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FERRARA: LO STATO DELL’OPPOSIZIONE E L’INTERVISTA A FABIO ANSELMO

Non era mia attenzione intervenire ora sulle questioni poste dalla campagna elettorale ferrarese ma l’intervista a Fabio Anselmo apparsa su La Nuova Ferrara di venerdì 21 giugno, mi ha fatto cambiare idea. Non si tratta di una risposta ad Anselmo, tantomeno di una polemica, ma di una riflessione sullo stato dell’opposizione, o della “sinistra”, in questa città. Una questione che mi interessa anche come cittadino. La mia risposta consegnata a La Nuova Ferrara è stata tagliata in maniera talmente brutale da farmi apparire come un rancoroso nei confronti di Anselmo e non come un cittadino che vuole dare un umile contributo ad una situazione di stallo e turbamento che, se non viene affrontata subito “politicamente”, rischia di compromettere ancora di più la situazione. Questo pone un serio interrogativo sulla qualità della stampa locale, ma anche questo è un tema dibattuto da tempo. Ringrazio quindi Periscopio per aver ospitato questa riflessione.

Dall’intervista di Anselmo, e dalle parole usate, sembra che il futuro dell’opposizione alla destra, che governa la città a Ferrara, dipenda da lui. Con tutto il rispetto dovuto alla persona, spero non sia così. I partiti che più rappresentano l’opposizione a questa (e alla precedente amministrazione) hanno una loro responsabilità generata probabilmente anche da una autoreferenzialità che non gli ha permesso di cogliere il malessere montante in città; quindi, devono assumersi la responsabilità di una analisi e di una proposta di futuro, auspicabilmente da condividere.

L’ossigeno che manca a Ferrara

Anselmo fa alcune affermazioni che si prestano ad un allargamento del dibattito. La prima riguarda il fatto che con la sua esperienza è arrivato ossigeno in città. Credo che di ossigeno alla città e all’opposizione, ne sia arrivato ben poco vista la condizione in cui si trova. Ovviamente l’ossigeno è sinonimo di linfa vitale, di stimolazione intellettuale, di pratiche attive della politica. Di tutte queste cose a Ferrara se ne parla da almeno tre anni, da quanto si è avviata la discussione sul Feris e se questo è stato bloccato lo si deve innanzitutto a un movimento di cittadinanza attiva (il Forum Ferrara Partecipata), al quale hanno aderito anche i partiti di opposizione. Quindi il poco ossigeno che gira nella fumosa Ferrara, “città dei balocchi”, è stato portato da questo movimento (che raggruppa tante associazioni), a detta anche di molti ferraresi che conoscono meglio di me la città.
Credo che le forze “istituzionali” di opposizione dovrebbero aprire un dibattito franco e sincero sul loro ruolo e sui loro errori, anche perché ricordo che questa è la seconda sconfitta. Quindi si persevera. Personalmente ritengo che l’errore primo sia stata la sottovalutazione della valenza politica del processo di “cittadinanza attiva”, avviato in questi anni con il contrasto al progetto Feris e l’avvio di una ricca discussione sul futuro della città, con “portatori di esperienze” invitati da tutta Italia e anche dall’estero. Un’esperienza che spero continuerà.

Gli errori del tavolo delle opposizioni

Su una cosa Anselmo ha certamente ragione, ed è la critica per come è stato gestito il “tavolo delle opposizioni”. Si è costruita la tavola rotonda, si sono individuati i “cavalieri”, si è iniziato a parlare di programmi senza che nessun contenuto trapelasse, mentre Lancillotto è arrivato molto dopo. Infine, aspetto più grave, si è chiusa la porta alla “cittadinanza attiva”, che era l’aspetto di novità di questa città e su cui si poteva innescare, fin dall’inizio, un processo unitario di individuazione di un candidato e di un programma, anche attraverso primarie. E quindi il campo largo si è ridotto ad un budello stretto e buio nel quale sono transitati in pochi.
Soffermiamoci sul PD a Ferrara: 31,4% alle Europee e 22,51% alle amministrative: non vi sembra necessaria una riflessione approfondita? Mi farebbe piacere sentire anche il parere di Fratoianni e Bonelli che hanno brutalmente delegittimato localmente i loro quadri dirigenti e elettori, in nome di una razionalità superiore che, visti i risultati, si è manifestata irrazionale. Anche i 5 Stelle hanno molte domande a cui dare risposte, con le loro spaccature a “processo avviato”.

Anselmo, forse per il lavoro che fa, mi sembra una persona che non si mette in discussione; quindi, si pone come capopopolo, ahimè con poco popolo. Si presenta infatti come leader dell’opposizione e non del suo gruppo di opposizione, non considerando che esiste anche un’altra opposizione, limitata ma significativa, rappresentata da Anna Zonari che comunque Anselmo non ha mai riconosciuto come interlocutrice, rifiutando i tanti confronti che le elezioni avevano creato. Rimango convinto che se i fronti anti-destra si fossero confrontati fin da subito lanciando un messaggio di condivisione dell’obiettivo, pur nel rispetto delle differenze, forse il confronto sarebbe stato più complesso. La complessità è facile da evocare difficile da praticare soprattutto quando nel “campo largo” ci sono forze che nonostante ripetute sconfitte si ritengono depositarie dell’arte della politica, mentre le ragioni degli altri non vale la pena ascoltarle.

Autoritarismo e democrazia

Credo che nell’intervista sia particolarmente infelice il passaggio dove Anselmo invita la Zonari ad ascoltare Barbero per prendere atto che la democrazia è minacciata. Questo passaggio rivela arroganza e disinformazione. La crisi della democrazia e la crescita dell’autoritarismo, è stato uno dei temi strutturali delle riflessioni de “La Comune”, io stesso ne ho parlato in diverse occasioni. Bastava ascoltare e riflettere sulle questioni poste dagli altri. Con tutto il rispetto per Barbero, persona intelligente e grande divulgatore, non è che prima di lui non fossimo al corrente dei pericoli della democrazia e dell’aumento dell’autoritarismo. Nel mio piccolo questo tema l’ho ribadito molte volte sulla stampa ferrarese e non solo, parlando di un Alan Fabbri più orientato al “comando” che non al “governo”. In ogni caso Mike Davis, Noam Chomsky, Luciano Gallino, Nadia Urbinati, Fabrizio Barca, Thomas Piketty per citare alcuni tra i più conosciuti ne parlano da decenni.

L’autoritarismo neoliberista, che sta risucchiando la democrazia, come la conoscevamo, si precisa sempre più: comando/presidenzialismo; deriva bellica; neocolonialismo riguardante i migranti e le materie prime critiche; limitazione del pubblico a favore delle imprese; limitazione delle politiche sociali e interventi pubblici a favore di banche e imprese; esautoramento dei parlamenti (e dei consigli comunali), retorica comunicativa arricchita di bugie. Questa dinamica è avviata da almeno 40 anni e ha determinato un aumento perentorio delle disuguaglianze. Un processo che rivela anche l’incapacità della democrazia e dei partiti che la interpretano, di affrontare la complessità sopra citata. Perché anche i “progressisti” non sono rimasti indifferenti alle sirene neoliberiste e alla prevalenza delle ragioni del “mercato” a scapito delle politiche sociali e di contrasto alle disuguaglianze.

Prima persona o gioco di squadra?

Sottolineo questo aspetto perché Anna Zonari è la portatrice di un “noi”, ovvero rappresenta un gioco di squadra (La Comune) che su questi temi riflette da sempre e che ha introdotto nel dibattito politico. Quindi forse un po’ di umiltà e condivisione da parte di Anselmo farebbe bene a un dialogo orientato alla costruzione di un tavolo di tutte le opposizioni (partiti, associazioni, cittadinanza attiva), in grado di costruire una alternativa condivisa. Sempre che non ritenga di essere lui l’opposizione e l’alternativa…punto.

Questa ripiegamento su se stesso mi sembra emerga continuamente, non so se consciamente o inconsciamente, questo anteporre sempre la prima persona ad ogni discorso: “la mia volontà”, “io farò”, “io ho fatto”, questo minacciare continuamente che lui un lavoro ce l’ha e che non vive di poltrone pubbliche (come se anche gli altri non lavorassero) credo sia una deriva della politica come personalizzazione cha ha il suo contraltare nella vittoria di Fabbri, il vero vincitore, più che la coalizione che lo sosteneva (fatto che forse un giorno un indovino ci spiegherà). Riflettendo sul confronto elettorale mi si rafforza la convinzione che non si siano confrontati due coalizioni portatrici di valori e visioni del mondo diverse, ma due persone che, come ho scritto altrove, mi ricordano i lottatori di Francisco Goya che mentre continuano a menarsi affondano nelle sabbie mobili, e noi con loro.

La personalizzazione è la negazione della democrazia come cittadinanza attiva ed è una delle manifestazioni dell’autoritarismo, ma di questo ne parleremo in altra sede, dobbiamo però prendere atto del consenso crescente che premia le forze che restringono gli spazi di democrazia, in nome di un populismo alla “liberi tutti” e di un indebolimento delle regole come spazio di libertà condiviso di una comunità.

Abbandono del voto e democrazia partecipata

La prova della sfiducia della democrazia è nel crollo della partecipazione al voto, o nella disgiunzione del proprio voto al medesimo partito tra una elezione europea e una locale, come detto sopra. Probabilmente l’incapacità della democrazia contemporanea di affrontare la complessità non consente di contrastare l’autoritarismo e le manifestazioni illiberali, il problema va affrontato più radicalmente, favorendo l’evoluzione di forme di democrazia in grado di affrontare tale complessità e le ansie che genera, a partire da quella ambientale.

L’unica prospettiva in grado di riempire questo vuoto di democrazia credo sia la democrazia partecipata, dunque un confronto (quindi il noi) informato, aperto, consapevole e necessario per contrastare le derive che portano la maggioranza delle persone a identificarsi in qualcuno che comanda, paternalisticamente. Va ridata dignità e riconoscimento alle persone, e come afferma Fabrizio Barca lavorando per una “identità di destino e non identità delle origini”. Questo riconoscimento mette in discussione (perlomeno nel campo progressista e democratico) anche il rapporto tra partiti e cittadini e la politica come ricerca di un leader prima che come definizione del percorso che vogliamo intraprendere e del quadro di valori ai quali vogliamo riferirci. È arrivato il momento di riapparecchiare il tavolo delle opposizioni invitando più persone a sedersi. Ovviamente ognuno porti qualcosa da bere e da mangiare.

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Romeo Farinella

Romeo Farinella, architetto-urbanista e professore ordinario di Progettazione urbanistica presso l’Università di Ferrara. Si occupa di problematiche urbane e paesaggistiche da almeno trent’anni. Prima di approdare a Ferrara ha vissuto in diverse città, tra cui Roma e Parigi e quest’ultima è diventata uno dei suoi temi principali di ricerca. Oltre a Ferrara ha tenuto corsi anche in Francia (Lille, Parigi), Cina (Chengdu), L’Avana e São Paulo e Saint Louis du Senegal. È stato direttore per alcuni anni del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale di UNIFE.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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