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Fotografare la musica

Da molti anni fotografo per passione e per studio. Alterno la fotografia naturalistica per una mia personale ricerca di armonia e di bellezza, alla fotografia durante i concerti per ritrarre l’intensità espressiva degli artisti che suonano i generi che preferisco: blues, jazz, gospel e soul.

Questi stili musicali, nati direttamente o indirettamente dallo sfruttamento dovuto alla schiavitù delle persone afroamericane, sono il frutto di una scelta artistica per resistere conservando le proprie radici e, nello stesso tempo, per difendere la propria identità inventando nuove modalità comunicative.

Anche per questo motivo, per cercare di interpretare al meglio i vari ritratti, ho deciso di usare soprattutto la fotografia in bianco e nero. Credo infatti che sia il modo più coerente per rispettare l’autenticità, la drammaticità e la vitalità dei testi e della musica.

Preferisco fotografare gli artisti che conosco bene perché gli scatti hanno più probabilità di essere rappresentativi del loro determinato modo di cantare o di suonare. Se invece sono artisti che non ho ancora visto esibirsi dal vivo, ho bisogno di ascoltarli e di osservarli bene prima di scattare; solo così posso tentare di coglierne l’essenza artistica.

Mighty Sam McClain
Billy_Cobham
Sherman Robertson

Non essendo interessato alla fotografia come testimonianza o come documentazione, a mio modo di vedere, diventa fondamentale conoscere i brani e la mimica facciale degli artisti per aspettare attentamente la posa giusta da immortalare.

Infatti, fotografare la musica per me è cogliere l’anima artistica degli artisti, riassumendola in una sola immagine.

Mi rendo conto che non è opera semplice e non so se, attraverso le mie scelte, riesco a comunicare quello che voglio. Del resto non sempre sono soddisfatto delle foto che scatto e, se da un lato ciò mi rende difficile accontentarmi del lavoro fatto, dall’altro mi aiuta nel mio percorso di ricerca.

Irma Thomas
Ray-Charles

Se durante la visione delle mie fotografie si sentono suonare note tristi, malinconiche, intense ed appassionate allora vuol dire che sono riuscito a mostrare l’idea che ho avuto di quel determinato musicista al momento di quello scatto.

Del resto, come diceva un maestro della fotografia del secolo scorso come Ansel Adams: “Ho sempre pensato che la fotografia sia come una barzelletta, se devi spiegarla vuol dire che non è venuta bene”.

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In copertina: Miles Davis

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Mauro Presini

È maestro elementare; dalla metà degli anni settanta si occupa di integrazione scolastica degli alunni con disabilità. Dal 1992 coordina il giornalino dei bambini “La Gazzetta del Cocomero“. È impegnato nella difesa della scuola pubblica. Dal 2016 cura “Astrolabio”, il giornale del carcere di Ferrara.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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