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Il romanzo opaco della Ferrara fascista

Il romanzo opaco della Ferrara fascista

La città di Ferrara oggi appare sempre più epicentro di operazioni ideologiche di portata non solo locale, a cui bisogna prestare attenzione, poiché riconducibili al tentativo ormai quarantennale di una nuova narrazione del fascismo.

Sull’argomento, la casa editrice La nave di Teseo, a firma dell’ex-ministro e dirigente del Partito democratico Dario Franceschini, pubblica un romanzo breve, Aqua e tera, sullo sfondo storico della lotta tra socialismo massimalista e fascismo agrario ferrarese nei primi anni Venti del Novecento.

La vittoria da parte di quest’ultimo avrebbe determinato la diffusione nazionale di un vero e proprio modello, quello dello squadrismo agrario di Italo Balbo e Roberto Farinacci.

Su questo contesto si staglia una storia d’amore tra due giovani donne, la cui parabola si conclude con la fine della guerra e la liberazione da parte degli alleati. Aqua e tera è un tributo alla città natale dell’autore, con più di un richiamo a Il Romanzo di Ferrara di Giorgio Bassani, tra le opere più importanti del Novecento italiano.

Franceschini ha il merito di parlare di un rapporto, quello tra bracciantato della campagna ferrarese e padronato inurbato in città, tra i più particolari e gravidi della storia recente italiana. Tuttavia la trama, pur non priva di alcune note emotive riuscite e di un intreccio esile ma talora accattivante, risulta priva di introspezione psicologica. La prosa asciutta innesca un ritmo repentino e ne risultano troppo spesso meccanicità e prevedibilità, soprattutto nei dialoghi.

Nella vicenda delle due protagoniste, sebbene le donne e le rispettive famiglie appartengano a due classi sociali distinte (Tina è borghese e Lucia viene dalla campagna), non vi è una distinzione psicologica e sociale accurata, a parte alcune sfumature; anzi Tina e Lucia, pur avendo un livello culturale differente, aderiscono al medesimo universo morale, vivendo esattamente allo stesso modo la relazione segreta, o la comparsa di un figlio illegittimo.

In realtà il bracciantato padano, come ha dimostrato lo studioso Marco Fincardi (Coppie di fatto. Costumi sessuali dei giovani nella Padania bracciantile, 1995), per tanti motivi non è ascrivibile all’universo morale borghese, se non altro perché avvezzo a un grado di promiscuità, alla presenza di orfani, figli non riconosciuti e costumi sessuali differenti, frutto di condizioni di vita radicalmente diverse e della separazione tra i due mondi.

Al contrario, nel modello bassaniano, a cui pure l’autore guarda, la lezione della profonda diversità tra borghesi e società rurale padana è onnipresente. Nelle Cinque storie ferraresi, la vicenda drammatica di Lida Mantovani mostra il «dentro» le mura della borghesia ferrarese e il «fuori» del mondo rurale separati da un muro insuperabile, valicato solo dalle angherie e dai privilegi attribuiti alla sordida caratura morale del borghese, oppressore secolare dei secondi.

Lo squadrismo? Colpa del movimento operaio

Il problema vero del libro è però la ricostruzione storica schematica, che solleva più di una perplessità. La principale è questa: Franceschini descrive la violenza squadrista scatenatasi nelle campagne alla fine del 1920 come conseguenza di una violenza di segno opposto, quella del movimento bracciantile; ma se è vero che il territorio ferrarese vide un massiccio successo delle leghe socialiste, anche attraverso l’uso del boicottaggio e di altri sistemi violenti per tenere unito il fronte di classe ed evitare crumiraggi, il montaggio degli eventi produce non solo una relazione causa-effetto incompleta rispetto alla reazione del padronato, ma un effetto giustificativo della reazione stessa.

L’autore si sofferma sulle condizioni di miseria del bracciantato, ma il racconto delle origini del socialismo massimalista è quantomeno riduttivo. La coazione sociale delle leghe compare come una rabbiosa esagerazione e non come una strategia di resistenza per garantire salari e giornate lavorative accettabili.

Le pratiche massimaliste miste a eccessi, che generano frantumazioni e odio (con percentuali, va ribadito, risibili rispetto ai numeri della violenza squadrista), non trovano il contraltare nella precisa ricostruzione delle responsabilità della borghesia ferrarese, storicamente contraria a qualsiasi avanzamento egualitario, o miglioramento della condizione dei subalterni delle campagne, dunque parte primaria nella distruzione di quel minimo di coesione sociale necessaria a mediare i conflitti.

Basta consultare un classico come Padania di Guido Crainz (Donzelli, 2007) per trovare la descrizione di un padronato emiliano-romagnolo cieco verso qualsiasi cambiamento.

Una borghesia agraria definita recentemente da Alessandro Saluppo (in un contributo al volume collettaneo Il fascismo in persona. Italo Balbo, la storia e il mito, Mimesis, 2021) sorda a qualsiasi richiesta di emancipazione delle masse.

In Aqua e tera manca dunque un’adeguata contestualizzazione della lotta come necessità assoluta per la sopravvivenza e l’emancipazione, e un romanzo storico, laddove non restituisca appieno, attraverso un rigoroso realismo, sentimenti, emotività, temperie di un’epoca, perde la sua forza vitale.

Insomma Franceschini, lungi dal creare profondità, comprime gli eventi restando pericolosamente in superficie, per cui il concatenamento di fatti, attori ed eventi, non genera nel lettore le domande che porterebbero verso un chiaro quadro storico.

Basti aggiungere che in Aqua e tera il ritmo narrativo produce non solo lo schema eccessi delle leghe-reazione squadrista, ma arriva a far sembrare che lo stesso Don Minzoni, parroco ad Argenta e una delle più celebri vittime delle camicie nere, avendo provocato platealmente gli squadristi, in fondo la sua tragica fine se la sia andata a cercare.

Esercizi di rivalutazione di un criminale pluriomicida

Quanto alla descrizione dello squadrismo, l’autore sorvola su aspetti essenziali della sua composizione sociale quali il reclutamento di delinquenti comuni e pregiudicati. Queste bande paramilitari extralegali (tollerate o appoggiate dallo stato), agli ordini di Italo Balbo, usarono la violenza e la paura come tecnica, la bestialità e il rito della crudeltà come forma di umiliazione per ridurre il militante socialista alla condizione animale.

Lo scrittore Girolamo De Michele, autore del libro Un delitto di regime. Vita e morte di don Minzoni, prete del popolo (Neri Pozza, 2023), ricorda a tal proposito che «Balbo è responsabile diretto, morale o politico di omicidi premeditati, o causati dal mix di cocaina e alcool che portava gli arditi fascisti a trascendere dalla bastonatura all’omicidio». Un mondo che trova in Aqua e tera vuoti narrativi e passaggi tenui.

Si dirà che non era nelle intenzioni del romanzo una ricostruzione serrata degli eventi. Purtroppo la materia scelta lo richiede. Infatti, rinunciando a tratteggiare la figura di Balbo in tutto il suo abominio, Franceschini non può non sapere che la destra italiana e il suo stesso concittadino, Vittorio Sgarbi, in spregio ai portati della storiografia recente, più volte hanno proposto la celebrazione del gerarca ferrarese, trasvolatore ed eroe dell’aeronautica, la cui tomba, a Orbetello, è meta di pellegrinaggio del neofascismo odierno.

Una celebrazione acritica di un capo squadrista che, ricorda Nick Carter, portò nel ferrarese una catastrofe sociale: distruzione economica, violenza e morte. Nel già citato Il fascismo in persona, lo stesso Carter ribadisce che è chiaro come «Il ritorno di interesse per Italo Balbo, con l’annesso moltiplicarsi delle iniziative celebrative, sia stato prodotto da una memoria selettiva, che ha oscurato gli aspetti più deprecabili del passato per esaltare un solo aspetto: il Balbo aviatore».

Sottesa a quest’operazione giace la neanche troppo velata volontà di ridurre la portata delle gravissime responsabilità morali e storiche del fascismo attraverso personaggi dal profilo apparentemente moderno. Tra selezioni e omissioni, l’obiettivo finale è far passare il messaggio che in fondo è esistito anche un fascismo buono e capace. Celebrare la grandezza di aspetti unidimensionali o del tutto parziali, serve soprattutto a dimenticare il tutto e la cornice.

Ancora De Michele, tracciando un impietoso profilo biografico del fascista ferrarese, ricorda che le trasvolate atlantiche sono pura propaganda di regime attuata con molti anni di ritardo rispetto ai competitori stranieri, e che il prezzo delle imprese aeree ovviamente recava un’alta percentuale di incidenti e caduti.

Oltretutto, la conduzione dell’aeronautica a guida Balbo, ricorda De Michele, evidenzia che le «risorse sono concentrate sulle futili gare […] in compenso le ore di addestramento effettivo per la restante aviazione sono la metà di quelle dell’aviazione francese e della R.A.F., un terzo dell’aviazione statunitense».

Dalla descrizione emergono tratti cialtroneschi, oltre che spregiudicati, soprattutto quando si ricorda che il gerarca ferrarese, nel 1933, prima di essere sollevato dall’incarico in aviazione, «nasconde le spese e tarocca i bilanci effettivi: e mente sul reale stato della flotta».

Anche lo storico Paul Corner, tra i più autorevoli studiosi del fascismo ferrarese e italiano, definisce il gerarca ferrarese «un uomo di profondo cinismo, che curava la sua stella senza badare troppo alle implicazioni per gli altri […] Il fascismo per lui fu soprattutto veicolo di ascesa e di affermazione personale».

La letteratura è sempre contemporanea

Per completare il quadro di questo romanzo opaco di Ferrara, partito dall’input del Franceschini scrittore, occorre infine portare la riflessione critica sul quando di un’opera letteraria.

Se la letteratura, come la storia per Croce, è sempre contemporanea, attiva nel presente e per il presente di chi legge, allora affrontare frettolosamente gli argomenti suddetti, farlo oggi, nell’Italia meloniana, nell’Europa degli Orban e di Frontex, che tentenna tra la tutela dei diritti umani e la ferocia ordoliberista, non può lasciare indifferenti rispetto a certi nodi intellettuali.

Semmai la riflessione sulla storia italiana, attraversata fin dall’Unità nazionale dalla questione sociale, dovrebbe aprire ad analogie con l’attuale ingiustizia globale, come pure dovrebbe accadere con la questione migranti, che ha trasformato il Mediterraneo in un luogo di morte e la rotta balcanica in un immenso campo di torture.

Dunque, l’opacità di Aqua e tera, o meglio la scelta di dare per scontati alcuni aspetti controversi di carattere storico, pone un problema di opportunità, perché avviene nell’epoca in cui è diventata impensabile ogni alternativa al capitalismo, e il militarismo e le guerre imperano – allontanando, per citare Bobbio, sempre più la morale dall’azione politica.

Ciò aggiunge un sovrappiù di responsabilità per chi si occupa della materia. Contestualizzare con rigore per evitare di alimentare equivoci e strumentalizzazioni, magari innestarsi nel solco della tradizione letteraria per vivificarla e tramandarne la lezione rinnovata di una delle pagine più vive e alte della storia d’Italia, è la sfida vera sottesa alle pagine di un libro che ha come sfondo il ventennio fascista.

Quest’impostazione, a sprazzi, sembra essere nelle intenzioni di Franceschini, che produce poetiche carrellate sulla Ferrara di Antonioni, nonché l’incontro suggestivo della protagonista femminile con Renata Viganò, indimenticata autrice de L’Agnese va a morire

Ed è appunto nel paragone con la tradizione letteraria, se si pensa alla minuziosa e filologica ricostruzione del paesaggio vallivo da parte di Viganò, che gli intenti mostrano i loro limiti. Lo schema di Aqua e Tera invece porta alla memoria più i tipi di Guareschi che l’implacabile affresco di Viganò o Fenoglio.

Regime, architettura e ideologia: il caso Tresigallo

Eppure l’autore, che ha vissuto da protagonista politico e da intellettuale gli anni del berlusconismo, non può ignorare il tentativo in atto, dagli anni Novanta a oggi, di accreditare una narrazione nuova e riduttiva del fascismo, tesa appunto all’equiparazione di fatti, eventi, protagonisti, che equiparabili non sono. Questo processo di revisione acritica investe l’arte, la letteratura, la storia, la toponomastica, e persino l’architettura monumentale.

È ancora una volta il caso di Ferrara, dove operazioni culturali ambigue avvengono in merito alla sponsorizzazione artistica del paese di Tresigallo (si veda il sito Tresigallo, la città metafisica), rifondato negli anni Trenta in base a un progetto di architettura razionalista, su iniziativa di una figura controversa e poco studiata quale il gerarca Edmondo Rossoni.

Qui la celebrazione della «città metafisica» (si tratta di un borgo di poco più di 4.000 abitanti, non di una città, che nulla ha a che fare con la metafisica, ascrivibile al 1916, ovvero all’arrivo a Ferrara dei fratelli De Chirico durante la Prima guerra mondiale) anziché passare per la risemantizzazione in chiave repubblicana del paese e dei suoi monumenti, quindi passando al setaccio gli eventi, con una ricostruzione dialettica che tenga conto di eventuali criticità, conflitti di classe – insomma, tenendo conto di scenari eventualmente anche divisivi –, si rivolge ad aspetti espressamente campanilistici.

Ne consegue, come in precedenza con la memoria selettiva verso le imprese di Balbo, l’agiografia di Rossoni, che diviene l’ennesimo tentativo di firmare una narrazione indistinta a livello valoriale, votata all’esaltazione del paese natio in chiave nostalgica, promozionale e turistica, senza consapevolezza critica del luogo. Operazioni pseudo culturali che lungi dal creare conoscenza, producono ulteriore confusione.

Certo, chi si occupa di Tresigallo «da dentro» ha l’attenuante generica di narrare di una comunità portatrice di un complesso psichico proprio di quei luoghi in cui la memoria comporta ferite e lacerazioni che possono condurre alla ricerca di scorciatoie. Comunità tali, per il fatto di essere state fondate o ri-fondate dal fascismo, risultato dalla parte totalmente immorale della storia, si ritrovano nell’impossibilità di ripudiarlo del tutto, senza finire per negare una parte di sé stessi.

Tuttavia, al netto di un comprensibile amore per il territorio, impostare un discorso ricevibile sulle cosiddette «città di fondazione» (o rifondazione) del ventennio dovrebbe far propria la lezione per cui i monumenti agiscono nello spazio pubblico in quanto significanti portatori della memoria di un passato in costante divenire.

I monumenti vivono in relazione alla contemporaneità e per questo fungono sempre da strumento del potere politico utile a revisioni arbitrarie. Per cui ogni rappresentazione, iscrivendosi in una cornice storica, – anche quando la travalica perché divenuta opera d’arte –, non può esimersi dal fare i conti con la nuova epoca in cui viene calata.

Parlare del razionalismo architettonico, valorizzare peculiarità urbanistiche e aspetti architettonici o funzioni sociali, non può trasformare la vicenda Tresigallo in un «modello astratto», privo cioè di interdipendenze e relazioni con l’esterno, a maggior ragione quando si tratti della natura classista e liberticida del fascismo italiano. Questa prospettiva falsata, astraendo la vicenda dal resto del contesto padano e europeo, fornisce un quadro mistificato e fuorviante.

Dunque, senza la ricostruzione del contesto di profonda barbarie del fascismo agrario ferrarese, e privi dell’immaginario su una classe dirigente che ha schiacciato economicamente e moralmente la classe lavoratrice italiana, responsabile tra l’altro di aver ingigantito il divario socio-economico tra nord e sud del paese, ecco che la decontestualizzazione genera la rimozione e rivalutazione (Balbo, Rossoni) che avviene non rispetto ai massimi valori civili del genere umano, come direbbe Hannah Arendt, ma nel piccolo cabotaggio, in quanto espressioni indistinte del territorio.

In questo discorso non importa più la Storia, ovvero l’orizzonte globale, ma – al prezzo di far passare come progressivi metodi e forme neo-feudali –, la messinscena di un presunto beneficio arrecato alla comunità locale: versione strapaesana del fascismo.

Agli autori e operatori culturali, per affrancarsi da operazioni che sono portatrici di perdita di senso e valori, non basta il semplice trincerarsi dietro qualche frase di ripulsa sul ventennio. Trattasi di materia per cui, che ci si occupi di promozione del territorio o di sé stessi, di bisogno di affermazione o di ignoranza di metodi, condita da ingenuità o cinismo, comunque sia le responsabilità vanno sempre rispedite al mittente.

Tornando al romanzo Aqua e tera, Franceschini ha perso l’occasione di incidere su un argomento vivo dell’attualità italiana. Il giudizio si estende non tanto allo scrittore Franceschini, che gode dell’attenuante di non essere un letterato di professione, bensì all’intellettuale cattolico di formazione storica che, nel trattare una materia delicata e importante, finisce per generare un’involontaria complicità con un contesto culturale locale e nazionale già profondamente inquinato dalle deformazioni prodotte ad arte dalle classi dirigenti italiane degli ultimi decenni, centro-sinistra incluso.

Ferrara, un campo di esperimenti

Se Ferrara in passato è stata il laboratorio politico dello squadrismo agrario, in tempi recenti, attraverso le vicende politiche dei comuni di Bondeno e Goro – contestualmente alla crescita dei consensi della destra nell’Emilia un tempo rossa – ha fatto da apripista allo sfondamento della lega a sud del Po, fino alla conquista del capoluogo estense.

Una provincia in cui l’abuso della storia come veicolo identitario e propagandistico (Bundan Festival, Palio di Ferrara, riscoperta o invenzione di tradizioni indistinte), favorito dall’adesione delle amministrazioni precedenti a guida Pd alle politiche neoliberiste (basata sull’intercettazione dei flussi attraverso l’allestimento di grandi e piccoli, ma continui, eventi-vetrina), ha portato all’ossessione dell’attuale destra ferrarese per una fantomatica «identità ferrarese».

La Ferrara post-Covid oggi mostra tutti i segni di questa lenta ma costante deriva, culminata nella recente apertura nel capoluogo di una sede di Forza Nuova. Provocazione che in città ha suscitato indignazione, ma le iniziative a contrasto sono rimaste nell’ordine del simbolico.

Contestualmente, sul piano sociale, la turistificazione del centro storico, sommata alla folta presenza studentesca in città, produce una doppia spinta: quella centrifuga, che espelle le famiglie dal centro per via della lievitazione degli affitti e dei costi degli immobili; la centripeta, per cui flussi di turisti e studenti la vivono e attraversano fugacemente, senza per questo abitarvi.

Il risultato finale è l’incremento delle disuguaglianze e la scomparsa definitiva di modelli valoriali, o del «senso in comune» dei luoghi, direbbe Jean-Luc Nancy.

Tutti questi fili, intessuti alle trame di cui sopra, instillano il sospetto che la città, per il secondo mandato in mano a una giunta di destra, sia diventata volano, proprio laddove tutto è cominciato, di un laboratorio politico-culturale atto alla normalizzazione del fascismo.

Ad aggravare il quadro, uno scenario in cui tale normalizzazione non avvenga soltanto attraverso le strumentalizzazioni culturali delle destre, bensì per mezzo di una rielaborazione imputabile a personaggi apparentemente apolitici o super partes, o ancora una volta per mano del fuoco amico del cosiddetto centrosinistra «moderato».

Cover: Ferrara, via Ercole d’Este con la nebbia (foto di Beniamino Marino)

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Parole e figure / Ö di Raúl Nieto Guridi

Esce in libreria “Ö”, di Raúl Nieto Guridi, con Kite edizioni. Un silent book che è un vero inno all’amore per la vita e al rispetto per la natura.

Un cerchio, due puntini sopra. Un orso panciuto stilizzato che racconta di un orso intrappolato in quel cerchio infinito. Orso dopo orso. Tavola dopo tavola. Super O.

Oppure una grande O di orso con gli occhietti sopra a mo’ di cappello o di binocolo, un circolo perfetto come il circolo polare artico, un tratto che inizia e, ad un certo punto, si chiude. Come se una matita delicata scorresse su un foglio di carta bianca e decidesse di cominciare un suo percorso. Lasciando scie di immagini, giochi e sogni. Orme.

Ö, di Raúl Nieto Guridi, immagini Kite edizioni

Oppure un cerchio perfetto come la meravigliosa terra avvolta dalla candida neve, un cerchio universale magico dove perdersi con l’immaginazione e la voglia di sperare. Con bianco e nero a dominare. Aliti che sussurrano.

Ö è un orso simpatico e curioso che, un inverno, invece di ibernarsi, decide di divertirsi, di vivere la stagione e di godersi la bellezza della natura e dei suoi rami intrecciati come abbracci. È moderno, lui, fuori dagli schemi. Quasi un rivoluzionario.

L’orso abbraccia gli alberi, non dorme al caldo, come ha sempre fatto, ma, con coraggio e determinazione, cambia la sua solida abitudine di sempre e prende un’altra direzione, quella di esplorare il mondo; la comfort zone diventa un ricordo, l’orizzonte la bussola.

La terra, là fuori, bellissima, lo aspetta, a braccia aperte.

Ö, di Raúl Nieto Guridi, immagini Kite edizioni

Senza il noioso – e per lui inutile letargo (perché mai perdersi tanta bellezza?) – può trotterellare per terre sterminate, entrare in relazione con un cervo, con un pupazzo di neve, con l’aria frizzantina, con un albero gigante e con molti altri esseri, animati e non, che incontra al suo passaggio. C’è però un’unica specie con cui non vuole davvero avere contatti, visto come si comporta, e siamo noi.

La natura è in bianco e nero, serena, tranquilla, pacifica, pulita, trasparente, sola.

In essa, oltre agli animali, ecco però comparire un altro personaggio, strano e un poco inquietante: la spazzatura. Questo incubo quotidiano. Inizialmente pare una forma indistinta ma poi risalta subito, in quanto è l’unico elemento colorato dell’albo e, col proseguire della storia, diventa sempre più presente. Un giallo che punge.

Ö, di Raúl Nieto Guridi, immagini Kite edizioni

Dopo la prima interazione di Ö con la spazzatura – tracce impunite dell’uomo che sovrastano le orme del nostro amico – l’orso è deluso, ma soprattutto spaventato e inquietato, in quanto percepisce che qualcosa più forte di lui sta per arrivare.

Una selva oscura.

Ö, di Raúl Nieto Guridi, immagini Kite edizioni

Eppure, a capire che non abbiamo un pianeta B non serve un genio….

Raúl Nieto Guridi, Ö, Kite Edizioni, Padova, 2024, 40 p.

Ferrara Film Corto Festival Ambiente è Musica: tutti i premiati

Si è chiusa sabato 26 ottobre la VII Edizione del Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” (FFCF) alla Sala Estense. Ospite d’onore Emiliano Toso. Annunciato il gemellaggio con “Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival”, ideato da Andrea Guerra

‘Sold out’ il 26 ottobre, per la serata conclusiva della VII Edizione del Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” (FFCF), al Teatro Sala Estense, con il Concerto esperienziale a 432 Hz del pianista e compositore Emiliano Toso e la cerimonia di premiazione. Il Concerto esperienziale ha visto la presenza straordinaria dell’Arch. Alfredo Bigogno e del suo Sistema MAMI VOiCE. La serata è stata organizzata con il sostegno di Beauty Pioneers, Giannantonio Negretti · Humanistic Cosmetics e Scivales Pianoforti.

Emiliano Toso, foto Valerio Pazzi

Annunciato il gemellaggio con “Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival” – festival internazionale del cinema sui territori e la bellezza ideato da Andrea Guerra e promosso dall’Associazione Culturale Tonino Guerra – la cui V Edizione si terrà dal 9 al 15 dicembre fra Santarcangelo di Romagna, Rimini e Pennabili. A tale importante evento Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” parteciperò con cortometraggi provenienti dalle sue edizioni.

Al concerto è seguita la Cerimonia di Premiazione dei cortometraggi in concorso durante la quale sono stati attribuiti i premi principali nelle 3 categorie di iscrizione (targa e premi in denaro), i 6 premi speciali (targa) e le menzioni speciali della giuria professionale, composta da cinque illustri personaggi del mondo del cinema, dello spettacolo e delle arti, in maggioranza femminile. Presieduta da Andrea Guerra, musicista e compositore di colonne sonore, la giuria professionale è stata composta da Loredana Antonelli, artista multimediale, Ludovica Manzo, cantante e compositrice, Rita Bertoncini, docente e documentarista, Roberta Tosi, storica e critico d’arte. Consegnato anche il premio speciale attribuito dalla Giuria Giovani al miglior corto in concorso, grazie alla collaborazione con l’Istituto di Istruzione Superiore Giosuè Carducci e l’Istituto di Istruzione Superiore Luigi Einaudi di Ferrara.

Di seguito la lista dei vincitori.

PREMIO FFCF 2024 AL MIGLIOR CORTO NELLA CATEGORIA “AMBIENTE È MUSICA”

Vincitore: It takes a village…, di Ophelia Haratyunyan

IT TAKES A VILLAGE (Armenia, 23′, “Ambiente è Musica”) di Ophelia Harutyunyan

Mariam vive in un remoto villaggio armeno senza uomini. Nel giorno del suo compleanno, le speranze di riunirsi con il marito per i festeggiamenti vanno in frantumi.

Con la seguente motivazione: Per la semplicità, l’immediatezza, la forza del racconto corale di resistenza, resilienza e reazione ad una situazione subìta. Per la limpidezza e l’incanto con i quali sono dipinti i tratti del valore umano e universale della collettività come entità di supporto e sostegno.

It takes a village, Ophelia Harutyunyan, foto Valerio Pazzi

PREMIO FFCF 2024 AL MIGLIOR CORTO NELLA CATEGORIA “BUONA LA PRIMA”

Vincitore: Vision d’été, di Anna Crotti, Lucrezia Giorgi e Anais Landriscina

VISION D’ÉTÉ (Italia, 20′, “Buona la Prima”) di Anna Crotti, Lucrezia Giorgi e Anaïs Landriscina

Chi siamo noi essere umani e come ci rapportiamo alla Natura? Abbiamo un’educazione innata nei confronti della Terra? Nel mezzo di un’estate torrida, in cui una volta di più il cambiamento climatico appare in tutta la sua inarrestabile potenza, la protagonista, una giovane francese, chiama sua madre confidandole in maniera concitata di sentirsi stritolata dall’atmosfera cittadina e dalla crescente gentrificazione del territorio su cui sorge la sua città natale, Marsiglia. È l’inizio di un viaggio, di una fuga che non troverà risposte ma solo altre domande.

Con la seguente motivazione: Per la capacità di essere onesto e diretto nel denunciare, con grande attenzione, originalità e sensibilità, la costante e inarrestabile dissoluzione del mondo moderno e contemporaneo, attraverso uno sguardo raro e particolare che a tratti si fa poesia, che invita a so-stare, a fare silenzio e a porsi domande.

Anais Landriscina e Anna Crotti per Vision d’été, foto Valerio Pazzi

PREMIO FFCF 2024 AL MIGLIOR CORTO NELLA CATEGORIA “INDIEVERSO”

Vincitore: Tu quoque, di Luca Fattori Giombi

TU QUOQUE (Italia, 11′, “Indieverso”) di Luca Fattori Giombi

È trascorso molto tempo dall’ultima volta che ha visto Sarah, sua sorella, ma Abdel non può più aspettare oltre, deve assolutamente parlare con lei. Ne scaturirà un incontro che segnerà in maniera irreversibile la dimensione più profonda del loro rapporto

Con la seguente motivazione: Per la capacità e il coraggio, attraverso una sceneggiatura ben costruita in cui il crescendo dei dialoghi e della tensione rendono il colpo di scena finale un necessario e salutare pugno nello stomaco, di incrociare e affrontare in maniera intersezionale tematiche delicate e scottanti, soprattutto in certe culture sulle quali purtroppo vige ancora un atteggiamento patriarcale e giudicante da parte della società e del mondo dell’informazione.

Tu quoque, Miguel Gatti, foto Valerio Pazzi

PREMIO FFCF 2024 DELLA GIURIA GIOVANI AL MIGLIOR CORTO

Vincitore: Super Giò, di Gianni Aureli

SUPER GIÒ (Italia, 20′, “Indieverso”) di Gianni Aureli Giò vive con suo fratello Francesco e due grandi passioni: i documentari sulle farfalle e i supereroi. Da quando il suo amico Marco ha inventato le tabelle colorate che scandiscono la sua giornata, per lui è tutto più sereno. Perché Giò è giovane, fa il designer ed è nello spettro autistico: nulla è più importante di Francesco e della sua routine, le due cose che danno forma al suo mondo. Quando Francesco scopre di avere pochi mesi di vita, Giò deve dare al suo mondo una forma nuova.

Con la seguente motivazione: Per l’ottimo trattamento delle tematiche con approccio delicato e ironico. Per la capacità di puntare i riflettori sulle potenzialità delle persone con disabilità.

PREMIO FFCF 2024 AL “MIGLIOR DOCUMENTARIO”

Vincitore: Home, di Nina Baratta e Valerio Armati

HOME (Italia, 17′, “Indieverso”) di Valerio Armati e Nina Baratta

Un palazzo occupato: 60 stanze, 70 famiglie, 50 bambini. Due registi: Valerio che ha 9 anni e Nina che ne ha 39. Due autori con in comune una grande sensibilità, si uniscono per documentare una realtà delicata e complessa, al fine di raccontare cosa significa vivere in occupazione. Le interviste agli abitanti, attraverso risposte precise, fatte di numeri, cercano di portare ordine nello spazio sconosciuto dell’occupazione mentre i tableaux vivant ci mostrano cristallizzata la realtà di quei luoghi, lasciando a chi guarda il tempo per respirarli fino in fondo e farli propri. Un percorso immersivo che sa oscillare tra la fantasia del bambino e la realtà, e che sa portarci dentro questo mondo spesso distante e strumentalizzato in modo semplice e diretto, senza retorica.

Home, Nina Baratta, foto Valerio Pazzi

PREMIO FFCF 2024 ALLA “MIGLIOR FOTOGRAFIA”

Vincitore: José Azuela per “Trinidad”

TRINIDAD (Messico, 11′, “Ambiente è Musica”) di José Manuel Azuela Espinosa e José Azuela

Ambientato negli anni Cinquanta, questo western messicano racconta la storia di tre bambini che, desiderosi di conservare il ricordo del nonno, ne rubano le ceneri dal cimitero.

Trinidad, Jose Manuel Azuela Espinosa, foto Valerio Pazzi
Trinidad, Jose Manuel Azuela Espinosa, foto Valerio Pazzi

PREMIO FFCF 2024 ALLA “MIGLIORE ATTRICE”

Vincitrice: Nanor Petrosyan per “It takes a village…”

PREMIO FFCF 2024 AL “MIGLIORE ATTORE”

Vincitore: Riccardo De Filippis per “Benzina”

BENZINA (Italia, 20′, “Indieverso”) di Daniel Daquino

Vincenzo gestisce un distributore di benzina su una strada provinciale. Soffre di un disturbo ossessivo compulsivo che rende la sua vita piena di gesti e rituali maniacalmente ordinati. Passano le ore, le canzoni allo stereo, le macchine e gli scherzi di due ragazzini. Solo una donna sembra accorgersi di Vincenzo e accendere in lui qualcosa che lo fa reagire in modo inaspettato.

PREMIO SPECIALE FFCF 2024 “#CLIMATECHANGE”

Vincitore: Dr Vaje, di Carmelo Raneri

DR. VAJE (Italia, 20′, “Ambiente è Musica”) di Carmelo Raneri

In un barrio marginale dell’Avana, vive e lavora “Dr. Vaje” un filosofo-calzolaio che dona nuova vita a scarpe oramai logore, nel rispetto della Madre Terra.

Dr Vaje, Carmelo Raneri, foto Valerio Pazzi

PREMIO SPECIALE FFCF 2024 “MUSICA INDIE”

Vincitore: Stephen Warback per “One note man”

THE ONE NOTE MAN (Regno Unito, 22′, “Ambiente è Musica”) di Jason Watkins

Un musicista vive una vita premurosa. Ogni giorno è esattamente come il successivo, proprio come piace a lui. Un giorno, però, la sfortuna e il destino si scontrano, interrompendo la sua routine e sconvolgendo il suo mondo per sempre

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA

Vincitore: Radio perla del tirreno, di Noemi Arfuso

RADIO PERLA DEL TIRRENO (Italia, 17′, “Buona la Prima”) di Noemi Arfuso

Mimmo Villari nel 1975 ha 29 anni e vive in Calabria. In quel periodo sorgono le prime esperienze di radio pirata in Italia. Villari è elettrizzato dalle voci a riguardo e non perde tempo: si auto costruisce un trasmettitore in fm e mette su così Radio Perla del Tirreno, la prima radio pirata di Bagnara Calabra. Attraverso la cronologia delle registrazioni in radio e dei filmati girati da Mimmo stesso si ottengono intrecciate la sua storia e quella della città. Le voci della radio riflettono sulla politica, sulla filosofia, sull’ educazione civica, creando un discorso che è il ritratto di una società e di un’epoca.

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA

Vincitore: Ginevra Francesconi per “A voce nuda”

A VOCE NUDA (Italia, 16′, “Buona la Prima”) di Mattia Lobosco

Cosa faresti se un giorno una persona senza volto ti ricattasse e diventasse il tuo peggior incubo? La prima reazione di Camilla, musicista, 17 anni, dopo essere stata vittima di sextortion è quella di vergognarsi, nascondersi e rinunciare alle sue passioni e alle sue esibizioni. Riuscirà a trovare la forza per reagire e riappropriarsi di ciò che le è stato strappato?

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA

Vincitore: Mattia Mazzini per “50mm”

50MM (Italia, 18′, “Buona la Prima”) di Joseph Ragnedda

Will è un ragazzo molto giovane che ha ereditato dal padre la passione per la fotografia. Quando un giorno scopre alcune foto scattate a casa sua, cercherà di capire cosa davvero si nasconde dietro quegli scatti.

Il Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” è Patrocinato dalla Regione Emilia-Romagna, dalla Provincia di Ferrara, dal Comune di Ferrara, dall’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna e dalla RAI TGR.

Con il sostegno di Beauty Pioneers, Giannantonio Negretti-Humanistic Cosmetics, Terra Viva Design, Pubbliteam; partner istituzionali: Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara; partner organizzativi: Associazione Ferrara Musica, Consorzio Factory Grisù, Officine Europa APS, Scivales Pianoforti, Mami Voice, Notorious Cinemas; partner didattici: Istituto di Istruzione Superiore Luigi Einaudi, Istituto di Istruzione Superiore G.Carducci, Istituto di Istruzione Superiore Vergani Navarra, Blow Up Academy; partner distributivi: Associak, Première Film, Son of a Pitch, Sayonara Film; ospitalità: Radisson Ferrara, Hotel Touring, Princess Art Hotel Ferrara. Partner editoriali: Add Editore, Edizioni Primavera, il Mulino, Pendragon; in partnership con: Ferrara La Città del Cinema, Luoghi dell’Anima Ita Film Fest, Settetre Music, Wildflowers Laboratorio Floreale, Periscopionline,it, CNA Ferrara, CNA Foer, Officina Teatrale A_ctuar, ESMA Creative Studio. Un ringraziamento alla libreria laFeltrinelli, alla libreria per ragazzi Testaperaria di Ferrara e alla Cooperativa Culturale Giannino Stoppani / Accademia Drosselmeier.

 

Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica”: www.ferrarafilmcorto.it

Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival: https://www.luoghidellanima.it

Foto Valerio Pazzi

Fattore D: dal PNRR all’Equità di Genere
Seminario, 28 ottobre 2024, ore 15,45-18,30, Ferrara

Il progetto delle Destre, l’illusione del Campo Largo e la borsa della spesa: vuota

Il progetto delle Destre e l’illusione del Campo Largo

Siamo così arrivati alla terza Legge di stabilità del governo Meloni, la prima con le nuove regole del Patto di stabilità europeo. E ricompare la parola “sacrifici”, che è più semplice tradurre come un ciclo lungo di austerità per i ceti più deboli.

Una borsa della Spesa sempre più vuota

Infatti, se è vero che, da una parte, le nuove regole di rientro dal deficit e dal debito sembrano più lasche di quelle precedenti, dall’altra, diventano più “ cattive”, nel senso che l’indicatore fondamentale che si prende come riferimento è quello della spesa primaria netta (al netto cioè degli interessi sul debito e di una serie di altre voci minori). Ciò si traduce per l’Italia in un tetto di crescita annua della spesa primaria netta dell’ 1,5% per ciascuno dei prossimi 5 anni, ma, con un’inflazione stimata a circa il 10% complessivo da qui al 2029, questo significa un taglio di più di 2 punti percentuali.
Taglio della spesa che vuol dire sostanzialmente meno spesa sociale e diminuzione dei servizi pubblici, per circa 12-13 miliardi all’anno per i prossimi 5 anni, anche se
si sostiene falsamente che la spesa sanitaria aumenterà. Facendo finta di non vedere che essa, in realtà, rimarrà anche nei prossimi anni sostanzialmente stabile rispetto al PIL e che viene sostenuta, non da una tassazione degli extraprofitti delle banche, ma da un semplice anticipo rispetto alla loro normale imposizione fiscale futura.

Diverse voci si alzeranno per dire che, tutto sommato, si tratta di cifre sopportabili. Soprattutto perché – dicono sempre gli estimatori del governo – siamo in presenza di una crescita dell’occupazione e anche delle entrate tributarie. Ovviamente, si dimenticano di aggiungere che il primo dato si accompagna con una sostanziale stasi del monte ore lavorato annuo, il che vuol dire che l’aumento dell’occupazione, trainato soprattutto dai settori del turismo e dei servizi, avviene con orari di lavoro più bassi (e anche con salari ridotti), ovvero con l’incremento del lavoro povero. E che le maggiori entrate tributarie gravano in particolare su lavoratori dipendenti e pensionati, visto che nei primi 9 mesi dell’anno l’incremento registrato di 22 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2023 deriva soprattutto dalle loro trattenute Irpef.

Insomma, un quadro non propriamente favorevole per i settori sociali più deboli, ma neanche molto utile per il consenso del governo. Che, probabilmente, almeno nelle sue parti più consapevoli, ne è anche avvertito e che, non a caso, prova ad ovviarvi facendo ricorso ad altri strumenti.

Il progetto meloniano

Il primo è certamente quello che sta funzionando in tutta Europa nel portare il vento in poppa alle destre, quello cioè di far leva sulle paure e le incertezze che la globalizzazione e il modello di sviluppo neoliberista generano tra le persone, dirottandole verso l’individuazione del “nemico esterno”, i migranti in primo luogo, e proponendo un approccio reazionario e repressivo nei confronti di chi dissente e dei soggetti marginali, come fa il ddl 1660 “sicurezza”.

Guardando, però, anche all’obiettivo di attrarre nuovi investimenti stranieri in Italia: così si spiega l’attivismo della Meloni, che nei giorni passati, si è incontrata con Elon Musk, Larry Fink, presidente e amministratore delegato di Blackrock, la più grande società di patrimoni del mondo con circa 10.000 miliardi di dollari in gestione, quasi 5 volte il PIL dell’Italia, e Brad Smith, presidente di Microsoft.

Si pensa probabilmente di fare dell’Italia un polo importante per l’innovazione e la finanza internazionale, sottovalutando che queste aziende si muovono dentro una logica monopolistica e iperliberista, se non speculativa, il che significa investimenti che producono poca occupazione, ma sono molto energivori o comunque rispondono ad un criterio di ritorno economico molto forte. Insomma, a me pare di vedere tutti i tratti di un modello sociale e produttivo da “feudalesimo tecnocratico”: iperliberismo, smantellamento dei diritti sociali, lavoro diffuso ma povero, esaltazione del pericolo derivante dal “diverso”, sia esso per “razza”, orientamento sessuale e quant’altro.
Un modello che ben si adatta alla logica di guerra e che, peraltro, presenta molte debolezze, alle quale si tenta di rispondere con una torsione autoritaria e repressiva, restringendo gli spazi di autonomia dei poteri “indipendenti”, dalla magistratura alla stampa, tendenzialmente sottomessi alla volontà del Capo.

Ovviamente, questa è una rappresentazione idealtipica, che mal si concilia con i dati di realtà del nostro Paese e con le mediazioni politiche e sociali cui è necessariamente costretta. E che, però, può fare passi in avanti se incontra la spoliticizzazione e la rassegnazione delle persone (cosa che, per fortuna, non è ancora dominante) e, soprattutto, se non si riesce ad indicare un’alternativa di fondo ad essa. Sbaglia chi pensa che ci si possa opporre alla “rottura” inaugurata dalle nuove destre, a livello nazionale così come a livello internazionale, semplicemente riproponendo un’opzione blanda di trasformazione o di mantenimento dell’assetto preesistente, basato comunque sulla centralità del mercato, temperato da una sua presunta spinta progressiva e da un tessuto di salvaguardia di alcuni diritti fondamentali, ben incarnati nello Stato sociale. Per intenderci, il modello sociale europeo, che è sempre più agonizzante e di cui è rimasta una pallida ombra.

Un Campo Largo che odora di vecchio  

Detto in altri termini, non può funzionare l’idea del cosiddetto “campo largo”, non solo perché declinata in chiave politicista ( mettiamo insieme tutte le forze politiche che si oppongono all’attuale governo), ma, ancor più, perché si rimane fermi a contenuti e idee che sono largamente in crisi e, anzi, rischiano di dare armi alla crescita della destra.
Provo ad esemplificare: che speranze e mobilitazioni può suscitare uno schieramento che, comunque, condivide le nuove regole europee sull’austerità, che oggi, anche giustamente, attacca le scelte di politica economica del governo, ma che, se dovesse scrivere la prossima legge di stabilità, non la farebbe poi tanto diversa da quella che sta uscendo dalla mente di Giorgetti?
Oppure, per restringere la dimensione spaziale, penso alle scelte che sta proponendo il cosiddetto “campo larghissimo” che si sta costruendo in Emilia-Romagna in occasione delle prossime ravvicinate elezioni regionali. Non vedo alcuna traccia di rottura della continuità rispetto alle politiche praticate
dal centro”sinistra” in questi ultimi anni, che sono state contrassegnate da un’idea di centralità della crescita economica quantitativa, poco attenta, per usare un eufemismo, alla necessità di contrastare il cambiamento climatico e avviare una reale transizione ecologica, malferma nel combattere la privatizzazione strisciante dello Stato sociale e la crescita del lavoro povero.

Rompere il paradigma liberista

Una piattaforma che potrà consentire al cosiddetto centro”sinistra” di affermarsi anche in questa tornata elettorale, ma che mostrerà sempre più la corda nel medio periodo, incapace di rispondere alle nuove istanze e domande che provengono dalla società e che possono essere egemonizzate dalla narrazione tossica della destra.

Per quanto la “vulgata” del mettersi tutti insieme possa avere una sua facile popolarità, non è da qui che passerà l’alternativa alla destra. Senza una rottura di paradigma dell’attuale modello produttivo e sociale, una proposta politica che metta al centro sul serio la pace e il ripudio della guerra, l’affermazione di una reale conversione ecologica e ambientale, la lotta alle disuguaglianze crescenti, la messa a punto di politiche industriali coerenti con questi assunti e che incorporino l’obiettivo della valorizzazione del lavoro, il rilancio di un robusto e innovativo Stato sociale non si andrà molto avanti. Non tanto almeno da sconfiggere, cosa che è possibile, questa nuova destra, pericolosa e capace solo di farci vedere bui scenari.

 

Per vedere tutti gli articoli e gli interventi di Corrado Oddi su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

 

 

“Non siamo solo immagini”
Ritratti dal vero di questa Italia

“Non siamo solo immagini”. Ritratti dal vero di questa Italia. 

Immagina di non poter raggiungere i tuoi familiari in Germania per andare a studiare o a lavorare perché l’Italia ti ha revocato una carta di soggiorno perché hai perso il lavoro e tu resti qui disoccupato con i tuoi figli da crescere.

Immagina che arrivi in Italia minorenne su un barcone rischiando la vita e a 18 anni finisci in un cpr, in un carcere, perché qualcuno ha sbagliato a scrivere il tuo nome e cognome e non hai un avvocato che ti difenda.

Immagina di arrivare in Italia sano e di impazzire per la burocrazia, finire in un servizio di igiene mentale e sentirti dire dal medico psichiatra che i bambini stranieri rallentano l’apprendimento dei bambini italiani e per questo servirebbero classi separate.

Immagina di pagare tanti soldi per un documento che riceverai già scaduto e per questo non avrai diritto al medico e al lavoro regolare.

Mercedes
Mahmood
Magdi
Irina e Victor

Immagina di essere stato riconosciuto rifugiato politico e di morire d’asma perché non ti rinnovano la tessera sanitaria perché la questura non ti rilascia il permesso di soggiorno e l’ausl non ti riconosce la ricevuta postale che dimostra che tu ne hai diritto.

Immagina di non poter pagare le tasse perché lo stato italiano ti vuole illegale.

Immagina di essere uscito dal carcere perché innocente e di entrare in un altro carcere perché sei straniero in questo paese.

Immagina di essere madre di bambini italiani e di dovere chiedere l’asilo politico all’Italia per poter stare con loro.

Ghulam
Carmen
Atika
Amira

Immagina di restare incinta e di ottenere un permesso di soggiorno che si chiama cure mediche.

Immagina di essere bambino e di non poter restare alla mensa scolastica perché, per ritardi burocratici, non hai ancora un permesso di soggiorno e dunque un codice fiscale.

Immagina di essere schiavo nei campi e di avere paura di denunciare perché poi non sai dove potrai vivere e lavorare dopo che sei scappato per questo.

Immagina di non poter chiedere la cittadinanza italiana quando vivi da 20 anni in Italia perché nel tuo paese di origine non c’è un ambasciata italiana.

Amarachi
Aimir
Aicha
Adan

Immagina di non poter vivere in Italia con i tuoi figli, tuo marito o il tuo compagno perché non può ottenere un permesso di soggiorno nonostante tu sia qui a lavorare regolarmente e lui in nero perché non ha un permesso di soggiorno.

Immagina di essere fermato frequentemente dalla polizia per il colore della tua pelle.

Sembra un film?
No, tutto questo succede davvero.
Vuoi davvero vivere a fianco di queste persone in un’Italia come realtà?

Zoran
Suzana
Samal
Moussa

Ritratti di Miriam Cariani – tecnica penna e acquarello su carta. Tutti i diritti riservati.

 

 

Per Enrico, per Esempio.
L’eredità politica, tuttora giacente, di Enrico Berlinguer

Per Enrico, per Esempio.

L’eredità politica, tuttora giacente, di Enrico Berlinguer.

 

Mi capita spesso di fare recensioni per libri di amici, che poi pubblico sui social. Questo libro invece è qualcosa di diverso, vorrei fotografare sulla carta virtuale di un articolo il perché esso è un testo necessario, qualcosa che mancava. Non è una biografia su Enrico Berlinguer, è l’attestazione della sua modernità. Pier Paolo Farina, sociologo e saggista fondatore nel 2009 della web-community enricoberlinguer.it ci restituisce la figura di uomo moderno che ha saputo parlare alla generazione del suo tempo e a quelle nate nate dopo la sua morte (piegato dalla fatica, come scrisse Calvino), su quel maledetto palco di Padova nel giugno del 1984.

Faccio fatica a tradurre in parole i miei sentimenti e i miei pensieri, rappresentati esattamente e nel dettaglio dalle parole di Farina, nelle pagine del libro. La figura dolce e fiera di Enrico, fedele ai propri ideali di gioventù’ fino al suo ultimo respiro, ci fanno capire quanto sia sterminato il deserto dei suoi presunti eredi. Nel mondo di oggi tutti ritengono Berlinguer un santino da ricordare di tanto in tanto, sia chi proviene dalla sua esperienza che i suoi avversari politici. Io credo che le sue idee continuino a fare paura, rimanendo una anomalia moderna, applicabile tutt’oggi, ma che segna per la maggior parte il fallimento di chi è venuto dopo di lui. Quando era in vita era considerato pericoloso dagli americani che lo ritenevano troppo filo sovietico, e dai sovietici che lo ritenevano troppo filo americano. Questa collocazione lo rende a tutt’oggi una figura di riferimento di chi sogna davvero un mondo migliore e diverso.

La questione morale, la figura della donna nella società di oggi, la questione mediorientale, la pace, l’ambiente, la ricerca spasmodica e senza dubbi di una terza via, pur nella consapevolezza di essere orgogliosi delle proprie idee, fanno di Berlinguer un’ isola galleggiante nel pattume della politica odierna.

L’eredità di Enrico a quarant’ anni dalla sua morte rimane non riscossa. Un popolo smarrito, anche e soprattutto di giovani, cerca nelle sue parole ma soprattutto nel suo esempio un approdo, una roccia a cui aggrapparsi. Chi dice che il pensiero di Berlinguer è superato e fuori dal tempo, soprattutto a sinistra, mente sapendo di mentire. Ci si dimentica che buona parte dei suoi “eredi” dopo la sua morte hanno seguito la strada migliorista, fino ad arrivare a votare Napolitano quale presidente della Repubblica coi voti anche delle destre. Ma nessuno mai si è chiesto il perché? L’anomalia italiana di un partito socialista di destra, spiana la strada a tutto ciò che ora è la politica del bel paese, orfana di una vera sinistra di popolo. Ma attenzione: non ne faccio una questione di moderatismo o radicalità, la sinistra in Italia non rappresenta in nessun caso le idee e l’eredità di Enrico.

Eppure a me parrebbe così semplice, basterebbe leggerlo, applicarlo, toglierlo dai piedistalli e dalle cornici in cui è incastonato in sedi politiche che spesso non sono le sue, e farlo nuovamente rivivere.

Un compagno non si inchina a un compagno, uguaglianza con l’esempio e non solo a parole, mio padre diceva che non è sufficiente votare il primo partito in alto a sinistra. L’eredità di Berlinguer non è un modo di votare, ma un modo di essere, di vivere, di rendersi partecipi all’interno di una società che ci vede pedine di un capitale sempre più’ aggressivo e vorace. L’ossessione per i confini in un mondo talmente piccolo che tra poco esploderà sono una costante ricerca di potere, possesso, violenza, supremazia, imperialismo. Noi sognavamo un mondo senza confini e senza frontiere.

Berlinguer ci ricorda quanto la politica sia il fondamento di una società civile, sprona i giovani ad appropriarsi di essa, altrimenti diverrà appannaggio di altri. Credo di non avere mai sottolineato così tanto un libro. “Per Enrico, per esempio” va letto, e quelli che ne hanno la capacità lo studino e rendano applicabili le idee di Berlinguer in un mondo che ne ha sete, che ne ha un imprescindibile bisogno.

Quelli che mi dicono che le sue idee sono sorpassate, che lui non c’è più, che quelli di ora sono diversi, che non esistono più le idee di allora, mi fanno tremendamente incazzare: è come se mi dicessero che io sono morto. Le idee che vivono in me, ma non solo, sono la dimostrazione che Berlinguer è ancora tra noi, siamo noi che non riusciamo più a trovarci, immersi nel labirinto alienante di una vita vissuta di corsa. Il tempo è la ricchezza dei giorni moderni, la ricerca dei compagni una missione che ognuno di noi ha nel proprio scopo.

Ho avuto l’onore di essere citato a pag. 300: “Enrico per noi era uno di famiglia … una presenza costante. L’utopia morì quel giorno sul palco di Padova, ma non le sue idee”.

Berlinguer “voleva bene alle gente che lavora”, un’eredità invocata da un popolo smarrito, un’idea di mondo che dava speranza a milioni di persone.

Cito direttamente Farina … il fine ultimo della sua lotta era la realizzazione di quei valori ideali – pace, giustizia, eguaglianza, lavoro, sapere, solidarietà. La politica è passione, coraggio, idee, ma non è niente se non è fatta per gli altri.

Il libro:
Pier Paolo Farina, Per Enrico, per Esempio. L’eredità politica d Enrico Berlinguer, Youcanprint, 2024.

 

Per leggere tutti gli articoli e i racconti di Cristiano Mazzoni su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

 

 

Diario in pubblico /
Che dire? Che fare?

Diario in pubblico. Che dire? Che fare?

Riprendo il Diario in pubblico cercando di superare la stanchezza che m’investe ogni volta che debbo affrontare ciò che mi circonda e decidendo di esporlo ancora con un minimo di fiducia o di posizione critica. L’età della saggezza non m’appartiene più ma forse va perseguita con i pochi strumenti che ti rimangono.

Partirei dalla lettura di un libro che ha avuto una storia complessa: Stefano D’ArrigoIl compratore di anime morte, Rizzoli 2024. Chi segue per dovere o piacere la letteratura italiana conosce bene l’autore tra i più importanti narratori del Novecento soprattutto per il suo romanzo più discusso e impegnativo: Orcynus Orca di cui sarebbe troppo  discuterne la qualità.

Caso assai interessante, inoltre, il recupero di questa opera che la curatrice, Siriana Sgavicchia, espone con sapienza e conoscenza nel saggio conclusivo dove s’indagano le ragioni per cui quel testo venne scritto. Soggetto per il teatro o il cinema? Racconto sulla condizione meridionale reinterpretata sulla scia del grande narratore russo? E perché non venne pubblicato, vivente l’autore.

Tutte le carte inerenti allo scrittore, donate all’Archivio Bonsanti di Firenze hanno permesso la ricostruzione di un testo affascinante che dal mio sediolino di lettore-commentatore tenterò in qualche modo di applicarlo o leggerlo in rapporto alla politica che, credo,  produrrebbe molti e interessanti paralleli.
E se il trovatello Cirillo inventandosi ‘esser principe raccoglie il patrimonio delle “anime morte” ovvero il possesso di coloro che lavoravano nei campi siciliani in quanto intende vendere allo stato borbonico “le terre e le anime che ci lavorano perché approfittando di una legge mai scritta i morti possono fruttare quanto i vivi”.

E allora quante anime “morte” ci aspettano in quel ministero che si chiama della Cultura?
E allora le vicende dei vivi che diventano morti come i due ultimi detentori della presidenza di quel ministero e le “bocce” e gli Spano e i “pederasti” e perfino colui che più s’avvicina a Cirillo vale a dire Ranucci che rivela e svela, che dice e non dice, che si lecca le labbra in attesa dei terremoti mentre tutti aspettiamo le rivelazioni della domenica indicano il grado d’interesse che in questo momento la nazione ha per questi fatti-misfatti.

Riguardo e ripenso poi ai fatti d’Albania e allo scontro innegabile tra magistratura e certa politica; poi m’ingolfo nel capire cosa sta succedendo ma…invano. Nulla mi aiutano i commenti e le trasmissioni dedicate e sempre di più mi convinco che c’è un utilizzo spietato delle anime morte.

Mercoledì 16 ottobre 2024 sul Corriere della Sera a firma di Gian Antonio Stella leggo un articolo che mi commuove e mi sommuove il ricordo: “Quando i fascisti nel Polesine fucilarono 42 persone. La strage tutta italiana finita troppo presto nell’oblio”, p.25.

Ed io in quel luogo per più di 40 anni ho trascorso gran parte delle estati ricevendo dalla stessa voce dei soggetti che la vissero il senso dell’orrore e della spietatezza. Come ho raccontato in altre occasioni la famiglia di Eleonora l’amatissima sorella putativa ci apriva la casa di Villamarzana dove trascorremmo anni, e mesi e giorni felici. Per scherzare quando tornavo alle mie consuete vicende e lavori ormai l’appellativo che ricevevo era quello di “conte”.
Lì ho piantato rose e giaggioli, li ho curato limoni, lì ho studiato e fatto studiare, lì si è svolta parte importantissima della mia vita. Anzi della nostra vita: Doda, Ele ed io. Sapevo del massacro compiuto dai fascisti, del significato che aveva la via su cui sorgeva la villa: via 42 martiri. Della casa in centro al cui muro vennero sparati i giovani ricordo quale stretta al cuore mi procurava.

Ma soprattutto ricordo quelle stagioni, quei luoghi, quella famiglia a cui sempre ritorno col cuore e con la mente.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

 

 

Ferrara Film Corto Festival:
uno sguardo personale, oltre le giurie ed i premi

Ferrara Film Corto Festival: uno sguardo personale, oltre le giurie ed i premi

Il Ferrara Film Corto Festival, giunto alla settima edizione, non richiama a Ferrara le stesse folle del festival di Internazionale, ma l’atmosfera lo ricorda: tanti giovani, sia tra gli organizzatori, sia dietro le quinte, sia tra il pubblico. La differenza è che, in questo caso, Ferrara non è solo il luogo in cui si svolge il festival, ma è il luogo di provenienza del nucleo di intelligenza collettiva che lo anima. Eugenio Squarcia è il direttore artistico, Sara Bardella è l’organizzatrice degli eventi, la “nostra” Simonetta Sandri è alla comunicazione, Sergio Gessi è alla presidenza della Ferrara Film Commission – FFC (per il team completo, leggi qui).

E’ impossibile raccontare di ogni cortometraggio proiettato all’interno del Festival. Non ci riuscirei nemmeno se li avessi visti tutti. Ancora meno sarei in grado di esprimere un giudizio da “giurato”. Però venerdì sono riuscito, per conto di Periscopio (uno dei partner del festival), a intervistare tre registi di altrettanti corti che ho visto. Corti che hanno una cosa in comune, anche se sono molto diversi tra loro.

La cosa in comune è che quello che viene prima e quello che viene dopo è altrettanto importante di quello che c’è dentro il film. Succede anche nei racconti: il nucleo condensa un frangente che fa intuire antefatti e immaginare evoluzioni. Entrambi non possono che essere accennati, per la natura stessa del mezzo usato. Poi ci sono corti che addirittura si avvicinano al linguaggio della poesia, dove i nessi tra i fatti e gli stati d’animo non hanno nemmeno più una successione logica e temporale, ma si trovano condensati in parole – in questo caso, immagini – che scatenano una perturbazione della memoria, dei sensi e dello spirito.

E’ (per me) il caso di “Trinidad”, del regista messicano Josè Manuel Azuela Espinosa. La vicenda dei tre nipoti che rubano da un cimitero le ceneri del nonno ucciso per tenerle con sè non è mostrata in modo lineare, e nemmeno attraverso quelli che classicamente vengono chiamati flash-back – e il regista me lo ha confermato. E’ piuttosto un pannello di immagini che mi ha trasmesso un senso di panta rei, per cui nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si trasforma; e mi sono sentito al sicuro come una delle nipoti dentro l’abbraccio delle radici nodose degli alberi centenari. Ho chiesto al regista se l’intenzione era anche quella di mostrare il posto che la (arrogante) specie umana deve ricordarsi di occupare nel mondo naturale. Josè mi ha sorriso da sotto i baffi e ha annuito; forse per non imbarazzarmi, visto il mio pessimo spagnolo. E’ un corto senza dialoghi, senza parole: le immagini parlano un linguaggio universale. La luce restituisce un’atmosfera che riporta al realismo magico.

Luigi Cianciaruso è il giovane regista e autore de “Il treno Speciale”, che prende spunto dal terribile incidente ferroviario avvenuto nel 2016 sulla tratta Andria – Corato. Mi ha confermato quello che avevo “capito”: che quel maestro e quell’allievo, che non si parlavano pur essendo uno di fronte all’altro nello scompartimento di quel treno, una volta dentro questo sogno (o questa esperienza di afterlife) si sono liberati dei ruoli e delle convenzioni sociali, e si sono reciprocamente conosciuti attraverso le passioni che non hanno più avuto timore di comunicarsi: la pittura e la bici per il professore, la poesia per l’allievo. Il tutto in un’atmosfera serena e libera dalle convenzioni, dalle barriere e dal dolore.

 

Andrea Fabbri è il regista di “Orme”, un corto che parte dalla storia dell‘Argentiera, frazione di Sassari, la cui vita sociale nella prima metà del secolo scorso ruotò attorno alla miniera di zinco e piombo (che fece anche tanti morti di silicosi), per poi svuotarsi alla chiusura della miniera stessa. “Non avevamo nulla e avevamo tutto”, dice una anziana abitante ricordando i “tempi d’oro” (meglio, di piombo). Oggi l’Argentiera è una terra relitta, che conta 54 residenti. Inframezzato dal racconto quasi mitologico della sommersione di Tirrenide  – quel continente ora sott’acqua che alcuni ritengono una Atlantide del Mediterraneo occidentale, che comprendeva anche la attuale Ichnusa (“orma” in sardo e, appunto, il nome greco della Sardegna) – il cortometraggio (negli accenni del suo giovane regista Andrea Fabbri) mostra il recupero di una struttura abbandonata all’Argentiera per farla diventare un centro culturale. Fa impressione vedere tutti questi giovani al lavoro non per edificare qualcosa di nuovo, ma per recuperare il vecchio e ridargli un senso ed una funzione attuale, pur in un lembo di terra magnifica, ma anche aspra e precaria.

 

 

Concludo con una menzione personale per “The fisherman, the alien, the sea” di Elisabetta Zavoli, che non era presente fisicamente e quindi non ho potuto “intervistare”. Questo corto mostra la giornata – forse sarebbe meglio dire la notte – del pescatore della sacca di Goro alle prese con l’invasione del granchio blu, che divora tutta la fauna e quindi il fatturato del Consorzio Pescatori. Attraverso la narrazione del giovane presidente del Consorzio, ripreso al lavoro nella luce torpida e nell’atmosfera amniotica della Sacca, si passa dalla paura del nemico (il granchio blu appunto), alla consapevolezza della totale distruzione della fonte di guadagno, all’aggressione del problema per trasformarlo in opportunità attraverso il recupero di una modalità di pesca praticata dal nonno, e infine verso una presa di coscienza che nel breve periodo il granchio blu è una sciagura, ma nel lungo periodo può diventare un bene, economico e culturale. Sol che si sappia “cambiare quando la natura decide di cambiare”.

 

In copertina: immagine tratta da Trinidad, di Josè Manuel Azuela Espinosa

 

Per certi versi /
La Cassandra della poesia

La Cassandra della poesia

I Greci lo sapevano
Sapevano
Che agli uomini
Senza limite
Accadrà un fatto
Terribile
La punizione
Degli dèi
Non ci saranno
Vie di fuga
Né pietà nemmeno
Su Marte
Ci vorrà
Un’altra Arca
Dove saremo tutti
Migranti
E gli uccelli
Rideranno
Come cornacchie
Da cabaret
I cani increduli
Traditi dai padroni
I padroni
Tradiscono sempre
I gatti invece
Saranno attesi
Dagli dèi
Sono come loro
Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Chi ha vinto?

Chi ha vinto? 

Israele vuol convincere il mondo che sta per auto compiere un doppio miracolo: riuscire a vincere perdendo.
Chi in ogni parte libera del mondo interpreta l’Ebraismo sentendosi forte della propria storia e non delle proprie armi, nei confronti di quell’Israele lì, sionista, razzista, militarista, fanatico, di estrema destra, prova un sentimento misto di pietà e vergogna, rimorso e condanna.

Come sempre l’aveva vista giusta e lunga Naji al Ali in una delle sue tante magistrali e profetiche vignette.

 

 

 

 

Presto di mattina /
Jon Fosse e il teatro degli sconfinamenti

Presto di mattina. Jon Fosse e il teatro degli sconfinamenti

Quel che ci serve oggi: sconfinare

«Ci serve questo: una cultura che allarga i confini, che non è settaria – e voi non siete settari – né si pone al di sopra degli altri ma, al contrario, sta nella pasta del mondo portandovi dentro un lievito buono, che contribuisce al bene dell’umanità. Questo compito, questa speranza più grande, è affidata a voi».

«Allargate i confini! Siate inquieti cercatori della verità e non spegnete mai la passione, per non cedere all’accidia del pensiero, che è una malattia molto brutta». «Siate protagonisti nel generare una cultura dell’inclusione, della compassione, dell’attenzione verso i più deboli e verso le grandi sfide del mondo in cui viviamo» (Papa Francesco ai docenti dell’Università cattolica di Lovanio, Belgio, 26 – 29 settembre 2024).

I confini si allargano non spostandoli o rimuovendoli, ma attraversandoli: sconfinando, andando e venendo da sé agli altri, da loro a noi. Relazioni che creano sconfinatezza, come quella dello sguardo, non senza tuttavia un criterio di riferimento etico: Ubi amor ibi oculus, ricorda Riccardo di san Vittore (PL 196, col. 10 A).

Dov’è compassione samaritana lì converge lo sguardo, lì diventiamo, conosciamo l’altro. Amore e conoscenza vanno insieme, perché solo l’amore conosce perfettamente (s. Paolo) e si conosce solo ciò che si ama (s. Agostino).

Teatro: verbum visibile, signum audibile

Così ho osato anch’io sconfinare in un ambito quasi mai frequentato e per me straniero: il Teatro.

Veramente un buio luminoso. Luogo di sconfinamenti performativi. Le parole in voci, che fanno quello che dicono. I corpi e i gesti espressivi voce dell’azione. Nell’atto teatrale vi è corrispondenza e intreccio delle qualità e limiti dei differenti idiomi, linguaggi, gesti, segni. Di più. Si dà uno scambio di funzioni tra opposti vettori e agenti: uno fa ciò che dovrebbe fare l’altro, sta in vece sua.

Un mirabile commercio e uno scambio che disorienta al punto che “le parole si vedono” e “i gesti si ascoltano”: verbum visibile, signum audibile. L’espressione è di s. Agostino per far cogliere il carattere performativo dell’evento sacramentale e dell’atto liturgico: l’enunciazione coincide con la sua attuazione. Nell’assemblea convocata dalla Parola e dai Segni, come un invito a teatro, si ripresenta, si attua, vive e rivive allo stesso tempo, per tutti l’unico evento sempre nuovo di un mistero narrato e celebrato.

Teatro: sconfinamento che coinvolge in una totalità che non si possiede, ma è cercata ogni volta perché si percepisce esistente, misteriosamente presente in una comunanza di vita, di differenze plurali ed estranee tra loro. Autori, attori e le persone del pubblico; palcoscenico e platea figure e luoghi così differenti tra loro sono chiamati ad incontrarsi, nonostante il sipario si apra e si chiuda, oscuri o illumini, come un varco, fessura possibile all’incontro perché Qualcuno verrà.

Penso che a teatro accada come quando un fiume entra nel mare e le acque dell’uno si scontrano con quelle dell’altro; contrastano, ribollono, crescono come fronteggiandosi tra loro per un attimo, per un attimo solo, ma lunghissimo, che fa tenere il fiato sospeso e poi, poi come il lievito nella pasta, un’onda è abbracciata dentro all’altra a portare vita e a riceverla e forse a ricrearla. Il teatro è come un mare che apre il guscio di relazioni soffocanti senza gli altri, senza sbocco al mare.

Quando il mare si fa bianco e nero
e pensa come farà freddo in casa
quando il vento passa tra i muri
e pensa quanto è lontana dagli altri
pensa al buio che c’è
al silenzio che ci sarà
e pensa come soffia il vento
come infuriano le onde
E laggiù c’è il mare
con tutte le sue onde
il mare
è bianco e nero
con le sue onde
con le sue profondità
morbide e scure
E noi che volevamo solo restare
l’uno di fianco all’altro
(Jon Fosse)

Il teatro degli sconfinamenti

E niente è stabile
tutto è in movimento
come le nuvole
una vita è un cielo percorso da nuvole
prima che scenda l’oscurità
(Jon Fosse, Teatro, Editoria & Spettacolo, Spoleto (PG) 2006, 62-63; 215).

Ho così varcato la soglia della biblioteca comunale al civico 5 di Corso Martiri della libertà a chiedere due testi: Teatro una raccolta di alcune sue opere teatrali e uno studio sulla sua drammaturgia.

Subito scorrendo la prefazione del primo mi hanno preso le parole di Rodolfo Di Giammarco: «leggere o veder realizzato il teatro di Fosse equivale ad abbandonarsi a zone della psiche che vengono di volta in volta molestate, affascinate, turbate, trascinate in altre dimensioni. E tuttavia si stabilisce sempre un rapporto con qualcosa di naturale, con un flusso vitale e al tempo stesso contemplativo» (ivi, VII).

Ma è stato da Leif Zern, giornalista nonché uno dei più importanti critici teatrali europei contemporanei, che, come un non vedente, mi sono lasciato guidare tra le quinte del palcoscenico in Quel buio luminoso che è la drammaturgia di Jon Fosse.

Scrive Leif Zern: «Vedere un suo dramma è come vedere qualcuno che si affretta a passare, come se l’unico compito della scena fosse rendere possibile questo passaggio. E quindi questi movimenti, come ombre, attraversano soglie, porte aperte, andando di stanza in stanza. Fosse scrive con amore e comprensione sui molti che non ce la fanno, quelli che non vogliono o non possono accettare la felicità dell’autorealizzazione» (Quel buio luminoso. Sulla drammaturgia di Jon Fosse. Cue Press, Imola 2023, 31).

“Io non so, ma Tu sai” e non ci separeremo mai

Fosse si interessa di quello che non può essere detto, dell’indicibile appunto; così anche l’immobilità, le pause i silenzi le attese sono fatte di movimento, segnate dall’inquietudine. Risposte il più delle volte sospese a due frammenti di parole “Non so”, “non lo so”; è la risposta ricorrente nei suoi testi sconfinanti nell’oltre- ed intra- umano, luoghi non luoghi che come nei mistici rappresentano la via negativa della conoscenza del mistero.

La notte canta è un testo dell’autore in cui una scintilla è nascosta in essa. Così pure E non ci separeremo mai rappresenta e interpreta il legame che tiene uniti dentro e nonostante gli sconfinamenti, le sospensioni, le separazioni, lo stare fuori di sé (estasi).

Non so cosa sia
che fa sempre succedere qualcosa
Ma qualcosa deve pur essere
Perché di fatto succede sempre qualcosa
Non voglio che succeda qualcosa
ma di fatto succede
qualcosa
Cos’è che fa succedere tutto
Sono io
Qualcun altro
Non lo so
(ivi, 173).

Qualcuno verrà titola un altro testo, come a dire che quello di Fosse è un teatro dell’attesa. «Teatro della sospensione» lo chiama Zern, appunto come qualcuno in equilibro instabile che attende di essere mosso da qualcun altro. E continua: «Nei drammi di Fosse l’anonimità è una speranza. So bene che altri sono di parere diverso, ma il mio viaggio nel suo teatro mi ha portato sempre più vicino a quello che considero il cuore della sua drammaturgia: il misticismo, il fragile equilibrio fra vuoto e senso» (ivi, 9).

Lao Tse filosofo cinese del sec. V a. C. scrisse: «La via (Tao) che si può nominare non è la vera via».

Una volta, durante la malattia di don Sandro, egli mi disse: «Non so cosa vuole il Signore da me». Rimasi in silenzio, ma alla sera, alla preghiera di compieta, gli lessi un detto dei Padri del deserto che avevo trovato pochi giorni prima circa un tale, Abba Giuseppe, che come lui andava ripetendo: “non lo so”. E ritornò il silenzio tra noi.

Quella sera pensai che anche don Sandro in quella oscurità stesse già camminando nella “via”, anzi fosse uno della “via”, come gli Atti degli Apostoli chiamano i cristiani (“quelli della via): «Un monaco egiziano del IV secolo disse ai fratelli: “Veramente Abba Giuseppe ha trovato la via poiché ha detto non lo so”». E tra le pieghe della notte, ascoltando quel silenzio, mi sembrò che ruminasse i segreti pensieri di don Sandro: “Io non so, ma Tu sai”.

E s. Atanasio, commentando l’ultimo versetto del monumentale salmo alfabetico sulla parola di Dio [118 (119), 176], ha scritto: «Mi sono smarrito, abbandonando te che sei il vero pastore; ma tu sai dove sono: vieni a riprendermi!» (I Padri commentano il Salterio della tradizione, Gribaudi, Torino 1983).

Sconfinando nella notte

In quei “non so” vi è qualcosa di genuinamente evangelico, di mistico: la forma stessa del credere. Il nascondersi tra gli ultimi e, nella notte oscura, l’affidarsi nelle mani dell’Indicibile. Questa fede «non si dà né come spettacolo, né come esempio, non fa commercio né di certezze di un discorso di verità (supposte come valide una volta per tutte e per tutti), né di assicurazioni per l’eternità.

Essa ha a che fare con la notte, il silenzio, la debolezza, essa si avventurerebbe sul cammino oscuro, non tracciato, “tutto interiore”… La fede suppone una fiducia che non ha garanzia di ciò che la fonda: l’altro», (Luce Jard, Cercando Dio, in Michel de Certeau, Debolezza del credere Città Aperta Edizioni, Troina (En) 2006, XXVII).

E in Fabula, mistica I de Certeau scrive: «È mistico colui o colei che non può fermare il cammino e, con la certezza di ciò che gli/le manca, di ogni luogo e oggetto sa che non è questo, che qui non si può risiedere né contentarsi di quello. Il desiderio crea un eccesso. Eccede, passa e perde i luoghi. Fa andare più lontano, altrove. Non abita da nessuna parte. Dice ancora Hadewijch (mistica e poetessa fiamminga di Aversa sec XII), [luogo] che è abitato da “un nobile “non so” che né questo, né quello, che ci conduce, introduce e assorbe nell’Origine”» (Il Mulino, Bologna 1987, 404-405).

Un incontro inatteso come un bagliore

Nella scrittura Jon Fosse scopre il senso dell’esperienza religiosa, mistica pure come esperienza di smarrimento e di ritrovamento, di movimento e di immobilità, di trasformazione e identità; un’esperienza di consolazione, forse una grazia che come tale non è cercata, inseguita ma si riceve, è donata, si dona essa stessa. Non è l’uomo che la trova, ma è questo bagliore di bellezza che trova lui: un incontro inatteso, come una sorpresa indefinibile.

Il suo ultimo testo Un Bagliore (La nave di Teseo, Milano 2024) si conclude come una Fabula mistica certeliana, intrisa dello stesso linguaggio dei mistici. Una storia apparentemente ordinaria, quasi banale, diventa cifra di un’esperienza universale del mistero dell’umano e del divino nell’umano.

Narra di un uomo che viaggia con la sua auto senza una precisa direzione e senza sapere dove va; l’auto vien bloccata dal fango, scende repentina la sera; poi la neve, il freddo e la notte fanno il resto ed egli si sente spinto ad entrare in una foresta e in quell’oscurità impenetrabile accade un bagliore misterioso.

«E ora non vedo quasi più niente, tanto è diventato buio tra gli alberi. E poi questa neve. E questo freddo … Ora, però, si è fatto così buio, Mi fermo. Guardo davanti a me, dentro il buio nero, è come se non si vedesse nulla, solo il buio nero. Guardo in alto, dritto in alto, e vedo un cielo nero senza stelle» (ivi, 22; 25).

«Poi un bagliore indefinibile, sempre più nitido. È bello a guardarsi e non fa male», poi la luce scompare ma ad essa subentra una voce e inizia un dialogo con quella misteriosa voce che fa percepire sempre un’indefinibile sensazione di prossimità e compagnia che alla fine rivela la sua identità con parole simili a quelle della teofania del roveto ardente nel libro dell’Esodo: “Io sono chi sono” (ivi, 42).

Sulla soglia di qualcos’altro

«[Un] uomo con l’abito nero tende la mano, tende la mano verso di me e lo guardo… prendo la sua mano protesa e mi accorgo di essere immerso nella luce bianca e splendente che adesso percepisco come una specie di nebbia luminosa, ma in un certo senso morbida, e nulla è chiaro, o meglio sono dentro una specie di chiarità, in un certo senso lo sono, poi l’uomo con l’abito nero inizia a camminare lentamente ed è come se stesse uscendo dal bosco, ma per dove non lo so… È come se stessimo camminando nell’aria sottile, sì, sì. Stiamo davvero camminando nell’aria sottile e non sembra nemmeno che camminiamo anche se ci stiamo muovendo. Sì in un certo senso lo stiamo facendo ed è un po’ come se non fossi più me stesso ma fossi diventato parte dell’entità splendente che non è più scintillante nel suo bagliore splendente. E come se tutto fosse privo di significato come se il significato, sì, il significato non esistesse più perché tutto è solo quello, tutto è significato ed è come se non stessimo più camminando, sì, come se avessimo smesso completamente di muoversi, siamo come in movimento senza esserlo ed è come se io non vedessi più, sono come dentro una griglia che mi abbraccia, sì, che abbraccia tutto ciò che esiste davvero, sì, è come se tutto fosse solo nella sua grigità, non esiste niente, poi all’improvviso sono immerso in una luce così forte che non è una luce, no, non può essere una luce, ma un vuoto, un nulla e, sì, non è forse l’entità splendente quella che c’è davanti a noi, sì, l’entità che fulge radiosa nel suo biancore e dice seguimi e la seguiamo, lentamente, passo dopo passo, respiro dopo respiro, l’uomo con l’abito nero, senza volto, mia madre, mio padre ed io, usciamo a piedi nudi nel nulla, respiro dopo respiro, e all’improvviso non esiste più neanche il singolo respiro, ma solo l’entità splendente, scintillante che dal suo biancore illumina un nulla che respira, che adesso è ciò che respiriamo» (ivi, 72; 74).

Anche gli angeli sconfinano

Jon Fosse ama ricordare che quando il teatro è veramente buono, e si esprime in momenti chiari e intensi seppure inspiegabili «un angelo attraversa la scena». Saggi gnostici (Saggi gnostici, Cue press, Imola 2018, 72-74).

Ascolterò gli angeli che provengono dai miei amici morti
silenziosi come la neve evidenti come la neve
Vedrò la neve sciogliersi e diventare acqua
La vedrò scomparire
e tornare, come aquile
Vedrò le aquile arrivare
Scomparire
e sentirò la musica
nel movimento che creiamo
e che ci crea, così evidenti, nel buio

Ma gli angeli mi traggono ogni giorno fuori
dalla mia pietrificazione
nello splendore e nella pietrificazione li mio movimento
non è minaccioso
La gioia è senza gioia
Per tutto posso ringraziare gli angeli
(Ascolterò gli angeli arrivare, Crocetti editore, Milano 2024, 67; 97).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Cpr (centri di permanenza per il rimpatrio): disumani e dispendiosi.
La denuncia nel rapporto di ActionAid “Trattenuti 2024”

Cpr (centri di permanenza per il rimpatrio): disumani e dispendiosi.
La denuncia nel rapporto di ActionAid “Trattenuti 2024”

di Patrizia Pallara
da Collettiva del 25 ottobre 2024 

I costi

Partiamo dai costi, che sono astronomici. 39 milioni di euro è la spesa che lo Stato ha dovuto affrontare nel 2022-2023 per l’intero sistema. Una cifra che è cresciuta a dismisura, se si considera che nel quadriennio 2018-2021 era di 53 milioni. Il costo medio annuo di un posto raggiunge quasi 29 mila euro, a cui vanno aggiunte le cosiddette spese accessorie.

A Macomer (Nuoro), per esempio, costa di più garantire il vitto e alloggio delle forze dell’ordine a presidio del Cpr che gestirlo: 5 milioni 800 mila euro nel 2020-2023 che, sommati a quanto speso per la sola struttura, portano il costo medio di un posto a superare i 52 mila euro nel 2023.

Manutenzione troppo straordinaria

Poi c’è la manutenzione dei centri: oltre 33 milioni spesi tra il 2018 e il 2023, di cui oltre il 76 per cento usato per interventi straordinari, cioè ristrutturazioni dovute a danneggiamenti. A conferma che il prolungamento dei tempi di trattenimento comporta solo la crescita delle spese.

“Questo è un indicatore delle condizioni di vita interne ai Cpr, che non sono dignitose – afferma Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per ActionAid e curatore del report -. Le persone che sono recluse senza aver commesso alcun reato, sono portate a compiere atti di autolesionismo e alla rivolta, provocati dalle condizioni di estremo disagio e dalla privazione dei diritti basilari. Negli ultimi due anni la situazione è anche peggiorata. Danni e distruzioni che rendono indisponibili gran parte dei posti e a cui si risponde con opere straordinarie”.

Nel 2018, 33 giorni di permanenza media in un Cpr corrispondono quasi 1,3 milioni di euro per costi di manutenzione straordinaria; nel 2022, a fronte di 40 giorni di permanenza, i costi sono balzati a 9,6 milioni.

Sistema fallimentare

Cifre spese per un sistema che è disumano e che per di più si è dimostrato fallimentare. Queste strutture hanno la missione di rimpatriare le persone recluse, ma ne rispediscono a casa molto poche: nel 2023 il 10 per cento degli stranieri colpiti da un provvedimento di espulsione, ovvero 2.987 su 28.347.

Eppure, questi centri di detenzione vengono spacciati come una soluzione per aumentare il numero dei rimpatri, sebbene i dati dicano l’esatto contrario: dal 2017 si rimpatria meno, a costi più alti e in maniera sempre più coercitiva.

“Questo dimostra che il vero obiettivo dei Cpr non è rimpatriare le persone – riprende Coresi -, ma data la loro inefficacia, assimilarle ai criminali. Siamo di fronte a un sistema che esiste dal 1998, che è sempre stata un fallimento e che non è mai stato cambiato”. Anzi, si cerca di potenziarlo, investendo su un modello che addirittura delocalizza in Paesi extra europei.

L’hub siciliano

Stiamo parlando dei nuovi Ctra, centri di trattenimento per richiedenti asilo sottoposti a procedure di frontiera, sistema creato con il decreto Cutro. Oltre a quelli in Albania, in terra italica ci sono quelli di Modica inaugurato nel 2023 (1 milione 650mila euro spesi), Porto Empedocle (Agrigento) sorto nel 2024. Altri due entro fine anno, ad Augusta (Catania) e Trapani: 16 milioni di euro sul bilancio 2024 del ministero della Difesa.

In questo modo la Sicilia è diventato il nuovo hub per il trattenimento leggero. E proprio dai Cpr siciliani parte il 54 per cento dei rimpatri nazionali, l’85 dei quali di soli cittadini tunisini: il sistema nei fatti trattiene persone in frontiera, in particolare in Sicilia, e si fonda sul solo accordo bilaterale con la Tunisia. I tunisini però nel 2023 sono stati meno dell’11 per cento degli arrivi complessivi in Italia.

Gestione disastrosa

Anche sul fronte della gestione, i Cpr sono un disastro. “Cooperative e soggetti for profit, tra i quali anche una multinazionale, conducono le strutture detentive tra confusione amministrativa e mancanza di trasparenza – conclude Coresi di ActionAid – . Questi enti producono un guadagno non erogando quanto previsto dal contratto e facendo leva sui mancati controlli delle prefetture. Anche per questo, visti i monitoraggi come il nostro, sono sempre meno i soggetti disposti a gestire questi luoghi, che spesso si alleano con i propri concorrenti per vincere le gare”.

Nota:
Tutti gli articoli di Periscopio sui Cpr e sulla mobilitazione per abolirli [leggi Qui]

In copertina: Cpr carcere di Lampedusa – foto di Antonello Nusca

 

Palestine Cinema Days : film palestinesi in tutto il mondo.
1° appuntamento a Ferrara: 2 novembre ore 11 al Grisù

Palestine Cinema Days : film palestinesi in tutto il mondo.

Sabato 2 Novembre 2024, alle Ore 11.00
Alla Factory Grisù
IN COLLABORAZIONE CON SUBCULTURE FESTIVAL, EMERGENCY FERRARA, ANPI

Naila and the Uprising

un film di Julia Bacha

– evento gratuito –

Naila and the Uprising racconta lo straordinario viaggio di Naila Ayesh e di una comunità di donne in prima linea, le cui storie si intrecciano con la mobilitazione più vibrante e non violenta della storia palestinese: la prima Intifada alla fine degli anni ’80.

I Palestine Cinema Days sono organizzati il 2 novembre di ogni anno dal Film Lab Palestine, in occasione dell’anniversario della Dichiarazione di Balfour, il documento che, forse più di ogni altro, ha segnato la storia del Medio Oriente moderno. L’evento nasce per amplificare narrative e voci poco sentite.
Dal 2023, nell’impossibilità di proiettare i film in Palestina, nasce, con la collaborazione di Aflamuna, un evento globale che nell’ultima edizione ha coinvolto 41 paesi con più di 171 proiezioni. Quest’anno saranno più di 250 in tutto il mondo > su aflamuna.org la mappa completa!

 

 

Un universitario in pandemia

Un universitario in pandemia

Rivolgo questo articolo principalmente a noi giovani che abbiamo trascorso ben due anni di sessioni di esami con l’ansia di contrarre il covid. La pandemia ovviamente non è stata facile per nessuno, ma volevo provare ad esternare il mio punto di vista di universitaria (presentato con giusto un pizzico di ironia, perché la realtà così com’è  è già pesa di suo).

Febbraio 2020. Finalmente, dopo le solite ansie da esame e un bel sospiro di sollievo di fine febbraio, e quindi di fine sessione, si sta per dare inizio al nuovo semestre, ergo lezioni, nuovi incontri, aperitivi con amici, libertà da post esami e giusto un pizzico di spensieratezza, quella tanto agognata tra una sessione e l’altra.

Ma, ecco i primissimi casi di Corona virus nel nord Italia. “Vabbè, due o tre casi, non andrà oltre, passerà in fretta” – dicevamo, o meglio speravamo, mentre quello che era inizialmente un piccolo timore, che di tanto in tanto bisbigliava dentro di noi i più terribili presagi, stava diventando vero e proprio terrore.

I casi aumentano, scendono velocemente in tutta Italia, e in pochissime settimane ci ritroviamo in lockdown. Trauma. Ci ritroviamo tutti chiusi in casa a fare pizze, fingendo che in fondo vada tutto bene .“Sopravviveremo. Basta rimanere in casa e usare l’Amuchina. Passerà presto” – ripetiamo a noi stessi, illudendoci.

Iniziano le lezioni on line, c’è chi le ama, chi le odia, a chi non cambia nulla, perché le lezioni fanno schifo comunque. Le connessioni vanno e vengono, i professori spiegano, ricordando vagamente un rigido C3PO mentre tenta di farsi capire il più possibile, anche se le difficoltà sono tante.

Intanto siamo chiusi in casa. Si comunica per messaggi, chiamate whatsapp o meet, niente più birrozzo e piadina su una panchina a chiacchierare al parco, niente più gruppi di “studio” in aula studio, niente più passeggiate, serate al cinema, niente più vita vera.

Molti si sono isolati, cercando di rispettare il più possibile le regole, alcuni hanno tentato di resistere all’isolamento totale, provando a incontrarsi al reparto surgelati al supermercato, oppure “casualmente” facendo attività fisica (mai fatta prima, ma pur di uscire di casa si sarebbe stati disposti anche a fare “sport”, poco importava se con un kebab in mano al passo di lumaca).

I casi aumentano, il covid avanza imperturbabile, senza pietà, nemmeno davanti ai cadaveri cremati in serie. I telegiornali non fanno che ricordarci il numero di morti, gli intubati, quanto rischiamo se usciamo di casa.

Nel frattempo però, dobbiamo ancora dare i nostri esami. Dobbiamo studiare, mantenere la calma, il controllo, la concentrazione, l’ottimismo. L’OTTIMISMO, come no. Più volte potremmo aver considerato, ma solo di sfuggita eh, la rinuncia agli studi.

“Niente più ansie! Nel peggiore dei casi mi apro una pizzeria, tanto mi sono esercitato durante il lockdown!” – potremmo aver solo pensato di mollare tutto per un attimo, perché quello che ci veniva richiesto in quel momento ci sembrava decisamente più grande di noi.

Mantenere la calma, essere ligi al dovere, rispettare tutte le regole, quando fuori c’era una pandemia e avremmo potuto rischiare la vita in qualsiasi momento, magari andando a comprare proprio il lievito, oppure mentre il disgraziato di turno ci tossiva in faccia durante la fila in cassa.

Dovevamo rimanere segregati a seguire lezioni al pc per ore, studiare dando il meglio di noi. Ma l’isolamento e l’enorme stress sicuramente non avranno influito positivamente sulla nostra già altalenante autostima da studente universitario.

Non uscendo, l’ansia, già presente in noi dal momento in cui abbiamo avuto la brillante idea di iscriverci all’università, non ha fatto altro che aumentare, le insicurezze sono triplicate, la paura di non farcela era il buongiorno del nostro caro Super Io (quello str**zo pignolo).

Sono usciti anche i vaccini. Una/due dosi e passa la paura. Qualche morto è scappato anche lì, pochissimi – dicono, ma vallo a spiegare alla mia amigdala, stressata già di suo, che tra un esame e l’altro si deve ricordare ogni volta, tipo schiaffone allegorico, che “ah sì si può morire di covid, NON DIMENTICARLO, MAI”.

Ma non c’è due senza tre e ci sarà la terza dose anche per te! Così tutti salvi saremo, finché un’altra dose non faremo! (forse, chi lo sa, le stime sono pur sempre stime, la scienza sembra diventata un’opinione, una chiacchiera dal parrucchiere, tra un “secondo me” e un “lo scopriremo solo vivendo, se vivremo”).

E poi spunta il green pass, che ti dice dove andare e dove non puoi andare, cosa puoi fare e cosa no (cosa che probabilmente, a sentirla un paio di anni fa, ci avrebbe fatto accapponare la pelle), per tutelare la salute del cittadino, OVVIAMENTE.

Un sunto velocissimo è che se sei in regola con il set di vaccini completo puoi fare quello che ti pare, se ne hai solo due di dosi ti scade la libertà dopo sei mesi, con una dose non conti nulla e se sei un lurido no-vax sei peggio dello sterco sotto lo zoccolo di un cavallo, “irresponsabile!” – dicono.

Da questo ormai famosissimo pass dipende il lavoro, l’università, la vita sociale e la cosa più importante, la tua sanità mentale. In pratica un po’ tutto. E ci sta anche che qualcuno la perda di tanto in tanto, direi che è giustificato. Ma vabbè, noi ci proviamo a mantenere il controllo.

Anche se resta piuttosto difficile: se accendi la tv vedi la conta dei morti, presentata e ripresentata senza sosta. Ma che morti? Tutti i morti, di covid, per covid, l’ultracentenario investito da una bici, tutti, perché lì non si esclude nessuno. Escludiamo solo i non vaccinati, quelli sì, bastardi.

Persino Sanremo, il festival della canzone italiana che ha ben poco a che fare con tutto ciò, quella che sarebbe dovuta essere una delle più nobili forme della celebrazione artistica italiana, uno svago, un tentativo leggero quanto piacevole di staccare, anche se per poco, dall’irrefrenabile lista di chi non ce l’ha fatta, ha dedicato a chi, per libera scelta o per ragioni di salute, ha deciso di non vaccinarsi, o a chi ha avuto effetti avversi, un siparietto a dir poco meschino, di livello misero, che ha sfoggiato “comicità” da saltimbanco o da giullare di corte disperato che, poveretto, se non si esibisce il re gli taglia la testa!

Tutto questo non aiuta di certo a scrivere un elogio sulla società che stiamo vivendo, che avrebbe da rivedere un paio di cosucce, dalla gestione dell’informazione, la lievissima tendenza alla discriminazione, la sanità, al governo che sembra voler giocare con la nostra pazienza, imponendoci dei rebus sgrammaticati, altrimenti detti dpcm, sfornati come biscottini, pensando sicuramente di farci divertire un po’, facendoci trascorrere quei dieci minuti di tempo libero a decifrare i lampi di genio concepiti in una notte (e si vede) dalla cabina di regia.

Intanto i casi aumentano (non hanno mai smesso in realtà, in un saliscendi continuo, fatta eccezione per l’estate – meriterà una vacanza anche il covid e che cavolo!) e insieme a loro anche l’ansia, non sia mai che ti abbandoni un attimo. Nuova variante, nuovi casi, anche i vaccinati (e lo sono quasi tutti, quindi accipicchia!) si contagiano, ma è solo influenza! Ma non bisogna abbassare la guardia! Ci contagerà tutti! Nessuno finisce più in terapia intensiva! Moriremo tutti (prima o poi, sia chiaro)!

In tutto ciò dobbiamo anche sostenere qualche esame, perché, anche se è tremendamente difficile, non dobbiamo dimenticare che, in questo mondo che ormai sembra fatto solo di covid, ci sono anche gli esami, il lavoro, la famiglia, la speranza che tutto questo gigantesco incubo prima o poi finirà (meglio prima che poi).

E l’universitario medio, in tutto ciò, continua a studiare, forse con un (bel) po’ di concentrazione in meno (che già si andava elemosinando prima del covid), tra un attacco d’ansia e l’altro, fa i suoi esami, o almeno ci prova, qualcuno va bene,  qualcun altro un po’ meno, ma che importa, siamo ancora qui, a studiare sì, ma vivi, e se stiamo qui a lamentarci leggendo questo articolo si vede che non abbiamo nient’altro di più importante a cui pensare, o di cui preoccuparci se non ridere (anche se un po’ amaramente) di questo articoletto da strapazzo, scritto per la stessa ragione per cui voi lo state leggendo, per staccare un po’, per sentirsi capiti, per condividere uno stato d’animo o per sentirsi simbolicamente solidali.

Solitudine, senso di frustrazione, paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, di non stare nei tempi prestabiliti, angoscia, insicurezza, sono tutti sentimenti normalissimi, che hanno sempre fatto parte dell’universitario medio dall’alba dei tempi e che sicuramente hanno acquistato un considerevole peso specifico con questa pandemia, pesando sulle nostre spalle e sui nostri polmoni come macigni.

Con questo piccolo articolo invito chi sta leggendo a condividere, se vuole, la sua piccola storia personale della pandemia, un sentimento, delle semplici sensazioni o opinioni su quello che ha vissuto e che sta ancora vivendo in questo periodo difficile, con il solo scopo di non sentirsi soli, di sentirsi compresi da tanti altri studenti, che probabilmente ci sono già passati, o che stanno vivendo lo stesso tipo di esperienza anche ora.

Per leggere gli articoli di Giusy De Nittis su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Parole a capo /
Stefania Giammillaro: alcune poesie da “Errata complice”

L’autrice, nel raccontare l’esperienza autobiografica di un rapporto amoroso insano (uno dei tanti in cui l’amante, verbalmente e gestualmente violento, considera il corpo dell’amata come oggetto di desiderio e di dominio, senza la grazia di uno sguardo autentico rivolto alla persona), sembra quasi innestare le sue parole nell’intrico spinoso di una memoria ancora sanguinante di delusione, amarezza, disperazione, supplica, tormento, trovando infine una risoluzione nel perdono divino e nell’auto-perdono, tema che viene sviluppato nell’ultima delle tre sezioni del libro e ribadito nell’epilogo (un testo in dialetto siciliano, quasi con l’intento di recuperare la purezza anche sonora dell’infanzia), in cui la vittima si emancipa finalmente dal giudizio della società dei benpensanti (compresa la cerchia parentale) (…) Il titolo della silloge “Errata Complice“, ricalcando l’espressione errata corrige non senza un chiaro rimando di senso, riassume bene il percorso di recupero della propria autonomia e libertà, stigmatizzando senza incertezze una relazione sbagliata di cui l’autrice riconosce di essere stata complice con il suo comportamento troppo lungamente tollerante.” (dall’introduzione di Franca Alaimo)

Ringrazio Stefania Giammillaro per aver autorizzato la pubblicazione in “Parole a capo” di alcune sue poesie.

(dalla sezione “Il peccato”)

Ai sensi di una legge non scritta
appesa al baratro senza risposta
è vietato venire al mondo
in un qualunque giorno di pioggia

Senza tuono rimbomba
il dire del mare
che soffia e soffia un ruggito ancestrale
tra cosce nude e stoffe bagnate

L’appetito nasce senza fame.

 

*

 

Hai votato la sacra bellezza
al tabernacolo di amanti senza tempo

Hai ingoiato scelte e rimorso la lingua
prima dell’ultimo bacio a strappo
stendendo panni di ghiaccio
su gomiti viola
appesi al balcone
delle marionette

Oggi dimentichi la tua forza
e se esiste giustizia che riscatta
la perdi al rigore dei birilli
nel travaglio di un parto, senza nascita

 

*

(dalla sezione “La colpa”)

Disegnare a matita
l’incombenza di una minaccia
e cancellarne i granuli
acerbi di miele

Così l’addiaccio
attira ogni senso
d’impasto di terra
brulla bruciata
su cui vivo e tremo

E mi arresto
a conoscerne il pianto
E mi stendo
a respirarne il freddo

(dedicata alla strage di Cutro 26 2 2023)

 

*

Era proibito il cortile
agli schiamazzi
quando le ginocchia sbucciate
bruciavano di vita
appena iniziata

Era proibito urlare in protesta
contro addii mortali
alla coscienza
quando puntare i piedi
era occasione di crescita

Da un vetro di roccia
si penetrava il mondo
io pesce rosso
con diritto di parola

 

*

(dalla sezione “Il perdono”)

 

Lo sguardo gira ancora intorno
in cerca di un ricordo
che mi sveli essere legata a te.

Ma muta è la risposta
delle spallette su Lungarno
nessun abbraccio che spaventi la piuma
né nodo di tristezza a vomitare saliva

È l’impossibile successo
ora che appartengo
al vuoto del tuo grembo

*

 

Nulla è perduto
tutto è adesso

Non sono viva nel ricordo
nell’ossessione
di quel che avrei potuto

La carne è in questo pizzicotto
che giro di traverso per sentirmi
quando non distrae il mare

La parola è ponte che attraversa
la possibilità di perdonarmi
allo specchio dei rimorsi

E se sanguino
sanguinerò per partorirmi

 

*

(EPILOGO)

 

Muta sugnu
comu pisci senza sangu
ca trema a schina ghigata
Littra strazzata
pi na lisca lissata
n’mezzu ai renti
Sula, sittata
ravanti a tavula cunzata
cu tutti i cumannamenti
Figghia sugnu
e matri mi ciamu
senza iabbu né maravigghia pi parenti
senza patiri i dulura
ra nascita
m’arricampu cunzumata
pi chiddi ra morti
sorti mavara
ca m’accumpagna
Matri sugnu
e figghia nasciu n’autra vota
pi vuatri ca nun cririti a na parola rata
surda e malacavata…
Nun viru nun parru nun sientu
ma vi lassu a testamento
na cunnanna
na ninna nanna d’amuri
ca comu sciroccu
ciusciando rina, vi ricuorda:
L’uocci aggiuvanu a taliari
sulu quannu ru cori
nun c’è chiù nenti ri pigghiari”.

“Muta sono / come pesce senza sangue / che trema a schiena piegata /
Lettera strappata / per una lisca lasciata / tra i denti // Sola, seduta /
davanti alla tavola apparecchiata / con tutti i sacramenti (apparecchiata
a puntino) // / Figlia sono / e madre mi chiamo / senza stupore né
meraviglia per i parenti / senza patire il travaglio del parto / vi raggiungo
consumata per quello della morte / sorte cattiva / che m’accompagna //
Madre sono / e figlia nasco un’altra volta / per voi altri che non credete
alla parola data / sorda e malfatta… / Non vedo, non parlo, non sento
/ ma vi lascio a testamento / una condanna // una ninna nanna d’amore
/ che come scirocco / soffiando sabbia, vi ricorda: / “Gli occhi servono a
guardare / solo quando il cuore / non ha più nulla da donare”.

 

Stefania Giammillaro (Messina, 1987). Avvocato. Si avvicina alla poesia già all’età di otto anni, ha all’attivo nove sillogi poetiche, di cui solo le ultime tre finora sono state pubblicate: Metamorfosi dei Silenzi, Edas, Messina, 2017, e L’Ottava Nota – Sinfonie Poetiche, Ensemble, Roma, 2021 e Errata complice, peQuod- Casa editrice Italic, 2024.
Ha conseguito diversi riconoscimenti negli anni, tra cui menzioni d’onore al premio nazionale di poesia Colapesce di Messina, con i componimenti Appartenersi, Incastri; terza classificata al premio indetto dalla Proloco di Castroreale (ME) con la poesia in vernacolo Bedda; prima classificata al Premio Pittura e Poesia Emozioni in Armonia con la poesia Vergine dal Cuore Grande.
Nell’ultimo anno, si è esibita in diverse performance poetiche, delle quali si ricorda Ciuri ri puisia che l’ha vista protagonista nell’ottobre 2021 a Torino, nell’ambito del Festival Indipendente di Poesia Trasfusioni, ideato ed organizzato dall’associazione teatrale Lo scatolino – Ars in code. Cura la sezione poesia della Libreria Civico 14 a Marina di Pisa.

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 253° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Emmanuel Carrère: un incontro in Biblioteca Ariostea tra ‘lettori accaniti’

Emmanuel Carrère: un incontro in Biblioteca Ariostea tra ‘lettori accaniti’.

Chi ha letto opere di Emmanuel Carrère? Vi piace? Qual è il segreto di questo stile di scrittura che in parte divaga e in parte porta dritto dentro ai fatti della cronaca più vera? Un incontro per parlarne insieme è organizzato venerdì 25 ottobre 2024 alle 17 in Biblioteca Ariostea (via Scienze 17, Ferrara). Sarà lo spunto per confrontarsi tra lettori del romanzo “Limonov” rilanciato sull’onda della trasposizione cinematografica, della storia del pluriomicida “L’Avversario”, delle peripezie filosofico-esistenziali di “Yoga”, dell’appassionante resoconto del processo sulle stragi del Bataclan (“V13”), per non dire della biografia di uno scrittore di culto come Philip K. Dick – autore di “Blade Runner” e “Ubik” – raccontato in “Io sono vivo, voi siete morti”.

Locandina dell’incontro in Biblioteca Ariostea

Emmanuel Carrère è un giornalista e scrittore con un talento per le storie, che sa riportare con una voce tutta sua, pronunciata, per lo più, in prima persona. La sua scrittura evoca qualunque fatto in un modo che afferra e fa entrare dentro le curve della vicenda e dei suoi personaggi.

Non so se io ho iniziato dalla parte giusta. Certo è che quel suo modo di scrivere e raccontare mi ha fatto precipitare nella lettura delle sue opere. Come un viandante che approda su una vetta al termine di una salita, sono stata accolta da un orizzonte inaspettato: una duna di sabbia che scende verso l’oceano. Difficile essere cauti. La forza di temi, sentimenti ed emozioni mi ha trascinata dentro i suoi libri. In quelle pagine si gode dell’ebbrezza della discesa, si ascolta la velocità dei colpi di scena della vita, si percepisce l’aria agghiacciante del nord e quella filosofeggiante dell’estremo oriente che soffiano dalle sue parole.

Emmanuel Carrère con lo staff di Adelphi al Festivaletteratura

Il desiderio di confronto si è fatto ancora più grande quando ho saputo che stava leggendo i libri di Carrère un uomo di talento narrativo, acume e così forte capacità espressiva come il regista argentino Horacio Czertok. Mi è parso tanto più stimolante il fatto che lui abbia un approccio critico, volenteroso di contrapporre le letture personali dei fatti di Carrère alle profondità visionarie di Dick.
Analoga stimolo mi ha suscitato il confronto con un romanziere come Valerio Varesi, che con Carrère condivide anche il mestiere di giornalista. Varesi ha, in aggiunta, uno speciale legame con il mondo della letterario francese. In Francia, i suoi romanzi polizieschi della serie del commissario Soneri sono molto conosciuti e amati, e nel 2023 Varesi è stato insignito del ‘Grand prix de littérature policière’, assegnato ogni anno anche a un’opera straniera.

Il firma copie al Festival (foto GioM)
Emmanuel Carrère coi lettori
Festivaletteratura di Mantova 2024

Alla luce di tutto ciò, venerdì si parlerà di Carrère, insieme a Varesi e Czertok, nella sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea. Un confronto come quello che si fa nei circoli di lettura ma che – in questo caso – è volutamente aperto a tutti. Perché, all’insaputa uno dell’altra, ci si può ritrovare a confrontarsi anche senza conoscersi, ma come reduci delle stesse pagine, percorse con sensazioni, percezioni e attitudini diverse.

In una recensione di qualche anno fa Gabriele Romagnoli diceva che il coraggio di Carrère “consiste nel dirci che nessun altro essere umano è davvero lontano da noi, irraggiungibile, anche se ha ucciso moglie e figli, se crede in un furioso cocktail di fascismo e comunismo, se sta morendo”. Un talento dell’impresa di farci entrare insieme a lui dentro a “Vite che non sono la mia”.

Per leggere gli articoli di Giorgia Mazzotti su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

La pedagogia violenta della destra italiana

La pedagogia violenta della destra italiana

di Anna D’Auria
articolo originale sulla rivista Gli Asini del 12 ottobre 2024

(Questo articolo è una rielaborazione della relazione presentata alla plenaria di apertura dei Cantieri per la formazione MCE 8° edizione “Gioco e potere”, formazione residenziale tenutasi a Bologna dal 2 al 6 luglio 2024)

La caverna degli abbracci, illustrazione di Andrea De Franco

La scuola è uno dei luoghi privilegiati del sistema politico per condizionare i valori, gli stili di vita, i linguaggi delle masse e produrre consenso verso la propria ideologia per mantenere il potere politico.

Antonio Gramsci ha ben analizzato il modo attraverso il quale la politica consolida i rapporti di potere. Nel paragrafo del quaderno 19 in cui affrontava il problema della direzione politica nella formazione e nello sviluppo della nazione e dello Stato moderno in Italia, scriveva: «Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare a essere anche “dirigente”».

Il sistema politico deve cioè potersi garantire la direzione intellettuale e morale del Paese; formare il popolo (soprattutto il popolo della scuola: insegnanti e dirigenti) a un determinato senso comune in linea con la propria concezione dell’uomo e della donna, della società e del mondo.

“Deve cioè essere capace – scrive Massimo Baldacci di creare consenso entro il sistema educativo circa la prestazione che richiede, ossia persuadere gli attori della bontà e legittimità etica e culturale di tale prestazione modificando così la loro cultura dell’educazione e il loro senso comune didattico”.

Il grande attivismo nelle politiche scolastiche di questo governo ha questo scopo: realizzare un’egemonia etico-politico-culturale sul sistema educativo. Questo spiega i numerosi interventi legislativi delle destre al governo compiuti o annunciati dall’inizio di questa XIX legislatura che, in maniera chirurgica, stanno intervenendo sull’impianto già estremamente fragile della scuola italiana di ispirazione democratica.

A dicembre 2022 la legge di bilancio n.197, rispondendo a una logica di risparmio, ha previsto per i prossimi tre anni la riduzione delle autonomie scolastiche, i cui effetti negativi ricadranno soprattutto nelle aree interne del Paese, in quelle con un’alta percentuale di dispersione, abbandono e povertà educative.

Dall’a.s. 2024/2025, a fronte di istituti con un elevato numero di classi, divisi in più plessi, sparsi tra più comuni e municipalità, il lavoro di insegnanti e dirigenti sarà ancora più burocratizzato, stressante e i collegi dei docenti troveranno ancora più difficoltà a farsi “comunità educante” in dialogo con gli studenti, le famiglie e il territorio.

Eppure, questo governo continua a parlare di superamento dei divari territoriali. Nello stesso mese è stato riformato il sistema di orientamento che ha previsto l’introduzione di 30 ore obbligatorie affidate a un tutor e a una piattaforma digitale per riconoscere talenti, attitudini, meriti.

Ma, per essere realmente al servizio del progetto di vita di ognuno, l’orientamento non può che essere un “orientamento didattico”, coinvolgere tutti gli insegnanti e, soprattutto, investire tutto il percorso scolastico. Così concepito e istituzionalizzato risponde al solo scopo di allineare la scuola alla domanda del mercato del lavoro.

È la stessa direzione politica che a dicembre 2023, un anno dopo, ha determinato sia l’approvazione del disegno di legge Disposizioni organiche per la valorizzazione, la promozione e la tutela del made in Italy in cui l’articolo 18 istituisce il Liceo del made in Italy (prevedendo che il mondo delle imprese entri nella progettazione dell’offerta formativa), sia l’approvazione del progetto nazionale di sperimentazione relativo all’istituzione della filiera formativa tecnologico-professionale di soli 4 anni.

Si tende alla canalizzazione precoce dei soggetti, infatti la riduzione del tempo scuola insiste sulla funzione di riproduzione sociale della scuola opposta a quella di scuola emancipatrice, impegnata a rimuovere gli ostacoli e per la quale tutti gli individui devono poter essere formati come “potenziali dirigenti”.

Un progetto quest’ultimo che richiederebbe una scuola unica e un obbligo esteso ai 18 anni per assicurare a ognuno un patrimonio culturale di base, grazie alla continuità dei curricoli e degli approcci. Un progetto in cui la scuola secondaria non è finalizzata alla preparazione al lavoro ma concepita come un percorso per liberare le intelligenze, formare a stili di vita e valori democratici, superare le disuguaglianze e darsi il tempo necessario per garantire l’acquisizione delle competenze per una piena cittadinanza.

A marzo 2024 il Decreto Legge n°19 ha previsto che i risultati Invalsi siano inseriti nel curricolo dello/a studente/essa. Una disposizione che di fatto tende a svilire il valore legale del titolo di studio e delegittima la valutazione degli insegnanti.

Quegli stessi insegnanti in merito ai quali il Disegno di Legge S.924-bis sulla revisione della disciplina in materia di valutazione – già approvato in Senato e in discussione alla Camera – prevede l’inasprimento delle pene per chi offende i lavoratori della scuola mentre sancisce la revisione del voto in condotta portandolo a incidere pesantemente sulla valutazione complessiva, determinando bocciature e il non riconoscimento dei crediti scolastici.

Una logica regressiva del punire per adattare, trascurando il fatto che le abilità sociali, le capacità per assumere comportamenti adeguati e di rispetto nella relazione con gli altri, sono competenze che anche la scuola è chiamata a sviluppare.

Ma, soprattutto, trascurando il fatto che la possibilità di educare alla convivenza ha a che fare con la concreta opportunità per i soggetti in crescita di vivere e sperimentarsi in contesti istituzionali “sicuri” sul piano emozionale, affettivo, relazionale, culturale. Contesti in cui ognuno può veder garantiti, per sé e per gli altri, l’ascolto, il riconoscimento, il rispetto e veder realizzata giustizia sociale.

Quando questo non accade (si pensi alla lezione frontale per tutti, alla pratica dei compiti a casa, alla spesa per i libri di testo, per i viaggi scolastici, alle nuove forme di segregazione scolastica, al non riconoscimento della cittadinanza e ad altre forme di esclusione e discriminazione…) sono proprio i più fragili a uscirne sfiduciati, confermati in un destino di esclusione che genera a volte rabbia e risentimento. Allora a nulla serve istituire la giornata nazionale contro la violenza nei confronti del personale scolastico per recuperare l’autorevolezza degli insegnanti.

Serve invece qualificare la formazione iniziale e in servizio, i salari, l’organizzazione del lavoro; aumentare le risorse, qualificare il welfare studentesco, dare stabilità e valore all’autonomia scolastica. Soprattutto, serve liberare la scuola dalla presa in ostaggio della burocrazia e delle continue riforme incompiute, come si verificherà ancora una volta con il ritorno ai giudizi sintetici nella primaria, dopo soli tre anni dall’O.M. 172/2020, proposta che smantellerà tutti i presupposti pedagogici e docimologici dell’ordinanza e il percorso di cambiamento nella cultura valutativa già avviato.

Tanto meno si recupera l’autorevolezza di insegnanti e scuola con provvedimenti come il decreto legge 71 approvato a maggio 2024, che ha previsto il mantenimento del docente di sostegno per l’anno successivo su richiesta delle famiglie. Una deriva pericolosissima che assegna a soggetti esterni, i genitori, il potere della valutazione dei docenti e del loro destino professionale. Soprattutto, un provvedimento che mentre rafforza un’idea di scuola come servizio alla persona, sconfessa il ruolo dell’insegnante di sostegno come insegnante della classe, relegandolo nella sola relazione con la persona disabile.

Ma non c’è mai fine al peggio: proprio in chiusura dell’anno scolastico, il 19 giugno 2024, è stato approvato il decreto Calderoli che prevede, per le regioni che ne faranno richiesta, la regionalizzazione dell’istruzione: dall’allocazione delle risorse per il funzionamento, alla gestione del personale con i contratti di lavoro, al rischio di curricoli regionali. Allo Stato resteranno solo le linee generali dell’ordinamento scolastico.

Qualora non avessero successo i referendum abrogativi, nei prossimi anni il diritto allo studio sarà declinato per ambiti territoriali, aumenteranno i divari, le differenze tra il nord e il sud del Paese e tramonterà il progetto costituzionale di una scuola della e per la Repubblica: aperta a tutti, pluralista e garante dell’unità e della coesione sociale del Paese.

A questi interventi legislativi si aggiungono quelli che il governo sta portando a compimento. Tra questi il DDL n. 845 sull’introduzione dello sviluppo di competenze non cognitive. Un paradosso quello dello sviluppo delle competenze non cognitive, come se i processi di apprendimento possano essere separabili dalle competenze di vita, dall’affettività, partecipazione, apertura al dialogo e agli altri. Competenze che invece vanno sollecitate e integrate in ogni azione didattica perché l’apprendimento è un processo globale, che investe tutta la persona e il suo stare al mondo.

Ma la tensione al separare più che a cogliere la complessità dell’insegnamento e dell’apprendimento è un tratto distintivo delle politiche scolastiche del governo. Anche il disegno di legge n° 180, in corso di esame in commissione cultura, opera ulteriori distinguo nella popolazione scolastica introducendo una nuova categoria di studenti e studentesse, quelli con alto potenziale cognitivo e di conseguenza nuovi referenti, nuove specializzazioni.

La scuola non ha bisogno di ulteriori etichette diagnostiche che si aggiungono alle numerose già esistenti, ma di più pedagogia, di più professionalità, di più tempo scuola. Ha bisogno, per rispondere ai bisogni formativi di ognuno, di superare il deficit di democrazia che c’è nella didattica depositaria, nella lezione simultanea uguale per tutti, nel tradurre i bisogni formativi individuali in bisogni educativi speciali, in una valutazione dell’apprendimento che diventa luogo in cui le differenze di ingresso si trasformano in disuguaglianze scolastiche.

In ultimo, oltre alla legge annuale di semplificazione, che dà al governo una delega in bianco per il riordino delle norme sulla scuola, tra cui il raddoppio dei membri di nomina ministeriale del Consiglio superiore di pubblica istruzione, che indebolirà la composizione democratica di questo organo collegiale, è stata annunciata la revisione delle Indicazioni nazionali.

Il Ministro ha istituito una commissione coordinata dalla docente universitaria Loredana Perla. La stessa che con Ernesto Galli Della Loggia ha scritto Insegnare l’Italia, un libretto in cui gli autori affermano che ad aver provocato un vulnus psicopedagogico nelle giovani generazioni sia stata la rinuncia all’asse formativo dell’identità italiana. Una messa in discussione chiara, dirompente della visione universalistica, globale e multiculturale delle Indicazioni Nazionali, nelle quali, si legge, l’elaborazione dei saperi necessari per comprendere l’attuale condizione dell’uomo planetario, definita dalle molteplici interdipendenze fra locale e globale, è dunque la premessa indispensabile per l’esercizio consapevole di una cittadinanza nazionale, europea e planetaria.”

Tutto l’impianto delle Indicazioni Nazionali si basa sul principio dell’incontro, dell’interazione e del dialogo: tra soggetti, tra differenze, tra il dentro e il fuori della scuola, tra le discipline facendo proprio il paradigma della complessità e una logica che include, interconnette, coglie interdipendenze.

In un tempo difficile, di violenze e guerra, di povertà e discriminazioni, di crisi ambientali, di sfide che richiedono soluzioni globali, dove l’emergenza da affrontare è educare alla cooperazione e solidarietà tra individui, popoli, paesi, le destre al governo ci propongono la chiusura dei confini; di fronte all’esigenza di coniugare il diritto formale all’uguaglianza con il diritto a veder riconosciuta la differenza, parlano di classi separate; in contesti di vita sempre più multiculturali e multilinguistici in cui si assiste a episodi di etnocentrismo e razzismo nei giovani, per far fronte ai quali servirebbe un approccio educativo intenzionale per un’educazione all’interculturalità e alla convivenza, i politici al governo rivendicano l’identità italiana, il “prima gli italiani” e l’assimilazionismo.

Interculturalità, identità planetaria, dialogo scientifico, nuovo umanesimo sono temi che attraversano tutto il testo delle Indicazioni Nazionali e mal si coniugano con il pensiero reazionario delle destre che è l’espressione di una logica disgiuntiva, in cui a prevalere è il binomio amico/nemico – noi e gli altri, lo scontro e la prevaricazione, le gerarchie e le disuguaglianze.

Distinzioni che nutrono etnocentrismi, razzismi, ingiustizie sociali e guerre. Le destre di questo paese intendono riscrivere la cultura della scuola proponendo una visione autoritaria, regressiva, antidemocratica e pedagogicamente violenta. Una visione questa, che determinerà una fuga dal futuro, perché incapace di dare risposte alle domande e alle vere questioni educative, culturali, politiche del nostro tempo.

Per gli educatori democratici è tempo di uscire dall’innocenza, per assumere un più forte protagonismo attraverso un uso politico consapevole e determinato della professionalità di insegnante, tra i colleghi, a scuola, con le famiglie, nel territorio. È tempo di occupare decisamente gli spazi del possibile, di assumere una posizione apertamente critica e di dissidenza verso quanto imposto dal sistema politico, rivendicando gli spazi di autonomia lasciati dalla norma per affermare l’impegno per un’educazione volta allo sviluppo umano, senza la quale non c’è democrazia.

Come ha scritto Massimo Baldacci ne La scuola al bivio. Mercato o democrazia (FrancoAngeli, 2019): “agli insegnanti rimane sempre un certo “gioco” entro i quadri stabiliti da sistema politico e dall’establishment pedagogico ad esso organico”.

Per gli insegnanti democratici è fondamentale l’impegno per liberare l’apprendimento da formule di addestramento che corrompono le intelligenze, il pensiero critico e le creatività. Lavorare alla costruzione di conoscenza come processo collettivo di ricerca e alla classe cooperativa, con la sua organizzazione materiale e i suoi dispositivi istituzionali, per educare alla democrazia, a un’etica pubblica. Sono semi per la crescita di uomini e donne migliori, capaci di sottrarsi alle manipolazioni e al pensiero unico di cui i populismi si servono.

Ma non basta. Oggi è necessario più che mai fare insieme con le famiglie, gli amministratori locali, un terzo settore sano, non mercanteggiante, per far cadere il diaframma scuola-società. Serve un impegno individuale e collettivo per s-catenare nuove forme di partecipazione, di rappresentanza, di conduzione delle politiche pubbliche, affinché i territori possano rigenerarsi.

Curare il rapporto scuola territorio è una formula indispensabile non solo per riorientare la cultura complessiva del Paese, agire sul senso comune, sulle idee di società, individuo, scuola. Ma è anche una formula politico-pedagogica per riaffermare il valore della Scuola come bene comune, istituzione della Repubblica, in una fase in cui il progetto di scuola unitaria, organo di democrazia è fortemente minacciato.

Come la didattica, anche il dialogo con il territorio va quindi interpretato come un atto politico per attuare una lotta contro-egemonica, nella direzione, indicata sempre da Baldacci, del “circolo virtuoso tra democrazia ed educazione, sapendo che: senza l’una non può darsi pienamente l’altra e viceversa. Sono facce della stessa medaglia”.

Contrapporci al progetto politico delle destre è per noi insegnanti oggi una responsabilità storica, come lo è stata quella assunta dai pionieri MCE che si impegnarono, a partire dalla scuola, alla ricostruzione morale e civile del Paese uscito dal nazi-fascismo.

In questa fase serve più che mai una pedagogia della Resistenza. Fare di ogni plesso, di ogni scuola, di ogni quartiere un’officina sociale per una pedagogia della resistenza è l’impegno cooperativo che deve unirci con tutti e tutte coloro che operano per il futuro democratico della Scuola e del Paese.

 

Vite di carta /
Gli occhi su Malta

Vite di carta. Gli occhi su Malta

Gli occhi su Malta li ho messi e ho cercato di vedere e di capire. Sono arrivata in una luminosa mattina di dieci giorni fa, con il viatico di poche letture e molti racconti di amici che la frequentano da anni per turismo. Ho poi avuto cinque giorni per esplorarne baie, coste fatte di roccia e città.

Mi è arrivato ora il link con tutte le foto che ha scattato durante la nostra vacanza di gruppo il prezioso amico Daniele. Le guardo confermandomi sui suoi superpoteri: ogni momento del viaggio sembra colto con la curiosità di chi è innamorato della vita e la vuole riprodotta in immagini e voci puntualmente registrate.

Gli sono grata di questo repertorio che mi restituisce Malta, anche se ho da fare i conti con quello che di lei mi sfugge.

Sento che ho molto visto, ma ancora di più avverto lo scarto tra quello che ho letto nel libro straordinario di Nello Scavo, Le mani sulla guardia costiera, e le immagini vive di paesaggi bellissimi, città cariche di storia e località cresciute col turismo e con l’aggressività edilizia che ne consegue.

Non avessi letto l’inchiesta giornalistica con cui Scavo è stato finalista all’ultimo Premio Estense, Malta sarebbe ora solo questo ai miei occhi: un arcipelago di grande bellezza nel centro del Mar Mediterraneo, tra la Sicilia e il Nordafrica. Un’isola attraversata dalle conquiste di molti popoli che hanno lasciato il loro stigma nelle costruzioni religiose e in quelle civili, nella lingua e nella cucina.

Potevo andare a conoscere i templi megalitici di Gozo, che risalgono al quarto millennio a.C., ma non ce l’ho fatta. Ho virato sulla domus romana di Rabat, sui mosaici del peristilio che esprimono il livello artistico raggiunto dagli artisti dell’epoca classica e sugli oggetti di uso domestico che mi hanno ricordato il nostro prezioso Museo del Belriguardo a Voghiera, specie le lucerne e i deliziosi balsamari in vetro.

Spiagge e strutture turistiche della costa maltese

Abbiamo visitato La Valletta accettandone la bellezza mista al caos dei turisti in movimento: dopo la veduta sulle Tre città che in basso si intrecciano con bracci di mare blu, eccoci alla ricerca della Concattedrale di San Giovanni Battista oltre il mare di teste lungo Republic Street.

Attendo di entrare insieme agli amici e la coda è lunga. Dentro ci aspetta il quadro che Caravaggio ha dipinto qui nel 1608, quando trovò asilo presso i Cavalieri della Croce di Malta ed entrò per breve tempo a far parte dell’ordine stesso.

La Decapitazione di San Giovanni Battista nella sua enormità di cinque metri per tre ci aspetta nell’Oratorio, a destra rispetto all’ingresso. È collocato in fondo: un’immagine magnetica che ci guida lo sguardo tra penombra e luce e lo fissa in basso sulla figura del santo agonizzante ai piedi del boia e di due figure di donna.

La scena trasuda realismo e orizzontalità con lo spettatore, manca il segno confortante del divino e le figure umane si sono ritratte negli angoli senza più occupare il punto centrale della composizione.

In questa pala, davanti alla quale fu letta la bolla con cui l’artista veniva poi radiato dall’ordine,  si leggono i segni inconfondibili della nuova mentalità barocca col suo sguardo ambiguo sulle cose, con l’inquietudine e il senso di precarietà che faranno esplodere l’arte in immagini di sfarzo e insieme di morte.

Barocco è lo stile predominante di Malta: dall’autobus su cui corriamo da una parte all’altra dell’isola per cinque giorni vediamo passare chiese e case dal giallo tufaceo impreziosito di balconi e stemmi elegantissimi. Una rassegna di bellezza interrotta dalla mole sgraziata di alberghi e altre strutture turistiche, senza soluzione di continuità.

E poi ci sono i traffici opachi documentati da Nello Scavo, che sono la parte di Malta che non si vede, che non vedo. Mi sono apparse davanti piccole barche dai colori vivaci, i luzzi, yacht spropositati e grandi navi ancorate al al largo.

Non ho visto, o non ho saputo vedere, le motovedette o i pescherecci che nella inchiesta di Scavo emergono come attori fondamentali nel processo che da anni è in atto nel Mediterraneo, nel respingimento cioè dei migranti e nella loro deportazione di massa verso i paesi di origine, ma soprattutto in Libia, dove i centri di raccolta riservano a chi deve ancora partire come a che è dovuto tornare privazioni e torture, nella totale negazione dei diritti umani.

Sulla situazione libica conoscevo quanto rivelato da Francesca Mannocchi in Io Khaled vendo uomini e sono innocente, il libro vincitore del Premio Estense 2019. Khaled ammette di essere un trafficante di esseri umani, usa parole semplici per mettere in chiaro ciò che fa: compra gommoni e ci mette sopra “cento negri…Carico cento negri e ci metto pure i salvagenti. E sono uno dei pochi”.

Guadagna molti soldi, dice che nel mestiere suo e di altri come lui “i negri sono la nostra garanzia di liquidità”, e con quei soldi paga gli uomini che lavorano per lui e che hanno famiglia. Sostiene in questo modo chi va a chiedergli aiuto per mantenere i propri bambini.

Nel caos del dopo Gheddafi, Khaled the smuggler sa come muoversi in un universo in cui della rivoluzione, dice, è rimasto ben poco. Paga funzionari e guardiacoste, conosce uomini nei ministeri giusti.

I barconi che Khaled ha messo in mare sono quelli che nella inchiesta di Scavo vengono respinti una volta arrivati in prossimità delle coste maltesi e italiane, come sappiamo. Qui siamo a Malta e io scatto una foto all’imponente palazzo in stile neoclassico che ospita la Corte di Giustizia a La Valletta.

Esattamente tre anni fa Nello Scavo è stato qui, in un paio di udienze, a testimoniare contro Neville Gafà, un personaggio di spicco nelle gravi vicende di corruzione che hanno investito l’isola in questi anni. Accusato dalla polizia maltese di avere minacciato per le sue inchieste il nostro inviato di Avvenire, che da 2019 vive sotto tutela delle forze dell’ordine, Gafà è poi stato assolto.

E sì che la sua è stata una parte di rilievo anche nella campagna denigratoria ai danni della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, che indagava su corruzione, discriminazioni e abusi di potere ed è stata uccisa con un’autobomba nell’ottobre del 2017, proprio vicino a casa sua a Bidnija, un paese che non ho visitato, anche se non è lontano dalla Baia di San Paolo in cui era il nostro hotel.

Il suolo di Malta, tipico del Mediterraneo

L’inchiesta di Nello Scavo apre un orizzonte grande sull’intero Mediterraneo, sul “palcoscenico della più vasta operazione di distrazione di massa mai conosciuta negli ultimi decenni”, dove è in atto il tentativo di egemonizzazione ad opera delle principali potenze politiche, militari ed economiche: “Turchia, Russia, Egitto, Arabia Saudita, Qatar, l’intera Nato con l’ambiguità degli Usa, l’incertezza dell’Italia, il cinismo della Francia e le ripercussioni della guerra in Ucraina”.

E col concorso della piccola Malta, che ha fatto e fa la sua parte nella gigantesca rete di traffici di persone, petrolio, armi e droga che occupa le acque del Mare Nostrum.

Il titolo del libro di Scavo è una perfetta sineddoche, indica cioè attraverso il caso italiano una parte del quadro, questo sì più grande della pala che ha dipinto Caravaggio e altrettanto carico di ambiguità barocca: il quadro che dipinge la politica nel suo atto di minaccia ai danni della grande Istituzione Nazionale della Guardia Costiera, che da oltre 150 anni presta aiuto a chiunque rischi la vita in mare e si occupa nel senso più ampio della salvaguardia dell’ambiente marino e della sicurezza nella navigazione. In una parola, degli usi civili del mare.

Nota bibliografica:

  • Nello Scavo, Le mani sulla guardia costiera, chiarelettere, 2023
  • Francesca Mannocchi, Io Khaled vendo uomini e sono innocente, Einaudi, 2019

Cover: Palazzo della Corte di Giustizia a La Valletta – Malta.

Foto di copertina e nel testo di Daniele Gonelli

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

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Vorrei un’altra storia

Fresco di stampa, “Vorrei un’altra storia”, di Rascal e Michel Van Zeveren, edito da Babalibri ci porta nel mondo delle favole, di quelle che ci vengono raccontate ma, soprattutto, di quelle che vorremmo veramente sentire.

“Perché una vita senza amore è una vita senza storie” – Aubin Mienanzambi

I racconti della buonanotte, questo momento magico che avvicina genitori e figli, che fa dialogare senza parlare, comprendere senza spiegare, volare senza le ali.

Molti di noi ricordano quel momento, tanti non ne hanno avuto regalo per via di genitori troppo indaffarati e stanchi, un privilegio negato a molti, soprattutto nel mondo di oggi, che lascia a noi stessi l’onere e l’onore di raccontarci da soli i nostri sogni.

I bambini sono curiosi, non credo che, nemmeno in una società da autodidatti su tutto, pure sui sentimenti, abbiano perso la voglia di sentirsi raccontare storie da chi amano.

Ecco allora una bella storia, dove una bambina curiosa e sensibile, Carola, dà una lezione non poi tanto inattesa o sorprendente.

Il padre le propone una dolce storia per farla dormire tranquilla. Lei ascolta.

“C’era una volta un grazioso unicorno di nome Rosamundo, delicato come una carezza”. No, grazie! Carola lo interrompe subito: ne ha davvero abbastanza di storie sdolcinate, orsacchiotti gentili, coniglietti, bacini e cuoricini! Fosse nata maschio, nessuno avrebbe mai pensato di raccontarle storie simili…

Vorrei un’altra storia
Vorrei un’altra storia, di Rascal e Michel Van Zeveren, immagini Babalibri
Vorrei un’altra storia
Vorrei un’altra storia, di Rascal e Michel Van Zeveren, immagini Babalibri
Vorrei un’altra storia
Vorrei un’altra storia, di Rascal e Michel Van Zeveren, immagini Babalibri
Vorrei un’altra storia

Allora una storia con un grande lupo cattivo e affamato che non mangia da tre giorni? Non se ne parla! Suo padre dovrebbe sapere che lei è ipersensibile e ama gli animali! Via il lupo, allora.

La storia di una principessa? E perché mai, solo perché è bella, alta, magra, bionda e con immensi occhi blu? Storie superate, basta eroine piagnucolose e obbedienti.

Una terribile storia di orchi affamati? Ma… si è forse dimenticato che è vegetariana?!

Chang che mangia nella sua ciotola di riso profumato? E perché non Paolo, Edoardo, Vladimir o Karim? Che storia razzista.

Vorrei un’altra storia, di Rascal e Michel Van Zeveren, immagini Babalibri

Le storie che Carola vorrebbe ascoltare sono altre… ed hanno a che fare con la vita di tutti i giorni e, soprattutto, con gli affetto più grandi. A partire dal giorno in cui i suoi genitori si sono incontrati…

Di storie così ce ne sono mille e una notte, sorride il papà.

Parlare d’amore è forse la storia giusta, quella vera.

Vorrei un’altra storia
Vorrei un’altra storia, di Rascal e Michel Van Zeveren, immagini Babalibri

Rascal nasce in Belgio nel 1959 e trascorre l’infanzia a Namur. Si forma da autodidatta e, dopo aver lavorato nel campo della pubblicità, realizzato manifesti teatrali e fatto diversi lavori, decide di dedicarsi ai libri per bambini. È autore e illustratore, ma più spesso scrive storie per altri artisti. Per la sua opera è stato insignito del Grand prix triennal de Littérature de jeunesse de la Communauté française 2009-2012.

Michel Van Zeveren nasce nel 1970 a Gand. Si iscrive alla Scuola di Ricerca Grafica per seguire i corsi di film d’animazione ma poi, interessato soprattutto all’editoria per l’infanzia, decide di frequentare quelli d’illustrazione. Attualmente divide il suo tempo tra i libri per bambini, il fumetto e molteplici collaborazioni con varie riviste.

Rascal, Michel Van Zeveren, Vorrei un’altra storia, Babalibri, Milano, 2024, 36 p.

Reggio Calabria: Il nuovo murale di LBS dedicato all’attivista curdo-iraniana incarcerata Maysoon Majidi

Diritti Umani e Immigrazione:
a Reggio Calabria il nuovo murale di LBS racconta la storia dell’attivista iraniana incarcerata Maysoon Majidi. 

Maysoon Majidi nel murale di LBS (Bruno Salvatore Latella)

L’opera raffigura una donna, simbolo di Majidi, con un braccio alzato avvolto nel filo spinato, rappresentazione della sua lotta per la libertà e della sofferenza inflitta da un sistema che criminalizza chi si batte per i diritti umani.
Sullo sfondo, un mare rosso sangue, con figure che lottano per non affogare, richiama il dramma dei migranti che attraversano il Mediterraneo, mentre le montagne nere alludono alla costa calabrese, simbolo di un territorio che da secoli è frontiera tra salvezza e tragedia per migliaia di persone in fuga da guerre e oppressione.

L’attivista curdo-iraniana Maysoon Maijdi (Foto Comitato Free Maysoon)

Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana, è detenuta da oltre 9 mesi nelle carceri calabresi con l’accusa di scafismo.
Il suo caso, insieme a quello di Marjam Jamali, evidenzia come molte persone vengano ingiustamente arrestate e accusate di traffico di migranti secondo la Legge Bossi-Fini e il Decreto Cutro. Queste leggi, volte a contrastare l’immigrazione illegale, criminalizzano anche chi guida i barconi per necessità. L’appello invita alla mobilitazione e alla solidarietà per la liberazione di Maysoon e di tutte le persone accusate ingiustamente di scafismo.

Maysoon Majidi è stata fermata dalle autorità italiane e accusata di traffico di migranti mentre cercava di salvare vite umane. La sua storia, che sta suscitando indignazione a livello internazionale, rappresenta un caso emblematico delle problematiche che affliggono il sistema di accoglienza e le politiche sull’immigrazione in Italia. L’opera di Latella si inserisce in questo dibattito, proponendosi come un potente messaggio visivo contro l’ingiustizia e la criminalizzazione dei difensori dei diritti umani.

Bruno Salvatore Latella (LBS), che da anni esplora attraverso la sua arte i temi dell’oppressione, dell’umanità silente e delle disuguaglianze sociali, dichiara: “Con quest’opera voglio dare voce a chi non ha voce, a chi è stritolato da un sistema che non riconosce il valore della vita umana e dei diritti fondamentali. Maysoon Majidi è un simbolo di resistenza e di coraggio. Non possiamo restare indifferenti.”

Guarda il Video social:
https://www.instagram.com/reel/DBOy8NItL1_/?igsh=d3M5ZXp0NWkzeXhu

In copertina: particolare del murale dedicato Maysoon Majidi

Poveri ma brutti:
il ritratto sulle famiglie italiane della Banca d’Italia.

Poveri ma brutti, il ritratto sulle famiglie della Banca d’Italia.

L’indagine sulle famiglie italiane[1] della Banca d’Italia appena uscita con i dati relativi al 2022, mostra un paese impoverito. Nessuno di noi nei gloriosi anni ’70, ispirati dall’idea di progresso, si sarebbe mai aspettato che ci saremmo trovati in condizioni così pessime, non solo per i soldi ma per tutto il resto (che in questo articolo lasciamo perdere perché parliamo solo di soldi). Recita trionfalmente lo studio: “il reddito medio annuo familiare e quello equivalente sono cresciuti in termini reali dell’1,4 e 1,8% rispetto al 2020”, ma poi sommessamente deve aggiungere: “anche se risultano ancora inferiori a quelli osservati nel 2006 prima della crisi finanziaria globale (del 10% e 5%, rispettivamente)”.

Poiché tutto il reddito disponibile delle 26,5 milioni di famiglie (che hanno in media 2,3 componenti) è di circa 1.200 miliardi di euro, significa che gli italiani hanno perso in 20 anni circa 120 miliardi di reddito. Ma non tutti ci hanno perso perché il 20% delle famiglie più abbienti (e soprattutto i ricchi) che hanno il 45,5% del reddito, hanno continuato a crescere e ciò significa che per l’ 80% delle rimanenti famiglie italiane che producono un reddito di 660 miliardi, la perdita è stata di circa il 18-20% in media, e più si è poveri più la perdita è grande.

I redditi da capitale sono cresciuti (al solito) più del Pil e del lavoro (+5,7%) e hanno contribuito a difendere chi li ha, cioè quel 10% di famiglie abbienti che possiede i 2/3 di tutto il patrimonio finanziario del paese (la finanza è ancora più concentrata della ricchezza[2].

La crescita (media) sul 2020 è dovuta anche ad un anno (quello della pandemia) dove i redditi sono calati e occulta il fatto che le medie mitigano i forti aumenti di chi ha redditi alti con chi li ha stazionari o in calo. Peggiorano pensionati e dipendenti poveri, ma migliorano gli autonomi. Scrive la Banca d’Italia per “indorare la pillola”: “Per effetto di questi andamenti, il reddito medio delle famiglie con principale percettore pensionato è peggiorato in termini relativi, passando tra il 2020 e il 2022 dall’86 all’82% della media generale. Nel complesso, la posizione relativa dei nuclei con la persona a più alto reddito lavoratore dipendente è rimasta sostanzialmente stabile (dal 109% al 108%). Per le famiglie che dipendono maggiormente dal lavoro autonomo, invece, il reddito medio familiare è divenuto ancora più elevato rispetto alla media (dal 147% al 149%)”. Continuando ad alzare la flat tax (15% di imposte) per i lavoratori autonomi (fino a 75mila euro di redditi all’anno), il reddito reale di questi lavoratori cresce anche perché aumenta l’evasione fiscale (le sotto dichiarazioni sono cresciute dal 2021 al 2022 da 90 miliardi a 101 miliardi, +9,1%)[3].

Nel biennio, l’indice di Gini (che indica quanto cresce o cala la disuguaglianza) misurato sui redditi equivalenti è aumentato dal 32,8% del 2020 al 33,6% del 2022. Se si considera invece la ricchezza netta pro-capite esso sale al 66%, un dato mostruoso che indica quanto sarebbe importante una tassazione sui patrimoni oltre un certo ammontare (come sta pensando di fare anche in Francia il primo ministro Barnier) e come propongono Ocse, G20 e molte Istituzioni mondiali da anni.

Analizzando la distribuzione delle famiglie per decili vediamo che il 10% delle famiglie più povere (1° decile) guadagna in media 9mila euro all’anno (sono quelle che Istat classifica come poveri assoluti che sono appunto il 9,7% delle famiglie italiane), seguite da quelle che guadagnano 15.500 euro e dal 3° decile che guadagna 19.877 euro. Queste ultime famiglie sono di fatto i poveri relativi (23% delle famiglie dice Istat) che assieme ai poveri assoluti formano il terzo più povero degli italiani che guadagnano da 9mila euro (stiamo parlando di famiglie non di singoli) a poco più di 19mila euro. Poi segue il 10% delle famiglie operaie che guadagnano 24mila euro seguiti da un ceto assimilabile agli operai (insegnanti, etc.) che prendono 28.225 euro. Siamo sempre a livelli modesti anche col 6° e 7° decile, che guadagna rispettivamente 32.874 euro e 38.789. Bisogna far parte dell’ 8° decile per guadagnare 46.502 euro e del 9° per avere 57.945 euro. E’ il nostro ceto medio impoverito, come del resto è avvenuto per tutti gli altri. Solo il 10° decile può dirsi ricco, quello del 10% delle famiglie che guadagnano 105.298 euro in media all’anno e che detengono il 28% del reddito nazionale.

Uno spaccato di un paese impoverito in modo impressionante rispetto a quello che era l’Italia solo 30 anni fa, se si considera il potere d’acquisto di questi redditi.

Come abbiamo visto, il reddito medio è cresciuto per i lavoratori autonomi il triplo (+2,8%) rispetto a quello dei dipendenti (+0,8%), mentre cala quello dei pensionati (-2,6%) e soprattutto per di chi contava su trasferimenti pubblici statali (poveri, disabili, etc.: -15,4%). Dopo il brusco calo registrato durante la pandemia, nel 2022 la spesa media familiare è tornata ad aumentare del 5,7% in termini reali rispetto al 2020, sostenuta soprattutto dalla componente dei beni durevoli. La spesa delle famiglie appartenenti al quinto (20%) più alto della distribuzione del reddito è aumentata di circa l’11%, in connessione con il forte recupero degli acquisti più voluttuari e di lusso, mentre quella delle famiglie appartenenti al quinto più basso ha continuato a diminuire (-2%). E ciò spiega la crescente presenza di marchi di lusso che lavorano per quel 10% di famiglie che hanno redditi che vanno da 80mila euro a un milione all’anno.

 

Il recupero della spesa (in aumento sul 2020, anno della pandemia) è stato solo parzialmente compensato dall’incremento del reddito; ne è conseguita una riduzione del risparmio familiare[4], pari in media al 7%, nonostante che la rilevazione dica che più della metà delle famiglie ha avuto un risparmio nullo: questa quota sale al 70% per le famiglie appartenenti al quinto più basso della distribuzione del reddito e scende al 28% per quelle appartenenti al quinto più alto.

 

La ricchezza e la sua distribuzione

La ricchezza media netta era nel 2022 di 296mila euro a famiglia (comprende anche il valore della casa che in Italia cresce poco), in crescita a prezzi costanti dell’1,8% rispetto al 2020; quella mediana (che separa la metà meno ricca delle famiglie dalla metà più ricca) era pari a 152mila euro ed è invece diminuita del 2%. La quota detenuta dal 10% più abbiente è salita di circa 2 punti, al 52%. Se consideriamo il 30% più ricco esso possiede il 77,2% dell’intera ricchezza nazionale.

Il 10% più povero possiede solo lo 0,1%, del resto sappiamo dall’Istat che i poveri assoluti in Italia sono nel 2023 il 9,7% della popolazione (5,694 milioni, di cui 1,7 stranieri) che corrispondono grosso modo al 1° decile (10% della popolazione), 20mila in più del 2022 (5,674 milioni), ma la percentuale delle famiglie povere assolute che hanno un “capofamiglia” operaio sale dal 14,7% del 2022 a 16,5% del 2023 (era del 2,8% nel 2006). Tra tutte le famiglie povere con occupati salgono dall’1,9% del 2006 all’8,2% del 2023. Una crescita dovuta ai bassi salari e all’elevata inflazione degli ultimi anni che li avvicina ai poveri assoluti con capofamiglia disoccupato/a (20,7%). Il dato più elevato è nelle famiglie di stranieri (35,1%) quattro volte quella degli italiani. La Calabria è la regione con il 27% di popolazione in povertà assoluta seguita da Puglia e Campania, ma è al Nord che la povertà sta crescendo (+ 115mila famiglie povere tra Trentino A.A., Emilia-R., Lombardia e Piemonte). Stiamo parlando di poveri assoluti così calcolati dall’Istat: per un adulto (di 30-59 anni) che vive solo e risiede in comune centro dell’area metropolitana in Piemonte, la soglia di povertà è pari a 932 euro mensili; in Sicilia è pari a 757 euro mensili; se risiede in comune centro dell’area metropolitana della Lombardia, a 1.217 euro; mentre se risiede in un piccolo comune della Puglia tale soglia è pari a 717 euro. Se quindi cresce l’occupazione in Italia[5], di pari passo crescono i poveri[6], permane una vasta economia sommersa e crescono i lavoratori poveri. E ciò spiega perché cresce il lavoro nero tra le famiglie[7]. Alla situazione di bassi salari nel lavoro regolare si aggiunge il lavoro irregolare che è ancora nel 2022 pari a 3 milioni di unità d lavoro (2,986 milioni lo stima Istat), seppure in calo di mezzo milione rispetto al 2019 per via della “bonifica in edilizia”[8].

Si conferma quindi come siamo passati in 50 anni dalla società dei 2/3 alla società di 1/3, nel senso che solo un terzo delle famiglie beneficia (in termini di soldi) di questo modello di sviluppo e 2/3 si vanno impoverendo anche nei decili del ceto medio (6, 7°, 8°).

Questa figura evidenzia in un’ottica di lungo periodo (1987-2022) i redditi delle famiglie di alcuni decili (suggeriti dalla Banca d’Italia). Le due linee più alte sono il 9° decile (quello appena sotto i ricchi che stanno al 10°) che rappresenta il ceto medio alto e il 3° quartile (ceto medio), entrambi in caduta. Seguono media e mediana, mentre le due linee più basse sono il 1° quartile e il 1° decile, in lieve ripresa ma sotto i livelli del 1989 e del primo decennio del 2000.

 

Per quanto riguarda la proprietà della casa, è noto che gli italiani sono molto legati all’idea di averne una propria, quindi appena possono la comprano. Tutte le famiglie con un minimo di possibilità sono proprietarie di casa[9]. Nella colonna successiva ho indicato (è una mia stima) il numero di seconde case possedute in base ai quinti. Come si poteva immaginare il 40% dei più abbienti possiede 4,7 milioni di seconde case (su 5,6 milioni che sono in totale in Italia). Un fenomeno che si estende (anche se molto meno) tra le famiglie povere, le quali sono più spesso in affitto. Politiche che favoriscono la seconda casa sono ovviamente regressive, com’è stato col superbonus, mentre quelle che favoriscono case popolari e affitti contenuti sono il modo migliore per aiutare poveri e operai (che ancora esistono). I lavoratori dipendenti in affitto nelle grandi città (specie se giovani o donne sole con figli) sono annoverabili ormai tra i lavoratori poveri[10]. In Italia l’8,5% di chi è in affitto in città spende più del 40% del proprio reddito (10,6% la media UE, Grecia e Danimarca sono le più costose con 27% e 22%, Housing in Europe, 2023) e nessun piano esiste a differenza degli anni ’60 e ’70.

Se si considera invece solo il patrimonio finanziario (azioni, obbligazioni, depositi bancari) il 10% più ricco detiene i 2/3 (64%) di tutta la ricchezza finanziaria, il 2° decile più ricco il 12,1%, il 3° decile il 7,1%. In sostanza il 20% più ricco detiene il 76,1% e il 30% più ricco 83,2%, mentre il restante 70% degli italiani possiede il 16,8%. Il gruppo dei più ricchi si è difeso meglio dall’inflazione in quanto i rendimenti finanziari (gestiti da banche e fondi specializzati) hanno reso negli ultimi 3-4 anni più dell’inflazione.

La quota di famiglie indebitate è rimasta stabile al 26%. Il 25% delle famiglie più povere hanno una rata media di 3.754 euro all’anno (che incide del 21% sul loro reddito), la rata annua del 25% delle più ricche è 8.718 euro (che incide del 14,5% sul loro reddito). E più la famiglia ha un reddito elevato più aumenta la percentuale delle famiglie che si indebitano per acquistare una casa, come dimostra il mercato delle case di proprietà che è più dinamico di quello degli affitti (per la mancanza di case in affitto). Il che indica quanto sarebbe necessario un programma di edilizia pubblica popolare (sono 800mila le case attuali ma almeno la metà inabitabili)[11].

Per la povertà relativa usiamo alcuni dati relativi agli individui a basso reddito, pari al 60% della mediana in serie storica. Come si vede nella tabella allegata crescono dal 19,6% del 2006 al 23,9% del 2022, in lieve calo rispetto al periodo 2012-2016 (26,9%) nel quale si era dispiegata la recessione italiana dopo il 2008. Il dato sale al 41,5% per gli stranieri ma rimane alto anche per gli italiani (22,4% e in crescita sul 2006). E’ più basso al Nord (14,3%) ma è quasi raddoppiato rispetto al 2006, in quanto probabilmente include molti stranieri che hanno lavori stagionali e precari, di cui il Nord ha sempre più bisogno.

In conclusione una società in cui finanza ed economia (il nuovo “Dio quattrino” al posto del “Dio trino”) generano sempre più disuguaglianza, inquinamento, distruzione della Natura e i cui vantaggi (in termini solo di soldi) vanno a sempre meno persone.

 

[1] Campione di 9.641 famiglie (erano 6.239 nel 2020) viene svolta ogni 2 anni dalla Banca d’Italia https://www.bancaditalia.it/media/notizia/indagine-sui-bilanci-delle-famiglie-italiane-nell-anno-2022/ (

[2] Per esempio sono 3 milioni gli italiani che posseggono bitcoin per circa 2,5 miliardi che sono tassati (in caso di plusvalenze) al 26% e non si vuole portarli al 42%. Sono in gran parte nel portafoglio azionario del 20% delle famiglie più ricche.

[3] Vedi il rapporto Istat sull’ “Economia non osservata” (sarebbe il lavoro nero e irregolare, le fatture non fatte per 101 miliardi) che è pari al 10% del totale dell’economia. Il lavoro irregolare pesa per 69 miliardi e altri 20 miliardi sono per droga e prostituzione.

[4] Le motivazioni del risparmio sono la volontà di mettere da parte risorse in vista della vecchiaia o per fronteggiare eventi inattesi o incerti; le famiglie più abbienti vi aggiungono il sostegno economico per i figli eredi.

[5] L’occupazione è cresciuta negli ultimi 12 mesi di 494mila unità (agosto 2024 su agosto 2023), ma non dobbiamo dimenticare che siamo al 62,3% di tasso di occupazione, quando nei paesi europei floridi è prossima all’80% e che non sono giovani e donne a beneficiare dii questo “boom” ma adulti e anziani con bassi salari.

[6] Nel 2023 il reddito di cittadinanza è stato ridotto a 7 mesi per le famiglie “occupabili” e nel 2024 si vedranno probabilmente gli effetti della riduzione dell’”assegno di inclusione” (ora si chiama così) che passa da 1,4 milioni di famiglie a 700mila.

[7] Le famiglie sono da un lato impoverite, dall’altro hanno sempre più bisogno di colf e badanti, che sono il doppio dei dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (1,5 milioni), di cui la metà in nero. E l’immigrazione irregolare e anche la non regolarizzazione dei 600mila immigrati presenti in Italia favorisce sia le imprese che le famiglie che cercano lavoratrici e badanti in nero.

[8] Permane alto in agricoltura (17% sul totale occupati), nei trasporti, turismo e commercio (15%) e cresce nei servizi alla persona, colf , badanti dove è al 39%.

[9] 94% nel quinto delle famiglie più ricche, 86% nel 4° quinto, 79% nel 3° quinto e 69% nel 2°. Solo il 1° quinto (20%) delle famiglie più povere scende al 43% come proprietari di casa.

[10] L’affitto medio pagato dalle famiglie povere in Italia è di 351 euro al mese, 435 euro quello delle famiglie operaie.

[11] Sarebbe stato molto più efficace a favore dei ceti deboli se al posto dell’incentivo del superbonus (122 miliardi di spesa) si fossero ristrutturate tutte le 800mila case popolari facendole salire di classe energetica e poi costruendole o, meglio, ristrutturandone altre 400mila per una spesa media di 100mila euro cadauna, considerando che metà sono ben messe.

 

Cover photo: Cristo che porta la croce, dettaglio, Hieronymus Bosch

La Sinistra e le elezioni a Ferrara: perdere e non capire il perché

La Sinistra e le elezioni a Ferrara: perdere e non capire il perché.

L’intervento di Gaetano Sateriale su questo giornale [Qui], stringato, scritto per punti, ma senza sconti per nessuno, mi spinge a mettere in pubblico alcuni pensieri che già mi giravano in testa durante la campagna elettorale. Considerazioni confermate e maggiorate di segno nel dopo elezioni,  Anche io, senza partito e soldato semplice della società civile, ho “tifato” perché il Centrosinistra riuscisse a strappare alla Destra il governo di Ferrara.  Come si sa, non solo non c’è riuscito ma non c’è andato neppure vicino, incassando una sconfitta di proporzioni storiche. Dunque i miei pensieri, le mie critiche – spero non troppo urticanti per qualcuno – non vengono dall’esterno ma dall’interno: non abbiamo capito, abbiamo sbagliato, abbiamo perso. Noi Tutti, e mi ci metto anch’io.  Per non farla troppo lunga, anche io andrò per punti

1 –  Prima di tutto il PD. Anche se non sono mai stato del PD – credo anche di non averlo mai votato. Perché solo un cretino (e ahimè in Italia ce ne sono)  può pensare di poter vincere (a Ferrara come in Italia) senza o addirittura contro il PD.  La preminenza del Partito Democratico (in Emilia e a Ferrara in particolare) assegna automaticamente a questo partito la responsabilità maggiore delle scelte compiute in campagna elettorale, come del disastroso risultato elettorale.

2 – La scelta del Tavolo dell’opposizione, presentata dal PD ferrarese come “la grande novità”, ricalcava il tentativo nazionale del “campo largo” e si è risolta in una serie di riunioni, rinvii e trattative segrete per “mettere insieme tutti”. L’operazione è fallita, ma ciò che è peggio, il tavolo ha raccolto ed accolto nel suo seno visioni differenti e ha lasciato nel vago temi importanti (per non scontentare nessuno dei commensali) e impedito così l’adozione di un programma chiaro con obbiettivi precisi ed innovativi.  L’opposizione (o le opposizioni riunite)  si sono presentate ai ferraresi senza una nuova idea di Ferrara e del suo governo. Ovvio quindi che prevalesse la Ferrara e il governo esistente.

3 –  Il dopo voto è stato forse anche più deprimente. Davanti a una sconfitta così netta ci si poteva aspettare dal PD un radicale esame di coscienza, un ripensamento profondo sui contenuti e i modi di fare politica in città. Non c’è stato niente di tutto questo. Si è dimesso il segretario cittadino, proprio come era successo 4 anni fa dopo le elezioni del 2019, ma un capro espiatorio non serve ad aprire un diverso futuro.

4 – Tre formazioni politiche ferraresi – Sinistra Italiana, +Europa e Verdi Europa – hanno abbandonato il Tavolo dell’ opposizione (un’ulteriore prova di una scelta sbagliata) per divergenze sul metodo e non condividendo la candidatura del PD di Fabio Anselmo, sostenendo poi la candidatura di Anna Zonari de La Comune di Ferrara. Con una decisione inedita e di una gravità inaudita le direzioni nazionali dei tre partiti hanno tolto l’uso del simbolo ai gruppi ferraresi.  E’ indubbio che questa decisione ha ulteriormente indebolito le forze di opposizione.

5 -Fuori dal tavolo si è mossa la lista civica La Comune di Ferrara. con una proposta nuova sia nel metodo (incentrato su una partecipazione dal basso e aperta a tutti) sia nel merito (con un programma profondamente innovativo che proponeva una svolta nel governo della città). Il risultato modesto raggiunto nelle urne (meno del 3%) credo sia dovuto dall’incapacità di portare la propria proposta fuori da una ristretta cerchia di militanti.

6 – Per capire però le ragioni di una sconfitta così eclatante ((la peggiore di sempre, come è stato osservato) credo occorra concentrarsi sulle ragioni della vittoria della destra. Certo, a Ferrara il sindaco uscente è sempre partito da una posizione di vantaggio per la rielezione (così era stato per Tiziano Tagliani, Gaetano Sateriale e  per il lungo regno di Roberto Soffritti), ma per vincere occorre con-vincere  i cittadini ferraresi. Molti a sinistra hanno gridato contro la propaganda messa in campo da Alan Fabbri e dalla destra. La propaganda, la campagna di comunicazione c’è stata e poderosa (penso soprattutto alla lenzuolata a pagamento che ha coperto Ferrara alla vigilia della campagna elettorale) ma da che mondo e mondo la comunicazione elettorale e la  propaganda da sole non fanno vincere le elezioni. Ci vuole altro, con-vincere appunto.

7 – Questo non toglie che la sinistra sia stata carente anche sul versante della comunicazione. E’ partita tardissimo (per le note ragioni) e si è affidata quasi unicamente ai canali tradizionali. A Ferrara ci sono 5 organi di informazione locale (Carlino, Nuova Ferrara, Estense.com, Ferrara Today e l’emittente televisiva Telestense), e tutti hanno ospitato in modo massiccio argomenti, liste e candidati in lizza. Alla luce del risultato elettorale, appare evidente quanto queste vie di comunicazione (lo sanno anche anche i sassi) siano ormai poco efficaci se non addirittura ininfluenti, non riescano cioè a raggiungere la grande maggioranza degli elettori.

8 – Ma la destra ferrarese, l’Amministrazione uscente, non ha fatto solo propaganda, ma aveva in testa un’idea di città ben precisa e su questa base aveva sviluppato in questi anni una serie di azioni urbane (micro e macro), una strategia che si è rivelata vincente. I ferraresi, la maggioranza in città e nelle frazioni, a questa idea di città hanno aderito. Così nel 2024, al termine della prima consiliatura, la destra si è presentata come una forza autorevole, “governativa”, molto più forte di quanto lo era nel 2019, quando la scena era occupata dalle marce di Naomo Lodi.

9 – Combattere (e vincere) con una destra che ha conquistato una sorta di egemonia culturale (o comunque il consenso della maggioranza della cittadinanza) è compito che fa tremare i polsi. Quel che è certo è che non possono bastare i presidi intonando Bella ciao, le riunioni con i soliti noti, le biciclettate, le polemiche spicciole, le foto in primo piano sul Carlino, gli slogan elettorali triti e ritriti, gli sfottò (faccio un esempio) al geometra-assessore Gulinelli, eccetera. Se l’idea di città annunciata e messa in opera dalla destra piace ai ferraresi,  l’unico modo per vincere è studiare, proporre è  comunicare porta a porta  una diversa idea di città. Non certo il ritorno al passato pre Fabbri, ma una proposta nuova, coraggiosa e attrattiva.

10 – Di cosa deve essere fatta questa nuova idea di città?  In effetti qualcuno – penso al lavoro del Forum Ferrara Partecipata e al programma di La Comune di Ferrara– ha avanzato alcuni temi innovativi: erano l’abbozzo di una nuova idea di citta. Ecco dunque il nodo dei Beni Comuni da riportare in mano pubblica, l’urgenza della Decarbonizzazione e di una mobilità sostenibile liberando la città dalla morsa delle auto,  la proposta di nuove forme di democrazia partecipativa e di accoglienza. Queste indicazioni potevano diventare i caposaldi di una nuova e diversa visione della Ferrara futura. Purtroppo queste intuizioni non sono diventate patrimonio di tutto il campo delle opposizioni. E sono rimaste intuizioni,  invece di diventare un dettagliato progetto urbano da mettere in atto.  Se però non vogliamo rassegnarci a una destra padrona per sempre. su queste cose  occorrerà studiare, lavorare, coinvolgere intelligenze e competenze, ascoltare la voce e i bisogni dei cittadini. Abbiamo 4 anni davanti, non sprechiamoli.

Per leggere gli articoli di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

 

 

Perché la politica in Italia parla solo del presente e non del futuro?

Perché la politica in Italia parla solo del presente e non del futuro?

Perché siamo in una campagna elettorale permanente e quindi per garantire il consenso è meglio parlare di cose di attualità, … che è più facile, che di futuro.

La politica dovrebbe invece occuparsi del futuro, progettare, anticipare i tempi, creare le condizioni per garantire il benessere delle generazioni future e scongiurare le calamità ,… vale anche per i disastri ambientali sempre più frequenti nel nostro paese.

Il comportamento della politica è pericoloso e gli ultimi argomenti all’ordine del giorno (in questi giorni si parla tanto della recessione del settore automobilistico con in particolare la crisi delle auto tedesche, il dramma di Stellantis e le ripercussioni sulla occupazione in Italia) sono un esempio, stigmatizzato ogni volta (da tutti) ma mai affrontato.

La politica rimane al traino degli avvenimenti e delle decisioni assunte dalle potenze economiche, commerciali, industriali, finanziarie che hanno un potere che supera quello degli Stati.

Apple ha un fatturato di 3.000 miliardi di dollari, circa il PIL della Francia, meno della Germania e della Gran Bretagna, ma più di Italia, Brasile, Canada, Russia, Spagna, ecc.

Della crisi dell’auto se ne parla da almeno venti anni per motivazioni legate alle politiche ambientali e per il manifestarsi nelle popolazioni di un diverso approccio nei confronti della mobilità che ha modificato anche la graduatoria dei valori nelle giovani generazioni.

La necessità di passare ad una alimentazione delle auto che minimizzi gli inquinamenti ambientali ha imposto l’abbandono dei motori termici con la ricerca di nuove soluzioni che nella fase della ricerca tecnologica non potranno che essere più costose, una valutazione più “risparmiosa” della mobilità ha indotto le famiglie a riconsiderare l’investimento nell’auto mentre, a differenza di quanto prefigurato negli ultimi decenni del secolo scorso, l’automobile sta rappresentando sempre meno l’oggetto del desiderio per i giovani e non rappresenta più un simbolo di libertà.

Su queste motivazioni si sono assommate poi le crisi internazionali (conflitti soprattutto) con effetti negativi sul costo dell’energia, lotta per le materie prime strategiche, l’entrata fra i produttori di paesi in via di sviluppo che hanno costi del lavoro molto basso e notevole capacità concorrenziale, ecc.

Ci sono paesi che hanno cominciato a entrare nell’auto (Cina, Giappone, Stati Uniti, ecc.) già da diversi anni, l’Europa è lenta e sconta le divisioni interne e nelle scelte, l’Italia è “indietrissimo” sia per una incapacità di innovare, manifestatasi soprattutto negli ultimi venti anni, che per il fatto che essendo un paese sostanzialmente subfornitore subisce i problemi dei paesi produttori, Germania in primis, e affronta gli avvenimenti al momento della rottura (vedi le recenti proposte di deindustrializzazioni di Berco e Rexnord), quando trovare soluzioni efficaci è più difficile.

Analogo discorso può essere fatto per la chimica o meglio per la Petrolchimica a seguito della modifica del quadro di riferimento, con l’entrata in produzione, negli ultimi venti anni, di aziende proprietarie delle materie prime, sostanzialmente il petrolio e di una sovra produzione che danneggia soprattutto i produttori europei.

Il futuro della petrolchimica in Europa e soprattutto  nel nostro Paese non sarà coronato da successo se non si avvierà un ciclo virtuoso di innovazioni e di breakthroug concreti come quelli già vissuti negli anni ‘80 del secolo scorso, abbandonando la rincorsa ai prezzi nei confronti di che ha le materie prime (proprietario) direttamente dalle raffinerie, i cracker o addirittura dalla bocca di pozzo.

Ferrara e il suo Petrolchimico

E qui torniamo ancora alla opportunità che Ferrara e il suo Petrolchimico sta perdendo non sfruttando l’innovazione messa a punto nel Centro Ricerche Giulio Natta di Lyondellbasell con il processo di riciclo molecolare MoReTech, in corso di industrializzazione a Wesseling, in Germania.

Non è ricorrendo i miglioramenti, seppure doverosi, che si affronta il futuro ma innovando i processi perché le parole d’ordine quotidiane come cambiamento climatico, transizione ecologica, economia circolare, rivelano una nuova consapevolezza: i prodotti dell’economia futura saranno sempre di più i processi e l’innovazione è fondamentale.

Per intervenire sui cambiamenti, per governare le transizioni e per essere davvero economicamente, socialmente e ambientalmente sostenibili, siamo in ritardo (a Ludwigshafen in Germania la BASF nel suo petrolchimico produrrà 500.000 tonnellate annue di vapore per i suoi impianti utilizzando elettricità proveniente da fonti rinnovabili, … senza produzione di CO2) ma si può ancora invertire la rotta se c’è la volontà di guardare avanti, … ma non sembra sia questa l’intenzione della nostra politica.

Manca purtroppo una politica industriale, la voglia e la capacità di guardare al futuro,  e senza la politica non si va da nessuna parte.

Anche il futuro del Petrolchimico di Ferrara deve essere inserito in tale ottica e in particolare l’economia circolare rappresenta una opportunità alla nostra portata.

Processi circolari come ad esempio il riciclo della plastica di LYB ma anche di ENI Versalis, che CDS Cultura sostiene da diversi anni, rappresenterebbero per Ferrara, non solo per il Petrolchimico, importanti atout, ossia opportunità di sviluppo che l’immobilismo attuale purtroppo non può concedere.

 

 

Testimoni di nonviolenza da Israele e Palestina:
Un tour in Italia dal 16 al 26 ottobre

Obiezione alla guerra

Testimoni di nonviolenza da Israele e Palestina
insieme per dare voce a chi rifiuta la violenza e progetta la pace

Un tour in Italia dal 16 al 26 ottobre

Vengono da Israele e Palestina, dove il diritto internazionale viene calpestato, per rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza! Lavorano insieme e rifiutano la guerra, l’esercito, le armi, l’odio.

Sofia Orr e Daniel Mizrahi (israeliani, hanno rifiutato armi e divisa, sono obiettori di coscienza e per questo reduci dal carcere), Tarteel Yasser Al Junaidi e Aisha Amer (palestinesi, sono attiviste nonviolente e difendono i diritti umani, contro l’occupazione) sono quattro testimoni di pace che credono nel dialogo e lavorano insieme, come “gruppo misto” israelo-palestinese, e rappresentano due importanti movimenti: Mesarvot (una rete di giovani attivisti israeliani che rifiutano di prestare il servizio militare obbligatorio), e Community Peacemaker Teams – Palestina (CPT) (sostiene la resistenza di base nonviolenta guidata dai palestinesi contro l’occupazione israeliana).

Invitati in Italia dalla Campagna di Obiezione alla guerra, su iniziativa del Movimento Nonviolento, saranno ospiti, con conferenze stampa e iniziative pubbliche, dal 16 al 26 ottobre: un tour di 10 giorni, da Milano a Bari, per far conoscere all’opinione pubblica italiana i volti e la voce di chi, dentro alla follia della guerra, già realizza progetti di pace, a partire dal rifiuto della violenza e delle armi. Lo scopo del tour è di sostenere concretamente e politicamente i movimenti nonviolenti, gli obiettori di coscienza, i pacifisti che lavorano per la convivenza dei due popoli. La richiesta di pace che si alza dalle popolazioni civili, è l’unica alternativa alla violenza cieca dell’esercito e dei gruppi armati che a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e in Israele stanno seminando odio e vendetta. La spirale che ci sta portando al terzo conflitto mondiale può essere spezzata: l’obiezione alla guerra è il primo passo. Per questo chiediamo alle istituzioni, all’Unione Europea, al nostro governo, di riconoscere lo status di rifugiati politici a tutti gli obiettori di coscienza, disertori, renitenti alla leva, che fuggono dalle guerre e chiedono asilo e protezione.

Questo il programma del tour:

martedì 15, arrivo a Milano Malpensa

mercoledì 16, a Milanoconferenza stampa (ore 11, Cascina nascosta di Parco Sempione) e un incontro pubblico (ore 17:30 sede Acli, via della Signora 3);

giovedì 17Veronaconferenza stampa (ore 12:40, Palazzo Barbieri, Sala Arazzi), incontri istituzionali con Sindaco e Vescovo, e proiezione del docu-film “Light” (ore 21, Teatro Modus);

venerdì 18Verona: incontro con gli studenti (ore 8:30, Liceo Classico Maffei), partecipazione al Festival “Poeti Sociali” della Diocesi di Verona (ore 15, Piazza dei Signori);

sabato 19Bolognaincontro con gli studenti e proiezione docu-film (ore 10:30, Cinema Perla) e incontro pubblico (ore 15 al Parco storico di Monte Sole, Marzabotto);

domenica 20Parmaincontro con la comunità giovanile (ore 11, Il Punto in Piazza Garibaldi);

domenica 20Reggio Emiliaincontro pubblico (ore 15:30, Casa di quartiere Orti-Spallanzani);

lunedì 21Firenze: conferenza stampa (ore 11:30, sede Cgil via Borgo dei Greci 3), incontro con le associazioni e proiezione docu-film (ore 21, circolo Arci le Vie Nuove, via Giannotti 13);

martedì 22Firenzeincontro con gli studenti (ore 9, Auditorium Istituto Comprensivo Rosai, via dell’Arcovata 4/6), incontro con vicesindaca e presidente del consiglio comunale (ore 14:00 presso Palazzo Vecchio), incontro pubblico (ore 21, Circolo Arci 25 aprile, via Bronzino);

mercoledì 23Romaincontro con gli studenti universitari (ore 10, Aula Blu 5, Università Sapienza), incontro con il Servizio Civile (ore 15, sede Engim via Etruschi 7, San Lorenzo);

giovedì 24Roma: Audizione Commissione permanente per i Diritti Umani (ore 8:30, Camera dei Deputati), incontro pubblico (ore 10:30, presso la sede del CSV Lazio, via Liberiana 17, in dialogo con Donatella Di Cesare e Luigi Manconi, prevista la diretta live sulle pagine FB del Movimento Nonviolento e del CSV Lazio), ore 13 ricevimento presso il Dicastero Vaticano per lo Sviluppo Umano e integrale, conferenza stampa a Montecitorio (ore 16, Sala stampa, con on. Laura Boldrini, on. Nicola Fratoianni, on. Stefania Ascari e rappresentanti Rete Pace Disarmo);

venerdì 25Roma: giornata libera con trasferimento a Bari;

sabato 26Bari: partecipazione alla Giornata di mobilitazione “Fermiamo le guerre. Il tempo della pace è ora” (ore 9:30, ritrovo in Piazza Massari); incontro pubblico (Fondazione “Rita Maierotti”, Via Giuseppe Volpe 4– Bari, Quartiere Madonella);

domenica 27: partenza da Bari Palese.

Durante tutto il tour, i 4 testimoni saranno accompagnati e tradotti da Daniele Taurino, presidente di EBCO/BEOC (Ufficio Europeo Obiezione di Coscienza).

Molte le associazioni, nazionali e locali, che hanno aderito e collaborato attivamente per la migliore riuscita del tour:

Rete italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Europe for Peace, Acli Milanesi, Legambiente Lombardia, Caritas Ambrosiana, Fondazione Toniolo, Festival Poeti Sociali della Chiesa di Verona, Portico della Pace di Bologna, Spi Cgil di Bologna, Scuola di Pace di Monte Sole, Parma candidate European Youth Capital 2027, Il Punto hub creativo, Giro del Cielo di Reggio Emilia, Cgil Firenze, Donne insieme per la pace, Arci Firenze, Anpi Firenze, Cospe, Cristiani insieme per la Pace, Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale Università Sapienza di Roma, RuniPace, Le vie della Nonviolenza – Servizio Civile, CSV Lazio, Cnesc (Conferenza nazionale Enti Servizio Civile), Comitato per la Pace di Terra di Bari.

Movimento Nonviolento

Mao Valpiana
Presidente

A Ferrara il 24 ottobre:

in un gruppetto del Movimento Nonviolento di Ferrara abbiamo partecipato all’incontro con quattro giovani obiettori di coscienza e pacifisti israeliani e palestinesi che si è svolto il 19 ottobre a Monte Sole, tappa di un tour più ampio organizzato dal Movimento Nonviolento nazionale, con numerose partnership, all’interno della Campagna di Obiezione alla guerra.

L’incontro con Sofia, Daniel, Aisha e Tarteel è stato molto significativo, di apertura, di speranza e di conoscenza, e desideriamo condividerlo. Proprio per questo invitiamo gli amici e le amiche alla proiezione di una delle tappe del tour, per ascoltare la testimonianza diretta di giovani che, pur vivendo sulla loro pelle la guerra, la demonizzazione del nemico, la militarizzazione estrema delle loro società, hanno il coraggio e la forza di sperimentare la pace pagandone il prezzo, con il carcere e con l’esclusione. Qui in Italia si sono incontrati per la prima volta: “Se il dialogo tra noi è possibile, lo è anche in una scala più grande”, ci hanno detto, e ci hanno chiesto di far conoscere le loro storie.

Ci vediamo giovedì 24 ottobre alle 20,30 presso la sede di Viale K in Via Mura di Porta Po 9.

In questi giorni il tour dei giovani israeliani e palestinesi continua, facciamolo sapere ai nostri contatti in altre città: domenica 20/10 a Parma e Reggio Emilia, lun. 21 e mar. 22 a Firenze, mer. 23, giov. 24 e ven. 25 a Roma, sab. 26 a Bari nella manifestazione per la pace.

Il Movimento Nonviolento, Centro di Ferrara

 

ALU, un sindacato contro Amazon

ALU, un sindacato contro Amazon

Nell’ambito della ricca offerta del Festival Internazionale 2024 a Ferrara, vorrei segnalare un evento che mi ha particolarmente colpito : il documentario Union di Brett Story e Stephen Maing (Stati Uniti, 2024) .  Il film-documentario mette in scena una  storia vera di lotta operaia dal basso e la risposta, a suo modo feroce, di Amazon, gigante della produzione multinazionale capitalista.

Union documenta la sfida di un gruppo di magazzinieri a Staten Island (New York) nel tentare di formare una rappresentanza sindacale in una sede di Amazon. Impresa particolarmente difficile negli Stati Uniti, dove l’ottenimento del riconoscimento di sindacato è subordinato alla raccolta delle firme di adesione del 30% dei lavoratori dello stabilimento.

L’iniziativa parte da un eterogeneo gruppetto di lavoratori, che la lotta prolungata trasforma in compagni di vita, capeggiata da Christian Smalls, black american, che concentra i suoi sforzi a favore dei diritti dei lavoratori in un magazzino di Amazon.

Le condizioni di lavoro che emergono dal documentario sono pessime: dai turni di dodici ore con pause brevissime, alla precarietà di contratti di sei mesi, per mantenere un turn over continuo che scoraggia la sindacalizzazione dei lavoratori.

Una scena dell’avvincente documentario riprende una lavoratrice che dorme in macchina nel parcheggio dello stabilimento, attrezzata con coperte in pieno inverno, avendo solo cinque ore di riposo tra un turno e l’altro. E poi il pullman che porta al lavoro in un’alba grigia l’esercito dei dipendenti del centro di distribuzione Amazon semiaddormentati, lavoratori precari del sottoproletariato americano multietnico, sfinito e spesso rassegnato.

Le modalità di lotta del gruppo di cui Smalls è leader sono anticonvenzionali: tenda permanente fuori dallo stabilimento, mensa alternativa a base di pizza e “erba”, ricerca continua del dialogo e di un vero e proprio rapporto umano con gli altri lavoratori, divulgazione con tutti i mezzi possibili delle proposte sindacali. Il gruppo promotore appare caratterizzato dalla tenacia di una lotta permanente durata mesi, e da una simpatia  trasgressiva e contagiosa.

Amazon dal canto suo ha adottato tutte le possibili contromisure contro ALU (Amazon Labor Union), specie dopo lo smacco del 2022 che porta al sorprendente raggiungimento del numero minimo delle firme e alla costituzione del sindacato aziendale.

Le risorse messe in campo da Amazon consistono in vere e proprie campagne di comunicazione interna volte a spaventare e intimorire i lavoratori, in pressioni e ricatti individuali con la minaccia della perdita del posto di lavoro, in ingenti investimenti legali ingaggiando i migliori avvocati per contestare la legittimità delle attività sindacali e delle votazioni. Oltre, ovviamente, ad un intensificato turn over provvidenziale nell’eliminare i personaggi scomodi e impedire la negoziazione dei contratti ad ALU.

La strategia di Amazon, azienda multinazionale che conta circa un milione e mezzo di lavoratori nel mondo, è quella di mantenere ad ogni costo il controllo delle relazioni con i dipendenti, monitorando le richieste dei lavoratori, concedendo alcuni miglioramenti per dimostrare così  l’inutilità del sindacato.

Il documentario registra come Amazon si voglia mostrare ai propri dipendenti come azienda esemplare del capitalismo “buono”, in una sorta di rappresentazione tanto totalizzante, quanto lontana dalla realtà. L’obiettivo principale di ALU sembra invece il “risveglio” dei lavoratori, la rivendicazione di essere “umani”, in un’azienda che alla crescente automatizzazione del lavoro accompagna la trasformazione dei lavoratori in automi.

Lotta particolarmente significativa perché Amazon sta aggressivamente definendo lo standard delle condizioni di lavoro nel mercato globale, definito da automazione, stretta sorveglianza, e tassi di turnover fino al 150%. Questa singola azienda controlla gran parte dell’infrastruttura di Internet, definisce i termini della vendita al dettaglio online a livello globale, svuotando le strade di città e paesi di tutto il mondo dalle locali attività commerciali.

La lotta a questo gigante della globalizzazione, da parte di un improbabile, ma vivissimo gruppo di lavoratori, assume le dimensioni della sfida ad un modello di vita alienante, mercificato e disumano che tenta di omologare non solo i lavoratori, ma anche i consumatori.  Pur nelle crescenti difficoltà ALU esiste e lotta ancora oggi, anche se, per le regole sindacali americane, solo nei singoli stabilimenti.

Per leggere gli articola di Eleonora Graziani su Periscopio clicca sul nome dell’autrice