14 Ottobre 2014

L’OPINIONE
L’articolo 18 non salva
gli operai della Thyssen

Stefano Peverin

Tempo di lettura: 2 minuti

thyssen

Come andrà a finire la trattativa sulla Thyssenkrupp nessuno lo sa, mentre ci si arrovella e ci si divide sul jobs act, altri 550 lavoratori – che dovrebbero godere (se presi singolarmente) dell’art.18 – stanno ugualmente perdendo il loro lavoro, a dimostrazione che il problema non è esattamente quello così ideologico delle tutele, ma è molto più ampio, una politica industriale latitante da anni, anche per colpa sindacale e politica, mancanza totale di politiche per lo sviluppo, crisi economica universale da cui si fatica a trovare la giusta ed equa soluzione, industriali poco inclini ad investire ma invece molto inclini a spostare le produzioni in zone più favorevoli dal punto di vista delle relazioni industriali, e sostanziale incapacità di chi governa politica ed economia di fare programmi a medio termine che vadano oltre le propaganda ma che siano capaci di creare sviluppo.

Consapevole di dire una cosa impopolare aggiungerò che questi 550 lavoratori della Thyssenkrupp hanno dalla loro una piccola, forse impercettibile, fortuna, che forse non salverà i loro posti di lavoro, ma che, certamente, dà a loro una visibilità mediatica, pertanto invito tutti noi, mentre leviamo il nostro grido di protesta per salvare i posti di lavoro alla Thyssenkrupp di pensare anche a tutti quei lavoratori invisibili ai più, dipendenti di piccole aziende che stanno fallendo, artigiani e commercianti e lavoratori autonomi che dopo aver fatto i salti mortali per resistere si devono arrendere alla mancanza di una prospettiva, senza, peraltro, avere alcun tipo di salvagente, se non i pochi risparmi, probabilmente erosi dalla resistenza e dalla cocciutaggine tipica dei piccoli imprenditori.
Però i nostri media ci fanno vedere sopratutto il premier che inaugura stabilimenti tipo, che si interfaccia con imprenditori di successo mentre, purtroppo, il resto del paese sta affogando tra debiti, tasse, gabelle e mancanza di prospettive.

Proviamo quindi a mettere in moto il nostro pensiero e riflettiamo su cosa vorremmo che la politica facesse e proviamo a non rinchiuderci nel nostro privato, a non abbandonarci alle nostre malinconie, perché è solo in questo modo che – tutti insieme – potremmo indurre chi ci governa a togliersi gli sfavillanti abiti e indossare vesti più umili, adatte ad ascoltare anche i più deboli e coloro che, da sempre, sono tartassati.



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L’autore

Stefano Peverin

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