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La cattiveria rimedio estremo ai mali

Nella Toscana e a Firenze finalmente ritornata alle gloriose giornate di primavera di un tempo, quella che mi ricordavo lungo il percorso ormai annoso dei miei soggiorni fiorentini, sono accolto da una serie di notizie “cattive” che sembra siano divenute lo sport nazionale invano contrastate dallo stormire profumato dell’immenso albero di mimosa nel giardino di via degli Alfani dove per anni ho svolto le mie lezioni.
E così nel giorno dedicato alle donne a cui questo fiore è consacrato ecco le notizie dei femminicidi, delle distruzioni di famiglie dove madri e padri uccidono i figli con cattiveria e determinazione. Ecco che sui giornali e sui media campeggiare l’immagine del David michelangiolesco, estremo omaggio al corpo adolescente di un profeta nudo armato solo della propria bellezza che qualche infame produttore d’armi deturpa con un’ oscena arma che avvilisce ma non sconfigge la grandezza dell’arte. Nemmeno l’uso spregiudicato dei gessi canoviani a cui si strusciavano belle ragazze in “intimo” raggiunge la grottesca e dolorosa immagine del David armato. Poi il disgustoso scambio di offese crudeli tra i pentastellati e tutto ciò che ha a che fare con un uso normale della democrazia e delle sue leggi. E per concludere gli insulti volgari con cui alcuni personaggi doverosamente nascosti dal loro nickname commentano in un giornale online il malore che ha colpito il neo ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Una miseria etica prima che politica e culturale che ci avverte quanto siamo vicini al punto di non ritorno nello svolgimento di una corretta forma di democrazia.
La cattiveria diventa perciò lo strumento irrazionale con cui si reagisce a una situazione assai critica (e non a caso su una stazione radiofonica regionale toscana disperatamente si declina una canzone in cui l’Italia appare come “il paese delle mezze verità”) che porta alla protesta affidata a questa forma di giudizio. Se il cattivo è l’antitesi del buono sembrerebbe che per contrastare questa forma di protesta basti affidarsi al suo contrario. Ma dove reperire il “buono” se si fa di tutto per ignorarlo o per umiliarlo? Eppure c’è nonostante il preponderante uso della “cattiveria”. C’è in tantissimi ragazzi che incontro nelle scuole ma che non osano esprimersi troppo apertamente per non essere oggetto dalla forma più odiosa di cattiveria che è il bullismo, c’è nella disperazione con cui tanti giovani stringono i denti e svolgono il loro apprentissage universitario nonostante sappiano quale sarà il loro futuro. Sembrano luoghi comuni appunto perché declinati in una specie di mantra esorcizzante che però non si applica alla realtà nella sua infinita bruttezza e cattiveria.

Non si vuole con questa riflessione indurre a una sconsolata presa di coscienza dell’inutilità dello sforzo, ma invece lanciare ancora una volta un appello alla consapevolezza di un atteggiamento etico che trova la sua prima e fondante premessa nell’accostarsi alla politica come necessario mezzo di accesso a una democrazia non bacata e non “cattiva”. Certo non ignorando quanto si sia sprecato in decenni di camuffamento dell’eticità tra un B. e un G. che ancora vorrebbero negare l’urgenza e la necessità di un rimedio unico ai mali che naturalmente non può essere affidata alla cattiveria. Almeno da coloro che non si sentono “itagliani” ma italiani.

[Ascolta il commento musicale, Il Paese delle mezze verità]

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L’oblio del mare e il rifugio in un’isola senza tempo

Un incontro casuale fra due ex amici che si parlano con gli schemi un po’ ingenerosi che hanno conservato l’uno dell’altro. In comune hanno un luogo conosciuto in passato, basta poco a rievocarlo, a richiamare le persone di cui ormai non si sa quasi più nulla. Un balzo all’indietro, al ricordo di un’esperienza di anni prima, a quando Lorenzo La Marca non era ancora laureato e da studente ricercatore di biologia fu incaricato di prendere il mare.
Blues di mezz’autunno (edizioni Sellerio, 2013) di Santo Piazzese è l’evoluzione, come spiega l’autore nella nota finale, di un racconto scritto nel 2001 e che, alla fine, è diventato un romanzo con protagonista il giovane Lorenzo La Marca, personaggio dei romanzi I delitti di via Medina Sidonia e La doppia vita di mister Laurent.
Il viaggio di un universitario alla ricerca di materiale per uno studio scientifico è un’avventura nel mare della Sicilia tra un equipaggio di pescatori mai visti. L’obiettivo della raccolta dati sui tonni è superato dal fascino dell’ignoto e dall’approdo in un luogo sconosciuto che diventa nuova e attraente meta. L’arcipelago Spada dei turchi, che di per sé non esiste, è un’isola che non c’è dove i turisti ritornano, dove è possibile ogni forma di contrapposizione, prima fra tutte quella delle apparenze.
La prima parte del romanzo è dedicata alle settimane in barca, occasione per stringersi a lupi di mare, uomini di altre culture e religioni, spaesarsi un po’ per poi ritrovarsi in una nuova terra.
La Spada ha fascino, i suoi luoghi muti sono da scoprire, chi la popola chiama ‘gli stravaganti’ gli stranieri che arrivano. Oltre l’immensità del mare, si trova questo arcipelago dal nome così esotico che vive di ritualità, periodi deserti e turisti. La Marca ne è attratto, lui cittadino colto è immediatamente benvoluto dalle poche persone che popolano la Spada. Fra questi, i gestori del bar Edelweiss, nome strano per un posto di mare sperduto. La Spada stupisce per la sua ricchezza, non è vero che non c’è nulla: dalla Spada si può osservare “un pezzo di universo”. Santo Piazzese mette tutta la sua Sicilia, quella dei sapori del cibo e del mare e di tutti i colori possibili.
Dal terrazzino dell’Edelweiss, La Marca trascorre giornate di accidia, uno stato d’animo di necessità alla Spada, non un vizio capitale, ma un “assecondare attivo di una spinta all’introspezione e non il vizio della contemplazione di sé”.
In Blues di mezz’autunno non ci sono morti ammazzati e casi da risolvere tra i corridoi dei laboratori di ricerca, come negli altri romanzi con protagonista La Marca, c’è solo un momento di paura collettiva alla Spada, un’apparente disgrazia presto risolta.
Il posto è piccolo, tutti sanno tutto di tutti, non c’è anonimato dietro cui nascondersi almeno un po’, ciascuno ha un passato che gli altri conoscono, anche La Marca che entra a pieno in questo microcosmo lento e assolato. E la notte cala, l’ultima, mentre La Marca, arrabbiato perché forse qualcosa nella sua vita sta cambiando, legge un ‘romanzone’ di Amado.

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Nicolò Leoniceno: studioso stimatissimo, tra i suoi allievi Brasavola e Manardo

NICOLÒ LEONICENO
(a 490 anni dalla morte)

Se è vero che Nicolò Leoniceno (1428-1524) nacque a Vicenza, e non a Lonigo come erroneamente ritenuto per lunghi anni, è altrettanto vero che morì poco meno che centenario a Ferrara, città nella quale si era trasferito a soli trentasei anni e dove visse e insegnò pressoché ininterrottamente per ben sessant’anni. Prima di approdare nella città estense, Leoniceno aveva studiato all’università padovana, laureandosi venticinquenne in Arti e Medicina. In seguito, trascorse qualche tempo in Inghilterra, quindi insegnò a Padova fra il 1462 e il 1464, sempre dovendosi riguardare attentamente dalla fastidiosa epilessia che lo tormentava sin dall’infanzia.

In quei suoi primi anni ferraresi, Nicolò fu medico di corte, e le sue prime opere riguardano la volgarizzazione di scritti di carattere storico o di gesta militari commissionate da Ercole I, cui seguirono traduzioni da Diodoro Siculo, Arriano, Appiano, Polibio, Luciano, Biondo. «A Ferrara, – scrive lo studioso Daniela Mugnai Carrara – Leoniceno organizzò la propria vita occupata metodicamente fra i suoi studi, gli impegni alla corte e quelli all’università, dove insegnò prima matematica, poi filosofia morale, quindi medicina. Si inserì profondamente nella tradizione culturale ferrarese, della quale rappresenta un momento originale e importante». Il Leoniceno divenne, nel corso della sua lunghissima permanenza, molto popolare a Ferrara, basti pensare che lo stesso Brasavola (suo affezionato allievo insieme al Manardo) ricorda che, siccome durante l’inverno portava il cappello, la gente era solita dire: «Ve’ il Leoniceno imberrettato, è dunque vicino l’inverno; ve’ depose il cappello, si avvicina dunque l’estate».

Le sue opere, di genere medico/botanico e zoologico, sono: De Plinii et plurium aliorum medicorum in medicina erroribus, De tiro seu vipera, De dipsade et pluribus aliis serpentibus, De epidemia quam Itali morbum gallicum, Galli vero neapolitanum vocant, De virtute formativa. Celeberrime sono inoltre le sue traduzioni da Galeno: Praefactio communis in libros Galeni a graeca in latinam linguam a se translatos, Contra suarum translationum obtrectatores apologia, Ad Card. Alexandrum Farnesem Nicolai Leoniceni in suam ac Deodori Gazae defensionem contra Adversarium Libellus (inedito), De tribus doctrinis ordinatis secundum Galeni sententiam, Medici Romani, Nicolai Leoniceni discipuli, Antisophista. E a tutto questo bisogna almeno aggiungere la sua preziosa traduzione degli Armonici, di Tolomeo.
«Alla base del suo magistero ci fu senza dubbio un vivissimo interesse nei confronti dell’uomo; – commenta ancora Daniela Mugnai Carrara – a questo atteggiamento […] si possono ricollegare le sue preoccupazioni metodologiche, che da un lato […] lo portano a concepire il sapere come continua ricerca di una cultura concreta, che evitando quisquiglie sofistiche, possa avere utile applicazione nella vita degli uomini, e dall’altro lo inducono, proprio per garantire la fecondità di questo sapere, a mantenere un atteggiamento di libertà nei confronti dell’autorità, sia essa rappresentata dall’opera di Aristotele, di Plinio, di Galeno, che deve essere controllata non solo sul metro delle proprie fonti, ma anche su quello indispensabile del senso dell’esperienza».

Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013

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Dagger Moth, una donna e la sua chitarra alla conquista della scena musicale. Stasera live con Canali e Santimone [videointervista]

Nel giorno dell’atteso concerto Trans-Jectoires Improbables che si terrà questa sera al Teatro De Micheli di Copparo, vi proponiamo la video intervista a Sara Ardizzoni, in arte Dagger Moth, l’unico componente femminile del trio che oggi salirà sul palco.
Abbiamo scelto Sara per tanti motivi. Innanzitutto perché è brava.
Poi perché è un peccato che i ferraresi si accorgano sempre dopo gli altri dei talenti che hanno in casa.
Inoltre perché Giorgio Canali (ex chitarrista dei Cccp/Csi/Pgr e oggi Rossofuoco) e Alfonso Santimone (pianista di fama internazionale), gli altri due musicisti che si esibiranno, non hanno bisogno di presentazione.
E ancora perché senza il disco di Sara al quale entrambi hanno collaborato e che ha ispirato il direttore artistico dell’evento, Davide Pedriali, forse questa serata non ci sarebbe mai stata.
Infine perché l’8 marzo è la festa della donna, e per questa volta gli uomini si devono fare da parte.

TRANS-JECTOIRES IMPROBABLES
Le traiettorie si possono percorrere anche in senso contrario, il tempo mai.
Giorgio CANALI Alfonso SANTIMONE e Dagger MOTH LIVE IN CONCERTO
Data unica: sabato 8 Marzo 2014 ore 21 TEATRO COMUNALE DE MICHELI – COPPARO
Ingresso offerta libera

Sara-Ardizzoni
Sara Ardizzoni (foto di Davide Pedriali)

L’intervista a Sara Ardizzoni è durata di più dei dieci minuti di filmato che vi abbiamo proposto. Qui potete leggere tutto quello che non c’è nel video.

“Mio padre mi ha sempre chiesto di suonare. Quando lui ha smesso di chiedermelo, ho deciso che era il momento di iniziare.

Fin da piccola ho ascoltato tanto blues, tanto jazz, tanto rock, poi da adolescente ho conosciuto il punk, hard core, grunge, dark e quant’altro. Da qualche anno a questa parte è molto più semplice, ma all’epoca, vent’anni fa circa bisognava essere curiosi, andarsi a cercare le cose, leggere, documentarsi. Quindi fino all’adolescenza come ascolatrice sono stata piuttosto onnivora, però ho sempre avuto una predilezione per i chitarristi ed i brani strumentali.

Non mi ha mai interessato fare cover, ho fin da subito composto cose mie.
La mia prima formazione sono stati i Pilar Ternera.
Poi ci sono state le Sorelle Kraus, gruppo punk rock femminile.
Infine i Pazi Mina, con i quali ho anche inciso un album.

Da quando ho avviato il progetto solita Dagger Moth ho suonato un po’ in giro per tutta l’Italia. Dalla Puglia al Friuli, al Piemonte, passando per Roma e varcando i confini per andare in Croazia.

Quando ho passato i primi provini dei brani a degli amici perché li ascoltassero, sembrava che il comune denominatore fosse l’atmosfera notturna un po’ scura ed ho cercato di immaginare un nome che avesse a che fare con questo mood. Così mi sono venute in mente le falene e guardando i vari esemplari, ne ho trovata una che sia chiama appunto Dagger Moth dove moth significa prorpio falena, quindi qualcosa di esile e delicato e dagger significa pugnale, perché sulle ali ci sono dei disegni che lo ricordano, e mi piaceva questo accostamento, così ho scelto il nome.

Il lavoro all’album è durato sei, sette mesi.
Alla base l’idea di darsi dei limiti, perché quando ti ritrovi da solo ti si apre un mondo dove puoi fare tutto e niente soprattutto con le tecnologie che sono disponibili oggi però l’idea era quella di fare qualcosa che da sola, dal vivo, sul palco io riuscissi a gestire.
Quindi nelle prime bozze che ho registrato qui in casa, non dovevo abbondare in sovraincisioni e arrangiamenti, perché poi ti viene voglia di usare strumenti virtuali, campionare tastiere, percussioni, però poi una volta che sei dal vivo o paghi l’effetto karaoke del tipo che spingi un pulsante metti su la base e ci suoni sopra e non era quello che volevo, oppure ti tocca stravolgere e fare un live che non c’entra niente con il disco che vai a registrare.
Io ho seguito il tipo di procedimento inverso, cioè: che tipo di live voglio proporre?
In base a quello ho strutturato e arrangiato i pezzi e registrato il disco poi mi sono data dei limiti tecnologici, del tipo: di cosa ho bisogno per fare queste cose? Di un certo numero di pedali che chiaramente ho scremato dalla quantità di cose che ho accumulato in questi anni suonando.
E poi di una loop station abbastanza potente che potesse campionare live ma supportare anche campioni preregistrati piuttosto che fare mille cose in mille modalità diverse.
Chiaramente l’utilizzo di questi strumenti comporta anche mesi di studio e di prove per capire come gestirli, come funzionano, perché alla fine sono anche apparecchiature piuttosto complicate, che richiedono letture di manuali, cose non troppo divertenti che però alla fine si sono rivelate necessarie e utilissime.

Questo disco non è un concept album ma è stato ispirato da un aggregarsi in maniera disordinata di idee che avevo represso, messo in un angolo, di idee nuove anche a livello di testi, che io
scrivo in inglese.
Non c’è un filo conduttore, ma si rifanno quasi tutte al piano personale, momenti di vita vissuta ricordi, impressioni, paure, ansie legate ad ambiti affettivi piuttosto che al posto dove vivo che è Ferrara, alla fine sono sempre stata qui, pur spostandomi di frequente.
A livello strumentale ci sono cose molto varie, magari suoni che tendono più al noise quindi distorsioni, effetti, momenti più densi proprio a livello sonoro e altri suoni più puliti più fini più fragili: un insieme di lati opposti che penso tutti abbiano.

Ci sono 12 brani tutti piuttosto variegati ma spero uniti da uno stile abbastanza riconoscibile.
Si apre con un brano abbastanza lungo che alcuni hanno definito una suite perché dura sui 6, 7 minuti. Magari è un po’ inusuale di questi tempi. Ha un’intro ed un’outro strumentali piuttosto corposi e una parte centrale cantata molto più esile e poi si va avanti con un brano che magari ha delle punte anche di elettronica seppur minimale.
E poi ci sono cose molto diverse, da riferimenti a certi ascolti di blues, fino a un certo tipo di psichedelia legata, non so, ai Pink Floyd, per dire nomi molto noti.
Un altro brano è tutto strumentale, pulito, dalle atmosfere piuttosto tese e ritmate, spesso mi dicono che ricorda Robert Fripp anche se di base non è uno dei chitarristi che preferisco

L’idea adesso è di portare avanti questo progetto solitario più che solista, anche perché il disco è uscito neanche un anno fa e penso che possa crescere.
Voglio continuare a muovermi da sola, infatti spesso mi dicono: su questo brano sentirei una batteria, piuttosto che un basso, piuttosto che altri strumenti. Però questa non è una scelta che ho fatto alla cieca, era voluto e quando mi dicono che anche dal vivo riesco a sorreggermi in questa veste è una grande soddisfazione anche se è piuttosto rischioso chiaramente perché di base quando posso suono anche un’ora, un’ora e un quarto. E’ un set un po’ complicato perché in realtà avvalendomi di tutta una serie di apparecchiature che governo con i piedi, prima fra tutte la loop station, devo cantare mentre suono magari faccio cose anche un po’ intricate nel frattempo con i piedi avere l’indipendenza di gestire senza pensarci troppo tutta una serie di cose e quindi anche un gioco spesso di precisione che spero poi non vada a far pesare troppo il lato tecnico su quella che può essere la naturalezza o l’emotività dell’esibizione”.

[Vai al sito di Sara Ardizzoni]

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“Dal profondo” ventre della terra. Storia di Patrizia, madre minatrice nel Sulcis

Una donna, una miniera. La voce di un mondo chiuso e ferite ancora aperte. Una lunga notte senza fine, senza stagioni, senza tempo. Un lavoro secolare che è orgoglio, maledizione. Chilometri di gallerie. Buio. Uomini neri. 150 minatori, gli ultimi, pronti a dare guerra al mondo “di sopra” per scongiurare una chiusura ormai imminente. E, con loro, Patrizia, l’unica minatrice in Italia che dialoga con un padre morto, un ricordo mai sepolto.

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“Dal profondo”, un film di Valentina Pedicini

E’ questa la sinossi di “Dal Profondo”, il film di Valentina Pedicini, girato interamente 500 metri sotto il livello del mare, in Sardegna, nelle miniere del Sulcis.
Abbiamo intervistato l’autrice e regista, a Roma, al Teatro Elsa Morante, nell’ambito della Rassegna Cinema di Periferie, ideata e curata dalla Direzione Cinema del MIBACT.
“Dal profondo” è stato premiato come migliore documentario italiano al Festival internazionale del cinema di Roma ed è Menzione speciale ai Nastri d’Argento 2014.

Valentina, il tuo film sembra raccontare di un mondo chiuso, quello della miniera, e di ferite ancora aperte, quelle dei minatori del Sulcis in Sardegna. E’ così?
Sì, credo che questa sia una sintesi perfetta: “Dal Profondo” è un mondo chiuso e una ferita ancora aperta. Mi riferisco sia al film che alla situazione che ho trovato quando ho deciso di girare un documentario su questo tema. La miniera è un mondo chiuso, perché è un mondo cristallizzato, che è rimasto in qualche modo fermo a un secolo fa, nonostante le innovazioni tecnologiche. E’ un mondo in cui, per sua costituzione, il passare del tempo non esiste. Scendere in miniera significa scendere in un luogo strano, dove il passato si confonde continuamente con il presente. Ed è una ferita aperta perché non c’è un futuro. Dal punto di vista lavorativo perché il carbone appartiene al passato e anche la miniera dove ho girato il film, l’unica miniera d’Italia, è a rischio chiusura ogni giorno, ormai da dieci anni. E, ancora, è una ferita aperta perché nonostante il legame dei minatori con il mondo che hanno costruito è un posto dove ci si augura che nel 2013 non debba lavorare più nessuno.

Perché hai scelto Patrizia, una donna, come narratrice e file rouge del tuo viaggio nelle viscere della terra?
Ho scelto di seguire Patrizia in questo viaggio al centro della terra un po’ perché il primo rapporto umano che ho avuto, quando sono scesa in miniera, è stato con lei. E’ stata una vicinanza immediata, una solidarietà al femminile. E, visto che quando si gira un documentario, il rapporto con le persone è uno degli aspetti fondamentali per portare a casa un film eticamente giusto, Patrizia è stata scelta non solo perché è l’unica minatrice donna, ma anche perché è un po’ la minatrice del mio cuore, se così posso dire.

fotominatrice-PatriziaPatrizia è l’unica donna minatrice d’Italia, un’unicità che si fa paradigma?
Sì, in realtà in miniera ci sono anche altre donne, però lavorano in superficie. Patrizia è tecnicamente l’unica donna che scende nel sottosuolo. E, sicuramente, dal punto di vista della regia il fatto che lei conosca così bene la miniera, la sua storia di figlia di un padre minatore morto per la silicosi, mi è sembrata subito una storia paradigmatica. La sua è la storia di tutti i minatori che ho incontrato, una storia che racchiude l’unicità di un lavoro declinato al femminile con la capacità di raccontare tutta la Sardegna. Poi, anche se forse le metafore sono un po’ banali, la miniera dà la sensazione di un antro materno, di una donna, di una madre, quindi mi sembrava interessante che fosse una donna a raccontare. A un’altra donna.

Il tuo non è un documentario di denuncia, piuttosto un poetico ritratto della dignità dei minatori, che tu definisci guerrieri.
Sì, è questo il cuore del film dal punto di vista cinematografico. Non volevo fare un film di denuncia, non volevo fare un reportage televisivo e non volevo fare neppure un film politico in senso stretto. Volevo fare cinema e raccontare in modo duro una realtà, che è per lo più sconosciuta. Sono partita con questa idea molto forte e molto rischiosa con cui ho dovuto fare i conti perché mi sono trovata fra le mani una storia bomba, che avrei potuto far esplodere per un mio ritorno personale. Invece ho scelto fin da subito di fare cinema, di fare un film non sui minatori ma con i minatori. Questa è la sfida del mio lavoro: tentare sempre di fare un film “con” le persone, non “sulle” persone.

Vuoi dire che, come regista e come donna, avverti il pudore di mettere in piazza le anime degli altri?
Assolutamente sì. Quando scrivo e giro, non dimentico mai che ho per le mani della materia viva, pulsante, delle esistenze, delle vite. E che c’è una linea di confine che deve essere assolutamente rispettata. In più, in miniera, ho avuto a che fare con persone davvero speciali, che mi hanno regalato la più grande vittoria quando mi hanno detto che il film ha restituito loro la dignità di essere minatori. Questo vuol dire che il mio lavoro ha avuto un senso. I minatori sono gli ultimi guerrieri del sottosuolo, dei combattenti. L’occupazione che hanno vissuto è solo una piccola battaglia, se confrontata con la guerra che combattono ogni giorno. E questo mi ha aiutato a fare un film poetico, epico più che politico.

Che cosa ti porti via dalla miniera?
Mi porto via sicuramente l’esperienza umana condivisa con i minatori. Non è retorica, vivere così profondamente per tre anni insieme a loro mi ha cambiato umanamente e me ne rendo conto anche in alcuni episodi della mia vita normale. Ad esempio, a volte esco, mi fumo una sigaretta al sole ed ecco che con me ci sono anche loro, in 150, a mangiarsi polvere di carbone, 500 metri sotto terra. Nella mia vita ci sono 150 esistenze in più, di cui io mi ricordo e spero che chi veda il film possa ricordare che ci sono 150 persone, che fanno questo lavoro e vivono in queste condizioni. Dal punto di vista della regia, mi porto via il grande privilegio, voluto cercato e per cui ho combattuto, di aver girato in un luogo ostile, difficilissimo a cui pochissimi hanno avuto accesso e in cui pochissimi si sono permessi di fare cinematograficamente e tecnicamente quello che abbiamo fatto noi, lavorando duramente anche fisicamente.

Che cosa hai lasciato là?
Fare un film che è ha richiesto una lavorazione di tre anni significa investire la propria vita, sia dal punto di vista umano che lavorativo, significa fare un percorso come persona e come regista e quindi lasciare molto di se stessi. Che cosa lascio? Sicuramente un pregiudizio perché io sono arrivata con la stessa domanda di tutti in testa: come è possibile che voi lottiate per un posto di lavoro così terribile? E come ogni straniero che arriva, avevo un pregiudizio e ci ho messo tantissimo tempo a capire come si fa ad amare un posto così. Poi sono stata in miniera e ho capito che non è solo una questione lavorativa, non è solo la paura isolana dei sardi di allontanarsi dalla propria terra, non è solo una questione economica, ma che si ha a che fare con un luogo stranissimo, che crea una dipendenza anche fisica e psicologica. In più, quel mondo loro lo hanno costruito, lì sotto ci sono i loro genitori, i ricordi dei loro nonni, le loro infanzie e quindi ho imparato che quando racconterò la prossima storia avrò meno pregiudizi in generale. Poi ho lasciato tanto cuore. Io sono molto legata ai minatori e devo dire anche alla miniera fisicamente. Anche io sono uno di quelli che ha sentito il fascino stranissimo di quel posto, il mal di miniera, e quindi ho lasciato la voglia di tornare, anche se non so in che forma. Mi sento cambiata da questa esperienza e quando un lavoro ti cambia vuol dire che hai al tempo stesso un grande privilegio e una grande responsabilità.

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Otto marzo, non una festa ma un momento di riflessione sui diritti delle donne

da: Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara

E’ difficile per un uomo, per un Sindaco, esprimersi sul significato dell’8 marzo, tra il rischio di cadere nella retorica e quello di apparire troppo istituzionale o, peggio, superficiale. Ma è doveroso correre il rischio, è doveroso fermarsi e ragionare, oggi, sul senso autentico di una giornata che deve ricondurci ai motivi veri, e lontani, per cui venne istituita. Che deve richiamare l’attenzione sui temi che riguardano la donna, facendo in modo che diventino centrali nella nostra agenda politica, locale e nazionale, andando oltre l’8 marzo. Tanto per cominciare, non chiamiamola Festa della Donna, perché tale non è. E’ una celebrazione internazionale che ricorda le lotte delle donne, fin da inizio ‘900, in America come in Europa, per difendere i loro diritti, di lavoratrici e di donne.

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Il sindaco Tiziano Tagliani

In una società che cambia tanto velocemente, il compito delle istituzioni è anche educativo e ci impone di saperci rivolgere a più livelli di interlocutrici. E di interlocutori. Alle donne adulte che hanno combattuto per il diritto al lavoro, alla salute, alla propria libertà individuale, e conoscono bene, fin nelle viscere, il significato vero dell’8 marzo. Alle generazioni intermedie, delle quarantenni, che hanno avuto certamente più strumenti delle madri per vedere riconosciuto il proprio ruolo nella società e lo rivendicano. Alle giovani donne, che certi diritti li danno per acquisiti, scontati, e forse nemmeno conoscono o forse addirittura si chiedono il senso di una giornata internazionale che li celebra, tutti assieme.
E parlo del diritto al lavoro, divenuto una chimera in un mercato in cui le donne, pur a fronte di grandi responsabilità e carichi, continuano ad essere più precarie e meno pagate. Del diritto alla maternità, che la crisi allontana, costringendo le ragazze a scegliere tra i figli e il lavoro. Del diritto alla libertà, compresa quella di lasciare il proprio compagno senza pagare con la vita questa scelta.
I drammatici epiloghi che la cronaca ci consegna ogni giorno, gli episodi quotidiani di sopraffazione, non sono ‘problemi’ delle donne. La violenza è un problema della società ed è un problema con cui la comunità ferrarese si sta confrontando sempre più spesso. E’ con la volontà di non sottrarsi, è con questa coscienza che il Comune di Ferrara ha recentemente deciso di costituirsi parte civile a fianco della giovane ragazza rumena vittima di stupro. Il Comune le assicurerà assistenza legale, come è giusto che sia. Perché una donna che subisce violenza nella nostra città è prima di tutto una persona che subisce violenza all’interno della comunità in cui vive, e la sua sicurezza va tutelata.

Non è banale affermare che per evitare il rischio della disgregazione sociale che incombe, dobbiamo metterci tutti insieme, uomini e donne, a ricomporre e ricostruire i tasselli della nostra comunità. Ma non deve essere un dovere, un’imposizione, una fatica. Deve essere un orgoglio e prima ancora una responsabilità.
Il Comune di Ferrara continuerà a valorizzare il ruolo che le associazioni femminili hanno sempre avuto sul nostro territorio; la loro esperienza, il loro impegno verso la divulgazione dei diritti di genere e di una cultura dell’inclusione, si rivela fondamentale e ci permette di proseguire su questa strada, non di cominciare daccapo.
L’inaugurazione, nelle prossime settimane, de “La casa delle donne”, in cui si stanno ultimando interventi di ristrutturazione, è testimonianza concreta di questa continuità.

Una bellissima poesia di Wislawa Szymborska, Ritratto di donna, tratteggia la delicatezza e la forza che le donne esprimono.

Deve essere a scelta.
Cambiare, purché niente cambi.
È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi,
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.

Non è facile, non è impossibile, è sicuramente difficile, ma ne vale certamente la pena. Facendo mie queste parole, auguro un 8 marzo di riflessione a tutte le cittadine e ai cittadini di Ferrara.

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Singolare nanismo demografico nel Copparese

Un singolare nanismo demografico nei sei Comuni dell’Unione “Terre e Fiumi”, può rappresentare anche una sfida ad una diversa crescita, per evitare la desertificazione delle terre “alte” di mezzo del ferrarese.

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Popolazione dei sei comuni del Copparese e dell’Unione dal 2001 al 2012

Se dal totale generale dell’ultima colonna togliamo gli stranieri residenti, che sono circa 1.700, il dato ultimo subisce una contrazione dei residenti indigeni di quasi 4.500 copparesi dell’Unione in dodici anni. Le proiezioni, a fine anno 2030, possono essere quantificate, stante la forte crescita, in valore assoluto, della parte alta della bottiglia demografica, in una perdita di oltre 6.000 indigeni, andando vicini ai 29.000 residenti. Cifre, quindi, molto preoccupanti, un’area, questa, unica e singolare, che perde continuamente colpi; il resto della provincia, invece, cresce o è stabile, sia nella classe prima di età che tra le forze attive, e con un buon livello di stranieri tra 8/10%.

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Comune di Copparo

Se poi entriamo nei dettagli dei sei Comuni del Copparese, analizzando le frazioni, in 14 piazze su 26 incontriamo piccolissimi numeri di una singolare demografia, dove solitudini, isolamenti, abbandoni sono i risultati di una politica priva di iniziative di sostegno e di promozione dei borghi e dei mini agglomerati rurali. Delle citate 14, almeno 8 agorà saranno composte da poche decine di abitanti e prive di relazioni di convivenza.

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Unione Terre e Fiumi

Una decina di anni fa, una ricerca promossa dall’Ulivo nel ferrarese orientale, ed in particolare nel Copparese, evidenziò detti squilibri e propose anche alcune azioni che oggi non vediamo e che rimangono non solo attuali ma da percorrere. Per evitare di incrinare il modello attuale, andando sotto il minimo dei piccoli numeri si diceva:

1) le reti di protezione sociale dovranno essere assistite da luoghi di prossimità, dando peso alla sussidiarietà orizzontale;
2) attorno agli anni 2015/16 è probabile la rottura del sistema locale d’area;
3) serve rafforzare i nodi forti dei centri capoluogo, restringendo le maglie dei nano luoghi di cintura;
4) le persistenti debolezze strutturali portano ad una decrescita generalizzata;
5) la fortissima denatalità rende minimi i numeri nella sopravvivenza della corte 0-24;
6) la terza età diventa sempre più corposa e nella quarta età è elevatissima la presenza di nuclei mono-persona.

In questo tendenziale e consolidato quadro di contesto, occorre attivare politiche innovative, sia per rafforzare la natalità che per fare rete nelle piccole imprese, rilanciando alcune specificità produttive di territorio (pereti, riso, ortofrutta, agroalimentare, piccolo turismo rurale e d’acque, mercati di piazza, micro-meccanica e nanotecnologie, centri storici e borghi con un commercio di servizi, e altro).

Corre anche voce che di questo territorio serve farne un “grande parco, uno sguardo del fuori porta della città, nelle terre “alte” di mezzo, tra il grande fiume e il Po di Volano. Non ci pare la risposta giusta, anzi una spinta nel senso opposto, verso la crescita della denatalità, con il conseguente impoverimento del territorio.

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Al via le Paralimpiadi di Sochi: l’Ucraina minaccia di non partecipare, boicottaggio diplomatico di Usa e Norvegia

Da MOSCA – Oggi, alle ore 17 italiane, si aprono le Paralimpiadi di Sochi 2014, undicesima edizione.
Il clima è teso per la situazione ucraina, molti paesi hanno annunciato il boicottaggio della manifestazione, per lo meno dal punto di vista diplomatico. Clima torrido, rovente, direi.
Ha iniziato il primo ministro britannico David Cameron, con un messaggio sul suo account twitter, seguito dagli Stati Uniti e dalla Norvegia. Se queste posizioni non dovrebbe influire sulla presenza degli atleti, l’Ucraina ha, invece, minacciato di non far partecipare la sua delegazione se la situazione non mutasse. Un fatto che nella storia delle Paralimpiadi sarebbe quasi unico, se si considera che, nel 1980, quando vi fu il grande boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca, le Paralimpiadi si tennero, comunque, ad Arnhem, in Olanda. L’unico precedente importante sarebbe, quindi, quello del 1984, quando l’Unione Sovietica e alcuni dei Paesi della sua sfera d’influenza non parteciparono alle Paralimpiadi organizzate da Gran Bretagna e Stati Uniti.
A Sochi sono, comunque, in programma, dal 7 al 16 Marzo, cinque sport, che assegneranno 72 titoli: 32 nello sci alpino (che include lo snowboard), 20 nello sci di fondo, 18 nel biathlon ed uno a testa per wheelchair curling ed hockey. I Paesi partecipanti saranno quarantacinque, con l’esordio di Brasile, Turchia e Uzbekistan. Rispetto a Vancouver 2010, però, mancherà completamente il continente africano, allora rappresentato dal Sudafrica.
A sfidarsi saranno 750 atleti provenienti da quarantacinque nazioni. La delegazione più numerosa è quella statunitense (80 atleti), seguita da quella russa (68), canadese (49) e italiana (34). Tutte le gare si svolgeranno fra lo stadio Fišt, che ospiterà la cerimonia d’apertura e di chiusura, la Šajba Arena per gli incontri di hockey e il Ledjanoj Kub per quelli di curling. Nella stazione sciistica di Krasnaja Poljana, invece, nel complesso Laura si svolgeranno le gare di fondo e biathlon, il complesso sciistico Roza Khutor ospiterà quelle di sci alpino e snowboard.
Il termine “paralimpico” è composto dal prefisso “para”, che in greco significa “parallelo” e “olimpico”, quindi Olimpiadi parallele (la prima edizione fu fatta in Svezia nel 1976) e il motto di questa Sochi 2014, testimoniato dalle sue mascotte, è “Caldo. Freddo. Vostro”.
“Le Paralimpiadi possono abbattere le barriere e gli stereotipi come nessun altro evento e credo che questi giochi saranno rivoluzionari per la Russia”, commenta sir Philip Craven, per cinque volte campione paralimpico di basket in carrozzina e attuale presidente del comitato paralimpico internazionale, che guida da tredici anni. “Nel 1980, ricorda Craven, i Giochi paralimpici non si svolsero a Mosca, sede scelta per i giochi olimpici, perché il governo di allora affermò che non esistevano persone con menomazioni sul suo territorio: per questa ragione l’essere qui a Sochi, 34 anni dopo, per i primi Giochi paralimpici ospitati dalla Russia è un enorme risultato e prova che le cose per le persone con disabilità stanno cambiando”.
Di fronte alle tensioni internazionali, si cercherà, allora, di dare respiro ad atleti che riescono, con duri e intensi allenamenti, con impegno, determinazione e divertimento, a vincere la dura battaglia della disabilità e a portare avanti un’attività agonistica, pur nella difficoltà.
Dimenticandoci allora di tutto il resto per qualche giorno.

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A Bologna Cgil decapitata, per la prima volta nella storia resta senza guida

di Riccardo Rimondi e Sirio Tesori

Quarantotto ore dopo, la Cgil è ancora sotto shock. Mai, nella storia del sindacato bolognese, era successo che l’organizzazione rimanesse senza un segretario in carica. E, trattandosi della Camera del Lavoro più grande d’Italia, si tratta di un fatto clamoroso. Soprattutto perché il vuoto di potere rischia di protrarsi per almeno tre mesi. Come fanno notare i sindacalisti, i precedenti sono pochi anche nelle altre città. Proprio per questo è difficile capire come progredirà la situazione dopo le dimissioni a sorpresa di Danilo Gruppi, che mercoledì ha ritirato la sua disponibilità a ricandidarsi in seguito alla bocciatura, da parte di 110 delegati, del documento politico su cui aveva chiesto una larghissima maggioranza.

«Per il momento continueremo con la segreteria dimissionaria per mandare avanti gli affari correnti, le vertenze, le cause contro i licenziamenti», spiegano da via Marconi 69, ma nessuno sa per quanto si protrarrà la situazione. A norma di regolamento, infatti, ora la palla passa a Roma, e precisamente al Centro regolatore nazionale. L’organismo dovrà consultare uno per uno i centocinquanta membri del nuovo direttivo eletto al Congresso. Lo scopo è quello di trovare una nuova proposta per sostituire Gruppi, ma se i membri del direttivo non riusciranno a convergere su un nome, sarà scelto un segretario “tecnico”, deciso dalla segreteria nazionale ed esterno alla Cgil Bologna. Circostanza, questa, che non fa felice nessuno.

Intanto cominciano a trapelare dettagli sul giorno più lungo di Cgil Bologna. Secondo un giovane delegato della Funzione pubblica, a votare contro il documento è stata quasi tutta la Fiom, insieme agli esponenti della mozione di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa” (che fa capo, a livello nazionale, a Giorgio Cremaschi) e a qualche singolo. L’odg sulla scuola interamente pubblica, che ha visto la maggioranza andare sotto 168 a 165, è invece stato votato da quasi tutta Fiom, dall’opposizione, e da ampi settori di Nidil e Flc. Questo esito pesa, perché reindirizza la linea Cgil sull’esito del referendum del maggio scorso.

Una fronda trasversale, quindi, che però non riesce a proporre un’alternativa. Almeno, questa è l’analisi di Antonella Raspadori, componente della segreteria uscente: «Quando si decide di mettere in discussione una linea politica o un gruppo dirigente – attacca la sindacalista – bisogna avere un progetto alternativo, e in questo caso io non lo vedo. Eravamo pronti a gestire una situazione complicata con la Fiom e la minoranza, ma gli ultimi giorni hanno manifestato che c’erano altre posizioni di dissenso che sono una particolarità di Bologna e che si sono coalizzate». Secondo la Raspadori, quindi, c’è una regia dietro gli eventi che hanno portato alle dimissioni di Gruppi, anche se la responsabilità non è della Fiom, che «ha sempre portato avanti la sua posizione».

E in effetti, se la Cgil appare rintronata, anche nel portone a fianco non si festeggia. Benché proprio i metalmeccanici siano stati i più decisi oppositori di Gruppi, infatti, l’atmosfera non è serena. «Non sono soddisfatto, io volevo fare un congresso diverso -chiarisce Alberto Monti, il segretario provinciale- noi abbiamo mantenuto una posizione coerente, di opposizione all’accordo di rappresentanza. E per quanto il nostro emendamento abbia raccolto più voti di quelli dei soli delegati Fiom, non ne abbiamo ottenuti abbastanza per far cambiare linea alla Cgil. Certo, siamo riusciti a farlo passare alla discussione regionale, ma abbiamo comunque solo il 30%».

Tra chi sostiene la mozione Cremaschi, invece, c’è più soddisfazione. «Per me le dimissioni di Gruppi sono un buon risultato – afferma uno dei delegati che hanno votato contro il documento politico, Gianmarco Scaini – perché mettono in luce un dato politico di scontento ben superiore, per numeri, a quello della nostra mozione. Ora vedremo cosa fare».

[© www.lastefani.it]

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Gerarchie, mercati, comunità: un’innovativa visione d’insieme per il rinascimento prossimo venturo

Viviamo in un contesto sociale ed economico in rapido mutamento che stentiamo a comprendere; guardiamo indietro e ci accorgiamo che non possiamo più usare con successo le vecchie strategie del mondo industriale; guardiamo avanti e notiamo che inventare nuove vie è tutt’altro che semplice, e forte è il rischio di usare sempre la vecchia logica e le stesse strategie che hanno condotto quasi al disastro. Travolti da un eccesso di informazione, ancora non ci rendiamo conto che stanno sorgendo nuovi modelli tecnologici, nuove strutture sociali e nuovi modi di generare valore che potrebbero cambiare radicalmente il rapporto tra organizzazioni e cittadini.

Nel nostro tipo di società buona parte della vita la passiamo dentro le organizzazioni: sono esse che offrono lavoro e producono tutti quei beni e servizi che crediamo ormai indispensabili per affrontare i nostri bisogni; anche questi ultimi sono in buona parte prodotti dall’attività di altre specifiche organizzazioni. La nostra vita è insomma altamente strutturata in base ai tempi, alle esigenze e alle procedure delle organizzazioni, agli occhi delle quali siamo tutti potenziali risorse utilizzabili.

Cominciamo allora col fare chiarezza.

1. Gerarchie. Perché esistono le organizzazioni?
Sostanzialmente per dare ordine agli sforzi coordinati di più persone che contribuiscono insieme a perseguire il fine dell’organizzazione. Molti anni fa l’economista Ronald Coase (era il 1937) si poneva questa domanda relativamente a quel tipo particolare di organizzazioni che sono le aziende e in La natura dell’impresa egli affermava – a ragione – che le aziende esistono per ridurre al minimo i costi di transizione che potrebbero causare sprechi e scontri, perdita di tempo e impicci, confusione e fraintendimenti, errori vari di interpretazione sulle cose da fare per raggiungere lo scopo. Secondo questa prospettiva è del tutto razionale aggregare le persone in un sistema gerarchico (l’azienda appunto, ma più in generale ogni organizzazione) fondato sul potere del superiore sui subordinati e sulla divisione dei compiti: basta allora che alcuni individui selezionati condividano uno scopo e possiedano ruoli, responsabilità e modelli di comunicazione prestabilite per fare in modo che le cose, semplicemente avvengano. E’ all’interno di questo piccolo sistema sociale organizzato e piuttosto chiuso che trova spazio, si afferma e sviluppa tutta la disciplina del management con i suoi miti di efficienza e le pratiche “scientifiche” di selezione e gestione delle risorse umane, leadership più o meno partecipativa, gestione della cultura, formazione. Tuttavia per minimizzare i costi di transizione le organizzazioni finiscono spesso per lavorare con chiunque sia stato aggiunto piuttosto che con i migliori soggetti possibili: una situazione fortemente aggravata quando nei meccanismi della selezione intervengono corruzione, raccomandazioni, ottusità burocratica e calcolo politico.

2. Mercati. Un potenziale enorme di saperi inutilizzato
Pochi anni dopo, un altro economista Friedrich von Hayek, nel suo studio del 1945, ormai diventato un classico, L’uso della conoscenza nella società sosteneva appunto – e con buone ragioni – che poiché il sapere è distribuito tra le persone in maniera disomogenea (e, aggiungiamo, che le persone sono dislocate sui territori in modo non uniforme), le organizzazioni centralizzate e coordinate non sarebbero in grado di sfruttare al meglio la conoscenza diffusa che, al contrario, potrebbe essere valorizzata molto meglio dai mercati. Il fatto è che fuori dai confini dell’organizzazione, per quanto grande essa possa essere, c’è un numero enorme di persone, di saperi, di conoscenze e di risorse motivazionali, oltre che cognitive, tutte potenzialmente raggiungibili ed utilizzabili per quanto raramente utilizzate ed anzi per lungo tempo considerate inutili dalle organizzazioni stesse, se non per l’esigenza di cambiarle e di renderle adeguate alle proprie procedure di funzionamento. Per un’organizzazione diventa strategicamente importante comprendere il modo per coinvolgere questa enorme sezione di popolazione.

3. Reti e comunità. Il superamento della predominanza di gerarchie e mercati?
Negli ormai lontani anni ’80, Margaret Thatcher riprendendo politicamente alcune di queste idee amava ripetere che “la società non esiste, ci sono solo individui e famiglie”, o, peggio ancora che “non esiste una cosa chiamata società: esistono solo gli individui”. A fronte di questo, negli ultimi vent’anni si è venuta affermando una (apparentemente) opposta visione supportata dalle tecnologie digitali che celebra il successo, la pervasività e l’assoluta necessita delle reti, delle comunità (community), delle tribù digitali. Le comunità, contrariamente alle organizzazioni gerarchiche, spesso intasate di burocrazia ed impegnate a difendere la propria integrità organizzativa, si formano intorno ad interessi e bisogni condivisi senza procedure se non quelle strettamente necessarie al loro informale funzionamento. A ben vedere, e con tutte le riserve del caso, si può ipotizzare dietro a questi sviluppi il superamento della vecchia contrapposizione tra comunità e società e il riconoscimento implicito che gerarchie e mercati senz’anima non possono essere la soluzione dei problemi del mondo, delle collettività e delle persone.

4. Gerarchia, mercato, comunità. Come coinvolgere le persone esterne?
Osservato dal punto di vista di un’organizzazione il mondo appare composto da un piccolo numero di persone che stanno “dentro” e da un grandissimo numero di persone che stanno “fuori”; cosa significa in tale situazione ammettere la contemporanea presenza di gerarchia, mercato e rete o comunità? Possiamo immaginare l’enorme numero di persone che si trovano fuori dall’organizzazione (gente che solitamente si guadagna il pane in altro modo) come uno sconfinato insieme di soggettività che aspettano solo di trovare iniziative che possano attirare la loro attenzione. Si tratta di un ipotesi di lavoro straordinariamente interessante per il mondo dei servizi, un approccio già ampiamente sviluppato sulla spinta delle tecnologie digitali attraverso fenomeni di grande spessore come l’open source, il crowdfunding, il crowdsourcing. La chiave di volta di questi approcci è il riconoscimento che “lì fuori” ci sono risorse disponibili, purché si possano garantire ai potenziali partecipanti forme di ricompensa (materiale, immateriale, simbolica, diretta, indiretta) capaci di soddisfare un loro bisogno superiore. Non conta per chi lavorano i migliori: se il progetto è veramente interessante, i soggetti motivati lo troveranno.

5. Aprire le organizzazioni. Come costruire relazioni orizzontali?
Cosa comporta questo riconoscimento per le organizzazioni, in particolare per quelle che agiscono nel settore dei servizi alla persona, in un periodo come questo di ristrettezze economiche, tagli alla spesa e difficoltà finanziarie? Molto probabilmente l’esigenza di aprirsi verso l’esterno abbattendo i confini, rendendosi trasparenti, costruendo nuove relazioni orizzontali. Contrariamente alle organizzazioni a cui siamo abituati a pensare, che enfatizzano valori, missione, regole, piani e strategie di battaglia, le organizzazioni di questo tipo agiranno in base alla “legge della varietà” indispensabile in una teoria dei sistemi, secondo la quale l’organizzazione deve essere complessa tanto quanto il sistema all’interno del quale opera; in essa ci saranno parti più o meno gerarchiche in funzione dell’incertezza con cui hanno a che fare, mentre altre parti avranno bisogno di diventare estremamente dinamiche, aperte e duttili, e dovranno riconoscere e saper usare le reti e le comunità “lì fuori”, costruirne di nuove per poi sostenerle e legittimarle, accettandone le regole di funzionamento (chi si occupa di comunicazione insegna che la community è potenzialmente il migliore canale di marketing).

6. Valorizzare i territori e le comunità. Cosa comporta per il territorio che ospita le organizzazioni e per le comunità locali che ci vivono?
Diversamente da quello che succede in rete, dove ognuno tende a mostrarsi e ad emergere dal mare di informazioni, le risorse disponibili sul territorio sono spesso nascoste, non si esibiscono, sono discrete e quindi sottovalutate. Ne consegue l’esigenza di riconoscere e mettere a patrimonio comune conoscenze, saperi, capacità, artefatti e quant’altro, rendendoli visibili e mettendoli nelle condizioni di diventare concretamente generativi di innovazione sociale. Persone di talento straordinario possono essere ovunque, spesso si trovano proprio sotto il naso, ma l’organizzazione chiusa non è in grado di vederle. Quali potrebbero essere le persone più indicate tra cui reclutare questi soggetti? A livello territoriale, dove è già forte il fenomeno del volontariato, non vi è dubbio su quali possano essere i maggiori indiziati: i pensionati e forse i giovani che non sono ancora entrati nel mondo del lavoro, due categorie particolarmente bersagliate dalla crisi; ma anche i membri delle “comunità operose” e tutti quei soggetti orientati all’azione sociale da cui provengono spesso gli imprenditori morali e gli innovatori sociali.

Il tema delle organizzazioni, dei loro scopi, del potere che hanno nella società e sulle persone merita un’attenzione costante da parte dei cittadini e non può essere trattato dimenticando le profonde radici storiche, ideologiche e culturali che affondano nel passato. Facciamo allora tesoro delle esperienze che in Italia hanno saputo integrare queste tre prospettive (gerarchia, mercato, comunità) partendo dal basso e in modo geniale: si pensi ad esempio ai distretti industriali che avevano immaginato un’industria perfettamente integrata nel mercato e nella comunità territoriale; pensiamo alla straordinaria opera di Adriano Olivetti. Non facciamoci ingabbiare dai pur necessari specialismi che portano a considerare il tutto come semplice estensione di una parte, e quindi l’intera società ridotta a mercato, ridotta a management, o ridotta a rete. Recuperiamo una visione d’insieme e proviamo ad immaginare modi differenti per costruire un diverso e migliore futuro.

Si può fare.

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Monsignor Negri e …il vero postribolo

Monsignor Luigi Negri (vescovo di Ferrara) ha partecipato a Roma alla presentazione di un libro insieme al pregiudicato Silvio Berlusconi. E’ consapevole di ciò che ha fatto? Ritiene questa presenza parte della sua missione?
Ma è la stessa persona che voleva recintare la Cattedrale per evitare che i giovani la riducessero come un postribolo? E’ informato che il signore che gli sedeva a fianco il ‘postribolo’ l’ha messo in piedi davvero nella sua villa? E che in uno dei suoi tanti processi è imputato per induzione alla prostituzione minorile?
Povero papa Francesco! Ecco chi sono alcuni dei tuoi rappresentanti sul territorio… Monsignor Negri si è presentato alla città con il volto dell’integralismo e dell’intolleranza verso chi la pensa in modo diverso. Ha perfino scritto che “…la gioia se non è cristiana è equivoca…”.
E’ evidentemente una sciocchezza, perché si può vivere nella gioia e nella serenità in tanti modi e secondo varie credenze.
Però ci mancava la trasferta per discutere un libro con un interlocutore che anche nella giornata di ieri ha definito “una mafia” i giudici che lo hanno condannato.
Un consiglio al vescovo: rientri nelle sue funzioni religiose e lasci perdere iniziative che squalificano ciò che rappresenta. Ma se proprio vuole uscire dal seminato, non si scandalizzi se un cittadino gli rivolge la critica che merita…

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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Il vitello d’oro

Mosheh lo vide da lontano, aveva ancora occhi buoni il vecchio Mosheh, vide una massa scura che si ergeva sulla pianura arida, sabbiosa, compatta nella sua squallida uniformità, una terra senza frutti se non quelli che mandava Dio di tanto in tanto sotto forma di fiocchetti bianchi, la famosa manna, che non sapeva di niente, ma che serviva quantomeno ad alleviare un po’ i morsi della fame al suo popolo predilettto in perenne ricerca della terra promessa, come i migranti di oggi, con una differenza: allora non finivano in galera. “Quello è il Sinai – disse Mosheh rivolto a Mattaion (“Dono di Dio”), nome tradotto dai romani in Matteo – il monte Sinai ,vedi, devo andare lassù dove mi aspetta Adonaj, mi ha dato appuntamento, ma non so che cosa voglia” “Se non lo sai tu – rispose Mattaion che parli sempre con Lui…”
E’ un periodo che alla notte io sogno, sogno di tutto, adesso faccio sogni biblici, chissà perché. Comunque, è stato interessante il seguito. Dunque: arrivato tra il popolo, Mosheh si raccomandò: “Vado da Dio”, disse solennemente. L’ebreo Joseph, che gli era vicino, gli chiese: Stai meglio con le ginocchia?” “Perché?”, chiese Mosheh. “Hai detto che vai da Dio”. Mosheh si rivolse allo sgargino Mattaion e sussurrò: “Questo non ha mai capito un cavolo”. Poi, a voce tonante: “No Adonai mi ha dato un appuntamento, aspettatemi qui e pregate, non fate altro”. E partì: passò un tempo molto lungo. Qualcuno cominciò a dire che ci voleva un nuovo capo, quello vecchio chissà dov’era finito. Mattaion ascoltò, poi prese la parola: “Giusto, qui bisogna rottamare i vecchi, via i vecchi, una nuova generazione deve andare al potere”. Non aveva ancora terminato di parlare che lontana si vide una sagoma avanzare molto lentamente, curva sotto un cumulo di sassi: la sagoma, che altri non era se non Mosheh, urlò: “Venite ad aiutarmi, ho le tavole del Signore, pesano, come pesano!” Ma lo sgargino Mattaion lo bloccò: “E’ inutile – disse – ora è cambiato tutto, Berluschi, grande amico, ha donato al popolo un vitello d’oro: vedi là come luccica? Il popolo ha trovato un nuovo motivo di speranza, il vitello d’oro, e io mi sono accordato con Berluschi su come gestire il potere. Mi dispiace, Mosheh, sei stato rottamato”. Qui il sogno finisce. Ma era un sogno?

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L’educazione, vero strumento di giustizia sociale

di Loredana Bondi

Educazione e politica al centro della riflessione: un confronto entusiasmante finalizzato a riprogettare il presente e resistere alla mediocrità, con la consapevolezza che solo l’educazione può offrire democrazia e giustizia sociale.

Da tutto il mondo per parlare di scuola, riportata per tre giorni al centro della vita: sembra un sogno. Una sorta di “Stati Generali della scuola” in cui si è emersa con forza, nonostante il momento di grave crisi e profonda difficoltà, la tesi espressa nel programma, ossia che “Ben-essere, convivenza civile ed equità possono essere realizzate solo declinando in azioni due parole: Educazione e Politica.”

Tutto questo è accaduto nei giorni scorsi a Reggio Emilia, dove si è tenuto il XIX Convegno nazionale dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia intitolato “Educazione e/è Politica”. Appuntamento biennale sul tema dell’educazione che ha sempre ottenuto una grande partecipazione, ma che quest’anno ha superato ogni aspettativa, richiamando numerosi studiosi di fama internazionale e premi Nobel, ma soprattutto tantissimi educatori, insegnanti, pedagogisti, genitori e amministratori italiani e stranieri. La presenza di circa 1400 partecipanti, di cui 300 provenienti da tutto il mondo, è la chiara dimostrazione (se mai ce ne fosse ancora bisogno) del fatto che l’educazione è il volano della politica.

La politica, infatti, “non può non fare i conti con gli ideali formativi espressi dalla riflessione pedagogica e l’educazione non può perdersi in discorsi astratti o sterilmente moralistici, disinteressandosi delle dinamiche politiche” (Erbetta/Bertolini, 2002).

Nell’attuale situazione di crisi sia economica che etica, e quindi di crisi democratica, è facile perdere il significato sociale che la pedagogia attribuisce all’educazione, per cui la politica potrebbe essere “sedotta” dalla contingenza e portata a privilegiare altri ambiti di azione e sentendosi obbligata alla dismissione del welfare, dei sistemi di cura e di educazione. Ciò può accadere quando si affronta il presente e si progetta il futuro con la sola lente della contrazione delle risorse sia umane sia economiche.

Eppure l’esperienza di questi giorni ci suggerisce che le democrazie per reggersi, hanno bisogno di risorse, di intelligenze e di immaginazione, come sostiene Marc Augé, etnologo e antropologo francese: “Se non si compiono cambiamenti rivoluzionari nel corpo dell’istruzione c’è il rischio che l’umanità di domani si divida tra un’aristocrazia del sapere e dell’intelligenza e una massa ogni giorno meno informata del valore della conoscenza. Questa disparità riprodurrà su scala più grande la diseguaglianza delle condizioni economiche. L’educazione e l’istruzione sono la prima delle priorità”. (Marc Augé, Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo, Elèuthera, 2009).
Solo la solidarietà di azione tra educazione e politica può creare infatti le condizioni affinché tutti gli individui diventino capaci di comprendere, capire, immaginare e valutare il mondo in cui vivono, perché la democrazia si fonda sulla consapevolezza dei cittadini, cittadini competenti, in grado di orientare e sostenere una concreta idea di futuro.

I luoghi educativi, a partire dai nidi e dalle scuole dell’infanzia, hanno il compito di far crescere cittadini responsabili e, per svolgere questo ruolo, hanno bisogno di buone politiche, mirate a crearne tutte le condizioni necessarie. Come diceva Loris Malaguzzi (il pedagogista ispiratore del cosiddetto Reggio Emilian Approach, ormai diffuso in tutto il mondo, a cui il convegno è dedicato), il rischio è di “accedere, per equivoca via idealistica, al falso problema di contrapporre in termini di supremazia e subalternità quello che invece (anche tra politica e pedagogia) va visto in chiave di rapporto. Per quanto faticoso sia, è questo il processo che va permanentemente stimolato e tenuto sotto controllo”.

L’esistenza dei servizi educativi e le prospettive di futuro esigono una politica che riconosca ed espliciti il valore etico, culturale ed economico che viene espresso dall’azione educativa e una pedagogia capace di interpretare le dinamiche sociali e politiche. Rischio l’invivibilità della società e il fallimento degli investimenti in educazione.

Protagonisti delle tre giornate sono stati davvero tutti, dai relatori ai partecipanti, suddivisi in 23 commissioni di lavoro, dislocate nelle meravigliose scuole di Reggio, teatri e centri educativi, nello scenario davvero eccezionale del Centro internazionale L. Malaguzzi, unico al mondo per la sua struttura, ma soprattutto per gli spazi e i contenuti. Si è discusso nell’ambito di cinque gruppi, dei soggetti protagonisti delle politiche educative, degli aspetti fondativi e valoriali delle politiche educative in ambito europeo, nazionale e regionale. In altri focus si sono analizzati le forme e i modi di espressione delle politiche educative, degli ambiti scientifici e artistici e degli obiettivi ad esse correlate, delle caratteristiche della governance e dei requisiti istituzionali. Il lavoro delle commissioni si è articolato nell’ambito di un’intera giornata sui temi assegnati a ciascuna commissione. Il confronto con specifiche esperienze portate da diversi relatori, ha orientato le riflessioni, sempre tenendo fede al titolo del convegno “Educazione e/è politica”. Sono intervenuti fra i tanti relatori, James Joseph  Heckman, premio Nobel per l’economia (Usa), Peter Moss della London University, Irene Balaguer di Barcellona, Francesco Tonucci del CNR Scienze e tecnologie della cognizione, e tanti altri studiosi europei ed extra europei, provenienti anche da molto lontano, persino dalla Corea del Sud.

Il XIX Convegno nazionale dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia – “Educazione e/è Politica” è stato promosso dal Gruppo nazionale nidi e infanzia, dal Centro internazionale Loris Malaguzzi, dal Comune di Reggio Emilia col patrocinio della Regione Emilia-Romagna e l’Alto patronato del Presidente della Repubblica.

Loredana Bondi è stata dirigente scolastica statale fin dal 1989; dal 1997 al 2012 dirigente dell’Istituzione servizi educativi, scolastici e per le famiglie del Comune di Ferrara. Attualmente fa parte del Gruppo nazionale nidi e infanzia.

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Al teatro anatomico la danza dei corpi vivi esorcizza la morte

Ci saranno di nuovo i corpi al centro della scena oggi pomeriggio al Teatro Anatomico della Biblioteca Ariostea in via Scienze a Ferrara.
“Questa volta però saranno corpi vivi!” garantisce la coreografa Milka Panayotova, che porta per la prima volta la danza contemporanea tra gli scranni dai quali un tempo si assisteva alle autopsie.
“Ho voluto chiamare lo spettacolo Live Cracks, scrocchi vivi o dal vivo, proprio per dare l’idea di qualcosa che ancora si muove, schiocca di vitalità”.
Milka Panayotova è una performance maker bulgaro-cipriota arrivata a Ferrara per amore del marito. Laureata in Belle Arti a Firenze, e in Visual Language of Performance a Londra, ha scelto di stabilirsi qui in città, dove due anni fa ha dato alla luce un bambino. Ancora non ha una compagnia stabile, ma la desidera, e al momento collabora con vari artisti locali.
Come tutti i suoi lavori, l’ultimo dei quali è Dalla Z alla A, messo in scena al Centro Studi Dante Bighi di Copparo, anche questo sarà site specific, ovvero concepito appositamente per lo spazio in cui verrà rappresentato.
“Ho scelto il Teatro Anatomico perché è un luogo molto bello che mi ha subito colpita quando l’ho visto – spiega Milka – poi è raccolto e permette la vicinanza tra pubblico e danzatori, che per me è molto importante”.
In scena ci saranno due performer: Alessandra Fabbri e Laura Gagliardi.
“Sono due donne diverse, hanno età distinte, sono anatomicamente differenti: il loro essere è parte dello spettacolo. E’ chiaro che mi sono concentrata sui loro corpi, ma ho lavorato molto anche su di loro come persone. Quando creo uno spettacolo, parto dai miei appunti, però il lavoro con i danzatori parte sempre da zero, ed è lì che nasce la performace”.
Le musiche saranno quelle di Giacomo Marighelli e Bartleby Urens.
“Facendo delle ricerche sul Teatro Anatomico ho scoperto che un tempo, per rendere le autopsie meno angoscianti, c’erano dei musicisti che eseguivano delle musiche dal vivo. Ma i
miei protagonisti sono vivi, quindi non c’è bisogno di alleggerimento e le musiche saranno registrate!”.
Questo pare essere un buon momento per la danza contemporanea a Ferrara, con il ricco cartellone del Teatro Comunale che ha portato di recente in città compagnie come Aterballetto e Sasha Waltz, e con esperienze come quelle di Milka che propagano l’attenzione per la sesta arte.
“Si è vero qui c’è un notevole programma teatrale, e ci sono vari artisti che fanno cose molto belle, ma mancano i fondi e manca anche un network attivo. Noi cerchiamo di aiutarci a vicenda, ma non basta”.
Il patrimonio di scuole di danza, performer, spettacoli è davvero grande, e ha reso Ferrara conosciuta in tutto il mondo, varrebbe la pena di metterlo a sistema perché può portare interessanti benefici economici e ridare vitalità a un’arte senza la quale sognare diventa ancora più difficile.

Lo spettacolo è alle 17 con 25 posti a disposizione e durerà circa 20 minuti. Poi verrà ripetuto alle 18 per ulteriori 25 spettatori. E’ necessario prenotare via email a milkapan.book@gmail.com o telefonare al numero 3806482755.
I posti rimanenti saranno messi a disposizione di chi arriverà per primo.

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Rinascimento e barocco ferrarese nella mostra sugli Este alla Venaria Reale

di Salvatore Billardello

Ridare lustro al periodo estense tra Cinquecento e Seicento e insieme riportare in vita opere distrutte dal terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna nel 2012. Sono i due grandi obiettivi della mostra “Splendori delle corti italiane: gli Este. Rinascimento e Barocco a Ferrara e Modena”, organizzata dalla Reggia di Venaria a Torino in collaborazione con la Soprintendenza di Modena e la Galleria Estense, dall’8 marzo al 6 luglio nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria. Il curatore e soprintendente ai beni storici e archeologici di Modena e Reggio Emilia Stefano Casciu ha costruito per l’occasione un percorso espositivo in nove sezioni che, attraverso capolavori notissimi e opere meno conosciute di Cosmè Tura, Dosso Dossi, Correggio, Tiziano Tintoretto e Velazquez, unisce il Rinascimento della Ferrara di Alfonso I, primo dominio estense, al barocco della seconda capitale Modena e del suo duca Francesco I.
Secondo la sovrintendente ai beni storici e paesaggistici di Bologna Paola Grifoni si tratta “di un’occasione per ammirare le opere d’arte meno conosciute del periodo, in un momento devastante per quanto riguarda l’arte in Italia”. La location scelta è la straordinaria Reggia di Venaria, nominata dall’Unesco patrimonio dell’Umanità nel 1997, un edificio monumentale che vanta alcune tra le massime espressioni del barocco. “ Questa mostra segna l’inizio di una serie di esposizioni dedicate alle grandi corti italiane” – spiega Alberto Vanelli, direttore della Venaria Reale – “e rientra nella nostra tradizione di organizzare le mostre come fossero spettacoli, cercando di unire insieme il carattere divulgativo e insieme scientifico”.
“Tutto nasce da un atto di solidarietà verso la galleria estense da parte della Venaria”, aggiunge Davide Gasparotto, direttore della Galleria Estense di Modena, che poi chiarisce: “l’obiettivo è il recupero e il restauro di due opere d’arte danneggiate dal terremoto del 2012 che ha colpito i territori emiliani”. Le due tele, provenienti dal Comune di Mirandola, sono La Conversione di San Paolo di Sante Peranda e la Madonna col Bambino e Santi di Annibale Castelli, e di esse si è occupato il Centro di Conservazione e Restauro della Venaria. Qual è stato il costo complessivo dell’operazione? “Abbiamo speso 340.000 euro”, dice Vanelli, “cerchiamo di dimostrare come si possa fare cultura a prezzi accettabili. Ci definiamo una reggia pop”.

[© www.lastefani.it]

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Giovani e futuro: il grande interrogativo. Troppe incertezze, è tempo di batterci per i nostri diritti

Quante volte capita, oggi, a noi giovani studenti, di rimanere in silenzio alla domanda: “Cosa farai dopo l’università?” Troppo spesso ci fermiamo a pensare al nostro futuro, ma finiamo solamente per sentirci avviliti e demoralizzati!
Abbiamo un’infinità di sogni, ma pochissime possibilità di realizzarli.
C’è chi dopo un percorso universitario triennale spera di trovare lavoro; chi prosegue gli studi con una laurea magistrale e, dopo anni di inutili tentativi, ha come unica possibilità quella di svolgere lavori sottopagati. Poi ci sono quelli che per colmare l’attesa riempiono il curriculum con seconde lauree, master e stage; infine la maggior parte di noi cerca fortuna all’estero, ma lasciare il proprio Paese non dovrebbe essere un obbligo, bensì una scelta.
È giusto tutto questo? È sbagliato dover rinunciare ai propri sogni per colpa di un governo che non sa come prendersi cura dei propri cittadini e che pensa esclusivamente all’arricchimento individuale. Oggi viviamo schiacciati da tasse, imposte e limitazioni di ogni genere. Oltre la metà di quello che il singolo individuo guadagna va nelle tasche dello Stato, così assistiamo ad un impoverimento progressivo e alla scomparsa del ceto medio: l’Italia si divide tra ricchi e poveri.
Il meccanismo si è inceppato: il nostro è un sistema che non funziona più e, nonostante tutti sembrino capirlo, nessuno fa qualcosa per modificare il corso degli eventi.
Il problema è che in Italia non è più come un tempo, quando la gente si univa per uno scopo comune, avendo i mezzi e le energie; oggi sembra vigere la legge della “passività”: tante lamentele, ma nessuna azione concreta. Vi sono manifestazioni di piazza, ma troppo inconsistenti per lasciare veramente un segno. La gente sceglie il silenzio perché ha paura delle conseguenze e questo accade nei confronti del nostro governo tanto quanto si verifica all’interno di molte istituzioni. Questo malessere lo viviamo anche nell’ambito universitario, dove la stragrande maggioranza degli studenti ha paura di parlare con i professori quando qualcosa non funziona.
Vedo i miei coetanei come una mandria di persone indecise, insicure; sono sempre i primi a criticare, ma non sono mai pronti a reagire. Ogni volta che all’interno del mio corso universitario sono sorti problemi e discussioni, sono risultata l’unica pronta ad andare a parlarne direttamente con il preside: non uno dei miei compagni che mi abbia mai accompagnato né spalleggiato. Io non mi ritrovo in questa realtà; trovo che non abbia senso arrabbiarsi per poi starsene con le mani in mano. Il problema è che i pochi che, come me, reagiscono, tendono ad essere emarginati: siamo quelli che rischiano di venir bocciati all’esame solo per aver chiesto che i nostri diritti venissero rispettati.
Viviamo immersi nella tecnologia, in un mondo in cui ci si sente nudi se privati, anche solo per poche ore, del proprio smartphone. Facebook, Twitter, Instagram, Flickr, un’infinità di social network in cui tutti esprimono la propria opinione, tutti si scagliano contro tutti senza costruire nulla di concreto. Pur vivendo in una realtà in cui siamo così costantemente interconnessi gli uni agli altri, ciascuno di noi è sempre più solo, isolato.
Il problema è che il singolo non fa la differenza, bisogna unirsi per cambiare questa situazione, e poiché è già da troppo tempo che le cose non fanno che peggiorare, il tempo in cui ci si limita a “sperare” in un futuro migliore è finito. Ora è il momento di “combattere” veramente per ciò che si vuole, per i valori in cui si crede: dobbiamo difendere i nostri diritti, e dobbiamo farlo noi giovani perché è del nostro futuro che si parla.

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Occhetto: “La maggioranza di Renzi è bacata. Una situazione figlia delle scommesse perse da Napolitano”

di Alessandro Porcari

“Renzi ha fatto un discorso per dare impressione di grande capacità di decisione e volto a parlare all’opinione pubblica in generale, con elementi informali rispetto ai metodi consueti. Mi ha colpito negativamente la mancata capacità di inquadrare gli obiettivi dentro un tentativo almeno parziale di analisi critica di motivi per cui siamo arrivati a questo momento di crisi e la mancata indicazione delle coperture; non parlo di numeri da ragionieri, ma di scelte di fondo che spingono a togliere risorse da una parte e metterle dall’altra, quindi scelte politiche”.

Via Tibaldi 17, la Bolognina. Qui, una quindicina d’anni fa, il 12 novembre del 1989, Achille Occhetto, segretario del Partito comunista italiano annunciò ufficialmente ‘la svolta’.
«Di fronte agli sconvolgimenti dell’Est», disse allora Occhetto a un gruppo di militanti ed ex partigiani, «è necessario lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza. È necessario creare strade nuove e unificare le forze di progresso». Un discorso che annunciò un processo di trasformazione culminato nel cambio del nome e nella trasformazione dell’identità del partito fondato da Gramsci e Bordiga. Dal Pci al Pd, passando per Pds e Ds. Da principale partito di opposizione a principale partito di governo.
Ma oggi, segno dei tempi, al posto della sede del Pci, in via Tibaldi 17, troviamo un parrucchiere cinese, avanguardia della chinatown delle Due Torri…

Lei che è stato l’uomo della svolta, come giudica la svolta di Renzi?
Ho guardato con interesse alle primarie e alla volontà espressa da Renzi di cambiare la vecchia classe dirigente del Pd, responsabile delle sconfitte della sinistra. Cambiare una classe dirigente che ha fallito e cambiare la politica delle grandi intese sono le ragioni per cui milioni di persone sono state ai gazebo. Non mi è chiara tuttavia la prospettiva politica, sul terreno sociale ed economico e aspetto di vederla finalmente materializzata nel programma di governo. Intanto però il modo in cui si è formato questo governo già contraddice l’attesa fondamentale di superare il prima possibile queste maggioranze anomale.

Vede dunque elementi di precarietà in questo governo?
Non è possibile fare rivoluzioni con questa maggioranza. Vedo un gap tra l’annuncio della grande svolta che è nelle intenzioni e spirito di Renzi e la maggioranza con cui è stato costretto a fare il governo.
Il mondo che gira attorno ad Alfano non è sicuramente tra i più adatti a cambiare il rapporto tra sistema politico e opinione pubblica, a rendere credibili, a voltare pagina rispetto ai mali della politica italiana. Qualora si volessero fare scelte vere sulla allocazione delle risorse per favorire i più poveri, non credo che Alfano possa essere un alfiere.

Come è possibile che si sia già inciampati nelle dimissioni di un sottosegretario?
E’ possibile perché Renzi non ha scelto questa maggioranza, ma l’ha trovata. Era una maggioranza bacata alle radici. Si era già inciampati. Non si è cambiata maggioranza, questa è la critica fondamentale che io faccio e su questo condivido la posizione di Civati.

Dunque non condivide l’alleanza con Alfano e il Ncd?
Le coalizioni si possono fare con i diversi, ma non con i contrari. Alfano e il suo gruppo rappresentano rispetto alle esigenze di rinnovamento reale della società italiana una posizione contraria non solo alla sinistra, ma anche ai moderati del centro sinistra. Per me è motivo di grande interesse sapere come Renzi potrà far quadrare il cerchio.

Letta c’era riuscito, ma è caduto per una crisi interna al Pd…
Il governo Letta è caduto su se stesso. Letta era fermo, non è riuscito a risolvere nessuno dei problemi fondamentali che abbiamo innanzi. Era destinato a finire rapidamente. Non aveva più il sostegno dei sindacati, della Confindustria, di grandissima parte della cooperazione italiana. Nessuno dei temi di fondo (lo sviluppo, l’occupazione) era stato risolto, questi sono dati oggettivi. Era un governo morente. Possiamo discutere il modo in cui è stato ammazzato, come gli è stato dato il colpo di grazia, ma sicuramente non era un governo in grado di affrontare la situazione.

Il Partito democratico è l’erede della politica che lei ha immaginato all’epoca della svolta della Bolognina?
Non ritengo che il Partito democratico, così come è sorto, sia la continuazione degli obiettivi della svolta; anche perché con la Bolognina si posero già allora due possibili vie di uscita dalla crisi e dal crollo del comunismo. La svolta a sinistra, la mia; e la svolta moderata per entrare nei salotto buono e impostare una politica che puntasse tutto sul governo. Mi sembra che i miei successori si siano mossi in questa ultima direzione.
In parte il Pd è figlio della svolta, perché dissi che con il muro di pietra di Berlino crollava anche il muro ideologico che aveva diviso quei partigiani che avevo conosciuto nella casa della sinistra cristiana clandestina. Finalmente potevano unirsi nel progetto di formazione di una nuova sinistra con i partigiani socialisti e comunisti. Ma il modo in cui il Partito democratico è nato tradisce l’idea della svolta, ossia della costituente di una nuova formazione democratica. Il Pd è piuttosto la fusione a freddo tra due apparati che ha portato nel corso degli anni a molteplici inconvenienti e alla mancanza di un progetto politico di trasformazione della società italiana.

Cosa non le piace del Pd?
Non è chiaro il progetto politico-culturale. Ancora adesso non si capisce la linea del partito rispetto all’Europa, per superare la dittatura del pensiero unico monetarista, che ha come agenti fondamentali le grandi potenze finanziarie, e la politica di austerità dell’Unione che richiederebbe un programma sociale ed economico effettivamente alternativo.

Crede dunque che la sudditanza verso i diktat della finanza abbia offuscato il ruolo della sinistra italiana?
Sicuramente, ma non solo quella italiana. Anche la famiglia del socialismo europeo, che ho contribuito a fondare, è stata silente e succube rispetto alle politiche di austerità

Nonostante le incertezze dalla sinistra, il centrodestra ha perso le ultime elezioni amministrative…
Il centrodestra è fallito nel 2011. Il centrosinistra avrebbe vinto a man bassa quelle elezioni. Il grande torto del Presidente della Repubblica è stato ostacolare in quel momento le elezioni, facendosi mallevadore e poi sostenitore accanito della politica delle grandi intese. Ha fatto due scommesse: Monti e Letta. Le ha perse entrambe.
I governi delle grandi intese hanno rilanciato in parte Berlusconi, come è avvenuto dopo il governo Monti, e alimentato la protesta grillina, mettendo in difficoltà il Partito democratico.

Avrebbe preferito un’alleanza con il M5s?
Avrei visto una campagna elettorale quando ci fu l’uscita di Fini e i sondaggi davano Berlusconi al 10%. Allora invece gli si diede tempo. E Berlusconi comprò deputati e senatori. Poi, per tre anni, gli si è fatta la respirazione bocca a bocca, mettendolo nella condizione di risollevarsi.

Per concludere con un’allegoria, il fatto che nel luogo dove il 12 novembre 1989 tenne il famoso discorso, oggi ci sia un parrucchiere cinese che considerazioni le suggerisce?
Sono state date molte colpe alla Bolognina, non vorrei che la si accusasse anche di aver rafforzato la Cina (ride, ndr). Ma siccome mi sollecita anche un giudizio su questa emergente potenza mondiale glielo formulo con una frase lapidaria: la Cina è la sintesi mostruosa in cui convivono il peggio del capitalismo e il peggio del comunismo. E’ un modello da non seguire.

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La minacciata guerra di Crimea vista dal fronte russo

Da MOSCA – Nell’ultima settimana si è scritto molto sulla crisi ucraina, la tensione a livello internazionale è aumentata notevolmente e per chi vive in Russia, come me, la questione è all’ordine del giorno. Il punto di vista osservabile da qui può essere leggermente diverso. Questo non significa che ci schieriamo a favore di una posizione o dell’altra ma, semplicemente, che cerchiamo di comprenderne, in maniera oggettiva, una diversa lettura, che ha una sua ragione storica di essere.

Nei giorni scorsi, di fronte alle esercitazioni militari iniziate in Crimea il 26 febbraio (peraltro, terminate ieri), si è tuonato che “Mosca è dalla parte sbagliata della storia”. D’altro lato, l’Unione Europea si prepara a discutere di sanzioni contro la Russia, gli Stati Uniti hanno deciso di congelare ogni forma di cooperazione militare, di sospendere gli incontri bilaterali, la pianificazione di conferenze, i colloqui in materia di scambi bilaterali e investimenti con Mosca. Da parte sua, la Russia minaccia di lasciare il dollaro per altre valute nelle sue transazioni commerciali e quindi di “riconoscere l’impossibilità di rimborso dei prestiti bancari alle banche Usa” e, “in caso di congelamento dei conti delle imprese e dei cittadini russi, di richiedere la vendita dei titoli del tesoro Usa” (dichiarazioni del consigliere economico del Cremlino Sergei Glazyev, citate dall’agenzia d’informazione russa Ria Novosti). La tensione è ai massimi storici.

Si parla di una “guerra di nervi” con l’Occidente e il presidente della think tank russa Fondazione per una politica efficace, Gleb Pavlovsky (ex consigliere dello staff presidenziale russo fino all’aprile 2011), rileva il rischio reale dell’invio di truppe in Ucraina dove, in assenza di un controllo della situazione da parte governativa, esse potrebbero diventare un bersaglio su cui gruppi armati informali e non identificati potrebbero scagliarsi senza rischiare nulla, alimentando ulteriormente tensioni e rivolte. La Russia si troverebbe in una posizione vulnerabile e la presenza militare sarebbe, comunque, vista come un’aggressione. La difesa degli interessi russi in Crimea viene, tuttavia, considerato un diritto, sia a garanzia di una restituzione del prestito di 2 miliardi di dollari fatto all’Ucraina che per ragioni strategiche e storiche.

Con il Grande accordo di amicizia, cooperazione e partenariato firmato da Mosca e Kiev nel 1997, la Russia ha riconosciuto l’appartenenza di Sebastopoli all’Ucraina e l’inviolabilità dei confini dello stato ucraino, mentre la stessa Ucraina ha garantito alla Russia il diritto di mantenere la base militare marittima di Sebastopoli e di insediare la Flotta russa del Mar Nero in Crimea, fino al 2042. Conosciuta anche come “la città della gloria russa”, Sebastopoli fu fondata nel 1783, per volere dell’imperatrice Caterina II, nel luogo in cui anticamente sorgeva la cittadina greca di Khersones. Fu la stessa Caterina ad assegnare il nome alla città: a seconda delle fonti, Sebastopoli viene tradotta dal greco come “città venerabile”, “sacra”, “magnifica” o “città della gloria”. Durante la Seconda Guerra Mondiale (precisamente nel 1941-1942), per 250 giorni e 250 notti, i soldati dell’Armata Rossa e i marinai della Flotta del Mar Nero difesero la città dalle truppe tedesche. Dal 1948, Sebastopoli divenne una città a statuto speciale della Russia. Nel 1954, però, per iniziativa di Nikita Khrusciov, la “magnifica”, con tutta la Crimea, passò all’Ucraina: all’epoca ciò non comportò alcun cambiamento radicale nel suo destino. Kiev, di fatto, non aveva influenza sulle sorti della città. Sebastopoli, essendo una delle più importanti basi della Marina militare sovietica, continuò a essere alle dirette dipendenze di Mosca e del Ministero della Difesa dell’Urss. Ancora oggi qui vi sono il quartier generale e il comando della flotta, la 68˚ brigata di sorveglianza dell’area marittima, il 17˚ arsenale della Marina Militare, reggimenti speciali della Fanteria di Marina, reggimenti missilistici costieri. Nelle acque territoriali ucraine e sulla terraferma possono stazionare fino a 388 unità di navi e imbarcazioni russe. Negli aeroporti di Gvardejskij e Sebastopoli, presi in affitto dalla Russia, possono essere tenuti oltre 160 velivoli. Per l’affitto della base militare marittima in Crimea la Russia paga all’Ucraina circa 98 milioni di dollari ogni anno; inoltre, in base all’accordo di Kharkov del 2010 (che ha esteso quello del 1997), Gazprom le concede uno sconto sul prezzo del gas (oggi rimesso in discussione). Il rappresentante permanente della Federazione Russa alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, ha, quindi, dichiarato che, in Crimea, la Russia rispetta “i patti che sanciscono i termini della presenza della flotta del Mar Nero a Sebastopoli”. La Crimea è, poi, la regione più russa dell’Ucraina: il 58% della sua popolazione è, infatti, di etnia russa. Per il 97% si parla russo.

Nessuno pare avere un reale interesse a una divisione dell’Ucraina, a un inasprimento delle tensioni che porterebbero a un default di Kiev. Le conseguenze sarebbero pesantissime per tutti, soprattutto per l’economia russa. Le banche russe con filiali in Ucraina potrebbero soffrire a causa dell’incapacità del paese a ripagare i debiti contratti. Nel complesso, i prestiti delle banche russe ammontano a circa 28 miliardi di dollari. Oltre al settore bancario, secondo gli analisti, la crisi ucraina potrebbe ripercuotersi anche sulle imprese russe dei settori produttivi che collaborano con l’Ucraina (come quello agricolo o metallurgico). Una svalutazione della moneta locale, la grivna, potrebbe influenzare negativamente il tasso del rublo e portare a un rallentamento generale della crescita del Pil russo.

Uno dei nodi principali resta, tuttavia, ancora e sempre la Crimea. Dopo gli anni ’90 e la “rivoluzione arancione” del 2004, la situazione, pur in continua evoluzione, pareva non troppo fuori controllo, ma poi è arrivato l’Euromaidan, la protesta di piazza iniziata il 21 novembre 2013. Tre i possibili scenari di sviluppo degli avvenimenti, secondi gli esperti: che la situazione si appiani (bassa probabilità), che la Crimea estenda la propria autonomia (variante possibile a patto che si raggiunga qualche forma di stabilità e solo con un’intesa delle parti sulla federalizzazione dell’Ucraina), che la Repubblica autonoma di Crimea esca dalla compagine dell’Ucraina per diventare l’ennesimo Stato “non riconosciuto” sotto l’egida della Russia.

La crisi ucraina avrà inevitabili ripercussioni sugli equilibri di politica estera e interna della Federazione Russa. Natura ed entità delle ripercussioni in politica estera saranno più chiare nei prossimi giorni. L’occasione, tuttavia, è delle più favorevoli per riaffermare il ruolo della Russia di potenza regionale, ottenendo il controllo totale, non più “da ospite”, della Crimea e del porto di Sebastopoli che garantisce alla Russia l’accesso al Mediterraneo (che, nella Libia di Gheddafi, era garantito dall’utilizzo, da parte della flotta russa, della base logistica di Bengasi, revocato dal nuovo governo libico). Alcuni analisti ritengono che il passaggio della Crimea alla Russia avverrà probabilmente in maniera indolore, quasi come un decorso naturale e inevitabile. Importante sarà valutare le “pretese” russe sul resto dell’Ucraina.

Le ripercussioni in politica interna sono, almeno nel breve periodo, meno incerte: non si rilevano segnali di possibili escalation o di situazioni emulative. I sostenitori dell’iniziativa del Cremlino sono molti di più degli oppositori e degli indifferenti. I russi seguono con attenzione l’evolversi della situazione. L’Ucraina è sentita come una parte della Russia e ai più risulta intollerabile un suo ingresso in orbita europea, soprattutto in quanto, a detta di molti, provocato e determinato da forze definite al soldo di potenze straniere. Domenica 2 marzo, si è tenuta a Mosca una grande manifestazione con migliaia di persone per le vie del centro a sostegno dei fratelli russi di Crimea e d’Ucraina in genere. A sostegno dei cittadini russofoni dell’Ucraina sono intervenuti anche gli street racers della capitale, organizzando una corsa automobilistica di circa 50 veicoli alle Vorobevy Gory (Colline dei passeri). A San Pietroburgo, nella sala concerti Oktjabrskij, 15.000 persone si sono riunite a supporto dei russi d’Ucraina. Non sono mancati cortei di oppositori alle azioni militari, segno che la maggioranza della popolazione è favorevole comunque a un intervento pacifico e a un’integrazione quasi naturale. Perché, alcuni dicono “che sarebbe meglio che l’Ucraina cedesse semplicemente la Crimea” e che “se i suoi abitanti sono scontenti dell’Ucraina, non c’è ragione di trattenerli con la forza”. Situazione da seguire.

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‘Focus group’ a Sant’Agostino, gli abitanti inventano la piazza della rinascita dopo il sisma

“Ha scritto che bisogna interrare i cassonetti?”, si raccomanda Stefania Agarossi, dell’oratorio Ghisilieri, “I cassonetti a vista sono il peggior biglietto da visita per una piazza!”.
“Si e poi cosa diranno? Che a Sant’Agostino siamo messi così male che non abbiamo neanche i cassonetti!”, ribatte ironico Stefano Caleffi, dell’associazione Dosso Insieme.
L’occasione è seria, ma le battute non mancano al primo focus-group del processo partecipato per decidere cosa fare della piazza di Sant’Agostino, dove ora ci sono un monumento, due parcheggi e il ground zero del municipio abbattuto dopo il terremoto. Un luogo simbolico, il cuore amministrativo e sociale del paese che è stato privato della sua identità a causa del sisma, e che ora si sta cercando di far rinascere con la collaborazione di tutti gli abitanti, all’interno del progetto ‘Less is more’ finanziato dalla Regione Emilia – Romagna e coordinato da operatori specializzati.
Quello che si è riunito per la prima volta l’altra sera in biblioteca è un gruppo ristretto, frutto di un sorteggio e formato da volontari delle associazioni, commercianti, anziani e agricoltori. Fino a maggio si ritroveranno tutti per proporre e discutere le idee sul futuro del loro centro.
Molti gli spunti già emersi dal primo incontro.
Manca il verde. Manca un’unità tra le due piazze contigue Pertini e Marconi, e tra queste e corso Roma, dall’altra parte della statale. Manca uno spazio in cui fermarsi. Mancano le indicazioni sulle attrazioni del paese. Manca coordinamento tra le attività. Manca uno spazio polifunzionale.
Queste i principali problemi evidenziati. E poi le proposte.
Usare la piazza come volano di sviluppo per le zone limitrofe, incentivando le connessioni con le scuole, il Bosco della Panfilia e il municipio. Fare un parcheggio interrato. Inserire la piazza in un percorso ciclo-turistico per visitare i dintorni. Farla diventare sede attrezzata di eventi. Rafforzare la presenza di negozi per far fronte al dilagare di centri commerciali. Far diventare la piazza un punto di arrivo e di partenza, un luogo di connessione. “Una specie di interporto!” scherza Stefania.
“Smettiamo di chiamarla piazza e iniziamo a chiamarlo spazio, così sarà più facile darle una nuova identità” propone Claudio Petroncini, imprenditore.
“Però lì c’era una piazza, c’è sempre stata”, riflette Mirco Tartari, agricoltore. “Un tempo si andava in piazza per andare in municipio, e ora?”.
E ora bisogna ritrovare un motivo per andare in piazza, per non farla morire, per non lasciare che il deserto che sta avanzando nei paesi abbia il sopravvento.
“E’ appena arrivata una mail al gruppo con un altro progetto!” dice Stefano poco prima che si concluda l’incontro. “E’ il Wwf dell’Alto Ferrarese, anche loro hanno una proposta” conferma Stefania.
La partecipazione crea partecipazione, e gli organizzatori del processo sperano che altre idee arriveranno nei prossimi incontri pubblici.
Uno sarà il prossimo venerdì 7 marzo alle 20,30 presso la biblioteca dove verranno presentate le prime idee e se ne raccoglieranno altre. Un altro sarà sabato 8 marzo, alle 12,30 con un pranzo comunitario al Palareno e una passeggiata per vedere assieme criticità e potenzialità del territorio.

Questo il dettaglio del programma:

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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)

VENERDI’ 7 MARZO 2014 ORE 20.30
INCONTRO PUBBLICO PER CONDIVIDERE I PRIMI RISULTATI
Sala Bonzagni
via Bianchetti – Sant’Agostino (FE)

MORENO PO (Provincia di Ferrara) – Ci racconterà come si è evoluto nel tempo il corso del fiume Reno e come questo abbia determinato il paesaggio del territorio di Sant’Agostino

ELENA MELLONI (Comune di Sant’Agostino) – Un puntuale e funzionale affondo sulle previsioni urbanistiche contenute nel Piano Strutturale Comunale

GRUPPO DI LESS IS MORE – I dati raccolti: esiti del focus group e delle interviste al mondo imprenditoriale, le prime risposte (raccolte tramite le cartoline) alla domanda “cosa ricercano le persone fuori da Sant’Agostino”, l’Atlante delle Associazioni.

Presentazione del GRUPPO DI SUPPORTO al processo partecipato e delle collaborazioni nate attorno al progetto.

SABATO 8 MARZO 2014
PRANZO COMUNITARIO E CAMMINATA DI QUARTIERE
con il gruppo del progetto Less is More

Ore 12.30 – RITROVO AL PALARENO PER PRANZARE INSIEME
La “base” per 80 persone sarà a cura dello staff di progetto con l’aiuto dell’associazione Tuttinsiemepersancarlo, ma chi può è invitato a portare qualcosa da condividere con gli altri.

Ore 14.00 – ESPLORAZIONE GUIDATA DI SPAZI E STRADE
Ritrovo a PIAZZA PERTINI.
Il percorso è alla portata di tutti, ma vestiti e scarpe comode ci aiuteranno a osservare con un occhio diverso quello che crediamo di (ri)conoscere

giornalisti-sempre-in-contattocon-spirito-del-mondo

I giornalisti: sempre in contatto con lo spirito del mondo

Quando sono a Ferrara, faccio sempre un salto alla Biblioteca Ariostea per un aggiornamento, e il più delle volte mi fermo nella Sala periodici a leggere giornali e riviste. Questa sala ha una storia lunga e nobile, e mi piace sempre consultare la vecchia e un po’ polverosa “Nuova Antologia”. La coda degli autori che hanno scritto per la rivista è lunghissima e piena di grandi firme come Palazzeschi, Bacchelli, Ungaretti, Montanelli, Salvemini, Jemolo, Calamandrei, Bobbio, per citare solo una rosa di nomi illustrissimi. Nel numero dell’Aprile/Giugno 2004 ho trovato un bel pezzo di Claudio Magris, anche lui molto legato alla tradizione repubblicana e azionista di un’Italia che non c’è più. Il suo articolo è intitolato Giornalismo e Cultura – Una riflessione sul ruolo dell’informazione. È scritto ancora in ”epoca offline”, ma i contenuti valgono anche per i tempi d’oggi, per l’epoca digitale. Siamo, in questi anni, testimoni e collaboratori di una svolta quasi rivoluzionaria nel settore dell’informazione, ma io credo che i valori fondamentali del giornalismo abbiano resistito, nonostante una pressione fortissima sia del mondo politico sia dei mercati consumistici. Tutto è diventato molto, molto più veloce rispetto solo a qualche anno fa, ma spesso – non sempre – anche più superficiale e sfuggevole e monocolore. L’etica professionale del giornalismo, però, e il suo compito principale rispetto alla cultura odierna, in Italia come in Germania, come nell’intera Europa, vale per tutti i media, off line o on line.
E cito dall’articolo di Magris: “Se la lettura del giornale, come diceva Hegel, ha sostituito la preghiera del mattino e mette il lettore in contatto con lo spirito del Mondo e col suo operare nella storia, il giornalismo ha, oggi più che mai, un’enorme importanza e responsabilità nella formazione della cultura di un Paese.” E aggiunge, “Il quotidiano è il brogliaccio di un tentacolare e gigantesco romanzo ormai globale, che si disperde e dissolve in mille rivoli subito spariti.” Si tratta della nostalgia di un intellettuale d’altri tempi per un giornalismo che è scomparso dall’era digitale? Non credo, perché il compito o, detto in modo più grave, la necessità di un giornalismo serio, sobrio e credibile, c’era ai tempi dei nostri nonni e c’è oggi, anche se in un ambiente tecnologico molto diverso.
Per questo l’associazione Journalisten helfen Journalisten (Giornalisti aiutano giornalisti), di cui sono il coordinatore per Monaco, ha molto sostenuto la lettera di Ana Lilia Pèrez, una giornalista messicana messa sotto scorta perché fa ricerche sul mercato delle droghe e il suo nome si trova in cima alle liste nere. Per un anno ha vissuto clandestinamente in Germania, protetta e spesata da noi. Recentemente ha scritto: “L’unica cosa che desidero è il ritorno in patria, accendere il computer e cominciare a scrivere un nuovo articolo.”
A volte, la professione del giornalista è davvero molto rischiosa e pericolosa, in Germania, in Italia, nel mondo. Ci sono momenti in cui può diventare un lavoro noioso, quando si deve fare per esempio un servizio su una festa parrocchiale in provincia, o si deve andare ad una conferenza stampa di un tizio del mondo politico nel territorio desolato del delta del Po. Ma nella maggior parte dei casi, la partecipazione come giornalista (sia off line che on line) alla formazione della cultura di una città e ancora di più di un Paese, crea quel seme di speranza che contribuisce a migliorare la vita di tutti.

Di seguito, l’articolo uscito in occasione dei 20 anni dell’Associazione “JhJ” (Giornalisti aiutano giornalisti) 1993–2013

“Non sono un nazionalista, sono un giornalista” – Mladen Vuksanović (1942-1999)

In molti Paesi l’esercizio della professione giornalistica è spesso accompagnata da grossi rischi. Secondo dichiarazioni di “Reporters Sans Frontiers”, negli ultimi 15 anni sono stati uccisi oltre 800 giornalisti durante lo svolgimento del loro lavoro. In tutto il mondo molte centinaia di essi vengono arrestati e spesso torturati. Soltanto in particolarissimi casi, quelli più eclatanti, l’opinione pubblica viene informata sul destino di colleghi perseguitati, feriti, espulsi ed arrestati. Ancora più raramente si conoscono i pericoli che corrono le loro famiglie.

JhJ fu fondata nel 1993, quando la guerra nella ex-Jugoslavia fece le prime vittime. Uno dei primi fu Egon Scotland, inviato speciale della Suddeutsche Zeitung, ucciso nel 1991 in Croazia.
JhJ è un’associazione indipendente che non fa riferimento ad alcun partito politico. Ha come suo compito principale quello di offrire aiuto a colleghe e a colleghi che si trovano in situazioni di pericolo, fornendo loro e alle loro famiglie solidarietà ed aiuto concreto, in modo diretto ed informale.
JhJ interviene con aiuti in denaro, acquisto di beni ed assistenza, laddove, in caso di situazione di pericolo, non siano già intervenuti in forma ufficiale gli organismi preposti, e vi sia la possibilità di un intervento diretto.
Lo sforzo più importante di JhJ è stato sinora operato nei territori dell’ex Jugoslavia, in Bosnia, Croazia, Serbia e Kossovo. In oltre 150 casi sono stati aiutati i giornalisti e le loro famiglie, con donazioni di derrate alimentari, assistenza in caso di cure mediche, protezione e tutela dei bambini, sostegno economico-logistico per il ripristino di materiali distrutti quali computer, macchine da scrivere e attrezzature fotografiche. In molti casi JhJ ha offerto aiuto ed assistenza per il rientro in Bosnia a colleghi espulsi a seguito della guerra.
L’Associazione ha inoltre aiutato i colleghi a pubblicare i loro articoli sulla stampa di lingua tedesca.
E’ attiva una fitta rete di contatti con giornalisti provenienti da tutte le zone dell’ex-Jugoslavia. JhJ si mette volentieri a disposizione per agevolare e promuovere i contatti.
Sono pervenute anche richieste da colleghe e colleghi dell’Algeria, Turchia, Tunisia, Albania, Nigeria, Afghanistan, Namibia, Indonesia, Angola e Togo. Quando è stato possibile, gli aiuti in denaro sono andati direttamente ed informalmente ai colleghi interessati e alle loro famiglie.
JhJ collabora a stretto contatto con RSF Reporters Sans Frontiers. Sono stati inoltre instaurati contatti con il Committee to Protect Journalists (Comitato di protezione dei giornalisti) di New York, con IFEX (Toronto), Rory-Peck-Trust (Londra), con Amnesty International, così come con gli incaricati alla stampa di OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la collaborazione in Europa).
L’azione di solidarietà di JhJ è portata attualmente avanti da oltre 130 giornalisti di Germania, Austria e Italia. Il lavoro, a puro titolo onorifico, si svolge all’interno di JhJ. Si tratta di un’ associazione di pubblica utilità senza scopo di lucro, e si finanzia esclusivamente con le quote dei soci e con donazioni (le offerte in denaro sono detraibili dalle tasse).

I riferimenti per JhJ sono:
Dr. Roman Arens (Basler Zeitung), Roma
Christiane Schlötzer (Sueddeutsche Zeitung) Istanbul
Carl Wilhelm Macke (free lance) Monaco di Baviera/Ferrara

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Modernità e crisi

Sono possibili due interpretazioni della parola ‘crisi’. L’una segna la sequenza negativa: crisi-emergenza-catastrofe. Questa è la definizione che si è imposta negli ultimi anni e che è stata scientemente trasformata in una vera e propria ideologia dell’aut-aut: o si fa così, o salta tutto! In questa breve riflessione vorrei invece concentrarmi sull’altra interpretazione: la crisi come caratteristica positiva della modernità. E richiamo un classico del novecento, Paul Hazard Crisi della coscienza europea (Einaudi), pubblicato nel 1935.

L’opera tratta di un periodo preciso e pregnante della storia d’Europa: 1680-1715. E’ in questi pochi decenni, infatti, che si gettano le basi culturali per il passaggio alla modernità nel continente. “Quale contrasto! E quale brusco passaggio! La gerarchia, la disciplina, l’ordine che l’autorità s’incarica di assicurare, i dogmi che regolano fermamente la vita: ecco quel che amavano gli uomini del ‘600. La costrizione, l’autorità, i dogmi: ecco quel che detestano gli uomini del ‘700, loro successori immediati.”
In quel tempo nasce la nuova sequenza che caratterizza la modernità: critica-crisi-cambiamento. Ricordiamo che la parola ‘critica’ ha un’origine in comune con la parola ‘crisi’, dal greco xrinò: dividere, scegliere, giudicare, decidere, lottare, combattere. Critica e crisi come condizioni del cambiamento continuo: ecco la fenomenologia permanente e normale della modernità. Perché oggi dunque queste due parole fanno paura? Il potere è insofferente alla critica: all’intellettuale autonomo preferisce il cortigiano adulatore. Il cittadino normale vive la crisi come eccezione e catastrofe. Atteggiamenti premoderni entrambi, che permangono come un radicato residuo del passato nel tempo globale dello sviluppo massimo della modernità su tutti piani e in tutti i paesi.
Con questo si vuole forse negare la congiuntura mondiale di grande crisi e di grandi rischi che stiamo vivendo? No. Voglio sottolineare che la diffusa cultura premoderna non aiuta. Essa combina due atteggiamenti negativi. Quello del potere che chiede una delega totale e in bianco. E quello del cittadino che vive con angoscia e paura ogni novità e cambiamento. In entrambi i casi il risultato è un individuo pubblico impaurito, passivo, ripiegato su se stesso. In questo modo si crea soltanto separazione tra settori della società. Ma mentre in alcuni di questi si vive all’insegna della creatività e della sperimentazione continue -tecnica, scienza, arte e cultura in generale- in altri, come per esempio la politica, la nuova ideologia dell’emergenza sta bloccando le menti, impedendo ogni confronto serio sulle possibili alternative in campo.

Nel 1670 esce un’opera fondamentale della modernità: il Trattato teologico e politico di Benedetto Spinoza. Ecco come ne sintetizza il significato Paul Hazard: “Spinoza diceva pacatamente che bisognava fare ‘tabula rasa’ delle credenze tradizionali per ricominciare a pensare su piani nuovi […]. La religione aveva perduto la sua efficacia sulla morale, l’anima si era corrotta; e il male proveniva dal fatto che si era fatta consistere la religione non più in un atto interiore, meditato e persuaso, ma nel culto esterno, in pratiche macchinali, nell’obbedienza passiva alle prescrizioni dei preti. Degli ambiziosi si erano impossessati del sacerdozio e avevano convertito in avidità personale lo zelo del servizio: donde dispute, odi, gelosie. Così gli uomini venivano ridotti in bruti, avendo tolto loro il libero uso del loro giudizio, e soffocato la fiamma della ragione critica umana.” Si provi a sostituire alla parola religione la parola politica, alla figura del prete quella dell’odierno politico, e il ragionamento spinoziano conserva intatto il suo valore di diagnosi attuale. Oggi, infatti, la politica si presenta così: svuotata di ogni progettualità, ridotta spesso ad un affare per curare i propri interessi di casta, usata come un trampolino per realizzare ‘smisurate ambizioni’ personali.
Non a caso le parole chiave sono sondaggio e propaganda… non certo cultura e critica.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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L’Italia nel circolo vizioso dell’Eurozona: deprimente restare, rischioso uscire

Dico subito che questa riflessione è debitrice di Michele Salvati che sull’ultimo numero del “Mulino” (1/2014) scrive sulla crisi italiana, e non solo.
Il direttore del bimestrale bolognese di cultura e politica parte da lontano, ma è sufficiente incrociarne il pensiero sulla situazione europea. Sotto esame è l’attuale architettura economica che la sorregge e che ne rappresenterebbe, paradossalmente, il principale ostacolo per uno sbocco in senso compiutamente federale, cioè politico.

L’Eurozona, così pensata ed attuata, anziché essere spazio comune, diventa sempre più area di squilibri e inequità, come ha scritto papa Francesco nella recente esortazione apostolica Evangelii Gaudium.
Dentro il perimetro segnato dalla moneta unica, mancano gli strumenti che prima compensavano le aree a diversa velocità economica e di sviluppo nei vari contesti nazionali.
In parole povere, non è più possibile per gli Stati membri finanziare col debito politiche espansive per uscire dalle secche di cicli economici depressivi; usare la leva monetaria della svalutazione per spingere le esportazioni; favorire interventi per le imprese in zone a bassa crescita perché generano effetti distorsivi nelle condizioni uniformi di competitività dell’area comune. Gli stessi aiuti europei per le aree depresse nei singoli paesi sono insufficienti al bisogno. Così è accaduto che in un contesto di velocità economica difforme, la speculazione finanziaria scoppiata nel 2008 ha messo nel mirino i debiti sovrani dei paesi più deboli e da allora abbiamo capito tutti a caro prezzo cos’è il famigerato spread.

Finché si arriva alla situazione attuale definita “difficilmente sostenibile”, ossia pericolosamente in bilico tra “asfissia” e “catastrofe”. La prima parola indica il perdurare della sottomissione alle regole dell’euro con la conseguenza di ristagno, o crescita dello zero virgola, perché un paese sovrano non ha più in mano gli strumenti per dare la tanto invocata scossa. La seconda è lo scenario cui si andrebbe incontro nel caso di uscita dall’euro perché, alla faccia di quelli che la vedrebbero come un semplice sbattere la porta, sarebbe uno stop traumatico allo stesso progetto europeo.
Ora, però, la domanda è se esista una via d’uscita da questo circolo vizioso. Anche in questo caso le risposte sono assai poco rassicuranti. Molto, infatti, dipende dalle decisioni di Bruxelles e innanzitutto dal paese che ha maggiore influenza sull’Eurozona: la Germania.
Da Berlino le notizie dalla grosse Koalition, al governo dopo le ultime elezioni, sono ben poco confortanti: niente attenuazione del rigore, zero fiducia che i Paesi deboli possano usare l’allentamento dei vincoli per fare le riforme necessarie e nessun impegno degli Stati forti nel modificare in senso espansivo le proprie politiche macroeconomiche. Per non parlare dei passi avanti nel conferire all’Unione più poteri politici.

Il problema del “circolo vizioso” è che se perdura l’asfissia, mancano i soldi per fare le riforme e questo, da una parte, arma il fucile di lobbies e corporazioni che non le vogliono per prolungare privilegi e rendite di posizione, e dall’altro, si alimenta la sfiducia, non solo italiana, verso l’Europa. Da qui il sogno europeo rischia seriamente di trasformarsi in un incubo e la storia insegna che con la paura non si tiene unito un bel niente e non si va da nessuna parte.
Se poi si infila il termometro europeo, già febbricitante, sotto l’ascella italica, il problema si complica ancora. Perché qui la temperatura sociale, politica ed istituzionale è tale da chiamare il dottore. Scrive, infatti, il direttore del “Mulino”, che in Italia ci sono circa 4mila imprese che sanno reggere la competizione. Troppo poche per dare una busta paga soddisfacente a tutti. E siccome il reddito, cioè la ricchezza nazionale e quindi la capacità di spendere, dipende da questo, il problema è che se si deve vivere secondo il modello dell’asfissia c’è poco da correre.

Molto ci sarebbe da fare su lavoro e imprese, si dice anche a Bruxelles, su burocrazia, giustizia, infrastrutture, scuola, ricerca e innovazione. Ma con quali soldi? Ragionevolezza vorrebbe che a fronte di un allentamento, per quanto contrattato, dei vincoli di austerità, si possa procedere per i paesi più in difficoltà come l’Italia, a mettere mano ai cambiamenti per rendere il paese più moderno e competitivo.

E qui la palla passerebbe alla politica la quale però, negli anni, ha dilapidato un capitale di credibilità e oggi dovrebbe metterci per prima la faccia e dire ai cittadini e all’Ue che adesso, e per un bel pezzo, bisogna fare sul serio. Senza contare che chi dice basta con sacrifici, lacrime e sangue, sa che può trovare conforto nelle urne.
Un rapporto di fiducia spezzato, dentro e fuori i confini nazionali, che trova alimento ulteriore da un quadro istituzionale in pieno marasma, anch’esso da riformare e già bersaglio al limite dello scherno, sull’onda di un voto di protesta che potrebbe esondare da un momento all’altro.
Il paragone, in questo senso, Salvati lo fa con la vicina Spagna, paese con una struttura economica più fragile, ma che presenta “un sistema politico – scrive – più assestato e più efficace del nostro”.
Per questo, partire dalle riforme elettorale e costituzionale non parrebbe insensato, nonostante qualcuno dica che “non si mangiano”, perché una cornice istituzionale più stabile e funzionante può facilitare quel rapporto ora interrotto, che è elemento basilare di una democrazia rappresentativa, a sua volta argine rispetto a derive plebiscitarie.
C’è solo da sperare che le discussioni in corso sull’Italicum, per esempio se dev’essere o no un tutt’uno con la riforma della Costituzione nella prospettiva più o meno ravvicinata della prossima scadenza elettorale, non siano l’anticamera dell’ennesimo pantano tutto italiano, perché se non si è ancora capito il tempo della tattica e degli interessi di bottega è inesorabilmente scaduto.

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Settanta mi dà tanto: epopea e declino della vocazione culturale ferrarese

Come spezzare il simbolico diaframma costituito dalle mura ferraresi per approdare a una visione internazionale della cultura, pur preservandone i valori “provinciali”? Questa è la sfida che almeno dagli anni Settanta del secolo breve, e dunque da quasi un cinquantennio, Ferrara e la sua provincia si sono dati, che è stata condivisa dalle istituzioni politiche e (poco) da quelle economiche, e riassunta con uno slogan che sembrava appagare ogni esigenza: città d’arte e di cultura.
Non sta a me ripercorrere quella probabilmente utopistica speranza, né indagare le cause di fallimenti e realizzazioni, ma forse mi è lecito, anche se ormai da un osservatorio appartato, suggerire alcune proposte che immagino non saranno del tutto condivise.
Si è detto e ripetuto che ormai era ora di finirla con lo sdoppiamento tra cultura “alta” e cultura “popolare”, in quanto -come ormai è divenuto luogo comune- tutto è cultura. Ma se quest’ultima non “produce”, il modello sarà fatalmente considerato errato e quindi non più proponibile. Invano si è protestato contro questo atteggiamento che è prevalso a furor di popolo e a cui hanno aderito anche le istituzioni. Casi eclatanti l’ “espatrio” di Ermitage Italia, il ridimensionamento dell’Istituto di studi rinascimentali, le note polemiche sulla costosità delle produzioni teatrali e sulla presenza in città di indiscussi geni del teatro: da Ronconi ad Abbado.
Non è qui il caso di difendere le scelte e le contingenze economiche di cui soffriamo e soffriremo a lungo, quanto di rimarcare, nell’impotenza delle strettoie imposte dal nuovo corso economico, l’abbandono (o ciò che così appare) della progettualità e la mancanza di un organigramma che possa coinvolgere le tante realtà culturali che tanto hanno operato e operano per la città e il territorio. Abbandonare il progetto mi sembra un grave errore. E poco mi convincono le speranze suscitate dall’elezione di Dario Franceschini a ministro del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, quasi presenza salvifica e a cui sembra essere demandato il futuro della cultura in città. Non perché il ministro non debba avere un occhio di riguardo verso la sua città, che sono sicuro avrà, quanto per la folla di pretese che l’aggrediranno al momento in cui rivolgerà la sua attenzione a Ferrara. E cosa sono, scusate la brutalità, queste speranze o meglio esigenze, di fronte a tragedie in corso come Pompei, come L’Aquila, come i danni al patrimonio artistico del terremoto dell’Emilia-Romagna? A cui giustamente si è rivolta l’attenzione del neo ministro.
Certo anche Ferrara attende si ponga fine alle sue “incompiute”: Meis e teatro Verdi in primis. Ma ci vorrebbe che fosse già pronta una piattaforma strutturale dell’indotto culturale, per sottolineare quali ne possano essere i possibili risultati. Un piano, come dire, che possa e debba proporre con lungimiranza e scientificità il destino culturale di una città che ne ha fatto la bandiera del proprio sviluppo.
L’Associazione Amici dei Musei che ho il grande onore di presiedere da oltre trent’anni (non sempre l’esperienza e la dedizione per questo tipo di lavoro vengono interpretate come segno di una nascosta ansia di “comando” che va immediatamente rottamata secondo una prassi infelicemente attuata in altre sedi) si mette a disposizione, assieme ad altre benemerite associazioni culturali, per proporre idee, soluzioni, prospettive da proporre a chi dirige musei e beni culturali. Ma dopo il primo confortante risultato, rappresentato dai giorni di convegno che si è tenuto presso il Museo nazionale di Spina nel 2011 e dalla pubblicazione degli atti: “Musei a Ferrara. Problemi e prospettive” dell’anno successivo, sembra che questa iniziativa riscuota poco plauso.
Eppure sono assolutamente convinto che una ripresa di quel modello di proposta che coinvolga tutte le associazioni culturali, i musei e i luoghi d’arte di Ferrara e provincia, sarebbe un primo e validissimo aiuto da presentare al ministro Franceschini che potrebbe così avere un’idea generale dei problemi in campo. Certo gli ostacoli sono moltissimi, a cominciare dalla naturale e gelosa attenzione che tutti i soggetti coinvolti pretenderebbero, dalle istituzioni pubbliche alle forze economiche, dai musei alle singole associazioni. Ma emergerebbe in primo luogo la progettualità, come spinta a un futuro che non dovrebbe smarrirci nelle beghe individuali ma che potrebbe, finalmente, dimostrare la capacità della città di ridisegnarsi secondo lo schema, mi sembra mai abiurato anche dalle istituzioni politiche, di città d’arte e di cultura.

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La felicità interna lorda

Questa settimana ho deciso di mettermi in castigo, avendo parlato a sproposito della mia città, almeno così è apparso al mio sindaco. Ho deciso di prendere la strada dell’esilio per riflettere, spero di non dover chiedere l’asilo politico.
Insomma, me ne vado nel Buthan. Dov’è il Buthan? Il Buthan è un piccolo stato dell’Asia, verde e montuoso, che confina a nord con la Cina e a sud con l’India. È nella catena himalayana, a circa duemila metri e forse più di altitudine, ma l’altezza credo che mi farà bene: aiuta a guardare le cose con la necessaria distanza.
Il Bhutan è un modello di politica intelligente, di efficaci politiche di sostenibilità, di adesione ai concetti di giustizia e di bene comune intergenerazionale, di investimento sui saperi, l’apprendimento continuo, la cultura.
Qui la prosperità e lo standard di vita non vengono misurati con il PIL (il prodotto interno lordo) ma secondo il FIL, l’indice di felicità interna lorda, in inglese GNH, Gross National Happiness , un sistema rivoluzionario che ha attirato l’attenzione delle Nazioni Unite.
Secondo alcuni dati questo paese è uno dei più poveri dell’Asia, con un PIL pro capite di 2088 dollari (2010). Tuttavia, secondo un sondaggio, è anche la nazione più felice del continente e l’ottava del mondo.
Il concetto di “felicità interna lorda” realizzato in Buthan costituisce il principio guida di tutte le decisioni politiche del paese, dei processi di sviluppo socio-economico equo e sostenibile, della conservazione e difesa dell’ambiente, della promozione della cultura dei suoi cittadini, delle pratiche di buon governo. Come tale non ha eguali nel mondo in termini di rilevanza delle politiche per il benessere quotidiano delle persone. Molti paesi e nazioni industrializzate avanzate hanno formulato strategie globali di sostenibilità, eppure l’impatto di tali strategie sui processi legislativi e sui programmi politici di questi paesi è rimasto molto limitato. In questo senso il Buthan è davvero unico.
Le politiche sono oggetto di confronto sistematico e di revisione con il contributo dei cittadini per quanto riguarda il loro impatto su tutte le questioni della sostenibilità e sul benessere umano. In questo modo in Buthan amministratori e politici assicurano la priorità, oggi e domani, del benessere dei loro cittadini sugli interessi particolari o su altre preoccupazioni.
Nel Buthan la felicità si insegna a scuola, accanto alla matematica e alle scienze ai bambini vengono insegnate anche le tecniche agricole di base e la tutela dell’ambiente.
La Felicità Nazionale Lorda è la grande idea di un piccolo stato che può essere in grado di cambiare il mondo. Non è quindi una sorpresa che i paesi di tutto il mondo vedano nel Buthan un modello che ha tradotto i principi dello sviluppo sostenibile in politiche strategiche ed efficaci.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha invitato nel 2011 i rappresentanti di questo paese a parlare del loro approccio per contribuire alla definizione dell’agenda dello sviluppo globale post 2015, nel 2012 il Buthan è stato ospite a New York del più importante incontro “Happiness and Well-Being: Defining a New Economic Paradigm”.
Thimphu, la capitale del Buthan, è divenuta la sede dell’International Expert Working Group for the New Development Paradigm con il compito di raccogliere conoscenze e di generare idee lungimiranti capaci di plasmare le economie a livello globale per un mondo nuovo e sostenibile. Le conclusioni dei suoi gruppi di lavoro sono state presentate all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2013.
Di fronte alla crisi economica mondiale, di fronte alla rapina del capitalismo finanziario, l’idea di sostenibilità appare come la grande opportunità per ricollocare al centro dello sviluppo le motivazioni delle persone, la qualità delle loro relazioni, la priorità accordata a rivedere la natura del benessere. Concetti completamente nuovi di progresso appaiono ora razionali e possibili e questo grazie a un modo di pensare che avrebbe soddisfatto Einstein, quello cioè di ricercare la soluzione ai problemi dell’umanità allontanandoci sempre più dalle forme mentis che li hanno generati.
Perché pensare diverso è sempre un buon esercizio che consente di accogliere le idee per confrontarsi e progredire, non per rinchiudersi offesi nella difesa dell’esistente.

Acqua: cosa serve per adeguarci alle normative europee

Mi scuso con chi mi legge, se intendo continuare a parlare di acqua in termini generali e forse troppo didattici, ma la mia opinione è che chi deve occuparsi di questi problemi spesso dimentica, e allora i cittadini lo devono sollecitare, sempre.

Forse non fa più notizia (in Italia le riflessioni europee interessano raramente), ma conviene ripetere che la Commissione Europea, nell’ambito di una serie di decisioni sulle infrazioni da parte degli Stati Europei, emanate il 23 gennaio 2014, ha chiesto all’Italia di adeguare la propria normativa sulle acque a quella europea. Le modifiche dovranno riguardare, in particolare, le fonti diffuse che possono provocare un inquinamento delle acque e le misure di prevenzione o controllo dell’immissione di inquinanti.

Proviamo a capire ed elencare cosa serve, ecco alcune questioni importanti:

  • è di quest’ultimo periodo il frequente richiamo istituzionale e dell’opinione pubblica sull’emergenza idrica: è necessario avviare iniziative per ridurre i prelievi di acqua e  incentivarne il riutilizzo;
  • la situazione delle infrastrutture idriche e della gestione dell’acqua è fortemente critica: per tentare un superamento della cronica debolezza strutturale, sono necessari ingenti investimenti, ed è opportuno valutare dove e come reperire queste risorse;
  • un approccio moderno e sostenibile al problema della qualità deve fare riferimento alla qualità dei corpi recettori, sia in senso generale, sia in funzione della specificità degli usi: bisogna incentivare la riduzione degli sprechi, migliorare la manutenzione delle reti di adduzione e di distribuzione, ridurre le perdite, favorire il riciclo dell’acqua ed il riutilizzo delle acque reflue depurate;
  • occorre sensibilizzare gli utenti al risparmio nell’utilizzo dell’acqua per uso domestico, ma anche contenere e ridurre lo spreco di acqua – anche potabile – negli usi produttivi e irrigui, in particolare incoraggiare e sostenere “anche con incentivi economici” specifiche ricerche e studi per migliorare l’utilizzo dell’acqua nei processi produttivi;
  • sviluppare una cultura economica dei servizi pubblici ambientali, una maggiore attenzione sia a livello di costi che soprattutto di prezzi e dunque di tariffe; percorso di civiltà dunque, ma anche sviluppo di una cultura economica dei servizi pubblici locali;
  • il sistema tariffario è uno degli aspetti fondamentali e forse più critici nel sistema di gestione dei servizi ambientali: il valore, il costo ed il prezzo del servizio devono essere tra loro collegati e interdipendenti;
  • il “giusto prezzo” dell’acqua è un importante incentivo per incoraggiare un utilizzo sostenibile dell’acqua stessa (un’accurata politica tariffaria regola i consumi e dà il giusto valore al bene); nello stesso tempo, bisogna trovare forme di incentivazione anche per il gestore in modo che favorisca la riduzione dei consumi (che altrimenti trova nel solo consumo dell’acqua il suo interesse);
  • incentivare e remunerare la qualità esplicita ed implicita – con idonei strumenti tariffari – e nel contempo penalizzare ritardi e disservizi (le carte dei servizi devono diventare uno strumento contrattuale di regolazione e non servire come documento d’immagine). Gli incrementi tariffari non devono essere solo collegati alla copertura dei costi del servizio, ma anche a parametri di qualità.

Per diversi anni, si è tenuta a Ferrara la più grande Fiera internazionale dell’acqua H2O la prossima si terrà a Bologna dal 22 al 24 ottobre prossimi – e io, in qualità di referente scientifico, ripropongo spesso questi temi fondamentali che da noi, talvolta, sono trascurati. Ricordo, come ammonimento, un bel pensiero: “trova l’ovvio e fallo!” .

Sprofondo rosso: perso mezzo milione di posti di lavoro, Ferrara maglia nera del nord

Sembra essere passata forse un po’ troppo in sordina la pubblicazione dei dati Istat sul mercato del lavoro nel 2013. O meglio, si è colto genericamente l’ennesimo grido d’allarme sulla gravità del fenomeno disoccupazione, ma è mancata un’analisi un po’ più approfondita dei dati, che invece sono assolutamente clamorosi, a livello nazionale, ma in particolare a livello locale.Nel 2013 l’Istat ha registrato, infatti, la più grave caduta occupazionale della storia repubblicana: quasi 500 mila posti di lavoro persi in un solo anno (- 2,1%).

A livello ferrarese il dato è ancora più scioccante: 13.000 posti di lavoro in meno dal 2012 al 2013, pari ad una caduta del 8,5%. E’ il dato peggiore non solo dell’Emilia-Romagna, la quale si attesta ad un comunque preoccupante -2,1%, ma di tutta l’Italia del Nord.
Questi dati si riflettono di conseguenza sul tasso di disoccupazione, che si attesta su un “iperbolico” 14,2%, contro una media regionale di 8,5%. Per comprendere meglio la rilevanza di questo dato, basta dire che si tratta della seconda provincia del Nord per tasso di disoccupazione, Novara è la prima e differisce di quasi due punti (12,4%).
Prendendo in considerazione i principali settori, si nota poi che tutto il calo occupazionale è concentrato non nei settori produttivi (industria, agricoltura e costruzioni, che sostanzialmente reggono), ma nei servizi, altro dato che meriterebbe di essere meglio compreso ed interpretato.

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Andamento dei tassi di disoccupazione regionale e provinciale, dal 2004 al 2013

Ferrara, quindi, si ripropone con forza come un’anomalia nel contesto emiliano, e più in generale nel nord del Paese. Gli enormi sforzi fatti nei decenni scorsi per superare la storica arretratezza della nostra provincia, sembrava fossero riusciti ad un certo punto a ridurre enormemente le distanze con i territori circostanti, ma purtroppo sembra che la crisi stia vanificando ogni tentativo.
Confrontando le curve dei tassi di disoccupazione regionale e provinciale, emerge in modo evidente come le fasi di crescita economica siano contrassegnate da un avvicinamento dei valori ferraresi alle medie emiliano-romagnole, mentre durante i periodi di recessione avvenga esattamente il contrario e ci sia una caduta vertiginosa verso il basso.

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“Non mi sento un provocatore”. Su ex caserma e museo della città, Ranieri Varese replica al sindaco

da: Ranieri Varese

La stampa cittadina riporta, in maniera concorde, il giudizio del Sindaco di Ferrara sulla proposta di istituire anche a Ferrara il ‘Museo della Città’ e l’indicazione della possibile sede nella ex Caserma Pozzuolo del Friuli. “Una provocazione proporre alla città una spesa di 60 milioni di euro abbandonando quanto iniziato, come ad esempio Casa Minerbi.”
I due temi, la fondazione del Museo (e del sistema museale) e l’utilizzo della ex Caserma sono troppo importanti per essere liquidati con una battuta, a mio parere impropria.
Vanno mantenuti distinti; sono stato io che li ho riuniti proponendo la coincidenza, ma niente vieta altre soluzioni. La occasione mi è stata fornita dall’Assessore Fusari che ha spiegato in una pubblica riunione le ipotesi di uso dell’area da parte della Amministrazione Comunale e ha presentato i primi elaborati approntati dagli uffici, evidentemente su indicazione. Ricordo: edilizia residenziale, studentato, parcheggio, centro commerciale.
La ‘provocazione’ è sulla destinazione d’uso, quando la si propone pubblica?
Una area di quasi tre ettari, da anni abbandonata, all’interno della cinta muraria è un problema che coinvolge, o dovrebbe, le istituzioni, le forze politiche, tutti i cittadini. Mi chiedo se è una ‘provocazione’ avanzare delle ipotesi in funzione di un dibattito e di un confronto che comunque non potranno essere evitati.
Ho scritto, il 27 gennaio scorso, all’Assessore Fusari chiedendogli di aggiungere questa ipotesi alle altre illustrate. Non ho avuto risposta. L’Assessore non aveva l’obbligo di farlo; esiste tuttavia un ‘dovere di cortesia’ che, in questa occasione, è mancato.
La lettera di un cittadino che, in termini civili e argomentati su un tema non pretestuoso, chiede un riscontro non va ignorata. Se avviene non è un bel segnale.
Il tema ‘Casa Minerbi’, naturalmente, non c’entra in nulla con quanto avevo indicato.
Non mi sento un ‘provocatore’.

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L’oro del Pci, Bottoni: “Irresponsabile aver sottratto gli immobili al Pd, bisogna rimediare”

E’ un pezzo di storia del vecchio Pci, Giorgio Bottoni. Con Ansalda Sironi, moglie e compagna di una vita fatta di dedizione e passione politica, in città rappresenta un rispettato emblema di quel mondo. Il suo ruolo attivo nel partito è cessato nel 2007, a seguito del dissenso maturato riguardo la decisione dei Ds di non conferire al nascente Pd (frutto della fusione con la Margherita) il patrimonio finanziario e soprattutto immobiliare di cui erano titolari. Quella vicenda ha amareggiato questi anni recenti, nei quali più volte è intervenuto per ribadire le sue ragioni. Con interesse ha seguito la nostra inchiesta sull’Oro del Pci. Era utile e doveroso, ora che ci avviamo alla conclusione del viaggio, ascoltare anche il suo punto di vista.

Bottoni lei è stato amministratore del Pci di Ferrara dal 1985 al 1990 e responsabile dei patrimoni immobiliari fino ad aprile del 2007. Sulla questione fondazioni è intervenuto varie volte pubblicamente per esprimere il suo dissenso su come sono state condotte le cose…
Alla politica ho dedicato la mia intera esistenza, vissuta con tanto impegno e molta passione e adesso, all’età di 80 anni, con una pensione di mille euro, con tutta franchezza ci tengo a riproporre il mio punto di vista in merito alla vicenda non proprio limpida del passaggio al Pd.
Il Pci è stata la mia vita, la mia storia. Ma il Pd rappresenta il presente e il futuro. Ho seguito con attenzione la vostra inchiesta sulle fondazioni. Dai pronunciamenti di Calvano e Cusinatti emergere con chiarezza un rapporto conflittuale tra partito e fondazione. Un conflitto così profondo da portarli al punto di separare le sedi. Sono rimasto colpito dai termini usati, “noi e loro”, dalla definizione di “partiti mangiasoldi” data dai responsabili della fondazione, che pure sono un’emanazione volta a gestirne i patrimoni accumulati in passato. Con questi atteggiamenti si determina una separazione, non auspicabile per chi, come me, pensa che il patrimonio accumulato da Pci, Pds e Ds debba essere ricondotto al Pd.
Sposetti però a noi ha dichiarato cose diverse…
Quel che Ugo Sposetti ha dichiarato a Ferraraitalia sconvolge il mio orgoglio di appartenenza, rischia di indurmi all’uso dei forconi! Come fa un parlamentare del Pd a trattare così il proprio partito? Ho il dovere di ricordare, finché posso, che gli impegni a suo tempo presi con i militanti delle nostre articolazioni territoriali, vanno mantenuti a salvaguardia di un etica che non può essere mai smarrita, pena lo snaturamento di principi imprescindibili. Quel che era stato garantito è che l’intestazione degli immobili alla fondazione era puramente funzionale alla loro gestione, ma che la proprietà di fatto sarebbe sempre rimasta appannaggio del partito, dunque del Pd.
Ora, smentire come ha fatto Sposetti quella promessa e farlo oltretutto in nome della salvaguardia dei “valori” politici della tradizione è un autentico imbroglio, che forse cela l’obiettivo vero: rendere le fondazioni totalmente autonome, ‘legittimamente’ titolari del patrimonio e svincolate da ogni legame con il partito.
Già in questi anni sugli impieghi non c’è mai stata pubblicità, i responsabili delle fondazioni assicurano la trasparenza gestionale, ma ciò che fanno non è discusso al di fuori delle sedi…
Trovo abbastanza stravagante che chi ha racimolato il danaro dalle organizzazioni territoriali riferisca di una collegialità ‘a cadenza annuale’ per un organismo istituito col titolo pomposo di “consiglio di tesoreria” e candidamente ammetta di non avere per il futuro alcuna idea sulla destinazione delle eventuali rimanenze. E’ auspicabile che siano rese pubbliche entrate e uscite, inerenti al non breve operato delle fondazioni. Questa necessità è ancora più evidente nel caso di una sorta di gestione in ‘conto terzi’, svolta in fase di chiusura di un partito che da oltre sei anni ha cessato la propria attività. Adesso gli immobili sono definiti ‘donazioni’ e la fondazione si dichiara proprietaria: ma l’intento non era semplicemente proteggerli quegli immobili, “metterli al sicuro”? Quanto poi al compito statutario di “diffondere la conoscenza della storia e della cultura della sinistra”, il presidente del consiglio di indirizzo pare non avere in proposito neppure uno straccio di idea e di programma.
Un altro aspetto contestato è la nomina a vita degli amministratori della fondazione…
Certo. Nel caso malaugurato di un decesso improvviso potrebbero scattare la norme dei diritti degli eredi e qualora vi fossero dei minori, anche l’intervento del giudice tutelare. Non è problema da poco e rimane totalmente insoluto. E poi c’è il nodo della futura indicazione dei titoli di proprietà, dopo la loro inaudita e prolungata privatizzazione: si renderanno pur conto che una simile situazione non si può considerare definitiva? Hanno dichiarato che la decisione a suo tempo sia stata assunta attraverso una grande consultazione, che ha visto una massiccia partecipazione democratica. Che la scelta fosse facoltativa, a quanto riferito dal presidente del Cda Lodi, lo dimostrerebbe la soluzione autonoma praticata a Filo. Una prova in verità del tutto fuori luogo. Quella facoltà, praticata dalla nostra organizzazione di Filo, è stata attuata non al momento della costituzione della fondazione, che è del 2007, ma nel momento dello scioglimento delle due immobiliari che gestivano il patrimonio e col passaggio della titolarità giuridica delle proprietà alla federazione provinciale dei Ds, che è del 1999. Già allora Filo scelse di dare vita ad una soluzione autonoma. Li abbiamo anche aiutati, quando abbiamo avvertito la loro propensione a fare diversamente rispetto alla gestione provinciale. Andammo alla riunione indetta localmente, io e Aldino Cavallina, tesoriere della federazione pro tempore, assieme al notaio.

Quindi lei nega che la consultazione sia stata realmente tale?

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Giorgio Bottoni

Intanto quella consultazione non avveniva per iniziativa di chi l’ha organizzata poiché era resa obbligatoria dal regolamento interno redatto nel momento in cui si era deciso lo scioglimento delle due immobiliari e il passaggio della titolarità alla federazione provinciale del partito. E’ stato anche sintomatica la procedura praticata nell’impostazione di quella importante decisione, neppure iscritta nell’ordine del giorno delle due riunioni della direzione provinciale del 4 gennaio e del 4 febbraio. Non ne era a conoscenza neppure il suo presidente. Si è proceduto con una riservatezza molto sospetta, suggerita da “ordini superiori”.
Inoltre, la scelta di passare la titolarità all’Approdo non era facoltativa, perché veniva prospettata alle istanze interessate da parte della federazione e del suo rappresentante legale come la sola e obbligata possibilità. Non esistevano altre soluzioni, quella discussione poteva concludersi solamente con l’accettazione: appunto l’adesione alla fondazione. D’altronde quale altra facoltà poteva essere attuata, dal momento che la federazione (che l’aveva assunta dalle immobiliari otto anni prima) aveva già deciso di trasferire la titolarità degli immobili alla costituenda fondazione? Sposetti è stato l’inventore della formula, con una simile mossa le articolazioni di base sono state indotte a versare ogni bene ai tesorieri provinciali. E quella istituita da Sposetti diviene una rete di tesorieri delle federazione rimasti in essere, che si affianca alle 62 fondazioni. Una vera e propria assurdità.
Sposetti però non è l’unico a vederla a quel modo: l’operazione è stata in seguito condivisa anche da Antonio Misiani, il tesoriere del Pd nominato da Bersani e confermato da Epifani…
E’ vero. Dice Misiani: “Il Pd doveva essere un partito nuovo anche dal punto di vista economico. Ereditare la contabilità dei Ds e della Margherita ci avrebbe azzoppato perché ci saremmo dovuti accollare lo spaventoso fardello di 180 milioni di debito. E’ stata una scelta di discontinuità saggia”. L’inquietante questione della prospettiva neppure viene sfiorata. Potremmo trovarci in una situazione veramente paradossale. I patrimoni immobiliari che il partito si è creato attraverso le sue articolazioni di base usati dai vertici delle fondazioni per “vendette” volte a combattere l’affermarsi del nuovo.
Questo suo disaccordo lei lo aveva con chiarezza già manifestato nella fase che ha preceduto la fusione fra Ds e Margherita. Perché contrastava quella scelta?
Nel momento in cui decidevamo di dare vita al Partito democratico per diventare quella che attualmente è la più grande forza politica d’Italia, la scelta giusta sarebbe stata unificare anche la parte economica e patrimoniale coerentemente con la scelta politica compiuta da Ds e Margherita. Invece creammo un partito nuovo tenendo separate le risorse economiche: un incredibile paradosso! Se ciò fosse accaduto non vi sarebbe stato lo scandalo Lusi che ha infangato, gettato discredito, anche sfigurato il Pd. Venne attuata invece una insensata separazione che si sarebbe potuta comprendere solo se realizzata nell’ottica di una temporanea cautela, in attesa di consolidare l’intesa e tradurre l’alleanza in qualcosa di organico. Ma quando si è deciso di procedere alla nomina a vita degli amministratori delle fondazioni si è palesata una sostanziale e pericolosa privatizzazione di un patrimonio – come ricorda Mauro Agostini nel suo libro ‘Il tesoriere’ – che era frutto del sacrificio di molte generazioni di militanti, e in quanto tale proprietà delle diverse comunità locali’.
E invece perché le cose sono andate diversamente?
Sposetti, a commento di una precisa sollecitazione di Dario Franceschini, sostenne che i 2.399 immobili erano stati blindati da un lato per pagare le banche verso le quali sussisteva un debito di 160 milioni di euro per mutui stipulati in passato e che al netto non restava sostanzialmente nulla. Ma al contempo riconosceva pure l’esigenza di ‘non disperdere un patrimonio anche storico’ come a dire che il Pd non fosse degno di ereditarlo.
In seguito, nell’intervista che Sposetti ha recentemente rilasciato a “FerraraItalia”, fa affermazioni clamorose. Quando arriva alla tesoreria dei Ds dice di essersi messo le mani nei capelli per il debito che ha trovato, e per questo avrebbe preso a ragionare su un modello di gestione della politica che tenesse finanza e patrimonio fuori dal partito. Di conseguenza avrebbe messo in atto, senza inizialmente dichiararlo, quella che di fatto è stata una sottrazione dei patrimoni immobiliari alle articolazioni di base. Insomma: un’operazione veramente geniale, meglio non palesarla prima, prepariamo una sorpresa, da proprietari diventate affittuari, a condizioni di favore veramente di privilegio…
Quindi secondo lei questa scelta non è stata compiuta in maniera trasparente? 
Ho partecipato a tutte le riunioni preparatorie a Roma, a Bologna e anche a Andalo nel gennaio 2007. Un simile disegno è sempre stato tenuto nascosto. E ora, a posteriori, Sposetti cambia la scena. Il proprietario, i Ds, dice nella vostra intervista, “scompaiono senza lasciare eredi” e quindi la proprietà è automaticamente della fondazione. A questo proposito vorrei invitarlo a fare un giro tra le sedi di Via Bologna, Portomaggiore, Anita, Codifiume, Campotto, Poggiorenatico eccetera, per accertarsi con i militanti se sono scomparsi, o se ritengono sia morto il fondatore, o se hanno inteso compiere un atto di donazione…
E poi emergono altre contraddizioni: nella trasmissione televisiva “Report” del 19 maggio 2013, l’estinzione del debito dei Ds viene indicato non più in 160, ma in 200 milioni; e la scadenza, che era sempre stata individuata nel 2011, diventa invece il 2016. Mi domando: questo modo di agire risponde alla volontà di “valorizzare la nostra storia” o è piuttosto l’aggrapparsi al passato e farsene paravento per non rispondere al presente? Ma quale storia e quali valori…
E la fondazione l’Approdo che ruolo gioca in questa vicenda?
Il problema non è la gestione della fondazione L’Approdo. Pur con rilievi puntuali su alcune attività, resto convinto che questa sia condotta da persone serie, onesta, disinteressate. Rimane tuttavia aperta la questione della prospettiva e di chi la determinerà. E’ giusto e urgente decidere il da farsi… Senza affidare alla sola Roma una decisione che potrebbe prendere strade non consone alla volontà e agli intenti coi quali si è operato nel ferrarese. E’ del tutto da escludere la sussistenza di qualsiasi “tesoretto”, o “oro” del Pci o dei Ds, a meno che per esso non si intenda la grande risorsa del volontariato, purtroppo calante e provata anche da simili umiliazioni.
Chi spera di poterlo usare per sanare propri guai, deve essere dissuaso, né è praticabile “l’uso a sostegno del disagio sociale in Italia”, come ha scritto su ferraraitalia Enzo Barboni, poiché sarebbe come farlo con le nostre abitazioni. Sono infatti beni strumentali quelli in questione, costruiti o acquistati e adattati con lo sforzo di associati in precise località e tuttora usati per svolgervi la propria attività sociale e politica. Sono frutto cioè dell’impegno di persone in carne e ossa con un proprio cervello, un loro credo politico, che le considerano giustamente una loro realizzazione, ed è un loro merito, che non va mortificato. Per queste ragioni, dobbiamo evitare amare sorprese. E intanto far lievitare la volontà politica per trovare un’adeguata e coerente soluzione.
Quale potrebbe essere la via d’uscita?
Per scongiurare i forconi, si potrebbe compiere un atto formale da parte della federazione Pd di Ferrara con il quale accettare a titolo gratuito il trasferimento delle proprietà tuttora intestate alla fondazione l’Approdo invocando per esempio, se tuttora vigente, la legge n° 460 del 4 dicembre del 1997. Diventerebbe una misura di buon senso. Sarebbe un semplice e dovuto ritorno. Su come gestire gli immobili la scelta compete a chi dirige adesso il partito. Per quanto posso dire sulla base della mia esperienza compiuta nei tanti anni dedicati ai patrimoni, la gestione diretta del partito è risultata la più limpida, la meno costosa e anche la più semplice.
Questo però presupporrebbe la volontà della fondazione di restituire gli immobili…
E’ quello che auspico. Bisogna essere totalmente responsabili degli atti che si compiono. E decidere nella chiarezza. Un simile comportamento servirebbe anche a dimostrare a tutti di essere forza affidabile. Daremmo prova di essere all’altezza e capaci di governare le istituzioni del Paese. Guardare avanti è sicuramente giusto e doveroso, dovremmo poterlo fare a testa alta.

9 – CONTINUA

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