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Perfect days (4).  Il dolore sereno di un uomo compiuto

Dopo averne letto da varie parti, compreso Periscopio: (qui con Giuseppe Ferrara, qui con Francesco Monini, infine qui con Eleonora Graziani), alla fine anch’io ho visto Perfect Days, il film di Wim Wenders. Il motivo per cui l’ho guardato esattamente in un certo giorno, è che in quel giorno, la mattina, ho fatto quella che (secondo me) era una accurata pulizia del bagno di casa mia. Siccome avevo letto che il protagonista di Perfect Days (Hirayama) è un uomo il cui mestiere è pulire scrupolosamente i bagni pubblici di un quartiere di Tokyo, il pomeriggio di quello stesso giorno ho dovuto guardare il film, per confrontare il mio livello di pulizia con quello di Hirayama.

Naturalmente ne sono uscito sconfitto.  Non voglio dire umiliato, perchè credo che Hirayama non avrebbe mai quell’intento verso nessuno. Anzi, a Hirayama non verrebbe proprio in mente l’idea di una competizione, non solo nel pulire i bagni. La consolazione è che perdereste tutti, se ci fosse una gara. La svolta è che da quando ho visto il film voglio sempre pulire io il bagno. Voglio farlo io. Mi sono appassionato.

Prendere passione per la pulizia di un bagno è, per me, assimilabile ad appassionarmi alla stiratura delle camicie, o alla matematica. Hirayama mi ha fatto capire quanto è importante mostrare anziché insegnare. Quanto la capacità di trasmettere una propria passione possa influenzarti più delle tue attitudini innate, vere o presunte. Il prossimo passo sarà quello di sviluppare il pollice verde, a me che sono noto per far appassire piante e fiori. Quanto al resto, mi stavo già avvicinando alla giornata di Hirayama, allo stile della sua giornata.  Una routine fatta di poche cose, semplici, curate nel dettaglio, con attenzione e concentrazione. Ecco: la concentrazione su quello che stai facendo, come se fosse la cosa più importante del mondo, e in quel momento lo è. Questa capacità di essere completamente dentro le cose nel momento in cui le stai vivendo, e non solo ricordando a posteriori quanto stavi bene in quel momento, ma senza rendertene conto. Mi ha fatto venire in mente la concentrazione di un cane durante la sua passeggiata: il totale coinvolgimento di ogni fibra del suo essere cane nell’annusare, segnare e marcare con il suo odore ogni tappa del percorso, sempre lo stesso, senza avere bisogno di altro, senza aspirare ad altro che non sia il colmare il proprio posto nel mondo. Come le foto ripetute allo stesso albero, tutti i giorni, con la stessa fotocamera analogica. Quell’albero che è lì da prima di te, sarà ancora lì dopo di te, e ti sta accanto, come un amico silenzioso, per il tempo che la natura ti concederà.

Il film lascia intuire, con rapidi cenni, quel che c’è stato prima del film, e quel che ci sarà dopo. Il dolore e la serenità del distacco dalle persone e dalle cose del prima. In questo mi ha ricordato la tecnica di certi racconti perfetti di Hemingway o di Carver: il racconto illumina un frammento di vita, che ha un prima dell’inizio e avrà un dopo l’ultima riga dell’ultima pagina. Perfetto: nell’etimo latino significa compiuto, che è cosa diversa dall’essere privo di difetti. Una giornata perfetta di Hirayama è una giornata alla quale non manca niente, proprio perchè manca il superfluo, l’inessenziale, l’inutile. Uno dei principali segni di questa compiutezza priva di orpelli è il fatto che la tecnologia che usa Hirayama si è fermata agli anni settanta. Hirayama ascolta la musica sul furgone con cui va al lavoro mettendo su i nastri, le musicassette, dove non puoi saltare i brani, non puoi selezionare le canzoni, non puoi impostare un ordine casuale. E’ una tecnologia che ti permette di fare solo la cosa per cui è stata concepita, perchè troppe funzioni ti distraggono, e non ti concentri sull’essenziale. Esattamente il contrario di quanto accade con la tecnologia contemporanea, che dandoti infinite possibilità finisce per obliterare la concentrazione, e ti affoga in una dimensione di distrazione permanente che ha modificato in senso evolutivo, ormai, la curva della nostra attenzione.

Un film privo di una trama che si definisca “avvincente” può risultare noioso? Certo: allo stesso modo in cui una trama troppo piena di eventi può risultare stucchevole. Non chiedetemi mai la trama di un’opera, a meno che non vogliate mettermi in difficoltà. Io non ricordo mai le trame dei film, e nemmeno dei romanzi. Mi rimangono le atmosfere, le sensazioni, le scene. La scena finale di Perfect Days non merita di essere raccontata, tantomeno spiegata. Per quanto si intuisca che dietro c’è una tecnica attoriale magistrale, la sua meraviglia risiede appunto nel fatto che non è la maestria a rimanere impressa, ma le emozioni della vita di Hirayama, quella che è stata, quella che è e quella che sarà. Mostrate con tale forza da essere più efficaci di qualunque narrazione, di qualunque didascalia.

Torno a pulire il mio bagno.

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Nicola Cavallini

E’ avvocato, ma ha fatto il bancario per avere uno stipendio. Fa il sindacalista per colpa di Lama, Trentin e Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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