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I giochi on line che passione

In questa estate piovosa mi sono ritrovata, per caso, a scaricare sull’iPhone un gioco ora molto in voga: a dire il vero mi ha spinto la curiosità piuttosto della noia. Avevo sempre resistito alle offerte di partecipazione alle diverse pratiche ludiche a cui qualche amico di rete mi aveva invitato. Ma questa volta ho deciso di provare, forse perché nessuno mi aveva invitato a farlo.
Non ho pratica di altri giochi tranne questo: BubbleWitch Saga2. Guardando in rete ho visto che il gioco esiste da tempo; ho visto, inoltre, che in rete è possibile leggere istruzioni per superare i diversi step senza ricevere blocchi e riducendo costi. Questo perché, se i tentativi di superare un livello falliscono, BubbleWitch impedisce per un po’ di giocare a meno che non si voglia comprare un’ulteriore possibilità.
L’obiettivo del gioco è quello di sparare delle bolle colorate cercando di accoppiarne tre o più dello stesso colore. La scena è composta da una sorta di percorso in cui Stella e i suoi gatti hanno bisogno d’aiuto per scacciare gli spiriti malvagi che stanno affliggendo il regno. Superando i livelli, riusciamo a liberare il Paese delle streghe! Si può giocare soli o con gli amici per vedere chi ottiene il punteggio più alto.

I giochi on line sono molto diffusi e sono una faccenda da adulti – altro che adolescenti svogliati – un’abitudine che occupa i viaggi in treno, le pause ai semafori, le file alla posta, l’attesa nelle code degli uffici e persino al ristorante. La ripetitività, la velocità e anche la musica creano una sorta di dipendenza, per cui è difficile smettere di giocare finché se ne ha la possibilità. Inoltre, una volta scaricata l’App, un avviso sull’iPhone e sull’IPad ricorda di giocare.
Internet assorbe una quota crescente di tempo. Alcune ricerche hanno tentato di calcolare il numero di ore sottratte da Internet per mandare mail, cercare informazioni, gestire social network, scaricare e vedere video, ecc. ad altre attività. Il tempo non sembra essere sottratto alle relazioni sociali dirette, come molti avevano paventato agli esordi dei social network, bensì al tempo di lavoro. Per ogni minuto che l’americano medio impiega per divertirsi on line vengono spesi circa 16 secondi di lavoro, 9 di tv e 7 secondi di sonno. Spendiamo meno tempo a guardare la tv, a riposarci e a pensare, dunque. Non è corretto parlare di ore sottratte (l’allocazione del tempo è necessariamente mutevole nel tempo), piuttosto di un tempo maggiormente saturato, senza pause.

Per gli adulti questo tipo di giochi è attrattivo perché consente di mettere alla prova qualche tipo di abilità, ma soprattutto di impegnare tempo senza fatica, senza neppure dovere cercare qualcuno con cui parlare. Niente di male potremmo dire.
Ma mi preoccupa la tendenza a cercare in modo ossessivo un antidoto alla noia, a saturare ogni momento vuoto con un’attività che consenta di passare il tempo, mi preoccupa l’incalzare dell’impazienza, l’incapacità di attendere semplicemente che un’idea arrivi con i tempi suoi o che un cuoco in cucina finisca di preparare il nostro piatto. Non ci arrabbieremo più per le code alle poste (ma perché dovremmo poi in futuro andare alle poste, visto che tutto viaggia on line?), non cercheremo più un’amica a cui telefonare per fare due chiacchiere, non ci preoccuperemo di fare l’abbonamento a Sky o di comperare dvd per trascorrere una buona serata davanti alla tv evitandone i programmi.
Ma la domanda più inquietante riguarda l’inevitabile proliferare di individui annoiati in un tempo in cui il lavoro resterà poco, saltuario e, per molti, poco motivante. Tutto questo tempo libero che dovrà convivere con una limitazione di risorse culturali ed economiche, proporrà l’esigenza di inventare altri modi per impiegarlo, magari con la terza edizione della Saga di Bubble Witch.

Maura Franchi (sociologa, Università di Parma) è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano: i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

Opere eccelse e valorizzazioni intelligenti, ‘Great’ Britain!

UN DIARIO INGLESE-SCOZZESE

C’è sempre un ritorno, purtroppo, agli usi e costumi che per un breve
tempo ti sei lasciato alle spalle, in questo caso funestato dagli
indegni accoglienza e trasporto delle compagnie low cost. Ma così è:
ora viaggiare significa spostarsi da un punto all’altro. E’ come un
trasloco più che un’esperienza. Tuttavia ad Edimburgo ci sarebbero state
“loro” ad aspettarmi! Le Grazie che nella loro pudicissima nudità
ispirarono Foscolo a scrivere i versi più belli del suo poemetto. “Loro”
sono state create in due versioni. La prima e più famosa per Josephine
Bonaparte che, alla sua morte, venne acquistata dallo zar di Russia ed
esposta all’Ermitage. La seconda, per adornare la residenza del duca di
Bedford a Woburn Abbey, dove Foscolo le vide e le descrisse.
Qualche anno fa la proprietà di Woburn Abbey venne messa in vendita e le
Grazie stavano per prendere il volo se non che, di fronte alle proteste
degli inglesi e degli scozzesi, si decise di comprarle (ah Mibact,
prendi esempio…) così ora trionfalmente sono locate per sette anni alla
National Gallery di Edimburgo e per altri sette al British Museum di Londra.
“Loro” sono mie amiche da sempre. Passeggiando sulla collina di
Bellosguardo dove ho abitato 25 anni, colloquiavo con le belle dee
nell’esatto punto in cui Foscolo alzò il grido di gioia e di
riconoscenza a Firenze: “Te beata gridai…” ; poi divenni responsabile
dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e “loro”, sempre
fedeli, mi allietavano con l’intreccio perfetto e musicale delle braccia
intrallacciate (lo so, è un neologismo e non lo ripudio!).
Arrivo dunque alla National Gallery di Edimburgo ma “loro” avevano
cambiato casa e si erano spostate a Londra. Altro che i viaggi dei
Bronzi di Riace per l’Expo milanese! Le Grazie viaggiano con passo lento
sfiorando il suolo a passo di danza e si lasciano ammirare proprio per
dimostrare la loro gratitudine a chi, un popolo, le ha volute per sé e
con sé. Ho ritrovato comunque altri amici del cuore nella casa della
bellezza edimburghese, appesi come le antiche collezioni su più livelli
in una stordente e fantastica provocazione da sindrome di Stendhal che
ti rende ubriaco per troppa bellezza. In una parete tanti piccoli
ferraresi, poi Guercino e Domenichino a volontà e un favoloso Tiziano che
ancora una volta è stato acquistato con il contributo pubblico e
privato. Rembrandt e Vermeer, Claude e Poussin ti ammiccano dalle pareti
e tu pensi che tutto questo è a tua disposizione senza spendere una lira,
o meglio una sterlina, così entusiasticamente dai il tuo obolo per
ringraziare di tanta munificenza e liberalità. Altro che togliere la
gratuità agli over 65! E fosse solo questo. Come mi ha insegnato una
cara amica che lavorava alla Bbc, per mangiare bene e a prezzo giusto
occorre frequentare i ristoranti dei musei, quasi sempre ottimi e a
prezzi sopportabili (a proposito di ciò che si potrebbe fare anche a
“Ferara”). Tra i migliori, quello della National Gallery di Londra dove,
I remember, gli amici mi festeggiarono dopo la conferenza ariostesca che
Marco Dorigatti ed io tenemmo proprio in quella sede (400 persone
nell’Auditorium della Gallery). Lì, tra uno scone e l’altro, ho
parlato con i giovani camerieri quasi tutti italiani che corrono a
Londra a rimediare un boccon di pane per proseguire gli studi e riuscire
a sostenersi; cosa che in patria è ormai a loro preclusa. Una
meravigliosa generazione che espia i nostri errori e le nostre
debolezze. Che vergogna e che rimorso. Ad Edimburgo il ristorante del
museo si chiama Contini e va da sé quanto sia stato affascinato da quel
nome. Lì una bellissima ragazza mi confidò che non sarebbe più voluta
ritornare a casa. Programmava un passaggio negli Usa per cercarsi quella
conoscenza e consapevolezza del mondo nuovo che le si spalancava
davanti e che noi non siamo riusciti ad offrirle. Nell’altro Contini,
quello del Castello, per un’influenza astrale la ragazza che ci accolse
era una mia antica allieva di filosofia a Firenze. Gli occhi le
brillavano a ricordare i suoi maestri e lo strappo che le è costato
lasciare gli studi per farsi una vita decente. Ora che ha finito i
corsi di fotografia, pensa anche lei di trasferirsi negli Usa. “Cosi è se
vi pare”, avrebbe commentato chi ne sapeva tanto di straniamento e
ingiustizia. Pirandello.
E la commozione a sentire alla Royal Albert Hall di Londra una
meravigliosa esecuzione della seconda sinfonia di Rachmaninov nei
concerti Proms che la Bbc offre per più di un mese (ogni sera un
concerto diverso) a prezzi irrisori. Addirittura la platea dell’immenso
teatro era vuota di sedili e giovani e anziani seduti per terra
ascoltavano senza pagare il concerto. E questo anche per quaranta volte
di seguito. Non voglio con questo dire che l’erba del vicino è sempre
più verde; voglio solo ricordare che ci sono modalità e interventi
diversi dai nostri, spesso irrigiditi e mal governati da antichi
pregiudizi o da soluzioni ormai obsolete. Non voglio ancora sostenere
che le soluzioni vincenti siano quelle straniere, ma trovo assai
condivisibile quanto un turismo intelligente possa giovare alla causa
dell’arte. Edimburgo non è più grande di Firenze per numero di abitanti, anche se
il suo territorio è molto più vasto. Le sue memorie sono
paesaggisticamente perfette ma non sempre all’altezza della qualità
architettonica. Eppure il Castello attira folle mai viste in un misto
di cose banali e straordinarie. I bus a due piani incessantemente
portano migliaia di visitatori a vedere la residenza reale e il panfilo
Britannia e i cannoni del Castello. Certo! Un kitsch intelligente e che
mai scende a livelli indecorosi. E da noi? Possibile che non si trovi il
mezzo di rendere la casa dell’Ariosto un luogo vivo e frequentabile? O
la cella del Tasso? O la Magna domus? E via elencando. Manca una capacità
organizzativa che si scontra con la diffidenza e l’indifferenza
ferrarese. Basta programmare gli “eventi”: il resto vada come vada. Si
è tentato nel tempo, ma la continuità è esclusa in chi poi trova che è
più facile chiamare turisti con buskers e baloons che valorizzare con un
piano intelligente uno dei più bei musei del mondo: quello della
cattedrale, umiliato e negletto da una sbagliatissima esposizione.
Sognare che la Pinacoteca nazionale venga frequentata indipendentemente
dalle mostre rimarrà ancora un sogno irrealizzato? E che il Castello
trovi finalmente una sua “originalità” esponendo se stesso è troppo a
chiedere e a esigere per “Ferara, stazione di Ferara”?

Della conservazione post-mortem

Per la prima volta in Italia, sarà l’Università di Ferrara ad ospitare il Congresso Internazionale Taphos 2014, che si terrà da mercoledì 10 a sabato 13 settembre nell’Aula Magna del Dipartimento di Economia e Management (via Voltapaletto, 11), organizzato dal gruppo di Paleontologia e Paleoecologia del Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra e dal gruppo di scienze preistoriche ed antropologiche del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Ateneo estense.

Tema del congresso è la tafonomia, cioè tutti quei processi fisico-chimici che intercorrono dalla morte di un organismo al suo rinvenimento come fossile. Queste ricerche mirano essenzialmente ad identificare gli ambienti del passato attraverso la ricostruzione della “scena del crimine”. Le ricerche tafonomiche non sono limitate alla Paleontologia, ma riguardano anche altre discipline come la Geologia, la Preistoria e l’Archeologia.

taphos-ferraraAl congresso, che si articola in due giornate scientifiche (11 e 12 settembre), parteciperanno esperti provenienti da 15 paesi, e le comunicazioni saranno pubblicate all’interno di un volume speciale degli Annali di Unife, sezione Fisica e Scienze della Terra. Le due giornate scientifiche saranno affiancate da tre escursioni (10 e 13 settembre), una alla Pesciara di Bolca (Verona), tra le più importanti località fossilifere del mondo, a Tonezza del Cimone (Vicenza), con la visita a successioni sedimentarie del Giurassico Inferiore, al Deposito pleistocenico della Grotta di Fumane (Verona) e al Museo di Preistoria e Paleontologia di S. Anna d’Alfaedo.

“La Tafonomia ha vari obiettivi – spiegano Davide Bassi e Renato Posenato paleontologi del Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra ed organizzatori del congresso – tra i quali i modi diversi di preservazione della materia organica e degli scheletri, la durata ed il riconoscimento dell’eventuale rielaborazione post-mortem, la descrizione di tutti i processi che hanno influenzato le associazioni fossili (ad esempio la predazione e l’attività umana) e l’interpretazione degli ecosistemi marini e continentali del passato. Lo scopo delle nostre ricerche è quindi ricostruire gli ambienti del passato con il massimo dettaglio decifrando ed interpretando le informazioni preservate nel registro fossile”.

Le bonifiche come fenomeno di proto-industrializzazione

STORIA DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE FERRARESE (PRIMA PARTE)

L’inizio della grande stagione delle bonifiche e delle trasformazioni fondiarie del territorio ferrarese ha coinciso con l’Unità d’Italia, allorché quasi tutte le maggiori bonifiche di epoca rinascimentale erano ormai ricadute in balia di valli e paludi. Dopo alcuni sfortunati tentativi, prima da parte dell’ingegner Cesare de Lotto per conto del Consorzio del 1° Circondario scoli di Ferrara e, poco più tardi, da parte del conte Francesco Aventi sulle sue valli Gualenga e Burina in località Tresigallo e Formignana, il momento cruciale della bonifica giunse nel 1871, quando fu costituita a Londra la Ferrarese land reclamation company limited, finanziata da uomini d’affari inglesi e da banchieri italiani.
«Partì così la nuova Grande Bonificazione Ferrarese, dopo che la nuova società concessionaria, la Società Bonifica Terreni Ferraresi, aveva acquistato in proprietà ben 15.182 ettari di valli. Sul piano tecnico d’impresa consistette nel convogliare fino a Codigoro tutte le acque di scolo del comprensorio, tanto quelle “alte” quanto quelle “basse”, che affluirono unite al gigantesco impianto di sollevamento a vapore sorto in riva al Volano ed entrato subito in funzione nel 1874. […] Agli inizi del Novecento il territorio della Grande Bonificazione era ormai una delle aree cerealicole più produttive del Paese. Le grandi aziende di bonifica che cominciarono ad operare nella parte orientale della provincia di Ferrara tra Po e Volano erano destinate a segnare in profondità la storia economica e sociale dell’intera provincia»*.

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*F. Cazzola, La bonifica, in F. Bocchi (a cura di), La Storia di Ferrara, Poligrafici Editoriale, Bologna 1995.

Senza la paura d’essere felici

Patrick cerca Raquel, lei è scomparsa dalla sua vita e dalla tela che stava dipingendo. Com’è possibile che un quadro perda un’immagine e una vita perda quella persona che ci stava dentro?
Il quadro mai dipinto di Massimo Bisotti (Mondadori, 2014) è un romanzo di ricerca dell’altro con cui ci si aiuta a ritrovare anche se stessi, smarriti ma con un obiettivo davanti.
Patrick lascia la sua città, Roma, e insegue, lucido e confuso, le deboli tracce che ha per ritrovare Raquel. Approda a Venezia, al Punto Feliz, un posto che diventerà il suo nuovo baricentro di affetti, è il punto felice perchè è questo ciò che Patrick sta cercando: “Quello che scopri allora nella tua anima è il punto felice. Una quiete insolita che sovrasta il tutto senza prevaricare niente e nessuno. Sovrasta te stesso e le tue preoccupazioni. Sospende i vecchi battiti per regalartene di nuovi”.
Il quadro mai dipinto è una storia sulla forza dei desideri, quelli scomodi da raccontare agli altri, quelli che si mettono giù in fondo abbastanza inascoltati finché non si impongono cambiando il corso delle cose.
Raquel è scappata e Patrick non sa ancora perchè, arriverà alla verità solo dopo altri smarrimenti e nuove consapevolezze. I luoghi che Patrick visita parlano di lei, di Raquel, le coincidenze sono fatali e determinanti per capire che le occasioni che la vita porge, senza una libera scelta che successivamente le confermi, sono nulla e resteranno per sempre alle spalle fino a scomparire.
Raquel è quell’amore che capita e che poi continui a scegliere con una meraviglia rinnovata, è il diritto alla felicità che – e Patrick lo scoprirà – , è “coesistere”, ricerca senza affanno, arresto e nuovo inizio, è centrare la vita in divenire mettendola in equilibrio come la bolla di una livella.
Ma dalla felicità spesso le persone fuggono per paura di non saperla cercare, perchè è più facile incrociare le braccia e preferire la penombra e allora si fa resistenza alla felicità, come verso una cosa che costa fatica e troppa incertezza, come se accontentarsi ed essere contenti fossero stessa cosa.
Il viaggio di Patrick è una partenza che se ne frega delle previsioni del tempo, è un dare per essere, ben al di là del dare per avere, è una scelta che non mette la gioia da una parte e la paura dall’altra, ma ne fa una pasta unica, è un rimestare anche il brutto e il pericolo, è avere la vertigine di fronte a un sentimento, ma poi riuscire a guardarlo.
Patrick ha scelto per il tutto, perchè, alla fine, l’amore che si affaccia solo a metà non è amore.

IL FATTO
Marattin nello staff di Renzi a Palazzo Chigi, al sindaco Tagliani la delega al Bilancio

Negli ambienti comunali ormai si dà per certo che l’assessore Luigi Marattin accetterà l’invito di Renzi di entrare a far parte della sua ristretta squadra di consulenti economici.
Ma al momento non è prevista la nomina di un sostituto. La novità di queste ore, infatti, è che la delega al bilancio sarebbe assunta direttamente dal sindaco Tiziano Tagliani. Non è quindi ipotizzabile, al momento, alcun rimpasto nella compagine di giunta.
Questo, almeno, sino a quando non sarà chiaro che la scelta di Marattin sia definitiva e davvero incompatibile con il suo attuale incarico di amministratore comunale. Tagliani ha, infatti, molta fiducia nelle capacità e nelle competenze del suo collaboratore. E prima di accettare l’idea di doversene privare definitivamente, vuole essere certo che da Roma fra qualche settimana o qualche mese non parta un treno di ritorno. Pur di riportarlo in squadra, il sindaco sarebbe probabimente pronto a riavere il suo assessore anche solo part-time.

L’EVENTO
Naufraghi della vita alla ricerca di un brandello di felicità

Sventolano la bandiera palestinese, abbracciandosi, sorridendo, con gli occhi lucidi, emozionati, felici. Tra gli applausi. Quindici minuti di standing ovation per Io sto con la sposa joint venture di tre registi Gabriele Del Grande, Antonio Augugliano e Khaled Soliman, presentata giovedì al Festival del Cinema di Venezia. E’ un storia vera, di libertà e speranza. Una sfida di squadra, una scommessa, ma soprattutto è meglio di una denuncia giornalistica destinata restare confinata nel clamore temporaneo dei media. Proprio così la pensa il giornalista e regista Gabriele Del Grande, cronista dal fronte siriano, che ha incontrato a Milano i profughi-attori della fuga da conflitti e miseria.

Il film, sostenuto con 100 mila euro raccolti grazie al crowdfounding, al contrario di un articolo “usa e getta” tocca i cuori. Resta nella memoria quanto l’escamotage dei cinque fuggitivi, palestinesi e siriani, che grazie a un’idea maturata dai registi sono riusciti ad arrivare in Svezia sfruttando il matrimonio e il suo corteo quale passepartout per varcare le frontiere senza attirare l’attenzione. Ce la fanno. E noi con loro.

Nella sala silenziosa, ogni tappa, ogni passaggio, ogni risata, ogni brindisi, canzone e ricordo hanno intessuto tra i cinque protagonisti e il pubblico un legame d’affetto. Perché la vita è più forte della ragione di Stato e dell’ipocrisia di cui è infarcita a discapito dell’essere umano.
Io sto con la sposa – divenuto in un solo pomeriggio il caso del festival veneziano, accompagnato dall’apparizione di tante giovani donne in abito bianco – è una storia contro la legge. E’una vicenda carica di disperata attualità, all’apparenza inadatta per il red carpet di Venezia, che gli ha riservato a sorpresa un’accoglienza inattesa, soprattutto alla luce dello strisciante razzismo innescato dagli effetti della crisi economica e dall’ignoranza di chi si sente derubato dei propri diritti e servizi.

Poeta lo sposo, scampato al naufragio costato la vita a 500 persone al largo di Lampedusa, rapper il ragazzino che ha attraversato il mare insieme al padre, dissidenti marito e moglie decisi a dare una cittadinanza e una possibilità di futuro ai propri figli, palestinese con cittadinanza italiana uno dei registi, giovane donna bella, forte e istruita la sposa, che cercava di dimenticare il fischio delle bombe ascoltando la musica in cuffia. Sono loro il cast, sono loro ad approdare a Milano per poi intraprendere il viaggio verso nord con una manciata di auto e i vestiti da cerimonia.

Il corteo prende la via dei contrabbandieri tra Italia e Francia, la stessa strada tra i monti percorsa in passato dagli italiani diretti oltralpe in cerca di lavoro. Camminano, in abito lungo e doppio petto, lasciandosi alle spalle il nostro Paese, prima tappa verso il grande nord dove il clima è freddo ma il domani sembra meno grigio. E’ la via della clandestinità, raccontata dal muro di una casa diroccata sul quale, insieme agli altri messaggi, lo sposo scrive i nomi di uomini, donne e bambini conosciuti e annegati nell’attraversata. Una lapide improvvisata per tanti fantasmi di cui le istituzioni non conoscono il nome ma ai quali i profughi non negano la memoria, anzi. Il loro ricordo è forza. Nel film c’è voglia di vivere, di lottare e ridere, i dialoghi ne sono la testimonianza più immediata e, come ovvio, sono lo spunto di tante domande. Cielo e mare, due vie di fuga, accolgono in modo silenzioso le riflessioni della sposa: “il cielo e il mare sono di tutti”. Sono vie da percorrere in libertà, ma se si nasce nella parte sbagliata del mondo ciò che è normale diventa l’eccezione.

Il bicchiere di vino in mano, il più anziano dei protagonisti, si chiede perché mai deve dare le impronte digitali come un delinquente, perché una famiglia di 13 persone deve pagare 13 mila euro e morire inghiottita dalle onde per rincorrere nuove opportunità di vita. Per la verità ce lo chiediamo anche noi, consapevoli del fatto che se si sta male in un posto se ne cerca un altro dove campare meglio. Lo abbiamo fatto e lo facciamo quotidianamente, scappando all’estero con lauree e specializzazioni inutilizzabili nel nostro Paese.

Qualcuno crede davvero di poter fermare la fuga? Un po’ di pubblica sincerità e di reale impegno politico europeo non guasterebbe. E allora “Io sto con la sposa”, con gli abbracci trionfanti di chi ce l’ha fatta, dimenticandosi persino della macchina da presa che per un attimo, quasi a voler tradurre un’emozione, si fissa sul tetto del treno. E’ tempo di festa, è come essere andati in meta. Ed è subito Svezia.

La Natura che ci meritiamo

La vicenda dell’orsa e del raccoglitore di funghi è una di quelle storie che mi fanno arrabbiare a prescindere. Vogliamo la Natura con la N maiuscola, ma non abbiamo il coraggio e l’umiltà per viverla. Portiamo i nostri bambini nelle fattorie didattiche per vedere gli animaletti, ma se i nostri adorati pargoli si sporcano le scarpine di cacca facciamo una tragedia, se poi si beccano un morso o si piantano una spina in un ditino, facciamo causa all’azienda. L’educazione alla Natura e all’Ambiente dovrebbe essere qualcosa di quotidiano che parte dal rispetto e dalla conoscenza del nostro ambiente di vita. La parola ecologia indica fondamentalmente la scienza che studia gli equilibri. Ragionare in termini ecologici significa fare un sforzo per cercare di vivere rispettando l’ambiente che ci circonda, che non è un jungla inesplorata, ma un contesto antropizzato da secoli di storia, che ne hanno alterato completamente l’assetto originario, quindi, per fare un esempio, mettere delle fioriere in piazza Duomo non è ecologico, ma solo stupido e costoso, le piazze sono fatte di pietra e architetture , non hanno bisogno di fiorellini e piantine asfittiche per diventare più belle e più “ecologiche”. Le piazze devono respirare, accogliere, insegnare convivenza e civiltà, chiuderle con paletti e fioriere trascurate, è un modo per tradire la loro storia, non capire il loro equilibrio. Le città sono organismi complessi e non mi stancherò mai di ripeterlo, ci sono tantissimi posti fuori dalle piazze per piantare alberi. Se perdiamo di vista chi siamo e qual è il nostro ambiente, diventa facile illudersi di trovare la Natura ogni tanto tanto, magari andando per boschi, a rompere le scatole a plantigradi con uno sviluppato senso materno.
Viviamo tutti situazioni prive di buon senso, troppo facilmente ci lamentiamo del troppo sole o della troppa pioggia come se fosse possibile una Natura a comando con un pulsante per regolare sole, vento, neve e pioggia in funzione delle ferie. Cercare un equilibrio non è facile per nessuno, ma provo un’ammirazione enorme per chi ci riesce in modo onesto e senza fare proclami. Ammiro in modo particolare le persone che scelgono di vivere in un ambiente dove la Natura ha ancora il sopravvento e non per fare una vacanza o per fare dello spettacolo, ma come scelta di vita e lavoro, la loro è una fatica senza scorciatoie. A volte succede che la tua strada incroci una di queste persone eccezionali e la vita ti fa un regalo. Raccontare come ho conosciuto il signor Ruggero non è importante, quello che conta è la vita di quest’uomo, che da trentacinque anni porta ogni anno le sue pecore dalle Alpi del Lusia alla pianura friulana, fin quasi al mare, seguendo le strade della transumanza. La sua esperienza è raccontata in un libro magnifico curato da Valentina Musmeci, intitolato Un anno col baio. Il baio è il termine generico che indica il pastore. Ruggero è il baio: un armadio di uomo, scarpe pesanti, occhi vispi che brillano in mezzo a capelli e barba grigia, una voce sorprendentemente gentile in un fisico da troll che ti conquista all’istante con la sua ironia. Scoprire per caso il suo lavoro di pastore e avere in mano il libro che lo racconta, è stato sorprendente. Man mano che leggo le pagine e guardo le splendide fotografie, mi accorgo di un mondo parallelo, un mondo che sta davanti ai miei occhi eppure è nascosto. Tanti si alzano prima dell’alba per andare al lavoro, ma un conto è farlo passando dal letto all’automobile, un altro è scrollarsi l’umidità dal sacco a pelo e andare a piedi, prima che il sole sorga, per poter attraversare le strade senza dare troppo fastidio a chi sta in automobile. In questo gesto c’è una grande lezione. Ruggero non è un nostalgico, sa benissimo che se non ci fossero gli extracomunitari a mangiare carne di pecora avrebbe già chiuso bottega, lui non porta le bestie a spasso per fare della retorica del “bel tempo che fu”, fa il suo mestiere, un mestiere scelto per passione e in totale libertà, un lavoro con gli uomini, pecore, asini e cani, rispettati dal primo all’ultimo. Il baio cerca l’equilibrio, senza far troppi danni, con il suo mondo che è fatto soprattutto di animali, pioggia, sole, vento, gelo, merda, vita e morte, ma anche di vite altrui, automobili, orti, campi coltivati, strade asfaltate. Senza rispetto non c’è storia, non c’è equilibrio, non c’è conoscenza, non c’è la vera meraviglia, quella che si merita chi accetta la Natura per quello che è: dura e pura. Grazie Ruggero, e grazie a Valentina Musmeci per averlo raccontato.

Valentina Musmeci, Un anno col baio. Dalle Dolomiti all’Adriatico con un pastore errante e duemila pecore, Ediciclo editore, Portogruaro (VE), 2014

Una giornata perfetta pensando alt(r)o

RACCONTI LIDESCHI (TERZO) ovvero I DIARI VENTURI

Arrivo in spiaggia presto portandomi dietro un succulento Maigret d’antan Maigret e l’affare strip-tease, Mondadori 1967. Senza carta scrivo queste ultime note lidesche tra le pagine del libro.
L’ombrellone confina a destra con la passerella così, offrendomi al sole per la prima volta in tre anni, ho una perfetta visuale di “gente che va, gente che viene… che va… tutto senza scopo”: come recita una battuta nel famoso film del 1932, Grand Hotel, un capolavoro della commedia hollywoodiana con la sublime Greta Garbo. Alle orecchie metto le cuffie e tra l’ombra rosata delle palpebre chiuse risuona monumentale il tocco di Glen Gould che esegue L’arte della fuga. Condizione perfetta, se non fosse per uno scalpiccio insistente che mi scuote dalla meditazione musicale. Sono le casalinghe (non solo quelle di Voghera immortalate da Arbasino) tutte munite di permanentina fresca, che s’affrettano all’appuntamento quotidiano presso gli allettanti banchetti dei “vu cumprà” in fase di saldo come un gigantesco outlet che copre la linea del mare. Richiudo gli occhi e Bach come afferma Ramin Baharami mi placa e mi conforta. Una bambinetta arriva di corsa: “buongiorno!” esclama tutta eccitata occhieggiando le cuffie. Accetto la sfida e gliele metto alle orecchie, ma il risultato – ahimè! – è una smorfia disgustata. Così, rotto l’incanto, mi dedico all’osservazione del passeggio. Due signore discutono sul com’è difficile andare in villeggiatura a causa delle badanti che si prendono le ferie proprio in agosto e rendono così la vita impossibile. Proprio ieri Guido Ceronetti scrive un impagabile inno alle preziose badanti, vestali di difficili vecchiaie e custodi integerrime di una lingua italiana destinata al declino. Ma “gente che va” lascia il posto ad altre visioni e altri commenti: villeggianti che percorrono la passerella atteggiando il viso a quel disgusto che aleggia sui visi delle modelle come quelle di oggi che esibiscono la loro noia sponsorizzata riempiendo le pagine dei quotidiani per offrire borse e pellicciotti. E nel passaggio la “ggente” si offre non solo nel lato A ma anche in quello B malamente coperto da strisce minuscole di stoffa che a malapena s’inseriscono tra imponenti chiappe che sobbalzano per l’almodovariana “carne tremula”.
Il gentilissimo signore tedesco che occupa l’ombrellone alla mia sinistra e che parla un perfetto italiano s’interroga e m’interroga sulla situazione italiana che non riesce a capire. Tagli alle pensioni? “Mah!” anche se oggi ci si affretta a smentire qualsiasi intervento. I Bronzi di Riace all’Expo? “Mah!” anche se ci si chiede se fosse il caso, prima di “spedirli”, di elaborare una legge accettabile sulla sicurezza e la necessità dei viaggi delle opere d’arte. La grandezza di Verdi? “Non ci sono dubbi”.
Le vacanze(?) stanno per finire e la natura lentamente sta riappropriandosi dei suoi ritmi; così alla fine immagino l’imminente e prossimo viaggio.
Qualcuno mi chiede dei Buskers. Di fronte al terrore palese espresso dal mio viso, desiste mentre fugacemente mi passano davanti antiche ossessioni di musica da strada suonata sotto le mie finestre (allora abitavo proprio sotto il campanile del Duomo) che m’indussero a fuggire in campagna.
All’imminente ritorno in città m’attendono Dosso a Trento, le collezioni Cini a Venezia da preparare per gli Amici dei musei e poi Boldini a Forlì, il bimillenario di Augusto, il Barocco a Roma. Tutte meravigliose storie che gli amici organizzatori mi promettono di presentare a Ferrara.
E così il Lido degli Estensi non più Laido mi saluta con una giornata perfetta, dandomi appuntamento ad un altro anno e ad altre considerazioni.

L’EVENTO
Cracking Art, la plastica creativa che fa bene
all’ambiente e alla vista

Ad Orio (Bergamo) è possibile visitare fino a novembre una spettacolare expo organizzata dal Cracking Art Group, dove settemila animali realizzati in plastica riciclata danno vita ad un’Arca di Noè multicolore.

C’è tempo fino alla prima settimana di novembre per visitare la mostra “Il sesto continente”, organizzata dal centro commerciale Oriocenter in collaborazione con Cracking Art Group.

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Sculture in plastica riciclata di pesci

Oltre settemila sculture in plastica di grandi dimensioni che riproducono sei specie di animali, chiocciole, rane, suricati, lupi, rondini e pesci angelo, e che creano all’interno dello shopping center un momento di intrattenimento di grande impatto visivo ma anche di forte sensibilizzazione per il pubblico, come nella tradizione di questo movimento artistico.
Due sono gli obiettivi dell’evento espositivo: favorire la diffusione delle tematiche legate all’ambiente e all’ecosostenibilità, proteggendo la specie animale dai mutamenti climatici e dalle attività inquinanti dell’uomo, nonché di contribuire con la vendita delle opere alla salvaguardia del patrimonio storico e paesaggistico, finanziando con il ricavato il restauro di monumenti ed opere d’arte del nostro Paese.
Lo strumento ideato per comunicare il messaggio a favore dell’ambiente è originale: i visitatori di Oriocenter sono invitati a firmare una simpatica petizione sul sito www.ilsestocontinente.it per chiedere di non allontanare gli animali dalla galleria, dove si sarebbero rifugiati perché il loro habitat è minacciato.

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Rane multicolore

Il Cracking Art Group è composto da Renzo Nucara, Marco Veronese, Carlo Rizzetti, Alex Angi, Kicco e William Sweetlove, sei artisti internazionali che, sin dalla nascita del movimento artistico nel 1993, sottolineano l’intenzione di cambiare la storia dell’arte attraverso un forte impegno sociale e ambientale, unito ad un rivoluzionario uso di materiali plastici che evocano una stretta relazione tra naturale e artificiale.
La derivazione del termine “Cracking Art” deriva dal verbo inglese to crack ossia schioccare, scricchiolare, spaccarsi, spezzarsi, incrinarsi, cedere, crollare…
Per gli artisti appartenenti a questa corrente, Cracking è quel processo che trasforma il naturale in artificiale, l’organico in sintetico. Un procedimento drammatico se non controllato con coscienza. E’ proprio per evitare scenari disastrosi che hanno puntato sulla scelta di quel tipo di materiali (plastica riciclabile e rigenerata), scelta che si riflette nell’impegno sociale e ambientale del movimento.

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Banner con lumache giganti

Riciclare la plastica significa sottrarla alla distruzione tossica e devastante per l’ambiente, farne delle opere d’arte significa comunicare attraverso un linguaggio estetico innovativo ed esprimere una particolare sensibilità nei confronti della natura.
Negli ultimi anni, il Cracking Art Group ha realizzato diverse installazioni di Regeneration in piazze, monumenti, musei e centri commerciali, portando l’arte contemporanea a confronto con l’arte antica e monumentale [vedi].
Così lo storico dell’arte Philippe Daverio, che ha tenuto a battesimo la mostra di Orio, parla di questa particolare forma d’arte: “Il mio primo incontro con gli artisti della Cracking Art è avvenuto nel lontano 1995, quando ero assessore alla cultura del comune di Milano. La Cracking Art rappresenta un modo di offrire una seconda vita ai materiali che sono diventati rifiuti. Il primo modo di fare raccolta differenziata, attraverso un intervento etico che diventa un gioco ludico. Il centro commerciale di Orio Center evoca un mercato del ‘500 dove alla vita commerciale si aggiunge la vita sociale che diventa vita estetica, perché gli artisti della Cracking Art l’hanno vestito, donando ad ogni luogo un linguaggio immediato e colorato. Animali che trasformano l’edificio in un totem della comunicazione e un centro commerciale in una galleria d’arte dove ogni angolo racconta una storia”.
“Il sesto continente” è un’occasione davvero unica per vivere un’esperienza che emozionerà sia gli amanti dell’arte contemporanea che i visitatori di tutte le età, con un forte messaggio di speranza per il futuro del nostro pianeta.

Per saperne di più visita il sito [vedi]

IL FATTO
Bambini del mondo,
l’infanzia negata

Bambini, questi sconosciuti, questi ignorati-cannibalizzati-feriti-uccisi-dimenticati.
Proprio i bambini, che nulla possono contro la cattiveria dei grandi, che nulla sanno dei mali del mondo, che vogliono solo giocare, scherzare, divertirsi, correre e ridere.
Proprio i bambini che invece si trovano, loro malgrado, in mezzo a tanto nero. Il nero del fumo, della paura, del terrore, delle armi, del pianto, del dolore, della morte.
Così, a Gaza, la tregua appare ancora incerta e fragile. E mentre si stimano in oltre 370mila i bambini che hanno bisogno di sostegno psicologico ed emotivo urgente, le organizzazioni umanitarie non riescono più a rispondere a questa situazione catastrofica, almeno finché non ci sarà un cessate il fuoco permanente. L’allarme è di ‘Save the children’, che stima in più di 450 i bambini uccisi finora a Gaza. In mezzo a tanta distruzione, i bambini non hanno alcun senso di normalità e la continua violenza potrà solo aggravare e approfondire la loro paura e il trauma. Le ferite non potranno essere così facilmente sanate e l’impatto a lungo termine di questa violenza sui più piccoli sarà terribile. In Ucraina, in un asilo colpito dai bombardamenti, sono volati in cielo dieci bambini. In Iraq, molti altri, per non parlare della Siria. Una vera contabilità dell’orrore. Ma il problema non è dato dai numeri, 450, 100, 200 o 1000. Anche un solo bambino ucciso dalla guerra è già troppo.

Tanti sono gli strumenti internazionali esistenti, dalla Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989, alla Carta africana sui diritti e il benessere del bambino del 1990, fino alle Risoluzioni 1539/2004 e 1612 /2005 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite sui bambini e i conflitti armati, ma i principi in essi contenuti sono sistematicamente violati. Strumenti di tal tipo non servirebbero nemmeno, se solo ci si fermasse a riflettere sulla sacralità stessa dell’infanzia. Che uomini siamo mai diventati?
I bambini, con il loro candore e la purezza, sanno trasferire semplicemente le emozioni più profonde con facilità e spontaneità. E’ difficile insegnare ai nostri figli a sognare e a esprimere i propri sentimenti per migliorare il mondo davanti a tanta crudeltà, diretta proprio contro di loro. Le loro camerette colorate dovrebbero farci ribellare a tanta ingiustizia, spingerci a gridare, urlare, protestare, strappare promesse a chi deve e può agire. In molte parti del mondo questi bambini non giocano più, devono fare i conti con mine, spari, scoppi, bombe. Piccole pedine indifese, parte di un gioco sporco degli adulti, il loro cuore non ha spazio per pulsare, per i semplici sentimenti di ogni giorno, per scavalcare muri, arrampicarsi sugli alberi, giocare con la sabbia, con secchielli e palette, con biglie e palline, con vento e aquiloni, con bambole e macchinine, per trovare un nascondiglio diverso da quello necessario a scampare a una granata.
Piccoli e rosei burattini, molti bambini non possono più avere alcun entusiasmo, correre nei prati per inseguire un fiore. Li stiamo privando dell’infanzia, non è giusto, non è tollerabile, non è naturale, non è umano. E’ ora di fare qualcosa. Anche se è davvero difficile capire cosa, in un ingranaggio tanto complesso, misero e meschino…

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”,
Il piccolo principe, (Antoine de Saint-Exupéry)

“Un bambino risponde «grazie» perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo. Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te. […] Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è «aiutami a fare da solo». Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato; punirlo è un gesto crudele, purtroppo sono molte le madri che infieriscono in quei momenti. Avrai modo più tardi di spiegargli l’importanza del darti ascolto, soprattutto in situazioni che possono diventare pericolose. Lui capirà. Un bambino non apre un libro perché riceve un’imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la letteratura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell’oggetto che voi tenete sempre in mano con quell’aria soddisfatta. Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu. […] Un bambino che si veste da solo abbinando il rosso, l’azzurro e il giallo, non è malvestito ma è un bambino che sceglie secondo i propri gusti. […] Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte. Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere. Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua. […] Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.” (Federica Morrone)

IL BRANO INTONATO: Non insegnate ai bambini, Giorgio Gaber

Lavori socialmente utili

La notizia che sarà l’esercito italiano a coltivare marijuana terapeutica ci riempie di soddisfazione. Finalmente i nostri soldati avranno qualcosa di utile da fare. E se poi ai più facinorosi verrà la nostalgia di giocare alla guerra hanno già in casa il rimedio: fuma che ti passa.

LA STORIA
Il sogno di Ezra Pound
eliminare il debito e l’usura

“L’usurocrazia (potere degli usurai, ndr) fa le guerre a serie. Le fa secondo un sistema prestabilito, con l’intenzione di creare debiti”. E’ sufficiente sostituire il termine “guerra” con “speculazione” o “deflazione programmata” e la frase è facilmente riconducibile alla situazione italiana attuale. Invece questa affermazione è stata concepita nel 1944. Bruciava ancora sulla pelle degli europei la catastrofe dalla Seconda Guerra mondiale e l’orrore nazifascista. Ma c’è chi, senza salire sul carro del vincitore, riesce ad analizzare il conflitto, lontano da retorica e ipocrisia. Uno dei pochi è Ezra Pound.

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Ezra Pound, una figura controversa

Ezra Weston Loomis Pound nasce ad Hailey nel 1885, compie i suoi studi alla Cheltenham High School, allo Hamilton College di Clinton e all’Università di Pennsylvania. Nel 1908 lascia gli Stati Uniti per raggiungere l’Europa e frequenta i circoli degli intellettuali di Gibilterra, Venezia, Londra. Nel 1920 abbandona la conservatrice Londra per raggiungere Parigi, palcoscenico per i movimenti di avanguardia culturale dove frequenta personalità del calibro di Francis Picabia, Ernest Hemingway, Pablo Picasso, Erik Satie e James Joyce. Nel 1924 si stabilisce definitivamente a Rapallo, in Italia, stanco dell’atmosfera urbana parigina. Ed è proprio in Italia che inizia la storia dolorosa e turbinosa del poeta americano. Negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, a Londra, Pound aveva maturato una personale e complessa visione del mondo e della società, riconoscendo le forti criticità del sistema e della dottrina capitalista, così come quella marxista. Fu proprio questa sua convinzione che lo spinse a esprimere apprezzamento per i provvedimenti sociali del regime fascista di Mussolini in favore dei lavoratori, le opere pubbliche e la ricerca di una politica alternativa al liberismo, in cui Pound riconosceva la principale causa delle diseguaglianze sociali.
E proprio in Italia approfondisce lo studio di una nuova dottrina economica e sociale sintetizzata in saggi pubblicati sia in lingua italiana che inglese, come ‘Abc of Economics’, ‘What is Money for?’, ‘Lavoro e Usura’. Questi testi sottolineano lo spirito poliedrico di Ezra Pound, poeta, sociologo e attento osservatore della società. ‘Lavoro e Usura’, pubblicato nel 1954, viene scritto verso la fine della Seconda Guerra Mondiale e rappresenta una lucida analisi delle cause e dello svolgimento di uno dei conflitti più sanguinari della storia dell’uomo. E questa onestà costerà cara a Pound, come vedremo. ‘Oro e Lavoro’, primo dei tre saggi di ‘Lavoro e Usura’, si apre con la visione onirica della Repubblica dell’Utopia, raggiunta per caso da Pound nel corso di una passeggiata lungo la Via Salaria. E’ una Repubblica ridente, equilibrata e onesta grazie alle leggi vigenti e all’istruzione ricevuta sin dai primi anni di scuola. Gli abitanti di Utopia attribuiscono la propria prosperità ad un singolare modo di riscuotere l’unica tassa che hanno, che ricade sulla moneta stessa: su ogni biglietto del valore di cento il primo giorno di ogni mese viene imposta una marca del valore di uno e “il governo, pagando le sue spese con moneta nuova, non ha mai bisogno di imporre imposte, e nessuno può tesorizzare questa moneta perché dopo cento mesi essa non avrebbe alcun valore. E così è risolto il problema della circolazione”.

Nella Repubblica dell’Utopia, i cittadini “non adorano la moneta come un dio, e non leccano le scarpe dei panciuti della borsa e dei sifilitici del mercato” perché la moneta viene riconosciuta come mero mezzo di scambio, senza cadere nell’erronea distorsione di riconoscerla come merce. Pensando alla situazione europea attuale è evidente il perenne errore della dottrina economica neoclassica (o neofeudale?) con cui non si riesce a instaurare un sistema economico funzionale all’economia reale. Secondo Pound la Repubblica dell’Utopia è un paese sano, libero dall’attività criminale dell’usura e dalle iniquità di borsa e finanza; i cittadini hanno creato una propria economia, funzionale ai propri bisogni e in cui è difficile rimanere abbindolati dalle distorsioni della finanza. Segue all’arguta metafora la descrizione della “Precisione del reato” in atto Pound parte addirittura dal 1694: viene fondato il Banco d’Inghilterra e lo stesso fondatore Paterson dichiarò chiaramente il vantaggio della sua trovata: la banca trae beneficio dell’interesse su tutto il danaro che crea dal niente. Pound chiama questa istituzione un’ “associazione a delinquere”.
Paradossalmente è proprio nell’ultimo anno che la Banca d’Inghilterra ha ammesso che la moneta viene creata dal nulla. Così come allora, ciò succede oggi.

L’intellettuale americano ovviamente riconosce la funzione potenzialmente utile di banche e banchieri, essi forniscono una misura dei prezzi sul mercato e allo stesso tempo un mezzo di scambio utile alla nazione, “ma chi falsifica questa misura e questo mezzo è reo.” Quindi è proprio il concetto di sovranità popolare e nazionale che viene sottolineato, evidenziando l’importanza di avere diretto controllo sul proprio credito e su una Banca Centrale nazionale e pubblica per scongiurare i rischi che derivano dal lasciare il proprio portafoglio ad un istituzione straniera non controllabile. Si può trovare facilmente un parallelismo con la situazione attuale: l’Italia, come gli altri stati federati europei, non ha gli strumenti per controllare un organo come la Banca Centrale Europea, di fatto una banca privata che eroga prestiti a debito.
Pound arriva quindi a delineare l’immenso potere dato in mano all’Usurocrazia. E proprio a questo punto che il poeta arriva a parlare della guerra. Le guerre vengono scatenate dall’Usurocrazia per mettere sotto il giogo del debito le nazioni sotto attacco finanziario. L’obbiettivo della finanza è costringere i debitori a rilasciare le proprietà attraverso la contrazione della circolazione monetaria. Questo è ciò che successe nel 1750 in Pennsylvania dove la Corona Inglese soppresse la carta moneta per stroncare un’economia che poteva diventare pericolosa per gli interessi del Regno Unito.
Ezra Pound nel programma radiofonico «Europe calling, Ezra Pound speaking», durante la guerra, sostenne che le colpe dello scoppio del conflitto non erano da imputare solamente a Mussolini e a Hitler ma anche agli speculatori della grande finanza che aveva interesse a far indebitare Italia e Germania. Pound, che nel 1933 viene ricevuto da Mussolini per esporre il proprio pensiero economico, afferma che la finanza internazionale si è infuriata venendo a conoscenza della mire italiane di raggiungere la sovranità economica, l’autarchia e di volersi sottrarre al grande ricatto del debito. Il poeta scrive a chiare lettere che “una nazione che non vuole indebitarsi fa rabbia agli usurai”.

Ma cosa è necessario affinché il ricatto dell’Usurocrazia vada in porto? Pound risponde che la colpa è da identificare nella nostra ignoranza. Un’ignoranza che deriva dalla disinformazione e dalla velleità della stampa, che è fondamentalmente controllata dalla stessa Usurocrazia. Viene citato l’odioso esempio degli advertisers, le grandi ditte e istituti finanziari che comprano pagine “pubblicitarie” nei giornali americani: “è idiota lasciare le fonti d’informazione della nazione nelle mani di privati irresponsabili, talvolta stranieri”. E quindi l’ignoranza e la velleità che permette la pratica dell’usura che altro non è che una tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività e all’effettiva possibilità di produrre. Riguardo la pratica dell’usura Pound consiglia, ispirandosi al De Re Rustica di Catone, di avere la stessa opinione che potrebbe avere una vittima del suo assassino.

Per sottolineare il carattere di libero pensatore del poeta americano, egli si espresse anche duramente circa l’antisemitismo che caratterizzava il regime fascista e nazista. Egli dichiarava fosse inutile e ingenuo far ricadere le colpe sul popolo ebraico, e che si dovesse invece indirizzare la lotta contro l’Usurocrazia e la finanza, il vero nemico, che non ha mai avuto razza.
Ma Pound pagò cara questa sua onestà intellettuale da uomo e pensatore radicalmente libero. Il poeta fu prelevato dalla sua casa a Rapallo da un commando partigiano e consegnato agli Alleati.
La notte tra il 15 e 16 novembre 1945, all’uscita del campo di concentramento del Disciplinary Training Camp di Pisa, in una jeep scoperta americana veniva trasportato Pound, anziano e malconcio prigioniero ammanettato. Indebolito e stordito dai molti mesi di carcere duro, rinchiuso in una gabbia all’aperto, esposto al sole e alla pioggia, il poeta era atteso a Roma da un volo speciale che, dopo trenta ore di volo e un paio di scali, giunse a Washington. Qui l’aspettavano un processo per alto tradimento, il rischio della condanna a morte, la diffamazione, infine 13 lunghi anni di internamento nel manicomio criminale di St. Elisabeth.
Così finisce il sogno della Repubblica dell’Utopia di Ezra Pound; diffamato allora da chi per convenienza salì sul carro del vincitore e oggi da chi rimane accecato dall’ipocrisia ideologica.
Oggi le sue parole a noi suonano come la profezia del disastro a cui stiamo assistendo: “Con usura nessuno ha una solida casa di pietra squadrata e liscia”; lascia la sua pesante eredità intellettuale a noi, incapaci di scrivere sopra il portone del nostro Campidoglio “il tesoro di una nazione è la sua onestà”.

(Fonti: “Lavoro ed Usura”, Ezra Pound (1953) e “Canti Pisani”, Ezra Pound consultabili all’archivio Nello Quilici e alla Biblioteca Ariostea)

La mafia uccide solo d’estate

Il giovane Arturo, Palermola prima parola pronunciata alla nascita, “mafia” invece di “mamma”. La nostra storia, la nostra coscienza. Un film straordinario e commovente.

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la locandina

Ideato da un sorprendente “Pif”, classe 1972 – quella generazione che, come la mia, ricorda bene i terribili eventi di mafia del 1992 -, questo film è davvero profondo, toccante, un omaggio alle vittime della mafia, diverso e originale perché fa riflettere anche sorridendo, perché smaschera i segreti di un paese in una maniera e stile del tutto diversi da quelli a cui siamo abituati quando si scrive e si parla di malavita organizzata. Qui non ci sono eroi e antieroi, ma al centro vi è il piccolo Arturo, nato accanto alla figlia di Totò Riina, un bambino palermitano innamorato della piccola Flora, che fa di tutto per conquistarla, mentre omicidi e tappe importanti della nostra politica nazionale scorrono, inesorabili, sotto i suoi occhi giovani, increduli e impotenti.

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scena del film, Rocco Chinnici spiega ad Arturo la bontà degli iris alla ricotta

Arturo confessa il suo giovane amore solo a Rocco Chinnici, vicino di casa di Flora, vive tutta un’infanzia circondata da eventi di sangue, incrociando Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, che gli rivela la bontà degli iris ripieni di ricotta, e assistendo involontariamente alle morti dello stesso Chinnici, di Pio La Torre o del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Tutto è visto attraverso gli occhi di due bambini: ogni volta che le cose sembrano andare bene, ogni volta che Arturo sta per dichiararsi a Flora ecco che uccidono qualcuno, scoppia una bomba o bisogna stare incollati alla televisione per seguire qualche grande e conturbante avvenimento.
Arturo ha il mito di Giulio Andreotti
, che da un lontano schermo televisivo, confessando di essersi dichiarato alla futura moglie al cimitero, sembra volergli suggerire come conquistare la propria amata. Di lui colleziona immagini e articoli di giornale, ha poster appesi nella cameretta, ne indossa le vesti in abiti da carnevale per i quali viene anche premiato.

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Il piccolo Arturo con il giornale che annuncia l’omicidio di Dalla Chiesa

Arturo, da grande, vuole fare il giornalista, lo capisce quando vince il concorso indetto da un giornale palermitano e, per un mese, vi scrive articoli. Corre allora in prefettura a intervistare Dalla Chiesa, entrando di soppiatto, e gli chiede: «l’onorevole Andreotti dice che l’emergenza criminale è in Campania e in Calabria. Generale, ha forse sbagliato Regione?». Uscendo, nota l’assurdità di combattere una guerra quando fuori dall’ufficio del Generale vi sono solo due agenti. Non sa che Dalla Chiesa ha rinunciato alla scorta. E invano aspetterà Andreotti al funerale di Dalla Chiesa, non sapendo che il presidente del Consiglio ai funerali preferisce i battesimi, come dichiarerà a un giornalista che gli chiede conto di quell’assenza. Il nostro protagonista cresce e all’improvviso si ritrova sdraiato nel suo letto, ventenne, ora consapevole di quello che sta accadendo intorno a lui. Cade anche Dalla Chiesa, grande lo sconforto quando si comprende che Andreotti non era una buona fonte (…), quando il primo dovere di ogni giornalista è proprio quello di verificare le proprie fonti.

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Arturo e Flora

I filmati di repertorio scorrono, la coscienza rivive. Flora è lontana da Palermo, partita per la Svizzera, ma qui la guerra di mafia continua. Arturo decide che Andreotti non è più il suo mito. Il poster che aveva appeso alla parete è caduto insieme alle speranze nell’esplosione che ha travolto il giudice Chinnici, l’unico che, prima di uscire, aveva letto il messaggio d’amore disegnato sull’asfalto per Flora, un cuore che salta, un amore che ancora non viene confessato. Arturo ha capito cosa sta succedendo e con lui l’ha compreso anche Palermo. La scena che raffigura questa nuova consapevolezza è quella dei funerali di Paolo Borsellino, quando, il 24 luglio 1992, l’intera città si riversa davanti alla cattedrale della S. Vergine Maria Assunta per urlare ai politici intervenuti alle cerimonie: «Fuori la mafia dallo Stato!». Emblematica è, poi, la scena in cui un picciotto spiega a Riina come funziona il climatizzatore e la sua accensione. Il boss è così ignorante che il picciotto perde la pazienza. Ma quando Riina preme il pulsante del telecomando davanti alla tv dove si vedono Falcone e Borsellino, si sente un’esplosione: «qualche giorno dopo Totò Riina capì come funziona un telecomando», commenta la voce narrante del regista, la strage di Capaci.

Arturo adulto si divincola fra le difficoltà di trovare lavoro, segue pure la campagna di Salvo Lima, ma solo per amore di Flora, e l’omicidio del politico lo porterà definitivamente a stare dalla parte giusta e a conquistare la donna amata in modo definitivo. Al loro figlioletto cercherà di far capire, passeggiando per Palermo e sfilando davanti a tante lucide lapidi commemorative, chi sono stati gli uomini che hanno lottato contro la mafia, muovendosi tra il drammatico e il comico, con coraggio e grande senso civico ma con la sensibilità e l’incoscienza di un vero poeta.

“La Mafia uccide solo d’estate”, di Pierfrancesco Diliberto (“Pif”), con Pif, Cristiana Capotondi, Ninni Bruschetta, Claudio Gioè, Italia 2013, 90 mn.

L’OPINIONE
E adesso anche la Bce vuole aumentare la moneta in circolazione

Alleluia. La Bce ha praticamente azzerato i tassi di riferimento portandoli allo 0,05%, ha alzato i tassi negativi sui depositi bancari da 0,1 a 0,2% e il board dei governatori delle banche Ue ha cominciato a discutere del quantitative easing, cioè del volume di denaro da riversare nell’economia reale, a famiglie e imprese, che si concretizzerà nei prossimi mesi. I mercati hanno esultato, lo spread Btp decennali – Bund tedeschi è finito a 138 punti base, mai così basso.
Anche se la decisione è stata giudicata “inaspettata” e “sorprendente” da diversi media finanziari internazionali, sorprendente non è affatto. Da diverse settimane il presidente della Bce Mario Draghi aveva lasciato capire che servivano misure stimolatrici dell’economia e per frenare la deflazione, favorendo politiche espansive nell’Eurozona. Ed è assai probabile che questa mossa sia stata al centro del meeting economico di Jackson Hole, negli Stati Uniti.

La Bce agisce quindi con una sua coerenza, seguendo l’esempio della Federal Reserve americana e della Banca centrale del Giappone. Ma le politiche monetarie non hanno effetti eterni, non agiscono sulla struttura delle economie. Queste manovre possono correggere i cicli economici per un breve periodo, ma se poi le economie non si riprendono, gli stimoli monetari perdono la loro efficacia. E non possono durare per sempre: negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha deciso di diminuire gradualmente il programma di erogazioni di risorse finanziarie al sistema economico (cominciato con 40 miliardi di dollari al mese nel settembre del 2012) per farlo terminare nel prossimo mese di ottobre. Significativamente, il sito internet del Washington Post del 13 luglio scorso commentava che il quantitative easing (Qe) non sarà affatto il quantitative eternity (Qe-ternity).

Il dibattito nell’Eurozona non ha finora chiarito se il rigore deve essere a senso unico, un credo assoluto, oppure no; se le deroghe al patto di stabilità chieste dall’Italia e da altri Paesi saranno approvate o meno e cosa produrranno. Sicuramente la sola Bce non potrà far molto, se non si aggrediscono nodi strutturali. Come farlo? Mario Draghi ha chiarito che l’elasticità è possibile, ma rispettando le regole che l’Eurozona si è data, ed evocando la necessità di riforme precise nei mercati del lavoro e del prodotto, e migliorando l’ambiente economico in cui si muovono le imprese.
Criteri generali, in cui ognuno può muoversi nel bene e nel male. Ma a ben vedere la parola chiave dell’economia è una sola, e vale ormai per tutta l’Eurozona: ricostruzione, su basi nuove e più eque , e rapporti tra gli Stati improntati alla cooperazione, non a logiche di primazia più o meno mascherate. Altrimenti, a che serve l’Europa?

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Fecondazione eterologa al via in Emilia-Romagna. Le linee guida presentate dall’assessore Lusenti

da: ufficio stampa giunta regionale Emilia-Romagna

Politiche per la salute – Al via in Emilia-Romagna la fecondazione eterologa. Sarà gratuita nelle strutture pubbliche. L’assessore regionale Carlo Lusenti: “Norme che danno ordine, funzionamento e disciplina all’esercizio di un diritto riconosciuto dopo la sentenza della Corte Costituzionale”

Bologna – Al via in Emilia-Romagna la fecondazione eterologa, che sarà gratuita nelle strutture sanitarie pubbliche. La Regione ha predisposto le proprie linee guida, che definiscono le modalità di erogazione e i criteri di autorizzazione per le strutture sanitarie.
Il documento è stato presentato oggi in conferenza stampa dall’assessore alle Politiche per la salute Carlo Lusenti e, considerata la natura urgente del provvedimento, sarà adottato la prossima settimana con una delibera di Giunta. Il testo recepisce le linee guida nazionali, condivise e approvate ieri dalla Conferenza delle Regioni e Province autonome.
“Con l’accordo raggiunto ieri – ha affermato Lusenti – le Regioni hanno assolto in modo molto tempestivo all’impegno preso a metà agosto: condividere regole comuni di funzionamento che rendano esigibile per le coppie un diritto riconosciuto dopo la sentenza della Corte Costituzionale”.
Già dalla prossima settimana, non appena entrerà in vigore la delibera regionale, le coppie potranno recarsi nei ventuno centri – pubblici e privati – di procreazione medicalmente assistita presenti in Emilia-Romagna, per effettuare i colloqui con i medici, ai quali compete la decisione di consigliare la tecnica più idonea per la coppia.
“Le linee guida – ha spiegato l’assessore – danno ordine e disciplinano l’esercizio di un diritto, e al tempo stesso garantiscono equità di accesso alle prestazioni e sicurezza per la salute dei cittadini che ricorrono alla fecondazione eterologa”.
Per quanto riguarda il tema economico, cioè l’incidenza che l’introduzione di questa tecnica avrà sul sistema sanitario nazionale, l’assessore ha affermato: “La differenza di costi tra la procreazione medicalmente assistita omologa ed eterologa è marginale – ha spiegato – e riguarda essenzialmente la spesa per la conservazione del registro e la crioconservazione dei gameti. In Emilia-Romagna ogni anno sono circa 4.500 le coppie che fanno ricorso alla fecondazione omologa e stimiamo che con l’eterologa aumenteranno circa del 10-15%”.

I contenuti del documento
Le linee guida definiscono i criteri di selezione dei donatori e dei riceventi, gli esami infettivologici e genetici da effettuare, il numero di donazioni che un donatore o donatrice può effettuare, le regole sull’anonimato dei donatori, i criteri di esecuzione della fecondazione eterologa, la tracciabilità delle donazioni.
Come per la fecondazione omologa, tutti gli esami, i controlli e la metodica sono a carico del Servizio sanitario nazionale, con il limite massimo di 43 anni per le donne riceventi e un numero massimo di 3 cicli da effettuare nelle strutture pubbliche. La compartecipazione alla spesa (il ticket) è prevista solo per gli esami diagnostici e di valutazione dell’idoneità per entrambi i componenti della coppia, precedenti all’avvio della procedura. Gratuita e volontaria è la donazione, così come gli esami e i controlli che devono effettuare donatori e donatrici. I donatori maschi devono avere un’età tra i 18 e i 40 anni, le donatrici tra i 20 e i 35 anni.

I centri di procreazione medicalmente assistita in Emilia-Romagna
In Emilia-Romagna sono 21 i centri autorizzati (10 pubblici e 11 privati) per le tecniche di procreazione medicalmente assistita. Delle 10 strutture pubbliche, 4 sono di primo livello (effettuano l’inseminazione artificiale, a bassa complessità organizzativa e tecnico-professionale), mentre le altre (sempre pubbliche) sono autorizzate a utilizzare anche tecniche di secondo-terzo livello (fecondazione in vitro e fecondazione attraverso l’iniezione dello spermatozoo all’interno del citoplasma). Per il privato, su 11 centri, 4 sono di primo livello, gli altri di secondo-terzo.
Tutte le strutture che eseguono procedure di procreazione medicalmente assistita possono già effettuare la fecondazione eterologa, come previsto dal documento approvato dalla Conferenza delle Regioni. Rispetto ai nuovi ulteriori requisiti specifici di autorizzazione per la fecondazione eterologa, le linee regionali individuano un periodo di transizione entro il quale le strutture, sia pubbliche che private, devono adeguarsi (entro il 31 dicembre 2014).
In attesa di realizzare un registro nazionale dei donatori che possa consentire la tracciabilità dei dati tra donatore e nato, pur garantendo l’anonimato, ogni centro conserverà le proprie banche dati e non potrà, per motivi di sicurezza, scambiare i gameti con altri centri.
Nel 2013 i centri dell’Emilia-Romagna hanno trattato con tecniche di primo livello 794 pazienti (ultimo dato aggiornato del Registro nazionale), di cui 507 nelle strutture pubbliche e 287 nelle private. L’attività di secondo e terzo livello ha riguardato 3.820 pazienti, di cui 2.358 nei centri pubblici e 1.462 in quelli privati.

Consolazioni marine in un giorno di pioggia

RACCONTI LIDESCHI (SECONDO) ovvero I DIARI VENTURI

Niente di peggio di una noiosa giornata piovosa al mare, mentre come formiche impazzite i villeggianti percorrono su e giù il corso con fare febbrile e indaffarato, in attesa che il tempo passi tra interminabili code in farmacia o dal pasticcere. Frattanto internet procede a singhiozzo e non riesci a lavorare; le notizie minacciose sulla salute di un carissimo amico rendono ancora più cupa la prospettiva di arrivare a sera, nonostante che nell’unica libreria ricca di romanzi gialli e di evasione per pura pigrizia compri Doris Lessing, i racconti della Mansfield e quelli non ancora letti di Hesse che ritroverai intonsi l’anno prossimo. Pensi al prossimo viaggio e ti rappresenti una giornata simile tra Londra ed Edimburgo, sapendo già che per un giorno ti perderai la mostra su Virginia Woolf e ti trascinerai il ponderoso catalogo per tutto il viaggio. E al ritorno della passeggiata con la Lilla, tra un piovasco e l’altro ti abbatti sul divano e accendi la televisione: Rai 5. Le note del concerto per violino di Brahms entrano nella stanza e l’accendono di luci accecanti che si sperdono tra la chioma dei pini e si sommano al pigolìo dei giovani storni. Sullo schermo la camera è fissa sul viso del solista: un viso russo. Gli occhi serrati ogni tanto si socchiudono con un movimento d’approvazione e un misterioso sorriso aleggia sulle labbra sottili. Mani grassocce carezzano lo strumento e lo afferrano in stretta d’acciaio e finalmente capisci che la nobiltà dello spirito umano ha ragione delle giornate uggiose: dei problemi politici e culturali di “Ferara, stazione di Ferara”, della mediocrità della vita. Non t’importa più dei visi comuni e anonimi dei musicisti, né del gesto enfatico del direttore. Delle improbabili mises delle suonatrici. Né degli odori e puzze di umanità che qui tra la folla o là nella sala di concerto emanano i presenti e i gitanti.
T’importa solo del divino che è in quelle note.
E per raggiungere la pienezza della consolazione ritrovata t’affretti a rileggere i primi quattordici versi del Paradiso dantesco. E stai in pace.

IL FATTO
Accanto al bel Listone
sul corso c’è l’effetto
di una colata di fango

Il nuovo Listone piace a tutti. La piazza Trento e Trieste, accanto al duomo, si presenta ora affascinante e suggestiva anche la sera, allorché il rinnovato impianto di illuminazione la inonda di magica luce. All’ineccepibile opera di riqualificazione della piazza, fa però da contrappunto il discutibile intervento effettuato sul contiguo, centralissimo, corso Martiri della Libertà.
Per necessità di parziale ripristino del manto in porfido, avvallato a causa del passaggio di bus e mezzi pesanti – così è stato spiegato – si è provveduto a posare un inserto di pavimentazione nuova in luogo di quella affossata. L’effetto ottenuto però – aldilà di curiosi inserti metallici a forma d’onda posti a intervalli regolari chissà perché – è quello tipico dei residui di fango lasciati da un temporale. I nuovi cubetti utilizzati, infatti, presentano toni cromatici nettamente più chiari rispetto a quelli a loro preesistenti, e con tonalità che virano al beige anziché al grigio.

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L’evidente differenza cromatica fra i vecchi e i nuovi sampietrini posati in corso Martiri a Ferrara

L’assessore ai Lavori pubblici, Aldo Modonesi, interpellato in proposito, assicura che si tratti di materiali prodotti dalla medesima cava dalla quale ci si era riforniti in passato. E spiega che che la differenza cromatica è dovuta semplicemente all’usura della pavimentazione. “Quella precedente, in cinque anni, ha subito l’effetto dello sfregamento delle gomme, causato dal transito dei mezzi veicolari e dei passanti, e del sedimentarsi dello sporco”. Si tratterebbe quindi di una semplice conseguenza dell’usura. Pertanto, per rivedere una pavimentazione gradevolmente uniforme, priva dell’attuale effetto patchwork, si tratta solo di aver pazienza: qualche anno e il tempo farà la sua parte…
Ma se questo è il problema, non era proprio possibile recuperare i vecchi sampietrini rimossi e riutilizzare quelli, anziché posarne di nuovi? Erano sprofondati, mica distrutti! Si sarebbe così evitato ogni inestetismo.

L’INCHIESTA
Partigiani oggi:
fra i nuovi interventi
Massimo Gramellini
e Daniele Civolani (Anpi)

2. SEGUE – Partigiani oggi: quali ideali sostenere e a cosa opporre resistenza. La sollecitazione di ferraraitalia sta inducendo tanti a intervenire. Anche Massimo Gramellini (vicedirettore della Stampa che non necessita certo di presentazioni) si è reso disponibile e ha risposto all’interrogativo. Sposta l’attenzione dal piano politico a quello morale e afferma con eloquente semplicità: “Il valore da difendere è l’entusiasmo. I nemici dell’entusiasmo sono il cinismo e le false promesse”.

Paolo Ferrandi, giornalista della Gazzetta di Parma e docente all’Università della città ducale, rivela di essere “sempre un po’ a disagio a indicare ‘imprescindibili capisaldi’ o ‘bussole dell’agire. Il fatto è che spesso nella vita si naviga a vista. Però della triade classica – liberté , egalité, fraternité – sono particolarmente affezionato all’uguaglianza. Un po’ perché l’utopia dell’uguaglianza sostanziale è passata di moda con il crollo dei paesi comunisti (e anche lì c’erano quelli più “uguali degli altri”); un po’ perché anche l’ideale regolativo dell’uguaglianza delle opportunità ormai è dimenticato anche dai partiti (e movimenti) di sinistra in nome dell’efficienza definita in termini economici. E poi la capacità di dire di no e di stare caparbiamente in minoranza, quando si pensa che sia giusto. Anche rischiando. Ma quello penso sia implicito nel concetto stesso di resistenza”.

“In questo momento il valore che credo debba essere difeso con maggior forza – sostiene Daniele Civolani, presidente dell’Anpi di Ferrara – è quello del lavoro, poiché il numero impressionante di persone che vengono private di questo diritto fa sì che si vada ad aprire una ferita grave nella dignità del nostro intero Paese”. E introduce una nota personale: “Se essere partigiano vuol dire essere apertamente e onestamente di parte e se ormai anche quelli che erano la mia parte sono andati da un’altra parte, che partigiano posso essere? Di me stesso? Di un ideale forse? Di pochi amici tutti ormai coi capelli grigi che non sanno rinunciare ai principi che li hanno sorretti una vita intera? Dico la verità, io mi sento partigiano, ma non mi sento più di combattere: mi piacerebbe tornare in piazza a protestare e vedere intorno a me centinaia di migliaia di persone affermare i propri diritti e la propria dignità, mi piacerebbe sentirmi parte di un grande e potente movimento popolare a difesa di tutti i diritti proclamati dalla Costituzione, a difesa dei deboli, degli ultimi, comunque e dovunque”.

Cinzia Carantoni, giovane laureata in filosofia all’Università di Ferrara, segnala “il valore della giustizia, il diritto: un tema che al di fuori della società non ha alcun senso, per dirla con Hobbes, perché in natura il diritto è potenza, ovvero vince sempre il più forte”. Quindi l’affermazione dell’umanità attraverso l’affrancamento dalla condizione di ferinità e l’accogliemento dei compromessi necessitati dalla socialità. Mentre il rischio segnalato è quello derivante dalla presente “epoca del transpolitico, che ci porta ad essere una società di spettatori passivi di quel meccanismo di rappresentanza che, invece, avevamo scelto come specchio di noi stessi. Con un totale sbilanciamento verso la forma più estrema di rappresentanza, siamo diventati osservatori attoniti, incollati allo schermo televisivo per subire una politica che va avanti senza di noi, una politica senza soggetto né contenuti”.

“Essere ‘partigiani’ ha per me il significato forte di portare avanti questioni di principio e valori come l’onestà, la serietà e la chiarezza nelle relazioni e nella professione – afferma Daniela Gambi, insegnante -. Da ‘partigiana’, ritengo sempre più vitale accrescere la mia capacità di ascolto e di condivisione e combattere l’ipocrisia, la furbizia, la malafede e l’arroganza”.

Francesco Ragusa, neolaureato, la pensa così: “Partigiano, oggi, è colui che non si lascia trascinare da un Paese in avaria e che non si adagia sullo stato delle cose. Ma quelle cose vuol cambiarle veramente. La Resistenza, ora come allora, significa non arrendersi. Non rassegnarsi, crederci ancora e non smettere di farlo. Il nemico non è più quello di un tempo, ma l’obiettivo finale rimane ancora una volta riprendere in mano le sorti dell’Italia. Per renderla più “normale”, pure un po’ più civile. Il partigiano nel 2014, ad esempio, lotta affinché il Paese continui a preservare e salvare i migranti, dal mare e dai fazzoletti verdi (che almeno, un tempo, detenevano l’esclusiva di un certo tipo di idee). Partigiano è il cittadino No-Muos così come il No-Tav, quello che non si arrende all’invasione del mostro elettromagnetico americano o dell’alta velocità nella valle. La Resistenza è anche la piccola o grande azione quotidiana in favore della legalità, per evitare che corruzione, malaffare, evasione fiscale o altri fantasmi possano fare ancora un altro passo in avanti in Italia. Agire da partigiano è mille altre cose, ma essenzialmente è alzarsi la mattina e pensare che di combattere quella sacrosanta battaglia, ancora un altro giorno, per rendere migliore il Paese, ne vale la pena. Nonostante tutto”.

2. CONTINUA

[Si possono leggere tutti gli interventi integrali cliccando sui nomi degli autori riportati in grassetto nel testo]

Leggi la prima puntata dell’inchiesta

Leggi la terza puntata dell’inchiesta

L’OPINIONE
Note di realtà, a volte basta una canzone

di Alessandro Oliva

Strana quest’estate del 2014: fredda, eppure anche insopportabilmente calda. Per rendersene conto bastava accendere un televisore e aspettare l’arrivo di un telegiornale e il suo carico di opprimenti notizie: si parlava, di volta in volta, dei missili di Hamas e dei raid aerei di Israele; si mandavano spezzoni di attacchi continui, di popolazioni confinanti che si uccidono a vicenda, di fanatismi conditi da pretese di razionalità nel togliere la vita a delle persone; si vociferava di un Paese dell’Est non troppo lontano, dove è in corso una guerra fratricida e dove si combatte città per città, strada per strada.
E non è ancora finita, i conflitti proseguono. Sono sgomento e incredulo, perché le guerre scoppiano, vanno avanti e quando finiscono non sai nemmeno perché sono cominciate. Semplicemente esplodono e, se sei abbastanza fortunato, puoi assistere al loro cruento sviluppo attraverso uno schermo che ti regala la sensazione della vicinanza e il conforto della lontananza. Altrimenti, basta aprire la porta di casa, prima che la guerra stessa bussi.
Ad ogni modo essere distanti equivale spesso a sentirsi distaccati, eppure esiste sempre qualcosa, come un particolare caso di violenza bellica, una strage o la morte degli innocenti, in grado di riportarci al conflitto e a instillare il noi il desiderio, la preghiera che questo meccanismo infernale si fermi. Nel mio caso è stata una canzone. Si chiama “Civil War”, degli assai controversi Guns N’ Roses. Non lo ascoltavo da tempo, questo brano, realizzato da una band selvaggia, accusata di misoginia, omofobia e razzismo e che, con la sua furia, è stata capace di conquistare in un attimo il mondo intero. Chiunque si trovasse ad ascoltarla per la prima volta potrebbe partire prevenuto, nonostante il titolo: “tanto è il solito sesso, droga e rock n’ roll”. E’ uno stereotipo a volte azzeccato, ma che in questo caso non potrebbe risultare più sbagliato.

Si parte con un lamento agonizzante, poi una voce sommessa e tremolante fluttua su un arpeggio triste e malinconico, preceduto da un fischio che preannuncia solitudine, desolazione e abbandono.

“Look at your young men fighting
Look at your women crying
Look at your young men dying
The way they’ve always done before

Look at the hate we’re breeding
Look at the fear we’re feeding
Look at the lives we’re leading
The way we’ve always done before”
[Guns N’ Roses, Civil War, Use Your Illusion II, 1991, Geffen Records]

In un crescendo continuo l’atmosfera si carica di tensione fino ad esplodere in un furioso incedere: il canto sconsolato diventa un ruggito rabbioso, aspro e roco, le chitarre si affilano in un’eco distorto, i tamburi vengono picchiati con meccanica brutalità, e si arriva a quello che forse è il passaggio più intenso e coinvolgente dell’intero brano:

“My hands are tied!
The billions shift from side to side
And the wars go on with brainwashed pride
For the love of God and our human rights
And all these things are swept aside
By bloody hands time can’t deny
And are washed away by your genocide
And history hides the lies of our civil wars”

E’ una cruda realtà, quella che additano con note incendiarie i Guns N’ Roses, affrontandola di petto, schernendola e rinfacciandola anche nello stupendo verso un finale di commiato: “Ma poi cosa c’è di civile in una guerra?”. E’ la realtà delle guerre che hanno pretese di umanità, delle guerre che si nascondono dietro le religioni e i diritti umani, un meccanismo perverso che continua a ripetersi da tempo immemore. Data la situazione, sembra che una canzone non basti, che non possa esercitare alcun effetto. Forse però l’aspetto maggiormente positivo di questo pezzo e di tutte le canzoni non è l’intrinseca bellezza, ma il fatto che si inserisce in una scia, la segue e la crea.
In altri termini “Civil War” può condurci verso altre porte, verso altre canzoni che parlano della stessa cosa, di guerra, e di informarci, coinvolgerci, sensibilizzarci, assumendo ruoli che apparentemente sembrano estranei alla musica, ma che essa riesce ad assumere con forza travolgente. Personalmente, ne sono felice. Sì, perché anche se “sappiamo tutti dove soffia il vento oggi”, “quante volte un uomo può voltare la testa, fingendo di non vedere”? Ed è molto facile nel momento in cui “Odio e guerra sono le sole cose che abbiamo oggi” e “anche se chiudo i miei occhi non se ne andranno via, così che devo farci il callo, perché è così che vanno le cose”; “e non so più pregare, e nell’amore non so più sperare”. A volte realizzo che basta una canzone per dirci che “quando la violenza causa silenzio, dobbiamo aver sbagliato qualcosa”, e che dovremmo levare più spesso un inno al cielo: “date una possibilità alla pace”.

[Le citazioni in corsivo dell’ultimo capoverso fanno riferimento a testi dei seguenti brani: Bob Dylan, Blowin’ in the Wind, The Clash, Hate And War, U2, Brian Eno, Luciano Pavarotti, Miss Sarajevo, The Cranberries, Zombie, John Lennon – Plastic Ono Band, Give Peace a Chance]

Il brano intonato: Guns n’ Roses, Civil War [clic per ascoltare]

L’INTERVISTA
Dalle ceneri del Dazdramir ecco Ferrara Off, nuovo teatro sociale cittadino

La sede di Ferrara Off è uno spazio bellissimo. Si tratta di un piccolo teatro di 150 metri quadrati, per un centinaio di spettatori, ma è uno di quei luoghi in cui appena si entra viene voglia di togliersi le scarpe e danzare, mettersi al centro e provare la voce per sentire come risuona.

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Il palcoscenico durante i lavori di manutenzione

Quando c’è il sole, dai grandi oblò di quello che fu l’edificio dei magazzini Amga e poi del centro sociale Dazdramir, entrano scie di luce che si proiettano sul fondale come stelle cadenti, mentre sul pavimento di legno producono figure ovali color miele.
Ultimata l’attenta ristrutturazione da parte del Comune, nell’ambito dell’opera di riqualificazione del Baluardo e dei Bagni ducali in Alfonso I d’Este, dal luglio 2013 gli spazi sono gestiti dall’associazione culturale Ferrara Off, sotto il Patrocinio del Comune di Ferrara.
Ferrara Off si pone in città come nuovo ed importante spazio che, oltre a proporre corsi di teatro e di formazione propri, si apre ad ospitare tutti coloro che insegnano una disciplina artistica o culturale e che hanno bisogno di uno luogo per i loro corsi e laboratori.
L’attuale consiglio direttivo di Ferrara Off (associazione di promozione sociale) è composto da Giulio Costa, Beatrice Furlotti, Monica Pavani, Roberta Pazi e Marco Sgarbi.

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Il nuovo direttivo: da sinistra, Pavani, Costa, Pazi, Sgarbi

Abbiamo intervistato quest’ultimo, insieme a Monica Pavani, durante i lavori di manutenzione, prima della riapertura che avverrà a metà settembre; tra una mano di impregnante e l’altra, per proteggere le tavole di legno del palcoscenico, abbiamo voluto capire meglio come nasce questa bellissima esperienza e su quale base ideale poggia.

Come nasce il nuovo spazio di Ferrara Off e come si evolve?
L’idea parte nel 2009, quando Marco Sgarbi e Gianni Fantoni incontrarono l’Amministrazione comunale per capire se c’era un luogo in cui creare un piccolo teatro, che fosse formativo e performativo insieme. Nel tempo si è identificato lo spazio degli ex magazzini Amga come potenzialmente idoneo, e l’associazione Ferrara Off ha inaugurato il teatro nel 2013 al termine della ristrutturazione al grezzo realizzata dal Comune.

Da qualche mese Ferrara Off ha una nuova gestione, com’è avvenuto questo cambio e cosa comporta?
Dopo i primi tre anni di vita, l’associazione culturale Ferrara Off ha cambiato il consiglio direttivo. La prima gestione vantava la presenza di due personaggi molto conosciuti nell’ambito teatrale italiano, l’attore Gianni Fantoni e il regista Massimo Navone – direttore della Civica Scuola di Teatro “Paolo Grassi” di Milano – che hanno contribuito con la loro professionalità a dare risonanza all’iniziativa. Ora il nuovo direttivo è composto da persone conosciute in città perché attive da anni in ambito culturale.
In particolare tutti noi siamo uniti da un’esperienza pluriennale nell’organizzazione della Stagione del Teatro Comunale di Occhiobello, un esempio di realtà teatrale che negli anni è stata apprezzata anche dall’Amministrazione comunale di Ferrara. Da qui il desiderio di creare in città un’offerta teatrale contemporanea ancora più vasta.

In tutto questo la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara come si pone? Si può dire che sta nascendo una sinergia con l’istituzione teatrale della città?
Il nostro intento è che le due realtà si intreccino, che dialoghino, che diventino complementari. La volontà in via informale c’è da entrambe le parti, ma le modalità e il tipo di collaborazione sono da costruire nel tempo.

Qual è la vostra idea di teatro?
Il nostro desiderio e la nostra aspettativa sono quelli di creare un luogo informale in cui gli spettatori possano sentirsi parte attiva del processo creativo e produttivo. L’idea è che diventi uno spazio in cui ci si può ritrovare con un gruppo di persone, e che si possa sentire proprio con il tempo. In sostanza si tratta di un’idea sociale di teatro, di teatro che nasce dalla condivisione, e che già da anni portiamo avanti anche al Teatro Comunale di Occhiobello.

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Corsi di teatro e formazione al Teatro Off

Ferrara Off dispone di spazi particolarmente idonei alla realizzazione di produzioni. Per questo intendiamo proporre la nostra ricerca e i nostri lavori teatrali al pubblico della città. Naturalmente l’intento a lungo termine è quello di ospitare altre compagnie, ma per ora non abbiamo ancora le risorse economiche necessarie. Cercheremo comunque di attivare anche scambi e confronti creativi con compagnie il più possibile limitrofe di cui apprezziamo la ricerca, una sorta di “teatro a km. 0”, un “teatro sostenibile” dove ciascuna realtà possa presentare le proprie produzioni a un pubblico diverso dal proprio.
L’idea è di tornare a un teatro in cui il rapporto tra spettatore e attore torni ad avvicinarsi. Uno degli obiettivi che ci sta più a cuore è quello di affezionare le persone. Ferrara Off è di piccole dimensioni e si presta proprio a questa modalità: è un luogo d’incontro e di confronto, oltre che di fruizione. Noi ci stiamo investendo tanto perché ci crediamo, Ferrara Off è importante prima di tutto quale centro in cui far convergere le nostre energie, i nostri interessi. È in un certo senso il nostro spazio interiore in costante dialogo con l’esterno.

Quali saranno i primi appuntamenti della prossima stagione?

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La sede del Teatro Off, ex magazzini Amga

In occasione della Giornata europea della cultura ebraica, proponiamo due spettacoli. Sabato 13 settembre, alle ore 22, con inizio in Piazza Castello, realizzeremo un’azione scenica dal titolo Una notte del ’43, ispirata all’omonimo racconto di Giorgio Bassani, mentre domenica 14 settembre, alle ore 16, presso il nostro teatro, presenteremo lo spettacolo Micòl e le altre, incontri, letture e messe in scena sui principali personaggi femminili bassaniani del Romanzo di Ferrara.

Londra a tutto gas,
“ho provato l’effetto della droga
di chi non si droga”

di Emilia Graziani

Da LONDRA – Tutta la gente più trendy di East London lo usa: gas esilarante, una sostanza ricreativa venduta per le strade che garantisce divertimento senza rischi per la salute o la fedina penale. Alla scoperta della droga fatta per chi non si droga.

L’ho fatto. Ho ceduto al desiderio di emulazione e dopo averlo detto per settimane, se non mesi, ho provato il nuovo trend dello sballo di East London: il gas esilarante (o ossido di diazoto, nel caso vogliate suonare super scientifici e acculturati).
Nel Regno Unito chiunque sia stato dal dentista per un’otturazione sa bene di cosa si tratta visto che qui viene somministrato abitualmente come calmante a chi suda freddo al solo pensiero della siringa per l’anestesia. Ma essendo stata dal dentista solo in Italia, dove la cosiddetta sedazione cosciente esiste ma è piuttosto inusuale, ero una tela bianca nelle aeree grinfie del gas.
Quel fatidico sabato sera mi sono diretta verso il quartiere londinese di Shoreditch dove avviene la gran parte del commercio di gas. La turistica Brick Lane di sera si trasforma nell’epicentro della vita notturna alternativa. Gruppetti di ridacchianti hipster barbuti sulla ventina ciondolavano per la strada stringendo in una mano un frullato biologico corretto alla tequila e nell’altra un palloncino.
Erano le 21 e l’asfalto era già ricoperto con innumerevoli cadaveri di palloncini di gomma che poco prima contenevano la sostanza esilarante.

La prima cosa da fare era trovare un venditore, cosa che, secondo il mio galoppante immaginario, significava venire accoltellati in un anonimo vicolo da qualche potente e nerboruto narcotrafficante.
Per mia fortuna la realtà era completamente diversa: il gas era venduto da squadroni di belle ragazze vestite di nero che indossavano in vita una specie di cartucciera piena di bombolette e porgevano palloncini variopinti ai numerosi clienti in fila davanti a loro.
Mi sono avvicinata a una di loro e, fingendo di non sapere, le ho chiesto cosa stesse vendendo. La ragazza, Shannon, ha iniziato a declamare una serie di frasi imparate a memoria che assomigliavano quasi a una pubblicità: “I palloncini sono pieni di gas esilarante che ti sballa ma è completamente innocuo e legale. L’effetto svanisce nel giro di un paio di minuti senza effetti collaterali e non c’è alcun rischio di dipendenza. E’ una sostanza così favolosa che è diventata la droga d’elezione dei VIP e anche il Principe Harry è stato paparazzato mentre la consumava.”
Innocua, legale, senza effetti collaterali, non crea dipendenza e per tre sterline a palloncino anche economica. Sembrava troppo bello per essere vero.

Prima di comprare un palloncino ho parlato con un paio di consumatori abituali che erano in coda per comprare la loro “dose”.
“Non avevo mai provato niente del genere. Mi avevano detto che inalare il gas era come fumarsi una canna e, sì, può assomigliare, ma il gas è molto più intenso,” mi ha detto Nina, 21 anni, una cameriera part-time di Malaga, “quello che mi piace è che ti rilassa più di qualsiasi altra droga. Credimi, dopo un tiro tutto sembra rallentato.”
Luca, 28 anni, un barista di Brescia, mi ha confessato “E’ da anni che lo uso. Ho iniziato quattro anni fa, quando sono arrivato in Inghilterra, allora non era ancora così commerciale e venduto così apertamente. La cosa più bella del gas è che ogni volta è intensa come la prima e posso farmene quanto voglio senza rischi legali o per la salute.”
Nessuno di quelli con cui ho parlato si definiva dipendente dal gas, tuttavia la maggior parte dei consumatori ha ammesso di sentire il bisogno di usarlo per vivere al massimo una serata. Questo fa pensare a una dipendenza di tipo psicologico.
Nato cinque anni fa ai festival musicali come la droga d’elezione degli adolescenti di buona famiglia, l’ossido di diazoto si è fatto velocemente strada nelle discoteche gremite di adolescenti borghesi bramosi di attaccarsi a ogni nuova moda. Negli ultimi mesi, l’altissima richiesta di gas esilarante ne ha portato il commercio per le strade e questo livello di visibilità ha ampliato il numero e la demografia dei consumatori.

Un sondaggio del 2013 del giornale universitario The Tab sul consumo di droga nei campus universitari inglesi ha rivelato che il gas esilarante è la terza droga più usata dopo cannabis e Mdma. Ciò è da attribuire probabilmente al suo effetto leggero e al fatto che inalare qualcosa che sembra aria da un oggetto infantile come un palloncino possa sembrare molto meno pericoloso di fumare, iniettare o ingoiare una sostanza tangibile.
“La dose di ossido di diazoto che si assume inalando da un palloncino è tutto sommato innocua,” ha dichiarato Yousry El Gazzar, medico di base al Lanark Medical Center di Londra, “il dosaggio medio per un’anestesia è più del doppio e, in un ambiente controllato, non ci sono particolari rischi per la salute.”
La mancanza di pericoli gravi è stata confermata dal rapporto annuale sui decessi per abuso di sostanze stupefacenti del 2013 dell’International Centre For Drug Policy in cui il numero di morti causate da sostanze volatili nel Regno Unito è zero.
“Tuttavia vanno prese delle precauzioni: per prima cosa, dato che l’ossido di diazoto può causare svenimenti e allucinazioni, è bene utilizzarlo in ambienti tranquilli e in compagnia di persone fidate e sobrie. Inoltre non è consigliabile mischiare il consumo di gas con alcool. Essendo entrambi vasocostrittori, un’esposizione prolungata a questo mix può causare infarti, emostasi [ridotta mobilità del sangue, ndr] e ipertensione,” ha avvertito dottor El Gazzar, aggiungendo “non sapevo neanche che il possesso di ossido di diazoto fosse legale al di fuori della professione medica.”

Il dottor El Gazzar non sbaglia del tutto: il possesso e il consumo di gas esilarante per scopi ricreativi è legale nel Regno Unito dato che la sostanza non è inclusa nel Misuse of Drugs Act 1971, ma chiunque non sia un operatore sanitario e venga sorpreso a procurare o vendere gas esilarante potrebbe trovarsi nei guai. Nonostante questo, la legge è semplicissima da aggirare.
Dato che l’ossido di diazoto è comunemente usato nella ristorazione come propellente per le bombolette di panna montata, chiunque può tranquillamente venderlo mascherandolo come additivo alimentare. Come non fidarsi di conservanti venduti in palloncini?
L’impunità per i venditori e la facilità di trovare fornitori non ha abbassato i prezzi. Una rapida ricerca su eBay mostra che si possono avere otto “ricariche per panna montata” contenenti ognuna 24 grammi di ossido di diazoto comodamente consegnate a casa nel giro di 24 ore per soli 9,50 sterline. Dato che un normale palloncino può contenere fino a 8 grammi di gas, i conti sono presto fatti: 24 palloncini di gas esilarante fai da te per 10 sterline contro le 72 che servirebbero per comprare l’equivalente a Brick Lane.

Dunque Shannon, la mia pusher, aveva dimenticato di aggiungere un sacco di “relativamente” quando mi ha detto che l’ossido di diazoto è innocuo, legale, senza effetti collaterali, non crea dipendenza ed è economico. E’ almeno divertente?
Shannon ha lasciato cadere le tre sterline nel marsupio che le ciondolava dalla cintura di ricariche e con destrezza ha estratto un palloncino dalla tasca attaccandolo al beccuccio della bomboletta. Psssst. Il mio palloncino era perfettamente gonfio. Me l’ha allungato con la sicurezza di chi ha fatto lo stesso gesto un milione di volte e mi ha guardata pensando che non avrei davvero respirato il gas.
L’ho fatto. Ho inalato quel vapore freddo e mandato giù la condensa che si era formata nella mia bocca come Nina mi aveva suggerito.
Immediatamente il battito del mio cuore si è fatto più lento ma più rimbombante. Tutto è diventato nero per un istante, come un lungo battito di ciglia, anche se non ricordo di aver chiuso gli occhi.
Una sensazione elettrica e pungente mi ha attraversata iniziando dalle spalle e finendo nei miei piedi. Ho pensato a tutte le cose che avrei dovuto fare la settimana seguente – pagare l’affitto, studiare per gli esami, prenotare un volo, mandare curricola – ma mi è parso che tutto potesse aspettare. Avevo ancora un paio di secondi di torpore da godermi.

LA STORIA
La spiaggia dei sorrisi

Sul litorale ostiense, a pochi passi dall’ultima fermata del trenino del mare che collega la costa alla capitale, tra la sabbia scura e più di duecento posti con sdrai e ombrelloni, è situata “L’Arca” di Ostia, uno stabilimento balneare gestito dalla Cooperativa Sociale Roma Solidarietà e ispirato alla Caritas Diocesana di Roma aperto a turisti, famiglie e bambini ma incentrato soprattutto sull’accoglienza di anziani, perlopiù soli, divisi tra i vari municipi di residenza. Un bagno pensato in modo tale da far accedere ai classici servizi presenti negli stabilimenti marittimi anche chi, per tanti motivi, altrimenti non riuscirebbe. E i “clienti” hanno così la possibilità di usufruire di molteplici servizi ad un prezzo ridotto, comprensivo di colazione, pranzo e svariati servizi di ricreazione ed animazione.
Gli anziani soli, come già anticipato, sono gli ospiti più numerosi dello stabilimento: una sensibile parte della popolazione romana (e non solo) che troppo spesso viene dimenticata e trascurata e che, grazie a realtà come l’Arca, trova il giusto mezzo per riemergere e tornare a gustarsi quelle piccole cose come un bagno in mare, un ballo di gruppo, un pasto in compagnia, cose sulla carta normali ma, al contrario, per chi vive in solitudine tutto l’anno, preziose occasioni per tornare a vivere veramente. Ed ecco che un torneo di briscola o scala diviene una lotta all’ultimo sangue, il tombolone una bolgia anche solo per un misero ambo, la partita a bocce rigorosamente uno scontro tra laziali e romanisti; si vede in questi semplici momenti come gli anziani dell’Arca, in queste poche giornate di mare, recuperino mesi di silenzi, di voglia di parlare, di urlare, di litigare, di rispolverare una vitalità apparentemente perduta. La vita frenetica e troppo spesso anonima classica delle metropoli diviene così, anche se per poche ore, un ricordo lontano.
Per quanto riguarda la parte organizzativa, insieme ad un instancabile staff di cuochi, baristi, spiaggisti ed animatori, sono i volontari il vero polmone dello stabilimento, tantissimi, giovanissimi e provenienti da ogni parte d’Italia, disponibili ovviamente a godersi giorni di mare in compagnia ma anche e soprattutto pronti a mettersi in gioco ed aiutare gli ospiti anche semplicemente con una chiacchierata o con un saluto. A loro il compito di organizzare la giornata, dall’accoglienza mattutina una volta arrivati i pullman al servire il pranzo, dal preparare la spiaggia al camminare tra gli sdrai per parlare e bere un thé freddo con gli anziani. Un modo sicuramente diverso di vivere quella che a tutti gli effetti è una vacanza, ma che trova nel giusto mix tra lavoro e divertimento nello stare a contatto con persone desiderose di manifestare tutto il loro entusiasmo, un’occasione per trascorrere giornate intense e produttive, toccando con mano situazioni che a noi paiono lontane e in grado di aprire mente e cuore.
Una bella realtà ed una scelta che, nonostante rimanga un servizio di assoluta gratuità (ed in quanto tale fine a sé stesso, da non sbandierare con vanto ma al contrario un modo tacito di arricchirsi e arricchire interiormente) può essere tuttavia un monito per tanti altri giovani, un sano esempio da seguire e, se possibile, emulare affinché in tanti scoprano la bellezza del servizio. Perché in fin dei conti, come recita lo slogan stesso presente all’ingresso dello stabile, l’Arca è un “Alternativa per tutti”. Nessuno escluso.

La spiaggia e l’offesa alla bellezza

RACCONTI LIDESCHI (PRIMO) ovvero I DIARI VENTURI

E il sole ritorna dopo le nuvole e la spiaggia riaccoglie i dannati della terra con le loro false mercanzie di un lusso datato e volgare che piace tanto alla casalinga di Voghiera, pronta a storcere il naso di fronte all’amica mentre il nero le si avvicina per venderle improbabili prodotti, tenuto al guinzaglio della necessità di sopravvivenza da mafie ben collocate tra Nord e Sud. Non posso chiudere gli occhi o ascoltare in cuffia la mia amatissima Marta (naturalmente Argerich). Il giornale che ho davanti racconta di barriere mobili che il solerte Comune di Ferrara intende innalzare sul sagrato della cattedrale per difendere dalle deiezioni, non animali ma umane, quei monumenti e quella storia e del viaggio che i Bronzi di Riace dovrebbero intraprendere per la necessità economica di rendere appetibile l’Expo milanese. All’offesa della bellezza, al mercimonio del pensiero, alla volgarità degli iloti (ah Giacomino, come avevi ragione nel disprezzare quel genere di umanità!) nulla può essere difesa se non la consapevolezza della piccolezza della stirpe umana. E il laico pensiero sulla necessità e democraticità della ragione si spezza contro la barbarie del branco o sulla volontà di rendere cosa e cosa mercificata la bellezza. La stolidità dell’espressione di Maroni, il ghigno di Sgarbi che propongono come soluzione “b” al rifiuto del viaggio dei Bronzi di porsi loro nudi per sei mesi, eccita al riso solo gli stolti o i mentecatti. Che vergogna e che tristezza. Un giovane prete don Zanella, risponde lui, non certo laico, che le barriere servono a poco ma che bisogna cambiare la mentalità del branco. Ve l’immaginate i gradini del Duomo di Firenze o di San Marco a Venezia, dove le orde dei turisti consumano bevute e pasti lasciando l’immondizia del loro scervellato aggirarsi tra i monumenti per consumarli, se fossero recintati? Ma va là! Basterebbe munirsi di sorveglianza umana e prevenire il degrado con multe e sanzioni, mettere contenitori, cambiare mentalità. Delle opere di cui la Lombardia è piena, perché strappare dalla loro sede naturale i capolavori di Riace? Ma ancora una volta, mentre mi accingo a lasciarmi incantare dalla giovane Marta che esegue il concerto di Chopin, il bambinetto dell’ombrellone accanto studiosamente con la paletta leva la sabbia dalla passerella e mi guarda con un sorriso che invita all’approvazione. Cadono le difese e un “bravo!” mi esce con voce tenera e convinta.
Qualcuna d’altronde ha stupendamente descritto la ragione e il sentimento.

L’INCHIESTA
Partigiani oggi:
per quali ideali,
contro quali avversari

E’ noto l’anatema di Antonio Gramsci contro gli indifferenti. E’ vivo e presente (in molti, resistenti e resilienti) il senso dell’impegno che fu dei padri fondatori dell’Italia libera e repubblicana e dei milioni di uomini e donne che si impegnarono e si batterono, anche a costo della vita, per consegnare ai figli un Paese che garantisse a tutti un’esistenza degna d’essere vissuta. E allora ci siamo domandati quale sia, oggi, il significato autentico e attualizzato dell’espressione “partigiano”. Ci siamo chiesti quali siano, in questi nostri giorni aspri, i valori da difendere, gli avversari da combattere.

Abbiamo girato l’interrogativo a un nutrito ed eterogeneo gruppo di uomini e donne, chiedendo a ciascuno di riaffermare il senso di concetti quali comunità e cittadinanza. E abbiamo domandato di esplicitare quali battaglie di civiltà e di democrazia meritano di essere combattute nel presente. Ciascuno ha precisato i riferimenti ideali e gli imprescindibili capisaldi scelti come bussola del proprio agire politico; e per contrappunto ha individuato i “nemici” (materiali e immateriali), cioè i fattori che si contrappongono o gli elementi che li insidiano.

[Per leggere gli interventi integrali è sufficiente cliccare sui nomi]

Secondo Fabio Isman, prestigiosa firma del Messaggero per il quale in oltre 40 anni ha scritto di politica, esteri e beni culturali, “I riferimenti ideali sono quelli di sempre: un Paese libero, laico, democratico, civile, basato sulla Costituzione. Anche i nemici di tutto questo sono gli stessi: chi ancora si ostina in ideologie superate, razziste o fasciste; e i negazionisti…”.

Daniele Lugli, storico riferimento del Movimento nonviolento, afferma: “Partigiani oggi, cioè dalla parte della liberazione di cui oggi avverto esservi un forte bisogno. Quanti ai valori, o principi che siano, io sono fermo a quelli della Rivoluzione francese: la libertà, da conquistare e approfondire continuamente in un processo di costante liberazione da vincoli e ignoranza, l’uguaglianza, tra persone impegnate nel medesimo processo di liberazione personale e collettiva, la fraternità , che può stabilirsi tra soggetti liberi ed eguali. Gli avversari? La chiusura, l’intolleranza nei confronti di chi appare diverso”.

Dice Matteo Provasi, giovane docente di Storia moderna all’Università di Ferrara: “La parola ‘partigiano’ è stata progressivamente svuotata di significato. Spesso brandita come arma pseudo ideologica, manipolata per il piccolo cabotaggio politico. Ne è rimasta la mitografia, ma si è perso il senso profondo: resistere a un’idea di società che non condividiamo. Il pericolo oggi è proprio l’assenza di una idea di società: si ragiona per schemi. Io conosco partigiani odierni. La mia amica Manu: una lunga trafila nella ricerca, poi l’imbuto che si stringe, e la voglia di portare tutto il suo sapere nelle scuole medie, senza spocchia, resistendo ogni giorno a paletti didattici, vuote visioni pedagogiche, genitori egocentrici, colleghi ottocenteschi, pretese sindacali; cercando di offrire agli adulti di domani strumenti più affilati per comprendere la realtà…

“Per quel che mi riguarda – afferma Marco Bortolotti, funzionario Enel – a volte mi sento davvero un partigiano, un combattente, perché mi rendo conto che mi trovo su posizioni che la società di oggi ignora, o peggio ancora combatte. Il mio caposaldo è l’integrità morale dell’essere umano. Da questo discendono la lealtà, il rispetto dell’altro e della vita in senso assoluto (sotto ogni forma), l’onestà, la dedizione verso gli altri. Il nemico più grosso da combattere è il messaggio che la società stessa tenta di trasmettere, specie ai giovani: quello del possedere, tutto e subito, senza sacrificio, e del tutto lecito”.

Lucia Marchetti è un’insegnante di sociologia in pensione: “L’aspetto fondamentale e particolarmente minacciato è quello della dignità, individuale e sociale. Penso alle difficoltà sempre maggiori a vivere una vita dignitosa a causa dell’assenza di lavoro, alla crisi del welfare, che obbliga un numero sempre più grande di persone a risolvere in modo solitario e isolato problemi di salute e di sopravvivenza. Poi c’è il tema della laicità che metterei in coppia con quello della libertà, intrecciati al problema della formazione: in una società della conoscenza stiamo progressivamente perdendo la capacità di controllare i processi e di comprendere le cause di fatti e di fenomeni”.

Fra coloro che con fatica difendono la loro dignità c’è Gianluca Iovine, giovane scrittore calabrese: “Non saremo mai un Paese civile e democratico – sostiene – finché lasceremo bruciare le nostre colline e i nostri boschi. Incendi consumano, specie d’estate, la bellezza e biodiversità della natura italiana per lucrare su nuovi pascoli, colture, nuove aree edificabili, nell’interesse della malapolitica e delle lobbies mafiose. C’è fascismo in chi decide di toglierci bellezza e stuprare la natura, e testardaggine partigiana in chi sceglie di resistere, denunciando. Perché un giorno questo Paese abbia un catasto degli incendi e pene esemplari per chi brucia. Sperando che all’orizzonte restino resine d’alberi e non ceneri di bosco”.

Laura Rossi, operatore artistico-culturale, afferma che “essere partigiani oggi, significa combattere per quella meravigliosa utopia per la quale hanno lottato e sono morti uomini e donne senza curarsi di quei finti valori (fama, ricchezza, carriera…), cui la stragrande maggioranza delle persone ora conforma la propria vita, senza più ideali né senso di fratellanza e di Patria. Adesso più che mai bisogna affrontare battaglie e lotte contro la repressione delle libertà, perché la repressione esiste ancora anche se sotto forme diverse: il precariato del lavoro, la disuguaglianza sociale…”

E’ preciso nella sua analisi Enrico Pucci, giornalista ferrarese caporedattore al Mattino di Padova: “Difendiamo oggi la pace dal fondamentalismo religioso e dai riaffioranti nazionalismi; la nostra Costituzione del ’48 dalle tentazioni autocratiche; il lavoro dalla “disruptive innovation”, cioè dalla rivoluzione digitale (che distrugge posti senza crearne di nuovi) e dal precariato; la politica dalla telecrazia; la giustizia dalla prescrizione breve”.

Per Marzia Marchi, figura di rilievo del mondo ambientalista, “tra i valori ne esiste solo uno, supremo: la pace, che significa spendersi nella solidarietà e abbandonare il pregiudizio che ci fa considerare popolazioni vittime di violenze come complici dei poteri che le annientano. Avversari da combattere? Oggi e come sempre la ricchezza che si concentra nelle mani di pochi, che si traduca in un califfato, in un sultanato o in una democrazia del denaro”.

In un certo senso riassuntivo è il punto di vista di Davide Nani, insegnante: “Quali sono i valori per i quali vale la pena di combattere? Non occorre una gran ricerca sui libri o interiore per declinarli. Sono contenuti nella nostra Costituzione. Democrazia, Libertà, Uguaglianza, Giustizia. La piena realizzazione di uno solo di questi concetti, dovrebbe sottendere e comprendere anche gli altri. Per questo bisogna resistere con sistematico senso critico a un’informazione malata, a una politica televisiva da avanspettacolo, alla tentazione del disimpegno, della frammentazione individualistica e snob”.

E’ uno spaccato significativo, la conferma che un’altra Italia è possibile. Questi sono i pareri che ci sono stati consegnati. I primi. Altri ne attendiamo. Resistenza continua.

1. CONTINUA

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L’OPINIONE
Da ottomila a mille
anche nei rifiuti
(e bisogna ridurre i consumi)

E’ opportuno ridurre il numero delle aziende che si occupano di ambiente o è un falso problema? La risoluzione della questione rifiuti sicuramente non si può risolvere solo trovando le migliori soluzioni di smaltimento di quantità sempre crescente di scarti, quanto in una più complessa politica industriale di coordinamento e di contenimento dei consumi in modo sostenibile e compatibile con tutte le esigenze ambientali. Questo almeno affermiamo in molti da moltissimi anni.

Per superare definitivamente l’emergenza rifiuti la più naturale e immediata azione da sviluppare non è, dunque, solo quella di fermare la crescita dei quantitativi dei rifiuti stessi e quindi quella di produrne meno (che sarebbe comunque ora iniziassimo a fare), ma anche di modificare radicalmente il sistema ambientale. La crucialità del problema dei rifiuti è di ordine economico, normativo, tecnico, ma anche e soprattutto culturale, una appropriazione culturale forte è necessaria non solo per promuovere una indispensabile coscienza civica, ma anche per sostenere lo sviluppo di risposte appropriate e a loro volta ambientalmente compatibili. Va quindi aperta una fase nuova nell’affrontare i problemi del settore.

Alle maggiori difficoltà deve corrispondere maggiore capacità di programmazione e controllo, e soprattutto il superamento di politiche aventi esclusivamente carattere di emergenza. Questa opzione pone dunque l’esigenza di costruire un nuovo sistema di regole, di controlli e di meccanismi di trasparenza che rivedano i diversi modelli organizzativi dei servizi. In sostanza, è del tutto assente su scala nazionale un modello di gestione rifiuti basato sul “sistema di gestione integrata”. Alcuni buoni esempi non bastano per garantire il sistema.
Per fare questo occorrono non singoli provvedimenti, ma interventi organici non dettati dall’emergenza, in armonia con le direttive comunitarie. I servizi di igiene urbana si contraddistinguono generalmente per il fatto che la formazione della domanda avviene per mezzo di un processo politico e si manifesta tipicamente attraverso le amministrazioni pubbliche, anche se poi in numerosi casi, specie quelli delle utenze che ricevono servizi specializzati, si viene configurando un rapporto più o meno diretto fra il gestore e l’utente.
La progressiva crescita dell’autonomia decisionale delle imprese pubbliche, anche a seguito dell’acquisizione della personalità giuridica prima e della quotazione in borsa poi, ha generato una serie di problemi interpretativi legati alle regole del mercato. A questo proposito, nei vari provvedimenti che si sono succeduti negli anni è leggibile una grande confusione, anche in funzione dei contingenti rapporti di forza fra le diverse lobby. Negli ultimi tempi, molte aziende pubbliche mostrano poi una propensione, molto maggiore del passato, a servirsi di imprese esterne per la gestione di diverse fasi produttive. Inoltre nessuna impresa privata ha mai assunto dimensioni superiori a quella regionale; in taluni casi, I’impresa privata (non pubblica) serve per tradizione territori piccoli. Inoltre in aree in cui il gestore ha un rapporto sostanzialmente illimitato nel tempo con il titolare del servizio, i meccanismi regolativi del mercato o della concorrenza per il mercato non esistono.
L’articolazione territoriale delle strategie di offerta di servizi di interesse pubblico incide infatti sull’efficienza dei sistemi di gestione e coordinamento (local policies) e i processi di globalizzazione delle economie rendono irrilevante la capacità competitiva della singola impresa (né la dimensione è fattore determinante di successo); il passaggio è dunque da concorrenza individuale ad efficienza di sistemi.

Il dibattito che sino ad oggi si è sviluppato, fondato su una semplicistica contrapposizione tra le diverse opzioni tecnologiche e organizzative deve approdare ad una conclusione in cui le diverse opzioni consentano una integrazione sinergica per far uscire il settore rifiuti dalla continua emergenza.
Va allora agevolata una trasformazione delle aziende (pubbliche e private) verso una struttura di coordinamento, tendente a scorporare funzioni operative e specializzazioni, con processi di parziale privatizzazione o costituzione di società di scopo e di servizio, ma va anche favorita una politica di alleanze pubbliche sia tecnologiche (impianti complementari) sia geografiche (ambiti in area vasta) sia per lo sviluppo (innovazioni).

In questa direzione è in crescita la gestione integrata dei servizi energetici ed ambientali sia per i processi di unificazione avvenuti in molte città sia per la costante implementazione delle competenze operative delle aziende che nel tempo stanno sviluppando crescenti capacità competitive su un mercato complessivo dei servizi collettivi. Dobbiamo dare grande importanza al nostro sistema di imprese, dobbiamo valorizzare la nostra capacità competitiva e di sviluppo, sapendo di poter contare su aziende leader ed emergenti che sappiano accrescere i vantaggi raggiunti. è di vitale importanza la crescita di una capacità di reazione del sistema d’imprese sia nella competitività tecnologica (e propensione all’investimento) sia nella potenzialità di espansione (e capacità di sviluppo).
Probabilmente non è più unico elemento rilevante la sola capacità competitiva di una azienda né la sua dimensione, ma diventa sempre più determinante l’efficienza globale di sistema e la qualità del sistema relazionale, perché la concorrenza nel mercato globale è sempre più una concorrenza fra sistemi. La globalizzazione è un processo che non deve essere misurato solo dalla dinamica degli scambi commerciali, ma da una molteplicità di interdipendenze che collegano i diversi sistemi locali in una rete di dimensione globale. Nel quadro di economie aperte occorre infatti avere una forte capacità di innovazione delle istituzioni e degli strumenti di governo del territori; definizione di progetti di sviluppo, ricerca di soluzioni ai problemi di coordinamento (di politiche, di strumenti e di risorse) e di compartecipazione (di soggetti pubblici e privati) a livello territoriale. Le imprese locali di pubblica utilità esprimono in questa regione un notevole potenziale competitivo che si può ulteriormente valorizzare nel tempo. Le imprese pubbliche emiliano -romagnole raccolgono infatti buona parte del know-how disponibile in Italia nella gestione delle acque, nella gestione dei rifiuti e nella gestione dei trasporti locali.

La sfida dei prossimi anni comporta quindi la costante espansione delle attività di servizio (al cittadino e all’impresa) con una tendenza sempre più accentuata alla specializzazione, anche per segmenti, e alla diversificazione del servizio offerto, al minor costo possibile. Non ci si deve preoccupare dunque se le nostre aziende crescono, ma se non sappiamo controllarle. Senza regolazione siamo comunque deboli. Questo bisogno di “governance” nei servizi pubblici ambientali però porta con sé anche elementi di conflitto o di interessi contrapposti su cui si discute troppo poco.
Per la migliore efficacia del ruolo e delle funzioni occorre dunque assicurare una crescente capacità di vigilanza su questioni che incidono direttamente sui cittadini. Da troppo tempo ad esempio abbiamo perso la conoscenza dei costi e dei prezzi; le tariffe sono diventate uno strumento di tassazione e non di analisi economica dei servizi. Bisogna allora maturare con maggiore forza la consapevolezza collettiva che occorre potenziare le politiche per il consumatore e gli strumenti di regolazione che lo riguardano; il tema della qualità dei servizi di interesse generale è quindi di crescente importanza perché tocca le esigenze concrete dei cittadini/consumatori sulla loro qualità della vita. Il ruolo ormai collettivamente riconosciuto fondamentale della cultura sostenibile ambientale assieme alla crescente rilevanza della percezione di qualità nei servizi pubblici richiedono un coinvolgimento di tutti i protagonisti del sistema intesi come parte di soluzione e soprattutto propone una forte interazione trasversale di società, economia ed ambiente.
La decisione, di questi giorni, di assegnare il ruolo di regolatore per i rifiuti all’Autorità per l’energia e il gas (Aeeg), dopo quello dell’acqua, è un passo importante rispetto al vuoto totale di questo periodo.

LA STORIA
Amore e speranza
ai tempi del terremoto,
film ferrarese
su quelle notti di maggio

Giovani, entusiasti e molto occupati. Tre aggettivi per il team del film Terremotati, la notte non fa più paura, progetto low budget, in uscita a dicembre, sul quale stanno lavorando senza sosta gli attori Stefano Muroni e Walter Cordopatri, il regista Marco Cassini, il giornalista Samuele Govoni e la produttrice esecutiva Ilaria Battistella. Tutti tra i 30 e i 35 anni, un po’ ferraresi, un po’ aquilani, ma soprattutto italiani, professionisti titolati ed emergenti alle prese con i problemi del Terzo Millennio.
Lavoro, precariato, integrazione sono il cuore del film girato a Mirabello e dintorni, una storia d’amicizia, amore e speranza di 75 minuti giocata sullo sfondo del terremoto meno mediatico di tutti i tempi. Inutile ricordare quanto le scosse abbiano cambiato la vita di intere popolazioni in una delle regioni più laboriose e produttive d’Italia, dove in passato migranti italiani e stranieri hanno avuto la possibilità di costruirsi un’esistenza migliore. Le cose, è evidente, non sono più come prima: lavoro ce n’è molto poco, ma nessuno si arrende. L’accanimento tellurico, affiancato alla crisi economica, ha scatenato una reazioni a catena di incertezze tali da enfatizzare una volta di più il lato peggiore dei mali del Paese cui certo la classe politica, inadeguata e autoreferenziale, non risponde come dovrebbe.

StefanoMuroni
Stefano Muroni

“L’idea del film è maturata leggendo le cronache di quei giorni, molte delle quali scritte da Samuele”, racconta Stefano Muroni, originario di Tresigallo diplomato al Centro sperimentale di Cinematografia di Roma, la più antica scuola di cinema fondata nel ’35, oggi diretta da Giancarlo Giannini. “Inizialmente volevamo chiamarlo Tute Blu, ma nel corso dei tanti sopralluoghi abbiamo toccato con mano lo stretto rapporto tra imprenditori e operai così abbiamo optato per un titolo differente, ma non è detto sia definitivo”. L’Emilia colpita dal sisma è fatta di piccole e medie imprese con fatturati importanti, aziende nelle quali le persone si chiamano per nome e non sono soltanto un numero come accade nelle fabbriche metropolitane. “Abbiamo incontrato operai e imprenditori, parlato con loro, raccolto tantissime testimonianze prima di metterci a lavorare sulla sceneggiatura – spiega – La parte più difficoltosa è stata e rimane quella dei finanziamenti”.
Un anno e mezzo di appuntamenti, istituzionali e non, di porte chiuse in faccia e di speranze riaccese. Un puzzle difficile da comporre e proprio quando la resa sembrava inevitabile un piccolo grande miracolo. “Un’insegnante di Codigoro, Maria Rita Storti, convinta della bontà psicosociale del progetto ci ha finanziato con 20 mila Euro sbloccandone altri 5mila della Provincia promotrice di un bando al quale abbiamo partecipato – continua – Ci sarà poi il contributo di un imprenditore di Mirabello, Vittorio Gambale che ha aderito al progetto, inoltre un festival di fama nazionale avvierà presto una campagna di crowdfounding, che comprende il nostro film”. C’è soddisfazione nella sua voce, ma soprattutto una consapevolezza. “Nel rifiutarci il sostegno economico, molti tra gli interpellati hanno detto che la gente ha voglia di ridere. Personalmente penso sia il momento di uscire dall’era dei telefoni bianchi del ventunesimo secolo e dare contenuti diversi, di spessore, capaci di lasciare una traccia – conclude – Spetta alla nostra generazione decidere di rivisitare il sistema e cercare spunti di riflessione su quanto sta accadendo. Questo è uno dei motivi per cui abbiamo voluto approfondire le conseguenze di una ferita come quella subita dall’Emilia. Quanto raccontiamo non è una storia locale, riguarda tutti”. Il lavoro, la sua sicurezza, la dignità e i rapporti umani che ne derivano, sostiene con convinzione, sono il filo conduttore di ogni esistenza. Nel bene e nel male.

Marco-Cassini
Il regista Marco Cassini

Pochi soldi, grande impegno e molte emozioni. Merce preziosa di questi tempi, come lo è il bisogno di esserci da protagonisti. E’ questa la notizia e vale ben di più di un incasso milionario al botteghino. “Aderire al progetto è stato un fatto naturale, da abruzzese so bene cosa significa ritrovarsi improvvisamente senza certezze, inclusa quella di non sapere in quale letto dormirai: tutto è provvisorio”, spiega il regista e attore Marco Cassini compagno di studi di Muroni con, tra le altre, un’esperienza maturata negli States sul set del popolare Desperate Housewives. “Le conseguenze del terremoto sono vicine al mio vissuto, ho messo mano alla sceneggiatura cercando di restare il più possibile fedele alla realtà storica di quanto è accaduto”. Orari, date, eventi corrispondono ai giorni più bui dell’Emilia stravolta dalle scosse e fanno da sfondo alla vicenda ambientata in una fabbrica, dove un giovane meridionale vive gran parte delle sue giornate e delle sue relazioni. “Siamo in una regione dove l’integrazione è possibile più di altrove, c’è dialogo tra datori di lavoro e operai, purtroppo però la via d’uscita dalla crisi è impedita anche dal contesto con il quale ci si deve per forza misurare”, spiega. Come dire: ci sono ostacoli più forti della volontà, il principale ingrediente con cui a poche settimane dal sisma l’Emilia in ginocchio ha reagito con l’allestimento di capannoni d’emergenza per continuare l’attività. E’ un fatto, ed è il sintomo di una società con una marcia in più, in totale dissonanza con la lentezza della risposta istituzionale. Volendo osservare simbolicamente gli eventi, il terremoto traduce l’instabilità sociale da cui siamo scossi intimamente, sono crollati lo stile di vita e le nostre certezze. Ora è tempo di ricostruire, dentro e fuori di noi, una sfida raccolta dal team di Terremotati e riletta con la flessibilità dell’ottimismo. C’è da augurarsi che la speranza colmi con i dovuti cambiamenti, unica via percorribile, il futuro prossimo.

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Samuele Govoni

Il film è una storia dei nostri tempi, presentata in tour con ogni mezzo di comunicazione, in rete ha una sua pagina facebook Terremotati – il film e nell’imminente festival Diversamente in Musica, voluto da Lega nazionale Disabili al quartiere fieristico di Ferrara dall’11 al 13 settembre, avrà uno spazio per farsi conoscere tra un concerto di Cristiano De Andrè e uno dei 99 Posse. L’obiettivo, come ovvio, è far crescere il budget. “Abbiamo stampato 5mila flyer da distribuire”, spiega il giornalista Samuele Govoni. “Quanto verrà raccolto dalla campagna crowdfonding, sarà destinato alla post produzione e alla promozione – spiega – a quel punto saremo anche su youtube per permettere a chi ci sostiene di seguire i lavori in tempo reale. Il primo dei prossimi passi è naturalmente la ricerca di un canale di distribuzione nazionale”.