua versione paesaggistica più classica, fatta di argini, chiatte e golene; poi c’è la serie di opere dove la narrazione palustre acquisisce un sapore fantastico e immaginario, legato a figure che popolano leggende e tradizioni locali; infine, la ricostruzione fatta da artisti che rileggono in maniera tutta personale il mito classico, quello che identifica il Po con l’antico Eridano raccontato dalla mitologia greca e all’interno delle cui acque precipita il più giovane dei figli del dio Elio, Fetonte, che – giovane e avventato – perde il controllo del carro del Sole avvicinandosi troppo alla Terra fino a perdersi in uno schianto mortale.

Fuori catalogo, rispetto a questa sequenza di opere messa a punto da tempo [clicca sul link per leggere l’anticipazione], si è aggiunto un quadro che è un omaggio alla memoria di Gabriele Turola [clicca sul nome per leggere l’articolo a lui dedicato], artista ferrarese recentemente scomparso. È a lui che Lucio Scardino dedica l’esposizione. Un omaggio e un ricordo che si concretizzano in una tempera su tela, dove Turola ritrae Scardino stesso con le modalità giocose e fantasiose tipiche della sua opera.  Ecco allora il “Luccio Scardino”, la tela che vede il critico d’arte rappresentato con pinne e squame, che lo rendono protagonista di questo universo di acqua dolce nello stile surreale e colorato che contraddistingue il pittore, nato a Ferrara il 13 agosto 1945 e morto negli ultimi giorni di questo agosto 2019.

La mostra – spiega il critico – è articolata in “una quindicina di opere sul Po che vanno dall’inizio del ’900 ai giorni nostri”. Neanche a dirlo “non si tratta di una mostra di cartoline illustrate, ma di un insieme che alterna opere d’arte moderna, come l’interpretazione concettuale rievocativa del mito di Fetonte (autrice Rita Da Re); poi si possono ammirare acquerelli degli argini o rappresentazioni di opere idrauliche come la xilografia “Al canale Boicelli” di Mimì Quilici Buzzacchi (1927); il disegno rievocativo del mito delle ‘anguane’, con una di quelle sirene che la leggenda vuole che popolino le acque dolci e le rive fluviali tratteggiata nel ‘Notturno sul Po’ realizzato da Oreste Forlani attorno al 1905″.

Sintetica eppure naturalistica in maniera immediatamente riconoscibile la versione palustre realizzata dal maestro scultore Nicola Zamboni, autore in collaborazione con Sara Bolzani anche del monumento a Garibaldi e Anita [clicca sul titolo per vederlo] che si trova a Porto Garibaldi (Comacchio) e a quello composto da decine di donne in bicicletta come omaggio alle “Mondine” [clicca sul titolo per vederlo] allestito davanti all’ingresso dell’ospedale di Bentivoglio (Bologna). In rame anche la versione lagunare in esposizione ora a Ferrara, dove l’ossido naturale del metallo rievoca le tinte verdi-azzurre delle acque. Una lettura concettuale del Po è, infine, quella contenuta nell’opera di Daniele Cestari: “Qui – fa notare il curatore della mostra – il fiume è condensato in una striscia color smeraldo, unica traccia di colore sulla carta che riproduce la facciata di Porta Paula. In questo punto di ingresso a Ferrara, infatti, è stata rinvenuta un’antica barca che testimonia la presenza del corso d’acqua nei secoli passati, anche se ormai si trova all’asciutto da tempo”.

La rassegna pittorica di interpretazioni e letture di questi luoghi di terra e di acqua ha il patrocinio del Garden Club di Ferrara, con il quale Scardino ha già collaborato con una conferenza dedicata proprio al paesaggio padano.

“Paesaggi d’acqua” a cura di Lucio Scardino 27 settembre-26 ottobre 2019, galleria Fabula Fine Artvia del Podestà 11, Ferrara. Ingresso libero.

[articolo aggiornato il 14 ottobre 2019 in seguito alla visita di Simone e Vieri Quilici, rispettivamente nipote e figlio dell’artista Mimì Quilici Buzzacchi di cui è in mostra un’opera e il 18 ottobre 2019 in seguito alla proroga dell’apertura della mostra fino al 26 ottobre (anziché al 15 ottobre)]

PER CERTI VERSI
Dalla finestra

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

DALLA FINESTRA

Entra un lieve odore di legna che arde
Chissà da dove giunge
In questa mattina
in vestaglia
Che poco si vede lontano
Vorrei la maglia
Del tuo abbraccio per coprirmi
Dalle derapate
della vita
E custodire i ricordi
Con il suono vivo
dei tuoi passi

DIARIO IN PUBBLICO
Treni, cultura e vecchi merletti

Nella mia lontanissima infanzia il treno nell’Italia che usciva dalla catastrofe della guerra e si avviava alla ricostruzione degli anni Sessanta del secolo scorso rappresentava il mezzo più usato e ambito. Per anni il nonno portava me e mio fratello alla stazione ad ammirare quelli che mi apparivano mostri d’acciaio avvolti in nuvole terrificanti di fumo mentre ruggiti e brontolii uscivano dalle loro pance di ferro. Poi nei beati anni dell’infanzia la zia Lea (da noi chiamata ‘Eia’ con rapido movimento della lingua) ci portava al mare a ‘Riczone’ come veniva chiamata la favolosa spiaggia frequentata dal duce che aveva tra le altre qualità quella di possedere alcune terme. Per me luogo terrorizzante in quanto a causa di un ascesso alla gola (o qualcosa di simile) venni fatto rioperare proprio in quel luogo da un equipe di medici militari. Andavamo alla pensione Borghesi ora un ottimo tre stelle dove, per risparmiare, noi bambini venivamo fatti dormire in camera da pranzo su delle brandine tolte frettolosamente alle 7 di mattina per permettere di servire la prima colazione. Erano i nostri alberghi di lusso. Ma il viaggio! Quello era il vero godimento. Prestissimo si partiva in tramway che ci portava alla stazione dove ci attendeva un accelerato che faceva la costa fino a Cattolica, d’estate. Sempre in seconda classe come era d’uopo per la media borghesia mentre noi bambini bramosi osservavamo il caos della terza classe spesso rallegrata oltre dalle grida dei piccoli o dai versi di qualche gallinaceo o a volte dai belati timidi di agnellini battufolosi.

I nomi dei treni, scoprii più tardi quando il treno divenne la mia stanza – quella che mi portava da Firenze a Ferrara e viceversa tutte le settimane – erano affascinanti: Rapido, Direttissimo, Diretto, Accelerato, Littorina. Talvolta ‘treno locale’ o al limite ‘regionale’. E la scansione strascicata dell’annuncio che poi divenne un mito con cui si avvertiva dell’arrivo dei treni e che cominciava con una voce stanca ‘Ferara’, stazione di ‘Ferara’. Di treni e sui treni esiste una letteratura che io stesso cerco di alimentare con un futuro romanzo che dovrebbe appunto chiamarsi “Il romanzo del treno”, ovviamente mutuando il titolo dal bassaniano “Il romanzo di Ferrara”. Giorgio Bassani molto s’intendeva di treni e basta percorrere le sue prime prove per scoprirne non solo l’attrazione come soggetto letterario ma la necessità. Nella sua giovinezza sul treno che lo portava da Ferrara a Bologna e viceversa incontrava gli amici del cuore che attorno a Roberto Longhi avrebbero creato quella consapevolezza di una Italia che esulava dai prodromi fascisti o anche attraverso quelli costruiva una nuova idea di letteratura, poesia e arte. Così in treno Micòl nel Giardino dei Finzi-Contini si reca a Venezia dai nonni e a seguire le lezioni all’Università. In treno si compie il destino di Athos Fadigati nel primo romanzo, Gli occhiali d’oro (G. Bassani, Opere, Mondadori, pp.232-33).

Ormai il rapporto treno-letteratura è uno dei filoni più frequentati nella letteratura mondiale. Basti pensare al libro di Christian Wolmar, o da noi quello di Gabriele Crepaldi, ma il fascino esercitato da un possibile romanzo del treno e in treno è insuperabile. In altre occasioni ho parlato e scritto delle ‘novità’ che venivano ad interrompere la monotonia del viaggio risaputo, con le sue tragedie come lo scoppio del treno sotto la galleria Bologna -Firenze negli anni di piombo oppure regolamenti e regole che dovevano giustificare i ritardi giornalieri che avvenivano sulle linee importanti come la direttissima Milano-Roma. In quel tempo si accusavano i viaggiatori di non essere abbastanza solleciti nel chiudere le porte, un compito affidato a loro con risultati deludentissimi. Oppure i venditori di cibo abusivi che intasavano i marciapiedi delle stazioni regolarmente dispersi dagli addetti. Si formò in quegli anni la fama di alcuni ristoranti che avevano cominciato con il pranzo al sacco venduto in stazione come a Cesena.

Oggi i treni non più mostri ma idee portano nomi affascinanti come le mète che debbono raggiungere: Freccia rossa, argento, bianca; intercity, interregionale. Non si nomina più l’accelerato che era il treno dei lavoratori. Su quei carissimi e lussuosi oggetti spaziali – e si pensi alle ferrovie monorotaia del Giappone – stretti in uno spazio minuscolo specie nelle carrozze Smart non si odono che sussurri e non più grida, tutti intenti come siamo a cercare affannosamente l’alimentatore di pc e di telefonini. Altere signorine dal foulard svolazzante ti chiedono freddamente copia del biglietto che tu esibisci dal telefonino ma anche nel regno della tecnologia, nell’Eden del viaggio si è inserito un serpente traditore dal nome prettamente italiano. E’ malamente ospitato dalle ferrovie italiane, i suoi stand non sono quelli del legittimo possessore della rete ferroviaria. Deve drighignare i denti e come il serpente tende trappole. In quattro giorni di viaggio ho avuto un ritardo di 55 minuti (attenzione al sessantesimo scattava la penale per loro), sono stato incomprensibilmente trasferito da una carrozza all’altra senza alcuna spiegazione (colpa del ‘materiale’ mormorava la bella mora dallo sguardo imbarazzato); ho dovuto aspettare 15 minuti a Roma fuori dalla porta sbarrata perché erano in corso le pulizie dei vagoni che nascevano nella stessa città. E ancor più ingenuamente avevo fatto il biglietto pieno per la tipologia Smart che portava lo stesso costo della prima scontata perché non essendo sicuro di partire non volevo perdere tutto il costo del biglietto, cosa che sarebbe accaduta se avessi dovuto rinunciare al viaggio.

Insomma l’alta velocità specchio a misura della nostra politica.