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Perfect days (3). Il miracolo delle ombre e delle luci, dei sogni e delle veglie, del dolore subito e inflitto

Ogni scrittore, ogni regista, ogni artista sa che, messa in circolazione la propria opera, questa smette di appartenergli e acquista una vita propria, interpretata dagli occhi del pubblico che le attribuisce significati molteplici, che vanno a volte al di là delle intenzioni coscienti dell’autore.

Tanto più quando si tratta di un capolavoro come Perfect Days, le penne si mettono in moto, attestando il grande successo di critica  e di pubblico sortito dal film. Ai bellissimi articoli di Giuseppe Ferrara [Qui] e Francesco Monini [Qui] vorrei aggiungere il mio sguardo femminil-femminista che, da quando  hanno concesso di scrivere anche a noi donne ( e non sono molti secoli) coglie l’occasione  di esprimersi come un dono, da restituire puntuale e implacabile alle figure maschili.

Anch’io ho visto Perfect days due volte, mi sono confrontata molto con chi l’ha visto con me, affascinata dal film, ma specialmente da Hirayama, il protagonista pulitore di bagni.
Data la drammaticità della crisi maschile occidentale
attestata dai quotidiani fatti di cronaca, dai social e dai media, che riflettono maschi narcisisti maligni, manipolatori, stalkers, assassini e stupratori di gruppo, nella migliore delle ipotesi casi umani, Wim Wenders mette finalmente  in scena una mascolinità sana. Hirayama è infatti un uomo equilibrato e sereno, silenzioso e solitario, ma profondamente relazionale nel suo stare al mondo.

Chiedendo venia del mio sguardo prosaico, ammetto che mi sono innamorata prima di tutto di come Hirayama pulisce i bagni pubblici. Non si tratta solo di zelo nel compiere il proprio lavoro, di meticolositá, di concentrazione dell’uomo realizzato, lui pulisce i bagni con passione. Auspicando un effetto imitativo anche da parte maschile, che in buona parte ha ancora il problema di una buona mira nel centrare la tazza, ho cominciato a guardare il mio bagno con altri occhi, a cercare prodotti e attrezzi, trascinata dall’entusiasmo di trasformare un’operazione obbligatoria e noiosa nella soddisfazione di pulire con piacere e di rendere migliore il mio bagno.
Solo la passione sortisce questi effetti sconvolgenti su chi assiste, non essendo io infatti da sempre una cultrice dei lavori domestici.

Oltre che un pulitore più unico che raro, che qualsiasi donna si augurerebbe al fianco, Hirayama è un uomo indipendente: non cerca la relazione, ma dalla relazione si fa comunque trovare, quando capita. La sua rottura con la famiglia di provenienza,  probabilmente agiata e più che benestante, come si è già scritto, comporta un cambiamento di status: Hirayama vive in un mondo povero, ma non è povero di mondo, per usare un’espressione di Heidegger. È invece molto ricco nei tanti mondi che lui vive, alcuni collegati, altri no, come dice Hirayama stesso nel film. È questa costruzione di mondi che rende le sue giornate, pur nella loro ritualità metodica, assolutamente uniche, irripetibili.  Il protagonista  vive  infatti un mondo nella partita a tris che gioca con un anonimo sconosciuto attraverso bigliettini lasciati nei bagni che pulisce,  un mondo nella sua piccola serra che aumenta di una  nuova pianticina raccolta nel parco dove consuma il suo panino,  un mondo nella nuova foto alle chiome degli alberi scattata con la sua macchina fotografica analogica Olympus, che va ad aggiungersi alle altre, raccolte meticolosamente in contenitori ermetici. Un’altro mondo a lui caro è quello della musica ascoltata in macchina ancora in cassette: la migliore musica anni 70, da  Lou Reed a Van Morrison, passando per Patty Smith e  la trionfale Feelin good di Nina Simone.  Accetta la relazione con il suo collega, in apparenza superficiale e sfaticato, arrivando a dargli i suoi ultimi soldi per permettergli di uscire con una fidanzata improbabile, più affascinata dalla Patty Smith ascoltata da una cassetta di Hirayama, che da lui.

La rottura con il passato, la scelta filosofica di vivere dell’essenziale, apre a nuovi mondi inaspettati, insoliti, offerti dall’universo stesso e colti al volo da Hirayama, nel suo “adesso è adesso e un’altra volta è un’altra volta”, di sapore lievemente Zen, Il suo pianto dopo l’incontro con la sorella fa finalmente giustizia, non solo degli abbandonati , ma anche di  chi la rottura ha avuto il coraggio di compierla, al dolore che ha provato nel lasciare chi amava, alla durezza che si è imposto per non tornare indietro.

Anche chi lascia soffre, paga il prezzo che ogni scelta comporta, accettando in silenzio la solitudine di chi non può condividere la sofferenza, proprio  con chi si ama di più, perché lo deve lasciare per compiere il proprio percorso. Le parole prenditi cura di lei pronunciate dall’ex marito della proprietaria del ristorante in cui va abitualmente, probabilmente al corrente della simpatia reciproca fra i due, delicata e silenziosa, sono parole d’amore, dell’amore di chi ha abbandonato, scelto altro, in questo caso un’altra donna.
Parole che non leggo come dettate dal senso di colpa, ma da quella sollecitudine verso la donna, la cui perdita è il prezzo più alto pagato dal femminismo: anche i migliori uomini sono spesso caduti nell’inconscia sanzione da infliggere alle donne, a causa del perduto ruolo di protettore  e del non del tutto innocente fraintendimento che una donna indipendente non abbia più bisogno di niente.

E’ ancora il pianto di Hirayama, alternato al suo fantastico riso-sorriso che nell’ultima scena del film, sintetizza il miracolo delle ombre e delle luci, dei sogni e delle veglie, del dolore subito e inflitto, di cui la nostra vita unica e irripetibile come i nostri giorni, non sempre perfetti, ma profondamente nostri, è composta,

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Eleonora Graziani

Laureata in pedagogia e filosofia, PHD in feminist studies presso l’Università di Coimbra. Ha insegnato in Italia e all’estero, in carcere e agli adulti stranieri lingua e cultura italiana. Filosofa femminista ha al suo attivo diverse pubblicazioni sulla mistica femminile.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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