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Ferrara, culla del fascismo italiano: una storia con radici lontane.
Dialogo con la storica Antonella Guarnieri

Ferrara, culla del fascismo italiano: una storia con radici lontane. Dialogo con la storica Antonella Guarnieri.

“I fantasmi della Bassa”(qui uno dei link, ma si può trovare ovunque, compreso Spotify), è un podcast che tutti dovremmo ascoltare. Ricostruisce con documenti e testimonianze un periodo importante della storia ferrarese (1870-1922), quello che dalla Grande Bonifica passa attraverso le lotte dei braccianti, e che ad un certo punto – soprattutto nel biennio 1920/1921, con la spinta e il foraggio delle grandi famiglie agrarie locali – diventa la chiave per l’ affermazione del fascismo in Italia. La consulenza storica al podcast si deve ad Antonella Guarnieri, storica per l’appunto, scrittrice (tra gli altri “Il fascismo ferrarese: dodici articoli per raccontarlo”, Tresogni Editore, in probabile ristampa vista l’elevata richiesta), vicepresidente Anpi Ferrara, fino al 2020 referente del Museo del Risorgimento e della Resistenza. Periscopio l’ha intercettata per una chiacchierata molto libera, che abbraccia anche il periodo specifico in cui si data la nascita vera e propria del fascismo a Ferrara, prendendo spunto dai temi del podcast, ma senza fermarsi solo su di essi – anche perché vale davvero la pena di ascoltarlo, “I Fantasmi della Bassa”. (NdR: Antonella Guarnieri ci perdonerà per le semplificazioni e gli schematismi funzionali a condensare la conversazione con una storica come lei, che è un ipertesto parlante, nel contesto di un articolo).

 

P: Il periodo 1920/22, soprattutto, rappresenta uno snodo cruciale della storia sociale e politica non solo di Ferrara, ma dell’Italia. E’ la fase nella quale sono proprio i grandi proprietari agrari della provincia ferrarese a iniettare la linfa economica che si rivelerà vitale per la ripresa prima su scala locale, poi nazionale, di un fascismo che sembrava morto prima di nascere, visto che nel 1919 aveva subito una netta sconfitta elettorale. Ma come hanno fatto a far resuscitare un morto?

AG: Intanto, perchè lo hanno fatto: col precipuo scopo di soffocare le conquiste dei braccianti e delle loro organizzazioni sindacali, ottenute grazie alle lunghe lotte degli anni precedenti. La Grande Bonifica ferrarese, iniziata nella seconda metà dell’800 fu una gigantesca operazione di ingegneria idraulica che arricchì ancora di più i grandi proprietari terrieri, i quali decisero di non fare lavorare quei terreni da contadini con contratti che li legassero alla terra, ma di prendere degli avventizi, degli operai giornalieri, pagati pochissimo e costretti a vite terribili, di fame, malattia e spesso morte in giovane età, tutto questo per limitare al massimo le spese, evitando, ad esempio, la costruzione di abitazioni. Nasce così un nuovo soggetto: il bracciante agricolo, una sorta di nuovo “servo della gleba”. Saranno uomini e donne senza speranze, capaci di ingaggiare lotte epocali che grazie alle Leghe sindacali socialiste e cattoliche popolari li portarono ad ottenere miglioramenti che i capitalisti agrari non riuscivano a digerire. Vico Mantovani, capo degli agrari, l’uomo che chiederà a Italo Balbo di diventare, a pagamento, l’organizzatore del “nuovo” squadrismo agrario, differente da quello “della prima ora” caratterizzato anche venature “socialisteggianti”, ebbe l’idea di usare quegli uomini, appartenenti ad un movimento pesantemente sconfitto alle elezioni politiche del 1919 – Mussolini non fu nemmeno eletto- per liberarsi dei “rossi”, come li chiama in un bel documento dell’Archivio centrale dello Stato che, in realtà erano stati eletti democraticamente. Egli viene solidamente appoggiato dal conte Giovanni Grosoli, importante esponente della finanza cattolica, rigido conservatore che metterà i suoi giornali, al servizio dell’operazione “sovversiva”, che doveva abbattere una giunta eletta, ripetiamolo, democraticamente, che aveva portato all’interno del Municipio quel popolo che i potenti estensi non accettavano all’interno delle istituzioni che ritenevano solo a loro riservate.

P: si può quindi in qualche modo tracciare una linea di continuità che leghi le rendite del periodo rinascimentale ai possedimenti dei latifondisti che finanzieranno il fascismo?

AG: difficile, e soprattutto necessitante di una ricerca seria e scientifica, rendere certo un legame del genere. E’ però certo che uno dei problemi atavici di Ferrara, che ne ha condizionato in negativo lo sviluppo economico, è legato anche alle scelte di tipo economico e governative del tanto celebrato ducato estense. Lo scrive ad esempio lo storico e letterato Antonio Piromalli:  Ferrara, prima degli Estensi, era un centro economico e commerciale importante. Sicuramente lo spostamento del corso del Po a causa delle rotte che si susseguirono nella seconda metà del XII secolo cambiarono il volto di una città ricca e commerciale, ma è innegabile che gli Estensi si impegnarono per impedire la nascita di una borghesia imprenditoriale autonoma, a differenza, per esempio, di quello che hanno fatto i più lungimiranti Medici a Firenze. Gli Estensi furono certo i signori della città di Ferrara, che resero splendida e frequentata da uomini di primo piano di ogni settore della cultura, della scienza e dell’arte, ma su di essa tuttavia dispiegarono un potere dittatoriale e brutale. Il contado era oberato di tasse, i gabellieri arrivavano ad esercitare violenze, brutali, giungendo fors’ anche ad uccidere, chi non pagasse. I signorotti stessi erano asserviti. Quando gli Estensi se ne vanno non lasciano, certo, un tessuto economico vitale, e l’avvento dello Stato Pontificio non fa che mettere la ciliegina sopra una torta economica già avvelenata. Mi rendo conto che parlare in modo critico degli Estensi a Ferrara è difficile…

P: sapevamo della tendenza all’agiografia di Italo Balbo, di cui è difficile parlar male a Ferrara, ma l’agiografia degli Estensi sembra ancora più radicata, in effetti. Parlaci anche delle “opere” del subentrante Stato Pontificio, dopo la cosiddetta “devoluzione”.

AG: per prima cosa lo Stato Pontificio chiude gli ebrei nel Ghetto, nel 1624, senza peraltro togliere loro i patrimoni e le finanze. Diversi fuggono a Modena con gli Este dopo la devoluzione alla Chiesa del Ducato, ma numerosi di loro restano. Gli ebrei erano gli unici veri imprenditori a Ferrara: il primo insediamento in città è collocato attorno all’anno mille, nella zona dietro via Garibaldi, ma quelli erano gli stracciari, i tintori, gli ebrei “poveri”. Gli ebrei “ricchi”, i banchieri, arrivano dopo: sono quelli che finanziano anche i palazzi ducali, sono colti e intraprendenti. Alcuni di loro, tra quelli rimasti a Ferrara, in seguito sovvenzioneranno i moti risorgimentali ai quali parteciparono anche attivamente, come testimoniano diversi documenti, per sconfiggere lo Stato Pontificio e riottenere la libertà. Ma anche all’inizio del ‘900, gli ebrei sono i maggiori imprenditori e certo non solo agricoli, a Ferrara: la famiglia Hirsch, per esempio, che amministra un maglificio all’avanguardia sia tecnicamente sia nel rapporto con le maestranze, che occupa più di mille persone. La successiva persecuzione degli ebrei ad opera del fascismo, molto dura a Ferrara, oltre al sentimento di ripugna, generato dal fatto in sé, rappresenta l’ulteriore e pervicace forma di oppressione verso l’unica classe che possedeva veramente delle capacità imprenditoriali borghesi. Chiedo scusa per la semplificazione, ma anche per questo siamo diventati quello che siamo ancora oggi: Ferrara è una “nobile” decaduta governata dagli interessi del grande capitale agrario, al cui vertice troviamo persone che (salvo lodevoli ma rare eccezioni) difficilmente impegnano i loro capitali in imprese esterne all’agricoltura.

P: come si articola il rapporto tra la residua borghesia ebraica inurbata a Ferrara e il nascente fascismo – intendo quindi assai prima delle leggi razziali, che ovviamente fecero da tragica cesura ma molti anni dopo?

AG: : l’ebraismo abbiente in via maggioritaria finisce per aderire al primo fascismo, ma solo dalla fine del 1920. In un libro di Giuseppe Ghedini e di Raul Forti, militante fascista argentano delle origini vicino a Balbo, sull’avvento del fascismo a Ferrara, scritto nel 1922, si nota con evidenza che, nell’elenco dei fascisti al 19 dicembre 1920 ci sono diversi nomi di proprietari terrieri ebrei. E’ un fascismo che sta cambiando, e che sta vedendo l’entrata in opera, seguendo la strategia Mantovani-Grosoli, per capirci, dei grandi capitalisti agrari. Il primo periodo del fascismo però, leggermente antecedente e che si era protratto fino ai primi mesi del 1920, era stato differente: aderivano, infatti, principalmente giovani reduci dalla prima guerra, figli di famiglie borghesi e piccolo borghesi, anche qualche operaio, che della guerra avevano vissuto gli orrori e i disastri e ne erano usciti senza una prospettiva di vita e di futuro, nonostante le reiterate promesse del governo, durante gli anni di trincea. Uno degli esponenti ferraresi dell’epoca è Olao Gaggioli, anche lui reduce dalla grande guerra: egli, inizialmente, pur individuando come tutto il movimento fascista i socialisti come avversari, ma dovremmo dire nemici vista la violenza fisica alla quale le sue squadre li sottopone, manifesta idee simili a quelle del Mussolini di San Sepolcro del 1919, venate di alcuni elementi evidentemente “socialisteggianti”. In questo primo periodo di trattava di una vera e propria guerra tra poveri, i giovani reduci fascisti e i socialisti, che erano stai in molti casi antiinterventisti, si affrontano, senza comprendere che il vero nemico era il governo, incapace di gestire quella situazione post bellica incandescente. Se è vero che i ricchi capitalisti ebrei furono tra i fondatori dello squadrismo agrario è vero altresì che tra gli intellettuali ebrei – ad esempio la famiglia della ferrarese Matilde Bassani, nipote di Ludovico Limentani, tra i firmatari del manifesto degli intellettuali antifascisti proposto da Benedetto Croce – si schierano subito apertamente contro il fascismo, percependo in anticipo quello che sarebbe diventato.

P: ma questi ribelli reduci vengono semplicemente sedotti dal denaro o viene loro offerta una prospettiva e una narrazione ideale?

AG: indubbiamente gli anni delle lotte bracciantili avevano prodotto violenze ed eccessi anche da parte delle leghe: spesso gli scioperi, la paralisi delle attività agricole, gli incendi dei fienili non danneggiavano solo i latifondisti, ma anche i piccoli proprietari o gli affittuari, e questo fu un errore politico rilevantissimo delle Leghe. Nei primi anni del Novecento le leghe bracciantili ferraresi erano diventate una rete estesa ed erano diventati una forza che, in quei territori, era in grado di contrapporsi ai proprietari terrieri. Ricordiamo che, dopo lo sciopero del 1898, venne ottenuto proprio nel Ferrarese il primo rappresentante dei braccianti che con i grandi padroni discute i Patti Agrari. Allora contro i braccianti lo Stato mandava l’esercito, vent’anni dopo i grandi proprietari si resero conto che lo Stato non lo faceva più, e serviva chi lo facesse per loro, che qualcuno diventasse il loro esercito privato. Mussolini, lo scrive anche Renzo De Felice, esce dallo stato di premorte causato dalle sconfitte elettorali, proprio grazie al grande capitale agrario che pensa di poter usare i giovani del suo movimento per liberarsi di socialisti e sindacato. Va ricordato che in quel periodo gli agrari ferraresi sono i più potenti di tutta Italia. Non è un caso, quindi, che il 4 aprile 1921 egli venga a Ferrara, ufficialmente per partecipare ad una grande manifestazione fascista, in realtà per stringere, nelle segrete stanze, un patto di ferro con Vico Mantovani, capo degli agrari, e con Balbo, organizzatore dello squadrismo agrario: il futuro duce dà il proprio consenso all’uso degli uomini del suo movimento per essere impegnati capillarmente contro i “rossi” e in cambio chiede di essere inserito nel collegio di Ferrara, per le elezioni del maggio, al primo posto e di avere la certezza, come accadrà, grazie anche alle pesanti violenze esercitate dai fascisti, di essere eletto. Francamente, non credo che inizialmente fosse una questione di soldi, credo fosse disagio, rabbia, paura repressa. E’ probabile che proprio l’entrata degli agrari nel fascismo muti la prospettiva e renda il denaro e la possibilità di acquisire posizioni di primo piano, sia politiche sia economiche, centrali anche per molti di quei giovani della prima ora.

P: che ai giovani e spiantati reduci potesse interessare fare da “legione privata” degli agrari anche per avere vantaggi economici è verosimile. Nel caso di Italo Balbo, più che davanti a una verosimiglianza siamo davanti a una verità storica, per come viene costruita attraverso, appunto, il metodo dello storico: documenti e testimonianze. La sua famosa frase “sas ciapa a far al fassista?” è in questo senso esemplare.

AG: Italo Balbo è una figura interessante e composita. Fa studi un po’arrembanti – conquista la laurea non solo a suon di studio, ma anche appoggiando la rivoltella sul tavolo, quando si trova in difficoltà, come del resto altri reduci – ma certo, per quel periodo è un uomo più colto della media. La sua adesione è, evidentemente, frutto di un calcolo, della volontà di trovarsi un posto nella società, di avere un’entrata economica, tanto è vero che non si limita a chiedere cosa si guadagna a diventare fascista, ma chiede anche garanzie – un posto in banca – , nel caso in cui la scalata al potere fallisca. Balbo e Edmondo Rossoni, per citare un altro famoso gerarca poi ministro che fece carriera partendo dalla nativa Tresigallo – addirittura i suoi esordi sono nel sindacalismo rivoluzionario socialista -, erano di origini modeste. Alla fine della loro parabola di potere, diventarono ricchissimi. Balbo, oltre ad essere un uomo strategicamente preparato, però, va ricordato, era disposto a tutto per il potere. Prova ne sia quello che scrive chiaramente nel suo libro “Diario 1922, dove teorizza e mostra la messa in pratica, da parte delle sue squadre, di una violenza spietata che mirava alla distruzione, anche fisica, di quello che non era più un avversario, bensì un nemico politico da annientare in ogni modo. E’ interessante come, stabilizzatasi la dittatura, egli riesca a costruirsi, grazie ad ottimi amministratori ed intellettuali che lo supportano – basti pensare a Renzo Ravenna e a Nello Quilici – l’immagine di novello duca, di uomo interessato all’arte, alla cultura, all’economia, dando, ad esempio, lustro all’Università e rendendo la città estense luogo di grandi mostre e convegni internazionali.

P: prima hai fatto un passaggio sulla violenza che ha caratterizzato anche alcune azioni delle leghe bracciantili. Che differenza c’è tra queste violenze e la violenza fascista?

AGla violenza dei braccianti era quella di gente che viveva un’esistenza misera e affamata, persone che non avevano nulla da perdere, visto che la durata della loro vita media era attorno ai 29 anni. Le lotte del ’19 e del ’20 mirarono, riuscendoci, a migliorare le loro pessime condizioni di vita, cosa che manderà su tutte le furie gli agrari che li consideravano, ripeto, veri e propri servi della gleba e che smuoverà la ferocia del fascismo squadrista. Un’altra cosa va detta: l’idea della rivoluzione di tipo “sovietico” nelle nostre campagne era presente come un portato più che altro “ribellistico” e molto ridotto. Erano uomini come Giacomo Matteotti, che tanto aveva lavorato, come amministratore, politico e parlamentare ad essere amati e seguiti da quel popolo affamato che egli conosceva bene. Basti pensare che nel 1925 vengono ritrovati dalla polizia nelle valli di Comacchio degli altarini con l’effigie di Matteotti e, sotto, un cero acceso per rendergli gloria. Viceversa, la violenza dei fascisti nasce da una teorizzazione della vittoria sull’avversario politico con ogni mezzo. Alcuni dettagli della violenza fascista sono stati taciuti spesso per rispetto verso le vittime. Il ricercatore Saluppo scrive delle violenze sessuali che subirono anche molti uomini  – compreso Matteotti – in adesione ad un’idea di sottomissione che aveva accenti di devirilizzazione del nemico politico. Questa violenza, teorizzata come metodo politico, diventa poi struttura organizzata grazie alle finanze dei grandi agrari: i fascisti ferraresi hanno camion, hanno moto, hanno bombe a mano, fucili, armi a ripetizione. Balbo è l’organizzatore militare di tutto questo. Ricordiamoci che i fascisti chiamano “sovversivi” i socialisti, che hanno vinto regolari elezioni democratiche. Non dobbiamo stancarci di ripeterlo in un’epoca in cui si sta cercando, in parte vittoriosamente, di riscrivere la storia, invertendone il senso. Questo rovesciamento di senso delle parole ha condotto anche al giustificazionismo dei giorni nostri, come se in effetti il fascismo fosse stato una risposta d’ordine all’assalto di terroristi. Era esattamente il contrario.

P: la Grande Bonifica è stata un evento di enorme rilievo, in termini sociali, economici e, come abbiamo visto, politici. E in termini ambientali?

AG: Wu Ming 1 (al secolo Roberto Bui, n.d.r), che è di Dogato, e che ha partecipato al nostro podcast, ci ha spiegato che, secondo alcuni studi, se soltanto si riallagasse una parte dei terreni della bonifica, che peraltro in alcune zone è sempre stata una poco produttiva, Ferrara, città molto sofferente per le alte temperature estive, potrebbe usufruire di un consistente calo di temperatura. Una parte delle popolazioni locali che viveva di pesca e caccia, alla fine dell’800, quando le bonifiche iniziarono, aveva questo sentimento ancestrale, una percezione molto netta, che la bonifica, per come sarebbe stata realizzata, avrebbe stravolto anche il rapporto con la natura, oltre, diciamo noi, a creare la figura del “proletario della terra”. Queste persone si opposero a mani nude contro l’esercito, che ebbe la meglio. Forse è un parallelo azzardato, ma credo che una parte dei giovani che si oppongono, oggi, al potere che non vuole affrontare la crisi climatica, possiedano, in qualche modo, questo sentimento ancestrale e che, anche usano metodi a volte criticabili per attirare l’attenzione che nessuno gli dà, dovrebbero avere più ascolto da noi adulti e da chi di dovere.

 

Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” conclude il processo di selezione dei cortometraggi e annuncia la Giuria professionale 2024

Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” conclude il processo di selezione dei cortometraggi, giunti da 18 paesi, e annuncia la Giuria professionale 2024. Declinazione al femminile.

Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” – che si terrà nella città estense dal 23 al 26 ottobre presso la Sala Ex Refettorio del Chiostro di San Paolo, la Sala Estense e lo Spazio Factory Grisù (con anteprima il 22 presso Notorious Cinemas) – ha concluso il processo di selezione dei cortometraggi giunti da 18 paesi. 43 i corti selezionati, 16 nella categoria “Ambiente è Musica”, 18 in “Indieverso” e 10 in “Buona la Prima”. 23 i corti italiani, 20 quelli esteri. 10 i premi da assegnare, di cui 3 principali in denaro.

A valutare i cortometraggi in concorso, la prestigiosa Giuria Professionale 2024, composta da cinque illustri personaggi del mondo del cinema, dello spettacolo e delle arti, in maggioranza femminile.

A presiedere sarà Andrea Guerra, musicista e compositore di colonne sonore. Nato a Santarcangelo di Romagna, Andrea Guerra è figlio del poeta Tonino Guerra. Ha studiato composizione e arrangiamento con il Maestro Ettore Ballotta a Bologna. Subito dopo gli studi, si trasferisce a Roma, dove intraprende l’attività di compositore. Fra il 2000 e il 2010 compone diverse colonne sonore per i film di registi importanti come Ferzan Özpetek, Roberto Faenza, Giuseppe Bertolucci e altri ancora. Nel 2003, scrive la canzone “Gocce di memoria” insieme all’interprete Giorgia che viene inclusa nella colonna sonora, interamente composta da Guerra, del film, dello stesso anno, “La finestra di fronte”, diretto da Ferzan Özpetek. Il brano vale alla cantautrice e al compositore la vittoria del Nastro d’argento alla migliore canzone originale mentre per la colonna sonora Guerra vince il David di Donatello per il miglior musicista. Successivamente, compone la musica del film di produzione indiana “Fan” di Maneesh Sharma (2015-2016), riceve, alla 74ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il prestigioso premio Soundtrack Stars (2017) e il premio Arcangelo d’Oro dall’amministrazione di Santarcangelo di Romagna (2017). Tra le sue numerose composizioni, anche quelle per i film “Hotel Rwanda” di Terry George (per il quale vince il European Film Award 2005, il Golden Satellite Award 2005 e l’Apex Award 2005), “Le fate ignoranti” di Ferzan Özpetek, “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino, “Nine” di Rob Marshall e “Brado” di Kim Rossi Stuart. Attualmente è membro votante dell’Academy degli Oscar, degli European Film Awards e dei David di Donatello. È fondatore e Direttore Artistico del festival di cinema “I luoghi dell’Anima”, da quest’anno gemellato con Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica”.

Loredana Antonelli è un’artista multimediale napoletana con base a Roma, regista video, performer e sinologa per formazione all’Università̀ di Lingua e Cultura di Pechino. Dal 2009, inizia un percorso di ricerca focalizzato sulla pittura digitale, le nuove tecnologie e i sistemi di elaborazione in tempo reale per live visual, video musicali, video arte, installazioni e live performance. Sue opere sono state esposte alla 56ª edizione Biennale di Venezia; Expo di Shanghai; Flussi Festival; Museo di Tianjin, Cina; Palazzo Reale di Napoli; Macro – Museo contemporaneo di Roma in collaborazione con IED – Istituto di design europeo; Madre – Museo d’arte contemporanea e Pan – palazzo delle arti di Napoli. È tra gli artisti di “Scegli il Contemporaneo”, progetto a cura di Elena Lydia Scipioni, per una guida critica presso il Museo di archeologia industriale di Roma, la Centrale Montemartini e Tutor di “Dieta Mediterranea 4.0”, un progetto a cura di Alex Giordano sull’identità rurale. Dal 2012, fa parte di “ELEM”, progetto multimediale d’improvvisazione elettronica in collaborazione con Fabrizio Elvetico (Illachime Quartet) e Marco Messina (99 Posse, colonne sonore ERA). È visual artist di “Serpentine”, progetto audiovisivo realizzato con Ludovica Manzo. Dal 2018, fa parte di ADA collettivo informale per la scena, con cui vince il premio PimOff per il Teatro Contemporaneo 2021 con “Twittering Machine”. Con ADA produce anche “Walking with Damien”, performance audiovisiva per spazi museali, che ha debuttato nel 2020 presso i Musei Mercati di Traiano di Roma.

Ludovica Manzo, cantante e compositrice, è attiva in diverse formazioni nell’ambito della musica improvvisata, del songwriting e della musica elettroacustica. Forma il duo O-Janà insieme alla pianista e musicista elettronica Alessandra Bossa con cui incide gli album “Inland Images” (Folderol, 2018) e “Animal Mother” (Folderol, 2023). Dal 2020, porta in scena il concerto multimediale per voce, elettronica e live visual “Serpentine”, insieme all’artista visiva Loredana Antonelli. Collabora con vari musicisti ed ensemble della scena contemporanea e si esibisce nei maggiori festival europei ed extraeuropei in Marocco, Canada, Svezia, Olanda, Ungheria, Norvegia, Portogallo, Inghilterra, Qatar, Francia.

Rita Bertoncini è nata a Ferrara, dove ha conseguito la Laurea in Lettere Classiche. Per anni ha alternato il lavoro in ambito formativo presso scuole e aziende, all’attività culturale e sociale rivolta al mondo degli adolescenti, delle categorie svantaggiate e dei disabili, attraverso la progettazione e la conduzione di laboratori di scrittura creativa, fotografia e video. Dal 2010, ha frequentato diversi corsi di formazione e master in cinema del reale, e da allora esercita il mestiere di documentarista. È autrice di “Una nuova scintilla” (2014), “A secret garden” (2015), “Libere di restare libere di muoversi” (2019), “Echi di Resistenza – Dallo squadrismo alla Liberazione” (2021), “Memorie dal popolo” (2023) e di cortometraggi scolastici premiati in diversi concorsi. Come filmmaker, partecipa al progetto “The New Poets”, gruppo artistico e musicale che nasce dall’omonimo progetto scolastico che promuove la poesia, la musica, la danza e le arti visive, favorisce l’integrazione degli alunni con bisogni educativi speciali e affronta temi come razzismo, bullismo, mafia, violenza sulle donne, femminicidio e disturbi specifici dell’apprendimento. È Presidente di CNA Comunicazione e Terziario Avanzato di Ferrara, membro del direttivo di CNA Cinema e Audiovisivo ER, CNA Impresa Donna e CNA Cultura.

Roberta Tosi è storica e critico d’arte. Curatrice di mostre, collabora con artisti e gallerie d’arte contemporanea. Svolge incontri, organizza e collabora a eventi artistici nazionali, portando l’arte anche a teatro. Ha scritto per testate culturali e collabora con riviste online. Ha diretto il magazine “PitturAntica” (Belriguardo edizioni) e ha collaborato con la Galleria d’Arte Moderna Achille Forti di Verona. Con il fratello Alex ha partecipato e vinto, con il cortometraggio “Caravaggio and Another Story”, il Brixen Art Film Festival (rassegna internazionale di film documentari sull’arte). Già autrice del primo saggio italiano dedicato all’arte dello scrittore JRR Tolkien, tra le sue pubblicazioni recenti si ricordano “Tintoretto. L’artista in Italia” (2019), “Parmigianino. L’artista in Italia” (2021) e “Artisti visionari”, con interventi in poesia di Davide Rondoni (2022).

Vite di carta /
Festivaletteratura di Mantova 2024: il giorno dopo

Vite di carta. Festivaletteratura di Mantova 2024 : il giorno dopo

Rileggo quello che ho scritto giorni fa, prima che avesse inizio la 28ª edizione del Festivaletteratura, in programma dal 4 all’8 settembre, e misuro la distanza tra la mappa caleidoscopica che l’ha prefigurata e il suo svolgimento reale.

La pioggia di giovedì e di domenica, le variazioni fisiologiche del programma intervenute per i motivi più diversi hanno in parte modificato il mosaico degli oltre 300 incontri. Se si aggiungono gli imprevisti che mi sono capitati dentro lo spazio della città, ecco che Mantova mi appare in soggettiva come la sua torta Sbrisulona e mi si concede in briciole.

Saltati gli accrediti per alcuni incontri, trovata vuota Piazza Sordello sotto il diluvio, ho ascoltato gli eventi rimasti nel mio carnet di biglietti e vagato nelle postazioni a ingresso libero, trovandole zeppe di ascoltatori e di mormorii a commento.

Tuttavia un’idea me la sono fatta di come sia andato il Festival nella edizione 2024.

Tantissime le domande per fare i volontari, doppie rispetto ai cinquecento effettivamente reclutati nei vari servizi. Qualcosa mi dice che sono stati privilegiati i giovani e giovanissimi, e me ne compiaccio. Che si facciano avanti e leggano e vedano gli scrittori in carne e ossa. Che i libri siano strumenti di dialogo e le giornate ad essi dedicate portino la stanchezza più totale e più bella che c’è.

Molti gli eventi sold out fin da mercoledì. Credevo di potermi iscrivere a un incontro di nicchia, chiedendo l’accredito per il n.140 di sabato mattina, Torquato Tasso e gli editori: storia di un conflitto. Avevo pronti i ricordi dell’Università, delle lezioni di Ezio Raimondi sulla Liberata, comprese le tormentate vicende editoriali, e invece niente.

Incontro le ex colleghe e amiche del Liceo Ariosto e mi parlano di altri eventi importanti, mi dicono in quali postazioni sono i ragazzi del gruppo Galeotto fu il libro, quanto sono interessanti gli eventi del Blurandevù gestiti da alcuni di loro.

Vado con l’amica Stefania alla scuola primaria Don Mazzolari a vedere come se la passano due sue studentesse e scopro insieme a lei il bel progetto del quartiere Valletta Valsecchi: il mosaico delle piccole storie scritte dagli abitanti nei mesi passati sta per diventare un albo illustrato da vari fumettisti, coordinati da Alessandro Baronciani. “Un incredibile romanzo a più voci”, come recita il Programma.

Il vuoto lasciato da Tasso  si riempie anche di altre sollecitazioni, titoli di libri e nomi di autori.  È il caso di Sabrina Efionayi, la giovane scrittrice di Napoli di origini nigeriane che Francesco ha intervistato, e sul gruppo ferrarese dei Galeotti arrivano le foto e i commenti entusiasti degli altri, studenti e docenti insieme.

Francesco intervista Sabrina Efionayi a Blurandevù

Quest’anno Festivaletteratura ha chiesto a lei come autrice un commento a caldo sulla edizione di questi giorni: nel comunicato stampa finale volano parole incantate. Dice di essere tornata dopo nove anni dalla prima volta e di avere ritrovato tutta la magia della città e i tantissimi lettori e lettrici che insieme ai ragazzi volontari sono “il cuore pulsante del festival”.

Ho ascoltato Francesca Mannocchi intervistare Colum McCann giovedì pomeriggio alla postazione in Castello. Una giornalista e uno scrittore straordinari che credono nella potenza di ogni singola storia, credono che le storie tengano insieme il mondo.

Mannocchi chiede come è nato il libro Una madre e McCann espone la vicenda di Diane Foley, il cui figlio James, che era giornalista, fu preso e poi decapitato dai terroristi dell’Isis dopo due anni di prigionia, nel 2014. Diane ha ricostruito i mesi di prigionia vissuti dal figlio e dagli altri ostaggi, mettendo in luce le mancanze della amministrazione governativa americana e dell’FBI; ha voluto incontrare in carcere uno degli assassini del figlio e gli ha dato la mano.

Lo ha ascoltato raccontare dei droni statunitensi che in Siria hanno ucciso i bambini, lo ha visto piangere per le sue figlie lontane. Dice Mannocchi che nella stretta di mano istintiva di Diane ad Alexanda Kotey sta l’umano, la capacità di ascoltare l’altro che può preludere al perdono.

McCann annuisce e le chiede se secondo lei esiste la possibilità che palestinesi e israeliani possano arrivare alla pace. “I don’t know” è la risposta, ma subito dopo arriva la considerazione che bisogna continuare a raccontare l’umano, tentare di conoscere l’altro per costruire il mosaico del mondo. Vado via e intanto mi ripeto una frase di McCann: siamo avvelenati dalle certezze, e invece bisogna andare a vedere il mondo dove è più sbilenco, bisogna esercitare il dubbio, stare in ascolto.

Esco poche ore dopo dall’incontro con lo scrittore Hisham Matar, statunitense di origine libica, con un’altra frase piantata in testa. Un’altra idea, un altro tassello.

Nel suo recente romanzo Amici di una vita, che ho golosamente comprato e fatto firmare da lui, si intrecciano ancora una volta le storie individuali di tre amici nati in Libia ma in seguito emigrati, chi a Londra e chi negli Stati Uniti.

L’intreccio è tra i loro percorsi di vita e le direttrici della storia, tra gli anni della protesta anti Gheddafi e l’inizio della Primavera araba. C’è l’esilio nelle loro vite, ci sono le lacerazioni di quando si va via da un paese e si ritorna. La frase che mi resta attaccata quando l’incontro finisce è che la scrittura ha a che fare con l’esilio.

Il dissidio di cui Paolo Giordano, qui oggi in veste di intervistatore, gli ha chiesto di parlare è un dissidio amletico che è ineludibile per chi scrive: le direzioni dell’esilio, l’andare e il tornare nel proprio paese, si rinnovano nello stare dentro e fuori dalla storia che si sta narrando: dentro per viverla e fuori per trasfonderla nelle parole, per trovarle. Andando dietro alle cose da dire per come sono e non per come vorremmo che fossero.

Hisham Matar al firmacopie
Paolo Giordano intervista Hisham Matar (traduttrice Marina Astrologo)

Trovo intense connessioni fra le cose che ho sentito, convinta che le storie singole portino ognuna in sé i segni della Storia grande. Ho sentito Maria Grazia Calandrone e Claudia Durastanti parlare dei loro libri e della loro scrittura che sfonda il limite tra l’autobiografia e la storia collettiva, annullando la barriera tra due generi narrativi di lunga tradizione.

Questa maniera diversa e più libera di andare alla ricerca della verità fa di loro, come ha sostenuto Giorgia Tolfo nell’intervistarle, le migliori autrici italiane del momento.

Giorgia Tolfo intervista Maria Grazia Calandrone (al centro) e Claudia Durastanti (a destra)

Memento: alcuni anni fa Michela Murgia, sugli stessi palchi del Festival, disse con voce stentorea al pubblico venuto a sentirla: “Fidatevi della letteratura”.

Nota bibliografica:

  • Colum McCann, Una madre, Feltrinelli, 2024
  • Hisham Matar, Amici di una vita, Einaudi, 2024
  • Maria Grazia Calandrone, Dove non mi hai portata,  Einaudi, 2022
  • Maria Grazia Calandrone, Magnifico e tremendo stava l’amore, Einaudi, 2024
  • Claudia Durastanti, La straniera, La nave di Teseo, 2019
  • Claudia Durastanti, Missitalia, La nave di Teseo, 2024

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Le elezioni tedesche.
Il partito della Signora Wagenknecht: cos’è la destra, cos’ è la sinistra?

Le elezioni tedesche. <br>Il partito della Signora Wagenknecht: cos’è la destra, cos’ è la sinistra?

Ho apprezzato l’articolo relativo sulle elezioni regionali in Germania uscito su questo giornale il  primo Settembre scorso (vedi Qui).

Da tedesco, mi permetto di aggiungere una riflessione ulteriore.

Dopo le elezioni è stato citato molte volte il partito della Signora Wagenknecht (BSW) che viene solitamente descritto come un neo partito radicale di sinistra. Vero è che la signora Presidentessa assoluta ha una storia politica sicuramente “di sinistra” in quella che fu la Germania dell’ Est. 

La sua posizione verso il vecchio partito comunista (SED) è stata  però, sempre molto ambigua; per un lungo periodo dopo la caduta del muro di Berlino la signora faceva parte a un gruppo composto, secondo me, di nostalgici stalinisti, detto “La Piattaforma Comunista’. 

Poi poco alla volta  ha lasciato quel gruppo per fare politica nel partito Die Linke (“La Sinistra”). Ma, in verità, fare  politica per lei è stata sempre, e con gli anni lo è stato sempre di più, una celebrazione di se stessa. E’ così che la signora è diventata una “Regina dei talkshows”, capace di parlare molto bene, colta, sempre in grado di citare due, tre parole di Goethe, ben vestita come una Signora dei salotti novecenteschi, Insomma una bella rappresentante del mondo radical chic berlinese. 

Ma quando la Signora Wagenknecht parla delle migrazioni non esiste una differenza fra lei e i leader del partito AFD, la destra estrema in Germania. Il nuovo partito fondato dalla  signora dopo lo strappo con il partito “La Sinistra”, non per caso, porta il di lei nome (Bündnis Sara Wagenknecht/ Alleanza BsW). 

Se il nome non fosse così storicamente carico si potrebbe chiamare la sua posizione di politica come ’Nazional sozialistisch’’, perchè lei difende sempre (talvolta anche con qualche frase di Goethe…) i poveri, i lavoratori, i pensionati, insomma i vari perdenti della globalizzazione. 

Per questo la Wagenknecht sta senza dubbio nella tradizione di sinistra; ma quando parla  di migrazione si sente sempre il solito ’sound’ della Destra estremista in Germania. 

E la sua dichiarata simpatia per il regime di Putin si può definire di “sinistra” o di “destra”? L’Alleanza Sahra Wagenknecht è sicuramente un nuovo giocatore nel campo della politica tedesca, ma esiterei a collocare il partito nel campo della sinistra. 

Vedremo; per ora in Germania si nuota a vista, senza una direzione precisa e senza più neppure la chiarezza di una precisa colorazione politica.

In copertina: Sahra Wagenknecht, fondatrice e leader del partito BSW

“L’uomo non è al di sopra della natura”
David Quammen al Festivaletteratura per parlare di ecologia

 “L’uomo non è al di sopra della natura”. David Quammen al Festivaletteratura per parlare di ecologia

Di recente con mia moglie abbiamo ristrutturato la casa in cui viviamo nel Montana (USA) per dare più spazio alla nostra biblioteca. Perché i libri – dice David Quammen, divulgatore scientifico, già autore di Spillover, ospite al Festivaletteratura 2024 per parlare di ambiente – ci tengono caldi fisicamente e intellettualmente”.

Non soltanto per presentare una nuova opera, Il cuore selvaggio della natura, uscito per Adelphi da pochi giorni, è venuto Quammen a Mantova, ma anche per contribuire al progetto di Festivaletteratura di “costruire una biblioteca seduttiva capace di smuovere le persone e renderle ambientaliste nei fatti”. Sono le studentesse dei licei mantovani Fermi e d’Este che stanno “selezionando i testi per questa bibliografia ragionata” che lo incalzano a formulare una ricetta efficace per conquistare i giovani.
Lui non ha dubbi: “Tutto parte dallo storytelling”, ovvero dalla narrazione di storie che instaurano empatia fra il lettore e la natura, così come capita con gli scimpanzé raccontati dalla penna di Jane Goodall. Era con lei David Quammen, in veste di reporter del National Geographic, quando si sono inoltrati, insieme a un fotografo e a un altro scienziato, in un punto molto remoto della foresta del Congo, per osservare da vicino degli scimpanzé così estraniati dalla civiltà da non temere di essere cacciati. L’obiettivo era sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alla necessità di proteggere questi primati – risultato raggiunto qualche anno dopo quando furono integrati nel parco nazionale di salvaguardia.

La traiettoria personale di Quammen è cambiata dopo la lettura, mentre studiava per diventare un autore di fiction, dell’Origine della specie, l’opera di Charles Darwin, che gli fece trovare la sua strada da divulgatore.

Ma che l’amore per la natura cominci da bambino Quammen lo dimostra con il cimelio che ha portato con sé, un libricino con una copertina gialla e il titolo Insects scritto in grande, un volume che conserva da 65 anni e che non ha riposto nel bagaglio da stiva, ma ha tenuto stretto durante il viaggio.

David Quammen al Festivaletteratura di Mantova – foto Emanuele Gessi

Alle studentesse che lo intervistano dice che la sua ecobiblioteca “includerebbe tutto il necessario per lo studio sul campo: delle scarpe da montagna e dei sandali per entrare in acqua, tende e binocoli, così come dei retini per catturare le farfalle”. Ci sarebbero anche delle persone: “Gli abitanti dei villaggi della foresta pluviale del Congo, o quelli stanziati all’estremo nord, quasi a contatto con l’orso polare”, che racconterebbero la loro vita immersa nella natura.

David Quammen non lesina gli elogi alle ragazze e ai ragazzi che collaborano con Festivaletteratura per realizzare il progetto di una libreria ambientalista e conclude il suo intervento con un monito: “L’uomo, sebbene abbia un cervello notevole, non è al di sopra della natura; questa esiste da ben prima della sua comparsa”. Sul tema dei cambiamenti climatici che interessano il nostro pianeta e dell’aggressività dell’uomo con ciò che lo circonda, Quammen si unisce convintamente al coro e chiede di interrompere la distruzione del mondo naturale.

In copertina: Mantova, David Quammen al Festivaletteratura 2024

Lo stesso giorno /
9 settembre, Il giorno della fuga, della vergogna. E del ritorno a casa

9 settembre, Il giorno della fuga, della vergogna. E del ritorno a casa

A volte è più importante il giorno dopo.

Sappiamo tutti cosa successe l’8 settembre 1943. Quel giorno ha un nome passato alla storia: Armistizio. “Armistizio”, per non chiamarlo col suo vero nome, una Resa senza condizioni.  Una resa che divise sciaguratamente l’Italia in due, una resa talmente pasticciata, incoerente, incurante delle condizioni dei nostri soldati e del popolo italiano da essere molto peggio di una semplice sconfitta. Ovviamente la data dell’8 settembre non figura tra i giorni delle feste civili.

Ma in fondo, al di là di una firma in calce a un documento, in quell’8 settembre non accadde molto. Fu molto più importante e decisivo quello che successe  – e che cominciò a succedere – il giorno successivo, il 9 settembre 1943.

La fuga di Roma. All’alba del 9 settembre il re d’Italia Vittorio Emanuele III e il presidente del Consiglio maresciallo d’Italia Pietro Badoglio lasciano precipitosamente la capitale. Sono diretti a Brindisi, insieme al sovrano e al capo del Governo viaggiano alcuni esponenti della Real Casa, del governo e dei vertici militari. La fretta con la quale la fuga fu realizzata comportò l’assenza di ogni ordine e disposizione alle truppe e agli apparati dello Stato utile a fronteggiare le conseguenze dell’Armistizio, pregiudicando gravemente l’esistenza stessa di questi nei convulsi eventi bellici delle 72 ore successive.

Il caos al fronte.  Infatti, vista l’assenza di ordini e disposizioni da parte del Governo e degli altri comandi militari, i soldati al fronte (nei vari fronti) vengono lasciati completamente soli. Il 9 settembre è il giorno della Rotta. I soldati lasciano le prime linee alla ricerca di un qualsiasi mezzo di trasporto. In tanti si nasconderanno (gli “imboscati”) per fuggire all’arruolamento nel nuovo esercito della Repubblica di Salò. Altri raggiungeranno le formazioni partigiane in montagna.
Ma in quel 9 settembre prima di tutto si cerca tornare a casa. Chi era sotto le armi e ha vissuto in prima persona quelle ore convulse, non l’ha più dimenticato.
Come mio padre che me lo racconta trent’anni dopo. Il 9 settembre del ’43 aveva appena compiuto 19 anni, era stato  arruolato con l’ultima leva e stanziato con il suo plotone in Abruzzo, sull’altopiano, vicino a Pescasseroli. Quel 9 settembre decise che prima di tornare a casa, a Ferrara, aveva un’altra cosa da fare. Raggiungere Roma con qualche mezzo di fortuna e andare a trovare suo fratello Alfredo: studiava dai Gesuiti e non lo vedeva da 3 anni, dall’inizio della guerra.
A Roma ci arrivò dopo 2 giorni. Un camion lo lascio all’imbocco di piazza del Popolo, appena prima dell’alba. Mio padre entrò in quell’immenso spazio, in mezzo alla piazza un  grande cerchio di persone si scaldava davanti a un fuoco improvvisato. “Spuntava il sole e illuminava quella grande bellezza, così pensai che la guerra era veramente finita”. Purtroppo mio padre si sbagliava, c’era ancora un anno e mezzo di guerra davanti a noi, la più cruenta, la più terribile.
In copertina: Vittorio Emanuele III con il generale Pietro Badoglio
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Concessioni balneari e precari della PA: quando lo Stato sana i privati, ma l’Europa lo costringe a sanare se stesso.

Concessioni balneari e precari della PA: quando lo Stato sana i privati, ma l’Europa lo costringe a sanare se stesso.

I gestori delle spiagge in Italia sono circa 30mila. Sono quasi tutte famiglie che si tramandano questo lavoro anche da 100 anni. In alcun casi beneficiano di bassi affitti che lo Stato fa pagare per la concessione della spiaggia. L’Agenzia delle Entrate ha dichiarato che il tax gap medio è del 60-70%, cioè dichiarano in media un terzo del dovuto. Ma ci sono differenze enormi tra i gestori: se in media in una stagione si guadagna dai 50mila ai 100mila euro, ci sono quelli che vanno ben oltre i 200mila euro.

Nessun governo, in 75 anni di Repubblica, si è mai azzardato a chiedere che si facciano delle gare al termine delle concessioni che durano in media 20-30 anni, in quanto si tratta di un vasto bacino elettorale (per la sinistra nelle regioni rosse, per la destra in quelle bianche). Ovviamente se i gestori -quasi sempre famiglie- dovessero perdere la gara (che si basa in gran parte su una offerta economica) avrebbero diritto alla remunerazione degli investimenti non ammortizzati, come prevede anche la nuova legge. Com’è noto, l’Europa chiede all’Italia da più di 10 anni di fare le gare e ora ha raggiunto un accordo col Governo Meloni che le stesse si dovranno fare improrogabilmente entro la fine del 2027 (max. marzo 2028), cioè 9 mesi dopo le prossime elezioni politiche (che sono previste per il 27 giugno 2027), in modo tale che i balneari non possano essere indotti, da eventuali provvedimenti antecedenti, a cambiare preferenze di voto.  Dopo le elezioni in ogni caso arriverà per loro la “sorpresa”: il disegno di legge governativo appena pubblicato non prevede alcun limite di concessione a un singolo gruppo imprenditoriale. In sostanza le multinazionali (italiane ed estere) e i grandi gruppi del turismo potranno presentarsi a gara ovunque lo desiderano, in barba a tutte le dichiarazioni a favore dei patrioti della premier Meloni. Ma non aveva detto di essere contraria all’invasione degli stranieri e delle multinazionali estere e che vuole difendere il lavoro artigiano italiano? Mica male come eterogenesi dei fini per chi ha come slogan “Dio, Patria e Famiglia”.

In economia la concorrenza è considerata positiva, come concetto generico, ma va sempre regolamentata: se infatti fai gareggiare un peso massimo con un peso piuma si sa già chi vincerà e tutti i paesi cercano di favorire i propri cittadini. Ma qui l’idea è proprio l’opposto. Basterebbe limitare la partecipazione ad una sola gara per gruppo imprenditoriale e forse l’”italianità” sarebbe salva.

Nel frattempo, il Governo è stato costretto a “pagare per sanare” i precari storici della Pubblica Amministrazione (insegnanti, infermieri, dipendenti vari nella Pubblica Amministrazione) che sono stati assunti nel corso di vari anni con contratti a tempo determinato, cosa che nel privato non è possibile se non con dei limiti (massimo di 4 volte nell’arco di 24 mesi, a prescindere dal numero dei contratti). L’Europa ha avviato contro lo Stato italiano una procedura di infrazione aperta a luglio 2019 contro “l’abuso di contratti a termine (lo fanno tutti i Governi), per manifesta discriminazione rispetto a chi è assunto a tempo indeterminato, soprattutto a favore dei cosiddetti “precari storici”. Ci sono infatti insegnanti che lavorano tutto l’anno (anche per 7-10 anni) sempre con un contratto a tempo determinato. Lo Stato dovrà pagare da 4 a 24 mensilità a seconda della gravità dell’ingiustizia. Molto bene. La domanda retorica e amara, specie per noi che siamo a favore del ruolo dello Stato nell’economia (almeno in alcuni settori strategici) è la seguente: ma si può avere ancora nel 2024 uno Stato così inefficiente? Non sarebbe ora di trovare soluzioni a storture così evidenti? E’ dura poi difendere la gestione dello Stato in tutte le materie, quando diritti elementari dei lavoratori vengono sistematicamente violati per acclarata inefficienza organizzativa di chi dirige la “macchina Stato”.

 

Presentazione del Rapporto Amnesty International 2023-2024:
lunedì 9 settembre ore 17,30, presso l’Istituto di Storia Contemporanea

Il Rapporto Amnesty International 2023-2024 documenta nel dettaglio le violazioni dei Diritti Umani nel mondo. Sono analizzate tutte le aree geografiche e gli atti, Italia compresa. E’ uno strumento di conoscenza fondamentale e un atto di accusa.

A Ferrara, nell’ambito s della rassegna Libri per la Pace,il Rapporto  Amnesty International 2023-2424 (Infinito Edizioni) verrà presentato lunedì 9 settembre alle ore 117,30 presso l’ISTITUTO DI STIRIA CONTEMPORANEA (Vicolo Santo Spirito 11, Ferrara).
Il rapporto sarà presentato da: Riccardo Noury Portavove Nazionale di  Amnesty International.
Introduce: Alfredo Mario Marelli referente RunPace UNIFE.
Intervengono: Paola Bergamini (attivista Amnesty International) e Orsetta Giolo (docente di Filosofia del Diritto UNIFE).

 

 

 

 

Riproduciamo l’introduzione  di Agnès Callamard, invitando alla lettura integrale del Rapporto 2023- 2024 

INTRODUZIONE

di Agnès Callamard – Segretaria generale di Amnesty International

Non mi sarei mai aspettata che parlare dello stato dei diritti umani mi portasse a menzionare il film di fantascienza degli anni Ottanta Ritorno al futuro. Eppure, eccoci qui. Un mondo che si muove a spirale nel tempo, sfrecciando all’indietro rispetto alla promessa dei diritti umani universali del 1948, nonostante dall’altro lato si stia proiettando sempre più velocemente in un futuro dominato dalle Big Tech e da un’intelligenza artificiale generativa senza regolamentazione.

Pratiche “autoritarie” in aumento

Nel 2023, il centro di ricerca di scienze politiche V-Dem ha rilevato che il numero di persone che vivono in contesti democratici (definiti in senso ampio come paesi che prevedono uno stato di diritto, vincoli all’esecutivo da parte del potere legislativo e giudiziario e rispetto delle libertà civili) è regredito ai livelli del 1985, vale a dire ai livelli precedenti alla caduta del Muro di Berlino, alla liberazione di Nelson Mandela dal carcere, alla fine della Guerra fredda che generava la speranza che stesse per aprirsi una nuova era per l’umanità.

Quella nuova era è stata troppo breve e oggi è praticamente finita. Le prove del suo tramonto si sono moltiplicate nel 2023. Pratiche e idee “autoritarie” hanno permeato molti governi e società. Da nord a sud, da est a ovest, le politiche autoritarie hanno intaccato le libertà di espressione e di associazione, hanno colpito l’uguaglianza di genere e hanno eroso i diritti sessuali e riproduttivi.

Le narrazioni pubbliche in sottofondo, basate sull’odio e radicate nella paura, hanno invaso lo spazio civico e demonizzato individui e gruppi marginalizzati; a farne le spese sono state le persone rifugiate, migranti e i gruppi razzializzati.

I contraccolpi per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere si sono intensificati nel 2023, con minacce a molte delle conquiste ottenute negli ultimi 20 anni.

In Afghanistan, il fatto stesso di essere donna o ragazza è stato criminalizzato. Nel 2023, i talebani hanno approvato decine di decreti ufficiali volti a cancellare le donne dalla vita pubblica. Allo stesso modo, in Iran, le autorità hanno continuato a reprimere brutalmente le proteste di “Donna, Vita, Libertà” e hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali cariche d’odio, definendo la rimozione del velo da parte delle donne un “virus”, una “malattia sociale” e un “disturbo”.

Negli Stati Uniti, 15 stati hanno implementato divieti totali sull’aborto o divieti con eccezioni estremamente limitate, che hanno avuto un impatto sproporzionato sulle persone nere e altre razzializzate. In Polonia, almeno una donna è morta perché la legge le ha negato i servizi abortivi di cui aveva bisogno. L’Uganda ha adottato una dura legge anti-gay, mentre i leader sociali e politici degli Stati Uniti hanno promosso narrazioni, politiche e regolamentazioni contro le persone transgender.

Sebbene il mondo non sia mai stato così ricco, il 2023 è stato, come lo ha definito la Banca mondiale, “l’anno della disuguaglianza”. In contesti diversi come Regno Unito, Ungheria e India, le persone impegnate in difesa dei diritti economici e sociali sono state in particolar modo prese di mira. Gli attivisti per il clima sono stati bollati come “terroristi” per aver denunciato l’espansione della produzione e degli investimenti in combustibili fossili da parte dei governi. Le persone che hanno criticato la gestione dell’economia da parte dei governi in Medio Oriente e quelle che hanno partecipato ai sindacati in Asia e Pacifico sono state messe a tacere e detenute arbitrariamente, così come coloro che combattono la corruzione in Africa occidentale.

Siamo tornati a prima del 1948?

Nel 2023, la nostra metaforica macchina del tempo ci ha proiettato anche molto più indietro del 1985: la discesa in un inferno le cui porte erano state sprangate nel 1948. “Mai più”, aveva dichiarato il mondo all’indomani della guerra globale con i suoi circa 55 milioni di morti civili, di fronte all’orrore abissale di un Olocausto che vide lo sterminio di sei milioni di ebrei e di milioni di altre persone.

Ciononostante, nel 2023, le lezioni morali e legali del “mai più” sono andate in mille pezzi. In seguito agli orribili crimini perpetrati da Hamas il 7 ottobre 2023, quando oltre 1.000 persone, per lo più civili israeliani, sono state uccise, migliaia ferite e 245 prese in ostaggio, Israele ha avviato una campagna di rappresaglia che è diventata una punizione collettiva. Si tratta di una campagna di bombardamenti deliberati e indiscriminati su civili e infrastrutture civili, di negazione dell’assistenza umanitaria e di una carestia pianificata.

Alla fine del 2023, 21.600 palestinesi, per la maggior parte civili, erano stati uccisi dall’incessante bombardamento di Gaza, con altre migliaia di persone disperse, che si ritiene siano sepolte sotto le macerie. Gran parte delle infrastrutture civili di Gaza sono state cancellate, mentre quasi 1,9 milioni di palestinesi sono stati sfollati all’interno del paese e privati dell’accesso a cibo, acqua, riparo, servizi igienici e assistenza medica adeguati.

Essere una persona palestinese a Gaza oggi significa essere precipitata in una versione molto più violenta e distruttiva della “Nakba” o “catastrofe” del 1948, quando più di 750.000 palestinesi furono sfollati con la forza.

Per milioni di persone in tutto il mondo, Gaza simboleggia ora il totale fallimento morale di molti degli artefici del sistema del secondo dopoguerra: il loro fallimento nel supportare l’impegno incondizionato verso l’universalità e la nostra comune condizione umana, e l’impegno del “mai più”. I principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, dalle Convenzioni di Ginevra, dalla Convenzione sul genocidio e dal diritto internazionale dei diritti umani sono stati traditi. Questo è quanto mai evidente nel caso delle autorità israeliane. Tuttavia, Israele non è solo. Anche gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo di primo piano, così come alcuni politici europei di spicco e la leadership dell’Ue. E allo stesso modo coloro che continuano a inviare armi a Israele, tutti coloro che non hanno denunciato le incessanti violazioni israeliane e coloro che hanno respinto gli appelli per un cessate il fuoco.

La loro condotta è un esempio evidente dei doppi standard che Amnesty International ha denunciato per molti anni. Tuttavia, attori potenti si sono spinti oltre, dimostrando la volontà di mettere a repentaglio l’intero ordine basato sulle regole del 1948, sminuendo i principi fondanti dell’umanità comune e dell’universalità e annullando così la nostra capacità a livello globale di prevenire il peggio.

Tutto questo arriva a ridosso dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, una violazione della Carta delle Nazioni Unite e una minaccia allo stato di diritto internazionale. L’aggressione russa ha continuato a manifestarsi con attacchi deliberati contro i civili, con l’uccisione di migliaia di persone e con la distruzione diffusa di infrastrutture civili, tra cui le infrastrutture per lo stoccaggio e l’esportazione del grano dell’Ucraina.

Anche la Cina, altro membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ha agito contro il diritto internazionale, proteggendo l’esercito di Myanmar e i suoi attacchi aerei illegali, attraverso pratiche basate su arresti e torture, e mettendosi al riparo dal vaglio internazionale per i crimini contro l’umanità che continua a commettere, anche contro la minoranza uigura.

Il futuro che non vogliamo

Nel 2023, il lancio di ChatGPT-4, per altro anticipato rispetto alle aspettative, e di altri strumenti di intelligenza artificiale generativa, ci ha spinto più velocemente nel futuro. Se gli abusi legati alla tecnologia a cui abbiamo assistito nel 2023 sono un dato di fatto, le prospettive per il futuro sono davvero agghiaccianti.

La tecnologia sta consentendo una pervasiva erosione dei diritti: perpetuando politiche razziste, consentendo la diffusione e la limitazione della libertà d’espressione. Le Big Tech hanno ignorato o minimizzato questi danni, anche in contesti di conflitto armato come in Etiopia, Israele e Territori Palestinesi Occupati, Myanmar e Sudan. Con l’allarmante aumento dell’incitamento all’odio online e di altri contenuti dannosi nei confronti sia della comunità palestinese che di quella ebraica, in Europa e negli Stati Uniti si è registrato anche un netto aumento dei crimini di odio antisemita e verso le persone musulmane.

Nel 2023, gli stati hanno fatto sempre più spesso ricorso alle tecnologie di riconoscimento facciale a supporto del controllo delle proteste pubbliche, negli eventi sportivi e, in generale, nei confronti delle comunità marginalizzate, e specialmente di migranti e rifugiati. Per la gestione della migrazione e il controllo delle frontiere ci si è affidati a tecnologie illegali, tra cui quelle legate all’esternalizzazione delle frontiere, software di raccolta dati, biometrica e sistemi decisionali basati su algoritmi.

Nonostante anni in cui si sono raccolte prove delle violazioni dei diritti umani che consente, l’uso di spyware è rimasto in gran parte non regolamentato. Nel 2023, Amnesty International ha scoperto l’uso dello spyware Pegasus contro giornalisti e attivisti della società civile in Armenia, Repubblica Dominicana, India e Serbia, mentre lo spyware creato nell’Ue veniva venduto a stati di tutto il mondo. In risposta, nel novembre 2023, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione, criticando la mancanza di azioni per frenare gli abusi dell’industria degli spyware.

Tuttavia, con i criminali che usano tecnologie illegali lasciati liberi di vagare nel far west digitale, è probabile che tali violazioni dei diritti umani si intensifichino nel 2024, un anno importante a livello elettorale. È il presagio di un futuro che è già alle porte.

Solidarietà globale

I passi indietro fatti sul fronte dei diritti umani nel 2023 non sono avvenuti nel silenzio. Al contrario. Le persone di tutto il mondo si sono opposte a questa regressione, dimostrando una solidarietà globale senza precedenti.

Il conflitto tra Israele e Hamas ha scatenato centinaia di proteste in tutto il globo, con milioni di persone che hanno manifestato contro le uccisioni di civili, per il rilascio degli ostaggi e per il cessate il fuoco.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, le persone a capo delle agenzie delle Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie hanno compiuto passi senza precedenti per denunciare i crimini di guerra commessi nel sud di Israele e a Gaza, e per chiedere a Israele di rispettare il diritto internazionale.

Le risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite alla fine del 2023, che chiedevano un cessate il fuoco, sono state adottate con un’enorme maggioranza, mentre il Sudafrica ha presentato un’istanza alla Corte internazionale di giustizia, sostenendo che la condotta di Israele a Gaza violava la Convenzione sul genocidio del 1948 e insistendo sulla centralità del sistema internazionale di regole del secondo dopoguerra.

Il 2023 ha visto crescere lo slancio verso un regime globale di tassazione più equo, che aiuti a prevenire l’evasione e l’elusione fiscale e mobiliti risorse per i paesi a basso reddito. A novembre, contro la volontà dei paesi più ricchi, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione presentata dal Gruppo Africa, che istituisce un comitato internazionale per la stesura di una convenzione fiscale delle Nazioni Unite entro giugno 2025.

Nel 2023, ci sono state molte persone che hanno opposto resistenza e ostacolato le forze che spingevano il mondo a tornare indietro alle condizioni del 1985 e dell’era precedente al 1948; persone che hanno marciato e protestato contro le forze che ci avrebbero spinto verso un futuro che non abbiamo progettato noi. Anche loro hanno influenzato il 2023, contro ogni previsione.

Spero che nel 2048, o anche nel 3048, quando diplomatici e attivisti guarderanno indietro all’anno passato, vedranno che ci sono state molte, molte brave persone in tutto il mondo che hanno fatto tutto quello che potevano. Che hanno preso posizione e hanno fatto sentire la loro voce. Per il bene della nostra comune umanità.

Padova: “Autori in città”, festival di illustrazione e narrazione

“Autori in città”, il festival organizzato da Kite edizioni a Padova, dal 12 al 15 settembre: tanti autori, narrazioni e illustrazioni 

Nella cornice del cuore della città di Padova, nei giorni 12, 13, 14 e 15  settembre avrà luogo la ormai quinta edizione annuale della manifestazione culturale AUTORI IN CITTÀ che quest’anno si ingrandisce e si struttura e diventa un festival di illustrazione e narrazione ideato da Valentina Mai e organizzato dalla nuova associazione omonima, collegata alla casa editrice Kite. L’evento quest’anno si arricchisce di nuovi incontri, mostre, appuntamenti e molte altre novità rispetto a tutte le annualità che lo hanno preceduto ed è patrocinato e supportato dal Comune e la Provincia di Padova.

Il festival coinvolgerà tutte le librerie indipendenti della città, e alcune in provincia, per un numero totale di diciotto, e si svolgerà in diversi spazi culturali e sociali pubblici e privati, in parchi e giardini e nella meravigliosa Piazza degli Eremitani.

Giulia Belloni

Inizierà il giovedì pomeriggio del 12 settembre con una mostra personale di Marco Leoni alla libreria Minerva alle ore 18.00, continuando alle ore 21.00 con l’apertura ufficiale dell’evento che sarà un reading in sala Rossini, in cui Giulia Belloni e Davide Calì leggeranno al pubblico loro testi editi e inediti con videoproiezioni.

Davide Calì

Saranno presenti al festival nomi celebri dell’editoria dal rilievo internazionale come lo scrittore Davide Calì, con i suoi oltre cento libri pubblicati, tradotto in più di trenta paesi del mondo e il pluripremiato autore e illustratore Raùl Nieto Guridi, a cui la kermesse dedicherà quest’anno la grafica di lancio della quinta edizione e una mostra personale allo spazio Biosfera che si inaugurerà venerdì 13 alle ore 18.30. Guridi converserà con Alessandro Mele sabato alle 10.30 al San Gaetano.

Isabella Labate

Il premio Andersen, miglior illustratrice dell’anno, Isabella Labate, sarà al festival per presentare e autografare i suoi libri illustrati e dialogherà in pubblico con Pietro Guglielmino sabato pomeriggio alle 16.30 a Palazzo Santo Stefano.

Saranno inaugurate 8 mostre di illustrazione che resteranno aperte contestualmente in svariati luoghi della città. Oltre a quelle nelle librerie, Pangea (personale: Richolly Rosazza), Minerva (personale: Marco Leoni) Libreria Zabarella (personale: Monica Barengo), ce ne saranno in altri spazi della città, al Cortile pensile a Palazzo Moroni (collettiva: La vita segreta degli animali) allo spazio Instudio (personale: Giovanna Ranaldi) allo Spazio Biosfera (personale: Guridi) allo spazio Unobis (personale: Tommaso Carozzi) e infine anche in sede alla Kite Edizioni (personale: Isabella Labate). Al contempo le creazioni di stoffa di Liza Rendina saranno esposte presso le librerie Il Piccolo Grande Bubo e Altrevoci.

Le librerie per ragazzi ospiteranno laboratori e letture per bambini, le altre workshop e reading per adulti. Sarà sempre possibile, in quelle occasioni, farsi fare una dedica e un disegno dal proprio illustratore preferito in una delle tante sessioni di firmacopie, oppure approfondire la sua conoscenza partecipando a uno dei Talk in programma.

Illustratori esordienti potranno candidarsi per una revisione del portfolio con professionisti del mondo dell’editoria.

Il festival propone anche seminari e approfondimenti culturali per addetti ai lavori e non, denominati Focus nel programma. L’albo illustrato nelle strutture per anziani (Anna Cascone) giovedì 12 in sala Rossini alle ore 15.00, Portare a scuola gli albi illustrati (Davide Calì) venerdì 13 al San Gaetano alle ore 15.00, L’altro illustrato, mediatore di relazioni (modera Irene Greco, con Valentina Mossa, Maria Sole Pipino, Anna Cascone, Luisa Capparotto) sabato 14 alle ore 10.30 in sala Paladin a Palazzo Moroni, Workshop esperienziale di Libroterapia illustrata (Maria Sole Pipino e Valentina Mossa) sabato 14 alle ore 14.00 sempre in sala Paladin, e infine Workshop esperienziale, Albi illustrati e lettura nella secondaria di secondo grado con il metodo WRW (Sabina Minuto) domenica alle ore 10.00 nella sede di Kite.

Alcuni di questi approfondimenti metteranno in luce il valore dell’albo illustrato come possibile strumento utilizzabile anche nelle psicoterapie, nelle RSA e nel sostegno alla genitorialità, proponendo quindi un’inedita e innovativa visione dell’albo qui sostenuta da diversi operatori del settore e psicologi.

Victoria Semykina, Francois Truffaut il bambino che amava il cinema, immagini Kite edizioni

La casa editrice Kite è stata la prima in Italia a dedicare una collana editoriale specifica denominata ‘Le voci’ all’albo illustrato per adulti e continua da diversi anni ad investire in questo settore particolare.

Domenica 15 pomeriggio il festival culminerà con una mostra mercato in piazza Eremitani, evento realizzato in collaborazione con il Circolo The Last Tycoon APS, in cui saranno presenti molte librerie indipendenti con i loro stand. Ci saranno letture, laboratori per bambini e una caccia al tesoro. Dalle 18 letture per adulti.

Il Festival si chiuderà domenica sera con una proiezione di cortometraggi di animazione in stop motion in lingua sottotitolati, alle ore 21.30 al Cinema Lux, sempre in collaborazione con il Circolo The Last Tycoon APS.

Il festival Autori in città è una kermesse di quattro giorni irrinunciabile per chi ama l’illustrazione e la narrazione, che coinvolgerà la città in modo reticolare, attraendo il pubblico con incontri, letture ad alta voce, workshop, mostre e firmacopie.

Sito del festival 
Programma 

Appello. No al carcere per le donne incinte. Ogni bambino e ogni bambina hanno il diritto di nascere in libertà.

No al carcere per le donne incinte. Ogni bambino e ogni bambina hanno il diritto di nascere in libertà.  

Rilanciamo la campagnaMadri Fuori, dallo stigma e dal carcere, insieme ai loro bambini e bambine”

Il DdL sicurezza prevede, fra le varie misure repressive, la non obbligatorietà del rinvio della pena per le donne incinte e per le madri di bambini fino a un anno di età.  Il rinvio non solo diventa facoltativo, con tutti i problemi inevitabilmente legati anche alle tempistiche per ottenerlo, ma può essere rifiutato laddove si ritenga che la donna possa commettere ulteriori reati.

Di fatto, con questa previsione, il governo riesce a peggiorare persino il codice Rocco, nonostante la Costituzione si esprima in maniera estremamente chiara a favore della tutela della maternità e dell’infanzia e  nonostante i pronunciamenti nello stesso senso della Corte costituzionale e delle convenzioni internazionali. Con questa norma, non solo si punisce la donna per la “doppia colpa” di aver tradito col reato la “missione” materna, sulla scia dello stereotipo patriarcale; ma si permette che lo stigma ricada pesantemente sul/sulla di lei figlio/figlia.

Abbiamo sempre affermato che nessun bambino e bambina dovrebbe stare in carcere, che il carcere non è luogo dove la relazione madre bambino possa essere serena, tantomeno può essere il luogo ove una donna possa portare avanti in condizioni di sicurezza e dignità la propria gravidanza e, infine, partorire. E neppure possono essere soluzioni congrue gli ICAM, istituti a custodia attenuata, che sono pur sempre strutture carcerarie. Né sarebbe sostenibile la soluzione di separare i neonati e le neonate dalle proprie madri, come ricordato sia dal CPT- Comitato Prevenzione Tortura che dalla Corte Europea dei Diritti Umani che cita la pertinente disposizione dell’OMS, secondo cui un neonato sano deve rimanere con la propria madre. Piuttosto, le case- famiglia potrebbero rappresentare una alternativa accettabile per le detenute partorienti e i loro bambini o bambine che non godono di un domicilio sicuro e dignitoso. Ma le case- famiglia, già previste per legge e parzialmente finanziate solo per alcuni anni, non sono state costruite.

Rilanciamo quindi con forza i contenuti della campagna Madri Fuori, dallo stigma e dal carcere, insieme ai loro bambini, che due anni fa ha visto una forte mobilitazione a difesa dei diritti delle donne e dei figli. Dobbiamo contrastare le norme del ddl governativo, superare gli ICAM e costruire le case famiglia.

Chiediamo alle organizzazioni della società civile di aderire a questo appello e di farlo conoscere, condividendo le iniziative perché il ddl sicurezza sia modificato.

Chiediamo a tutti coloro che pensano che questa misura sia insostenibile in un paese civile di sottoscrivere l’appello.

Le adesioni all’appello, sia di singole persone sia di associazioni, possono essere inviate a info@societadellaragione.it

Sottoscrivono l’appello:
Daniela Dacci, Denise Amerini, Maria Luisa Boccia, Grazia Zuffa, Sofia Ciuffoletti, La Società della Ragione, CRS- Centro Riforma Stato, L’Altro Diritto, Katia Poneti, Susanna Ronconi, Giulia Melani, Michele Passione, Patrizia Meringolo, Franco Corleone, Monica Toraldo di Francia, Francesca Torricelli, Vincenzo Scalia, Stefano Anastasia, Tamar Pitch, Leonardo Fiorentini, Giusi Furnari, Valentina Calderone, Susanna Marietti, Ornella Favero, Redazione Ristretti Orizzonti, Antigone, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, Elena Zizioli, Sbarre di zucchero, Francesco Monini Periscopio 

 

Per un aggiornamento sulla condizione delle madri e dei bambini detenuti, leggi il recente articolo di Letizia Giangualano “Madri detenute e bambini in carcere, qual è la situazione in Italia?”. il Sole 24 ore, 18 liglio 2024

Notorious Cinemas e Ferrara Film Corto Festival all’insegna della sostenibilità ambientale e dell’inclusione sociale

La collaborazione tra Notorious Cinemas e Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” prosegue all’insegna della sostenibilità ambientale e dell’inclusione sociale

La città di Ferrara, già celebrata come patrimonio UNESCO e ‘Città del Cinema’, si prepara a diventare il fulcro del mondo del cortometraggio grazie all’annunciata collaborazione tra Notorious Cinemas e il Ferrara Film Corto Festival (FFCF) “Ambiente è Musica”. La partnership promette di portare innovazione e prestigio, a partire dalla settima edizione del FFCF, in programma dal 23 al 26 ottobre 2024, con eventi che si svolgeranno presso la Sala Ex Refettorio del Chiostro di San Paolo e il rinnovato teatro Sala Estense.

L’obiettivo primario del Festival è quello di esplorare il tema dell’ambiente in tutte le sue sfaccettature e connotazioni, non limitandosi al tema del cambiamento climatico, ma considerando l’ambiente come luogo di connessione e di infinite possibilità e alternative.

Esso mira a promuovere la cultura della sostenibilità, soprattutto in ottica di diffusione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 (Sustainable Development Goals – SDGs), tra i quali il SDG 13: Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico (ad esempio, nel suo target di realizzare campagne di sensibilizzazione rivolte alla popolazione), il SDG 4: fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti (ad esempio, nel suo target di sviluppare o supportare piani formativi che parlino di temi ambientali) o il SDG 3: Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età, considerando il cinema un importante tema di benessere.

In tale direzione, il Festival intende promuovere e valorizzare, direttamente o indirettamente, l’accrescimento sociale e culturale dei cittadini.

Da sempre Notorious Cinemas è impegnata nell’obiettivo del minor impatto ambientale possibile, dai materiali utilizzati per gli arredi alle forniture energetiche, utilizzando quelle provenienti da fonti rinnovabili, fino all’utilizzo di packaging compostabili per il food&beverage, e alla creazione di partnership con realtà impegnate nel sostenibile.

L’impegno di Notorious Cinemas continua a rinnovarsi in entrambe le direzioni, offrendo a scuole e associazioni momenti di riflessione sull’inclusione e sull’ecosostenibilità, dando l’opportunità di partecipare a visioni esclusive per donare un po’ di sollievo e serenità a chi è stato meno fortunato, collaborando con SAVE THE CHILDREN, TREEDOM, CINEMACTIVE e EASY4GREEN.

 Oggi le due realtà convergono, sempre più, nel cammino intrapreso verso la sostenibilità.

Il FFCF promuove, infatti, un progetto appena avviato da Notorious Cinemas con Treedom per la creazione delle Notorious Forest, alla quale chiunque può contribuire.

Notorious Cinemas ha già piantato 150 alberi per dare avvio a questa iniziativa, ma l’azienda invita il pubblico a unirsi allo sforzo. Andando nei cinema Notorious, sarà, infatti, possibile aggiungere al prezzo di acquisto dei biglietti una semplice quota di 1, 3 o 5 euro, contribuendo così alla piantumazione di un albero nella foresta Notorious.

Supportando il progetto con 10 euro, i partecipanti possono personalizzare il loro contributo dando il proprio nome a un albero, creando un legame speciale e duraturo con l’iniziativa.

Il coinvolgimento del pubblico è essenziale per il successo dell’iniziativa, poiché ogni piccolo contributo può fare una grande differenza, assicurando una crescita continuativa della foresta ed un impatto positivo a lungo termine.

Nel frattempo, al seguente indirizzo del sito ufficiale di Treedom sarà possibile  visitare la Foresta digitale Notorious, scoprire dove sono piantati gli alberi e di quali specie si tratta, e seguire nel tempo la crescita della foresta stessa,  grazie al contributo della propria community di appassionati di cinema.

Partner del progetto con Treedom è anche la piattaforma Easy4Green, portale web di informazione e divulgazione eco sostenibile. La media partnership permetterà una comunicazione continuativa su obiettivi comuni relativi a progetti di sostenibilità.

Nel ‘preshow’, prima dell’inizio dei film in sala, proseguirà la presenza di pillole dedicate agli Obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, per rafforzare la consapevolezza della possibilità di ognuno di noi di fare la propria parte per un futuro migliore.

Il circuito Notorious Cinemas si compone di 5 Multisale, fra cui il Notorious Cinemas Merlata Bloom Milano, all’interno del Merlata Bloom, il primo Urban Smart District di Milano con una forte anima green, con 10 sale e, di prossima apertura, il Notorious Cinemas Ferrara all’interno del Centro Commerciale “La Nuova Darsena” a Ferrara con 10 sale, oggetto di un restyling completo secondo il format proprietario “The Experience”.

L’ Appello dei Costituzionalisti:
Autonomia Differenziata, una legge contro la Costituzione

Autonomia Differenziata, una legge contro la Costituzione
Fino alla fine di settembre si può firmare per il referendum abrogativo

di Roberta Lisi
pubblicato da Collettiva il il 4 settembre 2024

 

Millantato credito

La legge Calderoli afferma di essere norma di attuazione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione. E già questa affermazione non è veritiera, visto che l’articolo 1 della Legge 86/2024 definisce i principi generali dell’autonomia differenziata. Per di più quel comma 3 del 116, secondo i firmatari dell’Appello, si limita a prevedere “su iniziativa della Regione interessata” la possibilità di un limitato ampliamento dei poteri di una singola Regione per soddisfare specifiche esigenze territoriali e in via di eccezione. Gli studiosi sostengono che, invece, “la legge risulta improntata ad un principio antitetico rispetto a quello del Titolo V: sembra voler far diventare regola quella che nell’art. 116 è chiaramente concepita come eccezione”.

L’eccezione che diventa la regola

“La Repubblica è una indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, è scritto nell’art. 5 della Costituzione, il Titolo V afferma che in casi eccezionali la singola Regione può chiedere qualche potere in più motivando la richiesta. Calderoli e la sua legge, invece, trasformano in regola l’ampliamento a dismisura dei poteri delle singole Regioni. Per di più i costituenti scrissero la legge suprema fondandola sul principio di solidarietà, ma il ministro legista lo straccia costruendo una sorta di competizione normativa ed economica tra i diversi territori.

Una norma non costituzionale

Gli autori del documento sono netti: “Non c’è niente, nell’art. 116 ed in genere nel Titolo V che possa fornire base ad una legislazione che tende a costruire l’autonomia differenziata come una sorta di principio generale”. La verità, si legge tra le righe, è che l’operazione portata avanti dal ministro e votata da tutte le forze della maggioranza di governo, ha in sé uno spirito secessionista che la Costituzione certo non incentivava.

Se non bastasse tutto ciò, il gioco degli specchi per confondere cittadini e cittadine continua. Mentre la Costituzione impone che per dare attuazione all’autonomia occorrerebbe una legge approvata a maggioranza assoluta dal Parlamento, la legge Calderoli prevede che l’autonomia possa essere devoluta attraverso singole e semplici intese tra Regione e governo, e a Camera e Senato assegna al massimo il compito di ratificare ciò che altrove – Palazzo Chigi – sarà stato contrattato e pattuito. Dimenticando che proprio il Parlamento è o dovrebbe essere il luogo dove si afferma ed esercita la sovranità popolare.

Italia diseguale

Così come è scritta la norma, sostengono i costituzionalisti, la porta è spalancata sull’aumento delle diseguaglianze tra territori e certo non se ne sente il bisogno. Innanzitutto manca la definizione dei livelli essenziali per il godimento dei diritti sociali e politici che dovranno essere fissati con successivi atti del governo, e per di più la norma sottrae all’osservanza dei livelli essenziali uguali per tutto il Paese alcune competenze assegnandole direttamente alla singola Regione. Evviva l’Italia Arlecchino.

Le bugie dalle gambe corte

“L’idea che si tratti di una riforma a costo zero è priva di fondamento”. Questa affermazione non è nostra ma dei firmatari del documento che confutano quanto scritto nell’art. 9 della legge Calderoli: “Dall’applicazione della presente legge e di ciascuna intesa non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Secondo i costituzionalisti, infatti: “Il calcolo dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e politici comporterà inevitabilmente lo stanziamento di un ammontare molto consistente di risorse per il loro finanziamento.

I Lep non sono fatti e non si faranno

Non sarà mica un caso che la commissione voluta da Calderoli e presieduta dal professor Sabino Cassese si è sciolta senza riuscire a definire i livelli essenziali delle prestazioni. Se avessero portato a termine il compito assegnato, la legge non avrebbe mai visto la luce perché sarebbe stato evidente quante risorse servirebbero per uniformare i diritti di cittadinanza su tutto il territorio nazionale. Scrivono ancora gli studiosi della Carta: “Non a caso questa operazione è sin qui rimasta lettera morta, in assenza di una seria valutazione sul suo impatto sul livello complessivo della spesa pubblica. Non solo, ma, ove i Lep fossero davvero definiti, la loro attuazione accentuerebbe il divario tra Regioni ricche e Regioni povere, in assenza di garanzie certe circa l’istituzione di meccanismi di perequazione”.

Un’Italia deformata

Se mai quella norma venisse attuata, secondo gli estensori del Documento si stravolgerebbe il principio di solidarietà e di leale collaborazione tra livelli istituzionali e territoriali, dando così vita a due Italie, una prospera e l’altra abbandonata a sé stessa, mettendo a rischio “il bilancio dello Stato e la stessa economia nazionale”. Oltre ad acuire diseguaglianze e spaccature.

Un pericolo e una speranza

“La conseguenza inevitabile – sostengono i firmatari qualora la norma venisse attuata – sarebbe il sacrificio dell’eguaglianza e dell’uniformità dei diritti politici, civili e sociali: in una parola dei diritti fondamentali dei cittadini. L’Italia per fortuna, non intende collocarsi in una simile prospettiva storica”. E la conclusione del documento è netta: “L’Italia, come altri Paesi europei e occidentali, ha invece esigenza di un sistema di autonomie che valga a rendere l’azione dei poteri pubblici più efficiente e più rispondente alle reali esigenze dei cittadini al fine di realizzare progressivamente l’effettiva eguaglianza e le pari opportunità di progresso sociale”.

Tante tante firme

500 mila solo nei primi 15 giorni dall’avvio della raccolta in calce al referendum che vuole abrogare la Legge Calderoli. E fino a fine settembre si può continuare a sottoscrivere sia ai banchetti in tutte le piazze d’Italia sia online. Tante più firme si raccoglieranno, tanto più forte è chiaro arriverà il messaggio che i cittadini e le cittadine vogliono decidere sul futuro delle istituzioni e della democrazia.

 

Parole a Capo
Ilaria Biondi: “Io terra sole bimba d’amore” e altre poesie

Natura è tutto ciò che noi vediamo: il colle, il pomeriggio, lo scoiattolo, l’eclissi, il calabrone. Di più, la natura è il paradiso. Natura è tutto ciò che noi udiamo: il passero, il mare, il tuono, il grillo. Di più, la natura è armonia. Natura è tutto quello che sappiamo senza avere la capacità di dirlo, tanto impotente è la nostra sapienza a confronto della sua semplicità
(Emily Dickinson)

 

Io terra sole bimba d’amore

 

Restami
nel cavo del palmo
addormentato
finché sarà bianca, e
viva
e sola
la voce scura delle mie acque
innocente immota, ingrata
intenta alla pietà fragile
delle rondini d’inverno.

 

Per dono di me

Se guardando
nei fondali spinati di una pancia ferita
mi nuotassi dentro
seguirei
le briciole del nulla azzurro
a spiare l’amplesso ingordo
di petunie senza veli
là dove la chiave del tempo si perde e
un grappolo di libellule
finge brividi di devozione
sulle strofe incerte delle tue costole

 

Leggere ortografie

 

Dovrei sciogliermi
le ciglia
sbottonarmi il mento
cucire sillabe di vento sulla stola
sfiorita del mandorlo
sbiadirmi di silenzio di tempesta
nella cruna dei giorni obbligati al dolore
e porgermi
(conca buia e liscia)
all’attesa attenta dell’assedio labiale

(Dalla silloge “Corpo di vento” – 2018, Controluna Edizioni)

 

Sarà l’odore gonfio dei chicchi di grano,
o l’arco del covone di paglia
a inchiodare alla pelle dell’olmo
le filastrocche dei greppi,
le preghiere del pane,
le orazioni contro il fuoco sacro
mentre la luna scioglie la luce
e tiene sulla punta delle dita
il cuore piccolo delle anime morte


Non un fruscio
nel cesto del cielo
solo piccoli stracci di parole
portati fra il becco
da una notte di poiana
(un calabrone infrange
gli acini stretti della silene
stese le lenzuola sull’erba
a sbianchire con la guazza)

 

In perenne assenza di fieno
e di luce d’erba
il bucato strofina l’aria chiara
che dorme fra le grate della sera.
Si consola la spiga di frumento
con le dita sottili dei papaveri
stringendo fra la sua chioma d’alga
i germogli quieti dello scalogno

 

(Dalla silloge “Il silenzio degli alberi” – 2021, Le Mezzelane)

Ilaria Biondi è laureata in Lingue e Letterature Straniere e Dottore di Ricerca in Letterature Comparate, ha insegnato per diversi anni presso la Scuola Primaria e la Scuola Secondaria di I Grado e ha tenuto corsi per adulti in collaborazione con enti locali. Da qualche anno conduce laboratori di lettura e scrittura creativa e poetica per bambini e ragazzi presso scuole di diversi ordini. Si occupa di poesia, traduzione letteraria dal francese e critica della traduzione. Ha a lungo collaborato con blog e riviste cartacee con recensioni e articoli e saggi di approfondimento letterario. Autrice di raccolte poetiche e di libri per bambini, ha all’attivo pubblicazioni in volume e in antologia.

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 245° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Protagonisti della Mostra del Cinema di Venezia incontrano i detenuti alla Casa Circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia e alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca

Prosegue la proficua collaborazione tra gli Istituti Penitenziari di Venezia Femminile e Maschile e La Biennale di Venezia anche con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, con le attività coordinate del progetto teatrale “Passi Sospesi” di Balamòs Teatro, attivo dal 2006 negli Istituti Penitenziari veneziani. Avviate nel 2008, le iniziative si svolgono dentro e fuori gli Istituti Penitenziari durante il periodo della Biennale Cinema (Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, Casa Circondariale Maschile Santa Maria Maggiore di Venezia).

In questi anni, sono stati organizzati incontri, conferenze e proiezioni di documentari sul progetto teatrale “Passi Sospesi” nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, ma anche all’interno degli Istituti Penitenziari. Nelle ultime edizioni, Michalis Traitsis ha invitato registi e attori ospiti della Mostra per un incontro con la popolazione detenuta, preceduto dalla presentazione dei film più rappresentativi degli artisti ospitati. Nel corso degli anni, hanno visitato le carceri veneziane figure di spicco del panorama cinematografico, tra cui Abdellatif Kechiche, Fatih Akin, Mira Nair, Gianni Amelio, Antonio Albanese, Gabriele Salvatores, Ascanio Celestini, Fabio Cavalli, Emir Kusturica, Concita De Gregorio, David Cronenberg, Paolo Virzì, Daniele Luchetti, Leonardo Di Costanzo, Silvio Orlando, Susanna Nicchiarelli e Matteo Garrone.

Nell’ambito della 81. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Veneziavenerdì 6 settembre 2024, alle ore 12.00, presso la Casa Circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia, diretta dal Dott. Enrico Farina, si terrà un incontro tra i detenuti e il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco e il regista cinematografico Pupi Avati, presente alla Mostra del Cinema con il film “L’orto americano”.

Sabato 7 settembre 2024, alle ore 10.00, presso la Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, diretta dalla dalla Dott.ssa Mariagrazia Bregoli, si terrà un incontro tra le detenute e la regista cinematografica Francesca Comencini e l’attore Fabrizio Gifuni, che parteciperanno alla Mostra del Cinema con il film “Il tempo che ci vuole”.

Questi eventi, coordinati e moderati da Michalis Traitsis, sono riservati agli autorizzati e rappresentano un momento importante di scambio e riflessione culturale tra il mondo del cinema e quello della realtà penitenziaria.

La collaborazione di Balamòs Teatro con gli Istituti Penitenziari di Venezia e La Biennale di Venezia continua a rappresentare un punto di riferimento per ampliare, intensificare e diffondere la cultura dentro e fuori gli Istituti Penitenziari, grazie anche al supporto di una rete di partner che include il Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, l’International Network for Theatre in Prison, l’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, il Teatro Stabile del Veneto, l’Università IUAV di Venezia, il Centro Teatro Universitario di Ferrara e la Fondazione di Venezia.

A rafforzare questa collaborazione, recentemente è stato siglato un protocollo di intesa tra la Biennale di Venezia e gli Istituti Penitenziari di Venezia, (Carcere Maschile di Santa Maria Maggiore) e (Carcere Femminile della Giudecca), l’UIEPE di Venezia, diretto dalla dott.ssa Annamaria Raciti, insieme all’Associazione Seconda Chance, fondata e presieduta dalla giornalista del TgLa7 Flavia Filippi, che ha come obiettivo di porsi come cerniera tra carceri e imprese.

Il protocollo prevede l’inserimento dei detenuti e delle detenute in attività lavorative legate alla Biennale, con l’obiettivo di promuovere il loro reinserimento sociale e professionale. Un esempio concreto di questa collaborazione è l’assunzione di un detenuto da parte della ditta Tosetto, incaricata dell’allestimento della Mostra del Cinema e delle location che hanno ospitato le star internazionali.

L’impegno congiunto delle direzioni degli Istituti Penitenziari, della Biennale, di Balamòs Teatro e dell’Associazione Seconda Chance è volto a potenziare queste sinergie, con l’obiettivo di offrire un futuro concreto ai detenuti e alle detenute, integrandoli in un contesto professionale e culturale di rilievo.

“Mare Jonio diffidata dal soccorrere”: continua la guerra del Governo contro la Flotta Civile

La nave di Mediterranea Saving Humans minacciata di sanzioni penali e arresto dopo le operazioni che hanno tratto in salvo 182 persone.

Alla conclusione della missione 18, la nostra nave Mare Jonio ha fatto ritorno a Trapani per sostenere le visite annuali del RINA e le ispezioni previste della Capitaneria di Porto. Qui è stato notificato ad Armatore e Comandante della nave un provvedimento dell’Autorità Marittima di bandiera che testualmente “diffida la società proprietaria e armatrice del rimorchiatore MARE JONIO dal continuare a intraprendere ogni attività preordinata alla effettuazione sistematica del servizio di ricerca e soccorso in mare”. Le motivazioni addotte? Sarebbero la mancanza della “relativa certificazione di idoneità.” Non solo: il documento si chiude con una minaccia: “l’inosservanza sarà sanzionata ai sensi dell’art. 650 c.p.”, cioè quella norma del Codice Penale che prevede l’arresto fino a tre mesi per chi non ubbidisce ai provvedimenti delle Autorità.

È un provvedimento grave. E paradossale al tempo stesso. Si tratta senza alcun dubbio di un’iniziativa voluta dal Governo in carica, dal ministro dell’Interno e da quello dei Trasporti. Un ulteriore capitolo nella guerra cieca e insensata condotta da questo esecutivo contro le navi della Flotta civile e il soccorso in mare. Il documento fa infatti esplicito riferimento alle operazioni di soccorso condotte dalla Mare Jonio tra il 24 e il 25 agosto, in stretta collaborazione con le motovedette della Guardia Costiera italiana, che in due casi su tre hanno trasferito a Lampedusa le persone (67 prima e 50 poi) assistite e recuperate dalla nostra nave, e in coordinamento con IT MRCC di Roma (la sala operativa nazionale per il soccorso marittimo della stessa Guardia Costiera) che ha assegnato poi il porto di Pozzallo per lo sbarco delle ultime 65 persone messe in salvo. Mentre in mare la Guardia Costiera collabora con la Mare Jonio per la salvaguardia di 182 vite umane, le Autorità Marittime – su ordine del Governo – ci diffidano dal soccorrere e minacciano sanzioni.

Ma anche nel merito il provvedimento è del tutto ingiustificato: solo pochi giorni fa – il 28 agosto scorso – la Mare Jonio è stata ispezionata dal Registro Navale Italiano – RINA (Ente tecnico di certificazione riconosciuto e delegato dallo Stato per la classificazione dei natanti) che ha confermato il Certificato di classe, che abilita la nostra nave come “particolarmente equipaggiata per il servizio rescue”, cioè la ricerca e il soccorso in mare. Il certificato d’Idoneità a cui il documento fa riferimento è stato rilasciato nel settembre 2023 e il mancato riconoscimento come nave “di soccorso”, basato su due circolari del Comando Generale CP, è stato contestato con un ricorso da allora pendente davanti al TAR del Lazio.

Anche questa volta siamo costretti a perdere tempo, energie e soldi, per tutelare la Mare Jonio in ogni sede legale. Tempo, energie e soldi che stiamo invece già dedicando a preparare la prossima missione in mare. Anche perché, ultimo ma decisivo argomento, come purtroppo ci ricorda anche l’inchiesta aperta dalla Magistratura sulla strage di Cutro: la ricerca e il soccorso in mare non è un’“attività sistematica” che si può scegliere di compiere a discrezione, ma un preciso dovere etico, obbligo di legge, che vale per chiunque vada per mare. Non farlo, questo sì, è un crimine.

Trapani, 3 settembre 2024

Consiglio direttivo di Mediterranea

“Confiteor” di Piergiorgio Paterlini nella cinquina finalista del Premio Emilio Lussu

“Confiteor” di Piergiorgio Paterlini nella cinquina finalista del Premio Emilio Lussu

E con grande piacere che apprendiamo che l’ultimo libro di Piergiorgio Paterlini (Confiteor, Piemme editore) è nella cinquina finalista del prestigioso premio Emilio Lussu. Se vi è sfuggita potete leggere su Periscopio la mia recensione [Qui]. Di seguito il Comunicato ufficiale.
Francesco Monini

 

Valerio Varesi ‘indaga’ la vita straordinaria e dimenticata di Teresa Noce

Valerio Varesi ‘indaga’ la vita straordinaria e dimenticata di Teresa Noce

Ma perché non ce l’hanno raccontata prima? È un sottotitolo che sembra enfatico, quello dell’ultimo lavoro del cronista-romanziere Valerio Varesi, “Estella” (Neri Pozza 2024). Ma la descrizione de “La vita straordinaria e dimenticata di Teresa Noce” si rivela quanto mai corrispondente al contenuto di questo nuovo libro.

“Estella” e cartoline della mostra su Enrico Berlinguer – foto GioM

Noto per la serie di storie poliziesche incentrate sulle indagini del commissario Soneri, diventate famose a livello internazionale grazie alle traduzioni in francese, inglese, tedesco, arabo e alla serie televisiva, lo scrittore nonché giornalista di Repubblica si è questa volta avventurato in una biografia al femminile. E, quando si arriva all’ultima delle 240 pagine, è davvero incredibile pensare che possano essere effettivamente scivolate nell’oblio le vicende che hanno costellato la vita di una parlamentare, sindacalista, partigiana e combattente come Teresa Noce.

Mostra su Enrico Berlinguer a Bologna (foto GioM)

Teresa fa parte di quel ristretto gruppo di donne che all’indomani del 2 giugno 1946 vennero elette come membri dell’Assemblea costituente italiana, creata per scrivere la Costituzione della neonata Repubblica italiana. Fu poi una delle cinque donne entrate a far parte della Commissione speciale, incaricata insieme con Nilde Iotti (PCI), Lina Merlin (PSI), Maria Federici (DC), Ottavia Penna (Uomo Qualunque) ad elaborare e proporre il progetto di Costituzione da discutere in aula.

Dal 1947 fu segretaria nazionale della FIOT, il sindacato delle operaie tessili e, nel 1948, fu eletta alla Camera nella prima legislatura del Parlamento repubblicano, nel quale si distinse come battagliera proponente della legge per la “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri” (l. 26 agosto 1950 n. 860), testo base della legislazione sul lavoro femminile.

Le lotte femminili alla mostra su Enrico Berlinguer a Bologna (foto GioM)

Teresa raddoppiò il mandato legislativo come deputata del Pci fino al 1958. È stata anche compagna e moglie di Luigi Longo, sposato nel 1926, dirigente storico tra i più longevi del Partito comunista italiano. Longo è nientemeno che il successore di Palmiro Togliatti al vertice del Pci (1943-1964), nominato segretario dopo la sua morte e fino al 1972, quando gli succedette Enrico Berlinguer (1972-1984). Il matrimonio con Longo fu però annullato nel 1953 e da lì – pian piano – lo spirito autonomo e diretto di Teresa Noce piacque sempre meno.

Mi è capitato, in corso di lettura, di visitare la bella mostra dedicata a Enrico Berlinguer (11 giugno-25 agosto 2024) negli spazi al piano terra del Museo Archeologico nella centralissima via dell’Archiginnasio di Bologna. Ed ecco che il nome del marito di lei compare frequente nella cronologia delle attività che hanno scandito l’ascesa di Berlinguer. I due sono affiancati già nel ruolo di vice segretari di quello che in quegli anni, con oltre il 33% dei voti, arriva a diventare il primo partito in Italia per maggioranza assoluta.

Volumi alla mostra su Enrico Berlinguer a Bologna (foto GioM)

Sala dopo sala il nome di Longo ritorna, così come i volumi con i suoi scritti, affiancati agli altri libri che costituiscono i tasselli emblematici della sinistra italiana, delle conquiste sociali e degli ideali di democrazia. Di Teresa Noce non appare nulla. A dire il vero sono pochi anche i nomi e i volti femminili che trovano spazio all’interno della peraltro bella, multimediale ed efficace esposizione. Compare appena il volto in bianco e nero di Nilde Iotti tra le fila degli altri uomini di partito, diretto all’epoca dal suo compagno Togliatti. Compaiono moglie e figlie di Berlinguer nelle teche dedicate all’aspetto privato e familiare, in contesti più o meno ufficiali, come le feste dell’Unità e manifestazioni civili. Di Teresa Noce nulla.

Sala d’apertura della mostra su Berlinguer a Bologna (GioM)

Anche nella parete riservata alle lotte femminili, i volti che emergono sono quelli generici delle manifestanti, rappresentate sui manifesti. E di Teresa, delle sue lotte e delle sue conquiste non c’è traccia. Non le giovò, si deduce dal libro di Varesi, la sua contestazione alla modalità con la quale il marito annullò il loro matrimonio attraverso il tribunale di San Marino. Un provvedimento del quale lei non venne informata, e di cui venne a conoscenza attraverso i giornali. Ma, come spiega la biografia, il fatto di criticare questa azione del marito dirigente fu considerato un inaccettabile attacco alla classe dirigente del partito. Che forse anche per questo da allora,  non solo non rinnovò più la sua candidatura a deputata, dopo due mandati di alacre attività, ma accantonò anche i traguardi da lei stessa raggiunti nell’ambito della storia del partito, delle conquiste sindacali e delle lotte per l’uguaglianza. Che comunque restano e che Valerio Varesi riesce a ricordare in pagine appassionanti.

Dedicato a Gabriele Turola
Ferrara, Galleria del Carbone, dal 7 al 22 settembre 2024

Dedicato a Gabriele Turola

dal 7 AL 22 SETTEMBRE 2024
GALLERIA del CARBONE – Via del Carbone 18/a – 44121 Ferrara
ORARIO: dal mercoledì̀ al venerdì̀ 17.00-20.00
sabato e festivi: 17.00-20.00 – chiuso lunedì e martedì

«I figli delle Muse Inquietanti»: 50 artisti ferraresi raccontati da Gabriele Turola
Gabriele Turola davanti a una sua opera

La Galleria del Carbone ospita dal 7 al 22 Settembre 2024 l’esposizione: “Dedicato a Gabriele Turola” con inaugurazione Sabato 7 Settembre alle ore 18,30. A cinque anni dalla scomparsa dell’eclettico pittore, poeta, scrittore critico d’arte e giornalista ferrarese, la rassegna in parete si propone di iniziare a porre le basi per un lavoro antologico dei suoi dipinti e delle opere letterarie.
Prendendo come base la ricca ed articolata collezione dei dipinti di Alberto Felloni, vengono aggiunti altri lavori da collezioni private che rendono organica la comprensione dei vari periodi e tecniche adoperate. Completa l’esposizione una sezione dove amici e conoscenti ferraresi lasciano un ricordo dell’artista con disegni, pensieri e fotografie. L’esposizione è corredata da un ricco catalogo illustrato.

La mostra ha il patrocinio del Comune di Ferrara, rimarrà in parete fino al 22 Settembre 2024 con i seguenti orari: dal mercoledì al venerdì 17.00-20.00; sabato e festivi 17.00-20.00; lunedì e martedì chiuso.

Pubblicazioni di Gabriele Turola

 In Copertina: un opera di Gabriele Turola

Onda nera in Germania:
quando la guerra travolge l’economia, l’intolleranza travolge l’integrazione.

Onda nera in Germania: quando la guerra travolge l’economia, l’intolleranza travolge l’integrazione.

 

Con la vittoria di AFD (Alternatve für Deustchland, destra) di Bjorn Hoecke e di BsW di Sahra Wagenknecht (sinistra) in Sassonia (4 milioni di abitanti) e Turingia (2,1 milioni)  – che hanno ricette opposte sulle questioni sociali, ma condividono due temi oggi centrali per gli elettori: a) far pace con la Russia e stop armi all’Ucraina; b) fine dell’immigrazione illegale; – entrano in crisi il modello tedesco e l’intera Europa.

La vittoria è stata schiacciante nei due Länder dell’Est. Turingia: Afd 32,8%, BsW 15,8%. Sassonia: Afd 30,6%, BsW 11,8%. L’unico partito tradizionale che tiene è la CDU (moderati di centro). Tra un anno si vota in Germania e se SPD non cambia candidato (e soprattutto politiche) la probabilità che vada in crisi il governo “semaforo” federale tedesco è altissima (Verdi e Liberali sono quasi spariti). Se dovesse succedere, la stessa Von der Leyen in Europa ne uscirebbe “dimezzata”.

Si tratta di una svolta elettorale prevedibile per un paese che aveva fondato il suo sviluppo su tre fattori che, dopo l’esplosione del conflitto in Ucraina, sono venuti meno:

a) la collaborazione con la Russia (materie prime e gas a basso prezzo in cambio di tecnologia tedesca); b) il forte export verso la Cina e i paesi Brics; c) le tecnologie di qualità ma consolidate come il motore endotermico e invece ancora deboli nei settori del digitale e del green deal (elettrico).

Con la guerra ed il conseguente sostegno incondizionato all’Ucraina – 100 miliardi stanziati per la difesa – queste scelte entrano in profonda crisi, tanto più se economia e welfare in crisi lo sono già da due anni (crescita zero e quattro degli ultimi sette trimestri in recessione). E’ caduto ovviamente l’export verso la Cina (-11,5% nei primi 7 mesi del 2024), azzerato quello con la Russia; il gas oggi costa il doppio. Un altro fattore che aveva favorito la Germania era stato l’afflusso massiccio di manodopera straniera (7,9 milioni dal 2010) che aveva contribuito alla crescita dell’occupazione, delle entrate e del Pil, ma aveva anche creato problemi di integrazione nelle varie comunità e di concorrenza, in particolare, coi lavoratori tedeschi più poveri: quelli dell’Est.

Angela Merkel era consapevole dei rischi insiti in queste scelte, ma lavorava su un accordo di lungo periodo con la Russia e la Cina, nella speranza che gli Stati Uniti consentissero, gradualmente, alla Germania (e forse anche all’Europa) di crescere e diventare un “polo” internazionale autonomo (tra Usa e Cina). Speranze che si sono rivelate vane e che sono implose allo scoppiare della guerra Ucraina-Russia.

Entrando in crisi il “modello Germania”, le conseguenze economico-sociali più pesanti ricadono come al solito sulla parte più povera che si trova nei Länder dell’est; ciò spiega la rivolta degli elettori in Sassonia e Turingia. La maggior parte dei media parla di vittoria della destra xenofoba (anche se BsW è un neo partito radicale di sinistra) ma anche di Putin: come se una pace con la Russia – anche a costo di avere due regioni russofone del Donbass non più ucraine e però una Ucraina indipendente – equivalesse alla fine delle nostre libertà.

Rimane invece del tutto aperto il tema di un’ Europa autonoma, capace di svolgere nel mondo un ruolo propositivo (e anche equilibratore) tra Stati Uniti e Cina. Si tratta di un problema che alcuni media sembrano reticenti a nominare, ma che ha già portato alla crisi del macronismo in Francia e che avrà ripercussioni anche sull’Italia. E’ vero infatti che l’estro e la creatività degli imprenditori italiani ci rende meno vincolati (rispetto ai tedeschi) nell’interscambio con Cina e Russia, ma è pur vero che una crisi della manifattura tedesca avrà effetti rilevanti anche su quella italiana. Trentino Alto Adige, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna fanno pienamente parte del limes tedesco: moltissime aziende, servizi e intraprese del turismo sono strettamente integrati all’economia tedesca.

Nessuno si aspettava il gesto di grande generosità fatto da Merkel per accogliere un milione di rifugiati siriani, ma certi “fardelli” si possono sostenere se ci sono contestualmente pace e sviluppo. Se vengono a mancare entrambi i fattori, tutto si rovescia nel suo contrario.

 

Photo cover tratta dal sito europa.today.it

Paralimpiadi: un’occasione (ancora) a metà

Paralimpiadi: un’occasione (ancora) a metà

di Alfredo Ferrante

L’attenzione che mezzi di comunicazione e opinioni pubbliche stanno dedicando, in questo scorcio d’estate, ai Giochi Paralimpici estivi di Parigi è senza precedenti, a testimonianza del ruolo ormai rilevantissimo che la manifestazione ha assunto a livello internazionale.
E pensare che solo nel 1988, con le Olimpiadi di Seul, si affermò il principio di far disputare le Paralimpiadi nella medesima città delle Olimpiadi, e che, addirittura, solo dal 2001 Giochi Paralimpici e Olimpici sono abbinati, grazie ad un accordo tra il Comitato Olimpico Internazionale e il Comitato Paralimpico Internazionale, a garanzia che la città candidata ad ospitare le Olimpiadi organizzi anche i Giochi Paralimpici.
Questi ultimi costituiscono oggi, dunque, un appuntamento sportivo atteso e vissuto da una audience mondiale e rappresentano, anche grazie alla popolarità raggiunta dai tanti atleti, uno snodo fondamentale nel percorso di inclusione e riconoscimento di pari diritti per le persone con disabilità di tutto il mondo.

È un momento, come ha voluto ricordare il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in vista a Parigi, “che, in questo particolare periodo della storia, è di accresciuta importanza per sottolineare quanto sia rilevante far prevalere il versante della conoscenza, del dialogo e della collaborazione, non della contrapposizione o, addirittura, degli scontri o delle guerre”.

Sport e disabilità, dunque, come via all’integrazione, all’inclusione, al dialogo e al riconoscimento delle diversità come parte della condizione umana: la pratica sportiva come ulteriore tassello della quotidianità che tutte le persone, in particolar modo quelle con disabilità, devono poter vivere appieno e senza ostacoli o discriminazioni di sorta. Di qua, la valenza fortemente simbolica dei Giochi, che vogliono testimoniare, con la competizione fra atleti con disabilità di tutti i paesi del mondo, come la condizione di disabilità (fisica o intellettiva) non debba essere motivo di impedimento ad attraversare tutte le dimensioni della vita, in un continuum che deve includere la scuola, il lavoro, la salute, il tempo libero, la partecipazione alla vita sociale, politica ed economica del paese.

Molta strada, dunque, è stata fatta: basti ricordare come, scorrendo la storia della manifestazione, si sia passati dai 400 atleti partecipanti nel 1960 ai più di 4.000 di Parigi. Moltissima, tuttavia, ne resta.
In questo clima di festa, non può essere sottaciuta l’aspirazione – rectius, la necessità – che i Giochi Paralimpici vengano organizzati assieme alle Olimpiadi, estive e invernali, così da evitare, non troppo paradossalmente, di incorrere in un ennesimo inciampo di separazione e di mancata inclusione per le persone con disabilità. Olimpiadi tout court, insomma. Il Ministro con delega allo Sport, Andrea Abodi, ha dichiarato in un’intervista che “ci stiamo avvicinando al pieno superamento della distinzione e un giorno non lontano potremo ragionare anche sull’unificazione dei nostri due Comitati”, ovvero il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) e il Comitato Italiano Paralimpico Italiano (CIP). Andiamo oltre, tuttavia: perché tenere ancora separati Giochi Olimpici e Paralimpici?

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 2006, ratificata in Italia con legge n. 18 del 2009, individua una serie di obblighi generali a carico degli Stati firmatari, allo scopo di garantire e promuovere la piena realizzazione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali per tutte le persone con disabilità, senza discriminazioni di alcun tipo sulla base della disabilità stessa.
L’obiettivo è contribuire a costruire società più giuste e inclusive per assicurare il pieno ed eguale godimento di diritti e opportunità per le persone con disabilità al pari di tutte le altre persone (“su base di uguaglianza con gli altri”, statuisce il Trattato). Tra i vari ambiti affrontati, la Convenzione ONU si occupa anche di attività ricreative, svaghi e sport (art. 30) e, al fine di consentire alle persone con disabilità di partecipare su base di uguaglianza con gli altri, prescrive che gli Stati Parti adottino, fra l’altro, misure adeguate a incoraggiare e promuovere la partecipazione più estesa possibile delle persone con disabilità alle attività sportive ordinarie a tutti i livelli, garantendo che le persone con disabilità abbiano la possibilità di organizzare, sviluppare e partecipare ad attività sportive e ricreative specifiche e incoraggiando, a tal fine, la messa a disposizione, su base di uguaglianza con gli altri, di adeguati mezzi di istruzione, formazione e risorse.

Se, dunque, lo sport altri non è che uno dei tanti, diversi ambiti della vita quotidiana per i quali non debba essere ammessa discriminazione alcuna per le persone con disabilità, che devono essere poste nelle medesime condizioni delle persone senza disabilità, è oltremodo difficile comprendere perché le Paralimpiadi debbano tenersi in un secondo momento rispetto ai Giochi “ordinari”, in una condizione di oggettiva minorità. Come ho avuto modo di sottolineare in occasione dei Giochi di Tokyo, non si tratta di negare l’oggettiva diversità di condizioni degli atleti, naturalmente: è in gioco, tuttavia, come recita l’articolo 3 della Convenzione, il rispetto per la differenza e l’accettazione delle persone con disabilità come parte della diversità umana e dell’umanità stessa. Se la disabilità, ricorda l’OMS, è una mera condizione della persona umana, e se è innegabile la necessità di assicurare che tutte le persone, con o senza disabilità, possano godere di pari dignità e pari diritti, la separazione temporale dei giochi mantiene, indubitabilmente, un retrogusto discriminatorio.

In linea di principio, infatti, nulla impedisce – al netto di non irrilevanti questioni di natura organizzativa – che le gare delle diverse specialità si susseguano con atleti senza e con disabilità, dimostrando, nei fatti, come lo sport unisca e non divida. È, tuttavia, evidente, inutile nasconderlo, che l’auspicata aggregazione delle prove olimpiche (che lascino per strada, una volta per tutte il suffisso “para”) possa rischiare di risolversi in un abbellimento di facciata. Come ha correttamente evidenziato Elisabetta Soglio sul Corriera della Sera: “Il problema è la vita quotidiana di chi si muove con una carrozzina o con le stampelle e del caregiver che accompagnano bambini o anziani con malattie invalidanti. Il problema sono poi le scale mobili rotte, i gradini per entrare in un ristorante, in un albergo o in una biblioteca, i parchi gioco dove i giochi non sono per tutti, le aule scolastiche con porte troppo strette e i bagni utilizzabili soltanto per chi si muove sulle sue gambe”.

Insomma, la vita reale delle tante, concretissime difficoltà che affrontano ogni giorno le persone con disabilità e le loro famiglie a fronte di quelle che possano essere interpretate come operazioni di maquillage culturale.

*Articolo pubblicato anche sul blog Tanto Premesso

In copertina: Paralimpiadi, immagine da Skuola.net

Parole e figure / C’è un momento per ogni cosa

“Un tempo per ogni cosa” di Davide Calì e Isabella Labate, edito da Kite, ci porta nel momento giusto. Perché c’è un tempo per tutto. Basta saperlo notare

Per difenderci dall’inquietudine e dalle paure possiamo nasconderci dietro a rituali che ci tranquillizzano. Rituali che, proprio per la loro ripetitività, danno un senso di pacatezza.

Edgar – che assomiglia a un personaggio di un quadro di Magritte – lo fa. Per sua sola e unica scelta, vive chiuso in casa e a intervalli precisi uno dei suoi orologi gli ricorda che cosa deve fare, la sua giornata è scandita da un’agenda rigidissima. Tutti i meccanismi sono regolati sulla stessa ora. Pendola, cucù, orologi di metallo, tanti e preziosi, perché antichi. In qualunque parte della casa si trovi, sa che ora sia.

Uno batte alle 7 del mattino, per svegliarlo. Uno alle 13, per ricordargli il pranzo. Uno alle 14, per ricordargli di uscire a fare una passeggiata. Uno alle 16, per ricordargli di telefonare alla madre. Uno alle 17, per il thè del pomeriggio. Uno alle 19, per la cena. L’ultimo alle 21 per ricordargli di controllare tuti gli orologi.

E, poi, il suo motto: mai fermarsi, per paura di distrarsi. Ma distrarsi da cosa?

Ogni giorno fa le stesse cose, si prepara, fa colazione, legge il giornale, sceglie sempre la stessa cravatta. Non si fa mai domande, non sgarra mai. Ma è lui ad aver deciso così.

Una vita quasi ossessiva di cui non mette mai nulla in dubbio. La sua difesa.

Un tempo per ogni cosa di Davide Calì e Isabella Labate, immagini Kite edizioni
Un tempo per ogni cosa di Davide Calì e Isabella Labate, immagini Kite edizioni

Un giorno tuttavia capita un imprevisto che interrompe bruscamente la sua routine. E allora proprio per ripristinarla, è costretto a cambiare le sue abitudini. Scoprendo il mondo lontano.

In un tono uniforme, delicate e precise immagini grigie della matita raccontano una storia sulla paura di vivere, sulle nostre difese contro questa paura che può bloccare e i cambiamenti che possono aprirci al mondo. Sulla libertà di guardare oltre le consuetudini, di poter andare oltre e di vedere lontano, con la meraviglia, la fantasia, il colore e la bellezza della vita che illuminano la strada. Oltre il tempo, quello che corre, che vola via e che non si controlla. Perché ognuno può diventare artefice del proprio destino.

Davide Calì, Isabella Labate, “Un tempo per ogni cosa”, Padova, Kite edizioni 2020, 44 p.

Per una bella lettura, vedi qui 

Lo stesso giorno /
Libano, 2 settembre 1980: scompaiono i giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni

Libano, 2 settembre 1980: scompaiono i giornalisti Graziella De Palo  e Italo Toni

È il 2 settembre del 1980, Italo Toni e Graziella De Palo, due giornalisti italiani inviati in Libano per indagare sui traffici di armi da Beirut, scompaiono senza lasciare tracce. Dopo tutti questi anni, i loro corpi non sono stati ancora ritrovati.

Ci ricordiamo (forse, qualche volta) di Ilaria Alpi. 30 anni fa (il 20 marzo del 1994) la giornalista del Tg3 venne uccisa a Mogadiscio assieme al cineoperatore Miran Hrovatin. Erano nella capitale somala per indagare su un traffico d’armi e di rifiuti tossici tra Italia e Somalia.  Ancora meno ci ricordiamo di altri due giornalisti italiani che nel 1980 sono andati incontro alla stessa sorte.  Graziella De Palo e Italo Toni erano in Libano, anche loro sulle tracce di un traffico d’armi . Il 2 settembre vengono rapiti, uccisi e sepolti come spazzatura.

Il traffico d’armi è sempre di moda. E sul traffico d’armi, e sulle guerre si giocano interessi enormi. Interessi “extrastatali” ma che coinvolgono direttamente i governi e i servizi degli Stati che si dicono democratici. Italia compresa. Fare giornalismo, indagare sugli intrecci occulti del traffico d’armi è un mestiere pericoloso. Un mestiere che è costato la vita a tanto giornalisti.

Graziella De Palo, 24 anni, indaga sui traffici di armi per il quotidiano Paese Sera e per la rivista l’Astrolabio, mentre Italo Toni, 51 anni, è un esperto di questioni mediorientali e per questo collabora con diverse testate, anche internazionali.
Da dieci giorni si trovavano in Libano per raccontarne la guerra civile, coacervo di contraddizioni politico-militari e terreno di scontro di più raggruppamenti, nonché laboratorio di quella che sarà, due anni dopo, l’invasione israeliana mossa da Ariel Sharon. Ma soprattutto il loro obiettivo è indagare sui traffici d’armi e sugli intrighi internazionali che vedono anche la partecipazione dei servizi segreti italiani.

Italo e Graziella sono ospiti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), formazione di estrazione marxista guidata da George Habbash, che gli ha promesso di condurli a sud sulle colline dove si trova il castello di Beaufort, sulla linea dello scontro con l’esercito israeliano.
I due hanno scoperto che proprio in Libano avvengono traffici internazionali d’armi in violazione degli embarghi sanciti dall’Onu: per loro è quindi una grande occasione unirsi a un gruppo di guerriglieri per raccontare proprio questo tipo di traffici.

Il 2 settembre del 1980, dopo aver confermato le stanze d’albergo e avvertito l’ambasciata italiana, partono con alcuni membri del FPLP. Da questo momento le loro tracce scompaiono nel nulla.

E’ importante leggere cosa scriveva una giovanissima Graziella De Palo per L’Astrolabio il 14 giugno 1978:

Disarmo: perché parlarne soltanto all’Onu?

Tempi duri per gli « 007 ». La faccenda ha inizio verso la metà di maggio, subito dopo le dimissioni del ministro Cossiga: si parla di terremoto nei servizi segreti, di «decimazione », di epurazione di massa nel quadro di una vasta operazione di ricambio a tutti i livelli all’interno del Sismi. Sulla scia dell’affare Moro, le scosse immediate sembrano raggiungere il cuore stesso dei più insinuanti e ambigui centri di potere italiani (un potere, non bisogna dimenticarlo, che è soprattutto di vecchia data e affonda salde radici nel passato). Ma fino a che punto si può parlare di effettivo smantellamento di questi centri, o almeno di quei settori dei servizi segreti che sono più pericolosi e sfuggenti? Per quanto riguarda l’ex ufficio REI (responsabile della disseminazione delle armi), in larga misura incontrollato nonostante la sua delicata funzione, sembra che per il momento non sia stato ancora neppure sfiorato dal « terremoto ». E sembra per di più, che le stesse zone colpite non abbiano subito gravi danni, trattandosi, almeno secondo alcune indiscrezioni, di « licenziamenti » che riguardano personaggi secondari e addirittura dattilografi, dipendenti dei servizi segreti.

Occorre a questo punto ricordare che il già citato ufficio REI (a suo tempo comandato dal colonnello Rocca, morto nel ’63 in circostanze misteriose) ha l’ultima parola sull’autorizzazione delle vendite di armi italiane all’estero, e di conseguenza si trova oggi nell’occhio del ciclone, in seguito alla scoperta che la strage di via Fani è stata compiuta con armi italiane (mitra Beretta e munizioni Fiocchi) destinate all’Egitto e rientrate per vie tortuose in patria. E non si tratta certo della sola scoperta di armi di produzione italiana « deviate » rispetto alla loro originaria (e « innocua ») destinazione per finire nelle zone calde del globo o in mano a gruppi di terroristi. È il caso, per esempio, di una partita di armi leggere venduta tempo fa alla Bulgaria e ritrovata nelle mani di terroristi turchi; ed è anche il caso di un aereo-fantasma carico di esplosivi della Snia Viscosa diretto in Mauritania, scoperto solo a causa di un guasto che lo ha costretto ad atterrare a Malaga; o delle armi fornite, tramite Libia, ai terroristi irlandesi.

I   controlli mancati sulle « armi-fantasma »

Come avviene a « fuga » di armi- dalle destinazioni originarie e la spedizione verso nuove zone? Quali sono le reali connessioni fra l’ufficio del Sismi i addetto al controllo, il comitato interministeriale per la vendita di armi e le ditte esportatrici? Una prima risposta la fornisce il Presidente della Commissione Difesa della Camera, Falco Accame, dopo aver portato il « caso » in Parlamento, sottoponendolo all’attenzione di Andreotti nel corso della seduta del 19 maggio: « È ormai evidente dice l’on. Accame – che questa attività di import-export che permette la fuga di armi da quei paesi ai quali sono ufficialmente destinate è esercitata da apposite ditte di copertura all’estero che si assumono il compito di smistare le varie partite. Da noi, proprio a pochi passi dal Ministero della Difesa, vi è una grossa ditta di’esportazioni (la Tirrena, ndr) della quale. sarebbe interessante controllare le attività. E altrettanto interessante sarebbe scoprire se vi sono ditte che assicurano il traffico con i governi di Pretoria e di Gerusalemme. Ho chiesto al Presidente del Consiglio un preciso intervento in questo senso, e anche in relazione alla recente notizia che l’Italia non solo fornisce armi al Sud Africa, ma che alcune ditte di La Spezia addirittura addestrano il personale che deve usare queste armi».

Ma all’interno di questo gioco più o meno scoperto, nel quale si intrecciano le responsabilità delle industrie produttrici e quelle delle ditte di comodo che smerciano le forniture, qual è il ruolo dei servizi segreti? « Intanto – continua Accame – è ai servizi segreti che spetta il compito di rilasciare l’autorizzazione per qualsiasi esportazione di armi, compito che dovrebbe essere svolto esercitando una effettiva funzione di controllo e rispettando le precise disposizioni dell’ONU. Nel rispetto di queste disposizioni, i servizi segreti e lo stesso comitato interministeriale avrebbero dovuto opporsi alla spedizione di cannoni in Sudafrica via Francia. E ci sono anche dati più precisi, sui legami tra agenti dei servizi segreti e ditte che producono é esportano armi: un ex agente del Sid, per esempio, è diventato oggi agente commerciale in Libano, con il compito di organizzare il traffico di armi per il Medio Oriente. Le armi che arrivano con questo tramite possono rientrare in. Italia in molti modi, per esempio con i TIR o nascosti nelle reti dei pescherecci. Diversi agenti preposti al controllo dell’esportazione di armamenti, inoltre, hanno, poi trovato uh buon incarico (non tanto tecnico quanto di “pressione”) nelle ditte italiane fornitrici. Il generale Michele Correra, che in passato ha svolto funzioni di controllo sulla vendita di armi, è oggi impiegato in una ditta romana di armamenti (La Selenia, ndr). E alla stessa ditta appartiene l’ingegner De Martino, che nello stesso tempo è membro del comitato interministeriale per la vendita delle armi. È facile a questo punto spiegare le inadempienze del comitato di controllo: se i consulenti si trovano nella comoda posizione di controllori di se stessi diventa impossibile evitare gli inghippi ».

Sul fronte del governo (non dimentichiamo che i fatturati delle industrie belliche, alimentati anche con questi mezzi, hanno portato l’Italia nel giro di pochi anni al quinto posto tra i paesi esportatori di armi) qualcosa, sembra muoversi proprio sull’onda della vicenda Moro e in base alla considerazione che i traffici d’armi finiscono col favorire il terrorismo stesso a livello mondiale: lo testimoniano le risposte di Andreotti alla Camera e al Senato e il riconoscimento della necessità di nuove norme per il controllo sulla vendita di armi. Una proposta di legge già è pronta in Parlamento: primo firmatario è l’on. Accame, che dopo l’insabbiamento di un precedente progetto (che giace alla Camera dal febbraio. dello scorso anno), ha deciso di ripresentare le norme in maniera più articolata. La proposta prevede, tra l’altro, che non possano far parte per nessun motivo del Comitato interministeriale addetto al rilascio delle licenze di esportazione rappresentanti di ditte nazionali, e istituisce come ulteriore strumento di controllo un Comitato parlamentare composto da 15 senatori e 15 deputati membri di diverse Commissioni. L’esportazione di materiale bellico è inoltre vietata nei confronti di quei paesi « la cui politica sia stata censurata come aggressiva, dittatoriale, razzista o comunque non rispettosa dei diritti umani, da organismi internazionali di cui l’Italia è membro », e « in paesi in cui sia in atto o in preparazione un conflitto armato » (salvo nei casi riconosciuti dalla risoluzione 2787 delle Nazioni Unite). Una norma, questa, di cui appare più che mai urgente l’applicazione, se si considera che l’Italia gonfia il pacchetto delle commesse belliche esportando in paesi come Sud Africa, Rhodesia, Marocco, Cile, Argentina, Brasile e Zaire.

Il « caso Italia », intanto, rimbalza alle Nazioni Unite, e raccoglie qualche eco alla Sessione speciale aperta a fine maggio sul disarmo; è il via per allacciare il discorso sul boom dei trafficanti clandestini e dei floridi mercanti d’armi (problema che del resto non affligge solo il nostro paese) a quello più vasto sulla distensione mondiale. La questione è all’ordine del giorno: nonostante le dichiarazioni ufficiali nell’Assemblea ONU, la tendenza generale degli ultimi anni è volta ad un accelerato riarmo. I meccanismi di questa tendenza (e lo confermano i risultati del recente vertice NATO) sono individuati dai paesi dell’Alleanza Atlantica nell’esigenza di bilanciare la superiorità bellica (per ora soltanto presunta) degli avversari del Patto di Varsavia. In realtà la tesi dei sostenitori del riarmo è contraddetta dagli stessi dati che emergono in ambienti ufficiali americani. Il 4 agosto ’77, infatti, il segretario della difesa Harold Brown dichiarava ad un apposito Comitato del Senato USA che « con una notevole semplificazione gli Stati Uniti possono sentirsi sicuri con soli due milioni di uomini sotto le armi, perché i tre milioni di uomini delle forze dei nostri alleati ci permettono di bilanciare i poco più di cinque milioni delle forze dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia ». E, per di più, il segretario Brown non considera che contemporaneamente l’URSS si trova a fronteggiare lungo i confini asiatici i quattro milioni di soldati di una Cina decisamente antagonista.

II    Un Comitato permanente per il disarmo

Per impostare una globale strategia di disarmo, dunque, è prima di tutto necessario far luce, dati alla mano, sui reali rapporti di forza tra i blocchi di potenze, avviando nello stesso tempo un profondo movimento nell’opinione pubblica che offra indicazioni per una politica di effettiva distensione. È questo il senso dell’iniziativa presa da un gruppo di personalità della politica, della cultura e delle associazioni di ex combattenti o partigiani, che hanno reso pubblico (9 aprile) un loro appello per il disarmo e che si sono poi riuniti il 25 maggio per la formazione di un Comitato permanente. La riunione ha una storia. Il suo inizio risale all’estate scorsa, nel pieno della polemica sorta a livello mondiale sulla costruzione della bomba al neutrone. Il dibattito che ne è nato, all’interno del quale va inserito anche il contributo italiano, ha finito per esercitare una notevole funzione di pressione, che ha indotto Carter a sospendere la costruzione della bomba.

Caduta la questione circoscritta della bomba N, negli ambienti dai quali è in seguito emerso l’appello del 9 aprile si è compresa la necessità di una battaglia politica più generale per il disarmo, che affiancasse l’opera dei governi e delle Nazioni Unite. Da qui al Comitato permanente per il disarmo, il passo è breve. L’idea nasce in dicembre al Teatro Centrale, nel corso di un dibattito sulla bomba N con l’on. Granelli, il sen. Anderlini, il sen. Pasti, l’ing. Vacca e monsignor Mongillo. Dopo la prima piattaforma elaborata nell’appello, la riunione del 25 maggio si propone di costruire un programma operativo e di allargare le adesioni (che comprendono personalità politiche di tutti i partiti dell’arco costituzionale, dirigenti delle associazioni dei mutilati e invalidi di guerra, dei combattenti e reduci, delle vittime civili di guerra, dei mutilati per servizio e delle associazioni partigiane) verso esponenti del mondo della cultura, del sindacato e degli enti locali.

L’idea del Comitato permanente è illustrata dal sen. Anderlini nella sua relazione introduttiva: accolta la proposta, si dà vita immediatamente ad un gruppo provvisorio di coordinamento presieduto dallo stesso sen. Anderlini. Viene quindi messa allo studio la possibilità di inviare una delegazione alla sessione speciale dell’ONU, decidendo intanto di spedire al Presidente dell’Assemblea Mojsov e al segretario generale dell’ONU due telegrammi, nei quali si definisce «indispensabile per la stessa sopravvivenza dell’umanità una vigorosa ripresa della politica della distensione e l’inizio di una incisiva politica di disarmo per liberare la umanità dal fardello delle spese militari e dalla prospettiva dell’olocausto atomico. Urge in particolare bloccare ogni costruzione di nuove armi e vettori nucleari, smobilitare arsenali atomici, tattici e strategici, impegnarsi per la creazione di zone disatomizzate, controllare rigorosamente il commercio delle armi convenzionali e in particolare disincentivare zone pericolosamente calde del mondo quali Medio Oriente, Africa, America Latina ».

Le associazioni combattentistiche e della resistenza decidono intanto di fissare una prima scadenza per la fine del ’79, con un grande convegno mondiale sul disarmo da tenersi a Roma. Un’importante occasione data all’Italia per conquistarsi una posizione trainante nella strategia di distensione. In attesa della prossima mossa.

Graziella De Palo
L’Astrolabio, 14 06 1978

III  Appello per il disarmo

« E’ necessario riprendere con vigore l’azione per il disarmo. La conferenza che su questo argomento l’ONU ha indetto per il prossimo maggio, impone che – in tempi brevi – anche l’Italia si prepari a dare il suo contributo a questa che è una delle questioni più impegnative e drammatiche del nostro tempo. Il governo italiano ha il merito di essersi fatto copromotore dell’assemblea straordinaria e tuttavia l’azione dell’Italia in questo campo non può esaurirsi in quella del governo e delle istituzioni ufficiali.

Un’ampia partecipazione dell’opinione pubblica è necessaria per sospingere i governi di tutto il mondo sulla difficile ma non sostituibile via del disarmo.

Necessario è anche che la nostri opinione pubblica sia più ampiamente informata sui dati del problema quali si pongono per l’Italia e per le altre nazioni. Necessario è che le grandi potenze riprendano il loro dialogo costruttivo e che tutte le questioni aperte nel contenzioso internazionale vengano posto sul tavolo di una grande trattativa globale, alla quale Paesi come l’Italia possano dare un reale contributo.

L’iniziativa, del presidente Carter di sospendere ogni decisione sulla bomba  al  neutrone dimostra come la pressione della opinione pubblica possa contribuire a rimuovere gli ostacoli e ad accelerare i. tempi per una trattativa concreta. Bisogna eliminare tutte le difficoltà che ancora permangono sul terreno della distensione e del disarmo onde avviare l’umanità – in un mondo in cui alla pace non c’è alternativa – sulla via del progresso sociale e civile”.

Inutile dire che questo come i tanti successivi appelli per il disarmo siano rimasti inascoltati. Le guerre continuano e continua, sempre più fiorente ed omicida il traffico d’armi

In copertina: una foto d’archivio di Italo Toni e Graziella De Palo

Per certi versi / Mucillagine

Mucillagine

La luce
Di oggi
E altri oggi
Come oggi
immagine
Del meriggio
Impanato
Mucillagine
Che si polleggia
Nell’acqua penosa
Gli occhi
Si socchiudono
Di luce
Afosa

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
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ma chi controlla il controllore?

Controllare Telegram: ma chi controlla il controllore?

Sono 2 miliardi gli utenti di Whatsapp, la messaggistica di proprietà di Mark Zuckerberg (Facebook e Instagram).  Fino al 2020 Whatsapp era leader indiscusso nel mondo, ma con la pandemia le cose sono cambiate: chi non era d’accordo con le politiche di vaccinazione di massa e di lockdown assunte da quasi tutti i governi, si è trovato l’account chiuso ed è migrato su Telegram, la messaggistica inventata dai fratelli Durov, russi e geni della matematica (erano sempre ai campionati mondiali di matematica per la Russia), che garantisce a tutti l’assoluto anonimato e il principio  – difeso anche in Occidente – della segretezza della corrispondenza privata.  Così Telegram è cresciuto dai 300 milioni di utenti fino agli attuali 900 milioni, proprio garantendo l’anonimato e la totale privacy per tutti, da chi dissentiva nei vari paesi con regimi autoritari agli stessi paesi, dai militari ucraini a quelli russi. L’accusa a Pavel Durov, arrestato in Francia, è che Telegram darebbe la possibilità a vari criminali di operare nei mercati illegali (armi e pedofilia, solo per citare i maggiori) senza cooperare con le agenzie di polizia che perseguono tali criminali. Pavel Durov si difende dicendo che è proprio garantendo libertà e privacy che ha potuto far comunicare sia dissidenti come Navalny in Russia, sia Ong in 31 paesi autoritari (che infatti hanno bloccato Telegram). Durov è andato via dalla Russia proprio perché lo si voleva controllare e in passato ha cooperato con le indagini delle polizie di vari paesi, segnalando gli amministratori di chat violente, bloccando alcuni canali e bannando gli amministratori: ma mai quanto vorrebbero i paesi occidentali.

Telegram ha un sistema di “chat segrete” e di crittografia end to end (che peraltro è attivo anche su Whatsapp) per cui solo mittente e ricevente vedono i messaggi, ed un sistema di autodistruzione dei messaggi a tempo. C’è però chi sostiene che dietro la ragione della mancata cooperazione con le polizie di mezzo mondo ci sia l’intento di condizionare Telegram in ordine a certi contenuti. Lo ha fatto anche la Russia: nel 2018 voleva l’accesso alle chiavi crittografiche, come previsto dalla legge antiterrorismo. Sta di fatto che Pavel Durov ha spostato i server (che contengono i dati) a Dubai e che il fratello maggiore Nikolai (pare, il più geniale dei due) sia introvabile da anni. Del resto, con 30 miliardi di patrimonio in due non dovrebbero avere problemi a nascondersi.

Proprio il giorno dopo l’arresto in Francia di Durov, Zuckerberg ha mandato una lettera alla Casa Bianca ammettendo che nel 2021 ha subito pressioni per censurare contenuti e video di persone che facevano umorismo e satira sulle misure Covid, ma anche testi scientifici non allineati (nonostante 20 milioni di contenuti fossero già stati rimossi in base a regole di moderazione interne), nonchè per mettere la sordina alle notizie su Joe Biden, quando la vulgata di allora diceva che erano fake news diffuse dalla Russia. L’Amministrazione Biden si è difesa dicendo che ha agito “per proteggere la salute e la sicurezza pubblica. “Ritengo che la pressione del governo sia stata sbagliata e mi rammarico di non essere stati più espliciti al riguardo”, ha aggiunto Zuckerberg, precisando di aver fatto scelte “che oggi non rifaremmo”.

La questione si intreccia con chat control” della UE, la proposta di regolamentazione dei contenuti  in Europa (su cui molti paesi non sono d’accordo) perché antepone la sicurezza alla libertà di espressione, sapendo che è sempre stato forte l’interesse dei governi a censurare le notizie poco gradite. Ma chi controlla il controllore?

Sappiamo che ci sono criminali che sfruttano l’anonimato delle piattaforme: del resto, anche in Whatsapp, Signal, Messenger, non c’è una policy che preveda che ci si debba firmare col proprio nome e cognome. Essendo costretti a “metterci la faccia” almeno la maggioranza delle castronerie e delle stupide violenze sarebbero evitate (ma il traffico sarebbe di gran lunga inferiore). Ma che dire allora del dark web o dei crimini che commettono i potenti o i governi stessi? Che dire delle bugie dei Governi Usa e GB, che sulla loro base hanno addirittura scatenato una guerra in Iraq nel 2003 e nel 2011 in Libia?

Si pone così il tema enorme di paesi che, in lotta tra loro, per le note ragioni di potere e soldi di cui parlava Trilussa, vorrebbero il monopolio delle informazioni e la censura del dissenso invocando le sedicenti buone ragioni del “proteggere la salute e la sicurezza pubblica “. Vale anche per Tik Tok (i proprietari sono cinesi) censurato in Usa, in quanto si sospetta che i filmati in cima alla classifica diffusi tra i giovani occidentali mostrino stupidaggini finalizzate a rimbecillirli, mentre i video diffusi nel resto del mondo (Cina, Russia,…) sarebbero di giovani che fanno azioni virtuose: ciò al fine di rafforzare l’etica e la coesione sociale. Una forma inedita di lotta geopolitica.

Che fare? Non è facile rispondere. Anche perché, una volta “regolato” Telegram, è probabile che nasca un’altra piattaforma (in realtà ci sarebbe già X di Elon Musk – ex Twitter – che segue la stessa politica: massima libertà e nessuna regolamentazione). L’ideale sarebbe abbassare le volontà di potenza degli Stati e trovare forme di cooperazione, almeno sulle questioni principali, per un mondo migliore per tutti: ma ci vorrebbero leader illuminati. Il primo ministro tedesco, il socialdemocratico Scholz, vuole far rimpatriare più rapidamente gli immigrati violenti (dopo gli omicidi degli ultimi giorni), ma i paesi originari di molti potenziali rimpatri sono Afghanistan e Siria (non proprio amici). L’ennesima dimostrazione di quanto sarebbe saggio chiudere tutte le guerre, a costo di perdere pezzi di potere nel controllo mondiale, e soldi. Ed è questo il problema. Ma prima o poi una catastrofe ci farà rinsavire.

 

Photo cover: 5 /2/2003, Colin Powell mostra al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una (falsa) fiala di antrace. Foto tratta da altreconomia.it.

Venezia 81/1. Spettri in laguna

Venezia 81/1. Spettri in laguna

Di Gabriele Gimmelli

Di che si può parlare a Venezia quando il sistema di prenotazione dei biglietti funziona senza intoppi, i divi sono tornati sul red carpet e la nuova presidenza della Biennale in quota meloniana ha confermato per altri due anni la direzione artistica ormai “storica” (in tutti i sensi: è il mandato più lungo di sempre) di Alberto Barbera? Non sarebbe la situazione ideale per parlare finalmente dei film?

E invece sono proprio i film a mancare, in questi primi giorni di Mostra. Salvo occasionali eccezioni di cui si dirà e in attesa dei titoli sulla carta più forti (fra gli altri, Joker: Folie à Deux di Todd Phillips, sequel del film premiato con il massimo riconoscimento nel 2019; Queer di Luca Guadagnino; The Room Next Door di Pedro Almodóvar, al primo lungometraggio in lingua inglese; Youth (Homecoming) di Wang Bing, che tiene alta la quota “cinema del reale”), il concorso è finora scivolato via piuttosto piattamente, tra gradevolezze (la ronde vagamente rohmeriano-alleniana di Emmanuel Mouret con il suo Trois amies) ed efferatezze (Babygirl, di Halina Reijn, tentativo abbastanza cafone di resuscitare l’erotic thriller anni Ottanta, forte di una produzione “cool” come quella di A24 e di una Nicole Kidman da oltre un decennio in cerca di un ritorno ai fasti di fine anni Novanta).

Cate Blanchett in Disclaimer, di Alfonso Cuarón.

Sarà vero che – come sembrano insinuare voci udite qua e là dentro e fuori le sale – l’annata non è stata generosa, con pochi film prodotti e conseguente scarso raccolto festivaliero? Potrebbe essere questa la ragione che ha spinto la Mostra a inaugurare la sottosezione Fuori Concorso – Series: quattro serie televisive complete – M, il figlio del secolo di Joe Wright, The New Years di Rodrigo Sorogoyen, Families Like Ours di Thomas Vinterberg e Disclaimer di Alfonso Cuarón, già Leone d’oro nel 2018 con Roma – con durate che oltrepassano ampiamente le cinque ore, spalmate lungo più giornate. La sottosezione, che Barbera definisce “un esperimento”, ripropone il vetusto e un po’ noioso quesito: serie TV o film lunghi? Qui alla Mostra sembrano propendere per la seconda definizione, fidando ovviamente sull’“effetto firma” dei registi coinvolti. Cuarón, il primo a fare la sua comparsa al Lido, ha rivendicato la continuità fra la serie (prodotta da Apple e prevista per i prossimi ottobre-novembre) e il proprio modo di fare cinema, portandosi dietro il fidato Emmanuel Lubetzki per la fotografia (qui affiancato da Bruno Delbonnel) e ingaggiando un cast di tutto rispetto: Cate Blanchett, Sacha Baron Cohen, Kevin Kline. Peccato che il risultato finale, con i suoi 329 minuti complessivi, malgrado i richiami all’attualità (il rapporto fra pubblico e privato, i pregiudizi antifemminili, il rapporto fra verità e finzione), appaia davvero troppo debitore ai più usurati espedienti del mélo: più che un film lungo, un lungo feuilleton a puntate, e nemmeno dei più freschi.

In questo panorama un po’ spettrale, il film del concorso che ha polarizzato le opinioni di critici e cinefili presenti al lido è Maria di Pedro Larraín, ormai ospite fisso della kermesse veneziana, che chiude – per stessa ammissione del regista – la trilogia di film dedicata alle figure femminili iconiche del XX secolo, iniziata proprio al Lido nel 2016 con Jackie, forse l’episodio migliore del polittico. Sceneggiato come il precedente Spencer (2021) da Steven Knight, Maria mette in scena un’altra storia di fantasmi, stavolta ambientata negli ultimi sette giorni di vita della “Divina” Callas. E fantasmatica è a tutti gli effetti la Callas di Angelina Jolie, che, in spregio a ogni somiglianza fisica, sembra mettersi totalmente al servizio della Diva per antonomasia, non solo con il proprio volto e il proprio corpo, ma anche e soprattutto con tutta la dolorosa consapevolezza di che cosa significa essere una star venerata in tutto il pianeta.

Angelina Jolie in Maria di Pablo Larraín.

Sopravvissuta a se stessa e al proprio mito, reclusa per sua volontà in una casa-museo che è anche una casa-mausoleo, Callas/Jolie è un’apparizione impossibile da afferrare. Filtrata attraverso mille immagini, tra autentici filmati di repertorio e falsi reperti d’epoca, come al solito ricreati con fanatica precisione da Larraín grazie all’apporto del sempre straordinario Ed Lachman, rimane a tutti gli effetti un’icona (sacra, come dimostra l’Ave Maria verdiana nell’ouverture del film) che resiste a qualsiasi oltraggio, irraggiungibile e irreplicabile (“Non potevo replicare me stessa”, spiega, quasi a giustificare la mancata maternità). Un’apparizione in un mondo di spettri: perché tale è la realtà in cui si muove la protagonista, la mente ottenebrata dai farmaci che assume in grande quantità. “Ciò che è reale e ciò che non lo è, è affar mio”, dichiara a un certo punto in una intervista (immaginaria, manco a dirlo); e ancora: “Il palco è nella mia testa”, dice, immaginandosi ancora una volta davanti alle luci della ribalta, mentre il Trocadero e il vestibolo dell’Opera di Parigi si trasformano istantaneamente nei set di un musical dei tempi d’oro, sulle arie di Verdi (Trovatore) e Puccini (Madama Butterfly).
La dimensione operistica e la divisione in atti trasformano l’anti-biopic di Maria in una sorta di anomalo film-opera, esattamente come Jackie era (anche) un melodramma politico con inserti da documentario televisivo e tocchi musicali à la Broadway, e Spencer un racconto gotico dagli echi kubrickiani (Shining). In questo senso, uno dei momenti chiave del film è il confronto (a distanza) con Marilyn, altra diva consumata e distrutta da un pubblico sempre famelico d’icone, oltreché rivale di quella Jackie Kennedy che di lì a poco sottrarrà alla protagonista l’adorato Onassis: se al compleanno di JFK si esibisce il corpo senza voce di Marilyn, Callas è ormai una voce senza più corpo.

Maria ha in sé il meglio e il peggio di Larrain. Oppure, giusto per andar di paradossi: il peggio al suo meglio (dialoghi sentenziosi e aforistici, estetizzazione vintage del passato, la mescolanza di sublime e triviale) e il meglio al suo peggio (la direzione degli interpreti: se Jolie, con tutta la buona volontà, riesce solo in parte a restituire la carica magnetica della “Divina” Maria, va anche peggio con le figure di secondo piano, affidate ai nostri attori più esportati, Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher).

Campo di battaglia di Gianni Amelio.

Di fantasmi (fantasmi della Storia e del nostro passato recente) parla anche, in certa misura, Gianni Amelio, primo italiano del concorso e altro habitué della Mostra (il suo Signore delle formiche ha debuttato proprio qui al Lido due anni fa). Campo di battaglia, in uscita nei prossimi giorni (5 settembre) e ambientato durante l’ultimo anno della Grande guerra, è un film bellico dove la guerra incombe ovunque ma non si vede mai, in gran parte girato nelle retrovie, al chiuso, fra le stanze di un ospedale da campo prima e quelle ancor più anguste di un sanatorio poi. Un film su ciò che non si vede, insomma: come del resto non si vedono i bacilli patogeni responsabili dell’influenza spagnola che ammazza più di quanto già non faccia l’assurda smania omicida dei molti ufficiali imbevuti del patriottismo più fanatico e ottuso.

Uno di questi è Giulio (Gabriel Montesi), medico militare che si è fatto un punto d’onore di scovare e consegnare al plotone d’esecuzione tutti quei soldati che, nel tentativo di evitare la prima linea, si procurano da sé lesioni tali da ottenere il ricovero e l’esonero dalla prima linea. Gli si contrappone Stefano (Alessandro Borghi), microbiologo dotato ma imbelle, una sorta di Cristo laico o di idiota dostoevskijano, che segretamente fa in modo di aggravare le ferite dei soldati in modo da evitargli la morte sicura in trincea. Un personaggio che, a voler parafrasare Goethe, continuamente vuole il bene, ma che continuamente è costretto ad operare il male, accecando o amputando: perché così è la guerra, il tempo della morte, dal quale non può venire fuori altro che il male.

Dietro la veste del romanzo storico, Amelio gioca come si vede la carta della parabola (con una punta di romance attraverso la presenza di Federica Rosellini/Anna, medica estremamente dotata ma costretta dal pregiudizio maschile a lavorare come infermiera, contesa fra i due protagonisti), utilizzando il passato remoto per parlare del passato recente (l’influenza spagnola allude in modo trasparente alla pandemia da COVID-19) e del presente (i numerosi fronti di guerra tutt’ora aperti un po’ ovunque nel mondo). Lo stile, come negli ultimi film, è improntato a un quieto rigore formale a metà fra il Rossellini televisivo e il cinema dei Taviani degli anni Ottanta, nel tentativo di riacchiappare un certo tipo di racconto nazionalpopolare d’antan, con passaggi narrativi sempre sull’orlo del didascalismo e personaggi fortemente caratterizzati.

Malgrado l’incrollabile fede pacifista, nutrita di un umanitarismo di stampo cristiano, ciò che manca ad Amelio è forse una maggiore incisività, il coraggio di proporre una propria, radicale visione del film di guerra, appoggiandosi talvolta troppo allo stereotipo (le caratterizzazioni dei soldati, l’utilizzo immancabile del dialetto) o all’oleografico (le scene in esterni, gli interni borghesi), e confidando eccessivamente nei propri interpreti, tutti bravi (a cominciare da un Borghi sorprendente malgrado l’improbabile cadenza veneta), ma non al punto tale da prendere saldamente in mano il film, che infatti rimane un po’ lì, sospeso fra la rievocazione e la denuncia.

The Sanatorium Under the Sign of the Hourglass, di Stephen e Timothy Quay.

Volendo chiudere nel segno della spettralità, merita d’essere segnalato, nelle Giornate degli autori, The Sanatorium Under the Sign of the Hourglass dei pluripremiati gemelli britannici Stephen e Timothy Quay, che tornano alla misura del lungometraggio dopo quasi vent’anni di lavori brevi, con un’opera tratta dal grande Bruno Schulz (1892-1942), del quale avevano già rielaborato, con molta libertà, il racconto La via dei coccodrilli con il cortometraggio Street of Crocodiles (1986). Stavolta il testo di partenza è fornito da Il sanatorio all’insegna della clessidra (1937), una delle opere più celebri dello scrittore e disegnatore ebreo polacco, già portata sul grande schermo nel 1973 da Wojciech J. Has, uno dei maestri del cinema fantastico, in un lungometraggio live action.

Nei titoli di testa, i Quay tengono a precisare di essersi serviti del libro di Schulz per alcuni “motivi e temi”, traendo nel contempo ispirazione da altri testi e disegni (nel film trova spazio l’immaginario grottescamente feticista delle incisioni raccolte nel Libro idolatrico). Il film è comunque una creazione del tutto autonoma, che mescola animazione in stop-motion e attori in carne e ossa. Come tutti i film della coppia, Sanatorium evoca più che raccontare, suggerisce più che spiegare: nelle prime scene del film, un imbonitore di strada si impossessa di una sorta di Mondo Niovo, leggendaria macchina pre-cinematografica, in cui però è curiosamente incastonata la retina di un occhio umano che proietta nell’apparecchio (secondo una nota credenza pseudoscientifica del XVIII secolo) gli ultimi sette momenti vissuti dal proprietario dell’occhio appena prima di morire. Inizia così il viaggio in una sorta di oltretomba perennemente al buio, abitato da larve in sonno e demoni dispettosi; un aldilà che ricorda molto una sala cinematografica, in cui si sogna tutti insieme (“Qui dormono tutti”, dice uno dei personaggi, “d’altronde è sempre notte qui”), oppure si spia un po’ ovunque, attraverso gli oculi del Mondo Niovo come per il buco della serratura. Fantasmi che guardano altri fantasmi di nascosto: il cinema, sembrano dire i due gemelli registi, forse è tutto qui.

In copertina: Angelina Jolie / Callas nel film “Maria” di Pedro Lorrain 

Vite di carta /
A Mantova l’edizione n.28 del Festivaletteratura

A Mantova l’edizione n.28 del Festivaletteratura.

Ci siamo quasi: da mercoledì 4 a domenica 8 settembre si terrà a Mantova l’edizione 2024 del Festivaletteratura,  il Festival  più longevo d’Italia come ci dicono le pagine introduttive al Programma. Le parole d’ordine lanciate anche quest’anno dal Comitato organizzatore sono “mettersi in ascolto, intensificare lo scambio, allargare il campo”.

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Così, nello spazio del centro storico della città, ma anche all’intorno in luoghi della periferia e della provincia, la kermesse letteraria darà vita a oltre 300 incontri, con ospiti provenienti da ogni parte del mondo e un pubblico che negli ultimi anni è sempre più internazionale. È preferibile chiamarli incontri, e non eventi come si dice abitualmente,  perché la vocazione del Festival si mantiene quella del dialogo e della condivisione “dal vero”, in presenza di chi parla e di chi ascolta,  col gusto di andare controcorrente in un tempo come il nostro.

Scrittori, giornalisti, rappresentanti delle case editrici, librai, illustratori, traduttori, bibliotecari e soprattutto moltissimi lettori, ecco chi animerà per cinque giorni gli spazi del Festival, elettrizzando la città. Ci sarà anche periscopio, con alcuni dei suoi redattori.

Tra i lettori sarà dato ampio spazio ancora una volta ai giovani e giovanissimi. Molti di loro hanno aderito nel corso dell’anno a gruppi di lettura della città o di reti più ampie. È il caso, per esempio, di Read More, il progetto di lettura che Festivaletteratura sta portando avanti dal 2016 nelle scuole secondarie di tutta Italia. Al Festival la Biblioteca di Read More dedicata a lettrici e lettori under 20 arriverà con due iniziative, per ritrovarsi in biblioteca al Museo Diocesano e anche nello spazio aperto di Piazza Alberti.

I luoghi della interazione umana difficilmente sono fondali neutri, men che meno ciò accade a Mantova, dove l’intenzione di mettere insieme le persone e i loro pensieri fa sì che si aprano aule scolastiche, piccole e grandi sale, ogni spazio al chiuso e all’aperto che sia consono alla relazione.

Vale per i lettori di tutte le fasce d’età e per ogni tipo di interesse, ma vorrei dire di passione. Vai al Festival e ti aggiorni sulle idee che si muovono nel mondo: ascolti parlare di economia e di ambiente, di libri antichi e nuovi, di critica letteraria e sociale, di lingua e altri linguaggi, film, podcast e tanto altro. Nella edizione 2024 sarà dato spazio a temi portanti quali il giornalismo e la guerra, il pensiero decoloniale, le relazioni tra scrittura e corpi, la presenza umana nell’ecosistema terrestre, madri e padri.  Si articoleranno nuove serie accanto alla più sperimentate in un intreccio di percorsi che il Programma mette in evidenza usando i colori, come nella mappa della metropolitana in una grande città da esplorare.

In questi cinque giorni di convivio le parole tuttavia restano il pane: come dice Manuela Manera in una delle pagine iniziali “le parole non sono mai ‘solo parole’ ma costantemente si fanno intrecci, narrazioni, prospettive talvolta inedite e sorprendenti. Mostrano sentieri da percorrere insieme o luoghi dove ritrovarsi”.

 

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Presto di mattina /
Trasverberare, innestare per ferita

Presto di mattina. Trasverberare, innestare per ferita

Ferita dall’amore

«Sente di essere stata ferita,
ma non sa da chi, né in che modo. Però riconosce che è
una ferita preziosa e non vorrebbe guarirne.
Teresa d’Avila, Castello interiore, Seste mansioni, 2, in Opere, Roma 1985, 864

Mese di ricorrenze carmelitane quello di agosto. Dopo il ricordo di Edith Stein, venerdì 9, come un introito, lunedì 26, a compimento, la solennità della dedicazione della chiesa a S. Teresa trasverberata del monastero sito nel piccolo piazzale in angolo fra via Brasavola e via Borgo Vado.

L’estasi della santa che sta per essere colpita al cuore con un dardo infuocato da un angelo sorridente è rappresentata in una famosa scultura in marmo e bronzo del Bernini nella cappella Cornaro, presso la chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma.

Le letture della liturgia del giorno hanno fatto da trama alla riflessione.

Teresa di Gesù sta sotto i nostri occhi nella trasverberazione del cuore. Dove si trova? Sta in un luogo aperto, un mare senza sponde; sta in un cuore che resta aperto perché ferito dall’amore. E la preghiera di colletta ci dà già un indizio di cosa significhi “trasverberazione”: “Portare nel cuore i segni, la ferita, di un altro amore pure lui trafitto”. Si dice infatti: tu «hai impresso i segni misteriosi del tuo amore e l’hai animata a forti imprese».

La trasverberazione è per Teresa l’esperienza di cosa sia vedersi ferita sotto gli occhi dell’Agnello! Ferita oltre sé stessa, nell’Altro. Scrive ne La Vida 29, 11: «Questa pena e gloria insieme mi facevano perdere il senno, al punto che non potevo capire come potesse accadere o che cos’è vedere un’anima ferita! Capisco solo che la si può dire ferita da qualcosa di tanto eccelso; e vede chiaramente che non è lei ad avere smosso qualcosa da cui raggiungesse questo amore, ma sembra che dal grandissimo amore che il Signore ha per lei sia caduta all’improvviso in lei quella scintilla che le fa ardere tutta».

Riluce la scintilla: è la ferita d’amore dell’Amato che muove, provoca il desiderio e le parole dell’amata a chiedere di essere innestata a lui per ferita: «mettimi come sigillo sul tuo cuore». «Fiamma d’amor viva» scriverà Giovanni della Croce, che ferisce con amoroso cauterio nel profondo, e che nel Cantico spirituale dirà dell’amata:

«viveva in solitudine, / (nel deserto) e nella solitudine ha già fatto il nido;/ e nella solitudine la guida/ solo il suo Amato/, anche nella solitudine dell’amore ferito», (c. 35). Cosa potremmo dire ancora di questa esperienza mistica? L’Agnello, il Cristo vive in me! Queste le parole di Teresa: «Vita, che altro posso dare/ al mio Dio che vive in me,/ se non perder proprio te,/ per riuscire a guadagnarti? Ché il mio Amato amo talmente, da morir perché non muoio».

Idillio e corteggiamento senza fine

Ma come possiamo immaginarci questa unione mistica? Teresa cosa dice? Quasi di sfuggita mi sono accorto leggendo le ultime righe del cap 29, 13 di una parola “requiebro”, che compare una sola volta nel testo per esprimere la tenerezza, o meglio le tenerezze d’amore. Un’espressione tradotta nell’VIII edizione del 1985 Opere di S. Teresa come «soavissimo idillio» e nella nuova versione de La Vida con «corteggiamento».

Leggo: «Un corteggiamento così dolce fra Dio e l’anima che supplico la sua bontà di farlo gustare a chi penserà che stia mentendo». Idillio, è una vita avvolta e intrisa nell’amore: «lasciandomi avvolta, riarsa (la nuova traduzione) in una fornace d’amore».

Corteggiamento è per attrarre a sé, un condurre con sé, un parlare al cuore simile a quello di Dio con il suo popolo profetizzato da Osea: «ecco, la attirerò a me,/ la condurrò nel deserto/ e parlerò al suo cuore./ Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, / Ti dimostrerò il mio amore/ e la mia tenerezza./Sarai mia per sempre». (Os 2,16+)

Per quel poco che ho potuto verificare, il termine è usato anche da Giovanni della Croce una volta al plurale e proprio in un contesto di intimità amorosa, mistica: «I doni amichevoli che lo Sposo fa all’anima chiamata colomba bianca quella dell’arca (ma anche del cantico) in questo stato sono inestimabili, e le lodi e gli elogi (requiebros) – corteggiamenti si potrebbe tradurre – dell’amore divino che con il grande passaggio di frequenza tra i due è ineffabile» (Cantico spirituale, nelle Annotazioni che precedono il canto 34).

La seconda lettura ci ricorda che la trasverberazione è collegata alla (scaturisce anzi dalla) virtù teologale della carità, che è la via migliore di tutte e conduce al «desiderio di vedere Dio» così come egli è. Si passa dal vedere come in uno specchio, al vedere faccia a faccia, sino a raggiungere l’inesprimibile, riferito da Paolo, che attende il momento in cui conoscerà esso stesso conosciuto dall’amore, trasformato in lui.

Custodire e dimorare vanno insieme

Conoscere l’amore non è possibile senza il custodire e il dimorare nella Parola. Ce lo ricorda Gesù, nel vangelo, nel discorso d’addio. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.”

Osservare è custodire stando innanzi”; è custodire l’altro, intenti all’ascolto, perché la parola ne dice la presenza, l’esserci. È permanente rivelazione, dono di sé. Istintivamente vien in mente invece il proteggere, il gesto difensivo, la chiusura; ma custodire l’altro è restargli “aperto, dinanzi”, in una relazione dialogica stando aperti, come Teresa, come Maria stessa nell’apertura/ferita del cuore, ma generativa del dimorare l’uno nella ferita dell’altro.

Leggiamo nell’Apocalisse, ma poi nel Cantico: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3, 20)». È il mio diletto che bussa: «Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di gocce» (2,6).

Questa esperienza mistica, questa grazia della trasverberazione sembra essere avvenuta quando Teresa era prioria nel monastero dell’Incarnazione (1571-1574) negli anni della riforma del Carmelo. Un’intuizione nata una sera nella sua cella in compagnia di Giovanna Suarez, amica d’infanzia, e altre quattro compagne, anche grazie agli incontri con Pietro d’Alcántara, colui che dissipò i dubbi di coloro – dotti ecclesiastici – che l’accusavano di possessione per le sue esperienze mistiche.

Un tempo di urgente riforma anche per noi è pure il nostro. Un tempo trasverberato, dunque, ossia aperto all’accadere dell’ora giovannea, trapassato nell’incontro con l’Agnello ferito. In Giovanni evangelista il simbolo dell’Agnello pasquale accompagna Gesù dall’inizio alla fine della vita, fino al momento in cui nessun osso gli è spezzato e in cui gli viene trafitto il costato.

Nella sua contemplazione poi, Giovanni, il veggente di Patmos, nell’Apocalisse arriva alla identificazione tra l’Agnello e il Pastore, che guida “alle fonti delle acque della vita”. Viene in mente il Pastorello del canto di Giovanni della Croce che ha nella «sua pastora fisso il suo pensiero, ha il petto dall’amore lacerato».

Chiesa trasverberata: il travaglio delle riforme

Ha scritto il monaco Ghislan Lafont in La Chiesa: il travaglio delle riforme, San Paolo, Cinisello Balsamo, Milano, 2012: «L’immagine della Chiesa non può essere diversa dall’immagine di Cristo. Ora, l’immagine predominante di Gesù oggi mi sembra essere piuttosto quella del Servo, dell’Agnello di Dio, dell’uomo delle Beatitudini, con la forte intuizione che questo aspetto di umiltà non sia legato soltanto alle necessità della redenzione dei peccati, ma che appartenga più profondamente all’essenza stessa di Cristo: sin nella gloria, Gesù rimane l’Agnello immolato, perché l’immolazione è un altro nome dell’Amore, e colui che ama offre la sua vita, eternamente…

Ora, se questa è l’immagine di Gesù che lo Spirito Santo insegna oggi alla Chiesa, abbiamo in essa un invito alla riforma nel senso più profondo del termine. Riformarsi significa per la Chiesa ricomporre gli elementi che la costituiscono, secondo la forma dell’Agnello immolato – senza velare la Gloria, ma sapendo che questa non è ancora pienamente apparsa e che, quando apparirà, si manifesterà come il dono dell’Amore in pienezza.

Si è parlato in occasione del Concilio, ma soprattutto del postconcilio, in America Latina, dell’“opzione preferenziale per i poveri”. È la prima cosa che bisogna dire quando si percepisce l’appello a modellarci sul volto di Cristo umile, povero, e che porta la sua croce. Il criterio del cristianesimo secondo Gesù stesso, è che “il Vangelo è annunciato ai poveri”.

Ma ciò è possibile in profondità solo se la Chiesa è essa stessa povera della povertà di Gesù Cristo: Gesù non è andato verso i poveri, egli apparteneva ai poveri. La riforma della Chiesa secondo la somiglianza di Gesù Cristo povero, piuttosto che secondo l’assimilazione frettolosa alla gloria di Gesù resuscitato, dovrebbe rendere naturale e facile l’accesso dei poveri, per ricevere da essi e per donare loro» (ivi, 271-273).

Come Teresa nella sua trasverberazione tutti stanno sotto gli occhi dell’Agnello, provando a seguirlo ovunque egli vada.

Fiamma d’amor viva

Concludo con un testo poetico di Giovanni della Croce. Fu composto secondo le sue stesse parole nel 1584 durante la preghiera, uno svelamento della sua esperienza interiore in poesia.

Esperienza trinitaria è quella dei mistici: “lampade di fuoco” nell’unica “fiamma d’amor viva”; così nelle parole “cauterio soave” e “deliziosa piaga” si nasconde l’azione dello Spirito Santo che ferisce la mortalità con dardo d’immortalità; “O tenera mano” che perdona è quella del Padre, il Figlio è nascosto nel “tocco delicato” che cambia morte in vita. Lampade di fuoco sono, che l’“oscuro e cieco” senso del vivere dell’amato mutano in “calore e luce insieme”.

O fiamma d’amor viva,
che amorosamente ferisci
della mia anima il più profondo centro!
poiché non sei più dolorosa,
se vuoi, ormai finisci;
squarcia il velo di questo dolce incontro.

O cauterio soave!
O deliziosa piaga!
O tenera mano! O tocco delicato,
che sa di vita eterna
e ogni debito paga!
Uccidendo, morte in vita hai mutato.

O lampade di fuoco,
nei cui splendori
le profonde caverne del senso,
che era oscuro e cieco,
con straordinarie perfezioni
calore e luce insieme danno all’Amato!

Come dolce e amoroso
ti risvegli nel mio seno,
dove segretamente solo tu dimori!
Nel tuo spirar gustoso,
di bene e gloria pieno,
come delicatamente m’innamori!

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