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Ferrara, lo zen e l’arte di spostarsi in autobus

Da SENDAI – In Giappone la primavera è attesa al punto che il primo giorno è festa nazionale. Ma quest’anno, a dispetto del calendario, tarda ad arrivare e Sendai è ancora nelle braccia lunghe dell’inverno. La mattina del 22, la città è stata addirittura colta da una grande bufera di neve, e tutti gli studenti che solitamente raggiungono il campus universitario sulla collina con i loro scooter, hanno deciso di prendere l’autobus. Alle 8:51, alla mia fermata, la solita fila di quattro gatti congelati in attesa di salire è almeno triplicata. L’autobus si ferma, apre la porta e… è completamente stipato! Ma come facciamo ad entrare anche noi dodici?! Nessuna paura, per puro incantesimo e alla faccia di qualsiasi principio fisico di incomprimibilità dei corpi, i passeggeri giapponesi lentamente e con saggi movimenti dettati da una tradizione millenaria, si strizzano l’uno contro l’altro, tanto da poter far entrare tutti quelli che devono salire, e finché questa operazione non è stata completata, il bus rimane fermo in attesa: nessuno si lamenta, tutti comprendono. Vi chiederete sicuramente cosa ne sarà poi stato dei poveri malcapitati che dovevano scendere alla fermata successiva.

Bene, al suono ininterrotto della parola sumimasen (espressione pronunciata in modo bi-tonale in levare, che significa “scusate”), si apre un corridoio perfetto nel centro del bus, fra due ali di passeggeri compressi… avete presente l’apertura del Mar Rosso? I passeggeri scendono regolarmente, le porte si richiudono, i volumi corporei riprendono l’originario aspetto, e via per la prossima fermata!
Dovete sapere che in Giappone è severamente vietato usare il cellulare sull’autobus e su tutti i mezzi pubblici (treno, metropolitana), quindi non solo non si sente nessuno declamare pubblicamente a voce alta i propri interessi, ma oltretutto si raggiunge un tale livello di sinergia tra i passeggeri, tutti intenti nel contribuire alla buona riuscita delle fasi di riempimento e svuotamento del mezzo.
Ad ogni fermata dell’autobus, una voce suadente e sensuale femminile anticipa il nome della fermata, a seguire la voce mugugnata e iterante dell’autista che ripete il nome della fermata: vogliono essere sicuri che chi esce sia davvero sulla giusta strada! Pensate se sbagliassi fermata solo perché persuaso dalla voce femminile: esco, mi guardo in giro e… ma nooooo, non è qui che volevo scendere!

Provo ad immaginarmi lo stesso sistema a Ferrara. Autobus numero 11, fermata di piazza Travaglio, la voce femminile: “Stiamo per raggiungere la fermata di piazza Travaglio, chi è intenzionato a scendere si avvicini all’uscita, prego”, l’’autista: “A sen’ dré arivar in piaza Travai. I barbagian chi dev’andar a ciacarar sul Listòn, tachi a’ smisiaras!”. Però che bello l’uso di “barbagian”: me li vedo questi ferraresi, infreddoliti e intenti a lamentarsi delle ultime novità lette sui quotidiani locali, uniti assieme sul lato al sole del grigio Listone, a seguire i lavori infiniti di ripavimentazione… non ricordano gli omonimi saggi uccelli allineati lungo un ramo?

Ma torniamo all’autobus: è giunto il momento di pagare il biglietto, sì perché a Sendai il biglietto si paga all’uscita. Sopra all’autista c’è un tabellone elettronico che specifica il prezzo del biglietto per ogni fermata; si paga direttamente di fronte all’autista il quale, per ogni passeggero in uscita, verifica il pagamento e ringrazia. Ed ora, tutti al lavoro, stanchi e sfibrati da queste intense attività logistiche che si ripeteranno nel viaggio di ritorno a casa!

Morale per il giapponese: non avere fretta, tanto l’autobus fa sempre lo stesso tragitto e deve arrivare in orario a tutte le fermate.
Morale per l’italiano: spingi, impreca, lamentati, sbuffa, rispondi al cellulare e, se hai ancora energie… non pagare il biglietto!

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L’odore di Ferrara e lo sguardo di Alberto Savinio sulle “cenerentole della città”

Da MONACO DI BAVIERA – Qual è l’odore che caratterizza Ferrara? Molto è stato scritto sulla luce della Pianura padana, e tutti conoscono le città grandi e piccole lungo il Po, immerse nella fitta nebbia. Ma l’odore di Ferrara? Lo scrittore Alberto Savinio sapeva perfettamente di che cosa odora, ovvero di che cosa odorava Ferrara nella prima metà del secolo scorso: riteneva di potervi individuare, esattamente come a Monaco, l’odore dei “ceppi bruciati”. Alberto Savinio, fratello del pittore Giorgio de Chirico, era uno dei pochi scrittori italiani che conoscevano sia Ferrara sia Monaco: tra il 1906 ed il 1909, entrambi soggiornarono per un certo periodo di tempo nella capitale bavarese. Giorgio frequentò per due anni l’Accademia delle Belle Arti, mentre suo fratello Andrea – che più tardi assunse lo pseudonimo di Alberto Savinio – prese lezioni di musica presso il famoso compositore tedesco Max Reger. Oltre alle lezioni di pianoforte con Reger, poco sappiamo del soggiorno monacense di Andrea de Chirico (Alberto Savinio). Un piccolo appunto tratto da Ascolto il tuo cuore, città, lo stupendo libro di ricordi della Milano di fine Ottocento, ci consente tuttavia di affermare che durante la sua permanenza a Monaco avesse notato qualcosa di caratteristico: “Ferrara è la sorella in odore di Monaco. Entrambe sanno di ceppi bruciati. Due città cordialissime entrambe, ed invernali. Entrambe invitano al chiuso domestico, al gemütlich della propria casa.”
Ferrara e Monaco sono senz’altro due città cordiali, con tante case accoglienti. E durante l’inverno, a volte, sono sicuramente anche delle incantevoli “città invernali”. Ma sorelle in odore lo sono state probabilmente solo nella fantasia dello scrittore. Savinio, che Luigi Malerba e Umberto Eco reputano il loro maestro, è considerato uno dei predecessori della letteratura italiana moderna. Il suo ritratto della città, di Milano innanzitutto, è caratterizzato da un particolare interesse per i dettagli dimenticati e per le persone che vivono ai margini delle grandi piazze. Il suo interesse era rivolto alle cose che vivono all’ombra delle sorelle ammirate: “le cenerentole della città”. Si trattava, per lui, di cominciare dalle cose che non vengono colte ad una prima e superficiale occhiata. Prima di avvicinarsi ad un oggetto, ad una persona, ad un’opera d’arte o ad un’intera città, dirigeva il suo sguardo su qualcosa di apparentemente marginale. Pertanto capitava che iniziasse l’’auscultazione’ del cuore di Milano con una passeggiata attraverso Venezia, una sosta al Caffè Pedrocchi – rimasto fino ad oggi uno die cuori pulsanti di Padova – o appunto aspirando l’odore di Venezia o Ferrara. Camminava attraverso la Serenissima toccando, ascoltando, gustando e fiutando, come se volesse allenare i suoi sensi in luoghi sconosciuti, prima di affrontare la passeggiata attraverso l’amata Milano. Nessuna città è mai stata vissuta a amata così al femminile come la città di Venezia. Forse proprio per il suo odore. E a Ferrara pensava appunto di avvertire l’aspro odore dei “ceppi bruciati”. Ovunque indirizzi i suoi sensi – colonne di marmo, mobili, vetrine, campanelle della stazione -, inizia subito la vita, si accende la fantasia, si effettuano viaggi nel mondo surreale della marginalità e dell’inezia. Difatti, tutta la sua attenzione è rivolta alle cose che vivono lontane dai grandi eventi pubblici e di massa. Da Savinio possiamo apprendere l’arte del girovagare come uno scopritore curioso nei ripostigli del quotidiano e della normalità. Savinio ci insegna a puntare lo sguardo sulle “cenerentole della città”. Basta cercarle negli angoli nascosti, minimi, della realtà. E di questi, a Ferrara, ce ne sono tanti.

[Si ringrazia Giovanna Runggaldier per la traduzione dell’articolo dal tedesco all’italiano]

Carl Wilhelm Macke, giornalista pubblicista indipendente, è segretario generale dell’associazione “Journalisten helfen Journalisten” con sede a Monaco di Baviera. Amante da sempre dell’Italia, è un cultore della letteratura emiliano romagnola contemporanea. Vive tra Monaco di Baviera e Ferrara.

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Solitudine, degrado e un lampo d’amore per “Gorbaciof”, una tigre fra le scimmie

Inizialmente, pensavo di trovarmi di fronte a una storia in qualche modo legata alla Russia, che mi incuriosiva visti i tempi, invece no, nulla a che fare. L’unico legame con il politico della perestrojka e della glasnost è la vistosa voglia sulla fronte del protagonista, Marino Pacileo (per questo nominato Gorbaciof), il cassiere corrotto del carcere di Poggioreale, uomo con il terribile vizio del gioco d’azzardo, che sopravvive in un ambiente spesso squallido e violento.

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La locandina del film

Un grande Toni Servillo interpreta questo personaggio solitario e peculiare, una vera tigre fra le scimmie, titolo con il quale il film è uscito in Francia, nel 2011 (Un tigre parmi les singes).
La sua mimica, i suoi gesti, le sue pose sono uniche, parlano da sole, come sempre.
Un lupo solitario che brancola fra le vie illuminate di una Napoli confusa e multietnica.
Il messaggio universale che esce da questa pellicola è, sicuramente, quello di una forzata schematicità di molti gesti quotidiani (Pacileo vive sempre nello stesso percorso lavoro-ristorante cinese-casa), dell’incomunicabilità dei nostri giorni, dell’esistenza di barriere e di solitudini fra le persone, testimoniata dalla quasi totale assenza di dialoghi. Una sceneggiatura asciutta, un film quasi muto, questa la sua peculiarità, dove la comunicazione passa solo per sguardi e gesti. La diversa lingua di appartenenza (italiano e cinese) non facilita, poi, il linguaggio verbale tra Gorbaciof e la sua Lila (l’attrice Yang Mi, tra l’altro, ha recitato la sua parte senza capire una sola parola d’italiano, rafforzando così il messaggio d’isolamento che si crea durante il film).
Il regista gioca, dunque, come dicevamo, sulla gestualità, sull’espressione facciale, sulla liricità delle immagini, sulla pantomimica. Una scelta sicuramente difficile ma originale.

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Lila, lo co-protagonista

Ma in tutto questo, nello stupore e nella tragicità di molte situazioni (come l’angoscia legata alla perdita al gioco e alla necessità di trovare i soldi per pagare i debiti che crescono sempre più e che obbligano a sottrarre cifre importanti alle casseforti del carcere, fino a condurre a estorsioni e rapine), compare l’amore. L’amore che salva, che illumina giorni bui, tristi e tutti uguali. Giocando a poker in una bisca nel retrobottega di un ristorante cinese, infatti, Gorbaciof vi incontra Lila, figlia del gestore del ristorante. Se lui è affascinato da questa bella, dolce e giovane ragazza (bravissima), che spia spesso per la strada, anche Lila è attratta da questo strano individuo e, dopo che egli l’ha difesa dall’aggressione di due ragazzi, i due iniziano a frequentarsi. Gorbaciof dona al padre della ragazza una forte somma per pagare i debiti di gioco da lui contratti, per impedire che la giovane si debba prostituire per aiutare il genitore.
Anche senza dialogo, l’animo tenero e sorprendentemente romantico di Gorbaciof potrà essere capace di proteggere e amare. “In mancanza di leoni, le scimmie si ergono tali ma sempre scimmie rimangono. E tu sei una tigre”, dirà Lila nella sua unica battuta del film, mentre lo strano corteggiatore, che non capisce quella dolce frase in cinese, la porta allo zoo, le compra occhiali da sole all’aeroporto, qui facendola volteggiare su un argentato carrellino per i bagagli, le regala un uccellino cinguettante in gabbia, senza chiedere nulla in cambio, se non sguardi, complicità e tenerezza. Servillo, essenziale, ironico, tragico, magico e perfetto, ha ammesso, in alcune interviste, di essersi ispirato a quel Charlie Chaplin che, in Luci della città, vagabondava senza meta tra le strade della sua città, come Gorbaciof fra quelle di Napoli (e se l’osservate attentamente, da dietro, mentre cammina, non potete non accorgervene).
Lontano da immagini di una cinema chiassoso ormai spesso simile a fiction televisive, riviviamo il cinema delle origini, carico di suggestioni, di sentimenti personalizzati e personalizzabili.
Il finale, un destino beffardo di un dramma che certe volte sa di favola, lascerà un po’ d’amaro in bocca, mentre Lila attende, invano.

Gorbaciof, film di Stefano Incerti, drammatico, Italia (2010), Devon Cinematografica, Surf Film, Bottom Line, The, Teatri Uniti, 85 mn. Con Toni Servillo, Mi Yang, Geppy Gleijeses, Nello Mascia, Gaetano Bruno, Salvatore Striano, Salvatore Ruocco.

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Un ibrido da brivido: la magnolia soulangeana

La fioritura primaverile della Magnolia soulangeana è spettacolare. Questa pianta tace per tutto l’anno, poi all’improvviso, si mette a cantare: i suoi rami, ancora privi di foglie, si riempiono di grossi boccioli pelosi che esplodono letteralmente in una sinfonia perfetta di morbidi, carnosi fiori rosa e bianchi, un raro esempio di pianta che riesce ad esagerare con eleganza. Un’armonia che di solito riconosco soltanto alle rose. Questo spettacolo dura pochissimo, una, due settimane al massimo se il tempo lo permette e per questo chi ne possiede una dovrebbe prendere le ferie per ammirarla. È una magnolia rustica, sopporta fino a -10°; tollera bene i terreni argillosi, purché ben drenati, quindi non va messa dove l’acqua ristagna e le pozzanghere non si asciugano; la sua forma migliore è quella di grande arbusto con una bella base ramificata lasciata crescere tonda e libera; cresce lentamente, ma se le viene dato tempo e spazio può raggiungere anche i 7-8 metri di altezza. Non sopporta la presenza di altre piante ai suoi piedi, comunque è meglio lasciarle terreno libero attorno, perché il tappeto dei suoi petali caduti è commovente. La fioritura cambia a seconda delle varietà, le più diffuse hanno una dominante rosa, in tutte le sue tonalità, con il centro del fiore bianco. Non è un colore facile da abbinare ai rivestimenti degli edifici, quindi per non spegnere l’effetto speciale della sua fioritura è meglio accompagnarla con arbusti o piccoli alberi dal fogliame verde e leggero.
Le piante hanno sempre delle belle storie da raccontare e questa non è da meno. Le magnolie sono alberi e grandi arbusti antichissimi, originari dell’Estremo oriente e di varie zone del continente americano, la Magnolia soulangeana, invece, è un ibrido nato in Francia, grazie al lavoro di un esperto botanico: Etienne Soulange-Bodin (1774-1846). Etienne Soulange-Bodin era un cavaliere dell’armata napoleonica, si può dire che viaggiò l’Europa alternando ai campi di battaglia le grandi capitali, dove andava alla ricerca di parchi e giardini. Finite le guerre, ritornò in Francia, affermandosi come un grande esperto di botanica e di pratiche di coltivazione. Nelle sue proprietà del castello di Fromont, Soulange-Bodin fece costruire un bellissimo giardino e fondò, nel 1829, la prima Società di orticoltura francese: “Nella Villa di Fromont, sulla Senna – M. Soulange-Bodin ha saputo fondere un’elegante residenza con un vivaio esotico e con una istituzione per i giovani orticoltori. M. Soulange-Bodin, come M. Vilmorin, è al tempo stesso un coltivatore sapiente, un produttore di sementi, uno studioso e un fine gentiluomo. Durante la sua esperienza militare ha potuto conoscere tutta Europa, ed essendo stato a lungo (per usare l’espressione del principe de Ligne) sotto l’influenza della ‘jardinomanie’, ovunque andasse, i giardini sono stati i principali oggetti della sua attenzione”. (J.C. Loudon, “Gardener’s Magazine”, vol. 9, 1833). Nota: la parola horticulture mi crea sempre dei problemi di traduzione perché in inglese e francese indica genericamente tutto quello che riguarda la cura e la coltivazione delle piante, in italiano abbiamo invece una separazione tra orticoltura, che indica le pratiche relative agli orti e alle piante utili, e giardinaggio che si occupa delle piante ornamentali.
Soulange-Bodin possedeva, coltivava e vendeva, un’enorme quantità di piante, molte di queste provenivano dal lontano Oriente, come la splendida Magnolia Yulan (Magnolia denudata) dagli splendidi fiori bianchi, introdotta nel 1780 in Europa da Joseph Banks o come la Magnolia liliflora (Magnolia discolor), un arbusto dalla smagliante fioritura viola, introdotto in Europa da Carl Thunberg nel 1790. Il matrimonio fra queste due magnolie produsse una nuova specie, riconosciuta nel 1826 con il nome di Magnolia soulangeana, in onore del suo creatore. Il successo fu immediato, e già nel 1827 il famoso pittore Pierre-Joseph-Redoutè ne dipinse il fiore nel suo libro Choix des plus belles fleurs. A questo punto la storia ci porterebbe a fare un passo indietro per capire il legame tra Soulange-Boudin, Redoutè, Giuseppina Bonaparte e il suo giardino di rose alla Malmaison, ma come si dice: il seguito alla prossima puntata.

piazza

La piazza di Sant’Agostino riprende forma, continuano i laboratori partecipati

“Scusate il ritardo – interviene Rosetta Caselli – mi dite se avete già parlato del monumento e della sua degna appendice, quell’ecomostro in fondo alla piazza?”. Le risponde Maria Grazia Adorni: “Sì, abbiamo pensato di togliere il monumento e ricollocarlo in una rotonda che accolga chi viene da Cento”. Tutti ridono, ma la proposta è seria, e finisce agli atti del primo incontro operativo del processo partecipato in corso a Sant’Agostino per ridefinire la piazza colpita dal terremoto.

MONUMENTO ECOMOSTROSono appassionati e prodighi di proposte i cittadini, una dozzina, che vi hanno preso parte, ieri, nella biblioteca comunale. Dopo i precedenti momenti in cui erano emersi i punti di forza e di debolezza del cuore del paese, ora si è passati alla fase più entusiasmante, quella in cui la fantasia può viaggiare e le idee possono prendere forma.

 

Il primo ad esporre il suo progetto è Patrizio Piccinini che mostra il disegno virtuale di una copertura della piazza nella zona dell’ex palazzo comunale e di parte di Piazza Pertini, che crei uno spazio permanente per molteplici funzioni.

PICCININI

MEDIATRICE 2 MEDIATRICE 1 LAVAGNA GRUPPO DISCUSSIONE

“Non dimentichiamo però che il nostro è un territorio di boschi, anche se ora rimane ben poco – aggiunge Gianluigi Tumiati – e mi piacerebbe che di questo vi fosse traccia anche nella piazza. Non vorrei che la copertura escludesse la presenza di alberi, che potrebbero anche coprire l’ecomostro in fondo, sarebbe un bene anche per chi ci vive dentro”.
Le suggestioni piacciono e subito si crea un tavolo di lavoro per approfondirle, così emergono anche altre proposte, come per esempio quella di spostare la viabilità e il parcheggio dalla piazza alla restrostante via Caduti di Nassyria, in modo da liberarla dalle auto e restituirla alla “mobilità dolce”, tema al quale è stato dedicato un altro tavolo del gruppo di lavoro.

Per Stefania Agarossi “la piazza dovrebbe diventare pedonale e ciclabile e connettersi alle altre piazze di San Carlo e Dosso, attraverso un percorso integrato di slow tourism”.
E dopo aver liberato e attrezzato la piazza, almeno con l’immaginazione, c’è lo spazio per pensare a cosa farci: “Vorrei che fosse vissuta 365 giorni l’anno” afferma Francesco Bonetti, gli risponde il figlio Gianpiero: “Ci si possono fare il mercato contadino e quello hobbystico, attività di promozione territoriale e turistica, attività culturali, ma anche commerciali, spettacoli, raduni, feste, una volta che la piazza è coperta la puoi usare molto di più”. E ancora, “Se si fanno delle attività, allora bisogna anche prevedere un piano interrato che funga da magazzino, sennò poi ci rubano le sedie!” auspica pratico Giordano Bonfiglioli.

 

Comune a tutti è un punto fermo, la piazza deve guardare al futuro, ma deve anche essere un luogo della memoria. Sia quella recente del terremoto, che quella più antica della storia del territorio.

Il tema è caro a Maria Grazia: “Mi piacerebbe lasciare una segnalazione grafica o con delle mattonelle del perimetro della vecchia sede comunale. E vorrei anche mantenere una piccola porzione di fondazioni, ad esempio gli archi, ricoprendola con una pavimentazione in vetro, in modo che ci si possa camminare sopra continuando a vederla”. “E bisogna anche mantenere la memoria del passato, magari con dei ceppi, ed evidenziare le rilevanze territoriali e culturali, magari con della segnaletica o dei totem”, aggiunge Vittorio Ferrioli.

E mentre ognuno sta espondendo quanto emerso nei tavoli di lavoro, la porta della sala si socchiude e si affaccia un bimbo di otto anni, è Alex della quarta elementare. Non ha potuto partecipare ai lavori della mattina perché era a scuola, ma anche lui ha la sua proposta e l’ha disegnata: è il nuovo municipio come lui l’ha immaginato, con due rinforzi nella torre dovesse mai tornare il terremoto, ed anche “una porticina per spalare giù la neve dal tetto”. Il disegno di Alex è stato allegato alle altre proposte e per tutti i prossimi appuntamenti sono per il 5 e il 12 aprile, con due laboratori aperti ai cittadini nei quali dagli schizzi si passerà alla realizzazione di veri e propri plastici, perché la nuova piazza inizi a prendere forma.

PROSSIMI APPUNTAMENTI
SABATO 5 APRILE e SABATO 12 APRILE 2014
dalle ore 9.00 alle ore 14.30

Lavoriamo Sul Futuro…
per trasformare il vuoto creato dalla demolizione del Municipio nel centro non solo di Sant’Agostino, ma anche di Dosso e San Carlo

Sala Bonzagni – Biblioteca di Sant’Agostino (FE) – Via Statale 191
Saranno presenti nei due giorni:
– alcuni esperti di urbanistica e architettura dello studio Diverserighe di Bologna
– un rappresentante del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo.

INFO E ISCRIZIONI
Ogni laboratorio è aperto a 25 partecipanti, le iscrizioni sono aperte a tutti i cittadini:
per e-mail a lessismore.santagostino@gmail.com oppure per telefono al numero 340 6483093 (Paola)
Al momento dell’iscrizione specificare se si vuole partecipare al laboratorio del 5 aprile o del 12 aprile o a entrambi.

(Fotoservizio di Stefania Andreotti)

DISCUSSIONE

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Quando l’America vestiva i panni dell’inquisizione

Ethel e Julius Rosenberg non li ricorda più nessuno, la memoria malandrina della politica li ha sepolti in un oblìo indegno della civiltà, oblìo interessato naturalmente, come vuole la prassi consolidata secondo la quale vanno ricordati soltanto i personaggi che nella storia sono accettati dal potere: quale potere? Il potere, rispondeva Lev Davidovich Trotskji, il potere non ha bisogno di ulteriori classificazioni, il potere è il potere, what else, che altro? La rivoluzione (e non le rivoluzioni) non dovrebbe servire ad altro se non ad abbattere la prevaricazione, l’anima del potere: purtroppo c’è sempre qualcuno che poi usa la rivoluzione per erigere altro potere e così andiamo avanti da sempre. Ethel e Julis Rosenberg, coniugi americani, furono protagonisti e vittime di uno dei casi più infami inventati in quel Paese che abbiamo innalzato, senza molte ragioni, a simbolo della libertà e della democrazia, nazione chiusa in se stessa invece, colonialista, la quale ha bisogno di sfruttare gli altri popoli per mantenere alto, sempre più alto, il proprio tenore di vita rafforzando ogni giorno la propria ricchezza e la propria fame di successo, come ci ha insegnato John Waine, bisogna vincere è la filosofia a stelle e strisce, che non vince è meglio che sparisca.

Di questo pensiero fascista fu grande assertore, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta un americano violento, il generale Douglas Arthur MacArthur, la cui aspirazione era di fare la guerra a tutto il mondo e affermare così, senza possibilità di discussione, the american way of life, la via americana all’esistenza, che si traduce nella gloria del forte e nel vituperio del debole, insomma un fascista all’ennesima potenza. In questa sua ideologia il nemico da distruggere, quello che gli toglieva il sonno alla notte, era il comunismo, che significava, nella sua mente ristretta, disfattismo e povertà.

Julius ed Ethel Rosenberg erano due pacifici ebrei comunisti e diventarono nell’azione propagandistica maccartista simbolo del male. Erano da annientare per dimostrare come vanno trattati i comunisti, una teoretica già attuata negli Stati Uniti quando si dovevano colpire i lavoratori e allora le vittime furono Sacco e Vanzetti, ammazzati senza prove, anzi con prove contrarie all’accusa, come mi dimostrò l’ultimo loro avvocato quando negli anni Sessanta venne a Milano a presentare il suo libro sul famoso, o famigerato, assassinio di Stato.

I Rosenberg furono i Sacco e Vanzetti del Cinquanta, già la filosofia maccartista aveva fatto molti chilometri ed era arrivata in Italia, dove fu accolta con entusiasmo dalla destra e dal Vaticano: essere comunisti allora (a volte anche adesso) voleva dire non trovare lavoro, non poter fare carriera pubblica e militare, essere ostacolato anche nell’impiego privato, ma, soprattutto, significava aprirsi le porte dell’inferno: sui confessionali delle chiese in quel periodo venne appeso il promemoria dei nostri più gravi peccati: hai rubato, hai ucciso, hai desiderato la donna d’altri, hai commesso atti impuri, sei comunista…? I coniugi ebrei Rosenberg, senza alcuna vera prova, vennero accusati di essere spie del Cremlino e, dopo un processo farsesco, condannati a morte. Furono messi sulla sedia elettrica il 19 giugno del 1953. Il grande McArthur aveva vinto e potè cominciare le sue epurazioni contro quei pericolosi sovversivi degli intellettuali, genìa da sterminare. La destra non ha cambiato volto, il suo santino è sempre il generale McArthur.

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Fare un blog di successo, le mie semplici regole

Ai corsi che tengo e vari amici mi chiedono costantemente consigli su come fare un blog, ho ritenuto di scrivere queste quindici regole (più una) su quello che faccio io e che consiglio di fare a quelli che vogliono entrare in questo mondo.

Creare un blog non è difficile: ogni giorno ne nascono centinaia. Quello che risulta misterioso per molti blogger è come far risaltare il proprio blog in un contesto così concorrenziale. Ci sono molti tipi di blog, con caratteristiche a volte diametralmente opposte tra loro, ma esistono tecniche di acquisizione di visibilità che sono applicabili a quasi tutti i blog, indipendentemente dalla loro struttura.
A chi volesse provare a costruire un blog, senza ricorrere a nessuna consulenza professionale, propongo alcuni suggerimenti pratici utili sia a livello di marketing che di ottimizzazione:
Qualora si decida di utilizzare il dominio aziendale o un dominio già esistente, che contenga pagine già pubblicate, è meglio distinguerlo sia dal nome di dominio sia dalla directory già esistenti installando il blog:
a) in un sotto dominio, ad es. http://blog.nomedelsito.com
b) in una directory diversa, ad es. http://www.nomedelsito.com/blog/
Un ottimo software da utilizzare per la costruzione di un blog, che è anche il mio preferito, è WordPress. Alternative comunque valide sono Moveable Type e Joomla.
E’ importante personalizzare l’estetica del blog per rendervi riconoscibili (la scelta di template pre-costruiti è molto varia), ma per ottenere un risultato di qualità, è indispensabile la competenza di un grafico.
Di fondamentale importanza è stabilire le parole chiave con le quali si vuole che il blog venga individuato.

Ottimizzazione del blog

  • Devono essere inclusi i pulsanti per i social network, l’abbonamento Rss Feed, i social bookmarks per le pagine, il codice Html deve essere ottimizzato per il Seo (tag, title, Url del sito etc.). E’ bene sottolineare che molti dei template free o commerciali sono già ottimizzati in tal senso.
  • Bisogna stabilire o meglio individuare come parole chiave, termini o categorie coerenti con le aspettative di ricerca.
  • Bisogna abilitare il trackback automatico e la funzionalità ping (su WordPress è quasi di default)
  • Bisogna configurare un account Google per l’inclusione della sitemap e validarla (utilizzando Web Master Tools)
  • Identificare blog autorevoli, siti web, e hub per i collegamenti delle risorse in uscita e Blogroll (sembrerebbe che anche i link in uscita abbiano una motivazione importante nell’algoritmo di Google)
  • Correlare i post che andrete a pubblicare con vecchi articoli che trattano della stessa tematica
  • Attivare le statistiche per il monitoraggio del blog; Google analytics in questo è ottimo e affidabile.
  • Inviare le Url del Feed Rss ai maggiori aggregatori, meglio se attinenti all’argomento qualora ne esistessero.
  • Impegnarsi in una campagna permanente di link building, facendo molta attenzione a non creare scambi reciproci di link con altri siti o blog.
  • Cercare di diffondere un comunicato stampa che annunci il blog; può essere utile anche un comunicato stampa a pagamento a condizione che i siti che lo pubblicano si impegnino a mantenere i link (follow) al blog e abbiano buon Page rank e visibilità.
  • Scrivere regolarmente sul blog è di fondamentale importanza per qualsiasi blog. Quella che può variare è la frequenza con cui si scrive: sarà necessario scrivere 2-3 volte al giorno su un blog di notizie “generaliste”; basterà farlo 3-5 volte alla settimana se si tratta di un blog autorevole e su un argomento specifico, ma ogni messaggio deve avere caratteristiche di unicità ed un alto valore informativo. Non c’è il bisogno di scrivere cose lunghissime, una buona maggioranza degli utenti si ferma al titolo.
  • Monitorare i link in entrata, il traffico, i commenti e le citazioni del blog attraverso Google alerts.
  • Rispondere sempre ai commenti che si ricevono nel blog e ringraziare ogni volta che il blog viene “citato” in un altro blog.
  • Quando si citano notizie contenute in altri blog o quotidiani la fonte va sempre dichiarata con un link.
  • Le parole chiave devono essere usate nel titolo del post del blog e nel corpo dell’articolo; il collegamento a post precedenti deve essere fatto utilizzando i link di ancoraggio.
  • Utilizzare servizi di networking per connettersi e conoscere altri blogger, partecipare ad eventi, workshop, bar camp, etc.; se a questi ultimi piacciono i tuoi contenuti chiedere un link di rimando al tuo blog.
  • Intervistare altri blogger autorevoli del settore di appartenenza è un ottimo metodo per promuovere voi e il vostro sito: la credibilità aumenterà per associazione.

[© skande.com]

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Equità e decenza: a tagliare gli stipendi d’oro si parte dal nord-est

Ci piace richiamare qui, la conclusione dell’articolo di un recente fondo del Corriere del Veneto dal titolo “Per l’equità e per la decenza”, a proposito della riduzione dei tantissimi super stipendi dei manager delle aziende municipalizzate e pubbliche nel Veneto, anche perché, per ora, si parte a da questa parte del nord-est: “[…] l’etica di un nuovo civismo e della nuova politica oggi fa un piccolo-grande passo in avanti. Sottolinearlo ci dà soddisfazione, ma non basta. Noi continueremo a dire che molti altri piccoli passi vanno compiuti nel rispetto della dignità collettiva e delle finanze di un Paese la cui irriformabilità vorremmo fosse sempre più contraddetta.”
Si parte con Acque veronesi dove il manager accetta di ridursi il super stipendio di ben 50 mila euro, poi dalla Regione veneto scatta un’articolazione della Veneto spending review con ben 28 nomi di manager più pagati incasellati in un riquadro del quotidiano del gruppo Corsera.
Anche questi segnali rappresentano una piccola ma significativa parte di quei tagli di cui il “cambia verso” del premier Matteo Renzi parla, quando spiega il modo in cui si andranno a recuperare quelle risorse dalle storture e devianze della spesa della pubblica amministrazione. Un segno di equità, anche per i tanti italiani che non arrivano alla fine del mese, per quel disastroso 42% di giovani disoccupati secondo le ultime stime, e ai pensionati da 450 euro al mese. Un atto dovuto per schiodare privilegi e clientele che si annidano nelle organizzazioni decentrate, come le Regioni, i Comuni e le tantissime aziende pubbliche locali, le partecipate, alle quali ormai è affidata quasi in toto la gestione dei nostri servizi e che sono arrivate ad essere oltre trentamila.
Ci sono piccole battaglie che tutti siamo chiamati a compiere, anche per aiutare il nostro Paese e i tanti territori delle provincie italiane ad uscire dalle secche dei silenzi e delle indifferenze diffuse, ma ancora di più per compiere un atto di orgoglio civico, alzando finalmente la testa, per dire “ci sto anch’io!”.
Non è questa la sede per capire cosa faranno la Sicilia, la Basilicata e l’Emilia-Romagna, ma sarebbe bello vedere che anche lì qualcosa si muove. Anzi vi chiediamo, carissimi signori amministratori (presidenti, sindaci, amministratori delegati ed unici…) di agire in questo senso e subito, perché questo paese deve farcela. E non fermatevi solo ai manager, andate dentro ai rivoli dei vostri apparati e stanate le incrostazioni e le resistenze.

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La punizione dei libri

Ricordo un tempo, quando si pensava secondo un luogo comune ereditato da Rinascimento, che il Medio Evo fosse epoca di oscurantismo, ignoranza e superstizione, dimenticando, complice il razionalismo settecentesco, che in realtà in quell’età vissero e operarono due maestri della cultura e della civiltà di ogni tempo: Dante e Giotto. Chi non ricorda il libro di Roberto Vacca Medioevo prossimo venturo che negli anni Settanta del secolo scorso ebbe un impatto talmente forte da far sì che quel titolo fosse usato come la minaccia permanente di un ritorno al passato oscurantista più tenebroso? Così scrive Vacca, nella riproposta on line del suo libro più fortunato: “Ma la congestione ha colpito ancora, amplificata da errori nei programmi di computer, ed ha causato blocchi nei sistemi computerizzati di telecomunicazioni degli Usa con gravi conseguenze per i telefoni, i cellulari e per i sistemi di controllo del traffico aereo. In un futuro prossimo la congestione potra’ minacciare anche Internet. I rischi tecnologici ancora esistono e sono più minacciosi proprio in certi contesti che il grande pubblico ignora. I grandi sistemi tecnologici proliferano, senza piani globali e sempre più producono impatti l’uno sull’altro. La instabilità e il blocco di un sistema (ad esempio le reti telematiche o quelle energetiche) potrebbero produrre a cascata blocchi di altri sistemi nelle nazioni piu’ avanzate ove il progresso viene progettato e realizzato. In conseguenza potremmo tornare di nuovo al medioevo”.

Ma non importa pensare ad una immane catastrofe tecnologica, per vedersi ripiombare in un’epoca dove Medio Evo rimane simbolicamente la minaccia di una regressione nell’oscurità di un’epoca ritenuta la negazione della chiarezza mentale e della conquista più alta a cui il nostro tempo rimane debitore: la democrazia. Le immagini ci consegnano la foto di un disgraziato di fede cristiana a cui in qualche paese di integralismo islamico viene tagliata la mano con cui ha osato toccare il Corano, ma ciò che produce una scossa ancora più forte mista di ribrezzo e paura è ciò che accade nella patria di Bacone e degli illuministi: l’Inghilterra. Riferisce Enrico Franceschini su “La Repubblica” del 26 marzo che “nell’intento di soddisfare il populismo da tabloid” i detenuti delle carceri inglesi non possono più ricevere libri. Divieto che solo ora si conosce dopo la denuncia di un blog sui diritti umani; ordinamento che è stato emanato dallo stesso ministro della Giustizia Chris Garyling che si giustifica secondo questo ragionamento (se così si può chiamare ciò che nulla concede alla ragione) per cui i detenuti possono tenere in cella non più di 12 libri ottenuti o prendendoli in prestito dalla biblioteca del carcere (notoriamente e desolantemente vuote) oppure ottenendo un certificato di buona condotta che abolirebbe il divieto. E questo nella culla della democrazia. In altri termini io non solo tolgo la liberta del corpo ma anche quella della mente catalogando i libri come un “premio” Credo che mai sia stata concepita legge più iniqua. Come sottolinea Franceschini nemmeno a Guantanamo si toglie il diritto di leggere ai prigionieri.
Naturalmente la protesta si è concretizzata in una nota di scrittori come Pullmann o Haddon, autori di best sellers di fama internazionale, in cui viene sottolineato che il provvedimento del ministro “è uno degli atti più maligni, disgustosi, vendicativi di un governo barbaro”. Altro che Medioevo prossimo venturo! Quasi una vendetta contro la cultura o l’arricchimento delle menti ormai divenuti strumento politico da negare o proibire. Dai crolli di Pompei alla noncuranza con cui si fa strame del nostro patrimonio artistico in Italia, e ora nella grande Inghilterra la proibizione dello strumento di verità somma contenuta nei libri. Così idiotamente ridiamo sul misunderstatement “conciso-circonciso” del goffo pentastellato Tripiedi poiché ci sentiamo padroni di una lingua e di una dignità culturale che solo la lettura può dare e che nella patria di Shakespeare viene negata, perché la prigionia deve essere punizione e non redenzione per usare toni un pochino meno banali di un twitter. Vergogna! Questo è il populismo, la cafona e irritante presunzione di ometti che ci vogliono atterrire con le proibizioni, perché si sentono investiti da un potere e da una dignità usati male e violentemente. Si sono sentite stasera le leggi del guru G. di Genova per l’ammissione al parlamento europeo dei “suoi” candidati costretti alla legge del taglione della volontà espressa dai twittatori che non perdonerebbero mai un atto di insubordinazione o di protesta delle “leggi” pena il decadimento e la multa di 250 mila euro. Una imposizione dettata dalla necessità di attenersi alla volontà irrequietà del “popolo”.
Europa attenta: stai diventando la periferia del mondo.

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Una strategica visione culturale d’insieme per tracciare il profilo della città del domani

di Alessandra Chiappini

Alcuni articoli comparsi giorni fa sulla stampa locale sollecitano qualche riflessione. I temi, legati alla realtà culturale di Ferrara, si impongono in un momento di grande delicatezza sociale, politica, educativa, formativa, che la crisi economica in atto rende ancora più complesso. E’ noto che in frangenti di emergenza come l’attuale l’assunzione di decisioni –di ogni decisione verrebbe da dire- richiede una buona dose aggiuntiva di ascolto e di ponderazione, di fronte ai rischi che comunque comportano le scelte adottate in apprensione.

1) Sulla stampa locale e in occasione di incontri pubblici Ranieri Varese ha fornito una meditata e circostanziata riflessione circa la destinazione d’uso dell’area ex-caserma Pozzuolo del Friuli in riferimento ai progetti di recupero e riqualificazione presentati dall’assessore Fusari a nome dell’Amministrazione Comunale. Varese chiede di non sottovalutare l’importanza strategica della collocazione di tale area, anello di congiunzione fra il complesso di Schifanoia e quello di Marfisa d’Este, Palazzo Bonacossi incluso, rimarcandone la forte vocazione museale, difficilmente compatibile con alcuni diversi utilizzi (studentato, esercizi commerciali, edilizia residenziale) di parte dell’area ipotizzati dal Comune. Fra le motivazioni con cui l’assessore Fusari ricusa le suggestioni di Varese vi è l’insostenibile lievitazione dei costi conseguenti, tale da comportare l’azzeramento della altre operazioni edilizie attualmente in corso destinate a uso culturale. L’argomentazione è certo importante e potenzialmente anche dirimente. E’ tuttavia poco credibile che a Ranieri Varese, studioso attento, competente e pragmatico, già direttore dei Civici Musei d’Arte Antica, sfugga il pesante onere dell’impresa da lui ipotizzata: il senso che percepiamo nelle sue parole è la sollecitazione a considerare pure un’altra possibile traccia, un diverso modello, anche culturale, ad avviso suo e di non pochi altri più coerente. Nello scambio corretto e pacato fra i due interlocutori si fa riferimento al Museo della Città, ovviamente Ferrara in questo caso (una suggestione/lettura affascinante di un potenziale siffatto museo è fornita da Sergio Gessi in “Ferraraitalia” del 20 marzo scorso). Non si può non avvertire con un qualche disorientamento la divergenza fra ciò che è, per tipologia oggettiva e museologicamente consolidata, non per suggestione approssimativa, un “Museo della Città”, a qualunque realtà urbana si riferisca (ne sono dotate non poche città, in Italia e all’estero), e l’accenno dell’assessore alla città museo di se stessa, con le proprie emergenze e i propri tesori, inteso, questo, come il vero “museo della città”. Non sembra peregrino attribuire il sentore di genericità e una certa frettolosità di alcune risposte, quasi un non avvenuto approfondimento, all’affanno che la grave criticità del momento procura a chi si trova ad amministrare e far quadrare il magro bilancio senza tradire nulla dei bisogni fondamentali e della vocazione della città, nonché del progetto di mandato. Ma in queste approssimazioni talvolta si fatica a leggere il piano generale e coerente delle azioni, la visione culturale di sintesi della città, quella che risponde alla domanda: cosa vogliamo sia e diventi Ferrara in riferimento alla cultura e alle sue espressioni, nell’imminenza ma anche nei prossimi anni? Che fisionomia caratterizzante dovrà avere, e dunque, su cosa occorrerà puntare con forza?

2) Con grande sollievo molti cittadini che credono profondamente nella rilevanza dei servizi e delle attività culturali hanno salutato il progetto di recupero di Casa Minerbi. Hanno anche appreso dell’imminente avvio dei lavori per il riutilizzo di Casa Niccolini, limitrofa a Palazzo Paradiso. Assieme alle rilevanti migliorie recentemente apportate agli ambienti della Biblioteca Ariostea, questi sono parsi segni di grande speranza in un’epoca decisamente cupa. Un atto controcorrente, una sfida all’attuale diffuso sconforto lanciata da un’Amministrazione Comunale che non vuole gettare la spugna. Evviva. Proprio per questo è auspicabile che la finalità del ripristino di Casa Niccolini sia coerente con il modello e il piano dei servizi culturali che la città intende fornire, e non parta come scheggia impazzita a tamponare l’emergenza dell’immediato, senza specifica congruenza con la visione generale. Già all’indomani dell’acquisto di tale edificio era maturato un ragionamento non superficiale circa la sua destinazione d’uso, intesa come naturale ampliamento degli spazi della Biblioteca Ariostea. Fin da quegli anni lontani si individuò Casa Niccolini come possibile risorsa per una Sezione Ragazzi degna di questo nome, che la concezione di un’Ariostea accogliente per tutta la città, e non solo per agli studiosi specialisti, necessariamente richiede e merita.

3) Questa considerazione si propone anche in riferimento al tema, annosissimo, delle sedi delle associazioni culturali, alcune delle quali (Accademia delle Scienze, Deputazione di Storia Patria e Ferrariae Decus tra i primi) titolari di patrimoni documentario-archivistici e bibliografici importanti, la cui conservazione e disponibilità al pubblico dovranno essere salvaguardate e garantite. E anche se l’attuale contingenza non consente l’immediata attuazione di imprese finanziariamente impegnative oltre quelle già in corso, come osservava l’assessore Fusari, è pur vero che questo tema non può non trovare posto sin d’ora nella costruzione della sopra citata “visione” e dell’auspicato piano culturale cittadino. L’eventuale assegnazione di spazi, per quanto contenuti, ad associazioni in Casa Niccolini comprometterebbe irreparabilmente l’efficacia dell’espansione della Biblioteca, che necessiterebbe di spazi addirittura ulteriori, e non risolverebbe il problema associazioni. Quello del volontariato è tema delicato, non semplice e anche spigoloso per molteplici aspetti, come ben noto. Ma è pur vero che grazie all’affinamento delle competenze e al servizio alla città fornito da non poche di loro, le associazioni in questione costituiscono una risorsa rilevante, a Ferrara in particolare: sarebbe ingiustificato e ingeneroso sottovalutarla. E di competenza e maturità le associazioni hanno dato significativa prova di sé in diverse recenti circostanze, non ultima il convegno sui problemi e sulle prospettive dei musei a Ferrara promosso dagli Amici dei Musei nel 2011, con la relativa autorevole pubblicazione degli atti. E’ un testo, questo, che l’Amministrazione Comunale ben conosce e non c’è ragione di dubitare che lo consulterà nell’ambito della suddetta pianificazione. Si riterrebbe molto apprezzabile che l’attenzione e la vicinanza al volontariato culturale, tradizionalmente professati dal governo della città, costituissero il presupposto di una nuova coraggiosa scommessa nella quale la posta in gioco sia uno scambio fattivo e un pieno ascolto, nell’ovvio rispetto delle competenze istituzionali. E’ uno dei migliori auspici esprimibili dal volontariato culturale al governo locale che le imminenti elezioni amministrative determineranno.

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Salone del restauro di Ferrara: il restauro della villa romana di Silin a Leptis Magna, ovvero una bella storia di cooperazione italo-libica

E’ in programma per questa mattina, alla sala Marfisa, la presentazione dei progetti internazionali dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr): esperienze di conservazione, restauro e formazione tra Mediterraneo e Medio Oriente, tra cui il progetto di restauro della villa romana di Silin a Leptis Magna, realizzato grazie alla cooperazione delle istituzioni culturali italo-libiche.

Quando, nel 2012, ho visitato per la prima volta Leptis Magna, sono rimasta colpita dalla bellezza del luogo ma anche, e soprattutto, dalla sua storia e dai colori quasi conturbanti, dominati dall’azzurro intenso del cielo che si perde in un amoroso, profumato e lungo abbraccio, con quello del luccicante mar Mediterraneo. Nessuna nuvola all’orizzonte, nessuna ombra intorno, ero circondata solamente da una luce abbagliante e accecante e dalla forte impressione di calcare, orme di dignità imperiale. Solo io e il passato, il mio, il vostro, il loro-nostro.

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Teatro Leptis Magna, foto di Simonetta Sandri

Durante una successiva visita al sito, conservatosi perfettamente perché rimasto coperto di sabbia per secoli, mi hanno portato a scoprire la villa di Silin, a circa 15 km di distanza da Leptis, un edificio da sogno, degno dell’ambientazione di un romanzo storico dalla trama intrecciata e viva, un luogo di primaria importanza per il patrimonio archeologico, storico e culturale della Libia, in considerazione dell’unicità del complesso, per stato di conservazione, articolazione architettonica ed estensione degli apparati decorativi, oltre che per sinuosa bellezza oggettiva. Un gioiello.
L’aria profumava di salsedine, fiori colorati abbracciavano il complesso, la generosità del mare Nostrum ci portava un altro dono da riscoprire insieme ad amici e colleghi che mi accompagnavano. La villa, a quanto mi dicevano gli archeologi con i quali ho avuto la fortuna di collaborare in passato su progetti in Libia ma anche in Algeria, era la spettacolare residenza di uno dei facoltosi notabili locali di estrazione punica, “romanizzati” nei gusti e nei costumi del vivere quotidiano.
Lo scavo del complesso residenziale è stato condotto dal Dipartimento delle antichità della Libia in anni relativamente recenti. Il vasto edificio – circa 50 gli ambienti coperti – risale al II sec. d.C. La fronte a mare appare articolata in portici colonnati e giardini. L’impianto è suddiviso in due settori: uno, di rappresentanza, a occidente, l’altro a oriente, gravitante su un vasto giardino al quale è collegato il nucleo circolare delle terme. Quasi tutti gli ambienti recano decorazioni pavimentali, musive o in marmi commessi, e intonaci dipinti parietali.
Ancor oggi memore di tanta bellezza, che rimane fra i miei ricordi più belli, scopro, con gioia e soddisfazione, che il progetto di restauro della villa Silin viene presentato proprio a Ferrara, la mia città. Che coincidenza e che legame per me! Non potevo, allora, non tentare di contagiarvi col mio entusiasmo e di condividere con voi, attenti lettori, questa meraviglia che, fra l’altro, testimonia una forte e storica collaborazione fra le nostre istituzioni culturali più prestigiose e quelle libiche. Conoscendo poi, personalmente, il livello di competenza, preparazione, impegno e passione tanto di Barbara Davidde (direttore del Nucleo interventi di archeologia subacquea dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, ISCR), di Luisa Musso (professoressa all’Università di Roma Tre) che di Giabar Matug e di Adel El Turki (del Dipartimento delle antichità della Libia, DoA), senza dimenticare quello del loro giovane ed entusiasta gruppo di studiosi e restauratori, mi pareva un’ottima occasione per parlarvi del progetto di Silin.

Da molti anni, infatti, l’Università degli Studi Roma Tre, con la missione archeologica diretta dalla prof.ssa Musso, ha condotto studi e interventi conservativi volti ad assicurare l’integrità di alcuni dipinti murali e mosaici della villa, poiché la sua posizione in riva al mare e i restauri, condotti con metodi non all’avanguardia alla fine degli anni ’70, ne avevano compromesso gli apparati architettonici e decorativi. La situazione della struttura a fine 2011 era tale da richiedere la formulazione di un nuovo piano organico d’interventi, il monumento era a grave rischio di perdita. Pertanto, nell’aprile del 2012, il DoA, l’Università degli Studi Roma Tre e l’Iscr hanno firmato un accordo di collaborazione per restauro della Villa di Silin. Ad essi si sono affiancati l’Università di Ferrara e quella di Roma La Sapienza, ognuna con specifiche finalità.

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Restauro e formazione on the job di Villa Silin, gentile concessione dr.ssa Barbara Davidde

La relazione, presentata alla sala Marfisa, illustra le fasi del cantiere pilota, iniziato nel 2012 e ancora in corso, finanziato dal Mibact e diretto dall’archeologa dell’Iscr, Barbara Davidde. Nella prima fase del progetto, sono stati intrapresi studi e analisi dello stato di conservazione della villa e dei fattori di rischio ambientale e antropico che ne mettono a rischio l’integrità. Tali studi hanno portato alla realizzazione di un rilievo laser scanner di tutto il complesso, allo studio del degrado biologico e ambientale e all’individuazione di metodologie d’intervento adeguate. Con questo primo finanziamento è iniziato anche un cantiere pilota di pronto intervento conservativo, dove tali metodologie sono state applicate su un campione di pavimenti musivi e affreschi. Nella primavera del 2013 è partito un secondo cantiere di restauro, che ha visto realizzarsi il pronto intervento conservativo dei pavimenti musivi del peristilio della villa.

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Restauro e formazione on the job di Villa Silin, gentile concessione dr.ssa Barbara Davidde

Ad una formazione sul cantiere, sono seguiti, nell’estate 2013, corsi di formazione per operatori tecnici per il restauro riservati al personale del Dipartimento delle antichità della Libia, organizzati insieme all’Unesco. Per cinque settimane, sono stati formati 35 conservatori e tecnici delle sezioni del Dipartimento di tutto il Paese (Sabha, Sabratha, Tripoli, Leptis Magna, Benghazi e Shahat), su alcune aree prioritarie: mosaici, affreschi murari, collezioni di artefatti (bronzi, ceramiche e vetri), pietre. Con l’occasione è anche partito il laboratorio di conservazione a servizio e beneficio futuro dell’intero territorio libico, e sono stati restaurati alcuni pezzi provenienti dalla collezione del museo di Bani Walid, gravemente danneggiati durante la recente rivoluzione.

 

 

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Formazione su cantiere, gentile concessione dr.ssa Barbara Davidde

Insieme all’Università La Sapienza, si è, poi, dato inizio alla sperimentazione di nuovi materiali per il restauro dei mosaici allettati su cemento armato, che ha previsto lo smontaggio di un settore del pavimento del peristilio, da riposizionare, nella primavera del 2014 (sicurezza-paese permettendo), con malta idraulica e speciali fibre di basalto. Tale tipo di materiale viene utilizzato, per la prima volta, per il restauro dei mosaici, possibile valido esempio per pavimenti musivi con analoghi problemi conservativi, per la presenza di cemento e ferro, come in molte aree archeologiche del Mediterraneo. L’esperienza ha permesso la redazione di un Piano conservativo generale, che potrà essere esteso al restauro dell’intera villa romana, che richiede un intervento complessivo; per questo, sono in corso di progettazione le nuove coperture che sostituiranno le attuali, ormai in degrado, in collaborazione con la Facoltà di architettura dell’Università di Ferrara.

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Particolare Villa Silin, gentile concessione dr.ssa Barbara Davidde

Vista l’importanza del monumento, il prestigio e l’esperienza delle istituzioni coinvolte, la realizzazione del restauro e la valorizzazione della villa di Silin potrebbe essere un intervento di grande impatto mediatico e, soprattutto, rappresentare, dal punto di vista scientifico, un’importante occasione di studio e di messa in opera di metodologie e materiali all’avanguardia. Non andrebbero sottovalutate nemmeno le ricadute socio-economiche del progetto, poiché nel corso dei lavori di restauro si potrebbe realizzare una vera e propria riqualificazione tecnico-scientifica del personale locale, con la possibilità di partecipare a corsi di formazione e aggiornamento professionale, anche in Italia. La formazione del personale locale è di primaria importanza per la corretta gestione e la manutenzione del sito archeologico, negli anni successivi al restauro. Queste attività potrebbero favorire l’occupazione nel territorio e incrementare le opportunità di scambio culturale fra Italia e Libia, che oggi, purtroppo, soffre ancora di gravi problemi di stabilità e sicurezza.

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Villa Silin, vista, foto Simonetta Sandri

La nostra speranza va a una Libia riappacificata, capace di accogliere le più belle aspettative.

Per vedere il sito di Leptis Magna [vedi il video] e [leggi]

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Alimentare creativamente le relazioni

Di creatività si è parlato molto, in relazione allo sviluppo nei bambini di buone capacità emotive e cognitive e negli adulti alla maturazione di un pensiero divergente, vale a dire in grado di trovare soluzioni originali, fuori dagli schemi abituali e comuni.
È stato detto da molti che la creatività è uno stile di pensiero, un modo di affrontare la vita, le fasi di cambiamento, i problemi inattesi; la capacità di associare idee e fatti, concetti e situazioni, vedendone il lato meno usuale rispetto alle immagini correnti.

Talvolta siamo portati a classificare come creativi pensieri o comportamenti strani, bizzarri o trasgressivi. Creatività non è sinonimo di eccentricità, anzi non è questa la cifra più interessante, la creatività non deve contrastare con la capacità di adattamento nella vita quotidiana.
La creatività può essere insegnata da genitori ed educatori a partire da un atteggiamento aperto alle novità, dall’attitudine a lasciarsi sorprendere e dalla fiducia trasmessa al bambino nelle proprie capacità.
Gli stessi sintomi sono atti creativi del soggetto, sono vere e proprie invenzioni, soluzioni che il soggetto trova per trattare paure, angosce, traumi sottostanti. L’atto creativo è anche ciò che compie l’analista all’interno di un percorso di cura, sorprendendo il paziente e facendogli sperimentare nuovi e diversi modi di stare in relazione con l’altro.

Qui voglio mettere però in luce come sia importante che anche le relazioni personali, a partire da quelle tra genitori e figli, siano alimentate da un atteggiamento creativo, per superare ostacoli, punti di stallo, momenti di difficoltà o divergenze nelle soluzioni da adottare nelle più disparate circostanze.
Una mia paziente mi ha proposto una interessante definizione del termine: “La creatività è qualcosa di così strettamente personale e legato all’individuo da poterla associare ad una sorta di spirito vitale, una luce che sembra esistere in persone dotate di vitalità, in grado di tradurre in atti, parole, sguardi, colori, musica, ma anche silenzi, movimenti, pause, espressioni del volto i propri mondi interiori”.

In sostanza, per essere alimentati da una relazione non ci basta ricevere dedizione e tanto meno sacrificio, ma occorre sentire l’energia vitale dell’altro e sentire lo sguardo dell’altro su di noi, che offre il riconoscimento necessario ed essenziale alla strutturazione di un’identità forte.
Nutrire creativamente le relazioni significa prendersi cura dell’altro, considerandolo nella sua unicità e offrendogli un posto particolare all’interno della relazione stessa. A tale proposito un’altra paziente mi dice: “Pensare alle relazioni mi fa venire sempre più spesso in mente un giardino. Le relazioni sono in fondo paragonabili a qualsiasi cosa necessiti una cura nel tempo, un’attenzione e una costanza. Un nutrimento… Un’alimentazione particolare per ogni albero, ogni pianta, ogni fiore che si è scelto di tenere”.

Ciò che nutre non è la “pappa”, ma la capacità di valorizzare la particolarità del soggetto, le differenze, di cogliere i tratti distintivi e unici perché, aggiunge la stessa paziente: “Ci sono tante piante nei nostri giardini, tutte diverse!”.
Le relazioni si possono nutrire trovando per ognuna di esse le dosi giuste di quell’amore che o rompe tutti gli argini o si rifiuta di uscire da dentro di noi. Non è semplice trovare un punto di equilibrio. Ci aiuta a capire la difficoltà una efficace immagine di un’altra paziente: “Come trovare per questo flusso tanto positivo e vitale quanto forte e pericoloso una musica d’orchestra al cui ritmo lasciarlo scorrere, portatore di gioia e non di dolore?”
Ricordiamo che l’amore va comunicato e rinnovato. La tendenza a dare per scontati i sentimenti è un modo per non nutrirli. C’è chi l’amore non lo dice e chi lo dice tutti i giorni, così spesso e con tanta maniacalità da rendere pesante ciò che per natura alleggerisce l’animo e dona aria e libertà. Alimentare creativamente le relazioni significa trovare le risorse per tenere vivi i luoghi, gli spazi delle varie relazioni, anche contro le routine della vita quotidiana e la stanchezza.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, è specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

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Dagger Moth: la ragazza “solitaria” della musica indipendente

L’appuntamento è al caffè Tiffany, nella sala superiore appese ai muri le foto in bianco e nero dei più grandi musicisti della storia, direi che è il posto giusto per ciò che mi aspetta. Incontro Sara per saperne qualcosa di più sul progetto Dagger Moth, un disco autoprodotto che dalla sua Ferrara la porta in giro per l’Italia a suonare in solitaria: chitarra, voce, e una serie di pedali, loop station, che fanno il resto sotto la sua sempre attenta regia.

Vorrei sapere da dove deriva la sua forza, la sua musica, qual è la sua storia, e le sue parole schiette producono questa prima immagine: una bambina disegna sul tavolo della cucina, ritrae delle bambole, oppure un gatto, o ancora la propria mamma. Dalla finestra filtra la luce gialla dell’estate inoltrata. Fra un po’ è il suo compleanno. E’ una bambina magra, timida e un po’ solitaria, che col tempo ha imparato a riempire i suoi pomeriggi con l’immaginazione. Non ci sono fratelli e non ci sono molti coetanei nel suo quartiere, per cui la piccola inventa, apprende come fare da sé.

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Sara Ardizzoni da bambina, foto di Giorgio Ardizzoni

Accanto alla presenza scenica, a una produzione musicale originale e inconsueta per il panorama italiano, trovo un fare semplice, disponibile, il bell’accento della sua terra, e tanta autoironia.
La seconda immagine porta ancora nel passato: è quella di una liceale ancora introversa, che grazie alla passione paterna cresce con il blues di B.B. King, Roy Buchanan, Steve Ray Vaughan, col jazz di Django Rienhardt, le note di Coltrane, e gli immancabili Pink Floyd. Cresce e osserva quella chitarra elettrica nel salotto, finché un giorno per caso la imbraccia, e non la molla più. Quindi la scuola di musica moderna dove incontra i primi amici veri, insieme alla passione.

Ma se l’immagine è ancora quella di una ragazza, il quadro non è del tutto completo. Manca il lato perfezionista e meticoloso di questa liceale, l’impegno scolastico che la porterà dritta alla laurea in Architettura. Non sembra una che lasci qualcosa di incompiuto, anche se sorridendo confessa che, da quando lavora e suona, i libri li lascia sempre a metà, la stanchezza finisce per sfinire pure la curiosità. Nel frattempo il tempo passa e lei ha seguito la scena grunge nata a Seattle negli anni ’90, si è nutrita di punk e hardcore, ha scoperto la diabolica chitarra di Marc Ribot, ascolta i Portishead e P. J. Harvey, si innamora dei Fugazi: una delle band culto della scena alternativa americana.

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Foto di Davide Pedriali

Poi c’è questo pomeriggio e la terza immagine: una donna magra che porta lunghi capelli neri e un lieve filo di trucco. Ha una certa dose di sensualità, ma la indossa quasi involontariamente. E’ appena uscita dall’ufficio dove si guadagna da vivere: l’architettura le ha fornito un lavoro e rappresenta il dovere, la musica uno scopo, e incarna la vita.
Mentre conferma di non aver mai vinto la ritrosia, di portarsi appresso l’antica timidezza, e farsi continua violenza per salire su un palcoscenico davanti al pubblico, Sara sembra essere una donna forte. Conosce i suoi difetti, le paure, e non si sottrae alla sfida continua per superarle. Lo fa col sorriso. Per questo ci vuole coraggio.“Qualcosa di estremamente doloroso mi ha insegnato che non c’è un attimo da perdere, e da allora ho iniziato a correre. Ho deciso che non mi sarei più fermata, non avrei rimandato ciò che desideravo fare, e i miei mi hanno trasmesso che la vita coincide col fare, non con l’attendere”.

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Foto di Emanuela de Toffani con Giorgio Canali

Molte persone credono nella musica di Sara, e il progetto Dagger Moth nel suo piccolo ha realizzato aspirazioni e abbattuto muri. Caparbia, non ha avuto più voglia di aspettare che arrivassero risposte o conferme, e direi che col proprio talento si è appropriata di ciò che le spetta.
Mi descrive ancora incredula quella volta che si ritrovò nella mail la richiesta di una collaborazione da parte di quel Joe Lally che suonava il basso proprio con i suoi amati Fugazi. Oppure l’album prodotto con l’aiuto della Psicolabel di Giorgio Canali, ex CSI e PGR, che ha cantato in Mind the gap insieme a lei.

Questa è Sara Ardizzoni ai miei occhi, anche se per capire il ritratto e dare essenza alle parole occorre ascoltare Dagger Moth, la sua cullante psichedelia, le parole dal ritmo lirico, e il canto mai urlato, accompagnato da un tappeto di arpeggi intensi, in cui a volte irrompe il suono cattivo e saturo della sua chitarra elettrica. Ascolto Ghost, un’onda che ripetutamente si espande e si ritrae, il cui testo ha un sapore poetico ed essenziale che cerco di tradurre: “Non posso cancellare/ una luce così forte/ Non un movimento/ Non un’ombra/ Ho migliaia di parole da pronunciare/ che ho fatto sprofondare”. O ancora Out of shot, scritto a quattro mani con Lally, in cui dichiara che nella vita non si accontenterà di imbrigliare i sogni di qualcun altro, e so che andrà come scrive. “All that I’ve ever learnt/ all that I’ve ever seen/ is not enough for me/ tame your dreams”. Crushed velvet tra le altre cose è rivendicazione delle proprie scelte, il diritto di scegliersi la propria strada e il modo di amare, inevitabilmente costellato di errori “So I don’t want a ruler to gauge a wrong side of life/ (…) to gauge a wrong side of love”.

E’ un modo di stare al mondo, quello di Dagger Moth. C’è grazia in Sara Ardizzoni e nel suo viaggio. E’ ciò che cerco in questo innocuo e forse inutile vagare verso gli altri! Non mi interessa altro che il moto di chi mi sta davanti e cosa lo genera. E’ un modo come un altro per sentire tra le mani un flusso che scorre inesorabile.E allora imbraccia la tua chitarra e metti più aria che puoi nei polmoni, così da riuscire ad andare lontano come desideri. Non fermarti Sara… continua a correre!

Dagger Moth (Sara Ardizzoni)
La sua pagina facebook 
La sua musica

Il blog di Sandro Abruzzese

La foto in evidenza è di Luca Cameli

 

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Giulio Felloni fra moda, auto e sport. Curiosità di un uomo appagato

Noia è un termine assente dal suo personale dizionario. Non ha bisogno di spiegarlo Giulio Felloni, presidente Ascom di Ferrara e da qualche tempo della Federazione Moda Italia provinciale. Non ha bisogno di raccontarlo perché è da sempre un uomo curioso, fedele al verbo fare e alle proprie passioni, che trasforma in un lavoro divertente. Possibilmente utile alla sua città. Ma l’affetto per Ferrara e le sue tradizioni culturali, artistiche, storiche e perfino gastronomiche è maturato con il tempo. Da ragazzo erano i motori a occupare i suoi pensieri. felloni‘Alla frequenza universitaria preferivo le gare in macchina, così rubavo l’auto a mio padre, poi a un certo punto l’ho preparata per il campionato di velocità”. Nessuno canta meglio di un motore all’orecchio di un fan del volante. Se poi le quattro ruote sono d’epoca la passione diventa vero amore come è successo a Giulio Felloni per 13 anni presidente del club Officina Ferrarese cui si deve l’organizzazione di uno storico raduno d’epoca “Valli e Nebbie”, un quarto di secolo ben portato nato dall’intuizione del presidente, che ancora oggi ha parole di stima per chi insieme a lui si è adoperato per realizzarlo. “Non solo è una manifestazione molto apprezzata, ma permette di scoprire una Ferrara inedita, poco conosciuta e bellissima”. Nei suoi ricordi c’è posto per la Mille Miglia ma anche per il football americano e le Aquile, uno dei team storici italiani fondato nel 1979. “Ho accompagnato la squadra per mano fino agli anni Novanta, le Aquile hanno vinto il titolo italiano e sono una formazione che a differenza di altre non ha avuto intoppi durante il lungo percorso professionale”, racconta con orgoglio, ricordando come insieme ad altri due amici ha fondato la Fidaf, Federazione italiana di football americano.

Felloni“All’epoca ero già sposato e avevo due bambini”, dice. Di quella stagione sportiva resta anche un film made in Usa dedicato alle Aquile e mai arrivato in Italia. Un documento con tanto di attori, non ultimo il mitico Maurizio Nichetti nei panni di Giulio Felloni. Sorride il presidente, ha sempre avuto un debole per lo spettacolo, per il teatro, per le cose nuove. E’ un uomo curioso, appunto. Tanto da partire per l’Inghilterra insieme al fratello Alberto, l’obiettivo era un periodo di formazione per inserirsi con idee all’avanguardia nell’azienda di famiglia nata nel 1946. “Sono partito dalla gavetta, facevo un lavoro di facchinaggio vero e proprio”, racconta. Da Londra a Milano, sempre a farsi le ossa nel settore. In pochi anni accanto ai tessuti, core business dell’attività familiare, comparvero i capi d’abbigliamento più moderni di tutta la città. Il trionfo del jeans. Attillato, a vita alta, bassa e chi più ricorda più conosce la storia di un’istituzione della moda ferrarese. Era l’effetto Londra, il riflesso di Carnaby street e Kings Road. In poche parole: la moda. Imprescindibile dalla pop art e dalla musica di due mitiche rock band i Beatles e gli Stones. Altri tempi, altre speranze, una cosa è certa per Giulio Felloni. “Oggi più di allora l’innovazione deve essere sempre al centro di ogni attività commerciale”, spiega.

felloni“I cambiamenti si susseguono con grande velocità, soprattutto negli ultimi anni. Dopo due mandati in Ascom non potevo restare in carica un terzo – dice – Vi ho fatto ritorno dopo sei anni su sollecitazione del presidente nazionale Carlo Sangalli, è stata una chiamata lusinghiera, ma lo scenario con cui ci si misura è completamente diverso. E’ dominato da una tale incertezza da non consentire di programmare il futuro”. Dalla politica alla burocrazia alla rigidità delle banche restie a supportare il rischio d’impresa, tutto sembra giocare contro la ripresa. “E’ davvero molto complicato confrontarsi con un panorama nel quale emergono ogni giorno incongruenze e ingiustizie sociali – dice – si fatica a ignorare come gran parte dell’impegno di chi ha delle attività sia profuso per far fronte al pagamento delle tasse. Insomma è difficile”. Per tutti e anche per Ascom. “Il nostro impegno c’è, sono tante le cose in campo, penso alle iniziative nate per affrontare i problemi dei centri storici ai momenti d’ascolto degli associati di altre cittadine della provincia al percorso per rendere Ferrara una città accessibile a tutti – spiega – Resta però un fatto importante, la necessità di condividere scelte e strategie con tutte le forze sociali. L’obiettivo comune è la crescita di una città dalle tante caratteristiche non sfruttate”. Sono il fascino discreto di Ferrara, le differenti prospettive che può offrire – riassunte secondo Felloni nella bellezza del campanile incompiuto del Duomo che tanto gli piace – ad aver bisogno di una cassa di risonanza diversa. Fresca. “Il ricambio generazionale e la crescita di giovani imprenditori avrà un ruolo importante nell’emergere di idee ed esperienze – spiega – Stiamo vivendo un momento di transizione da fronteggiare con grande calma, senza perdere di vista innovazione e servizi, che oggi fanno la differenza. L’importante è non scimmiottare il passato, diversificare le attività e prevenire le tendenze, una qualità fondamentale per un imprenditore”. L’emergenza è frenare la debacle. Hanno chiuso troppi negozi e altri restano vuoti per il caro affitti. Per ogni luce che si spegne, conclude Felloni, se ne va un pezzetto di città. E si rischia di aprire la porta al degrado del salotto ferrarese.

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Il Salone del restauro racconta la ricostruzione dell’Emilia

Salone del restauro al via a Ferrara. E’ la prima e la più importante manifestazione a livello nazionale dedicata all’arte del restauro e alla conservazione del patrimonio artistico italiano. Quattro giorni di eventi, incontri e dibattiti al quartiere fieristico di Ferrara per la 21a edizione da oggi a sabato 29 marzo . L’inaugurazione con Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali, alle 12 in Fiera.

Uno spazio importante quest’anno sarà dedicato alla ricostruzione post-sisma con diretto coinvolgimento di una ventina dei Comuni del cosiddetto “cratere del sisma”, ospitati in Fiera all’interno dello stand della Regione e degli ordini professionali di architetti, geometri e ingegneri. E’ previsto uno spazio-evento dedicato e un convegno in cui verrà illustrato il progetto Re-building, che prevede iniziative integrate a supporto dei Comuni colpiti dal sisma. Il progetto, tra l’altro, è coordinato proprio dal Centro ricerche urbane, territoriali e ambientali (Cruta) dell’Università di Ferrara. Diciannove delle comunità coinvolte dalle scosse del maggio 2012 saranno al salone per dar voce alle loro problematiche, esperienze e alle esigenze delle loro realtà cittadine non solo emiliane, ma anche lombarde e venete.

Il Salone sarà anche un’occasione per presentare il dettaglio degli interventi già fatti, ha spiegato in occasione della presentazione in Regione l’assessore regionale alla programmazione territoriale, Alfredo Peri. Pur ammettendo che i tempi per la ricostruzione “purtroppo non saranno brevi”, Peri ha ricordato che il programma delle opere pubbliche e dei beni culturali (per complessivi 1,3 miliardi di euro) è già avviato. Per il 2014 “c’è un piano annuale di investimento di 530 milioni”.
Due convegni affronteranno il tema delle chiese coinvolte nel sisma, che sono 555 e hanno subito danni e richiedono lo sviluppo di progetti di restauro e riqualificazione. Tra i relatori Antonio Paolucci, già ministro dei beni culturali e soprintendente del polo museale di Firenze, ora in veste di direttore dei Musei vaticani, che sarà affiancato dal delegato pontificio del Consiglio della cultura Carlos Alberto de Pinho Moreira Azevedo.

Il Salone è anche l’occasione per conoscere la mappatura di aziende innovative e talenti del territorio di Ferrara: giovedì 27 marzo alle 16, al Padiglione 5 della sala Ermitage della Fiera verrà presentato “Atmosfera creativa”, il progetto di indagine di Sipro, l’Agenzia per lo sviluppo di Ferrara. Un focus sulle attività di architetti e produttori di eccellenze, blogger e organizzatori di eventi, editori e operatori turistici per soppesarne quantità e qualità. L’obiettivo: individuare a Ferrara criticità e opportunità di crescita per i settori culturali e creativi, mettendo a fuoco le peculiarità del territorio per cercare di trovare un percorso condiviso di sviluppo economico e produttivo.
Convegni e incontri tecnici illustreranno esperienze di formazione, restauro e conservazione su opere e manufatti che hanno interessato praticamente tutte le regioni d’Italia. Oltre 250 poi gli espositori, con importanti adesioni anche dall’estero, che animeranno la ricca proposta espositiva: produttori di materiali, tecnologie, attrezzature museali, servizi e software, centri per il restauro, enti di promozione turistica, fondazioni bancarie, Università, Accademie di Belle arti e enti pubblici. Protagonista al Salone è il Mibac, ministero per i Beni e le attività culturali, assieme ai suoi differenti Istituti.

All’interno dei padiglioni culturali, le mostre hanno lo scopo di divulgare i risultati dei più prestigiosi interventi nel campo del restauro, evidenziare interventi innovativi, su capolavori di arte passata, moderna e contemporanea. Tra questi la presentazione degli ultimi restauri dei Bronzi di Riace, il restauro della Pietà di Giovanni Bellini della pinacoteca di Brera, il restauro della Cappella della Sindone di Torino.

Fiera di Ferrara, dal 26 al 29/3/2014 ore 9.30-18.30. Ingresso a pagamento.

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Morte della vecchia politica e agonia della sinistra

Il governatore della Bce, Mario Draghi, all’indomani dell’ultimo risultato elettorale italiano e di fronte alla situazione di stallo aperta a tutti gli esiti possibili commentò: “Non c’è da preoccuparsi in modo particolare. Chiunque alla fine governerà, sulle grandi scelte c’è un pilota automatico che garantisce la rotta.”
Come sostiene lo studioso Marco Revelli, non si poteva rappresentare meglio la negazione della politica e la crisi della sinistra. Una tale dichiarazione sembra dire ai cittadini: votate per chi volete, pensando di scegliere il pilota, ma la rotta è già tracciata da altri!

Chi ha militato nella sinistra storica e ancora crede in una possibile alternativa all’attuale deriva, deve partire da qui. E’ inutile prendersela con il destino cinico e baro. La verità è che dalla fine degli anni settanta del secolo scorso la sinistra politica e sindacale è entrata in una crisi generale (idee, progetto, proposte, classi dirigenti) da cui non si è più ripresa. Ovviamente parlo di sinistra mondiale ed europea e non solo delle sue varie forme nazionali. Capita, nella storia, che movimenti che hanno svolto una funzione positiva vengano travolti da cambiamenti che non riescono a comprendere o governare. E’ accaduto per il nobile liberalismo ottocentesco che non riuscì ad adeguarsi all’avvento della società di massa dell’inizio del novecento… e vinsero i totalitarismi.

Per la sinistra, non sono i valori fondamentali (giustizia e libertà) che sono venuti meno, ma la loro traduzione in progetti, proposte concrete, organizzazione politica, egemonia culturale. In una parola: manca la politica. Fare politica non significa enunciare dei valori, proclamare delle buone intenzioni, “…immaginare repubbliche o principati mai esistiti…” (Machiavelli). Non è nemmeno appagarsi nel definire se stessi (i puri contro i corrotti), sventolare una bandiera, demonizzare il presente e i propri simili che non ci capiscono.
La politica è realizzare programmi, praticare soluzioni innovative e credibili. Che poi, in una società democratica, vuol dire avere il consenso della maggioranza dei cittadini; oppure essere una minoranza capace e combattiva. Per esempio, dire uguaglianza e giustizia sociale non basta. Quale? In che modo? Per chi? Contro chi? Oppure pensare che la crisi della politica sia solo un problema di costi. No, è innanzitutto una questione di credibilità morale di chi la esercita E si potrebbe continuare. In sintesi: un’impresa gigantesca!

Dunque, che fare?
Ecco uno schematico elenco teorico-pratico di domande cruciali. Cosa significa fare politica ed essere sinistra nel tempo della globalizzazione? Quale rapporto tra democrazia rappresentativa, democrazia diretta e la necessità di velocizzare la decisione? Come si sta configurando la sfera pubblica e la relazione tra spazio pubblico e privato nel tempo di Internet? L’eclisse dei vecchi partiti ha come sbocco obbligato il populismo, il plebiscitarismo o l’astensionismo? Se la politica è forza, come costruire un’organizzazione capace di fare i conti non con la società di massa di ieri, ma con la società degli individui di oggi? E quando si dice individuo che cosa intendiamo? Non certo le semplificazioni che circolano: l’individuo consumistico, l’homo oeconomicus, l’uomo-massa.

La filosofia e la poesia sono più sottili nel farci capire la complessità dell’individuo che faticosamente emerge dalla modernità. Pensiamo, per esempio, alla definizione che Kierkegaard dava del singolo: un ciottolo non levigato. O quella che Kant dava dell’uomo: un legno storto. O la grande poesia di Montale che con la sua filosofia amara e dolorosa ci ricorda la fatica e il rischio dell’esistenza, e l’ineludibile solitudine in cui ognuno viene a trovarsi nella precaria costruzione della propria individualità morale e civile.

Questi schematici cenni servono per dare un’idea di come sia indispensabile immaginare associazioni politiche che vivano come normale l’attrito tra appartenenza e unicità/autonomia della singola persona. Ce la faremo a spezzare la spirale che parte dalla rissa per l’incapacità di vivere una situazione associativa plurale e finisce con l’uomo solo al comando? Se una moderna e laica forza di sinistra non ce la farà a risolvere questi problemi, varrà poco lamentarsi dell’exploit della signora Le Pen… Di più: la medesima parola sinistra diventerà inutilizzabile e priva di significato se non si ritornerà al principio aureo della grande politica: sono quel che faccio e non ciò che predico!

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci

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Acqua, cosa comunica la bolletta?

Può sembrare una domanda provocatoria, ma cosa comunica la bolletta? Spesso è solo considerato uno strumento amministrativo, un documento che ci dice che dobbiamo pagare, ma non ci porta quelle doverose informazioni che ci servono o comunque non lo fa con la dovuta chiarezza.
Non tutti sanno che spetta a un organismo nazionale (Autorità per l’energia elettrica e il gas) fissare e approvare le tariffe, applicando un metodo che risulta essere uno strumento per esperti burocrati, poco comprensibile per i cittadini. La bolletta rappresenta il principale strumento di comunicazione in quanto raggiunge tutti gli utenti, pertanto devono essere particolarmente curate la trasparenza, la chiarezza, la precisione.

Analizzando il settore dell’acqua ed in particolare il suo sistema tariffario, diventa fondamentale parlare di “comunicazione”, ovvero tenere in grande considerazione il sistema di relazioni e di informazioni con il cliente che spesso subisce la tariffa senza capire né i propri consumi né il reale costo. Il compito della comunicazione diventa dunque fondamentale sia per soddisfare il giusto bisogno di essere informati sia per ricercare la dovuta trasparenza negli atti amministrativi.
Il cittadino-cliente chiede, infatti, soprattutto trasparenza, ha bisogno di sentirsi parte del sociale e chiede strumenti di integrazione e di partecipazione attiva. Senza una forte crescita culturale collettiva, difficilmente si riesce a portare il settore a livello di sufficienza. E’ noto che viviamo, al contrario, in una società in cui è difficile chiedere collaborazione ed in cui la fiducia è un valore ancora più difficile da ottenere, ed è proprio per questo che è necessario investire nello sviluppo della comunicazione, anche per favorire comportamenti virtuosi tra i cittadini. E’ dunque richiesta ai gestori una crescente attenzione ai temi dell’informazione e del sistema di comunicazione, attraverso la costituzione di Uffici di relazione con il pubblico, la stesura di specifici documenti quali la Carta dei servizi, il regolamento per l’accesso agli atti, il Codice deontologico; è comunque necessario che siano contenuti chiaramente i principi per la tutela dei clienti, il diritto alle informazioni, le condizioni contrattuali, indicazioni sulla semplificazione delle procedure, e che si punti ad un continuo miglioramento (anche per mezzo di indagini di soddisfazione dei clienti).
Di particolare rilevanza diventa dunque, con quali strumenti, con quali modalità e soprattutto con quali risultati pratici i gestori “comunicano” agli utenti i contratti, i documenti tecnici, i regolamenti e soprattutto le tariffe applicate e tutti quegli aspetti ad esse direttamente collegati.

La bolletta deve essere chiara, comprensibile, trasparente, precisa e deve presentare:

  • il consumo e il periodo di riferimento;
  • m3 consumati: se il consumo è stimato, questo deve essere esplicitato e deve essere indicato su quali dati viene fatta la stima (es: consumo effettivo periodo precedente);
  • date di lettura del contatore e unità di misura;
  • articolazione tariffaria e fasce di consumo con indicazione distinta delle tariffe di acquedotto,
  • fognatura e depurazione;
  • gli addebiti per le imposte;
  • separazione di altri oneri e spese;
  • scadenze e pagamenti, relative modalità;
  • morosità di bollette precedenti;
  • penali, conguagli e rimborsi;
  • decorrenza esatta degli incrementi tariffari e relative decorrenze;
  • qualità dell’acqua e caratteristiche tecniche gestionali;
  • minimo impegnato e addebito quote fisse;
  • dati identificativi dell’utente e recapito;
  • informazioni e comunicati;
  • altro…

Per quanto attiene in particolare la qualità dell’acqua, si ricorda che i gestori devono individuare idonee modalità di comunicazione relativamente all’acqua erogata ai vigenti standard di legge; in particolare, sono tenuti a fornire i valori caratteristici indicativi dei seguenti parametri relativi all’acqua distribuita:

  • durezza totale in gradi idrotimetrici (_F) ovvero in mg/l di Ca
  • concentrazione ioni idrogeno in unita e decimi di pH
  • residuo fisso a 180 _C in mg/l
  • nitrati in mg/l di NO in base 3 e nitriti in mg/l di NO in base 2
  • ammoniaca in mg/l di NH in base 4
  • fluoro in micron/l di F e cloruri in mg/l di Cl

Almeno semestralmente il gestore dovrebbe inviare una lettera a tutti gli utenti, contenente i principali parametri dell’acqua potabile fornita.
Occorre anche verificare con attenzione “l’invio delle bollette” che spesso crea disguidi, interferenze e problematiche varie; non si tratta solo di anagrafiche o di cambio d’indirizzi, ma proprio di difficoltà di consegna. Così come va definito con chiarezza l’eventuale invio di unica bolletta in presenza di più servizi (fenomeno in crescita data la tendenza industriale di imprese pluriservizio). In un’azienda multiservizio, infatti, la fatturazione in genere è caratterizzata da processi integrati di lettura e di calcolo e questo può anche essere un beneficio per il cliente (unico canale di comunicazione, meno fatture, minor impegno, minori costi di stampa e di invio, ecc.) se prodotte nel rispetto della chiarezza e della separazione contabile.
Da tempo si cerca in generale di contrastare il “burocratese”, ovvero la capacità di esprimere in modo difficile cose semplici, ma questo a volte gioca a favore della non chiarezza. La semplificazione del linguaggio amministrativo è stato anche oggetto di molte direttive nei vari settori, ma la sua applicazione è ancora complessa. La completezza e l’accessibilità all’informazione è uno dei punti fondamentali presenti nella Carta dei servizi; il gestore deve infatti assicurare al cliente l’agevole accesso ad ogni informazione, impegnandosi a verificare la chiarezza e la comprensività dei testi, la loro accessibilità al pubblico, nonché il grado di conoscenza delle principali informazioni da parte dei soggetti destinatari.

Si ritiene opportuno citare in proposito alcuni obblighi del gestore tra cui:

  • rendere note agli utenti, tramite appositi opuscoli, le condizioni di somministrazione del servizio e le regole del rapporto intercorrente fra le due parti;
  • informare sulle procedure di pagamento delle bollette sulle modalità di lettura dei contatori, nonché sulle agevolazioni esistenti per ogni eventuale iniziativa promozionale. Al fine di agevolare la pianificazione delle spese familiari il gestore informa annualmente e di volta in volta sul calendario delle scadenze delle bollette;
  • informare l’utenza circa il meccanismo di composizione e variazione della tariffa nonché di ogni variazione della medesima e degli elementi che l’hanno determinata;
  • informare l’utenza circa l’andamento del servizio di fognatura e depurazione; in particolare è tenuto a fornire informazioni in merito ai fattori di utilizzo degli impianti di depurazione, ai limiti allo scarico, alle caratteristiche di qualità degli effluenti depurati, alla qualità e destinazione finale dei fanghi di depurazione;
  • informare l’utenza, su specifica richiesta, degli effetti a carico del corpo idrico recettore determinato dagli effluenti depurati, anche in considerazione dei fattori di utilizzo degli impianti.

Bisogna maturare la consapevolezza che occorre potenziare le politiche per il consumatore e gli strumenti di regolazione che lo riguardano.
Si rileva sempre più spesso che le principali esigenze dei cittadini sono tre:

1) la sicurezza, ovvero la consapevolezza di essere protetto e considerato;
2) la trasparenza, ovvero la visibilità delle logiche usate per amministrare i servizi:
3) il benessere, ovvero la diffusione di strumenti di qualità della vita.

Su questa base diventano fondamentali due fattori: la comunicazione (saper informare) e la certificazione (ricerca di qualità).

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I nostri bisnonni giocavano così Mezzo secolo di balocchi in mostra

di Davide Tucci

Birilli in legno e case di bambole che sembrano vecchi set cinematografici. Decine di modelli diversi di Pinocchio e peluche d’altri tempi che raffigurano gli animali delle favole di Fedro ed Esopo. Ci sono Topolino e i concorrenti Tom & Jerry di Hanna-Barbera, le automobiline aerodinamiche dell’immaginario futurista, cavalli a dondolo e giochi da giardino… E poi banchetti scolastici, lavagne e camere da letto in stile liberty.

Anche se dell’epoca dei nostri bisnonni, i giocattoli raccontano storie, sprigionano sensazioni ed emanano profumi che ci avvolgono nell’abbraccio etereo, e al contempo ovattato, dell’infanzia. Madeleine per la vista e per il tatto che ci restituiscono a una dimensione perduta, seppur nitida nella nostra mente. Fino al 14 giugno, i giochi della prima metà del Novecento rivivranno ne “La camera dei bambini”, una mostra di 400 pezzi che appartengono alla collezione di Maurizio Marzadori, noto antiquario bolognese e titolare della galleria Freak Andò.

L’esposizione, allestita nella biblioteca Sala Borsa di Bologna in occasione della “Fiera internazionale del Libro per ragazzi”, è stata inaugurata dal professor Antonio Faeti, dal designer Lucy Salamanca e dallo stesso Marzadori. Che spiega: «I pezzi in mostra sono solo la metà di tutti quelli che sono riuscito a raccogliere in 25 anni. I primi acquisti li ho fatti per arredare la cameretta della mia bambina. Alcuni di questi elementi sono già stati ammirati al Moma di New York, ospiti della rassegna internazionale “Century of the child”. Tra i giocattoli, ci sono creazioni della ditta Lenci e oggetti realizzati coi personaggi del “Corriere dei piccoli”, come Bonaventura di Tofano e Fortunello. Molti dei mobili, se non addirittura intere camerette, sono stati creati da designer del calibro di Antonio Rubino, Ernesto Basile, Giuseppe Pagano e altri artisti del primo Novecento. Gli arredi scolastici, invece, vengono dagli istituti Montessoriani e appartengono in larga parte alla corrente razionalista».

La mostra si snoda in tre percorsi: si comincia dai giocattoli, tra i quali non mancano le bambole ispirate all’illustratore Marcello Dudovich e un’intera sezione dedicata all’iconografia di Pinocchio, che ha trovato nel film Disney del 1940 uno spartiacque raffigurativo. I giochi prodotti durante il ventennio fascista riflettono l’attenzione rivolta all’infanzia dal regime. Un’attenzione che si concreta in forme e simbologie che appartengono alla retorica mussoliniana.

L’arredo delle camerette, invece, naviga attraverso diverse correnti artistiche, dal Liberty al Futurismo così come inteso da Giacomo Balla. Viene facile immaginare i pargoli, avvolti in abbondanti camicie da notte bianche, mentre si addormentano sfiniti nel ligneo tepore di quei lettini. Si prosegue con la sezione dedicata alla scuola, in cui campeggiano i sedili rustici e le cattedre pieghevoli create dal pedagogo Luigi Marcucci, l’ideatore delle “Scuole rurali” che nacquero durante l’ultima epidemia di malaria. Proprio accanto, il coloratissimo materiale didattico degli istituti Montessoriani, tra cui spiccano una sedia intarsiata di Carlo Zen e uno scrittoio in vetro dell’architetto Giò Ponti.

Il traguardo finale è il piccolo angolo “Toy store”, colmo di coloratissimi giocattoli e lampadari in legno, stilizzati, originali e, in alcuni casi, meccanizzati. Come scrive Antonio Faeti: «La cameretta è il centro del mondo dei più piccoli. Lì c’è un mondo unicamente loro. È lo spazio di creatività, fantasia, poesia. Parlandone, si tocca molto facilmente un tratto decisivo della crescita infantile… E si è indotti a fare i conti con una realtà che noi adulti censuriamo e allontaniamo».

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Bilancio in attivo e trend in crescita, il gioco d’azzardo è la terza impresa italiana

Il settore del gioco d’azzardo dà lavoro a circa 120mila addetti e coinvolge circa cinquemila aziende, grandi e piccole. Il giro d’affari complessivo del gioco legale in Italia è di 71,6 miliardi ed equivale al 4% del Pil nazionale. A questi si devono aggiungere, probabilmente per difetto, dieci miliardi di euro guadagnati dalla criminalità organizzata grazie a videopoker e slot machine.
Dunque, “benvenuti ad Azzardopoli, il paese del gioco d’azzardo, dove – quando il gioco si fa duro – le mafie iniziano a giocare”. Con sarcasmo “Libera”, l’associazione che promuove la cultura della legalità e contro le mafie lotta, ha messo in parafrasi il John Belushi di Animal House quando una paio d’anni fa, ha redatto il suo dossier Azzardopoli 2.0 sul gioco d’azzardo in Italia. Uno strumento tuttora fondamentale per comprendere le dinamiche criminali e avere una dimensione del fenomeno. I dati che emergono sono allarmanti. Il rapporto definisce quella del gioco d’azzardo “la terza impresa italiana” (con forti probabilità di diventare la seconda), l’unica con un bilancio sempre in attivo e che non risente della crisi che colpisce il nostro paese. 49 sono i clan che gestiscono i cosiddetti “giochi delle mafie”, e vanno dal Nord al Sud dell’Italia, da Chivasso, in Piemonte, a Caltanissetta, passando per la via Emilia e Roma.

L’Italia è al primo posto in Europa e al terzo nel mondo tra i paesi che giocano di più. Gli italiani nel 2012 hanno speso 1260 euro pro capite in macchinette e gioco d’azzardo. La regione in cui si gioca di più è la Lombardia con 2 miliardi e 586mila euro, seguita dalla Campania con un miliardo e 795mila. In fondo alla classifica il Lazio, con un miliardo e 612 mila euro. L’Emilia-Romagna si piazza tra le prime cinque regioni, con un miliardo e 106mila euro. A livello locale Pavia, cittadina rinomata per la sua università e per la sua storica Certosa, è stata definita dal New York Times “la capitale italiana delle slot machine in Italia”: qui si trova una macchinetta ogni 110 abitanti, su una popolazione di circa 68.000 anime, con 2123 euro di spesa annua pro capite.

Ma chi sono i giocatori più incalliti? I più colpiti dal fenomeno sono le persone con minori risorse economiche e culturali e gli anziani, che avendo più tempo a disposizione cadono più facilmente in tentazione. Anche i giovani sono a rischio: è di questi giorni la notizia che la Campania si trova in cima alla classifica del gioco d’azzardo minorile con il 57,8% degli studenti giocatori, contro una media nazionale del 47,1% dei giovani delle scuole medie superiori.

L’azzardo è uno dei pochi settori che non ha risentito della crisi economica, ma anzi si rafforza delle scommesse di chi spera di incrementare i propri risparmi o la pensione, con rischi sociali e patologici altissimi. Quasi due milioni sono i giocatori sociali, ossia quelli a basso rischio di dipendenza, mentre sono più di 800mila le persone che rischiano la patologia.
La ludopatia – o azzardopatia, come taluni preferiscono – si nutre di disagio sociale, di povertà e di microcriminalità, ma anche della riduzione o scomparsa dei tradizionali luoghi di aggregazione, e rischia di trasformarsi sempre più in una piaga sociale con risvolti economici devastanti, soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione.

Tutti i numeri di Azzardopoli

  • 76,1 miliardi di euro il fatturato del mercato legale italiano del gioco nel 2011, primo posto in Europa e terzo posto nel mondo tra i paesi che giocano di più
  • 1260 euro pro capite (neonati compresi) la spesa per i giochi
  • 10 miliardi di euro il fatturato illegale
  • 49 clan si spartiscono la torta del mercato illegale del gioco d’azzardo
  • 800mila persone dipendenti da gioco d’azzardo e quasi due milioni di giocatori a rischio
  • 10 le procure della Repubblica direzioni distrettuali antimafia che nell’ultimo anno hanno effettuato indagini
  • 22 le città dove nel 2010 sono state effettuate indagini e operazioni delle forze di polizia con arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata
  • 25mila-50mila euro al giorno il ricavo del clan Valle-Lampada per la gestione di videopoker e macchinette slot-machine
  • 400mila slot machine in Italia, una macchinetta “mangiasoldi” ogni 150 abitanti
  • 3.746 i videogiochi irregolari sequestrati nel 2010, alla media di 312 al mese
  • 120.000 gli addetti che lavorano nel settore, che muove gli affari di 5.000 aziende
  • Lombardia la regione dove si spende di più
  • Tre volte alla settimana la media di gioco per i giocatori patologici, più di tre ore alla settimana e per una spesa ogni mese dai 600 euro in su
  • 5-10% il sovrapprezzo che i clan pagano sui biglietti vincenti del Gratta e Vinci per riciclare soldi
  • 294 sale e più di 50mila slot machine distribuite tra Roma e provincia.
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Crescono gli stranieri in regione, 180mila in più negli ultimi cinque anni

di Emiliano Trovati

La crisi non ferma il flusso dei migranti e grazie a questo la popolazione in regione continua a crescere. Dal 2008, infatti, anno di inizio della recessione, gli stranieri residenti in Emilia Romagna sono aumentati di 181.832 persone, quasi una città (è lo stesso numero di abitanti di Parma). Il dato emerge da uno studio discusso oggi in Regione, a margine del dibattito sul programma biennale 2014-2016 per l’integrazione degli stranieri.

Come indica chiaramente lo studio, è propria l’ingresso degli immigrati ad aver consentito la crescita del 10% negli ultimi dieci anni della popolazione residente in regione. La presenza degli stranieri, all’incirca di 547.552 persone su una popolazione totale di 4.471.104, è stata coadiuvata nel tempo dal programma biennale d’integrazione. Questo strumento di mediazione interculturale agisce in tre direzioni: potenziare le iniziative locali per l’apprendimento e l’alfabetizzazione alla lingua italiana, la mediazione culturale e l’informazione sui diritti e doveri degli stranieri.

Anche se negli ultimi anni gli stranieri in ingresso per motivi di lavoro si riducono, mentre sono rimasti stabili quelli per ricongiungimento familiare, secondo la Regione, nel breve periodo, sarà possibile un processo di riqualificazione dei lavoratori stranieri disoccupati.

Come emerso durante i lavori, la normativa regionale sul lavoro e immigrazione risulta datata e va cambiata. A dirlo è l’assessore al Welfare, Teresa Mazzocchi, che ha dichiarato: “la legge regionale è stata approvata in uno scenario decisamente diverso dall’attuale”. Riferendosi, invece, al programma di integrazione degli stranieri, ne ha sottolineato l’importanza, descrivendolo come “uno strumento trasversale che pone al centro della programmazione il tema di una società emiliano-romagnola interculturale, con un fenomeno migratorio stabile in cui coesistono persone provenienti da oltre 170 paesi differenti”.

[© www.lastefani.it]

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Fiera internazionale del turismo di Mosca, Emilia Romagna al top

Da MOSCA – Centomila visitatori e più di tremila aziende partecipanti che presentano oltre 185 destinazioni turistiche in tutto il mondo. Sono i numeri del Mitt, la Fiera internazionale del turismo, una delle cinque più grandi del mondo nel settore e la più grande della Federazione Russa, la cui ventunesima edizione si è conclusa sabato.

Mi sono recata all’Expocentre principalmente per due ragioni: in primis, perché quest’anno l’Italia è il Paese partner della fiera (il 2014 è l’anno incrociato del Turismo Italia-Russia, come vi abbiamo accennato nel testo sul Gran ballo russo a Roma), e volevo, dunque, verificare se davvero tutto questo parlare di cultura e arte nella nostra penisola trovava una voce in questo evento; in secondo luogo, perché mi interessava vedere se la mia bella e ricca regione vi era degnamente rappresentata.

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Mitt, stand dell’Italia

Devo ammettere che, se alla prima motivazione che mi aveva condotto lì, abbiamo dimostrato, ancora una volta, come tutto il discorso sulla cultura in Italia sia nuovamente, e spesso, un vuoto e mero bla bla (abbiamo sprecato una grande ed ennesima opportunità nel non insistere sulle nostre bellezze, lasciando unicamente la parola a brochure fiammanti e ammiccanti di alberghi lussuosi e belle donne eleganti), alla seconda ho avuto ben altra e soddisfacente risposta.
Mi si potrebbe obiettare che il turismo russo sia molto di massa e spesso interessato a località balneari leggere e un po’ vuote (testimoniato dalla grande affluenza agli stand delle “goderecce” isole spagnole e greche), oltre che al nostro stile in tema di vestiti e cibo (campeggiavano, ovunque, pubblicità di abiti, taralli e vini, senza nulla voler togliere a quest’ultima dimensione della nostra cultura); ma è anche vero che una maggior enfasi sulle nostre bellezze storiche e uniche, avrebbe giovato agli occhi e allo spirito di ogni visitatore. Sugli stand degli altri paesi ospiti campeggiavano bellissime e imponenti immagini di antichi palazzi, musei, teatri, sui nostri non comparivano belle fotografie ma scritte standard, degne di una tipografia minimalista di periferia, oltre a qualche foto qua e là, peraltro di scarsa qualità grafica.

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Fiera internazionale del turismo di Mosca, Emilia Romagna al top

Se lo stand di Roma capitale si differenziava un po’ per la presentazione del video di Folco Quilici sul Lazio, distribuito gratuitamente, quello dell’Emilia-Romagna (magari lo scrivo anche con un po’ di sano campanilismo), presentava un’offerta turistica davvero variegata. Nello stand regionale di 70 metri quadrati, coordinato da Apt servizi, sono stati ospitati circa 25 operatori turistici che hanno presentato le novità 2014 nello strategico mercato della vacanza che, nel 2013, ha raggiunto sulla Riviera circa un milione e duecentomila presenze. Il 19 marzo, la Regione aveva anche organizzato una serata di presentazione delle sue eccellenze, a bordo del battello Radisson royal cruise in navigazione sulla Moscova: dal genio artistico di Federico Fellini e Tonino Guerra al “sogno” a quattro ruote Ferrari, dall’enogastronomia unica, all’offerta di vacanza delle città d’arte e cultura, simboleggiata da Ravenna con i suoi mosaici patrimonio Unesco e città candidata a Capitale europea della Cultura 2019. Sul battello sono stati esposti anche i mosaici dell’artista ravennate Marco Bravura e il programma prevedeva l’intervento del direttore della Ferrari driver academy, la video-intervista a Lora Guerra, vedova del compianto Tonino Guerra, il saluto della nipote di Federico Fellini, Francesca.

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Fiera internazionale del turismo di Mosca, Emilia Romagna al top

Se le mie critiche all’organizzazione generale da parte dell’Enit possono essere legate al fatto che mi sono recata all’evento sabato (giorno di apertura al pubblico, ma proprio per questo, a mio avviso, importante per la nostra immagine), lo stand emiliano mi rassicurava con carnet di viaggio che raccoglievano belle e colorate fotografie e racconti, in russo, di escursioni nella natura e nelle città d’arte emiliane (ammetto che mi sarebbe piaciuto vederne uno su Ferrara, visto che i travel notes distribuiti sono concentrati sulla riviera romagnola, e che Ravenna, considerata la sua candidatura del 2019, attira tutta l’attenzione). Di Ferrara ho trovato un opuscoletto leggero, segno che esistiamo in questa grande realtà moscovita. Parlando con alcune ragazze allo stand emiliano mi hanno rivelato che, a loro grande sorpresa, quest’anno la richiesta di informazioni sulla città è molto aumentata rispetto agli anni scorsi. Segno che, anche qui, la si vuole conoscere di più e meglio. Credo che nel 2015, si debba pensare a qualcosa di più per promuovere la nostra città…

Ho concluso il mio giro da curiosa, con un passaggio agli stand dei musei Ferrari (quello di Maranello e quello di recente apertura di Modena), dove ho mi sono persa in chiacchiere con i responsabili del marketing di queste strutture molto visitate anche dai russi. All’Emilia terra di motori (presentata anche in queste sua veste, in conferenza stampa), a nostro avviso, dovremo però dedicare un apposito e degno spazio. A seguire.

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La Grande Bellezza, un’abbagliante bulimia citazionistica

di Salvatore Billardello

Forse qualcosa è ancora rimasto da dire sul motivo per cui La Grande Bellezza ha avuto così tanti consensi all’estero e – a scoppio ritardato – in Italia. Iniziamo mettendo le mani avanti: a giudizio di chi scrive, il film risente eccessivamente dello stridore tra le allusioni simboliche, soltanto accennate e rapidamente abbandonate, e i referenti che incarnano questi significati – monumenti, cardinali o spogliarelliste che siano. Un impasto di sacro e profano, di starlette e cardinali, di eterno e caduco, che non provoca il febbrile brivido del tempo perduto al quale aspirerebbe Sorrentino, ma una certa indigestione dovuta all’accumularsi di metafore e citazioni impegnative in un contesto che non pare il più adeguato a metterle a proprio agio. L’effetto raggiunto è un involontario kitsch spinto, se non proprio la banalità più trita. Ma gli spunti interessanti indubitabilmente non mancano. Qui vorrei soffermarmi su due in particolare, perché grazie alla loro fusione Sorrentino si aggiudica un sicuro riscontro di pubblico e critica e ci induce – non so quanto consapevolmente – ad una riflessione sulla società di oggi: l’accumulo di citazioni e il topos della festa.

Il regista ha sempre ambito a fare il postmoderno, mescolando registri, codici e situazioni diversissimi, senza offrire un punto di vista privilegiato. Qui ci riesce maluccio, ma non è questo il punto. Nella Grande Bellezza c’è una mitologia di riferimento altissima: le occasioni perdute di Proust, citato scopertamente in una delle scene iniziali del film, animano lo sciupìo incallito dell’amore e del tempo del tragicomico Jep; l’evanescenza languorosa dell’apparato umano che popola le terrazze romane ricorda tanto le ambientazioni di Francis Scott Fitzgerald; lo strepitoso scambio di battute finali tra Gassman, Tognazzi, Mastroianni e Trintignant ne La Terrazza tiene a battesimo la requisitoria di Jep contro la vocazione civile sinistrorsa di Stefania. La cornice del testo è poi la celiniana citazione di apertura, come ad anticipare il senso inconcludente delle passeggiate del “re dei mondani”. Ad un certo punto, affiora persino un rapido, amletico richiamo a Breton. Di fronte a tale corredo di ammiccamenti, il più sincero, cioè l’unico adeguato al film, appare quello a Flaubert e al suo leggendario romanzo sul nulla. Perché La Grande Bellezza alla fine rimane una incompiuta sarabanda di umanoidi in disfacimento che nulla fanno e che al nulla tendono.

Ma è un nulla di concetto, questo sì, quello di Sorrentino. Pauline Kael, famosa critica americana, chiamò nel 1960 “come-dressed-as-the-sick-soul-of-Europe party” il genere di film sullo stile della Dolce Vita. La Grande Bellezza si inserisce comodamente in questo solco: è l’ennesimo film sulle feste senza che vi sia più nessun rito da officiare, se non la perdita di sacralità assoluta della contemporaneità, ed è l’ennesimo film sulle feste che riscuote un certo successo. Cosa sono i party dati da vecchi scarponi, da giovani rampolli arricchiti e da circoli pseudoesclusivi se non la manifestazione più alta del puro nulla, della straordinaria arte del velleitarismo instancabile, che va periodicamente in scena col solo scopo di “guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un poco in giro…”, come afferma l’oracolo Jep? La festa della Grande Bellezza, questa logorrea di grandi dichiarazioni di intenti (le citazioni di cui sopra) risolte con esiti altalenanti, che caratterizza in egual misura l’ambizioso regista e i suoi personaggi, incarna l’enorme sperpero di talento di ciascuno di noi, dell’eredità dei padri spesa in chiacchiere, in alcol e in produzioni cinematografiche senza più radici (un confuso Sorrentino ha però l’ardire di affermare, tramite Suor Maria, che quest’ultime “sono importanti”). Da questo punto di vista, la pellicola appare una perfetta messa in scena non solo della romanità, non solo dell’Italia, ma di tutta la modernità. “So’ belli i nostri trenini, perché non vanno da nessuna parte” affermano all’unisono un amaro Jep, un compiaciuto Sorrentino, il pubblico gaudente e le giurie votanti, all’insegna del più narcisistico nichilismo. Che nel 2014 si conferma utile lasciapassare per ritirare premi e approvazioni.

[© www.lastefani.it]

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Selfie, l’identità in vetrina

Bisognerà spiegarsela questa esasperata mania di fotografarsi nei luoghi più disparati e quotidiani. Selfie è la parola dell’anno secondo l’Oxford English Dictionary; la moda intercetta la tendenza ad una esasperata narrazione di sé. Una volta ci si faceva fotografare in vacanza e nelle occasioni speciali, l’autoscatto sembrava triste ed era limitato a condizioni di necessità, quando nessuno poteva aiutarci per la foto-ricordo, adesso sembra che esprima la convinzione che solo noi sappiamo “capirci così bene”.
E non è più solo la vacanza il luogo. Il quotidiano recupera interesse, proprio in quanto scenario reale della nostra vita che deve essere resa significativa da un gesto che la catturi, per non scorrere insignificante. Così, l’autoscatto ci coglie sul treno, all’uscita da un’aula, al bar con gli amici, davanti ad un piatto, in un negozio mentre ci proviamo un abito, in un’abituale scena familiare.
È come se, per vederci, dovessimo essere visti con occhi “oggettivi”, possibili solo quando l’oggetto guardato è distaccato dall’atto del guardare e trova una sua consistenza, acquista stabilità, diventa un supporto fisico.
Per spiegare tutto ciò è fin troppo facile evocare il narcisismo dilagante di un io fragile che cerca conferme e consonanza relazionale in un tempo di diffusa insicurezza.
Con gli autoscatti esprimiamo il bisogno di lasciare tracce: una sorta di ricerca di consistenza in un mondo sempre più veloce, che tende ad evaporare ad ogni istante. Fissiamo i nostri momenti di eternità, ridiamo senso ad un quotidiano che spesso sembra non averne se non nei legami che lo popolano. Cerchiamo il valore delle piccole cose, una sorta di zavorra contro l’evanescenza e l’irrilevanza in un mondo senza ordine, chiediamo di essere riconosciuti e, innanzitutto, di essere visti, Se altri più solidi riferimenti mancano, per costruire l’identità, le pagine dei social network fungono da supplenza.
Lo spazio privato ha bisogno di un palcoscenico pubblico. Lo sguardo degli altri ti fa più bella, recita il claim di un efficace video pubblicitario di una marca di sapone molto diffuso che descrive e confronta ritratti di donne, ritratti realizzati sia attraverso la descrizione diretta delle donne protagoniste, sia attraverso descrizioni delle stesse da parte di altri. Alla fine del video, i ritratti vengono confrontati: in quelli che sono il risultato della descrizione altrui le donne appaiono più belle, sorridenti, meno segnate dalla fatica e dal tempo.
Non potrebbe essere meglio interpretata la ragione del grande impegno di energie per una manutenzione del sé che, abbandonati i canoni di un’attenzione estetica esasperata, si volge ad alimentare quotidianamente le bacheche e i profili, sempre più numerosi e adattati alla diversa cifra comunicativa dei social che li ospitano: da Facebook a Pinterest, da Linkedin a Instagram, per citarne solo alcuni…
La pratica del selfie può essere piuttosto considerata la ricerca di un reciproco, permanente e universale specchio: lo sguardo degli altri è un’indispensabile via di riconoscimento, in assenza di altri più consistenti ancoraggi.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: le dinamiche della scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

Nudità e corporeità

Nudità e corporeità sono atteggiamenti (e concetti) molto simili, quasi sovrapponibili e legati nella maggior parte dei casi a esperienze artistiche che in gran parte hanno siglato il Novecento. Il cinema ci ha abituato a questa progressiva spoliazione fino al limite (ora superato) del sesso maschile in attività. Altrettanto in certe performances si è visto e rivisto; ma nella progressiva liberazione dai panni la nudità è diventata anche protesta politica come quella del gruppo di Femen o delle ragazze incarcerate perché hanno inscenato una protesta politica a seno nudo nelle chiese ortodosse russe.

Anche questo uso viene superato ora con una molto originale (?) azione inscenata a Firenze davanti a uno dei più celebri quadri di ogni tempo, La Primavera di Botticelli. Riportano le cronache che un uomo si è rapidamente sbarazzato di tutti i vestiti e nudo si è prostrato davanti all’opera spargendo petali di rosa profumati. Il tempestivo arrivo dei custodi non è stato però così rapido da non permettere quello che forse era l’intendimento dell’attore di questa scena: essere registrato in una foto che sarà guardata da milioni di persone. Dunque la nudità diventa immagine che si propone come sostitutiva della sessualità.

Già da tempo i cinema a luci rosse ci avevano abituato alla mimesi dell’atto sessuale dove tra ansiti e mugugni di fronte all’esplosione di performances inaudite per gli avidi spettatori si consumava la solitudine di un inevitabile autosoddisfacimento. Tempi lontani ora sostituiti dai più tecnici siti dei media dove sempre di più l’erotismo è consumato in solitudine senza bisogno del partner etero o omo che sia. A questo sistema si abituano molti “utenti” di ogni età quasi che “fare sesso”, come hanno proclamato da tempo culture diversamente soggette a vincoli religiosi o etici, diventi un fatto puramente immaginativo.
E così nascono situazioni artisticamente straordinarie come quelle espresse nel film Lei dove il protagonista fa l’amore con una voce registrata e non con una partner. La solitudine del sesso si esprime in questa rassegnazione a una facoltà immaginativa che non cerca l’altro ma si autocompiace della propria e unica fonte. Se stessi. La nudità dunque perde ogni carica eversiva mentre lo scandalo o perlomeno il proibito si trasferisce alla parola che spalanca violenze e situazioni apparentemente invalicabili.

Su questo stesso giornale la violenza della parola molto peggio di quella carnale o dello scandalo della nudità è stata giustamente sottolineata da Mauro Presini nell’articolo in cui commenta una frase del critico d’arte Vittorio Sgarbi, candidato dai Verdi alla guida del comune di Urbino. Ecco il punto dell’articolo di Presini che m’interessa sottolineare: “Esprimendo il proprio pensiero – riferisce l’articolista – a proposito della proposta di rendere il centro storico accessibile attraverso l’uso di scale mobili e di ascensori gratuiti, il nostro ha dichiarato: ‘Mi fa schifo solo la parola. Una città civile non ha né ascensori né scale mobili. Solo quelle abitate da nani, zoppi e handicappati hanno le scale mobili. Se le devono mettere nel culo’.”
L’uso della metafora sessuale così cara a Grillo (il vaffa…) si associa a un concetto chiaramente riconducibile alla sfera della corporeità altra: i nani, gli zoppi, gli handicappati, strappando nell’immagine di una nudità della parola l’orrenda simbologia che non è parlar chiaro ma esprimere la violenza dell’immagine che si realizza nella parola.

Solo pochi decenni fa nel 1960 in Inghilterra si è permessa la pubblicazione di un libro che ora appare innocente come L’amante di Lady Chatterley scritto da Lawrence nel 1928. Anche qui l’erotismo che gioca una importante parte nel triangolo tra la donna, il marito paraplegico, e l’operaio che sostituisce il dovere/piacere del sesso non esercitato dal marito. La nudità della parola è molto più complessa di quella del corpo, ma anche più nociva quando non descrive l’atto sessuale anche il più perverso ma si accanisce sull’orrore della debolezza di chi non sa né può difendersi.
Ancora una volta il parallelo tra le arti assegna alla parola il primato sulle altre forme d’espressione. Perfino il twittare può rivelare nella nudità dei 140 caratteri una perfidia etica difficilmente controllabile. Una specie di slogan pericoloso nel cui nome si affrontano battaglie cruente. Ma ciò che colpisce veramente è il senso di come la globalizzazione dei concetti, delle parole, dei modi di espressione nel momento stesso che si compie in simultanea ci restringe nel cerchio della solitudine e del solipsismo.

Il comunicare attraverso il corpo (scusatemi la sentenza degna di Crozza che imita Renzi) in fondo ribadisce la solitudine. Il concetto di nudità del corpo è molto familiare a chi, come chi scrive queste note, è stato osservatore attento della ribellione studentesca degli anni Sessanta. Dal raduno nel 1968 sull’isola di Wight al musical Hair fino alla moda del naturismo che ha raggiunto il suo apice negli anni Ottanta per poi tramontare. Ma alla mia generazione la scoperta della nudità del corpo è affidata anche alle atroci immagini dei campi di concentramento nazisti colte nel momento della liberazione. Un indicibile e indimenticabile galleria dell’orrore ma comunque essa sia stata ripresa nel tempo, nulla raggiunge la testimonianza della parola che descrive quella nudità: come in Primo Levi. Tramontata la sacralità del corpo, resa usuale la trasmissione della bellezza o dell’orrore del corpo nudo nelle arti, la nudità rimane ora l’espressione più icastica di una solitudine e di una scelta solipsistica.

Ma già Lui, Dante, ne aveva capito la potenza e la grandezza. Non nei corpi nudi dei dannati o degli espianti, ma in quella sublime nudità che è la testimonianza più alta della missione unica che Francesco, il poverello, prende su di sé. E si spoglia nudo per sposare una donna che nessuno vuole. La povertà. Chi voglia riconoscere la grandezza della parola che descrive questa nudità legga o rilegga il canto XI del Paradiso. E ora? Forse l’esibizione di una lap dance o certe serate eleganti trascorse in villa testimoniano il degrado della nudità del corpo.

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Autodeterminazione dei popoli, un diritto a singhiozzo

di Gianluca Ciucci

Il concetto di autodeterminazione dei popoli è vago come stelle dell’Orsa, volubile come solo l’uomo sa essere, abusato e, a volte, violentato come solo la politica sa fare.
Invocato centinaia di volte nel secolo breve che ci siamo lasciati alle spalle, l’ultima applicazione di questo principio si è visto pochi giorni fa nel referendum che ha sancito il ritorno della regione della Crimea nella Federazione russa. Ma può un voto popolare che sancisce il “cambio di casacca” di una popolazione, più o meno grande che sia, rientrare nell’ambito del diritto inalienabile (ius cogens) di un popolo di autodeterminarsi? A sentire i politici di ogni risma, la risposta è sì, ma solo quando fa comodo, per cui anche no, per lo stesso motivo. Basti pensare ai miseri salti di piccoli paesi da una provincia all’altra: ce ne sono almeno un paio all’anno in Italia. Oppure alla sparata di un Salvini qualunque, che, sventolando la bandiera di Crimea (come un novello Cavour), brandisce l’idea di un referendum simile per staccare il Veneto, e perché no anche il Salento, dal resto del Belpaese. Se però ragionassimo in punta di diritto (parole ostiche nei tempi che viviamo: ragionare e diritto), la risposta alla domanda sarebbe, cristallinamente, no.
Il principio di autodeterminazione dei popoli sancisce il diritto di un popolo sottoposto a dominazione straniera ad ottenere l’indipendenza, associarsi a un altro stato o comunque a poter scegliere autonomamente il proprio regime politico. Questo principio è un diritto internazionale generale e viene riconosciuto dalla Società degli Stati. Venne enunciato per la prima volta da Woodraw Wilson, ventottesimo presidente degli Stati Uniti, in occasione del Trattato di Versailles del 1919. Avrebbe dovuto servire da linea guida per tracciare i nuovi confini dell’Europa uscita dalla Grande Guerra e fu un disastro. Anche allora c’era di mezzo la Russia e anche allora vennero indetti dei plebisciti dagli esiti contestati. Chissà cosa penserebbe Wilson, se sapesse che, un secolo dopo, il principio da lui annunciato con il chiaro intento di arginare la potenza di Mosca sarebbe stato usato da un nuovo zar per annettere un territorio storicamente, ma anche strategicamente, “cuore del popolo russo”. E cosa penserebbe Wilson di un suo successore alla Casa Bianca che invece non riconosce la validità del voto popolare che ufficialmente ne sancisce la volontà di autodeterminarsi? La confusione è grande sotto il cielo: la situazione non è affatto eccellente.

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Portare a spasso la propria vita con orgoglio e riguardo

Maria Perosino viaggia per lavoro e per scelta, da sola. Ha imparato a farlo da quando la vita l’ha messa dentro un’altra mappa, quella che ci si deve attrezzare a leggere da soli. Io viaggio da sola (Einaudi) è un po’ manuale pratico su come scegliere un ristorante e un albergo e su come organizzare la valigia, ma è soprattutto una specie di sorriso a specchio.
Piena dei suoi ricordi e di un passato che non se ne va, consapevole di non volere un ripiego per andare avanti, ma una scelta, Maria Perosino dà un valore, e un risvolto molto pratico, alla “solitarietà” del viaggio. La precondizione è smettere di rimandare, risparmiarsi e dire “come sarebbe bello se”. Basta con la tristezza e se proprio questa non ti molla, portala in un buon ristorante, perché “forse è meglio mangiare le ostriche in due invece che da soli, ma non mangiarle del tutto è ancora peggio”. E così tutto quello che le capita durante i viaggi diventa ricordo di vita vissuta e assaporata. Un aperitivo davanti al tramonto del Bosforo se l’è goduto e lo ricorderà per sempre.
Vero è che l’umore con tutti i suoi cattivi pensieri è spesso in agguato e allora è inutile ignorarlo, serve una strategia per non dargliela vinta: trattarsi bene imparando a farsi compagnia. Mica facile, con cosa? Anche gli animi più esigenti e sofisticati (parlando di donne, poi) possono trovare soddisfazione un una delle “cure sintomatiche e azioni preventive” che Maria Perosino propone. Dobbiamo provare a invitarci a cena, ad accompagnarci a fare shopping o un massaggio, a offrirci un aperitivo o a regalarci un libro. Bisogna abbandonare la sciatteria e truccarsi e vestirsi perché stiamo andando a un appuntamento con una persona di riguardo: noi stesse.
Quale occasione migliore di un viaggio per aprirsi al mondo e favorire “serendipity”? Viaggio dopo viaggio, ci si fa accorte e sempre meno timorose di affrontare da sole itinerari, città e persone. Si impara a fare amicizia con i luoghi e ad avvicinarsi a ciò che non si conosce. In fondo al viaggio la conquista della sicurezza di potercela fare e di potere fare affidamento su noi stesse anche di fronte agli imprevisti.
La valigia deve contenere la nostra vita che stiamo portando con noi, non va bene lasciare a casa dei pezzi. Scarpe, abbigliamento e accessori vanno scelti con criterio e adattabilità, non è poi così difficile.Viaggiare da sole non è essere sole, è doversi portare la valigia, ma possiamo anche incontrare qualcuno gentile che ci aiuti.
Può succedere di viaggiare in compagnia e bisogna essere preparate su come gestirsi a seconda di chi ci accompagna. Il prontuario aiuta nel caso in cui si viaggi con amico, collega (uomo), amante, amica, collega (donna).
Ho letto questo libro dopo avere fatto un viaggio a Parigi con un’amica, un mese fa. Potere dividere spazzole, phon, piastra e bagnoschiuma dimezzando le cose da inserire e alleggerendo il peso della valigia da portare, è una gran fortuna. Studiare la cartina della città accorgendosi, sempre in due, che la si sta guardando dalla parte sbagliata, spartisce la responsabilità e fa anche abbastanza ridere.
Credo che la prossima volta, da sola, non sbaglierò.

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“Musici” ferraresi fra Settecento e primo Ottocento

CESARE PATRIGNANI E PIETRO PARMEGGIANI

Cesare Patrignani – Nativo di Comacchio (Fe), il canonico Cesare Patrignani (1769-1838), seguendo i degni dettami della più alta fra le virtù cristiane, la mortificazione del proprio Io, si sottrasse sempre alla pubblica lode e fu invidiabile figura di uomo e sacerdote.
La naturale inclinazione alla musica lo condusse ad approfondire i suoi studi prima a Bologna, poi a Senigallia e quindi a Napoli al Conservatorio di Sant’Onofrio, dove divenne allievo del celebre Giovanni Paisiello.
Patrignani venne in seguito nominato Maestro di cappella dell’Apiro nella marca d’Ancona e più tardi di Montolmo (Macerata). Ritornato a Comacchio nel 1793, il magistrato del comune lo chiamò per qualche tempo a reggere la cappella locale.
Vestì l’abito ecclesiastico nel 1800. Da allora, pur consacrandosi alle opere di religione e di carità, si esercitò e compose molte musiche sacre, pervase di gusto squisito e idonee come poche altre ad ammantare convenientemente le varie preghiere della liturgia.

Pietro Parmeggiani – Originario di Cento (Fe), Pietro Parmeggiani (1806-1890) entrò all’età di diciannove anni come tenore nel gruppo musicale della cappella di San Biagio della città del Guercino. Quattro anni dopo ebbe inizio la sua carriera operistica, che lo portò a calcare i migliori palcoscenici della provincia italiana.
Poi, conclusa l’esperienza teatrale, si dedicò alla composizione di musiche sacre: L’inno di San Biagio, L’inno di San Michele arcangelo, i Gradi della passione di Gesù Cristo, le Litanie e tre messe concertate.
Durante la sua vita, Parmeggiani conseguì diversi premi in concorsi nazionali, come ad esempio all’“Esposizione delle arti cristiane” di Roma nel 1870, per la quale compose una raccolta di 366 versetti per organo.