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“Burn” ieri e oggi, rock e pop a confronto a quarant’anni di distanza

di Stefano Gueresi

Un titolo come Burn, la hit di Ellie Goulding che ha spopolato nella programmazione di tutti i network, ci riporta nel passato rievocando uno dei brani più travolgenti della discografia dei Deep Purple. Burn! è infatti il primo brano dell’omonimo lavoro del 1974 con il quale la grande band inglese si rilanciò nel panorama rock mondiale, dopo il cambio di formazione che aveva visto David Coverdale e Glenn Hughes subentrare a due elementi “storici” come Ian Gillan e Roger Glover. E’ un brano paradigmatico rispetto al modo di concepire musica dell’epoca, in relazione alla struttura di una canzone destinata al grande pubblico, con ambizioni da hit radiofonica. Così come la Burn dei nostri giorni rispetta tutti i canoni estetici di forma e di arrangiamento, per avere lo stesso effetto sul pubblico attuale.

Cos’è cambiato in quarant’anni? Lo scopo, vale a dire la capacità e la possibilità di entrare nelle orecchie dell’ascoltatore e possibilmente di restarci il più a lungo possibile, è sempre lo stesso.
Ma le modalità sono senz’altro differenti, a partire proprio dalla lunghezza del brano. Da parecchi anni a questa parte, nelle radio, o perlomeno nella maggior parte delle emittenti commerciali, imperversa la tirannia dei “tre minuti”, oltre i quali spesso scatta lo spot pubblicitario o la messa in onda del brano successivo. E, a dire il vero, questa pratica risale agli anni ’50-’60, quando le canzoni erano tutte più o meno della stessa lunghezza. La forma breve e concisa veniva raccomandata da produttori e operatori del settore, con qualche clamorosa eccezione rappresentata da brani insolitamente lunghi e articolati, che però raggiunsero ugualmente le vette delle classifiche: Eloise di Barry Ryan e Music di John Miles gli esempi più eclatanti.

La canzone della Goulding rispetta in pieno i criteri radiofonici del momento, per quanto riguarda il minutaggio e tutta una serie di escamotage che fanno parte della dotazione di una produzione di sicuro successo: il ricorso a suoni sofisticati, il ritmo sinuoso e accattivante, la melodia-filastrocca
il cui loop si imprime rapidamente nella memoria.
Il brano dei Deep Purple ha invece una struttura anche più dilatata rispetto alle consuetudini del tempo, e gioca in modo diverso con la reiterazione del tema, che viene riproposto innumerevoli volte, ma con il sublime bilanciamento di tutti gli elementi portanti della canzone: il riff principale, le parti vocali dei due cantanti, l’assolo di organo Hammond, l’assolo di chitarra. Questo porta la canzone ad assumere una struttura più complessa, ma anche più sorprendente, e il gioco della riproposizione dei temi e della loro alternanza riesce a mantenere “fresco” l’ascolto fino al finale, travolgente e perentorio.

Cosa ci può suggerire il paragone fra due brani così lontani nel tempo e così diversi nel loro impatto stilistico? Alla fine, qual è la differenza più evidente? Le canzoni del nostro tempo sono spesso un gioco, un’idea curiosa, una scommessa. Un episodio. Le canzoni dell’epoca d’oro del pop-rock sono nate per restare a lungo, create per essere ricordate e per attraversare le generazioni. E molte di loro questo scopo l’hanno raggiunto, ce l’hanno fatta.

Stefano Gueresi, pianista e compositore, è nato a Mantova il 21 aprile 1960. Compone musica evocativa di luoghi e tempi immaginari, che affonda le sue radici sia nella tradizione classica sia nel filone pop romantico-sinfonico degli anni Settanta. E’ autore – tra le altre cose – della colonna sonora della campagna di sensibilizzazione sulla Sindrome dell’X-Fragile, lo spot in onda dal 20 al 28 febbraio sulle reti Rai.

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La felicità: faccenda personale e questione pubblica

Che il nostro benessere dipenda dalle condizioni e dal clima sociale in cui viviamo è fuori dubbio. L’elenco dei numerosi fattori che inducono oggi in Italia, un clima depressivo sarebbe lungo: incertezza e smarrimento, fatica quotidiana e dubbi sul futuro, rabbia e rassegnazione sono sentimenti diffusi. Queste percezioni si riflettono sulle graduatorie che confrontano Paesi europei: su 34 Paesi dell’area Ocse l’Italia è dallo scorso anno scivolata molto in basso, al 29esimo posto, vicino alla Grecia, devastata socialmente dall’austerità. Tra gli indicatori: lavoro e condizioni di vita materiale, fiducia nelle istituzioni, sicurezza personale, equilibrio tra tempo di lavoro e tempo di vita.
Un rapporto di Cnel e Istat, disponibile in rete, misura il benessere “equo e sostenibile”, allargando, secondo un approccio ormai consolidato, un’idea di benessere fondata solo sul Pil, ma aperta ad altri parametri sociali e ambientali: diseguaglianza, sostenibilità, salute, istruzione, conciliazione dei tempi di vita, paesaggio, qualità dei servizi.
Le analisi sottolineano il valore di beni che non appartengono alla sfera del mercato: la densità delle reti personali, le relazioni di scambio e di aiuto quali condizioni per il benessere. Anche il tempo dedicato al volontariato ha un peso nella percezione del proprio benessere, evidentemente perché aiuta a mettere in prospettiva le proprie insoddisfazioni.
Alla base della nostra personale percezione del benessere si conferma l’assoluta centralità delle relazioni con gli altri. La nostra felicità si nutre di tanti fattori: una famiglia che ci ama, una cerchia di amici che ci sostiene emotivamente, un lavoro gratificante, la possibilità di coltivare sogni o passioni.
Una ricerca in corso su persone appartenenti a diversi contesti culturali condotta da una ricercatrice inglese, Mandy Rose (Digital Cultures Research Centre di Bristol), segnala due condizioni per cui la gente si sente felice: sapersi accontentare o sfidare se stessi. Si tratta di due motivazioni apparentemente agli antipodi, che rappresentano, con pesi diversi secondo la personalità e le fasi della vita, condizioni variamente intrecciate nelle esperienze di ognuno.
In sostanza, sul piano personale, sembrano esistere almeno due diversi fattori di felicità. Il primo ha a che fare con l’integrazione in un contesto soddisfacente, il secondo riguarda lo sguardo sul futuro, l’apertura al cambiamento, il successo in un’impresa, la scoperta di qualcosa di nuovo. Il bisogno di sicurezza ci spinge a cercare stabilità e quiete, il desiderio di sfida ci spinge verso la ricerca continua di stimoli. Trovare un equilibrio è un arte.
Lo psicologo Dan Ariely sostiene che ciò che rende felici è mettersi alla prova e sfidare le proprie capacità. Sintetizzo questo concetto con il termine di apprendimento. Personalmente considero questa seconda strada decisiva, anzi imprescindibile, ancorché, talvolta, faticosa.
Sull’attitudine alla sfida e alla crescita individuale il contesto sociale ha un’importanza decisiva: può sostenere la fiducia e la spinta ad investire in un proprio progetto (che resta una condizione individuale) o, al contrario, deprimere energie e chiudere la speranza di futuro. La felicità, quindi, non è solo una faccenda privata e, soprattutto, i suoi frutti si riversano sul benessere di una società.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: la scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

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Matrioska: una, nessuna e centomila

Da MOSCA – Quando si parla di Russia e di suoi souvenir, una delle prime cose che ci viene in mente è la Matrioška. A ogni amico che mi venga a trovare suggerisco di comprarne qualcuna, ma scegliendole attentamente e con cura, per evitare che finiscano in un solaio o in un cassetto sperduto della casa. Molti di noi ricorderanno quando, da bambini, vedevamo bamboline allineate sui comò delle nonne o delle anziane zie, vestite e impolverate nell’angolino un po’ kitsch. Queste bamboline, vestite diversamente a seconda del paese di origine, souvenir dei viaggi di nipoti e figlie, erano quasi sempre immancabilmente affiancate da altre figurine colorate allineate in rigoroso ordine decrescente, le Matrioške. Lucide, colorate, sorridenti, panciute, dal visetto simpatico e rubicondo.
Quante volte le abbiamo aperte, facendo leggermente scricchiolare il legno, sotto l’occhio attento della nonna che temeva di veder perso l’elemento più piccolo, mentre ruotavamo il busto alla scoperta del contenuto. Eravamo curiosi e aprivamo quel cerchio magico di figure alla ricerca di una sorpresa che c’era sempre. Un po’ delusi, arrivavamo alla fine mentre avremmo voluto che quella ricerca e continua scoperta non finissero mai, o almeno non così presto. Perché i pezzi erano dieci. Solo da grandi avremmo saputo che il numero di bambole inserite l’una nell’altra può variare da 3 a 60, e che il pezzo più grande si chiama “madre” mentre il più piccolo “seme”.
A questo punto, credo sia immediatamente chiaro il significato di questo oggetto tradizionale russo: simbolo di fertilità femminile, famiglia, generosità della terra, la Matrioška (matrëška è il diminutivo – vezzeggiativo di matrëna, diffuso nome proprio russo derivante dal latino mater, madre) è anche un modo per dominare lo spazio, perché contraddice il fatto che uno stesso luogo non possa essere occupato da più di un oggetto, e rimanda alla molteplicità dell’io.
La prima Matrioška, russa è apparsa alla fine del XIX secolo, nel podere Abramtsevo, lungo la strada che porta al monastero di san Sergio di Radoneza, in riva al fiume Vor’, a circa 60 km a nord-est di Mosca. Ci sono due versioni sulla sua origine. Una sostiene che sia nata nell’isola giapponese di Houshu, come giocattolo speciale fatto di molte parti interposte, e che sia stata portata in Russia dalla moglie di un famoso collezionista d’arte, Savva I. Mamontov (1841- 1918). L’altra ritiene, invece, che fu un monaco russo a portare per primo in Giappone l’idea di fare una bambola fuori dal comune. Ma gli artigiani russi le amarono fin da subito e iniziarono a crearle.
Fu l’artista Sergej Maljutin (1859-1937) a disegnare, per la prima volta, una bambola che raffigurava una contadinella dalla faccia rotonda e dagli occhi luminosi, con sarafan e grembiule bianco e i capelli lisci pettinati con cura e nascosti in gran parte sotto un fazzoletto a fiori dai colori vivaci. Aveva in mano un gallo nero. Da allora le decorazioni sono diventate numerosissime: fiori, animali, chiese, icone, fiabe popolari, argomenti legati alla famiglia, capi religiosi e politici.
Il vero segreto di questo oggetto sta nel legno, in genere si preferisce il tiglio per la sua tenerezza. Abbattuto l’albero, se ne toglie la corteccia lasciandone una minima parte per evitare spaccature durante l’essicazione. I tronchi sono lasciati ad asciugare per anni, facendovi liberamente circolare l’aria per evitare muffe. Gli esperti poi sanno capire il momento adatto per realizzare la bambola più piccola della serie, fino alla successiva che dovrà contenerla. Ogni bambola finita viene coperta con colla amidacea e levigata perché possa essere colorata con vernici, fino ad arrivare alle meravigliose creature che si vedono nei negozi più belli di souvenir. Il pezzo più grande può arrivare fino all’altezza dello stesso artigiano.
Dovete sceglierle con cura, perché sono tutte diverse e le fattezze più o meno delicate. Una bella matrioška di dieci pezzi ben dipinti, può costare anche parecchio, ma la sorpresa nel vederle allineate nel vostro elegante e luminoso salone sarà grande, credetemi.
Troverete la famiglia con le bamboline sale e pepe (per far risaltare l’ospitalità delle famiglie russe), il gruppo di quelle che consumano il rito del tè (se una famiglia invita qualcuno per il tè significa che vuole stringere rapporti d’amicizia più stretti con l’ospite), e quelle delle fiabe popolari(dalla gallina dalle uova d’oro a Cheburashka, personaggio di antiche leggende russe, con gli amici Gena il coccodrillo e Starukha Chapoklavak). Vi sono poi le bambole legate alle festività, alle icone e alla città, con lamine d’oro, a tempera e vernice d’argento.
Recentemente è comparsa anche la Matrioška gay con Elton John, Stephen Fry, George Michael e altri, inviata, lo scorso Natale, al Cremlino e all’ambasciata russa di Londra, dall’agenzia creativa Mother, nell’ambito della campagna “To Russia with love”, promossa dalla ONG per i diritti umani Kaleidoscope Trust in risposta alla recente legge russa contro la “propaganda omosessuale”.
Nel 2009, la moda ha portato alla ribalta questa figurina, nelle versioni di Vogue, nelle trousse di Pupa, nel profumo di Kenzo, nelle borse e gli accessori di Chanel. Muji ne ha fatto una versione nera lavagna perché grandi e piccini vi possano disegnare sopra.
Ma se volete riflettere, leggete il libro di Cristina Comencini Matrioska, dove Antonia, scultrice mutevole, invecchiata e appesantita, si abbandona alle righe di una giovane scrittrice impegnata a scrivere la sua biografia. In questo percorso, si apre e si riempie gradualmente un file, chiamato appunto Matrioška, perché Antonia assomiglia ad una bambola russa dai pomelli rossi che ne contiene altre sempre più piccole. In essa vi sono storie, mille ricordi, relazioni.
Se, invece, volete anche sorridere e intenerirvi, vedetevi l’omonimo cortometraggio animato dell’olandese-canadese Jacobus Willem (Co) Hoedeman, del 1970. Quattro minuti, disponibili in rete, di bamboline che danzano, si aprono, si chiudono e richiudono, si piegano e ripiegano, al ritmo di una piacevole musica russa, con la piccolina che rimane sempre un po’ indietro, come il brutto anatroccolo. Salvo che essa sarà sempre al centro e tutti la aiuteranno a restarvi.

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Il duce resta cittadino onorario di Ravenna col voto del Pd

Il cavalier Benito Mussolini resta cittadino onorario della rossa Ravenna. Nei giorni scorsi la richiesta di cancellazione dell’atto è stata respinta da una commissione del Consiglio comunale. Tutti contrari ad eccezione di Sel, Movimento 5 stelle e della lista civica “Per Ravenna” il cui capogruppo, Alvaro Ancisi, aveva avanzato la proposta, chiedendo di revocare al duce e a due altri esponenti fascisti (il prefetto Eugenio De Carlo e il ministro Stefano Giuriati) il titolo di cittadini onorari, concesso loro durante il Ventennio. Contrario al provvedimento di revoca anche il Pd.

I bene informati riferiscono che la maggioranza temeva una manovra strumentale. Ancisi – vecchio democristiano anticomunista ma, a quanto pare, anche antifascista! – avrebbe in realtà agito con scopi non dichiarati, ordendo un tranello. L’ok alla ‘destituzione’ del duce si sarebbe trasformato, secondo il presunto piano, in una sorta di grimaldello: aperta la breccia la si sarebbe sfruttata per cercare di abbattere figure storiche dell’epopea comunista celebrate nella toponomastica cittadina.

Un’evenienza avversata dal governo cittadino che, per cautelarsi, ha da tempo blindando le attribuzioni con un regolamento comunale che impedisce modifiche a posteriori. Una normativa che si sarebbe dovuta cambiare anche nel caso in cui si fosse approvata la proposta relativa al duce.

Così l’istanza, per evitare ogni imbarazzo futuro, è stata bocciata dalla maggioranza che fa capo al Pd, con la discutibile giustificazione che la cancellazione della cittadinanza a Mussolini sarebbe equivalsa a una “operazione di revisionismo storico”. Insomma, una perniciosa arrampicata sugli specchi dall’effetto paradossale: stavolta per salvare il bambino (il pantheon di famiglia) si tiene anche l’acqua sporca…

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Storia di nonna Dolenes e di gente per cui ‘la religione vera era la vita’

Luciano Curreri, nato a Torino nel 1966 e vissuto per molti anni nei dintorni di Ferrara, lavora all’estero, insegna lingua e letteratura italiana all’università di Liège, eppure, quando scrive di Quartiere, la parlata ferrarese sintetizza ancora un pensiero che in altro modo non potrebbe essere detto.
Quartiere non è un quartiere (Amos edizioni, 2013) è un racconto di una terra vicino a Portomaggiore e della sua gente, di una famiglia e di una donna, la nonna Dolenes, che hanno accompagnato Luciano Curreri nella sua crescita. Tutto è ricordo, ma è anche presenza di chi non c’è più, gancio con un passato che non si abbandona.

Il racconto inizia con un volo in deltaplano da cui Curreri vuole guardare il suo paesaggio, quello che da bambino vedeva attraverso una zanzariera. Dall’alto è diverso, ci vuole più coraggio, ma si abbracciano molte più cose.
Curreri, perché il volo e non un altro modo per riattraversare quelle terre?
“Avevo bisogno di riprendere il contatto con un contesto che non era più il mio, il volo è stato come delegare un alter ego che potesse distaccarsi e aiutarmi a ritrovare i luoghi dove ero stato, animati da persone che li rendevano concreti”.
I luoghi sono legati, appunto, alle persone, in particolare alla nonna Dolenes che, nel racconto, è insieme saggezza popolare, focolare, grande maestra, una donna per cui, lei scrive, la religione vera era la vita.
“Mia nonna mi ha insegnato che in ciascuna difficoltà c’è sempre un’opportunità vitale, è una visione del mondo dinamica, proiettata in avanti. Ho ricevuto questa eredità di pensiero trasmessa da una donna che non ebbe una vita facile. Per lei che aveva perso il marito da giovane e non si era mai risposata, un inciampo era cosa da nulla. Riuscì a compiere la sua missione di educazione della figlia e del nipote, io. La religione vera, per lei, era la vita e il suo lavoro era la migliore preghiera che conoscesse. Il volo che ho fatto, quindi, è stato un viaggio per rivedere il territorio dove sono cresciuto e dove non sono riuscito a riportare mia nonna per un suo ultimo viaggio nel 2004, prima che morisse”.
Il racconto è un ricordo del passato che, però, dialoga con un io del presente. In che rapporto sono?
“La memoria, purtroppo, oggi è di plastica e a breve termine. Nel racconto ho tentato di agganciarmi con la memoria a un ricordo vivo e sincero, a una parte di vita vissuta in mezzo a quelle persone. È un ricordo attivo, un omaggio a un mondo che non c’è più in alcune sue componenti, una società fatta di identità non scalfita, di rispetto, di slanci. Oggi sono cambiate tante cose, tutto è illuminato, non c’è più il buio, non c’è più il silenzio”.
Lei parla, a un certo punto, di libertà del lettore. In cosa il lettore è libero?
“Mi sono chiesto se sia meglio un lettore sedotto e affascinato o un lettore libero. Preferisco che l’approccio sia libero, chi legge deve essere libero di riconoscersi in un persorso universale, libero di ricordare a sua volta, libero di leggere Quartiere per frammenti, smontandolo come crede”.
Com’è finito quel volo?
“Mi sono un po’ sporto e sono precipitato giù… a sbiciclettare, a saltare i fossi, con la Dolenes”.

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Boiardo, autore dell’Orlando innamorato e formidabile traduttore dei classici latini

MATTEO MARIA BOIARDO
(a 520 anni dalla morte)

Matteo Maria Boiardo (1441-1494) nacque a Scandiano di Reggio Emilia da famiglia nobile, intraprese gli studi classici a Ferrara sotto la guida del nonno Feltrino e, pur ereditando all’età di diciannove anni il feudo avito, dimorò sempre più spesso presso la corte degli Este, per i quali svolse varie missioni diplomatiche. Amò la bellissima Antonia Caprara, a cui dedicò i tre libri degli Amores: il testo lirico unanimemente riconosciuto come il più significativo di tutto il Quattrocento. Ma si sposò con Taddea Gonzaga, alla quale si deve la pubblicazione postuma, nel 1495, della prima edizione integrale della grande opera lasciata incompiuta dal poeta: l’Orlando innamorato.
Oltre al suo celebre capolavoro e agli Amores, il Boiardo scrisse le dieci Ecloghe volgari e le dieci Pastoralia latine, il dramma Timone, i quindici Carmina de laudibus estensium, i trentun distici degli Epigrammata, le traduzioni delle Vite degli eccellenti capitani di Cornelio Nepote, della Ciropedia di Senofonte, della Istoria imperiale di Ricobaldo, dell’Asino d’oro di Apuleio e delle Storie di Erodoto, senza inoltre dimenticare le settantotto terzine dei Tarocchi e le centonovantatre Lettere, una delle quali scritta in latino.
Ma l’opera fondamentale di Matteo Maria Boiardo resta come si è detto l’Orlando innamorato, preceduta dagli Amores (o Amorum libri tres o ancora Canzoniere), una raccolta di sonetti e canzoni fortemente influenzata dallo stile del Petrarca. «Il passaggio dalla lirica petrarchistica al poema epico/cavalleresco – commenta il critico Giuseppe Anceschi – si compie in brevissimo periodo di tempo: su ciò sono concordi i maggiori studiosi di Boiardo. Se infatti si vuole conclusa la stesura degli Amores nel 1476 e già composti i primi ventinove canti del I libro dell’Innamorato a metà del 1478, bisogna dire che in assai breve volgere di tempo il poeta scandianese abbia mutato linguaggio e prospettiva del suo fare poetico».
Costruito su una trama che amalgama liberamente la materia epica del ciclo carolingio con quella amorosa/romanzesca del ciclo bretone, l’Orlando innamorato si sviluppa al di fuori di una struttura programmatica, ubbidendo invece a un costante impulso fantastico. Fa da filo conduttore la storia dell’amore di Orlando per Angelica, intorno alla quale si innestano gli altri amori, le gelosie e le lotte dei cavalieri cristiani e pagani. Il poema si interrompe con il duello fra Ranaldo e Orlando, separati da Carlo Magno che promette Angelica in sposa a quello dei due che combatterà più valorosamente nell’imminente battaglia. Da questo episodio prende le mosse l’Ariosto per la stesura del suo Orlando furioso. I centri geografici della vicenda sono solo apparentemente tali, in quanto essi rappresentano il punto di partenza e di arrivo delle due forze dinamiche: l’amore e la guerra, che disperdono i paladini e i Saraceni in giro per il mondo, in un caleidoscopico avvicendarsi di paesaggi naturali e fiabeschi.

Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013

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Cinquemila volte “Via la divisa”. Imponente corteo: “Fuori dalla polizia gli agenti responsabili della morte di Federico” [fotoservizio]

Cinquemila persone hanno sfilato a Ferrara accanto alla famiglia di Federico Aldrovandi per chiedere la destituzione dei quattro poliziotti che ne hanno causato la morte nel 2005.
In prima fila, oltre a Patrizia Moretti, la mamma, Lino e Stefano Aldrovandi, il padre e il fratello c’erano anche i parenti di Ferulli, Uva, Scaroni, Perna, Gugliotta, Bianzino, Cucchi e Budroni, le altre vittime di uomini in divisa.
“Io ti do i miei documenti, tu fatti riconoscere” c’era scritto su uno dei cartelli dei manifestanti.
La richiesta di tutti i familiari era quella di democratizzare le forze dell’ordine, introdurre il numero identificativo per gli agenti e il reato di tortura.
In corteo tante mamme con i loro figli. “Sono qui per loro – ha detto Agnese indicando i suoi due gemelli – non deve più accadere, per questo gli agenti che hanno ucciso Federico non devono più fare quel lavoro”.
“Sono una mamma come Patrizia – ha spiegato Chiara spingendo il passeggino – per questo ho sempre manifestato con lei, finché loro sono nella polizia non c’è una vera giustizia”.
Così anche per Girolamo de Michele, insegnante e scrittore: “Non mi sembra giusto che con le mie tasse venga pagato lo stipendio a quattro persone che non solo sono responsabili della morte di un ragazzo, ma non hanno mostrato nessun pentimento ed hanno anche fatto di tutto perché la verità non venisse fuori”.
C’erano anche i centri sociali, gli studenti medi, gli universitari, i partiti senza bandiere, Calvano del Pd, il vicesindaco Massimo Maisto, i Giovani Comunisti, Rifondazione, la Cgil chiamata a fare da “cuscinetto” in caso di disordini, il deputato Cinque Stelle Bernini, autore dell’interrogazione per conoscere i motivi delle decisioni assunte dalla Commissione Disciplinare nei confronti dei poliziotti. La risposta è stata che per la “natura non dolosa della condotta” la sanzione è stata ritenuta congrua, e la destituzione che viene richiesta dai familiari è troppo grave.
Sfilano tutti, sotto gli occhi dei tanti ferraresi richiamati alle finestre dal serpente che si snoda per gli oltre due chilometri di percorso.
“Siamo venuti con i tifosi del Bologna” ha raccontato un ragazzo accanto a sua moglie e ai due figli. La più grande regge un cartello con la scritta “Per il mio futuro vorrei una polizia più pulita”.
A vivacizzare la coda del corteo, i fumogeni e gli slogan della tifoseria della Spal che ogni domenica da otto anni, in curva, dedica un coro a Federico.
In testa invece c’era un furgone guidato dagli amici di Federico, che ha condotto la manifestazione a suon di musica da via Ippodromo, dove il ragazzo è morto, attraverso le vie del centro, puntando alla Prefettura.
Accanto al Castello ha preso la parola Lino Aldrovandi per dire che, nonostante quanto riferito dal ministero degli Interni, secondo la famiglia ci sono i presupposti per destituire per disonore i quattro agenti Pontani, Pollastri Segatto e Forlani. E questa stessa richiesta è stata ribadita poco dopo al prefetto Michele Tortora. “Ci ha garantito che questa sera stessa scriverà una relazione ai suoi superiori per comunicare la nostra richiesta, ancora una volta ci affidiamo con fiducia alla giustizia”, ha detto Patrizia Moretti uscendo dall’incontro ristretto in Prefettura.
Il saluto finale della manifestazione è stato affidato agli amici di Federico.
“Ancora oggi, in qualche bar della città, è possibile trovare qualche bifolco disposto a dichiarare che Aldro dopotutto se l’è cercata perché era drogato, brutto, grosso e cattivo. Tutti abbiamo paura dell’uomo nero, dello sbandato, tossico, che ci aggredirà e deruberà in un vicolo freddo e buio quando meno ce lo aspettiamo.
“Nessuno invece fa mai incubi ambientati in uffici in cui alte cariche dello Stato, sedute su comode poltrone, discutono quale sia la strategia migliore per insabbiare l’ennesimo brutale atto di repressione realizzato dalle cosiddette forze dell’ordine. Nessuno fa mai incubi riguardanti depistaggi, omissioni di atti d’ufficio e favoreggiamento, riammissione in servizio di poliziotti che hanno disonorato la divisa con un omicidio. Eppure è proprio questo genere di crimini ad avere un impatto devastante sulla nostra società democratica, ma non ci colpiscono emotivamente quanto lo spauracchio di un ipotetico brutto tipo che potremmo incontrare una sera.
“Beh, forse faremmo meglio a scegliere con più cura i protagonisti dei nostri incubi. Perché mentre è piuttosto improbabile che qualcuno di noi venga mai aggredito da un fantomatico tossico in un vicolo buio, sarà molto più facile ritrovarsi in uno Stato autoritario e repressivo che ogni giorno concede sempre meno diritti ai suoi cittadini, troppo distratti dalle loro paranoie per rendersene conto.
“Sta accadendo proprio ora”.

In cinquemila hanno manifestato a Ferrara chiedendo al destituzione dei poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi (fotoservizio di Stefania Andreotti)

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La partenza del corteo per la destituzione dei poliziotti condannati per l’uccisione di Federico Aldrovandi (foto di Stefania Andreotti)
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Il corteo in via Bologna (foto di Stefania Andreotti)
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Alcuni manifestanti (foto di Stefania Andreotti)
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Troupe e operatori dell’informazione (foto di Stefania Andreotti)
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Uno degli organizzatori (foto di Stefania Andreotti)
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Gli striscioni (foto di Stefania Andreotti)
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Gente affacciata dalle finestre (foto di Stefania Andreotti)
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Patrizia Aldrovandi assieme ad altri genitori (foto di Stefania Andreotti)
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Anche mamme e bimbi alla manifestazione (foto di Stefania Andreotti)
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Uno striscione di denuncia (foto di Stefania Andreotti)
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Il segretario provinciale del Pd Calvano e il vicesindaco Maisto (foto di Stefania Andreotti)
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Ancora mamme i figli insieme (foto di Stefania Andreotti)
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Fra i manifestanti lo scrittore Girolamo De Michele (foto di Stefania Andreotti)
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“Toglietevi la divisa” (foto di Stefania Andreotti)
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“Via la divisa” (foto di Stefania Andreotti)
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Famiglie che chiedono giustizia (foto di Stefania Andreotti)
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La protesta degli studenti (foto di Stefania Andreotti)
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Patrizia Aldrovandi al microfono davanti alla Prefettura (foto di Stefania Andreotti)
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In cinquemila hanno manifestato a Ferrara chiedendo la destituzione dei poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi (foto di Stefania Andreotti)
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L’incontro con il prefetto (foto di Stefania Andreotti)
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“Via la divisa”, manifestazione per la destituzione dei poliziotti condannati per la morte di Federico Aldrovandi [video intervista]

Questo è un estratto video dell’incontro tra Vera Vigevani Jarach, madre di Plaza de Mayo, e Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi.
Ne aveva già scritto per noi Gian Pietro Testa [leggi qui], e oggi vogliamo riproporvi alcuni momenti del confronto tra queste due donne divenute loro malgrado protagoniste di battaglie di giustizia. L’occasione è stata la visita a Ferrara della donna italoargentina, che in collaborazione con l’associazione Oltre Confine sta portando avanti un progetto sulla memoria con il liceo Ariosto.

Questo vuole essere uno spunto di riflessione in vista della manifestazione “Via la divisa” che proprio oggi, alle 15, partirà da via Ippodromo e arriverà in prefettura per chiedere la destituzione dei quattro poliziotti condannati per la morte di Federico Aldrovandi.
A promuoverlo è l’associazione “Federico Aldrovandi” che oltre, come si legge in una nota, rivendica anche la democratizzazione delle forze dell’ordine, l’introduzione del numero identificativo per gli appartenenti alle forze dell’ordine e l’introduzione del reato di tortura.

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Ana Fendo: simbolo dell’identità “indios”, emblema della lotta per la libertà

di Antonio Martella

Il lavoro, i soprusi e le battaglie per riprendere ciò che le è sempre appartenuto, la propria Terra.
Ana Fendo è sinonimo della salvaguardia della popolazione “indios” dei Kaingang del sud-ovest del Brasile. La sua lotta riecheggia nella storia di tanti indios e non solo. La sua non ottemperanza a quella “buona coscienza” del conformismo bianco, ha significato la sopravvivenza di quella cultura millenaria, ricca di riti, danze e religiosità che hanno permeato quella fantastica terra per migliaia di anni.

La Nuova Italia! Così fu chiamato quel lontano mondo da parte dei primi coloni Italo-tedeschi che vi misero piede nei primi anni del XX secolo. Purtroppo il “buoncostume” italo-tedesco dell’oppressione e della belligeranza nei confronti del “diverso”, ha anticipato, nel sud-ovest del Brasile, quella forma mentis che condurrà, trent’anni più tardi, la stessa alleanza in uno dei periodi più bui della storia dell’umanità.
Il fuoco della più celebre fotografia che la ritrae è diretto sulle sue mani, poiché rappresentarono, sono ed esprimeranno l’effigie di quella costruzione dell’Io collettivo, dell’ego della natura che prevarica e rompe ogni tentativo di oppressione del Diverso, oltre che essere il luogo comune del lavoro.
La supremazia delle popolazioni bianche su quelle “Indios” ha portato alla morte di diverse migliaia di persone appartenenti alla comunità dei Kaingang, e di diversi milioni di popolazioni in tutto il sud America. La sua lotta è stata filmata in un cortometraggio quando, all’età di 100 anni, lavorava ancora la sua Terra.
Oggi, Ana Fendo vive nel cinque percento di quella che era inizialmente la sua grande Terra; ha raggiunto l’età di 110 anni, ha perso l’occhio destro a causa di una cataratta, ma il suo spirito guerriero sembra aver trapassato quella dolce barriera che divide la vita dalla morte.
Il suo grido di battaglia sembra echeggiare in quelle infinite e rigogliose vallate che hanno dato voce al suo ostinato combattere. Le condizioni di vita della sua tribù sono molto precarie, le malattie zoologiche, la mancanza di sistemi sanitari adeguati, il grande problema dei rifiuti, ma soprattutto la “civilizzazione” imposta da una cultura estranea, hanno portato gravi conseguenze nella popolazione più giovane. Le piaghe sociali delle droghe e dell’alcol stanno distruggendo quel poco di tradizione, cultura e ritualità millenaria che questa donna ha cercato di preservare con tutta se stessa.

L’evoluzione che diventa regresso, il necessario che si trasforma in superfluo, una familiare pratica storica che si ripete, distruggendo quell’inestimabile diversità che rende il mondo incantevolmente ricco e stranamente non “uguale”.
La piccola storia di una grande guerriera, icona del lavoro e della lotta di milioni di donne, per la Libertà.

Rischiatutto_1972

Renzi gioca al Rischiatutto

Rischiatutto. Si chiamava così il telequiz che Mike Bongiorno rese celebre con la frase: “Fiato alle trombe Turchetti!”. Si potrebbe ricorrere al titolo della storica trasmissione Rai fra il 1970 e il 1974, per tentare di leggere il senso dell’ultimo strappo di Matteo Renzi. Accelerazione che è costata il posto di presidente del Consiglio a Enrico Letta, al quale è stato emblematicamente fatale il giorno prima della festa degli innamorati.

Il segretario nazionale Pd ha chiuso la direzione del partito, spronando i suoi: “C’è un’ambizione smisurata che dobbiamo avere”.
Che Matteo Renzi avesse un’alta considerazione di sé si era capito da tempo, ma non è un ultras della curva Fiesole e c’è da credere che abbia considerato e soppesato ripetutamente tutti i pro e contro della mossa.

Perché le cose che non tornano sono parecchie in questa storia.
Intanto, da quel che sappiamo, accade solo in Italia che il premier sia sfiduciato dal segretario del suo partito, del quale tra l’altro Letta è stato numero due fino a ieri l’altro. Mica uno da quinta fila.
Secondo: ai comuni mortali come noi, gratta come un foglio di carta vetrata la consequenzialità vendutaci dai leaders Pd quando spiegano ai microfoni: “Siamo grati ad Enrico Letta per il lavoro svolto, eccetera, eccetera”.
Ma se ha lavorato bene, perché sostituirlo? E soprattutto non convince che Renzi abbia detto, come se niente fosse, che il suo esecutivo farà proprio il documento “Impegno Italia”, cioè lo stesso presentato urbi et orbi da Letta il giorno prima per rendere noti passi, scadenze e tempi, della propria azione di governo.

E poi c’è il quadro politico, che continua ad essere identico a quello che ha sorretto finora l’esecutivo di servizio. Cosa faccia credere, ora, che il sindaco di Firenze possa fare i miracoli che il suo predecessore non è stato in grado di fare, resta un mistero.
Soprattutto, non si capisce perché Matteo Renzi, che ha sempre legato il proprio destino politico al metterci la faccia e ad un percorso di legittimazione popolare, ora ceda ad una manovra di palazzo degna della prima repubblica.
Il suo essere fieramente sindaco, e cioè a contatto diretto coi cittadini, fuori dal Parlamento dove siede invece la politica del privilegio e dell’immobilismo al limite del bivacco, sembra ora clamorosamente smentita dal rigurgito di una logica tutta di potere da auto blu.

Ma allora, scartando l’ipotesi che sia uscito di senno, che cosa gli ha fatto dire “Stasera mi butto”, come cantava Rocky Roberts nel 1968?
In effetti, oltre alla sua ambizione effettivamente superiore alla media, esistono numerose pressioni che devono essersi fatte sentire.
Gira una frase di Beniamino Andreatta, il quale pare dicesse del suo pupillo: “Quando Enrico si trova davanti un problema lo accarezza”. Parole che descrivono bene il garbo, rispetto al quale sembra però giunta l’ora della mano pesante, visto il protrarsi della situazione economica e sociale italiana.

Soprattutto un segnale chiaro e forte si è avvertito quando mentre poche settimane fa il premier era ad Abu Dhabi per convincere gli investitori esteri che in Italia il peggio è passato e che adesso il paese si è messo di buona lena, il capo di Confindustria, Giorgio Squinzi, dalle telecamere di Lucia Annunziata ha detto che non va bene un tubo. E successivamente davanti ai suoi ha rincarato la dose: “Se ci date un paese normale vi facciamo vedere noi di cosa siamo capaci”.
Insomma, sono frasi che chiedono un deciso cambio di passo.

Più o meno la stessa lamentela espressa dalla Cgil di Susanna Camusso.
Che bisognasse premere il piede sull’acceleratore per un’azione più incisiva, ben oltre la linea ritenuta da tanti di galleggiamento, lo ha chiesto a Renzi anche la minoranza interna del suo partito, Cuperlo e compagnia, stanca che il Pd si sfibri sine die nel nome di una responsabilità nazionale, ma scontentando un elettorato scalpitante.

In questa pressione c’è anche il rovescio della medaglia. Se Matteo dovesse fallire sarebbe la sua fine politica e i rapporti di forza dentro il Pd tornerebbero contendibili.
Stessa cosa, più o meno, vale per il Cavaliere, il quale di fronte al disarcionamento di Letta non si è messo di traverso a priori.
Certo, qualche voce si è levata in nome del prolungamento del periodo di apnea delle istituzioni da legittimazione popolare e affinché la crisi sia parlamentarizzata, ma anche qui l’intenzione inconfessata è che, dato il livello altissimo di rischio, potrebbe farsi fuori da solo il più temibile competitor che in questo momento Berlusconi abbia di fronte sulla scena politica.

Esiste poi un motivo molto tecnico che spinge verso questa decisione.
C’è chi dice che il segretario Pd avrebbe potuto, visto che solo lui può imprimere velocità ad un sistema politico ingolfato, fare approvare in due e due quattro la nuova legge elettorale e poi andare ad elezioni per risolvere capra e cavoli: la sua legittimazione popolare, come ha sempre detto, e quella delle istituzioni troppo a lungo in astinenza da voto.

C’è un però in questo ragionamento. La nuova legge elettorale, l’Italicum, ha senso nel disegno renziano se parallelamente si cambia la Costituzione perché il Senato cessi di essere elettivo. Dato che la procedura di revisione costituzionale richiede almeno un annetto, se tutto fila liscio, cade di conseguenza la tesi del due e due quattro.

E non è finita. Diversi sussurrano che a primavera andranno in scadenza decine di incarichi ai vertici delle aziende pubbliche, tipo Enel, Finmeccanica ed Eni, il cui capo, Paolo Scaroni, si dice sia in ottimi rapporti con Renzi. Il fatto di essere in quel momento capo del governo cambia di molto le cose.

Infine, almeno in questo elenco, la questione Napolitano sollevata dal libro di Alan Friedman “Ammazziamo il gattopardo” (2014). Secondo l’analista finanziario del Corsera, dalla voce identica a Oliver Hardy di Stanlio e Ollio, il presidente della Repubblica avrebbe iniziato già dal giugno 2011, quindi ancora lontano dal famoso spread a 574, a sondare il terreno con Mario Monti per un avvicendamento a palazzo Chigi al posto di Berlusconi. Rivelazioni che destano vari allarmi: dal fatto che Napolitano abbia smentito tutto definendolo solo fumo, al fatto che dietro la manovra ci fossero alcune cancellerie europee (con il problema mica da poco della sovranità nazionale), a quello della democrazia messa a lungo in naftalina.

A parte coloro che continuano a gridare al golpe, gli stessi tra l’altro che hanno votato la rielezione (unico caso nella storia della Repubblica) di re Giorgio, ciò che molti hanno osservato è stato il timing dell’operazione sparata sui giornaloni italiani. La lettura diffusa data all’operazione, è che sia stato un segnale dato al capo dello Stato quale ultimo difensore di Enrico Letta, nel nome della stabilità.
Quindi un’altra manovra pro-Renzi.

Comunque sia, il segretario Pd ha ora su di sé tutta la responsabilità di non sbagliare e i rischi della forzatura sono altissimi. Il fatto che abbia voluto dare respiro alla sua azione fino alla scadenza naturale della legislatura, 2018, non lo mette al riparo da alcune scadenze che suonano inesorabilmente come primi difficili banchi di prova: le elezioni in Sardegna e le prossime europee di maggio.

Una cosa chiara è stata detta da Peter Gomez: se dovesse fallire, non ci sarà bisogno di consultare i sondaggisti per sapere che Grillo vincerà con il 51 per cento. In realtà le cose che dice sono due.
La prima è che Matteo Renzi si gioca l’osso del collo in questa rischiosissima partita a poker.
La seconda è che anche quelli che giocano sulla sua sconfitta non hanno da stare allegri.

La differenza è che in caso di perdita, non ci sarà Mike Bongiorno a dire: “Ahi, ahi, signora Longari”.

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Le merlettaie di Vologda

Un giorno dopo San Valentino, e uno prima della domenica dove solitamente si va al ballo, eccoci qua parlare di femminilità, di cipria e merletti, di ago e filo, capaci di ricamare sogni.
Sì perché, fra le tante cose belle che ci circondando, in attesa di vedere magari un bel balletto classico dedicato a Cinderella in qualche teatro moscovita (programma ancora da esplorare, magari c’è già in cartellone), ne abbiamo scoperta una davvero interessante. I merletti.

Siamo abituati a mettere in relazione il pizzo alla donna femminile ed elegante, leziosa e un po’ civettuola; talora vi vediamo sensualità, talaltra favole armoniose, sentimenti e sensibilità di principesse e damigelle chiuse nei loro castelli a ricamare alla luce di un raggio di sole che si insinua da finestre dalla forma oblunga, al ritmo di una candela che fiocamente illumina i telai.

Mani delicate accarezzano tele candide che, piano piano, prendono forma, al tocco leggero di agili dita che sfiorano cotoni e fili bianchi, per dare forma a farfalle, rami fioriti, petali.

Merletto deriva dal termine “merlo”, inteso proprio nel senso di elemento terminale a serie intervallate, a coda di rondine o a parallelepipedo, che orna la cima di un castello maestoso, come quello poc’anzi immaginato, che svetta su una rupe dalla quale si domina tutta la vallata coperta di rugiada. Cinto da merlate e maestose mura e da alte torri… qui delicate mani creavano, impazienti.

Intravediamo lontani scialli e veli che terminano in deliziosi pizzi, dame che quando volevano attirare l’attenzione di un uomo lasciavano cadere a terra il loro prezioso fazzolettino con un bellissimo bordo merlettato e, come di consueto, il cavaliere lo raccoglieva donandolo nuovamente alla bella dama sorridente, alla quale era per errore e per caso caduto di mano…

Da questi animi leggeri, sognatori e romantici, prendono vita ricami di ogni tipo, a partire dalla fine del XVI secolo, quando in Francia si producevano i pizzi Valenciennes o Chantilly. Attenzione però, il lino arrivava dalla Russia, dove abili tessitrici iniziarono presto a porre in crisi il primato francese, dando vita a creazioni sublimi che sarebbero state ribattezzate Valenciennes russi.

La tradizione della tessitura dei merletti nella Russia settentrionale risale al XVII secolo, quando numerose artigiane già producevano questi eterei tessuti con fili d’oro e d’argento. Le città di Vologda, Yelets, Ryazan’, Toržok e Novgorod divennero presto il centro di quest’arte.

La creatività stava nelle peculiarità delle figure, nell’utilizzo di tessuti colorati, nei nuovi tipi di nodi, sempre più originali. Con i merletti si decoravano poi gli interni, la biancheria da tavola, da bagno, da letto. Quanti corredi venivano preparati a mano e con cura, in vista di una futura e duratura unione che fosse benedetta da tanto candore e amore. E quanti asciugamani ricamati con iniziali orlate attentamente, rigorosamente a mano, e bordati di pizzi cadenti come salici.

Grazia, eleganza ed eterea delicatezza. Tutte racchiuse in Vologda, città della Russia occidentale, situata sul fiume omonimo, sovrastata dalla Cattedrale a cinque cupole di Santa Sofia, conosciuta come “la città dove si trova la resnoj palisad”, dalle parole di una nota canzone, ossia una palizzata in legno, che si trova davanti e ai due lati delle case, realizzata utilizzando la lavorazione dell’intaglio. Gli artigiani di Vologda erano famosi in tutto il Paese perché usavano il legno per costruire e decorare le case. Mezzanini, colonne, portici con decorazioni frontali intagliate a mano e balconcini ornati sembrano anch’essi pizzi delicati. Forse anche ad essi si erano ispirate le ricamatrici divenute famose. “La merlettaia di Vologda”, un marchio nazionale di fama mondiale, riscosse grande successo all’esibizione internazionale di Filadelfia del 1876 e a quella di Chicago del 1893. Alla fiera di Parigi del 1925 e a quella di Bruxelles del 1958, il marchio fu premiato con medaglie d’oro.

La maestria di queste artiste lascia davvero stupiti: i loro merletti sono intrecciati a mano su appositi cuscinetti di forma cilindrica, con l’aiuto dei koklyushka, piccoli fusi di legno sui quali sono avvolti i fili delicati. Il disegno del pizzo da riprodurre viene riportato su un apposito schema, e sviluppato individualmente da ogni artigiana. Figure geometriche, fiori, pesci, uccelli, cerbiatti, leoni. Ma anche creature fantastiche, sirene e unicorni, insieme a fenomeni naturali come l’aurora boreale. Sono questi i motivi decorativi più ricorrenti. Oltre a dame, cavalieri, contadini e contadine rappresentati nei caratteristici abiti e nelle kokoshniks (pettinatura tradizionale femminile russa portata con il sarafan, un abito semplice, dritto, senza maniche), i merletti riproducono anche immagini architettoniche, come chiese, ponti e palazzi.

Agli inizi del XX secolo, la produzione di merletti nella Russia settentrionale era affidata a circa quarantamila artigiane, che apprendevano la loro arte in un’apposita scuola o tramite un addestramento che le preparava alla lavorazione del merletto sin da bambine. A Vologda, l’8 marzo 1928, è stata fondata una scuola professionale del merletto. La fama delle ricamatrici cresceva. Esse divennero talmente rinomate da essere inserite, nel 2011, nel Libro dei record nazionali per la produzione più massiccia di merletti.  Numeri e qualità, abilità e competenza, cura e attenzione, fantasia ed estro, passione e dedizione. E tanto altro ancora.

Merletti, arte di vita e della vita. Saper ricamare una storia deve essere davvero meraviglioso.

La vita è come una stoffa ricamata della quale ciascuno nella propria metà dell’esistenza può osservare il diritto, nella seconda invece il rovescio: quest’ultimo non è così bello, ma più istruttivo, perché ci fa vedere l’intreccio dei fili. (Arthur Schopenhauer)

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San Valentino in Russia? Meglio Petr e Fevronija…

Il tuo amore è sceso su di me come un dono divino, inatteso, improvviso, dopo tanta stanchezza e disperazione. (Fëdor Dostoevskij)

Oggi è il 14 febbraio, si festeggia un pò ovunque il giorno di San Valentino, la ricorrenza degli innamorati, delle loro tenerezze, dei loro baci, abbracci, parole dolci, sospiri, carezze.

Si celebra “un po’ ovunque”, dicevamo, perché non tutti possono farlo liberamente. Non è permesso in Arabia Saudita, dove è vietato da un’interpretazione restrittiva della legge islamica, in Iran, in Malesia, in Uzbekistan e a Belgorod, città sul fiume Donec, a circa 700 km a sud-ovest di Mosca. Qui, nel 2011, il Governatorato della provincia e la Chiesa ortodossa hanno emesso, di concerto, una “raccomandazione” a tutte le scuole e ai locali pubblici perché non si parli del giorno di san Valentino (indicazione, peraltro, estesa a Halloween). La festa degli innamorati è considerata una minaccia alla “sicurezza spirituale”, promotrice di promiscuità e di sensualità più ché di amore…

Qualcuno ha scritto che tale bando sarebbe riferito, piuttosto, al fatto che la festività è di origine “cattolica” e “contraria alla cultura russa”. Ma questo è legato alle sue stesse origini misteriose. Leggende e tradizioni popolari narrano dell’esistenza di almeno tre martiri cristiani dal nome Valentino; si sa, poi, che il culto di san Valentino (da Terni) fu istituito, nel 496 d.C. da Papa Gelasio I per sostituire i Lupercalia, festa pagana omaggio a fertilità, erotismo e amore carnale.

La pratica moderna di celebrazione della festa, invece, centrata sullo scambio di messaggi d’amore e regali fra innamorati, risale probabilmente all’alto Medioevo e potrebbe essere riconducibile al circolo di Geoffrey Chaucer in cui prese forma la tradizione dell’amor cortese. Ma il giorno di San Valentino s’iniziò a festeggiare diffusamente nel XIX secolo negli Stati Uniti, evento che divenne presto commerciale e volto a incoraggiare l’acquisto e lo scambio di regali.

Il giorno russo degli innamorati sarebbe ben altro, l’8 luglio. Ricorre quando la Chiesa russa festeggia la memoria dei santi Petr di Murom e Fevronija, da novizi Davide ed Efrosinia, protettori della felicità familiare, dell’amore e della fedeltà, portatori di valori di forte legame e complicità. I russi si sono innamorati di questa nuova festa, il cui simbolo è il delicato fiore di Camomilla (Romàshka), istituita nel 2008 per promuovere i valori della famiglia, e sempre più coppie vogliono legalizzare la propria unione in estate e non d’inverno. D’altronde in estate tutto sboccia.

Prima della rivoluzione, l’8 luglio era la festa del Principe Petr di Murom (città della regione di Vladimir, a 300 km da Mosca) e della sua sposa, Fevronija, divenuti più tardi santi e simbolo delle fedeltà coniugale. I due sposi vissero a Murom fra il XII e XIII secolo, e Petr aveva voluto sposare la giovane di umili natali, che l’aveva guarito dalla lebbra con un unguento speciale, nonostante i notabili della città fossero contrari. Questi ultimi cacciarono i coniugi dalla città, ma la punizione divina non tardò e, dopo aver chiesto loro perdono, li pregarono di tornare a governare. Petr e Fevronija si guadagnarono l’affetto del popolo con la loro saggia amministrazione, volta al sostegno di poveri e deboli. Fevronjia dedicò la sua vita alla cura degli infermi. In vecchiaia i due coniugi, di comune accordo, pronunciarono i voti e vissero separati nei rispettivi monasteri fino alla fine dei loro giorni, chiedendo a Dio la grazia di poter morire lo stesso giorno. La loro preghiera fu esaudita. Le spoglie dei due principi, deceduti entrambi l’8 luglio 1228, furono esposte separatamente in due diverse chiese della città, ma la mattina successiva le salme furono ritrovate miracolosamente insieme in una bara a due posti che i coniugi avevano fatto costruire ancora in vita. Miracolo dell’amore. Per questo, gli abitanti di Mouron hanno chiesto di far rinascere la tradizione, celebrando l’8 luglio come la festa di Famiglia, Amore e Fedeltà. E così fu, cosi è, dal 2008.

Ci sarà pure chi, a Mosca, festeggerà questo 14 Febbraio, partecipando a concerti, cene, feste o eventi, tipo il festival dei cuori del Parco Sokolniki, i balli mascherati del giardino Hermitage, il tradizionale lancio delle lanterne volanti alla metro VDNkh, la più grande cartolina di San Valentino della città siberiana di Tjumen’, oppure chi si scambierà fiori colorati, regali-peluche-cioccolatini a forma di cuore e teneri ricamati bigliettini; ma noi preferiamo rimandare il tutto all’8 luglio e, in quel momento, farci gentilmente chiamare Fevronija, almeno per un giorno.

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Vuoto per pieno: il capolavoro politico del poeta fiorentino

Considerazioni serie, semiserie e di… riconoscimento, a margine della Direzione del Pd.
1) Dopo la sciagurata invenzione della larghe intese con ‘questa’ destra italiana, l’eccezione (governo d’emergenza e a tempo…) diventa un ‘normale’ governo politico e di legislatura. Questo è il capolavoro politico del grande rottamatore e innovatore…
2) La Direzione Pd ha liquidato Letta senza dire una parola sui contenuti nuovi che dovrebbero sancire il passaggio dalla ‘crisi’ alla ripresa economica.
3) Molte e strampalate citazioni di poeti per coprire una ‘prosa miserabile’… Ma nessuno si è lasciato sfuggire la parola corruzione!
4) Continua la ‘normalizzazione’ del delinquente di Arcore. Dopo che Renzi lo ha resuscitato al ruolo di padre costituente, lo vedremo nei prossimi giorni guidare la delegazione di Forza Italia negli incontri di consultazione al Quirinale. E se questo nuovo governo, politicamente ‘indecente’, durerà fino al 2018, può darsi che la tragica-farsa italiana conosca un nuovo atto: Berlusconi, scontata la pena (si fa per dire…), si può ripresentare candidato…
5) Nessuna nostalgia per il mediocre ‘doroteo’ Enrico Letta; ma un riconoscimento per come se ne è andato lo merita. Se poi resisterà alle sirene di nuovi e subitanei incarichi per sanare il brutale sfratto: chapeau! Certamente (finora…) più dignitoso di alcuni suoi ministri fedelissimi già ben piazzati su una nuova poltrona….

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Rapporto sugli “sbilanci” delle famiglie

Secondo un’indagine condotta dalla Banca d’Italia sui redditi e la ricchezza delle famiglie italiane nel 2012, le condizioni economiche dichiarate dalle famiglie intervistate sono peggiorate. Nel Rapporto sui bilanci delle famiglie si legge che tra il 2010 e il 2012 il reddito familiare medio è calato in termini nominali del 7,3%, quello equivalente del 6%, mentre la ricchezza media è diminuita del 6,9%. Il reddito equivalente, una misura pro capite che tiene conto della dimensione e della struttura demografica della famiglia, è stato in media pari a circa 17.800 euro annui (1.500 euro al mese). L’indicatore è superiore per i laureati, i dirigenti e gli imprenditori (che percepiscono tra i 2.350 e i 2.700 euro al mese), mentre gli operai, i residenti nel Mezzogiorno e gli immigrati presentano valori medi inferiori (intorno ai 1.000 euro al mese). In una posizione intermedia si collocano gli impiegati, gli altri lavoratori autonomi e i pensionati (1.700-1.900 euro).

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Variazione storica delle tipologie delle famiglie italiane

Il deterioramento delle condizioni economiche in termini di reddito equivalente, si legge nel rapporto, “è stato più accentuato per i lavoratori indipendenti rispetto ai dipendenti e alle persone in condizione non professionale”. Il reddito equivalente “si è ridotto per tutte le classi di età, tranne che per gli over 64 anni, per i quali è rimasto invariato. Per le classi di età più giovani, invece, il reddito equivalente diminuisce significativamente rispetto alla media generale”.
Sono i giovani infatti i più penalizzati: negli ultimi vent’anni il reddito equivalente è calato di 15 punti percentuali nella fascia 19-35 anni e di circa 12 punti in quella 35-44. Sul versante della disoccupazione, secondo gli ultimi dati Istat del novembre 2013, a fronte di una disoccupazione generale del 12,7%, si registra un tasso record di disoccupazione giovanile del 41,6%, il massimo dall’inizio delle serie storiche, ovvero dal 1977.
In Italia non cresce solo la disoccupazione, ma anche la povertà. Nel nostro paese la quota di povertà è salita dal 14% del 2010 al 16% del 2012, e un povero su tre è immigrato. Bankitalia individua la soglia di povertà con un reddito di 7.678 euro netti l’anno, 15.300 euro per una famiglia di tre persone. Una famiglia su tre, continua l’indagine, non riesce ad arrivare a fine mese, ed “è diminuita la percentuale delle famiglie che segnalano che le proprie entrate sono del tutto sufficienti a coprire le spese” dal 39% del 2010 al 32,3% del 2012”.
Più del 12% degli occupati non riesce a vivere con lo stipendio che percepisce. In Europa, solo Romania e Grecia fanno peggio, con oltre il 14%. Ma l’Italia si presenta come il posto peggiore per chi ha perso il lavoro e ne cerca un altro. Le possibilità di trovare un’occupazione entro un anno si aggirano attorno al 14-15%, le più basse tra tutti i membri dell’UE.
Aumenta la povertà e aumentano anche le disuguaglianze. Sempre nel rapporto della Banca d’Italia si legge che il 10% delle famiglie più ricche possiede il 46,6% delle ricchezza netta familiare totale (45,7% nel 2010). A ciò si aggiunga che il 10% delle famiglie con il reddito più basso percepisce il 2,4% del totale dei redditi prodotti, mentre il 10% di quelle con redditi più elevati percepisce una quota del reddito pari al 26,3%. Il dossier spiega che “l’aumento osservato nella disuguaglianza della ricchezza è in parte attribuibile al calo del valore delle abitazioni, che è risultato di maggiore intensità per le famiglie meno agiate.”
Le differenze sono anche regionali, e riflettono una spaccatura osservabile anche in altri settori: mentre il Centro e il Nord sono le due aree geografiche con la ricchezza mediana più alta, rispettivamente circa 216.000 e 150.000 euro, il Sud e le Isole si aggirano attorno ai 100.000 euro.
Anche l’Istat ha rilevato come il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2012 sia diminuito rispetto al 2011. Le regioni con le riduzioni più marcate sono la Valle d’Aosta e la Liguria (-2,8% in entrambe), seguite da Toscana (-2,3%), Lazio ed Emilia-Romagna (-2%). Se consideriamo invece il reddito disponibile per abitante, la nostra regione presenta un valore tra i più elevati a livello nazionale (21.039 euro contro una media italiana di 17.948 euro), ma passa dal secondo posto del 2009 al terzo del 2012, dopo la provincia autonoma di Bolzano e la Valle d’Aosta.

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Grazie al web la psicoanalisi diventa Pop

Sappiamo che il web è stato e continua ad essere dirompente in tutti o quasi gli ambiti della vita umana in cui s’insinua, ma il fatto che abbia rotto le rigide divisioni tra gli psicoanalisti ne è la conferma più eclatante. SpiWeb, sito della Società Psicoanalitica Italiana, è un sito vivacissimo e molto articolato che in poco tempo ha scalato le classifiche dei motori di ricerca, ha avvicinato e fatto dialogare sia psicoanalisti appartenenti a scuole diverse, sia addetti ai lavori e gente comune. Il sito presenta, infatti, alla sezione Dibattiti teorico-clinici / Prospettive a confronto, dibattiti aperti in cui si può intervenire direttamente: l’analista ferrarese può confrontarsi con il collega israeliano piuttosto che con l’australiano, e questo perché il sito sta avendo talmente tanto seguito che gran parte dei contenuti vengono tradotti in lingua inglese e francese. Ricche ed interessanti sono anche le vetrine di Cultura, Libri, Video con indicazioni utilissime per insegnanti e formatori di scuole di ogni ordine e grado, per educatori e operatori dei Servizi per le famiglie, Servizi per l’infanzia e Salute donna, o anche semplicemente per noi genitori costantemente preoccupati e ansiosi. Ma più di tutto colpisce la ricchezza della sezione Cinema, in cui oltre ad un’accurata rassegna di film completi di trailer, trama e recensione, si trova la particolare Versione dello psicoanalista che, a partire dalla pellicola, guida ad una riflessione su di sé; queste del cinema solo le pagine in assoluto più visitate, In Sala ha 12.000 accessi al mese!

SpiWeb nasce nel 2005 con un taglio molto istituzionale e una struttura organizzata per argomenti, in modo piuttosto rigido e accademico. Già nel 2009, con l’Esecutivo di Romolo Petrini, il sito si apre con l’intento programmatico di comunicare ad un pubblico più vasto, utilizzando il linguaggio della gente e i nuovi strumenti della comunicazione. Infine, nel 2013, il sito viene radicalmente rivoluzionato sotto la Direzione di Jones De Luca che rompe definitivamente ogni schema, superando la rigida divisione per argomenti e organizzando i contenuti come in un’enciclopedia, con un’attenzione particolare a rendere gli argomenti ricercati facilmente rintracciabili dai motori di ricerca, quelli specifici come quelli di interesse più comune. Al telefono la dottoressa De Luca racconta con entusiasmo la sua “creatura”, e spiega che il sito sta avendo un grandissimo impatto perché ha accettato la sfida delle nuove tecnologie: apertura al web con la possibilità di confronti tra specialisti on line, caricamento di contributi audio e video aggiornati; poi la creazione si Spipedia – Piccola enciclopedia aperta della psicoanalisi che si arricchisce nel tempo di nuove voci e di costanti contributi; e ancora, incontri con grandi personaggi della cultura, del pensiero, ma anche con registi, blogger, industriali, intervistati in modo particolare, chiedendo loro di raccontare i momenti difficili che hanno attraversato nella vita, facendone quindi emergere il lato umano. Le pagine dei Dossier, che contano un grande apporto di interventi femminili, affrontano temi delicatissimi come l’abuso del corpo della donna, i “brutti pensieri delle mamme”, spesso relegati nel ristretto ambito della cronaca, con l’intento di produrre una buona informazione su quella che è la salute mentale della popolazione.

La redazione di Spiweb si presenta come una straordinaria macchina per la comunicazione: il gruppo è ben nutrito e scopriamo con ulteriore sorpresa che, oltre alle figure classiche del comunicatore scientifico e di chi si occupa di Ricerca e Magazine, c’è l’addetto che si dedica all’Outreach  (Cinema, Facebook, Twitter, Linkedin, Eventi)  e l’addetto ai Video (Videointerviste, Psicoanalisi in video, Analisti con la cinepresa, Videoteca).

Il sito diventa straordinariamente all’avanguardia tanto da essere preso come modello addirittura dall’Ipa (International pshycoanalythical association) ossia dall’associazione che sovrasta il panorama internazionale della psicoanalisi e che, guarda caso, lo scorso agosto ha eletto a dirigere il proprio sito l’italianissimo Romolo Petrini alla guida di una Web task force che, come si legge in un recente comunicato ai propri associati, ha il primario obiettivo di sviluppare “a new, wide-reaching communication plan” ossia “un nuovo piano di comunicazione ad ampio raggio”, e aggiunge: “Noi desideriamo attivare e incoraggiare i membri a prendere parte attivamente alla vita istituzionale dellaAssociazione, utilizzando gli strumenti che il web offre”. In un’intervista a Rai Educational Filosofia, la De Luca racconta un fatto molto significativo: in occasione di un recente convegno internazionale, alla domanda “Cosa ne pensate delle sedute via Skype?”, la maggior parte degli psicoanalisti intervistati da Spiweb ha risposto “Dobbiamo studiare questo mezzo, la psicanalisi in rete la facciamo già!”. Con Spiweb si è quindi andati oltre ogni immaginabile evoluzione della rete, ed è già da un po’ che nell’ambiente ci si sta chiedendo: se Freud fosse vivo, avrebbe il profilo Facebook?

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Immaginare uno scenario futuro per Ferrara? Può essere utile sognare con Santa Barbara

Lo so, non è un bel tempo per sognare. Si deve essere brutalmente realistici per sopravvivere in questi anni di crisi a tutti i livelli. Ma può anche succedere il contrario, proprio oggi in cui è difficile trovare una porta d’uscita che ci conduca verso un mondo migliore (relativamente al nostro piccolo mondo), si può sognare di più, osare e abbracciare un’utopia… e poi si vedrà! Di questi tempi è da preferire l’uomo realistico, sobrio, razionale o l’uomo poetico, quello che cammina con la testa nelle nuvole? Chissà, ma la mia scelta è il sognatore, colui che sogna con passione ma sempre ad occhi aperti, come ha detto una volta Joseph Roth. Non si può mai fare qualcosa di concreto, senza un sogno che vada molto avanti, oltre la realtà spesso triste come quella odierna. Detto questo vorrei presentare al pubblico il mio sogno per il futuro di Ferrara. Il mio sogno ha avuto inizio con la visita alla Pinacoteca nazionale al Palazzo dei Diamanti, dove è esposto un quadro di Carlo Bonini (1569 – 1632) dal titolo Santa Barbara.
In primo piano c’è il ritratto della Santa che si staglia sullo sfondo di una campagna collinosa. Nel mezzo, tra Santa Barbara e la campagna, c’è un’impalcatura sulla quale sono ritratti alcuni lavoratori. A cosa stiano lavorando non è dato comprendere, ma mi è venuto spontaneo chiedermi: lo sguardo verso la stupenda campagna viene limitato da quella impalcatura, oppure questa resta inalterata nella sua bellezza? La bellezza dell’arte antica, il mondo di qua e di là dal muro, il Nuovo, una pittura ideale, costringe a riflettere sul passato e sul presente della città per affermare che il futuro, la speranza e da ultimo il sogno, vengono determinati anche dall’analisi critica del presente, come si può imparare da uno dei maggiori pensatori italiani, Giacomo Leopardi. In questo senso, muovo una prima piccola critica alla città di Ferrara: come mai Ferrara, che è strettamente correlata all’opera di Michelangelo Antonioni, uno dei grandi registi del XX secolo, gli abbia dedicato finora soltanto una piazzetta nascosta e la mostra allestita accuratamente proprio al Palazzo dei Diamanti lo scorso anno… bellissima e con una forte eco anche oltre il Po, ma poi non è rimasto nulla. Inspiegabile come mai un patrimonio culturale di questa portata sia stato così poco curato e valorizzato.
All’analisi critica del presente appartiene anche la considerazione di quanto poco venga sfruttato il gemellaggio di Ferrara con Sarajevo, con il loro patrimonio di potenzialità culturali. Forse nemmeno qualcuno dell’amministrazione comunale si ricorda di quell’amicizia ufficiale fra Ferrara e Sarajevo durante l’occupazione della città bosniaca negli anni novanta. A dire il vero, a me pare che questo gemellaggio sia a senso unico: la ricca Ferrara aiuta la povera Sarajevo! Perché Ferrara non può diventare un centro per lo scambio tra le culture italiana e balcanica? Ci sarebbe una lunga schiera di personalità bosniache da coinvolgere: artisti, scrittori, attori, musicisti e giornalisti che certamente arricchirebbero il livello culturale di Ferrara. Negli ultimi anni Sarajevo ha avuto un forte cambiamento culturale, nonostante una crisi sociale molto profondo e persistente. Ancora una critica propositiva volta a migliorare il futuro: come mai non esiste ad oggi un piano preciso per il Teatro Verdi? Perché, mi domando ogni giorno trovandomi vicino all’edifico ferrarese, vedo il cantiere del teatro, ma non mi risulta esistere alcun progetto su come dovrà essere utilizzato dal punto di vista artistico?
Forse il Teatro Verdi potrebbe essere il luogo adatto per istituzionalizzare un vecchio adesso purtroppo fallito progetto come l’ “Ater Forum”, che ha trovato un valido equilibrio tra tradizione e modernità realizzando così uno scambio, un interazione musicale tra moderno e classico, tra Frescobaldi, il jazz e la musica mondiale. Trovare un giusto equilibrio tra la passione per l’antico e la tradizione, il coraggio di rinnovarsi e di sperimentare, Ferrara un grande tesoro dell’ arte rinascimentale e allo stesso tempo un Cantiere per l’arte moderna, questo deve resta uno dei compiti dell’avanguardia culturale ferrarese.
Tutto aria fritta? Solo fumo, sognare nelle nuvole? Ma senza un’utopia, senza un sogno ad occhi aperti, non si può fare un primo passo per andare avanti. Tutto insieme, la bellezza che si trova a Ferrara in ogni vicolo, l’apertura curiosa verso il mondo e una cantiere permanente per nuovi progetti culturali – come si evince dal quadro del Bonini – questo sarebbe il sogno ferrarese di uno straniero con un piede fuori e un piede dentro la città. Ferrara ha ancora una forte potenzialità culturale da trovare e da curare. Per vederla talvolta si deve solo sognare a occhi aperti…

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Un inverno nel Medioevo russo

da MOSCA – Inizialmente pensavo di parlarvi di alcuni testi che rappresentano una sorta di disobbedienza naturalista, un percorso dell’energia, dall’energia, con l’energia, attraverso e verso l’energia, ossia di raccontarvi del Piccolo trattato sull’immensità del mondo, Elogio dell’energia vagabonda di Sylvain Tesson o del suo più recente Nelle foreste siberiane.

Questo perché lui, che ha percorso il mondo a piedi, a cavallo, in bicicletta, in canoa e ha camminato e cavalcato nelle steppe di Asia Centrale o Tibet, conosce e ama la Russia da sempre.

Questo perché Tesson ci regala e insegna un nuovo nomadismo, un vagabondaggio gioioso, leggiadro e libero, rivolgendosi a tutti quelli che almeno una volta nella propria vita hanno sentito la necessità di evadere dalla città, dal suo caos e dall’asfalto, lontano da ogni tipo di modernità.

Questo perché lui ha cercato l’ispirazione, prima dei fatidici 40 anni, nella foresta siberiana, sul lago Bajkal, meraviglia naturale lunga settecento chilometri e larga ottanta, dove, da eremita, ha vissuto per sei lunghi e rigidi mesi. Un uomo coraggioso rimasto di fronte a spazi smisurati, abbandonati a sé stessi e con sé stessi, dove ci vogliono la forza e il coraggio che solo i solitari possono avere.

Questo perché volevo condividere con voi il senso di libertà di respirare ossigeno libero e puro, di cogliere il ritmo dei passi in armonia con quello del cuore, alla scoperta di un mondo senza limiti da parte di uno spirito senza limiti, lo stesso che potreste aver percepito leggendo Into The Wild.

Questo perché volevo sentire con voi, vivo, il tocco della natura, la bellezza di accarezzarla dolcemente e teneramente con la punta delle agili dita quasi vellutate di rosa, di toccarla dopo una lunga e forzata assenza, lo stesso tepore che si assapora quando si sfiora la persona amata che non si vede da lungo tempo perché distante nello spazio ma non nel tempo e nella mente.

Il nostro scrittore la mattina legge, pensa, fuma, disegna, spacca la legna, spala la neve, scrive. E poi magari si riserva di pattinare sul ghiaccio, di pagaiare in kayak, di provare la sauna (la sua versione slava, la banya), di camminare in mezzo alla candida neve.

Ma poi siamo incappati in Pavel Sapozhnikiv, ventiquattrenne di Mosca, che sta affrontando un’esperienza analoga nelle foreste russe, ma per motivazioni diverse. Anche qui ricorre l’idea di eremita, un giovane che si cimenta nell’ esperimento di vivere 8 mesi dimenticato dal mondo e avvolto solo da neve e freddo, come se fosse nel Medioevo. Nessun contatto con l’esterno, niente elettricità o internet. Solo la sua fattoria, lui e le sue forze fisiche e mentali, un pozzo e gli animali.

Sembrerebbe un reality ma si tratta, invece, del progetto psico-sociologico, concepito da Alexei Ovcharenko dell’agenzia di eventi Ratobor, denominato “Eroe” (vivere intorno all’anno 1100), che vuole mettere a confronto la nuova società con le difficoltà di un tempo, analizzando le differenti reazioni della psicologia umana. Il tutto è iniziato lo scorso settembre e terminerà a fine maggio.
La teoria dietro l’esperimento è quella di “tracciare i cambiamenti sociali e psicologici nelle personalità e di studiare quanto sia importante il supporto degli altri esseri umani”.
Pavel può solo cacciare, allontanarsi da casa per cercare cibo, bagno e fienile rigorosamente esterni. Deve seguire regole strettissime: nutrirsi solo di alimenti pescati, cacciati o raccolti da lui, scaldarsi avvolgendo le gambe in panni spessi, spaccare la legna, mangiare uova (vietati grano, patate e pomodori che allora non c’erano), prelevare l’acqua dal pozzo. L’obiettivo è ripercorrere il quotidiano dei suoi antenati russi che vivevano nel Medioevo in tale area, e comprenderne l’evoluzione, vivendo “da solo, nel passato”.

I luoghi sono stati interamente ricostruiti secondo i libri di storia (con il supporto dell’archeologo Alexander Fetisov, la fattoria è stata costruita usando solo materiali e tecniche che sarebbero stati utilizzati all’epoca) e, in caso di malattia che non lo metta in pericolo di vita, l’eremita deve sbrigarsela da solo come facevano i suoi antenati. Anche gli strumenti sono di quel periodo, basici. Al centro del villaggio vi è un’abitazione con tre stanze: una sorta di sala al centro con un piccolo riscaldamento a legna – focolare, un giaciglio ricoperto di pelli di animali al posto del letto, pesce essiccato e funghi appesi al soffitto, mirtilli rossi e grasso di maiale in un angolo.

Sarà interessante osservare come un uomo può sopravvivere oggi in e alla solitudine. Sommersi e circondati da informazioni e comunicazioni di ogni tipo, è difficile immaginarsi isolati. Arrivare a riuscire a restare da soli potrebbe magari farci avvicinare maggiormente a una reale decrescita felice, dove basta davvero poco, per dirla con Serge Latouche.

Resta il fatto che questo esperimento mi ricorda i libri di Mauro Corona e la sua incredibile Fine del Mondo Storto, dove scompaiono l’energia, il benessere, la modernità; dove non vi sono altri mezzi che le forze fisiche, la manualità e le conoscenze che ciascuno di noi ha della terra, della sua vita, della sopravvivenza che essa sola ci può garantire. Quasi un umile ritorno alla semplicità e alle nostre origini, dove rimarranno solo i più forti, capaci di fronteggiare la natura e la sua grandezza. Confrontandosi da pari. E altrettanto da pari rispettandosi.

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Ti amo da morire

Nella settimana di San Valentino vorrei porre l’attenzione sui sempre più frequenti fatti di cronaca che vedono come protagoniste donne che per amore si fanno maltrattare fisicamente e psicologicamente, fino ad essere letteralmente uccise.

Quando ci si ritrova all’interno di un rapporto malato, fatto di controlli, limitazioni e tendenze alla fusione, non è sempre facile accorgersene in tempo e, soprattutto, trovare il coraggio di uscirne. Un misto tra paura, senso di colpa e dipendenza affettiva caratterizza in genere queste relazioni.

Una mia paziente riferisce: “Pensavo di essere responsabile di ciò che mi accadeva, lui mi ripeteva “se perdo le staffe è per colpa tua!”. Spesso si inizia da una violenza psicologica in cui il partner umilia e sminuisce la compagna facendole credere e convincendola che non vale nulla. Poi dalle offese verbali, che si fanno sempre più veementi, si può passare alle mani. In breve tempo ci si può ritrovare in una gabbia da cui si ha il terrore di uscire. La vergogna di raccontare ciò che si subisce prevale.

La dipendenza affettiva è oggi sempre più diffusa: essa si sviluppa più facilmente in soggetti con scarsa autostima e che hanno vissuto situazioni di abbandono, maltrattamenti di vario genere, violenze fisiche e psichiche solitamente subite nell’infanzia. Sono persone di solito molto dipendenti dal giudizio degli altri e dalle valutazioni altrui: al fine di star bene con se stessi, cercano negli altri chi può dar loro quel senso di autostima che a loro manca; e che, di conseguenza, possono diventare veri e propri ostaggi nelle mani di chi dimostrerà loro affetto o approvazione. Per questo possono incontrare la violenza travestita d’amore.

Quando ci si muove nel territorio dell’amore è difficile orientarsi e individuare luoghi sicuri da cui guardare l’orizzonte. Questo perché, lo sappiamo tutti, è davvero complesso dare una definizione di ciò che è l’amore. Tuttavia, dinnanzi alle ormai innumerevoli tragedie cui assistiamo e che terminano con la morte o il ferimento di una donna, più raramente di un uomo, e il cui movente viene individuato come “passionale”, non possiamo fare a meno di chiederci di che passione si tratti e che cosa essa abbia a che fare con l’amore. Sicuramente, un sentimento che conduce all’annientamento psicologico o fisico dell’altro, se assume il nome di amore, lo fa in modo malinteso, oscuro,  usurpando uno spazio che non gli spetta. Possiamo parlare di un amore “malato”, che spinge ad agire in modo ossessivo e violento, fino al punto, in troppe occasioni, di annullare quello che si ritiene l’oggetto dell’investimento amoroso, togliendogli la vita o impedendogli di vivere.

C’è qualcosa nell’amore che concerne l’eccesso,  la perdita di confine, lo smarrimento. C’è qualcosa di malato nell’amore umano che sembra inestirpabile. L’amore è lo scavalcamento di un limite. L’amore non è un’esperienza di controllo e di padronanza, anzi è esperienza della rottura di un ordine, di un equilibrio, fino allo smarrimento e al disorientamento. Nell’amore malato la spinta appropriativa travalica il limite e la vita può diventare impossibile a causa delle persecuzioni messe in atto dall’altro. Ciò che solitamente spinge ad uccidere è il senso di abbandono conseguente alla separazione dall’altro o alla minaccia di tale separazione. È la non accettazione di tale separazione e l’irrinunciabile senso del possesso dell’altro, che fa dire a un mio paziente: “Ti uccido e poi mi uccido così ti porto con me per sempre!”. È l’idea che senza l’altro non si possa stare né, quindi, esistere. Per questo, spesso, molti uomini dopo aver ucciso si tolgono la vita. “Se tu non ci sei più, io non sono più niente!”.

Il paradosso fondamentale dell’amore umano è che io voglio che l’altro sia solo mio; tutti vogliamo questo quando siamo innamorati: io voglio che tu sia mia perché tu lo desideri, voglio che tu rinunci liberamente alla tua libertà. Ogni amore umano vuole essere per sempre e vuole trasformare un incontro contingente e imprevedibile in un amore per sempre. L’incontro è casuale, ma gli amanti pensano che era già scritto da qualche parte, per questo consultano gli astrologi per avere conferma che nelle stelle era già scritto.

Per combattere il fenomeno della violenza contro le donne, perché la violenza non rimanga soffocata entro le mura domestiche come se fosse normale, le riforme giuridiche, sono necessarie ma non sufficienti. E’ necessario un cambiamento culturale e valoriale. Non basta qualificare un comportamento come illegale per sradicarlo dalla vita quotidiana e dalla mentalità comune. Occorre, invece, modificare abitudini e convinzioni radicate, eliminare stereotipi e immagini degradanti del genere femminile. Occorre imparare a riconoscere l’altro come diverso da sé, assolutamente separato e sopportare la nostra solitudine.

Chiara Baratelli  è psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

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Terre di mezzo: territori e tipicità del Copparese

Territori e tipicità: il gusto autentico dell’accoglienza delle Terre di mezzo è un progetto che mi è stato postato nel settembre del 2012 dall’Unione dei Comuni del Copparese e che ho riletto oggi, dopo una scrematura dei tanti file che riempiono il mio computer.
Un progetto che parla delle Terre di mezzo, un vasto territorio incastonato tra la città e la costa, che comprende i Comuni di Copparo, Berra, Ro, Jolanda, Formignana e Tresigallo, e che simula il soggiorno di un visitatore, un escursionista, un turista attento a muoversi in un ambiente naturale ricco ed interessante, ma ancora in molti tratti inesplorato e non adeguatamente conosciuto ed apprezzato.
Il testo recita, tra l’altro: “….è adatto a quel turista che vuole stare all’aria aperta a contatto
con la natura. Il paesaggio è fatto di terra ed acque, scolpito e forgiato dall’uomo nell’immensa pianura, tanto che vi sono disseminati nelle campagne capolavorid’arte inestimabili (riconosciuti dall’Unesco). Negli itinerari si incontrano antichi e sinuosi percorsi fluviali, argini delle bonifiche, monumenti, chiaviche e manufatti idraulici, palazzi e ville, chiese e pievi e, se ti fermi un po’ puoi assaporare il gusto e il profumo della natura e dell’enogastronomia e non solo. Il tutto in uno “Scrigno delle Sensazioni”, una sorta di cofanetto che il visitatore, potrà riempire viaggiando nel territorio.”

Fa piacere, leggendo, scoprire una grande attenzione agli aspetti più alti della nostra cultura contadina, che bene si coniuga con i tempi nuovi di questo inizio secolo. Allo stesso tempo non si può sottacere lo sforzo profuso, da molti anni, in tante altre lodevoli iniziative proposte allo scopo per valorizzare e promuovere angoli, rioni e borghi di pezzi del nostro localismo.
Ci piace citare, tra l’altro: i manifesti d’immagini di foto di ville, palazzi, chiese; i dvd di una geografia di territori d’ambiente; i percorsi ciclabili, l’incoming turistico e di accoglienza, le narrazioni web, e, per concludere, le parole invitanti che descrivono le bellezze delle Terre di mezzo: “Ti emozioni tra spazi lunghi e tempi lenti; odori e sapori, terre, acque e nebbie dorate; estensi e legati, ville e parchi, eventi e accoglienza”.

Progetti generosi da parte di chi è vocato al turismo e alla sua accoglienza che, però, sono sempre stati sostanzialmente cassati dalle istituzioni locali, anche per un conflitto di competenze e recepimento di funzioni, messe insieme da una burocrazia ancora borbonica che stenta a sciogliersi per dare corso ad azioni concrete.
Ora, proviamo a fare un’operazione di realtà, e a chiedere a chi di dovere se questo progetto dell’Unione dei Comuni è dormiente nei tanti cassetti nei noti palazzi, oppure se sta avanzando e se
lo potremo vedere realizzato a breve.
In una precedente nota ho illustrato i caratteri di un distretto rurale, qui ne abbiamo un esempio; ora aspettiamo che qualcuno non ricada nel sonno.

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La menzogna come nuova categoria politica. Intanto nel Paese cresce la disperazione e monta la rabbia

Sono mesi che Enrico Letta e Matteo Renzi si incontrano, in segreto o in pubblico,da soli o in compagnia, a Firenze, a Roma o da qualche altra parte. Tutte le volte i comunicati ufficiali e le immagini hanno parlato di colloqui proficui, di ampie collaborazioni, dell’impegno di ciascuno dei due nel proprio campo, il primo al governo del Paese, il secondo a fare il sindaco di Firenze e il segretario del Pd.
Oggi siamo, pare, al redde rationem: Letta se ne va (se ne dovrebbe andare) ed al governo, come premier, entra (dovrebbe entrare) Renzi. Mettiamo un doveroso condizionale, non si sa mai. Intorno a quello che Antonio Polito ha definito oggi sul Corriere della Sera “il congresso infinito”, ecco il solito agitarsi, il totoministri, chi va e chi viene, i favorevoli, i contrari, i battaglieri, i prudenti, i vendicativi e così via.
Dunque, alle categorie della (bassa) politica dobbiamo aggiungere sistematicamente la menzogna come fattore costitutivo? La valutazione della politica, comunque, ormai si deve compiere solo sugli atti concreti: i discorsi stanno (quasi) a zero, perché figli di uno Zeitgeist (spirito del tempo) dal respiro e dalle visioni mediocri.
Nel Paese reale, intanto, la gente è sempre più povera, i giovani non lavorano, ci si suicida, si ammazzano le donne e i figli, l’Italia frana, la ‘ndrangheta è la più potente mafia del mondo dopo la scoperta della connection con Cosa Nostra per il traffico di eroina, eccetera. In giro c’è rassegnazione, rabbia, impotenza.
Ha ragione Fiorenzo Baratelli: i detentori del potere politico stiano attenti. E stiamo attenti anche noi. Non solo perchè un demiurgo potrebbe portare l’Italia nel baratro, ma anche perchè la disperazione può generare odio e violenza generalizzati e incontrollabili.

Pavel 183 o la Street Art russa

Da MOSCA – Domenica pomeriggio. Stiamo passeggiando sulla Stari Arbat (o vecchia Arbat), una delle vie culturali più vive di Mosca, distratti da musicisti e pittori, quando al numero 37/2, angolo Krivoarbatsky Lane, notiamo un muro coloratissimo di graffiti che, poco dopo, scopriremo essere dedicato a Victor Tsoy, fondatore del gruppo russo Kino. Qui, nel 1990, e precisamente il 15 Agosto, apparve la prima scritta “Tsoy è morto oggi”. Poco dopo qualcuno replicò “Tsoy è vivo”. Seguirono altre scritte e commenti, il luogo diventò il riferimento dei fan del cantante fino ad arrivare a diventare, oggi, il luogo dove si lascia un biglietto per un amico o si fissa un appuntamento. Si tratta di un importante luogo di scambi e di incontri, punto di riferimento per molti,  nonostante i tentativi, nel 2006, di cancellare i graffiti ad opera dell’Art Destroy Project, falliti per il riapparire di scritte e disegni. Questo muro divenne presto simbolo di libertà.

Rientrata a casa, un po’ stupita ma piacevolmente, mi metto, quindi, a cercare informazioni sulla street art a Mosca, tema che da sempre mi appassiona. Non pensavo di poter trovare anche qui questa forma di espressione, forse perché siamo legati ad un’immagine di un Paese molto chiuso. Ma, anche se la resistenza rimane, non è così. Scopro che pure le scale dell’edificio in cui si trovava l’appartamento di Mikhail Bulgakov erano quasi un “ufficio postale”: le pareti erano completamente ricoperte di illustrazioni e di citazioni tratte dal suo “Il Maestro e Margherita“. Proprio questi due luoghi divennero i primi veri epicentri della street art. I giovani artisti vi disegnavano ciò che maggiormente li preoccupava e che li spingeva a creare.

Trovo, allora, disegni di un certo Pavel, o meglio di Pavel 183. E leggo anche che quando questo giovane vide, a 14 anni, per la prima volta, il muro di Tsoy, che mi aveva tanto attirato, aveva deciso che non avrebbe più smesso di disegnare. Scopro pure, con tristezza, che Pavel, in arte Pasha 183 (o P183), che aveva scelto Mosca come tela per i suoi graffiti, era da poco morto a soli 29 anni, il 1° Aprile 2013, in circostanze, peraltro, ancora non chiarite. Di lui si dice che fosse nato l’11 Agosto 1983, Pavel Pukhov. Perché di lui si sapeva poco, se ne ignorava l’identità. Le poche interviste rilasciate erano state concesse all’ombra di un passamontagna. Anche per questo si era conquistato la fama di “Banksy russo”, diventando famoso perché capace di coniugare arte e denuncia sociale. Scriveva e disegnava sui ponti, sui muri, sulle piazze, lanciava messaggi, apriva dibattiti, faceva riflettere, circolare idee e opinioni, stimolava lo scambio e il dialogo, creando giochi visuali e visivi negli ambienti cittadini più vari. O almeno cercava. Era stato paragonato al writer inglese Banksy, dicevamo, ma anche a Keith Haring.

Pavel riteneva che la sua fosse un’attività creativa, si definiva un ascetico ma non un “artista politico”, amava San Pietroburgo, considerandola la città più europea e aperta della Russia. Si ispirava al grande poeta Vladimir Majakovskij e al suo “Coloriamo la nostra città con vernici multicolore”; d’altra parte anche Sergej Aleksandrovič Esenin componeva i suoi versi per strada. La strada, questa grande fonte di ispirazione. Ne sono stata sempre convinta. Scavando e approfondendo ancora un po’, si può notare (e ricordare) che, qui, nel 1919, dopo la Rivoluzione, i vagoni merci su cui venivano trasportate le truppe venivano spesso decorati da artisti rivoluzionari. E, per questo, Pavel diceva che la street art era figlia del situazionismo, ossia dell’arte della rivoluzione per le strade, definendosi, in sostanza, un “autore satirico di strada”. Concordiamo in pieno. L’arte deve criticare la società ma non fare / essere politica.

Nel 2005, l’artista aveva girato il film Skazka pro Alënku – 2005 (La favola di Aljonka 2005), in cui la bambina raffigurata sulla confezione del cioccolato Aljonka diventava una sorta di emblema dei bambini contemporanei. Secondo l’autore, ognuno è costretto a vendere sé stesso fin dall’infanzia. Così è la vita nel mondo contemporaneo: ciascuno di noi, come un’anonima e perduta Aljonka, viene venduto e comprato contro la propria volontà. Di cui riflettere. Fra i tanti graffiti, Pavel aveva dipinto, nell’agosto 2011, poliziotti in tenuta antisommossa che calciavano passeggeri in uscita dalla metropolitana, un paio di occhiali neri (il più famoso), sul suolo ricoperto di neve, con un lampione al posto di una stanghetta, una mitraglietta nera e minacciosa a fianco di una telecamera, barrette di cioccolato dipinte sul cemento, simbolo, a suo dire, della commercializzazione dell’arte e della vita. Tavolette in cemento che, proprio perché fatte di un materiale resistente e pesantissimo, non possono essere acquistate da nessuno.
Con l’arte cercava di attirare l’attenzione dei suoi compatrioti sulla politica di Putin e i problemi della società russa. Si definiva come un “anarchista”, per il quale disegnare era vivere. Alla domanda su che cos’è la cultura, rispondeva “un sistema di divieti”…
Peccato che non potremo vedere la continuazione della storia.

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I dati regionali sui rifiuti, Ferrara attardata sulla via della raccolta differenziata

Prendiamo qualche spunto dal recente rapporto regionale, Report Rifiuti 2013, decima edizione del monitoraggio annuale prodotto dalla Regione Emilia-Romagna e da Arpa Emilia-Romagna.

Se da una parte a Parma e Reggio Emilia si raccolgono in modo differenziato più del 60% dei rifiuti urbani, Piacenza, Modena, Ravenna e Rimini hanno già superato il 50% di raccolta differenziata, mentre le province di Ferrara, Forlì-Cesena e Bologna registrano valori compresi tra il 40 e il 50%. Il dato della raccolta differenziata varia significativamente anche a livello di singoli Comuni con 75 realtà che nel 2012 hanno raggiunto e superato l’obiettivo di legge del 65%. I valori rilevati confermano le difficoltà dei piccoli Comuni dell’Appennino e dei grandi centri abitati come Bologna a raggiungere elevati standard di raccolta differenziata.

Più interessanti sono i dati del sistema impiantistico regionale. Quanto raccolto in maniera differenziata viene avviato ai 20 impianti di compostaggio e agli oltre 200 impianti per il recupero delle frazioni secche presenti sul territorio regionale. I valori dell’indice di avvio a recupero, calcolati sui dati 2011, forniscono indicazioni sulla qualità della raccolta differenziata. Essi variano da un minimo del 74% per la plastica a valori superiori al 90% per umido, carta, vetro metalli e legno, confermando che, per le principali frazioni differenziate la quasi totalità del raccolto è reimmesso nel ciclo produttivo.
I rifiuti indifferenziati residui, oltre 1.334.000 tonnellate, hanno trovato collocazione in un articolato sistema di impianti costituito da 8 inceneritori con recupero energetico, 8 impianti di trattamento meccanico-biologico e 19 discariche per rifiuti non pericolosi. In linea con le indicazioni delle politiche europee, negli ultimi 3 anni in regione si è registrato una diminuzione dell’utilizzo delle discariche ed un aumento dell’avvio a recupero energetico per lo smaltimento dei rifiuti indifferenziati.

Il tema fondamentale è il riciclo. Su questi dati propongo qualche riflessione. La credibilità del sistema di raccolta differenziata è fondamentalmente basata sulla necessità di offrire garanzie circa il rispetto degli obiettivi non solo in termini di percentuali di rifiuti raccolti in modo differenziato, ma anche in termini di qualità del differenziato stesso. Maggiore trasparenza deve essere posta ad esempio sui criteri con cui raggiungere dette percentuali, smascherando in alcuni casi risultati apparentemente positivi, ma ambientalmente discutibili. Confondere ancora tra raccolto e riciclato non conviene a nessuno, né utilizzare differenti criteri per definire le percentuali dei quantitativi raccolti.

Rimane allora da valutare quale sia la migliore soluzione possibile e, per fare questo, serve un’analisi di dettaglio sia del materiale immesso sia della capacità di raccolta differenziata e della possibilità di reale riciclo. A questo proposito vale la pena ricordare che per “raccolta differenziata” si intende quanto separato alla raccolta in base al tipo e alla natura dei rifiuti (anche al fine di facilitarne il trattamento), mentre per “recupero” si intende ogni operazione utile all’utilizzo di materiale in sostituzione di altri. Si ritiene importante citare a tale proposito un articolo (di sei anni fa) della direttiva 2008/89/CE fondamentale per il futuro del riciclaggio, Art. 11, comma 2: “Al fine di rispettare gli obbiettivi della presente direttiva e tendere verso una società europea del riciclaggio con un alto livello di efficienza delle risorse, gli Stati membri adottano le misure necessarie per conseguire entro il 2020, la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio di rifiuti quali, come minimo, carta, metalli, plastica e vetro provenienti dai nuclei domestici, e possibilmente di altra origine, nella misura in cui tali flussi sono simili a quelli domestici, sarà aumentata complessivamente almeno al 50% in termini di peso.”

Lo spirito guida della programmazione deve tendere allora alla ricerca del massimo riciclo (non della massima raccolta differenziata), indipendentemente, o comunque senza limitarlo, dal raggiungimento di uno specifico obiettivo generale che potrebbe essere non il massimo raggiungibile. E’ importante dunque definire con criteri innovativi le raccolte differenziate con obiettivi di riciclo per materiale, calcolato sulla base dell’immesso. Argomento di grande importanza poi è la realizzazione di concrete forme di incentivazione o di premio ai cittadini particolarmente virtuosi, e dunque solo per chi supera con il proprio contributo la media ottenuta sul territorio.

Per quanto attiene più in generale le raccolte differenziate, si ritiene inoltre che possa essere utile richiedere l’obbligo di certificazione di avvenuto riciclaggio. L’analisi della destinazione dei materiali derivanti dalle operazioni di raccolta differenziata è diventato un elemento fondamentale per la trasparenza del servizio prestato e per la garanzia di rispettarne le regole. I cittadini talvolta, infatti, sono scarsamente motivati alla collaborazione perché temono che poi il risultato finale non corrisponda a quello dichiarato; in troppi permane ancora il dubbio che “tutto poi finisca in discarica”. Abbiamo dunque il dovere di certificare l’avvenuto riciclaggio con procedure e regole chiare, meglio se controllate e appunto certificate da terzi autorizzati per tale attività (vedi tracciabilità).

Anche la qualità del materiale raccolto legato ai concetti di impurità e scarto è un tema che richiederebbe maggiore attenzione. Deve crescere la consapevolezza che il materiale pulito da impurità (altri materiali) ha una migliore possibilità di riciclo e dunque un valore maggiore. Vanno poi anche favorite maggiori indagini di soddisfazione del cliente mirate a capire i disagi e le difficoltà degli utenti nel favorire lo sviluppo delle raccolte differenziate. Spesso una scarsa informazione produce scarsa partecipazione. Indagini autoproclamanti e talvolta promozionali mal si conciliano con il bisogno di conoscere e capire come poter migliorare il servizio. Frequenti, metodiche e costanti informazioni sui livelli raggiunti, sul grado di impegno e sui risultati ottenuti per sub-ambiti o ancor meglio per aree (circoscrizioni, strade, condomini, etc.) aiuterebbero quel sano confronto che favorisce la partecipazione e il coinvolgimento.

Istruzioni per l’uso del nuovo sistema elettorale (con traduzione in italiano)

È stato chiamato Italicum e poi ci ha pensato Giovanni Sartori a battezzarlo Bastardellum, dopo che egli stesso etichettò il Mattarellum e, in seguito, il Porcellum.
Se non si fosse capito si parla di legge elettorale. È la quadra che Matteo Renzi ha distillato dopo l’incontro con Silvio Berlusconi. Un quarto modello rispetto agli iniziali tre che il segretario nazionale Pd ha lanciato, nel tentativo di sbloccare un estenuante stallo politico, nonostante i ripetuti appelli del Capo dello stato e, soprattutto, dopo che la Corte costituzionale ha gambizzato la Porcata di Calderoli.
È facile immaginare che da fuori qualcuno spalanchi gli occhi a sentire tale lessico, ma questa è la politica italiana.

L’estensore della proposta renziana è Roberto D’Alimonte, che preferisce chiamarla Italicum e confessa sul Sole 24 Ore (31 gennaio) che, sì, avrebbe preferito un modello alla francese. Un conto però sono i desideri e altra cosa la realtà. Lo scrive chiaro e tondo sullo stesso quotidiano in un botta e risposta con Sartori, in cui i due si danno, senza esclusione di colpi, dell’idealista e del realista.
Da una parte D’Alimonte avrebbe al fine scelto di fare il “consigliere del Principe”, mentre quest’ultimo si difende dicendo che nell’impossibilità di perseguire le “soluzioni esatte” occorre mettersi sulla strada del possibile.

Intanto, un’altra questione che ha sollevato polvere e scintille è l’accordo cercato con il Cavaliere.
Da una parte, chi rileva l’errore commesso da Renzi di avere rimesso in gioco, addirittura come padre costituente in petcore, il leader di Forza Italia, nel frattempo messo game over da una sentenza definitiva della magistratura. Dall’altra, chi ribatte che se da quella parte tutti riconoscono Berlusconi come leader indiscusso, è inutile parlare con dei portatori d’acqua quando chi decide è il capo della cisterna.

Ma vediamo come il nuovo sistema di voto, salvo ulteriori modifiche, dovrebbe funzionare.
L’idea è un sistema proporzionale con collegi piccoli, dovrebbero essere in tutto 148, e un numero di candidati dai tre ai sei in ognuno. Le liste per collegio sono bloccate, cioè non è possibile esprimere preferenze sulla scheda elettorale. C’è poi una soglia di sbarramento per accedere alla Camera (a seguito infatti della riforma costituzionale, data per prossima, il Senato non sarà più elettivo), che in un primo tempo era del 5 per cento, poi ridotta al 4,5, per i partiti che si presentano in coalizione, mentre sale all’8 se corrono da soli. Chi raggiunge il 37 per cento dei voti (in origine il 35) si aggiudica un premio del 15 per cento, raggiungendo la maggioranza assoluta.
Se nessuno ce la fa, i due più votati – partiti o coalizioni – ricorrono ad un secondo turno (ballottaggio) e chi vince governa.

Prima ancora di giudicare se sia cosa buona e giusta, forse non sarebbe male tentare di comprendere meglio la questione con la chiave di lettura del classico “a chi giova”, visto che pare assodato che le leggi elettorali siano complicate partite a scacchi fra chi si guarda in cagnesco, mentre l’interesse generale è ormai argomento da libri.

Innanzitutto quella soglia di sbarramento, quasi tedesca, eliminerebbe i piccoli, salvo un meccanismo detto “salva Lega”, secondo il quale per chi si presenta in non più di 7 regioni basta raggiungere il 9 per cento dei voti in sole tre circoscrizioni.
Uno a zero per la destra, si direbbe, visto che la Lega è prevedibile che continuerà ad abbaiare, ma poi finirà per tornare alla mangiatoia.

Il secondo turno sembra invece un punto a favore per Renzi strappato al Cavaliere, consapevole che il proprio elettorato va convinto, si dice, a recarsi a votare anche al primo.

Le liste bloccate, tutto sommato, potrebbero fare comodo ad entrambi, visto che un Parlamento di nominati significa, tendenzialmente, gruppi parlamentari più docili.

Più intricato il trittico soglia di sbarramento, candidature in più collegi, ipotesi scartata in un primo tempo e poi ammessa con un tetto di 3-4 collegi, e le recenti aperture di Berlusconi sulle preferenze.
Qui è curioso che dopo i referendum di Segni nei primi anni ’90 per eliminarle, perché piaga endemica di mercato elettorale e mafie, si ritorni a gridare per reintrodurle in nome della trasparenza.
Da allora corruzione e criminalità organizzata in Italia non risulta siano state debellate.

Comunque sia, parrebbe di capire che le preferenze, pensando alla composita coalizione di destra e con il recente ritorno del figliol prodigo Casini, autentico flaneur della politica italica, possano fare buon gioco da quella parte (specie se qualcuno arrivasse a fatica al 4,5), per quanto non è esclusa una partita aperta pure in casa Pd sui nomi.
Se uno come Cuperlo le vuole, un motivo ci sarà.

Mentre sulle pluricandidature, anche se non illimitate, il nome Silvio continua a fare la differenza soprattutto a destra, come insegnano le elezioni del febbraio 2013.

In conclusione, se si vuol dare senso alle parole che girano, si potrebbe dire che Berlusconi ha tutto l’interesse a mettere insieme da quella parte capre e cavoli, diavoli e acque sante, pur di arrivare al fatidico 37 per cento al primo round e beccarsi il premio che lo porterebbe al 52.
Poi governare con gente che continua a mandarsi a quel paese è tutto da vedere, ma intanto quel che conta è vincere.

Per Renzi, invece, a sinistra del Pd è rimasto poco più che il deserto e, magari pensa di giocarsela al doppio turno, specie con le truppe grilline rimaste fuori partita e orfane delle loro stelle. Lo stesso ritocco dal 35 al 37 come soglia del premio al primo turno, secondo questa ipotesi potrebbe complicare le cose proprio in casa Arcore.

Sempre che la Corte costituzionale non riaccenda il semaforo rosso, perché liste bloccate e premio di maggioranza sono, sì, meno ingombranti, ma ci sono ancora.

In ogni caso, molto potranno dire le prossime elezioni europee di maggio, ancora una volta un test importante per scrutare più il cortile di casa piuttosto che rafforzare il sogno di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.

Un giorno (qualunque) nella metropolitana di Mosca

Da MOSCA – Fuori fa freddo, nevica, tutto si sta imbiancando velocemente mentre i taxi fanno lo slalom fra gli immensi spazzaneve che cercano spazio per fare altro spazio. Le luci del Natale e del Capodanno sono ancora accese, è quasi buio e i tronchi d’albero ai lati delle strade affollate sono ancora avvolti, quasi abbracciati, da fili di illuminazioni azzurro-cielo e bianco-diamante. I raggi di luce si proiettano sugli infiniti passaggi pedonali e sul tuo volto intirizzito; tutto scintilla, tutto sfavilla, tutto è animato. Anche gli edifici sono decorati allo stesso modo. Quasi avessero la testa adornata di coroncine luccicanti, a volte intermittenti, a volte fisse. E fisso è il tuo sguardo all’insù, sempre stupito da quei bagliori che sembrano non volersi mai spegnere, da cartelloni pubblicitari che lampeggiano, da palazzi abbelliti da luci di ogni tipo, da stelline e fiorellini che non lasciano spazio a brutti pensieri. Avvolto da un’atmosfera quasi magica, pensi che forse sia meglio ripararsi dai quei fiocchi a dire il vero un po’ prepotenti, rifugiandoti nel caldo ventre della metropolitana moscovita. Pronta ad accoglierti, per alcuni a divorarti. Ma noi vogliamo coglierne lo spirito materno che ci protegge da intemperie e avversità cittadine. E poi è un giorno lavorativo, stiamo rientrando da una corsa al supermercato e, con la neve che incombe, ci pare la soluzione migliore.

Ammetto che la profondità di questa metropolitana non mi piace, mi spaventa da sempre, anche perché soffro di claustrofobia, ma va anche detto che lo spettacolo merita uno sforzo. Si tratta, infatti, di una delle maggiori attrazioni turistiche della capitale. Difficile da immaginare, solitamente la vediamo come un semplice mezzo di trasporto spesso noioso e fastidioso, ma entrare qui ha un altro sapore, perché siamo in un museo a cielo aperto. E poi ci sono storia e storie dietro, alcune reali altre di fantasia. E non solo della mia. Una penna non basterebbe.

La mia stazione preferita è sicuramente quella del Park Kultury (Parco della Cultura), inaugurata insieme alle altre della prima tratta della metropolitana moscovita il 15 maggio 1935. Mi piace, non solo perché vicino casa, ma per il suo nome e il suo colore. In essa predomina, infatti, il bianco, un bianco candido, latte, luminoso e pulito. E a me piace questo colore. La stazione è a due piani e gli architetti Krutikov e Popov, che la disegnarono, scelsero, per essa, decorazioni ispirate all’antica Grecia: lungo le banchine vi sono 22 pilastri ricoperti in marmo crimeano Kadykovka, sormontate da capitelli, lungo le mura altri pilastri ma decorati a mosaico. I sovrappassi pedonali, che conducono agli ingressi, sono ricoperti di piastrelle metallo-plastiche, balaustre bianche con eleganti corrimano in marmo. Le mura dei corridoi che portano agli ingressi sono in marmo degli Urali. In questi giorni in cui si parla tanto di atleti, questo luogo è un vero inno allo sport e all’armonia del corpo. La stazione è una delle poche della rete che è rimasta quasi immutata sin dalla sua costruzione, ad eccezione della ripavimentazione in granito della banchina e del rinnovo dell’illuminazione. Quest’ultima consisteva di bellissimi lampadari al centro, corredati da lampade semicircolari alle pareti; con l’introduzione delle lampade a luminescenza, lampadari e lampade furono sostituiti. All’inaugurazione, la stazione aveva un nome ben più lungo: Central’nji Park Kul’tury i Otdycha imeni Gorkovo (Parco Centrale della Cultura e dell’Agiatezza Maksim Gorkij). Nel 1980, con i Giochi Olimpici a Mosca, il nome fu abbreviato. Se entrate qui, rimarrete colpiti dalle sculture, dalle statue, da come un luogo di cultura di colore bianco possa improvvisamente apparire sotto terra, ad illuminare la giornata, i passi e i pensieri di tutti, quando in posti come questi ci si aspetta solo buio, grigio e mancanza di aria e di luce.

Ma questo posto è uno dei tanti. Le stazioni della metro sono numerose e molte di queste sono bellissime, soprattutto quelle dell’area centrale della città. E hanno anche cambiato nome, spesso. La stazione della metropolitana Giardino di Alessandro, Aleksandrovskiy Sad, quella che si affaccia sui bellissimi e curati giardini vicino al Cremlino, per intenderci, venne aperta al pubblico nel maggio 1935. All’epoca si chiamava Via Komintern, dal nome della strada sotto la quale fu costruita e dove si trovava la sede del comitato esecutivo del Komintern (l’organizzazione internazionale del proletariato rivoluzionario che riuniva i partiti comunisti dei vari paesi). Nel 1946, la strada cambiò nome e venne chiamata via Kalinin, in omaggio a un importante uomo di stato sovietico, il cui un busto in granito venne installato all’interno della stazione. Nel 1990, alla via venne restituito il suo nome originario, via Vozdviženka e, pertanto, anche il nome della stazione cambiò e venne ribattezzata dall’omonimo giardino di Alessandro situato vicino alla sua uscita. Essa segue lo schema di una stazione ferroviaria e ha un soffitto sorretto da tre file di colonne ottagonali. La fila in mezzo ai due binari non ha un rivestimento particolare, mentre le colonne delle due file laterali sono rivestite di marmo bianco. L’illuminazione è affidata a plafoniere semisferiche al centro di cassettoni quadrati che decorano il soffitto. Le pareti della stazione sono ricoperte di mattonelle azzurre. Bella e incantevole anche questa.

Se si vuole, invece, scendere alla fermata che porta direttamente alla Piazza Rossa, usciremo, allora, alla stazione di Ohotnyj Rjad, quella che più di tutte le altre ha cambiato nome da quando è stata costruita. Il suo primo nome è stato Ohotnyj Rjad, nome che ha tutt’oggi dopo vari cambiamenti. Ohotnji Rjad significa Via della Caccia, ma rjad vuol dire fila, riferendosi alle file di chioschi in legno situati, dal XVII secolo al XIX, in una via limitrofa, adibiti alla vendita della cacciagione. Ma già nel 1955 si decise di ribattezzare questa stazione, dandole il nome di Lazar Kaganovič, incaricato di attuare il progetto di costruzione della metropolitana di Mosca. Così dal 1955 al 1957 la stazione portò il nome di questo importante uomo di stato dell’epoca staliniana. Dopo la morte di Stalin, Kaganovič si oppose alla destalinizzazione e, accusato di aver cospirato contro Chruščëv, venne destituito da ogni carica politica e espulso dal partito. Alla stazione venne, quindi, restituito il suo vecchio nome, ma per poco. Nel 1961 fu ribattezzata Prospekt Marksa, in onore di Carlo Marx. Solo nel 1990 tornò a chiamarsi Ohotnij Rjad. Essa è costituita da una sala centrale sormontata da tre grandi volte a cassettoni alle quali vennero appesi lampadari sferici. Le volte poggiano su pilastri rivestiti di marmo bianco e grigio. Le pareti sono ricoperte con piastrelle in ceramica bianca e il pavimento è in granito grigio. Fra le decorazioni c’è ancora il ritratto di Marx, realizzato in mosaico negli anni ‘60, mentre è stata rimossa la statua di Stalin che si trovava all’uscita nord.

Molti altri nomi di stazioni sono stati cambiati nel tempo, in particolare dopo la caduta dell’Unione Sovietica, quando i nomi sovietici furono sostituiti con i nomi originari. Qualcuno vi ha ambientato romanzi e storie; si potrebbe, in effetti, scrivere molto su di essa o stando in essa, esplorandola con curiosità e attenzione per qualche giorno. Oltre ai luoghi, essa è viva e pulsante per le persone e le storie che queste portano con sé, lì dentro, là fuori. Nel mondo. Tutto cambia, almeno un po’.

Così, ancora, l’antica Dzerzhinskaya è diventata Lubjanka (Feliks Edmundovič Dzeržinskij era il capo della polizia segreta Čeka, precedente al KGB, nome da cambiare…). Sopra di essa si trova la famosa Lubjanka, il quartier generale dei servizi segreti. Nel 1990, dopo aver rinominato piazza Dzerzhinskij con il suo nome storico, ossia piazza Lubjanka, anche alla stazione della metropolitana venne assegnato questo nome.

La stazione di Kirovskaya è divenuta quella di Čistye Prudy. Sergej Kirov era un protetto di Stalin e membro del Comitato Centrale, poi vittima della stessa caduta di Stalin. Nel 1990, il nome della stazione venne sostituito con quello di uno stagno nelle vicinanze, lo stesso che Alexander Menshikov, il favorito di Pietro il Grande, aveva fatto ripulire, denominandolo appunto Čistye Prudy (“Stagno pulito”).

C’è poi Novoslobodskaya, famosissima per le 32 vetrate colorate opera degli artisti lettoni E. Veylandan, E. Krests, e M. Ryskin. Ogni pannello, circondato da un bordo elaborato, è posto in uno dei piloni della stazione, illuminato dall’interno. Ci si può specchiare o immaginarsi un personaggio di una delle storie ricamate sui vetri. Piloni e archi tra di essi sono ricoperti di marmo rosa degli Urali. Alla fine della banchina vi è un mosaico di Pavel Korin intitolato “Pace nel Mondo”.

Con questa immagine vi vogliamo lasciare, le stazioni sono tante e molte altre meriterebbero un commento. Se pur spiacenti, vi lasciamo allora, in attesa di percorrere ancora insieme le strade di Mosca, alla scoperta di nuovi posti e di tante curiosità. C’è davvero tanto da raccontare…

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Piccolo viaggio tra le seguaci della Ragazza con l’orecchino di perla

Una ragazza che fa scuola. E’ quella “con l’orecchino di perla” di Jan Vermeer in mostra a Bologna, palazzo Fava, fino al 25 maggio. Un capolavoro di uno dei pittori fiamminghi più conosciuti e riconoscibili. Un’occasione per vedere a distanza ravvicinata questa tela così nota. E anche un’occasione – per chi ama gli accostamenti, le divagazioni e i rimandi – per un piccolo viaggio tra le seguaci di questa fanciulla dipinta o, per usare un linguaggio più attuale, tra le sue follower…

Locandina del film "La ragazza con orecchino perla"
Locandina del film “Girl with pearl earring” in versione originale con Scarlett Johansson e Colin Firth

Come tutte le opere che riescono a raggiungere una fama e una popolarità così vasta, la “Ragazza” diventa icona, prototipo sul quale esercitare fantasia, sogno, indagine e magari anche gioco. Sul suo viso non è arrivato il pennello dadaista di Marcel Duchamp a dissacrare il mito trasformandolo nel simbolo di un movimento artistico di rottura, come è successo con i baffi sulla Gioconda. Ma ci sono tanti lavori e citazioni interessanti, che fanno spaziare i nostri occhi e la nostra immaginazione.

Primo fra tutti i rimandi di questa lista che sarà di per sé parziale e soggettiva è quello doveroso che porta al film intitolato come il quadro, con Scarlett Johansson che incarna la ragazza stessa a distanza di 338 anni (dal 1665 al 2003) impressionando con le sue fattezze la pellicola di Peter Webber. Certamente una ripresa – quella cinematografica, basata sul romanzo omonimo di Tracy Chevalier – che è stata anche fonte di divulgazione tra un pubblico più ampio, che ha esteso il fascino di quel quadro tra tanti spettatori non necessariamente appassionati d’arte e con la capacità di coinvolgimento di massa che solo il cinema sa trasmettere grazie alla sua commistione di immagine, musica, narrazione.

Anomala nella sua forma espressiva e proprio per questo notevole, è la versione commestibile della “Ragazza”, resa dalla blogger norvegese Ida Skivenes. Attraverso Instagram e il suo blog, IdaFrosk si fa conoscere per la sua passione: raccontare i quadri utilizzando il cibo tagliato ad arte sopra una fetta di pane.

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La “Ragazza con l’orecchino di perla” in uno dei panini ad arte della norvegese Ida Skiveness

Ecco quindi il turbante reso con una striscia di formaggio con le tartine usate come se fossero tele, dove gli asparagi possono diventare alberi di Van Gogh e i filetti di peperone rosso, giallo e verde le pennellate dell’Urlo di Munch.

Un’artista-fotografa che parte dai capolavori pittorici per fare una riflessione sugli stereotipi legati alla differenze etniche è invece Elizabeth Kleinveld, che la “Ragazza con l’orecchino” ha voluto re-immaginarla con i lineamenti di una giovane asiatica. Sotto a turbante e velluti assolutamente simili a quelli dell’epoca, il ritratto mostra spiazzanti occhi a mandorla. Questa e altre tele fotografiche sono state esposte in novembre dall’artista statunitense nella galleria Rizzoli di Bologna, quindi a poca distanza dal palazzo che ora ospita la sua illustre antenata.

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La versione fotografica della “Ragazza con l’orecchino di perla” dell’artista statunitense Elizabeth Kleinveld

Da non tralasciare per l’originalità della materia espressiva è infine il lavoro di Marco Sodano, che utilizzando i mattoncini Lego ha fatto ricomparire quella “Ragazza” con una tecnica che esplicita le modalità descrittive del digitale usando le tessere del gioco come macroscopici pixel. Il famoso quadro si riconosce per le forme, ma ovviamente i particolari si perdono nei pezzettini da costruzione. Un lavoro apprezzabile anche per il messaggio che lancia, che è quello che dietro al gioco si nasconde l’anima dell’arte. Perché il divertimento può essere il motore della creatività, la passione e il sogno piccole tessere che danno senso al mosaico della vita.

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La Corte dei Conti apre gli occhi: il patrimonio artistico italiano “vale”!

Da qualche giorno ci viene proposta, sbandierata  sui media con clamore e clangori, la decisione della Corte dei Conti che, tramite un suo membro, pensa di richiedere una cifra enorme alle agenzie di rating le quali, dal 2011, hanno penalizzato l’Italia declassandola e classificandola tra le nazioni  “pig”, quindi responsabile con altre di quelle economie-spazzatura che s’identificano come una delle cause determinanti del tracollo dell’economia europea e globale. Sembrerebbe che il ricorso abbia come input iniziale una grave dimenticanza delle agenzie, quella cioè di non contare nelle ragioni addotte quanto “vale” economicamente l’immenso patrimonio artistico di proprietà della Nazione. Mi si perdoni l’uso del virgolettato per esprimere concetti a me particolarmente ostici e quindi da lasciare agli esperti di questo settore, ma soprattutto per non incorrere nelle severe e giuste reprimende dell’assessore ferrarese Marattin.

Ho cercato quindi di avvalermi nella riflessione di un bell’articolo di Francesco Erbani apparso su “La Repubblica” del 6 febbraio, delle considerazioni di Salvatore Settis sul medesimo giornale e nella stessa data, e del parere dell’amico Fabio Donato espresso nell’Introduzione al suo recentissimo libro La crisi sprecata, Aracne editrice in uscita in questi giorni. Ma partiamo da Marattin che così delinea la figura del procuratore che ha promosso l’azione contro le agenzie e che si può leggere nel suo diario di Facebook: “Angelo De Dominicis, il procuratore regionale della Corte dei Conti del Lazio che ha chiesto 351 miliardi di danni alle agenzie di rating. Al suo attivo un libro di poesie e un saggio che intreccia le vite di Andreotti, Paolo Conte e Tinto Brass. E voi c’avete paura della Troika.” Un giudizio pesante che però rende bene conto di quella intricatissima vicenda che progressivamente sta minando le ancor sempre più fragili resistenze del patrimonio culturale italiano. Cominciando dall’ignobile vicenda dei tagli all’insegnamento della Storia dell’arte nelle scuole secondarie (o almeno in parte da esse) di cui responsabile prima è stata la mai deprecata gestione Gelmini ex Ministra della Cultura e la debole e confusa difesa della attuale Ministra Carozza, vicenda che c’entra eccome perché potenzialmente, ma non solo, toglie alle giovani generazioni la possibilità di rendersi conto di che cos’è il patrimonio artistico, poetico, paesaggistico di cui l’Italia è la massima detentrice mondiale. Un’efficacissima immagine che mi è arrivata su fb, mostra la Dama con l’ermellino di Leonardo con questa dicitura “Milano 2020. La sciura con il cane in braccio”, evidente ironia sulla probabile incapacità delle generazioni future di non sapere riconoscere i grandi capolavori della nostra arte. E per finire in gloria, la “riorganizzazione” della gestione dei Beni Culturali di cui riferisce con chiarezza degna di tutta condivisione Vittorio Emiliani nell’ “Unità” del 7 febbraio scorso. Problemi enormi che potrebbero portare alla paralisi della gestione di quello che sciaguratamente in vena di compiacimenti elettorali venne chiamato “giacimento” o “riserva” del patrimonio culturale d’Italia di cui ci si riempie la bocca, che si teme possa cadere nelle mani dei privati ma dei quali nello stesso tempo s’invoca la presenza. Da qui un tentativo di riorganizzazione delle funzioni ministeriali proposto dal Ministro Bray che sembra sia assai debole e non sposti di molto il macigno della gestione dei Beni Culturali.

Francesco Erbani propone un esempio ferrarese per rendere conto del significato che si deve dare al termine valore. Erbani ben conosce la realtà ferrarese, avendo collaborato per molto tempo con Paolo Ravenna e con Italia Nostra, e in quell’occasione ho potuto rendermi personalmente conto della capacità di affrontare questi problemi da parte del valente giornalista. La sua riflessione prende spunto dal giudizio di Paolo Leon, autore del discusso ma stimolante Economia della cultura (Il Mulino editore) che asserisce: “E’ che alle agenzie di rating non interessa tanto il contributo della cultura al valore del patrimonio, quanto il valore di mercato della fruibilità del bene.” Un discorso assai interessante se si pensa che, anche affidando a 10 in una scala di valori che vada dall’1 al 10 e dando un plus valore oltre al 10 al verso dantesco “patrimonio” italiano “la bocca mi baciò tutto tremante”, non potrò mai spenderlo quel verso o monetizzarlo. Così Erbani ripropone l’esempio ferrarese analizzato da Leon che indaga il valore delle Mura ferraresi: “Abbiamo calcolato quanto spazio quelle mura hanno sottratto ad una potenziale espansione della città proprio in quel luogo: il mancato guadagno in termini, diciamo, di speculazione edilizia è il valore di quelle mura”. Ma, analizzando l’affermazione di Leon, Erbani propone d’individuare che cosa sia quel valore ipotetico “che indicizzato nei secoli, serve ai cittadini di Ferrara, insieme alla sua bellezza intrinseca, per capire che importanza ha la cinta muraria e quanto conviene tutelarla al meglio”. Per concludere – con mia piena condivisione –  che “non essendoci compratori possibili, quel valore serve per aumentare la consapevolezza civica”. Sarebbe il risultato più eticamente nobile che si possa dare al valore dell’opera d’arte o del monumento!

Altrettanto significativo, e per me risolutivo, l’intervento di Salvatore Settis di cui nessuno può mettere in dubbio la capacità e la perizia che si assommano alla sua indubitabile e affascinante storia scientifica. Come si sa, a seguito di non sempre piacevoli polemiche, lo studioso si è dimesso dal suo ruolo di consulenza al ministero per assumerne uno dirigenziale al Louvre, dalla cui esperienza trae alcune preziose considerazioni. A cominciare dalla monetizzazione dei beni storico-culturali e del paesaggio che altro non si può definire come un falso problema (e secondo Costituzione!), perché i beni culturali altro non possono e non devono  essere “ciò che la memoria e l’anima sono per ognuno di noi” per cui va rilevata l’inutilità, o meglio la stupidità e la pericolosità, di monetizzare l’opera d’arte o il paesaggio o un verso di Dante. Al prezzo si deve opporre il valore. E da qui partire per quell’ “économie de l’immatériel” che è diventata l’arma risolutiva della Francia di questo particolare problema: “C’è una ricchezza inesauribile, fonte di sviluppo e di prosperità: il talento e la passione delle donne e degli uomini”. Una splendida (e posso aggiungere commovente) dichiarazione di principi e, per dirla con Settis, “Talento e passione innescati, alimentati, sorretti dalla memoria culturale”. E questo grande intellettuale prestato alla Francia, perché qui è guardato con sospetto o appare troppo rigoroso per le nostre menti di “itagliani”, perché non può o non deve diventare ministro dei Beni culturali? I valori immateriali possono produrre economia come ben si evince dall’esempio francese; ma in Italia tutto questo rimane (e non si sa per quanto) lettera morta. Ne abbiamo esempi anche nostrani quando la presidente della Provincia di Ferrara, inaugurando il convegno dell’Arci, sostiene che quella associazione fa politica culturale attiva (e non si sa cosa cosa facciano le altre meno fortunate associazioni culturali storiche della città, poverette) perché – testuale – “noi non abbiamo mai disinvestito in cultura ma questa consapevolezza non è così diffusa oltre il nostro territorio” in quanto qui non c’è come altrove “un atteggiamento eccessivamente rivendicativo e polemico”. Alla grazia! Con quello che a Ferrara è accaduto riguardo alle politiche culturali, andrei un po’ più con i piedi di piombo, evitando trionfalismi che mi sembrano perlomeno un po’ fuori tono. Ma soprattutto rimanendo misterioso quell’altrove.

A questo punto ben sovviene l’analisi di Fabio Donato che nella sua Introduzione a La crisi sprecata invoca un radicale cambiamento dei modelli di governance “che si basi sulle logiche di network, su criteri di apertura e trasparenza e su forme di partenariato con i soggetti privati” (p.8).  Ciò che Donato ritiene necesario è passare dal modello manageriale “micro” a quello “meso“, quest’ultimo “riferito ad aree territoriali omogenee sotto il profilo culturale, che sia coerente con le caratteristiche del nostro patrimonio culturale”. La proposta che prosegue attraverso un’analisi economica assai stringente ha i suoi vantaggi e tenta la risoluzione della crisi attraverso una puntuale analisi. Ma in città, di questo, mi pare non se ne sia ancora tenuto conto.

Come del resto, a proposito della scambio e dell’interazione tra pubblico e privato, mi pare importante accogliere le parole di Settis che domanda se sia possibile in Italia “distinguere chi entra in un museo con lo spirito del donatore da chi vi entra solo per far profitti?” E si veda la vicenda dell’ esibizione del secolo a Bologna: la Ragazza dall’orecchino di perla di Vermeer, un’operazione altamente di profitto che poco dà alla città se non una monetizzazione priva di valore. Eppure, proprio in questo periodo di crisi economica, il valore della cultura sembra attrarre le persone. E probabilmente, sulla scia della mostra evento, ecco che un numero che sembra fantascientifico di più di mille persone si reca alla Pinacoteca Nazionale di Bologna per assistere a una conferenza. Il valore del Museo dunque resiste in epoca di crisi, e lo costatiamo giornalmente nella programmazione delle attività delle associazioni culturali che inducono a riferirsi all’économie de l’immatériel. E penso alle sale piene per i cicli dell’Istituto Gramsci alla Biblioteca Ariostea o alle conferenze del Garden o degli Amici dei Musei o degli Amici della Biblioteca alla Pinacoteca o al Museo di Spina o all’Ariostea, che diffondono cultura immateriale ma nello stesso tempo promuovono acquisto di libri o visite alle mostre. Ecco perché rimango spesso perplesso di fronte all’esigenza, che sembra diventata assolutamente e sconsideratamente prioritaria, del rendimento economico che le mostre o gli eventi dovrebbero produrre, proprio perché non supportati da queste premesse che l’improbabile decisione della Corte dei Conti ha provocato e che nasce da pura ignoranza (nel termine benigno di non conoscenza). Sentire la lista delle priorità di un’economia in sfacelo mette sicuramente in ombra le esigenze del valore della cultura ma, nonostante e in opposizione alla crisi, quest’ultimo deve essere riproposto come priorità, per non allevare generazioni future di un paese che non ha talento né anima o ha talento senza anima.

consumismo-educazione

L’educazione del capitale umano e la fabbrica del consumo

La stragrande maggioranza delle nazioni mondiali ancora individua nella scuola e nei suoi curricoli il mezzo per fornire ai giovani ciò che si ritiene sia necessario per poter competere nel mercato globalizzato del lavoro e nel mondo dell’economia globale.
Nello stesso tempo però le pratiche educative fondate sulla teoria del capitale umano (a cui per primo fece riferimento l’economista Adam Smith nel 1776) sono oggi sempre più oggetto di critica per i loro effetti negativi sulla qualità della vita delle persone. Il Nobel dell’economia Amartya Sen poco più di un decennio fa esprimeva le sue preoccupazioni circa lo sviluppo di politiche incentrate solamente sulla crescita economica. Nel suo Development as Freedom egli individua nel tasso di longevità di una popolazione l’indicatore della qualità della vita umana. Sen sottolinea che, poiché le variazioni della speranza di vita dipendono da una gamma di opportunità sociali che sono fondamentali per lo sviluppo (comprese le politiche epidemiologiche, l’assistenza sanitaria, le strutture scolastiche e così via), una visione esclusivamente centrata sul reddito ha bisogno oggi di essere rivisitata o quanto meno integrata, se si vuole giungere a una piena comprensione dei processi di sviluppo.
Inoltre gli studi internazionali di economisti e di psicologi sociali hanno da tempo individuato i fattori sociali che influenzano la percezione soggettiva del benessere e la longevità delle persone. È davvero significativo che tra questi nel nostro mondo globalizzato non ci sia l’istruzione nella sua forma attuale, se non solo quando consente di accedere a un lavoro ben retribuito.
Ma il valore dell’istruzione e dei sistemi formativi può essere oggi ridotto unicamente alla preparazione degli studenti per il mercato del lavoro?

Gli stessi indicatori internazionali sembrano suggerire che la percezione individuale del diritto all’istruzione coinvolge in modo sempre più consapevole ed esteso il diritto soggettivo delle persone ad avere non solo un futuro di lavoro ma un progetto di vita da realizzare, e soprattutto un progetto di vita che sia di qualità, che investe la felicità individuale, la salute e la tutela dell’ambiente.
A tale proposito, la scoperta del contributo che l’istruzione può dare alla felicità delle persone e alla loro longevità dovrebbe essere considerata come una chiamata alle armi per cambiare profondamente le politiche dell’istruzione, sostiene Joel Spring, professore alla City University di New York e maggiore esperto dei sistemi educativi nel mondo.
I modelli educativi del capitale umano hanno assunto come paradigma la positività della crescita economica e hanno chiarito che il benessere consiste nell’accrescere la propria capacità di consumo di sempre nuovi prodotti. In questo sistema di industria e di consumi l’uguaglianza delle opportunità educative significa fornire a ciascuno un’eguale possibilità di essere formato per divenire partecipe dell’economia globale attraverso il lavoro e il consumo. L’uguaglianza delle opportunità consiste nel disporre di uguali chance di guadagno e di reddito per l’acquisto di un flusso infinito di prodotti fabbricati dall’ impresa globale.

Le scuole del capitale umano finiscono così con l’assomigliare a fabbriche per la lavorazione della materia prima umana, testata e certificata per diventare forza di lavoro e di consumo globale.
In questo quadro la fruizione del diritto all’istruzione per l’integrazione sociale non può più essere considerata una finalità sufficiente. Istruzione e cultura sono sempre più gli elementi indispensabili ad ogni singolo individuo, bambina e bambino, ragazza e ragazzo per poter concretamente esercitare il proprio diritto alla salute, alla felicità, che non sono il diritto a consumare, ma bensì a costruire e realizzare il proprio progetto di vita.

Istruzione, formazione, educazione non sono solo mezzo, strumento, occasione, sono invece parte determinante della qualità del progetto di vita di ciascun giovane. In questa dimensione ci rendiamo conto che lo strumentario delle classi, dei voti, della didattica ex cathedra, degli edifici scolastici riciclati da conventi e caserme, eccetera dovrebbe appartenere da tempo ad un’epoca ormai distante e che l’istruzione amica, esperienza ottimale per ciascuno, appagante richiede di essere vissuta e partecipata con mezzi, spazi, relazioni, strumenti che sono tutti da ripensare con creatività e lena.
Lo stesso sistema di valutazione delle competenze imposto dalla Banca Mondiale alle scuole dell’educazione globalizzata, l’Ocse Pisa, ci deve vedere capaci di valutazioni e considerazioni largamente autonome, avendo l’occhio rivolto alla crescita delle persone, alle competenze necessarie alla realizzazione del loro progetto di vita, più che agli interessi della crescita economica e sociale del mondo globalizzato. E’ davvero tempo di nuovi paradigmi per la politica scolastica soprattutto per il nostro Paese che più di altri ha necessità di recuperare sulle numerose stagioni perdute e sui ritardi fin qui accumulati.

Si può e si deve pensare a un sistema scolastico che sia luogo, non della retorica di star bene a scuola, ma di benessere che è ben altra cosa, ad un sistema scolastico che nella organizzazione della sua struttura, nei suoi curricoli, nei suoi metodi di istruzione e di studio contribuisca ad accrescere il benessere e la felicità delle persone, assumendo le persone, prese singolarmente, ognuna per se stessa come il prezioso capitale umano, come valore su cui il nostro Paese, attraverso l’istruzione e il suo sistema, investe per il proprio futuro e soprattutto per prospettare alle nuove generazioni un avvenire più felice, per il quale vale la pena davvero impegnarsi e investire gli anni preziosi della propria crescita.

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Avventure, confessioni e retroscena di quattro amiche con il posto vuoto nell’armadio

Un libro da sfogliare, l’ultima delle librerie vecchio stile e un giornalista-scrittore che le storie d’Italia e i loro risvolti li ha raccontati andando a cercare di persona i luoghi e i protagonisti. E poi lettori e lettrici, amici e conoscenti seduti fianco a fianco in quel negozio salotto che è, appunto, la libreria Sognalibro, nel cuore medievale di Ferrara, in via Saraceno 43. Sono questi gli ingredienti della presentazione di ieri del romanzo d’esordio di Riccarda Dalbuoni, Il posto nell’armadio, edizioni ilmiolibro.it. A parlare con la scrittrice Gian Pietro Testa, autore – tra le altre cose – dell’inchiesta sulla Strage di Peteano, che questo libro avrebbe intitolato anche “Amiche mie”, in quanto sorta di evoluzione femminile del celeberrimo film di Monicelli con Ugo Tognazzi e Philippe Noiret.

Riccarda Dalbuoni mette in scena il sodalizio di quattro inseparabili amiche che, come i celebri personaggi cinematografici, condividono il senso dell’avventura e quello dell’ironia, la voglia di divertirsi e la vocazione al mutuo soccorso. Una presentazione azzeccata che si conclude con un buffet fatto in casa, come avviene tanto spesso negli incontri descritti nel libro della 38enne addetta stampa di Occhiobello. E’ bello – dice Gian Pietro Testa – uscire un po’ dai commenti virtuali condivisi sui monitor di pc e smartphone per ritrovare il piacere di un faccia a faccia concreto. Una rete di scambio che spicca il volo dal connubio online di FerraraItalia e dall’evento divulgato su facebook per trasformarsi in una piacevole chiacchierata tra persone in carne e ossa e pile concrete di libri.

Padrona di casa Serenella Crivellari, che gestisce il suo negozio come uno spazio per accogliere gli amici suoi e, più in generale, quelli dei libri, disseminati tra tavoli, mappamondi e scaffalature che sembrano quelle di una casa e non certo di un asettico store. La maggior parte dei volumi, proprio come quello di Riccarda, parlano di ciò che vive intorno: una distesa orizzontale raggruppa la mistica, la cucina e la letteratura ebraica legate al ghetto ferrarese, a pochi passi da via Saraceno; poco più in là l’arte e i retroscena della famiglia estense; ovunque classici, chicche, curiosità dotte o leggere delle case editrici grandi e di quelle più piccole, che sarebbero introvabili in una catena commerciale. Perché il Sognalibro nasce ormai più di dieci anni fa anche per cercare realizzare il motto di Arthur Schopenhauer: “La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare”. A lettori, amici e passanti la possibilità di scelta.