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I piccoli comuni. Una straordinaria risorsa

Partecipazione democratica e ruolo dei comuni

Il momento storico che stiamo vivendo è caratterizzato da tendenze sociali specifiche sulle quali bisognerebbe riflettere più di quanto si fa. Una di queste è la diffusione di sentimenti di antipolitica, che portano a ritenerla inutile, strillona e quasi sempre corrotta.

Questa convinzione è uno dei motivi per cui l’astensionismo alle elezioni politiche, sia degli enti locali che di quelli nazionali e sovranazionali, sta raggiungendo dei livelli mai visti prima. La seconda motivazione dell’astensionismo è l’impossibilità di trovare qualcuno che rappresenti le proprie idee. Forse perché queste ultime sono troppo personalistiche e legate a interessi lobbistici troppo parcellizzati.

Per farla breve, pensando esclusivamente ai propri interessi e non a quelli della comunità in cui si vive, si tende a non riconoscersi in nessun rappresentante. Si avverte chiaramente una progressiva riduzione dei luoghi di partecipazione dei cittadini alle scelte collettive che veicola, tra gli esperti di politica sociale, la convinzione di un necessario rafforzamento del ruolo dei Comuni.

In tutti i Comuni, e a maggior ragione in quelli piccoli e medi, il Sindaco, scelto con elezione diretta, è il primo rappresentante istituzionale per i cittadini. Il Municipio rappresenta un importante elemento identitario in una società sempre più priva di punti di riferimento collettivi.

In Italia solo quarantasei Città superano i centomila abitanti, con una popolazione residente pari al 23% della popolazione totale italiana. Le dieci città più popolose sono Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Catania.

Negli altri 7.954 piccoli e medi Comuni, risiede il 77% della popolazione. Nel generale silenzio di molti mass media, è in atto la riduzione dei nostri Comuni, attraverso l’accorpamento forzoso di quelli piccoli e medi. Si sostiene che siano troppi, in rapporto alla nostra popolazione, ma questo non è vero (si veda rapporto A.N.C.I./Asmel, I Comuni. Una risorsa, non un problema).

Comuni grandi e piccoli

Facendo un confronto con i Paesi a noi più vicini, Austria, Francia, Germania, Spagna e Svizzera, emerge che l’Italia ha il più basso numero di Comuni. È inoltre diffusa la convinzione che la loro eccessiva frammentazione produca costi non sopportabili. Nemmeno questo è vero. Le spese pro capite dei Municipi piccoli sono mediamente pari alla metà di quelli grandi.

Una politica di riduzione della spesa deve semmai prendere esempio dai piccoli Comuni, puntando, in quelli più grandi, a un reale decentramento di funzioni e servizi alle circoscrizioni e ai quartieri. Così si afferma nel rapporto A.N.C.I./Asmel:

Avvicinare la gestione ai cittadini comporta trasparenza ed efficienza, contrastando sprechi e corruzione. Più è vicino il Comune, più è efficace il “controllo sociale” dei cittadini sugli eletti. In quelli più piccoli, poi, si sopperisce con il volontariato di amministratori e cittadini alle scarsissime risorse, garantendo il presidio e la tutela di oltre la metà del nostro territorio. Un autentico patrimonio da valorizzare e non certo mortificare.”

Ho sempre pensato che fosse così, ancor prima che i dati lo mettessero chiaramente in evidenza facendo fare una figuraccia a tutti i sostenitori degli accorpamenti come modalità di efficientamento e risparmio dell’amministrazione pubblica. Burocrati molto capaci di fare i conti a tavolino, ma non abituati a guardare le strategie gruppali per quel che sono, avevano già formulato ipotesi di accorpamento deprivanti per i territori e per la coesione sociale dei loro abitanti.

Questo non serve solo a dimostrare quanto la conoscenza delle logiche di funzionamento di un gruppo coeso sia utile agli amministratori locali e a tutti coloro che devono gestire persone, ma quanto lo sia anche per coloro che devono efficientare la burocrazia Statale e periferica.  Tutti sanno che gli eccessi di burocrazia sono uno dei problemi di questo mondo postmoderno, ipertecnologico, digitalizzato e pervaso da idee immature sull’utilità e sui limiti dell’intelligenza artificiale.

Piccolo è bello, più del grande. Vale sicuramente anche per i Comuni. Basta pensare a qualche piccolo comune montano, o a qualche paradiso isolano per avere immagini stupefacenti che riverberano la veridicità di tale affermazione. Anche limitandosi a una definizione di “bello” puramente paesaggistica, la capacità di mantenere pulito, integro e verde il paesaggio naturale premia i comuni piccoli.

I meccanismi secondo i quali una società è più coesa di altre sono diversi e prevedono: prossimità, condivisione, conoscenza diretta, parentela e partecipazione. Tutte queste dimensioni hanno una connotazione specifica nei comuni piccoli. Mentre mi sembrano chiari i concetti di conoscenza diretta e parentela e altrettanto intuitivo quanto entrambi, se ben organizzati, fungano da collante sociale, vettore di una buona comunità. Provo brevemente ad analizzare gli altri.

Prossimità

La prossimità nasce dalla consapevolezza di un bisogno condiviso tra più persone, accomunate generalmente dalla vicinanza territoriale. Prossimità come disposizione a sentire come propri i problemi di chi ci vive accanto. Da qui nasce una risposta basata sull’impegno attivo di coloro che esprimono il bisogno e che quindi non sono meri fruitori di un servizio, ma anche, almeno in parte, produttori dello stesso.

Gli esempi sono moltissimi: forme di solidarietà condominiale; il reciproco sostegno tra gli abitanti rispetto a bisogni quali la cura dei figli, la vicinanza a persone anziane, o comunque in condizioni di fragilità; comitati di cittadini che prendono in carico la porzione di territorio in cui risiedono, ne ristabiliscono il decoro, la abbelliscono e stabiliscono tra loro nuove forme di socialità e di mutuo aiuto; immobili destinati a degrado, che vengono ristrutturati e diventano la casa di molteplici attività aggregative e di servizio alla cittadinanza.

La prossimità è sicuramente una delle dimensioni che caratterizza i piccoli comuni, dove conoscersi è più facile, dove condividere tempi e modi del fare e del curare, più scontato.

Condivisione

 La condivisione è l’utilizzo in comune di una risorsa, di un bene o di conoscenza. Il concetto è anche correlato al processo di dividere e distribuire. La condivisione è l’autostrada per accelerare, favorire e diffondere la conoscenza. Se non fosse possibile condividere le scoperte che ognuno di noi fa, esse rimarrebbero sconosciute e senza alcun valore. Ciò limiterebbe molto la capacità degli esseri umani di evolvere rapidamente, apprendendo dagli altri.

Senza condivisione solo una piccola parte di ciò che ogni singolo individuo è in grado di scoprire, conoscere o apprendere, verrebbe messa in circolazione. Peggio ancora, in mancanza di condivisione scomparirebbe l’opportunità di poter analizzare, rielaborare e migliorare, prima di ricondividerla con altri, qualsiasi idea.

Tra prossimità e condivisione esiste intuitivamente una correlazione. Ciascuno di noi può attingere a qualche esempio legato ad esperienza personale per dimostrarla.

Partecipazione

La partecipazione civica è definita come il coinvolgimento attivo degli individui negli affari e nelle attività della loro comunità, società o governo. Comprende un’ampia gamma di azioni e comportamenti attraverso i quali i cittadini contribuiscono al funzionamento della democrazia, al miglioramento delle loro comunità e all’avanzamento di obiettivi e valori condivisi.

La partecipazione civica comprende ad esempio: votare alle elezioni e partecipare ai processi decisionali democratici, impegnarsi in progetti di volontariato e di servizio alla comunità, aderire o sostenere gruppi di difesa e movimenti di base, partecipare a incontri pubblici, municipi e forum comunità.

Tale partecipazione è essenziale per il funzionamento delle società democratiche, in quanto consente ai cittadini di esercitare i propri diritti, definire le dinamiche pubbliche, chiedere conto ai politici e contribuire al bene comune. Impegnandosi attivamente nella vita civile, gli individui possono dare un contributo significativo alle loro comunità, promuovere la giustizia sociale e l’equità e contribuire a costruire una società più inclusiva e democratica per tutti.

Le comunità

Quindi prossimità, condivisione e partecipazione possono fare la differenza nel funzionamento di una comunità di individui. Senza di esse una comunità nemmeno esiste. Si tratta dei pilastri che tengono in piedi un costrutto sociale e che permettono ad esso di crescere e di prosperare.

Allontanare una amministrazione comunale e un Sindaco dai suoi cittadini, così come l’edificio del comune da un paese, porta di suo a una diminuzione della prossimità, incidendo sui livelli di condivisione e partecipazione. Salvare i paesi piccoli significa salvare i territori italiani dall’isolamento e dall’incuria, evitando problemi alla flora, alla fauna, al clima. I territori soggetti a incuria tendono a non venire più riabitati, mettendo in una situazione di isolamento per chi resta e di lontananza eccessiva chi non si può fermare.

Anche questo innesta una reazione a catena che va fermata subito se si vuole salvare il paesaggio di questa bellissima Italia. Questo ovviamente non significa che non possano esistere azioni, progetti e programmi a rete che coinvolgono più comuni e più territori. Anzi, questi ultimi sono azioni necessarie per evitare l’isolamento eccessivo e per permettere l’esistenza di nuclei comunitari a maglie larghe.

Ma il nocciolo del paese con il suo comune, le sue sale civiche, i suoi gruppi di volontariato e le sue poche ma significative associazioni, va salvaguardato e protetto, perché è attraverso di esso che si impara ad essere una collettività.

Solo un forte e radicato senso di appartenenza può far sì che le persone decidano di dedicare tempo agli altri senza guadagni economici, facendo prosperare la famosa legge del dono, che tanto bene fa a tutti. Anche nelle città, l’appartenenza al quartiere con i suoi luoghi di rappresentanza e incontro andrebbe tutelata e protetta.

Il cuore delle persone e la burocrazia non si parlano, non lo possono fare. Non credo che un apparato pubblico possa funzionare senza burocrazia, ma sicuramente non può funzionare senza la consapevolezza che è al servizio del cuore, di tanti cuori. Non esiste il viceversa.

Credo infine che l’accento sull’essenzialità e la bellezza dei comuni piccoli e la loro necessaria salvaguardia, valga anche per le scuole di paese. Magari scuole piccole e con pochi studenti, ma vive, piene di senso di comunità e di speranze.

Distruggere le comunità significa distruggere pezzi di questo bellissimo paese.
A che pro? Nessuno.

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Catina Balotta

Sociologa e valutatrice indipendente. Si occupa di politiche di welfare con una particolare attenzione al tema delle Pari Opportunità. Ha lavorato per alcuni dei più importanti enti pubblici italiani.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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