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Parole a capo
Quattro Poesie del tempo presente

Quattro Poesie del tempo presente

il tempo gramo si accoppia con il nuovo tempo e genera vecchie opinioni”
(Helmut Heissenbuttel)

 

NELLA PARENTESI DI TEMPO

Era una giornata del fine settimana iniziato di un grigio screziato, nella Pianura Grande
dove non era sorto né tramonterà il sole rimasto lassù in alto.
Era una giornata come milioni di altre di una settimana quasi terminata come tantissime
trascorse e frantumate in tante azioni lillipuziane, incombenti minimi, pezzi di pane comprati e altri invecchiati di mollichine date agli uccelli stanziali della Pianura Grande e pettirossi fidelizzati nel giardinetto a nord tra vecchi muri e un tettuccio dove di nuovo
passava il gatto nero
dal collarino rosso e uno nuovo tigrato che si era smarrito e voleva entrare in casa
e si strusciava sulle gambe e si arrampicava troppo in altro sul ligustro inclinato, era evidente che prendeva misura per saltare nel giardino di lato, quello con il boschetto di nandina tutto fiorito di bacche scarlatte e di tuie alte al confine di fronte.
Le tuie sono sempreverdi snelli e azzurri e, talvolta ,ci si impiglia la nebbia, contro.
Quando riprendeva il passaggio di gatti sul tetto del ripostiglio in fondo al giardinetto, significa, che l’inverno non segna più il passo.
Tra poco miagoleranno ancora d’amore i gatti tra i cespugli, versi lamentosi e prolungati.
Lei pensava sotto sotto che l’amore, felino o no, facesse male.
E la Pianura Grande non l’aveva dissuasa.
Cos’era l’amore, dopo tanto tempo nel Territorio Vastissimo, oggi, dal cielo ovattato?
Mah, un portare l’acqua con le orecchie, in un imperterrito scorrere di sabbia.

(Alida Stroili)

 

*

Notte immobile e nera
avanzo tradito di sera,
stasi immonda d’odio.
Sola avanza e si leva,
lieve luce di lume.
È preghiera di giusti,
a costruire d’ognuno
il nuovo mattino.

(Stefano Agnelli)

 

*

 

DISACCORDI
Fuggono i giorni in vortici impazziti
dai calendari
uno via l’altro e senza sosta mietono
indifferenti ciechi.
Mi affanno inutilmente ad inseguirli
per trattenerne un lembo
per rubare un brandello al tempo avaro
di qua dal buio.
E come a ricercare
rifugio la memoria
torna a quei giorni giovani lontani
lenti e supini, parevano immobili…
Li precorreva l’immaginazione
traboccante di sogni e attese certe,
bruciante di impazienza e di azzardi
spericolati.
Così passa la vita a ricercare
un punto di armonia
e la saggezza di accordarsi al tempo.
(Marta Casadei)

 

*

 

FERMATA IMPROVVISA

ritaglio panorami immaginari
per evadere oltre l’orizzonte,
superando i confini del giorno
accarezzando altri profili del tempo.
spolvero sorrisi, sogni,
silenzioso
e mi scopro tra le mani
solo un biglietto d’andata.

scendo alla prossima
fermata
alleggerendo l’autobus
dei miei problemi

quando un miserere
incrocia volti d’impazienza.

(Pier Luigi Guerrini)

 

NOTA: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 271° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
(In copertina: Foto di Jim Black da Pixabay)

È PARTITA LA CAMPAGNA PER LIBERARE FERRARA DA HERA

È PARTITA LA CAMPAGNA PER LIBERARE FERRARA DA HERA

Lo sai che Hera è stata multata nel dicembre 2024 per quasi 2 milioni di € dall’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) per aver imposto prezzi iniqui ed eccessivi agli utenti del teleriscaldamento a Ferrara?

👿 Hera negli anni passati ha fatto pagare agli utenti del teleriscaldamento a Ferrara il 45% in più di quanto sarebbe stato equo incassare. 👮🏼‍♀Lo ha rilevato l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che ha condannato Hera ad una multa di quasi 2 milioni di € per abuso di posizione dominante e per aver impedito ai consumatori di beneficiare dell’uso di fonti rinnovabili a costi contenuti per produrre un bene essenziale come il calore.

💰💰💰Questo perché non esistendo all’epoca une regolamentazione nazionale chiara per le tariffe del teleriscaldamento, Hera ha pensato bene di fissare in sostanza unilateralmente, con la copertura del Comune di Ferrara, le tariffe del teleriscaldamento: un bell’esempio di pratica speculativa! 🤯

#liberiamoFerraraDaHera

Nota: Periscopio aderisce alla campagna “Liberiamo Ferrara da Hera”

 

Le vite di carta. un loden senza inverno di roberto dall'olio

Vite di carta /
“Un loden senza inverno” di Roberto Dall’Olio

Vite di carta. Un loden senza inverno di Roberto Dall’Olio

Chi vorrebbe indossare un loden, pur bello e di qualità, che non è della sua misura esatta? Aprire l’anta dell’armadio e preferirlo all’altro più nuovo e calibrato sulla propria figura. Lo vuole il figlio, se, come accade in questa recente raccolta di Roberto Dall’Olio, autore storico di Periscopio con oltre 300 poesie pubblicate e tra i fondatori del sodalizio poetico Ultimo Rosso. Questo loden racchiude in sé la memoria del proprio padre, il “babbo” che dopo la morte attraversa liricamente le oltre cento poesie del libro.

Sono tante le cose che vorremmo sentir dire a Roberto nel corso della presentazione che stiamo per iniziare alla Biblioteca Popolare Giardino. È l’ultimo giorno di gennaio e a quest’ora fuori si è fatto buio. Quando si apre la porta gli amici che entrano a piccoli gruppi sono delle epifanie. Li riconosciamo e ci avviciniamo per salutarli. Per Maria Calabrese e per me, che abbiamo pronta una scaletta con le domande, l’emozione, anziché lasciarsi addomesticare, si fa più densa.

Con questo comincia il ciclo di cinque incontri poetici alla BPG il cui titolo, Quando tace il rumore della folla, allude alla poesia come silenzio e in silenzio la sala strapiena ascolta la presentazione che faccio delle numerose pubblicazioni che Roberto ha al suo attivo.

Poi Maria cala dentro a Un loden senza inverno, dentro il forte sentimento di bene che lega figlio e padre e le tante modulazioni con cui trascolora pagina dopo pagina.  Lì la seguo a mia volta per aggirarmi tra temi, nomi, oggetti, percorsi che il figlio compie dentro il ricordo del padre Orfeo e ne riemerge con uno sguardo rinnovato sul sé.

Che dire di una raccolta così intima in presenza dell’autore e di amici. A noi che la presentiamo piace dare conto della comunicazione intercorsa tra il poeta e chi non è più, indagare sulle parole che ridisegnano il vissuto col padre e il presente senza di lui. Maria legge alcuni testi, ne ricava i luoghi attraversati insieme dal padre e dal figlio, il DNA familiare che ha legato Roberto al “babbo” e a “mia mamma”.

L’amico Alberto Poggi si unisce al dialogo con la sua chitarra e con la voce e allarga gli spazi dell’immaginario che condividiamo qui stasera.

Mi inserisco e vado dentro ai testi in cui compaiono le foto scattate da Orfeo con competenza e passione, a Roberto fa piacere ricordare che suo padre è stato allievo del medicinese Enrico Pasquali, uno dei fotografi più importanti del neorealismo italiano.

Respiro e raggiungo la poesia dedicata alla “bici”, è lì che voglio arrivare per ricordare anche il mio di padre. So che i presenti possono perdonare questa incursione nella mia perdita personale perché, nel momento in cui delego alla scrittura poetica di Roberto l’espressione della mia malinconia per le infinite pedalate della giovinezza, sento che posso farlo anche a nome di tutti. Glielo dico: la tua poesia parla sul mondo anche per me.

Che sia questo il senso più largo della poesia confessionale a cui aderisce la poesia di Roberto? Fa i nomi di Robert Lowell e Anne Sexton, poeti del pieno Novecento statunitense che ora andrò a leggere.

Maria intanto legge passi da alcuni testi in cui sono evidenti i caratteri della poesia civile a cui si è votata a lungo la scrittura di Roberto. Basti ricordare Irma, il libro dedicato alla lotta che Irma Bandiera ha condotto da partigiana contro il Male assoluto, oppure La Storia insegna, il poema storico-civile abitato tra le altre dalla figura di Antonio Gramsci.

Ci piacerebbe leggere di più, aggiungere riferimenti alle altre raccolte. Maria ritrova una poesia dedicata a Bologna anche in Se tu fossi una città, il brillante volume uscito nel 2019.

Mi sono distratta: sto seguendo un’intuizione che mi è nata da quella nota di poetica sulla poesia confessionale. Non sarà che anche la narrativa, intima e insieme universale, con cui stanno emergendo nel panorama letterario italiano scrittrici come Maria Grazia Calandrone e Claudia Durastanti si può definire narrativa confessionale ?

Eccomi di nuovo dentro ai testi del Loden per porre l’accento sulla forma, do esempi di quei grumi lessicali che hanno emozionato Maria e me, veri scudisci che spiazzano chi legge, specie se posti alla fine del testo: “A volte/è proprio difficile/accettare il passaggio/Accettare/Ha un che/di spaccare/Forse non a caso/Causa/Un dolore bianco/Primitivo/Senza/pausa

“Ma li terrò/Tutti i dischi/Di quell’America/Che era nei tuoi scaffali/E diventò patrimonio/Del mio UNESCO/La mia giovinezza/La mia vita”.

Anche riscritti così di seguito, i versi mostrano la loro brevità, il testo che li aggrega è affusolato come una stalattite di parole che colano verso il basso chiamate da una legge interna di gravità. Nel commentare Tutto brucia tranne i fiori, l’opera dedicata alla storia passionale e intellettuale di Abelardo ed Eloisa, il grande critico Andrea Battistini riconosce a Roberto “un modernissimo stile franto, con versicoli perfino monosillabici…a inseguire un flusso di coscienza senza punteggiatura che perfino nel perseguire il monologo interiore è sempre rivolto a un interlocutore, a un “tu” poetico che esclude la solitudine”.

Da sinistra Alberto Poggi, Roberta Barbieri, l’autore e Maria Calabrese

Gli chiediamo se nel Loden la comunicazione col padre, dando espressione e voce al dolore, lo ha potuto emendare.

In parte, risponde. Ma il discorso sarebbe lungo.

La ricchezza poetica dei testi di Roberto è una cattiva bussola che quasi non ce ne ha fatti accorgere, ma l’orologio segna l’ora in cui dobbiamo concludere questo incontro a più voci.

Il resto lo fa l’amicizia, e insieme andiamo fuori a ritrovare l’inverno.

Nota bibliografica:

  • Roberto Dall’Olio, Un loden senza inverno, Pendragon, 2024
  • Roberto Dall’Olio, Se tu fossi una città, L’Arcolaio, 2019
  • Roberto Dall’Olio, La Storia insegna. Poema storico-civile, Pendragon, 2007
  • Roberto Dall’Olio, Irma, L’Arcolaio, 2017
  • Roberto Dall’Olio, Tutto brucia tranne i fiori, Moretti e Vitali, 2015

Cover e immagini nel testo fornite dalla Biblioteca Popolare Giardino

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Panikkar – Latouche e le bugie del Pensiero Unico e della globalizzazione.
Intervista all’ecofilosofa Gloria Germani

Pluriversum di Serge Latouche e Raimon Panikkar, la falsità del Pensiero Unico e della globalizzazione.
Intervista all’ecofilosofa Gloria Germani.

Il libro “Pluriversum. per una democrazia delle culture” è forse uno dei più rivoluzionari testi di Raimon Panikkar scritto insieme al filosofo-economista Serge Latouche.
Gloria-Germani

Di questo tema ne parliamo con l’ecofilosofa fiorentina Gloria Germani, laureata in filosofa occidentale e poi in filosofia orientale (Università di Firenze, Università di Pisa, New York University), che da trenta anni lavora nell’ambito della cultura e dell’industria dell’audiovisivo. Si è dedicata soprattutto al dialogo interculturale tra Oriente e Occidente con i suoi libri ed ha focalizzato il suo attivismo e i suoi scritti verso l’ecologia profonda, le spiritualità e le epistemologie indigene, la critica della visione scientifica moderna occidentale e la sua colonizzazione dell’immaginario. Allieva di Caterina Conio, ha conosciuto e studiato i protagonisti del dialogo interculturale come Henri Le Saux, Raimond Panikkar, Madre Teresa di Calcutta, Serge Latouche, Helena Norberg Hodge, Vandana Shiva e primo tra tutti, il Mahatma Gandhi. Amica ed allieva del giornalista Tiziano Terzani, è considerata la più grande esperta del suo pensiero, che oggi promuove attraverso incontri e libri. Ha fatto parte del Centro Studi Caterina Conio e fa parte del Centro Gandhi di Pisa, dell’Associazione per la Decrescita, di Navdanya International, della Rete per l’Ecologia Profonda ed ha organizzato in Italia due convegni internazionali Economics of Happiness.

Il libro è purtroppo troppo poco conosciuto, ma è forse una delle ferree critiche all’universalismo occidentali. Che cosa significa e perchè è rivoluzionario?

Pluriversum. Verso la democrazia delle culture, Jaka Book, 2018

Sì, è davvero un libro rivoluzionario e la lunga introduzione di Serge Latouche scritta dopo la morte di Panikkar (1918-2010) è davvero potente e sa mettere in luce il maggior problema che abbiamo oggi: “l’impostura rappresentata dall’universalismo occidentale”. Latouche e Panikkar si erano conosciuti personalmente e il francese ricorda bene l’amico denunciare quello che oggi viene chiamato e deprecato come il Pensiero Unico. Perché oggi abbiamo un Pensiero Unico? Perché esso si manifesta nell’unica Narrazione della Globalizzazione o occidentalizzazione del Mondo?

Raimond Panikkar, come sappiamo, era nato da padre indiano e madre spagnola e nella sua lunga carriera di accademico, teologo e intellettuale interculturale, ha denunciato con forza che “esistono sistemi di pensiero e culture tra loro incompatibili e incommensurabili” che si traducono in modi di vivere diversi. Ciò significa che se ammettiamo un super sistema, cioè un punto di vista superiore, il pluralismo viene distrutto e destinato a rimanere (come oggi avviene) come mero folclore ad uso turistico.

In ogni caso “è sufficiente dare un’occhiata alla stampa quotidiana, per rendersi conto del feroce etnocentrismo che caratterizza non solo il 90% dell’informazione”, ma si badi bene, anche gli studi e gli articoli culturali, come la maggior parte della produzione accademica.
Come fa notare Latouche, la critica di Panikkar alla globalizzazione e all’economizzazione del mondo lo avvicina a pensatori radicali come Jacques Elull e Ivan Illich, ma in lui il teologo ha spesso occultato il filosofo. Da qui la necessità di mettere insieme alcuni suoi articoli e saggi ormai introvabili in un volume (Pluriversum. Verso la democrazia delle culture, pubblicato in Francia nel 2013 e in Italia nel 2018) che dia più forza a questo pensiero anche in ambito laico.

Panikkar ha chiarito con forza che la Scienza non è né neutrale, né universale e che la tecnologia moderna è “il cavallo di Troia” dell’occidentalizzazione del mondo. In questo senso il filosofo catalano ha molti punti di contatto con Tiziano Terzani, e su ciò ho già scritto estesamente (G.Germani, Il mito del Progresso in Panikkar e Terzani, in AA.VV. La decrescita tra passato e Futuro, Napoli, 2018).

Il tema fondamentale affrontato nel volume da Panikkar e Latouche è quello dei diritti umani. In questo articolo importantissimo del 1982, Panikkar ha dichiarato che essi non sono universali, ma sono concetti occidentali. In che cosa consistono?

Il concetto di diritti umani è una delle “finestre sul mondo”, cioè quelle idee che presuppongo intere e diverse cosmovisioni. Come sottolinea Latouche, la dichiarazione del 1948 non nasce da un dialogo, ma scaturisce dal protestantesimo liberale e si è diffusa come imposizione occidentale. Non per niente il Mahatma Gandhi, interpellato nel 1947 dal segretario dell’ONU, dichiarò ufficialmente che non conosceva un diritto che non nascesse da un dovere precedentemente assolto. Quindi si rifiutò di partecipare alla stesura della Carta Diritti dell’Uomo. (Cfr. G. Germani, Verità della decrescita, Castelvecchi, p. 73 sgg.)

Il concetto di Diritti Universali dell’Uomo presuppone quello di individuo che, come Latouche ha sottolineato in altri studi – nasce in Europa all’inizio dell’Ottocento e non esisteva prima. In altri contesti, l’uomo era una rete di relazioni complesse, perché una persona è tutto il tessuto che le sta attorno. L’idea di individuo è frutto di un riduzionismo tipico del pensiero moderno.

Ugualmente Scienza ed Economia sono due dimensioni del nocciolo duro dell’Occidente che quest’ultimo considera universali ma che in realtà impone con forza. “L’odierna società paneconomica è assolutamente intollerante – scrive Panikkar – nei confronti di qualunque attività umana (ad esempio la contemplazione) che non sia produttiva”, cioè economica e finalizzata a un risultato economico.

L’adozione della nozione di diritti universali – sottolinea Panikkar – è “una continuazione della sindrome coloniale”, cioè la credenza che alcune idee (Dio, Chiesa, Impero, civiltà occidentale, scienza, tecnica moderna) siano così alte da poter esser diffuse su tutta la terra. Ma si tratta di una presunzione, direi immatura e puerile. Ci sono inoltre molti postulati che stanno alle spalle della nozione dei diritti. I Diritti dell’Uomo, per come li conosciamo, difendono l’individuo di fronte alla società in generale, e dallo Stato in particolare. Quindi si postula che l’essere umano è un individuo e la società una sorta di sovrastruttura. Ma si postula anche che gli esseri umani siano autonomi rispetto al cosmo; che l’uomo sia superiore a tutti gli altri esseri senzienti, che la società non sia il riflesso di un ordine prestabilito o divino, ma esclusivamente la somma di individui liberi. Tutti questi postulati sono semplicemente assenti in altre culture, mentre “continuano ad essere usati come un arma politica”.

Molto illuminante a questo proposito è la riflessione sul concetto indiano di Dharma, che significa ordine etico, legge, caratteristica delle cose, verità, moralità, giustizia.Il dharma -scrive Panikkar – è ciò che tiene insieme, che dà coesione e quindi forza ad ogni cosa, alla realtà e in ultima analisi ai tre mondi ( triloka).Il mondo in cui la nozione di Dharma occupa un posto centrale e che pervade tutto, non ha alcun interesse a mettere in evidenza il “diritto “di un individuo contro un altro o di un individuo nei confronti della società, ma si preoccupa piuttosto di accertare il carattere dharmico ( giusto, vero, coerente) o adharmico di una cosa e di un’ azione nell’insieme del complesso. Qui il punto di partenza non è l’individuo ma la totalità nella sua complessa concatenazione del reale”.
Questa prospettiva indiana – messa in luce da Panikkar – è particolarmente importante, perché la fisica stessa, da Einstein in poi ma soprattutto da Heisemberg, Bhor, Bohm, ha chiarito che non esistono sostanze indipendenti e separate come abbiamo ingenuamente creduto da Newton e Cartesio.

Il nostro mondo è oggi schiacciato da un lato dall’ipertrofia dei nazionalismi e dall’altro dall’omologazione del mercato globalizzato. La “democrazia della culture” di cui parlano gli autori, secondo te, può essere realizzabile? Se sì a partire da quali presupposti?

Lo Stato Sovrano come sappiamo è uno dei frutti del pensiero occidentale illuminista. Gli Stati Sovrani hanno circa due secoli, ma quanto potranno durare? Panikkar propone “come alternativa la bioregione che consiste in regioni naturali in cui le mandrie, le piante, gli animali, le acque, e gli uomini formano un insieme unico e armonico”.
Questa prospettiva molto ecologista è l’unica che può prospettare un futuro all’Ecosistema che ci ospita (cfr.A.Naess), il quale al contrario è totalmente minacciato dal sistema scientifico industriale, con gli enormi rischi oggi evidenti. Il sistema scientifico-tecnico-industriale costituisce appunto il Pensiero Unico, il super sistema che sta distruggendo culture millenarie e che sta alla base della globalizzazione, del cosiddetto “Progresso” e insieme del collasso climatico.

Nel libro si parla addirittura della necessità non solo di liberare l’essere umano dalle strutture sociali che lo opprimono, ma anche dalla sua liberazione da quel tempo che divora tutta l’esistenza umana e monopolizza tutto il suo essere generando alienazione e perdita della dignità. Di quale tempo parlano e quale tempo dovremmo vivere?

E’ necessario prendere coscienza che ci sono varie idee del tempo e quella che oggi diamo per scontata, non è universale, né comune a tante altre culture. Come scrive Latouche: “la concezione del tempo nel quale si vive ha un ruolo fondamentale nel determinare il modo in cui si conferisce senso a ciò che si vive. Un’immersione nella concezione circolare del tempo che si trova in numerose culture modifica la prospettiva “. Andrebbe sottolineato con forza che “esiste una concezione giudeo-cristiana-marxista contemporanea” ed è questa che dà alla morte quell’aspetto di frustrazione e di interruzione (cattiva o sbagliata) perchè impedisce la realizzazione dei nostri progetti.
Se si abbandona l’idolatria per il tempo lineare, perde senso la separazione tra vita attiva e vita contemplativa. La riflessione di Panikkar e con lui di tutta la cultura degli indiani, ci invita a riconsiderare la concezione occidentale della Storia. Come aveva ben compreso anche Tiziano Terzani, “la storia non li ha mai interessati. Non l’hanno mai scritta; non ci hanno mai riflettuto molto sopra. Per loro quel succedersi di fatti è come sabbia sollevata da folate di vento: mutevole e irrilevante”.

Un ‘altra idea che ha un impatto fortissimo sulla politica e la nostra attualità, è quella di “sviluppo” – definita da Latouche, nel nostro testo, un’impostura. “Questo termine – precisa Panikkar – suggerisce un insieme di valori – quali la concezione di una forma specifica di progresso, di tempo lineare, di una dipendenza tra i beni materiali e il benessere umano e via dicendo – che non sono degli universali transculturali”.
La distinzione tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo fu lanciata infatti dal presidente americano Truman nel 1949. Fu precisamente da allora che – come ci ricorda Panikkar in un altro testo – tramite la parola ufficiale delle Nazioni Unite, che l’80% dell’umanità venne considerato “sottosviluppato” o “in via di sviluppo”. Questi Paesi “sottosviluppati” non hanno però creato il collasso climatico! Dobbiamo riflettere!

Le nostre società opulente devono riscoprire il valore della Verità. Quale verità?

Certamente si, e tutte le prospettive di pensiero a cui abbiamo accennato sopra, lo richiedono. Per capire la Verità, occorre studiare più Gandhi, piuttosto di Marx.
Concludo con un pezzo molto bello di Latouche tratto dal suo ultimo libro “Lavorare meno, lavorare tutti, non lavorare affatto “(Bollati Boringhieri, 2023): “La compressione del tempo è un effetto fondamentale della distruzione del mondo concreto provocata dal produttivismo della società della crescita.

In Occidente l’invenzione dell’orologio in pieno Medioevo, è stato il punto di partenza dell’artificializzazione del mondo e dunque della sua desacralizzazione. Questo strumento di imbrigliamento del reale inaugura la rivoluzione dei Tempi moderni. Diventando meccanico e reversibile, il tempo comincia a perdere la sua “concretudine”. Non è più legato ai cicli solari e lunari, al ritmo delle stagioni e dei raccolti, dei cambiamenti e degli avvenimenti. I punti di riferimento del vissuto non sono più forniti dal compito (seminare, falciare, raccogliere, potare gli alberi da frutto ecc.), né i ritmi dalle feste religiose o profane, ma da un meccanismo astratto. Il tempo diventa una grande omogenea che non ha più legami con il vissuto, trasformato a sua volta, sempre più, in una massa informe. A quel punto tutte le attività si fondono nel lavoro, tutti i valori nel denaro.

Il lavoro, il tempo e il denaro si trasformano così in una stessa e unica sostanza, sulla quale il mercante può speculare. Si sopprimono i giorni festivi, si introduce il lavoro della domenica, il lavoro notturno e ovviamente il lavoro delle donne e dei bambini. Contato e scambiato, il tempo diventa l’oggetto centrale dell’economia. Bisogna produrre sempre di più in un tempo determinato. Bisogna accelerare i ritmi della vita e ridurre i tempi di durata (comprese quelle della vita degli oggetti). Fuorviata dalla religione della crescita, la modernità è costretta ad adattarsi alla velocità, sinonimo di potenza, di audacia, di progresso, di risultati, di record, di controllo del tempo e dello spazio. Per questo, l’idea che le innovazioni tecniche potrebbero permettere di abolire il lavoro rimanendo nello stesso contesto generale è una grande mistificazione.”

Questo articolo è uscito con altro titolo su Pressenza del 7 febbraio 2025

In copertina: Raimon Panikkar  (foto Officina Filosofica

Parole e figure /
San Valentino, fra baci e abbracci

Albi per San Valentino, fra baci e abbracci

Si avvicina San Valentino e, come ogni anno, ci piace suggerire ai nostri fedeli lettori cosa regalare ai loro innamorati, mariti, figli, fidanzati o genitori che siano. L’innamorato può essere chiunque e di ogni età. Come tradizione, dunque, ecco tre magnifici albi dai colori delicati che parlano di baci, amore e scelte. Buona lettura.

PS: Avevamo già parlato de La baceria di Felice, che potete aggiungere alla lista, a testimonianza di quanto ci piacciano i baci (insieme agli abbracci).

Maria José de Telleria, 79 baci + 1, Kite edizioni, Padova, 2022, 32 p.

Baci in scatola, baci che arrivano da lontano in una comoda scatola di cartone, un lunedì mattina, giorno della settimana dove ogni sorpresa è la benvenuta. Se è questa poi…

Che amore incontenibile! Che bella, preziosa e unica idea! Di che lasciare a bocca aperta.

Maria José de Telleria, 79 baci + 1, immagini Kite edizioni

Regalo fantasmagorico. Profondo respiro, aspettate un attimo, qualcosa non torna.

Che cosa fareste se vi recapitassero una scatola di ottanta baci ma ne mancasse uno? Chiedere ai vicini? Pensereste forse che l’hanno aperta all’ufficio postale e allora ecco pronto un modulo di reclamo? Meglio magari andare alla compagnia di spedizioni al porto per cercare di capire il doloroso mistero? O pensereste, invece, che durante il viaggio qualcuno ne ha sottratto uno? Oppure potrebbe esserci un’altra spiegazione?

Una storia sul senso di incompletezza e sull’imprevedibilità della vita. Correre per credere.

Maria José de Telleria collabora come illustratrice con riviste argentine e spagnole ma dedica la maggior parte del suo tempo a progetti come autrice integrale. Le sue illustrazioni sono state esposte in Argentina, Italia, Giappone.

Satoe Tone, Dove batte il cuore, Kite edizioni, Padova, 2014, 32 p.

Satoe Tone, Dove batte il cuore, immagini Kite edizioni

Un albo dai colori tenui, l’azzurro domina. Sembra una fiaba di altri tempi.

Una coppia di gatti innamorati passeggia lungo la sponda di un lago sotto il cielo stellato. Lei è Bianca, lui è Nero, sono dolcissimi. Sono diversi ma si completano.

Satoe Tone, Dove batte il cuore, immagini Kite edizioni

Il gatto vorrebbe donare alla sua amata le luci che vede sull’acqua e prova ad afferrarle ma prima gli restano le foglie tra le zampette, poi una conchiglia, e ancora un pesce e un polpo gigante. Si getta nell’acqua profonda, tutto è buio. Nulla da fare. Si ostina in mille e ancora mille modi senza riuscirci, perché quelle luci sono il riflesso delle stelle.

Per fortuna lei non ha bisogno di prove d’amore, sa già tutto quello che deve sapere.

Satoe Tone è nata in Giappone e vive in Italia. Ha studiato illustrazione e graphic design a Kyoto e in Inghilterra. Kite Edizioni ha pubblicato la sua opera prima come autrice totale Questo posso farlo (2011) e Il mio migliore amico (2012). Nel 2012 è stata selezionata per l’Annual della Fiera del libro di Bologna. I suoi albi, dalle illustrazioni delicate e soffici, si rivolgono sia ai giovani lettori sia agli adulti, illustrando temi universali (l’identità, l’amicizia e l’amore) attraverso prospettive insolite e sviluppi imprevedibili, nel segno di una spiritualità e di un senso del divenire orientali.

Yael Frankel, (amore) A prima vista, Kite edizioni, Padova, 2022, 32 p.

L’orsa si crede una signora e fa cose da signora: si prende cura di sé, si tiene informata, segue l’arte e lavora qualche giorno a settimana. Un signore, invece, si crede un orso e fa cose da orso: cerca il miele, va nel bosco, dorme. Quando lei lo incontra desidera di nuovo sentirsi un’orsa, accade anche a lui, però al contrario. Ma i dettagli non contano.

A volte si è qualcuno ma si vorrebbe essere qualcun altro, a volte si è qualcun altro ma si vorrebbe essere qualcuno. Ma quando l’amore arriva, c’è chi ci vuole proprio così come siamo. E finalmente anche a noi va bene così. Chi lo avrebbe mai detto?

Una storia sulla capacità dell’amore di restituirci a noi stessi e insegnarci chi siamo.

Yael Frankel, (amore) A prima vista, immagini Kite edizioni
Yael Frankel, (amore) A prima vista, immagini Kite edizioni

Yael Frankel vive a Buenos Aires, dove lavora come grafica e illustratrice. Nel 2013 è selezionata per il catalogo “México Iberoamerican Illustration”. Nel 2014, viene selezionata per il “Sharjah Children’s reading festival exhibition”, il “Ukranie Cow Design festival” e il “Portugal Illustration Festival” e, nel 2016, al Bologna children’s book fair, Italia. È arrivata finalista nell’edizione 2016 del Silent book contest, Italia.

 

il mio giardino persiano. omaggio a Mahsa Amini e a tutte le donne iraniane

Il mio giardino Persiano.
Omaggio a Mahsa Amini e alle donne iraniane

Il mio giardino Persiano. Omaggio a Mahsa Amini e alle donne iraniane

A fine gennaio  è arrivato nelle sale italiane Il mio giardino persiano, film in concorso al Festival di Berlino 2024, per la regia di Behtash Sanaeeha e Maryam Moghaddam, vincendo il premio della Giuria Ecumenica, a cui i registi non hanno potuto partecipare di persona essendo stati raggiunti dal divieto iraniano di lasciare il Paese.

Insieme a loro, sono coinvolti in un lungo processo, con l’accusa di propaganda contro il regime, libertinismo e volgarità, i due attori protagonisti Esmail Meharabi e Lili Farhadpour, che dopo l’uscita del film non riescono più a lavorare e non possono lasciare l’Iran.

Ho visto il film senza sapere i risvolti drammatici che hanno accompagnato la sua uscita, più che altro attratta dall’ambientazione in un Paese che mi ha sempre incuriosito e l’ho trovato di una delicatezza e armonia struggenti.

Il film mette in scena due temi particolarmente difficili da trattare: la solitudine degli anziani e il loro rapporto con l’amore. Nel sottofondo emerge la condizione della donna iraniana, nel film  impersonata dalla settantenne Mahin, sorprendentemente libera e volitiva, in un contesto sociale a dir poco deprimente.

La routine di Mahin , vedova da molto anni, si riduce alle videochiamate con i figli all’estero, alla spesa quotidiana, e ai rari incontri scontati e ripetitivi con le amiche. Un’anziana come tante in tutto il mondo, affondata in una solitudine senza sogni, in una vita che sembra non riservare più sorprese, se non la novità di un ulteriore acciacco.

Unica nota stonata, nel comportamento irreprensibile che ci si aspetta da un’anziana iraniana dalla bellezza ormai sfiorita, è una certa insofferenza verso l’hijab, il velo obbligatorio per le donne, per cui viene rimproverata dalla “polizia morale”, mentre cerca di difendere una ragazza fermata nel parco per la ciocca di capelli che sfugge dal velo: anche lei non lo indossa bene, signora!, le dicono bruscamente i poliziotti.

Tuttavia non credo essere stata questa unica ripresa della repressione, ottusamente rigida, della polizia governativa a scatenare la censura del film e il processo a registi e attori. Ben più grave è la decisione improvvisa di Mahin di tornare alla vita vera, di aprirsi all’imprevisto dell’amore.

Mahin appare una donna dalla straordinaria indipendenza simbolica, che prende l’iniziativa nel scegliere un compagno e invitarlo ad entrare nella sua vita. Con un approccio minimalista alla messa in scena la svolta parte dal  gesto mattutino di riprendere a truccarsi gli occhi, gesto insolito, simbolo di una quotidianità ormai trascorsa, di una femminilità perduta da recuperare.

Dopo essersi preparata accuratamente, in una mensa per pensionati di cui Mahin ha i buoni pasto, nota un coetaneo, separato dal branco, più intento a masticare che a comunicare con il mondo esterno. Da quel momento parte l’impresa coraggiosa di Mahin di scoprire la sua identità, andarlo a cercare e infine farsi accompagnare, dato che è un taxista, invitandolo poi a casa per trascorrere una serata insieme.

L’uomo, che si presenta con il nome Faramaz è piacevolmente sorpreso dell’intraprendenza di Mahin, che ammette di non possedere, e risponde con gentile dolcezza a tutte le sue richieste. Ne scaturisce una notte indimenticabile, dopo una cena finalmente preparata per qualcuno, Mahin riprende i gesti di un passato felice, bevendo vino, scambiando confidenze, ascoltando musica e ballando.

Sboccia in un attimo l’amore, quella sensazione esaltante che pareva per entrambi per sempre perduta e ora ritrovata. La femminilità di Mahin ri-sboccia prorompente e allegra, mentre Faramaz esibisce il suo apporto maschile nel riparare le luci del suo amato giardino persiano, unica cura amorevole che illumina le giornate solitarie di Mahin.

L’amore fra i due anziani si esprime con gentilezza, allegria, grande accettazione reciproca, lontanissimo dall’accusa di “volgarità” con cui il regime ha incriminato il film. Penso che la vera censura sia verso il coraggio delle donne iraniane, insofferenti non solo al velo, ma a tutte le sovrastrutture sociali che le vogliono spegnere, che impongono regole estranee alla loro libertà individuale.

Ho interpretato il finale del film, che conclude la notte dell’amore con la morte, forse per un infarto, di Faramaz, come la difficoltà a far entrare l’avveramento di un sogno nella continuità quotidiana, sogno esorbitante nella dura realtà circostante.

Le riprese del film, coprodotto da Iran, Francia, Svezia e Germania, sono state interrotte dopo l’assassinio da parte del regime di Masha Amini nel settembre 2022, da cui è partito il movimento Woman, life, freedom. In suo onore e di tutte le donne iraniane, i registi hanno deciso di terminarlo, come documento dello scarto esistente fra la reale sensibilità del popolo iraniano e le insensate proibizioni dei “guardiani della rivoluzione”.

Trailer del film:

In copertina : Fotogramma di Il mio giardino persianoimmagine di Spazio Alfieri – Firenze.

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Sotto attacco i principi fondamentali della legge 185/90 sul commercio delle armi: domani il voto in parlamento

Sotto attacco i principi fondamentali della legge 185/90 sul commercio delle armi, domani il voto in parlamento.

Legge 185/90 sotto attacco: a rischio il principio fondanti della normativa sul commercio delle armi

Domani, martedì 11 febbraio alle 14:30, la Commissione competente voterà in via definitiva il Ddl di modifica della legge 185/90, la normativa che da 35 anni regolamenta con principi di trasparenza e responsabilità l’export di armamenti italiani.
Le associazioni pacifiste, riunite nella mobilitazione promossa dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, denunciano il rischio di uno stravolgimento della legge che ne snaturerebbe il senso originario, vanificando decenni di battaglie per un controllo democratico sul commercio di armi.
I quotidiani PeaceLink  e Periscopio aderiscono a questa campagna e ne rilanciano con forza l’importanza. Il complesso industriale-militare sta lottando con tutte le sue forze per prendere il controllo della normativa e occorre reagire.

Una legge voluta dal movimento pacifista

La legge 185/90 è nata grazie alla pressione delle associazioni pacifiste e del mondo cattolico, con il sostegno di personalità come padre Ernesto Balducci e don Tonino Bello. Il suo obiettivo era chiaro: impedire che l’Italia vendesse armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani.
Il principio fondante della legge è che il commercio di armamenti non può essere considerato un’attività economica come le altre, ma deve essere subordinato a criteri etici e alla politica estera del nostro Paese che dovrebbe conformarsi all’articolo 11 della Costituzione, basato sul ripudio della guerra come strumento di regolazionedri conflitti.
La normativa prevede un controllo parlamentare sull’export di armi, con la presentazione di una relazione annuale, e vieta esplicitamente forniture militari a nazioni coinvolte in guerre o che violano gravemente i diritti umani.

Un attacco alla trasparenza e al controllo democratico

Le modifiche in discussione mirano a ridurre i meccanismi di trasparenza, delegando sempre più potere decisionale all’esecutivo e sottraendo al Parlamento il ruolo di controllo. Questo rischia di trasformare l’Italia in un esportatore di armi senza vincoli etici, facilitando affari con paesi coinvolti in conflitti armati, come già avvenuto con la vendita di sistemi militari a nazioni responsabili di bombardamenti indiscriminati su civili.

La mobilitazione continua: difendere la legge 185/90

PeaceLink e Periscopio aderiscono alla campagna della Rete Italiana Pace e Disarmo e invitano cittadini e associazioni a mobilitarsi per fermare questo stravolgimento normativo. Chiediamo che i giornalisti diano visibilità alla campagna.

Chiediamo un’azione immediata

  • Sostenere la petizione pubblica per la difesa della legge 185/90.
  • Esigere che i parlamentari si oppongano alle modifiche che minano la trasparenza.
  • Partecipare alle iniziative di pressione sull’Aula di Montecitorio, dove la votazione finale è prevista a partire da lunedì 17 febbraio.

Non possiamo permettere che venga snaturata una delle poche leggi che mettono al centro il ripudio della guerra e il rispetto dei diritti umani.

Cover : foto da Pagine Esteri su licenza Creative Commons

un nuovo mestiere

UN NUOVO MESTIERE

UN NUOVO MESTIERE.
Un racconto

Arturo non era un informatico, ma quella cosa gli era sembrata strana in un’azienda all’avanguardia, quel personal computer sepolto sul tavolo non se lo spiegava, senza però il coraggio di formulare la domanda. Ma era una domanda inutile, perché era seduto nell’ufficio numero 999, davanti al famoso Erasmo, che neanche a dirlo conosceva in anticipo la risposta: Ci ho provato, ho moltiplicato la memoria ram, potenziato il processore e la velocità ma il computer non ce la fa, non ce la può fare; non c’è intelligenza in grado di tener dietro a tutto. A tutto?, chiese timidamente Arturo. A tutto, continuò il numero 999, perché Tutto vuol dire TUTTO, e il computer è uno solo. Proprio come me. Quassù tanto vale puntare sull’esperienza e arrangiarsi con carta e penna, il vecchio metodo artigianale. Il famoso Erasmo sbattè la mano destra su un faldone dormiente sulla scrivania, alzando una spessa nube di polvere.

L’ufficio di Erasmo era piccolo e stretto, da ogni angolo del pavimento crescevano pile di cartelle e faldoni, bisognava camminare dentro trincee di carte. Arturo si sentì soffocare e si alzò dalla sedia. Certo, lo raggiunse la voce calda di Erasmo, Possiamo parlare fuori, andiamo all’aperto, ti faccio strada.
Il corridoio sembrava interminabile e infinite le porte che davano negli uffici degli impiegati e dei funzionari. Su ogni porta nessun nome o grado, solo un numero, come negli hotel. A metà percorso, si apriva sulla destra una grande vano, la mensa aziendale perfettamente accessoriata. Un gruppo di avventori procedeva in fila indiana, costeggiando il bancone del self service, tenevano in mano un vassoio azzurro. Parlavano tra loro, sembravano allegri.

Arrivarono in fondo al corridoio. Non c’era nessuna porta, solo un grande arco che dava all’esterno. Sulla soglia Erasmo si fermò e si voltò verso Arturo che lo seguiva a qualche metro: Attento ora a uscire, guarda dove metti i piedi, un passo falso e finisci a terra. Uscirono. Erasmo, il famoso numero 999, indicò una panchina verde bottiglia. Mettiamoci seduti, qui non ci disturba nessuno, abbiamo tutto il tempo, e tranquillizzati, i problemi si risolvono. Raccontami, comincia dall’inizio. Il tono paterno fece il suo effetto e dopo qualche minuto di silenzio il senza numero Arturo fu pronto a parlare, a svuotare lo stomaco e aprire il suo cuore.

Il fatto è che io questo mestiere non l’ho mai fatto, non lo conosco, non fa per me. Io facevo il meccanico, il meccanico specializzato in camion, bestioni enormi come gli articolati e gli autosnodati. Non è facile capirci qualcosa e aggiustare un motore che pesa milletrecento chili. Ho fatto il meccanico tutta la vita, sono entrato in officina che ero un ragazzino e ci sono rimasto fino alla pensione. Nella mia zona ero uno dei più bravi, mi bastava ascoltare il rumore di un motore e capivo subito dove stava il problema e dove bisognava intervenire. Mi scusi signor Erasmo è che quando parlo dei miei motori non la finisco più. Ma vede anche lei che il mestiere di meccanico con il mestiere che dovrei fare adesso non c’entra proprio niente.

Arturo continuò: Quando sono arrivato sul posto e ho preso servizio ero pieno di buona volontà, mi sentivo pronto, felice di mettermi finalmente alla prova. Ma appena l’ho visto e ho cominciato a seguirlo, quando ho capito di cosa si trattava e cosa avrei dovuto fare, mi è caduto il mondo addosso. Erasmo fermò l’eloquio di Arturo con un semplice gesto della mano: Ma tu hai seguito tutte le lezioni del corso? Arturo si sentì quasi offeso; aveva partecipato al corso di formazione, con diligenza. Ricordava che tra i docenti c’era lo stesso Erasmo, e a lui ora mostrò il foglio dorato del suo diploma.

In quel momento un gruppo di uomini e di donne uscì all’aperto e passò davanti alla loro panchina. Parlavano sottovoce, sorridevano, tutti partecipi di una placida serenità. Quel posto era proprio un angolo di paradiso, protetto da qualsiasi tempesta. Solo lui, pensò Arturo, era in preda ai dubbi, solo lui si sentiva fuori contesto. Erasmo agitò nell’aria una mano davanti agli occhi di Arturo, come per spazzare vie tutte le sue paure: La tua esperienza ha un nome, si chiama ansia da prestazione, molti l’hanno provata prima di te quando hanno affrontato il lavoro per la prima volta. Forse anche io al mio primo incarico, ma non posso ricordarlo, è stato molto tempo fa, in un’era antichissima. Come dice il mio numero, oggi mi occupo del soggetto numero 999, ma oggi come allora il lavoro da fare è sempre lo stesso; noi Arturo, noi due e tutti gli altri dobbiamo solo custodire.

L’angelo Arturo si sentì rinfrancato. Erasmo, quell’angelo di lunghissimo corso, stava istruendolo: Non spetta a te sciogliere i dubbi, risolvere i problemi, programmare la vita di Arlindo, il bambino di sette anni che ti è stato assegnato. Quindi non doveva, e mai avrebbe potuto, volgere al bene il male, casomai  Arlindo, diventato uomo, fosse caduto nel buio del peccato. La legge del libero arbitrio valeva per tutti, per gli uomini come per gli angeli. Lo stesso Arturo, senza accorgersene, era stato custodito per settantaquattro anni; ora toccava a lui custodire.

Ma Come? Con amore, rispose Erasmo. Ma ancora non capiva: Il salmo 15 dice a Dio “proteggimi” ma io non sono Dio, io non so come fare. Con i motori studiavo il manuale d’istruzioni. Ecco, gli era tornata l’angoscia.

Erasmo scosse la testa: Lascia perdere camion e motori, è roba passata, e lascia da parte anche il salmo 15, e  quel “custodiscimi” ripetuto e ripetuto nel canto liturgico dei nostri fratelli maggiori. Ecco, per farti capire: Sei di fianco al letto del tuo bambino, dorme agitato, si scopre, e tu che fai? che devi fare? tu lo copri semplicemente con la coperta. Alla lettera, lo proteggi. E rimani lì, al tuo posto, non ti muovi, non lo lasci solo. Non c’è altro. Ed è molto, anche se assomiglia a niente. È il tuo nuovo mestiere.

Si era levato un vento gelido, strano in un luogo come quello. Si  alzarono in fretta dalla panchina e tornarono  indietro verso il celeste istituto.

Note:
Salmo 15

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Per certi Versi /
Se fossi una poesia

Se fossi una poesia

 

Se fossi una poesia

vorrei posarmi

sopra un foglio

come si posa il respiro

su un ricordo

 

vorrei parole mansuete

a comporre la malinconia

e lettere maiuscole

a raccontare l’amore

 

vorrei baciare la carta

con la passione

che illumina l’anima

d’inchiostro

 

Se fossi una poesia

vorrei che mi scrivessi tu

 

In copertina: Gustav Klimt, Fregio di Palazzo Stoclet, Bruxelles, 1905-1909, Mosaico

 
Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino 

Human Rights Watch: Il Ddl sicurezza mette a repentaglio diritti fondamentali

Human Rights Watch:  Il Ddl sicurezza del governo Meloni mette a repentaglio diritti fondamentali. 

 Di Chiara Cera
communications coordinator di Human Rights Watch

Il governo italiano guidato da Giorgia Meloni sta facendo passare in Parlamento un disegno di legge sulla sicurezza che, se approvato, potrebbe avere un impatto devastante sui diritti fondamentali, tra cui il diritto alla protesta pacifica e alla libertà di espressione.

Il disegno di legge, approvato dalla Camera dei Deputati a settembre e attualmente in discussione al Senato, introdurrebbe diversi nuovi reati e aumenterebbe significativamente le pene per chi partecipa a manifestazioni non autorizzate, con pene detentive fino a sette anni per gli individui che bloccano il traffico o che sono ritenuti usare “minacce di violenza” per protestare contro progetti infrastrutturali. Gli attivisti di tutta Europa si sono impegnati in queste tattiche di disobbedienza civile nonviolenta per spingere i governi a rispettare i loro obblighi su questioni come il cambiamento climatico e i diritti umani.

Il progetto di legge considera reato anche la protesta, compresa la resistenza passiva a ordini o regole, nelle carceri e nei centri di detenzione e accoglienza per migranti. La resistenza passiva a ordini o regole comprende atti come la non collaborazione con i pubblici ufficiali. Sebbene siano pubblicizzate per promuovere la sicurezza, misure come queste contenute nel disegno di legge minano i diritti e le libertà fondamentali, colpendo in particolare gli attivisti e i migranti.

Il disegno di legge ha suscitato ampie critiche da parte degli organismi internazionali per i diritti umani. L’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OSCE ha avvertito che molte disposizioni “possono potenzialmente minare i principi fondamentali della giustizia penale e dello Stato di diritto”, mentre il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha espresso preoccupazione per il rischio di un’applicazione “arbitraria e sproporzionata” che interferirebbe con il diritto di protestare pacificamente. Anche otto relatori speciali delle Nazioni Unite, in due diverse comunicazioni al governo italiano, sono intervenuti. Sei di loro hanno evidenziato come i vari articoli del disegno di legge violerebbero diversi obblighi dell’Italia ai sensi del Patto internazionale sui diritti civili e politici, mentre i relatori speciali su alloggi e povertà hanno sottolineato le violazioni del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali che si verificherebbero se il disegno di legge venisse adottato nella sua forma attuale.

Il Senato dovrebbe prestare attenzione ai severi moniti di questi esperti di diritti umani e garantire che le misure contenute nel disegno di legge, apparentemente progettate per proteggere l’ordine pubblico e la sicurezza, non calpestino i diritti fondamentali. La sicurezza non si ottiene né si garantisce con la repressione.


Cover:Manifestazione_non_una_di_meno_a_Roma_il_26_novembre_2022,  immagine su licenza Wikimedia Commons.

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trump alla guerra del fentanyl

Trump alla guerra del Fentanyl

Trump alla guerra del Fentanyl

Gli Stati Uniti sono stati per decenni il leader della globalizzazione e del libero scambio. Clinton nel 1999 decide di consentire a tutte le banche di diventare d’affari e poter vendere prodotti speculativi, contando sul fatto che in caso di fallimento avrebbero avuto un aiuto dallo Stato. Della serie “socializzare le perdite e privatizzare i profitti”.

Da allora la finanza guida la stessa economia perché sono soprattutto i fondi finanziari che decidono quali sono le imprese su cui investire. Gli Stati Uniti sono diventati come il Regno Unito ai tempi della Thatcher, che ha chiuso tutte le sue industrie dell’auto e fatto del Regno Unito la piattaforma europea delle auto giapponesi (allora leader).

Gli Usa sono il paese più permeabile al mondo agli scambi con l’estero ed è questa la ragione per cui hanno il maggior deficit della bilancia commerciale al mondo. Importano molto più di quello che esportano, avendo deciso di smantellare la propria manifattura nazionale delocalizzando la produzione nei paesi a basso costo del lavoro con vantaggi per i consumatori americani ma svantaggi per i suoi lavoratori.

È peraltro su questa base che è iniziata l’ascesa di Trump, che si è fatto paladino degli operai della “rust bell, la periferia industriale distrutta da 20 anni di delocalizzazioni in Cina, Messico, Vietnam, etc.

Trump pensa ora di fare “grande” l’America, introducendo dazi per ridurre l’import ed aumentare l’export. I paesi colpiti dai dazi reagiranno (vedremo quanto) e il risultato finale (secondo gli economisti classici) sarebbe quello di una perdita per tutti, nel senso che le merci costeranno di più per tutti i consumatori (americani e non) e non è detto che ciò porti ad un aumento degli occupati americani.

Vedremo come andrà a finire, in quanto negli ultimi decenni, molte sono state le previsioni sballate degli economisti mainstream.

Oltre all’import di merci e servizi stranieri, Trump cerca di arrestare un fenomeno devastante per gli Stati Uniti che è la diffusione del Fentanyl, una droga (oppiaceo) che ha prodotto un aumento enorme di morti nella fascia di età 45-54 anni (soprattutto uomini bianchi), che ne hanno fatto un uso massiccio quando si sono trovati senza lavoro, depressi, ammalati o a vivere in solitudine a partire dal 2015.

Ciò spiega perché la speranza di vita in Usa ha avuto un calo eccezionale (unico paese tra quelli avanzati) tra il 2015 e il 2020, calando da 78,8 anni nel 2014 a 76,3 nel 2021 (per memoria nel 2021 la speranza di vita è per gli inglesi 80,7 anni, per i tedeschi 80,9 anni, per i francesi 82,3, per gli italiani 82,7, per gli svedesi 83,2 anni, per i giapponesi 84,5 anni. Per i russi è 71,3 anni, ma era 65,1 nel 2002).

Case e Deaton nel libro Deaths of Despair (ed. 2020), analizzando la mortalità Usa dal 2000, fanno notare come essa abbia colpito in particolare i bianchi (uomini e donne) dal 2000 in poi nella fascia di età 45-54 anni per alcolismo, suicidi e dipendenza da oppiacei, proprio nel momento in cui cresceva la spesa sanitaria degli americani per le assicurazioni private.

Mentre in tutti i paesi la mortalità diminuiva, negli Stati Uniti è passata (per questa fascia di età) da 40 per 100mila abitanti nel 2000 a 80 nel 2020 (in Europa è andata diminuendo ed è oggi la metà di quella degli Usa).

Rammento che la spesa sanitaria è la più alta al mondo (18% del Pil Usa) quando in Europa si aggira nei paesi che spendono di più – Regno Unito, Svezia e Germania – attorno al 10-12% (in Italia 6%).

Case e Deaton mettono in luce come le grandi aziende farmaceutiche con la collaborazione di ospedali, medici senza scrupoli abbiano fatto approvare dal Congresso nel febbraio 2016 una legge (Ensuring Patient Access and Effective Drug Enforcement Act) che vietava alle autorità sanitarie la sospensione dell’uso degli oppiodi e alla DEA (autority sui farmaci) di riferire al Congresso su “ostacoli all’accesso legittimo dei pazienti a queste sostanze”.

Non è quindi strano che si sia creata una diffusone di massa di questi antidolorifici portando poi ad un’enorme dipendenza da farmaci e mortalità per overdose passata dai mille morti del 2014 ai 10mila nel 2016 e ai 45mila del 2023 (per memoria: 25mila morti per arma da fuoco, 21mila da incidenti d’auto).

Gli ingredienti del fentanyl sono acquistati in Cina e India e fabbricati in laboratori clandestini in Messico dai narcotrafficanti, che usano spesso americani insospettabili per spacciarli negli Stati Uniti. Un esempio di come la società americana, al di là del Pil, dei suoi mitici miliardari, geni tecnologici e delle borse si stia disgregando con l’aiuto del consumismo, dell’individualismo, della religione zero e sulla spinta di potenti lobby prima di tutto industriali americane.

Siamo lontani dall’America buona del New Deal di Roosevelt, che decise di tassare i ricchi e istituire un contro potere sindacale, di trasformare la classe operaia nella classe media benestante, dell’America vincitrice della seconda guerra mondiale, dell’America dei Kennedy. Quell’America buona non esiste purtroppo più e Dio sa quanto ci converrebbe prenderne le distanze come Europa e andare per la nostra strada, prima che sia troppo tardi.

Trump è stato eletto la prima volta il 20 gennaio 2017, un anno dopo questa legge. Forse non si era accorto di tutto ciò o chissà forse l’aveva anche incoraggiata. Sta di fatto che oggi il nuovo ministro della salute Kennedy lo ha convinto a condurre una lotta che lui ha sempre fatto contro certe case farmaceutiche e contro il fentanyl, che sta contribuendo a disgregare una società (quella americana) che i nostri media vogliono farci credere molto più forte e in salute di quanto non sia.

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Rosa ti accoglie al mercatino 

Rosa ti accoglie al mercatino 

Tra musiche tunisine che si alternano a note Rap, Rosa ti accoglie nel mercatino dell’usato che si trova accanto alla Stazione di Ferrara, nell’edificio che ospitava il Dopolavoro ferroviario.

Aperto dalle sette del mattino alle sette di sera, offre di tutto e di più…abiti di ogni genere e fattura, oggetti curiosi ed insoliti, libri,  quadri e tanto altro ancora.

Nella prima stanza ci sono vestiti , scarpe ed appesi ad ogni parete cappotti, abiti da sposa, mantelli ed abbigliamento di varia foggia.

Proseguendo oltre, stanza dopo stanza, ancora vestiti, lenzuola, tessuti, accessori, con Rosa che ti accompagna lungo il percorso raccontando, con il suo simpatico accento incerto tra tunisino e napoletano, il lavoro di ogni giorno, un continuo riordinare e sistemare la mercanzia scegliendone la miglior esposizione possibile. Certo non deve essere facile destreggiarsi tra così tante cose, spesso qualche cliente frettoloso sposta distrattamente un oggetto, ma Rosa che ne conosce la collocazione esatta, si affretta a sistemarlo al proprio posto, il tutto sotto l’attenta e premurosa supervisione di Marina, la proprietaria.

File di bicchieri e piatti ti accolgono nell’ultima stanza, circondati da scaffali che faticano a contenere i tanti libri adatti ad ogni tipo di lettura.

Un consiglio agli appassionati di mercatini e non,  passate dal Dopolavoro ferroviario anche solo per curiosare e poi, visto che siamo in odore di Carnevale, chissà che non troviate proprio qui l’abito giusto per divertirvi tra stelle filanti e carri mascherati.

Il mercatino è aperto tutti i giorni dalle 7 alle 19 tranne la domenica e merita comunque una visita perché potreste trovarci quello che cercate o potreste anche scoprire qualcosa che non sapevate di cercare ma che all’improvviso vi compare davanti dicendovi “Eccomi. Ti stavo aspettando”.

Cover: cartolina storica della stazione ferroviaria di Ferrara – immagine da gruppo Facebook.

 

Paragon e il paradosso Matrix

Paragon e il paradosso Matrix

E chi me lo doveva dire che sarebbe stato Zuckemberg ad avvisarmi che i servizi segreti mi stavano spiando? Potremmo chiamarlo il “paradosso Matrix”.
Venerdì scorso ero in treno, in viaggio da Roma a Bologna. Mi arriva un messaggio su WhatsApp: “Ciao Luca. Informazioni importanti sulla sicurezza. Questa è una comunicazione di sistema”.
Penso subito a quelle truffe del tipo “papà ho perso il telefono, mi mandi i soldi?”. Scrollo, e mano mano capisco che non è uno scherzo. Meta, la multinazionale che gestisce i vari social e WhatsApp, mi informa che il mio telefono ha subito un “attacco” da uno spyware molto sofisticato, che ha avuto accesso ad ogni contenuto presente all’interno della memoria, “mettendo a rischio la mia privacy”.
Meta mi consiglia di cambiare telefono, perché lo spyware è cosi potente da non poter essere rimosso.
Ma poi mi dice che se sono “un giornalista, o un attivista della società civile”, potrei trovare interessante rivolgermi a CitizenLab, per saperne di più, e mi mette un link per contattarli.
Alle 18 sono in una casa e mi connetto in videocall con questo centro di ricerca basato all’Università di Toronto. Efficientissimi, mi spiegano che l’attacco informatico “è di alto livello”, che il tipo di software utilizzato è dei più sofisticati al mondo, ed è in uso solo ad agenzie governative. Si chiama “Paragon”, prodotto dalla Paragon Solution israeliana, e come dichiara la società stessa “fornito all’amministrazione Usa e ai suoi governi alleati”. I “target” di questa operazione mi spiegano, sono 90, sparsi in diversi paesi, e sono “giornalisti e attivisti sociali”.
CitizenLab offre il suo supporto alle vittime di questa storia, ma per il telefono non c’è niente da fare: bisogna proprio buttarlo. Me l’ha ammazzato Paragon, ed era quasi nuovo ( mannaggia ).
Ora lo stanno dissezionando, per trovare tutte le tracce dell’incursione spiona. Ovviamente a me risulta chiarissimo il motivo di tanto costoso e morboso attenzionamento: chi si impegna nel soccorso civile in mare, e nella costruzione di reti di aiuto alle persone migranti, incarcerate nei lager libici o deportate nel deserto dalle autorità tunisine, è spesso trattato come un criminale, un “favoreggiatore dell’immigrazione clandestina”. Ma se tutta la narrazione sulla “lotta agli scafisti su tutto il globo terraqueo” si è sciolta nella pozzanghera putrida della gestione del caso Almasri, anche questa della cyberwar contro soccorritori e giornalisti d’inchiesta sgraditi al governo, promette bene.
In fondo siamo tutti spiati, ripresi, fotografati, registrati. Non servono i servizi segreti, bastano le protesi ipertecnologiche delle quali sembra che non possiamo più fare a meno.
Siamo, come in Matrix, sempre connessi alla “macchina”, che ci inietta realtà virtuali funzionali al potere, dai magici effetti onirici sulle menti e dagli effetti anestetici sui corpi. Ma tutto questo strapotere sulle moltitudini che abitano questa parte di mondo, poi rivela come in questo caso, i suoi lati deboli: Matrix è anche la multinazionale della comunicazione, in competizione di “affidabilità per il cliente” con tante altre sul mercato, che ti manda l’alert per avvisarti che sei spiato dai servizi. Che ti consiglia anche di rivolgerti a chi, nel mondo degli spiati, si sta organizzando non solo per scoprire quando ti spiano, ma anche per trovare soluzioni tecnologiche che possano impedirlo. E quindi, io che non conoscevo CitizenLab di Toronto, mi sono fatto dei nuovi amici, alleati nella lotta contro le macchine.
Ma in fondo, cosa possono essere se non macchine, senz’anima né vergogna, coloro che con la scusa della “ragion di Stato”, fanno morire degli innocenti nel mar mediterraneo, o li condannano ad un inferno come quello che hanno ideato e costruito in Libia?
Chi, se non ciniche macchine, si presenta davanti al paese per rispondere della incresciosa vicenda di un torturatore fatto fuggire e addirittura accompagnato al suo posto di lavoro in pompa magna, e in mezzo ad una montagna di ridicole bugie, non trova nemmeno il coraggio di dire che quei torturati, quelle ragazze stuprate, quei cadaveri pronti per le fosse comuni, sono inaccettabili, chiunque ne sia il responsabile e qualunque sia la ragione di stato o non di stato?
Siamo dentro Matrix certo, e siamo un’anomalia. Siamo quelli della pillola rossa, e dunque tanti agenti Smith ci spiano, ci pedinano, orchestrano provocazioni per fermarci. Ma non ce la fanno, questo è il punto fondamentale. La loro costruzione del Male, ha difronte una “cospirazione del bene” che li preoccupa, che piano piano si allarga.
Ragionevolmente, ma davvero spiare a questo livello, dei giornalisti e degli attivisti che praticano la solidarietà, è questione di “sicurezza nazionale”? Ma chi ci crede? Forse, nel nostro caso, siamo anche in presenza di una Matrix, ma all’italiana. Una “Amatrixiana”. Ci scommetterei che quelli che si sono fatti beccare nell’operazione Paragon, sono i nostri.
Cover: Keanu Reves in Matrix, immagine da discotecalaziale.com
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L'amore che conosco di Massimo Alì Mohammad: un lungometraggio in bianco e nero dai colori forti

L’AMORE CHE CONOSCO di Massimo Alì Mohammad:
un lungometraggio in bianco e nero dai colori forti

“L’Amore che conosco” di Massimo Alì Mohammad: un lungometraggio in bianco e nero dai colori forti

la lunga fila in attesa

Intensa e molto partecipata la serata di sabato 18 gennaio a Ferrara in una Sala Estense gremita di pubblico. In tanti, con grande attesa ed entusiasmo, abbiamo assistito alla prima italiana del film L’amore che conosco presentato dal regista Massimo Alì Mohammad che ha introdotto in compagnia di Francesca Audino, presidente di Arci e ha poi dialogato, insieme al cast del film, con Matteo Buriani, organizzatore di cineforum per Arci.

Massimo Alì Mohammad è nato a Napoli nel 1983 e qui si è laureato in Linguaggi multimediali ed informatica umanistica. Nel 2009 ha scelto Ferrara come città adottiva e si è laureato in lingue e letterature straniere con una tesi in Storia del Cinema. Ha collaborato per diversi anni con l’Associazione Feedback nell’organizzazione di progetti documentaristici e cinematografici, lezioni di cinema e cineforum presso la Videoteca e Biblioteca Vigor. Ha realizzato numerosi lungometraggi, cortometraggi e docufilm, impegnandosi spesso a tutto tondo (regia, sceneggiatura, riprese, montaggio): La Nonna, Mignon, L’occulto della terra, Voci dalla Val Montone, Amore fra le rovine…

La bellissima locandina del film (design by Otrotroc)

Il film L’amore che conosco racconta la storia di un uomo segnato da un trauma subìto nell’adolescenza, un evento che condiziona profondamente le sue relazioni e il suo modo di affrontare la vita adulta.

Amo molto il cinema ma mi capita raramente di avventurarmi in tentativi di recensioni cinematografiche, né a voce, se non in leggere conversazioni con amici, né tantomeno per iscritto.

Ma questo film mi ha molto emozionata e incuriosita e, avendomi il caso e il mio volere, offerto l’occasione di parlarne col regista, ho trasformato la conversazione con Massimo in intervista, la cui registrazione audio mi permette ora di scriverne con cognizione di causa.

La prima, necessaria, domanda è:  Perché questo film?
Massimo comincia la sua risposta rammentando che questa è una domanda che spesso gli è capitato di farsi, durante la lavorazione e soprattutto durante il montaggio, non perché non avesse già da prima le idee chiare, ma perché durante la lavorazione emergono aspetti, elementi anche inconsci che nel farsi arricchiscono l’esperienza.

«È un film – dice – con molte sfaccettature che via via si è arricchito di tutta una serie di sottotesti, suggestioni, ma l’input iniziale è stato molto semplice: dopo una proiezione curata dall’Associazione Feedback – almeno una decina di anni fa – ci si scambiavano racconti e riflessioni su pene d’amore ed episodi di vita, ci si confidava.

Traendo ispirazione dal cinema asiatico estremo tema della proiezione, mi è venuto di invitare tutti, gli amici e me stesso, a considerare che c’è tanto di peggio delle nostre pene d’amore: c’è chi ha subito abusi da bambino e ha avuto magari solo questo tipo di contatto, equivocandolo poi per l’amore perfetto e ricercandolo all’infinito. Una volta diventato adulto, però, non riuscendo più a trovarlo perché è cresciuto e non è più quella persona, non è più adolescente anche se fa di tutto per esserlo ancora, questa corrispondenza, malata, non potrà più ritrovarla.

Mi si è formata quindi in testa un’immagine, che si può considerare quasi un embrione del film, e che mi è rimasta dentro. Spesso mi succede, prima di iniziare a realizzare i miei lavori, di sentirmi come se avessi dentro una specie di calderone, in cui si muovono personaggi immaginati in precedenza, i quali poi si sviluppano, si autoalimentano per certi versi e a un certo punto affiorano e arriva l’esigenza di raccontarli.

Qualche tempo dopo quella chiacchierata tra amici, arriva il racconto di un episodio che sembra quasi chiudere un cerchio (ed effettivamente è poi diventato la scena finale del film): due amiche sono sulla spiaggia, quella praticamente deserta dalle parti del Lido di Volano, e vedono passare davanti a loro, lungo il bagnasciuga, un esibizionista che cammina sorridente e come in passerella.

L’ho vista come una storia di solitudine con un fondo di compiacimento e ho realizzato che quella fine potevo immaginare spettasse al personaggio degli abusi da piccolo di cui avevo parlato coi miei amici: dal trauma iniziale alla ‘passeggiata’ sulla spiaggia.

Da qui è partito l’atto di scrivere la sceneggiatura il cui protagonista fosse questa specie particolare di antieroe di cui volevo raccontare e col quale sentivo, pur nella grossa diversità di scelte e di comportamenti, una sorta di comunanza, di condivisione, nello svolgersi della sua vita quotidiana, perché volevo raccontare una storia di emarginazione e una sensibilità nei confronti del mondo che appartiene a me stesso.»

Mi inserisco, ricordando a Massimo che la sera della prima, presentando ed annunciando il film, ha invitato gli spettatori a non farsi troppe domande e abbandonarsi, lasciarsi andare alle emozioni; questo mi offre lo spunto per chiedere a lui di dirmi delle sue emozioni.

«Mi piace molto – mi risponde – assistere alle proiezioni col pubblico, cogliere le reazioni, anzi qualche volta un po’ provocarle e avevo molta attesa per questo evento che mi ha gratificato per la grande affluenza e la risposta calorosa, anche da parte di persone che non conoscevo e, immagino, non mi conoscevano.

Durante la lavorazione del film ho avuto sensazioni di spaesamento, di ansia, di angoscia perché quello che andavo a rappresentare mi sembrava quasi una visione di futuro piuttosto vicino, una immagine di società caratterizzata da gesti semplici, una quotidianità fatta di elementi rituali, di routine, abbastanza mortificante, poco gradevole, come il panorama/non-panorama che il giovane protagonista vede dalla sua finestra, in un’ambientazione urbana piuttosto alienante, con strade vuote e desolanti costruzioni intorno.»

A questo punto non posso impedirmi di fare a Massimo Alì la domanda che più mi sta a cuore, quando incontro autori di opere creative: che mi faccia entrare nella sua ‘officina’, che mi delinei e definisca tempi e modi del suo lavoro.

Massimo mi svela che rispetto ai canonici ‘soggetto, trattamento, sceneggiatura’, che costituiscono i fondamentali nel percorso di costruzione di un film, per lui, per questo film, è stata prioritaria la costruzione della biografia, del profilo dei singoli personaggi, anzi prima della storia sono nate due fasi del personaggio principale. In ogni caso tutte le tappe del processo di elaborazione del film sono necessarie, anche se non è obbligatorio che venga seguito un ordine definito.

«In particolare – dice – la costruzione del mondo in cui i personaggi si muovono può precedere la stesura del soggetto; nello specifico mi sono chiesto: come sono i personaggi, com’è il mondo in cui vivono? Perciò ho cominciato a definire alcune regole riguardanti il mondo di quei personaggi, un mondo senza tempo, senza epoca, un mix fra rivoluzione industriale e una sorta di futuro post-bellico, post-atomico, un mondo in qualche modo distopico, senza precise corrispondenze temporali e spaziali.

Mi sono concentrato su personaggi portatori di una solitudine esistenziale a cui da tempo già pensavo: così sono infatti il protagonista e il raccoglitore di carcasse per la strada che lui incontra a un certo punto; li ho poi inseriti nel mondo distopico che avevo immaginato e, in parallelo, ho creato il soggetto, tenendo sempre in mente che volevo raccontare una storia con delle caratteristiche ben precise, che fosse molto netta, sintetica.

Nello stesso tempo ho fatto la scelta di abbandonare il dialogo, ho dato vita ad un mondo ridotto ai minimi termini, in cui vigesse prevalentemente il linguaggio del corpo e in cui le relazioni, i sentimenti venissero espressi da immagini e gesti e atteggiamenti.»

 Molto stimolante mi appare, a questo punto, una precisazione che Massimo fa su un passaggio che ritiene basilare durante l’ideazione e stesura della sceneggiatura: la necessità di sapersi fare domande, ad esempio relativamente ai personaggi, che non siano strettamente legate alla trama, che possano anche sembrare superflue; domande su cose che fanno i personaggi, azioni che compiono, scelte che fanno, non funzionali alla trama preordinata, ma tali da poter delineare personaggi quasi dotati di vita propria, anche al di fuori della storia in questione.

L’aspetto che gli propongo di trattare con la domanda successiva riguarda le sue modalità privilegiate di lavoro, soprattutto sul piano della collaborazione, visto che – gli rivelo – mi ha molto colpito, nel post film, il suo atteggiamento di generosità e di rispetto nei confronti dell’intero cast.

«Questo progetto, come già detto – risponde Alì – è partito da un input personale per cui, già durante le prime fasi di lavorazione, sono stati necessari momenti di condivisione, di esplicazione dei miei intendimenti. Una forte collaborazione si è creata con Francesco Cecchi Aglietti che impersona il protagonista; l’attore ha inserito, all’interno delle mie proposte di sceneggiatura, tanti elementi di gestualità, di reazione, di modo di rappresentare alcuni aspetti che possono essere scritti in modo un po’ generico o ridotti all’osso. Il confronto e la collaborazione sono importanti perché ritengo che sia necessario che chi ha concepito l’idea di un film e successivamente lo realizza sappia procedere assumendosi la totale responsabilità delle sue scelte, senza tuttavia mai cadere in atteggiamenti autoritari; saper imporsi senza imporsi, è la condizione ottimale, tenendo sempre in mente che, giacché ogni progetto è diverso, non sempre ciò che hai imparato ti può davvero essere utile la volta dopo, devi sempre essere disposto a confrontarti, a misurarti, per imparare ancora

Gli chiedo, quindi, come ha scelto il cast.

«La decisione di abbandonare il dialogo – risponde – mi ha permesso di poter spaziare, nella scelta, e affiancare ad attrici ed attori professionisti anche persone non impegnate nella recitazione, dotate di caratteristiche gestuali ed espressive comunque interessanti e adatte ai ruoli richiesti per questa storia, persone anche notate camminando per Ferrara o individuate nella cerchia di amici o conoscenti.

Lavorare insieme a tutte e tutti loro esplicitando e condividendo le mie esigenze di rappresentazione, ha fatto sì che da loro venissero messi a fuoco gesti, espressioni, sguardi esattamente rispondenti a ciò che mi serviva nelle varie scene. Inoltre, poter contare sull’apporto di persone di cui conoscevo particolarità e attitudini mi ha concesso di lavorare su qualcosa che da tempo desideravo riuscire a far emergere in un film.

Ho voluto rappresentare, per questa storia che parte dal trauma subito nell’infanzia da un giovane, una sorta di universo prevalentemente maschile, popolato da personaggi a volte teneri a volte spiacevolissimi. Pochissime ma comunque ‘topiche’ le figure femminili, una (Francesca Pennini) che rappresenta un santo e le due ragazze sulla spiaggia (Liliana Letterese e Sabrina Bordin), che rimandano all’aneddoto da cui ha preso corpo il finale del film.»

Mi pare arrivato il momento di parlare dei luoghi che Alì ha scelto per ambientare le mosse dei personaggi, giacché ricordo di essermi più volte chiesta dove fossero girate le scene. Certo, gli faccio notare, alcuni elementi, anche se non direttamente conosciuti o visti personalmente, sono riconoscibili o almeno riconducibili ad alcuni luoghi dei dintorni di Ferrara e nello stesso tempo appaiono decisamente simili ad altri spazi posti nei dintorni di altre città (ciminiere di fabbriche, muri graffiti…).

Ad esempio il paesaggio naturale lungo il tratto del Po di Primaro che mi è parso di individuare perché l’ho visto, dall’acqua, in occasione di una escursione sul battello Lupo, qualche anno fa, nel corso della manifestazione Interno Verde e sapevo che lì è l’affaccio al giardino del Cohausing Solidaria di via Ravenna.

«Sì – conferma Alì – quel luogo mi ha concesso, operando opportunamente con la macchina da presa attraverso un’inquadratura stretta verso il basso, di rendere l’impressione di un posto selvaggio mentre nella realtà si tratta di un ‘lungocanale’ reso agevole per noi grazie all’attenta ospitalità di Alida Nepa.

Quello che appare è una Ferrara periferica, degradata, un po’ underground, ma trasformata al fine di riprodurre una sorta di panorama post industriale, quello di certi film giapponesi o coreani che mi attraggono particolarmente.»

Massimo osserva che si viene a creare una nuova mappatura dei luoghi così come appare allo spettatore, e ciò anche grazie al bianco e nero, che consente di creare un mondo un po’ appiattito, è vero, ma dotato anche di continuità tra natura, cemento, acqua che nella realtà sono distanti, ma nel film sembrano dentro un flusso unico.

Nello stesso tempo se ne ricava anche un senso di pessimismo, di oppressione, perché l’elemento umano non riesce a svettare. A questo grigio appiattimento si contrappone un uso del sonoro ravvicinato, quasi tattile che cerca di ridare anima alla natura e ai corpi. Particolari e suggestivi sono poi gli effetti prodotti dalle musiche di Oliver Doerell, musicista belga, berlinese d’adozione, che ha lavorato con grande sensibilità esclusivamente a distanza.

Chiudiamo questa lunga e molto stimolante conversazione con alcune considerazioni su Ferrara, che a Massimo piace particolarmente per la vivibilità, come luogo, visto che non ama le grandi città, e come ritmo di vita.

È comunque certo che sul piano culturale non offre sempre, anche spesso a causa di scelte in ambito sociale e politico, un terreno fertile per un artista, quindi si è costretti a cercare altrove i contatti utili e necessari per la distribuzione delle proprie opere.

Una proficua collaborazione Massimo ha attivato con i responsabili della Meyerhar, società che appartiene agli amici Richard Meyer e Susan Harmon di Seattle, che hanno prodotto Amore fra le rovine e, innamorati di Ferrara, continuano a lavorare interessandosi a questi luoghi.

Ora i prossimi programmi di Massimo sono legati alla distribuzione e diffusione del nuovo film, pur sapendo che non è facile trovare spazi per proiezioni di film d’essai come i suoi; proseguono sue collaborazioni all’interno di esperienze stimolanti come il cineforum di Officina Meca con Matteo Buriani.

Intanto L’amore che conosco sta anche camminando tra festival (in Canada; in Giappone, dove il film è distribuito ufficialmente su piattaforma e in alcune sale d’essai) e riceve diversi, importanti riconoscimenti. Chiudo con l’ultima, prevedibile domanda su progetti nuovi, se ce ne sono, a cui sta lavorando; mi risponde che, sempre con la Meyerhar, sta concludendo un documentario su di un’area di sosta di camionisti, focalizzato sulle loro storie, mentre è ancora in fase embrionale un nuovo progetto di finzione dedicato alla condivisione di uno spazio vitale con un gatto.

Cover: Il regista Massimo Alì Mohammad insieme al cast sul palco della Sala Estense alla fine della proiezione 

Per leggere gli articoli di Maria Calabrese su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Storie in pellicola /
Discorso all’Umanità

Discorso all’Umanità

Un’opera d’arte senza tempo: il discorso finale del magnifico film Il grande dittatore di Charlie Chaplin, siamo nel 1940.

Ieri come oggi il messaggio è universale.

Non aggiungeremo parole, che non servirebbero.

Vi invitiamo a (ri)ascoltare un discorso senta tempo.

Commovente, toccante, ineccepibile. Ma inascoltato.

“In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi, la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato”.

Il mio Delta
l’avventura di un fotografo verso la foce

Il mio Delta:
l’avventura di un fotografo verso la foce

“… le cose sono là che navigano nella luce, escono dal vuoto per aver luogo ai nostri occhi. Noi siamo implicati nel loro apparire e scomparire, quasi che fossimo qui proprio per questo”
Gianni Celati (1989)

Il mio Delta
Sacca di Scardovari
Valli di Comacchio, Argine Agosta
Valli, Scardovari

Da sempre  sono innamorato dei nostri paesaggi padani e in particolare della vita nel delta del Po.

Mi è sempre piaciuto raffigurarli,  trasmettere con la pittura ad olio o con la fotografia queste nostre meraviglie naturali. L’attrazione per quella Terra & Acqua era forte, prendevo l’auto e andavo verso la foce, in estate e in inverno, all’alba o al tramonto. Non riesco a contare le volte in cui mi sono trovato a faccia a faccia con il Fiume, la valli, gli uccelli, i pescatori. Arrivavo in posizione e scattavo fotografie naturalistiche, i primi anni con fotocamere analogiche, per poi a casa riprodurre le inquadrature  sulla tela con colori e pennelli. Ultimamente con l’avvento del digitale, ho abbandonato un po’ la pittura per concentrarmi sul linguaggio della fotografia.

frammento d'amore
Faro di Goro (Ferrara) – Foto di Valerio Pazzi,
Valli di Comacchio, Casone
COMACCHIO, BILANCIONI

 

Oggi come ieri, appena posso imbraccio la fotocamera e parto per nuove avventure verso il nostro Delta e le Valli. Valli vissute spesso in prima persona, anche a bordo del mio kajak, a Scardovari, Goro, Volano … In kajak, per ovvie ragioni, era impossibile portare con me una fotocamera, sono quindi esperienze non espresse in pixel ma impresse per sempre nella mia memoria.

Non si finisce mai di scoprire il Delta: un luogo sconosciuto, una nuova luce, un cielo diverso, uno stormo di Cavalieri d’oro. E soprattutto, se avete l’accortezza di andarci in solitudine, di vivere la bellezza e la pace di una natura ancora incontaminata.

Spero che il mio reportage riesca a trasmettere almeno un po’ di questa grande bellezza..

Valli di Comacchio, Boscoforte

 

In copertina: Valli di Comacchio al tramonto. tutte le foto sono di  Valerio Pazzi

Altre parole per la ricerca   su Periscopio: Delta; Valli di ComacchioGianni Celati

Per vedere tutto il reportage di Valerio Pazzi è sufficiente scorrere in basso la homemage di Periscopio.

Parole a capo /
Elena Milani: “Potessi levitare nella notte” e altre poesie

Elena Milani: “Potessi levitare nella notte” e altre poesie

“E tutte le vite che abbiamo vissuto e quelle che dobbiamo ancora vivere sono piene di alberi e foglie che cambiano”
(Virginia Woolf)

 

Gli ultimi  cinque  minuti
non li abbiamo tutti saputi,
io con te vorrei alzare gli occhi dal libro,
dirti sono stanca ,ma continuerei,
continuerei accanto a te
a scegliere fra le parole cattive
quelle da lavare nel secchio col sapone,
fare baci con la schiuma,
soffiarli sul tuo letto di malata,
darti l’inganno di una nevicata,
un mandorlo scosso
per fregarti col sorriso
mentre muori.

 

*

 

Un anno fa

Ricordo i racconti delle donne sul treno,
i ferri da maglia in alfabeto morse
e le lingue come taglia e cuci.
Io avevo  vent’anni, un bimbo di tre,
l’abbonamento per Prato.
Ero la peggio pagata,
ma durò solo tre anni  lo sfruttamento,
io resistevo, mica per quelle due lire,
ma per diventare potente come loro,
perfette,
donne che trasformavano briciole di tempo
in pane che sfama,
un tempo programmato
che non si lascia mai mancare.

 

*

 

Non ho avuto  figlie femmine,
nessuna da poter chiamare Anna,
nessuna a cui passare
i miei segreti  di donna,
le stoffe orientali che non ho cucito,
nessuna bambina per dirle del bacio
che prova le anelle che non metto mai,
nessuna fanciulla per viole e capelli
che dopo di me porterà  i miei  gioielli.

 

*

 

Ma sollevati un poco almeno
dal già  troppo detto,
dimentica  le valigie pesanti  sul rullo,
ti è  stata data la poesia,
la responsabilità delle chiavi di casa.

 

*

 

Potessi levitare nella notte,
là  dove la terra manca ai piedi,
vedresti cosa sognano le case.
Dai tetti spenti, orfani di fumo
sentiresti salire un suono di piume
di chi si rivolta poco nel letto,
aggrappato al suo stesso  calore
e là, dietro il lampione rotto da un sasso,
si avvia nel buio un uomo
che lo conosce a memoria
e non manca l’ultima porta aperta,
udiresti un riso di ortiche fuori dalle mura
e potresti vedere da lassù
i colori sciolti dei muri,
è  quella la casa degli amanti,
vedrai dapprima un tenero rosa,
ed infine il rosso estinguersi
nei diversi toni di grigio,
poiché gli amanti stanchi
non conoscono la pace del bianco.
Una lumaca, sintonizzata con la luna,
segnerà una striscia di mezzadria
per riportare, incolume,
un ubriaco a casa,
mentre una lampada a forma di fungo
farà la guardia ai sogni di un bambino
che non trova la strada
anche se si sta facendo giorno.

Elena Milani, vive col marito in una piccola frazione nel comune di Grizzana Morandi in provincia  di Bologna. E’ mamma e nonna. Ha iniziato ad appassionarsi di Poesia fin da bambina, ma ha cominciato a scrivere più assiduamente da una decina d’anni sui social (Facebook) dove ha conosciuto altri amatori di poesia. Ha raccolto in un libro online 40 poesie grazie al signor Flavio Almerighi e la sua collana amArgine ed in seguito l’ha reso cartaceo.

NOTA: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 270° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
(In copertina: Foto di Darren Collis da Pixabay)
il futuro umano è mistico o non è

Il futuro umano sarà mistico o non sarà

Il futuro umano sarà mistico o non sarà[1]

Cerco un centro di gravità permanente
Che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
Over and over again.
 Franco Battiato

Al di la del bene e del male
c’è un grande campo: incontriamoci là
Rumi

 Conosci te stesso” era la massima riportata sulla facciata del tempio di Apollo a Delfi: un invito che ha accompagnato lo sviluppo di tutta la filosofia classica, quando essere filosofi significava innanzitutto condurre una vita da uomini, una vita orientata alla saggezza.

Questa filosofia intesa come un modo di vivere, questo esercizio filosofico basato sul distacco da ogni attaccamento particolare, è passata anche nel primo cristianesimo ed è proseguita fino al medioevo arrivando – in ambito cristiano – ad un vertice assoluto con la cosiddetta mistica renana[2].

Alcuni autori suggeriscono che proprio i padri del primo cristianesimo aggiungendo al primo “conosci te stesso” un formidabile “e conoscerai te stesso e Dio”, posero le basi di tutta la mistica occidentale, mistica ancora razionale, cioè intesa come il vertice più alto della conoscenza.

Il verbo conoscere, qui va inteso in senso del tutto particolare: non come un sapere esprimibile nella descrizione di un entità specifica ma come un “genuino essere”, cioè un’esperienza particolare di sé che – nell’antropologia cristiana – coinvolge corpo anima e spirito. Conoscere dunque, come esperienza diretta e non mediata[3] dell’Uno, del Tutto, o, se si preferisce, di quel Dio che rimane inconoscibile per la mente calcolante ma che pure è presente in ogni cosa senza in questa risolversi.

È un esperienza che alcuni mistici hanno descritto come un nascere a se stessi”, “una ri-generazione”, vissuta al momento come beatitudine, estasi sconvolgente. Tutto questo esprime splendidamente Margherita Porete: in quel capolavoro assoluto che è Lo specchio delle anime semplici ella afferma che “non v’è da guardare a un mondo vero al di fuori di noi e di questo mondo, perché questa luce che è, noi la siamo. Lo siamo sempre, non in un momento particolare, quello ‘mistico’, estatico, che divide, oppone un mondo vero ad uno falso, l’Uno al molteplice, ma sempre. L’Uno è nell’anima”.

Proprio la frase “conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio” assiema alla frase eckartiana “prego Dio che mi liberi da dio” sintetizzano mirabilmente l’idea di una mistica per così dire razionale, assolutamente libera, fondata sul distacco da ogni attaccamento, la cui purezza non è toccata da immagini e rappresentazioni mentali.

Mistica come esperienza universale?

 Stupisce forse trovare queste verità universali in occidente[4] e in particolare nell’occidente medioevale e cristiano che la cultura dominante vuole epoca oscura e vile. Al contrario non stupisce affatto associare la mistica così intesa all’oriente e, in particolare, a quella residua riserva di senso che, agli occhi di non pochi occidentali, è ancora l’India.

Fatto è che l’esperienza mistica sembra ritrovarsi in tutte le culture e in tutti i tempi; essa  sembra ricordare l’esistenza di uno strato comune rintracciabile al fondo di ogni religione e tradizione spirituale; la si trova senz’altro nell’Islam dei Sufi, nella tradizione vedica indiana, nel buddismo, nello zen giapponese, solo per citare i casi più noti.

Mistici e mistiche di ogni tempo e di ogni cultura, di ogni religione, sembrano dunque, al di là delle complicazioni linguistiche e culturali, fare riferimento a qualcosa di comune, ad un vissuto, ad un “essere” che è al contempo un esperienza trascendente e profondamente calata nel profondo dell’interiorità personale. Quest’esperienza si palesa attraverso il distacco, la sospensione del chiacchiericcio interiore, il disarmo delle pretese dell’ego appropriativo, la svuotamento  necessario per lasciare spazio al manifestarsi del divino dentro di noi.

Apogeo ed emarginazione della mistica

La trasformazione della filosofia da vivere filosofico ed “esercizio di morte” a branca specialistica del pensiero, l’irrompere dell’illuminismo e l’affermarsi della modernità con il suo forte accento sulla soggettività personale e sull’agire calcolante che poco alla volta sussume a sé l’intera idea di razionalità, sono fenomeni che accompagnano e causano una trasformazione profonda anche della mistica occidentale o, almeno, nel modo con cui gli eventi e le esperienze ad essa associati vengono raccontati.

La nozione di mistica perde la sua dimensione razionale per assumere una veste sentimentale, più legata più ad emozioni e sentimenti. Questa mistica del sentimento”, che trova ampio spazio nelle rappresentazioni barocche delle estasi visionarie di mistici e mistiche, informa fin ad oggi quel che laici e profani ma anche credenti pensano sia l’esperienza mistica. Un’esperienza appunto, ormai disgiunta dalla riflessione filosofica razionale.

Essa rimanda quasi sempre al manifestarsi di qualcosa “lì fuori”, al mostrarsi di un entità, spesso associato a sentimenti e passioni fortissime che sconvolgono il mistico o più frequentemente la mistica; emozioni che oscillano tra l’estasi paradisiaca e la disperazione propria della “notte oscura dell’anima” descritta dal grande mistico e poeta San Giovanni della Croce.

Ciò che accomuna molte di esse è la passività, quasi l’impotenza di fronte all’irrompere traboccante del divino nel corpo di chi ne fa esperienza diretta.

Si assiste da allora ad un proliferare di apparizioni e manifestazioni, locuzioni interiori, messaggi, che, per così dire, si frappongono tra il mistico e più spesso la mistica e l’Uno-dio inconoscibile concettualmente, caro alla mistica greca e medioevale. Questi eventi pongono spesso il o la mistica (o meglio: veggente) nel difficile ruolo di intermediario tra questi esseri (come Maria la Madonna per restare in ambito cristiano), che spesso lasciano messaggi e segreti da diffondere, e il popolo.

Non stupisce allora che l’esperienza mistica poco alla volta sia diventata sinonimo di  visionarismo, emotivismo più o meno isterico e, per ultimo, nel periodo industriale del secolo scorso, rubricata come inganno da certa critica laica-materialista, oppure come manifestazione patologica dalla scienza ufficiale.

Se, dunque, nell’idea originale greca e nel pensiero dei padri cristiani medioevali, l’appercezione mistica era il vertice di una razionalità capace di superare d’un balzo la logica discorsiva e calcolante, per vivere la pienezza dell’assoluto (Uno), nella nozione attualmente più diffusa, la mistica si presenta spessamente come un vissuto, una esperienza particolare, una “relazione” con altre entità più maneggiabili dalla mente e riconoscibili culturalmente, che, rispetto all’Uno ineffabile assumono per forza di cose il ruolo di intermediari se non proprio di idoli.

Non stupisce neppure, allora, che oggi questi eventi siano classificati da alcuni studiosi come manifestazioni di esseri o entità aliene altamente evolute e molto potenti[5].

Lo spirito perduto e il mercato della spiritualità

 La mistica ha una storia, un lessico, i suoi “santi” e i suoi libri “sacri” come dimostrano gli studi di Marco Vannini che a questo tema ha dedicato una vita e numerose pubblicazioni. Tracce profonde di influenze mistiche si trovano nella cultura, nei grandi sistemi filosofici, nella letteratura e persino nella scienza.

Malgrado questo “mistica” è termine che oggi suona al senso comune equivoco, un termine ombrello sotto il quale si raccolgono cose molto diverse e differenti significati. Al fondo però permane quel vissuto, quell’esperienza, quel sentire che coincide con l’esperienza diretta e non mediata del divino, con l’esperienza travolgente e inconcepibile logicamente di essere l’Uno; più laicamente con il vivere la pienezza del  “sentimento oceanico” evocato da Romain Roland, o nell’incontro  con l’altamente significativo” descritto in modo assolutamente razionale da Luigi Lombardi Vallauri nel suo corso di mistica laica[6].

Tutto questo non può essere disgiunto da una riscoperta dell’unità corpo-anima-spirito, da un impegno personale, da un “vivere filosofico” che sappia valorizzare la pura esperienza (“mistica”) del momento inquadrandola in un contesto significante.

Se questo non avviene, se manca consapevolezza, tutto rischia di risolversi nella ricerca ossessiva dell’esperienza o nella mera ricerca dello stato eccezionale.

La mistica intesa come stato, come evento, ridotta a mera esperienza sensibile e dunque disgiunta da una visione filosofica (meglio: dall’impegno di una vita autenticamente filosofica), la mistica volgarizzata e derubricata a caso curioso, rischia oggi di essere inglobata in un mercato del sacro che propone una fantasmagoria di prodotti che dovrebbero garantire la conoscenza, il benessere, la felicità, la pace interiore, l’estasi: insomma, almeno un assaggio di alcuni di quegli stati di coscienza che sono descritti da mistici e mistiche di ogni tempo.

Corsi, stage, film di grande successo, libri, viaggi e cammini, esperienze in luoghi particolari, sostanze enteogene, rituali sciamanici o esoterici, rappresentano l’offerta globale di un florido mercato che deve creare i bisogni di cui si nutre.

Lo avevano ben compreso e in anticipo, gli sperimentatori psichedelici degli anni ’60 come Timothy Leary che tentavano di unire l’antica saggezza (del Libro Tibetano dei Morti) con l’uso sacramentale di LSD per entrare in stati di coscienza superiore, per accedere al divino[7]. All’epoca molte persone erano sinceramente convinte che l’esplorazione di stati di coscienza non ordinari (che alcuni definivano mistici) attraverso mezzi chimici potesse innescare una trasformazione radicale e positiva sia dell’individuo che della società.

La valorizzazione della mistica come via di salvezza?

Nella storia umana è possibile tracciare una storia della mistica[8] e seguirne le trasformazioni e i rivoli che hanno fermentato nel passato tante comunità e molti ambiti della società; anche oggi, lasciando stare, il florido mercato della spiritualità e i suoi numerosi inganni, la mistica intesa come filosofia, come pratica di vita e come esercizio del morire, intesa anche come esperienza personale vissuta all’interno di un contesto propizio, rappresenta una speranza, l’unica forse, per il futuro.

Il precetto “conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio” lungi dall’essere un relitto del passato superato dalla razionalità tecnica-utilitarista che – a torto – ha sussunto a sé l’intero campo della razionalità, si profila come una via responsabile per un futuro genuinamente umano. E questo per una serie di buoni motivi.

Innanzitutto il procedere della scienza teorica ha aperto scenari che non si oppongono affatto in modo frontale (come era per la scienza positivista classica) ad una visione mistica del mondo; si badi bene però: non spiega o giustifica o dimostra (come vorrebbe una certa vulgata dal sapore new age) la correttezza del “sentire mistico”, ma lascia intendere che quel che riportano i mistici di ogni tempo, cultura e religione, non sia affatto così folle e irragionevole come poteva apparire ad un razionalista, materialista, positivista di stretta osservanza[9].

Curiosamente dunque molti ragionamenti dei mistici risuonano, per cosi dire, con gli assunti della fin troppo citata fisica quantistica, e non di rado gli scienziati stessi si muovono in un contesto concettuale dal sapore quasi mistico (si pensi al fisico Bohm[10] o al filosofo e logico Wittgenstein[11]).

L’avanzare e il diffondersi della tecnologia, resa possibile dal progresso scientifico, sta creando velocemente sia un ambiente di vita completamente artificiale che sta subordinando a sé la natura, sia un differente modello di essere umano ibridato tecnologicamente e tecnicamente interconnesso.

Sotto questo profilo bisogna riconoscere l’uomo che si è auto-definito nella modernità come soggetto deputato a “fare, pensare e decidere”, escludendo ogni altra dimensione di ordine trascendente, dunque l’uomo in quanto puro prodotto dell’evoluzione naturale, è diventato obsoleto, come sosteneva Gunter Anders[12] con lucidità profetica oltre 60 anni fa. Già si affaccia infatti una divisione sociale tra individui tecnologicamente potenziati e individui puramente biologici che non possono o non vogliono accedere a certe tecnologie.

Ne consegue una drammatica richiesta di senso che già si avverte fortemente nelle società più avanzate: proprio a tale richiesta può rispondere la mistica nella misura che il singolo individuo decida di percorrere questa strada seriamente e in piena libertà[13].

Le tecnologie digitali applicate ai corpi e agli oggetti coniugandosi con l’onnipresenza dei mercati e del denaro, rende possibile tramite gli algoritmi di Intelligenza artificiale applicati a Big Data, il trionfo definitivo della misurabilità e del calcolo impersonale di ogni cosa ridotta a quantità economica. È appunto il trionfo del numero e della quantità sulla qualità[14].

In un mondo caratterizzato dall’iper-consumo e dalla totale mercificazione di tutto (spiritualità compresa, identità personale compresa), dove l’uomo ridotto a mero agente economico rivolge l’attenzione esclusivamente all’esterno, la mistica con il suo “conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio” propone un ribaltamento radicale che parte esattamente dalla spoliazione, dal distacco: distacco dai valori del “grande animale” platonico (il sociale), dalla pesanteur e dalla dominio della forza descritti in modo esemplare da Simone Weil; distacco dall’attaccamento ai beni materiali ma, soprattutto, dalle immagini, dai concetti, dalle parole che sono state conficcate nella mente di ognuno da un potere invadente ed estremamente pervasivo.

Sul pianeta si assiste oggi ad un grave squilibrio demografico, in un contesto di sovrappopolazione generale, che causa enormi tensioni livello globale. In tutto l’occidente, in particolare, si nota una drammatica riduzione della fertilità e della natalità cui corrisponde un fortissimo  livello di invecchiamento. La popolazione anziana un tempo fonte di saggezza è oggi un problema, spesso vissuta come uno scarto da rottamare quanto prima.

Al contrario, come scrive Raimon Panikkar[15], in un mondo dove il fare e l’avere sono a detrimento dell’essere, la mistica diventa più necessaria che possibile: essa implica  infatti il distacco ovvero  il platonico “esercitarsi a morire”,  una rinuncia al fare e all’avere,  una saggezza che forse è più facile raggiungere al crepuscolo della vita quando vengono riposte ambizioni di successo e di realizzazione materiale.

L’universalità dell’esperienza mistica che – in forme diverse ma spesso con esiti simili – si è manifestata in tutte le grandi religioni, culture ed epoche storiche, lascia aperta la possibilità che al fondo di ogni religione e di ogni tradizione spirituale consolidata vi possa essere qualcosa di comune profondamente legato alla natura umana (di ogni essere umano).

In tempi nei quali le religioni e le diversità culturali sono diventate (o meglio: sono tornate ad essere) occasione di scontri feroci, questa consapevolezza può fondare una vera tolleranza basata sul riconoscimento dell’autenticità delle espressioni religiose e spirituali in quanto tutte rivolte, in ultima istanza, alla connessione mistica con l’Uno/Tutto ineffabile[16].

Verso una vita più contemplativa

Spingiamo lo sguardo avanti di pochi anni. Se le tendenze di sviluppo continuano con questo ritmo ci troveremo a vivere in una realtà sostanzialmente artificiale, in una “megamacchina” di cui gli umani sono parte e componente in misura molto maggiore rispetto a quanto già accade oggi. L’ibridazione e l’hackeraggio dei corpi e la connessione di questi alla rete come già succede con le cose (IoT), la moneta digitale, la connessione perenne, pur aprendo grandi possibilità, rendono, per le masse, il prossimo futuro assai simile alle descrizioni delle grandi distopie del secolo scorso.

La religione tradizionale – o quel che ne resta oggi – rinviava ad un aldilà il raggiungimento della felicità; l’attuale secolarismo progressista ha trasposto in un futuro temporale gli ideali della mentalità religiosa tradizionale; le grandi tradizioni spirituali invitano invece a entrare in sé stessi per liberarsi dal desiderio.

In questa nuova società che va costituendosi ci sarà ancora spazio per le religioni e per le tradizioni spirituali, oppure la scienza sarà semplicemente la nuova religione, imposta dall’alto e in grado di garantire l’accesso per “via tecnica” a dimensioni che quelle ritenevano “divine”?

Se il lavoro sarà ridimensionato fino a perdere la sua capacità di dar senso al vivere venendo sostituito dalle macchine potrà essere il mero consumo in grado di dare significato alla vita? Che forma potrà prendere la vita attiva finalizzata ad uno scopo?

Se questo orizzonte è almeno verosimile si apre uno spiraglio, che porta alla necessaria valorizzazione della vita contemplativa; luogo dello spirito questo, dove tutti i mistici e le mistiche di ogni tempo hanno asserito trovarsi la vera felicità, la beatitudine. Un luogo dello spirito che, per così dire, si trova al di sotto della melma turbolenta dell’inconscio, nel fondo senza fondo dell’anima dove, come sembra suggerire Meister Eckhart, anima dell’uomo nobile[17] e Dio coincidono.

Una vita filosofica, impostata alla saggezza profonda che i mistici hanno saputo cogliere sembra oggi assolutamente indispensabile per affrontare tempi di grande cambiamento nei quali la natura stessa dell’uomo è messa in radicale discussione.

Terminiamo così, guardando al futuro prossimo armati di una raccomandazione antica che può essere deposta alla base di ogni tradizione spirituale: “Conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio”; quindi, compiuto questo passo fondamentale segui l’indicazione evangelica ed “ama il prossimo[18] tuo come te stesso”.

Note

[1] l titolo del presente articolo prende spunto da una celebre frase del teologo Karl Rahner: “Il cristianesimo del futuro sarà mistico o non sarà”.

[2] M-A.Vannier (a cura di), I mistici renani. Eckhart, Taulero, Suso, Antologia, ed Jaca Book

[3] Una critica feroce al ruolo dei mediatori religiosi in ambito cattolico si trova negli scritti della mistica Angela Volpini; vedi A,Volpini, Resurrezione di Dio. CELIT edizioni, 1984

[4] E.Zolla, I mistici dell’occidente, 2 vol. ed.Adelphi

[5] Corrado Malanga, Roberto Pinotti. B.V.M. Beata Vergine Maria. Le apparizioni mariane in una nuova luce, ed,Mondadori

[6] https://podtail.com/it/podcast/meditare-in-occidente/

[7] Timothy Leary, Ralph Metzner, Richard Alpert. L’esperienza psichedelica. Un manuale basato sul Libro Tibetano dei morti, ed.Mondadori

[8] Marco Vannini: Storia della mistica occidentale. ed.Le Lettere

[9] Fritjof Capra, Il Tao della fisica, Adelphi

[10] J.Krishnamurti, D,Bohm, Dove il tempo finisce, ed. Ubaldini Roma

[11] Ludwig Wittgenstein, Lezioni e conversazioni, Adelphi

[12] Gunter Anders, L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, 2007

[13] Non è irragionevole pensare che la mistica ovvero la capacità di vivere un esperienza mistica  intesa come relazione diretta e non mediata con l’Uno/Tutto sia il vero confine che consente di distinguere tra coscienza e Intelligenza Umana estesamente intesa  e Intelligenza Artificiale forte.

[14] Questa tematica è ampiamente sviluppata da René Guenon in Il regno della quantità e i segni dei tempi, ed Adelphi

[15] Raimon Panikkar, Mistica, pienezza di vita. Ed Jaca Book

[16] E ragionevole ipotizzare che la mistica, ovvero l’esperienza mistica, se intesa come relazione diretta e non mediata con l’Uno/Tutto sia una caratteristica accessibile ad ogni creatura senziente anche extraterrestre, nel caso assai probabile che tali creature esistessero.

Allo stesso modo non si può escludere del tutto che una qualche sorta di  stato mistico così inteso possa essere vissuto anche da altre creature come gli animali. Tutto ciò dovrebbe indurre grande rispetto e grande attenzione in ogni rapporto in cui sono coinvolte creature viventi

[17] L’uomo nobile, l’uomo giusto è quello che vive nell’adesso, sottratto allo spazio-tempo ovvero ai condizionamenti che il sociale porta con se; è quello che in quanto distaccato lascia essere tutti i contenuti senza appropriazione.

[18] Con il termine “prossimo” non si intende una generica umanità idealizzata ma propriamente le persone con le quali si è o si entra in contatto diretto.

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L'idrovia ferrarese: ma esiste un futuro?

L’Idrovia ferrarese: ma esiste un futuro?

L’Idrovia ferrarese: ma esiste un futuro?

Un canale navigabile lungo 70 km che doveva collegare il porto di Ravenna con Pontelagoscuro e quindi con il fiume Po, con Mantova, Cremona. Un canale che doveva essere adattato al passaggio della navi della quinta classe europea garantendo dei fondali e dei tirante d’aria ben precisi, un sistema di conche di navigazione funzionante ed efficiente. Il tutto messo a sistema per spostare il trasporto di merci dall’asfalto sull’acqua realizzando benefici per l’economia e l’ambiente. E per questo sommo obiettivo finanziato da ormai venti anni con milioni di Euro che arrivano a singhiozzo da Unione Europea, Stato e Regione Emilia Romagna.

I soldi per l’Idrovia ferrarese sin dall’inizio erano destinati alla navigazione commerciale e chi auspicava effetti positivi collaterali a favore del turismo doveva consolarsi con il sogno di navigare sulla scia delle future bettoline, navi da container e similari.

Eppure la campagna di promozione dell’Idrovia, che all’inizio aveva fatto il giro completo dei centri civici della Provincia di Ferrara, prospettava un progetto super smart con ponti postmoderni, navi che solcavano canali di acqua trasparente, piste ciclabili e pedonali sulle sponde tipo Parigi. Come se non bastasse si portò la nave da crociera ‘Germania’ al largo di Porto Garibaldi per trasbordare i passeggeri su navi più piccole che avrebbero potuto arrivare in questo modo via acqua sino a Ferrara.

L’amministrazione provinciale ferrarese come quella del capoluogo era di sinistra e chiaramente la destra vi si scagliò contro con tutti i mezzi comunicativi possibili, ma ad un certo punto, grazie all’avanzamento lento ma inesorabile un pezzo alla volta, l’idrovia era diventata inevitabile e la gente si rassegnò.

Negli anni i cantieri si spostarono verso Ferrara e le notizie di inaugurazioni e aperture di nuovi cantieri non facevano più scalpore; l’Idrovia diventò un carrozzone gigantesco con il quale non c’erano neppure da guadagnare voti elettorali e così la politica locale, tutta la politica locale, se ne dimenticò.

Si rimane in effetti stupiti della grande indifferenza della politica rispetto agli esiti finali del progetto Idrovia e delle sue ripercussioni future sulla cittadinanza in termini economici, urbanistici, ambientali e paesaggistici.

Nessuno oggi si chiede più se le navi di quinta classe europea navigheranno mai sui canali di Ferrara, se vi saranno i presupposti logistici ed economici, se vi sarà quel vantaggio ecologico del trasporto sull’acqua e come questo potrà avere continuità oltre i punti terminali di Porto Garibaldi e Pontelagoscuro.

Forse a questo punto a qualcuno sorge qualche domanda spontanea. L’Idrovia fa comodo a molti perché porta appalti, soldi, profitti? C’è qualche ente finanziatore, a Bruxelles, a Roma, a Bologna che potrebbe chiudere il rubinetto se l’obiettivo finale venisse messo in discussione?

Due sono i motivi per sostenere che quell’Idrovia presentata circa 20 anni fa al grande pubblico non sarà mai funzionante.

Il primo: tra i tanti ponti che bisognerebbe alzare c’è quello ferroviario a 500 metri dalla stazione di Ferrara. Non è possibile alzare questo ponte, a meno che non venga spostata l’intera stazione da un’altra parte. L’unica possibilità di bypassare il problema, che rappresenta un vero collo di bottiglia per l’Idrovia ferrarese, sarebbe un sistema a due conche, ma una tale soluzione sarebbe complicatissima, inefficiente e troppo costosa. Infatti l’ipotesi uscì diversi anni fa sulla stampa locale, ma la discussione durò solo pochi giorni e il problema venne sotterrato.

Il secondo: anche se si riuscisse a completare l’adattamento alla quinta classe europea, sarebbe difficile garantire una navigabilità continua con il fiume Po, così come verrebbe chiesto da chi vuole pianificare con certezza trasporti via d’acqua tra il mare (Ravenna) e le città padane (Mantova, Cremona ecc.).

La certezza non è data perché il fiume Po è in media navigabile solo per 250-280 giorni all’anno ed è sempre più spesso soggetto a piene e secche disastrose, che rendono difficile ogni tipo di programmazione dei trasporti. I nuovi interventi previsti potranno sì aumentare la navigabilità del grande fiume, ma non daranno la sicurezza che un canale artificiale può offrire.

Ferrara rimarrà per questo tagliata fuori dall’asse idroviaria costituita dei Canali Fissero-Tartaro e Canal Bianco, che connette la laguna veneta (Venezia, Chioggia) con Mantova senza obbligare gli operatori ad aggirare le secche e le piene del fiume Po. Se la navigazione sul Po non può essere certa e garantita sempre, l’Idrovia ferrarese si deve fermare a Pontelagoscuro in base ai capricci sempre più disastrosi del clima?

E poi: avrebbe senso costruire un polo logistico gigantesco nei pressi della chiusa per il trasbordo o stoccaggio di merci come sta nascendo in questi anni con investimenti giganteschi al sud della città di Mantova attorno al porto di Valdaro?

E se questo sogno del trasporto merci sul Po di Volano dovesse rivelarsi una chimera, che cosa lascerebbe il progetto Idrovia ferrarese per il territorio? Quale sarebbe il valore ambientale dell’acqua e delle sponde, quale il valore economico, sociale, quale tipo di frequentazione in termini di mobilità, di sport, di tempo libero?

Come sarebbero integrate le sponde, i ponti, gli approdi del Po di Volano nel disegno urbanistico delle città, Ferrara in primis, che aspetto avrebbero, che funzionalità, che accessibilità? Quale sarebbe il ruolo dell’Idrovia = Canale Boicelli + Po di Volano + Porto Canale di Comacchio e Portogaribaldi nel futuro disegno della Provincia di Ferrara? Come sarebbe strutturata l’infrastruttura per la navigazione turistica, sempre posto che qualcuna fosse seriamente interessato a realizzarla?

Nessuno si pone sul serio queste domande e tutti sanno che sono retoriche. In realtà la mancata messa in discussione del progetto favorisce a drenare risorse economiche importanti, destinate alla navigazione interna per realizzare opere altre, opere che sulla carta servono al transito delle navi sull’acqua ma che in concreto, nell’immediato servono per il traffico su strada.

Il primo esempio in questo senso è stata la rotatoria di San Giorgio a Ferrara, all’epoca costruita perché avrebbe aiutato a risolvere i problemi del traffico su strada che si sarebbero creati con il futuro rifacimento del ponte sul Po di Volano adiacente (non ancora avvenuto).

Altri esempi sono e saranno i ponti sul Canale Boicelli, che sono malridotti e devono essere ricostruiti per farci passare sopra migliaia di camion all’anno che sono al servizio del Petrolchimico e solo poi, forse, permetteranno anche di farci passare sotto le navi della quinta classe europea.

Forse nel caso dei ponti di Ostellato e Final di Rero il secondo fine non c’è, o e meno lampante, ma a Ferrara questo è stato trattato e annunciato pubblicamente. E intanto ovunque nella Provincia di Ferrara il progetto Idrovia, un tempo alto esempio di sostenibilità ed ecologia, lascia una scia di distruzione degli habitat, cementificazione, opere pubbliche di dubbia utilità.

A Final di Rero (Comune di Tresignana) il 9 di gennaio il nuovo sindaco Mirko Perelli ha convocato un’assemblea pubblica per informare i cittadini sullo “stato dell’arte” del progetto Idrovia nel suo Comune. In apertura si è dichiarato in disaccordo con la rasatura a zero della vegetazione su più di 5 km di argini nella zona, spiegando che la Regione Emilia Romagna difende il suo operato con motivi di sicurezza idraulica. Poi ha rimpianto tra le righe la demolizione dello storico ponte di Final di Rero che verrà sostituito con un ponte moderno a due arcate.

Arrivando al motivo principale dell’assemblea ha infine spiegato che il Comune, a sorpresa si trova a dover decidere molto presto, pressato dalla Regione Emilia Romagna su una questione fondamentale. In sintesi il cantiere Idrovia ha generato davanti all’abitato di Final di Rero un’isola fluviale che è sempre stata presentata come futura oasi e parco pubblico.

Solo ora però, a cantiere avanzato il Comune è stato informato che non sarà la Regione a “finire” l’isola, ma semmai il Comune che dovrebbe chiedere di diventarne proprietario (ora è del demanio) e farsi poi carico di tutti gli oneri annessi: infrastrutturazione, allestimento, sottoservizi, manutenzione. Inoltre solo ora il Comune è stato informato che un ponte che doveva inizialmente essere provvisorio (tipo Bailey) non verrà più demolito, ma coesisterà come ecomostro a 200 metri da quello nuovo, moderno, a doppia arcata in fase di costruzione.

Se il Comune dovesse accettare la Regione è disposta almeno ad “abbellire” il ponte e tirare via il manto di asfalto, che diventerà così l’accesso all’isola; diversamente, e se la Regione con fa concessioni alle richieste di recente avanzate dal Comune il ponte verrà chiuso, sbarrato, bloccato.

Lo sparuto gruppo di cittadini presenti, tutti memori delle campagne promozionali dell’Idrovia in passato, in quella sala buia e triste di un centro civico stile anni ’80 è rimasto leggermente frastornato nel dover dire la sua su una proposta che più che un dilemma sembrava una beffa.

Il loro fiume, eliminato il verde che copriva le sue sponde, è stato raddrizzato perché la vecchia ansa, troppo stretta, non avrebbe permesso il passaggio di una nave della quinta classe europea, ma ora si chiedono disillusi: vedremo mai una nave di quinta classe passare da queste parti?

In tutta la provincia di Ferrara i cittadini subiscono il progetto Idrovia senza avere una minima idea di quello che succede sul Po di Volano, chiedendosi di dove può e dove vuole arrivare il grande carrozzone. Non sanno quale è l’utilità, quale potrà essere il ritorno turistico, economico, ambientale; a quale mercato, quale industria, quale domanda risponde il progetto.

Gli amministratori locali che dovrebbero rappresentare le istanze dei cittadini non avanzano nessuna proposta, alzano le spalle e ignorano ogni possibilità di mettere in discussione i modus operandi, le ripercussioni pesanti sulla vita della popolazione, gli esiti finali.

Dopo che la Provincia, inizialmente prima promotrice dell’Idrovia era stata messa all’angolo, i sindaci sono rimasti soli, hanno voltato le spalle all’acqua per occuparsi solo della terraferma e malferma.

Si può fare finta di niente, si può essere complici, ma si potrebbe anche lanciare una class action di tutti i Comuni rivieraschi per mettere in discussione la quinta classe europea. Tanto per cominciare.

 

Cover e immagini nel testo tratte da: https://ilgiornaledelpo.it/lidrovia-ferrarese-ma-esiste-un-futuro/

Collettivo Rotte balcaniche: tre insegnanti torinesi arrestati in Bulgaria per aver tentato di salvare la vita a migranti semiassiderati

Tre insegnanti torinesi arrestati in Bulgaria per aver tentato di salvare la vita a migranti semiassiderati.

Collettivo Rotte Balcaniche

Ripubblichiamo l’intervista di Cesare Manachino (Radio Poderosa) a Simone Zito del Collettivo Rotte Balcaniche

Radio Poderosa: Sono Cesare Manachino e qui con me c’è Simone Zito, professore del liceo Monti di Chieri, che con altri due docenti è stato in Bulgaria per portare aiuto ai migranti in pericolo di vita. Migranti braccati dalla polizia bulgara. Buongiorno Simone.

Simone Zito: Ciao Cesare, grazie dell’invito.

Radio Poderosa: Prima di parlare di quello che è successo il mese scorso, il giorno prima di Natale se non sbaglio, puoi dirci qual è l’attività dell’associazione di cui fai parte? Rotte balcaniche.

Simone Zito: Rotte Balcaniche è un collettivo politico che nasce nell’Alto Vicentino nel 2018. Dal 2020 abbiamo iniziato ad andare sui confini lungo la rotta balcanica, dalla Bosnia alla Serbia. Nel 2022 ci siamo spostati sul confine bulgaro turco perché dai racconti dei migranti che intercettavamo ci sembrava uno dei confini più difficili, più violenti e meno presidiati da associazioni ONG e quindi, cercando di essere utili, abbiamo pensato di spostarci in quei luoghi. Abbiamo iniziato inventando una specie di zaino per poter fare delle docce perché questi ragazzi dormivano in posti abbandonati ed in tende nelle campagne. C’erano problemi di igiene, la scabbia era un problema endemico e quindi siamo partiti così dalla Bosnia. Da sei mesi abbiamo attivato un numero di emergenza in Bulgaria che i migranti possono chiamare quando sono in pericolo di vita.

Radio Poderosa: Stavo pensando che arriva gente in difficoltà, vuole passare sul tuo territorio per andare a salvarsi, non dico di aiutarli, ma lasciali andare mi sembra una cosa veramente inverosimile.

Simone Zito: Però se ricevi se ricevi dei finanziamenti europei per fermare i migranti, come ad esempio la Libia o la Turchia, oppure la richiesta dell’Unione Europea è quella di controllare i confini per avere pieno accesso all’area Schengen, tu magari lo fai. Se poi fermare l’invasione, fermare l’orda, vuol dire che muoiono nei boschi tre ragazzini di 15, 16, 17 anni, accade.

Radio Poderosa: Senti com’è andata in Bulgaria? Appunto, prima di Natale.

Simone Zito: Sapevamo che l’ambiente ormai non è proprio amichevole, cioè che andavamo comunque in un ambiente abbastanza ostile. E purtroppo la polizia, da settembre 2024, ha cambiato approccio. Se prima non reagiva in modo scomposto quando trovavamo dei corpi oppure quando trovavamo delle persone e chiedevamo l’intervento del numero di emergenza, da settembre hanno iniziato a fermarci, a fare arresti Illegali, tenendoci in caserma 24 ore e poi iniziando a pedinare, a chiederci continuamente informazioni, documenti. Le macchine hanno subito vari atti di vandalismo, nel senso hanno distrutto alcuni veicoli. L’ultima volta hanno sequestrato i cellulari e i computer a due ragazze senza rilasciare alcun tipo di documento. Quindi stanno cercando in ogni modo di disincentivare la solidarietà. E questo è il motivo per cui noi non dobbiamo demordere, anzi, dobbiamo lavorare perché altre organizzazioni e altri gruppi possano andare in quel luogo per difendere la vita, il diritto all’infanzia, una serie di diritti che vengono completamente calpestati al confine d’Europa.

Radio Poderosa: Quindi la situazione continua ad essere molto grave e che prospettive ci sono?

Simone Zito: Allora noi collaboriamo con un’associazione bulgara che si chiama Mission Wings che adesso purtroppo è sotto pesante attacco da parte del governo bulgaro e quindi di fatto cercano di toglierci un po’ di ossigeno e di agibilità. Però non ci facciamo spaventare, noi siamo lì tranquilli, sapendo che non stiamo facendo niente di male e quindi ci stiamo organizzando meglio per ridurre i rischi e poter continuare a fare quello che facciamo. Lo facciamo insieme a No Name Kitchen, che è una ONG che anche aiuta i migranti in vari luoghi, in vari confini d’Europa. Stiamo lavorando, come dicevo prima, per fare in modo che altre organizzazioni, altri gruppi possano essere attivi in quel contesto. Col sorriso, andando avanti passo dopo passo, ripeto, sapendo che stiamo dalla parte giusta della storia e che dalle nostre azioni può dipendere poi il futuro di molti migranti. Sono circa 450 le persone che abbiamo aiutato quest’estate e purtroppo sappiamo di nove persone decedute finora di cui cinque minori, decine di persone scomparse. Stiamo collaborando con un gruppo di mamme siriane che hanno iniziato a fare delle attività di protesta davanti all’ambasciata bulgara per chiedere l’intervento del Governo e fare giustizia, fare luce su tutte queste persone scomparse spesso minori e quindi diciamo che le cose si muovono e noi lavoriamo affinché possano continuare a muoversi sempre più velocemente.

Radio Poderosa: Un lavoro prezioso; immagino che dietro di voi non ci siano dei grandi finanziatori miliardari che invece di andare su Marte cercano di aiutare qualcuno. Come si può fare per dare una mano concretamente o con sottoscrizioni?

Simone Zito: Questa cosa che hai detto mi ha fatto ridere perché effettivamente c’è un giornalista bulgaro, probabilmente imbeccato dalla polizia o dai servizi segreti, che ha detto che noi siamo pagati da miliardari per diffondere l’ideologia gender. C’è un gran miscuglio di stupidaggini e quindi mi ha fatto ridere questa cosa. No, dietro di noi ci sono tante persone solidali, amiche, vicine, spesso reti che si costruiscono nei territori che abitiamo. Questo collettivo ha grandi e profonde radici nell’Alto Vicentino di Schio, Thiene, Santorso, Marano. E ci sono tantissime persone che magari si sposano o fanno un figlio e ci finanziano, fanno donazioni, organizzano concerti, organizzano iniziative. Noi siamo tutti ovviamente volontari. Le nostre attività vengono rese possibili dall’intervento di centinaia di donazioni di privati, piccole o grandi, che permettono di pagare la benzina, pagare i veicoli, pagare le distribuzioni di cibo e di medicinali che facciamo lungo il confine. C’è un crowdfunding che si chiama L’antirazzismo si fa spazio perché il mio collettivo è riuscito ad avere in comodato d’uso un grosso edificio per i prossimi venti anni e abbiamo iniziato le opere di ristrutturazione: dopo aver salvato i migranti lungo il confine, ci piacerebbe continuare un percorso insieme a loro di inclusione e anche politico, perché no. Però per fare questo c’è bisogno di uno spazio di una sede dove si possano fare attività, incontrarli, sindacalizzali nel caso in cui ovviamente cerchino lavoro.

Questo sta accadendo a Schio dove abbiamo preso questo edificio che erano gli uffici di un’ex tessitura molto grande.

I lavori, ripeto, sono già iniziati, però alle spese per ristrutturarlo sono importanti e quindi potete trovare su Distribuzioni dal basso questo crowfunding che si chiama l’antirazzismo si fa spazio.

E lì penso che accadranno un sacco di cose interessanti, quindi si può aiutare in questo modo. Si può aiutare in tanti altri anche solo partecipando alle iniziative, diffondendo la voce di quello che accade lungo il confine, lungo la rotta balcanica e venendo con noi, venendo con noi al confine. Cioè i modi sono tanti ed è giusto che ognuno faccia quello che può per come può. Qualcuno diceva a ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.

Radio Poderosa: Radio Poderosa secondo le proprie piccole onde è la conquista dello spazio che ci piace. È questa qui. Ringrazio il professor Zito e tienici aggiornati.

Simone Zito: Grazie mille Cesare E molto, molto volentieri.

Collettivo Rotte Balcaniche

Siamo un gruppo informale di attivistə che si pone il triplice obiettivo di supportare attivamente le persone in transito lungo le rotte balcaniche, di raccogliere testimonianze e produrre documentazione sulle violenze di polizia ai confini d’Europa, e di mobilitare la società civile sulle tematiche legate alle migrazioni. In questo senso, negli ultimi tre anni siamo statə attivə in Italia, Bosnia ed Erzegovina e Serbia. Dal 25 giugno 2023 come Collettivo Rotte Balcaniche siamo presenti nella regione sud-orientale della Bulgaria, nei pressi del confine turco, in particolare tra le città di Harmanli e di Svilengrad. L’aiuto concreto fornito principalmente alle persone in movimento consiste in vestiario, cibo, acqua potabile, medicinali di base, prodotti per l’igiene e la pulizia. Offriamo anche la possibilità di effettuare docce con acqua calda in contesti in cui non è presente acqua corrente, tramite un sistema autocostruito. Esisteremo finchè la libertà di movimento non sarà un diritto di tuttə.

 

In copertina: Simone Zito, docente attivista di Rotte balcaniche fermato in Bulgaria – Foto di Marioluca Bariona su gentile concessione dell’Agenzia  Pressenza.

Parole e figure /
La volpe e l’aviatore

La volpe e l’aviatore, di Luca Tortolini e Anna Forlati edito da Kite è una delicata storia di tenerezza, amicizia e amore, che recupera i simboli del mito de Il Piccolo Principe, il capolavoro imperituro di Antoine de Saint-Exupéry. 

A parlare e condurci in una storia senza tempo, è una volpe che esce dalla sua tana solo la notte: di giorno ci sono mille pericoli, dal lupo alla lince, fino all’aquila e agli uomini. Ma ora la volpe è meno diffidente del solito, a causa di un bell’incontro.

L’aviatore Antoine precipita con il suo aereo vicino a un bosco e a seguito di quell’incidente una scheggia del velivolo ferisce una volpe di passaggio. Antoine, pur malmesso, la trova, la soccorre e se ne prende cura, fasciando premurosamente la sua zampa nella quale si era piantata una scheggia dell’aereo.

La volpe e l’aviatore, di Luca Tortolini e Anna Forlati, immagini Kite editore

Che fatica camminare, e se non ci fosse stato lui a curarla… tanta paura però, è sempre difficile fidarsi degli umani dai mille volti e pensieri, meglio scappare.

Nei giorni successivi Antoine si occupa di riparare l’aereo per poter ripartire presto, ma la volpe ritorna, resta con lui e i due faranno amicizia, fino al giorno in cui lei si addormenta sull’aereo, lui non se ne accorge e così volano insieme sopra il mondo. La volpe trema un poco, non è il freddo dell’aria frizzantina, è spaventata, ma che bello però il mondo da lassù, bello volare nel cielo azzurro accarezzando le nubi di panna, vedere le montagne, i laghi, i fiumi, le colline e le città, quanta gente che cammina, sorride e chiacchera… Quanta spensieratezza.

La volpe e l’aviatore, di Luca Tortolini e Anna Forlati, immagini Kite editore

Gli uomini non sembrano poi tanto male e se assomigliano ad Antoine, c’è davvero qualche speranza. I sogni poi… perché gli uomini volano se la natura non ha dato loro ali? Per realizzare un sogno. Ognuno ha diritto ad avere i propri sogni, li si può anche coltivare in religioso, pacato e delicato silenzio, magari guardando i paesaggi che ci avvolgono. Se poi ci sono amicizia, amore e rispetto reciproco tutto può diventare più semplice.

La volpe ricorderà per sempre quella bellissima giornata di volo, quel volare sulla magnifica, colorata e ricca terra lasciando sotto l’acqua azzurra di un mare sempre più profondo. Come potrebbe dimenticarla… Antoine non è ombra fugace, ma un vero amico, generoso e attento, un amico di tutte le volpi del bosco. Lei sarà sempre lì ad attenderlo.

Un dubbio però: l’autore de Il piccolo principe aveva davvero conosciuto una volpe?

La volpe e l’aviatore, di Luca Tortolini e Anna Forlati, immagini Kite editore

Luca Tortolini, Anna Forlati (illustratore), La volpe e l’aviatore, Kite edizioni, Padova, 2017, 40 p.

Luca Tortolini, classe 1980, è scrittore, sceneggiatore e docente e vive a Macerata. Ha studiato al DAMS di Roma Tre. Oltre a scrivere si occupa di educazione e promozione della lettura. Ha vinto il Premio Andersen 2021 per il Miglior Albo Illustrato con François Truffaut. Il bambino che amava il cinema (Kite) e il premio Premio Andersen 2024 come Miglior Scrittore. I suoi libri sono pubblicati da Kite, Orecchio Acerbo, éditions du Rouergue, éditions Notari, éditions Cambourakis.

Anna Forlati, nata nel 1980, si occupa da diversi anni di illustrazione per l’infanzia. Ha studiato Arti Visive allo IUAV di Venezia e nel 2012 si è diplomata al Master ARS IN FABULA in Illustrazione per l’editoria. Ha pubblicato circa 30 libri illustrati in Italia e all’estero e ha partecipato a varie rassegne internazionali di illustrazione, tra cui la Mostra degli Illustratori, Bologna Children’s Book Fair 2014. Nel 2013 ha tenuto una mostra personale di illustrazione presso la libreria Giannino Stoppani di Bologna. È attualmente docente di illustrazione presso la Scuola di Illustrazione ARS IN FABULA di Macerata.

SCELTE DI PACE: Incontro pubblico a Ferrara, 6 febbraio, ore 21,00

SCELTE DI PACE

Incontro pubblico a Ferrara, 6 febbraio, ore 21,00
presso
la parrocchia di San Giacomo, via Arginone 165

Nel contesto attuale è sempre più diffusa una cultura strisciante che giustifica la guerra e quasi pare voler preparare l’Europa al conflitto come necessità inevitabile, rallentando la ricerca della pace con ogni mezzo come via prioritaria. Ci sembra perciò essenziale, come cittadini e come cristiani, continuare ad approfondire la ricerca delle possibili vie della pace, considerata non un orizzonte irrealistico, ma possibile e perseguibile anche nel contesto politico attuale. Come ci ha ricordato papa Francesco nel messaggio per la LVIII Giornata della pace, “il futuro è un dono per andare oltre gli errori del passato, per costruire nuovi cammini di pace”.

Per questo, come suggerisce il titolo della nostra iniziativa, vogliamo porre l’attenzione su “scelte di pace”. Ma quali?
In primo luogo, quelle oggi possibili sul piano politico e diplomatico nel quadro dei rapporti internazionali. Ce ne parlerà Andrea Michieli, direttore dell’Istituto di Diritto internazionale della Pace Giuseppe Toniolo.
In secondo luogo, ci interessa dare spazio alle scelte di pace reali e concrete, vissute da comunità attivamente coinvolte in questo campo: la Comunità di Sant’ Egidio, fortemente impegnata nella ricerca del dialogo e delle vie diplomatiche nei conflitti esistenti, a cui darà voce Alessandra Coin della Comunità di Padova; la Comunità Papa Giovanni XXIII che attraverso un testimone ci farà conoscere da vicino l’Operazione Colomba, che porta aiuti umanitari nei paesi coinvolti in conflitti.

L’incontro promosso dal Settore adulti dell’Ac, dalle Acli provinciali, dall’Associazione Comunità Giovanni XXXIII, dal Centro per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale dell’Università di Ferrara vuole proporre un approfondimento aperto a tutti, adulti e giovani, nella consapevolezza della rilevanza formativa ed esistenziale di queste tematiche in questo momento storico. L’iniziativa si svolgerà giovedì 6 febbraio, alle ore 21, presso la parrocchia di San Giacomo, via Arginone 165.

Settore Adulti AC Ferrara-Comacchio,
Acli Provinciali Ferrara,
Comunità Papa Giovanni XXIII,
CCSI Università di Ferrara

Liberariamo Ferrara da Hera.
Ripubblicizzare il servizio raccolta rifiuti è possibile e conviene

Liberariamo Ferrara da Hera.

Ripubblicizzare il servizio raccolta rifiuti è possibile e conviene

Ho già scritto su queste pagine sul tema della politica dei rifiuti e della gestione del servizio dei rifiuti urbani nel Comune di Ferrara, affidato a Hera in proroga da quando, alla fine del 2017, è scaduta la concessione che glielo aveva precedentemente affidato.
Ritorno a parlarne perché, in recenti affermazioni riportate dalla stampa locale, il vicesindaco Balboni ha annunciato che la decisione della Giunta è quella di procedere con una nuova gara e che entro i prossimi 2-3 mesi il tutto dovrebbe essere definito con l’espressione del Consiglio comunale.

Ora, è evidente cosa significa effettuare la gara: non bisogna essere facili profeti per sostenere che, alla fine, ciò si risolverà con un nuovo affidamento del servizio ad Hera. Sia perché il meccanismo della gara favorisce le aziende di grandi dimensioni, in particolare le grandi multiutilities Hera, Iren, A2A e, eventualmente, aziende multinazionali, che, almeno inizialmente, possono presentarsi avanzando offerte economicamente più vantaggiose – il parametro principe di riferimento della gara, che non tiene conto degli aspetti qualitativi del servizio –, sia perché queste grandi aziende hanno già sostanzialmente definito di spartirsi il mercato ( per esempio, per stare in Emilia-Romagna, Iren per il territorio regionale che va da Piacenza a Reggio Emilia e Hera per la restante parte della regione).

Occorre avere la consapevolezza che compiere questa scelta non significa semplicemente affidarlo a questa o a quell’altra azienda. In realtà, siamo di fronte al fatto che si sceglie un modello di gestione del servizio e dei beni comuni.

Un modello che si basa sulla privatizzazione con quello che essa comporta. Privatizzazione significa continuare con un’idea per cui anche i rifiuti sono una merce, che la loro gestione deve garantire un profitto, che questo è l’obiettivo fondamentale, e che i temi di un servizio utile ai fini della tutela ambientale e della salute passano in secondo piano.

Il modello privatistico e inefficiente di Hera  

La gestione da parte di un’azienda di carattere privatistico, com’è Hera, che da un po’ di tempo in qua vede la maggioranza azionaria in mano a soggetti privati ed è quotata in Borsa, ha come conseguenza che tutto è piegato a creare valore per gli azionisti, cioè a produrre forti profitti e distribuire importanti dividendi, mestiere che Hera svolge egregiamente.
Fino a mettere in campo comportamenti di tipo speculativo, com’è successo a Ferrara con le tariffe del teleriscaldamento, per cui Hera è stata multata per circa 2 milioni di € da AGCM (Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato), che ha rilevato in modo chiaro che Hera ha usufruito di una posizione dominante e con ciò ha impedito agli utenti di beneficiare dell’uso di fonti rinnovabili a costi contenuti per produrre un bene essenziale come il calore.

Sempre da qui nasce il fatto di non mostrare alcun interesse per ridurre la produzione di rifiuti e rendere minima la quantità degli stessi che va a smaltimento, gli obiettivi che qualificano una gestione dei rifiuti ambientalmente soddisfacente. Nè vale più di tanto esibire una buona percentuale di ricorso alla raccolta differenziata, se poi, appunto, la quantità di rifiuti prodotti aumenta e se gli scarti della raccolta differenziata sono decisamente alti, come nel Comune di Ferrara.

Non a caso, a completare il quadro, Hera insiste nella raccolta con le calotte, anziché puntare al modello porta a porta, notoriamente più efficace dal punto di vista del miglioramento della qualità della raccolta e anche nell’incentivazione di comportamenti “virtuosi”, e punta all’ampliamento dell’incenerimento, l’anello del ciclo maggiormente redditizio economicamente e più impattante per la salute delle persone. passato a Ferrara negli ultimi anni dalla capacità di 130.000 tonn. a 142.000.

Una nuova strada da percorrere: fare come a Forlì

A questo modello se ne contrappone un altro, quello fondato sull’idea che il ciclo dei rifiuti tratta un bene comune, quello che ha a che fare con la preservazione delle risorse naturali e materiali, partendo dal fatto che già oggi ne consumiamo ben di più di quanto il pianeta riesca a rigenerarle.

Per questo diventa fondamentale lavorare per l’economia circolare. Mettere al posto dello schema estrarre, produrre, utilizzare e gettare”, il principio del riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile.
Il che vuol dire, per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti, guardare, prima di tutto, agli obiettivi di riduzione dei rifiuti prodotti e minimizzazione di quelli non avviati a riciclaggio. Ormai è acclarato, per stare all’esperienza del nostro Paese, che i risultati migliori in questa direzione si ottengono dove si applica la tariffa puntuale ( quella che è maggiormente correlata alla produzione di rifiuti dei singoli utenti), il modello della raccolta porta a porta e la gestione pubblica.

Dalla gestione pubblica meno rifiuti

Ce lo dice anche uno studio realizzato dalla Rete Giustizia Climatica di Ferrara nel giugno 2023, che ha analizzato tutte le gestioni del servizio dei rifiuti urbani presenti nel territorio regionale e che è giunto appunto a queste conclusioni. Ad ulteriore riprova di ciò, sta l’esperienza concreta realizzata sul campo, in particolare, sempre per stare nella nostra regione, quella di Alea, società a totale proprietà pubblica, che nel 2018 ha soppiantato Hera nella gestione del servizio dei rifiuti urbani a Forlì e in altri 12 comuni limitrofi. Ebbene, Alea, a tutt’oggi, presenta i risultati migliori in regione per la minore produzione di rifiuti ( 470 kg/anno/ abitanti contro i 612 di Ferrara) e, soprattutto, di minori rifiuti non riciclati ( 97 kg/anno/abitanti contro i 159 di Ferrara). Anche la tariffa, secondo i dati di Cittadinanza attiva, è inferiore a quella di Ferrara, 256 € all’anno per una famiglia tipo rispetto ai 298 €.

Anche a Ferrara è possibile andare su questa strada. Ripubblicizzare il servizio dei rifiuti urbani, passare alla raccolta porta a porta e porre le basi per dimezzare le 2 linee di incenerimento dei rifiuti è possibile e utile per salvaguardare l’ambiente in cui tutti noi viviamo e per la salute dei cittadini.

Conti alla mano: ripubblicizzare è possibile

Ci viene obiettato che i costi di quest’operazione sarebbero troppo alti. In realtà, quest’argomento è un alibi bello e buono. Si può prendere come riferimento lo studio prodotto da Unife, finalizzato proprio a studiare la situazione della gestione dei rifiuti a Ferrara: ebbene, lì si evidenzia che il “costo” per costruire un’azienda interamente pubblica per gestire il servizio dei rifiuti urbani oscilla tra i 4,5 e 5,2 milioni di €. Risorse che sono più che reperibili tramite due possibili strade: l’utilizzo di parte delle riserve di utili di Ferrara Tua, azienda interamente partecipata dal Comune di Ferrara, che ammontano nel 2023 a più di 17 milioni di €, di cui circa 8 disponibili. Oppure attraverso la vendita di parte delle azioni di Hera possedute dal Comune di Ferrara e di cui lo stesso può liberamente disporre, che arrivano ad un valore superiore ai 20 milioni di €.

Ancora una volta, si rispolvera una consunta litania per cui non ci sarebbero alternative. In realtà, invece, si tratta proprio di fare una scelta chiara tra due opzioni di fondo, due modelli di gestione dei servizi pubblici, alla fine, due cardini di modello produttivo e sociale: percorrere la via della privatizzazione, consegnando al mercato e al profitto beni comuni fondamentali oppure deciderli di trattarli come tali, e quindi gestirli nell’ottica degli interessi generali e delle finalità ambientali e sociali.

 

La violenza non prende il treno: basta insulti e minacce contro gli addetti ai trasporti

La violenza non prende il treno

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Una campagna nazionale promossa da sei sigle sindacali, per dire basta alle aggressioni contro i lavoratori dei trasporti e sensibilizzare i passeggeri a un problema ormai sociale. Volantini e spillette nelle stazioni e sui convogli

Nella lettera si informa che nel solo 2024, “in tutte le imprese ferroviarie, si sono registrati oltre 800 episodi violenti ai danni del personale che lavora in treno o in stazione: senza contare le minacce, gli sputi e gli insulti, che spesso sfuggono alle statistiche. Amiamo il nostro lavoro ma purtroppo, alcuni e alcune di noi, soltanto per controllare un biglietto o fare rispettare le regole di viaggio, sono finiti in ospedale. Gli atti di violenza non solo mettono a rischio la sicurezza di chi lavora, ma danneggiano anche chi quotidianamente utilizza il treno”.

I sindacati parlano di “serio problema sociale, del quale lo Stato, le istituzioni e le aziende devono farsi carico”. Finora i lavoratori hanno scioperato contro le aggressioni per denunciare la loro paura e per sollecitare soluzioni, “e non certo per starcene a casa…come strumentalmente racconta qualcuno alla stampa!”, si legge sul volantino. Viene quindi chiesto alle viaggiatrici e ai viaggiatori di unirsi alla stessa  battaglia di lavoratori e sindacati contro la violenza sui treni e nelle stazioni.

Le stesse sigle sindacali hanno inviato una lettera alle imprese ferroviarie, alla Fs sicurity e ai ministeri delle Infrastrutture e dei Trasporti, dell’Interno e del Lavoro e delle Politiche sociali, oltre ad altri destinatari. nella missiva si richiede “con forza una concreta volontà da parte delle imprese e delle istituzioni a convenire e a supportare, anche in termini di risorse economiche, le soluzioni più volte discusse ed indicate dal sindacato che restano tutt’ora inattuate”.

La campagna, che ha avuto inizio il 27 gennaio, continuerà sino al 4 febbraio: il personale ferroviario del front-line di tutte le imprese interessate indossa, durante lo svolgimento del servizio, una spilletta dal valore simbolico contenente lo slogan: “Stop aggressioni – la violenza non prende il treno”. Contestualmente i sindacati garantiscono un’attività di volantinaggio nelle principali stazioni per informare l’utenza sull’iniziativa in atto e sollecitare così un’alleanza tra lavoratori e passeggeri che garantisca la sicurezza di entrambi.

In copertina: rotaie, Foto di Creative Vix – pexels.com

groenlandia, l'ultima disperata frontiera americana.

Groenlandia, l’ultima disperata frontiera americana

Groenlandia, l’ultima disperata frontiera americana

La Groenlandia interessa gli Stati Uniti da quando si è scoperto che lo scioglimento dei ghiacciai consentirebbe alla Cina una navigazione delle merci verso l’Europa pari alla metà (23 giorni) di quella attuale tramite il canale di Suez, oggi minacciata dagli Houthi, che spesso costringe a circumnavigare l’Africa. Una rotta che in futuro sarebbe controllata dalla Russia, l’unica ad avere potenti navi antighiaccio a propulsione nucleare. La Groenlandia (tre volte il Texas, abitata da 400mila inuit) è inoltre ricca di idrocarburi, uranio, terre rare e pesci (ha lasciato la UE nel 1985 per non subire le norme restrittive sulla pesca) che oggi esporta in grande quantità.
Gli americani avevano comprato nel 1917 dalla Danimarca le Isole Vergini nei Caraibi (oggi uno dei maggiori paradisi fiscali) ma non la Groenlandia, difesa dagli americani nella 2^ guerra mondiale contro l’occupazione nazista nell’aprile 1940. E’ su questa base (sic!) che gli Usa avanzano le loro pretese ritornando ad una politica coloniale che si pensava tramontata. Gli USA sfruttano il fatto che la Groenlandia
ha un governo autonomo dalla Danimarca e potrebbe diventare alle prossime elezioni pro-Usa, i quali si “offrono” per proteggerla militarmente.
Si profila quindi un cambio di regime in Groenlandia già alle prossime elezioni di aprile 2025, in quanto potrebbe essere eletto per esempio Jorgen Boassen, un ex pugile divenuto paladino di Trump e che il 7 gennaio scorso ha accolto sull’isola Donald jr. Un cambio di regime (“spintaneamente” favorevole agli Stati Uniti) come avvenuto in passato in molti altri paesi (Ucraina inclusa, nel 2014) al fine di rafforzare il tenore di vita degli americani (acquisto di pesce, idrocarburi, terre rare) sempre con la narrazione del “libero” mercato e della protezione militare e soprattutto del controllo dell’ennesima rotta navigabile nel mondo, di cui gli Usa sono leader, dall’alto delle 175 basi militari sparse ovunque. Lo scopo è disinnescare il vero nemico, la Cina, la quale ha in corso trattative per fare un canale in Nicaragua, alternativo a quello di Panama. E qui si capisce perché Trump ha parlato anche di Panama.

La stessa vicenda del torturatore libico Osama Almasri si inscrive in questo scenario geopolitico. E’ stato riportato con un volo di Stato italiano a Tripoli dal governo Meloni – nonostante fosse accusato dalla Corte Internazionale per crimini contro l’umanità – in cambio di minori sbarchi di immigrati illegali in Italia. E qui si capisce bene perché la Libia fu destabilizzata nel 2011 (uccidendo Gheddafi dopo l’ennesima rivolta “popolare”) e lo stesso Iraq nel 2003 (sempre con l’aiuto degli inglesi, i genitori degli americani). Lo scopo non era solo il controllo del petrolio, come pure disse il presidente della Federal Reserve Paul Volcker, ma la destabilizzazione dell’Europa, appena nata, con imponenti flussi migratori dal Medio Oriente che l’avrebbero messa in crescente difficoltà. L’euro a quei tempi stava volando sul dollaro e c’era la possibilità che il più grande mercato al mondo si trasformasse in una unità politica statuale da parte dei suoi fondatori. Poi tutto è tramontato dal 2004 con il delirio dell’allargamento ad est, sotto la spinta degli amici-alleati americani. Politica che proseguì con l’allargamento anche ai Balcani, sostenuta anche dai finti antagonisti alle attuali élite europee (Meloni, Tremonti) che proposero questa come la soluzione ai problemi dell’Europa.

Si inscrive in questa lotta geopolitica anche la vicenda della start-up cinese Deep-Seek, che ha realizzato un “assistente personale” da
Intelligenza Artificiale pari o migliore a quelli dei colossi big tech Usa, a costi 10 volte inferiori e che consuma molto meno. La borsa americana ha perso mille miliardi di valore ma capitalizza ancora il triplo del valore di tutte le borse mondiali (cosa mai avvenuta in passato); tuttavia mai come oggi è fragile, perché il suo valore è legato a queste poche grandissime aziende legate a internet, all’Intelligenza Artificiale e al commercio on line. Giganti che ha anche la Cina, oltre ad aver mantenuto la manifattura e il controllo sulle materie prime (via Russia e Brics).

E l’Europa? Noi seguiamo stancamente (e stupidamente) il nostro vecchio imperatore come se fossimo nel secolo scorso, senza accorgerci che seguendoli in guerre per procura (Ucraina), in alleanze militari (Nato) dove non contiamo nulla, ci stanno/stiamo indebolendo. Ci manca una visione di futuro e di quella entità politica statale (federale se volete) autonoma e indipendente che farebbe così bene non solo a noi ma al resto del mondo, che cerca soprattutto la pace e il miglioramento delle proprie condizioni di vita.