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Ciclo-biga all’ombra del Colosseo, Roma sceglie le due ruote

In via dei Fori Imperiali dopo la pedonalizzazione ecco la pacifica ed ecologica invasione delle due ruote. E nel week end, concerto di Simone Cristicchi, poeta cantautore che si esibirà a bordo di un open bus ecologico.

L’European Mobility Week è la settimana per la mobilità sostenibile, una campagna promossa dall’Unione Europea per sensibilizzare i cittadini, che vede un susseguirsi di eventi e iniziative in tutte le città europee che aderiscono.

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Manifesto dell’iniziativa

A Roma fino al 22 settembre, in via dei Fori Imperiali, tra le varie performance, ci sarà una ciclo-officina su un autobus della linea Atac, insieme ad una mostra mercato di opere di riciclo creativo sotto il cappello di Riscarti, il festival internazionale del riciclo creativo.
Per tutta la settimana Cicló, la bottega artigiana per ciclisti ispirati, e 16bici della cooperativa Il Grande Carro, offriranno un servizio di riparazioni, ciclo-restauri e usato-garantito. Sull’autobus viaggeranno, insieme ai passeggeri che si lasceranno guidare verso una società più equa, più attenta e sensibile alla questione dei rifiuti, le opere d’arte e d’ingegno fatte con materiali di scarto degli Artisti Green di Riscarti: Cristiano Muti autore di due “Totem” o “Menhir” in ferro come un manifesto spirituale contro lo spreco; Dorotea Prehn con l’istallazione “L’altra faccia della spazzatura” visibile solo se si pedala su una vecchia cyclette; il vestito fatto con le cinture di sicurezza di Anamarija Pirc; la Super-Atac di Alessandro Ciafardini un connubio di funzionalità e creatività.
Così Marlene Scalise, presidente di Riscarti, presenta lo spirito dell’iniziativa: “Vogliamo parlare di città smart e sostenibili, a misura di cittadino, più verdi, in sintonia con l’ambiente e con gli stili di vita virtuosi. Vogliamo incoraggiare l’autoproduzione e l’autoriparazione, l’uso dei mezzi pubblici e delle biciclette”. “Molti preziosi scarti ai quali l’Atac ci ha dato accesso“ – aggiunge – “ci sono serviti per costruire tavoli, armadietti e nuove sedute, in sintonia con una nuova sensibilità crescente, anche nello stile, di beni durevoli e non standardizzati”.
Domenica 21 alle ore 11.30, l’Acciaieria insieme a Riscarti presenteranno la ciclo-biga, un mezzo di trasporto ecologico e simbolo della civiltà romana, che permetterà di sentire per le vie della urbs il piacere a cui gli Aurighi, e a volte l’imperatore stesso, non potevano rinunciare: il fruscio delle ruote sui san pietrini, la piacevole fatica della corsa, l’emozione della partenza, i palazzi a vista avvolti nella bellezza… un’emozione slow per godere del viaggio, a cavallo tra saper fare, memoria e sensibilità ecologica, proiettati nel futuro delle nuove tecnologie.
Infine, sull’open bus a due piani l’Atac svolgerà attività di promozione con distribuzione di gadget e vendita di biglietti da collezione, mentre gli operatori del car sharing (Rsm, Car2Go, Enjoy) proporranno carnet con offerte e le giornate.
Ad animare le giornate, performance di street art e, nel week end, il concerto di Simone Cristicchi sull’open bus Atac accompagnato dalla perfomance artistica “Rottamiamo gli autobus” di Lorenzo Gubinelli e Studio Sotteraneo.

LA STORIA
Tu, ragazza dell’Europa:
“Dimenticare è più facile che imparare”.
Diario di un’estate ferrarese

La stazione, si sa, è un crocevia: arrivi e partenze, che siano di piacere o lavoro. Così, a metà luglio, è iniziato anche lo stage di Milica Vlajin, giovanissima studentessa di lingue serba, arrivata a Ferrara per otto settimane di volontariato a Ibo, associazione che opera per promuovere fra i giovani il senso di responsabilità verso gli altri e la consapevolezza di ciò che è bene comune. Ciò è stato possibile grazie alla rinnovata collaborazione tra Ibo ed Aiesec che, per il secondo anno consecutivo, ha portato nella città emiliana una ventata di internazionalità. I ragazzi del comitato locale di Aiesec, l’associazione di studenti più grande del mondo, hanno aiutato la stagista a muovere i primi passi (e le prime biciclettate) tra la sua nuova casa e il centro, dove, in via Montebello, ha sede Ibo.
La ragazza ha lavorato in ufficio, nel periodo precedente il  Buskers festival. E poi si è prodigata con i volontari impegnati durante la manifestazione nell’accoglienza del pubblico. Milica ha sorpreso tutti con un’ottima padronanza dell’italiano, tanto da impiegarlo con sapienza non solo nella stesura dei comunicati stampa e dei volantini che sponsorizzavano le attività del Grande Cappello, ma perfino per fare ironia e scherzare. E non solo. C’è stato per lei anche modo di esprimere pensieri, impressioni e riflessioni su questa avventura appena terminata.

“È necessario allinearsi ed entrare in sintonia con il posto in cui ci si trova, abituarsi e, nel caso, anche adattarsi”, afferma a consuntivo della sua ‘prima volta’ lontana da casa per un lungo periodo: Come l’hai affrontata?, domandiamo. E’ nata un’altra Milica?
Forse. Credo che quando si parte per l’estero è come se si avesse l’opportunità di modellare sulla propria persona un’identità completamente diversa; certo, a ventun anni si è persone già abbastanza formate, però ho notato che ci sono aspetti della mia personalità che hanno rilevanza diversa a seconda di dove sono. Per esempio, a Belgrado conoscono lati di me che a Ferrara non c’è stato modo di ritrovare, e viceversa: gli altri non pensano che io possa essere anche diversa da come mi vedono. Inserendosi in un dato contesto, tra persone che hanno abitudini diverse, il proprio io cambia prendendo consuetudini che non gli appartengono, forse migliorando.
Ecco, dunque: come ti sei trovata immersa in un ambiente per te completamente nuovo?
Non parlo perfettamente l’italiano, però ero talmente presa da questa nuova esperienza da cominciare a dimenticare alcune parole in serbo già dopo una quindicina di giorni. Gli effetti di un nuovo contesto sono potenti: ti abitui rapidamente al fatto che i dialoghi quotidiani sono in una lingua diversa da quella che ti è familiare. Il risultato è che ora, dopo quasi due mesi, devo addirittura concentrarmi per trovare le parole serbe più ovvie. Pertanto, ammiro e mi complimento con chi riesce a combinare due o più culture o lingue, senza perdere parti di una o dell’altra. Dimenticare è quasi più facile che imparare.
C’è qualcosa che vorresti cambiare di queste otto settimane?
Mi dispiace di non aver sentito la mia famiglia e i miei amici tanto quanto avevo inizialmente immaginato; Skype, Whatsapp, Facebook… pensavo che li avrei aggiornati costantemente. Non ero, però, una turista: quando sei in vacanza non vedi l’ora di condividere tutte le novità che vedi, che siano persone, luoghi o cose particolari. Invece, quando vivi stabilmente in un posto, già dopo due o tre settimane la tua vita è là, non hai niente di nuovo da raccontare. Le abitudini si sono radicate pur in un tempo così breve: e ciò che fai normalmente (lavoro, amici, uscite), non è niente di eclatante, specie per chi non è presente fisicamente con te e non è parte di questa “altra vita” e quindi risulta difficile da raccontare, perché appare banale. Ovviamente nessuno mi vorrà rinfacciare questa scarsa comunicazione, però a me dispiace. Questo nuovo ritmo di vita mi ha completamente preso e coinvolto, mi ci sono totalmente dedicata, avevo degli obblighi nei confronti del mio nuovo ambiente, e meno verso il mio a Belgrado, così questo è passato in secondo piano, ma solo per forze di causa maggiore. È naturale che ci lasciamo prendere da ciò che ci circonda, è così che si impara anche una lingua.
C’è qualcosa che, se potessi, vorresti portare a casa a Belgrado?
Hmmm… Tutta Ferrara! Scherzi a parte, vorrei ovviamente portare a Belgrado i miei nuovi amici, ma anche lo spirito di Ferrara, che mi mancherà molto: è uno spirito che in una grande città non si sente. Le iniziative sociali e culturali, il volontariato sono presenti a Belgrado, ma il loro riscontro ha un peso e un impatto minori, poiché le persone sono meno collegate tra di loro. Inoltre, mi piacerebbe poter ‘esportare’ anche questo stile di vita più lento e rilassato. A Belgrado si tiene meno conto delle piccolezze, dei dettagli, si è sempre di fretta: in Italia, in generale, mi sembra che si abbia un livello di qualità della vita più alto, a partire dall’alimentazione. Gli italiani non mangiano per il mero fatto di nutrirsi, gustano il cibo e lo apprezzano, quando noi dedichiamo poca attenzione e tempo ai pasti. Poi, naturalmente, porterei con me la mia bici, a cui mi ero affezionata, e lo spritz, o almeno la consuetudine dell’aperitivo in generale. Al momento, però, posso solo portare con me dei ricordi meravigliosi e la soddisfazione di aver scelto di trascorrere la mia estate in questa affascinante città estense.

Sfortunatamente, a differenza nostra, il tempo non si perde, e arriva purtroppo l’ora dei saluti e della partenza: di nuovo in stazione, con la promessa di Milica di un ritorno a Ferrara, magari l’estate prossima.

IL FATTO
Giochi politici estremi.
Ferrara fa scuola con l’intesa extra-large

Tutti dentro. Con l’ardita alleanza per la Provincia, che mette insieme Pd, Forza Italia, Movimento 5 stelle e Lega, a Ferrara si è realizzato qualcosa di mai visto prima. L’inedito cubo di Rubrick politico, che nessuno finora era riuscito a comporre, è valso ai suoi ingegneri copiose citazione sulle prime pagine dei giornali nazionali. ‘Repubblica’ parla di “strani patti”, di “intese larghissime” e adotta la formula della “politica del cappellaccio”, citata anche da ‘Libero’ il quale però, sarcasticamente, dà ragione ai difensori dell’accordo ferrarese e riconosce che è sbagliato parlare di “larghe intese”, ma solo perché in questo caso “inciucio rende meglio l’idea”. Sulla prima del ‘Messaggero’, Genova e Ferrara sono segnalate come capofila di una scuola politica ecumenica. Si parla di “strana alleanza”, mentre quello di Ferrara viene definito “super accordo”. ‘Italia oggi’ spiega come “le Province abolite siano più vispe e costose di prima”, parla di “grande bluff”, punta l’indice su Ferrara e racconta in che modo i partiti si stiano organizzando per “spartirsi le neo Province e vivere felici e contenti”.
Sulla strada dell’intesa destra-sinistra, non senza resistenze, sembrano dirigersi anche Genova, Torino, Taranto, Brindisi e Vibo Valentia. Ma Ferrara stravince su tutte, perché è l’unica che non solo ha già siglato l’alleanza, ma è riuscita a tirare dentro alla rete stesa da Pd e Forza Italia anche Lega e Cinque stelle.
Il messaggio che filtra è pericoloso: ancora una volta implicitamente si afferma che non serve la politica (la visione), ma basta l’amministrazione (la gestione).

Il “tutti insieme appassionatamente” fa parlare e fa discutere. Grillo tuona contro questa deriva, ma non smuove il sindaco pentastellato Fabbri, che spiega come suo dovere sia tutelare la sua città, Comacchio, che ha bisogno di essere rappresentata. Il sindaco Tagliani, a chi accusa la ditta di essere un poltronificio, replica piccato che non di poltrone bensì di “sedie elettriche” trattasi. Evidentemente la scossa piace ai novelli masochisti della politica.
E così, a proposito di… nuovo che avanza, alle soglie di una fantomatica Terza Repubblica (la Seconda sta per andare in archivio senza neppure che se ne sia percepita la sostanza) torna attuale nel vocabolario politico l’espressione “due forni”, coniata da Giulio Andreotti per dire che la Dc aveva agio di cercare intese alternativamente con Psi e Pci sulla base della maggior convenienza.
Artefice di questa giravolta e moderno alfiere dei ‘due forni’ è oggi Silvio Berlusconi che, recise le radici craxiane, ora sposa la paludata “saggezza” democristiana. Si ritaglia così una nuova centralità e si destreggia scegliendo alleanze variabili secondo comodo suo. Morale, le Repubbliche passano, i vizi restano. E il Gattopardo se la ride.

L’INTERVISTA
Diego Marani, l’europeista:
“Per l’Italia, ultimo treno.
Ferrara? Sempre più bella
e sempre più vuota”

Alla Commissione europea dove lavora, si occupa di politica del multilinguismo. Per gioco ha inventato una lingua, l’europanto, puzzle dei differenti idiomi: e in europanto ha tenuto rubriche su vari giornali del continente. La “Nuova grammatica finlandese”, suo apprezzatissimo romanzo, gli è valsa nel 2000 il premio Grinzane Cavour e la notorietà. Nell’ultimo, “Il cane di Dio”, Diego Marani racconta di un’Italia divenuta teocrazia… Quest’anno ha pubblicato “Lavorare manca”, una riflessione sui nostri tempi, condita da note autobiografiche. ‘Ragazzo’ dell’Europa, di strada ne ha fatta tanta da quando ha lasciato la campagna ferrarese per trasferirsi a Bruxelles. Ma resta legato alle proprie origini, e qualche anno fa per Bompiani, il suo editore di sempre, ha pubblicato l'”Enciclopedia tresigallese”, godibilissimo campionario di tipi umani.

Filtrata con la sensibilità di un italo-europeo (le attribuisco questa categoria), qual è la percezione che si ha dell’Italia nel cuore del continente?
L’Italia è un paese dalla reputazione intramontabile, malgrado talvolta sembri che noi facciamo di tutto per danneggiarla. Gli altri ci ammirano, ci invidiano, ci vedono come un gigante di cultura, tradizione e sapere. Perfino quando ci prendono in giro, sotto, sotto lasciano trapelare la loro soggezione. In fin dei conti ci riconoscono sempre la nostra innegabile capacità di adattarci, di trovare nuove vie, di fare la sintesi fra passato e futuro, di essere comunque, anche se disordinatamente, moderni.

Lei crede alla scommessa di Renzi?
Credo alla ventata di nuovo che ora soffia sull’Italia e che può innescare un circolo virtuoso. Renzi è stato capace di suscitarla e ora di incanalarla verso obiettivi concreti. Ma nulla attecchirà se la società intera non si rende conto che deve cambiare e rinnovarsi.

L’Europa vista dall’Italia è per molti una cappa opprimente. E l’Europa vista dall’Europa, invece, com’è?
L’Europa non è assolutamente una cappa opprimente. Semmai è l’Italia che è diventata come quegli acquari dove non si cambia mai l’acqua e i pesci soffocano. Qui si sperimenta il nuovo, ogni giorno. Basti pensare al processo in corso di nomina della nuova Commissione. E’ un intero esecutivo che ogni cinque anni si ripensa e si trasforma sulla base di nuove prospettive. Quale amministrazione pubblica dei nostri paesi è capace di tanto? L’Europa è il solo futuro che abbiamo. Prima i cittadini europei se ne renderanno conto, meglio sarà. Ogni nostro Paese da solo non può che andare allo sbaraglio. Per non parlare delle varie padanie..

L’Europa avrà mai un Europanto come lingua condivisa?
L’Europa ha già l’inglese, che non è più lingua soltanto degli inglesi. Ma l’inglese non basta a fare l’Europa. Come l’Italia è pur fatta anche dei suoi dialetti e delle sue lingue regionali che tutti tanto amiamo, così l’Europa ha bisogno delle sue lingue. Ogni regione della nostra Unione ha le sue e il futuro è la condivisione delle lingue nelle zone di frontiera, che poi sono sempre state l’anima dell’Europa, i luoghi dove è nato il nuovo, il miscuglio, il progresso. Non sarà pensabile in futuro vivere ad esempio in Alsazia senza parlare francese e tedesco o in Friuli senza sapere italiano e sloveno. L’inglese si aggiungerà a questi binomi essenziali. Del resto, è un processo già in corso. La gente ci è arrivata prima dei governi e ormai cerca sempre più spesso un’istruzione bilingue.

In Italia si punta tutto sulle riforme. Nel Paese del trasformismo non c’è il rischio che ancora una volta tutto cambi per restare tutto come prima?
Ancora una volta dipenderà da noi. Ma forse stavolta è più semplice: se non cambiamo davvero, verremo spazzati via.

Cosa rimpiange dell’Italia e cosa invece non le manca per nulla?
Rimpiango cose che purtroppo sono diventate rare nella stessa Italia. Rimpiango il Paese che conoscevo quando sono partito, solare, dinamico, coraggioso, intraprendente. Rimpiango la cordialità, la sensibilità, l’umanità degli italiani. Rimpiango le relazioni umane che malgrado tutto gli italiani sanno ancora tessere e che malgrado il generale incattivimento della società, malgrado la devastante perdita di senso civico, in qualche posto ancora esistono e sono alla base del vivere. Non mi manca l’ottusità e la paura di cambiare, il vittimismo e la rinuncia, il dare sempre la colpa agli altri per i propri problemi, la corruzione e il clientelismo, l’attendismo e soprattutto, forse più di ogni altra cosa, la dilagante maleducazione e aggressività, il disprezzo dell’autorità e delle istituzioni.

In questi ultimi anni ha visto Ferrara migliorare a peggiorare?
Ferrara è sempre più bella e sempre più vuota. Sempre più museo e sempre meno città viva.

Su quali fattori propulsivi punterebbe?
Non sono un’economista, ma sono convinto che il turismo potrebbe essere una via. Siamo appunto un gioiello di città, un museo all’aperto di valore unico. Dovremmo rendere più vivo questo patrimonio, creare itinerari, percorsi di visita ma anche laboratori di arte nuova, di creazione moderna che si ispiri alla nostra tradizione. Dovremmo aprirci di più a quello che ci sta attorno. Dovremmo guardare anche oltre l’Adriatico, che ora è una frontiera interna dell’UE. Dovremmo estendere la nostra agricoltura e non limitarci solo a essere grandi produttori dell’agroindustriale. Il futuro è nella ricerca scientifica: sementi, biochimica, nuove colture, riduzione dei pesticidi, acquacoltura. Non possiamo continuare a saccheggiare il nostro territorio, dobbiamo sviluppare colture meno invasive, investire nella ricerca. Abbiamo una tradizione di chimica in città. Perché non recuperarla. E anche il nostro Po deve essere recuperato come risorsa, non solo turistica. Per non parlare del litorale, che potrebbe essere un meraviglioso parco turistico e archeologico.

Ha mai pensato a un suo impegno politico o civico? Ed è vero che in gioventù è stato consigliere comunale a Tresigallo?
Non sono mai stato un politico, non ho mai avuto incarichi politici, neanche a Tresigallo. La mia attività politica si riduce a un anno di iscrizione alla Fgci. Credo fosse il 1974-75. Avevo 16 anni. Abbiamo fatto due stagioni di cineforum e poi ci siamo stancati. E’ molto disarmante cercare di convincere qualcuno di che cosa sia il suo bene se lui stesso non lo vuole vedere. In fondo la politica è questo. Per questo credo che la politica non faccia per me. Ammiro i politici, quelli veri, non quelli che usano la politica per fini personali, ma quelli che ogni giorno amministrano il bene pubblico, i veri statisti che sono capaci appunto di pensare in una prospettiva di Stato e operare di conseguenza, a qualunque livello essi si trovino, dal sindaco al ministro. Ma io sono sempre stato poco propenso alla disciplina e all’inquadramento che esige la militanza politica. Credo di poter dare un migliore contributo alla mia comunità con la mia creatività di scrittore, con il mio pensiero di intellettuale e con la mia competenza tecnica in campo culturale. Nutro l’illusione di aver portato a Ferrara un po’ della mia visione europea, almeno un soffio del grande respiro che si sente palpitare qui a Bruxelles. Questo in fondo dovrebbe essere il ruolo di chi parte: portare a chi resta l’esperienza del viaggio.

Nella ‘Nuova grammatica finlandese’ il tema della memoria è centrale. È però anche un grande vulnus di questi nostri tempi…
La memoria è la nostra spina dorsale. Non ci reggiamo in piedi senza. Ma non dobbiamo usarla per chiuderci nel passato e barricarci. Ci deve servire come fondamenta, ci deve dare consapevolezza di chi siamo, delle nostre radici e della nostra identità. Solo così possiamo andare incontro al diverso da noi con solidità e apertura, senza paura di perderci, di dover rinunciare a quel che siamo, ma pronti e capaci a cambiare senza snaturarci.

A quali progetti letterari sta lavorando?
Adesso non sto scrivendo. Ma ho quaderni pieni di appunti di storie che scriverò un giorno. Devono maturare, serve tempo. Certe si seccano, altre crescono. E poi non riesco ad essere in permanenza creativo. Creare, scrivere è alla lunga spossante e estraniante. Ora ho bisogno e desiderio di sguazzare nella realtà, di agire nel reale. E’ anche questo vento di novità che mi ispira. Dopo tanti anni bui per il nostro paese, dopo anni in cui qui a Bruxelles mi sono talvolta vergognato di essere italiano, vedo infine prospettive vere di cambiamento per il nostro paese e voglio dare il mio contributo a questa riscossa.

Le capita ogni tanto sentire ancora Prodi?
Ogni tanto, per email. Gli mando sempre i miei libri.

Prodi secondo lei potrebbe essere il prossimo presidente della Repubblica o vincerà… il Nazareno?
Ecco che mi spinge a fare politica… Il Nazareno per me è solo uno e dovremmo ricordarci più spesso cosa disse. Quanto a Prodi ha tutte le carte in regola per essere il prossimo Presidente della Repubblica. Ha anche una medaglia di bottoni colorati confezionata da me che gli è stata conferita dall’Associazione Emilia-Romagna di Bruxelles di cui era membro quando stava qui e che gli ho appuntato io sulla giacca, dopo averlo salutato con un discorso in Europanto.

L’OPINIONE
Ripartiamo dal capitale sociale
e dalla nostra vulnerabilità

I principali elementi che contraddistinguono l’attuale fase storica sono: la velocità con la quale si mettono in atto i cambiamenti, velocità che genera negli individui e nelle comunità un elevato grado di insicurezza; l’aumento di conoscenze da parte delle masse; la perdita di fiducia verso le Istituzioni e la continua messa in discussione dei poteri: dalla politica, alla Stato. Nel dettaglio, in questi ultimi anni siamo entrati in quella che oggi definiamo crisi economica anche se siamo di fronte ad una parallela crisi sociale e relazionale. Tutto ciò ha generato un ripensamento da parte del “settore pubblico”, e in particolar modo degli Enti Locali, sull’erogazioni dei servizi. La corsa al risparmio degli Enti genera nelle comunità locali un ulteriore grado di sfiducia, che quasi si autoalimenta a causa delle minori risorse e maggiori pressioni da parte degli utenti.

La povertà purtroppo non è più un problema lontano dalla nostra società. Fino a poco tempo fa lo abbiano considerato una situazione propria dei Paesi in via di sviluppo; al contrario sta diventando una emergenza grave anche nei cosiddetti Paesi industrializzati. Il mercato sempre più difficile e le crisi di settore sono nel tempo state sopraffatte da una crisi globale di maggiori dimensioni che sta rendendo molto critico l’intero sistema economico e sociale. In questo periodo è cambiata la composizione della povertà ed è cresciuta la disuguaglianza sia a livello generale nella trasformazione economica della società sia nei risvolti quotidiani della vita.
Gli approfondimenti socio-demografici ed i riscontri di indicatori di disagio rilevano come cresca la crisi e la condizione di nuova povertà si manifesta con preoccupazione in diversi contesti.

Si è passati da una visione tradizionale in cui il livello del reddito rappresentava il principale indicatore ad una moltiplicazione delle cause ed una pluralità di segnali che rendo molto più articolato e complesso il problema; si approda ad una concezione della povertà che coinvolge moltissime famiglie in atteggiamenti spesso contraddittori in cui si squilibrano i bisogni e le necessità in un confuso contesto di costumi sociali. In sintesi si può dire che lo stato di povero oggi deve essere messo in relazione allo standard di vita medio della comunità, che determina quali sono i bisogni sociali essenziali e dunque il concetto di povertà assume un ruolo più complesso.

Non solo i fattori appena descritti generano povertà ma il cambiamento strutturale della nostra società ha evidenziato come più correttamente si possa parlare di vulnerabilità sociale oltre che di povertà. Infatti, mentre negli anni in cui non esisteva il concetto di protezione sociale, era facile individuare chi poteva (o avrebbe potuto) avere problemi economici nella propria vita, ad esempio perché apparteneva a una famiglia disagiata o aveva una bassa scolarità ecc, oggi non è più così ovvio; infatti nel corso della vita di una persona basta un modesto cambiamento a generare crisi di povertà, ad esempio per l’improvviso venir meno di reti sociali.

Per vulnerabilità si vuole qui intendere “una situazione di vita in cui l’autonomia e la capacità di autodeterminazione dei soggetti sono permanentemente minacciate da un inserimento instabile dentro i principali sistemi di integrazione sociale e di distribuzione delle risorse”. Al fine di individuare le principali articolazioni del processo di vulnerabilità, soprattutto della sua componente che si riferisce alle trasformazioni del lavoro.
Siamo ad un passaggio delicato tra comunità e società, tra sociologia e soggettività. Per alcuni siamo in una fase storica in cui la vita sociale si rivolge maggiormente all’interesse e al piacere dell’individuo e si riduce la coscienza del collettivo.
Negli ultimi anni infatti è diventata ricorrente nel discorso pubblico – oltre che nella riflessione delle scienze sociali – la nozione di capitale sociale; il capitale sociale viene richiamato sia in relazione ai problemi dello sviluppo economico, sia riguardo ai diversi aspetti “immateriali” attinenti alla qualità della vita e delle relazioni dei cittadini con gli altri, con le istituzioni e con l’ambiente.

Da un importante studio svolto dall’Istituto Cattaneo alcuni anni fa, emergeva che i differenti tratti della comunità civica si possono riassumere in:
– l’impegno civico, che consiste «nell’interesse per le questioni riguardanti la vita pubblica e la partecipazione ai problemi della comunità»;
– solidarietà, fiducia reciproca e tolleranza per le opinioni altrui;
– le libere associazioni della partecipazione come fondamento della democrazia.

Considerare i valori come materia prima del costrutto del capitale sociale è l’unico modo per uscire dal paradosso dell’azione collettiva. Gli individui entrano in relazioni cooperative quando si riconoscono reciprocamente come fini e non come mezzi. Questo non implica in alcun modo una visione romantica e idealizzata, né evoca eroismo o vocazione al sacrificio.
Il senso civico diventa un beneficio piuttosto che un costo proprio perché il singolo individuo è inserito in un orizzonte di moralità che trasfigura gli altri come valori.
Si intende, infatti, l’espressione «capitale sociale» come risorsa collettiva, indivisibile, dunque come bene pubblico: ognuno ne può beneficiare, senza per questo ridurne la disponibilità per gli altri. Il capitale sociale determina in definitiva il grado di coesione sociale, l’ampiezza e profondità dei legami e la natura delle relazioni con le istituzioni. In breve, l’espressione designa un insieme di caratteristiche che attestano la qualità della società civile.

Cresce infatti una nuova povertà che non è solo carenza di risorse economiche, ma anche perdita di ruolo (e di dignità), mancanza di riferimenti sociale, isolamento, il sentirsi inutile.
Questa nuova povertà sta crescendo molto nella società e sta causando molti disagi e molti problemi. Cresce il numero di persone che hanno perso il lavoro, che non l’hanno trovato, che sono in cassa integrazione, che si sentono inutili e che vivono tensioni sociali e disagi personali; anche questo indica livelli preoccupanti di nuova povertà.
Talvolta la mancanza di denaro è meno grave della mancanza di dignità.

Cresce anche i numero di anziani e di pensionati che vivono questo senso di abbandono e di esclusione dalla vita quotidiana sociale. Bisogna preoccuparsi in modo maggiore di questa tendenza e cercare di contrastarla con capacità reattiva e responsabilità solidale.
Aumenta lo squilibrio tra produzione interna lorda e benessere (qual è la percezione del benessere in stato di povertà?); per questo bisogna cercare di ricreare il benessere anche in situazione di crisi economica (senza ricchezza). Bisogna stare molto attenti al mercato dei prodotti che superano i bisogno dei servizi e che ci propongo il nuovo concetto di marketing del “consumatore difettoso”.

La crisi di una dimensione di politica sociale aumenta la povertà relativa; dalla storia solida si entra nella modernità liquida (come la definisce il sociologo Bauman).

L’avanzata del gambero

Che la nostra scuola avesse abdicato al suo ruolo di ascensore sociale, lo sapevamo ormai da tempo. Ma i dati del rapporto OCSE 2014 sullo stato dell’istruzione nel nostro Paese disegnano un sistema scolastico di figli e figliastri, un sistema scolastico gruviera che perde soprattutto i più deboli.
Dal 2008 al 2012 la popolazione NEET, vale a dire le persone tra i 15 e i 29 anni che sono disoccupate e che non sono inserite in un percorso di istruzione o formazione professionale è cresciuta di cinque punti, dal 19,2% al 24,6%, collocandoci al terzultimo posto, prima solo della Spagna e della Turchia, nell’area OCSE.
Gli abbandoni scolastici nella fascia 15-19 sono ancora in crescita, seppure lieve. Nel 2012 solo l’86% dei 17enni era ancora iscritto nel sistema scolastico, una delle percentuali più basse dei Paesi dell’OCSE. Sempre meno giovani accedono all’università, perché essenzialmente scoraggiati dalle prospettive occupazionali.
Come è possibile in un paese da sempre all’avanguardia dell’integrazione scolastica, con un’iscrizione alla scuola dell’infanzia quasi universale, il 93% delle bambine e dei bambini di tre anni, 96% per quelli di quattro anni, contro la media OCSE del 70%, se è vero che frequentare la scuola dell’infanzia è una premessa fondamentale al successo formativo?
La nostra scuola è come una macchina che perde benzina, ma quando si lasciano per strada ragazze e ragazzi il codice non può che essere rosso, perché gli abbiamo rubato i sogni, la fiducia in se stessi, la possibilità di realizzarsi, abbiamo tolto futuro a loro, ma anche a tutti noi, a tutto il Paese.
E allora sforziamoci di capire meglio, addentriamoci in questo Education at a Glance 2014, sguardo sull’istruzione, che a leggerlo pare tutto un ossimoro nel suo susseguirsi di dati tra loro contrastanti.
Sì, perché, se complessivamente il livello di istruzione è aumentato, specie per le donne, i giovani italiani hanno comunque livelli di istruzione inferiori ai loro coetanei della maggior parte degli altri Paesi.
Sostanzialmente si frequenta la scuola più a lungo, ma si impara di meno. Gli anni di studio non compensano la qualità. È come dire che c’è un furto del tempo di vita che i nostri giovani investono sui banchi di scuola e nelle aule universitarie, una responsabilità pesante di chi in tutti questi anni si è riempito la bocca con vuote riforme, della necessità di tagli alla spesa per l’istruzione, senza mai presentare al Paese uno straccio di bilancio sociale su un’istruzione pubblica sempre più ridotta in stato comatoso.
«La qualità dell’istruzione di base sta migliorando costantemente» è l’ossimoro più preoccupante del rapporto OCSE, perché la conclusione dopo una ventina di righe è che «Nonostante i recenti miglioramenti registrati, il livello medio di competenze in comprensione dei testi scritti (lettura) e matematiche in Italia resta basso rispetto ad altri Paesi».
C’è da vantarsi? Solo degli irresponsabili possono pensare che la scuola italiana migliora, come i titoli montati da stampa e televisione in questi giorni ci vorrebbero far credere. Chi non si interroga sui ritardi accumulati e sulla distanza che ci separa dagli altri paesi. Solo chi non considera che a pagare il prezzo di questa situazione sono come sempre le fasce sociali più deboli, il pesante costo che un Paese irresponsabile fa pagare ai suoi figli.
C’è da chiedersi cosa è successo nella patria di Maria Montessori, di Lorenzo Milani, di Loris Malaguzzi, (Don Bosco lasciamolo da parte, per cortesia), chiamati ad essere gli ispiratori della “buona scuola”, perché se non si comprende questo è come evocarli in una seduta spiritica.
Forse è successo che questo Paese viene da decenni in cui l’interesse a fornire a tutti i suoi cittadini una scuola ben fatta è stato pressoché nullo, tanto chi può sa come provvedere.
Forse è successo che, nello smantellamento dello stato sociale, le prime conquiste da colpire erano proprio quelle compiute sul terreno del diritto all’istruzione negli anni ’70 e ’80.
Il nostro paese era all’avanguardia nel mondo per i suoi asili, per le scuole a tempo pieno e per la sua scuola primaria. La riforma della scuola elementare nel 1985 portava la firma del ministro Falcucci. La Falcucci non era proprio una rivoluzionaria, tutt’altro, ma era donna di scuola, capace di dialogare con chi ogni giorno si forma nel rumore d’aula.
Sono bastati due ministri, la Moratti e la Gelmini, per distruggere quella riforma e tornare, per una scelta tutta ideologica, al maestro unico. Ed ora, ecco i risultati!
Tra il 2008 e il 2011, dicastero Gelmini, la spesa per studente, dalle elementari alle superiori è scesa del 12%, collocandoci al penultimo posto dell’area OCSE, dopo di noi solo l’Ungheria.
Sostanzialmente l’Italia mostra uno dei profili più piatti nelle uscite dedicate al percorso di studi dei suoi studenti, tanto che l’esborso per la scuola dell’infanzia e primaria e spesa per l’istruzione universitaria pressoché si equivalgono. Nel 2012, la spesa per studente delle scuole elementari è in linea con la media dell’OCSE. Ma la spesa per studente della secondaria di primo grado è inferiore del 7% rispetto alla media dell’OCSE, mentre per le superiori la differenza è ancora maggiore, al di sotto del 28%, sempre rispetto alla media dell’OCSE.
L’Italia è il solo Paese che registra una diminuzione della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011, ed è il Paese con la riduzione più marcata (5%) del volume degli investimenti pubblici tra il 2000 e il 2011.
Come si è potuti andare avanti? Ce lo dice il rapporto OCSE, informandoci asetticamente che in questi anni a pareggiare i conti è stato l’aumento dei contributi privati.
La percentuale del finanziamento totale per le scuole e le università che proviene da fonti private è quasi raddoppiata tra il 2000 e il 2011. In termini relativi, nel 2000, il 94% del finanziamento per le istituzioni proveniva da fonti pubbliche. Entro il 2011, il finanziamento pubblico è stato ridimensionato al 89%.
Poiché noi sappiamo bene che il nostro è un paese dove non c’è l’otto per mille da devolvere alle scuole, non ci sono fondazioni che finanzino l’istruzione e neppure la detassazione per questo tipo di elargizioni, le conclusioni sono presto tratte. A pagare di più sono state le famiglie. Elementare, direbbe Holmes.
Aumento delle tasse universitarie, i vituperati, dai ministri responsabili dei tagli, contributi volontari dei genitori alle scuole frequentate dai loro figli, ricordate le squallide polemiche sulla carta igienica portata da casa?
Allora complimentiamoci dei nostri risultati, per la scuola dei nostri figli che avanza come i gamberi.

LA STORIA
Via Carlo Mayr a Ferrara:
la capitale dell’incontro

Ferrara a settembre, la sera. Potrebbe bastare. Ma la cena di quartiere in via Mayr è davvero il giusto giro di giostra.
Sono tornati i lavoratori che vengono da fuori. Sono tornati gli studenti. Si mescolano agli altri. Sono cinque anni ormai.
Si chiude la strada. Si prepara del cibo. Lo si condivide. Il resto accade un po’ per gioco, un po’ per caso.
Non ho il tempo di cercare i ragazzi di Rigenerazione Urbana, quelli di Basso Profilo, le altre forze che si uniscono a questo sforzo comune.

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L’informatico di Ceglie, Messapica

Mi si para davanti l’informatico di Ceglie Messapica, vuole che beva il suo vino. Riconosco l’accento ma non rispondo. Il suono della terra dei trulli, la murgia pugliese, li porto dentro. Lì risiede il mio amico Pasquale. Allora lui chiede -: Ma sei italiano? Intanto scatto la foto e catturo la sua minuta inquietudine, la sua aria perplessa. Si schiarirà in un cenno d’intesa. Il giro continua. Il mio nuovo amico si lancia in un selfie estremo.

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Il selfie estremo

Vengo attirato da una studentessa in medicina. Lei è tarantina. Li raggiungo al tavolo e li trovo seduti sul loro sorriso. Studiano all’università. Condividono la cena con dei ragazzi di Rovigo.

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Seduti su un sorriso

E’ una serata tra vecchi e nuovi amici, quella della cena di quartiere. Riccardo mi regala una delle sue espressioni ironiche. Poi incontro Piero, maestro di chitarra e musica in Toscana, però lui è un vecchio lupo cosentino che ha studiato in città. Non lo vedevo da anni. Anche questo potrebbe bastare.

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L’insegnante Riccardo, di Castrovillari
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A volte ritornano, Il chitarrista Piero e l’attore Vincenzo

Lui abbraccia Vincenzo, fratello-attore con la vocazione d’insegnante.

C’è ancora il tempo per una sconosciuta, per la sua espressione plastica, un volto a cui purtroppo non sono riuscito a dare un nome. Penso lo meritasse. Può darsi che accada in futuro, anche questo è il bello di Ferrara. Non ci si incontra mai più, oppure ci si vede sempre.

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La sconosciuta

Ferrara non è l’Emilia e non è la Romagna. E’ un posto in mezzo ai campi. Poco lontano dal mare, da Bologna, dalle montagne. Abbastanza distante dal resto, da consentirle un’anima sua. Piccola. A volte ordinaria, altre stravagante.

Ritorno al tavolo. Trovo i miei volti. La gioia di Giovanni e Stefano, quella dei poco più di tre anni. Quella che ritorna, ma sarà sempre diversa. Non ci si abbraccerà più così spesso da grandi. Non si perdona così facilmente nel mondo degli adulti.

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Tavoli
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Giovanni e Stefano, la loro gioia, i loro tre anni

Così finisce una piccola serata senza pretese. Con un abbraccio sincero in via Carlo Mayr. Sotto il cielo mite di Ferrara a settembre. Storie che si intrecciano. Finiscono nel vuoto. Riempiono le strade di qualcosa che ci ostiniamo a chiamare vita. Qualcosa che non è per sempre. Non risponde ai pazzi, ai poeti, a quelli che in questo momento, sulle mura cittadine, magari abbracciati guardano le stelle, osservano la luna. Non risponde ma, a volte, come in questa sera, aderisce. Ti aiuta a dimenticare tutte le domande a cui non trovi risposta. E’ come se dicesse che tanto… non importa.

Così continua il nostro infimo miracolo quotidiano.

Le prossime Regionali
e i temi dell’ambiente

La decisione di chi sarà a governare nei prossimi anni credo sia molto importante per la regione Emilia Romagna. La scelta che ci apprestiamo a fare non avrà dunque solo un alto valore politico, ma anche verso uno sviluppo ecologico sostenibile e per questo richiede attenzione e impegno.
Il problema infatti non è la discontinuità delle persone, ma dei progetti; bisogna allora partire dai programmi e non solo dai giornali.
Tra le priorità di Roberto Balzani, che si misura contro una larga adesione politica verso Bonaccini, leggo della riduzione dei consumi dei nostri suoli e l’incremento delle tecnologie sul risparmio energetico (subito dunque due questioni ambientali) e poi il ridisegno delle funzioni delle amministrazioni pubbliche, la questione del rapporto con Università e ricerca universitaria, il rinnovamento del sistema socio-sanitario. Tutte questioni pratiche e concrete. A partire dall’ambiente che non è “il green di cui parla la politica, quello del campo da golf”, così dichiara Balzani affermando nel merito alcuni principi da attuare in tempi brevi:
– approvazione di un piano regionale di gestione dei rifiuti, che preveda una quota minima di materiale residuale da inviare a incenerimento;
– approvazione di una legge regionale, che sostenga attraverso la fiscalità ambientale, gli obiettivi del piano: riduzione dei rifiuti ed aumento della raccolta differenziata di qualità;
– incentivi alla realizzazione di sistemi di raccolta rifiuti basati sulla tariffazione puntuale, dove si paga in base alla quantità di rifiuti indifferenziati prodotti;
– incentivi alla realizzazione di piattaforme di selezione, di impianti di recupero materiali, e di impianti di trattamento del rifiuto urbano residuo;
– riordino del sistema Conai, al fine di lasciare alla pianificazione pubblica e non al sistema dei produttori di imballaggi le scelte strategiche per i contributi ambientali;
– revisione normativa servizi pubblici locali, al fine di definire in maniera precisa il ruolo delle amministrazioni pubbliche. In particolare, si auspica una distinzione di ruoli in cui “gli asset” ambientali (reti e impianti) siano di proprietà interamente pubblica. Analogamente, la pianificazione e concessione degli investimenti dovrà essere di competenza interamente pubblica”.

Naturalmente sono andato a vedere le posizioni espresse sull’ambiente per deformazione professionale e soprattutto perché lo ritengo prioritario. Come la penso in proposito lo si può leggere sui miei articoli inseriti nella rubrica “ecologicamente” su questo stesso giornale online.
Ho però anche cercato cosa sul tema dice Bonaccini e devo dire non ho trovato la stessa chiarezza. Certo lui, in quanto segretario regionale del Pd, rappresenta quanto la regione ha fatto fino a ora. Per molto tempo la regione è stata un punto di riferimento nazionale, ma da qualche anno sono aumentati i punti di debolezza, da Comuni con bassi livelli di raccolta differenziata, a tante piccole discariche, a troppa polverizzazione e troppi inceneritori. Fortunatamente comunque molti punti di eccellenza ci sono ancora. Serve però una nuova capacità di regolazione, speriamo avvenga.
Intanto ascoltiamo cosa ci dice Roberto Balzani, mercoledì a Ferrara alle 18 a palazzo Scrofa (via Terranuova 25) e poi cercheremo di capire meglio anche Bonaccini, prima di votare.

Il coordinatore Ue Brinkhorst a Ferrara per il progetto Idrovia

da: ufficio stampa Provincia di Ferrara

Laurens Jan Brinkhorst è uno dei nove coordinatori comunitari per le reti di trasporto Ue, e suo è il compito di seguire passo dopo passo il Corridoio (Ten-T) Mediterraneo.
È in Italia per prendere parte a Milano, nei prossimi giorni, ad un forum dei ministri europei per i Trasporti e a Ferrara ha fatto tappa per vedere coi suoi stessi occhi come procedono i lavori dell’Idrovia Ferrarese. In particolare, come sono spesi i quattro milioni coi quali Bruxelles ha finanziato il cantiere che in tutto ne costa 40 e che comprende la realizzazione del nuovo ponte di Ostellato.
Per questo la Provincia estense ha organizzato un incontro istituzionale per fare il punto della situazione con il commissario europeo. Incontro al quale hanno preso parte il presidente della Provincia di Mantova, Alessandro Pastacci, con interventi di Alfeo Brognara (dirigente Navigazione Interna della Regione Emilia-Romagna), Giancarlo Leoni (dirigente Porti e Navigazione della Provincia di Mantova), Marcello Moretti (responsabile area tecnica Aipo), Marco d’Elia (dirigente Navigazione Interna della Regione Veneto), Marco Farinatti (Direzione tecnica dell’Autorità portuale di Ravenna) e della presidente della Provincia di Ferrara, Marcella Zappaterra.
Un summit di area vasta perché il sistema idroviario Padano-Veneto, come viene chiamata la grande rete d’acqua destinata a collegare Cremona direttamente con l’Adriatico, si snoda lungo il corso del Po interessando quattro regioni, 13 province e 183 comuni, come ricordato dalla presidente della Provincia di Ferrara, Marcella Zappaterra.
Le ha fatto eco il collega di Mantova Pastacci: “La presenza di Jan Brinkhorst è la prova che siamo sulla strada giusta e che la realizzazione di questa infrastruttura significa unire in un unico percosso fluviale i territori di Ferrara, Rovigo e Mantova, in una delle sfide più importanti che la stessa Europa ci sta chiedendo”.
Per quanto riguarda il tratto ferrarese, Idrovia significa una via d’acqua di 70 chilometri lungo il braccio del Po di Volano, dalla conca di Pontelagoscuro fino a Porto Garibaldi; e significa un progetto della Regione Emilia-Romagna coordinato dalla Provincia di Ferrara, con un finanziamento di 145 milioni più i 4 recentemente concessi dall’Ue.
“Un progetto – ha continuato Marcella Zappaterra – destinato a cambiare la cultura del trasporto commerciale, ma anche a ridurre le emissioni di gas serra, a diminuire i costi del trasporto merci, a rendere più sicure le strade con meno incidenti e a valorizzare un paesaggio che ha meritato le attenzioni dell’Unesco”.
Se poi si vuole ragionare più in grande, basta rifarsi alle parole di Brinkhorst per capire che questa infrastruttura fluviale rientra in una cultura della mobilità che l’Europa vuole più intermodale e lungo le due grandi direttrici continentali nord-sud ed ovest-est.
Dentro questo disegno sta la via d’acqua Padano-Veneta e Laurens Jan Brinkhorst è il nome e cognome dell’interlocutore Ue incaricato di seguire la realizzazione di questo corridoio infrastrutturale, giudicato strategico e ben oltre il solo respiro locale.
“Per valutare il grado di attenzione che Bruxelles sta dedicando alla realizzazione di questo disegno – ha detto Brinkhorst – basti pensare che per il prossimo periodo di programmazione 2014-2020 l’Ue ha triplicato i fondi a disposizione per portare a termine i corridoi Ten – T”.
Tutto è ora demandato alla capacità dei singoli territori di presentare in fretta progetti e idee per avere accesso ai finanziamenti, ha in sostanza concluso, ed evitare che i soldi vadano a finanziare opere in altri paesi.
“Tanto per fare un esempio – ha precisato – i ritardi per la realizzazione della Torino-Lione in Val di Susa sono già costati 400 milioni di euro, finiti altrove”.
“Una sfida che intendiamo raccogliere – hanno precisato i presidenti Zappaterra e Pastacci – perché quello che già ora si sta realizzando è l’espressione di un territorio che, in questo senso, intende progettare e realizzare la propria crescita in modo unitario e non diviso tra Regioni, Province e singoli Comuni”.

LA STORIA
Quando la street art è donna

Donna, francese, giovane che gira spesso con baffetti neri dipinti sul volto, questo personaggio conosciuto per puro caso nelle mie scorribande sul web e sulle riviste, alla ricerca di nuovi volti nel mondo della street art (che adoro e seguo da anni) sa davvero dell’incredibile.
I baffetti poi sono proprio geniali e vogliono sottolineare, polemicamente ma simpaticamente, l’assurdità vincolante del make up tradizionale femminile, preciso e codificato (due linee nere simmetriche come eyeliner sono assolutamente accettate mentre le stesse linee, più in basso, sulla stessa faccia, non lo sono…). Quello che è certo è che gli artisti di questo mondo sono alquanto innovativi, per non dire alternativi, ma Kashink ci piace davvero. Perché così si chiama questa nostra nuova scoperta, una delle donne che ormai iniziano a popolare sempre di più i muri del mondo. Parigina, cresciuta nelle periferie sud della capitale francese (le banlieues), dipinge personaggi proteiformi con quattro occhi, molto colorati e allegri, lontano dallo stile tradizionale dei graffiti cosiddetto “girly”, ossia femminile, leggero e lezioso.

street-art-donnastreet-art-donnaIl suo nome, “Kashink”, è una parola onomatopeica che deriva dai fumetti che leggeva da bambina, un suono d’azione. Come lei, donna d’azione. Adora i fumetti e, in effetti, i suoi disegni potrebbero facilmente rientrare in vere e proprie strisce. Il suo lavoro, che s’ispira sia alle sue origini slave e spagnole (una grande ispirazione le è arrivata da Frida Khalo e da Keith Haring) che alla Pop Art, oltre che all’illustrazione narrativa, si trova oggi sia nelle strade (le è stato chiesto di dipingere sui muri di Londra, Vienna, Bristol, Madrid, Berlino e Parigi) che nelle gallerie dove espone sempre più spesso (richiesta in crescita da Canada, Stati uniti ed Europa).

street-art-donnastreet-art-donnaSi definisce un’artista impegnata (e “ragazzo mancato”), perché dipingere per strada permette di far passare i messaggi su larga scala. Fra i soggetti che più le stanno a cuore, troviamo l’uguaglianza uomo-donna, la religione, l’omosessualità. Su questo tema, attivista piena di energia e d’idee, nel 2011, ha organizzato il “Gayfitti” alla Biennale d’arte contemporanea di Le Havre. Per questo progetto ha lavorato con “Act Up”, un’organizzazione no-profit attiva per la tutela dei diritti dei gay; supporta associazioni come “la Voix de l’Enfant” ed “Emmaüs”.

street-art-donnastreet-art-donnaSempre a favore dei diritti degli omosessuali, ha realizzato la simpatica iniziativa “50 Cakes of Gay”: Kashink pensa che sia utile usare simboli forti che tutti possano capire e che ispirino ricordi positivi. Tutti amano le torte, e le cinquanta iniziali sono diventate oltre 200 in ben 9 diversi Paesi del mondo. Un entusiasmo che ha contagiato e contagia.

street-art-donnastreet-art-donnaColori e muri sono bellissimi, per tutti. I disegni sono divertenti, originali, simpatici, pieni di energia e di fantasia. Viene da sorridere sicuramente, passandoci vicino, trasmettono allegria e voglia di disegnare anche a chi non lo sappia fare. La vita è arte e l’arte è vita, qui più che altrove. Ognuno resta libero di interpretare questi tratti come crede, come più gli piace.
Quest’arte è vera condivisione, si presenta come un nostro alter ego che ci spinge a pensare, a rivedere molte cose e persone, a darci un altro nome, a capire cosa sia davvero importante.

street-art-donnaTutto questo colore divertente e sbarazzino ci invoglia a ricominciare a riflettere e ad agire…
E allora, ragazze, al lavoro!

Foto e immagini © Kashink
Per ulteriori informazioni visitare il sito di Kashnink [vedi], la pagina Facebook [vedi] e Flickr [vedi]

L’INTERVISTA
L’assessore Felletti:
“La scuola è il futuro.
Il Festival dell’Apprendimento?
Ottima idea, facciamolo insieme”

Incontro Annalisa Felletti, assessore all’Istruzione, nel suo ufficio in Residenza municipale. Un gioiello di arredo decò che meriterebbe gli onori dell’Expo milanese. Un incontro atteso, da entrambi, che immediatamente induce alla confidenza e al tu reciproco. Come non chiederle subito, avendo sollecitato, io, dalle pagine del nostro quotidiano il ritorno dell’assessorato all’Istruzione, «che cosa ha indotto il sindaco a cambiare idea?». «Il contesto non è quello di prima», osserva Annalisa, «le innovazioni forti che hanno caratterizzato la politica dei servizi e del sistema integrato nella passata legislatura, che il sindaco ha voluto monitorare direttamente, ormai sono consolidate. Nello stesso tempo con le riforme istituzionali, a partire dal superamento della Provincia, crescono i compiti del sindaco, ma l’impegno a tenere alta la gestione e la qualità dei servizi non può venire meno, di qui la necessità di attribuire la delega ad un assessore.» Alla domanda «i progetti del tuo mandato?», “valorizzare, essere punto di riferimento, fare rete”, sono le parole chiave dell’assessore. «In un recente incontro a Formia, città gemellata con noi, ho potuto toccare con mano come l’esperienza e il patrimonio dei nostri servizi educativi non sia solo una grande ricchezza per la città, ma un punto di riferimento per tanti oltre le nostre mura. Questo capitale, dunque, deve essere sempre più valorizzato, occorre inoltre che l’assessorato si ponga come punto di riferimento di tutta la scuola ferrarese, in fine bisogna fare rete: Comune, Stato, Privati. Per scendere più in concreto ho delle idee, cerco di sintetizzarle: acquaticità, che vuol dire nuoto fin dal nido, cyberbullismo, lotta all’omofobia, educazione alimentare e ambientale, promozione della conoscenza del territorio tra i nostri studenti, dalla città al Delta, coinvolgimento nelle istituzioni dei bambini e dei giovani». Le risorse. In tempi di spending review, mi viene spontaneo chiedere «Su quante e quali risorse pensi di contare?» «In un quadro generale di risorse che calano, il nostro impegno è di mantenerle inalterate, senza tagli sostanziali, tantomeno tagli lineari. Faremo tutti gli sforzi possibili per continuare a investire sulle risorse umane, in particolare sul personale insegnante, sul suo aggiornamento, sulla sua formazione. L’obiettivo è quello di un grande investimento sul capitale umano. Bene. E allora parliamo della “buona scuola”. «Il governo Renzi lancia come strategico il rapporto scuola territorio. Da questo punto di vista, se ti chiedessi luci e ombre della scuola ferrarese? «È un po’ presto. Sto ancora approfondendo. Con una battuta potrei dire che al momento vedo molte luci, per la qualità e la varietà dei servizi che offriamo» «Sì. Questo per le scuole comunali. Ma io mi riferivo alla scuola statale…» «Beh, lì qualche difficoltà sicuramente in più…» Elenco: edilizia scolastica, scuole aperte, educazione musicale, rapporto con il Conservatorio e le scuole a indirizzo musicale, educazione motoria, strutture e associazioni del territorio, educazione permanente, il futuro del Cpia (Centro provinciale istruzione degli adulti), scuola lavoro… «Per ognuna mi bastano delle risposte sintetiche, delle parole chiave». «In tanto lunedì inauguriamo, dopo il terremoto, la scuola Mosti. Per il resto investimenti continui, soprattutto sul fronte della sicurezza. Per le scuole aperte è fondamentale la sussidiarietà, in particolare il rapporto con i comitati dei genitori nei diversi istituti. In un territorio come il nostro dove le note musicali sono nate deve essere assolutamente realizzato un grande investimento, anche progettuale, sull’educazione musicale. Dell’educazione motoria ho già parlato a proposito dell’acquaticità, ma ti voglio dare un’anteprima, il 2 ottobre l’assessorato allo sport presenterà alla città la “Consulta dello sport”, noi ne saremo parte, per lavorare in sinergia. Il tema della dell’educazione permanente va rilanciato. La questione del Cpia è complessa. Ma c’è l’impegno dell’ente locale affinché a settembre del prossimo anno anche a Ferrara il Cipia possa partire. Infine scuola e lavoro. Qui si tratta di aggiornare il sistema alle nuove esigenze. Ma tutto dipende dalle decisioni nazionali. Per cui al momento stiamo alla finestra, per capire quali sono i canali su cui investire». Nella rubrica “La città della conoscenza” da tempo ho proposto di realizzare a Ferrara, come in altre parti del mondo, il Festival dell’Apprendimento che coinvolga dai piccoli agli adulti, dalle scuole alle istituzioni culturali. Allora chiedo ad Annalisa «Cosa ne pensa?». «Io rilancio. Sono molto seria. È un’ottima idea. Anzi, propongo a ferraraitalia di essere partner di questa cosa, come la rivista Internazionale lo è di Internazionale Ferrara. È una cosa a cui credo molto senza riserve». «Per concludere, lunedì 15 riapre la scuola. Cosa vuoi dire agli studenti, a chi lavora nella scuola, alle famiglie?» «La scuola più che mai è il futuro di questo Paese. Tutto dipende dall’istruzione, per cui la scuola non può essere un tema per i soli addetti ai lavori, ma riguarda tutta la società. Senza fiducia nella scuola non c’è fiducia nel futuro. Auguro a tutti quanti un proficuo anno scolastico».

L’INCHIESTA
Moreno Po: “Idrovia in stallo?
Nessuno sembra crederci.
Si guardi a Venezia e Mantova”

SEGUE – La storia è lunga, complicata e costellata di polemiche. Il tratto ferrarese dell’idrovia “quattr e mez”, come l’hanno soprannominata per la retromarcia che oggi la vede maggiormente votata al turismo di nicchia piuttosto che al trasporto delle merci, finalità per cui è stata pensata, resta un punto interrogativo nello sviluppo della città e della sua provincia. Quale futuro? Quali gli intoppi e la destinazione dei finanziamenti? E ancora, il denaro, 140 milioni di euro pubblici, sono rimasti vincolati agli obiettivi dell’opera così come deve essere? Ne abbiamo parlato con Moreno Po, dirigente del settore Pianificazione territoriale, turismo, programmazione strategica e progetti speciali della Provincia dismessa.

Come è nata la scelta di fare passare l’idrovia per la città?
La decisione finale arriva dal finanziamento del ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Il progetto risale agli anni ’70; rispetto a quello iniziale, con cui si prevedeva un canale di collegamento a est per raggiungere Ravenna (il costo preventivato inizialmente era di 4.200 miliardi di vecchie lire, ndr) è stato modificato. Il sentimento comune ha portato alla rinuncia di attraversare le valli in virtù del loro valore ambientale. Accantonato il canale, utile tra l’altro per la regimentazione idraulica, si è deciso di arrivare a Ravenna tramite Porto Garibaldi. In quell’occasione è stato siglato un accordo dall’assessore uscente alla Mobilità, logistica e trasporti Alfredo Peri con cui si sono allargate le competenze del porto di Ravenna affinché gestisse il traffico delle merci e investisse risorse su Porto Garibaldi. Esiste tuttora un tavolo di lavoro aperto. E’ però la politica a doversi concentrare sul ruolo ravennate di piattaforma logistica, fermo restando che è lecito anche cambiare idea e adattare il progetto a nuove esigenze. Mi piacerebbe che la Regione si decidesse a riflettere, valutando anche orizzonti esterni ai propri confini.

L’idrovia, come dicono in tanti, è stata declassata?
Io lavoro per la classe quinta, il progetto è sempre stato e resta questo. Per quanto riguarda le merci come ovvio si penserà a uno scalo legato alla parte industriale della città, al di là di questa considerazione, mi sento di dire che manca l’impegno di cercare nuovo denaro utile a un’opera ancora molto arretrata e sulla quale si ragiona poco e male.
I finanziamenti, arrivati dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, restano dunque vincolati alla propria natura, nulla a che vedere con il turismo; anche se, oggi, l’Europa comincia a pensare di sostenerlo, cosa finora non prevista.

Quanto è stato speso finora?
Abbiamo chiuso alcuni cantieri e utilizzato metà del denaro, restano 70 milioni da spendere tra Pontelagoscuro e il canale Boicelli, la via obbligata per la navigabilità prevista. Ora la domanda è: quale futuro si vuole per questa parte di città, come ci si approccia al fiume? In quale direzione vogliamo andare? Le questioni tecniche, come l’innalzamento di un ponte, si risolvono, resta però indispensabile la pianificazione. Si deve tenere conto di un’area industriale di 300 ettari, per questo ritengo importante avere una visione pluridirezionale e usare i fondi in base degli obiettivi precisi che ne permettano il rendimento. Guardiamo anche verso Venezia e Mantova.
E’ mai possibile che manchi un progetto? Le operazioni non decollano perché nessuno sembra crederci. Per fare un esempio torno al ruolo ravennate, al porto, alla sua capacità di movimentazione e organizzazione logistica che sono limitate. Il rafforzamento del nodo ferroviario utile a dare forza e competitività all’economia portuale è rimasto lettera morta

Le regioni interessate all’idrovia padano veneta, inclusa l’Emilia-Romagna, hanno speso cifre a più zeri (solo l’Emilia-Romagna 500 mila euro) per studi di fattibilità sulla possibile bacinizzazione del Po, cosa ne pensa la giunta provinciale uscente?
L’abbiamo sempre vista con poco entusiasmo, la navigazione non ha bisogno di bacinizzazioni, è evidente che gli effetti negativi si ripercuoterebbero sul Delta, per noi rallentare l’acqua significherebbe limitare un’effettiva risorsa, tra l’altro parliamo di acqua che compriamo e paghiamo. Non si capisce il motivo per cui l’agricoltura di Ferrara, Modena e Mantova non sia intervenuta a gamba tesa su un argomento di peso come questo.
In conclusione l’idrovia è un’incompiuta dall’anima commerciale. Il suo utilizzo in chiave turistica è praticabile e non rappresenta certamente una novità, ma appare una soluzione di ripiego che prospetta numeri di scarso interesse. Le imbarcazioni fluviomarittime non possono navigare lungo il fiume e Porto Garibaldi non è quel porto marittimo integrato a Ravenna, che avrebbe dovuto diventare, secondo le indicazioni del protocollo d’accordo siglato nel 2001 da Regione, istituzioni ravennati e ferraresi.
Ravenna, da appena qualche anno ha depennato dal proprio futuro il canale di collegamento con il Po. Per raggiungere Mantova con le imbarcazioni “importanti” entra nel grande fiume da Porto Levante, infischiandosene dell’idrovia e, conseguentemente, dei patti ufficiali presi in passato. A riprova del disimpegno romagnolo sono arrivate un paio di anni fa anche le parole dell’autorità portuale di Ravenna che, durante un pubblico incontro organizzato dalla Camera di Commercio di Ferrara, ricordò l’impossibilità della convivenza di due porti marittimi nell’arco di 30 chilometri. A soccombere, ovvio, Porto Garibaldi. Come sempre tutto e il contrario di tutto in perfetto stile italiano.
Detto questo, la domanda sul tavolo è sempre la stessa: il ministero sa o ignora (vuole ignorare) l’inconsistenza dell’idrovia di V classe? O pensa di potersi trincerare dietro il classico “work in progress”?

3. FINE

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IL FATTO
RemTech, salone delle bonifiche ambientali: centomila ettari
e seimila aree inquinate.
Allarme salute ed ecomafie

RemTech Expo, l’evento più specializzato in Italia sulle bonifiche dei siti contaminati e la riqualificazione del territorio, si tiene da mercoledì a venerdì, alla Fiera di Ferrara. E’ una buona occasione per approfondire temi importanti. Ha già otto edizioni alle spalle ed è diventata la più importante fiera ambientale del settore assieme ad H2O che nel frattempo, per dimensione e importanza, è passata a Bologna.
RemTech vi sarà anche la Coast Esonda Expo 2014, la quinta edizione del Salone sulla gestione e la tutela della costa e del mare, il dissesto idrogeologico e la manutenzione del territorio a rischio (è l’evento italiano clou nel settore) e RemTech Training School (seconda edizione) sulle tecnologie innovative di bonifica, inaugurata con ottimi riscontri nel 2013, propone anche quest’anno temi e casi di grande interesse e attualità.

Questi temi così delicati e importanti hanno bisogno di essere discussi e affrontati con crescente capacità e professionalità. Significativo da questo punto di vista il recente dossier presentato da Legambiente dal titolo“Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realta’”; in sintesi ci dice che ci sono centomila ettari inquinati in 39 siti di interesse nazionale e seimila aree di interesse regionale, in attesa di bonifica.  Da Taranto a Crotone, da Gela e Priolo a Marghera, passando per la Terra dei fuochi: un business da 30 miliardi di euro tra ritardi, inchieste giudiziarie e commissariamenti . La storia del risanamento in Italia sembra ferma a dieci anni fa nonostante i drammatici effetti sulla salute e il rischio della diffusione di ecomafie e criminalità in tutta Italia: dal 2002 concluse 19 indagini, emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende
Vorrei ricordare che il sito contaminato si riferisce a tutte quelle aree nelle quali, in seguito ad attività umane svolte o in corso, è stata accertata un’alterazione delle caratteristiche qualitative dei terreni, delle acque superficiali e sotterranee, le cui concentrazioni superano quelle imposte dalla normativa (a cui si rimanda per la attività di caratterizzazione dei siti, alle tecnologie di bonifica e alle analisi di rischio). E’ ormai risaputo che le attività di bonifica dei siti contaminati hanno un costo sociale dieci volte maggiore della prevenzione. Le bonifiche sono diventate in campo ambientale l’area di maggiore sviluppo e spesa.

L’analisi di rischio sanitario-ambientale è attualmente lo strumento più avanzato di supporto alle decisioni nella gestione dei siti contaminati che consente di valutare, in via quantitativa, i rischi per la salute umana connessi alla presenza di inquinanti nelle matrici ambientali. Per questo il programma di Remtech segue un percorso mirato che parte dalla normativa e da una verifica del suo stato dell’arte, al rischio/danno ambientale/tutela della salute, alle tecnologie/innovazione/casi applicativi, alla sostenibilità, a temi dedicati di grande importanza quali amianto, discariche, terre e rocce da scavo e molto altro.
Un vasto programma di iniziative convegnistiche e seminariali a partire dal Convegno di apertura – Benchmarking sulle bonifiche in Italia, in Europa, nel mondo, poi seminari su temi di grande attualità quali ‘Impatti ambientali di un intervento di bonifica: caratterizzazione, progettazione, costruzione, monitoraggio, applicazione di metodologie di bonifica di matrici contaminate tramite biotecnologie integrate da processi chimico-fisici, Il danno ambientale’. ‘Cos’è: rischi e oneri delle imprese‘, ‘Come si gestisce: quali i rimedi, politiche europee sui temi: bonifiche, protezione delle coste, prevenzione del rischio e dissesto idrogeologico, materiali inerti’, ‘Le aree urbane dismesse: approcci integrati per la bonifica e la rigenerazione’, ‘Recupero di materia da discariche esaurite: il landfill mining’, ‘L’ottimizzazione delle bonifiche: esperienze, strumenti e incentivi per la riqualificazione e la riconversione‘, ‘Gestione rischio amianto negli edifici pubblici e privati’. ‘Gli obblighi di legge nazionali e regionali dei proprietari e/o dei responsabili delle attività’.

Il grave errore che spesso si commette è quello di considerare questi temi solo per addetti ai lavori, a carattere tecnico, non pensando che invece si tratta di argomenti importati per tutti noi perché rappresentano un fattore determinante nella qualità ambientale. Sarebbe bello che i cittadini, come da tempo hanno fatto sugli impianti di smaltimento dei rifiuti e sulle raccolte differenziate, decidessero di capirci di più e interagissero con il sistema pubblico e privato. E’ cresciuta la consapevolezza della corretta informazione e il cittadino-cliente si aspetta di essere informato perchè attraverso il consenso e la legittimazione aumenta il suo coinvolgimento. Si sente il bisogno di trasparenza e di fiducia. Spesso invece si avverte una pregiudiziale diffidenza. Tra le cause vi è la mancanza di dialogo, la scarsa informazione, le scarse competenze, ma anche gli interessi economici, l’iniqua distribuzione di svantaggi per pochi che sono costretti a subire; il bisogno di qualità, di sicurezza, di rispetto ambientale, la coscienza civica come valore fondamentale, la richiesta crescente di certificazione, e tanto altro ancora.
Anche per questo Remtech è una buona occasione da visitare. L’evento si rivolge infatti ad aziende, amministrazioni, associazioni, istituzioni, professionisti, università, industria, comparto petrolifero e settore immobiliare. Si caratterizza per un’area espositiva altamente qualificata, una sessione congressuale tecnico-scientifica di elevato livello, corsi di formazione permanenti per operatori, autorità e decision maker.
Per questo mentre a parole tutte le Regioni e le istituzioni pubbliche dicono di fare tutto il possibile, questa è una importante opportunità per valutare il loro lavoro e riflettere su cosa si possa fare per arginare questo grave problema che produce danni ambientali insostenibili. Possiamo pensare all’equilibrio tra ciò che ci serve e ciò che preleviamo; il soddisfacimento delle esigenze presenti senza compromettere le possibilità future. La capacità di mantenere attivo un processo ecologico di sviluppo sostenibile.

L’OPINIONE
Tutti pazzi per Renzi,
il mutante genetico

Il “renzismo” viene ormai spacciato come un fenomeno politico inarrestabile. O ti adegui allo stil novo (tortellini, gelato e docce comprese) o sei un residuato. Demodè. Si va affermando sulla scia del nuovo granduca di Toscana un nuovo ceto politico fiero ed orgoglioso di non avere nessun punto di riferimento con il passato. Né storico, né culturale.
Insofferente al richiamo ad affrontare senza pressapochismo e superficialità i temi istituzionali e le complessità sociali proprie di una modernità che ora più che mai deve fondarsi su valori ed idealità proprie storicamente dei movimenti progressisti. Il dato di fatto è invece che nell’accezione comune la distinzione tra destra-sinistra si va annullando. Il renzismo sta completando una mutazione genetica della sinistra che è di merito, di sostanza e persino simbolica. Un melting pot politico ed ideale che lascia interdetti.
“Cambierò l’Italia” ripete ossessivamente il premier. E per il cambiamento si appoggia a Berlusconi e le ventilate riforme hanno un che di ambiguo che fa temere pasticci. Vedi giustizia, jobs act, lotta alla corruzione, eccetera. Renzi ha pescato con il voto alle europee anche a destra e sopratutto in quella zona “grigia” che gli ha affidato speranze e voglie che con il cambiamento hanno poco a che fare. Lotta all’evasione fiscale? Non esageriamo. I sindacati? Vanno ridimensionati. I diritti dei lavoratori? Sono troppi. Le regole? Me le faccio io. La corruzione? Un male necessario. I partiti e la politica? Se ne può fare a meno. Ed altro ancora che ripropone quel qualunquismo italico origine di tanti mali.
Nell’azione di questo governo non c’è nessun tentativo di alzare l’asticella morale ed etica di costoro. Il senso di cittadinanza che prevede diritti ma anche doveri. Li si blandisce scendendo pericolosamente sul loro terreno. Di qui un voto ambiguo che assegna alle mitiche riforme significati diversi e contrastanti. Il “popolo” (quale?) ci chiede le riforme, urla l’allegra brigata renziana distruggendo Marx e le classi sociali e sempre più convinta di essere unta dal Signore con quel 40,8% ottenuto alle europee.

In molti si arrovellano sull’enigma Renzi. Chi è davvero Renzi? Un innovatore? Un furbo di tre cotte? Un uomo che ambisce solo al potere? E’ figlio di Berlusconi? E’ un novello Craxi? Le analisi si sprecano e “Matteo” fa di tutto per rendersi inclassificabile.
Probabilmente siamo di fronte ad un “ircocervo” (Togliatti) politico: un uomo contraddittorio, senza solide radici culturali – e quindi politiche – che vuole tenere insieme più cose. Cresciuto all’insegna dell’Italia “da bere” e dell’edonismo berlusconiano. Da questi ha ereditato la spregiudicatezza, l’affabulazione ammaliatrice, il gusto per le gag, le capacità manovriere. Da Craxi una certa arroganza e sicumera che si esprime contro i detrattori, “gufi e rosiconi” (tutti quelli che non condividono il suo operato), che fa il paio con la puntigliosità e scientificità con cui premia amici e adulatori. Il tratto che li accomuna è l’ambizione, l’autostima smisurata, la ricerca del potere.
Di certo Renzi dimostra che da Berlinguer non ha ereditato e non vuole ereditare niente. Moriremo dunque renziani? Non credo. Il 40,8% per cento colpisce e frastorna. Ma la realtà e più dura della propaganda. Il nuovo vate ha ottenuto di fatto meno del 20% del corpo elettorale complessivo. Due italiani su dieci. L’ottanta per cento – includendo quel 50% che non vota – sceglie altrimenti. Ormai la quasi totalità dei sindaci viene eletta con larga minoranza elettorale e quindi scarsa rappresentatività. La disaffezione e la sfiducia dilagano. Un dato che allarma e da cui partire per un vero cambiamento che esalti democrazia e partecipazione, giustizia sociale e rigore morale. Su questi valori si formò la sinistra scrivendo nobili pagine di storia che Renzi ed i renziani farebbero bene a non ignorare.

La ‘buona scuola’ dei bambini

Sistemando il materiale per l’inizio dell’anno scolastico ho ritrovato una serie di cartoncini colorati sui quali i bambini della classe dove insegno avevano scritto che cosa è per loro una “buona scuola“. Risalgono al febbraio scorso, quindi in tempi non sospetti o meglio in un periodo in cui lo slogan “La buona scuola. Facciamo crescere il Paese” non era stato ancora coniato dall’attuale presidente del Consiglio.
Li propongo all’attenzione degli interessati per evidenziare come per i bambini, insieme all’aspetto strutturale e a quello degli apprendimenti, una “buona scuola” debba essere molto attenta all’aspetto relazionale. Comunque crediate che in una classe, oltre all’insegnante, anche lo studente si aspetti di essere ascoltato, buona lettura dei loro pensieri.

Una buona scuola è:
– un luogo dove si impara e ci si vuole bene;
– una struttura dove si mandano i bambini che da “insapienti” diventano sapienti;
– un parco che nelle ore di lezione diventa “struttura”;
– formata da alunni ordinati e concentrati e da insegnanti gentili;
– una bellissima sgridata dei maestri;
– dove ti diverti e impari cose nuove:
– dove stai con gli amici;
– dove aiuti gli altri;
– dove i maestri sono gentili, ti fanno divertire e ogni tanto ti fanno rilassare;
– dove i bagni sono puliti;
– dove si mangia bene;
– dove si fa qualche gita per approfondire gli argomenti;
– quando ha tutto l’occorrente che può servire;
– un posto dove studi e impari ma ci deve essere anche del tempo per divertirsi, fare amicizia e giocare;
– dove i maestri sono buoni ma severi;
– un luogo dove c’è l’amore dei maestri;
– dove si impara e ci si riposa;
– dove ci si diverte e si trovano gli amici;
– un posto dove i maestri ti insegnando le cose divertendoti;
– quando è super grande;
– dove viene tanta gente a spiegare cose diverse;
– dove i maestri stanno sempre attenti a quello che gli alunni fanno;
– dove si studia tutti insieme, in compagnia;
– dove tutti vanno d’accordo con tutti;
– un posto pieno di disegni e colori;
– dove i maestri ti aiutano a imparare bene;
– dove ci si deve divertire in tutte le materie;
– dove tutti i bambini devono essere amici;
– dove si diventa amici;
– dove si impara divertendosi.

Test-imonianze intelligenti

Un paio di mesi fa gli alunni della Barrowford Primary School, una scuola elementare inglese nella contea di Lancashire, hanno ricevuto una lettera, firmata dal dirigente scolastico: Rachel Tomlinson, e dal responsabile del sesto anno: Amy Birkett.
Lo scopo non era solo quello di comunicare l’esito di alcuni test, ma soprattutto quello di ricordare ai bambini e alle loro famiglie che ci sono molti modi per essere intelligenti.
Credo sia un bel modo per far capire alla comunità cosa è davvero una “buona scuola”.
Il fatto che una lettera simile fosse già circolata negli Stati Uniti l’anno precedente non toglie niente all’importanza della comunicazione fra scuola e famiglia, sottolineata e sottoscritta in tal modo dai responsabili scolastici di questa scuola inglese.
Questa è la traduzione della lettera:

Caro Charlie,
ti allego i risultati del tuo Test Ks2 di fine anno.
Siamo molto orgogliosi dell’enorme impegno che hai dimostrato e durante questa settimana faticosa hai fatto del tuo meglio.
Tuttavia siamo anche preoccupati di come questi test non sempre valutino quello che vi rende speciali ed unici.
Le persone che creano questi test e che li correggono non vi conoscono, non come vi conoscono i vostri insegnanti, non come spero di conoscervi io, e certamente non come vi conoscono le vostre famiglie.
Loro non sanno che molti di voi parlano due lingue.
Loro non sanno che suonate uno strumento musicale o che danzate o che dipingete.
Loro non sanno che i vostri amici contano su di voi o che la vostra risata fa brillare i giorni più anonimi.
Loro non sanno che scrivete poesie o canzoni, che praticate sport, che sognate sul futuro o che a volte vi prendete cura del vostro fratellino o sorellina dopo la scuola.
Loro non sanno che avete viaggiato in un luogo meraviglioso o che conoscete il modo di raccontare storie fantastiche o che vi piace trascorrere il tempo con persone speciali, in famiglia o tra gli amici.
Loro non sanno che siete affidabili, gentili e premurosi e che ogni giorno fate davvero del vostro meglio…
I punteggi vi diranno qualcosa ma non vi diranno tutto.
Quindi, gioite dei vostri risultati e siatene orgogliosi, ma ricordate che ci sono molti modi di essere intelligenti.

Con le bonifiche degli anni ’70
si completa la grande opera

STORIA DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE FERRARESE (SECONDA PARTE)

Nel frattempo, anche i possidenti del Consorzio del II Circondario Polesine di San Giorgio intrapresero varie opere di prosciugamento. Però in questo caso non si ritenne opportuno concentrare in un solo impianto di sollevamento tutte le acque di scolo ma, piuttosto, di creare diversi bacini autonomi muniti ciascuno di una propria macchina sollevatrice. Nacquero così nove piccole bonifiche: i bacini di Denore, Tersallo, Bevilacqua, Martinella, Trava, Benvignante, Sabbiosola, Montesanto e Campocieco. «L’impresa di maggior rilievo nel II circondario fu però la bonifica meccanica della grande Valle Gallare, un bacino di 12.500 ettari, i cui lavori erano iniziati nel 1873. In questo comprensorio si era formata una grande azienda capitalistica, l’Azienda Valgallare, ad opera di un intraprendente pioniere e progettista di bonifiche, l’ingegnere milanese Girolamo Chizzolini»*.
Ai primi del Novecento incominciarono i lavori della bonifica di Burana: un territorio vastissimo (oltre 100.000 ettari), esteso sulle tre province di Ferrara, Modena e Mantova, ad opera diretta dello Stato. A partire dagli anni Venti si convertì in terra coltivabile anche il fondo delle valli di Comacchio: le valli Pega, Rillo, Zavelea, Ponti e altre minori vennero messe all’asciutto e trasformate in terreni produttivi. Più tardi, nel secondo dopoguerra, furono avviate nuove opere di bonifica da parte dell’Ente Delta Padano nei territori di Mesola e Goro. E intorno alla metà degli anni Sessanta venne sottoposta a prosciugamento e a riconversione agraria la grande Valle del Mezzano, un bacino esteso oltre 20.000 ettari fino ad allora utilizzato solo come valle da pesca.

__________
*F. Cazzola, La bonifica, in F. Bocchi (a cura di), La Storia di Ferrara, Poligrafici Editoriale, Bologna 1995.

‘Le scelte che non hai fatto’, testamento letterario
di Maria Perosino

Mentre lei scriveva “grazie vita”, la salute le si spegneva, mentre il suo libro usciva a giugno sugli scaffali delle librerie, lei se ne andava per sempre.
Le scelte che non hai fatto di Maria Perosino (Einaudi, 2014) bisognerebbe leggerlo dalla fine, dall’ultima riga che va oltre l’ultima pagina e chiude una storia, anzi una vita, e sbarazza il solito abito triste che si indossa per guardare le scelte non fatte. Le scelte che non hai fatto fa alzare lo sguardo, tendenzialmente basso e mesto quando è rivolto al passato non vissuto, e chiede dove sta scritto che le scelte non attuate sarebbero state migliori di quelle fatte e vissute. Forse è solo una questione di mistero, di fascino per il non raggiunto, di scarto che, chissà, se era da buttare davvero.
Ma non lo sapremo mai, sappiamo solo cosa è successo e solo questo possiamo mettere in fila.
Maria Perosino, con quel suo elucubrare lieve e profondo, ti accompagna nella passeggiata dei pensieri, ti porta a spasso, con lei ci provi, prima timidamente e poi con più coraggio (è lei a dartelo) a girarti indietro e a guardarti quando eri a un bivio. Le vedi tutte lì davanti, nitide, le cose che non hai fatto, l’altra metà di ciascuna scelta che non è mai stata un piano B di scorta perchè l’hai lasciata per abbracciare altro che è diventato, amore, lavoro, amici, ricordi, storia personale.
Beati i risoluti, quelli che riescono a scegliere senza fremiti, senza ritrarre anche un solo istante la mano prima di lanciare quel sasso. Per Maria Perosino, invece, le scelte, “le due opzioni non sono mai vestite una di bianco e una di nero, sono due nuances di grigio. E si finisce per scegliere quella che convince di più non noi stessi per intero, ma, appunto, il 51% di noi”.
Indietro resta il 49%, minoritario e perdente, ma pur sempre di un certo peso se ci ha tenuti in ballo fino all’ultimo, spesso pronto a bussare alle porte della memoria per ricordare che sarebbe potuto essere qualcosa.
In questo ultimo libro di Maria Perosino c’è tanta vita vissuta, anche quella degli altri che le sono passati vicino o vicinissimo e che lei osserva al punto da riflettere se le persone, nel loro percorso, vadano avanti progredendo e infilando la vita oppure espandendosi in chissà quanti inizi. Maria si classifica fra questi, più inizi che finali, una che considerava il futuro “sinonimo di felicità”.
Nel futuro ci stanno anche i sogni che diventano per lei materia quasi plastica, bisogna averli davanti agli occhi per capire quando è meglio abbandonarli o crederci davvero: “c’è un punto, nella vita, in cui s’infrangono i sogni? O di colpo si avverano?”.
Forse nè l’uno nè l’altro, alcuni sogni si scolorano col tempo, di altri, invece, ci si accorge che sono già realtà. Ancora una volta, vita.

Le baruffe della politica cancellano il convegno
sulla cultura ebraica

La battuta forse più cattiva ma più intelligente sulla situazione politica italiana l’ho letta ieri sulla “Stampa” nel commento della Jena: “L’orsa Daniza è morta nel sonno, come la sinistra italiana”.
Un commento che ben si attaglia alle peripezie e giravolte della sinistra (?), del suo partito più importante, il Pd, e del suo conduttore Matteo Renzi da Firenze. Il twitteraggio e la posta informatica sta in queste ore raggiungendo vertici insperati per la gioia di chi lo usa e sfrutta, producendo quel pensiero confuso che Umberto Eco denuncia su “La Repubblica” nel suo pezzo titolato “Com’è facile non capirsi al tempo delle mail”. Se trasmettere, commenta il grande semiologo, significa alla fine trasportare “si ha trasporto quando trasferisco una mia idea nella mente di qualcun altro e trasporto quando si trasferisce un pacco postale da Milano a Roma”. Ma questo assioma sembra perdersi nella comunicazione odierna. L’influsso dell’accelerazione porta uno scompenso nella risposta dovuto alla forza dell’inconscio e alla reazione che esso comporta tanto che si produce un impatto che non permette la distaccata e meditata risposta.

Ecco allora che la formula della comunicazione immediata crea problemi di incomprensioni visibilissimi nella storia delle candidature alla guida della Regione Emilia Romagna tra rinunce e no delle presentazioni e al caos che sembra prodursi, mentre disperatamente e apparentemente impassibile il capo del governa twitteggia improbabilissimi “fate vobis”.

E a “Ferara”? Qui la situazione a vederla dall’esterno e da chi osserva senza implicazioni di sorta sembra un sciogliete le righe e pensate a voi stessi. Un po’ alla maniera di Razzi interpretato da Crozza. Modonesi entra in campo e bacchetta Calvano, Zaghini risponde proclamando amicizia fraterna all’Aldo poi lancia la frecciatina sulla autocandidatura del Modonesi arrivata in ritardo. Nel frattempo scende in campo Roberto Balzani e infuria su facebook il tentativo di scoprire i segreti pensieri di Ilaria Baraldi. Si favoleggia di andate bolognesi: Maisto? Di rimpastini e rimpastoni di giunta mentre sui giornali locali si lanciano strali, pungiglioni, accuse e difese.
Non è un bel vedere né un bel sentire. Specie per chi osserva dal suo piccolo angolo della cultura offerte che dimostrano un affannoso tentativo di produrre dati positivi che legittimino scelte e tagli. E vai con i Buskers e i Balloons e le Sagre, promettendo poi di rifarsi con Internazionale e i programmi teatrali (entrambe ottime e serie iniziative). Ma di quella cultura – ammetto – anche un po’ noiosa ristretta agli specialisti, eppure fondamentale perché non venga dilapidato il grande patrimonio scientifico e storico del territorio che ne è?

In vena di macabri scherzi si legge che un importante critico ferrarese si propone come mediatore per trasferire, se la Popolare di Vicenza mettesse sul tavolo la proposta di acquisizione della Cassa di Risparmio, alcuni pezzi veneti importanti delle collezioni di Carife e della sua Fondazione da trasferire a Palazzo Thiene di Vicenza, sede delle collezioni della Popolare. Basta leggere la risposta composta ed equilibrata della nuova direttrice della Pinacoteca Nazionale dei Diamanti, Anna Stanzani, per capire l’infondatezza (si spera) di quelle pretese. Ma dalle istituzioni c’è stata una presa di posizione? Non mi pare. Certo! Talvolta è sbagliato inseguire sulla stampa gossip, verità, e supposizioni che Eco denuncia nell’articolo di “Repubblica”, ma sembra purtroppo che in questo triste periodo pronunciare la parola “cultura” senza aggiungervi altre spiegazioni (ricavi, turismo, commercio) sia più che un peccato un’esibizione di una superiorità che non deve esistere. O la cultura produce o se ne stia buona nell’angolino delle punizioni. E naturalmente parlo di quella elitaria, per pochi sfrontati che non capiscono né vogliono capire. I “professoroni” insomma.

Un’ultima considerazione. Ieri i giornali locali, tutti, davano notizia della giornata europea della cultura ebraica di cui Ferrara sarà la capofila. Si è parlato di tante iniziative, teatro, mostre performances, presentazioni con ministri e politici. Si è detto di tutto. Non una parola sull’aspetto scientifico della giornata che si terrà alla Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea domenica 14 settembre alle 16,15: il convegno di studi sulla figura femminile nella cultura ebraica e nella società, con interventi di altissimo livello: da Elena Loewenthal ad Anna Dolfi, da Gianfranco Di Segni a Luciano Meir Caro e con gli apporti di Elisabetta Traniello ed Elisabetta Gnignera.

E’ il mood di “Ferara” o è il segno di una rinuncia che esce fuori dalle mura e investe l’intera nazione?

L’ultimo ebreo di Cork

Da DUBLINO – Una sera di dicembre a Cork, qualche anno fa. Le giornate finiscono presto e alle cinque è già notte. Esco dall’ufficio e decido di tornare a casa a piedi. La nebbia sale dal fiume e dai campi attorno alla città, bagna le strade e gli edifici, attenua la luce gialla dei lampioni. Prendo la strada che passa dietro al porto e si dirige verso il centro. La zona degli “Hibernian Buildings”, chiamata anche Marina. Piccole case in mattoni cotti a due piani, tutte uguali, tutte attaccate una all’altra. Le strade lunghe e strette sono deserte, passa solo qualche auto veloce. L’impressione di essere in un quartiere fantasma. Poi un particolare ti colpisce. Le luci dei magazzini sul fiume si riflettono sui muri bagnati e noti un candelabro a sette braccia (menorah) dietro ad una finestra. Dall’altra parte della strada un negozietto, forse un ciabattino, con l’insegna “Shalom”. Il tutto sembra prendere un aspetto surreale, quasi magico. Poi d’un tratto inizia a piovere, ed ora voglio solo tornare a casa in fretta.
Giro l’angolo e imbocco South Terrace street. Ancora dieci minuti e sono arrivato. E lì, l’ultimo tassello del mosaico. Alla fine della strada, al civico 10, stretta fra un condominio ed un garage vedo la Sinagoga. La stella di Davide sopra la porta di ingresso. Da buon ferrarese intuisco di avere attraversato il “ghetto” (che a onor del vero, come vedremo poi, qui non c’è mai stato), o quantomai un piccolo quartiere ebraico. Piccole immagini immagazzinate nella memoria di una sera di dicembre, mentre accelero il passo e penso distrattamente a cosa prepararmi per cena.

Solo anni dopo, durante un trasloco, mi ritrovo a vivere in quel condominio di fianco alla Sinagoga, a due passi dal quartiere di strade strette dalle piccole case in mattoni cotti. E dalla bottega “Shalom” che nel frattempo non c’è più, ha chiuso. E lì, uscendo una sera da casa, noto che la porta della Sinagoga è aperta. Una lunga fila fuori, vi è una presentazione della storia della comunità ebraica di Cork. Mi accodo, sono curioso di vedere l’interno dell’edificio. Mi viene dato un kippa da appoggiare sulla testa e mi siedo sulla balaustra al secondo piano, spazio che un tempo era destinato alle donne durante la funzione religiosa.
La presentazione è breve ma interessante: la prima piccola comunità ebraica arriva a Cork verso fine ‘700. Poche famiglie portoghesi di origine sefardita, una quarantina di persone, di cui si sa poco, che probabilmente si integrano negli anni con la comunità protestante locale, tramite matrimoni misti, fino a scomparire. Il loro piccolo cimitero fu scoperto, proprio dietro l’attuale sinagoga, durante i lavori di ristrutturazione delle fondamenta di un edificio. La seconda comunità arrivò in città a fine Ottocento. Questa volta da est, di origine ashkenazita; partirono dalla zona di Kaunas in Lituania, probabilmente con l’intenzione di arrivare in America. Qualcosa però sembra sia andato storto durante il viaggio in nave: invece di arrivare a New York scesero a Cobh (che allora era un porto importante, l’ultimo toccato dal Titanic nel 1912 prima di affondare), nella zona di Cork. La leggenda dice che fu un errore di comunicazione. Gli ebrei parlavano solamente Yiddish e sentendo “Cobh” credettero di essere arrivati a (New) “York” (i nomi delle due città hanno un suono molto simile in inglese). Percorsero a piedi i venti chilometri fino a Cork e si installarono nella zona della Marina, dietro al porto. Leggenda o memoria che si tramanda, si dice che una folla di irlandesi curiosi circondò i nuovi arrivati. Un prete fu chiamato in fretta e furia per rassicurare i locali, evitare un incidente diplomatico e spiegare che si trattava di una comunità ebraica arrivata dalla Russia (al tempo Kaunas era parte della Russia zarista), di lasciarli tranquilli e tornare tutti ai propri affari. Fu così che i nuovi arrivati lentamente si insediarono, altre famiglie seguirono dalla Lituania rassicurate che in Irlanda vi era tolleranza religiosa e la popolazione locale fondamentalmente amichevole. I Pogrom sarebbero stati solo un ricordo. Fu creato il cimitero.
Con il passare degli anni venne fondata l’attuale Sinagoga, la scuola (mi sorprendo a sapere che prima di diventare un condominio, il palazzo in cui vivo ospitava due scuole ebraiche), le società sportive: vi erano a Cork due squadre di calcio ed un tennis club. La comunità si estese e raggiunse un totale di quasi 500 membri nel periodo tra le due guerre. E poi il lento declino; il dopoguerra e, negli anni a seguire, la decisione di molte famiglie di lasciare Cork per il nuovo stato di Israele o per l’America. Le funzioni in Sinagoga sempre più rare, per la difficoltà crescente di raggiungere il quorum minimo (minian) di dieci maschi adulti per la preghiera pubblica ebraica.

Mi torna in mente questa storia oggi, mentre in un momento di noia trovo un’intervista a Fred Rosehill. Una faccia già vista, mi ricordo di quell’uomo anziano mentre presentava la storia della sua comunità in una sinagoga gremita al culmine, una sera di qualche anno fa. E mai avrei pensato che fosse l’epilogo di una storia, o almeno della storia di questa particolare comunità partita più di cento anni fa dalla Lituania. Perché Fred Rosehill è il capostipite dell’ultima famiglia ebrea rimasta a Cork, l’ultima delle famiglie partite più di cento anni fa da Kaunas.
Una storia che sta per chiudersi, e che mi piace chiudere con le parole che Rosehill ha pronunciato durante un’intervista alla trasmissione Irlandese “Nationwide” l’anno passato: “Per anni, per più di 80 anni, ho partecipato alle funzioni religiose nella Sinagoga di South Terrace. Ho delle memorie molto belle, memorie di amici, matrimoni, nascite. Momenti felici ed anche momenti infelici. E (Cork) è la sola città che conosco: dopo la morte di mia moglie ho provato a viaggiare ma mi sono scoperto essere uno straniero a Londra, uno straniero a Tel Aviv, uno straniero a Miami. C’è solo un posto al quale appartengo. Sono nato e cresciuto qui. Sono un irlandese

Per maggiori informazione e vedere l’intervista integrale di Fred Rosehill visitare il sito [vedi]

L’INTERVISTA
Morselli racconta l’autunno giapponese a Ferrara:
‘Focus Japan’, danza e non solo

‘Focus Japan’ è una serie di proposte che da ottobre a dicembre consentirà di approfondire vari aspetti della cultura nipponica. L’idea si è sviluppata attorno alla programmazione del Festival di danza contemporanea del Teatro Comunale Claudio Abbado, che quest’anno ha scelto di ospitare tra gli altri ben tre coreografi giapponesi. Agli appuntamenti di danza, si sono poi affiancate tutta una serie di attività collaterali realizzate grazie alla collaborazione con le realtà culturali ed economiche del territorio. Ci saranno incontri di approfondimento sulla storia e la letteratura nipponica, realizzati in collaborazione con l’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea e con l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, alcune proiezioni cinematografiche al Ridotto del Teatro, e poi iniziative legate all’arte del tè, coordinate da You and Tea di via De Romei.

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Gisberto Morselli

Il programma [vedi] ci sembra molto ricco e interessante, e ci incuriosisce capire come sia nata l’idea di questo intenso autunno giapponese. Abbiamo intervistato Gisberto Morselli, già direttore artistico del Teatro Comunale di Ferrara, ora consulente per il Festival della danza contemporanea, e che è la mente e l’anima del progetto.

Quali sono le ragioni della scelta di invitare ben tre coreografi giapponesi per il Festival di danza contemporanea del Teatro Comunale? E come nasce l’idea di Focus Japan?
“L’idea si è formata spontaneamente, nel tempo, ed è nata prima di tutto attraverso le relazioni con i coreografi Saburo Teshigawara e Sayoko Onishi.
Saburo Teshigawara è un ospite assiduo ormai, nel senso che questa è la quarta o quinta volta che si esibisce a Ferrara, la prima produzione presentata nel nostro Teatro risale infatti al 2001. E’ un artista che conosciamo e apprezziamo moltissimo, e con il quale si è creata una sorta di collaborazione che ha inciso nella produzione e nel programma del Teatro. Con Landscape quest’anno realizziamo infatti un’idea che ci piaceva da tempo, ovvero affiancare un musicista italiano alla coreografia di Teshigawara e Rihoko Sato, sua compagna artistica e di vita. La scelta è caduta su Francesco Tristano, giovane compositore virtuoso e bizzarro, il cui repertorio spazia da Johann Sebastian Bach a John Cage, e che suonerà in scena tre brani originali, composti appositamente per la coreografia.
Sayoko Onishi, invece, l’ho conosciuta ad una Giornata della danza qualche anno fa a Parma, eseguiva un assolo. Onishi è una grande interprete della danza butoh, una delle più interessanti espressioni di teatro danza contemporanea, che nasce in Giappone dopo la seconda guerra mondiale, in contrapposizione alla tendente occidentalizzanti che si erano diffuse nel panorama culturale giapponese. Il butoh richiede autenticità, professa il ritorno alle origini e l’esternazione del proprio più autentico modo di sentire; non è quindi una tecnica, ma una relazione profonda tra il corpo e la natura. Trovo il suo lavoro molto interessante, per questo come Teatro Comunale le abbiamo chiesto di creare una performance su una figura molto controversa della seconda metà del Novecento come quella di Yukio Mishima, scrittore, drammaturgo, saggista e poeta giapponese, uno dei pochi autori giapponesi a riscuotere immediato successo anche all’estero.
Il terzo coreografo, Ushio Amagatsu è capitato in seguito, un po’ per caso, un po’ per volontà. Diciamo che abbiamo saputo della tournée europea di Amagatsu, uno dei massimi esponenti della seconda generazione di danzatori butoh, e a quel punto si presentava interessante l’ipotesi di offrire allo spettatore uno spaccato più ampio sulla danza giapponese contemporanea. Amagatsu andrà in scena con lo spettacolo Utsushi, unica data italiana della tournée 2014-1015.”

E’ stato così, con la scelta di presentare tre coreografi giapponesi nella rassegna della Danza contemporanea, che è nata l’dea del Focus?
“Sì, una volta definita la programmazione, ci siamo accorti che questa scelta poteva rappresentare un’occasione per approfondire aspetti specifici della cultura nipponica. Abbiamo quindi coinvolto diverse realtà culturali della città, la Biblioteca Ariostea, gli Amici della Biblioteca Ariostea, l’Istituto di Storia Contemporanea, grazie alla cui preziosa collaborazione abbiamo messo insieme un ricco programma di incontri e conversazioni curati da critici ed esperti della danza contemporanea, della letteratura, di storia e cultura giapponese.
Per ampliare ulteriormente gli orizzonti e intrecciare legami con le attività cittadine, abbiamo coinvolto anche il negozio di tè You & Tea di via De Romei, che introdurrà Focus Japan offrendo al pubblico dello spettacolo di Teshigawara una degustazione di tè giapponesi, e ospitando presso i suoi locali altre iniziative legate alle arti giapponesi, come i fumetti e i tatuaggi, grazie alla collaborazione con Kappalab edizioni (Bologna) e con “Pace e Inchiostro” tattoo studio di Ferrara.”

Lo stesso approfondimento si sarebbe potuto fare anche rispetto ad altri generi di danza e altre culture, e immagino che di relazioni e rapporti di collaborazione con grandi artisti lei ne abbia tessuti tanti nei trent’anni in cui è stato direttore artistico del Comunale. Perché questo forte interesse per il Giappone?
“Era il momento di farlo perché, oltre a Teshigawara, avevamo ospitato solo Kazuo Ohno nel 1997, quando era già ultraottantenne, dopodiché non c’era più stato una spazio dedicato al Giappone.”

Saburo Teshigawara è decisamente il più “occidentale” dei tre, per genere e stile, e rappresenta forse la sintesi più riuscita tra le due culture coreutiche, giapponese e occidentale. E’ un po’ una figura “ponte”. Il fatto di presentarlo come primo appuntamento dei tre giapponesi, dopo l’inaugurazione del Festival con Wim Vandekeybus, può essere letto in questo senso?
“Teshigawara ha uno stile personale inconfondibile e la sua danza rappresenta una fusione tra la chiara matrice giapponese e la danza postmoderna: Saburo riesce a coniugare la leggerezza e l’intensità tipiche del Giappone, con la rapidità, le accelerazioni e le sperimentazioni della post modern (la post modern dance nasce negli anni ’70 negli ambienti dell’avanguardia newyorkese, con Merce Cunningham, Trisha Brown e molti altri). Quindi in un certo senso sì, Teshigawara può rappresentare il passaggio logico tra Wim Vandekeybus e la danza butoh di Sayoko Onishi e Ushio Amagatsu, decisamente più legati all’esperienza giapponese.”

Programma della Stagione della danza 2014-2015 [vedi]
Calendario degli eventi di Focus Japan [vedi]

La ragnatela dei ‘mandarini’
che blocca il cambiamento

“Nell’era della globalizzazione i mandarini della burocrazia costruiscono labirinti di norme e misurano il tempo con la clessidra”.
In più circostanze della politica abbiamo gradito la presenza dell’elefante nella cristalleria, un mobiletto vetrato da ogni lato dove pregiati cristalli trovano, sovente, dimora; una cristalleria immaginata nella pubblica amministrazione dove quell’elefante (renziano) aveva dato speranza ma che ultimamente ci appare un po’ stanco.
Da cento giorni si è passati a mille giorni, forse pensando di recuperare, anche in salute, e così, dandogli un po’ di tempo, abbandonando la clessidra, di poter stanare quei burocrati pieni di supponenza, per essere gentili, e che bloccano ogni aria e vento nuovi, come sinetizza il ‘Corsera’ nella citazione riportata in capo al pezzo.

Sì, stiamo parlando dei burocrati, anzi per meglio dire dei mandarim, dei mantrim, dei guan, dei man, dei mandaren, e non importa da dove provengono le loro espressioni, quello che ci pare interessante è che sono un gruppo sociale, ormai disseminato un po’ ovunque, e per saperne di più, ecco cosa si dice di loro:

Mandarini
Antichi funzionari dell’Impero cinese. Nella Cina imperiale i mandarini erano i potenti e rispettati funzionari dello Stato che per secoli garantirono il buon funzionamento dell’impero e il controllo delle autorità sulla società. Per diventare mandarini bisognava superare un esame molto difficile che si basava sulla cultura generale e sulla conoscenza dei testi confuciani.

Gli esami
Il termine mandarini (dal portoghese mandarim) fu coniato nel XVII secolo dai viaggiatori portoghesi per designare i funzionari civili e militari dell’Impero cinese (Cina, v. anche Cina, storia della). Probabilmente si trattò di un adattamento al portoghese del termine malese mantri, a sua volta del sanscrito mantrin, che significa «consigliere». Da allora in poi in Europa fu comunemente usato per indicare la casta dei ko-han (questo è il vocabolo cinese).
Per diventare funzionari imperiali bisognava partecipare a un rigoroso concorso pubblico e superare esami molto difficili. Il concorso era aperto ai sudditi di ogni ceto sociale, ma erano favoriti i giovani delle famiglie delle classi più elevate, che potevano garantire ai figli un’adeguata istruzione. La selezione si basava sulla cultura generale e sulla conoscenza dei testi del VI e V secolo a.C. del filosofo Confucio, della letteratura e della storia. La cultura era considerata, infatti, uno dei requisiti essenziali di un buon funzionario.

I compiti
Ai vincitori era assegnato il governo di una provincia, dove era loro proibito avere possedimenti personali. Non potevano governare la stessa provincia per più di tre anni, per evitare che consolidassero posizioni di dominio e sviluppassero interessi personali. I mandarini erano divisi in una gerarchia articolata in nove ranghi, identificati da bottoni di diverso colore cuciti sul copricapo. Il loro compito, simile a quello dei moderni tecnocrati, era di garantire l’efficienza della macchina dello Stato e prendere decisioni sagge per il buon andamento della vita civile ed economica del territorio.
Ai mandarini erano affidati la riscossione delle imposte, l’amministrazione della giustizia, l’organizzazione della polizia e il controllo dell’ordine pubblico, la realizzazione e manutenzione delle opere pubbliche e delle infrastrutture (canali, strade, ponti, dighe, sistemi d’irrigazione). Essi dovevano attrezzare e proteggere la comunità contro i rischi di inondazioni e i periodi di siccità, molto frequenti in Cina.
Si trattava di un lavoro di natura esclusivamente intellettuale: fin dai tempi del pensatore Mencio (IV – III secolo a.C.) la cultura cinese divideva gli uomini in coloro che ‘pensano’ e coloro che ‘faticano’. I primi devono governare e comandare, i secondi ubbidire e mantenere i governanti con il proprio lavoro. Le unghie lunghissime che i funzionari-letterati si lasciavano crescere erano il simbolo del rifiuto e disprezzo per ogni genere di lavoro manuale.

Un gruppo privilegiato
I mandarini costituivano un gruppo ristretto e privilegiato, che conduceva una vita agiata in lussuose residenze e godeva di grande prestigio sociale. Fu anche la compattezza e l’influenza di questa casta che impedì all’Impero cinese, vastissimo e tormentato da guerre civili e ribellioni, di disgregarsi. Molti ricchi proprietari terrieri cercarono di crearsi un dominio personale e i contadini organizzarono frequenti ribellioni contro un sistema che li costringeva alla miseria. In questa caotica situazione i mandarini salvaguardarono principi come il culto dello Stato e dell’ordine, il senso della disciplina e il rispetto dell’autorità, che erano l’essenza della tradizione confuciana. Essi impedirono anche che l’affermazione di religioni alternative al confucianesimo, come il taoismo, diffondesse valori pericolosi per la stabilità dell’impero.
Contribuirono anche a garantire all’Impero un forte controllo su tutti i ceti della società, per cui in Cina non poté svilupparsi un capitalismo simile a quello occidentale: i ricchi mercanti erano controllati dallo Stato e non ebbero mai la libertà di cui disponevano i capitalisti in Europa. L’influenza dei mandarini sulla cultura e nella società cinese è testimoniata dal fatto che, in una nazione caratterizzata da una grande varietà di dialetti, fu proprio la loro «lingua burocratica» (in cinese guanhua) che diventò la lingua ufficiale dell’Impero, da cui deriva il cinese ufficiale odierno.

Con questo breve spaccato, lasciamo al lettore di attualizzare quel lontanissimo tempo cinese e affrontarlo nell’oggi, per capire quante difficoltà si dovranno incontrare per rimuovere le incrostazioni nella Pubblica amministrazione e, soprattutto, con quegli apicali, anche il gradino sotto, che ostacolano e provano continuamente ad ostacolare ogni atto del cambiamento.
Se ci riuscissero a “cambiare verso”… ma debbono fare presto, a cominciare dai piccoli e grandi Comuni, dalle piccole e grandi Regione, piccole e grandi aziende municipalizzate, fino a quei benedetti e maledetti ministeri di cui non se ne può più. Se ci riuscissero, segnerebbero un tempo nuovo per la politica e una parte della speranza incamerata nell’anima del Paese.

L’OPINIONE
Uomini e orsi

La vicenda dell’orsa Daniza uccisa in Trentino, probabilmente non per errore, durante un tentativo di cattura e la scoperta in Abruzzo della carcassa di un altro orso, pare avvelenato, hanno scatenato in rete una quantità di reazioni molto accese, che alla fine e al di là degli episodi specifici rimandano all’irrisolta questione del rapporto etico che gli umani dovrebbero instaurare con le altre specie con cui condividono il pianeta. Dalla lettura dei social network e della stampa emergono posizioni che quasi sempre si collocano agli estremi: da chi pensa che la vita di un essere vivente è ugualmente preziosa indipendentemente dalla specie a cui appartiene, salvo poi non specificare quasi mai quali criteri etici vadano applicati qualora occorra necessariamente operare una scelta, a quelli che sostengono che gli esseri umani hanno il diritto di esercitare una potestà assoluta sulla natura di cui sono gli indiscussi signori e padroni, semmai rifacendosi ad una presunta investitura divina o comunque in quanto ritenendoli specie dominante.
Queste concezioni così distanti si riflettono inevitabilmente sul concetto di “ambiente naturale” che viene proposto nei diversi interventi. Così, mentre da un lato si tendono a sottovalutare il grado di antropizzazione e la densità abitativa dell’Italia che, diversamente da quanto accade altrove in Europa e per tacere degli USA, fanno del nostro paese uno dei luoghi più affollati del pianeta, dimenticando che molte specie selvatiche necessitano di spazi vitali dell’ordine di parecchie decine se non centinaia di chilometri quadrati, dall’altro emerge una visione brutalmente antropocentrica e strettamente funzionale alle presunte esigenze della nostra specie o, meglio, a quelle di alcune specifiche categorie economiche.
Allo stesso modo emergono spesso, sostenute con grande convinzione da parte di persone, viene da dire, che non hanno mai visto un gatto “giocare” con un topo o quello che rimane di un pollaio in cui sia riuscita a penetrare una volpe, posizioni che rimandano all’idea di una natura “buona” a prescindere, in cui gli animali uccidono solo e sempre per stretta necessità di sopravvivenza, come se l’aggressività umana fosse un accidente evolutivo e non un’eredità. Effetto probabilmente questo dei cartoni della Disney visti nell’infanzia, dell’assimilazione degli animali selvatici ai propri amici a quattro zampe e di una vita trascorsa prevalentemente in città o in spazi aperti “artificiali”. Ad esse si contrappongono concezioni altrettanto apodittiche che enfatizzano senza fondamento i gravi ipotetici rischi a cui escursionisti, agricoltori e pastori andrebbero incontro in ragione della presenza di qualche predatore sul territorio.
In mezzo a tanta polemica sono dell’idea che occorra ribadire che in medio stat virtus. Non in ossequio ad un anodino ed un po’ vigliacco principio di equidistanza fra due minoranze molto determinate, ma semplicemente perché la questione cui si alludeva all’inizio, quella cioè se esistano regole intrinseche che disciplinino il rapporto fra l’uomo e le altre specie, è in sé indecidibile, per quanto in molti continuino a provare di dimostrare il contrario. Per rendersene conto basta, da un lato, ricordare che se si considera l’uomo una delle tante specie che popolano il pianeta allora bisogna accettare fino in fondo, come avviene per le altre, che si comporti in modo tale da favorire la sopravvivenza dei propri simili rispetto agli altri esseri viventi; mentre, dall’altro, è opportuno tenere presente che l’evoluzione è un processo inarrestabile, per cui ogni specie, per quanto progredita, è necessariamente un punto intermedio in un percorso ipoteticamente infinito: pensare che l’essere umano rappresenti un punto d’arrivo ed abbia quindi per questo motivo privilegi particolari sulle altre specie è perciò una contraddizione in termini. Chi è convinto del contrario per motivi religiosi non è comunque in grado di dimostrarlo in modo irrefutabile.
Da ciò dovrebbe discendere che noi umani in quanto specie tecnologicamente più evoluta ed in grado di incidere più di ogni altra sull’ecosistema, dovremmo comunque essere tenuti ad applicare, anche nel nostro stesso interesse, il massimo di responsabilità nei confronti del pianeta e degli esseri viventi con cui lo condividiamo. E’ del tutto evidente che finora il nostro comportamento è andato quasi sempre in tutt’altra direzione. Occorre tuttavia avere presente che quando si ricorre alla categoria della responsabilità significa, come detto, che non esistono regole assolute, perché altrimenti basterebbe semplicemente applicarle, ma che ogni singola questione deve essere affrontata e discussa nel proprio contesto specifico, cercando di volta in volta di trovare il miglior equilibrio possibile. Un ruolo importante deve averlo l’educazione, intesa sia come conoscenza che come rispetto nei confronti delle altre forme di vita, senza la quale si rischia di restare preda di concezioni puramente ideologiche. Così come la visione prospettica degli equilibri del pianeta dovrebbe finalmente prevalere sulle logiche di brevissimo periodo di qualsiasi natura: anche qui valutando correttamente caso per caso il rapporto costi/benefici.

L’INTERVISTA
Camilla Ghedini:
“La giornata dell’amante?
21 giugno o 13 luglio…”

Giornalista, abile comunicatrice, scrittrice. Il mondo della parola è la casa di Camilla Ghedini. Ma le sue parole hanno sempre un senso e un peso, alleggerito – quando serve – da quel pizzico di ironia che è, secondo le circostanze, lo zucchero o il sale delle relazioni. Rigorosa, indipendente, è capace di grandi sì e di grandi no. Scrive, fra gli altri, per il Resto del Carlino, Noi donne e ha collaborato con il Sole 24 ore. Cura uffici stampa in ambito pubblico, aziendale e politico. Si occupa in particolare di cultura, economia, costume e, appunto, politica. A seguito del terremoto 2012, ha ideato e si è fatta letteralmente carico di una straordinaria iniziativa di solidarietà, culminata con la distribuzione di oltre 25mila volumi donati da varie case editrici, transitati prima per le tendopoli e successivamente assegnati a biblioteche pubbliche.

Di recente, in copia di Brunella Benea, ha dato alle stampa il suo nuovo romanzo, ‘Amo te… starò con lei per sempre”, attraverso il quale lancia una provocatoria proposta.

Ma allora, questa giornata dell’amante la istituiamo o no?
Ah sì, per me potrebbe essere istituita davvero. Con Brunella abbiamo lanciato la provocazione sulla pagina Facebook ‘Amo te, starò con lei per sempre’, che già conta oltre 1500 iscritti, non solo donne, sia chiaro, e non solo amanti, sia altrettanto chiaro… Hanno risposto in tantissimi, anche privatamente. Pubblicamente, la giornalista e scrittrice Isa Grassano ha ipotizzato il 21 giugno, primo giorno d’estate, ‘il giorno più lungo dell’anno, con luce fino a sera, perché l’amante è la luce che ti fa sentire tremendamente viva… almeno finché dura’. ‘ Marilù Oliva, scrittrice, il 13 luglio, ‘data di nascita di Giulio Cesare, il più potente degli amanti della storia. A Roma si diceva che fosse il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti’. Quindi, anche simbolicamente, si potrebbe procedere. Di sicuro farebbe bene ai consumi per l’attitudine allo svilimento e all’acquisto compulsivo di chi vive questa condizione. Nel libro, che si apre con la richiesta al ministro dell’Economia e si chiude con un disegno di legge, si elencano tutte le attività che potrebbero beneficiarne. Insomma, ‘l’Amante’ potrebbe essere la ‘risorsa’ di ogni Governo. In fondo il tradimento è bipartisan e democratico.

Che donne sono Anita e Florinda, le protagonista del romanzo? E che uomini sono i loro partner?
Anita e Florinda sono due amanti monogame, due donne sentimentalmente imbranate. Attratte dalla politica come dall’oroscopo. Legate da un forte senso dell’amicizia, che temono di tradire perché costrette al ‘silenzio’ che le storie clandestine impongono. Loro, come le altre protagoniste, possono essere chiunque di noi, la compagna di classe, la dirimpettaia, il nostro medico. Amanti possiamo essere tutte. Il libro vuole proprio sdoganare l’idea che l’Altra sia la rovina famiglie. Più semplicemente è una sciocca o sognatrice che spera di vivere parte della sua vita con la persona che ama. Poi, sia chiaro, non c’è alcun vittimismo e nessuna esaltazione del ruolo. Va detto infatti che ci sono amanti felici! Beate loro!!! Gli uomini? Che dire? Quelli del libro sono gli eterni indecisi, che spendono belle parole e promesse – e bugie – sapendo che non le manterranno. La novità infatti non è l’uomo, sempre uguale a se stesso, ma l’amante che a un certo punto, dopo una parabola di sofferenze e insicurezze, sa dire basta e ridere di se stessa e della propria ingenuità.

L’atmosfera del romanzo fa un po’ ‘Sex and the City’, scelta intenzionale o casualità?
Direi che Sex And The City, che io personalmente adoro, è stata una serie anticipatoria su tanti fronti. Forse per questo ci sono suggestioni. Ma non ispirazioni. Le protagoniste di ‘Amo te’ sono disarmanti più che disinibite. In comune c’è sicuramente l’importanza data all’amicizia, sentimento cui sia io che Brunella diamo grande valore.

Nella vita privata i beninformati sostengono tu sia meno disinvolta di come ti mostri dalle pagine del libro. Cos’è, forse un tentativo di trovare nuovi equilibri attraverso un alter-ego?
Ah ah ah!!! Ma chi ha detto che io sono una delle protagoniste del libro? In effetti io conduco una vita piuttosto ritirata e non certo disinvolta. Detesto l’ambiguità e la promiscuità, troppo spesso ammantate di intellettualismi che trovo ridondanti e banali. Io, come Florinda, sono monogama e nessuno mi convincerà mai che essere ‘aperte’ ed ‘emancipate’ migliora la qualità della vita e, magari, della coppia. Io amo l’esclusività. E non accetto compromessi.

Firmi questo romanzo con Brunella Benea. Come nasce il sodalizio e quali sono le difficoltà di scrivere a quattro mani?
Con Brunella siamo amiche da vent’anni. Il libro è nato così, scherzando sulle reciproche disavventure. Io e lei condividiamo la stessa capacità di sapere ridere delle nostre ‘disgrazie’, di non piangerci mai addosso. Anzi di ricamarci su, esasperandole, per divertimento. Un giorno, bevendo il caffè, a casa sua, in cucina, l’ho buttata lì, ‘Scriviamo un libro… Amo te… starò con lei per sempre’. E’ cominciata così. Difficoltà non ce ne sono state, abbiamo diviso i ruoli, pensando insieme i personaggi. Certo abbiamo caratteri diversi, io sono più rigida lei meno, e su alcune figure abbiamo mediato. Per una anche discusso, ma il risultato è valso il nervosismo!

Dopo le “Giustificazioni di un marpione per bene” ecco quest’altro campionario di maschile vigliaccheria sentimentale. Vuoi narrativamente alimentare un filone sui ‘filoni’?
Ho avuto la fortuna di incontrare maschi che mi hanno ispirato! Di recente però, mi sono imbattuta in noiosi che non meritano neppure una parola tanta è la loro pesantezza. Quindi per un po’ direi che su questo genere basta.

Ormai accanto alla tua produzione giornalistica e alla intensa e gratificante attività di comunicazione anche la narrativa sta diventando un tuo impegno costante, prossimi progetti?
Ho da poco firmato un altro contratto per un libro cui tengo moltissimo, di tutt’altro genere e di taglio giornalistico. Non posso rivelare altro, tranne che uscirà a fine primavera 2015.

E a noi allora non resta che attendere.

 

La scheda del romanzo [clic per leggere]
La presentazione del romanzo [clic per leggere]

IL FATTO
Di nuovo come un tempo,
in piazza per mangiare
e stare insieme

Come alle feste popolari, come un tempo nelle corti rurali, si mangia in piazza, in strada o comunque nello spazio pubblico, condiviso. Si sta all’aperto, fuori dalle case, dagli angusti muri domestici. E’ proprio questo il sapore autentico della ‘Pizza street’, che da questa sera a domenica riunirà qualche centinaio di persone attorno a tavoli imbanditi sul selciato di via Voltapaletto. Il senso dell’iniziativa va ben oltre la sua dimensione commerciale e intercetta una nuova esigenza. O meglio, un bisogno che ritorna: quello della convivialità diffusa.
Per anni, quelli del ‘trionfo del privato’, del “riflusso moderato”, ci siamo rinchiusi nei nostri appartamenti, protetti – per dirla con Giorgio Gaber – con una serratura Yale che ci preservava da ogni intrusione e ogni contaminazione. Conclusa, non per caso, la fase della rivolta, della contestazione, spente le istanze di partecipazione, sopite le ansie di socialità, cancellata l’idea secondo cui tutto è politica, tutto è sociale, l’individuo si è staccato dal gruppo, dal collettivo. E si è sopito, in una lunga notte in cui il benessere per essere tale andava goduto in salotto.
Ora, fra gli effetti della crisi che ci attanaglia c’è, di positivo, la riscoperta di uno spirito di socialità, di messa in comune. Come i pastori erranti di Leopardi, avvertiamo più chiara la precarietà dell’esistenza e sentiamo la necessità di condividere con altri la nostra sorte. Così, in tante città fioriscono iniziative come questa, che spesso evolvono nel modello delle ‘social street’: che significa in sostanza la riscoperta del buon vicinato, della mutua assistenza, del reciproco sostegno secondo un sano valore di scambio di saperi e di capacità. E dunque, per dirlo in una sola parola, dell’essere solidali.
Ben venga, dunque, questa pizza street, se insieme a mozzarella e pomodoro ci riporta una fettina di smarrita umanità.

Il brano intonato: Giorgio Gaber, C’è solo la strada [clic per ascoltare]

I dettagli dell’iniziativa [clic per leggere]

L’EVENTO
E per tre giorni Ferrara ritorna Internazionale

Torna ‘Internazionale a Ferrara’, il festival di giornalismo giunto alla sua ottava edizione. Da venerdì 3 a domenica 5 ottobre sarà un weekend di incontri, dibattiti, spettacoli e proiezioni con grandi ospiti da tutto il mondo. L’organizzazione è del settimanale Internazionale. Filo conduttore, l’informazione nelle sue varie declinazioni: giornalismo di inchiesta, economico e narrativo. In questa edizione del festival si parlerà specificamente di diritti e diversità: omosessualità, aborto e violenza sulle donne, immigrazione. Non mancherà l’attualità italiana e ovviamente quella mondiale. E ancora: economia, lavoro, cultura, letteratura e cibo workshop e laboratori creativi per bambini.
“Il festival inizia nel segno di Lampedusa, un anno dopo la strage dei migranti – afferma la direttrice Chiara Nielsen -. Le migrazioni saranno uno dei fili conduttori di questa edizione”.

Ferrara è pronta dunque a trasformarsi in una grande redazione, animata da prestigiose firme del giornalismo e della letteratura: 230 ospiti da 30 diversi Paesi del mondo, 4 continenti rappresentati, 45 testate, 100 incontri, 250 ore di programmazione. Lo scenario è quello dei temi planetari. Le migrazioni e il cambiamento nella concezione dei confini e delle mobilità del XXI secolo. Dall’Iraq alla Libia tra terrorismo, scontri settari e Stati a rischio verso la ridefinizione del Medio Oriente. L’America Latina e l’orientamento della nuova sinistra. Tornano i grandi documentari inediti di Mondovisioni e la rassegna di audiodocumentari Mondoascolti. Mondocinema è invece la nuova rassegna di cinema d’autore.

Tra gli ospiti più attesi di quest’anno Martin Baron, direttore del Washington Post, Gerard Baker, direttore del Wall Street Journal, la giornalista e attivista siriana Maisa Saleh, (arrestata nei mesi scorsi) che riceverà il premio giornalistico Anna Politkovskaja 2014 per il giornalismo d’inchiesta. E poi: il giornalista francese Edwy Plenel, ex direttore della redazione di Le Monde e fondatore del giornale online Mediapart, la scrittrice e attivista messicana Lydia Cacho, il giornalista e scrittore inglese Ed Vulliamy, vincitore nel 2013 del premio Ryszard Kapuscininski per il reportage letterario. Ospite del festival anche una delle figure più rappresentative della Turchia democratica, Pinar Selek. E poi Edwin Catmull, presidente di Walt Disney Animation Studios e della Pixar, che parlerà di creatività applicata al business. Al festival tornano John Berger uno dei più grandi scrittori britannici, critico d’arte e pittore, e il giornalista David Randall, che quest’anno festeggia i suoi 40 anni di carriera. Per l’ottava edizione a Ferrara un’importante presenta istituzionale italiana con il presidente del consiglio Matteo Renzi che sarà intervistato dai corrispondenti della stampa estera, il ministro degli affari esteri Federica Mogherini e la presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini.

“Il festival ha conquistato la città – sostiene il sindaco Tiziano Tagliani -. La partecipazione si è estesa. Con il festival trasformiamo Ferrara nella redazione più bella del mondo”.

Internazionale a Ferrara è promosso da Internazionale, Comune di Ferrara, Provincia di Ferrara, Università di Ferrara, Regione Emilia-Romagna, Emiliaromagna terra con l’anima, Ferrara terra e acqua, Città Teatro, Arci Ferrara e Associazione If.

Good Bye, Lenin! Quando la cortina di ferro svanì

Siamo nel 1989, a Berlino, momento storico e unico (e per molti di noi indimenticabile). Christiane Kerner, una madre che alleva da sola i sui figli, Alex e Ariane, dopo che il marito è andato in Occidente nel 1978, e impegnata, da allora, nella costruzione della “patria socialista”, è invitata al ricevimento ufficiale organizzato in occasione dei festeggiamenti per il quarantesimo anniversario della Repubblica Democratica Tedesca.

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Locandina del film

Quella sera, a Berlino Est, molti manifestanti scendono in piazza per protestare contro il regime socialista che ormai logora e affanna la popolazione. Fra essi, vi è il figlio Alex, che viene pestato e arrestato dalla polizia. Per la paura, il dolore e la preoccupazione, Christiane è colta da un infarto e cade in coma. La casa dove vive la famiglia, la zona di Karl-Marx-Allee con sullo sfondo i grandi edifici costruiti con pannelli prefabbricati, i Plattenbauten, viene turbata e sconvolta dalla vicenda della donna che coglie tutti di sorpresa. Durante gli otto mesi di coma, nella città e nel paese tutto cambia. L’incoscienza di Christiane nulla può contro il partito che cade a pezzi, i confini che si aprono, il muro di Berlino che crolla, un mondo che cambia improvvisamente e che vede i tedeschi di nuovo uniti, di nuovo un popolo e una nazione sola. Ma c’è un problema, perché quando la loro madre si sveglierà dopo otto mesi, Alex e Ariane dovranno far finta che nulla sia successo, per evitarle emozioni forti e shock che potrebbero comportare una ricaduta fatale. Inizia allora la fase di (ri)creazione di un “micromondo” protetto, sicuro e immutato intorno alla madre. Nulla è cambiato, apparentemente. Almeno non per lei (per Alex e Ariane molto è cambiato, invece, e non solo nel paese: Alex ha perso il lavoro precedente e Ariane è fidanzata con un “occidentale,” Denis).

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Una scena del film, cimeli della Germania Est

La normalità del tempo passato e che non ritorna viene “preservata’ con attenzione dai ragazzi: vengono recuperati cimeli, prodotti e giornali della Germania Est, realizzati improbabili e falsi ma credibilissimi telegiornali della televisione orientale per tenere aggiornata la madre, fino a coinvolgere sempre più amici e vicini, sperando che la donna non scopra mai la verità. Il precipizio pare vicino quando Christiane si alza dal letto, da sola, ed esce da casa. Vede allora cose strane: pubblicità e prodotti occidentali, vestiti alla moda, macchine di lusso e, soprattutto, un elicottero che porta via una grande statua di Lenin. Una statua che pare pendere dal cielo e nel cielo. Alex convince la madre che nulla è cambiato, inventando per lei una bella storia. Ancora una volta.

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Una scena del film, Christiane e il figlio Alex

Intanto Christiane sente la necessità di raccontare ai figli la verità sul padre: il genitore non era fuggito con un’altra donna, com’era sempre stato raccontato loro, ma la coppia aveva progettato di comune accordo la fuga dal sistema socialista, che ormai li opprimeva. All’ultimo momento, tuttavia, lei non se l’era sentita di raggiungerlo per la paura di perdere i figli. Ora, davanti a un nuovo infarto, Christiane vuole solo rivedere il marito un’ultima volta. Il film è bellissimo, accompagnato dalla colonna sonora del francese Yann Tiersen (autore delle musiche de Il favoloso mondo di Amelie), con qualche velo di malinconia e nostalgia per le radici di una nazione creata dal laboratorio dell’ideologia, ma comunque con un suo popolo e persone dagli ingenui ideali. Fortissimo, poi, l’amore tenero e intenso per la madre (e per la patria) che sembra davvero poter fare tutto: anche, apparentemente, cambiare la storia. Almeno per un po’.

Good Bye, Lenin!, di Wolfgang Becker, con D.Brühl, K. Sass, M. Simon, Germania, 2003, 120 mn.

banche

L’OPINIONE
Riforme strutturali sì, ma a partire da banche e finanza

Sono mesi, ormai anni che da più parti si batte su questo tasto. Da ultimo ce l’ha detto anche l’ormai mitico Mario Draghi: dobbiamo fare le “riforme strutturali”.
Molto bene, ma quali sono queste benedette “riforme strutturali”? Che cosa si vuole intendere con questa ultratrita formuletta?
Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso a parlare di “riforme strutturali” era il Partito Comunista, soprattutto la sua componente più “a sinistra”. Serviva a connotarsi sia rispetto ai sedicenti “rivoluzionari”, sia rispetto al troppo morbido “riformismo” di un’altra parte importante del movimento operaio italiano.
Verso la fine degli anni ’80, un grande giurista come Guido Rossi, che fu presidente della Consob, elencò le riforme strutturali che erano più urgenti: ridurre il potere dei monopoli, riformare la Borsa e la legge bancaria, sottrarre le Partecipazioni Statali alla lottizzazione (= spartizione di poltrone) dei partiti, riformare il fisco tassando le attività finanziarie.
Più di recente il concetto di “riforme strutturali” è stato riesumato da parte della cosiddetta Troika (Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale). Dietro questa nobile terminologia hanno identificato, da qualche anno a questa parte, le politiche di drastico taglio dello stato sociale imposte agli Stati europei più indebitati. Una medicina amara ma necessaria – sostengono – per rilanciare la crescita economica e ridurre l’indebitamento.
Per l’Italia tutto ciò si è tradotto tra l’altro in un violento e repentino peggioramento dei requisiti di accesso dei lavoratori ai trattamenti pensionistici. Ma anche in una revisione delle norme sul lavoro, volte in particolare ad indebolire le tutele della parte considerata più protetta del mondo del lavoro.
Ma la storia non è finita. Il tormentone delle riforme strutturali resta all’ordine del giorno e i grandi mezzi di informazione continuano ad utilizzare senza parsimonia questa formula vetusta.
Però tutto lascia pensare che dietro la sua apparente vaghezza si celi l’intenzione di intervenire ancora una volta, senza molta fantasia, sul mercato del lavoro, imponendo un ulteriore giro di vite alle tutele.
Eppure sarebbe interessante tornare a riempire il concetto di “riforme strutturali” con i contenuti di cui parlava Guido Rossi quasi 30 anni fa. Del resto la crisi drammatica che stiamo vivendo non ha certo avuto origine dalle norme del mercato del lavoro, ma dal sistema finanziario. Sarebbe logico, quindi, che si partisse da lì con le riforme strutturali, per esempio separando – come molti chiedono da anni – le banche di deposito da quelle di investimento, oppure limitando la possibilità di emettere i famigerati titoli “derivati”.
Ma niente, di questo non si parla. Si continua a cercare di far ripartire la nave frustando i macchinisti, invece di occuparsi del motore ingolfato.