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Per molte persone detenute, l’attesa di qualcosa può diventare la metafora del loro percorso di rieducazione. In carcere si aspetta che arrivi l’ora d’aria, l’ora delle attività, l’ora di telefonare, il colloquio con un familiare, la risposta ad una “domandina”, l’esito di una istanza o di un permesso. Chi ha scritto il testo ha una proposta per sveltire i tempi.
(Mauro Presini)

Ricorso per inazione

di V. M.

Quanti di noi si sono ritrovati a dover attendere per lunghissimo tempo per avere una risposta da un ufficio, una istituzione, un giudice, ecc.?

Questi tempi morti diventano drammaticamente penosi quando ci si trova in stato di detenzione e da un sì o un no dipende letteralmente la vita di chi vi si è imbattuto.

Per le istituzioni europee esiste un apposito ricorso chiamato “ricorso per inazione”, il quale semplicemente prevede come si possa far ricorso contro quell’istituzione che, tenuta a dare un parere, si astenga ingiustificatamente dal farlo.

Oltretutto i tempi sono anche decisamente stringenti infatti se entro due mesi da quando l’istituzione deve prendere la sua posizione, la stessa non lo ha ancora fatto, si può attivare il ricorso per inazione e l’istituzione ha altri due mesi per emettere la sua posizione altrimenti si esporrà ad un procedimento per inadempimento.

In Italia per cercare di porre dei rimedi alle lungaggini dei procedimenti fu varata la così detta “legge Pinto”, la quale come unico rimedio a dette inutili perdite di tempo permette di accedere a dei risarcimenti (davvero irrisori e soprattutto con oneri stringenti in capo al richiedente) per coloro i quali si trovassero nella condizione di dover aspettare l’esito di un giudizio ormai da anni.

Ovviamente questo non solo non ha risolto il problema ma, di fatto, ha dato una scappatoia a giudici e funzionari che si fanno scudo di un ipotetico risarcimento per il loro inutile procrastinare alla quale il malcapitato può fare richiesta di accedere.

A parer mio sarebbe molto più utile prevedere dei termini certi e tassativi entro i quali giudici ed amministratori siano tenuti a emettere il loro atto/parere, esponendosi, in caso di mancato rispetto degli stessi, ad una procedura di infrazione che possa quanto meno portate a una valutazione dei metodi decisionali utilizzati e sfrondare quelle pratiche che hanno portato a non essere in grado di rispettare i tempi previsti.

Ci adeguiamo continuamente a “parametri europei” su decine di materie spesso anche pesantemente incidenti nelle vite quotidiane di tutti noi e che spesso portano con sé oneri anche di un certo rilievo e senza un beneficio immediatamente apprezzabile, perché non farlo su una materia che invece potrebbe cambiare le sorti di un’intera nazione?

Questa piccola norma potrebbe portare ad un’ enorme rivoluzione.

La nostra cara Italia, da decenni rassegnata all‘immobilismo dettato dalla più inutile burocrazia, potrebbe finalmente trovare uno spunto per rialzarsi e cominciare a correre in questo mondo dove la colpa più grave è divenuta la mancata azione.

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Mauro Presini

È maestro elementare; dalla metà degli anni settanta si occupa di integrazione scolastica degli alunni con disabilità. Dal 1992 coordina il giornalino dei bambini “La Gazzetta del Cocomero“. È impegnato nella difesa della scuola pubblica. Dal 2016 cura “Astrolabio”, il giornale del carcere di Ferrara.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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