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L’altra faccia di Birmingham: tra crochi, papaveri di carta, arte e studenti soddisfatti

Da BIRMINGHAM – Improvvisamente uscita dall’uniformante grigiore invernale, la città si è risvegliata con una leggera brezza primaverile. Anche la stazione dei treni è meno cupa, nonostante rimanga avvolta in pareti e soffitti color pece. Prendendo il treno verso sud-ovest, ci si avvicina alla University of Birmingham, individuabile in mezzo alle verdi colline grazie all’Old Joe Clock Tower, che si staglia per 100 metri nel cielo limpido.

Questa torre, difatti, è il simbolo per eccellenza dell’Università: ispirata alla Torre del Mangia di Siena, leggenda vuole che lo stesso Tolkien fosse rimasto talmente colpito dalla sua imponenza da prenderne spunto per creare Orthanc, la celebre torre oscura di Isengard del Signore degli Anelli. Posto nel cuore del campus, l’Old Joe scandisce i ritmi di studenti e professori nella loro frenetica routine accademica grazie ai suoi possenti rintocchi.

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L’altra faccio di Birmingham: tra crochi, papaveri di carta, arte e studenti soddisfatti

Questa settimana, però, è stata diversa: i prati tra i sentieri dei vari edifici sono stati colonizzati da fiori tipici inglesi, i crochi, nelle vivide tonalità del viola e del giallo, sommersi a loro volta da papaveri di cartone, striscioni e palloncini. Uno sguardo poco attento avrebbe scambiato lo scenario per il prato di un asilo, quando, in realtà, dietro a questo apparente parco del divertimento, si cela una vera e propria campagna elettorale, combattuta a colpi di caramelle e pancake gratuiti, distribuiti per convincere lo svogliato studente medio a votare per i rappresentanti degli studenti del prossimo anno. Cinque giorni per vincere, ma soprattutto per sensibilizzare i giovani, perché l’anno scorso solo il 25% di loro ha espresso le proprie preferenze. In un certo senso, ciò è confortante: non è arduo, quindi, solo per gran parte degli universitari ferraresi curarsi di chi li rappresenta. È risaputo, infatti che, purtroppo, in alcuni dipartimenti, la giornata di elezioni si basa sul nobile metodo dei candidati, di fermare noncuranti studenti nei corridoi ed accompagnarli al seggio… machiavellici a tal punto, per cui il fine giustifica i mezzi, anche in questo caso?
In attesa di scoprire se queste elezioni inglesi hanno portato significativi miglioramenti nelle performance, Giulia, studentessa italiana in Erasmus, trae le proprie conclusioni di mid-term: «le ore di lezione frontale sono meno che in Italia e ciò è dovuto al diverso metodo di studio, perché qui gli insegnanti assegnano tante letture da svolgere a casa. Inoltre, il voto finale è comprensivo non solo dell’esame, ma anche di saggi che scriviamo durante il semestre: ciò richiede più impegno durante il periodo di lezione. La vita sociale ne risente un po’, ma il quartiere di Selly Oak adiacente all’università è abitato quasi esclusivamente da studenti, la maggior parte dei quali sono internazionali e la sera i pub sono sempre pieni. L’università offre tantissimi servizi, le infrastrutture sono ottime e il collegamento con il mondo del lavoro è molto stretto: queste sono le cose che preferisco. Anche gli spazi di ritrovo e le aree dedicate allo sport all’interno del campus sono una caratteristica molto apprezzata, aiutano a sviluppare i propri interessi e a socializzare». Tra gli studenti partiti per l’Erasmus oltremanica c’è anche un ragazzo ferrarese, Umberto, che non vedeva l’ora di tornare a Birmingham dopo le vacanze natalizie: «Sono molto soddisfatto della mia esperienza finora, sebbene ambientarsi sia stato un po’ difficoltoso, anche per la lingua. Ora percepisco, però, di essere migliorato e trovo anche più facile seguire le lezioni. I professori si aspettano che ci creiamo una nostra idea degli argomenti trattati e che argomentiamo a nostra volta; con i saggi, non solo ho preso più confidenza con l’inglese, ma ho imparato pure a ragionare meglio. Mi piace particolarmente la cultura dello sport che è parte integrante della vita universitaria: gli studenti sfoggiano quotidianamente la divisa di appartenenza; da amante dello sport, è una cosa che mi piacerebbe ci fosse anche in Italia. Nonostante mi trovi molto bene e il cibo italiano sia un vero e proprio culto, non sono ancora riuscito a mangiare una buona pizza». Neanche gli inglesi sono infallibili.

Faraday di Eppure, l’Italia non rappresenta un modello solo per il cibo, ma anche per la cultura: nel Barber Institute of Fine Arts, galleria d’arte e sala concerti del campus, i nomi italiani appesi sono innumerevoli, da Canaletto a Botticelli, passando per altri pittori, in particolare del Rinascimento. L’arte italiana è forse la più presente. Di origini italiane anche Eduardo Paolozzi, artista scozzese precursore della Pop Art, che per il centenario dell’Università nel 2000 ha donato una sua maestosa scultura di 5 metri, Faraday, in omaggio allo stesso scienziato. Un’iscrizione del poeta T. S. Eliot accompagna l’opera alla sua base e riassume i motivi che dovrebbero spingere gli studenti ad andare all’università: “Per viaggiare, ascoltare, pensare e cambiare”. Un augurio sensibile, per ricordarci ciò che troppo spesso dimentichiamo, oppressi dai rintocchi, dalle scadenze e dalle inezie abitudinarie.

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Volgari equivoci. Le rovesciate verbali di Vittorio Sgarbi

Il noto critico d’arte Vittorio Sgarbi, in qualità di candidato per i Verdi a sindaco di Urbino, qualche giorno fa ha concesso un’intervista al giornale dell’Istituto per la formazione al giornalismo “Il Ducato online”. Esprimendo il proprio pensiero a proposito della proposta di rendere il centro storico accessibile attraverso l’uso di scale mobili e di ascensori gratuiti, il nostro ha dichiarato: “Mi fa schifo solo la parola. Una città civile non ha né ascensori né scale mobili. Solo quelle abitate da nani, zoppi e handicappati hanno le scale mobili. Se le devono mettere nel culo”.
Ora, non intendo entrare qui nel merito del tema “accessibilità”, ma soltanto fermarmi al giudizio su alcune espressioni usate nell’intervista, perché non penso che le parole volino, anzi, al contrario, credo che esse aprano delle strade, disegnino orizzonti, traccino futuri, abbiano una loro vita.
Da un’analisi sintetica del pensiero del critico ferrarese si può dedurre che se “nani, zoppi e handicappati” non possono vivere nella città civile ideale di Vittorio Sgarbi, dovrebbero stare in una città separata. Per questo la frase pronunciata da Sgarbi si può considerare offensiva perché il vocabolario della lingua italiana definisce l’insulto una “grave offesa ai sentimenti e alla dignità, all’onore di una persona, arrecata con parole ingiuriose, con atti di spregio volgare o anche con un contegno intenzionalmente offensivo e umiliante.” E’ inoltre una frase indiscutibilmente razzista perché il razzismo è “ideologia, teoria o prassi politica che, fondandosi sulla presunta superiorità di una razza sulle altre e sulla necessità di mantenere la purezza, favorisca o determini discriminazioni sociali”. Infine, la frase risulta essere decisamente volgare poiché sempre secondo il nostro vocabolario, volgarità è “mancanza di cultura, di educazione, di finezza e di signorilità, di elevatezza e di nobiltà spirituale. Modo di comportarsi o di esprimersi grossolano e offensivo del buon gusto e della decenza”.

Proprio ieri l’ufficio stampa del critico d’arte, in seguito alle polemiche suscitate dalla sua uscita verbale, ha diffuso una nota in cui, fra l’altro, è scritto: «Ogni mio riferimento agli “handicappati” e agli “zoppi”, ovviamente, non ha niente a che fare con la realtà fisica, e solo pensare che io volessi umiliare i disabili, mi offende. Le mie parole sono state volgarmente equivocate. E a offendere i disabili è chi li utilizza come argomento per imbastire una polemica inutile contro di me. Io alludevo all’infermità mentale di certi amministratori, mentalmente handicappati e zoppi, oltre che nani mentali, perché non hanno consapevolezza del patrimonio storico, artistico e architettonico di Urbino“.
Già! Con la più classica rovesciata, ecco che la frittata è rivoltata. Siamo noi che abbiamo volgarmente equivocato, e non lui che ha invitato qualcuno “ad infilarsi le scale mobili nel culo”. Siamo noi che abbiamo sbagliato e non chi ha invitato “nani, zoppi e handicappati” ad andarsene fuori dalle città civili o a restarsene in un angolino. Ormai viviamo in una situazione talmente paradossale, che le persone volgari riescono a dare del “volgare” a chi si indigna per la loro volgarità senza nemmeno vergognarsene. Del resto cosa potevamo aspettarci? Non è forse questo il Paese degli Equivoci e delle Smentite, dove la Volgarità diventa lo Stile dominante? Non è forse il nostro il Paese dove si offrono candidature politiche di importanza direttamente proporzionale alla volgarità del candidato? Non è forse l’Italia il Paese che offende la sua grande bellezza, accettando di farsi rappresentare da persone volgari che invece la trascurano.
Scriveva Vittorio Foa: “Il degrado del linguaggio non è un problema di parole, ma deriva da un comportamento pratico, cioè dall’esempio”. Colpisce sempre anche me constatare che non esiste l’esempio come categoria di giudizio del proprio e dell’altrui comportamento. Eppure, dovrebbe essere così emotivamente naturale e razionalmente umano trarre le proprie conseguenze dopo aver osservato, nelle persone, lo spazio che c’è tra il dire e l’essere, la distanza che esiste tra l’apparenza e l’essenza. Non mi aspetto certo che proprio chi ha messo questo Paese alla rovescia si impegni per raddrizzarlo, spero invece che tutti coloro che sentono forte l’odore pesante della volgarità, decidano di deodorarlo offrendo un esempio limpido di un bel modo di essere, di fare e di far politica.

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Spira aria da guerra fredda e torna “Il sole a mezzanotte”

Se state canticchiando Say you Say me [ascolta] e siete di buonumore, forse avete appena finito di vedere (o rivedere) lo splendido film Il sole a mezzanotte (titolo originale White Nights). Se siete rimasti impressionati dalla coreografia da sogno della prima scena del film, Le Jeune Homme et la Mort [guarda], eseguita da Michail Nikolaevič Baryšnikov, anche se non amate troppo i passi sulle punte, non potete essere rimasti indifferenti all’armonia con cui questo ballerino si regge su braccia e gambe in esercizi al limite dello sconvolgente, all’abilità indescrivibile con cui gioca con sedie e tavoli, in prove di forza e armonia uniche per l’esecuzione.

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Il sole a mezzanotte, locandina del film

Quasi sicuramente, allora, vi siete persi fra le ali di Barysnikov che, nel ruolo di Nicolai “Kolya” Rodchenko, sembra volare per davvero [vedi]. Certamente avete pure tremato un pochino con lui, quando l’aereo su cui viaggiava, in volo da Londra a Tokyo, era stato costretto ad atterrare sulla pista di un aeroporto siberiano, al suono di strappi nervosi e decisi delle pagine del suo passaporto. Perché Nikolai, ferito e ricoverato in un ospedale dell’Urss (il film è del 1985), non poteva permettersi quel lusso, lui che, divenuto americano, era scappato dal paese dieci anni prima, approfittando di una tournée in occidente del balletto Kirov, di cui era il primo ballerino, e trovando la libertà negli Stati Uniti (parte di quasi certa autobiografia). Riconosciuto dal colonnello del Kgb, il cattivo stereotipato Chaiko, l’ex-sovietico viene messo in un lussuoso appartamento, perennemente seguito da Raymond, un afroamericano che, a suo tempo, aveva fatto la scelta contraria, convinto di poter realizzare i propri ideali nel Paese che lo aveva ospitato, dove aveva anche sposato Darya, una gentile e bellissima moscovita, interpretata da una giovane Isabella Rossellini. Poiché Raymond è un asso del tip tap, i due uomini sono obbligati a convivere e ad addestrarsi duramente in una sala-prove del teatro Kirov di Leningrado (oggi teatro Mariinskij di San Pietroburgo), spiati da microfoni e fotocellule. Qui la scena della danza di un Baryšnikov quasi allo specchio è magistrale, come meravigliosa e forte è quella in cui il ballerino sfoggia tutta la sua abilità e potenza, sulle note di Fastidious Horses di Vladimir Semënovič Vysockij, davanti all’affascinante e bionda Galina Ivanova, suo grande antico amore che, nonostante il rancore per l’abbandono passato, lo aiuterà in una rocambolesca fuga verso l’ambasciata americana. Non vi sveleremo il finale di un film del più degno clima da guerra fredda, oggi di triste e inquietante attualità. Basti dire che la musica, le acrobazie, la rabbia costruttiva, la voglia di libertà, la dolcezza dell’amore, la forza che può infondere l’arrivo inaspettato di un figlio, la passione, la bellezza di strade e teatri di Leningrado, oltre che la melodia del trionfo dei buoni, meritano davvero una visione. Per potersi perdere, di nuovo, almeno un po’.

Il sole a mezzanotte – Diretto da Taylor Hackford. Interpreti: Mikhail Baryshnikov, Gregory Hines, Jerzy Skolimowski, Helen Mirren, Geraldine Page, Isabella Rossellini, John Glover, William Hootkins, Daniel Benzali, Hilary Drake, Florence Faure, Stefan Gryff, Shane Rimmer, Ian Liston, Megumi Shimanuki, David Savile, Maria Werlander, Benny Young. Usa, 1985. Drammatico, durata 135′ min.

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Vent’anni fa l’omicidio di Ilaria Alpi. La madre: “Sono rimasta sola ma combatto per lei”

di Silvia De Santis

Il 20 marzo 1994 morivano in Somalia, in circostanze ancora oscure, i due giornalisti del tg3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Dopo vent’anni di muro di gomma, il governo toglie il segreto agli atti. La mamma di Ilaria: “La battaglia per la verità su mia figlia è la mia ragione di vita”.

Correva l’anno 1994. Correva in un’Italia sedotta e strangolata da Tangentopoli, mentre i contorni della Seconda Repubblica si profilavano nell’ombra. Correva a Mogadiscio, in Somalia, trascinata da tre anni nel caos di una guerra civile di fronte cui l’Onu alza bandiera bianca. “Restore hope”, la missione di polizia internazionale avviata nel 1992 per “ridare speranza” a questo Paese sconvolto da una “Cernobyl” politica, ha fallito e disertato il campo già da un anno. I cronisti, invece, non vanno via. Restano a documentare le stimmate del Corno D’Africa dilaniato dallo scontro tra fazioni, scivolato inesorabilmente nell’anarchia.
Ma due di loro, due giornalisti del Tg3, sbirciano dietro un sipario pericoloso. E per questo perderanno la vita: il 20 marzo di vent’anni fa Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vengono freddati da un commando somalo a Nord di Mogadiscio, in circostanze ancora poco chiare.

Un agguato o un’esecuzione? Il pendolo della giustizia finora non ha mai smesso di oscillare, anche se la decisione odierna del governo di desecretare i documenti del caso Alpi potrebbe determinare, finalmente, una svolta. Dopo vent’anni di indugi giudiziari, di silenzi colpevoli, di indagini mai effettivamente decollate, la verità latita ancora. Mancano i tasselli fondamentali di una nebulosa vicenda che incrocia signori della guerra con colletti bianchi ed imprenditori. Che lascia intravedere Italia e Somalia stretti in un abbraccio velenoso, mortifero. Triangolazioni d’armi in viaggio dall’Est europeo verso l’Italia attraverso la Somalia. Malattie strane, mai viste prima, che aggrediscono il continente nero. Scampoli di territorio che marciscono, terre di contadini e pastori consumate dal veleno. È la terra dei Fuochi africana e Ilaria l’ha intuito, ha studiato e ne ha le prove. In cambio di munizioni, la Somalia bisognosa di alleanze offre non solo denaro ai Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, ma anche la possibilità di nascondere sotto il tappeto di casa propria le scorie dei loro cortili. “Il mio regno per un Kalashnikof”. E così, a bordo di navi, giungono sulle coste africane carichi di rifiuti tossici e nocivi.

Il giorno prima di morire Ilaria era stata a Bosaso, nel nord della Somalia, a parlare con il sultano per avere conferme su quanto aveva saputo. “Devi fare delle ricerche – le aveva risposto lui, rifiutandosi di fare nomi importanti – Devi guadagnarti il pane”. E Ilaria il pane se lo guadagnava: si documentava molto prima di ogni servizio, studiava. Lo faceva sin da bambina. “Era una ragazza come tante. Le piaceva studiare, era brava a scuola, leggeva di tutto. Amava molto i libri di storia e i romanzi”. Nelle parole di sua madre Luciana, nessun lirismo altera il ricordo di Ilaria. “Ha studiato arabo all’Università e ha passato al Cairo tre anni e mezzo per imparare bene la lingua. Era molto curiosa e amava viaggiare. A un certo punto ha fatto un concorso ed è entrata in Rai”.

“Era una persona seria che faceva seriamente il suo mestiere. Era una che andava sui luoghi, incontrava la gente, conosceva le situazioni, cercava riscontri. Forse è per questo che ha perso la vita”. Francesco Cavalli, direttore del premio Ilaria Alpi istituito nel 1995, ha appena scritto un libro, “La strada di Ilaria”, in cui riporta alla luce le trame di questo caso insabbiato dalla giustizia italiana. “Là dove i fatti non sono comprovati, ma restano nondimeno ragionevolmente possibili, è lecito tendere dei fili per cercare di colmare i vuoti” scrive Pietro Veronese nella premessa al libro. E i fili di Ilaria si perdono in Somalia, perciò è lì che Francesco ha deciso di andare. “Negli anni è maturato in me il desiderio di approfondire le motivazioni che stanno dietro a questo duplice omicidio. Sono stato tre volte in Somalia proprio per cercare di indagare sulle stesse piste su cui Ilaria stava indagando”. Ilaria l’ha conosciuta solo nei ricordi e nei racconti dei genitori di lei, Giorgio e Luciana, ma questo non è un buon motivo per indulgere a glorificazioni postume: “Non credo che debba essere raccontata come un santino o un eroe. Non so dire se avesse una marcia in più o una marcia in meno. Sicuramente era una brava giornalista”.

Il giornalismo è una passione che fa capolino nella vita di Ilaria a dodici anni. “Frequentava una scuola sperimentale a tempo pieno e il pomeriggio c’erano dei corsi extrascolastici. Lei aveva scelto giornalismo e se ne andava in giro per il quartiere a fare domande – racconta Luciana -. Chiedeva alle persone che giornali leggevano e perché. Domande da bambina, insomma. Così le è rimasta questa voglia di fare la giornalista”.

Dopo Bosaso, Ilaria torna a Mogadiscio. Il contingente italiano sta facendo le valigie e i giornalisti sono già partiti, ma lei e Miran vogliono restare qualche giorno in più per vedere come evolve la situazione nel Paese subito dopo la partenza dei caschi blu. Lo comunica alla madre Luciana. Non sa che quella sarà la sua ultima telefonata. Poche ore dopo, di fronte all’hotel Amana, dall’altra parte della città, oltre i posti di blocco e la linea verde supervisionata dall’Onu, verrà uccisa brutalmente. Qualcuno le aveva passato un’informazione sbagliata: le aveva riferito che lì c’era il collega dell’Ansa ad attenderla. Ma non era vero. Luciana non ha dubbi, è stata una trappola.
A corroborare l’idea che non si tratti di un incidente, ma che dietro il duplice omicidio sia in atto un piano preordinato lo conferma una serie di misteriose sparizioni: tre taccuini, cinque cassette di materiale girato di Ilaria non saranno più ritrovati. Sparisce anche il suo certificato di morte, ritrovato, prima di perdersi un’altra volta, nel corso di una perquisizione tra le carte di un ingegnere italiano, autore di un progetto per sparare rifiuti sul fondale marino spinti da missili.

Due commissioni parlamentari di inchiesta e una governativa non riescono a dipanare la matassa. Fino ad oggi, per l’omicidio di Ilaria e Miran c’è solo un colpevole, Hashi Omar Hassan, che si è sempre professato innocente. Luciana gli crede. “Ha pagato con 26 anni di carcere perché qualcuno lo ha indicato come membro del commando che aggredì e uccise mia figlia e Miran. Circostanza che lui continua a negare con forza. Io so perché Ilaria e Miran sono stati uccisi. Dopo 20 anni di indagini inutili e faticose, di menzogne, depistaggi, sparizioni, altre morti sospette, ho bisogno solo di conoscere i nomi dei mandanti di quel duplice omicidio. Non li voglio vedere dietro le sbarre. Mi basta guardarli in faccia”. Basterebbe scalfirlo questo muro di gomma, per dare tregua a una battaglia che è diventata una ragione di vita. “Sono quasi quattro anni che mio marito non c’è più. Sento moltissimo la sua mancanza perché andavamo molto d’accordo, e poi perché in quella triste vicenda ci davamo una mano molto affettuosa, molto forte – confessa Luciana, emozionata. – Purtroppo sono sola ora, e devo andare avanti. Ogni tanto passo qualche momento di scoramento, ancora oggi. Però poi mi riprendo, e mi dico che Ilaria, in fondo, è morta. Io, invece, alla mia età sono ancora viva. Se non facessi questo non saprei che cosa farmene della mia vita, alla mia età”.

[© www.lastefani.it]

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L’equinozio di primavera è un buon giorno per parlare di giardino

Venti marzo 2014, l’equinozio di primavera è scattato alle 17.57 ora italiana, stabilendo ufficialmente l’inizio della bella stagione. L’equinozio per l’esattezza è un attimo, un incrocio di traiettorie celesti che la scienza definisce con termini precisi, ma dalla Terra, meglio ancora, dalla mia finestra aperta sul giardino, quello che conta è la percezione di qualcosa che rinasce e quest’anno la primavera ha giocato parecchio d’anticipo. La primavera non spunta all’improvviso e chi ha occhi per vedere ne gode le prime avvisaglie già da febbraio, ma quest’anno è stato veramente un anno strano. Le mie piante sembrano in forma, ma la precocità delle fioriture e il disorientamento di un giovane riccio che da febbraio passeggia affamato a tutte ore, non rappresentano segnali positivi. Guardo il cielo, la nebbiolina sta scendendo e mi chiedo: questo interminabile autunno avrà fatto danni? Mi sta preparando qualche bel pacchetto regalo con una gelata tardiva? Vedremo, non ho ancora sviluppato poteri premonitori e pratico forme di giardinaggio poco fedeli ai manuali, quindi, farò come sempre, mi adatterò cercando di capire che cosa serve alle mie piante.
Ogni anno la primavera è un miracolo e non posso fare a meno di pensarla con i versi di una canzone: “Primavera non bussa lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura, ha le labbra di carne e i capelli di grano, che paura che voglia che ti prenda per mano…” così Fabrizio De Andrè rielaborò, assieme a Giuseppe Bentivoglio, alcune poesie della “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master e nella canzone “Un chimico” aggiunse queste parole alla poesia “Trainor, il farmacista”. La primavera è così, ti trascina e la sua esplosione ha ben poco a che fare con i bancali di primule dopate dei centri commerciali, ma anche loro ormai fanno parte del nostro corredino primaverile e invecchiando, le guardo con più benevolenza di quello che facevo anni fa. Le primule sono l’immagine di un desiderio frettoloso di primavera, ma ho la sensazione che quest’anno abbiano avuto meno successo degli anni scorsi, prese in contropiede dai narcisi e dalle forsizie che anticipando la fioritura hanno tolto il desiderio di allestire ciotole di primule in technicolor. Nota di coltivazione: le primule sono piante rustiche e acidofile, quindi non crescono spontaneamente nel terreno calcareo come quello ferrarese. Possiamo provare a metterle in terra, qualche volta sopravvivono regalando ancora qualche ciuffetto di foglie, ma ricordiamoci che queste piantine forzate sono vegetali usa-e-getta fatti per essere ricomprati.
Nel repertorio sconfinato di piante che gridano la fine dell’inverno, il mio quadro preferito per un piccolo giardino di primavera è fatto di bianchi, gialli e celesti, magari con accenni di rosa. Al centro del quadro metterei un bell’albero di prugne o ancora meglio un rusticano, il prugno selvatico; alla sua base un fondo di piccole pervinche celesti, una striscia di narcisi e un tappeto di margherite, viole e pisaletto; sullo sfondo, nuvole di prugnoli, alternati a ligustri verdi e scintillanti, qualche forsizia gialla e un po’ di spiree, ancora senza fiori, ma dal fogliame tenero e vibrante. Ci starebbe bene un tocco di rosa, ma solo un tocco, non una secchiata come quella dei cotogni giapponesi, bellissimi, ma da trattare con parsimonia, quindi per dare un leggero tocco di rosa e per non lasciare da solo il prugno, ci metterei un bell’albicocco potato con leggerezza e lasciato crescere con qualche ramo in più, perché a un giardino chiediamo armonia, non il massimo della produttività.

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“Tutti uguali, tutti diversi”. Lascia un segno del tuo passaggio

“Un ritratto per dire c’ero anch’io”. Mario Rebeschini notissimo e apprezzato fotoreporter bolognese, autore di libri, mostre e straordinari reportage realizzati in tutto il modo con l’obiettivo sempre attento a cogliere l’umanità delle situazioni e gli aspetti di socialità, domattina arriverà a Ferrara, sistemerà in piazza Municipale il suo telo fotografico e inviterà la gente a lasciare un segno del proprio passaggio e della propria adesione alla manifestazione antirazzista facendosi fotografare. La performance fotografica accompagna infatti la settimana contro il razzismo (promossa da Coordinamento provinciale degli enti di servizio civile di Ferrara, Caritas, Centro Donna Giustizia) che nell’intera giornata di sabato 22 avrà la propria ribalta in piazza Municipale organizzano.

Ovviamente l’invito è rivolto a tutti: italiani e stranieri, uomini, donne, bambini, famiglie, mamme con le carrozzine, con la bicicletta, con il cane, rappresentanti del comune, della provincia, rom, volontari, studenti.
“Si può entrare nel set, ridendo, scherzando, seri, abbracciandosi – spiega Rebeschini -. Di lato al set ci sarà un tavolino che presenterà la settimana antirazzista. Verrà gestito dai ragazzi e ragazze del servizio civile. Sempre i ragazzi inviteranno passanti e chi condivide la manifestazione a farsi fotografare lasciando un segno del loro passaggio. Un cartello avviserà chi entra nel set, il cui transito automaticamente darà la liberatoria per utilizzare le foto in una mostra, in un dvd con proiezioni nell’ambito di manifestazioni antirazziste e anche per un libro on-line o cartaceo. Il successo ovviamente è assicurato – aggiunge il fotoreporter – se attorno succedono cose belle e se la gente fa cerchio attorno al set”.

La mostra fotografica con 40 pannelli in formato 40×60, verrà inaugurata ed esposta sempre in piazza Municipale tutta la giornata di lunedì 7 aprile come evento Copresc a conclusione dell’anno di servizio civile a favore delle popolazioni colpite dal terremoto nel maggio del 2012. Diventerà poi mostra itinerante. Verrà esposta in diverse occasioni ma anche esposta dove verrà richiesta.

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Non proprio equivalenti. Fra farmaci di marca e alternativi resta grande l’incertezza

Non avrò altro farmaco all’infuori di te. E’ una questione di marca. Ma è anche il “verbo” sposato dal 32 per cento di un campione 475 pazienti, che hanno partecipato a un’indagine di Gruppo Salute Donna dell’Udi sui farmaci generici a Ferrara e Provincia. Se da una parte il 53 per cento di chi ne fa uso li trova efficaci quanto quelli blasonati, dall’altra si continua a guardarli con sospetto come se al prezzo più basso corrispondesse una ridotta capacità d’azione. Nonostante la loro irruzione sul mercato dal 2001, gli “equivalenti” sono medicine spesso considerate di serie “b”. La conferma arriva dall’indagine dell’Udi, la metà esatta di amici e parenti delle intervistate, il 33,9 per cento nutre poca fiducia e il 17,5 per cento anche una punta di scetticismo nei loro confronti. Al di là del gioco dei numeri, la resistenza all’uso di un farmaco generico è dettata in gran parte da una parola chiave: fiducia. Sette lettere in caduta libera quando si tratta di controllo e controllori. Lo stretto legame tra il mercato del farmaco e le istituzioni ha generato un freddo e diffidente rapporto con il pubblico al punto da spingere molti pazienti a continuare le cure con farmaci di marca nonostante l’esborso più consistente per il loro portafogli, la maggior parte della cifra è infatti a carico del malato. Le donne non sono diverse. Meglio un’etichetta ‘doc’ piuttosto dell’incertezza in cui arrancano il principio attivo, la tracciabilità e la qualità delle materie prime usate per produrre i farmaci. Fattori evidenziati dall’indagine in base alle cui risultanze si chiedono maggiori ispezioni dell’Agenzia italiana del Farmaco e programmi di vigilanza sull’effetto degli “equivalenti”.

Sono molti i sintomi della schizofrenia italiana messi a nudo dal questionario al femminile sui farmaci generici, dentro i quali devono ‘lavorare’ la stessa quantità di principio attivo e la biodisponibilità di una formula farmaceutica dal brevetto scaduto, che ha di fatto sospeso il monopolio di vendita dell’azienda farmaceutica a cui si deve la sua realizzazione. Tra i tanti “contro” descritti nell’indagine c’è la conflittualità tra i medici e farmacisti per i quali “non sempre tutti i farmaci equivalenti sono intercambiabili”, c’è un “conflitto interistituzionale tra appropriatezza prescrittiva e liste di trasparenza in ambito farmacologico”, c’è “un conflitto d’interesse tra concorrenza commerciale e qualità” e ci sono “carenze organizzative e legislative dei nostri sistemi di controllo rispetto a quelli applicati dagli anglosassoni”. E così, di conflitto in conflitto va in crisi l’assunto più importante, quello con cui i prezzi contenuti dei farmaci equivalenti avrebbero dovuto essere di supporto al diritto alla salute. Che non significa diritto al caos.

Dopo 12 anni la confusione è ancora lontana dall’essere districata ed è probabile che lo rimanga per chissà quanto ancora. Al di là della bontà dei consigli scaturiti dalla ricerca di Udi con cui si invitano i medici a promuovere una maggior informazione e i farmacisti “ad assicurare nei limiti di legge la continuità di trattamento cronico con lo stesso marchio” . In certe sale d’aspetto si fa la fila per ore prima di essere visitati e si torna a prendere la ricetta per i farmaci ordinati dallo specialista il giorno dopo. Non c’è tempo per l’informazione. E in farmacia si fa spesso la coda con il numero in mano come al supermercato. In poche parole ce n’è quanto basta per ricorrere a un’aspirina. Americana. Tanto per andar sull’efficacia sicura.

[Leggi il dossier]

partigiano

Il condottiero

Gaetano Collotti era un bel tipo. Ufficiale di polizia, comandava le brigate nere a Trieste durante la guerra. Era un poliziotto pieno di spirito e di belle idee, soprattutto gli piacevano le donne, le partigiane erano il suo boccone preferito, quando ne vedeva una la prendeva, la portava, o se la faceva portare, nel suo ufficio e poi cominciava il giuoco preferito. Il suo giuoco preferito era la tortura: al processo per i crimini nazifascisti commessi alla Risiera di San Sabba a Trieste, una testimone, vecchia partigiana, quindi boccone preferito di Gaetano Collotti, raccontò che l’ufficiale la mise seduta alla sua scrivania, la denudò, poi aprì un cassetto e le face mettere i seni dentro il cassetto, che poi chiuse con forza sì che i capezzoli rimasero schiacciati in mezzo.
Collotti, capo della famigerata “banda Collotti”, terrore di Trieste, che era di stanza nella nota “Villa Triste”, dove si commettevano le più spietate gesta fasciste, venne giustiziato dai partigiani dopo il 25 aprile del 1945, nel suo ufficio, dietro la sua scrivania, teneva come reperto religioso un mazza da baseball, arma che era stata data a un soldato polacco, un uomo enorme, ingaggiato dai tedeschi, al quale era stato affidato il delicato ruolo di boia. Il massacratore stava dietro la porta di una cella al pianterreno della Risiera e aspettava che si aprisse la porta e fosse spinto dentro un prigioniero condannato alla morte, appena la vittima entrava partiva la grande botta del boia, una mazzata terribile in faccia e buona lì: soltanto mesi più tardi furono inaugurate le esecuzioni di massa, oddìo ancora rudimentali, i prigionieri (partigiani, ebrei, slavi) venivano ammassati dentro alcuni camion, con i tendoni ben sigillati e il tubo di scappamento con la proboscide infilata all’interno, poi venivano accesi i motori e pochi minuti dopo i prigionieri venivano estratti cadaveri. Tutti asfissiati.
I testimoni al processo raccontarono che sentivano urla strazianti, i nazifascisti no, non sentivano niente loro, avevano un delicato compito da portare a termine. D’altra parte c’erano ordini precisi in questo senso: nel ’42 il governatore dell’Istria Battisti, figlio dell’eroe, scrisse a Mussolini dicendogli che, per controbattere l’attività partigiana in quella zona c’era soltanto da “eliminare” tutta la popolazione “autoctona” e il duce rispose con un succinto telegramma: “Si proceda” (la lettera e il telegramma sono negli archivi di Stato).
Fu così che nell’isola di Arbe i fascisti rinchiusero quasi cinquemila prigionieri , soprattutto donne, bambini e vecchi, che furono lasciati morire di fame: un eccidio che la nostra storia non ricorda. Ma la nostra storia viene continuamente vagliata, controllata e aggiustata dal potere, sempre di destra. E’ un discorso lungo, lo faremo. Ma, tanto perché non si pensi che queste righe siano dettate da ideologia estremista, è sufficiente raccontare ciò che avvenne durante una festa nazionale nel 1950, quando, a Palermo, lo Stato italiano consegnò ai familiari del palermitano comandante Collotti la medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Così vanno le cose.

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Il paese riprogettato assieme agli abitanti. Fotoracconto di un’esperienza di urbanistica partecipata

“Qui il rapporto tra uomo e natura non può mai interrompersi” ha affermato l’architetto Moreno Po della Provincia di Ferrara nella sua breve e interessante lezione di storia del territorio. A Sant’Agostino continuano gli incontri con gli abitanti per ascoltare le loro idee (comunicate a voce o tramite postit), ma – come appunto in questo caso – anche per fornire loro informazioni. “I nostri sono terreni sabbiosi e argillosi perché questi erano i letti dei fiumi, come racconta gran parte della toponomastica dei nostri paesi (Dosso, Porotto, Borgo Scoline, Fondo Reno). – ha aggiunto Po – L’uomo ha scelto di consolidare la sua vita sui dossi di sabbia perché lo proteggevano dal rischio idraulico, ma si sono dimostrati più pericolosi in caso di terremoto. Questo deve dare adito ad un nuovo modo di costruire”.

Ecco il fotoracconto del processo partecipato per la ridestinazione della piazza di Sant’Agostino distrutta dal terremoto

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Foto di Davide Pedriali

Silvia Raimondi, operatrice del processo partecipato Less is More ha illustrato agli abitanti i risultati della ricerca condotta tra gli imprenditori di Sant’Agostino su come loro percepiscono la piazza.

Silvia Raimondi
Silvia Raimondi

“Vuota e soffocante al tempo stesso” ha detto Emilio Rossi, descrivendo esattamente una sensazione diffusa.

Non è una piazza vissuta e non è un punto di aggregazione hanno detto in molti. Il vuoto lasciato dal municipio abbattuto dopo il terremoto è schiacciante. Ma emerge anche la sensazione che la piazza avesse perso la sua funzione accentratrice già in precedenza e quindi la sua ridefinizione, ora, sia ancora più importante. Anche perché le potenzialità sono grandi.

“Datemi qualcosa da mostrare al mondo, perché il mondo passa di qui” ha detto Claudio Giberti di Petroncini Impianti che riceve spesso clienti internazionali che volentieri si fermerebbero in zona per visitarla, se però ci fossero strutture adeguate e percorsi storico naturalistici adeguati.

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Anche i bambini sono stati coinvolti nel processo partecipato.
Una bella mattina di sole, invece di chiudersi in classe a fare lezione le classi prima e terza della scuola media di Sant’Agostino, hanno percorso a piedi l’anello che dalla piazza abbraccia tutto il paese lambendo il Bosco della Panfilia, percorrendo l’argine dello scolmatore del Reno, fino a rientrare in corso Roma, e tornare al punto di partenza.
La missione era raccogliere oggetti che per loro rappresentassero il territorio.
“Ho preso questo sassolino del vecchio municipio, perché mi dispiace che non ci sia più. Ora questa piazza non è più un luogo familiare”, ci ha raccontato un bambino alla partenza del percorso accanto alle macerie del comune.
“Dovrebbero ricostruire un municipio uguale all’altro, nello stesso posto” dicono in tanti.
“Oppure potrebbero farci dei giardinetti per giocare”, suggerisce un bimbo. “No dovrebbero farci un supermercato” lo contraddice l’amico. “Noi invece vogliamo dei negozi di vestiti e di scarpe!”, dicono le loro compagne.
Anche i bimbi hanno detto la loro su quel che dovrebbe essere la nuova piazza.

La camminata è stata ripetuta di pomeriggio dagli adulti, ed è stato evidenziato come a volte la segnaletica sia carente. “Non ci sono cartelli adeguati che indichino il Bosco della Panfilia e i percorsi attorno. E i cartelli che ci sono sono sbiaditi” ha rilevato una partecipante.
Il percorso sull’argine e attorno al Bosco della Panfilia, soprattutto in primavera, è uno dei più belli che si possano fare in provincia e sicuramente meriterebbe di essere valorizzato.
Anche a questo si spera possa servire il processo partecipato.

Il prossimo appuntamento pubblico del processo partecipato sarà il 22 marzo con l’Open Space Technology, una discussione collettiva per un massimo di 60 partecipanti gestita con una tecnica innovativa che in un clima piacevole, permette in tempi relativamente brevi di produrre un instant report, un documento riassuntivo di tutte le proposte e i progetti elaborati dal gruppo, che oltre alla sua utilità pratica diviene testimonianza di un lavoro fatto e garante degli impegni presi.

Di seguito il programma della giornata.

CHE PIAZZA VORRESTI? 

CONDIVIDI LA TUA IDEA PER TRASFORMARE IL VUOTO NEL CENTRO DI DOSSO, SAN CARLO E SANT’AGOSTINO

SABATO 22 MARZO 2014 ore 10—16
OST/EVENTO PARTECIPATIVO
Biblioteca di Sant’Agostino (FE) – via statale 191


La partecipazione è aperta a tutti, ma per motivi organizzativi il numero massimo è di 60 partecipanti. Per questo motivo è necessario
iscriversi: compilando la cartolina di iscrizione (reperibile presso la sede del Comune, le edicole di Dosso e di Sant’Agostino e la Farmacia di San Carlo), telefonicamente (340 6483093) oppure scrivendo a lessismore.santagostino@gmail.com

La giornata include una pausa pranzo offerta dal progetto, a cura dell’associazione Tuttinsiemepersancarlo.

Il materiale prodotto durante la giornata costituirà le basi dei laboratori di progettazione previsti per il 5 e 12 aprile.

Per informazioni
U.R.P. COMUNE Sa
nt’Agostino 0532 844411 – www.comune.santagostino.fe.it

 

lavoro

Ecco perché i nuovi contratti a termine non favoriranno l’occupazione

Dopo avere ascoltato il neo ministro Poletti parlare di mercato del lavoro a Ballarò, vien quasi nostalgia di Elsa Fornero (scherzo, naturalmente).
Qui siamo oltre l’incompetenza, siamo alla violazione del principio per cui un argomento dovrebbe essere quantomeno sostenuto da un minimo di razionalità.
Poletti sostiene che lo scopo del decreto annunciato sui contratti a termine sarebbe quello di favorire una durata maggiore degli stessi, fino ai 36 mesi massimi previsti.
Oggi la durata media è molto più breve, ma questo dipenderebbe – secondo il Ministro – dall’incertezza normativa, cioè dalla necessità di dover indicare una causale che molto spesso diviene oggetto di impugnazione. Sarebbe per questo che l’impresa «per stare dalla parte dei bottoni» preferisce assumere per 6, 7 mesi e poi prendere «un altro, poi un altro, poi un altro ancora». Meglio quindi abolire la necessità di una causale e in questo modo i contratti avranno una durata più lunga, si costruirà una relazione più solida con l’azienda, per la quale diventerà a quel punto più conveniente stabilizzare il rapporto di lavoro
Ora, è assolutamente vero che la durata media dei contratti a termine è molto breve: oltre il 40% arriva al massimo ad un mese. Ed è altrettanto vero che le impugnazioni della causale sono frequenti: è l’unica strada che ha il precario, una volta lasciato a casa, per rivendicare l’assunzione a tempo indeterminato.
Ma perché mai il timore di un’impugnazione della causale dovrebbe essere il motivo che induce l’impresa a cambiare ogni 6 mesi il proprio dipendente a termine? Anzi, semmai è vero il contrario: meglio dover far fronte al rischio di un’impugnazione ogni 3 anni che ad una ogni 6 mesi!
L’argomento portato da Poletti è del tutto privo di fondamento.
Il motivo vero è un altro. Si è voluto togliere alle imprese il rischio di trovarsi costretti, magari dal giudice, a trasformare il rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
Facile prevedere le conseguenze: magari ci sarà qualche assunzione a tempo determinato in più, prevalentemente a scapito di altre forme contrattuali, ma la durata media di questi contratti non si allungherà e neppure aumenterà la percentuale delle stabilizzazioni.
E, a proposito di impugnazioni, che dire dell’idea di non prevedere più, nel contratto di apprendistato, la formalizzazione di un progetto formativo?
Questo sì che, essendo in palese contrasto con le normative europee, aprirà la strada ad un bel po’ di contenziosi giuridici!

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Cinema come un farmaco: serata alla biblioteca Vigor

Il cinema come un farmaco per aiutare i malati di demenza senile a ricordare adoperando il “memofilm”. L’idea di Eugenio Melloni, piaciuta a Giuseppe Bertolucci e poi diventata esperimento scientifico portato avanti su persone affette da lievi demenze, funziona ormai da cinque anni e gli incoraggianti risultati sono stati resi pubblici con “Memofilm, la creatività contro l’Alzheimer”, un libro + dvd recentemente uscito in libreria.
Venerdì sera nella video-biblioteca “Vigor”, verrà presentato questo innovativo progetto di cura reso possibile proprio dal linguaggio cinematografico, capace di tenere insieme musica e immagini, ricordi ed emozioni.
A parlarne con Giorgia Mazzotti, giornalista, saranno Eugenio Melloni, ideatore del progetto Memofilm; Luisa Garofani, psichiatra e responsabile del Sert dell’azienda Usl di Ferrara; Pier Luigi Guerrini della biblioteca Vigor e Massimo Alì Mohammad dell’Associazione Feedback; a conclusione un contributo in video di Alessandro Bergonzoni.
Eugenio Melloni, documentarista e sceneggiatore che vive a Ferrara, ha scritto tre film in collaborazione con Stefano Incerti: Prima del Tramonto (1999); La vita come viene (2003); Complici del silenzio (2009). Per la regia di Wim Wenders ha scritto soggetto e sceneggiatura del mediometraggio in 3D “Il Volo” (2010) con Ben Gazzarra e Luca Zingaretti.
Nel 2011 ha curato la regia del documentario “700 anni per vedere il mare”, Premio Medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica.

Biblio-cineteca Vigor, via Previati 18 (cortile del cinema Boldini), Ferrara. Venerdì 21 marzo, ore 21. Ingresso libero

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Pomeriggio nel medioevo ferrarese

Il cielo è coperto, me ne sto rannicchiato in una stanza vuota. Stretto tra le facciate di terracotta della città vecchia, ad angolo con Saraceno, ascolto il silenzio dei vicoli, a pochi passi dal nucleo bizantino. Un microcosmo in cui ti lasci accogliere, dall’alto un rombo sinuoso spaccato dalla fenditura di Via Cavedone, che taglia l’isolato e incontra la bella e discreta Via Carmelino.

Sulla cassettiera uno stereo rotto suona i Marlene Kuntz rendendoli più rumorosi del dovuto, pochi libri sparsi: l’Eneide, Fenoglio, Ernesto De Martino, Kafka, Carlo Levi, Silone, Kapuscinski. Poi una bottiglia d’acqua, un’agendina, polvere e fazzoletti.

In questa dimora viva, che porta i segni del terremoto, il parquet scricchiola sotto il peso del corpo, le travi oscillano insieme ai passi scalzi, la casa accompagna i movimenti, sembra rispondere a logiche affini alle mie. Scrivo lettere su un monitor che affaccia sulla schiena del mondo. Le parole scorrono veloci e riempiono la pagina.

Verso la cucina si sentono i bambini dei vicini che giocano e portano la mente ai miei, lontani. Di fronte studenti universitari guardano come al solito la televisione, intanto apro questo grosso volume sulla poesia italiana del novecento e trovo Pavese:

“(…) mio povero vecchio,/ che non hai nulla al mondo,/ se non quel sogno tiepido e un odio disperato,/ io mi struggo di essere come te,/ io che vengo da tanto più lontano,/ ma che ho nel cuore il tuo odio/ e sogno i tuoi stessi sogni./ Verrà una notte,/ forse domani/ che m’accascerò come te/ sotto la nebbia in una via deserta, colla tempia spaccata,/ e sognerò l’ultima volta in quell’istante/ un cibo meraviglioso (…)”.

L’anima oppressa dello scrittore piemontese suona fuori luogo in questa primavera ferrarese. Il suo è un brano di novembre, al massimo gennaio, e noi siamo verso la vita, la potente illusione che dona l’Italia di marzo. Volto pagina. Mi rimuovo insieme al pavimento verso la luce.

Dalla finestra qualche passante porta al guinzaglio il cane, una città in cui passeggiano più cani che bambini vorrà pur dire qualcosa. Piccoli inconvenienti di un luogo che mostra parte del suo fascino nella decadenza, e il resto nella memoria:

“Ferrara cinquecento anni fa era New York”, è scritto su un muro da qualche parte.

Io cinquecento anni fa non c’ero, e ora vedo i vecchi soli, affacciati alle finestre, che quando muoiono lasciano i soldi ai figli e il posto agli universitari. Vedo il mio piccolo microcosmo in cui mi sento accolto: la pizza di ceci da Orsucci e il calzolaio Vittorio; l’artigiana della tana della tartaruga turchina con quell’aria lieve, dimessa; le piccole librerie; il geometra; la farmacia, la chiesa. Più avanti il ristorante greco messo in piedi da una coppia di albanesi. Poi i fruttivendoli pachistani e i loro bimbi dagli occhi vivi, neri, che se ne stanno tutto il tempo nei negozi, cresciuti dalle loro mamme bambine in strada, come si faceva una volta, mentre intorno tanti altri uomini e donne meglio vestiti preferiscono attardarsi nel ruolo di figli. E questa città illude che si possa vivere senza rimpianti.

Non c’ero cinquecento anni fa e a ben guardare nemmeno oggi, perché starsene alla finestra, al pc, o alla tv è un po’ aver abdicato alla vita, la quale sarà in mezzo alla strada o da qualche altra parte, certo non in queste parole sole, e non in questa stanza.

Mi risiedo e scelgo di riascoltare una canzone d’amore in cui alla fine le chitarre elettriche volutamente percorrono la pentatonica sbagliata, un po’ come a dire che l’esistenza può essere pure una declinazione di note e passi falsi, e che se le storie hanno un verso, tuttavia capita che siano percorse contromano:

E’ certo un brivido averti qui con me
in volo libero sugli anni andati ormai
e non è facile, dovresti credermi,
sentirti qui con me perché tu non ci sei.
Mi piacerebbe sai, sentirti piangere,
anche una lacrima, per pochi attimi.

Va già meglio. “Portami con te”, dice in una poesia dedicata al figlio Attilio, il poeta Caproni, e invece sa benissimo che il bello di questo mondo è che prima o poi ognuno è costretto a fare per sé, a prendere la sua strada, sperando che sia la volta buona, che sia il verso giusto, o perlomeno quello voluto.

cambiare

Ricomincio da me. Il coraggio di cambiare vita

Sono in aeroporto, come sempre, troppo spesso ormai. Ho di fronte due signore russe, eleganti, truccate, profumate, sempre al telefono o impegnate a frugare nella loro costosissima borsetta. Una è bionda platinata, sicuramente tinta, e ora sta aprendo un campioncino di crema Chanel per spalmarne il morbido contenuto sulle mani curate dalle unghie laccate bianco avorio. L’altra ha i capelli rossastri, anch’essi tinti. Come molte altre donne intorno, pure lei parla a qualcuno dal suo nuovo iPhone luccicante. E anche lei, immancabilmente, inizia a cercare nella sua borsa marrone intrecciata una crema, un rossetto o un profumo, di quelli all’ultima moda.

Io le osservo e le descrivo. La scena si ripete spesso, io che viaggio, io che analizzo-rimugino-scrivo, loro che sono curate e orgogliose dello status acquisito. Tutto ciò proprio adesso che sto leggendo questo libro di Simone Perotti, Adesso Basta, che vi voglio commentare.
Eh sì perché, come molti manager pensanti, con un benessere stabile e raggiunto dopo anni di duro e intenso sacrificio, Simone ha riflettuto attentamente e profondamente e poi agito, quando ha compreso che il suo tempo non gli apparteneva più. Allora, come molti, aveva cercato di trovare spazi, sempre più ristretti, sempre più difficili da conquistare, fra una riunione e l’altra, fra un volo, una partenza e un ritorno, un decollo e un atterraggio, un treno e l’altro. Ma così non andava. Gli affetti erano lontani, gli amici pure, in nome di un benessere raggiunto per sé ma soprattutto per la propria famiglia, arrivati a un punto dove si guadagnava bene ma non si aveva il tempo per spendere, un tempo sempre più difficile da trovare, che non c’era mai per nessuno e per nulla.

Allora il nostro autore ha iniziato a pianificare, a ritagliare spazi e momenti per scrivere, per leggere, viaggiare, vedere mostre, visitare musei, andare dai propri cari. Ma con in testa un piano. Cambiare vita. La via per la libertà passa per la solitudine e gli uomini e le donne combattivi, come lui, non ne hanno paura, anzi la amano, non temono la scalata. Da soli si scoprono e s’imparano un sacco di cose, anch’io lo so da anni ormai. Con se stessi si fanno discorsi, ci si emoziona e poi si condivide. Conosci te stesso, Socrate prima di tutto, e così ci si prepara al cambiamento.
Chi mi starà osservando ora penserà che stia lavorando, scrivendo un rapporto sul mio iPad, quando in realtà sto volando lontano con la fantasia e molto in alto… Bisogna capire quale è il vero sogno, lavorare seriamente per realizzarlo, non improvvisare, pianificarlo bene. Da manager a manager. Altrimenti può diventare un’avventura senza senso e dalle conseguenze pericolose e imprevedibili. Bisogna capire cosa importa, cosa conta di più, a cosa possiamo rinunciare, provare piano piano a ridurre consumi e bisogni, trovare alternative a cose inutili e che non ci serviranno mai.

Con Simone, parliamo, dunque, del downshifting. Dobbiamo capire quanto consumiamo, fare un down grade del nostro stile di vita, si può vivere con meno, senza spreco e con più risparmio. E’ una ricerca di quello che conta, si deve arrivare a essere “liberi da” oltre che “liberi di”. Finora avevo riflettuto solo al secondo concetto di libertà. Quante volte non abbiamo trovato il tempo per gli amici, la famiglia, le persone amate, impegnati a correre dietro a riunioni, email, notizie, incontri inutili, chiacchiere che non hanno più alcun significato o valore.
Non conosciamo più il vero significato di otium alla latina, di uno spensierato perder tempo produttivo, il valore e l’importanza di passeggiare con il naso all’insù guardando solo il bello che ci sta intorno, di assaporare il gusto di stare con persone che ci scegliamo noi, in posti e tempi scelti solo da noi, di partire e tornare dove decidiamo noi.

Non è bello saper far giardinaggio ed essere capaci di coltivare un orto o di riparare un oggetto? Non siamo più capaci di alcun lavoro manuale, abbiamo perso il contatto con le cose e la terra, non siamo realmente autonomi. Mauro Corona l’ha spiegato bene ne La fine del mondo storto. Non siamo liberi. Ci servono davvero vestiti e scarpe costosi, sciarpe e foulard di seta, blackberry e telefoni cellulari, gadget, salette vip, punti mille miglia, cibi esotici che ti fanno solo venire il mal di pancia, taxi veloci, autisti e receptionist che non si comprendono perché spesso parlano un idioma del tutto sconosciuto? Ha forse un prezzo scambiare una parola nella tua lingua madre con un simpatico metronotte che t’indica una via, con un giornalaio sorridente che ti regala un inserto gratuito di un giornale che una signora ha lasciato lì perché non interessata? Non era meglio andare in libreria e gioire per il prezzo scontato di un libro tanto ricercato che faceva miracolosamente capolino da un grigio scaffale impolverato? Ora si hanno i soldi per tutti i libri che si desidera, questo sarebbe un duro prezzo da pagare, rinunciarvi, ma magari qualche casa editrice te li manda gratuitamente in cambio di una recensione….

Se mi piace scrivere, pensava Simone, magari posso farlo diventare il mio pane quotidiano anche così. Ci hanno sempre indicato la via del dovere mai quella del piacere, ricorda. Il si fa e il non si fa, il si dice e il non si dice, il non sta bene. Non siamo più avvezzi al risparmio, a quello vero, non a un tirare la cinghia a ogni costo ma a una semplice idea di spendere meno e meglio. Si tratta ora di riflettere alle proprie passioni, a come realizzarle, preparandosi seriamente, avendo sempre di fronte le responsabilità verso se stessi e gli altri. Alcuni altri, ovviamente, siamo selettivi! Simone ci ha messo quasi dieci anni, investendo solo su di sé, studiando, tornando a scuola, capendo cosa voler fare per davvero, con una vera ricerca progettuale che chi ha fatto il manager come lui può riuscire a realizzare.

Era un ragazzo giovane in ascesa professionale, ben pagato, ora è uno skipper soddisfatto e uno scrittore di successo. Se era riuscito a fare carriera, a superare tante difficoltà, a varcare oceani, magari anche deserti e foreste, perché non doveva riuscire a portare avanti il suo sogno di sempre? Non gli erano mai mancati forza di volontà, impegno, assiduità, voglia di fare e arrivare. Perché doveva fallire proprio ora? La scelta doveva, certamente, essere consapevole, chiara, serena, voluta, meditata, pensata, progettata. Partendo dalla solitudine, spesso necessaria, il percorso è stato sicuramente difficoltoso e impegnativo, ma valeva la pena provare a impostarlo, non come una fuga, ma con una visione…. Perché per un vero viaggio di scoperta non occorrono posti nuovi ma occhi nuovi, avrebbe scritto Marcel Proust. Come non essere d’accordo…

[In libreria]
Simone Perotti, Adesso basta. Lasciare il lavoro e cambiare vita. Filosofia e strategia di chi ce l’ha fatta, Chiarelettere

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Il volo dell’Ippogrifo, le malie di Lucrezia, le intuizioni di Ercole d’Este: suggestioni per un museo multimediale della città di Ferrara

Si parla con insistenza in questo periodo di un museo della città a Ferrara. E’ qualcosa di prezioso che ancora manca a completare la pur già ricca offerta culturale. Se n’è discusso di recente in relazione alla futura destinazione dell’ex caserma Pozzuolo del Friuli. La caserma, in effetti, è adiacente al palazzo Schifanoia e dunque prossima al lapidario, dista pochi metri dal museo Riminaldi e quindi da palazzo Bonacossi che lo ospita e che a sua volta confina con la casa natale di Giorgio Bassani… La sua è una collocazione congeniale, insomma.

Ma più in generale, l’idea di un museo della città scaturisce in risposta ad un’avvertita necessità. E, al di là del possibile contenitore, giova ragionare e interrogarsi sull’eventuale contenuto: è utile domandarsi cosa dovrebbe caratterizzare un ‘museo di città’ e quali benefici potrebbe assicurare in termini di consolidamento dell’offerta culturale, di attrattiva turistica e di completamento di un percorso sulla memoria civica, quindi a vantaggio anche di tutti coloro che a Ferrara vivono.

Il museo della città deve saper raccontare la vicenda di una comunità attraverso la storia, la cultura, le tradizioni che le sono proprie. Per Ferrara significa una secolare galoppata temporale dai primi insediamenti nell’antica Voghiera, all’esarcato, al dominio barbarico, all’età comunale, sino ai fasti estensi, allo Stato della chiesa, alla repubblica Cispadana, per giungere ai moti risorgimentali e infine fluire nella contemporaneità attraverso la fosca pagina del fascismo e il riscatto dovuto alla lotta di liberazione. In senso figurato: il volo dell’Ippogrifo, le malie di Lucrezia, le intuizioni di Ercole d’Este, l’inquisizione ecclesiastica, le trasvolate di Balbo, le lotte partigiane…

Per tradurre una simile ambizione in qualcosa di vivo, in una realizzazione, cioè, a prova di sbadiglio, non si può pensare di prescindere dalle spettacolari opportunità offerte dalla tecnologia e dalla multimedialità. Solo così, crediamo, si potrebbe suscitare curiosità e interesse in senso diffuso, presso un ampio pubblico composta da adulti e ragazzi, ferraresi e non.

In questo senso colpisce la concezione dello straordinario museo della città di Bergamo. “Il museo storico dell’età veneta – dicono i curatori della loro stessa creatura – è un museo multimediale, sensoriale e interattivo, che propone un nuovo modo di raccontare la storia al grande pubblico mescolando conoscenza e gioco, intelletto ed emozioni: le testimonianze del passato – dipinti, manoscritti, mappe e documenti, selezionati con rigore scientifico – prendono vita e raccontano il nostro passato come non si era mai visto”. Ed è proprio così: al di là delle parole il visitatore vede, sente, tocca si immerge nella storia.

Suoni avvolgenti si inseguono e avviluppano nelle loro magiche spire i visitatori; effetti di luce creano bagliori, rimandano evocativi chiaroscuri, originano atmosfere rendendo vitali gli ambienti; cubi si trasformano e riflettono immagini in un vorticoso caleidoscopio di sensazioni che ci proietta in tempi remoti. E poi, ecco la possibilità di maneggiare gli oggetti, di interagire con essi, di esplorare, muovere, sperimentare, toccare, aprire cassetti che generano ogni volta profumi, cromatismi e differenti illusioni ottiche stimolando sensi e mente.

Il museo non trasferisce mere informazioni, ma offre davvero un’esperienza polisensoriale che attiva la percezione e la curiosità. Pochi sono gli oggetti e i reperti esposti. Il fulcro sta nel racconto svolto per immagini e suoni. E nell’allestimento scenografico che integra la tecnologia e declina la conoscenze in narrazione. Con presupposti simili Bologna, fra le prime, ha di recente realizzato a palazzo Pepoli il suo museo della storia cittadina.

Per Ferrara ora è solamente un sogno. Un’ambizione enorme in rapporto alle disponibilità, che per non risultare smisurata si potrebbe stemperare, agevolandole la praticabilità, magari concependo il progetto nella sua globalità e realizzando poi l’intervento per stadi successivi e autonomi: priorità all’età estense e via via integrazioni della storia patria con tutte le sue più significative pagine. D’altronde solo chi pensa in grande può arrivare a grandi traguardi.

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Il museo dell’età veneta di Bergamo
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Ricordando Ezio Raimondi e la sua scommessa culturale su Ferrara

Ci lasciano i grandi protagonisti della cultura novecentesca. Tre giorni fa Cesare Segre, ieri Ezio Raimondi. Se ancora una parola come Maestro ha senso non c’è dubbio che Segre e Raimondi siano stati legittimamente Maestri. Solo nel 2012 all’apertura della settimana Alti Studi dell’Istituto di Studi Rinascimentali nel salone dei Mesi di Schifanoia Ferrara tributò un commosso omaggio a Ezio Raimondi assegnandogli il premio città di Ferrara, consegnato alla figlia, per la sua lunga e mirabile attività di presidente dell’Isr.

E’ difficile per i non addetti ai lavori ripercorrere il cammino che portò un’associazione culturale, come quella che nel 1983 nacque tra le tombe neoclassiche della Certosa di Ferrara, a diventare tra le più vivaci e interessanti realtà culturali del Paese, frequentata e sorretta dall’entusiasmo con cui un gruppo di intellettuali – con l’aiuto di un purtroppo dimenticato troppo presto assessore alla cultura quale fu Giuseppe Corticelli allievo di Raimondi – puntò sulla proposta che l’Europa delle Corti, libero e nuovo gruppo di studiosi, attenti alle società di antico regime, faceva a Ferrara e alla sua mirabile storia.

Nacque allora e ebbe sede a Ferrara l’Istituto di Studi Rinascimentali. Lavorarono per l’Isr studiosi come Amedeo Quondam, Paolo Prodi, Adriano Prosperi, Carlo Ossola, per citarne solo alcuni tra i tanti che firmarono quei testi, che superando ormai il centinaio di titoli, hanno profondamente influito sulla consapevolezza critica della funzione fondamentale delle corti italiane e tra le prime proprio Ferrara e il suo Rinascimento, ma non solo. Basti pensare a opere monumentali come lo Iupi, l’incipitario unificato della poesia italiana a cura di Marco Santagata o il fondamentale Atlante di Schifanoia a cura di Ranieri Varese o le edizioni dei volumi sulle Guerre in ottava rima fino alla pubblicazione dell’Orlando Furioso 1516 a cura di Marco Dorigatti.

E’ alla meta degli anni Novanta del secolo scorso che Ezio Raimondi viene invitato dall’allora sindaco di Ferrara ad assumere la presidenza dell’Istituto ferrarese. Un motivo d’orgoglio in più, specie in una stagione dove le risorse economiche si facevano sempre più esigue e dove, nonostante il prestigio raggiunto dall’Isr, si faticava non solo a stampare i volumi ma a trovare anche le possibilità di produrre regolarmente la pubblicazione di “Schifanoia”, la rivista, organo scientifico dell’Istituto. E se è necessario ritessere il filo che univa o ha unito per lunghi anni il lavoro svolto da Raimondi come presidente e da chi scrive questa nota come direttore dell’Isr è anche necessario ripercorrere le affinità e le discordanze che ci hanno permesso una collaborazione appassionata.

In tempi ormai lontani le scuole critiche saldamente gestite dai Maestri ( e Raimondi era tra i più prestigiosi) innescavano confronti e utili scontri sul metodo e sulla fedeltà alla scuola. Era dunque logico che le mie credenziali critiche affidate all’insegnamento di Walter Binni e di Claudio Varese non fossero sulla linea raimondea. Certo ci univa la comune amicizia con un grande storico dell’arte come Andrea Emiliani e da parte mia l’ammirazione per Francesco Arcangeli amico e sodale di Raimondi che – per li rami – portava a Giorgio Bassani e in più l’irresistibile propensione a interessarmi di storia dell’arte che mi portò a diventare canovista e “giardiniere”: due specificità critiche che Raimondi coltivava da sempre in modo superbo. Ciò non impedì che nel comune rispetto e nell’ammirazione che gli professavo sarebbe stata una non facile scommessa pensare a come sarebbe stata la collaborazione che fu estremamente proficua e leale.

La sua inflessibile consapevolezza di un’ eticità del pensiero critico che mai si sarebbe piegata a una sia pur minima strumentalizzazione del lavoro scientifico si coniugava con quella sterminata cultura che gli rendeva possibile leggere quell’ impressionante numero di testi che invadevano come un meraviglioso castello d’Atlante la sua casa e il suo ufficio all’Istituto dei Beni Culturali di Bologna. E quanta ironia e nello stesso tempo quanta consapevolezza c’era nella raccomandazione di portargli i libri in ufficio per non turbare la moglie destinata a coinvivere con quelle migliaia di volumi! L’incarico era affidato a Claudia Spisani la segretaria dell’Isr addetta ai contatti con la sede bolognese.

Con Raimondi si respirò in quegli anni il senso e il modo di raggiungere l’internazionalità del lavoro svolto dall’Isr. Un nome come quello di Raimondi significava che per l’associazione ferrarese era giunto il momento dell’eccellenza (parola troppo usata e spesso a sproposito) nella produzione scientifica, nel lavoro organizzativo e nelle settimane alti studi. Sembra ormai che quei tempi siano lontanissimi, quasi un’età dell’oro, ma forse dimentichiamo che l’intero impianto culturale sta subendo radicali cambiamenti che renderanno gli studi e la loro organizzazione fondamentalmente diversa da come noi (quelli dell’altro secolo) avevamo immaginato e perseguito.

E’ di pochi giorni fa la clamorosa protesta del presidente dell’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento di Firenze, Michele Ciliberto, che minaccia la chiusura di alcuni settori del più importante Istituto di ricerca sul Rinascimento dotato di una sterminata biblioteca e di opere d’arte d’altissimo pregio perché i fondi vengono negati o scemati. La stessa sorte che ha in parte condiviso anche l’Isr. Sembra che quel tipo di cultura ma soprattutto il modo con cui i Maestri hanno gestito l’organizzazione della cultura sia diventato obsoleto o non perseguibile. Un motivo che immagino sarà di non poca importanza per il nuovo ministro del Mibac, Dario Franceschini.

Quello di cui dobbiamo essere grati è stato come un intellettuale di primissimo piano come Ezio Raimondi abbia creduto nelle possibilità culturali di una piccola città come Ferrara e con lui quella straordinaria schiera di studiosi che si sono messi al servizio di una città che dovrebbe del suo glorioso passato trarre linfa per costruire o suggerire un futuro ancora foriero di speranze.

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Vendere con i social network? Si può fare!

Se c’è un ritorno dell’investimento, nelle operazioni di visibilità con i social network, è una delle domande classiche che un imprenditore fa a chi li propone come canali di promozione. Shopify, uno dei migliori servizi per la creazione di e-commerce al mondo con ben 70.000 clienti, ha realizzato un’analisi attraverso la documentazione in loro possesso. Generando un’infografica grazie all’analisi di 37 milioni di pagine raggiunte attraverso i social media, in cui sono stati registrati 529 mila ordini. Una media di un ordine ogni 70 visite sul prodotto.

I dati indicano che Facebook è la piattaforma da cui partono l’85% delle vendite. La sua incidenza è particolarmente evidente nei settori come la fotografia (98%), sport (94%) e gli accessori per animali domestici (94%). Tuttavia, va notata che l’influenza di altri canali sociali come Pinterest (sono statistiche composte da e-commerce made in Usa), in cui è fortissimo nella vendita di oggetti d’antiquariato e da collezione (74%), libri e riviste (29%). YouTube si mette in luce attirando clienti sui prodotti digitali (47%), servizi (36%) e automotive (26%). In coda Twitter, in cui sembra più utile per articoli per la casa e l’ufficio (18%), giardinaggio (13%) e regali (13%).

La capacità dei social media di essere d’aiuto nelle decisioni di acquisto è in aumento. Durante la prima metà del 2013, è stato osservato un aumento del 17,8% dei profitti riconducibili al traffico web generato dai social network. Questi utenti sono anche più attivi e predisposti rispetto a chi non li utilizza. Una recente ricerca di Nielsen indica che il 70% di loro acquista online, ben 12% in più rispetto all’utente medio di Internet.

Molte aziende stanno prendendo confidenza con gli adv di facebook che creano in autonomia e questo si vede in termini di aumento del fatturato. Ovviamente queste promozioni funzionano solo che le pagine di atterraggio sapranno essere veramente coinvolgenti, rassicuranti e il prezzo in linea con le aspettative del cliente. Il web marketing non si limita alla creazione di un post sponsorizzato.

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Parigi sta con i siriani, al Trocadero accanto agli esuli

Da PARIGI – La Tour Eiffel ha brillato per i siriani, vittime di tre anni di una guerra devastante con 146.000 morti e il più alto numero di rifugiati al mondo. Al tramonto, la scritta #AvecLesSyriens è stata proiettata sul primo piano della Tour Eiffel, mentre in quasi tutto il mondo si stavano svolgendo manifestazioni di sostegno al popolo siriano. Davanti, nella spianata del Trocadero dedicata ai diritti dell’uomo, decine di siriani si sono raccolti per manifestare contro il governo di Assad, con canti e cori antiregime, tante le donne e tanti i bambini. E’ accaduto sabato scorso. Anche noi eravamo lì, con loro, fianco a fianco, e abbiamo voluto guardarli negli occhi, parlare con loro, raccogliere alcune testimonianze e conoscere quelle storie che ci toccano sempre più da vicino.

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15 marzo 2014: Parigi sta con i siriani

Non parla francese, ma la sorella traduce per noi: è una giovane donna, ci racconta di essere fuggita quattro mesi fa dal campo di Yarmuk e di aver raggiunto la Giordania, dopo che la sua casa era stata presa di mira dai soldati di Assad e i proiettili le passavano sulla testa giorno e notte. E’ riuscita a portare con sé i suoi tre figli di due, quattro e dodici anni, che le stanno stretti accanto, lo sguardo un po’ smarrito ma sereno. Voleva fin da subito raggiungere la Francia perché ha due sorelle che vivono a Parigi da anni, ma non riusciva ad ottenere il visto; ha raggiunto la capitale solo un mese fa, dopo che le sorelle la sono andata a cercare direttamente in Giordania. “Mio marito è stato ferito mentre usciva da una moschea, adesso si trova in Francia”, ma non ci dice dove. Ora accenna un sorriso, guardando la scritta che è dedicata anche a lei, il viso dolce, illuminato da un tramonto colorato di rosa.
Ma l’atmosfera è grave, gli sguardi tristi e spenti, molte donne tengono tra le mani cartelli con la foto dei loro uomini, di prigionieri politici.

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Yaser e Mohamed Jamous dei Refugees of Rap

Hanno smesso di cantare i Refugees of Rap, intervistiamo i due rapper che si sono uniti alla manifestazione: “Mi chiamo Yasser Jamous e questo è mio fratello Mohamed, siamo palestiniani-siriani, siamo a Parigi dal marzo 2013. Per ottenere il visto per la Francia, prima siamo dovuti passare per il Libano. Abbiamo iniziato a suonare nel 2005 nel campo per i rifugiati palestinesi di Yarmuk, al confine con Damasco, con canzoni che non parlavano di guerra; siamo diventati famosi e ci chiamavano a suonare in diversi Paesi del Medio Oriente. Quando sono cominciate le rivolte nel marzo del 2011, ci siamo messi a scrivere testi antiregime, contro la dittatura di Assad. Presto abbiamo cominciato a ricevere minacce, il nostro fratello più piccolo è stato imprigionato, poi per fortuna rilasciato, e il nostro nuovo studio completamente distrutto, era stato finanziato dalle Nazioni unite, lo avevamo chiamato Sawt Al Shaab (The voice of the people). Abbiamo dovuto lasciare il nostro Paese, ma ora, come rifugiati politici, denunciamo con le nostre canzoni le atrocità subite dal popolo siriano.

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15 marzo 2014: Parigi sta con i siriani

La manifestazione di Parigi si è unita alle iniziative di solidarietà e di mobilitazione a livello internazionale, per chiedere ancora una volta ai capi di stato di adoperarsi e fermare al più presto questo terribile e inutile massacro, è stata organizzata da Amnesty International France e altre organizzazioni, tra cui Action des Chrétiens pour l’Abolition de la Torture, CARE France, CCFD – Terre Solidaire, Comité de l’Action Chrétienne en Orient, Fédération internationale des Ligues des droits de l’Homme, Justice et Paix, la Vague Blanche pour la Syrie, Médecins du monde, Oxfam France, Pax Christi France, Reporters sans frontières, le Réseau Euro Méditerranéen des Droits de l’Homme, Vision du Monde.

incertezza

In un cono d’ombra…

Il futuro oggi è in crisi. E, di conseguenza, l’idea di progresso che ha accompagnato la modernità è screditata, o non credibile. Raymond Aron definiva il progresso la religione secolare della modernità. Senz’altro è stata la più grande narrazione che l’Occidente ha fatto di se stesso e della sua egemonia nel mondo per molti secoli. Il progresso si può contestare come fece aspramente la generazione del ’68, e nello stesso tempo crederci. Sì, perché quella generazione credeva in un futuro migliore! Per il giovane di oggi il futuro è un deserto, o un incubo.

Sappiamo attraverso studi di importanti sociologi e antropologi che le rappresentazioni del futuro sono oggetto di costruzione sociale. Ma ciò non significa che siano frutto di immaginazione o di semplice volontà. Sono sempre espressione di processi materiali e della loro interpretazione. Non c’è alcun dubbio che la questione strutturale che provoca la crisi del progresso e della fiducia nel futuro è la mancanza di lavoro. Non ho memoria di questa angoscia per ciò che riguarda la mia generazione sessantottina. Cercavamo un lavoro, ma eravamo sicuri di trovarlo. Criticavamo le forme e i modi dei lavori a disposizione, ma non avevamo dubbi sulla loro esistenza. E’ questa ovvietà che oggi è in crisi.

La domanda che dobbiamo porci è di quelle fondamentali: come fa un giovane a diventare adulto se viene meno il principale rito di passaggio rappresentato dal lavoro che dà autonomia e identità? Per descrivere questa cruciale esperienza esistenziale facciamoci aiutare da un classico della letteratura del novecento: “La linea d’ombra” di J. Conrad. “Uno chiude dietro a sé il piccolo cancello della mera fanciullezza, ed entra in un giardino incantato. Là perfino le ombre splendono di promesse. Ma uno va avanti. E il tempo pure va avanti, finchè si scorge di fronte una linea d’ombra che ci avverte di dover lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventù”. In senso metaforico, la linea d’ombra è quella che separa la giovinezza dalla vita adulta. Alla fine del romanzo il protagonista, infatti, dirà: “Non sono più un giovane”. E il suo interlocutore anziano farà un cenno di assenso. Ecco ciò che manca oggi. Un passaggio che sigli l’entrata nella adultità, facendo cadere la pelle della vita precedente di formazione.

Se si comprendesse fino in fondo questa condizione attuale del giovane, la si smetterebbe di fare dello stucchevole sarcasmo sui bamboccioni o sulla mancanza di voglia di diventare adulti! Proviamo ad immaginare lo stato d’animo di un giovane di oggi. Quali sono le prove a cui deve sottomettersi affinchè la sua maturità venga riconosciuta da parte di adulti autorevoli? Studia, si laurea, accumula master, si iscrive a corsi di specializzazione senza mai passare a uno stadio successivo. Insomma, vive una condizione di passaggio senza fine. La sensazione, per usare le metafore di Conrad, è di vivere non sulla linea d’ombra, ma in un cono d’ombra.

Le esperienze prive di tappe e di mete perdono di significato, perché salta il legame con il passato e con un possibile io futuro. Questa condizione che Benjamin chiamerebbe di fine dell’esperienza e di eternizzazione di un presente precario, procura una inesorabile perdita di energia e fiducia nella società e nel futuro. La mancanza di scadenze e la uguale ripetizione di esperienze è destinata a devitalizzare anche il naturale entusiasmo che è proprio dell’età giovanile. Infine ricordiamo che fra le promesse del progresso c’era una diffusa convinzione che le chances fossero equamente distribuite. Oggi, chi resiste a credere nel progresso, è convinto che se questo è possibile, non lo sarà per tutti. Questo diffuso sospetto di disuguaglianza non è fra le cause secondarie nella creazione di stati d’animo risentiti e frustrati. E in questo humus possono crescere piante velenose: estremismi, populismi, violenze…

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

stretta-di-mano

La Carta dei servizi, questa sconosciuta

Vorrei parlare dell’importanza della Carta dei servizi e propongo la lettura di un importante rapporto annuale di UnionCamere che con merito e collaborazione di Indis e RefRicerche ne ha approfondito i contenuti. “Questo contesto ha portato ad uno scarso utilizzo di tale strumento” così si dice e così confermo essendo occupatomene per anni. Per questo insisto. La Carta dei servizi è un impegno generale sulla qualità reso ai clienti e agli altri portatori d’interesse da parte del gestore di servizi pubblici e agisce sulla chiarezza del rapporto e sulle strategie di miglioramento; impegna a misurare il conseguimento degli standard dei servizi, a informarne i clienti e a individuare procedure di miglioramento in continuo.
Chi vuole approfondire l’analisi può scaricare il Rapporto sulle tariffe sui servizi pubblici e leggere da pag 109 a pag 126 [leggi].

Da parte mia ritengo che occorra individuare strumenti e procedure affinchè sia forte il valore dei cittadini e quindi i bisogni dei cittadini che devono essere recepiti quali obiettivi, standard qualitativi e di prestazione nella Carta dei servizi. La carta dei servizi si prefigge infatti il raggiungimento di obiettivi di miglioramento della qualità dei servizi forniti e del rapporto tra utenti e fornitori dei servizi. Le prime indicazioni generali, intese come atti di indirizzo, vanno a quei comportamenti e principi generali che troppo spesso vengono considerati ovvi, ma che poi spesso nascondono insidie e delusioni. Ci si riferisce in particolare ai principi di: eguaglianza di trattamento, imparzialità, continuità, partecipazione, efficacia ed efficienza, cortesia, chiarezza e comprensibilità dei messaggi, condizioni principali di fornitura, accessibilità al servizio, facilitazioni per utenti particolari, rispetto degli appuntamenti concordati, tempi di attesa agli sportelli, risposta alle richieste degli utenti, risposta ai reclami scritti, gestione del rapporto contrattuale, rettifiche di fatturazione, semplificazione delle procedure, continuità e servizio di emergenza, pronto intervento.

Una puntuale attenzione deve essere rivolta agli strumenti e ai criteri di informazione; il gestore deve assicurare al cliente un agevole accesso ad ogni informazione (con continuità nel tempo) e deve individuare idonee modalità di comunicazione per informare gli utenti sui principali aspetti normativi, contrattuali e tariffari, che caratterizzano il servizio.
Il personale deve essere tenuto a trattare i clienti con rispetto e cortesia, a rispondere ai loro bisogni, ad agevolarli nell’esercizio dei diritti e nell’adempimento degli obblighi. I dipendenti sono tenuti altresì a indicare le proprie generalità, sia nei rapporti, sia nelle comunicazioni telefoniche. Inoltre il personale a contatto con il pubblico deve essere munito di tesserino di riconoscimento, sul quale siano riportati il nome e la fotografia. Al momento delle richieste delle singoli prestazioni il personale deve dunque provvedere a fornire al cliente le informazioni concernenti i diritti riconosciuti dalla carta dei servizi, i tempi massimi di esecuzione delle prestazioni, gli indennizzi automatici previsti, etc.

E’ però sulla qualità e tutela ambientale che i gestori si devono impegnare soprattutto ad attuare un sistema di gestione della qualità tendente al miglioramento continuo delle prestazioni che assicuri la soddisfazione delle legittime esigenze ed aspettative dei clienti e l’attuazione di un sistema di gestione ambientale che assicuri il rispetto dell’ambiente, la conformità alle norme ambientali e la prevenzione e la riduzione dell’inquinamento, tramite la fissazione ed il monitoraggio di parametri qualitativi del servizio e la raccolta delle procedure adottate in un manuale della qualità.
Un tema importante, su cui non è mai sufficiente soffermarsi e che si ritiene debba avere molto più spazio anche nella definizione degli standard di una Carta dei servizi e quello relativo alla accessibilità fisica ed informativa dei servizi e dei documenti a tutti coloro che hanno disabilità e che soffrono di un handicap sia esso temporaneo o permanente. La maggior parte di queste persone troppo spesso non riesce a partecipare pienamente alla vita sociale ed economica a causa di barriere fisiche o di altro tipo, ma anche perché discriminate. Vi sono dunque purtroppo molti cittadini con disabilità che possono incontrare gravi ostacoli o comunque difficoltà nel fruire dei servizi di gestione idrica e dei rifiuti. Bisogna dunque con forza anche in questi settori ambientali consentire ai disabili i esercitare i propri diritti. Si pensa alla standardizzazione specifica dei servizi, all’applicazione mirata di norme, alla accessibilità agli edifici, alle strutture, agli strumenti ed ai servizi digitali.

Se sono riuscito ad attirare la vostra attenzione leggete la Carta dei servizi; sicuramente è in qualche cassetto di casa e fatene un vero strumento per la gestione dei servizi pubblici ambientali.

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Il mondo in un disegno: la grafica di Gualandi

Illustrazioni dentro le quali ti affacci e trovi un mondo. Ed è più che mai ferrarese questo universo di gente affaccendata a mangiare, bere, lavorare, amoreggiare, dipingere, lavarsi, stendere panni e – persino – a tentare di volare. Perché sono ambientati quasi sempre dentro e fuori dagli edifici più importanti e riconoscibili di Ferrara i disegni, i poster e le invenzioni grafiche di Claudio Gualandi come pure di Linda Mazzoni, sua compagna di lavoro e di vita.

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Claudio Gualandi mostra un’illustrazioni ai visitatori, tra i quali il sindaco Tagliani (foto Luca Pasqualini)

Alla Galleria del Carbone, nel cuore medievale della città, è un’occasione – come spiega il curatore Paolo Volta – per ritrovare immagini che si sono viste tante volte, ma delle quali non sempre si conosce la paternità. Ecco, allora, le locandine del Buskers festival, con il personaggio ispirato alla volumetrica e coloratissima ballerina di Fortunato Depero, che anno dopo anno è comparso con uno strumento musicale diverso sullo sfondo di monumenti ferraresi: Il duomo ricondotto alla sua essenzialità geometrica, il castello che sembra uscito da un quadro di Giorgio De Chirico, il palazzo dei Diamanti, la piazza municipale.

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Poster del Buskers festival di Ferrara di Claudio Gualandi e Linda Mazzoni

Oppure la mappa con il territorio ferrarese e delle Delizie che hanno ottenuto il riconoscimento Unesco, che diventa una cartina geografica piena di colori e di vita, di campagna e di mare. O anche la scatola con il Gioca-e-gira, edizione tutta nostrana del gioco dell’oca, dove ogni concorrente può cercare di raggiungere il traguardo attraversando la città e i suoi luoghi più significativi in sella a una più che mai significativa bicicletta.
Le opere più recenti sono le illustrazioni in bianco e nero che vanno a popolare di vita e personaggi i luoghi-simbolo della città. Già si era visto il teatro comunale affollato di spettatori in ogni ordine di posti. Ora ci si può addentrare nel castello estense, visto in sezione per catturare le attività di una folla di nobili rinascimentali che dormono, mangiano e si sollazzano, ma anche di popolani, artisti, boia, prigionieri, inventori, fantasmi, guardoni e navigatori d’acqua dolce. Come osserva un visitatore, il tratto e il gusto per la ridondanza di particolari ricorda il genio di Jacovitti, il fumettista che sul Corriere dei Piccoli ha dato vita a Cocco Bill. Il Rinascimento tratteggiato da Gualandi rimanda un po’ al buffo e flemmatico entourage di quel Far West immaginario, dove potevi stare lì ore a osservare una tavola scoprendo sempre nuovi particolari, gente che era rimasta tramortita dietro all’apertura improvvisa della porta del saloon o cappelli sezionati in quattro pezzi da un’improvvisa raffica di pistola.

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Invito della Galleria del Carbone con Claudio Gualandi

Sabato 22 marzo alle 12.30 in biblioteca Ariostea Claudio Gualandi racconterà la sua ultima illustrazione, che è quella dedicata proprio al Palazzo Paradiso, dentro il quale ha sede la biblioteca. L’occasione è quella della Giornata mondiale della poesia durante la quale è in programma una maratona incessante di letture, conferenze, laboratori, interviste, proiezione di filmati. Per continuare a leggere il mondo con curiosità, passione, talento.
Disegnoinsegno” è il titolo della mostra di disegni, manifesti e illustrazioni di Linda e Claudio Gualandi fino al 30 marzo alla Galleria del Carbone, via del Carbone 18/a a Ferrara. Sempre aperta dalle 17 alle 20, sabato e festivi anche dalle 11 alle 12.30, chiusa il martedì.

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Clima da guerra fredda in Ucraina. Intanto la Cina fa affari e insedia le sue aziende agricole

La recente crisi ucraina, iniziata con le proteste di Maidan Nezhaleznosti (piazza Indipendenza) del novembre 2013, ha riproposto scenari da “guerra fredda” ormai lontani dalle nostre memorie. L’intervento della Russia in Crimea ha violato la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina e ha portato prepotentemente in primo piano tensioni forse mai sopite tra i cosiddetti paesi occidentali e l’ex potenza sovietica.
Se da una parte la situazione di conflittualità tra Russia, Ucraina e Unione Europea (che è al lavoro per varare un pacchetto di sanzioni contro la Russia) aumenta, in un contesto la cui soluzione è difficile da prevedere, dall’altra c’è chi, senza tanto clamore, continua a fare buoni affari. Si tratta della Cina, grande potenza emergente, ricca di valuta ma povera di terreni coltivabili.
Nella Repubblica popolare vivono oltre 1 miliardo e 300.000 persone, quasi un quinto della popolazione mondiale, che occupano il 7% delle terre coltivabili del pianeta. Già da diversi anni la Cina ha iniziato ad acquisire terreni in Ucraina: nel 2013, 100.000 ettari sono diventati proprietà di una corporation cinese, che avrebbe inoltre firmato un accordo, della durata di circa mezzo secolo, per la coltivazione di 3 milioni di ettari, il 5% del territorio dell’intero Paese, il 9% se si considerano i terreni agricoli. Inoltre, a quanto sembra, i prodotti derivanti dai terreni interessati saranno venduti con tariffe preferenziali a due aziende agricole statali cinesi. 
L’Ucraina, che ospita oltre 32 milioni di ettari di terre arabili, l’equivalente di circa un terzo delle terre arabili di tutta l’Unione Europea, era considerata un tempo il “granaio d’Europa”, ed è tuttora ottavo produttore e settimo esportatore di cereali al mondo, anche se la fragilità del suo sistema economico e soprattutto la crisi in atto hanno fatto aumentare il rischio di default, ovvero l’incapacità di ripagare i debiti verso paesi terzi.
La Cina (e altri Paesi privi di terreni ma molto ricchi, come per esempio alcuni Stati arabi) investono in acquisizioni territoriali, per allontanare lo spettro di eventuali crisi agroalimentari ed esportare manodopera in eccedenza. Si tratta del fenomeno del land grabbing, letteralmente “accaparramento della terra”, sui cui molti paesi emergenti hanno cominciato da tempo a speculare. Il fenomeno è cresciuto in maniera evidente a partire dal 2000: a oggi sono stati messi in atto oltre 1.200 contratti per lo sfruttamento dei terreni agricoli, che riguardano circa 83 milioni di ettari di territorio (poco più del 2% dell’estensione mondiale delle terre coltivabili), la maggior parte dei quali si trova in Africa. Ma di recente anche l’Europa è divenuta teatro di queste speculazioni, specie l’Europa dell’Est, dove la concentrazione della terra nelle mani di pochi è stata particolarmente marcata a partire del 1989, data simbolica del crollo del muro di Berlino e inizio della dissoluzione dell’Urss. Accanto agli oligarchi, nelle cui mani si concentra la proprietà terriera, nuovi attori internazionali si sono fatti avanti: compagnie cinesi in Bulgaria e in Ucraina, mediorientali in Romania, persino compagnie europee che acquisiscono terre per scopi agricoli ma non solo.
L’ex presidente Yanukovich nel dicembre scorso si era recato a Pechino per definire i dettagli di una partnership strategica che prevedeva otto miliardi di dollari di aiuti all’Ucraina, oltre ai dieci già investiti in cambio di armi e terre (l’Ucraina nel 2012 è stata il quarto esportatore di armi al mondo). La sua destituzione lascia nelle mani del nuovo governo un interrogativo sul futuro degli accordi con la Cina, anche se sin dall’inizio della crisi il governo cinese ha dimostrato di saper difendere i propri interessi adottando una politica di non ingerenza negli affari interni ucraini e allo stesso tempo strizzando un occhio alla Russia. Il Comitato centrale del Partito Comunista cinese ha dichiarato che “è tempo per le potenze occidentali di abbandonare la loro mentalità da guerra fredda e di smettere di cercare di escludere la Russia da una crisi politica che non sono state in grado di mediare”.

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Quando lo spazio insegna

Cultura e grado di civiltà di un Paese non si esprimono unicamente attraverso il suo patrimonio d’arte e di monumenti, ma anche attraverso la qualità dei luoghi dove il sapere si perpetua di generazione in generazione, attraverso un processo di trasmissione dall’adulto al giovane. Scrivo questo, anche se nutro personalmente consistenti dubbi che il sapere sia a proprio agio accanto a termini come perpetuare e trasmettere, ma certamente questi denotano al meglio il profilo dell’edilizia scolastica di cui ognuno di noi ha certo avuto esperienza.
Un Paese che per decenni ha riciclato conventi, orfanotrofi, caserme, seminari in edifici scolastici testimonia la considerazione, l’attenzione e la cura che ha per le sue bambine e i suoi bambini, le sue ragazze e i suoi ragazzi, nella sostanza la sua perenne miopia nei confronti del futuro.
Eppure già nel 1899, in apertura di “Scuola e società” John Dewey scriveva: «Quel che i genitori migliori e più saggi desiderano per il proprio figlio, la comunità lo deve desiderare per tutti i suoi ragazzi. Qualsiasi altro ideale per la nostra scuola è ristretto e privo di attrattiva; a lungo andare distrugge la nostra democrazia». Che la nostra comunità sia stata e forse continui ad essere matrigna con i ragazzi è conclusione che lascio alle riflessioni di ciascuno.
Mario Lodi, nella Lettera a Katia, con cui apre “Il Paese Sbagliato”, scrive il 2 ottobre del 1964: «[…] Pensavo a quante aule simili a questa ci sono ancora nel mondo per farci vivere i bambini nell’età che più di ogni altra ha bisogno di spazio, di verde, di sole e di moto. Scatole di mattone. C’è una terribile somiglianza fra le celle di una vecchia prigione e le aule delle scuole: c’è la stessa ossessiva fissità delle strutture percettive (colori, forme, superfici), la stessa monotonia psicologica.» Mario Lodi continua osservando, che mentre il detenuto in cella è libero di pensare ai fatti suoi, le nostre aule, le nostre classi sono la negazione di ogni libertà. L’insegnante comanda, abitua gli alunni a ripetere ciò che egli dice, premiando quelli che meglio si adeguano. Non c’è nulla come le istituzioni per comprendere quanto è tenuto in considerazione l’uomo. Il maestro di Vho conclude che chi ha inventato le nostre scuole non pensava certo alla libertà del suo prossimo.
Esagerava Mario Lodi? Temo di no. Ancora oggi chi visita una delle nostre classi è come se le avesse vedute tutte.
Non sono in grado di misurare i margini di un possibile cambiamento dell’edilizia scolastica al servizio di una concezione radicalmente nuova dell’apprendimento e della sua relazione con l’uso dello spazio da parte di alunni e insegnanti. Perché il ritardo del nostro Paese, ancor prima che sulla riflessione pedagogica, è sulla grave negligenza nella cura della sicurezza degli edifici che ospitano i nostri studenti grandi e piccoli.
A dirlo sono gli esperti che nelle loro audizioni in Parlamento hanno evidenziato come nel nostro Paese vi sia una gravissima situazione di scarsa sicurezza delle scuole. La crisi ha reso tutto più difficile e le scuole, unitamente agli ospedali, sono gli edifici pubblici che devono garantire il massimo di sicurezza perché contengono quanto abbiamo di più prezioso: i nostri figli.
Perciò i miliardi stanziati in questi giorni dal governo Renzi consentiranno solo la messa in sicurezza, la manutenzione, consentiranno di fare rammendi che restano tali anche se il sarto è Renzo Piano.
Ci hanno ridotti come dei poveri che non si possono permettere l’abito nuovo di cui avrebbero necessità, ma devono continuare a rammendare sempre quello vecchio. E in tanto chi continua a pagare sono i nostri giovani, costretti a studiare in ambienti poco adatti alla loro crescita e all’apprendimento, umiliati a subire anche questo svantaggio rispetto ai loro coetanei europei di Danimarca, Olanda, Svezia e Finlandia.
È qui la questione democratica che pone Dewey. Per cui dovremo attendere ancora molto per il Profumo (sì, il ministro, ricordate?) del convegno organizzato a Roma nel 2012 “Quando lo spazio insegna”, nuove architetture per la scuola del nuovo millennio. La scuola open space, senza aule, né corridoi. Dove studenti e insegnanti lavorano in modo collaborativo, sfruttando le possibilità offerte da internet e dalle tecnologie della comunicazione. Una scuola aperta tutto il giorno, disponibile alle contaminazioni con il territorio: scuola vera e propria al mattino, centro sportivo e di aggregazione al pomeriggio, centro di formazione per gli adulti alla sera. Queste, nelle parole del ministro di allora, le conclusioni del convegno, perché la scuola della società della conoscenza richiede spazi modulari e polifunzionali, facilmente configurabili ed in grado di rispondere a contesti educativi sempre in evoluzione.
Ora, se non c’è innovazione pedagogica, e in giro se ne vede davvero poca, difficilmente ci può essere innovazione nell’edilizia scolastica. Il modello industriale di scuola con gli alunni nei banchi, costretti ad apprendere tutti la stessa cosa nello stesso modo e nello stesso tempo non regge più. Ogni bambina e ogni bambino, ogni ragazza e ogni ragazzo ha il suo modo e il suo tempo per imparare, le intelligenze dei singoli sono diverse e ognuna ha il diritto di trovare lo spazio adeguato per esprimersi. Noi anziché innovare ci inventiamo l’acqua calda: i Bes (i bisogni educativi speciali), mentre nel nord Europa è già una realtà il tramonto delle aule, dei banchi e delle campanelle.
Se la scuola è strategica per l’uscita dalla crisi e per il futuro del Paese, ciò di cui questo governo si deve urgentemente fare carico è un piano di rinascita che consenta alle nostre scuole di divenire il luogo dove le giovani generazioni, ciò che il Paese ha di più prezioso, non solo abbiano il diritto di sognare il loro futuro, ma possano acquisire strumenti di qualità per pensare di poterlo realizzare. Didattica, ambienti di apprendimento, preparazione e diversificazione professionale di insegnanti e operatori della scuola sono gli ingredienti su cui da subito occorre intervenire. Si può, restituendo centralità, protagonismo e fiducia alla scuola attraverso lo strumento dell’autonomia didattica, organizzativa, di ricerca e di sperimentazione sancita dalla legge n. 59 del 1997 (la legge Bassanini) e che i governi successivi hanno in tutti i modi osteggiato, svuotato di ogni forza di cambiamento, fino a privare scientemente le nostre scuole delle risorse umane e finanziarie a loro indispensabili.

idee

Le candidature a sindaco non bastano, occorrono idee per attivare nuove politiche territoriali

Ormai le candidature a sindaco nei 16 Comuni della provincia ferrarese sono definite: alcuni hanno già elaborato i loro programmi, altri hanno steso solo qualche bozza, altri ancora lo faranno a breve.
Notiamo, per ora, alcune tensioni e durezze in città, candidatura che generalmente tira il carro e che, con la nuova provincia ridotta al minimo, con solo un piccolo ente di secondo grado, rappresenterà sempre più lo snodo delle politiche e il centro dove le scelte determineranno il futuro dei territori e del nostro localismo.
Questa nuova visione è già stata tracciata interloquendo, proprio su questo quotidiano online, con Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara e candidato per una seconda legislatura; se si volge lo sguardo alla provincia, però, non si può evitare di rimarcare alcuni punti chiave, si pensi ad Argenta, Bondeno, Copparo, Ostellato e i loro hub che fanno rete di sub-area.
Pensiamo, inoltre, che se le linee progettuali dei citati futuri governi locali, compresi altri non chiamati alle elezioni, non si faranno coerenti sulle azioni di politiche dei territori e continueranno a guardarsi solo dentro, chiudendosi a riccio, le nostre comunità locali non andranno da nessuna parte e diventeremo un lembo lontano dalla via Emilia, dalla dorsale centrale veneta, dagli assi strategici sud-nord e dal futuro della crescita.

Ci permettiamo di avanzare, anche per le sollecitazioni di esperti e non solo, alcune delle politiche territoriali individuate e da attivare con atti coordinati dai governi locali, per rimanere dentro lo spazio richiesto di area vasta e cioè:
1. riordino istituzionale ed organizzativo (fusioni, passando da 24 a 10 Comuni);
2. dismissioni parziali, come prima fase, delle aziende di pubblica utilità (Cadf, Area, Delta Web, Soelia, Cmv) con nuovi riassetti aziendali e d’ambito;
3. nuova urbanistica per un rilancio dei centri storici;
4. servizi sanitari e sociali riorientati verso un diverso sistema di prossimità demografica;
5. linee guida per la costruzione di un distretto rurale ad attrazione agroalimentare, ambientale e turistico;
6. un patto di territori e contratti d’area, a più attori, con fondi strutturali europei pubblico/privati/terzo settore;
7. una spending review, ovunque e trasversale, in particolare sugli apparati organizzativi istituzionali locali, compresi gli strumenti societari, per snellire burocrazie, togliere inefficienze e schiodare le solite resistenze di struttura.

Scegliere, infine, se stare nel cosiddetto trattino tra Emilia e Romagna o optare subito, come pare evidente e strategico, per la Romagna, per fare una grande Romagna, oltre ad una diversa Regione, non più debordante e onnipresente (sperando nella rapida modifica del titolo V della nostra Costituzione ).
Siamo consapevoli della proposta, che non vuole essere provocatoria, ma che cerca di interpretare le modalità e di scegliere un percorso per uscire dalle difficoltà e da alcune strutturali criticità ferraresi.

Oggi, ormai, siamo nell’alveo del cambiamento verso, del cambio di passo, sperando, però, che non diventi il ‘cambia niente’; il rischio c’è, è percepibile, la debolezza della politica si vede nei comportamenti, le candidature e le volontà sembrano abbastanza spente… ma lasciateci almeno sperare.
Forse siamo dei sognatori, rimarremo forse inascoltati, ma si sappia che voi signori candidati a sindaco siete, tutti, sia chi vince sia chi perde, chiamati ad una grande responsabilità, che non è solo una parola ma molto di più; è in gioco il senso della vita, ci sono le persone, le famiglie, un’intera comunità, un futuro.
Forse qualcuno pensa alla crescita e allo sviluppo denatale, è una strada, certamente legittima e che va anche ben definita, che però non condividiamo, perché sterile e di corto respiro.

Noi non siamo candidati, ma questo scritto vuole essere un segno che intendiamo, modestamente e insieme ad altri, offrire un contributo doveroso alla buona gestione del nostro territorio.

Auguri e buon lavoro

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La piazza Nuova e il tempio del jazz

Sotto le volte all’angolo tra via del Fossato e piazza Ariostea, all’uscita da scuola.
Arrivano persone alla guida di sontuosi fuoristrada a prendere i loro bambini.

E’ una scuola religiosa paritaria, ma ci sono anche persone semplici in attesa.
Un nonno porge la mano alla sua nipotina di nome Martina. Lui è sulla settantina e indossa un parrucchino color rame.

In auto due fidanzati si tengono la mano. Dall’altra parte della strada un vecchio cammina curvo sulla schiena, si appoggia al bastone e porta gli occhiali da sole.

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Piazza Ariostea

La città ha un’aria primaverile e vivo l’inverno più caldo che ricordi da quando sono lontano da casa. Lunghe giornate di pioggia hanno ingrossato le vene di questo palmo di pianura alluvionale e il Reno, il Panaro, arterie meridionali vicine al Grande Fiume, minacciano di scuotere la vita cittadina. Si ribellano contro il dominio dell’uomo sulla natura.

Vago verso via Montebello senza meta e non posso fare a meno di notare le numerose case in vendita, l’onda lunga della crisi imperante che attanaglia, non cessa di scoraggiare. Ricordo anni fa un capo di governo e un ministro dell’economia negare risolutamente la circostanza, dicevano che non si era ottimisti, e ad oggi poco o nulla è stato fatto a riguardo. Come al solito a distanza la Storia, implacabile, dirà quel che è stato.

Sono nell’addizione erculea, quella parte della città che alla fine del ’400 venne costruita con princìpi razionali da Biagio Rossetti e che fece parlare di Ferrara come della prima città moderna d’Europa.

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Il cimitero ebraico di Ferrara

Scorgo via delle Vigne e so dove andare. L’ingresso del cimitero ebraico è inconfondibile e mi porta dritto all’incipit de Il Giardino dei Finzi-Contini. Nel libro di Bassani l’io narrante si trova alla necropoli etrusca di Cerveteri e pensa di rimando a questo luogo sacro e dolente. Un flash-back e una profonda analogia. Fino all’incrocio con corso Porta Mare non sapevo che ci sarei arrivato. Ancora incredulo rispetto alla catastrofe che rammenta, scatto una foto per non pensare.

Il mondo è anche una storia di cimiteri, la necropoli etrusca di Cerveteri, il cimitero ebraico di Ferrara, quello composto e sobrio dei caduti americani nello sbarco di Salerno, il cimitero dei soldati tedeschi a Costermano.
Penso al mite cimitero di provincia del mio paese, sull’appennino campano, dove all’ingresso è scritto in latino “Ti sia lieve la terra”:

“È una frase esemplare che i vivi possono dire ai morti. E forse c’è una frase che i morti possono dire ai vivi. Forse è per ascoltarla che entro nel cimitero, è una frase che non può avere parole, è un qualcosa che ti entra dentro senza la furia che hanno i vivi”, scrive a riguardo il poeta della mia terra Franco Arminio.

Le leggi razziali rappresentano l’inchiostro indelebile per una delle pagine più vili dell’umanità: la perdita della dignità umana che Gesù aveva esteso a tutti gli uomini. E’ stato un nuovo peccato originale.

La porta che ho davanti scava dentro, continuamente rammenta, monumento di cemento a perenne ricordo del nostro fallimento: monito sordo e angoscioso, di fronte a Via Montebello, in Via delle Vigne. Meglio cambiare strada.

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Torrione San Giovanni

Davanti al Torrione di San Giovanni, sulle mura molte persone corrono senza una meta.

” Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna (…) come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardarne soltanto la copertina. Bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto, sentire la stanchezza conquistare come una malinconia le membra, invidiare l’anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada“, scrive il sociologo Franco Cassano.

Osservo e non smette di sorprendermi la realtà ansiogena che abbiamo edificato intorno a noi. I bambini e gli anziani accuditi dagli sconosciuti. Il sabato all’iper a fare la spesa. Il debito pubblico e l’inquinamento ambientale. L’esportazione della libertà e il prodotto interno lordo. Non ultimo lo spread e le agenzie di rating.

Nel Torrione invece si diffonde sempre una bella luce. Rivedo la sua suggestiva sala circolare, le travi di legno reggono il cielo del tempio cittadino della musica jazz. L’unica vera libertà esportata dagli States forse è proprio il jazz, con le sue sterminate varianti, le improvvisazioni, la mescolanza.

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Le mura di Ferrara

Qualcosa finalmente suona delle note positive sul pentagramma della mia giornata, lo spartito della tromba di Miles Davis domina in maggiore, e non resta che ripartire, imitare i passanti sulle mura cittadine, iniziando di nuovo a camminare, lentamente, con in mente questi versi dell’autore de “Il pensiero meridiano”:

– Andare lenti è incontrare cani senza travolgerli, è dare i nomi agli alberi, agli angoli, ai pali della luce, è trovare una panchina, è portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada (…), un accordo tra mente e mondo -.

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Cultura e creatività come chiavi di rilancio economico per Ferrara

Anche una mela può diventare un business. Oppure un festival, un blog, un caffè. A Ferrara il progetto “Atmosfera creativa” proposto da Sipro fa dialogare i soggetti che usano la creatività come ingrediente di lavoro: moda, gusto, design, comunicazione, spettacolo, cultura e turismo. Alla ricerca di una strategia comune, ecco la mappatura di aziende innovative e talenti del territorio: al Salone del restauro giovedì 27 marzo alle 16, Padiglione 5 sala Ermitage della Fiera.

È possibile che il benessere economico e sociale di un territorio si fondi su creatività e cultura? Da un’indagine svolta in Piemonte, intitolata “Atmosfera creativa” e documentata in un volume edito dal Mulino risulta di sì: un territorio può avere un modello di sviluppo sostenibile basato proprio sulla creatività e sulla cultura, intese in senso ampio. Possono, infatti, fare business la moda e lo stile, il cibo e il gusto, l’artigianato e il design, i mezzi di comunicazione e i nuovi media, lo spettacolo, il patrimonio culturale, il turismo e i festival.

Ferrara – sede del festival Internazionale e di Busker festival, ma anche di birrifici artigianali, aziende di software e stilisti – punta a ripartire da un’analisi del genere per cercare di usare la creatività in chiave di sviluppo. Il progetto di mappatura e chiave di rilancio è di Sipro, l’Agenzia per lo sviluppo di Ferrara, che fa suo il modello “Atmosfera creativa” e chiama a raccolta architetti e produttori di eccellenze, blogger e organizzatori di eventi, editori e operatori turistici per soppesarne quantità e qualità. L’obiettivo: individuare a Ferrara criticità e opportunità di crescita per i settori culturali e creativi, mettendo a fuoco le peculiarità del territorio in modo da trovare un percorso di sviluppo possibile per un comparto variegato.

Il progetto di analisi arriva dall’esperienza fatta in una regione, dove la “Atmosfera creativa” è riuscita davvero a ingranare la marcia, a mettere in movimento il mercato, l’economia di un territorio e la sua immagine. Lì (ad Alba di Cuneo), tanto per fare un esempio, c’è un colosso del settore alimentare come Ferrero e la sua macchina produttiva della Nutella; a Bra di Cuneo nasce e resta il cuore pulsante di Slow food, l’associazione che trasforma il concetto di cibo e di cura del prodotto in un marchio che rimanda a uno stile di vita; a Torino vengono organizzati il Salone del gusto e le mostre del Lingotto. Anche Ferrara ha risorse, talenti, eccellenze. Manca però la riconoscibilità territoriale, la visibilità di un marchio distintivo, un progetto strutturato, coordinato e di ampio respiro. Come le mele – ha fatto notare a un incontro operativo Michele Travagli, project manager dell’agenzia di comunicazione Kuva. Le mele vengono prodotte da sempre nel Ferrarese, che per anni è stata la capitale riconosciuta della produzione agricola, con i maggiori quantitativi raccolti e commercializzati. Ma poi a creare un brand di qualità ci ha pensato il Trentino Alto-Adige: dal 2003 la Mela della Val di Non trentina ottiene la Denominazione di origine protetta (Dop) che ne contraddistingue 5 varietà; e dal 2005 ben 11 varietà altoatesine hanno il marchio europeo di Indicazione geografica protetta. Due bollini rilanciati e sostenuti (con marchi come Melinda, Marlene) che il consumatore riconosce e sceglie, che contraddistinguono forme, colori e garanzia di sapore. In terra emiliana le mele si continuano a far crescere e maturare, ma l’operazione di marketing è tardiva, ancora lontana dal riconoscimento di origine o di tutela della denominazione conferito dall’Unione europea.

Insomma, la voglia è quella di capire e valorizzare quello che si fa, di ripensare e comunicare il significato di un prodotto. Non importa che si tratti di un frutto o di una mostra d’arte, di una rassegna teatrale o di un oggetto di design. E per promuovere un prodotto o un’idea del territorio i soggetti che se ne occupano devono mettersi insieme, pensare in modo nuovo, non basarsi sul fatto che si è sempre lavorato in un certo modo e che così si continuerà a fare. Non basta raggiungere profitti isolati, insomma, serve una strategia proiettata nel tempo.

Il 3 febbraio scorso in Fiera l’appuntamento tra gli operatori che hanno aderito a una prima fase di indagine per stimolare anche a Ferrara il decollo di una strutturata “Atmosfera creativa”. Giovedì 27 marzo – annnuncia il direttore di Sipro, Elisabetta Scavo – le conclusioni della ricerca finiranno in un report che verrà presentato al Salone del restauro, a Ferrara.

Lo studio ferrarese è promosso da Sipro nel quadro del progetto europeo Macc, finanziato dal programma Italia Slovenia. Coordina la raccolta ed elaborazione dei dati il centro di ricerche Css-Ebla, che ora prepara la mappatura delle imprese culturali sul territorio, ma anche la messa a fuoco di criticità e punti di forza.

pinterest

Il paese dei balocchi

Mentre ero alla ricerca di dati aggiornati e chiari sull’uso del web (info grafiche nel gergo corrente), una mia giovane amica esperta di new media, mi ha suggerito di cercare in Pinterest, assistendomi nell’esplorazione.
E’ stato come entrare in una specie di paese dei balocchi, un mondo colorato e magico come quello dei cartoni animati. Ho provato un senso di entusiastico disorientamento simile, credo, a quello che prova un bambino in un negozio pieno zeppo di giocattoli. Quasi paralizzato dall’eccesso di stimoli e di sollecitazioni, corre avanti e indietro senza risolversi per nulla; tanto intenso e diffuso è il desiderio, tanto più la scelta diventa impossibile.
Ho trovato montagne di fantastiche info grafiche, dati aggiornati e sintetizzati in figure, spezzoni di notizie dal mondo, fotografie e informazioni. Sommersa da una quantità di immagini attraenti, ho continuato a passare dall’una all’altra, quasi con il timore che tutto ciò che toccavo con il mouse potesse svanire improvvisamente, senza poter essere posseduto.
Pinterest è un social network fondato nel 2010 e dedicato alla condivisione di fotografie, video ed immagini. Come dice il nome, Pinterest permette agli utenti di creare bacheche in cui “appendere” immagini raccolte o generate da loro sulla base dei propri interessi. E’ possibile caricare, salvare, ordinare e gestire contenuti multimediali (come i video) collezionandoli in bacheche che fungono da contenitori. I contenuti possono essere sfogliati nella pagina principale; gli utenti possono salvare singoli pin, appendendoli ad una delle loro tavole che sono classificate e facilmente individuate da altri utenti. Il sito ha un layout grafico esteticamente attraente ed è di semplice utilizzo, un piccolo apprendimento all’ingresso e poi un nuovo oceano da esplorare pieno di pesci colorati e veloci.
Pinterest è il social network delle immagini: un luogo dove trovare ispirazioni e idee per animare le proprie pagine in rete, dove raccogliere immagini collegate a link d’interesse o, semplicemente, trascorrere del tempo. Il sito è preferito dalle donne, che rappresentano circa l’80% degli utenti totali. Il 60% degli utenti proviene dagli Stati Uniti, dove 25,6 milioni di persone visitano il sito quotidianamente.
Pinterest si sta rapidamente espandendo in tutto il mondo. Si diffonde una nuova estetica di massa, fatta di fotografie degli utenti e materiali importati da siti internazionali o proposti dai brand di abbigliamento, arredamento, design e oggettistica.
Tutto questo è noto alle generazioni più giovani. A me questa esperienza ha sollecitato due considerazioni. La prima si riallaccia alle analisi proposte dal cosiddetto pensiero postmoderno fin dagli anni trenta e poi riprese da Jean-Francois Lyotard nel 1979 (La Condition postmoderne: rapport sur le savoir) circa il nuovo intreccio che si determina tra estetica (arte, letteratura) e cultura di massa e la conseguenze inevitabile ibridazione tra alto e basso, intellettuale e popolare di ogni dimensione della comunicazione. Il postmodernismo ha segnalato, ben prima dell’avvento del web, la scomparsa della aprioristica distinzione di generi e forme della conoscenza.
La seconda considerazione riguarda, soprattutto, coloro che producono o diffondono sapere e che hanno compiti didattici. Questa nuova realtà offre stimoli all’apprendimento, al di là della oziosa discussione circa l’antinomia tra la straordinaria ampiezza proposta da questo nuovo “oceano” e la sua scarsa profondità.
La scuola continua, invece, ad ignorare le enormi opportunità di informazione che questo mondo apre e l’esigenza di competenze operative per poterne fruire in pieno. Il dibattito continua a riproporre un’inutile discussione circa il fatto che questa informazione produca o meno conoscenza. E’ come chiedersi se sia sufficiente conoscere la grammatica per diventare giornalisti o scrittori. Certo che non è sufficiente, ma è indispensabile. Siamo chiamati ora a maneggiare concetti fatti di parole e immagini, ciò richiede un adattamento forse simile a quello che, in un lontano passato, ha accompagnato la nascita della scrittura e la traduzione dei segni in lettere.
Non tutto sarà cultura “solida” in questo nuovo mondo, ma la cultura oggi non può prescindere dalle competenze richieste per navigare in questo smisurato oceano di informazioni e di immagini.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: le dinamiche della scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

ascolto

Rottamare più facile che costruire e ascoltare

Il giorno prima che si svolgesse la Giornata di Ascolto nel Mondo della Scuola, organizzata lo scorso lunedì 10 marzo dal Partito Democratico, il segretario dello stesso partito Matteo Renzi in un’intervista alla trasmissione televisiva “Che Tempo Che Fa”, ha dichiarato: “Ascolto tutti, decidiamo noi”.
Provando a seguire la logica di tale affermazione, hic et nunc, ne deduco due possibilità interpretative: la prima è che l’ascolto sia funzionale alle decisioni da prendere (in sintesi: “Ho bisogno di ascoltare per poter decidere al meglio”); la seconda è che l’ascolto sia ininfluente rispetto alle scelte da compiere (in sintesi: “Ho già deciso ma ascolto perché ho bisogno di apparire democratico”).
Se dovessi giudicare da come è stata organizzata la Giornata di Ascolto nel Mondo della Scuola, propenderei per la seconda ipotesi.
Si legge infatti sul sito del Partito Democratico: “Un primo appuntamento per raccogliere idee e proposte da chi la scuola la vive ogni giorno. L’appuntamento, aperto ad associazioni, sindacati, docenti, esperti, studenti, insomma tutto il variegato e plurale mondo della scuola italiana,  è stato organizzato sul modello della Leopolda renziana: uno speaker corner dove ciascuno ha avuto cinque minuti di tempo per intervenire e dire la sua”.
Di seguito elenco tre piccole osservazioni che qualcuno potrà considerare sfumature:
1) se l’appuntamento è stato destinato a chi la scuola la vive ogni giorno, è curioso che l’appuntamento sia stato programmato di giorno feriale quando “chi vive la scuola ogni giorno” è a scuola;
2) se l’appuntamento si chiama “Giornata di Ascolto nel Mondo della Scuola” io mi aspetto che la Giornata si debba svolgere dentro una scuola e non nella Sala delle Colonne che si trova all’interno di Palazzo Marini;
3) se il Presidente del Consiglio Renzi non partecipa alla Giornata di Ascolto nel Mondo della Scuola però sceglie di andare nelle scuole per il suo “Easy Listening Tour” del mercoledì, sconfessa di fatto non solo la stessa Giornata di Ascolto ma anche le sue dichiarazioni roboanti di riportare l’attenzione dovuta sul mondo della scuola.
Piccole cose, particolari secondari, dettagli minimi, lievi sfumature?
Ma non è forse dai particolari, dai dettagli e dalle sfumature che si riesce a cogliere la sincerità di una persona, la validità di una iniziativa, la coerenza di una politica, la capacità di ascoltare veramente?
La sociologa Marianella Sclavi nel suo libro “Arte di ascoltare e mondi possibili” scrive che: “Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze”.
Se chi ha organizzato la Giornata di Ascolto nel Mondo della Scuola avesse tenuto presente questa regola, avrebbe almeno potuto accogliere, fra i documenti presentati, il testo della legge di iniziativa popolare “Per una buona scuola per la Repubblica” redatta da centinaia di  insegnanti e genitori al termine un lungo percorso di confronto, svoltosi qualche anno fa, che ha coinvolto centinaia di scuole italiane e che è stata poi sottoscritta da 100.000 cittadini prima di essere depositata in Parlamento [vedi qui].
Invece tale testo è stato rifiutato con rottamabile maleducazione [vedi qui].
Viviamo purtroppo in una società in cui l’apparire è più vitale dell’essere, i beni di consumo più importanti dei beni di cittadinanza, la rottamazione più attraente della costruzione.
In questa società, purtroppo, la scuola rappresenta un mondo a parte, quasi separato, un’isola alla rovescia dove si tenta di far vivere quei valori che sono l’esatto contrario rispetto a quelli dominanti: dove si insegna, ad esempio, che per ascoltare in maniera attiva serve tempo, impegno, fatica ed empatia.
Sono solo parole, evidentemente vecchie, anch’esse da rottamare quindi ormai assenti dal vocabolario di certi politici.

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Azzardo, una scommessa sempre perdente, “complici le mafie e lo Stato predatore”

Un tema complicato quello del gioco d’azzardo, dalle molteplici ramificazioni economiche, sociali, culturali. Non è perciò un caso che sabato pomeriggio a palazzo Bonacossi all’incontro “Azzardo, un business che gioca con la vita delle persone” gli ospiti fossero un giornalista, un deputato, una psichiatra esperta di dipendenze e uno psicologo. A organizzare il confronto, “Tilt”, “La fabbrica di Nichi-Ferrara” e il coordinamento provinciale di Ferrara di “Libera – associazioni, nomi e numeri contro le mafie”.
Dagli interventi di Daniele Poto, giornalista autore del volume “Le mafie nel pallone” e del dossier di Libera “Azzardopoli 2.0”, e Franco Bordo, dal 2013 deputato di Sinistra Ecologia e Libertà, emerge un quadro istituzionale abbastanza sconfortante: si passa dallo “Stato schizofrenico” di Poto allo “Stato apprendista stregone” di Bordo. Per il giornalista in questo campo “le mafie e lo Stato sono egualmente predatori”, con l’aggravante che si accaniscono sui più poveri, perché spesso a giocare con macchinette e videopoker sono i disoccupati o altri soggetti in difficoltà. Secondo Poto lo Stato italiano è schizofrenico perché si comporta in maniera completamente diversa “a seconda delle varie dipendenze”: alcol, fumo, droghe e azzardo. Forse questa ambivalenza ha a che fare con il potere delle lobbies di questo settore, tanto che si arriva ad una vera e propria “impotenza dello Stato”, come afferma ancora Poto portando l’esempio della maximulta ai concessionari di videopoker: proprio nel periodo in cui il governo Letta cercava in ogni dove le risorse per togliere l’Imu ai contribuenti, la somma passò da 98 a 2,5 miliardi di euro.
Eppure, sembra voler rassicurare Bordo, qualche risultato c’è, anche se ci si deve scontrare con il fatto che “in Parlamento questa problematica non è ancora sentita come importante da parte di tutte le componenti politiche”. Il punto di partenza per l’onorevole Bordo sono le comunità locali, a cui deve essere restituito un ruolo di primo piano nel governo del fenomeno. Per questo considera come un grande successo il fatto che nuova legge sulla delega fiscale “siamo riusciti ad ottenere che i Comuni siano parte attiva del procedimento autorizzativo” riguardo le concessioni. Un segnale importante se si considera che è solo di dicembre il caso dell’emendamento al decreto “Salva Roma”, che in pratica stoppava l’intervento degli enti locali nella lotta alla prevenzione del gioco d’azzardo e che per questo aveva provocato la reazione indignata di diversi sindaci: in pratica i Comuni o le Regioni che avessero emanato norme restrittive contro il gioco d’azzardo, diminuendo così le entrate dell’erario, l’anno successivo avrebbero subito tagli ai trasferimenti.
Luisa Garofani, direttrice del programma Dipendenze patologiche dell’Ausl di Ferrara, e Simone Feder, psicologo e coordinatore dell’associazione Movimento NoSlot di Pavia, hanno invece chiarito cosa sia il gioco d’azzardo in termini di persone e relazioni sociali. La dottoressa Garofani ha confessato di non amare molto il termine ludopatie, perché di gioco non si ammala nessuno: il problema è che siamo di fronte ad “una dipendenza patologica senza sostanza, ma che presenta tutti i meccanismi dell’uso di sostanze”. Spesso, continua Garofani, “sono uomini che vogliono un riscatto e c’è tutto un mondo intorno” che spinge a credere che questo riscatto sia a portata di mano. Simone Feder, invece, data anche la sua esperienza nelle strutture della comunità Casa del Giovane di Pavia dove è coordinatore dell’Area Giovani e dipendenze, si è detto preoccupato per le nuove generazioni, “non tanto perché siano giocatori”, anche se c’è un aumento preoccupante del fenomeno tra gli adolescenti, “ma perché li stiamo abituando a diventare tali”. Slot e videopocker ormai “hanno occupato il nostro quotidiano e non c’è più differenza fra l’azzardo e il non azzardo”, “ci hanno tolto gli spazi aggregativi”.
Entrambi quindi sottolineano la necessità che alle iniziative legislative si affianchi una battaglia culturale che deve passare per l’educazione e l’informazione di tutti i cittadini: ognuno deve fare la sua parte e tutti dobbiamo “accorgerci di ciò che ci sta intorno”, conclude Luisa Garofani.