19 Maggio 2014

Un difficile rapporto tra parole scritte e immagini: i ‘Racconti d’amore’ di Elisabetta Sgarbi

Gianni Venturi

Tempo di lettura: 3 minuti

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Così, da studioso bassaniano, mi reco al cinema a vedere Racconti d’amore, di cui l’episodio centrale s’intitola Micol “da un racconto (?) di Giorgio Bassani” e m’appresto a dare la mia valutazione del film diretto da Elisabetta Sgarbi: non tre stellette ma tre “i”: Impostato, Impettito, Ingenuo.

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La ‘locandina’ di uno dei quattro racconti del film

E’ sempre difficile rendere “visive” le parole. E ben lo sanno quei registi che si sono cimentati con capolavori della narrativa, da De Sica regista de Il giardino dei Finzi-Contini a Visconti che affronta James Cain in Ossessione, Tomasi di Lampedusa in Il Gattopardo, d’Annunzio ne L’innocente per non parlare di Verga e di Boito nel sommo capolavoro Senso. La difficoltà, come ribadisce un critico attentissimo quale Alfonso Berardinelli, è nella capacità di rendere in immagine la parola. Un caso per tutti, il fallimento di un regista difficile come Jean-Marie Straub, coadiuvato da Danièle Huillet, che filma cinque tra i ventisette dei Dialoghi con Leucò di Pavese, secondo quella tecnica straniante che tanto mi ricorda quella del film della Sgarbi.
Sembra quasi che il risultato sia lo stesso. Pochi osano dimostrare che il film è sbagliato, proprio per non apparire incolti o non all’altezza dell’evento. I nomi che compaiono, Franco Battiato per le musiche, Laura Morante Michela Cescon, Sabrina Colle, Rosalinda Celentano, Tony Laudadio, Ivana Pantaleo, Andrea Renzi, Elena Radonicich, per quattro storie d’amore e di Resistenza ispirate ai racconti di Sergio Claudio Perroni, Fausta Garavini, Giorgio Bassani e Tony Laudadio, dovrebbero essere la garanzia di un film che, tuttavia, risulta inesorabilmente “impostato”.
Dalla fragorosità della musica scelta da Battiato alla posa “assettatuzza” direbbe Boccaccio, vale a dire del modo in cui i protagonisti straniati sono più preoccupati del come indossare abiti d’epoca, rifatti con una precisione encomiabile “ton sur ton”, che gli abiti della miseria contadina di tre storie o dell’eleganza di Micol nel “racconto” bassaniano. Si veda il primo episodio: lei indossa un basco che è così ben sistemato sulla testa da apparire falso. O nell’episodio tratto dal racconto della Garavini: lo scialle con cui la donna si copre la testa, sopra il golf all’uncinetto e col foulard annodato, rendono una posa da museo del costume.

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Un immagine del film di Elisabetta Sgarbi

“Impettito”: la bella Micol cammina tra le case di Ferrara, le mura e il parco che la relega. La vediamo scendere le scale dove s’affastella la collezione della famiglia Sgarbi, e che mai Bassani avrebbe approvato come décor della casa della sua protagonista. Lei, che è la signora dei vetri e che ha la sua stanza decorata con i làttimi veneziani, preoccupata su come indossare il bel vestito bianco e nero, di una brava stilista, usato per recarsi alla visita al cimitero ebraico o alla sinagoga. Non basta la voce di Toni Servillo a commentare la qualità della prosa bassaniana. Certo, è facile per chi, alla prima occhiata, scopre i luoghi che da sempre fanno parte del suo immaginario, trovarne l’irrealtà. Tanto giusta quanto contraddetta nei luoghi reali elencati in coda al film. Eppure, al di là di una bellissima fotografia e dello scorrere lento del fiume, sembra quasi che l’umanità dolente e delusa, che si dovrebbe e potrebbe confrontare con la maestosità del Po e del Delta, venga sconfitta dall’impettita presenza di begli attori che sembrano messi lì per caso, a testimoniare la qualità dell’operazione.
Il miglior episodio, quello di Laudadio, per un momento lascia trapelare, in quello stringersi delle labbra sottili del pescatore innamorato, un’angoscia irrimediabile. Potremmo allora dire che quel film ha tutte le caratteristiche e i pregi e difetti di un bel documentario, e che il miracolo delle parole visive sembra perdersi nella vastità del fiume, percorso senza comunicarci quella fiducia della parola che si fa occhio, e occhio cinematografico.
E per una volta, non sembri presuntuoso il non lasciarsi intimidire dal sospetto di non apparire abbastanza colti.



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L’autore

Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.
Gianni Venturi

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