Skip to main content
nostalgia-fa-mercato

La nostalgia fa mercato

Le merendine di quando eravamo bambini non torneranno più. In realtà non sono le merendine ad essere cambiate, siamo noi che inevitabilmente abbiamo perso l’ingenuità dell’infanzia. Lo stesso vale per le canzoni, come per il contesto sociale, le amicizie e le relazioni. Tendiamo a idealizzare ciò che riferiamo ad un tempo precedente della nostra vita.
La nostalgia scaturisce da un senso di perdita e si accompagna, per lo più, all’idea che il presente sia diventato peggiore del passato. Talvolta la nostalgia non riguarda solo la propria storia personale, ma investe l’intero contesto sociale. Il confronto, in questi casi, si riferisce ad un passato assunto a priori come migliore, dimenticando che in ogni epoca tutto ciò che emerge come nuovo induce sentimenti di spaesamento o, peggio, di perplessità, disapprovazione e condanna.
Un esempio riferito al passato che ora può far sorridere: metà Ottocento, quando i treni e le strade ferrate iniziano a popolare il paesaggio, un commentatore sulla rivista Quarterly, scriveva allarmato: “E’ una pretesa assurda e ridicola quella di voler far viaggiare locomotive con una velocità doppia delle carrozze di posta. Tanto varrebbe viaggiare su di una bomba! Vogliamo sperare che il Parlamento non approvi alcuna domanda di ferrovia senza prescrivere che la velocità di nove miglia all’ora (14 km orari) – la massima che possa adottarsi senza pericoli – non debba essere giammai superata!”. Inutile dire che per fortuna tali preoccupazioni non sono state ascoltate.
Nelle conversazioni quotidiane i richiami nostalgici sono frequenti. Si stigmatizza il tempo in cui si vive, per entrare in risonanza con un tempo in cui tutto era migliore. Insomma, se il presente fa paura o viene reputato problematico, si rivolge lo sguardo ad un presente diverso in cui era possibile (o si ritiene che lo fosse) avere serenità e sintonia con l’ambiente e il mondo circostante. Così nasce la nostalgia per i valori di autenticità, fiducia, eticità attribuiti ad altri periodi storici.
Le tracce di questo sentimento sono visibili nella comunicazione dei beni di consumo. Nascono i “negozi nostalgia”, che raccolgono oggetti fintamente vintage, proliferano i mercatini popolati di oggetti fatti a mano e di marmellate che assomigliano a quelle un tempo fatte in casa.
L’uso del sentimento della nostalgia è quello che si definisce in gergo vintage marketing. L’interesse verso i sapori dell’infanzia viene raccolto e utilizzato da molti brand alimentari in chiave di rassicurazione, per evocare un mondo non contraffatto e naturale.
Talvolta sono i consumatori che si mobilitano per riavere prodotti che hanno accompagnato la loro adolescenza. Pensiamo alla mobilitazione nella rete che ha portato al ritorno sul mercato, previsto a breve, del Winner Taco, il gelato la cui produzione era stata abbandonata. Su Facebook una pagina intitolata “Ridateci Winner Taco”, popolata da 12 mila “mi piace”, ha raggiunto questo “importante” obiettivo: convincere l’azienda a riproporre la mitizzata merendina! Intanto un altro gruppo su FB si mobilità con lo slogan: “Rivogliamo il Soldino del Mulino Bianco”. Difficile resistere alla tentazione di trovare grottesche queste iniziative di mobilitazione.
In un retorico bagno di nostalgia si è immerso in questi giorni il Festival di Sanremo, che ha cercato di coprire l’estrema povertà dell’offerta musicale e del format con il recupero di brani evergreen e di anziani ancorché autorevoli personaggi dello spettacolo. Non sembra abbia funzionato, in larga parte per la generale noia ormai associata alla televisione.
Ma, in generale, la nostalgia non è un sentimento buono da coltivare.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: la scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

c-è-uno-sbirro-città-lorenzo-mazzoni-ferrara-diventa-noir

C’è uno sbirro in città: con Lorenzo Mazzoni Ferrara diventa noir

Indagine dopo indagine, la storia dello sbirro Pietro Malatesta non si ferma e il prossimo libro di Lorenzo Mazzoni sarà al Salone del Libro di Torino a maggio. Come nella migliore tradizione di noir e polizieschi, la serialità del personaggio e l’ambientazione metropolitana formeranno l’ossatura anche del Malatesta in uscita in primavera. Si tratta, questa volta, del sequestro di una personalità politica a cui Malatesta dovrà dedicarsi. Un altro caso, il quarto, per il poliziotto “anarchico” creato dallo scrittore ferrarese che è anche reporter, collaboratore de “Il fatto quotidiano” e vincitore del premio “Liberi di scrivere Award” con Apologia di uomini inutili.
In linea con la struttura dei romanzi noir, nelle storie di Mazzoni, le indagini e i crimini sono l’elemento più evidente della narrazione, ma non l’unico. Sottotraccia un universo di valori e approfondimenti che riguardano l’uomo oltre il personaggio.

Mazzoni, che uomo è Malatesta e in quale Ferrara vive?
“Il genere poliziesco dà la possibilità di andare oltre l’indagine, di parlare e far parlare. Ferrara ha tutti i presupposti per essere una delle città più belle del mondo, se non fosse per una certa mediocrità, per un certo modo modesto di condurre le scelte che si riflettono sulla vita pubblica. Pensiamo all’ospedale di Cona, al caso Aldrovandi, alle scelte urbanistiche del Darsena city, ai cinema del centro storico. Mi piacerebbe che i lettori di Malatesta capissero che ci sono anche belle persone, c’è un’umanità della strada, che è quella dove bazzica Malatesta, un uomo delle istituzioni, ma sui generis, perché le istituzioni, lui, le combatte da dentro. Malatesta è un ex teppista, uno che ha fatto vita di strada e gira in bicicletta per la città”.

La sua opera è stata definita un “noir solare”, perché?
“Mi piace lavorare sul grottesco e sulle contraddizioni. Malatesta è ironico e simpatico, la sua famiglia non è convenzionale, vive con la madre, una ex moglie e il suo boy, un figlio… insomma, una composizione un po’ atipica che fa sorridere”.

Malatesta e l’amore?
“Nel terzo libro si parla d’amore, per il resto Malatesta è un solitario, un uomo abbastanza frantumato”.

Nei suoi romanzi, Ferrara non è solo l’ambientazione, ma è anche una lingua, un modo di pensare, una cultura ben precisa.
“I miei libri sono farciti di ferraresità, c’è la multietnicità di via Oroboni, c’è una connotazione precisa delle strade e dei quartieri, c’è, inoltre, il dramma del terremoto che è diventato un libro della serie. E poi il dialetto, la Spal e la memoria di Federico Aldrovandi da cui tutto è partito”.

Continuerà Malatesta?
“Eccome. Dopo il prossimo lavoro con cui sarò al Salone del Libro di Torino, vorrei raccontare la Spal, farle un tributo attraverso Malatesta e la sua vicenda”.

Dopo aver raggiunto con le prime tre indagini i quindicimila lettori, Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico – Termodistruzione di un koala, edizioni Koi Press 2013, è l’ultimo romanzo di Lorenzo Mazzoni, illustrazioni di Andrea Amaducci.

Sipario sulle Olimpiadi invernali: atleti in mostra

Sipario sulle Olimpiadi Invernali, atleti in mostra

Da MOSCA – Oggi si chiude il sipario sui giochi Olimpici invernali di Sochi 2014 e con essi la Mostra “La Russia alle Olimpiadi” del Moscow Multimedia Art Museum (MAMM) allestita, per l’occasione, dal 6 al 23 febbraio. Termina anche il nostro Focus Russia, il che non significa che non scriveremo più di questo Paese pieno di curiosità, bellezze, sfide e contraddizioni, ma che, semplicemente, non lo faremo con una frequenza giornaliera, come avvenuto in occasione di Sochi. Com’è giusto che sia.

Dicevamo, si chiude oggi, a Mosca, la mostra dedicata alla storia della partecipazione russa alle Olimpiadi, al MAMM, uno dei musei più chic della città, diretto dalla regista e critica d’arte Ol’ga L’vovna Sviblova, dal 2010 alla testa di questo modernissimo museo multimediale (ex Casa della fotografia, fondata da lei stessa nel 1996) e, nel 2011, definita dalla rivista ArtChronika come una delle tre persone più influenti dell’arte russa. Nelle sale del primo piano del Museo, al numero 16 dell’elegante via Ostozhenka, possiamo ammirare una serie di scatti ironici e divertenti, ma anche tormentati e sofferti. Come quelli di Anato’ly Gara’nin, impegnato a fermare il lancio del giavellotto di Alexandra Ciu’dina, o del sorriso di Misha, la mascotte delle Olimpiadi di Mosca 1980, di cui abbiamo parlato nel primo articolo del Focus. In un’intervista rilasciata all’inaugurazione della stessa Mostra, la Sviblova, ha spiegato che “dalla metà anni ’30, quando subentrano il realismo socialista e le sue regole ferree, lo sport diventa un territorio di libertà, dove l’uomo con il suo corpo può raggiungere quello che, in genere, sembra impossibile. Era terribilmente interessante mostrare quello che i nostri fotografi hanno saputo fare. A cominciare da Lev Borodulyn che, subito dopo la guerra, prende il testimone da Rodchenko in questa staffetta del liberty e che, ancora ai tempi dell’Urss, in un Paese chiuso, vince tutti i premi internazionali, possibili e impossibili”.

Il movimento olimpico in Russia si è sviluppato e consolidato a partire dal XX secolo. Nonostante gli sforzi di appassionati come il Generale Alexei Dmitrievich Butovsky (amico personale del barone de Coubertin e primo membro russo del Comitato Olimpico Internazionale – CIO) o il Conte Georgy Ivanovic Ribopier, che gli successe al CIO, la partecipazione iniziale ai Giochi Olimpici da parte dei rappresentanti russi fu principalmente a iniziativa di privati​​. La carta del Comitato Olimpico russo è stata ratificata nel 1912, grazie a sostegno e finanziamenti statali. La Russia è stata rappresentata alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 con ben 178 atleti, all’epoca una delle squadre più grandi. Dopo il 1912 non vi fu alcuna ulteriore partecipazione, fino ai Giochi Olimpici di Helsinki del 1952, questa volta da parte di un team sovietico. In quei giorni veniva istituito il Comitato Olimpico dell’URSS riconosciuto dal CIO. L’interesse per i successivi Giochi è stato notevolmente rafforzato da quest’ affiliazione tra il Paese e il movimento olimpico. Per l’URSS, la partecipazione ai Giochi era un potente fattore politico e ideologico. I successi dello sport sovietico erano diventati parte dell’ideologia di massa, un oggetto di meritato orgoglio nazionale sullo sfondo della complessa storia del paese. Le immagini scattate da importanti fotografi sono di grande rilievo e interesse, proprio per la scala di questi eventi, capaci di rendere la storia dello sport visibile, catturando record mozzafiato, volti di campioni ed emozioni di tifosi. I volti dei vincitori delle medaglie alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, come quelli di Yuri Tyukalov (vogatore), di Viktor Chukarin (ginnasta, vincitore di quattro medaglie d’oro) e di Maria Gorokhovskaya (ginnasta), sono diventati famosi in Russia, grazie al fotogiornalismo di Anatoly Garanin (filmati di RIA Novosti, l’agenzia d’informazione russa). Le fotografie degli inviati speciali Dmitri Kozlov, Boris Málkov, Leonid Lorensky, Yuri Somov, Dmitri Donskoi e Sergei Ilyin mostravano i momenti più suggestivi di gare in diverse discipline sportive: sci di fondo, ginnastica  scherma, biathlon, hockey su ghiaccio e pattinaggio artistico. Scatti di pattinatori e di giocatori di hockey, così come quelli delle medaglie d’oro vinte alle Olimpiadi invernali del 1956, 1964, 1968, 1972, 1976, 1984, 1988 e 1992, segnavano l’apoteosi del successo dello sport sovietico. Come nell’antica Atene, il paese doveva conoscere i nomi e i volti dei suoi eroi nazionali. Classici della fotografia sovietica, come Dmitri Baltermants, Alexander Abaza e Lev Borodulin (al quale, peraltro, il MAMM ha recentemente dedicato una retrospettiva), si distinguevano per le sottili sfumature psicologiche che riuscivano a dare ai loro ritratti di sportivi e di momenti sportivi critici. Le Olimpiadi di Mosca del 1980, se pur boicottate dagli Stati Uniti a causa dell’Afghanistan, hanno portato le prime immagini a colori.

La Mostra presenta tutto questo. Da allora atleti, immagini e riprese video si sono estremamente evolute, ma il grande orgoglio nazionale ne ha sempre fatto da sfondo imponente. A Sochi le polemiche sono state tante e, ora come allora, varie forme di boicottaggio hanno messo in discussione il vero spirito di queste celebrazioni, ossia lo sport e la sua forza, la sua capacità di coesione, la sfida ai propri limiti personali, la voglia di vincere e vincersi. Con la chiusura dei giochi di Sochi non finiranno sicuramente le polemiche, ma almeno avremo visto tanto bello sport.

salotto-ravegnani-dove-passava-elite-cultura-italiana

Il salotto di Ravegnani dove passava l’élite della cultura italiana

GIUSEPPE RAVEGNANI
(a 50 anni dalla morte)

Giuseppe Ravegnani (1895-1964) si laureò in Giurisprudenza a Ferrara, dove diresse la Biblioteca Ariostea per oltre un decennio. «Da giovanissimo esordì come poeta e fu tra i protagonisti della vita letteraria italiana, – scrive Eligio Gatti nella presentazione agli Atti della giornata di studi tenutasi a Pavia il 6 dicembre 1995 – nel vivace ambiente ferrarese di Govoni e De Pisis, raccolto, tra il 1914 e il 1925, intorno alle riviste “Vere Novo” e “Poesia e arte”; e in seguito intorno alla terza pagina del “Corriere Padano” di Nello Quilici. Trasferitosi a Milano, nel secondo dopoguerra sarà per molti anni redattore letterario della rivista “Epoca” e condirettore, con Alberto Mondadori, della collana di poesia “Lo specchio”. Fu direttore del “Gazzettino” e della “Gazzetta di Venezia”, critico letterario del “Resto del Carlino”, della “Stampa”, del “Giornale d’Italia”, e collaboratore di numerose altre riviste», nonché autore di traduzioni dal catalano, dallo spagnolo e dal francese.
Fra le sue opere di poesia, prosa e saggistica, sono da ricordare: Quattro parole sole (1914), I canti del cuculo (1914), Io e il mio cuore (1916), Sinfoniale (1918), Le due strade: poesie 1918-1920 (1921), Contemporanei (1930), Annali delle edizioni ariostee (con G. Agnelli, 1933), Quaderno (1939), Uomini visti. Figure e libri del Novecento (1914-1954) (premio Viareggio, 1955).
Racconta il famoso musicista e compositore Luciano Chailly, nipote di Ravegnani, che da ragazzo vide sfilare nello studio/biblioteca di casa (in via Palestro a Ferrara) del celebre zio molti fra i più importanti scrittori del Novecento italiano: Eugenio Montale, Salvator Gotta, Corrado Govoni, Riccardo Bacchelli, Giuseppe Ungaretti, Dino Buzzati, Lanfranco Caretti e altri ancora. «Qualche anno dopo la sua morte – rammenta ancora Chailly – lo ricordai artisticamente inserendo nell’Ode a Ferrara per coro e orchestra (che fu eseguita a Santa Cecilia) alcuni suoi versi assieme a quelli dedicati a Ferrara da Carducci e da D’Annunzio. Ma il suo vero volto, specchio di dedizione e di bontà, il suo occhio azzurro pronto sempre a scrutare, ad amare e a perdonare, il suo passo dinoccolato quasi un segno di pazienza, di rassegnazione, continuarono a vivere per me, con la gelosia di una realtà sognata, nel Salone napoleonico della Pinacoteca di Brera in Milano, per l’ultima volta vicino a lui, mentre le musiche risuonavano (per concludere con i Suoi versi) “al di là d’ogni eco di memoria, sotto un arco di cielo appena nato, nelle azzurre navate della notte”».
La sola ombra nella vita integerrima di Giuseppe Ravegnani è data dalla spiacevole vicenda che lo coinvolse all’epoca dell’emanazione delle leggi razziali, quando ingiunse al giovane ebreo Giorgio Bassani di abbandonare per sempre le sale della Biblioteca Ariostea. L’episodio è riportato nel romanzo Il giardino dei Finzi-Contini.

Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013

italia-oggi-ancora-un-attrazione-per-un-tedesco

L’Italia, oggi, è ancora un’attrazione per un tedesco?

Scrivere, oggi, che l’Italia è un Paese che genera attrazione in un tedesco, davvero non è facile. Nonostante tutte le turbolenze politiche ed economiche in cui si ritrova sballottata, e nonostante i rapporti piuttosto tesi, ufficiali e non, fra i due Paesi, personalmente non ho ancora perso la voglia di essere fedele ad un vecchio amore… forse amore è troppo, diciamo grande simpatia.

Mai imparar l’italiano
una lingua che suona
come se generasse
un uomo migliore.

Blu e verde acqua son le parole
e in ogni “o”
luminoso un frutto si nasconde.

Non erro
per proteggermi dalle illusioni.

Preferisco persone
che limitatamente solo comprendo.

Incomprensioni,
una più bella dell’altra
quasi fossero arie musicali.

Rainer Malkowski (1939 – 2003) – (Trad. di Laura Melara Dürbeck)

Tutte le migliori qualità che attraggono un tedesco si ritrovano in questa “poesia”: la meravigliosa e sensuale lingua italiana; il paese dei sogni, delle illusioni, dell’opera lirica. Ma, ormai da molti anni, ho anche imparato che un tedesco non capisce mai veramente tutto ed in tutti i sensi dell’Italia e degli Italiani. Ci sono sempre pregiudizi, diagnosi sbagliate, equivoci.

Impressioni molto simili a quelle cantate dallo scrittore e poeta Malkowski, erano già state espresse decenni prima da altri tre altri filosofi tedeschi, che personalmente ho stimato sempre:

“Quando un tedesco entra in Italia, fa quasi sempre un ingresso falso. Ha desideri ed immagini distorte, almeno troppo unilaterali. Così non può vedere la vita reale nel paese e capire niente, o quasi niente, del paese italiano. Il Paese sembra poroso e allo stesso tempo chiuso. Tutto sembra possibile ed impossibile […]”.

Così scriveva il filosofo tedesco Ernst Bloch in un testo del 1925. Un concetto quasi identico si trova in una frase di Walter Benjamin, altro intellettuale tedesco di quell’epoca pre-fascista: “L’Italia è il paese della porosità, dell’indolenza e della passione per l’improvvisazione.”

Alfred Sohn-Rethel, anche lui un filosofo vicino alla Scuola di Francoforte, ha scritto nel 1926 un breve saggio intitolato Das Ideal des Kaputten (L’ideale della cosa rotta) dedicato a Napoli: un napoletano “si interessa ad una cosa tecnica solo quando è rotta. Una riparazione finale per un napolitano è una cosa orrenda, impensabile […]”.

E con queste tre suggestioni, abbiamo già un bel po’ di materiale per una buona riflessione, e per poter dire se l’Italia eserciti ancora o meno una certa attrazione per uno straniero.
Un tedesco, un teutonico puro, può amare e temere al tempo stesso la cosiddetta cultura italiana per la sua porosità, la sua imprevedibilità, la sua passione per l’improvvisazione e la sua, forse involontaria, capacità di riparazione le cose rotte.

Per non generalizzare troppo, non parlo di un tedesco qualsiasi ma di me. Sono nato nel 1950, nella parte estrema del nordovest tedesco, dove la terra è pianeggiante e costellata di fattorie (o perlomeno era cosi sessant’anni fa). La mia infanzia odorava di stallatico. Al centro del nostro villaggio, c’era ancora un fabbro che ferrava i cavalli. Nei miei ricordi d’infanzia si sente un po’ il profumo del primo Novecento, ma soprattutto il fetore del nazismo finito cinque anni prima.

Tutto era molto semplice, provinciale e soprattutto molto chiuso rispetto a ciò che succedeva nel mondo. Dell’Italia si sapeva solo che la capitale era Roma e che il Papa viveva in Vaticano. Il Papa di allora, Pio XII godeva di una grande autorevolezza nel mio ambiente familiare. E questa “autorità” parlava Italiano o Latino, ma non tedesco. La regione dove ho trascorso l’infanzia era molto cattolica, quasi una Bassa Padana ai tempi di Don Camillo, ma senza Peppone. Ma, in quella parte della Germania nord – occidentale, è nato anche Rolf Dieter Brinkmann, un poeta del cosiddetto “Underground of the sixtees” che ha scritto, tra le altre cose, Rom. Blicke tradotto in Italiano Roma. Sguardi un diario – un pò surrealistico, talvolta pazzo – su un suo soggiorno a Roma, in cui sferra un acceso attacco alla cultura italiana. Il mio punto di vista sull’Italia è ben diverso, più benevolo, e questo lo devo a mia madre che ha sempre disprezzato Brinkmann e che provava un grande amore per l’Italia, per le sue virtù, la sua storia, l’arte e la cultura; è grazie a mia madre, quindi, che ho provato fin da bambino una grande attrazione per il Bel Paese… oggi un po’ meno, ma la sento ancora.

Mia madre, all’inizio degli anni ‘30, frequentò una scuola cattolica di economia domestica, assieme ad alcune sue amiche, a Vicarello, un paesino sul lago di Bracciano. Da allora, faceva spessissimo riferimento a quel periodo trascorso nello sconosciuto “Sud”. Deve essere stato un periodo felice, a vedere le foto-ricordo e a sentire i racconti di quei mesi trascorsi così lontano! Molte vicende della vita di mia madre sono state evidentemente tristi, e solo raccontando della sua breve permanenza sul lago di Bracciano, s’illuminava di gioia! Quell’esperienza, tanto lontana nel tempo, aveva costituito per lei una sorta di “speranza di felicità”. Forse quella “speranza di felicità” era più che altro un’illusione, un’attrazione costruita sulle sabbie mobili, un ingresso falso e poroso per entrare nel Paese Italia (e forse è così anche per me). Oggi lei non c’è più, ed io ho ricevuto da lei quell’eredità italiana, che non è un’eredità materiale ma mentale e preziosa.

Ecco, quel tipo di attrazione per l’Italia in me c’è ancora, ma ha perso non poco della sua “speranza di felicità”. Rimane certo il fascino per il patrimonio dei beni culturali sparsi per l’Italia… ma anche di quelli che si trovano in Europa, di più… nel mondo! Ciò che sottrae forza attrattiva all’Italia è il livello bassissimo della maggior parte delle trasmissioni televisive, gli eccessi del consumismo che si erge a nuova religione, ecc. Devo ammettere, però, che questi sono fenomeni che non esistono solo in Italia, ma più o meno anche negli altri paesi europei, e anche in Germania, Paese apparentemente tanto sano, pulito, ben ordinato, e privo di corruzione. Anche la Germania di oggi, ammirata (o temuta) per la sua forte economia e le stabili strutture politiche, ha le sue ombre e debolezze.

Sono entrato in Italia col “vento rosso” degli anni sessanta-settanta. Ad Hannover, dove ho studiato, durante le manifestazione politiche cantavamo canzoni antifasciste come “Oh, Bella Ciao” e “Bandiera rossa”. Abbiamo letto i primi libri di Massimo Cacciari e di Rossana Rossanda sulla lotta della classe operaia. Apprezzavo gli scritti di cattolici di sinistra come Don Mazzi a Firenze, Don Franzoni a Roma o Don Milani a Barbiana. Sandro Pertini è stato per me, idealmente, il “nonno” che avrei desiderato. Giorgio Bassani non è stato il padre preferito – per carità – ma sicuramente uno scrittore molto stimato. Il romanzo di Ferrara mi ha così profondamente colpito che, appena ne ho avuto la possibilità, ho acquistato a Ferrara un piccolo appartamento, in un palazzo dentro la mura. Adesso, è tredici anni ormai che sono molto legato a questa città estense, dove spesso ritrovo un po’ il profumo e la luce della mia infanzia. Anche noi, in Bassa Sassonia, abbiamo la nebbia autunnale. Anche da noi il paesaggio è un po’ simile a quello che si trova lungo il Po: un paesaggio basso, senza colline e tante nuvole verso l’orizzonte. Durante l’infanzia e la gioventù, anche per noi la bici era il mezzo principale per spostarsi. La chiesa si trovava al centro del paese e delle piccole città. Ma c’è di più: attraverso i miei amici ferraresi, ho scoperto anche che una cultura borghese in Germania, dopo il fascismo, è quasi del tutto sparita: liberale o di sinistra che fosse, comunque antifascista, quella ereditata nel dopoguerra è stata ben definita da Mario Pannunzio, il fondatore dell’Espresso, come “progressiva in politica, conservatrice in economia, reazionaria nel costume”. Qualcosa di profondamente diverso dal nobile spirito borghese che ha animato l’esperienza azionista italiana dalla quale, nel mio impegno civile d’oggi, ho imparato molto.

Credo profondamente che la cultura in genere, ma anche la cultura politica italiana, abbiano avuto ed abbiano ancora, una certa attrattiva per gli stranieri, nonostante i fenomeni oscuri “all’italiana” molto conosciuti in tutto il mondo. Per citare solo una delle forze più importanti, che si distinguono e che si ergono nel panorama della crisi della democrazia rappresentativa e del cosiddetto Welfare State, scelgo il volontariato italiano, politicamente forse un po’ incerto, ma con una grande volontà di fare qualcosa, sia a livello locale sia a livello mondiale; la forte presenza degli italiani nelle reti delle Ong in tutto il mondo, ne è la dimostrazione, e rappresenta un segno significativo e confortante.

Ma forse sbaglio in tutto…

Non erro
per proteggermi dalle illusioni.

Preferisco persone
che limitatamente solo comprendo.

Incomprensioni,
una più bella dell’altra
quasi fossero arie musicali.

Un ringraziamento particolare ad Antonella Romeo, la traduttrice della brano, e autrice del libro La deutsche Vita

Matisse-Ferrara-Palazzo-Diamanti-Giovane-donna-in-bianco

Faccia a faccia con Matisse a palazzo dei Diamanti

Giovane donna in bianco, sfondo rosso” è il simbolo della mostra di Henri Matisse a Ferrara. E chi entra a palazzo dei Diamanti – dove è esposta fino al 15 giugno – quella ragazza potrà vederla muoversi, ridere e poi impressionare, pennellata dopo pennellata, la tela che è appesa lì. Abito candido, capelli sciolti e una risata spensierata, la fanciulla si lascia cadere sulla poltrona della casa-studio del pittore fauve. Grazie a un filmato in bianco e nero ci si ritrova, a distanza di tre quarti di secolo, nel preciso momento in cui Matisse è faccia a faccia con la sua modella. Barba, occhiali e completo grigio, l’artista, che in quel momento ha già 77 anni, traccia con poche linee decise gli occhi di lei, rapide pennellate per i capelli ondulati, un’unica linea per naso e sopracciglia.

Quello con la “giovane donna in bianco” è solo uno tra i tanti incontri che la rassegna d’arte, curata da Isabelle Monod-Fontaine, offre al visitatore. Le sale ferraresi raccolgono la produzione di Matisse e la ripropongono in ordine cronologico, dal debutto più accademico della stanza d’ingresso fino ai collage fatti con carta colorata e ritagliata (gouaches découpées) degli ultimi anni. Ma ogni volta il racconto della carriera di uno degli artisti che ha cambiato il corso dell’arte del Novecento, procede come un dialogo tra le figure impresse in quadri, disegni, sculture.

I primi lavori esposti sono il “Nudo in piedi” fatto a carboncino nel 1900 con la tecnica più tradizionale del ritratto dal vero; a poca distanza c’è il “Nudo in piedi” dipinto a olio su tela un anno dopo, dove già il tratto naturalistico si addensa in macchie di colore quasi impressionistiche. Pochi passi ed è “Madeleine II”, una scultura di bronzo del 1903, dove la materia è un accumulo di ombre, una massa lavorata a piccoli tocchi che conferiscono al metallo scuro la luminosità di dense pennellate, una forma semplificata ma di volume armonico. Il dialogo ricomincia tra le teste dei ritratti: quello su tela della bambina “Nono Lebasque” (1908), dominato dai colori brillanti di abito verde, sfondo blu e giallo sbiancato del viso, ha la leggibilità dei disegni infantili e si confronta con la semplificazione delle forme del mezzo busto in bronzo intitolato “Jeanette III” (1911) con le ciocche dei capelli riassunte in quattro masse di materia, le orbite degli occhi che diventano due cavità accentuate, le guance rese in un paio di volumi rotondi. Parlano tra loro le tele dallo sfondo rosato dove Matisse prova e riprova una composizione di figure intere, “Nudo seduto” (1909), con il caschetto di capelli della modella che d’improvviso può dialogare con quello di una visitatrice ferma ad osservarla. Nell’ultima delle sale queste figure raggiungono la massima sintesi nelle gouaches di cartoncino colorato o nei disegni a inchiostro su carta, come quello di “Acrobata” realizzato da Matisse nell’ultima fase di attività (1952). Poche pennellate sicure, che spingono la figura fino ai limiti dell’astrattismo.

Chiusura nel vivace bookshop, dove l’esplosione di colori di Matisse prende la forma di poster, libri, quaderni dedicati alla sua opera, ma che sembra contaminare anche tutti gli oggetti di design, le borse, la bigiotteria e la fotografia di cucina creativa in esposizione tra banchi e scaffali. I canoni estetici del grande rivale di Picasso sono dunque ancora attuali: il dialogo continua.

Link alla sezione IMMAGINARIO – Anteprima di Matisse

st-valentine-weekend-ovvero-rito-irlandese-short break

St.Valentine weekend ovvero il rito irlandese dello “short break”

Finalmente febbraio, e tiri un sospiro di sollievo. Le giornate iniziano ad allungarsi, si lasciano dietro le notti lunghe di dicembre e gennaio. Uno sprazzo di sole ti sembra già una promessa di primavera. Tutto tira su il morale, quando ti ritrovi sul parallelo che va dal Labrador alla Kamchatka. Settimane di piogge ininterrotte e giochi delle maree fanno sì che spesso Cork si ritrovi abbondantemente sott’acqua. I locals sembrano infischiarsene o al limite prenderla con filosofia. Il centro città sommerso diviene occasione di svago e fare un po’ di craic, ovvero passare una serata al pub con risate, chiacchiere, musica e varie pinte di birra. E c’è chi se ne approfitta per farsi una vasca in centro, stavolta nel vero senso della parola.

Al St.Valentine weekend, cambiare aria non sembra più una proposta così assurda e forse, per un atavico istinto di sopravvivenza, ti lasci convincere a lasciare la città inondata e partire per uno “short break”. Condizioni necessarie: individuare una località rinomata e vagamente romantica, “Grand Hotel” stile Shining, ristorante chic “Georgina Campbell guide” nelle vicinanze con prezzi da Manhattan ed atmosfere alla Masterchef, dolce compagnia al seguito. Insomma quanto basta per scatenare sane invidie nell’entourage e chiudersi in bagno a piangere all’arrivo del prossimo estratto conto.

Piove a diretto ma è troppo tardi per cancellare tutto. Con umore alla Furio – e la Madga di turno a pagarne le conseguenze – lasci la città, questa volta verso est. Verso Waterford, storica città di vichinghi, vescovi e cristalli. Appena fuori Cork incontri le prime cittadine sulla costa, località di villeggiatura rinomate prima che i charter e i voli della “Ryan” iniziassero a trasportare  migliaia di vacanzieri verso le spiagge di Spagna e Portogallo: Ballycotton, Yoghal, Dungarvan, Tranmore, Dunmore East. Tempi dei quali rimangono cartoline ed immagini vintage anni ‘70. Fotografie ingiallite di famiglie in spiaggia a prendere il sole, con cestino del picnic. Tutto il mondo è paese.

Tempo infame, strada monotona, umore basso. La tentazione di fare marcia indietro è forte. Ma quando meno te lo aspetti, le colline si aprono a sud, lasciandoti vedere uno scorcio d’oceano. Davanti a te la distesa d’acqua grigia e schiumosa, tra la pioggia onde spinte dal vento che si infrangono feroci sulle scogliere. All’orizzonte un raggio di luce taglia le nuvole, il suo riflesso nell’acqua quasi ti abbaglia. In un secondo sei ripagato di tutto, il tuo viaggio potrebbe anche finire qui. Il Furio che e in te è già lontano, la tabella di marcia idem. Cerchi una scusa per fermarti a bordo strada. Il tempo di una sigaretta fumata in silenzio, sufficiente per imprimere quell’immagine nella tua memoria: l’Irlanda è fatta di dettagli, luci oblique che filtrano tra le nubi e rendono lo stesso paesaggio sempre diverso, ogni giorno.

La strada e l’umore diventano meno pesanti. All’arrivo l’Hotel a Dungarvan è come te lo aspetti. Hall immensa e semideserta, moquette, carta da parati giallastra, mobilio austero, quadri con scene marine. Mare in burrasca e foto di JFK al muro. Il concierge ti guarda severo da dietro gli occhiali e ti viene da parlare sottovoce. Forse da qualche parte c’è un senatore, un cardinale o un capitano di vascello da non disturbare. Ma è solo un’impressione, perché sei sempre in Irlanda e, mano a mano che il tempo passa, il bar-ristorante comincia a riempirsi. Camerieri vanno e vengono con vassoi di birra e Fish & Chips. Clientela composta e variegata in totale relax. Un gruppetto di pensionati, famiglie con bambini al seguito, una coppietta che avrà poco più di vent’anni. Tutti con la necessità di rompere la monotonia dell’inverno irlandese, prendere il tempo di ritrovarsi, anche se solo per una notte o un fine settimana. In camera, come sempre, le contraddizioni della cattolicissima Irlanda: bibbie che saltano fuori come funghi dagli armadietti e stampe vagamente osé alla Salomé sui muri. Ladies & Gentleman, fate pure quello che dovete fare ma, se possibile, senza esagerare. Dopo cena, trovi il pub giusto, legno, brusio, odore di cane bagnato. Un tavolo d’angolo occupato da un gruppo di musicisti alle prese con i loro strumenti. Una live session di musica tradizionale: violini, bodhran, banjo, fisarmoniche, flauti. Bevi in silenzio e tieni il tempo col battito dei piedi.

La mattina è ancora una sorpresa: durante la notte il forte vento ha spazzato via le nuvole ed è un piacere passeggiare per la cittadina. Case multicolore che si affacciano sulla baia, bar e negozietti decrepiti dall’atmosfera realmente marinara.

Torna il sorriso, le giornate buie e la stanchezza di lunghe settimane di lavoro spariscono in un momento. Ritrovi la capacità di vedere il mondo e la sua bellezza, di ricambiare l’affetto di chi ti sta a fianco. Ti rendi conto di quanto sia importante il rito irlandese dello short break. Ora non hai più voglia di tornare a casa, la tentazione di proseguire verso i musei e i palazzi di Waterford o perdersi alla scoperta dei villaggi sulla costa è forte. Ma non c’è più tempo. Non senza un filo di dispiacere, riprendi la strada verso la città. Non fa nulla, sai che per qualche minuto ti terrà ancora compagnia la vista dell’oceano grigio, ora calmo, quasi azzurro.

favole-russe-tra-zar-zarine-amore-coraggio

Favole russe: tra zar, zarine, amore e coraggio

da MOSCA – Qualche giorno fa, osservando alcuni palazzi moscoviti elegantemente illuminati, mi è parso di vedere affacciarsi alla finestra una ragazza dal viso dolcissimo, dai lineamenti fini e delicati, pettinata in maniera un po’ antica ma molto elegante. Le tendine bianche attraverso le quali l’avevo intravista erano state da lei gentilmente ma frettolosamente richiuse. Mi rimaneva una sensazione di sorpresa, di curiosità e di dejà vu.
In effetti, la stessa percezione l’avevo avuta lo scorso luglio, quando, camminando per i vialetti del Gorky Park, avevo colto una figura leggiadra correre fra le rose e infine nascondersi dietro una siepe, furtivamente. Come allora, ho avuto l’impressione di scorgere una raffinata, garbata e aggraziata zarina. Dietro piante fiorite, rigorosamente e ordinatamente in fila, avevo anche immaginato svolgersi la scena in cui la graziosa figlia di Grigorij Ivanović Muromskij, Lizaveta-Akulina, sussurrava dolci parole al suo Aleksej, figlio dell’odiato Ivan Petrović, lungo la strada ombreggiata del boschetto che Puškin descrive con la maestria che lo contraddistingue. I cespugli parevano gli stessi, così come le leggere frasche fruscianti. I messaggi trepidanti, lasciati negli incavi degli alberi, avrebbero potuto davvero essere ancora nascosti lì. Mi era piaciuta l’idea di andare a cercarne qualcuno, avevo immaginato di poter trovare una nota manoscritta, una calligrafia femminile tornita. E a quel punto, persa fra innamorati e zarine, mi sono ricordata delle fiabe russe e di una, in particolare, che oggi vorrei raccontarvi, arricchendola sì di qualche particolare, ma restandovi fondamentalmente fedele. Questa bellissima storia d’amore della tradizione popolare russa, che ben si addice non solo a chi è innamorato, parla di una zarina liutista dall’animo nobile.
Moglie di uno zar, questa bellissima donna, generosa e intelligente, suonava meravigliosamente il liuto. L’incanto puro usciva dalle corde del suo strumento, sfiorate leggermente e amorevolmente dalle dita sottili e delicate. Un bel giorno, il marito partì per un viaggio in Oriente e qui, caduto vittima di un’imboscata, venne catturato dai soldati di un sultano e rinchiuso in un carcere buio, triste, umido e maleodorante.
La zarina si vide ben presto recapitare una lettera con una richiesta di riscatto (tre vascelli d’oro e la più giovane principessa in sposa al sultano) che, se accettata, avrebbe privato il regno delle sue uniche ricchezze e lei della sua amata figlia. La zarina non volle cedere e chiese ai suoi cortigiani di lasciare che si occupasse della situazione da sola. Dovevano solo aspettare il suo ritorno, con fiducia. Senza dire nulla a nessuno del suo piano, si chiuse nelle sue stanze dorate, si tagliò le lunghe, folte e lucide chiome, si vestì da paggio, prese il suo liuto e si mise in viaggio verso Oriente.
Giunta alla presenza del sultano rapitore, travestita da valletto, gli si presentò come un abile suonatore di liuto, felice di poterne allietare le giornate con sognanti melodie d’altri tempi.
Dopo che le note più belle si erano effuse per il palazzo, il sultano, deliziato da tanta abilità e maestria, chiese al suonatore di rimanere accanto a lui ancora per molti giorni, il tempo necessario per affezionarsi al musicista. Dopo un mese di permanenza, alla zarina fu chiesto di rimanere almeno un altro mese, in cambio di un gesto di generosità reale: ella avrebbe scelto per sé un prigioniero, proveniente dalla sua terra, in attesa di ricevere il riscatto richiesto per lui.
Accompagnata dalle guardie nelle prigioni sotterranee, la zarina, vestita da uomo, riconobbe immediatamente il marito, ma non viceversa. Lo zar, tuttavia, si rallegrò alla notizia di aver di fronte un musicista che era riuscito a strappare al sultano la promessa di poterlo ricondurre con sé nella loro comune patria. Prima del congedo, il paggio suonò una musica che allo zar ricordò quella della dolce compagna, ma questo lo portò soltanto a proferire parole di rimpianto, di tristezza e ira per moglie e sudditi che, a suo parere, non avevano fatto nulla per liberarlo. Lungo tutto il viaggio di ritorno il liutista non aprì bocca, era triste e forse anche un po’ deluso. Ma quel silenzio venne scambiato per timidezza e soggezione. Lo zar era riconoscente solo al suonatore sconosciuto e continuava a dubitare dell’amore della sua famiglia. Giunti in patria, il liutista sparì, dopo aver lasciato lo zar al cospetto della sua corte. Adirato con la moglie, di cui tutti ignoravano la sorte, e angosciato per la scomparsa del suo liutista, lo zar aveva dato ordine di cercarlo ovunque. Per lui avrebbe dato tutto, ogni bene prezioso, per quello sconosciuto che gli aveva salvato la vita in maniera tanto generosa e disinteressata. La mattina del quarto giorno, lo zar sentì il suono dolcissimo di un liuto provenire dal suo giardino alberato e fatato. Era sicuro che si trattasse del suo amico e salvatore. Precipitatosi fuori, su un prato fiorito vicino a una fontana, intravide la sagoma del liutista. Ma solo avvicinandosi capì che si trattava di sua moglie, vestita con gli abiti da zarina ma con i capelli ancora corti, dal taglio mascolino. La donna gli chiese se gli piacesse quella musica tanto amata dal sultano d’Oriente, e lo zar, stupefatto comprese allora che la splendida moglie aveva sfidato per lui la sorte, sofferto e corso enormi rischi per salvarlo; si vergognò di aver dubitato di una donna che era riuscita in un’impresa che solo un immenso amore poteva guidare.
“Per il futuro” esclamò lo zar, prevenendo le sue parole, “sarò più cauto nel giudicare”.
I festeggiamenti furono splendidi: per tre giorni e tre notti ci fu un grande banchetto con danze, suoni, canti, baci e…

quel gran pranzo sopraffino
io l’ho visto da vicino;
tre confetti ho ricevuto,
tutto il resto l’ho perduto.

meticci

Il “meticciato”: la nuova via della politica

Al convegno preparatorio di Orvieto per la costituente del Partito Democratico del dicembre scorso, e nei momenti successivi, Pierluigi Castagnetti, l’ultimo segretario dei popolari, parlava di “meticciato” come della condizione indispensabile per mettere insieme le diversità di storie ed esperienze, di valori ed ideali, delle due principali forze politiche italiane, oltre ad altro naturalmente.

Le difficoltà dell’amalgama stanno nella tribolazione di questi cinque anni e oltre; soprattutto in periferia, nelle cento città e ottomila comuni, dove sovente, nelle salette dei circoli, fuori casa, ti sentivi in prestito, sopportato, a trazione unica. Ora quel “meticciato” non c’è più, si è esaurito, e si sta trovando l’uscita dal ‘900, anche se appaiono, ancora, gli ultimi resistenti “giapponesi”.
Se penso alla nostra città e al suo territorio, l’unica cosa che forse aiuta è quel passaggio della politica che va da viale Krasnodar a via Frizzi, un modo per abbandonare un “museo” senza ritrovare, per ora, nuove architetture. Di altri attori indigeni non se ne vede, se non in alcuni tavoli del nostro centro storico. Ed in questo nuovo quadro d’insiemi, possiamo dire che ora si assapori, anche trasversalmente, uno slancio sociale un po’ più aperto, per le ritrovate identità, e quindi che si possa intravedere l’accesso a quei profumi di conoscenze e di saperi, necessari per crescere come Paese e costruire un futuro di speranza.

Possiamo affermare che era necessario entrare nella “cristalleria” del ‘900 per darsi impronte di cambiamento, rimodellarsi e riposizionarsi nel nuovo che avanza, tra sviluppo, innovazione e nuovi umanesimi, per poter entrare nei processi di globalizzazione, senza perdersi e sciogliersi nei nostri localismi, ricchi di sfumature e scavati nelle profondità dei vissuti. Forse non è ancora finito
il tempo del rimodularsi, dello scomporsi e del ricomporsi da parte delle nostre forze politiche;
ma di certo sarà l’Europa a dettare i tempi nuovi e a segnare i tratti necessari per andare oltre questa crisi profonda (anche politica) che sembra non finire mai.

Ci saranno due grandi aree della politica in Europa, due nuovi centrali pilastri della convivenza democratica, oltre a pochi, limitati e disturbanti eccessi nazionalistici e regionalistici, sostanzialmente egoistici e populisti. Chi vorrà stare fuori dalla storia da costruire, si dovrà accomodare e rimanere ai margini dei tempi nuovi, i cui segni sono ormai evidenti e maturi. Ci saranno, sicuramente, delle resistenze, anche dure e durissime, ma il solco è ormai profondo e dentro si può solo morire, sciogliendosi.

E’ sufficiente stare qualche minuto tra i tavolini di un bar, in una paninoteca all’ora dell’aperitivo, tra gli scaffali di un ipermercato, in un polveroso centro per l’impiego, in un corridoio di ospedale, dietro ad un tornio, all’oratorio, nel sagrato di una Chiesa, nella curva ovest di uno stadio, in una associazione onlus, tra i banchi delle scuole superiori, per capire che la strada da percorrere è una sola, una sola e urgente, cioè la strada di una politica del cambiamento. Non abbiamo certamente sognato, non siamo vicini al paradiso, anche se ci piace prendere quel caffè sopra le nuvole di una bellissima pubblicità; però “lasciateci almeno la speranza” come invoca il cardinal Martini.

Aspettare una “nuova cristalleria” è quel cambio di passo che ormai tutti ci attendiamo.

20-febbraio-2014-ichiarazionedi-antidemocrazia

20 febbraio 2014: Dichiarazione di antidemocrazia

Alla fine lo ha detto chiaramente: “Io non sono democratico”.
È la frase che, probabilmente, ha più colpito durante le consultazioni tra il presidente del Consiglio incaricato di formare il nuovo governo, Matteo Renzi, e il leader Cinquestelle, Beppe Grillo, trasmesse in diretta streaming giovedì 20 febbraio.
Solo che, a differenza della prima diretta, dalla quale Bersani uscì con le ossa rotte, stavolta parrebbe che l’urlatore genovese si sia fatto un clamoroso autogol.
Perché ha rivelato in modo plateale che si chiama fuori dal discorso democratico, che non tollera il contraddittorio e chi mette in dubbio la sua verità.
Rimane fermamente convinto che per rimettere in carreggiata l’Italia sia sufficiente decimare le indennità ai parlamentari e azzerare il finanziamento ai partiti. Tutto il resto non conta. O meglio: se si accettano le ricette pentastellate bene, altrimenti non si fanno accordi con nessuno, perché dietro ci sono i poteri forti, le banche (in qualcuna di queste magari ci sono pure i risparmi di Grillo), il marcio, il vecchio.
Quindi, per riassumere, la scatoletta di tonno del Parlamento va aperta, mentre la sua va presa così com’è: chiusa.
Il tutto poi deve andare in onda alla luce del sole, perché non ci deve più essere alcunché da nascondere nelle stanze del Palazzo.
Salvo spegnere le telecamere quando fa comodo e, guarda caso, proprio se dentro il movimento qualcuno vuole discutere.
Soprattutto guai a parlare con i giornalisti, tutti moribondi.
Ancora, ci sono decine e decine di parlamentari eletti dal febbraio 2013, ma per capire se andare a parlare con il presidente del Consiglio incaricato si deve fare una consultazione on line per convincere il capo, che non vuole nemmeno essere chiamato tale, il quale comunque è dell’idea di non andarci. E quando si presenta davanti a Renzi dice che glielo hanno chiesto. Vostra Grazia!
Tra un po’ non ci sarebbe nemmeno da stupirsi se i grillini ricorressero ad una consultazione via rete per decidere se sia il caso di consultare la rete.
Conclusione: ruolo dei rappresentanti di Camera e Senato eletti democraticamente dai cittadini uguale a zero.
Per inciso, il comico genovese non siede nemmeno in Parlamento anche se di questi tempi, per la verità, non è un’eccezione.
Poi c’è l’altra frase detta da Grillo in faccia a Renzi: “Ci hai rubato metà programma”. Chiunque si gonfierebbe il petto se alcune proposte avessero fatto breccia nei programmi degli altri. Pare di sentire la manfrina ripetuta da chiunque: “Avete visto che avevamo ragione noi”, e via con la sfilza delle cose, tutte rigorosamente concrete.
Invece qui c’è l’ostentazione orgogliosa del tipico atteggiamento infantile: è mio.
Il pensiero corre a ritroso a Jean Jacques Rousseau e alla sua idea della volonté générale: tutti cittadini, tutti liberi e tutti che contano allo stesso modo, senza più gerarchie sociali.
Praticamente la fine delle ingiustizie, la fine dell’ancien régime e l’inaugurazione del regno dell’uguaglianza totale. Oggi, si direbbe, nell’orizzontalità assoluta del web.
I problemi nascono quando qualcuno si mette in testa di parlare in nome e per conto della volontà generale. Assolutismi, autoritarismi e totalitarismi, sono in fila, uno dietro all’altro, e ancora ci parlano. Basta leggere qualche libro di storia.
Fino all’esaltata follia del nazismo: un popolo, uno stato, un führer, o alla perdurante realtà del caro leader nordcoreano.
Per restare invece coi piedi per terra, c’è chi ha letto nello show di Grillo una mossa meticolosamente studiata in ogni dettaglio, per sottrarre a Renzi ogni possibilità di parlare al proprio elettorato, in una prospettiva di voto più o meno vicina.
Il tutto mentre si va verso la formazione del sessantaquattresimo governo in sessantotto anni di storia della Repubblica, su una maggioranza parlamentare dai contorni poco chiari, se si pensa alle parole di stima e incoraggiamento provenienti da Forza Italia, che si colloca all’opposizione, mentre scricchiolii si sentono dall’alleato Alfano e da Pippo Civati, quest’ultimo dato a un passo dalla decisione di uscire dal PD.
Per quanto claudicanti e criticabili, continuare a deridere le istituzioni in nome di una sacrosanta indignazione civile, può essere una strategia, ma può portare ad esiti diametralmente opposti a quelli desiderati; e chi ha scritto la Costituzione lo ha fatto con la penna in mano e negli occhi l’orrore lasciato da un’ideologia totalitaria.
La stessa scena dei forconi rappresentati da uno che gira in jaguar è una spia accesa.
Gli esperti li chiamano effetti perversi, e già l’espressione dovrebbe mettere in guardia chi ha ancora un po’ di sale in zucca.

una-grande-risata-vi-seppellirà

Una grande risata vi seppellirà

Ripenso a quella frase che gli anarchici ripetevano andando sul patibolo, ci andavano ridendo e irridendo a quel potere che li condannava a morire, colpevoli di volere una società giusta; salivano sul patibolo e gridavano “una grande risata vi seppellirà”. Non c’è più il patibolo, la condanna a morte è molto più subdola, non si può condannare a morte, adesso si può passare subito, senza inutili intermediazioni, all’esecuzione: si può essere uccisi in carcere, durante un interrogatorio per esempio (ricordate Giuseppe Pinelli? giù dal quarto piano della questura milanese, non fu suicidio disse il giudice, ma nemmeno omicidio: che fu?); oppure per strada, così per tenersi in allenamento, anche in ospedale può essere sbrigata l’esecuzione senza processo, la condanna a morte viene praticata ovunque.
Viviamo in un sistema sociale per molti aspetti fuori della legalità, la legge è quella del più forte, un Far West accettato da una popolazione attonita, disillusa e umiliata, l’unico valore è quello dei soldi e ce ne sono di soldi, ma quasi tutti nelle mani di pochissimi. I politici fingono di non vedere, o forse non capiscono, comunque va bene (a loro) così. Quello che è successo in questi ultimi giorni è esemplare di come la nostra comunità sia precipitata in un baratro di inadempienze e di prevaricazioni. L’Italia aveva una cosa di buono: la Costituzione, moderna, attenta alle differenze sociali. Ebbene, abbiamo cominciato a strapazzarla, a svilirla, a non seguirne i dettami.
Ricordo, quando studiavo legge a Bologna, la fermezza del grande costituzionalista Pergolesi nel criticare anche il capo dello Stato se, per caso, succedeva che non fosse attento alla magna carta. Mi piacerebbe vedere Pergolesi oggi, qui, mi piacerebbe sentire che cosa avrebbe da dire sugli ultimi avvenimenti. Tanto per citarne un paio: il segretario di un partito (sto parlando di Renzi) va a concordare il futuro politico dell’Italia con un uomo condannato in via definitiva (sto parlando di Berlusconi) per reati sociali gravissimi, e con lui fa un patto a futura memoria mentre è ancora in piena funzione un governo, anch’esso uscito da una situazione costituzionale diciamo compromessa. Altro evento folle: sbattuto fuori il presidente del Consiglio, senza passare attraverso le Camere, il capo dello Stato accoglie nel suo ufficio al Quirinale un uomo che dovrebbe stare in galera o ai servizi sociali, e con lui concorda le mosse da fare, tanto che lo pseudo-condannato (sempre Berlusconi) può scendere dal Colle e proclamare che il nuovo governo nasce con la sua benedizione e attuerà la sua politica. Questi ed innumerevoli altri fatti politici clamorosi, accaduti negli ultimi tempi in Italia, sanciscono che la Costituzione di fatto non esiste più.
Ecco, ora dovremo ripetere la frase di quello scolaro napoletano che nel tema scrisse “io speriamo che me la cavo”. Il popolo italiano continuerà a salire sul patibolo, non gli rimane che gridare con gli anarchici la frase che fu ripresa da Brecht “una grande risata vi seppellirà“. Ricordo che quarant’anni fa (forse qualcuno di più) il pittore ferrarese Paolo Baratella, uno dei più importanti artisti della “Nuova figurazione” dipinse una serie di tele dedicate a questa drammatica risata. Per favore Baratella, ritira fuori quei quadri, sono attualissimi!

roma-racconta-romanzi-russi

Roma racconta i romanzi russi

da MOSCA

Roma caput mundi, come sempre. Città che non smette mai di stupire per le sue bellezze, la fantasia e le iniziative culturali. Nel nostro “percorso russo”, abbiamo, infatti, piacevolmente scoperto che l’Auditorium Parco della Musica – Teatro Studio di Roma ha organizzato, dal 20 ottobre 2013 al 12 maggio 2014, una serie di incontri dedicati alla letteratura russa dal XIX secolo a oggi (l’iniziativa si intitola “Vi racconto un romanzo”).
Organizzati in forma di conversazione introduttiva all’ascolto del testo, gli incontri, presieduti dal grande poeta e giornalista Valerio Magrelli, dureranno circa un’ora e un quarto ciascuno, senza alcun intervallo. Insieme a lui, ognuno degli studiosi invitati esaminerà alcune pagine degli autori scelti. Si partirà dalla presentazione biografica dell’autore, per passare all’analisi letteraria, fino ad arrivare alla lettura vera e propria, eseguita da alcuni fra i più noti attori italiani. Il pubblico potrà familiarizzare con i grandi classici della letteratura russa, rivivendo emozioni e luoghi attraverso le voci di grandi narratori. Le opere presentate saranno otto in tutto.

Il 29 ottobre scorso, è andato in scena il romanzo in versi Evgenij Onegin, di Aleksandr Sergeevič Puškin, introdotto da Antonella D’Amelia, studiosa del mondo culturale russo e Direttrice del Centro internazionale di ricerca Russia-Italia presso l’Università di Salerno, che riunisce studiosi di dodici università russe e italiane. Sulle pagine lette da Patrizia Zappa Mulas, hanno sfilato il giovane mondano, scettico e annoiato Evgenij Onegin, il poeta romantico e idealista Vladimir Lenskij, le due sorelle Tatjana e Olga Larin. Vedremo quindi Evgenij arrivare da Pietroburgo in campagna per questioni ereditarie, dove con un altro giovane proprietario, Lenskij, comincia a frequentare la casa della signora Larin che vive con le due figlie Tatjana e Olga, quest’ultima fidanzata con Lenskij. Tatjana, innamoratasi di Onegin, gli confessa il suo amore in una lettera ardente e ingenua ma il dandy farfallone, che la respinge, durante una festa da ballo, corteggia Olga e, sfidato da Lenskij, lo uccide in duello. Dopo vari anni di peregrinazioni, tornato a Pietroburgo, egli vi ritrova, sposata, la Tatjana provinciale a suo tempo rifiutata. Ora, innamoratosi perdutamente di lei, la corteggia invano, le scrive e finalmente riesce a trovarla sola in casa. Tatjana gli confessa di amarlo ancora, ma nello stesso tempo gli dichiara fermamente che non tradirà mai l’uomo che ha avuto fiducia in lei sposandola. Romanzo unico.

Il 25 novembre scorso, il satirico Le anime morte di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ (peraltro scritto a Roma), è stato presentato da Cesare De Michelis, editore e docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Padova e letto da Ottavia Piccolo. Vedremo fuggire il Consigliere di Collegio Pavel Ivanovič Čičikov, smascherato dopo aver tentato di acquistare a buon prezzo le “anime morte”, ovvero i servi della gleba deceduti, secondo l’ultimo censimento, e per le quali i proprietari continuavano a pagare un’imposta fino alla registrazione del decesso al successivo censimento. Gran galleria di ritratti, truffa scoperta.
Delitto e Castigo di Fëdor Michajlovič Dostoevskij è stato presentato il 16 dicembre scorso, da Fausto Malcovati, docente di Lingua e letteratura russa all’Università di Milano, e declamato da Moni Ovadia. Penseremo di trovarci a San Pietroburgo, in un’estate afosa e calda, immersi nell’evento chiave, l’ omicidio premeditato di un’avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sorella più giovane, comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L’autore dei delitti è il protagonista, l’indigente studente Rodion Romanovič Raskol’nikov, e nel romanzo si narra la preparazione dell’omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi e fisici che ne conseguono. Ascolteremo come il vero castigo di Rodion non sia il campo di lavoro a cui sarà condannato, ma il tormento che lo logora attraverso tutta la storia e che si manifesta anche nella progressiva convinzione del protagonista di non essere un “superuomo”, poiché non ha saputo essere all’altezza dei suoi gesti omicidi.

Proseguendo, il 27 gennaio scorso, Rita Giuliani, docente di Lingua e letteratura russa all’Università la Sapienza di Roma, ha introdotto il romanzo in otto parti di Lev Nikolàevič Tolstòj, Anna Karenina ambientato nella Russia del XIX secolo e interpretato da Alba Rohrwacher. L’aristocratica Anna è sposata con Aleksej Karenin, un ufficiale governativo, e ha un figlio, Serëža. Suo fratello, Stiva, un ufficiale civile, ha tradito la moglie Dolly e Anna viene chiamata da San Pietroburgo a Mosca per convincere Dolly a non lasciarlo. Nel viaggio conosce la contessa Vronskaja e l’affascinante figlio, il conte Vronskij, anch’egli ufficiale, con il quale inizierà una relazione molto passionale, rimanendo incinta. Un amore intenso ma complesso, che condurrà Anna, confusa e disperata, al suicidio. In un intreccio variegato e non sempre facile, avremo la sensazione di attraversare scene e luoghi, e condividere sentimenti, dubbi e paure.

Il 24 febbraio prossimo sarà la volta di Noi romanzo satirico di Evgenij Ivanovič Zamjatin, presentato da Alessandro Niero, docente presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università degli Studi di Bologna, e letto da Stefania Rocca, che incarna una delle più sofisticate e lucide anti-utopie della letteratura novecentesca; il 17 marzo verrà presentato Pietroburgo di Andrej Belyi, introdotto da Daniela Rizzi, docente di Studi linguistici e culturali comparati all’Università Ca’ Foscari di Venezia, letto da Andrea Giordana, il romanzo ripercorre gli avvenimenti finali del periodo pietroburghese della storia russa; il 14 aprile, Vita e destino di Vasilij Grossman che passa in rassegna vite e personaggi dell’Unione Sovietica della II guerra mondiale e della battaglia di Stalingrado, sarà presentato da Pietro Tosco, docente di Letteratura russa alle Università di Verona e Mosca, Direttore del Centro Studi Grossman di Torino, lasciato alla voce di Giorgio Marchesi; la serie di incontri si chiuderà il 12 maggio con Mosca sulla vodka di Viktor Vladimirovič Erofeev, presentato dalla scrittrice Serena Vitale e letto da Antonio Catania, opera grottesca, visionaria, tragicomica, affidata all’alcolismo cronico e disperato del protagonista che parte da Mosca per un viaggio forse mai compiuto.

Sullo sfondo della bellissima Roma, si potranno assaporare storie dell’antica e nuova Russia.

canzoni-festival-carattere-specifico-italiani

Canzoni e festival, un carattere specifico degli italiani

Nelle affollate sale della cultura ferrarese, dove si parla e si discute di temi e motivi straordinari (benché a volte le accoglienze siano un po’ scarse), e mi riferisco in particolare a un Castello tutto immerso nell’oscurità, mentre gli ascoltatori della conferenza su Camillo Filippi, noto pittore manierista della scuola ferrarese, si guardavano smarriti in attesa di una luce che permettesse una necessaria sosta alla toilette, o alla trionfale presentazione del libro del caro amico e collega Franco Cardini (e mai saranno sufficientemente lodate le illustrazioni prodotte da Maria Paolo Forlani!) con tutta la noblesse culturale della città con la bocca convenientemente piegata alla smorfia “cul de poule” (massimo rimprovero per “eventi” condannati a priori), che giurava sulla convinzione che MAI avrebbe ascoltato il festival della canzone sanremese, al massimo un buon western o una fantascienza d’antan.
Io, per me, curioso anche delle vetrine che espongono i cachemires e le toilettine alla Renzi, mi son sistemato in poltrona, naturalmente quella con la parte reclinabile adatta alla mia età, per vedere la più straordinaria rappresentazione del carattere degli “itagliani”. Formidabile, anche se crollavano a iosa nell’angosciante e piranesiano palcoscenico (della sempre verde serie delle Carceri) miti e personaggi. L’angosciato Fazio alle prese con la minaccia grilloide che ha riempito la piazza davanti al teatro, col ripetitivo insulto del canuto comico e la più reale minaccia di due disperati che protestavano perché, assieme ad altri 800, non prendono più stipendio da mesi.
Fazio tenta la via del salvare capre e cavoli, secondo la vecchia legge del teatro: “lo spettacolo deve continuare”. Mentre si susseguivano siparietti un po’ retrò tra cui penoso il duetto tra lo scheletrico presentatore e una formosetta con viso schiacciato -una certa Casta- ambientato in un’improbabile rivisitazione dell’esistenzialismo francese.
Allora, ho capito tutto! E’ vero, è vero! Il signore di Arcore si è sempre esibito sulle navi da crociera e nelle sue ville a sussurrare Les feuilles mortes o La vie en rose tra un’orgettina e l’altra. Ma era satira o realtà? Questo è il problema. Se sia più reale l’imitazione della vita o la vita come imitazione. Mah! In questa fiera dell’usato, ecco duettare una signora cinquantenne, la cosiddetta Lucianina, con una sempre verde Carrà gravata di innumerabili anni, parlando degli acciacchi dell’età superata con ginnastica e fiducia nella vita.
Credo che il mio spot preferito (a parte le confidenze delle signore in ascensore sugli ormai sconfitti “odori” delle loro parti intime o quello, solo per intellettuali, dove Dante scrive la Commedia sul rotolone igienico) sia quello in cui una signora con voce “importante” magnifica l’adesivo che le permette un uso disinvolto della dentiera. Ecco di nuovo: spot pubblicitario per tenersi in forma oppure pura e semplice adesione alla vita nei suoi più rappresentativi significati amatissimi dalla casalinga di Voghera o dai patiti di B. che ha avuto la capacità di ridurci così? Ecco perché non sopporto la presunzione dei miei simili (accademici e non) che trovano una diminutio specchiarsi nel mondo sanremese. Questa, come dire, riserva da radical chic (categoria a cui in certi momenti entusiasticamente aderisco, specie quando mi si rimprovera da parte degli urlanti populisti il mio privilegio di potere assistere a un grande concerto di musica classica invece di spendere 6-700 euro per la serata finale di Sanremo) mi porta a riflettere sul senso di quei nomi così doverosamente sostenuti da chi crede, ancora per poco, alle parole come “valore” e “cultura”.
Ben lo spiega il bravo Curzio Maltese su “La Repubblica” del 19 febbraio da un titolo inquietante La politica? Si fa a Sanremo. E di fronte alle urla di G. le poltrone vuote delle mogli dei Marò prigionieri in India, la protesta dei due operai riflette: “Da noi si denunciano i problemi non per risolverli, ma per ottenere un grande applauso. L’applauso in sé garantisce che la soluzione non sarà mai trovata, perché in questo caso la volta successiva non si potrebbe ottenere un altro applauso e di conseguenza s’incepperebbero i sacri meccanismi dell’audience.”
Si pensi che, oggigiorno, per sconfiggere la morte e il mistero più tormentoso della nostra esistenza, ai funerali si applaude: una forma atroce che vorrebbe ricordare il defunto attraverso la forma più spettacolare, l’applauso appunto. E le canzoni. Quelle non contano. Forse fischieremo un motivetto quando la macchina pubblicitario-organizzativa si sarà esaurita. Tutte queste modalità di espressione non hanno forse qualche somiglianza con l’altra macchina politica messa in piedi dal Presidente del Consiglio incaricato? Chissà quale canzonetta fischieremo: un plagio o una novità?

sì-antiossidanti-no-junk-food

Sì agli antiossidanti, no al junk food

Il Prof. Giorgio Calabrese, medico nutrizionista più popolare d’Italia, grazie alle numerose partecipazioni a canali tv, ribadisce il suo no al cibo spazzatura, sottolineando l’importanza di frutta e verdura per vivere più sani e a lungo.
Hamburger, hot dog, patatine fritte, soft drink: per nutrizionisti, dietologi ed esperti di alimentazione sono questi i cibi killer per la nostra salute. In più, in questi ultimi giorni, la questione Terra dei fuochi ha portato di nuovo alla ribalta il tema dell’impatto dell’inquinamento ambientale sugli alimenti che mettiamo sulle nostre tavole. Questi i due punti su che pone in evidenza il Prof. Calabrese, che abbiamo intervistato presso la sede RAI di via Teulada.
Prof. Calabrese, la stretta connessione tra inquinamento ambientale e alimentazione torna oggi alla ribalta per la nota questione della Terra dei Fuochi. Al di là del riferimento specifico, nell’ambiente sono presenti diverse sostanze inquinanti. Quali sono le più dannose per la nostra alimentazione?
Le sostanze prodotte dallo smog in generale, dal traffico automobilistico e, ovviamente, dalle eiezioni delle case e delle aziende, finiscono nell’aria e da qui ricadono sui campi coltivati, quindi nei cibi, o nell’acqua, che, come sappiamo, hanno la capacità di trattenerle con estrema facilità.
Il primo effetto di questo fenomeno è la formazione di sostanze chiamate ammine cicliche che possono creare delle vere difficoltà al nostro fegato in fase di metabolizzazione. Contemporaneamente abbiamo anche una difficoltà di tipo respiratorio, perché il microcircolo del polmone risente moltissimo dell’inquinamento atmosferico. Le particelle di particolato, mi riferisco al pm 10 o al pm 20, si infiltrano in mezzo agli interstizi dei bronchioli fino ad arrivare ai capillari.

Quali cibi possono aiutarci ad arginare questi effetti dannosi?
La nostra dieta deve essere ricca di alimenti che permettano di disintossicarci e di combattere, arginare, le sostanze dannose presenti nell’ambiente. La medaglia d’oro va ai cibi antiossidanti, come frutta e verdura, che mantengono più giovani e rinvigorite le nostre cellule, prime fra tutte quelle del cuore e del cervello.
Prima ho detto che molti agenti ossidativi possono ricadere sui campi coltivati, ma sempre nei campi c’è un numero maggiore di antiossidanti, frutta e verdura appunto, che vanno consumate cinque volte al giorno.
Poi occorre incamerare una giusta dose di proteine, di origine animale e vegetale, senza mai superare 15% del nostro fabbisogno giornaliero. Pochi grassi e meglio di natura vegetale, soprattutto olio extravergine o di un solo seme, in modo tale da poter avere, assieme agli antiossidanti che non danno calorie e agli oligominerali, una batteria, una composizione che permetta agli agenti ossidativi di bloccarsi e di mantenere una gioventù più lunga nel tempo.
Quali cibi vanno evitati?
Continuo a dire che non esiste un cibo che di per sé faccia bene o male. E’ l’uomo che può rendere un cibo pericoloso per la salute con le tecniche di preparazione o di cottura. Il cibo eccessivamente elaborato e ricco di grassi, il cosiddetto junk food, il cibo spazzatura, deriva dalle elaborazioni umane ed è questo che va evitato come la peste.

Spending review in salsa ferrarese: taglio netto da 24 a 10 Comuni

L’Associazione nazionali Comuni italiani – Anci – e il suo presidente, in un recente convegno hanno annunciato, nell’ambito dell’imminente riordino istituzionale, che troppi sono gli oltre ottomila Comuni e che sarebbe opportuno, urgentissimo e politicamente corretto, ridurli partendo da un minimo di popolazione tra i 20/25 mila abitanti per Comune.

La trasformazione del Senato, la modifica del titolo quinto, le funzioni e le competenze concorrenti, lo sconfinamento di ruoli e funzione delle Regioni, le Province ormai spinte ad essere enti di secondo grado e di area vasta, i servizi di pubblica utilità affidati ad aziende municipalizzate e vicine alle parziali privatizzazioni, oltre ad assumere dimensioni più ampie, saranno il nuovo quadro e il cambiamento che si imporrà a breve nella nuova politica dei territori.

La spending review deve passare anche per questi nuovi riassetti istituzionali ed organizzativi della macchina burocratico – amministrativa del nostro paese, e bene fa l’Anci ad assumere questa nuova svolta sugli enti locali.

Se pensiamo che in Piemonte i Comuni sono 1.200 di cui 800 con meno di 1.000 abitanti, e tantissimi di 300 anime, ci domandiamo, come può essere possibile governarli nelle economie di scala, nelle prestazioni ai cittadini, nel farsi rete, e nei raccordi legislativi e programmatici della sua Regione, se così minimali e ormai rivolti al nanismo sia demografico che politico,?

Si governano solo con una loro adeguata dimensione sia territoriale che abitativa e funzionale, negli obiettivi e nei risultati di efficienza, efficacia ed economicità.

Partendo da almeno 20.000 abitanti, e valutando caratteri di contiguità, di prossimità, di altura e di costa, di storia e tradizioni, sicuramente si procederà bene; sarà assicurato un buon grado di governabilità lasciando al Parlamento l’articolato del Disegno di legge, alle Regioni la formulazione degli ambiti, sentite le municipalità, e poi indicendo un referendum per coinvolgere i residenti sui vantaggi e altro.

Il tutto è realizzabile entro due anni, e in questo modo avremo al massimo 3.000 Comuni e non è poco.

Di seguito, abbiamo simulato il quadro del ferrarese ed ecco i nuovi 10 Comuni contro gli attuali 24 e già 26.

Alto ferrarese: 1. Cento 2. Bondeno + Vigarano 3. Mirabello + Sant’ Agostino + Poggio Renatico

Città capoluogo: 4. Ferrara

Medio ferrarese: 5. Argenta 6. Portomaggiore + Voghiera + Masi Torello 7. Copparo + Ro + Berra + Jolanda + Formignana + Tresigallo

Basso ferrarese: 8. Ostellato + Fiscaglia + Lagosanto 9. Comacchio   10. Codigoro + Mesola + Goro

Così ci pare essere funzionale, in questo modo i ferraresi potrebbero anche risparmiare almeno il 10% della spesa corrente, per un totale di 30 milioni di euro.

Storie in frantumi. Nelle chiese colpite dal terremoto, anche le vetrate istoriate aspettano di essere curate

“Il singolare influsso esercitato dalla luce che filtra attraverso il vetro colorato” scriveva Paul Scheerbart nel 1914, “era già noto agli antichi sacerdoti assiri e babilonesi; essi furono i primi a introdurre lampade di vetro colorato nei loro templi”: da queste lampade si passò, nell’epoca gotica, alle finestre di vetro colorato: “che queste producano un effetto di particolare solennità” concludeva lo scrittore tedesco, autore di Architettura di vetro, “non dovrebbe destare particolare sorpresa […] il suo effetto sulla psiche umana non potrà essere che positivo”.

La ferita, per certi versi irreversibile, portata al nostro millenario patrimonio artistico dal violento sisma del 20 e del 29 maggio 2012, abbattutosi al centro dell’Emilia, e in parte sulle aree confinanti a nord e a ovest, ci ha ricordato, improvvisamente e quasi l’avessimo distrattamente dimenticato, che la nostra storia si rispecchia e si rigenera nelle torri civiche, nelle quinte scenografiche e abitate delle chilometriche strade porticate, nei campanili, nelle chiese. In sostanza, nell’insieme del patrimonio artistico immobile e mobile, all’interno del quale spiccano per originalità le pareti di luce invetriate e istoriate.
La tradizione che ha creato questo libro aperto, luminoso e colorato, posto sulle pareti sacre e profane del nostro patrimonio storico risale, nel mondo occidentale, a oltre mille anni fa: nel XII secolo, il monaco tedesco Theophilus, ovvero Rogkerus di Helmarhausen, scrive un trattato che definisce i canoni costruttivi delle vetrate istoriate, e l’abate Suger di Saint Denis pone le basi del significato mistico e religioso delle rappresentazioni, che hanno raccontato, in controluce, alle molteplici generazioni che le hanno osservate, le vicende dei santi, le emozioni interiori della devozione, le rappresentazioni araldiche e le perpetuazioni nobiliari.

Fatta eccezione per alcune rappresentazioni del Quattrocento, realizzate a Bologna ad opera di artisti importanti quali il Francia, Lorenzo Costa o Francesco del Cossa e dal loro contemporaneo vetraio-artista operante a Bologna, il monaco benedettino beato Jacobs Griesinger di Ulm, la maggior parte delle vetrate istoriate oggi visibili nel nostro territorio, sono state manufatte, legate e installate nel corso del XX secolo. I primi anni del Novecento, con l’elevazione delle innumerevoli chiese ispirate all’imperante stile Neogotico, e il secondo dopoguerra, con il piano di ricostruzione, videro, fra Bologna, Ferrara e Modena, un’intensa attività edificatoria nel comparto religioso. Le vetrate istoriate, da parte loro, in un percorso stilistico originale aderente alle architetture o talvolta collegato a uno stile più moderno, hanno sempre rivestito un ruolo di prim’ordine in entrambi i periodi.

Le riprese trasmesse dai media e dalla rete, con le immagini del lavoro prezioso, e talvolta rischioso, degli operatori impegnati nell’emergenza post-sisma, hanno consentito di apprezzare appieno le frenetiche operazioni di salvataggio, di recupero e messa in sicurezza del patrimonio artistico mobile: degli arredi e degli oggetti che erano conservati all’interno degli edifici storici e religiosi. Sullo sfondo, all’interno del campo di ripresa, a un’attenta osservazione delle immagini che scorrevano, non poteva sfuggire lo sfolgorio delle multicolori vetrate istoriate legate al piombo poste sulle pareti: il frutto di un’arte “difficile, artificiosa e bellissima”, come scriveva Vasari nelle Vite alla metà del Cinquecento. Un’arte che spesso, in Italia, è stata considerata un ibrido tra la rappresentazione per immagini di un soggetto sacro e la funzione svolta a protezione di ciò che si trova all’interno delle pareti.
Quando non sono crollate insieme alle strutture architettoniche di cui facevano parte, queste vetrate, con i loro santi spesso ieratici e severi, sono rimaste sostanzialmente al loro posto e, dopo diversi mesi dall’evento sismico, si trovano ancora lì: simbolo, testimone e auspicio di una volontà di rinascita.

Nella chiesa di Mirabello, nel Ferrarese – pressoché azzerata nel timpano principale, nel portale, sul tetto e nella parte absidale completamente crollata – sono andate perdute in modo irrimediabile le due eccellenti vetrate figurate degli anni Cinquanta, che misuravano più di tre metri di altezza ed erano poste dietro l’altare. Realizzate dall’artista pittore Giuseppe Cassioli e legate al piombo dal maestro fiorentino Guido Polloni, le due vetrate, che rappresentavano in figura intera San Tommaso e San Giuseppe con Gesù, erano il frutto di una donazione effettuata da una famiglia locale, poi espatriata.
In situazioni meno devastanti ma critiche, come nella chiesa di Poggio Renatico, sempre nel Ferrarese, le crepe più profonde si sono originate in corrispondenza delle discontinuità presenti nelle pareti, ovvero le finestrature. La violenza del sisma ha procurato spesso il distacco dei telai in ferro dalle murature; in alcuni casi è stato il telaio a mantenere in parte aggregata la muratura, in altri la vetrata è uscita dai ritegni metallici perimetrali ed è caduta al suolo all’interno della chiesa, danneggiandosi. In una parte consistente delle chiese i vetri applicati all’esterno, a protezione delle vetrate istoriate (in alcuni casi inefficaci, pericolosi e in parte dannosi), si sono rotti, in quanto rigidi; le vetrate legate al piombo, al contrario, hanno opposto una soddisfacente resistenza al movimento oscillatorio, conservando un’apparente buona coesione dei tasselli in vetro legati.
La spiegazione di quest’ultimo fenomeno può essere ricercata proprio nella peculiarità manifatturiera della legatura dei tasselli in vetro soffiato che compongono la vetrata: dopo il taglio sagomato e la cottura della grisaglia dipinta e fissata a caldo sulla loro superficie, i tasselli vengono assiemati in base al disegno e costretti da righelli in piombo con sezione a forma di H; poi saldati agli incroci o alle giunzioni. Al termine dell’assiemaggio di vetro e righelli, affinché la vetrata composta si mantenga unita e rigida, su di essa viene disteso un impasto collante che entra negli spazi residui fra piombi e vetro e che viene lasciato riposare fino a essicazione. Il tutto viene poi inquadrato, in genere all’interno di una solida armatura di ferro, che porta legature destinate a un altro telaio fisso e zanche per il fissaggio della vetrata alla muratura.
In alcuni casi l’oscillazione e la vibrazione laterale provocate del sisma potrebbero avere distaccato le paste collanti interstiziali pregiudicando la stabilità delle vetrate e deformandole (per valutarlo occorrerebbe un’ispezione ravvicinata); inoltre alcune saldature negli incroci dei righelli potrebbero essersi aperte, con grave pregiudizio alla coesione complessiva e con rischi di rottura o di fuoriuscita dei tasselli in vetro dai piombi in caso di esposizioni prolungate alla pioggia e al vento.
Una ricerca che da alcuni anni porto avanti sul territorio fra Bologna e Ferrara, mi ha consentito di approfondire la conoscenza della storia manifatturiera e artistica delle vetrate istoriate, applicate nel secolo scorso all’interno delle nostre chiese. Lo studio itinerante ha messo in evidenza, fra l’altro, già prima dell’evento sismico, lo stato di sofferenza di molte realizzazioni: l’umidità persistente sul vetro istoriato, le aggressioni biologiche generate da fattori climatici, gli agenti inquinanti presenti nell’aria esterna e nel microclima interno a causa dell’attività antropica, la naturale pressione del vento, alcuni interventi di protezione eseguiti in modo non sempre idoneo, e un’antica predisposizione alla manutenzione minimale del patrimonio, hanno creato una serie di danni che, inaspriti dal sisma, in diversi casi potrebbero essere fatali.

I drammatici eventi del maggio 2012, potrebbero rappresentare un’opportunità decisiva per intervenire con un progetto che, mettendo in campo le migliori competenze e le conoscenze ottenute grazie alle sperimentazioni e alle esperienze condotte in questi ultimi anni, conduca a una campagna di manutenzione, di recupero e di restauro di questi manufatti creativi e cangianti, con la dovuta attenzione a evitare i frettolosi, e talvolta impropri interventi occorsi nel passato.

Cittadini o consumatori: il Pil non misura ciò che rende la vita degna d’essere vissuta

Nella prima parte dell’articolo [leggi], l’autore traeva spunto da una citazione del celebre economista Victor Lebow del 1955, per fare un passo indietro nella storia e rintracciare i caratteri fondanti dello spirito del consumismo, ossia del pensiero egemone ancora oggi. Nella parte che segue, invece, indica rischi e soluzioni praticabili per scrollarci dalle spalle il peso dei “consumi” ed evolvere finalmente sulla strada dei “bisogni” .

4. Il rischio del riduzionismo fondato sul PIL
Ad onor del vero questo modello imperante fondato sul PIL e la coazione al consumo è stato messo in discussione fin dal suo avvento, non solo dai critici di professione ma anche da soggetti ben addentro nelle pratiche del potere; ecco, per restare sempre oltre Atlantico, cosa ne disse R.Kennedy, allora candidato alla presidenza, nel suo celebre discorso del 1968, pochi giorni prima di essere assassinato:

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.

Un discorso di straordinaria attualità (credo che vorremmo tutti poter essere orgogliosi di essere italiani) che ci mostra come anche un potente possa uscire dallo stereotipo e lanciare nuove sfide se davvero è un leader dotato di visione. Un discorso che ci mostra con esemplare chiarezza i rischi che si corrono quando un indice (qualsiasi indice) viene sostituito alla realtà dei fatti che dovrebbe rappresentare.

5. Le conseguenze inattese e gli effetti perversi della crescita
Cosa si paga per questo riduzionismo esasperato ed dominante fondato sull’imperativo della crescita, quotidianamente celebrato dai media, globalmente accettato ma che appare quanto mai fuori luogo, almeno da un punto di vista epistemologico, in un contesto che dice di fare della complessità, della pluralità e della libera ricerca della verità i suoi fondamenti? A fronte della mostruosa produzioni di merci che stanno avvelenando il pianeta e che sembrano offrire – almeno a noi occidentali (non ancora impoveriti) –  grandi possibilità di scelta e la possibilità di crogiolarsi nella propria soggettività svuotata di vigore, ecco alcuni degli effetti perversi (ma non certo inattesi) che ci toccano direttamente:

  • la distruzione dell’ambiente e l’inquinamento (fronteggiare con greenwashing e se si può con nuove tecnologie pulite);
  • la crescita costante del disorientamento e dell’alienazione (curare con Prozac, Viagra e con tutti i preparati di big pharma);
  • L’aumento della patologizzazione e la conseguente sempre più estesa medicalizzazione della vita;
  • la diminuzione del senso di sicurezza e della fiducia (risolvere con aumento della videosorveglianza, della forze di polizia private e la guerra implacabile al terrorismo);
  • l’esclusione di sempre più persone dalla fruizione di beni e servizi e la concentrazione della ricchezza in pochissime mani (nessuna soluzione).

A tutto questo la cultura mainstream, incurante delle conseguenze, contrappone dunque le sue soluzioni perfettamente in linea con la sfida consumista lanciata da Lebow 60 anni fa e quotidianamente ribadita da un esercito di neo liberisti d’accatto (politici, giornalisti, professionisti, consulenti, docenti): più consumo, più crescita, più libero mercato. Nessuno di costoro viene sfiorato dall’idea che si possa e forse si debba cambiare direzione ed inventare qualcosa di diverso.  Ovviamente, nessuna presa di posizione decisa, che vada al di là della chiacchiera politicamente corretta, per fronteggiare gli effetti perversi, le esternalità e gli effetti collaterali; poca o nessuna riflessione seria ed approfondita sulla dimensione dei bisogni, sul modo in cui sono socialmente organizzati e sui modi alternativi attraverso cui le persone potrebbero soddisfarli.

6.Che fare? In cerca di soluzioni innovative
E’ possibile uscirne salvando capra e cavoli e, in caso affermativo, come? In tal senso è ancora percorribile ed utile l’alternativa exit or voice (or loyalty) proposta da A. Hirshmann nel lontano 1970? O forse sta emergendo qualcosa di nuovo, di cui non si riconoscono ancora i contenuti, i confini e le potenzialità?

Ciò che davvero inquieta nella prospettiva dominante è la pretesa, che non esito a definire metafisica, di risolvere l’umano nel consumo e di volere imporre questa unica scelta indiscriminatamente a tutti i paesi e a tutte le culture. Questa situazione non rosea, resa più chiara dagli effetti della crisi e ancor più dai rimedi somministrati dai potenti per affrontarla, ha però il pregio di mettere i cittadini di fronte ai fatti crudi, un passaggio insidioso ma forse indispensabile per una diffusa presa di consapevolezza; offre una spinta ad evolvere, come affermano molti soggetti vicini a tutte quelle costellazioni di movimenti che sempre più spesso cercano di costruire forme alternative di vita, di esplorare piste creative ed innovative che sempre più spesso coinvolgono la sfera personale, culturale e sociale; stimola a riflettere e ad inventare soluzioni non convenzionali, a pensare fuori dagli schemi e ad ampliare gli schemi di pensiero; suggerisce di inventare nuove soluzioni e modelli che rendano obsoleta la realtà esistente.

Di sicuro qui c’è una grande sfida anche per tutti quegli operatori del bisogno (penso in particolare alle professioni di cura, sanitarie e sociali)  che non si fermano a svolgere il loro compitino ma allargano la loro riflessione sul bisogno, fino ad indagarne le cause sociali ed ambientali. Di sicuro un cambiamento diffuso è necessario poiché non ci si può più permettere – citando G. Bateson – l’ostinazione molto occidentale di curare i sintomi senza dedicare ogni sforzo per intervenire sul sistema; e, di sicuro, il sistema a cui faceva riferimento non era quello economico neo liberista né quello finanziario che tante attenzioni ricevono dalla nostra classe dirigente.

2. FINE

Leggi la prima parte

Quando la dacia non è una marca di autovettura…

Da MOSCA – “Casa dolce casa” nella campagna russa, circondati dal calore di una stufa, se fa freddo, e comunque da tavole imbandite, cani, gatti, bambini, caramelle. Ci si è arrivati con una familiare piena di vivande, torte e biscotti preparati dalle nonne. Qualcuno l’ha raggiunta con gli autobus o i treni suburbani, gli ėlektrička. Se la destinazione del desiderio è, invece, più lontana, si caricano i bagagli pesanti su aerei pieni di viaggiatori che cercano solo un po’ di quiete da routine e smog quotidiani.
Stessa direzione per tutti, le dacie di campagna, dove ogni famiglia russa che si rispetti (oggi non più solo russa) scappa nel fine settimana per cercare riposo, calore invernale, refrigerio estivo.
Molte di esse assomigliano a casette delle favole, con le tendine ricamate alle finestre, con un camino che fuma e cornicioni delicatamente e finemente orlati. Una mansarda dalla piccola finestra circolare, permette di sbirciare silenziosamente la luna addormentata.

La dacia è parte della stessa cultura russa, un angolo di paradiso che, ai tempi del regno di Pietro il Grande, era riservato ai ceti più elevati (o meglio, ai vassalli leali allo zar), ma che, durante il periodo sovietico, divenne un rifugio semplice, di legno, assegnato dallo Stato per particolari meriti, dove poter liberamente coltivare orto e alberi da frutto, preparare dolci marmellate e conserve, e passare serene giornate di riposo con famiglia e amici. In russo arcaico, la parola dača significa “qualcosa di dato” e ricorda il latino “data”. Da qui la sua origine storica.

Il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale conobbe una crescita rilevante delle dacie e, in mancanza di una legge che ne vietasse la costruzione, molti lotti di terreni furono occupati da cittadini che cercavano uno sfogo in campagna. Nel 1955, fu introdotta la cosiddetta “Società di giardinieri” che riceveva il diritto all’uso permanente della terra per fini agricoli, oltre al permesso di allacciarsi a rete elettrica e idrica. Si trattava di una sorta di fattorie collettive. Nel 1958, fu creata una nuova forma di cooperativa per la costruzione di dacie che riconosceva il diritto del singolo a costruire una piccola casa sulla terra locata dal governo. Il crollo dell’Unione Sovietica vide il ritorno alla proprietà privata e molte dacie furono privatizzate, pure nei villaggi di medie e grandi dimensioni.
Ancora oggi se ne trovano di bellissime, anche appena fuori porta, con la loro tipica architettura e le finestre lavorate, edificate solitamente a gruppi di tre, come la Trinità. E’ una vera moda, una tendenza tale per cui molti parlano scherzosamente di “daciamania”.

Ci sono poi le gosdacie, le dacie di stato assegnate a membri del governo, accademici, ufficiali superiori dell’esercito e altre figure di rilievo. Nella Russia moderna, l’amministrazione presidenziale continua a possedere numerose dacie che vengono affittate a funzionari governativi. Il presidente russo ha la residenza ufficiale nella sua dacia a Zavidovo e Novo-Ogarëvo, la sua personale è a Ozero. Le gosdacie a Komarovo, vicino a San Pietroburgo, e a Peredelkino, a 25 km da Mosca, sono abitate da intellettuali e artisti sovietici. Peredelkino è stato battezzato il “villaggio degli scrittori”, perché creato da Stalin per premiare gli scrittori, gli artisti e i grandi intellettuali dell’epoca. Qui ricevevano una dacia i cantori del regime ma anche romanzieri, accademici, maestri di scacchi, uomini dal grande valore artistico e intellettuale. Anche Evgenij Evtushenko, poeta a lungo dissidente, ha posseduto una casa a Peredelkino per lungo tempo. Si trattava di una comunità dove ci si conosceva, dove si respiravano letteratura e arte; un luogo incantevole circondato da neve che si scioglieva a maggio e da un bosco. Oggi, qui, sono arrivate le ruspe per costruire un complesso residenziale: ville, piscine, garage sotterranei, guardie e cancelli elettronici, uno di quei luoghi dove vanno ad abitare i “nuovi ricchi”. A Peredelkino si trova ancora la dacia-museo di Boris Pasternak che qui ha vissuto ed è sepolto, con la famiglia, nel cimitero accanto alla chiesa del paese, fra alberi di betulle, faggi e pini. La dacia-museo è aperta al pubblico ed espone gli effetti personali del poeta, tra cui i dipinti del padre Leonid Pasternak, la sua collezione di ceramiche in stile georgiano e la sua grande biblioteca.

Abbiamo poi sfogliato un numero del mensile Marie Claire del dicembre 2012, dal titolo “Il rifugio dell’inverno in una dacia che ricorda il romanzo Dottor Zivago”, dove il fotografo Sergio Ghetti è stato invitato a passare un fine settimana a Petrushovo, sulla strada di Kazan, nella dacia di Irene Commau, intellettuale di origine russa e sovietologa all’Istituto francese di relazioni internazionali. Irene racconta di essere capitata lì nel 1992, in quell’angolo di Russia eterna che compare negli archivi storici per la prima volta nel ‘500. L’edificio da lei acquistato era una scuola elementare costruita nel 1912 e caduta ormai in disuso, e le era piaciuto immaginare che, nella storia delle pareti di quella casa, vi fossero rimaste le risate e gli allegri strilli degli alunni. D’altra parte, in quella casa sarebbero cresciuti i suoi figli, al ritmo di quei risolini. Un tuffo nel passato e nell’infanzia felice.
Anche il National Geographic, nello stesso anno, ha pubblicato un bellissimo servizio fotografico su questi luoghi d’incanto. Il numero di chi si sposta a vivere qui, per scelta, è in crescita.
Insomma, molte persone, anche straniere, sono contagiate sempre di più dal desiderio di possedere un terreno da coltivare e vivere in una casetta calda e confortevole, se pur piccolina, sotto una volta celeste stellata e silenziosa, dove basta chiudere il cancello per dimenticarsi di tutti e di tutto, e sentire solo il profumo delle fragole e delle rose che sbocciano.

autostrada

Al volante gli italiani amano la sinistra

In strada gli italiani amano la sinistra. E in autostrada diventano persino estremisti. Hai voglia a farle a tre o quattro corsie: a destra non ci va nessuno. Motivo? Non una repiscenza per i comportamenti elettorali. Banalmente, l’automobilista italiano non ama essere sorpassato. E si difende come può. Sbarrando il passo a chi si azzarda.
Così alla guida sceglie la sinistra. Sempre. A prescindere. In chiave tattica. Non si sa mai che qualcuno possa sopraggiungere con l’ardire di passare davanti.
Questo capitava già nelle autostrade a due corsie. Si marcia preferibilmente a sinistra, si lascia sgombra la destra. In quelle a tre il fenomeno diviene ancor più evidente: è ben raro trovare qualche veicolo nella prima corsia. E’ considerato umiliante transitarvi.
Tutt’al più ci passa – sfrecciando – qualche auto sospinta da duecento cavalli e oltre, che per aggirare l’ostruzionismo dei ‘sinistrorsi’ utilizza per il sorpasso l’unica pista sempre libera.
Ostinarsi a progettare e realizzare autostrade a quattro corsie è pura follia. Lo dimostra l’Autosole, nei tratti maggiorati: nella corsie dei paria ci cresce l’erba…

tuffarsi-dentro-david-lynch-modo-per-schivare-banalità

Il ‘tuffarsi dentro’ di David Lynch, un modo per schivare la banalità

di Alessandro Oliva

Un’espressione apparentemente torva e introversa, ma capace di regalare al contempo calma e serenità, un ciuffo spropositato, occhi lucidi e attenti: David Lynch, il regista-culto, non è certo un personaggio qualunque e Fabio Fazio, che lo ha recentemente ospitato nel noto programma “Che Tempo Che Fa”, ha avuto modo di scoprirlo, rimanendo anche, a tratti, stupito. In primo luogo, infatti, Lynch si dimostra estraneo a tutto ciò che viene propriamente detto “lynchiano”, all’intima oscurità e alle intricate tenebre che percorrono le sue opere cinematografiche. Il regista non è ne angosciante ne angosciato, scherza con Verdone e riesce contemporaneamente a mantenere attorno a sé un alone di mistero, grandiosità e tranquillità; soprattutto però non parla solo di cinema, ma anche di qualcosa che gli fa brillare gli occhi di una luce viva ed estatica, il vero motivo per cui d’altronde si trovava in Italia in questi giorni: la meditazione trascendentale, una pratica mentale portata alla luce dal maestro indiano Yogi, noto mentore spirituale dei Beatles, e promossa in tutto il mondo da Lynch attraverso una fondazione apposita, la Foundation for Consciousness-Based Education and World.

Questa tecnica di meditazione, che si avvale anche di numerosi riconoscimenti scientifici, viene descritta dal regista come un “tuffarsi dentro”, il raggiungimento di una consapevolezza e di una coscienza assolute che ci mettono in contatto con un campo unificato e ci permettono di accedere a qualità positive illimitate. Insomma, in una sola parola, trascendere.

Fazio è lievemente turbato dalla spiegazione di Lynch, teme che il pubblico televisivo domenicale non sia in grado di apprezzarla, o di digerirla, ma non riesce a frenare il fiume di parole che, seppur pacate, si riversano sugli spettatori portando con sé tutta la frenesia e la passione del regista, che si congeda sottolineando come la meditazione sia uno strumento fondamentale per la pace e lo sviluppo negli individui e dunque nel mondo, un mezzo che, dice arditamente, spera che adotti anche il Papa.

Forse le parole di Lynch possono suonare stereotipate, banali, più consone a un santone indù che a un artista del suo calibro, tuttavia ospitano al loro interno un verbo fondamentale che probabilmente racchiude in sé la soluzione a molti problemi: trascendere, ovvero andare oltre, superare la superficie e cogliere una realtà più profonda.

A mio avviso, il motivo per farlo risiede in più elementi: perché spesso il mondo è arido; perché frequentemente ci troviamo a vivere di routine, di cose, di avvenimenti, di sensazioni e legami che dominano la nostra realtà lasciandoci invischiati, disillusi, incapaci di sorprenderci, di cogliere la vera essenza di ciò che ci circonda e che sperimentiamo; perché progressivamente la nostra vita si orienta in uno spazio esterno che con tutte le sue dinamiche erode quello interno, a ciascuno di noi.
Ci sorprenderebbe infatti sapere quanto poco ognuno di noi pensa a sé stesso e a quanto velocemente, automaticamente e sistematicamente formuliamo ogni pensiero o giudizio, vittima di sistemi mentali, pregiudizi e stereotipi molto più del previsto.

Se, dunque, la pratica suggerita da Lynch sia efficace o meno, è qualcosa che va scoperto; ad ogni modo, desidero apprezzare il messaggio insito in essa, perché di una cosa sono sicuro: voglio essere conscio, voglio essere consapevole e capace di comprendere me stesso per comprendere ciò che mi circonda. E tutto ciò lo devo non solo a me stesso, ma anche a tutti gli altri.

migliore-ostello-europa-si-trova-san-pietroburgo

Il migliore ostello d’Europa si trova a San Pietroburgo

Da MOSCA – Qualche giorno fa gli Hoscars 2014, ossia le valutazioni annuali dei migliori ostelli al mondo, realizzati dai clienti di hostelword.com, hanno decretato come miglior ostello europeo il pietroburghese Soul Kitchen, seguito dal Budapest Bubble (Budapest, Ungheria) e dall’Adventure Queenstown Hostel (Queenstown, Nuova Zelanda). I viaggiatori hanno scelto e valutato sulla base dei criteri di atmosfera, pulizia, servizi, personale, posizione, rapporto qualità-prezzo, sicurezza.
I primi ostelli russi sono stati aperti a San Pietroburgo, circa otto anni fa. Inizialmente si trattava semplicemente di grandi appartamenti, dove per una cifra simbolica, potevano fermarsi a dormire i musicisti che venivano in città per suonare ai vari concerti. Poi, col passaparola, questi posti d’atmosfera hanno allargato il giro, fino a diventare degli ostelli a tutti gli effetti.
In Europa ci sono quattro mila ostelli, in Russia solo un centinaio, ma ne vengono aperti di nuovi ogni mese. Nella sola Mosca il numero di ostelli, negli ultimi cinque anni, è aumentato del 900%. Qui, aprire un ostello comporta investimenti abbastanza contenuti, gli ostacoli burocratici sono minimi (basta affittare un appartamento con almeno tre camere da letto e arredarlo) e il recupero delle spese iniziali sta diventando sempre più rapido. Per questa ragione, l’attività sta conoscendo un momento d’oro in Russia e molti giovani vi si stanno lanciando con interesse e creatività.

Ovviamente, è fondamentale l’atmosfera giusta per avere un flusso di visitatori continuo.

A Mosca, il giovane Roman Sabirzhanov ha aperto il Fabrika, nella zona della ex-fabbrica Krasnyj Oktjabr, dove l’ostello viene considerato un vero oggetto d’arte. Ogni ospite può dipingere le sue opere nelle stanze, le cui pareti sono state lasciate intenzionalmente bianche, e gli autori di quelle giudicate buone dallo stesso proprietario potranno soggiornare gratis.
Sempre a Mosca, troviamo anche il primo ostello bike-friendly, il Rezidencija BikeFF, sull’Arbat, dove, oltre a poter parcheggiare la propria bicicletta in camera, si trova un’officina per riparare i cicli e, per dissetarsi, vien offerto tanto kvas (la tipica bevanda russa, poco alcolica, frutto della naturale fermentazione di un qualsiasi vegetale) e mors (bibita a base di mirtillo).
A San Pietroburgo vi è, poi, il Location Hostel, di Nadezhda Makarova, che vanta dipendenti di età media 25 anni, soffitti non intonacati, qualche poltrona francese di Philippe Starck e lampade del designer tedesco Ingo Maurer. L’ostello ha pubblicato una guida gratuita agli angoli più bohemienne di San Pietroburgo e ha organizzato una serie di mostre e performance di artisti russi ed europei. Situato in Ligovskiy 74, questo è l’unico ostello che si trova sul territorio di un ex impianto di produzione di pane, trasformato in spazio culturale. Un modello esemplare.

Ma l’ultima scoperta di San Pietroburgo, grazie alla segnalazione del collega Vittorio, è quella del Kultura Art Hostel, situato al centro della città, all’interno di un nuovo spazio artistico e circondato da gallerie fotografiche, ristoranti, wine bar e studi di designer. Ogni stanza ha un nome legato ad una delle attrazioni dipinte sui muri: quindi sarete al Museo dell’Ermitage, all’Alexander Park…
In ogni camera vi è uno specchio appeso sul muro opposto a quello dipinto, dove l’ospite può fotografarsi, avendo, quindi, sullo sfondo il disegno riflesso. L’artista di questi “affreschi” colorati e spensierati è il talentuoso Igor Yanovskiy, supportato dalla sua squadra. Il design d’interni è fatto come se ci si trovasse per una delle strade cittadine ed è opera degli architetti Arseniy Brodache e Igor Kokarev. Avrete l’impressione di passeggiarvi. Lo stile è semplice, pochi colori basici (nero, bianco, grigio, verde), tanta fantasia. L’idea è, ora, quella di creare anche un gift shop, con una linea di souvenir (tazze, magliette, ombrelli) sulla quale ritrovare i dipinti che illuminano le pareti dell’ostello.

kultura-art-hostel
Kultura Art hostel
kultura-art-hostel
Kultura Art Hostel

Il progetto è nato circa un anno fa dall’amicizia di Tatiana Kapakli e Timofey Karelin. Partiti con l’idea di aprire un negozio di vestiti, mi racconta Tatiana, hanno avuto l’intuzione dell’ostello quando, nell’ottobre 2013, hanno trovato quello spazio. In una settimana hanno preparato il business plan e trovato gli investitori. In due mesi hanno riparato l’area interna di circa 300 m2, dove prima vi era il vecchio ufficio sovietico dell’”Union Jersey.” In poco tempo hanno demolito i muri divisori interni del vecchio ufficio e realizzato il nuovo progetto. Con entusiasmo. L’ecologia è parte degli interessi e della filosofia di Tatiana e Timofey, non solo nei materiali utilizzati ma anche nell’organizzazione di piccoli eventi, quali master class settimanali di cibo vegetariano e Ayurveda. L’esperienza di questi due giovani qui insegna che si può trovare anche spazio in un paese immenso, terra di grandi opportunità e potenzialità per molti.

A loro va il nostro più grande in bocca al lupo.

gramsci_berlusconi

I due pregiudicati

Accadono eventi che funzionano da specchio morale per una società, più di quanto possano fare inchieste o analisi raffinate. Ne cito due accaduti a distanza di tempo. Alcuni anni fa a Cagliari un gruppo di professori propose di intitolare la nuova scuola media ad Antonio Gramsci. La proposta fu presentata al Consiglio di Istituto e fu bocciata. Ne scaturì una vivace polemica pubblica che coinvolse la città e i giornali. A conclusione arrivò, finalmente, la replica del presidente del Consiglio di istituto che motivò così la decisione della scuola: “Ho il dovere di richiamare all’osservanza delle disposizioni ufficiali: c’è una circolare che fa esplicito divieto di intitolare un Istituto a persona con precedenti penali”.

E ora spostiamoci ai nostri giorni. Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale (e in attesa di processi per reati ancor più gravi) viene ricevuto al Quirinale con tanto di solenne saluto e omaggio da parte dei corazzieri, come un normale e onesto leader di partito.
E le reazioni a questi due eventi? Nel tempo in cui accadde il fatto di Cagliari non ci fu un intervento dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione, anche se negli anni citazioni di Gramsci tratte dai suoi “Quaderni del carcere” sono state proposte dal Ministero per i temi dell’esame di Stato. Cosa del resto ben giustificata considerato che Gramsci è, oltre che un martire antifascista, uno fra i più grandi intellettuali del novecento europeo.

Anche sulla vicenda “Berlusconi-Quirinale” si è fatto finta di niente. E persino i contrari si sono ben guardati dal protestare per questo scandalo consumato nel più alto luogo simbolico dello Stato di diritto democratico e costituzionale. E’ fatto così il nuovo tempo della politica post-ideologica! Si archivia subito tutto. Si parla d’altro, perché riflettere su ciò che imbarazza potrebbe provocare conseguenze a cascata incontrollabili. E poi, per i politici navigati, c’è sempre una citazione di un poeta o un romanzo ben scritto per sublimare i vuoti di coscienza e nutrire le anime belle con qualche porzione di ‘pappa del cuore’.

Vi è molta miopia e cecità in questo comportamento. Si sottovaluta l’effetto imprevedibile che può provocare il continuo accumularsi di materiale infiammabile. Si preferisce puntare, consapevolmente, da parte delle élite politiche (sempre più meritevoli del titolo di casta: rottamati, rottamatori e riciclati) sull’effetto narcotizzante provocato dall’abitudine a convivere ormai con ogni tipo di schifezza morale. Anche le voci autorevoli si fanno sempre più fievoli e stanche, quasi subissero il condizionamento di chi circonda la loro indignazione di sarcasmi o di pietosa sopportazione.

Almeno ci venisse risparmiata la retorica sui valori, la speranza per un futuro migliore, il trionfo della novità epocale! No, devo anche sciropparmi le prediche sulla nuova spiritualità della politica di Brunello Cucinelli, che parla ispirato e folgorato sulla via… di Renzi. O l’altro grande creativo, Roberto Cavalli, che annuncia che di figure come Renzi, a Firenze, ne nascono una ogni 500 anni. Sono solo due esempi della sobrietà e del pragmatismo della politica post-ideologica. Amen.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

blocco-traffico

Immissione alla Ferrarese

Oggi vorrei portare all’attenzione dei lettori una esiziale categoria di automobilisti, inarrivabili maestri nella manovra che un mio amico, il quale sotto naja –stiamo parlando di un tempo ormai remoto, diciamo pure il millennio scorso- ha fatto da autista a un pezzo grosso dell’esercito in quel di Livorno, argutamente definisce ‘entrata alla livornese’. Che consiste, venendo su da una traversa laterale per immettersi nella corsia opposta di una strada su cui il traffico scorre incessantemente in entrambe le direzioni, nel guadagnare subitamente il centro della carreggiata, bloccando intanto il traffico che viene da sinistra, in attesa del primo pertugio buono fra macchina e macchina dall’altra parte.
Sistema senza dubbio utile a risparmiarsi irritanti soste a bordo strada in attesa che il traffico si apra come le acque del mar Rosso, che poi dice che uno si fa il sangue cattivo, ma non privo di controindicazioni stante la molesta diffusione delle nuove tecnologie: se il primo che arriva da sinistra sta messaggiando col telefonino, finisce che ti sparpaglia per l’asfalto le ossa del bacino, strike!
Sarà per questo che gli automobilisti nostrani, applicando l’antica saggezza contadina degli avi all’entrata alla livornese, ne hanno ricavato una intelligente variante –comunemente definita Immissione alla Ferrarese- che non ammette deroghe di sorta. Fosse pure in mezzo al deserto del Gila, dove l’unico via vai è quello dei serpenti a sonagli, state pur tranquilli che il guidatore estense arriva lungo allo stop, butta il muso a metà corsia, inchioda e vede il da farsi. Se da sinistra arriva un tir, ingrana la retro e torna mansuetamente dietro la striscia bianca del segnale di arresto; se invece viene una bicicletta se ne sta lì imperterrito, mungendo ingegnosamente un altro paio di spanne di corsia per indurre il malcapitato ciclista a fermarsi per cedergli il passo onde evitare di spiaggiarsi sul cofano del suv.
Finisce naturalmente che il bigarolo passa al pelo, sgattaiolando per miracolo tra il paraurti e la fiancata dell’auto che arriva in senso opposto. Guadagnandosi lo sguardo d’odio dell’antagonista motorizzato e lanciandogli di rimando il festoso saluto che i dueruotisti ferraresi (i quali -sarà perché viaggiano sul mezzo di trasporto più bello del mondo, sarà perché girano nella città più bella del mondo dotata delle piste ciclabili quasi più belle del mondo- fatto sta che sono incapaci di qualsiasi manifestazione di astio) lanciano soavemente a tutti gli automobilisti un pochino scapestrati: chatjenuncancarchatmuressisubit!

sylvain-esson-avventuriero-parigino-rive-bajkal

Sylvain Tesson o l’avventuriero parigino sulle rive del Bajkal

Da MOSCA – Molti di noi hanno il virus del viaggio. Non vogliamo certo curarlo, perché, come sappiamo, è assolutamente incurabile, desideriamo però cercare di capire insieme come convivere con esso.

Per questo, dopo avervelo introdotto qualche articolo fa (in Un inverno nel Medioevo russo), vogliamo ora presentarvi un autore che ha vissuto un’esperienza incredibile in Russia, e per la precisione, sulle rive del misterioso e ricco lago Bajkal. E con esso, il suo libro più recente.

Se volete specchiarvi nella luce delle acque di un lago immenso, profondo e lungo, e correre a braccetto con la Natura nella fredda tundra siberiana, allora, dovete davvero leggere e rileggere Sylvain Tesson. Tuffatevi, in particolare, nel suo ultimo Nelle Foreste Siberiane, edito da Sellerio.Buttatevi a capofitto, senza pensare o riflettere, nelle sue pagine pergamenate e curiose.

Meditatelo con attenzione, se volete assaporare la bellezza del contatto solo con il vostro Io, quello più puro, con la vostra autentica essenza, con quanto siete veramente e con quello che respirate, con quanto credevate e credete ancora di essere. Di fronte agli spazi smisurati, abbandonati a se stessi e con se stessi, ci vogliono la forza e il coraggio che solo i solitari possono avere. Credo di avervelo già detto. Forti unicamente dei propri pensieri, delle proprie sensazioni, della propria libertà di correre e di volare via, lontano. A volte terribilmente lontano.

Eremita, per sei lunghi e rigidi mesi, sul russo lago Bajkal, Tesson vi si recò per cercare l’ispirazione. Ritiratosi nel 2010 in una capanna di nemmeno dieci metri sulle rive del lago, all’estrema punta del Capo dei Cedri del Nord, in compagnia unicamente di un’accurata e nutrita selezione di libri (che sogno…), di cibi e di vivande, il giornalista e scrittore parigino operò quasi un miracolo, ricominciando a fare quello che ormai viene considerato un lusso dalla ricca e benestante società moderna: pensare e riflettere liberamente, nonché scrivere di getto quei pensieri leggeri ed avvolgenti, su un umido e stropicciato taccuino che diventerà un libro da 250.000 copie vendute, oltre che vincitore del famoso Prix Médicis francese.

Perché ci piace pensare che il vero scrittore usi ancora il taccuino intarsiato manoscritto.

Perché crediamo ancora che la Natura sia un’immensa e potente fonte d’ispirazione per la scrittura più nobile e sincera. Perché si può fare pace col tempo, addomesticarlo, come dice lo stesso scrittore, con l’immobilità quasi totale ed il fermarsi a pensare ed a scrivere. Quasi una necessità, ormai. Un bisogno che, credo, molti di noi ormai sentano assiduamente.

Perché ci piacerebbe davvero tanto essere come Sylvain che, colpito dal virus del viaggio, dopo tanto e lungo girovagare (quasi vent’anni di viaggi su e giù per il mondo, Russia inclusa, comprese le scalate delle cattedrali ed i giri del globo in bicicletta…), si ferma ad ascoltare l’infuriare della Natura, nella sua tempestosa solitudine e silenziosa immensità, a capire e a capirsi, ad immaginare e ad immaginarsi, a sognare e a sognarsi.

Perché per noi ha proprio ragione questo illuminato e curioso scrittore, quando considera l’esperienza dell’immobilità sul Bajkal come la continuazione del viaggio con altri mezzi.

Sylvain si era definito come Goethe, un vero Wanderer ossia un vero girovago, già nel suo Piccolo Trattato sull’Immensità del Mondo del 2005, dove evocava il viaggiatore senza alcun attaccamento materiale o legame, un uomo che non si aspetta nulla dal mondo ma che si accontenta di percorrerlo, di viaggiare, solitario, in ascolto solo dei bisogni del proprio corpo e senza attendersi nulla dal cammino preso energicamente in prestito. Un uomo capace di rispondere all’appello dell’esterno, solo con esso, e con sé il stesso forte ed autonomo. Noi crediamo tuttavia che a quel mondo esterno si possa almeno chiedere di sorriderci, di non lasciarci soli, di accompagnarci con la sua luce e i suoi riflessi, magari con qualche bel romanzo, qualche favola, racconto o poesia nello zaino leggero. O magari con un bel disegno colorato.

Fra i libri che accompagnano lo scrittore nel suo ritiro pensoso e produttivo, vi sono L’Amante di Lady Chatterly, La Mia Africa, Foglie d’Erba, Robinson Crusoe, Walden, il De Rerum Natura, ma si uniscono anche Shakespeare, de Sade e Casanova, oltre ad Hegel, Kierkegaard, Nietzsche, Schopenhauer ed Heidegger, poesie cinesi e romanzi polizieschi.

La mattina legge, pensa, fuma, disegna, spacca la legna, spala la neve, scrive.

In Nelle Foreste Siberiane Tesson raccoglie pagine di giorni, sfondi, solitudini, stati d’animo, sentimenti, pensieri, riflessioni, panorami e di bio-compagni, come li chiama simpaticamente ed intelligentemente Fulvio Ervas nel suo commento al libro, intitolato “nelle gelide foreste a servire la bellezza”, apostrofando gli orsi, le cince, le foche, i cani, i pesci-omul, che affollavano le difficili ma intense giornate dell’amico francese. Perché ormai lo consideriamo amico.

Spazio, silenzio, solitudine fertile, ritmo, spettacolo, confidenze alla e sulla carta, voglia di librarsi in aria, pace e ancora pace. A volte disperazione, ma poi fiducia e nuovamente fiducia.

Ricchezza, solitudine, assenza di qualsiasi legge che non sia quella della Natura. Freddo rigido ma anche tepore, il caldo dei pensieri liberi da ogni condizionamento, in pace con se stessi. Spazi vergini ed incontaminati, aliti di vento leggermente intorpiditi e ricoperti di brina. Esperimento di vagabondaggio interiore, lontano da viaggi in superficie più che in profondità che contraddistinguevano il primo Elogio dell’Energia Vagabonda.

Con l’ebbrezza del nulla intorno, un nulla che è tutto per chi ama e rispetta il diverso da sé, la realtà animata ed indipendente che è il mondo naturale, dal sapore angelicamente divino.

Perché la noia non mi spaventa. Ci sono cose che fanno più male: il dolore di non condividere con la persona amata la bellezza dei momenti vissuti”, ci ricorda Tesson.

Cosa che io sto facendo, con queste righe, e che invito anche voi a fare, lettori attenti e sensibili.

geotermia

Il Comune: “Dalla geotermia calore pulito”. Gli ambientalisti: “Molti dubbi e trivellare è un rischio”

2. SEGUE – A tutto c’è soluzione. ‘Stiamo cercando di lavorare sulle tariffe per migliorarle’, assicura l’assessore all’Ambiente Rossella Zadro. Intanto, in assenza di soluzioni per colmare il vuoto normativo che le regolamenti, subiscono le oscillazioni del costo del gas. E’ un aspetto poco invogliante rispetto alla scelta energetica domestica da prendere al momento dell’allacciamento ‘che non è obbligatorio, ma frutto del libero arbitrio’, specifica l’assessore.
‘Personalmente non entro negli aspetti tecnici, ma di sicuro non siamo in presenza di fonti geotermiche come ad esempio quella di Lardarello – taglia corto la Pistocchi – già il fatto di trivellare in via Conchetta fino a una profondità di tre chilometri mi lascia perplessa. Inoltre è previsto l’uso del termovalorizzatore per mantenere il calore, e quella del gas non è una fonte pulita’.

Le fa eco la Zadro. ‘Il progetto ha avuto il plauso del mondo scientifico è costruito su fonti rinnovabili tra le più pulite. Posso comprendere che qualcuno la pensi diversamente, ma è scorretto parlare di falsa geotermia – dice – Quanto al termovalorizzatore lavorerebbe indipendentemente dalle necessità del teleriscaldamento. In tema di rifiuti siamo come tutte le altre province, parliamo di 130 mila tonnellate l’anno da smaltire’. Nella vicenda c’è un ulteriore postilla economica da rimarcare. ‘La nascita della centrale di via Conchetta eviterebbe al Comune le spese di bonifica dell’area dell’inceneritore in disarmo – spiega Zadro – Se ne farebbe carico Hera’.
Si scalda Piva. ‘La bonifica di un sito non si limita alla demolizione del vecchio inceneritore, serve un piano che vorremmo conoscere – dice – Come al solito è Hera a decidere anche della nostra salute. Fan quel che vogliono, basta guardare la turbogas, purtroppo a Ferrara non c’è un’opposizione forte capace di mettere un fermo a decisioni così importanti’.

‘Chi governa non ascolta neppure la nostra università – continua – L’ateneo indicava Cona e Pontegradella come zone idonee al progetto, che naturalmente avrà dei finanziamenti. Conclusione, la centrale in città e l’ospedale a 10 chilometri’. La Zadro insiste sulla bontà del progetto Hera. ‘In una zona tra le più inquinate d’Europa come il bacino padano, il sistema che combina questo mix di energie è tra le migliori soluzioni per abbattere le sostanze inquinanti’. Meno polveri sottili e anidride carbonica nell’aria, mentre invece oggi le caldaie trascurate e le stufe a pellet hanno aumentato le emissioni nocive. La Zadro, ammette la necessità di lavorare sui costi, soprattutto quelli d’allacciamento, circa duemila euro, senza contare che il risparmio sulle tariffe d’esercizio è solo del 5 per cento rispetto alle bollette tradizionali.

‘Hanno concepito un megaprogetto dalle tariffe poco vantaggiose in un’area urbana già strutturata – dice Pistocchi – Hera, ci sembra evidente, ha un disegno regionale chiaro. Lavorare in regime di monopolio. E’ il motivo per cui se ne discute nei tavoli regionali’.
Sul tavolo resta il tema della sicurezza, degli eventuali rischi sismici legati all’attività delle sonde calate nella terra, della possibilità di mettere in comunicazione due falde estranee l’una all’altra e inquinarle involontariamente. ‘Noi siamo tranquilli ci sono 25 anni di geotermia alle spalle che ci confortano sulla validità del progetto, che finora ha portato benefici’, spiega Tagliani. ‘Non vi sono certezze, proprio per questo un sindaco dovrebbe usare il principio di precauzione’, insiste Tavolazzi. ‘Prima di trivellare, mi riferisco a Hera ma anche ad altre iniziative diverse da quelle del gruppo, sarebbe bene puntare all’efficienza energetica dell’edilizia e a politiche di risparmio – conclude Pistocchi – Limitare i consumi negli uffici pubblici, nelle scuole, laddove spesso si esagera. Ciò porterebbe a un risparmio di energia pari al 30 per cento’. La partita è aperta, sull’energia si gioca il futuro e, sostiene il fronte del no, ci vuole molta attenzione, informazione e partecipazione prima di prendere anche il minimo rischio.

FINE

Leggi la prima parte dell’inchiesta

dati-regionali-rifiuti-provincia-bologna-testa-classifica-quantità-prodotta

I dati regionali sui rifiuti: la provincia di Bologna in testa alla classifica per quantità prodotta

Cala la produzione dei rifiuti urbani in Emilia Romagna: nel 2012 ne sono stati prodotti 2.893.518 tonnellate, con una diminuzione del 3,6% rispetto al 2011 a fronte di un aumento della popolazione residente dello 0,3%. La produzione pro capite si è invece assestata a 647 Kg/ab, con una diminuzione del 3,9% rispetto all’anno precedente che riporta la Regione ai valori di produzione registrati negli anni 2002-2003. Sono alcune delle cifre contenute nel Report Rifiuti 2013, decima edizione del monitoraggio annuale prodotto dalla Regione Emilia-Romagna e da Arpa Emilia-Romagna. La produzione e la gestione dei rifiuti urbani presentano differenze significative a livello territoriale: i valori medi provinciali di produzione pro capite variano dai 544 Kg/ab di Bologna ai 768 Kg/ab di Rimini. Bologna è la provincia che produce complessivamente più rifiuti (19% del totale regionale), seguita da Modena (15%) e Reggio Emilia (13%). Si tratta di un risultato vero? Siamo più bravi o è solo un effetto della crisi? O ancor peggio della modifica di applicazione della assimilabilità? Propongo nel merito qualche riflessione.

Per poter migliorare il sistema integrato di gestione dei rifiuti urbani, servono scelte radicali e non solo aggiustamenti di indirizzo; è dunque richiesto di valutare e rivedere in termini economici ed ambientali le scelte che si andranno ad operare nell’intero ciclo dei rifiuti, in tutte le sue fasi: dalla raccolta differenziata, al trattamento, allo smaltimento finale. Diventa pertanto importante costruire un modello integrato dell’intero ciclo di gestione che analizzi i flussi di materia; la conoscenza dei possibili flussi e risultati di gestione delle materie, collegata alla conoscenza dei cicli di vita prevedibili nei prodotti, permette, infatti, di valutare l’efficacia delle scelte che si andranno a prendere e quindi di valutare gli effetti delle politiche che verranno decise. A monte, però, rimane un problema di fondo: la crescita della produzione dei rifiuti. Per superare definitivamente l’emergenza rifiuti, bisogna fermare la crescita dei quantitativi di rifiuti, e quindi produrne meno. E’ evidente che ciò comporta fondamentalmente un cambiamento radicale non solo dell’attuale modello di produzione e di consumo, ipotesi per molti aspetti di non facile ed immediata attuazione, ma anche di convinti orientamenti culturali, i cui obiettivi strategici fondamentali si possono riassumere in azioni di prevenzione (diminuzione della quantità e della pericolosità), di valorizzazione (recupero di energia e risorse dai rifiuti) e di corretto smaltimento (tecnologie compatibili).La trasformazione in atto del sistema di gestione dei rifiuti deve pertanto confrontarsi con una nuova politica industriale nel settore che, insieme alla necessaria definizione del sistema di gestione e alle scelte territoriali, tenga conto delle possibili  modificazioni del mercato.

In particolare, partendo dal principio normativo della responsabilità condivisa, della prevenzione, della raccolta, del recupero, dello sbocco finale dei materiali raccolti e trattati, diventa importante stabilire e coordinare i ruoli dei diversi soggetti pubblici e privati che operano nelle diverse fasi di gestione del sistema rifiuti. Il recepimento nazionale delle direttive comunitarie in materia di tutela e risanamento ambientale, attribuisce un’importanza primaria alla regolazione preventiva dei flussi del ciclo secondario rifiuti – risorse, che comporta il raggiungimento degli obiettivi mirati alla riduzione di rifiuti a monte:

  • orientamento del sistema produttivo verso beni ad alto tasso di riutilizzabilità/recuperabilità e a bassa nocività di smaltimento, e adozione di tecnologie e materiali a ridotto consumo di risorse ed energia di trasformazione;
  • valorizzazione del tasso di recupero di materia (prima) e di energia (poi) residui nei rifiuti, mediante incentivazione e sviluppo delle raccolte separate, del mercato delle materie secondarie, e dell’integrazione dei sistemi di raccolta e gestione con le ulteriori forme di trattamento – smaltimento.
  • introduzione del concetto di “valutazione del ciclo di vita” (LCA Life Cycle Assessment) nella politica in materia di rifiuti.

In sintesi è urgente la definizione di una nuova politica industriale nel settore dei rifiuti, in particolare:

  • modifica delle produzioni, nel senso della diminuzione dei rifiuti e della riciclabilità dei prodotti (in accordo con principi europei di “responsabilità allargata”);
  • attività di ricerca tecnologica, sia nel settore industria che nell’agricoltura, in grado di produrre innovazioni positive, a favore della chiusura dei cicli;
  • creazione di interventi diversificati ai vari livelli della distribuzione, dal produttore, al grossista, al negoziante, al singolo consumatore, in modo tale che siano possibili interventi efficaci a livello di città e di bacino provinciale;
  • informazione e coinvolgimento dei consumatori, per adeguarne il comportamento e gli atteggiamenti alle esigenze di prevenzione della produzione di rifiuti da imballaggio, e partecipazione alle iniziative di recupero e riciclaggio.
body-language

Putin e il body language

Da MOSCA – Lo abbiamo visto tutti all’apertura delle Olimpiadi di Sochi: cappotto grigio-nero lineare, posizione eretta e compita, espressione neutra, occhi glaciali da volpe siberiana. Cenno di commozione al momento dell’inno e della bandiera russa fatta ondeggiare da abili corpi che danzavano al ritmo della musica, ma poi, per tutta la durata dell’inno, è rimasto immobile.

Parliamo ovviamente di Vladimir Vladimirovich Putin, il capo del Cremlino, l’uomo più potente del mondo, secondo Forbes 2013. Criticato, definito aspirante zar, Batman-Putin, divo politico, riformatore nazional-popolare, presidente-dittatore e tanto altro, negli ultimi anni ci siamo divertiti da profani ad analizzarlo un po’, sempre sostenuti del resto dai commenti degli esperti. O meglio, abbiamo voluto provare a leggere con loro, il suo body language, quello che alcuni giornali hanno definito il corpo del capo.

Come comunica il Presidente della Federazione Russa? Cosa lo contraddistingue? Come parla il suo corpo e come lo usa per trasmettere un messaggio? Quale codice usa?

Vi consigliamo alcune letture interessanti su quello che viene simpaticamente definito dalla stampa “il codice Putin”, ovvero riti, prassi, consuetudini all’interno del linguaggio “cremlinese”. Nel palazzo del potere ci si rivolge l’un l’altro utilizzando il nome e il patronimico, anche se ci si dà del tu. Allora V.V. sarà Vladimir Vladimirovič Putin, D.A. Dmitri Anatolyevich Medvedev. Il nome sarà utilizzato solo nei rapporti di particolare vicinanza e confidenza, segno di riconoscimento come individuo. Una frase del presidente del tipo “l’ho sentita” significherà che non si rimarrà inascoltati e che magari la propria proposta verrà pure tenuta in considerazione. Non bisogna mai rimanere in silenzio o fare pause eccessivamente lunghe, perché Putin, dai suoi collaboratori, si aspetta precisione e capacità di essere all’altezza di una conversazione. Mai interrompere, perché lui mai interrompe. Precisione, comunque, sempre.

Ma soprattutto vi suggeriamo di leggere i molti articoli e di vedere i numerosi video che circolano su youtube, sulle analisi del linguaggio gestuale di Putin.

Putin e la prossemica, dunque. La Treccani la definisce come “parte della semiologia che studia il significato assunto, nel comportamento sociale dell’uomo, dalla distanza che l’individuo frappone tra sé e gli altri e tra sé e gli oggetti, e quindi, più in generale, il valore attribuito da gruppi sociali, diversi culturalmente o storicamente, al modo di porsi nello spazio e al modo di organizzarlo”.

Putin è davvero interessante per sguardi, gesti, posizioni del corpo, distanza o vicinanza dal suo interlocutore. D’altra parte, è stato allievo di Allan Pease, guru del linguaggio del corpo e autore del best seller “Mr Body Language”, che lo aveva definito come uno “studente molto intelligente e capace”, quando lo aveva incontrato, per la prima volta, nel 1991 al Cremlino, invitato a tenere un seminario per alcuni promettenti uomini politici, tra i quali appunto Putin, all’epoca trentanovenne ex ufficiale del Kgb, responsabile per la promozione degli investimenti esteri e le relazioni internazionali di San Pietroburgo. Allora, di fronte ad atteggiamenti rudi e duri, Pease aveva insegnato ai suoi studenti a essere più amichevoli in televisione e ad evitare gesti aggressivi e plateali alla Chruščëv. Analizzare Putin, nei suoi anni di potere, per conoscerne pensieri ed emozioni, è stato di grande interesse per osservatori politici del Cremlino, analisti e giornalisti.

Putin viene ammirato, e a volte anche criticato, per il suo viso impassibile, i pochi movimenti delle mani, un corpo spesso distante, uno sguardo fermo e fisso. Dicevamo da volpe siberiana.

Nei meeting faccia a faccia, tuttavia, egli trasmette i propri messaggi attraverso il linguaggio del corpo. Quando entra nella stanza, si dice, tutti smettono di parlare. Incute rispetto e forse anche un po’ di timore. Quest’ultimo aspetto è magari legato anche al fatto che tutti sanno che ha fatto parte del Kgb, dove sicuramente non mancano preparazione, istruzione e talenti particolari.

Nel gesto che il leader russo spesso usa, quello delle mani “a guglia”, i palmi delle mani sono sollevati e aperti per ispirare fiducia, in una dimensione di calma e sicurezza. Nelle conversazioni dirette con i grandi leader mondiali, spesso inclina leggermente la testa da un lato e fa un cenno a chi sta parlando; se i cenni, poi, sono tre consecutivi, significa che vi è interesse a continuare ad ascoltare l’interlocutore.

Interessanti, ancora, le analisi del Geopolitical Center (Centro di analisi strategica, militare, politica ed economica indipendente basato in Italia), del linguaggio dei corpi di Putin e Obama, durante il G8 in Irlanda del Giugno 2013. Separati dalla questione Siria, i due leader sono apparsi imbarazzati davanti alla stampa, una sensazione di grande distanza traspariva dagli sguardi che non si cercavano, non si trovavano, non si incrociavano. Entrambi senza cravatta, Putin si siede e non guarda Obama, incrocia le mani, muove nervosamente i piedi. Obama si mordicchia le labbra. In un momento quasi concitato, Putin risponde ai giornalisti gesticolando improvvisamente, un momento di nervosismo quasi aggressivo che non riesce a tener più conto di alcun insegnamento di Pease. Obama inizialmente quasi non ascolta il leader russo, sfoglia opuscoli vicino alla sua sedia, mentre l’altro risponde ai giornalisti. Comincia poi ad annuire in modo quasi automatico, prende la parola successivamente, mentre il collega russo continua ad eseguire movimenti involontari ripetitivi. I corpi parlano di disaccordo, di una fiducia reciproca in bilico e minata.

Diversi sono, invece, analisi e atteggiamenti dell’incontro dei due leader al G20 di settembre 2013 e della loro lunga stretta di mano. Ci si è sbizzarriti nell’analizzare ogni movimento e gesto. Vediamo l’esercizio, quasi clinico, che a noi pare curioso, ma che pare diffuso nei media americani. Obama prima della stretta di mano si abbottona la giacca. In molte circostanze il gesto non è ben visto, perché segnale di distanza deliberata e arroganza. La giacca sbottonata significa apertura, un invito a toni amichevoli. Poco prima del contatto iniziale, la mano di Obama è leggermente rivolta verso il suolo, quella di Putin leggermente girata, sì da trovarsi in posizione dominante quando le mani dei due leader si incontreranno. Poco dopo il contatto, mantiene il braccio in posizione dominante. Inizialmente i due leader non si guardano negli occhi, Obama non sorride e rivolge lo sguardo altrove. Poi gli occhi si incrociano e il sorriso arriva. Putin abbassa leggermente il capo, le strette di mano sono molte, forse 18, ma questo è per i fotografi. Nella stretta, la mano di Putin è sempre di circa 25 gradi superiore a quella di Obama, il tentativo di dominare viene visto sempre più insistente. Sorrisi più abbozzati e una veloce pacca sulla spalla del presidente russo da parte dell’americano. Il gesto non piace, viene, in genere, interpretato come ipocrita e arrogante. Piccole espressioni di disgusto e uno che segue l’altro. Migliorati, dicono, rispetto al precedente G8.

Alcuni osservatori esperti hanno concluso che Obama ha una maggiore sicurezza personale e leadership nel suo linguaggio del corpo: alto, falcata lunga ed elegante, sorriso genuino e meno impostato, tentativo di ridurre lo spazio fisico, camminata davanti che talora impedisce lo sguardo alla telecamera da parte dell’altro.

Putin presenterebbe, invece, un sorriso più “socialmente” forzato e di convenienza, con il braccio sempre vicino al corpo. Una chiusura evidente e un controllo del proprio spazio vitale.

Ho parlato spesso con alcune colleghe russe dell’importanza della distanza corporale, che qui è un must, diversa da quella che vi riconosciamo noi italiani. D’altra parte, anche gli animali hanno la loro distanza di sicurezza che gli consente di difendersi da un attacco o di iniziare una fuga; negli uomini la distanza di sicurezza è di circa 60 cm, ovvero la distanza del braccio teso, e accorciarla può diventare pericoloso. La dimensione di questa “bolla” è un dato di natura, ma dimensione e valore di intimità sono fatti di cultura e come tali variano. L’infrazione alle regole “prossemiche”, cioè alla grammatica che regola la distanza interpersonale, può essere vissuta come aggressione. La distanza fra i corpi limita dunque questo rischio e Putin lo sa bene, lui e il suo braccio teso.

cantieri-creativi-teleriscaldamento-geotermia-ii-parte

Ambientalisti contro Hera, scotta l’acqua calda della geotermia

Dopo il sondaggio, la pausa. Di Hera. E l’indignazione del fronte ambientalista. La prima è in stand by, il secondo è in subbuglio per il possibile raddoppio della centrale geotermica e ampliamento della rete di teleriscaldamento. In mezzo il Comune, il sindaco Tiziano Tagliani a cui si imputa di non aver condiviso il contenuto dei quesiti posti ai ferraresi e l’amicizia troppo stretta con la holding dell’energia.‘Ho agito nel rispetto di tutti i cittadini e, soprattutto, per il bene della città – spiega il primo cittadino – C’eravamo dati degli obiettivi, sono stati rispettati dagli incontri pubblici fino all’illustrazione del progetto sul polo delle energie rinnovabili’. Gli oppositori, ovvio, protestano. ‘Doveva essere una consultazione popolare e non lo è stata – dice Maria Teresa Pistocchi dei Grilli estensi – Bisognava informare meglio e di più le persone. Faccio un esempio: il business di Hera lo pagheremo noi contribuenti, verrà scaricato sulla bolletta’.

E’ molto arrabbiato Marco Piva del Comitato FerrAriaSalute. ‘Il sindaco non ha mantenuto gli impegni presi, glielo dirò una volta di più all’incontro del 27 a Boara al circolo Arci la Ruota – dice – dove alle 18 va a fare campagna elettorale. Lui ha i numeri dalla sua, ma io sono pronto a rivolgermi alla Procura, se solo ci sarà una virgola fuori posto in questa operazione di falsa geotermia, che interessa una zona inadatta dentro il parco urbano, collocata proprio nel cono di ricaduta dei fumi del polo chimico’.
Il 62 per cento dei 1500 maggiorenni ferraresi intervistati al telefono sul raddoppio della centrale geotermica e l’ampliamento della rete di teleriscaldamento, si sono detti favorevoli. Con soddisfazione di Fausto Ferraresi, direttore del teleriscaldamento del gruppo e del sindaco, che ha promosso la ‘ricognizione’ prima di restituire alla multiutility dell’energia il via libera per dare il via al progetto. Cominciando dalle richieste a Provincia e Regione sullo screening di fattibilità. ‘Lo screening di fattibilità non basta – incalza Piva – visto le quattro cisterne della centrale e tutto il resto, c’è bisogno della valutazione di impatto ambientale’.

‘Non ci sono novità né decisioni per il momento’, dicono da Hera. Dopo l’accelerazione è silenzio sul ‘piano, 50 milioni di euro d’investimento per riscaldare con acqua calda 15 mila abitazioni nella parte est della città, portando il numero complessivo delle case interessate a 37.500 contro le attuali 23mila. Il nuovo polo, sostiene Hera, produrrà 289 GWh di energia termica, di cui il 91 per cento da energie rinnovabili e di recupero. Prima fra tutte, la geotermia, di cui il nostro sottosuolo è ricco tanto da utilizzarla oramai da 25 anni nella parte ovest della città. Per Hera è il sistema maggiormente ecocompatibile: riscalderà il 40 per cento della abitazioni cittadine, sarà alimentato con il 56,4 di energia proveniente da geotermia, il 34,3 per cento dal termovalorizzatore, grazie allo sfruttamento di rifiuti e biomasse, dallo 0,3 per cento di calore termico e solo dallo 0,9 di gas, unica fonte non rinnovabile.

L’anima verde dell’energia ferrarese dovrebbe celarsi nel parco urbano, nell’area occupata dall’inceneritore in disarmo di via Conchetta, dove dovrebbe nascere la nuova centrale geotermica, sorella di quella di Casaglia gestita da Hera. L’acqua calda, secondo Hera, dovrebbe trovarsi sotto la crosta terrestre. Due o tre chilometri in profondità. ‘E’ un’occasione, meritevole di essere colta – dice il primo cittadino – Abbiamo la fortuna di avere delle fonti geotermiche in casa, che sono cosa ben diversa dal teleriscaldamento’. In sostanza, sostiene Tagliani, l’acqua calda l’abbiamo, siamo fortunati, non c’è bisogno di riscaldarla più di tanto.
‘Non sappiamo quale è il rischio reale, non sappiamo se il trivellare interferisca o meno con l’attività sismica, non ci sono dati sufficienti, ce lo ha spiegato il geologo Franco Ortolani, ma non c’è stato nulla da fare – sbotta Piva – In realtà via Conchetta è il posto meno adatto, siamo in una zona dove l’incidenza tumorale e 3 volte e mezzo superiore a quella di altre parti della città. Se fosse vera geotermia il problema non si porrebbe; a crearlo è la temperatura dell’acqua, che ha bisogno di essere riscaldata con l’ausilio dell’inceneritore’. Un inceneritore che nonostante il virtuosismo dei ferraresi nell’applicarsi alla raccolta differenziata, sostiene, continua a bruciare i rifiuti di altre città. ‘Trattiamo 40 mila tonnellate che vengono da fuori. Le emissioni si respirano dappertutto – dice – sicché non è solo Malborghetto a farne le spese ma la città’.

‘Stiamo parlando di finta geotermia’, attacca Valentino Tavolazzi di Progetto per Ferrara. ‘Non esistono giacimenti geotermici, l’acqua esce a un centinaio di gradi, è una temperatura insufficiente per scaldare un quarto della città’. Lo inquieta il contributo del termovalorizzatore indispensabile a innalzare la temperatura dell’acqua nella corsa lungo i tubi. Soprattutto nel caso di via Conchetta, dove l’oro bianco perderebbe calore nella risalita molto più che a Casaglia, dove si trova a meno della metà della profondità. ‘Lo chiamo il cancrovalorizzatore e sarà lui a integrare per un terzo le temperature’. Se il progetto passerà, insiste, Hera avrà garantito 30 anni di vita all’inceneritore, incatenato un pezzo di città a un progetto in cui non si prevede alcuna possibilità di negoziato per i cittadini.
A farne le spese i proprietari delle case allacciate. ‘Chi avrà una casa nuova, per fare un esempio, volendo cambiare sistema di riscaldamento dovrà costruirsi una canna fumaria con altri esborsi – prosegue – Non dimentichiamo inoltre, che i pozzi di Casaglia sono in regime di scadenza, Hera ne è solo il gestore, la centrale di via Conchetta sarebbe un toccasana per la multi utility che si renderebbe autonoma. Più utile e sano sarebbe spegnere il termovalorizzatore puntando su una corretta differenziata dei rifiuti’. Tra le cose negative Tavolazzi elenca il mancato controllo degli eventuali prezzi delle bollette ‘tariffe ad altissimo margine fuori dalla giurisdizione di qualsiasi authority’.

1. CONTINUA