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Facce da ‘Interno Verde 2019’: itinerario tra quelli che i giardini li aprono

Facce da ‘Interno Verde 2019‘: sono quelle che si potevano incontrare nei giardini, in gran parte privati, aperti a Ferrara grazie all’iniziativa organizzata dai ragazzi dell’associazione Ilturco. Un tour dentro luoghi nascosti nel centro storico di Ferrara, che in questa quarta edizione 2019 si è spinto fuori dalle mura cittadine e nella campagna per un raggio di tredici chilometri dalla città. Nel weekend appena trascorso (11 e 12 maggio 2019) sono state tante le facce incontrate tra chi — i giardini — li vive, li visita, li agghinda, li preserva o li apre al mondo. Una manifestazione che, nonostante il maltempo delle due giornate e anche delle settimane precedenti, ha visto la partecipazione di 4mila persone. A ciascuno di questi visitatori l’ingresso nei giardini ha regalato scorci di pace, verde e fiori, ma anche tante storie, parole, doni. Perché chi decide di aprire le porte di spazi intimi dà qualcosa di se stesso e aggiunge un pezzetto di storia alla storia della città.

Elena Paolazzi davati all’albero di sofora pendula a Villa Indelli di Quartesana (foto Luca Pasqualini)

Villa Indelli (giardino n. 89) – Accoglienza colorata e persino conviviale a Quartesana, dove incurante della pioggia c’è Elena Paolazzi ad andare incontro ai visitatori sotto un ombrello allegramente arcobaleno. La pioggia scroscia e lei, giovane ingegnera impegnata nel volontariato internazionale, accoglie con gli stivaloni di gomma gli ospiti arrivati per ammirare la distesa verde intorno a Villa Indelli, nella campagna in fondo a via Ducentola. Dove un tempo erano frutteti di mele e pere, ora spicca isolata la monumentale quercia ultracentenaria, la grande aiuola rotonda di prato verde davanti alla casa padronale e poi, sul retro, l’albero di sophora con i rami cadenti accanto a un’altra aiuola rotondeggiante più piccola. Finito il giro tra boschetto di bambù, acacie e magnolie, la padrona di casa invita ad entrare nella cucina antica e colorata, dove si festeggia un compleanno e si può gustare ottimo hummus e cous cous fatti in casa da accompagnare allo sciroppo di sambuco [nella foto di copertina di Luca Pasqualini].

Mara e Roberto nel loro giardino ai lati della basilica di San Giorgio fuori le mura (foto GioM)

Antico borgo di San Giorgio (giardino n. 74) – Un cancello fatto di stecche colorate delimita il giardino al civico 54/c nello stradello che si estende sulla destra della basilica di San Giorgio fuori le mura, la chiesa di origini più antiche di tutta la città. Tra tante casette che sembrano fuori dal tempo con spirito pioniere e accogliente Roberto e Mara aprono il loro giardino pieno zeppo di piante, statuette e manufatti colorati che raccontano di viaggi in India, di legami di amicizia e voglia di stare insieme, confrontarsi e dialogare.

Giardino di casa Testa-Testi con i libri del giornalista Gian Pietro Testa in omaggio ai partecipanti a ‘Interno Verde 2019’ (foto GioM)

Giardino letterario Testa-Testi (giardino n.45) – Una piacevole noncuranza quasi selvaggia caratterizza il giardino che si estende sorprendentemente dietro un portone carrabile della piccola e centralissima via Pescherie Vecchie. Camminando sotto un ippocastano tra cespugli di ortensie e iris, due pile di libri offerti agli ospiti rivelano che ci si trova sul retro di casa del giornalista e scrittore Gian Pietro Testa e della moglie insegnante e scrittrice Elettra Testi. Anche se non riescono ad essere presenti fisicamente, i padroni di casa lasciano un omaggio di volumi: la raccolta poetica su ‘L’ultima notte di Savonarola’ (edizioni Liberty House, 1990) e il romanzo ‘Il linciaggio’ (edizioni Liberty House, 1988) di Gian Pietro Testa. Grazie!

Patrizia Ascanelli davanti al Villino ex Quilici di viale Cavour con una volontaria di ‘Interno Verde 2019’ e la figlia (foto Luca Pasqualini)

Villino ex Quilici (giardino n. 32) – Un’area verde di forte presenza femminile quella della palazzina in stile liberty su viale Cavour 112. È una signora, Teresa Masieri, che nel primo Decennio del ‘900 commissiona il progetto dell’edificio a Ciro Contini. Dopo la morte di lei, nel 1929, la proprietà passa alla pittrice e illustratrice Mimì Quilici Buzzacchi, che ci andò a vivere con il marito Nello Quilici (giornalista e direttore del ‘Corriere Padano’) e i loro figli Folco e Vieri.

Nello Quilici col figlio Folco nel 1933 davanti a casa (dal catalogo ‘Mimì Quilici Buzzacchi. Tra segno e colore’)

Mimì dipingeva e riceveva visitatori illustri, tra cui Filippo De Pisis, Arrigo Minerbi e Achille Funi. Una donna è l’attuale proprietaria Patrizia Ascanelli, che racconta: “È stato mio nonno paterno ad acquistare l’edificio nel 1945 da Mimì, che era rimasta vedova”. E spiega che è nella soffitta di questa casa che l’artista Achille Funi realizzò i cartoni preparatori degli affreschi dedicati al ‘Mito di Ferrara’, che ancora decorano la Sala dell’Arengo e si possono ammirare all’interno della residenza comunale di piazza Municipio.

I volontari di questa edizione di ‘Interno Verde’, Dafne e Niccolò, accolgono i visitatori nella villetta del Quartiere Giardino (foto GioM)

Casa Ludergnani (giardino n. 41) – Tra via Cavour e gli ex giardini della mutua c’è la villetta, progettata nel 1926 in mezzo a un giardino borghese, ordinato e funzionale. Ad accogliere i visitatori sono i volontari Niccolò Ferrara e Dafne. I due ragazzi raccontano di aver aderito all’appello di volontariato culturale, perché questi due giorni  permettono loro di guardarsi intorno e conoscere tante cose e persone nuove.

La famiglia Lombardi. In piedi Tomaso, Giannino, Alfredo (inventore del dado), Elisa, Ada, Clarice, Tudina, Resvilde. Seduti Albertino, Aldo e Maria Figna

Erbe per l’inventore del dado Lombardi (giardino n. 64) – In via Formignana 32 c’è un giardino che potrebbe avere ispirato gli aromi del brodo diventato famoso con la pubblicità di Carosello [clicca qui per vedere lo spot su YouTube]. La proprietà fu comprata nel 1925 da Maria Figna in Lombardi, bisnonna dell’attuale proprietaria, che ebbe nove figli. Tra questi il terzogenito Alfredo Lombardi (nato nel 1901), che è appunto l’inventore del Dado Lombardi. Un vero e proprio classico nella cucina italiana del dopoguerra, che usciva dagli stabilimenti della ditta Lombardi, operativa in città e poi a Tresigallo di Ferrara dal 1958 al 1968.

Limonata per gli ospiti del giardino di via Beatrice d’Este 16 di Ferrara, che funziona anche come B&B Il Ciliegio (foto GioM)

Gli orti monacali (giardini 68, 69, 70) – È la padrona di casa Eliana, che gestisce il b&b Il Ciliegio in una delle case con giardino visitabili nella centralissima via Beatrice d’Este, che spiega: “Queste aree verdi sono spicchi di quello che era un unico grande orto delle monache di Sant’Antonio in Polesine”, piccola oasi di pace che si trova infatti sulla stessa via. Un’iscrizione incisa in cubetti di marmo incastonati tra i mattoni testimoniano, di casa in casa, l’antica appartenenza all’antico monastero benedettino fondato sulla regola di “ora et labora”, dove la preghiera si alternava alla cura dei campi e delle piante, la meditazione intervallava la produzione di ricette, manufatti, cura di ortaggi e di animali. Col passare dei secoli quel mondo è stato pian piano ristretto e la terra, un tempo pregata e coltivata, è stata trasformata in terreno edificabile. In quell’area ora abitano famiglie che mantengono il ricordo di quegli spazi sul retro delle loro abitazioni. Fazzoletti di terra di dimensioni uguali con in fondo un pezzettino di casetta che fronteggia la casa e che, in origine – spiega Eliana – era un’unica, lunga scuderia del monastero.

L’ingresso di Villa Pignare a Quartesana di Ferrara (foto GioM)

Villa Pignare (giardino n. 88) – La Villa delle ville quella in via Comacchio 1179 a Quartesana: oltre alla bellezza dei suoi saloni e del suo parco, lo spazio ha offerto infatti una panoramica di fotografie che documentano tutto il patrimonio di dimore di questo paese a una decina di chilometri da Ferrara.

La mostra di fotografie sulle ville di Quartesana allestita a Villa Pignare con le foto di Stefania Ricci Frabattista e Mario Bettiato

A realizzare il lavoro di documentazione fotografica, ideato insieme con la parrocchia del paese, sono stati Stefania Ricci Frabattista e Mario Bettiato, che hanno immortalato una per le facciate e gli interni di quelle ville, che poi l’itinerario della manifestazione ha consentito almeno in parte di rivedere dal vero. Sempre in esposizione in questi spazi, c’erano i paesaggi del Po interpretati da Marco Cavazzini con sintetiche pennellate in bianco e nero che rievocavano le atmosfere rarefatte della pittura cinese.

Il candidato

Non aveva tregua quell’incessante ricerca di consenso che lo obbligava a non staccare mai, neanche quando qualcuna delle persone più vicine chiedeva di smettere. E neppure i figli avevano questo potere, nemmeno nei casi e nelle situazioni più estreme. Il consenso andava mantenuto, accresciuto, esaltato, coltivato minuziosamente, attentamente, dosando energie e interventi. Era un fuoco che lo rodeva dentro e alimentava la smania di potere che da qualche anno lo invasava, nata dal nulla, senza nessuna ragione o forse era in lui da sempre e solo da poco era emersa in tutta la sua forza. La moglie diceva che era un demone che lo guidava e lo anticipava in tutte le sue azioni, lo spingeva là dove raramente qualcuno arriva così facilmente: successo, considerazione, onori, vantaggi, soldi, tanti soldi, notorietà e riconoscimenti di ogni tipo. Un piccolo Faust di provincia che patteggiava col diavolo Mefistofele, consumandosi nei suoi deliri di onnipotenza.

La cosa avrebbe potuto sembrare perfino “miracolosa”, se si pensa a come era nata questa situazione e come si era evoluta. Lodovico era sempre stato un buon impiegato asserragliato nel suo ufficetto, di quelli meticolosi, simpatici con il pubblico, sempre la risposta giusta ad ogni quesito. Un tipo come tanti, abbastanza grigio da essere il contabile perfetto, l’esecutore di fiducia. Era iniziato tutto quando qualcuno gli aveva suggerito all’orecchio di candidare nel suo paese di 2.500 anime e lui, prima ridendo di se stesso e poi prendendo molto seriamente l’idea, lo aveva fatto. La valanga di voti che lo aveva travolto inaspettatamente ne aveva fatto un piccolo eroe da portare in trionfo nel bar della piazza, dopo lo spoglio definitivo nei seggi. E pensare che non aveva mosso un dito, un solo dito nemmeno per una spartana campagna elettorale! Si era ritrovato sorridente come sempre in sala giunta, alla destra del sindaco, a misurarsi con contenuti e procedure fino allora estranee, programmi sociali, piani urbanistici, gestione del patrimonio culturale, viabilità, affari istituzionali così complessi che, per un paese così modesto, sembravano davvero sproporzionati. Insomma, la sua vita di diligente e fedele dipendente, la moglie, i due figli e qualche uscita in bicicletta il fine settimana, aveva subìto un drastico cambiamento a cui lui, peraltro, si era abituato quasi subito.

“Vico, Vico!” scrollava la testa la vecchia zia Carlotta, “non dimenticare mai chi sei e da dove vieni! La vita dà con una mano e con l’altra prende…! Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino!” La zia Carlotta parlava per proverbi, modi di dire, metafore popolari ed espressioni idiomatiche, mai che i suoi discorsi avessero una struttura ed un lessico comuni. I nipoti la prendevano in giro ma ammettevano che aveva sempre ragione. Saggezza popolare!

La nuova vita, fatta di riunioni, sessioni di lavoro, incontri, appuntamenti, pranzi e cene ufficiali, inaugurazioni e partecipazioni anche nei paesi vicini, lo esaltava e lo convinceva che aveva fatto la scelta giusta. Lodovico qua, Lodovico là, ragioniere carissimo, egregio assessore… Quel piccolo mondo di periferia gravitava intorno a lui e lui rispondeva rendendo favori, piccoli piacerini, accomodamenti, soluzioni non sempre esattamente regolamentari ma nemmeno illegittime. Aveva imparato in fretta l’arte del muoversi nella maniera più abile fra le strade, gli affari, i mestieri, le beghe e le rivalità di quel paese. E il paese lo ricompensava riconoscendogli meriti e importanza a ben vedere superiori rispetto la realtà. Ma le cose vanno così.
E lui ammiccava, sorrideva, annuiva sempre, stringeva mani, elargiva promesse, faceva perfino l’occhiolino nei momenti di maggior esaltazione.
E poi gli anni e i mandati si susseguono in fretta e l’assessore diventa sindaco ed il sindaco capisce che può diventare qualcos’altro…

Era come se si trovasse davanti ad una scala, step by step fino alla sommità dove ad ogni ascesa di gradino corrispondeva una pari ascesa di ruolo.
Nel capoluogo gli avevano già puntato gli occhi addosso: l’odore dell’ambizione e della vittoria fa presto a girare… Ed ecco i primi contatti stretti, l’approfondimento di quelle relazioni che prima erano solo superficiali, gli incontri in trasferta, gli accordi ufficiali e top secret, le telefonate concitate ad ogni ora del giorno e della notte. I viaggi dalla città al paese e viceversa erano diventati ormai frequenti, il giro di persone e conoscenze di partito si sprecavano ed ogni occasione era buona per intessere, tramare, ritagliare e cucire contatti e rapporti. Il suo mondo era il chiacchiericcio dei corridoi dove anche le chiacchiere hanno un peso e un prezzo, i colloqui privati senza anticamera, le telefonate immediate e confidenziali con chi di solito si nega, il doppiopetto e la ventiquattrore sempre pronta, la nuova Mercedes, la moglie che gira come una first lady seppure in versione casereccia, seno e naso rifatti di recente, camuffata da buona samaritana o dea sterminatrice Kali a seconda dei casi, dividendo il mondo in due: i buoni e i cattivi. Solerte anche lei nel coltivare ‘amicizie’ o procedere con epurazioni sociali.

Era una vita in pasto all’adrenalina pura, al compiacimento di se stesso, un’ammirazione narcisistica sconfinata in quello che faceva o riusciva a dire nei discorsi pubblici, discorsi stereotipati che non avevano mai in fondo qualcosa di originale e diverso.
E venne il giorno in cui sedette in una poltrona più alta e il suo nome circolava nei TG regionali, occupando anche le maggiori testate giornalistiche locali.

“E’ la moglie!”, insinuava qualcuno, alludendo alla grande, grandissima ambizione della donna, ormai palese sotto gli occhi di tutti. Tristi pagine di quelle presenze femminili che amano agire nell’ombra, manovrando e operando nel backstage della politica come le cortigiane di un tempo nei letti degli imperatori e dei primi ministri, nei salotti buoni delle capitali d’Europa. Ambizione o no, la donna trovava il modo di catalizzare attenzione, mietere vittime tra i “nemici”, collezionare incarichi e apparire come lupa sotto il vello d’agnello.

Quel giorno che il marito venne eletto deputato a Roma divenne incontenibile e dichiarò spudoratamente che il marito era “un predestinato da sempre, perché l’unico in grado di ricoprire tale carica”. Il delirio di onnipotenza giunse a concepire ipotesi di più ampio respiro che arrivavano a disegnare scenari di glorie ed onori al Parlamento di Bruxelles piuttosto che come ministro dello Stato italiano.

Lecchini, carrieristi, avvoltoi e pidocchi si affollavano attorno al neoeletto, ma anche i piccoli amministratori dei paesini confinanti, i colleghi politici del capoluogo e soprattutto molta brava gente che, in modo del tutto onesto, si sentiva parte responsabile del grande salto. L’osanna durò intere settimane ed occupò eccezionalmente la cronaca politica di una regione di solito discreta, introversa, taciturna e poco avezza alle esternazioni, che notoriamente non brillava per mondanità e fatti esilaranti.

L’onorevole si vedeva orami poco al paese, tant’è che molti non lo nominavano neanche più, altri si chiedevano che fine avesse fatto e alcuni non si ricordavano proprio di quel fenomeno vivente dalla carriera fulminante. I figli studiavano in città e la moglie, con tutta probabilità aveva adeguato la sua vita a quella del marito, facendo la spola tra casa e la capitale e tra un amante e l’altro. Ogni tanto giungeva l’eco di questo e quello, decreti da approvare, commissioni al lavoro, provvedimenti urgenti, interventi discussi…ma ormai era un altro mondo, un corpo estraneo nel tessuto sociale del paesino, qualcosa di alieno rispetto la vita e le abitudini delle 2500 anime che si rivolgevano con rinnovati entusiasmi ai nuovi eletti locali di turno.

Cinque anni passano in fretta e il nome di Lodovico, che ormai non mette più piede in paese, viene riconfermato per l’appuntamento elettorale successivo. Un bravo servitore come lui ha giovato al sistema e merita ricompensa: non avrà fatto grandi cose ma nemmeno danni, ha seguito il partito nelle mille avventure e sventure senza mai rinnegare niente e nessuno, ha sorriso come sempre davanti alle telecamere, ha moltiplicato i favori e piaceri, questa volta più grossi, come era già abituato a fare, con l’unica differenza che ora si naviga in acque alte e la posta in gioco è immensa. E perché mai non ricandidarlo? La moglie incalza stravolta, incattivita, perdendo anche quel barlume di riservatezza e dignità che aveva conservato seppure a brandelli. Occorre lavorare, lavorare, lavorare per conquistare elettorato. La macchina non può fermarsi, non deve fermarsi… Ricominciano gli incontri con le lobbies, i comizi col popolino, la kermesse va avanti come in un grande circo. Ci sono tutti: saltimbanchi, trapezisti, acrobati, contorsionisti, domatori, cavallerizze e nani, pagliacci, ballerine e musicanti. Ognuno fa la propria parte.

Quel giorno, il giorno del voto, Lodovico si alzò dal letto senza aver chiuso occhio come era prevedibile. Lasciò l’hotel dove ormai era di casa e per le 24 ore successive non riuscì a pensare ad altro se non alla vittoria.

Lo stesso fu il giorno successivo: le notizie in real time, le telefonate incessanti, lo sguardo fisso sullo schermo del pc, la segreteria di partito che dava informazioni man mano che la situazione modificava.

E fu il tonfo, una di quelle cadute rovinose che lacerano i tessuti, spezzano i nervi, rompono le ossa e scompensano completamente gli organi interni.

Ogni fibra del suo organismo gridava “Fuori!”

Non ce l’aveva fatta.
Era finito tutto.
Come in una moviola, nella sua testa scorrevano fotogrammi rapidissimi di tutto ciò che era stata la sua vita, l’ufficio in paese, la sua gente, la moglie e la famiglia, tutti quegli anni da allora fino adesso. E poi la tensione sparì di colpo e lo lasciò afflosciato come un sacco di juta alleggerito del contenuto.
A nulla valsero ad attutire l’avvilimento le manate sulle spalle di falsa solidarietà di circostanza.
Si ritrovò a vagare per le strade della capitale come una trottola in movimento perenne, senza vedere né sentire la gente e il traffico. Un automobilista lo insultò dal finestrino semiaperto e gli indicò irosamente le strisce pedonali. Nemmeno l’impatto con la donna stracarica di borse della spesa riuscì a scuoterlo.
Il mondo continuava a girare come sempre, anche senza di lui.
Un senzatetto seduto sui cartoni in un angolo, col suo cane e una fila di bottiglie vuote davanti a sè, lo fissava con un’espressione indecifrabile e a Lodovico sembrò che lo stesse deridendo.

Si accasciò sulla prima panchina che incontrò, rimase là con la testa fra le mani e, serrando i pugni pe non piangere, si sentì nessuno.

da Liliana Cerqueni, ‘Istantanee di fuga’, Sensibili alle foglie, 2015

26 maggio: l’occasione per scegliere l’Europa che vogliamo

C’è qualcosa che non quadra nel ragionamento secondo cui, per esempio, sul tema migranti l’Europa non funziona e quindi occorre fare da soli.
Che l’Ue non stia funzionando non ci sono dubbi, ma il problema è che questa è competenza degli Stati nazionali, non dell’unione. In termini istituzionali, significa che è materia del Consiglio europeo, dove si riuniscono i ministri dei vari paesi (nel quale, a quanto pare, la sedia italiana è spesso vuota), non della Commissione.

Se questo è vero, vuol dire che i risultati sulla questione migratoria sono deludenti non perché c’è l’Europa, ma perché non c’è. Perché da troppo tempo la sua architettura continua a rimanere un’incompiuta, fra un assetto intergovernativo e uno federale (dal latino foedus che significa patto, accordo, legame).
Di conseguenza, sarebbe logico aspettarsi che ministri e governi facessero il possibile perché l’Unione europea riuscisse a governare un tema che è già fra quelli dirimenti di un’epoca. E invece, assistiamo alla politica dei confini, dei porti chiusi e del filo spinato, nel nome della difesa degli interessi nazionali.
La stessa dei partiti che per le elezioni del 26 maggio promettono, in caso di vittoria, di cambiare quest’Europa, smantellando le rigide regole dei burocrati di Bruxelles imposte contro la volontà delle nazioni.

È lo schema populista su scala internazionale, che indica nell’establishment economico, finanziario e bancario, il grumo di potere da abbattere per disintermediare l’Europa dei popoli, finalmente liberi da vincoli e parametri assurdi, che ne inibiscono sviluppo e prosperità.
Un verbo martellato da anni nelle sinapsi delle opinioni pubbliche, come sta tramando, per esempio, l’ex capo della strategia della Casa Bianca, Steve Bannon, che non è chiaro quanto sia stato licenziato da Trump, oppure inviato sull’altra sponda dell’Atlantico perché, al netto dell’effettiva influenza, a Washington farebbe comodo un’Europa divisa, cioè un concorrente in meno nella guerra della competizione globale. Interesse peraltro non lontano dai disegni russi e cinesi.

E così il fiume dell’interesse nazionale è ingrossato dagli affluenti del pensiero sovranista, suprematista, illiberale, xenofobo e da un tradizionalismo rinvigorito su base culturale, nostalgica e persino religiosa. Lo slogan “Prima i nostri” miete consensi elettorali ed è declinato fino a distillare le purezze etniche più locali e perciò escludenti.
In piena campagna elettorale il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha chiuso fra gli applausi il recente comizio ferrarese ricordando di non voler vivere in un’Europa ridotta a un califfato islamico, come se fosse davvero un pericolo imminente.
Un’italianità da difendere persino sulle tavole, ha ammonito, dimenticando che persino l’agricoltura tricolore da sola esclude l’autosufficienza alimentare.

Ma davvero è così che si difende l’interesse nazionale?
Sul fatto che sia una menzogna è stato chiaro Massimo Cacciari, intervenuto lo scorso 25 aprile a Monte Sole (lo si può ascoltare per intero su youtube).
Nel 1929 l’Europa delle rivalità nazionali non fu in grado di gestire le conseguenze della grande crisi. Tre anni dopo Hitler era al potere in Germania.
Antonio Gramsci fu di una lucidità purtroppo inascoltata: senza un governo razionale delle gravi conseguenze economiche e sociali prodotte dalla crisi – disse in sostanza – esploderanno movimenti di masse ingovernabili, nebulose passioni, odi e risentimenti, che finiranno per travolgere le istituzioni democratiche.
È vero che la storia non si ripete identica, ma se non si affrontano le cause delle crisi che purtroppo si ripetono, effetti simili possono ancora succedere.

Non sarà un’ennesima insensata guerra a ripresentarsi, ma se non si capiscono le cause anche della tremenda crisi che dal 2008 produce disuguaglianze economiche e distanze sociali spaventose, facili prede delle astute macchine della paura, le istituzioni democratiche possono essere ugualmente in pericolo.

Dalle macerie della Seconda guerra mondiale gli europei, consapevoli della responsabilità di avere per due volte incendiato il mondo nel Novecento, condivisero che il modo migliore per difendere i propri interessi non era continuare a cavalcare spirito competitivo, rivalità e inimicizie fra gli stati, in una lotta senza fine per la supremazia, ma stringere un patto di amicizia. Un’intuizione tuttora attuale e accresciuta in un mondo nel frattempo in preda al disordine, nel quale è semplicemente insensato il solo pensare che i singoli stati nazionali possano da soli reggere il confronto con i nuovi perimetri imperiali.

Per questo la carta dell’unità europea è la sola giocabile in un tale scenario globale, nella consapevolezza che l’identità non può fondarsi su base etnica, ma sulla legge comune. “È la convergenza giuridica che genera il senso di comunità”, scrive Ulrike Guérot (Il Mulino 1/2019), che per non restare sul piano astratto fa gli esempi del diritto di voto, delle leggi tributarie e dei diritti sociali.
O le istituzioni democratiche si difendono perché l’Europa riscopre la propria vocazione-missione, pagata storicamente a caro prezzo, di essere spazio comune di uno stato di diritto basato sulla giustizia, oppure bisogna prepararsi a nuove possibili catastrofi i cui germi sono già in circolo.
Se solo si prestasse ascolto, lo stanno dicendo con sorprendente lucidità gli adolescenti a un mondo adulto che ha perso credibilità e affidabilità.
Lo sta facendo la svedese Greta Thunberg che con il grido d’allarme per le sorti del pianeta avverte i grandi: “Dite di amare i vostri figli più di ogni altra cosa, invece state rubando loro il futuro”. Lo ha fatto Rahmi, il ragazzo 14enne di origini egiziane della scuola Margherita Hack di San Donato, che lo scorso marzo ha salvato compagni e docenti chiamando il 112 perché l’autista stava dando alle fiamme il pullman sul quale stavano viaggiando: “L’ho fatto per salvare i miei compagni”, ha detto nella sua disarmante semplicità, mentre la politica litiga su chi abbia diritto di cittadinanza in Italia.
Lo ha fatto Simone, il ragazzo di Torre Maura che dice “Non me sta bene che no”, in mezzo alle proteste di Casa Pound contro l’ospitalità dei Rom, nel quartiere della periferia romana.

E lo fa Zain Al Rafeea, il ragazzino protagonista di ‘Cafarnao – caos e miracoli’, lo stupefacente film di Nadine Labaki, giustamente premiato a Cannes nel 2018. È il commovente miracolo dell’infanzia che non si stanca di gridare il proprio diritto di essere uomo in un mondo (la citazione evangelica di Cafarnao, il villaggio che Gesù ha maledetto perché non ascolta i suoi insegnamenti), in cui gli adulti hanno brutalmente ceduto al mercimonio e al più brutale, disperato e degradato smottamento della vita umana.
Zain, nella vita reale spinto dalla guerra in Siria a trasferirsi con la famiglia in Libano e vittima di violenze e soprusi inimmaginabili ai margini della periferia di Beirut, ora vive e frequenta la scuola in Norvegia.
Un piccolo segno di riscatto di cui la vecchia Europa, nonostante tutto, è ancora capace, come spazio comune di diritti e di giustizia.

Il 26 maggio è ancora l’occasione per farlo, nel nostro stesso interesse nazionale.

Banche: qualche chiarimento sul rapporto tra spread e tassi di interesse sui mutui

L’aumento dello spread sui titoli di stato che si è registrato negli ultimi nove mesi, in particolare fino a febbraio del 2019, ha avuto un impatto sulle famiglie in quanto chiedere un mutuo è diventato più costoso. A confermarlo è l’annuale rapporto Bankitalia sulla stabilità finanziaria che riporta: “ll rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato si sta trasmettendo gradualmente al costo dei nuovi finanziamenti. Rispetto allo scorso settembre i margini applicati dalle banche sui mutui a tasso fisso sono cresciuti di quasi 50 punti base, mentre quelli sui mutui a tasso variabile si sono mantenuti stabili” e visivamente lo si apprezza con il grafico di seguito (linea rossa a destra che tende a rialzarsi nell’ultimo tratto)

Almeno fino a febbraio, come si diceva all’inizio, perché secondo gli ultimi dati Abi il tasso medio sulle nuove erogazioni per l’acquisto di abitazioni a marzo è sceso all’1,87%, allineandosi più o meno ai livelli di marzo 2018.

Secondo quanto riportato dal rapporto, l’aumento interessa solo i nuovi mutui e, tra questi, solo quelli a tasso fisso perché, come evidenziato da Ilsole24ore ma anche da Altroconsumo in più occasioni, non c’è correlazione tra Euribor, il tasso interbancario a cui sono agganciati molti mutui a tasso variabile, e l’andamento dello spread.

Fonte grafico: Ilsole24ore

Il punto, dunque, su cui ragionare è: perché aumentano i tassi dei mutui nuovi e a tasso fisso?
I tassi d’interesse sui mutui crescono perché le banche, come sottolinea Bankitalia, incontrano maggiori difficoltà nel loro indebitamento obbligazionario e quindi: “il maggior costo dei nuovi mutui riflette verosimilmente l’esigenza degli intermediari di compensare l’incremento del costo della raccolta obbligazionari”. Cioè i maggiori costi che le banche affrontano per indebitarsi, grazie anche alle tensioni sui titoli di Stato, le costringono ad offrire a loro volta denaro in prestito (credito) ad un costo maggiore.
Tale aumento sui fissi, tra l’altro, potrebbe portare le famiglie a preferire i tassi variabili per conseguire un risparmio immediato, invertendo la scelta storica del “certo per l’incerto”. Normalmente infatti la famiglia tipo preferisce pagare qualcosina in più all’inizio per mantenere la certezza di una rata costante nel tempo e proporzionata alla propria dichiarazione dei redditi. Eventuali tensioni sui mercati dei tassi potrebbe alla lunga essere pericolosa per l’aggregato famiglie e questo pone in allarme sia Bankitalia che il Corriere della Sera e Ilsole24ore, da sempre notoriamente schierati a difesa degli interessi dei cittadini.
L’incertezza sui tassi d’interesse è legata all’incertezza dell’economia del libero mercato che impedisce ai titoli di stato di essere asset sicuri e di cui lo spread è un termometro. Rimandare le colpe di tutto questo al governo in carica, in qualsiasi momento storico e di qualsiasi colore sia, è un voler parlare degli effetti senza arrivare alle cause.
Questo piace soprattutto a chi non ha necessità di avere un mutuo per comprarsi una casa e preferisce che a decidere se debba fallire o meno Carige sia Black Rock piuttosto che una banca centrale o uno Stato, istituzioni che interverrebbero nell’interesse dei risparmiatori e della comunità.
Il costo dello spread si sta trasferendo dunque sul segmento dei mutui a tasso fisso, aumento limitato ma percepibile, il che potrebbe portare ad un aumento di rischio finanziario futuro in capo alle famiglie ma questo solo perché sia gli stati che le banche centrali non stanno facendo il loro lavoro di tenere sotto controllo l’economia lasciando che il mercato finanziario stabilisca il tasso di interesse dei titoli di stato e togliendo le garanzie statali alle banche commerciali. E mentre politici ed esperti del settore continuano ad occuparsi del colore delle tende, l’edifico continua a sprofondare nelle sabbie mobili.

DIARIO IN PUBBLICO
A Firenze un incontro con Claudio Magris

Rovesci di pioggia mi accolgono all’arrivo a Firenze: grigio, nuvolo, umido, ma ‘l’odiosamata’, città del cuore, è lì a sbranarmi di ricordi. Rivedo quelle strade tante volte percorse e immediatamente scatta la trappola e mi soccorre Montale: “Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio./Il mio dura tuttora, né più mi occorrono/le coincidenze, le prenotazioni,/le trappole, gli scorni di chi crede/che la realtà sia quella che si vede”.
Prefiguro che l’incontro pomeridiano con Claudio Magris, in occasione del convegno a lui dedicato ‘Firenze per Claudio Magris‘ – promosso dal dipartimento di Formazione, Lingue, Intercultura, Letterature e Psicologia dell’Università di Firenze – verterà sul dato fondamentale della sua poetica cioè sulla constatazione che la realtà non sia quella che si vede, ma sia quella che le parole costruiscono.

E sotto la pioggia varco il portone del Rettorato all’angolo di piazza San Marco. Non mi volto a sinistra dove, da lontano, s’intravvede la nostra casa, ma mi lascio prendere dal tappeto di rose bianche che ora ricopre la piazza. E salgo lo scalone in attesa che aprano le porte dell’Aula magna tra i festosi ritrovamenti dei colleghi e l’arrivo di Lino Pertile dal suo buen retiro a Fiesole, che doverosamente viene omaggiato dal grande libro fotografico su Bassani. Giunge Dora Liscia, la nipote del grande scrittore ferrarese e collega per anni. Poi Enza Biagini, dolcissima amica, che presiederà la seduta del pomeriggio, e infine Ernestina Pellegrini, la massima studiosa di Magris responsabile del convegno. Sono naturalmente ansioso. Veloci scambi di vedute sull’aspetto fisico dei colleghi di un tempo e degli allievi ‘antiqui’ quindi entriamo nell’aula maestosa che mi ricorda altri tempi, altre situazioni tutto nella contemporaneità del ricordo.

All’arrivo di Magris sono chiamato a esporre succintamente ciò che poi potrò ampliare negli Atti del Convegno. Dichiarandomi totalmente d’accordo con l’interpretazione della Pellegrini ad assumere come elemento tematico da cui partire questa dichiarazione, che ritorna ossessivamente nell’opera di Magris e in tutta la produzione-saggistica, narrativa, teatrale, come “un’ininterrotta meditazione sulla vita e sulla storia”. In tal modo la sua si conforma come “arte di testimonianza”.

Commenta la Pellegrini nell’introduzione al primo volume del Meridiano da lei curato e dedicato all’opera di Magris: “A cosa rimanere fedeli? Ai propri demoni con tutte le laceranti contraddizioni che ciò implica o ai propri doveri verso la causa pubblica, in un ineludibile confronto col mondo e la necessità di mutarlo?”. Risuonano scanditi dalla enumerazione dei temi le domande che rivolgo al grande scrittore e che si confrontano con le mie versioni del fatto critico in esame. Così alla ‘triestinità’, uno dei capisaldi dell’indagine critica e letteraria di Magris, accosto ‘fiorentinità’ e ‘ferraresità’, due momenti della costruzione culturale che hanno determinato il mio iter di studioso quando ho cominciato a insegnare. E m’imbatto in questo lemma, ‘fiorentinità’, in cui il mito di una città – come Trieste per Magris – diventa la base complessa di un riferimento ormai classico a ciò che ha creato i fondamenti della novità novecentesca di un pensiero che si esprimeva anche nei luoghi frequentati dagli intellettuali che, come i Caffè di Trieste, il ‘Caffè degli Specchi’, o il ‘Garibaldi’, o il ‘Tergesteo’ , il ‘San Marco’ frequentato dallo stesso Magris, a Firenze si connotano come ‘Le giubbe rosse’, ‘Paszkowski’, ‘Gilli’, ‘Giacosa’, ‘Rivoire’, dove al seguito dei Maestri negli anni Settanta ci recavamo in devota peregrinazione, affollando, prima, la Libreria Seeber allora in via Tornabuoni. Ai giovanetti studiosi dava in visione i libri avidamente letti in due giorni; quelli poi che tenevamo, li potevamo pagare a rate mensili. Ma erano gli anni in cui Ferrara andava alla conquista della città del Giglio. Sulle cattedre di Letteratura italiana sedevano Lanfranco Caretti e il sardo ormai ferrarese Claudio Varese, poi, negli anni, Guido Fink, Carla Molinari, chi scrive queste note e altri giovani destinati a ricoprire importanti incarichi nell’accademia come Monica Farnetti.

Ferraresità a differenza di triestinità, significa poi nella storia del secolo breve la nascita della metafisica, la partecipazione degli agrari ferraresi alla marcia su Roma, i federali potentissimi tra cui il Maresciallo dell’aria Italo Balbo, il podestà ebreo Ravenna, protetto dallo stesso Balbo fino alla sua morte e la conseguente fuga in Svizzera, l’ eccidio del Castello e la testimonianza di Giorgio Bassani, affidata alle sue storie ferraresi e al romanzo di Ferrara, il ritorno alla ‘normalità’ ovvero a una tranquilla convivenza per settant’anni di una amministrazione sempre di sinistra che non infierisce sulla classe politica antecedente, ma la ingloba in una apparentemente pacifica convivenza. Ora, la famiglia Balbo ha donato gran parte del suo archivio all’Istituto di storia contemporanea di Ferrara; ma a seguito di questa iniziativa si è parlato dell’eventualità di intitolare una via o una piazza a Italo Balbo. E questo ha suscitato la mia reazione. Un conto è che la storia rimanga tale, un conto che un’eventuale reminiscenza di un’adesione a un tempo proibito diventi la suggestione per rimuovere umori che le cronache di questi giorni confermano. I giovani presenti applaudono convinti. Magris mi ringrazia.

Il problema, per me forse il più affascinante, riguarda Magris germanista che viene a coincidere con l’amico sconosciuto, ovvero una tra le persone che più di ogni altre hanno inciso nella mia formazione umana e culturale: Furio Jesi. Ho narrato molte volte il mio rapporto con questo straordinario personaggio, autodidatta, che a 16 anni s’imbarca su un peschereccio e sbarca ad Alessandria d’Egitto, dove traduce il libro dei morti e diventa l’allievo prediletto di Kerényi, il grande studioso delle religioni e amico di Thomas Mann. Le lettere che ci siamo scambiati per una vita raccontano il difficile rapporto tra Cesare Pavese e Thomas Mann e nello stesso tempo il concretizzarsi di un concetto, espresso da Jesi nel suo ‘Germania segreta’, tra mito, inconoscibile, e mitologema: cioè la raccontabilità del mito e quindi la conoscenza di ciò che in sé è impossibile conoscere. Qui rientra un altro ‘mito’ di cui ho fatto parte. Quello dei tre ‘pavesini’ Lino Pertile, Anco Marzio Mutterle, Gianni Venturi, a cui si aggiungerà Marziano Guglielminetti: coloro cioè che negli anni Settanta del secolo scorso scoprirono in Pavese un grande autore europeo che principalmente andava studiato nel suo rapporto con Thomas Mann. Due di questi erano presenti al convegno per Magris: Lino Pertile ed io.

C’è una lettera che Furio Jesi mi scrive nel 1968 che definisce quello che per lui è il prototipo dell’autentico germanista:

“[…]Le sono grato per l’interesse verso il mio lavoro. L’estate scorsa ho pubblicato dall’editore Silva un saggio intitolato ‘Germania segreta. Miti nella cultura tedesca del ‘900’ (è il primo volume di una collezione che ora dirigo: ‘Miti e simboli della Germania moderna’. E qualche giorno fa è uscita da Einaudi una mia raccolta di saggi – compresi quelli pavesiani – : si intitola ‘Letteratura e mito’ […] Lei si occupa anche di germanistica? (dato l’interesse per Jung…) Mi permetto di chiederglielo perché sto cercando autori per la mia collezione presso Silva (e non vorrei dei germanisti troppo “filologi” o soltanto “filologi). Con molti cordiali saluti, suo Furio Jesi”.

Evidentemente il germanista Jesi che otterrà una cattedra in questa materia senza avere mai frequentato corsi di studio regolari propone un’idea dei germanisti – curiosamente implicando anche le mie conoscenze – “non troppo filologici”. Una esigenza che in qualche modo, a mio parere Magris ha compartecipato.

Un altro tema è posto all’attenzione dello scrittore: il mito asburgico. Ne racconto la mia esperienza personale. Nel 1962 vengo invitato ad Alpbach, sede estiva dell’Università austriaca a partecipare un convegno organizzato da Rosario Assunto e Paolo Volponi su ‘Industria e letteratura’. Il minuscolo paese aveva un solo luogo di ritrovo serale dove si poteva bere un bicchier di vino, ma i proprietari eredi della tradizione asburgica si rifiutavano di servire i discendenti degli antichi nemici italiani. E già avevo potuto vedere al di fuori delle toilettes della stazione di Monaco un cartello che recitava: “Locali proibiti ai lavoratori turchi e italiani”. Di fronte alla testarda protesta dei vinattieri austriaci intervenne un signore che fermamente li convinse a servire l’antico nemico! Divenimmo amici per la pelle. Il suo nome András Szöllösy. Scoprii che era un famoso musicista allievo di Béla Bartók e di Luigi Dallapiccola. Da allora almeno una o due volte all’anno mi recavo a Budapest dove eravamo ricevuti come fratelli da lui e da sua moglie Eva, famosa storica dell’arte nell’Accademia cinematografica ungherese. I luoghi erano ancora quelli lussuosi del mito asburgico, il Gellert, l’isola Margherita, il ristorante Hungaria: sotto le colonne dorate e berniniane di quel celeberrimo ritrovo mangiarono il pesce fogash Thomas Mann, Franz Kafka e i grandi scrittori ungheresi. Era l’immagine classica del mito asburgico rivisitata nel tempo del comunismo. Eppure il potente Szöllösy non poteva venire in Italia assieme alla moglie e alla fine, per potersi curare gli inviavo di nascosto le medicine. Un mito asburgico declassato, che sempre più dimostrava la sua falsa apparenza anche presso le sedi universitarie dove s’insegnava lingua e letteratura italiana: a Budapest o a Pesch.

Mi accorgo che la chiaccherata con Magris mi ha portato a rivisitare i miei miti. Ma questo è forse il privilegio di chi svolge questo prezioso e amatissimo (almeno da me) mestiere.

Boldini e le sue donne
Ultimi giorni per la mostra a Palazzo Diamanti

di Luca Quaiotti

Si chiuderà fra poche settimane il percorso espositivo dedicato esclusivamente a Boldini che ha catalizzato la città e un numero importante di visitatori della mostra di Palazzo dei Diamanti; ma le curatrici hanno voluto dare un messaggio in itinere per quanti ancora non avessero avuto occasione di percorrere le sale espositive dedicate al ritrattista ferrarese, che visse Parigi e la Belle Epoque, creando quei capolavori che possiamo ammirare in tutto il loro splendore.

L’abbinamento espositivo, nato dalla volontà di creare una nuova dimensione e prospettiva di visione del celebre artista, vede in scena anche gli abiti che furono ritratti insieme alle muse e modelle ispiratrici delle opere di Boldini.
Nella sala all’ultimo piano della libreria Ibs+Libraccio, giovedì scorso erano presenti la curatrice Barbara Guidi, conservatrice del Museo Boldini, esperta e studiosa dell’artista; Maria Luisa Pacelli, direttrice di Palazzo Diamanti; Virginia Hill, storica del costume e collaboratrice alla mostra; infine Antonio Mancinelli, caporedattore di Marie Claire. Anche se non in sala, era presente con un messaggio vocale Claudio Strinati, storico dell’arte, che ha proposto una disamina molto positiva sia della mostra sia del catalogo che ne è scaturito, definendolo di fatto più un libro su Boldini, che ne definisce nuovi contorni e ne irradia una rinnovata concezione artistica, forse mai vista prima d’ora.

Boldini come esponente di una sorta di “superficialità” di fine Ottocento, dove la nuova era industriale era appena alle porte, ma nella Parigi che ospitava l’artista ferrarese, procurava non poche occasioni artistiche.
Una città che ospitava il nuovo che si affacciava, era la fine di un secolo e la voglia di sperimentazione era tangibile in ogni angolo artistico, dalla letteratura all’arte drammatica fino alla trasposizione dell’arte pittorica in quello che sarà poi la nuova illustrazione.
Cercare il legame tra Boldini e la moda ha permesso di trovare le motivazioni delle sue scelte stilistiche. Sotto la “superficie” c’è molto e si vede dalla ricostruzione delle fasi della sua carriera fino alla sua forma ritrattistica più amata e virtuosa.
Leggendo la critica stupefatta dai suoi quadri si capisce che il legame con la moda, faceva discutere della pittura di Boldini: troppo chic, troppo modaiolo.

Cocente modernità nella sua pittura. Elementi di bellezza che permangono e un elemento di grande autorialità molto innestato nel suo tempo, imprescindibile dal suo tempo, anche in senso commerciale. La donna acquista un nuovo ruolo nella società al tempo di Boldini; un ruolo al quale non avrebbe mai pensato fino a quel momento. Frivolezze e giochi di ruolo in una società versata al lusso sfrenato; quale modo migliore di riprodurla su tela, se non utilizzando le sue vere protagoniste? Le donne di Boldini sono nobili, aristocratiche, nuove borghesi, che spesso diventano anche sue amanti in senso lato.
Spregiudicato nel suo essere quasi perfetto rappresentante della moderna fotografia ritrattistica, Boldini diventa una specie di icona: farsi fare un ritratto da lui significava poter anelare a nuovi strati sociali, mai pensati prima. E allora, ecco, elenchi di attesa, così come i nuovi stilisti emergenti nelle loro prime maison.

Così dal 1900 al 1914 la società femminile esplode in una fase nuova, mai vista, con la donna protagonista e non più soggiogata. La donna ora sceglie, anche come proporsi in società. Boldini diventa un trampolino di lancio, quasi un passaggio obbligato per mettersi in evidenza nella nuova Belle Epoque che avrebbe presto lasciato spazio alla società industriale e alla nuova illustrazione fotografica. Il futuro imprigiona la tradizione, ma rende più grandi coloro che sono stati così folli e spregiudicati da sfidarne i limiti fino all’ultimo momento. Boldini è ancora oggi un ispiratore di molti dei grandi nomi della moda italiana, francese e internazionale; le sue opere devono ancora offrire molto al mondo della moda che ultimamente si sta diluendo troppo in una sorta di maniacale onnipresenza priva di stile, proprio quello stile che Boldini, invece, vuole esaltare e far amare alle sue donne, al suo pubblico, a tutti noi posteri.

Stimavo Fabbri, ma la vicenda-Naomo mi ha disgustato

Da: Mario Bergamini

Caro direttore,
la “vicenda Naomo” mi ha profondamente disgustato, al punto che non so neppure se andrò a votare.
Sono allibito dinanzi all’insipienza dimostrata da un politico esperto e che stimavo come Alan Fabbri, il quale ha lasciato briglia sciolta a un soggetto che fa del male alla Lega e,a mio avviso, non ha meriti, visto che nei sondaggi la Lega ha (o aveva) le stesse percentuali delle vicine province.
Non ce l’ho con Naomo per i precedenti penali, ma per la sua condotta successiva. Intendo dire che un cittadino può anche aver subito condanne, ma quando si affaccia alla vita politica deve essere trasparente e dichiarare pubblicamente i suoi trascorsi anziché sventolare un certificato penale dal quale risulta “NULLA”, ben sapendo che quel “NULLA” è originato dal beneficio della “non menzione”, che consente a un condannato per lievi reati di poter trovare lavoro, presso i privati, senza dover mostrare le proprie macchie. Com’è noto, infatti, Naomo Lodi, se partecipasse a un pubblico concorso, dovrebbe dichiarare i suoi precedenti, sempre che il bando non richieda, come requisito, di non aver riportato condanne penali.
Lodi ha dichiarato che avrebbe potuto richiedere la riabilitazione. Premesso che tale beneficio non cancella i reati, ma fa semplicemente venir meno le conseguenze delle condanne (che restano), perché Naomo non ha chiesto alla Corte d’Appello di Bologna di essere riabilitato?
Invece di insultare i giornalisti (cui prodest?) e prendersi i rimproveri del Senatore Balboni, dovrebbe imparare che la politica seria si fa in un altro modo.
Peraltro non ho apprezzato neppure l’intervento di Alberto Balboni, che invece di fare il maestrino a fini elettorali e pensare alla carica di vice-sindaco per uno dei suoi, dovrebbe insegnare al figlio Alessandro che prima di parlare (vedi tomba del dottor Torquato Tasso) farebbe bene a documentarsi. E meno male che nei manifesti si parla di competenza!
Ciò detto, non ho apprezzato neppure il comportamento del sindaco. Se Tagliani sapeva che Lodi era un “pregiudicato” doveva dirlo fin dall’inizio a chiare lettere, spiegando anche come era venuto in possesso di tale notizia, relativa a dati sensibili protetti dalla legge sulla privacy.
Quando, anni or sono, poco prima delle elezioni amministrative di Milano, Letizia Moratti (evidentemente mal consigliata da qualche improvvisato guru) “tirò fuori” l’arresto subito da Pisapia, io non apprezzai quel gesto, che fra l’altro le portò male.
Per lo stesso motivo non merita apprezzamento il comportamento di chi, da sinistra, con fare da avvoltoio, specula sulla “vicenda Lodi” unicamente a scopo elettorale.
Insomma, fra una destra che non è all’altezza della situazione, una sinistra che sa solo speculare sulle disgrazie altrui e una pletora di pseudo-civici (in realtà schierati con il centro-destra o il centro-sinistra), penso proprio che non andrò a votare. O meglio, mi recherò al seggio ma, come mio diritto lascerò la mia scheda immacolata e vuota. Vuota come le proposte e le condotte di una classe politica locale segnata dall’inadeguatezza e dalla mediocrità.
Lo confesso: non avrei mai pensato di dover rimpiangere Roberto Soffritti e Nino Cristofori, che almeno di politica seria se ne intendevano…

Osservazioni sulla poesia dialettale: ‘Scartablar int i casit’ di Edoardo Penoncini

Il Penoncini che scrive in dialetto ferrarese, il suo vernacolo la sua lingua madre, mi pare un po’ distante dal solingo, architettonico poeta in lingua, appartato ma vicino a tutte le cose, che ho introdotto e recensito. Dove si trova questa distanza si chiederanno i lettori e me lo chiedo anch’io tanto da farne la chiave interpretativa di questo scritto. Credo stia nell’essenzialità e nell’esistenzialità. Dunque per definizione i “nostri” dialetti (io sono bolognese ma non cambia moltissimo) sono “secchi”, tronchi e, dunque, portati per natura e per struttura all’essenzialità. Il Penoncini però ci mette del suo e accentua tale innata caratteristica del vernacolo ferrarese concedendo un’asciuttezza tale da occhi che non lacrimano andando diritto al cuore delle cose con una modestia tale che si fa semplicità pura, non certo posa: «Io parlo come mi viene/ non conosco nemmeno le lingue… Mi a ciàcar còm am càpita/ an sò gnanch ill lingv». Infatti non occorre sapere le lingue pàr ciàcarar… (non era forse una bella sezione di uno splendido libro di Raffaello Baldini, grande poeta romagnolo dialettale? Penoncini ama i grandi poeti romagnoli, e giustamente aggiungerei io. As ciàmeva Ciacri cla paert che dgeva prema, ovvero: Si chiamava Ciacri quella sezione di cui dicevo prima detta in bolognese… Le chiacchiere appunto. Esattamente tutto il contrario di quello che il filosofo Heidegger intendeva per tali. Egli pensava alla dimensione della inautenticità del dominio del Sì sull’Esserci cioè sull’uomo, una dimensione della quotidianità opaca dove la “vita non vive” per citare un altro grande nome: Th. Adorno. Ove si è dominati da un linguaggio che non è nostro, quello della chiacchiera appunto. Ma qui è esattamente il contrario. È nelle chiacchiere che appare improvvisamente la vita, la sua stoffa etica ed estetica, il suo trambusto, il suo gioire, il suo passare grandi eterni temi della poesia e anche di quella del Nostro che ascolta il cuore e le sue ragioni e le sue stagioni, la sua semenza diremmo con il friulano Leonardo Zanier.
Penoncini, in questo libro davvero bello e robusto quanto sottile, coltiva la semenza, la sa gettare, in molti anni ha covato in silenzio questa sua Arte e poi è uscito allo scoperto, una volta sentito che il terreno fosse quello giusto per gettare la semenza e sul come fare a gettarla, quale codice linguistico scegliere: «…Noi abbiamo bisogno del tempo/ è come gli amici/ più ce ne sono e meglio è… Nu a gh’én biso’gn dal témp/ l’è cmè j’amigh/ più agh n’è mèj l’è…». A conferma della mia tesi vanno anche gli Haiku in dialetto ferrarese che vantano passaggi non certo secondari e sono una vera e propria novità per quanto concerne la scrittura e la produzione del poeta Penoncini. Ne propongo uno citato dall’ottimo poeta Giuseppe Ferrara che nel testo ivi recensito ha scritto una nota in specifico riferimento agli Haiku: «l’àn ch’l’è pasà/ l’à lasà int al mè cuór/ muć ad but nóv… l’anno che è passato/ ha depositato nel mio cuore/ tanti nuovi germogli». Questa scelta mi permette di introdurre l’altro grande tema della poesia di Edoardo: la sua dimensione esistenziale.
Oltre alla essenzialità si diceva infatti del tono esistenziale di queste liriche. Anche in questo caso il Penoncini in lingua non è certo estraneo a tale cifra tematica. Ma nelle liriche in dialetto il poeta si lascia come andare ad una rivalutazione del “tempo del consistere” rubo un’espressione a Gianfranco Fabbri, poeta tosco-romagnolo, del tempo del quale noi consistiamo e che è depositato nei giacimenti infiniti di “una volta”, del mondo di ieri e dell’altro ieri al quale Edoardo Penoncini attinge con sagacia ed acutezza a piene mani. Ritrovo qui una poetica quasi Morettiana delle poesie scritte col lapis, delle piccole cose di un crepuscolarismo tutto padano che non fa sorprendere che l’autore abbia vinto in passato il premio Gozzano. I campanili, il Po, il suo scorrere, i paesini che lo costellano, Ferrara nei giorni spenti quasi morti, la veglia, i camini e le stufe, la lentezza, insomma la vita e l’amore. Certo l’amore e perché no? È uno dei temi eterni della poesia e dell’esistenza e Penoncini da vero poeta non vi ci si sottrae. A tutto questo, direi questi, mondo e mondi fa da seguito il nostro tempo dell’inconsistenza della fretta della mancanza di pensiero poetante piuttosto che di pensiero irriflesso, impulsivo adatto e adattatosi alle macchine, ai cellulari sempre in connessione. Si avverte in Penoncini non la paura per tale dimensione che non gli appartiene per generazione e per cultura, ma una sofferenza per quello che l’uomo potrebbe diventare abusando di tale sistema dei social e informatico. Vale forse sempre il detto di Epitteto : “Il bene e il male non stanno nelle cose, ma nell’uso che di esse se ne fa”? Ai posteri…

Il rating del buon cittadino nuova frontiera del controllo sociale

di Nicola Pavera

Attribuire ad ogni cittadino un punteggio che ne certifica affidabilità e reputazione, e che implica benefici o svantaggi. Ad esempio: chi ha un punteggio alto avrà un canale preferenziale nei controlli, ai check-in nelle stazioni e negli aeroporti e iter di accesso semplificati ai servizi; chi ce l’ha basso, sarà sottoposto a controlli sistematici e approfonditi.
E’ questo il senso del primo esperimento sociale basato sul rating delle persone. Una sorta di teoria dell’etichettamento riadattata nell’era dei social e del digital media che dovrebbe farci porgere lo sguardo alle conseguenze negative che da ciò potrebbero derivare; effetti già studiati da Howard Becker e segnalati nello scritto “The outsider”: secondo il sociologo americano il comportamento individuale si conforma alle aspettative sociali coerentemente con l’etichetta a ciascuno assegnata.

Il criterio di premialità si basa sui comportamenti ritenuti virtuosi. Si guadagnano punti compiendo azioni virtuose nell’ambito della comunità, se ne perdono, ad esempio, litigando negli aeroporti… Fare del volontariato nel quartiere comporta l’acquisizione di punti di credito sociale. Investire il proprio tempo per gli altri, a  favore di chi ne ha bisogno, come già fanno i membri di associazione di volontariato, sarà ‘remunerato’ in punti: chi si prodiga per la comunità e segue standard di vita corretti viene premiato, o quantomeno non viene screditato.

Si prospettano interrogativi di natura etica. Studiare, capire e comprendere i motivi e le cause che potrebbero indurre le persone ad accettare questo sistema che li metterebbe in catene digitali. Non è la massima forma della burocratizzazione e del controllo? E poi, c’è davvero bisogno di valutare con un sistema di ranking le azioni individuali? La domanda che dobbiamo porci, in ordine alla psicologia delle masse e alle nuove condizioni morali indotte dal mondo digital è: come verrà reso desiderabile o quantomeno accettabile questo bisogno di una classificazione?

Pensiamo alla velocità con cui la nostra cultura – e di conseguenza i nostri valori etici – cambiano nel tempo. Un tale sistema e gli ipotetici futuri governi che lo adottassero su quali basi decideranno i canoni per la stima delle persone? Nella “repubblica” popolare cinese, popolata da oltre un 1 miliardo e 300 milioni di persone (più di un ottavo della popolazione mondiale) entro i prossimi due anni il metodo verrà applicato su tutta la popolazione. La città di Rongcheng, affacciata sul mar Giallo e popolata da ben 700 mila abitanti, dall’anno scorso l’ha già sperimentato: è stato un preludio, una prova per capire fino a che punto l’egemonia dominante può esercitare il proprio volere, spingendosi forse fino ad un punto di non ritorno.

Tutto ciò porterebbe ad attribuire all’individuo un capitale simbolico, legato dunque alla virtù comportamentale e allo status sociale che lo catapulterebbe in quanto individuo nelle logiche del mercato, in una sorta di quotazione del soggetto equiparabile a quella che si attribuisce ad un titolo in borsa, visto e considerato che i dati saranno pubblici e quindi consultabili da chiunque: grosse banche o datori di lavoro potrebbero basare su questi attributi i criteri per concedere prestiti o per assunzioni.
Sembra naturale pensare che persone delle classi sociali più agiate siano più facilitate ad aumentare il loro “capitale sociale”.
E poi, una domanda sorge spontanea, se si pensa al fatto che attualmente un problema sociale che affligge la Cina è la fallacia del computo demografico, visto che oltre 14 milioni di persone non sono denunciate nei registri anagrafici, e rimangono così nel limbo dell’anonimato. Queste persone non avranno credito sociale?

Inoltre, considerando il fatto che i crimini e i comportamenti devianti sono prodotti puramente sociali, risposte agli stimoli dati dal nostro ambiente, è evidente come chi vive situazioni di marginalità e isolamento sarà quasi escluso dall’acquisire punti, e anzi sarà più facilmente indotto a perderne, entrando in un irrimediabile circolo vizioso.
Un esempio concreto sta nella perdita di punti sociali sulla base delle regolarità dei pagamenti. Persone della classe operaia, pensionati o disoccupati potrebbero veder compromesso – e ancor peggio reso pubblico attraverso la rete il loro – prestigio sociale, con conseguenze facilmente ipotizzabili, dato che già oggi il numero dei follower e i giudizi della rete incidono significativamente sulla popolarità popolarità e la reputazione delle persone.

Il prestigio sociale di ogni singolo componente della famiglia inciderà, peraltro, sul capitale del credito sociale familiare, o ne eleverà o pregiudicherà in qualche modo lo standard e l’identità esterna. Questa prassi dell’etichettamento digitalizzato confligge poi con il diritto di privacy, e con il “diritto all’oblio”, ponendo ciascuno costantemente sotto un “grande occhio” spia. Già il nostro comune uso del telefono è radicalmente mutato rispetto a qualche anno fa e ci espone al controllo esterno. Prendiamo coscienza che attraverso quel piccolo strumento – che ci conosce meglio di noi stessi – possiamo essere ascoltati, spiati ed esposti nella nostra intimità.

In ogni caso, nella società delle etichette, i rapporti stessi delle persone sarebbero radicalmente alterati. Forse questa nostra voglia di sapere chi c’è dall’altra parte e valutarlo preventivamente ci sta portando a una qualche perversa forma perversa di voyeurismo, e la patente a punti sulla vita ne è l’ennesima manifestazione. Resta solo una domanda, ora: siamo ancora in tempo per fermare tutto ciò, sfuggendo a quel futuro distopico prefigurato dagli scritti di Orwell?

Madre

Si fa presto a dire ‘madre’, incensare e mitizzare questo ruolo, osannare la figura archetipo, simbolo e rappresentazione della vita. Soprattutto nelle ricorrenze e nella giornata a lei dedicata. Poi esiste la realtà, quella che indirizza lo sguardo verso un ampio spettro di immagine materna e accanto alla madre santificata, protettrice, solida, paziente, coraggiosa, irreprensibile, quasi mistica, riconosciamo le madri fragili, minacciose, rassegnate, degeneri, inconsapevoli, nei casi estremi omicide, che interpretano presenza o assenza nelle esistenze delle loro creature. Fotografie che si discostano completamente dal luminoso immaginario collettivo che ogni epoca storica ha elaborato su colei che dà la vita. Accanto alla madre nutrice che si prende cura dei figli fino all’abnegazione, è onesto riconoscere anche la valenza negativa della madre-matrigna, proiezione dell’abbandono e della perdita: i due archetipi estremi più incisivi dell’essere madre.
La figura della madre, comunque, resta un topos in ogni era, che proietta le caratteristiche del momento storico, ma anche esperienze individuali forti, perché raccontare la ‘Madre’ significa scavare in profondità, fino all’alba dei tempi. L’arte, in generale, ha sempre tributato un ruolo centrale alla figura della madre; la letteratura, in particolare, ha riservato pagine e pagine dedicate alla descrizione di figure materne che hanno suscitato emozioni e forti sentimenti di ammirazione, dissenso, disprezzo, amore, entusiasmo, desiderio di emulazione, disdegno, repulsione a seconda delle vicende e del profilo delle protagoniste. Madri coraggiose e decise come la vedova Cornelia, madre dei Gracchi, che si rifiuta di sposare Tolomeo VIII Evergete re d’Egitto, per consacrarsi alla cura e crescita dei propri figli; madri tristi che hanno assistito alla morte del figlio, come Andromaca, madre di Astianatte e moglie di Ettore; madri assassine come Medea, che per vendetta uccide i figli avuti da Giasone.

Memorabile resta la figura di Cecilia, nel romanzo ‘I promessi sposi’ (1840) di Manzoni, in una Milano devastata dalla peste e dal dilagare della morte. Ci siamo commossi all’immagine di quella donna, descritta di una ‘bellezza avanzata, ma non trascorsa’, che sotto il velo di un languore mortale nasconde una grande passione e maestosamente scende le scale della sua casa reggendo al collo la figlioletta morta di 9 anni, per consegnarla al convoglio dei monatti. Una madre che non ha più lacrime perché le ha versate ormai tutte e che non ha perso il desiderio di pettinare, riordinare e rivestire di bianco per l’ultima volta quel corpicino ormai senza vita. Cecilia chiede ai monatti di ripassare la sera, quando l’altra figlia ormai allo stremo, e lei, saranno morte dello stesso morbo. E di una donna singolare si parla anche nel romanzo di Verga I Malavoglia’ (1881), Maruzza detta ‘la Longa’. Una madre apprensiva che riesce a capire i problemi dei figli al solo sguardo, molto legata alla famiglia, ligia ai doveri di moglie e madre. Una donna che attinge forza dalle avversità, dopo la morte del marito, e dopo aver accettato privazioni e perdite di ogni genere, muore di colera, stroncata dal male e dal dolore per il tragico destino dei figli. E madre fino alla fine, anche se lontana dalla figlioletta illegittima Cosette, è Fantine nel romanzo di Victor Hugo I miserabili’ (1862): una donna che rappresenta l’incoscienza del primo amore, l’amore oblativo di una madre, il ruolo di vittima della morale bigotta dell’epoca. Fantine entra nel romanzo sorridente, radiosa, innamorata, con i capelli d’oro e i denti di perla; esce di scena morendo disperata per non aver potuto vedere la figlia, dopo aver fatto la serva, l’operaia in fabbrica e la prostituta, costretta a vendere denti e capelli per vestire la bambina e acquistare medicine. A lei, lo scrittore dedica molte pagine tra le più commoventi dell’intera opera.

Madre Coraggio e i suoi figli’ (1939) di Bertolt Brecht, è un’opera teatrale scritta alla vigilia della Seconda guerra mondiale, ambientata nella Guerra dei Trent’Anni che insanguinò l’Europa centrale dal 1618 al 1648. Anna Fierling, ‘Madre Coraggio’, è una vivandiera al seguito degli eserciti coinvolti nel conflitto. Non parteggia per nessuno ma il suo credo è la sopravvivenza sua e dei figli . Sfida le cannonate per vendere le sue pagnotte, spostandosi su un carro diventato la sua casa, trainato dai due figli maschi, prendendosi cura particolare della figlia muta Kattrin. I figli muoiono e la donna impara dalla vita ad essere più forte della vita stessa, emblema dell’istinto di sopravvivenza come un animale impegnato nella strenua difesa della propria tana.

Nel 1975 viene pubblicato il libro di Oriana FallaciLettera a un bambino mai nato’, un monologo drammatico effettuato da una donna senza nome e volto, una donna contemporanea priva di biografia, una donna che vive la maternità non come dovere ma come atto responsabile. Le domande che essa affronta, riguardano la legittimità e l’accettazione della nascita di un bambino in un mondo ostile, violento e disonesto. E di una madre al termine della propria esistenza parla ‘L’invenzione della madre’ di Marco Peano (2015). E’ una profonda storia d’amore tra una donna irreversibilmente malata e il figlio che non vuole sprecare nemmeno un attimo di vicinanza alla madre, conscio che niente e nessuno potrà salvarla. Un legame unico e insostituibile, che vive ormai di ricordi, compromessi con le contingenze del quotidiano; un filo che intesse una forma di amore puro e prezioso.

Madri troppo giovani, ancora troppo ‘figlie’ per fare le madri; madri troppo vecchie che vogliono procreare per sentirsi ancora giovani; madri che si arrabattano in contesti sociali difficili; madri che si dimenticano di esserlo. Ma anche madri felici e consapevoli, madri custodi dell’anima, terapeute, maestre di vita, madri adottive dal grande cuore, animi di madre che si prendono cura degli esseri viventi, chiunque essi siano, Auguri!

Razzismo, politica e giustizia al centro della riflessione nei seminari dell’Etica in pratica

L’invenzione delle razze è il titolo del seminario tenuto dal professor Guido Barbujani, genetista, scrittore e docente a Unife che inaugurerà lunedì 13 maggio alle 12,15 al polo degli Adelardi la quarta edizione dei seminari del ciclo l’Etica in pratica organizzati dal professor Sergio Gessi nell’ambito del corso di Etica della comunicazione di cui è docente al nostro ateneo.
Gli incontri hanno lo scopo di approfondire le tematiche affrontate a lezione e di offrire ulteriori stimoli, strumenti di comprensione attraverso l’analisi di casi concreti svolta con l’ausilio di professionisti il cui operare assume un pubblico rilievo.
Con Barbujani si parlerà quindi di multiculturalismo e migrazioni, il giorno successivo, martedì 14 alle 16,15, con l’europarlamentare Elly Schlein si ragionerà invece della politica come passione e servizio, nell’ambito di una riflessione riferita a etica, comunità, rappresentanza.
Infine a conclusione di questo primo ciclo primaverile di “seminari per conoscere, capire e riflettere”, lunedì 20 alle 12,15 il colonnello della Guardia di Finanza, Fulvio Bernabei, in riferimento a etica, diritto, giustizia svolgerà un intervento dal titolo: “Applicare la legge: l’angoscia dei tutori dell’ordine”, che metterà a rilievo quei casi in cui coloro che sono preposti ad applicare la legge sono tenuti a intervenire anche laddove ravvisino elementi di sostanziale ingiustizia dei quali però non possono tenere conto non essendo a loro demandato il giudizio di merito e avendo invece l’inderogabile obbligo della formale e rigorosa applicazione delle normative vigenti.
La partecipazione agli incontri è consentita non solo agli studenti ma a tutta la cittadinanza.

(clic per ingrandire l’immagine)

L’arte del turbamento tra blasfemia e moralismo

Dopo il ‘Cristo LGBT’ o ‘Cristo gay’ di Veneziano, una tela anch’essa molto discutibile che rasenta la blasfemia, esposta a Palazzo Ducale di Massa alcuni mesi fa, rappresentante un Cristo in croce con tanto di slip leopardati e un cartiglio sul palo della croce con su scritto LGBT, al posto dell’usuale INRI, pensavo di aver visto di tutto e di più e, invece, mi sbagliavo.

Apprendiamo dalla stampa che la notte scorsa a Vergato (Bo) è stata imbrattata di letame la statua del noto artista Luigi Ontani, inaugurata pochi giorni fa e posizionata davanti alla stazione dei treni. Questo terribile gesto è da condannare sempre, anche se per onestà dobbiamo aggiungere che era stata molto criticata perché ritenuta discutibile e disorientabile, soprattutto nei confronti dei bambini, e perciò a rischio di vandalismo. Che cosa rappresenta questa “orrenda statua fallica”, come è stata definita da molti osservatori? Un fauno adulto, dal grosso fallo eretto, che tiene sulle spalle un bambino alato aggrappato alle sue corna. Ai piedi un serpente, che dovrebbe rappresentare la libido che si introverte, la zampa e la coscia caprine e l’occhio degli illuminati sull’ombelico.
Bisogna ammettere che l’arte provocatoria è sempre più di moda, dove certi artisti vogliono scioccare lo spettatore e convincerlo che è lui stesso a non capire un’arte troppo spesso incomprensibile. E’ anche vero che l’artista deve essere libero di fare ciò che sente e gli detta il suo estro: noi poi, abbiamo il diritto di giudicare, perché non sta scritto da nessuna parte che gli artisti dovrebbero avere una specie di salvacondotto di incriticabilità.

Il tutto mentre in Italia si coprono le statue “ignude” durante la visita di Rohani, e oggi si vorrebbero coprire le croci nei cimiteri per non “turbare” altre religioni.

Etica, politica e stampa: considerazioni a margine della vicenda Lodi-Estense.com

La buona informazione è come l’ape: punge senza guardare in faccia a nessuno, agendo per istinto naturale. “Cane da guardia della democrazia”, come la definì John Stuart Mill, o “Quarto Potere” come la etichettò Orson Welles, a sottolinearne il ruolo di vigilanza sui tre massimi vertici istituzionali (Governo, Parlamento e Magistratura), la funzione della stampa è quella di tenere d’occhio il comportamento di coloro che la comunità designa come propri rappresentanti, delegati protempore all’esercizio delle funzioni politiche e amministrative; osservarne i comportamenti e le azioni e rendere conto di tutto alla pubblica opinione, del bene e specialmente delle nefandezze, poiché le cose positive sono logicamente promosse e sbandierate dai fautori, mentre i peccati tendono a essere negati e occultati sotto le pietre della vergogna.

La vicenda innescata in questi giorni a Ferrara dall’eccellente servizio pubblicato da Estense.com e firmato dal direttore Marco Zavagli (al quale va l’apprezzamento e la piena e affettuosa solidarietà dei colleghi di Ferraraitalia e mia personale) è in questo senso esemplare, e ha causato vivaci e scomposte reazioni.
L’articolo documenta le cinque condanne penali inflitte al candidato delle Lega, Nicola ‘Naomo’ Lodi, da lui sempre negate e sino ad ora non emerse semplicemente perché tutte hanno beneficiato della non menzione nel casellario giudiziale. Bravi i colleghi a scoprirlo e segnalarlo.

Il diretto interessato ha reagito scompostamente, definendo (secondo quanto pubblicato da Estense) “il collega ‘un verme’” e promettendogli “di aspettarlo sotto lo scalone del palazzo comunale dove davanti a migliaia di ferraresi sarà deriso”, per una sorta di pubblica gogna, dunque, di antica nefasta memoria. Lodi quindi assomma alla precedente menzogna (inaccettabile da un politico), l’aggravante dell’intimidazione.

Il candidato sindaco della Lega, Alan Fabbri, dal canto suo, rivolgendosi a Estense, replica che “agli inutili e insensati attacchi politici rivolti al segretario della Lega di Ferrara Nicola Lodi rispondiamo con un sorriso”. Ma non si tratta di “attacchi politici” quanto della segnalazione di fatti finora ignoti che il cittadino-elettore ha il diritto di conoscere soprattutto ora, al momento delle scelte, in cui va al voto per scegliere i propri delegati. E ben poco c’è da ridere, perché l’evenienza di essere rappresentati da un pluricondannato, a molti riteniamo appaia una fosca prospettiva. E Fabbri, che oggi aspira al ruolo di vertice dell’amministrazione comunale e quindi di rappresentanza della città tutta, di questa sensibilità dovrebbe tener conto. Qui non c’entra la politica, ma la moralità di chi è chiamato a rendere un pubblico servizio alla collettività.

Andrebbe inoltre considerato, con il dovuto rispetto, il ruolo della stampa e la sua insostituibile funzione: nel caso specifico le cose scritte dai colleghi sono fatti documentati e circostanziati. E non si tratta certo di faccende private, come Fabbri lascia intendere per sminuirne il rilievo, parlando di “mezzucci” e tirando in ballo la “privacy”: chi si dispone a far parte di una pubblica istituzione non può pretendere, sotto questo profilo, il rispetto normalmente dovuto a qualsiasi altro cittadino, ma deve disporsi a rendere trasparente l’attività svolta nell’ambito pubblico e nello spazio collettivo, e accettare di essere scandagliato dai riflettori, poiché liberamente si offre come pubblico rappresentante.

Triste è che ad alimentare la campagna di denigrazione web – attraverso una macchina del fango ingrassata da commenti infamanti postati sotto l’articolo di Zavagli secondo un preordinato piano – si sia prestato un giornalista, Michele Lecci, ora responsabile della comunicazione della Lega: un incarico che evidentemente gli ha fatto dimenticare i suoi primari doveri etici e professionali.

Roboante, al riguardo, è apparso anche il silenzio del presidente della locale associazione stampa, Riccardo Forni, e peggiori ancora sono risultate le sue tardive e farfugliate giustificazioni. Il fatto di essere capolista in corsa per un posto in Consiglio comunale a sostegno del candidato Alan Fabbri evidentemente condiziona la sua azione e conferma la necessità delle sue dimissioni, o quantomeno di una sua autosospensione dal ruolo di presidente che tuttora – inopportunamente – riveste. Si tratta di una elementare forma di rispetto nei confronti dei colleghi che già da tempo avrebbe dovuto attuare. Ma qui, in tanti, sembrano avere perso la testa e il senso della misura. Oltre che quello della decenza. E nulla più può esser dato per scontato.

Presentazione “Istanti”

Da: Organizzatori
“Istanti”, il nuovo libro di poesie e racconti brevi di Franco Stefani, verrà presentato sabato 11 maggio alle 18 a Cento, alla Galleria d’arte moderna “Aroldo Bonzagni”. Con l’autore dialoghera l’attore Saverio Mazzoni che leggerà alcuni testi del libro. L’incontro é patrocinato dal Comune di Cento.

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

Le pagine della vendetta

Il desiderio di vendetta prospera attorno a noi e trova la sua nefasta realizzazione, il suo tragico epilogo, nei fatti di cui leggiamo ormai quotidianamente. La sua presenza, come gramigna infestante, segnala uno scollamento tra senso di giustizia e senso di legalità, facendo perdere i riferimenti a valori certi, a comportamenti ragionevoli e civilmente ammissibili, a una gestione dell’impulso di rivalsa e al senso di impotenza, che spesso l’accompagnano e che conducono a uno sbocco finale potenzialmente distruttivo.
Il desiderio di vendetta è un’emozione che appartiene ai nostri impulsi più elementari e scatta ogni volta che ci sentiamo vittime di ingiustizia, inducendoci a fantasie più o meno elaborate sul modus operandi da adottare e sui possibili effetti. Se da un lato coltivare fantasie di vendetta aiuta a ‘riparare’ e compensare interiormente il senso di giustizia, creando uno spazio di sospensione tra reazione abnorme e impotenza, due eccessi frustranti e pericolosi, dall’altro può alimentare irrazionalità, aggressività, e agire insano, se non governato. Andare oltre il rancore diventa un’elaborazione sempre più difficile, perché significa riconoscere il danno subìto in tutta la sua portata e sospendere ogni azione pur senza privarsi del biasimo, trasformando la concretezza di azioni irreparabili di cui potremmo pentirci, in una visione superiore, più intelligente, al di sopra delle miserie dell’esistenza. E per questo, dobbiamo fare i conti con il narcisismo diffuso, un’affettività che nella nostra epoca si presenta fragile, equilibri relazionali tutt’altro che solidi, assenza di fiducia e considerazione dell’’altro’, superficialità, incapacità di tollerare pesi e sofferenze che vengono risolti d’impulso, sbrigativamente, con drammatici effetti.

Nelle società arcaiche più primitive era la ‘legge del taglione‘ il meccanismo regolatore della convivenza sociale; oggi conveniamo che la vendetta sommaria non rappresenta mai la soluzione migliore per dirimere torti e ingiustizie e lo Stato di diritto ha sostituito iniziative personali arbitrarie. Rimurginare e dare vita alla rabbia e alle emozioni negative può cronicizzare un livello di stress tale da mettere in serio pericolo l’incolumità fisica e psicologica, in una spirale di violenza senza fine (si pensi alle faide fra band criminali, ma anche all’escalation della conflittualità in molti casi di divorzio, separazione, tensioni nella coppia e nel vivere sociale quotidiano).

La vendetta è il sentimento meschino che nutre abbondantemente anche la letteratura, perché non si finisce mai di sondare l’animo umano, scandagliare emozioni e sentimenti, scrivere di quegli aspetti oscuri che altrimenti verrebbero tenuti nascosti, riflettere sulle luci ed ombre che ci appartengono, in ogni epoca e in ogni luogo. Dante Alighieri catapulta nell’Inferno tutti i suoi nemici personali tra i quali Bonifacio VIII, ancora vivente all’epoca della stesura, al quale preconizza l’Inferno, secondo la pena destinata ai simoniaci: conficcato a testa in giù in un foro. C’è anche l’avversario politico Farinata degli Uberti, che appare con le fattezze di una statua, di cui Dante però riconosce la grandezza. Una sorta di giustizia personale che dipende dal ‘verdetto’ che ognuno di noi, giudice implacabile, emette su azioni e comportamenti degli altri nei nostri stessi confronti e crea un contesto in cui la “vittima” diventa giudice e aguzzino. Nella mitologia nordica, la ‘dea’ vendicatrice è personificata da Crimilde, principessa dei Burgundi che, per vendicare la morte dell’amato Sigfrido, sposa Attila re degli Unni e fa sterminare il proprio popolo ottenendo, secondo profezia del mago Hugen, anche il tesoro del Reno. Vendette risarcitorie, vendette d’onore, vendette avide di giustizia mosse dall’ambizione, dall’empietà, dal dolore. Le vicende de ‘Il conte di Montecristo’ di Alexandre Dumas padre (1844), la storia del diciannovenne marinaio Edmond Dantés, il sedicente Conte di Montecristo, sono ispirate a una vicenda realmente accaduta nella Francia napoleonica. L’elemento della vendetta percorre tutto il romanzo e fa da sfondo alla condanna del giovane, imprigionato al castello d’If, prigione di Stato, su un’isoletta al largo di Marsiglia. Lo accompagna nei 14 anni di detenzione, nelle sue ricerche di informazioni, nei colpi di scena avventurosi e, alla fine, nella realizzazione di quei disegni di riabilitazione e rivalsa che lo avevano sostenuto nella disperazione. La vendetta si concretizzerà nell’eliminazione sistematica dei nemici, di tutti coloro che hanno avuto parte nella sua epopea. E di profondo risentimento che chiede rivalsa parla anche il romanzo di Emile Zola del 1867, ’Teresa Raquin’, dove la vendetta arriva inaspettata, all’improvviso, come nemesi fatale che rimescola le carte della vita. Teresa e il marito Lorenzo, avvertono sempre più pressante il peso dell’omicidio di Camillo, cugino e primo marito della donna, ordito dalla coppia. Dopo aver sfruttato l’anziana zia per anni, giungono all’omicidio-suicidio lasciando soddisfatta l’ormai invalida, finalmente libera dal sentimento di odio covato da tanto. ‘I cani là fuori’ di Gianni Tetti (2011), è una raccolta di storie di cinismo e crudele vendetta, non importa se commissionata, eseguita d’impulso o giunta dopo anni. Una ragazza che sconta gli errori di due famiglie, un padre violento trovato morto in un cassonetto, un malavitoso a cui viene commissionato ‘un lavoretto’, un bambino che decide di ‘sparire’ e altri individui, animano i racconti, mettendo in luce uno dei lati più sinistri dell’esistenza umana: il farsi giustizia da sé. Istinti, vite e pensieri borderline di persone che non posseggono una reale coscienza, o forse ne hanno troppa. “Un cecchino si apposta, sistema l’arma, guarda tutto il tempo nel mirino, e non si muove finchè non gli dicono di muoversi, o finchè il bersaglio non esce allo scoperto. Allora spari, e speri di tornare a casa il prima possibile”. Sogni infranti e incubi ricorrenti che esplodono negli istinti primordiali, uscendo dai meandri più reconditi della mente; anime deviate che si risolvono nella stessa violenza malata di cui sono involontariamente state oggetto, scambiando continuamente i ruoli di vittima-carnefice. ‘Il viaggio della vendetta’ di Rosemary Rogers (2011), una delle regine del romance epico, è ambientato tra America e Inghilterra tra il 1810 e il 1819. E’ la storia della giovane Celia Sinclair, che approda a Londra dall’America, animata da un forte desiderio di vendetta per la morte della madre, la cui rovina è da attribuire al visconte di Northington, colui che le ha distrutto la vita. Un continuo alternarsi di sensi di colpa, relazioni laceranti, rabbia, sospetto, che confluiscono in un’unica tematica: la volontà di arrivare a farsi giustizia.

Possiamo dare alla vendetta tutti i connotati che vogliamo definendola, con Oriana Fallaci, volgare come il rancore, oppure assimilabile all’impotenza, come ebbe a dire George Orwell. Francis Bacon scriveva che, nel vendicarsi, un uomo è soltanto pari al suo nemico e Alda Merini sosteneva che la miglior vendetta è la felicità, che fa impazzire il nemico. Resta il fatto che la vendetta è una pulsione orribile, un gesto estremo anche quando è sostenuta dalle ragioni, che trova forma e terreno in un mondo duro, smarrito, che non sa dare spesso risposte. Riappacificare, empatizzare e, se possiamo, ‘perdonare’ nel senso laico del termine, prendendo le distanze dagli eventi scatenanti, potrebbe dare un valido supporto alla gestione delle emozioni per ripristinare relazioni ed equilibri sani.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Tutti presenti e assenti

Da sempre la città è il luogo dei pensieri. Perché la città è vicinanza, è prossimità, e i pensieri per nascere ed essere condivisi di questo hanno necessità. La nascita delle università nei centri urbani questo prometteva e questo ha permesso.
La grandezza di una città è sempre venuta dalla cultura e dall’intelligenza della sua gente. Era così ai tempi della Firenze di Brunelleschi, Donatello e Masaccio, come per la Ferrara di Francesco del Cossa, Cosmè Tura e Ercole de Roberti.
Così è ancora oggi, con l’innovazione tecnologica che ha accresciuto i benefici di un sapere migliore se prodotto da persone che stanno in prossimità di altre persone.
Ci sono città come Detroit, come Chicago e come altre ancora nel mondo che nell’era post-industriale non potevano più essere quelle di prima e si sono reinventate. Per questo le città hanno bisogno di pensieri.
La forza che si ricava dalla collaborazione tra gli individui è la principale ragione per cui esistono le città.
A salvarci non potrà che essere la qualità delle persone, in particolare la qualità del capitale umano. A crescere il capitale umano sono le città, ma bisogna che se ne occupino.
Occorre convincersi che la conoscenza diffusa è il primo ingrediente di cui abbiamo bisogno. E non si tratta solo della conoscenza che si apprende sui banchi di scuola e nelle aule universitarie. Neppure di quella episodicamente attinta ai musei, alle mostre e agli eventi.
La conoscenza che consente di essere se stessi, di migliorarsi, di apprendere a pensare e a capire, a produrre idee ed opinioni, a scegliere e criticare, a sperimentare ed inventare. La conoscenza che è dialogo e confronto, ragionamento e approfondimento, che è anche somma di competenze antiche e nuove da recuperare.
La conoscenza attiva che consente di partecipare della propria contemporaneità, da competenti, senza dover subire i bagni invasivi dell’informazione.
Occorrono politiche della città che stimolino il pensare e favoriscano ogni occasione di circolazione del sapere. Che diano visibilità attraverso l’informazione, col metterle in rete, a tutte le opportunità di apprendimento che la città offre, evitando che si disperdano nell’aria come monadi in esilio.
Occorre tenere aperte le scuole sempre, alla sera come nei giorni di festa, affinché divengano luoghi di iniziative di apprendimento continuo, di opportunità per tutta la popolazione per recuperare e accrescere i propri saperi, ma anche luoghi di convivialità e di familiarizzazione. Bisogna dare vitalità, progettualità, forza propositiva al Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, evitando che si trasformi in un ghetto di recuperi e integrazioni, ma divenga un luogo famigliare per tutti e per tutti i bisogni formativi, un luogo di offerte e di orientamento, un luogo di iniziative diffuse con cui contaminare la città.
Fare della cura dei saperi e degli apprendimenti della popolazione dai più piccoli ai più grandi uno degli impegni centrali dell’amministrazione comunale, una festa cittadina, perché il diritto al sapere è un diritto universale che non si interrompe mai, che accompagna tutta la vita, per questo, appunto, si chiama educazione permanente.
È la rete delle “città che apprendono”, il “Global network”, la rete internazionale delle “Learning cities” che dal 2015 l’Unesco ha promosso, tesa a valorizzare le esperienze di formazione diffusa e continua, anche attraverso l’uso delle moderne tecnologie, nelle città. Il ‘Learning City Award’ è il riconoscimento dell’Unesco che incoraggia e premia i progressi compiuti dalle “città che apprendono” in tutto il mondo.
Sono 205 le città che aderiscono alla rete mondiale promossa dall’Unesco. L’Italia non c’è, fatta eccezione per Torino e Fermo. Non a caso l’analfabetismo funzionale colpisce il settanta per cento della nostra popolazione adulta.
Sono anni che da queste pagine chiediamo che la nostra città, città del Rinascimento, per questo patrimonio dell’Unesco, aderisca alla rete globale delle “città che apprendono” e che l’amministrazione cittadina ne faccia propri gli impegni. Chiunque apre le pagine web del nostro giornale s’imbatte nel manifesto ‘Ferrara Città della Conoscenza‘.
Eppure la distrazione, o l’impreparazione, di chi ci governa e di chi si candida a governarci continua ad essere preoccupante, come se tutti fossero presenti ma assenti. Assente è anche la nostra università, che pure ha aderito alla rete europea delle Unitown, ma non si fa promotrice, a partire dal suo dipartimento di Scienze dell’Educazione e della Formazione, dell’adesione al ‘Global network of learning cities’.
Apprendimento e conoscenza sono le vere sfide che ognuno di noi ha di fronte e, con noi, soprattutto le giovani generazioni. Questo è un impegno che non può essere più sottovalutato e, quindi, mancato.
Pensare che infrastrutture, turismo, imprese vengano prima a prescindere dall’acquisto continuo dei saperi e dalla loro diffusione è una grande illusione e non può che promettere alla città un futuro sempre più povero umanamente ed economicamente.

Un mondo sempre più vecchio e sempre più iniquo

Il mondo invecchia. A dircelo è l’Institute for Health Metrics and Evaluation di Bill e Melinda Gates con un grafico che mostra l’età media nel 2017.

Nei primi posti dell’invecchiamento ci sono la maggior parte dei Paesi europei, quattro dei quali nei primi cinque

Posizione Nazione Età media Regione
1 Giappone 47 anni Asia
2 Germania 45 anni Europa
2 Italia 45 anni Europa
3 Grecia 44 anni Europa
3 Bulgaria 44 anni Europa
3 Portogallo 44 anni Europa

Seguono con un’età media di 43 anni: Austria, Croazia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Spagna e, unico Paese non europeo, Bermuda.

La classifica non tiene conto dei paesi estremamente piccoli come il principato di Monaco che, se considerato, diventerebbe il Paese più vecchio in assoluto con una età media di 53 anni.

L’Africa, invece, è il continente che ha i paesi con l’età media più bassa, due addirittura si fermano a quattordici anni mentre ben altri 7 paesi si devono “accontentare” di occupare la seconda posizione con sedici anni di età media.

Posizione Nazione Età media Regione
1 Chad 14 anni Africa
1 Niger 14 anni Africa
2 Afghanistan 16 anni Asia
2 Angola 16 anni Africa
2 Burkina Faso 16 anni Africa
2 Mali 16 anni Africa
2 Somalia 16 anni Africa
2 Sudan del Sud 16 anni Africa
2 Uganda 16 anni Africa

Unico paese non africano in questa classifica è l’Afghanistan, il cui primato probabilmente è dovuto alle devastazione della lunga guerra ancora in corso.

Seguono altri paesi con un’età media di 17 anni: Benin, Burundi, Etiopia, Madagascar, Malawi, Nigeria, Tanzania, Zambia, Yemen e Timor-est. Anche qui tutti africani fuorché gli ultimi due.

Secondo alcune proiezioni dell’Onu che arrivano fino al 2060 si prevede che l’età media in alcuni paesi europei arriverà addirittura ai 50 anni, in particolare in Spagna, Italia, Portogallo e Grecia, e successivamente Germania, Polonia, Bosnia e Croazia.

Tutti i paesi nord-americani supereranno i 40 anni di età media (Canada 45 anni e Messico 44 mentre gli Usa si manterranno mediamente più giovani a quota 42 anni). Più vecchi al Centro e Sud America dove il Brasile raggiungerà i 47 anni di età media.

L’invecchiamento procede di pari passo con l’aumento della popolazione. “Prevediamo ancora che per il 2050 la popolazione raggiungerà i 9,1 miliardi” ha dichiarato Hania Zlotnik, direttore della Divisione Popolazione del Dipartimento degli Affari Economici e Sociali (Desa), presentando quest’anno la Revisione 2008 del ‘Word Population Prospects’. Secondo il documento nove paesi contribuiranno per metà all’incremento mondiale nel periodo compreso tra il 2010 e il 2050: India, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Stati Uniti, Repubblica Democratica del Congo (Drc), Tanzania, Cina e Bangladesh.

E’ importante notare che la popolazione dei paesi in via di sviluppo passerà dai 5,6 miliardi del 2009 ai 7,9 miliardi nel 2050, mentre la popolazione delle regioni più sviluppate non cambierà di molto, passando da 1,23 a 1,28 miliardi.

Dovrebbe spaventarci di più la crescita della popolazione oppure il suo invecchiamento? Dipenderà tutto probabilmente dal tipo di sviluppo.

John Maynard Keynes spiegava nel 1936, quando usciva la ‘Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta’, che il capitalismo aveva due grossi difetti. Il primo era quello di non essere in grado di garantire tassi di disoccupazione sufficientemente bassi, il secondo che provocava una ripartizione della ricchezza arbitraria e priva di equità. Creava cioè disuguaglianza.

Oggi che il capitalismo è diventato finanziario e ha mostrato la sua parte peggiore, possiamo apprezzare la sua analisi in tutta la sua attualità, infatti, secondo il World Inequality Report  2018 presentato a Parigi alla metà di dicembre scorso, “A livello mondiale, tra il 1980 e il 2016 l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale ha intascato il doppio della crescita economica rispetto al 50 per cento più povero”, ha spiegato l’economista Lucas Chancel, principale coordinatore del rapporto.

Questo grafico mostra come la mancanza di equità nella distribuzione della ricchezza vari significativamente da regione a regione. Nel 2016, la porzione di reddito nazionale intascato dal 10 per cento più ricco è stata del 37 per cento in Europa, del 41 in Cina, del 46 in Russia, del 47 in America del Nord e attorno al 55 per cento nell’Africa subsahariana, in Brasile e in India. Fino a toccare la punta massima nei paesi del Medio Oriente, con il 61 per cento.

Uno sviluppo basato sull’accumulazione finanziaria perpetrato da una piccola parte della popolazione mondiale che detta le condizioni e impone le soluzioni, creerebbe un mondo di tensioni e una moltitudine di persone costretta a elemosinare pane e lavoro. Laddove la moneta continuasse ad essere un bene da tesaurizzare, i debiti un male da punire e la concorrenza il motore della crescita sappiamo fin da ora che sarebbe impossibile fornire un minimo di previdenza sociale, sanità o pensioni. L’unico futuro possibile allora sarebbe quello di un mondo di anziani super potenti con libero accesso a tutte le risorse, mentre il resto della popolazione giovane lavorerebbe per fornirle.

Altra soluzione, auspicabile, sarebbe la fine di questo tipo di capitalismo in favore di uno sviluppo equo e solidale nei confronti dei più deboli, di noi stessi e della natura che ci ospita. Basato sulla tecnologia che è già in grado di assicurare il necessario a tutti con il minimo sforzo e ancora di più ne sarà capace domani. Un’ipotesi del genere dovrebbe necessariamente prevedere la fine dell’accumulo finanziario, dello sfruttamento delle risorse umane e naturali e una netta separazione tra finanza e beni reali, i quali andrebbero equamente distribuiti.

DIARIO IN PUBBLICO
Il mio 25 aprile 1945

Cosa può testimoniare chi il 25 aprile 1945 aveva esattamente 7 anni e 44 giorni?
Eppure da quella data comincia la consapevolezza, una consapevolezza che diventa storia della mia vita e delle mie scelte etiche, culturali, politiche.

In breve. Mio nonno materno, munito di una scolarizzazione che si è fermata alla terza elementare, dalla natia Porotto si reca in città a far fortuna. Nel frattempo mette al mondo sette figli, ultima mia madre, la più bella, che si avviano a diversi destini e scelte: uno militare, l’altro pezzo grosso del fascismo locale, il terzo soccombe negli scontri del 1924 tra fascisti e sinistra. Questo zio rimane ucciso e alla sua memoria il nonno innalza un tempio funebre alla Certosa dove ai lati del timpano sono scolpiti due enormi fasci. Qui, da allora, ogni domenica il nonno si recava portandoci con lui e raccontandoci all’andata la storia della ‘Divina Commedia’ come un semi-analfabeta poteva recepirla, mentre la nonna si chiude in casa e non fa più nulla: legge solo. Di tutto. Nel bombardamento di Ferrara del 1943 il nonno perde il suo patrimonio edile; perfino la bellissima casa natale verrà alienata. Ci ritiriamo in una piccola casa in via Saraceno, a pochi passi dalla via dei Sabbioni e dall’ex ghetto ebraico. La mamma, abbandonata dal marito, diventa ‘la tabacara dal Liston’, ovvero vende sigarette in un negozietto costruito allora sul Listone, la lunga striscia di terreno che costeggia il lato lungo della Cattedrale. L’esperienza della guerra è stata terribile: vivevamo in due stanze in cinque in una bellissima villa – la Villa delle Statue – a pochi chilometri dalla città. Nella stalla erano radunate le armi e gli esplosivi dei tedeschi che per impedire ai bambini di avvicinarsi distribuivano caramelle amare come il fiele. L’unica consolazione fu ammaestrare un tacchino tenuto al guinzaglio che inevitabilmente nella Pasqua del 1944 è finito sul tavolo.

La mattina del 25 aprile il nonno ci prende per mano, mentre trascino faticosamente il mio cane di legno snodato mio fratello fa i rumori di un auto in corsa. Arriviamo al cimitero. Il nonno prende una lunga scala e furiosamente scalpella dal timpano i fasci che vi erano scolpiti; poi, rivolgendosi a mio fratello che come secondo nome porta quello dello zio ucciso, gli impone di rispondere solo quando lo si chiamerà col suo primo nome: Umberto. Torniamo di fretta a casa. Dopo un poco cominciano a passare gli alleati tra gli applausi della folla e io eccitatissimo frugo nell’armadio della mamma: trovo un foulard e mi metto a sventolare. Due sonori schiaffi e la cacciata in bagno segnano il mio entusiasmo. Perché? Mi domando. Solo dopo anni l’ho saputo. Il foulard era di un rosso acceso! Frattanto in casa la parola fascista è abolita. Si parla solo di monarchia e di democrazia cristiana. Mi piaceva sentirmi monarchico. Una specie di nobiltà farlocca. Nel frattempo mio fratello è a scuola con Guido Fink. Diventiamo amici – e mai avrei pensato che sarei diventato suo collega a Firenze – mentre pian piano si snodano i piccoli avvenimenti quotidiani. La razione di legna da portare a scuola per scaldarci, le stoffe Unra, il difficile compito che mi era affidato (l’età dell’innocenza): andare dal panettiere a chiedere di segnare il conto che avremmo pagato a fine mese. Frattanto vengo praticamente adottato da amici carissimi e facoltosi che diverranno i miei nonni adottivi. E pian piano questa famiglia piccolissimo borghese che si lavava il sabato nel mastello comune in cucina comincia a rivelare il suo destino. Gian Antonio, il genietto, è destinato alle lettere, ma comunque la mia scelta è la lettura! Lo zio amico dei federali ferraresi ritorna dall’esilio sardo, gestirà la tabaccheria.

La moglie erede di una dinastia di grandi vinai trasferita in Canada se ne va. Si scoprirà che era una spia inglese. Sposerà due miliardari uno dopo l’altro. Torna lo zio militare dall’India e ci prende sotto la sua protezione. Niente politica, solo dovere e dovere di essere bravi figlioli. Mio fratello tenta invano di entrare in accademia militare. Non può perché figlio di separati. Leggo, leggo sempre di più, assistito da un vero maestro: Claudio Varese. Ma rimango monarchico e mi commuovo sul re di maggio… e sul destino di Sciaboletta. Poi l’Università e l’incontro con l’altro grande maestro: Walter Binni. Al primo colloquio mi domanda subito: ‘Come la pensa politicamente?’ Non ho esitazione. Monarchico rispondo. Nel pomeriggio ricevo una telefonata da Claudio Varese che mi domanda se ero impazzito, riferendomi lo sdegno di Binni. E da allora angosciato di aver deluso un tale studioso, uomo della Costituente, mi metto a riflettere ‘politicamente’; finché ho trovato la mia via: quella di sinistra.
Mentre rivedo ‘Roma città aperta’ per l’ennesima volta mi domando angosciato: sarà vero che cambieremo così totalmente? Che l’anima populista e sovranista vincerà?

Si snoda il tempo. Nel mio campo ricevo fiducia e forse consenso; poi la politica s’impone e si scontra col mio spirito libero e vengo, come a 7 anni, trascinato per mano per demolire ciò che non vorrei fare. Ho dato tanto a questa città,’Ferara’, forse troppo, per amore di un luogo, di una patria che mio padre mi aveva negato. Ora aspetto la fine del corridoio della vita nel Centro Studi bassaniani o nella Bassano di Canova. Ma è giunto il momento (un carissimo amico mi dice che si tratta di rivendicare la competenza) di alzare la voce. Riconoscere gli errori. Ammetterli e tentare di ricostruire ciò che noi stessi abbiamo purtroppo dimenticato. La liberazione. La liberazione di qualsiasi accostamento con tutto ciò che si chiama e si chiamerà fascismo.

Siamo stati una famiglia dove il fascismo era una condizione ‘naturale’. Ora è con orgoglio che ricordo come lo zio militare è stato insignito della medaglia d’oro e pure la zia ‘Leia’ (così pronunciavamo il nome della zia maestra che ci portava al mare) anch’ella medaglia d’oro. E tutto questo perché del fascismo ci siamo liberati.

Poesia per un giorno di libertà

Un prato folto di margherite
e di gialli fiori di tarassaco
che il sole fa più brillanti ancora
è la vacanza che ti posso offrire.
Non la rifiutare, tu che giri il mondo
e torni avendo scordato tutte
le estreme emozioni. T’invito
ad essere profonda, a ripensare
al fiore che ricresce ad ogni stagione
e rende questa vita meno grigia.
Còricati, distendi il tuo corpo
su questo lembo dell’universo,
dimentica la finitezza del tuo essere,
riannodati alle radici, imbeviti di luce.

(25 aprile 2019)

LA FOTONOTIZIA
Buon 25 aprile!

Anche a Ferrara il 25 aprile, la Festa della Liberazione, è stata un’occasione per ritrovarsi insieme, faccia a faccia, i momenti nei quali, dopo anni di dittatura e di guerra, il nostro Paese è tornato ad essere libero e democratico: un passaggio sancito definitivamente poi dal referendum del 1946 e dalla elaborazione e approvazione della nostra bellissima e ancora più che attuale Carta Costituzionale.
Attuale, perché non ancora attuata fino in fondo, perché sancisce valori che non possiamo far ‘passare di moda’, perché per costruire un futuro di speranza, bisogna andare con la memoria a quegli anni in cui si è usciti finalmente da anni di paure e sospetti.

Il nostro Valerio Pazzi ha seguito ‘LiberAzione’, lo spettacolo teatrale che è ormai appuntamento consueto del 25 aprile ferrarese, e il concerto che è seguito, con la partecipazione del Coro delle mondine di Porporana Yoruba.

Clicca sulle immagini per ingrandirle.

Fascismo è il contrario di libertà: Resistenza per un mondo senza oppressi né oppressori

di Cristiano Mazzoni

Ha ragione signor Ministro, lei col 25 aprile non c’entra niente. Noi il 25 aprile del 1945 abbiamo vinto, abbiamo abbattuta la dittatura nazi-fascista, lei signor ministro ha perso. Giusto, vada a festeggiare la più bella festa dell’anno a Corleone o a Cinisi. Le ricordo però che “Cosa Nostra”, odiava realmente solo un partito, il mio, non il suo. La mafia dalle origini pasteggia con lo Stato, e coi padroni del vapore, il prefetto Mori inviato da Mussolini, ottenne in realtà dei risultati, che sparirono appena il prefetto lasciò l’isola, e “l’onorata società” aderì in blocco al fascismo.
Quindi, signor ministro lei fa assolutamente bene a non festeggiare, l’antifascismo, non è roba per lei. I nostro nonni combatterono e morirono in montagna e nelle valli, nelle città, nei paesi e nei borghi, i nostri padri fronteggiarono la Celere di Scelba, rivisitazione post fascista del sopruso e della violenza dopo la guerra, noi siamo i discendenti di quei combattenti, di quei giovani che credettero in un mondo migliore, quello stesso mondo che lei ora divide per razze e racchiude entro muri.
La Costituzione repubblicana è figlia di quel 25 Aprile, lo sviluppo, le lotte sindacali, i diritti comuni, la libertà, rinacquero quel giorno.
In Italia per vent’anni – lunghi e bui anni – la dittatura con l’arma del ricatto e della violenza, pasteggiò con le anime dei morti in guerra, dei morti a causa delle leggi razziali, dei morti fucilati, o picchiati in seguito alle scorribande delle camice nere.
E no, non fece anche del buono signor ministro, legga meglio, si informi, Inps, Inail, pensioni, diritto di voto iniziarono prima il loro percorso e lo finirono dopo la guerra, sempre grazie a noi.
Certo, infrastrutture e bonifiche vennero fatte, ma nello spirito di una finta autoreferenzialità, per dimostrare quanto la dittatura fosse potente.
I morti, signor ministro non furono tutti uguali, durante la guerra civile, da una parte i patrioti, dall’altra quelli che vendettero l’Italia allo straniero, che la condussero in guerra, che causarono centinaia di migliaia di morti, altroché qualche migliaia “per sedersi al tavolo delle trattative”.
Il revisionismo oramai ha contagiato l’intero Paese e lei signor ministro ne è l’espressione massima.
Fascismo, non è il contrario di comunismo, è il contrario di libertà
E poi smettetela di affiancare una teologia del sopruso e della forza, quale fu il fascismo ed il conseguente nazismo, con l’ideale che Marx teorizzò nel Manifesto e nel Capitale.
Libertà contro oppressione, finitela di tirare in ballo Stalin e Pol Pot, i dittatori sono tutti uguali, le idee e le ideologie no. Le brigate Garibaldi, le brigate di Giustizia e Libertà, le Brigate Bianche, liberarono l’Italia spargendo il loro sangue giovane sulle baionette degli oppressori, non era un derby, signor ministro.
Per me l’unico derby è quello col Bologna, la liberazione d’Italia fu la speranza di un popolo oppresso che spezzò a forza le proprie catene, come è possibile dimenticarlo?
Il mio cuore il 25 Aprile sarà ovunque un fiore rosso indichi il luogo del martirio di un partigiano, perché la Resistenza per noi non è un semplice esercizio della memoria, ma un punto di arrivo, nella infinita ricerca di un mondo migliore, senza oppressi e né oppressori.
E lei signor ministro, fa bene a non festeggiare la nostra festa, si mangi un buon piatto di bucatini, perché lei con gli ideali della resistenza, davvero, non c’entra nulla. Ora e sempre, resistenza.

BORDO PAGINA – Franco Cardini
“Noi schiavi della ‘ruota dei dannati’: produzione-consumo-profitto”

Cardini, la sua produzione/ricerca è da sempre politicamente scorretta: per fortuna nessuno discute la sua autorevolezza, tuttavia spicca anche certo andazzo, spesso è bollato di pensiero reazionario, ci pare per questioni meramente ideologiche… Perché in Italia l’Ideologia è come una “religione”e subordina la Cultura?
Di solito a sinistra mi bollano come reazionario, se non come fascista (termine ormai divenuto incomprensibile dato il suo ingiustificato abuso); a destra mi danno del comunista e/o del filoislamico. A chiunque mi chieda se io sia l’una o l’altra cosa, io rispondo di solito “faccia lei”. A giudicare dalla Sua domanda, Lei si riferisce evidentemente a critiche “da sinistra”: se non altro la sinistra, pateticamente, polemizza ancora su cose che essa definisce “cultura”. Mi pare commovente.

Cardini, Lei ha liberato il cosiddetto Medioevo da secoli bui di pensiero unico Illuminista e da certi stereotipi: tuttavia non è ancora pensiero comune o intellettuale. Orwell il suo famoso libro l’ha in realtà scritto nel 1384?
Orwell il suo libro lo ha scritto esattamente quando doveva scriverlo, solo che è partito da un’intuizione geniale ma sbagliata di 180 gradi. Il futuro totalitario ch’egli immagina è tale in termini che sono fantanazisti o fantastalinisti; come avrebbe mai potuto immaginare, ai suoi tempi, un totalitarismo liberal-liberista, una tirannia fondata sul “pensiero unico” e sul politically correct? Ciò rischia di superare ancor oggi, perfino oggi mentre ci stiamo in mezzo,qualunque immaginazione.

Cardini, il “futuro anteriore” a spirale.. e non “lineare” che Lei ha scoperto (certo cosiddetto Medio Evo precursore proprio del Rinascimento e della cosiddetta modernità- ma anche certo Islam e/o pensiero arabo- Avicenna ecc… ben diversi da certa realtà e/o percezione contemporanea) nella sostanza (succintamente) non rigenera anche il “modernismo” contemporaneo dopo certa tabula rasa di certo Grande Passato del “postilluminismo”, liberandolo dalle sue contingenze e fanatismi “storici”.
Nel “futuro anteriore” a spirale c’è un elemento incontrollabile: la variante “imponderabile”, come diceva Pareto; o lo Ezba Elohim, il “dito di Dio”, come nella Bibbia dicono i sacerdoti-maghi al Faraone dopo il prodigio della verga di Mosè mutata in serpente.

Cardini, un breve sguardo sul futuro, come “capta” l’anno… 2100?
Anzitutto, con realistica malinconia, come un orizzonte che non potrò vedere: e me ne dispiace, perché credo sarebbe interessante. Diciamo comunque che “capto” il futuro in modo analogo a come lo “captano” Chomsky, Latouche e Stiglitz: o ci liberiamo dalla “ruota dei dannati” produzione-consumo-profitto che tra XVI e XX secolo ha spinto l’Occidente ad asservire la terra ai suoi progetti di arricchimento e di progresso tecnologico-scientifico illimitato, se non recuperiamo la cultura del limite e il senso del limite, al XXII secolo non ci arriveremo o ci arriveranno in pochissimi, come miserabili superstiti di una qualche catastrofe (è umanamente considerabile come verosimile che la terra rigurgiti di testate nucleari e nessuno le usi mai, o mai accada un errore di gestione, un banale incidente?); dopo di che tutto potrebbe ricominciare da capo per alcuni altri millenni, non so… Ma non è detto: l’uomo propone, poi Dio dispone: e allora, quando ci sentiamo forti, sicuri, inarrestabili, arrivano sempre gli unni, o i mongoli, o la Peste Nera.

Link:
https://www.francocardini.it/
https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Cardini

Per non rimpiangere il patrimonio dell’umanità

1666 non è un richiamo ad un personaggio satanico, ma è l’anno in cui il Grande Incendio sconvolse l’architettura e la topografia di Londra determinando la fine anche della grande peste. Da ieri Parigi deve rimpiangere la perdita di Notre-Dame. Mentre sto scrivendo, il personale del Museo Nazionale del Brasile di Rio de Janeiro sta passando in rassegna i resti recuperati dall’incendio avvenuto il 2 Settembre 2018. Alcuni di loro hanno rischiato la vita per salvare oggetti preziosi mentre l’inferno ancora imperversava. Il Museo, fondato nel 1818, custodiva circa 20 milioni di oggetti rappresentanti il patrimonio geologico, biologico, archeologico e storico del Brasile. La perdita per i brasiliani è incalcolabile ed irrimediabile, ma il danno è anche per l’intera umanità. L’eredità della conoscenza contenuta nelle collezioni museali apparteneva a tutti noi. Ciò che è particolarmente sconvolgente è che la distruzione era prevedibile. Il museo ha sofferto per decenni di abbandono ed il sistema antincendio era completamente obsoleto. I costi per mantenere adeguatamente il museo erano una frazione infinitesimale dell’incredibile somma spesa per le recenti Olimpiadi. Le Olimpiadi sono durate poche settimane. Il museo, più antico del riconoscimento della Repubblica Federale del Brasile (1825), avrebbe dovuto sopravvivere per i secoli a venire. Così quanto Notre-Dame e tutte le altre cattedrali e musei al mondo.
La perdita del Museo Nazionale del Brasile è appena l’ultimo di una serie di recenti ed irreparabili danni al nostro patrimonio culturale. Il Museo Nazionale dell’Iraq è stato saccheggiato e pesantemente danneggiato durante la guerra del 2003. Lo stesso è successo per il Museo Nazionale dell’Afghanistan da quando è iniziata l’invasione russa durante gli anni ’80. E poi tutti i siti archeologici distrutti in Siria.
Una simile distruzione, a scala inferiore, avvenne a Chicago. Il palazzo originale, le collezioni e la biblioteca dell’Accademia delle Scienze di Chicago, il museo più antico della città, furono distrutti dal grande incendio del 1871. L’Accademia venne ricostruita e le sue attuali collezioni naturalistiche di incalcolabile valore scientifico rappresentano molte specie di organismi oggi estinti nella regione di Chicago.
Tutti i nostri musei, piccoli o grandi, e le relative biblioteche sono depositi del patrimonio della nostra regione, della nazione e del Mondo. I nostri musei sono molto più di un’attrazione (e richiamo turistico) per una mostra sui dinosauri o su Leonardo Da Vinci. Nascoste alla vista ci sono collezioni molto più grandi che documentano la portata della consapevolezza umana del mondo naturale e culturale. Le minacce ai nostri musei non sono solo il fuoco o le inondazioni, ma anche l’erosione della base di conoscenze posseduta dai curatori, gli specialisti nei contenuti delle collezioni e del loro valore scientifico.
Molti musei stanno soffrendo difficoltà economiche. Alcuni piccoli musei stanno chiudendo, altri riducono il personale. I fondi destinati ai musei civici, nazionali ed universitari si riducono sempre più. Negli Stati Uniti, ad esempio, i fondi destinati ai musei si sono ridotti notevolmente. Nel 2000 la città di Chicago finanziava il Field Museum con 7.4 milioni di dollari che sono diventati 5.4 nel 2013, somma mai più modificata. La perdita dei curatori scientifici è poi patologica anche per il famoso Smithsonian National Museum of Natural History di Washington D.C. Ci sono responsabili delle collezioni, ma non curatori scientifici. La perdita dei curatori significa che, mentre le collezioni possono essere mantenute, non c’è nessuno addetto ad implementarle, aggiornarle o utilizzarle pienamente. Uno studio appena pubblicato  suggerisce che nelle collezioni museali paleontologiche ci sono almeno 23 volte più località fossilifere che non località presenti nella letteratura scientifica pubblicata. In altre parole, per ogni dato scientifico ricavato, per esempio, da un esemplare fossile ben studiato ed esposto in una sala del museo, ci sono altri 23 dati scientifici in attesa di essere scoperti negli oscuri magazzini dell’istituzione museale. Sospetto fortemente che lo stesso sia vero per gli insetti, le piante, gli uccelli e tutti gli altri oggetti nascosti sugli scaffali dei musei e nelle cassettiere. Lo stesso fenomeno avviene anche nei musei archeologici e d’arte. Senza un personale adeguato queste collezioni, definite black data, non saranno mai descritte scientificamente ed in caso di disastro (e.g., terremoti, inondazioni, incendi) saranno perse per sempre.
I nostri musei sono la registrazione materiale diretta delle conoscenze scientifiche, tecniche e culturali nel tempo. Sono anche la prima esposizione alle meraviglie della Scienza e dell’Arte per molti bambini e rimangono una fonte di meraviglia e bellezza per gli adulti. Per non rimpiangere la loro perdita meritano ed hanno bisogno di essere supportati e protetti per continuare ad acquisire, catalogare, conservare, ordinare ed esporre beni culturali.

PER CERTI VERSI
Il gomitolo di fuoco, Notre Dame

Povera Notre-Dame
In un bailamme
Di fuoco e fumo
Coinvolta
Morsa e sbriciolate
Il campanile le vetrate
Il cuore del cuore
L’isola e le sue gemme più visitate
Al mondo
Sono un bossolo
Di fiamme
Un gomitolo di fuoco
Che nessuno
Riesce a placare
Come fa male
Questo disastro
Molto male
Ma una voce
Ci fa sperare
In questo storico morire
La bellezza si potrà ricostruire

Pare

Tre poesie di Angelo Andreotti: La scelta, La pena, Incuria

di Angelo Andreotti

 

LA SCELTA

Niente è più chiuso di una porta chiusa.

Oltre la porta soltanto lamenti

su un filo di voce si arrampicano
da un filo di voce scivolano
a un filo di spine si avvolgono.

Tu sei il possibile ascolto.
Tu sei

la speranza
il rifiuto
oppure l’indifferenza.

Tu sei la scelta, la parte del tutto
e il tutto della tua parte.

La differenza nel mondo sei tu.

LA PENA

Preme forte, il grido, sull’aria
scagliandosi contro la porta.
Trema la casa, dove sei svegliato
di soprassalto. Dalle imposte chiuse
non puoi guardare. Soltanto l’udito
chiama scuotendo il tuo corpo. Tu ascolti
il silenzio svuotato dal grido
che continua a tremarti la pelle.
Quel grido ti assale, raggiunge
te. Ovunque tu sia ti raggiunge
attraversando qualsiasi distanza
che ti separa dal te stesso più intimo
chiuso a chiave nella diffidenza.

INCURIA

In quell’esitazione
– quasi il tremito di un’amnesia –
sulle cui bianche spiagge
da tempo muovi in cerchio i tuoi passi,
a testa bassa, senza più un orizzonte,
stupisci distinguendo tra i fragori
in un suono una voce che ti cerca.

E cerca te, te come fossi un altro,
ma tu sei l’altro che nel cerchio resta,
dentro a fissarne il centro chiuso in solchi
così profondi da arginare il vento

ma non la voce a cui volgi le spalle
dopo aver inflitto
un dolore di cui non hai contezza.

(Angelo Andreotti – tutti i diritti riservati)
Le poesie inedite, anticipate per Ferraraitalia, fanno parte dell’antologia ‘L’attenzione’, in uscita a maggio per i tipi di Puntoacapo edizioni.

 

Gianni Berengo Gardin: il mio primo libro l’ho fatto a Ferrara

“La fotografia è documentazione del reale e deve essere verità”. Un’idea chiara, classica, che appartiene alla generazione di un fotografo nato nel 1930, ma che ha ancora una limpidezza schietta quella che Gianni Berengo Gardin esprime con un’energia indomita sul palco allestito nel cortile di Grisù, l’ex caserma dei vigili del fuoco dentro le mura di Ferrara. Berengo Gardin è stato ospite del festival di fotografia “Riaperture”, organizzato a Ferrara per la terza edizione per i fine settimana dal 29 marzo al 7 aprile 2019.

Gianni Berengo Gardin con Daniela Modonesi al festival di fotografia Riaperture 2019 (foto Luca Pasqualini)

“Il mio mito – racconta Berengo Gardin sollecitato dalle domande della giornalista Daniela Modonesi – era Ugo Mulas, e quando mi sono trasferito a Milano frequentavo il bar Jamaica per conoscere lui e gli altri fotografi. Una volta Mulas mi ha invitato nel suo studio e mentre mi mostrava le sue foto non facevo che dire ‘che belle’, ‘questa è bellissima’, ‘guarda questa che bella che è’. Alla terza volta che dico così, lui mi avverte ‘se dici ancora che bella, ti caccio via’. ‘Cosa devo dire allora?’, gli ho chiesto. E lui: ‘Che è buona. Una foto bella può essere ben composta, ma non dice niente. Una foto buona può essere anche tecnicamente imperfetta, può essere un po’ sfuocata , ma ti racconta qualcosa e a volte anche molto. Per lavorare e per vivere, io ho dovuto fare anche una quantità di belle fotografie. Anzi, all’inizio ho fatto di tutto, la puttana nel senso più completo: per il giornale fascista ‘Il Borghese’, per ‘Novella 2000’ con i bambini belli sulle spiagge italiane, per ‘Panorama’ andando a fotografare tre ristoranti al giorno, per i matrimoni. Dopo due anni, però, sono riuscito a incanalare la fotografia dove volevo io”.

“Grandi Navi” di Gianni Berengo Gardin in mostra a Ferrara 29 marzo-7 aprile 2019

Diretto e impietoso anche verso se stesso Berengo Gardin dichiara: “Di libri ne ho fatti 258 e tra questi, di buoni, ce ne sono una quarantina: sono quelli che illustrano anche alle generazioni future come vivevamo nel 2000. Una foto buona è quella che racconta il nostro mondo, la nostra vita”.

Pubblico all’incontro con Gianni Berengo Gardin a Ferrara (foto Riaperture photofestival 2019)

Legame con Ferrara. “A Ferrara sono particolarmente legato, perché è qui che è nato il primo dei 258 libri fotografici. Ero ancora un foto-amatore e Bruno Zevi che insegnava Architettura a Venezia mi ha chiesto di fare le foto delle architetture realizzate a Ferrara da Biagio Rossetti (‘Biagio Rossetti, un architetto ferrarese’, Einaudi, Torino, 1960, ndr). Prima avevo già preparato una serie di immagini scattate a Venezia per un libro che mi avevano rifiutato tutti gli otto editori italiani a cui lo avevo proposto. Perché era una Venezia poco veneziana, sotto la pioggia, avvolta nella bruma e con scorci poco turistici. Piacque a Mermood, un editore svizzero. Uscì nel giro di ventitré giorni (1965, Clairefontaine di Losanna, ndr), ed era un miracolo… erano gli anni Sessanta e ancora non si usava il computer. I testi erano scritti da Giorgio Bassani e Mario Soldati e anche per questo, quel libro intitolato ‘Venise des saisons’, resta forse quello a cui sono più legato. L’amicizia con Giorgio Bassani, poi, mi ha portato ancora una volta qui, per fare un servizio sul cimitero ebraico”.

Il fotografo sul palco dello spazio Grisù, a Ferrara, per il festival di fotografia 2019 (foto Luca Pasqualini)

Fotoamatore o fotografo professionista? “Io ho iniziato a fotografare per passione. Fare il fotoamatore è uno step importantissimo, perché impari tutte le regole fondamentali. All’epoca era anche un po’ più complicato, non c’erano tante scuole o corsi, e neanche libri. C’era solo il manuale Hoepli sulla tecnica e il libro di William Klein con le foto di New York. Noi ci siamo fatti le ossa su questi libri, oltre che guardando la rivista ‘Life’. Io però ho avuto una fortuna in più, rispetto ai colleghi della mia generazione, perché avevo uno zio in America, molto amico del fratello del fotografo Capa. E lui mi consigliò e mi fece avere i libri dei grandi fotografi americani, che qui ancora non erano arrivati. Questo è stato un grande vantaggio per me, perché vedere quelle cose mi ha ispirato e indirizzato nel modo di scattare”.

“Grandi Navi” di Gianni Berengo Gardin in mostra a Ferrara 29 marzo-7 aprile 2019

Libri fotografici anziché scatti per i giornali.  “Io ho iniziato a lavorare per un giornale tra il 1950 e il ’54, che era ‘Il Borghese’ di Longanesi. Poi mi sono stancato di lavorare per una redazione di tendenza fascista e mi hanno suggerito di andare a ‘Il Mondo’ di Pannunzio, che era diverso dagli altri, metteva foto a piena pagina quando ancora non lo faceva nessuno. Non prendevo molto, però, e allora ho tentato di lavorare per altri giornali, ma non sono riuscito. Così mi sono concentrato a fare lavori da proporre per l’editoria, anche se non prendi molti soldi neanche lì. Ma facevo servizi che mi piaceva fare e mi interessavano. Perciò ho preferito continuare a fare quelle cose, anche se guadagnavo relativamente poco”.

Gianni Berengo Gardin abbraccia il collega fotografo Francesco Zizola (foto Luca Pasqualini)

L’impegno politico. “Sono diventato (e sono) comunista non perché avessi letto i testi sacri del comunismo, ma perché frequentavo gli opera dell’Olivetti e soprattutto dell’Alfa Romeo, che all’epoca erano il nocciolo duro del partito. Ancora oggi questo mi rende un nostalgico del vecchio Pci e di quegli uomini straordinari che avevano fatto la Resistenza”.
“Grazie a Carla Cerati, che mi ha chiesto di accompagnarla a Gorizia dove doveva fotografare l’ospedale psichiatrico per Franco Basaglia, è nato ‘Morire di classe’ (Einaudi, Torino, 1969, ndr), il libro con le immagini che documentano non la malattia, ma le condizioni terribili in cui venivano tenuti i malati. Si usavano le camicie di forza (anche se erano già state vietate), le persone venivano legate ai letti, i capelli rapati a zero in modo umiliante e i parenti, in manicomio, non ci andavano nemmeno a trovarli, perché questi legami erano sentiti come una vergogna. Basaglia ha fatto una grande rivoluzione, ha fatto vestire i malati in borghese e ha fatto abbattere da loro stessi le recinzioni che li rinchiudevano”.

Gianni Berengo Gardin a Ferrara (foto Riaperture photofestival 2019)

Colore o bianco & nero.  “Il colore distrae sia il fotografo sia lo spettatore. Fotografare a colori va bene se devi fare un catalogo di garofani. Ma, per il mio genere di fotografia, il bianco e nero è più efficace. C’è anche da tener conto che io sono nato con il cinema in bianco e nero, la tv in bianco e nero e che i miei grandi maestri fotografavano in bianco e nero. Willy Ronis è stato il mio primo maestro, a Parigi, non Cartier Bresson a cui molti mi paragonano. E io mi sento vicino a quello che era lui, un fotografo vero, non un artista. Nel ’55 ho litigato con Robert Doisneau perché faceva foto false. Dentro le immagini ci sono tutti amici o parenti suoi, sono costruite. Per me la fotografia deve essere verità”.

Pubblico all’incontro con Gianni Berengo Gardin a Ferrara (foto Riaperture photofestival 2019)

Digitale o analogico. “Il digitale è una truffa legale. Spendi 5mila euro se non di più per una macchina che, dopo otto anni al massimo, è da buttare. Io ho una Leica del 1955, che è tutta meccanica e va ancora come il primo giorno. In più, quando si usano le tecnologie elettroniche, bisogna tenere conto che i mezzi di lettura cambiano. Già i nuovi pc non leggono più i cd. Gli archivi digitali rischiano quindi di andare perduti. Il milione e 200 scatti che ho io su pellicola, invece, sono archiviati e – dai più recenti fino a quelli di 68 anni fa – si possono stampare anche oggi. Gli assistenti che ho avuto sono arrivati tutti che avevano il digitale e se ne sono andati via che avevano anche la pellicola. La pellicola è più plastica, calda. Il digitale resta luminoso anche a mezzanotte, è freddo, metallico. Ha solo due vantaggi: che la foto la puoi mandare a New York dopo due secondi che l’hai fatta e che puoi cambiare la sensibilità”.

Gianni Berengo Gardin a Ferrara (foto Riaperture photofestival 2019)

Mestiere fotografo. “Oggi è ancora più difficile fare il fotografo di mestiere. Perché, le foto, le fanno tutti e magari le regalano per la semplice soddisfazione di vedersele pubblicate”. Che dire ai giovani che si apprestano a fare questo mestiere? “Bisogna studiare, guardare gli altri fotografi, leggere. Ma il fatto è che con le foto di reportage, che sono l’anima vera del lavoro, non si vive più. Si vive con le foto di moda, con la pubblicità. Consiglio quindi di aprire una drogheria o una parafarmacia e poi di andare a fare le fotografie il sabato e la domenica”.

Foto-servizio per Ferraraitalia di Luca Pasqualini