Skip to main content

Il dibattito: per la ripresa lo shock monetario serve ma non basta

Capita a volte di andare al cinema con qualcuno e dai commenti all’uscita essere portati a credere che l’altra persona abbia visto un film diverso. Questa è esattamente l’impressione che ho avuto leggendo l’intervento su questo giornale di Giuseppe Fornaro a commento del dibattito di giovedì scorso alla “Sala della musica” fra l’assessore Marattin ed il duo Cattaneo-Zibordi.
Dibattito acceso, né poteva essere diversamente stante le diverse impostazioni teoriche dei partecipanti, ed anche interessante, finché nel finale – Marattin doveva rispondere alle ultime tre domande del pubblico, Zibordi, come invasato da furore mistico, ha preso ad interrompere reiteratamente l’assessore impedendogli di fatto di parlare ed usando nei suoi confronti espressioni al limite dell’insulto (più o meno: “ho vent’anni più di te ed ho studiato più di te, quindi ne so più di te”). Tanto per fare un paragone, per chi non c’era, sembrava di assistere ad un remake del mitico “incontro” in streaming fra Renzi e Grillo, con l’unica differenza che Marattin, vista la totale inutilità di provare a rispondere, assieme a parte dei presenti, ha deciso di andarsene. Quali siano state le cause scatenanti di tanta aggressività non è dato sapere, sia pur tenendo conto dell’asprezza che a volte caratterizza le discussioni fra accademici, categoria rispetto alla quale Zibordi ha comunque dichiarato essere per lui un punto d’onore non appartenere.
Poiché il dibattito era pubblico ed è stato registrato, sarebbe utile metterne in rete anche solo gli ultimi 5 minuti per dare modo a chi non c’era di capire cosa sia veramente successo. Per quelli che invece c’erano ed hanno capito altro temo non ci sia nulla da fare; d’altronde le opinioni sono sacre: su questo la penso come Voltaire.
L’articolo di Fornaro si dilunga poi in una lunga serie di considerazioni polemiche sull’operato passato e futuro dell’amministrazione comunale in carica, eredità evidente quanto incongrua della campagna elettorale appena terminata, ma del tutto fuori contesto rispetto ai temi discussi giovedì scorso.
Chiusa questa per me doverosa precisazione, veniamo al merito delle questioni su cui si è incentrata la maggior parte della discussione. Va subito osservato che i tre relatori si sono detti fin dall’inizio d’accordo sul fatto che per alimentare una reale ripresa economica sia necessario immettere in circolo una sostanziale massa monetaria, essendo questo l’unico modo per risollevare una domanda che langue ormai da troppo tempo. Anche sull’entità di tale intervento, almeno in ordini di grandezza, vale a dire qualche centinaio di miliardi di euro, i pareri erano tutto sommato convergenti. Il dissenso è invece nato sulle modalità con cui realizzarlo.

moneta-dibattito
I numerosi partecipanti all’iniziativa ospitata alla Sala della Musica e, di spalle, i relatori

Mentre Cattaneo e Zibordi hanno illustrato la proposta contenuta nel libro che hanno pubblicato congiuntamente e che consiste sostanzialmente nella distribuzione a titolo gratuito a cittadini ed imprese di particolari titoli finanziari di scopo, emessi dallo Stato ed utilizzabili dopo due anni esclusivamente per pagare le tasse, Marattin sosteneva che un risultato analogo lo si potrebbe raggiungere semplicemente riducendo le tasse per un importo corrispondente.
Le maggiori distanze fra le diverse posizioni sono però emerse quando si è passati ad analizzare le cause della crisi attuale; lì, inevitabilmente, sono apparse in tutta la loro forza le diverse impostazioni dei relatori, che comunque, sia pur con accenti abbastanza diversi, hanno convenuto su alcuni punti fermi, in particolare sul troppo potere detenuto dagli istituti bancari e sulla loro scarsissima propensione a mettere in circolo le pur notevoli risorse di cui sono state dotate dalla Bce. A questo punto Zibordi si è lanciato in una presentazione, vero nucleo “teorico” della proposta sostenuta assieme al collega, dalle cui numerose slide avrebbe dovuto emergere come del tutto evidente il concetto che le ragioni della crisi sono esclusivamente il frutto della perdita della capacità di stampare moneta da parte degli stati europei, a seguito dell’introduzione della moneta unica (cambi rigidi, prima; euro, poi). A suo giudizio, se non ci fosse l’euro, per fare ripartire l’economia sarebbe sufficiente che lo Stato, tramite la banca d’Italia, stampasse una quantità di moneta sufficiente a far ripartire l’economia; l’inflazione che inevitabilmente ne conseguirebbe potrebbe essere, sempre a suo parere, controllata dosando opportunamente tale immissione di liquidità.
Rispetto a tale impostazione, della cui fondatezza teorica non mi pare il caso di discutere in questo contesto, sia Marattin sia alcuni interventi dalla sala contrapponevano alcune considerazioni di natura strutturale, dal lato dell’offerta per dirla nel gergo degli economisti, sulle condizioni in cui opera il nostro tessuto industriale, con riferimento all’efficienza della pubblica amministrazione, alla pressione fiscale ed alle infrastrutture, rispetto ad esempio a tematiche come quella della delocalizzazione. L’ipotesi di Zibordi, che ha liquidato quelle osservazioni come rumore fuorviante, da questo punto di vista è del tutto consolatoria, perché sembrerebbe che stampare moneta sia tutto quello che serve per ritrovare la crescita e la competitività, senza necessità di cambiare null’altro. Di eliminare le storture e l’arretratezza del nostro sistema industriale, ridisegnare un moderno sistema di infrastrutture, dai trasporti alla larga banda, riformare una delle pubbliche amministrazioni meno efficienti e più permeabili alla corruzione del pianeta.
Anche qui, sia pure in modo diverso rispetto alla teoria liberista, emerge uno strano concetto di “mano invisibile”, secondo il quale la prosperità economica di un Paese, indipendentemente dal contesto competitivo internazionale e da tutto il resto, parrebbe essere il semplice frutto dell’attività delle rotative della zecca dello Stato.

Nell’esistenza quieta il bagliore della notte

Linda ha paura della notte e il giorno non le procura nessun entusiasmo. Una vita specchiata, un matrimonio solido e un lavoro invidiabile non fanno la felicità di questa donna poco più che trentenne, abituata alla tristezza, alla routine dei gesti sicuri, ormai insapore.
Per Linda, protagonista di “Adulterio” (Bompiani, 2014), l’ultimo romanzo di Paulo Coelho, non c’è un problema evidente né un fatto a cui dare la colpa di questo male di vivere così preciso nella sua fenomenologia, ma anche così vago nelle sue cause. “Allora, è così?”, è stato sufficiente per Linda chiederselo, un mattino di primavera, quando è pronta la colazione per la sua famiglia felice.
È tutto perfettamente stabile in questa vita prevedibile, in questo stile di aspettative corrisposte, nessun sussulto, nessun gemito.
Linda si avvita su se stessa, (“sono una donna divisa tra la paura che tutto cambi e il terrore che ogni cosa rimanga immutata sino alla fine dei miei giorni”), teme la depressione, si guarda vivere mettendosi dalla parte dello spettatore, impietosa verso la propria immagine di donna illusa di avere avuto sempre tutto sotto controllo all’ombra di una falsa sicurezza, accanto a un marito amorevole e comprensivo.
Un giorno, per lavoro, Linda incontra Jacob che diventerà il suo amante, occuperà le sue notti insonni e diventerà il motivo vero della menzogna. La trasgressione dell’adulterio la rende ebbra e incosciente, la vita ora scorre, nell’incertezza, verso un obiettivo tra singhiozzi ed entusiasmi. È amore? Chi può dirlo. Jacob è di sicuro uno strumento che ha catapultato Linda da un sonno lungo anni oltre la soglia del limite fino a quel momento concepito, “sì, è possibile che non lo ami davvero. Ma amo ciò che ha risvegliato in me”, passione, paura, odio per un’altra donna, piacere, spasmo. Linda affronta il proprio mistero vivendo una vita parallela e fruga dentro di sé alla ricerca di risposte.
Uno sciamano cubano la invita ad abbandonarsi alla notte, a lasciarsi inebriare dalla sensazione di infinito, “la notte è anche un cammino verso l’illuminazione. Proprio come un pozzo scuro sul fondo del quale c’è l’acqua che vince la sete”.
E allora solo sfiorando il buio e il pericolo e andando avanti in questa avventura, Linda può arrivare a vedere e a capire che non si trattava di grande amore, ma solo di passione carnale, “mi sono concessa un meritato regalo, dopo tanti anni di comportamenti integerrimi”. Non serve rinunciare a tutto per Jacob, non occorre svelare al marito l’abisso in cui stava per smarrirsi.
D’un tratto il fardello si fa più leggero, Linda può recuperare il rispetto verso se stessa grazie a quel marito che non la condanna scegliendola ancora una volta.
Per liberarsi di tutto e rinascere, compiranno insieme un volo in deltaplano, una catarsi individuale e di coppia, un tuffo in avanti e un salto nel vuoto dove i confini non si scorgono più.

Il dibattito sulla crisi: Cattaneo, Zibordi e “i due” Marattin

di Giuseppe Fornaro

La tavola rotonda di giovedì 24 luglio, “Una via d’uscita dalla crisi: proposte concrete
per la ripresa economica” organizzata da ferraraitalia è stata da un lato un’occasione
di approfondimento sprecata, non certo per demerito del moderatore, dall’altro
l’occasione per toccare con mano, ancora una volta, quanto le diverse scuole di
pensiero in campo economico fatichino a trovare un punto di incontro.
L’occasione mancata credo vada attribuita innanzitutto all’assessore al bilancio del
Comune di Ferrara Luigi Marattin, uno dei relatori, per la sua arroganza irritante. Ha
esordito male definendo “una setta” i sostenitori degli altri due relatori, Marco
Cattaneo e Giovanni Zibordi, e ha concluso peggio alzandosi e abbandonando la sala
per essere stato interrotto da Zibordi. Un atteggiamento di chi non tollera di essere
contraddetto e che pensa che ogni luogo sia un’aula universitaria dove lui insegna e
dove può tenere monologhi indisturbati. Una caduta di stile che non si addice a chi
dovrebbe sentirsi sicuro delle sue posizioni.

moneta-dibattito
Il pubblico ha gremito la sala della musica (foto di Aldo Gessi)

Il punto è proprio questo. E qui affronto prima una questione politica, poi entrerò nel
merito delle questioni dibattute. Marattin è un tecnico chiamato ad amministrare la
cosa pubblica e come tutti i tecnici (ne abbiamo avuto prova a livello di governo
centrale) affezionati alle proprie teorie, pensa che l’amministrazione della cosa
pubblica sia un laboratorio dove attuare esperimenti di economica politica, dove la
ricerca pura può essere trasferita nell’applicazione concreta senza che ciò possa
produrre dei danni. Anzi, sono talmente convinti della bontà delle teorie che non ne
vedono gli effetti negativi. Le teorie neoliberiste, di cui Marattin è un sostenitore,
hanno fatto in tutta Europa centinaia di migliaia di morti. In Italia credo che l’apice si
sia toccato col governo Monti. Qui sta il vulnus. La politica, quando si affida ai tecnici,
si spoglia del proprio ruolo di indirizzo e di filtro tra le teorie e le soluzioni proposte
dagli esperti e le istanze che provengono dalla società. Questo ruolo di interposizione,
di filtro, di mediazione (in senso alto del termine) è proprio il compito e il ruolo
specifico della politica che deve saper valutare costi e benefici anche in termini di
consensi e quindi di benefici per la larga parte della società. Quando salta questo ruolo
di mediazione i costi pagati dalla collettività sono molto alti. Ora, Marattin, come
Monti, anche se su un sedicesimo, incarna nella stessa persona entrambe le figure:
l’accademico affezionato alle proprie teorie e l’amministratore pubblico fiero di
applicare quelle teorie alla società.

Ma la società non è un laboratorio dove si può mettere in conto la perdita delle cavie. Faccio un esempio concreto. Marattin fa un vanto pubblico la riduzione delle imposte comunali di cui è artefice perché ritiene, come gli altri due ospiti della serata, che occorra un’immissione di liquidità nel sistema, così comincio ad entrare nel merito. Dice che nonostante la riduzione delle
tasse, sempre per fare un esempio, è stato aperto un nuovo asilo nido a Ferrara.
Bene, nessuno può dire di essere contento di pagare le tasse e sono contento per i
genitori che troveranno maggiori disponibilità di posti. Ciò che non dice Marattin è che
quell’asilo nido è affidato in gestione a dei privati, i quali assumono le educatrici non a
tempo indeterminato, non a tempo determinato, ma a giornata, attraverso la
corresponsione del salario con dei voucher, dei pezzi di carta che il datore di lavoro
acquista in posta o addirittura in tabaccheria e che girerà al lavoratore che poi dovrà
andare a cambiare per trasformarli in soldi. È evidente a tutti la spersonalizzazione del
rapporto di lavoro. Il vantaggio per il datore di lavoro è la massima flessibilità nella gestione delle risorse umane, nessun diritto per i lavoratori (ferie, malattie e permessi), un consistente risparmio sui contributi previdenziali che sono versati in forma ridotta. Questo è il risultato. La barbarie nel mondo del lavoro introdotta in questo paese di cui Marattin sembra fiero sostenitore. Del resto il suo partito, il Pd, ha votato tutte queste leggi, quando addirittura non se ne è fatto promotore, vedasi il recente ddl sul lavoro del ministro Poletti. Mi fermo qui perché altrimenti si aprirebbe
un capitolo su come questa amministrazione comunale intenda le scuole di infanzia,
non come pubblica istruzione, ma come servizio di badantato.

moneta-dibattito
Zibordi (in primo piano), poi Cattaneo, Gessi, Marattin

Per quanto riguarda il merito del dibattito, Cattaneo e Zibordi per uscire dalla crisi
propongono un’immissione di 200 miliardi di euro da parte dello Stato sotto forma di
certificati di credito fiscale a due anni da distribuire ai cittadini con i quali essi pagheranno le
imposte e tutte le altre transazioni con la pubblica amministrazione. Secondo gli autori
del libro “La soluzione per l’euro” (Hoepli), questo sarebbe un escamotage per aggirare
il divieto di stampare moneta, potere di cui gli stati sovrani si sono spogliati per
affidarlo alle banche che si fanno pagare gli interessi da cui, in realtà, deriva il debito
dello Stato e non dallo sbilancio tra entrate e uscite che sarebbero coperte se ci fosse
la possibilità di stampare moneta. Con questi certificati di credito i risparmi dei cittadini
non sarebbero intaccati per il pagamento delle imposte e quella liquidità andrebbe in
circolo attivando un meccanismo virtuoso come se si fosse stampata moneta nuova.
Qui viene il punto di discordia, su cui Marattin ha insistito più volte tenendo una
lezione accademica molto tecnica e poco divulgativa. Secondo Marattin stampare
moneta significa innescare un meccanismo inflattivo pericolosissimo per l’economia,
ma soprattutto il rischio è che per raffreddare l’inflazione bisogna poi ricorrere a
nuove imposizioni fiscali. E qui il Marattin “politico” non è d’accordo, perché nuove
tasse significa minore consenso. E il Marattin economista spiega che le tasse
innescano un processo recessivo nell’economia. Punto. Insomma, Marattin è
furbescamente simpatico: usa il doppio ruolo per rafforzare scelte che sono
eminentemente politiche ammantandole per scelte inevitabili perché derivanti da una
verità rivelata. La sua. Quella accademica. Il giochino funziona dove ci sono bassi
livelli di scolarità, caro Gigi!

moneta-dibattito
Fornaro fra il pubblico

Comunque, io non sono d’accordo con i “due” Marattin. Eventuali nuove imposizioni
fiscali, in un contesto in cui lo Stato stampasse moneta in proprio e quindi l’economia
fosse in una situazione virtuosa, non avrebbero effetti recessivi per due motivi abbastanza
semplici e intuibili da chiunque: il primo, è che un prelievo fiscale, modulato a
decrescere nel tempo, interverrebbe in una fase espansiva dell’economia e dunque in
presenza di un’accumulazione della ricchezza prodotta. Pertanto, costituirebbe un
freno relativo a nuovi investimenti da parte dei privati e delle famiglie.
Il problema è che in Italia non si è mai fatta una seria ed equa politica fiscale. Tant’è
che i vari governi, fino, direi, ai primi anni Ottanta, rastrellavano risorse in modo
massiccio non attraverso la fiscalità, ma attraverso i titoli di Stato che acquistavano,
guarda caso, proprio coloro che avrebbero avuto da perdere da una seria politica
fiscale, coloro che avevano accumulato ricchezze. E paradosso dei paradossi lo Stato
si indebitava proprio con coloro che avrebbe dovuto colpire. Un debito che ci trasciniamo ancora oggi. Per questo sono d’accordo con Zibordi quando dice che l’austerità è servita alla rendita finanziaria per arricchirsi. Altrimenti non si spiegherebbe perché, per fare un esempio, i Merloni decidono di vendere l’Indesit, un’azienda florida, agli americani. Dove impiegheranno gli introiti della vendita? Sicuramente in speculazioni finanziarie. Intanto, il paese ha perso un altro marchio
mady in Italy.

Il secondo motivo, è che le entrate della fiscalità in uno Stato efficiente danno a loro
volta impulso alla spesa pubblica innescando una crescita e rendendo non più
necessaria la stampa di nuova moneta. E per spesa pubblica non intendo gli sprechi
che questo paese e questa città conoscono, ma spesa in ricerca, istruzione, salute,
trasporti pubblici, sostengo alle piccole imprese e alle imprese di giovani, welfare,
sostegno al reddito a chi malauguratamente perde il lavoro. Insomma, spesa in
benessere per i cittadini che può tradursi in crescita della produttività singola e
aggregata. Sarà anche per questo che la produttività dei paesi del nord Europa, dove
la spesa pubblica è più alta, è superiore alla nostra? Sarà mica che non è solo una
questione di arretratezza tecnologica, ma di benessere sociale?

Aiuola in piazza Duomo, ovvero improbabili iniezioni di verde

Giorni fa, nel rullo costante di notizie che mi passano sotto gli occhi frequentando uno dei più comuni social network, ho letto che il Comune di Milano sta realizzando in piazza Duomo una grande aiuola fiorita, chiamare tutto questo giardino mi sembra eccessivo. Confesso di aver sperato che si trattasse di una bufala, invece no, faranno questo “splendido” intervento di riqualificazione verde della piazza, con tanto di assessore trionfante, che lo presenta come uno dei futuri biglietti da visita della città in occasione dell’Expo del prossimo anno, e ancor più gongolante perché l’operazione, promossa da sponsor privati, sarà a costo zero per il Comune nei prossimi tre anni, dopo non si sa.

Mi piacciono le piante, mi piacciono proprio tutte, non me ne viene in mente una che non sia bella, affascinante e piena di potenzialità, ma se c’è una cosa che rende le piante insopportabili è metterle nel posto sbagliato. Siamo in tempi di contaminazioni ad oltranza, i linguaggi si mescolano continuamente quindi perché la combinazione di un elemento rurale come l’orto in un contesto artificiale come una piazza, mi fa così arrabbiare? perché è la prova dell’insipienza di chi si occupa di verde nelle città, e in generale di urbanistica. Fare il riassunto in due righe di cosa sia la complessità urbana è un compito che non sono capace di sbrigare, ma forse qualcosa posso provare a chiarirla. Una piazza di città, una piazza come quella di Milano, caratterizzata da architetture e monumenti così forti e riconoscibili, è intoccabile; le città sono organismi vivi, non dovrebbero essere imbalsamate, ma per trasformarne certe parti è necessario avere montagne di coraggio e vere competenze. Quel coraggio che è servito per fare dei gesti potenti come la costruzione della piramide di Ming Pei nel cortile del Louvre a Parigi, che potrà non piacere, ma la sua forza architettonica e simbolica ha stabilito un dialogo così forte con la monumentalità del suo contesto da diventarne una sua parte. Per far dialogare l’artificialità di una piazza storica italiana con una cosa che appartiene ad una altro mondo, come quello della natura e della campagna, bisogna avere il doppio del coraggio e fare la rivoluzione con gesti dirompenti o di straordinaria finezza, cosa che un’aiuoletta con gli orticelli non ha. Insomma, quando vengono certe idee, bisognerebbe fare un bel respiro e cercare altre strategie, magari convogliando certe risorse altrove.
Le nostre città sono piene di spazi mutanti privi di qualità, in cui ci sarebbero infinite possibilità di sperimentazione e di trasformazione, attraverso interventi di verde pubblico progettati con criterio, che in queste parti di città rappresenterebbero una straordinaria operazione di riqualificazione urbana e sociale. Piazza Duomo e le sue sorelle sparse per l’Italia, non hanno bisogno di orticelli, ma di educazione, pulizia, civiltà e chiarezza, ingredienti mancanti che andrebbero diffusi ovunque, come un virus potente. La presenza di alberi nelle piazze è possibile, abbiamo un’infinità di casi in cui gli alberi sono parte integrante della piazza. Nuove piantagioni possono essere realizzate se adeguatamente fornite di ampie porzioni di terra, griglie protettive e traspiranti alla base del tronco, e magari dei bei supporti metallici ben progettati per proteggere e sostenere i tronchi durante la crescita, fatte le dovute analisi, e dopo averci pensato molto ma molto bene. Potrebbero anche starci, in un certo senso si tratterebbe di una Natura che si presta a parlare la lingua dell’artificio urbano e non pretende di essere ipocritamente naturale. L’ignoranza diffusa in questa materia porterebbe sicuramente ad osservazioni del tipo: “hanno sistemato la piazza che sembra un parcheggio della Coop”, e quindi per continuare a farci del male ecco che pianteranno una banale orto-aiuola in piazza Duomo, con le sue erbe aromatiche e le sue graminacee, non mancheranno fiorellini e altre leziosità, il tutto per fare qualcosa di ambientalistico che per essere conservato e mantenuto in ordine avrà bisogno di una infinità di ore di manutenzione, acqua ed energia varia, che mi chiedo chi pagherà quando lo sponsor privato chiuderà i cordoni della borsa. Una visione a corto raggio, tipica dei politici che ormai hanno una visione del futuro che arriva solo a fine mandato.

Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’Oriente

Proprio nel momento in cui la striscia di Gaza è nuovamente insanguinata e terribilmente sofferente, troviamo questo film del 2011 (ma appena uscito al cinema in Italia) che, con un vero e proprio tono di commedia farsesca, ci mostra, ancora una volta, quanto siano assurde e inutili le divisioni fra il popolo palestinese e israeliano.

insolito-naufrago-mare-oriente
la locandina

Eccoci allora a sorridere di fronte a un insolito e segreto business che un pescatore palestinese, Jafaar, avvia a Gaza con coloni israeliani. Grottesco ma forte e intenso.
Jafaar (il bravissimo attore Sasson Gabai di La Banda del 2007, che abbiamo già recensito, leggi) pesca sardine e naviga davvero in cattive acque. Oltre a pescare pochissimo (anche perché, per le limitazioni dei palestinesi, i pescatori di Gaza non possono allontanarsi più di 4 miglia dalla costa) è perseguitato dai creditori e vive in una casa mal ridotta, polverosa e fatiscente, diventata la base di alcuni soldati dell’esercito israeliano che da lì sorvegliano la città.
Un bel giorno la sua malasorte pare perseguitarlo: durante una battuta di pesca, nella sua rete, che spesso si trovava piena di scarpe, cianfrusaglie e spazzature, resta impigliato un maialino vietnamita grigio scuro (e bruttino). Il maiale è un animale impuro sia per gli ebrei che per gli arabi e nessuno deve sapere che lo ha pescato. Cerca di ucciderlo ma non ci riesce. Poi cerca di venderlo, invano, a un funzionario tedesco delle Nazioni unite. Poco dopo, viene a sapere che i nemici di sempre, gli ebrei israeliani che abitano in una colonia vicino a Gaza, li allevano, nonostante l’impurità dell’animale. La moglie gli dice che gli israeliani allevano maiali perché capaci di trovare gli esplosivi… Storie, invenzioni, fantasie si succedono in un crescendo di situazioni paradossali ed esilaranti anche nel drammatico.

insolito-naufrago-mare-oriente
una scena del film

Jafaar decide quindi di approfittare della situazione e, con l’aiuto di una ragazza ebrea russa, avvia un business che lo arricchisce, lanciandosi in un’ingegnosa e rocambolesca iniziativa. Ma i veri guai, per lui, devono ancora iniziare.
Non manca anche un accenno al terrorismo, tra kamikaze, check-point, soldati e coloni: Jafaar per i suoi affari con gli israeliani viene considerato un traditore e, per sdebitarsi, dovrà fare un attentato kamikaze nella colonia ebraica, insieme al suo maiale, anch’esso imbottito di esplosivo.
Vi sono poi tante scene surreali come quella dei militari israeliani e di un gruppo di palestinesi che, insieme, danno la caccia al maiale che è scappato o quella della moglie di Jafaar che guarda insieme a un soldato una telenovela brasiliana. Tutti elementi che ci calano bene nella realtà martoriata della Terra Santa.
La morale della storia è un grido di speranza a una risoluzione imminente, quanto impossibile per ora, alla delicata questione israelo-palestinese, che il regista “risolve” con l’arrivo del maiale, animale impuro che per l’occasione diventa una specie di colomba della pace, in grado di mettere d’accordo due popoli sulla Striscia di Gaza.
Il film, spesso esilarante ma intenso, merita davvero di essere visto, anche se il finale è un po’ troppo sbrigativo e frettoloso.

di Sylvain Estibal, con Sasson Gabay, Baya Belal, Myriam Tekaïa, Gassan Abbas, Khalifa Natour, Francia/Germania/Belgio 2011, 98′

Sesso senza handicap

di Lorenzo Mattana

Anche in Italia arrivano gli assistenti sessuali per disabili

Carla è la classica madre coraggio. Vive da sola con suo figlio, Luigi, 24 anni che è tetraplegico spastico da sempre. Abitano in un piccolo paese della provincia di Napoli. Luigi ha bisogno di tutto: di essere imboccato, vestito, spogliato, lavato. Non può uscire da solo, andare in bagno per i suoi bisogni fisiologici. Senza qualcuno morirebbe di stenti. Ma secondo Carla, a suo figlio, manca anche qualcos’altro. E’ triste. E’ lei sa bene il perché. «E’ un uomo in un corpo che non gli permette quasi nulla. Penso che gli manchi una ragazza, l’amore e perché no, anche il sesso. Manca a me che ho 64 anni, figurarsi quanto può mancare a un ragazzo di 24 anni. Ogni tanto sento dei rumori quando lo lascio in camera da solo. Lo so che sta facendo, anzi, che sta provando a fare. In quelle occasioni faccio finta di nulla, anche quando devo cambiarlo perché si è bagnato…o almeno ci ha provato». Da madre che vive e sente i bisogni del proprio figlio, Carla non ha nessun dubbio. «Luigi avrebbe bisogno dell’amore. Ma l’amore chi glielo può dare? L’amore non si chiede, o c’è o non c’è. Allora almeno una donna che sappia dare piacere e orgoglio a un corpo che è solo fonte di dispiacere e disprezzo. Che c’è di male? Certo, Ci vogliono enti, associazioni a cui rivolgersi. Luoghi in cui trovare donne preparate che sanno cosa fare. Donne che comprendono il bisogno e che non sono sprovvedute davanti a corpi così diversi».
Quella di Carla e Luigi è solo una delle tante storie che si possono trovare nel blog di Maximiliano Ulivieri (www.ilfattoquotidiano.it/blog/mulivieri/), blogger e web designer toscano, ma ormai bolognese d’adozione. Max da anni porta avanti in Italia la battaglia per l’introduzione della figura dell’assistente sessuale per i disabili. Un tema che negli ultimi tempi è stato portato alla ribalta internazionale dal film “The sessions – Gli incontri” di Ben Lewin e in Italia dal libro di Giorgia Wurth “L’accarezzatrice”. All’inizio di luglio, con il suo “Comitato per la promozione dell’assistenza sessuale in Italia” ha lanciato le selezioni per il corso di assistente sessuale. «Non abbiamo ancora definito le date – spiega Ulivieri – l’idea è quella di iniziare i corsi in autunno o al massimo a gennaio 2015. Anche la sede è da decidere. Ci appoggeremo agli enti e ai luoghi che ci daranno più supporto, io mi auguro di riuscire a farli a Bologna. In ogni caso, andremo dove ci daranno più aiuto». Intanto, la ricerca dei futuri assistenti sessuali è iniziata e alla fine del mese a Roma ci saranno i primi colloqui con i candidati. Sul ruolo di questa figura e suoi compiti, neanche a dirlo, sono nate tante perplessità. Qualcuno già li definisce come puri e semplici “sex worker”, niente di più e niente di meno che prostitute o gigolò. Per Ulivieri, invece, il loro ritratto è molto differente. «L’assistente sessuale è presente in diversi stati europei e va inteso come una forma di accompagnamento erotico che mira a far scoprire ai disabili la loro sessualità, intesa nel senso più ampio possibile, in un percorso verso la conquista di una maggiore autostima». Una guida nel mondo dell’eros, insomma, pensata per chi è stata negata l’esperienza di una sessualità “normale” per via della propria condizione. Ma quanto è alto il rischio di illudere le persone disabili? «L’assistente sessuale non tappa tutte le difficoltà che incontra un disabile dal punto di vista sessuale – chiarisce Ulivieri – anzi deve essere visto come un modo per iniziare un percorso di scoperta della propria sessualità. Di certo, è un aiuto, nel senso che consente comunque ad una persona di vivere quest’esperienza che altrimenti gli sarebbe preclusa. Perché non bisogna negare che nel rapporto con un’altra persona la disabilità sia un problema. E non bisogna credere a chi dice il contrario». Fabrizio Quattrini, psicoterapeuta e sessuologo, si sta occupando della selezione dei candidati per i corsi. I quaranta futuri assistenti sessuali, dovranno affrontare una formazione di 200 ore, comprese lezioni teoriche sulla fisiologia del corpo per avere chiari tutti i limiti, le risorse e gli aspetti pratici legati al contatto. Requisiti minimi il diploma di scuola superiore e preferibilmente aver raggiunto i 25 anni d’età. «Ma la cosa più importante – puntualizza Quattrini – è evitare persone che si candidano soltanto perché vogliono trovare un lavoro o perché dedite al “devotismo”, ossia a quella particolare forma di attrazione sessuale che alcuni hanno per le persone disabili. Ci deve essere una reale motivazione di fondo, una vocazione». La questione più nebulosa e gli interrogativi più grandi riguardano il reale svolgimento delle sedute. Cosa accade veramente? Non c’è una risposta. Semplicemente perché non ci sono regole ferree o tabelle di marcia da seguire. «Il problema più grande è cercare di formare persone ad un’educazione all’affettività e alla sessualità. Devono entrare in contatto con la persona in maniera affettiva, empatica. Sarà l’assistente sessuale a porre dei limiti. Se si percepisce un coinvolgimento bisogna interrompere, a meno che, ovviamente, non ci sia un sentimento reciproco. Non ci sono obblighi, l’assistente sessuale deve sentirsi libero di arrivare dove vuole. La sessualità deve essere vissuta a 360° e si può anche arrivare ad un rapporto completo. Questo non significa che si ha a che fare con dei “sex worker”». Altro aspetto che a tanti fa storcere il naso, è la partenza dei corsi senza ancora un riconoscimento giuridico di questa professionalità. «L’Italia è piena di queste figure che esistono, ma che non sono riconosciute – spiega Quattrini – io, ad esempio, sono sessuologo, ma ufficialmente sono uno psicoterapeuta. L’unica vera preoccupazione che abbiamo rispetto ai nostri corsi è che non vogliamo rischiare di essere accusati di induzione alla prostituzione».
Proprio per superare questo problema, Sergio Lo Giudice, senatore bolognese del Pd, ha presentato lo scorso 24 aprile un disegno di legge in Parlamento per il riconoscimento legale di questa figura. Ma da allora, come spesso accade, è ancora tutto fermo nei meandri parlamentari. «Purtroppo il ddl non è stato ancora calendarizzato – allarga le braccia Lo Giudice – c’è stato poco tempo per poter intervenire, c’è una lista d’attesa e ci sono stati tanti decreti del Governo che hanno avuto la precedenza. Fino ad ora non ci sono state grosse opposizioni, forse si è capito che bisogna affrontare in maniera laica questi temi». In realtà, come spesso accade per questioni che toccano la sfera della sessualità, le coscienze si dividono. Figurarsi se c’è di mezzo anche la disabilità. Sui social network e sui portali specialistici che trattano il tema sono tante le voci che si sono alzate, ponendo dei seri dubbi sull’opportunità di riconoscere giuridicamente questa professione anche in Italia. Una di queste è quella di Simona Lancioni, membra del gruppo donne dell’Uildm (unione italiana alla lotta alla distrofia muscolare). Simona vive a Livorno con il marito, affetto da atrofia muscolare spinale, una malattia che gli impedisce l’uso degli arti. «Questa proposta è ghettizzante per chi è disabile – attacca Lancioni – non si può riconoscere questa figura in un contesto come quello italiano, dove ancora la prostituzione non è regolamentata. In questo modo si manda un messaggio sbagliato, che presenta la sessualità di un disabile come diversa da quella degli altri. E io non penso che sia così». Ma le riserve riguardano anche altri aspetti del ddl proposto da Lo Giudice. «Penso che porti avanti una visione della sessualità meramente maschile, perché culturalmente l’acquisto di una prestazione sessuale è un’esigenza soprattutto degli uomini. Ci vorrebbe una proposta che tenesse presente anche il punto di vista femminile, perché è evidente che questo non è un modello che parte dalle donne».
Il dibattito è aperto, ma in questa agorà c’è una voce assente: quella delle associazioni dei disabili. La Fish (Federazione Italiana per il superamento dell’handicap), raccoglie tutte le associazioni più importanti impegnate sul fronte della disabilità. «Non abbiamo una posizione ufficiale in merito – riferiscono – sia perché ancora non c’è stato un dibattito compiuto su questa tema, sia perché la maggior parte delle associazioni affiliate alla nostra federazione ha altre priorità». A poco serve contattare le singole associazioni, come l’Anfass e l’Unitalsi, due tra le più importanti a livello italiano. Anche in questo caso, nessuna presa di posizione ufficiale. Un silenzio forse comprensibile, ma comunque eloquente. Fino a quando il dibattito non prenderà quota a livello istituzionale, probabilmente prevarrà l’impasse. Ma l’impressione è che durerà ancora per poco.

[© www.lastefani.it]

Si incomincia con la luna, si finisce con il sole

Un divertissement semiserio sulla nostra organizzazione del tempo: avete mai fatto caso a come abbiamo ripartito la settimana e ai simboli associati a ogni giorno? Il primo è lunedì; che sia il giorno dedicato alla luna lo conferma anche la nominalizzazione inglese “mo(o)nday”. La settimana incomincia e già ci girano… Luna storta, tutto da fare, attacca la solfa. Martedì scende in campo il dio guerriero, Marte. Ventiquattro ore sono trascorse e come al solito bene e o male ce ne siamo fatti una ragione: tocca combattere di nuovo, e allora avanti, ci si arma di pazienza e determinazione; siamo pronti a giocare la partita e schieriamo le nostre pedine.
Siamo a mercoledì, arriva in soccorso Mercurio dio dell’eloquenza e della comunicazione. Dopo avere sfoderato gli artigli e mostrato l’arsenale, è il momento della diplomazia: se vogliamo portare a casa il risultato dobbiamo trattare, dialogare, siglare le intese. Ed eccoci a giovedì. E’ il momento di stringere, di portare a sintesi, di concretizzare. Occorre dare il meglio per non vanificare gli sforzi compiuti e garantirci un buon esito. In aiuto ci viene Giove, la divinità somma, a lui ci appelliamo.
Venerdì, la settimana volge al termine e già pensiamo a ciò che ci attende: dormire, forse sognare; la bellezza del riposo, le tentazioni dei sensi… Il dì di Venere.
Sabato, finalmente! Il giorno di Saturno (saturday), e tutto ci gira intorno, adesso ci sentiamo i protagonisti. E’ qui la festa. E noi siamo il Re.
Infine domenica: per chi è devoto, il giorno del Signore (Dominus); per chi è agnostico, un giorno di contemplazione della natura (“sun”, sunday: il sole) e dell’universo (“dom”, la nostra casa). Per chi invece ha tristemente l’ego ipertrofico e si sente “dio in terra”, semplicemente un altro stucchevole momento di esaltazione, tripudio e autocelebrazione di se stesso: Signore e Padrone, Sole al centro del cosmo.

Gli effetti sul cuore di una cattiva postura

Una buona postura non è vantaggiosa soltanto per la colonna vertebrale, ma anche per il collo, le spalle e per la salute cardiovascolare. La tensione dei muscoli del collo e il rilascio di ormoni dello stress sono associati ad una cattiva postura, e tutto questo può far aumentare la pressione sanguigna. La connessione tra postura e salute del cuore sembra essere correlata sia allo sforzo muscolare sia ad un disallineamento della gabbia toracica e della colonna vertebrale, stato che influenza i polmoni e il cuore stesso.
Una cattiva postura cronica può influenzare la spina dorsale e la gabbia toracica, che a sua volta può avere effetti negativi sui polmoni e sul cuore. Nei miei anni di lavoro in campo osteopatico, ho osservato che se la colonna vertebrale non è in allineamento corretto, questo può ridurre la funzione della gabbia toracica, aumentandone la pressione sul cuore e sui polmoni. Facciamo il nostro lavoro d’ufficio ogni giorno, seduti con una postura sbagliata per nove ore, scadenze incombenti e stress continuo. Inevitabilmente si finisce con i muscoli del collo tesi e, col passare degli anni, lo stress ossidativo provoca una cattiva ossigenazione. Uno studio pubblicato sul “Journal of Neuroscience” suggerisce che la tensione continua dei muscoli del collo può contribuire ad un aumento della pressione sanguigna, perché influenza lo stato neurovegetativo. I ricercatori hanno trovato una connessione tra i muscoli del collo e l’attivazione di alcune aeree del cervello: un’eccessiva pressione sui vasi sanguigni della regione cervico-dorsale può scatenare reazioni riflesse in quelle cellule cerebrali che attivano i recettori (segnalatori) e far aumentare la pressione sanguigna.
Ovviamente ci sono molte altre cause di alta pressione sanguigna, ma questo è un ottimo esempio di come un problema muscolo-scheletrico può contribuire ad un peggioramento della propria salute. Curvarsi continuamente su un computer o comunque passando la propria giornata con una cattiva postura, può limitare il flusso di sangue nella parte posteriore della testa, con conseguente cefalea tensiva. Le restrizioni provengono dall’irritazione del nervo e da spasmi muscolari sul collo e sulla parte superiore della schiena. Se il flusso di sangue al cervello è fortemente limitato, può provocare un’insufficienza vascolare, con conseguenze anche gravi nel tempo.
Per prevenire tutto questo è utile fare prevenzione e dedicare una piccola parte del proprio tempo a se stessi, monitorando la pressione sanguigna senza stress e facendo le cose con calma e lentezza. Se i sintomi persistono, è consigliato affidarsi alle mani esperte dell’osteopata per ripristinare una buona postura con la tecnica del rilassamento muscolo scheletrico.

Il razzismo del web

di Carla Falzone

Rumeni bastardi, rumeni zingari, rumeni brutti. Ma anche: rumeni ubriachi, e “perché i rumeni vengono in Italia?” Sono queste le principali parole chiave suggerite da Google a chi cerca informazioni relative al popolo della Romania; i risultati sono frutto delle interrogazioni più frequenti formulate dagli utenti del web e delle associazioni semantiche definite da chi produce contenuti online.
Ma non basta. Il risultato ancora più agghiacciante è quello che si ottiene facendo la stessa indagine per immagini. Scrivendo “rumeno” (o “romeno”, i termini sono di fatto equivalenti) nel campo bianco del motore di ricerca più potente del mondo, nelle prime 15 pagine si ottengono quasi esclusivamente foto segnaletiche di criminali o presunti tali.
Occhi sbarrati, sguardi persi, visi devastati: è dunque questo il volto della Romania che emerge dal web. Furto di rame o saccheggi in appartamenti sono invece, nella maggior parte dei casi, gli episodi di cronaca che rendono il popolo rumeno protagonista di questa triste selezione multimediale.
Il criterio attraverso il quale Google seleziona i risultati per l’utente è quello dei “tag”, termine inglese che significa letteralmente etichetta, come quella che si appiccica ai barattoli per distinguere le spezie dolci da quelle piccanti. Ed è proprio per effetto di questi tag che – se “francese” è sinonimo di baguette, Tour Eiffel e della Rivoluzione – “rumeno” conduce a criminale. Sconcertante. Le parole sono importanti. E gli stereotipi fanno male. Anche sul web.

[© www.lastefani.it]

Sulla riviera romagnola splende sempre il sole

di Angelo Russo

Dopo gli anni di crisi ci siamo chiesti quale fosse la temperatura del turismo in Riviera, il risultato è sorprendente: i flussi turistici sono rimasti stabili. E la ragione non è solo economica: “Costiamo poco e offriamo tanto”.

“Certo che la crisi si fa proprio sentire”; “ma quale crisi non vedi che i ristoranti sono sempre pieni?”. Quante volte abbiamo sentito nei bar discussioni come questa? Da che parte stia la verità è difficile dirlo, per provare a capirci qualcosa di più abbiamo analizzato un settore preciso: quello delle vacanze, nello specifico i dati turistici della Riviera romagnola e quello che è venuto fuori è un dato sorprendente. Il risultato è che tutto sommato la Riviera tiene, nel 2013, 3 milioni e 700mila italiani hanno soggiornato almeno una notte in una località compresa tra i Lidi di Comacchio e Cattolica, solo 100mila in meno del 2012, ma assolutamente in parità con i dati del 2007, sette anni e una crisi fa. Quello che fa la differenza semmai è il numero di presenze, cioè il numero totale di notti in cui i turisti hanno soggiornato in Riviera, che sono passate dai 28 milioni del 2007 ai 27 stiracchiati della scorsa stagione, tradotto vuol dire che la durata delle vacanze si è ridotta mediamente di un giorno in sei anni, gli italiani si sono dimostrati maestri di spending review anche nelle loro vacanze, non si rinuncia al mare, si razionalizza. Allora via con i fine settimana e le vacanze lampo, niente sprechi e caccia all’offerta. Il mondo è cambiato e anche i turisti sono cambiati, se nel 1983 la durata media dei soggiorni era di circa dodici giorni, oggi ci si avvicina sempre più alla settimana, ma anche il percorso di avvicinamento alla vacanza è estremamente cambiato. L’avvento di internet ha aperto alle prenotazioni on line ed alle recensioni, non sempre clementi con i piccoli alberghi della Riviera, ma anche in questo caso la costa romagnola ha dimostrato di poter recitare la parte del leone. Sia quest’anno che lo scorso, Rimini è stata la località italiana più ricercata dagli utenti di Trivago, il principale network al mondo di prenotazione e ricerca dei prezzi di camere d’hotel. L’osservatorio del popolare sito di prenotazioni conferma l’idea evinta dall’analisi dei dati: “Gli italiani non rinunciano alle vacanze, sicuramente cercano di ottimizzare il budget per concedersi anche solo una breve tregua, magari poco prima di ferragosto”, ha spiegato Giulia Eremita, Marketing manager di Trivago.it. La graduatoria del 2013 vedeva addirittura un tandem romagnolo al comando con Rimini e Riccione, rispettivamente prima e seconda, tra le mete italiane più ricercate per le vacanze nella settimana di ferragosto, per lo stesso periodo la Riviera Romagnola aveva piazzato anche Cesenatico nella Top 10 delle località più cliccate, preferite per i prezzi accessibili e per la buona disponibilità di camere. Lo studio di quest’anno ha invece considerato l’intera estate 2014, ancora una volta a vincere è Rimini mentre Riccione scivola al quarto posto e Cesenatico mantiene il piazzamento tra le prime dieci d’Italia. Il motivo di questo risultato sembra essere scontato, ci sono pochi soldi, la Riviera costa poco, i turisti la scelgono per quello, ma se guardiamo la classifica 2014 scopriamo che la seconda classificata è Gallipoli, una località non certo low cost e decisamente lontana per l’intero bacino del nord Italia, questo impone una riflessione più profonda su questi dati. Il sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, ha provato a spiegare il motivo del successo della città sul mercato: “Ogni classifica deve essere presa con cautela , ma il risultato di questo genere di indagini statistiche ha una sua rilevanza nel delineare le dinamiche di stagioni sempre più incerte per gli operatori del settore. Il dato in sintesi che emerge è ancora una volta la capacità di Rimini di adattarsi in tempi rapidi al modificarsi delle condizioni del mercato grazie alla straordinaria poliedricità dell’offerta e grazie al clima e alle proposte che sappiamo offrire”. Quello che il sindaco non dice, ma fa trasparire, è il cambio di strategia che la Riviera ha messo in atto per mantenere la sua posizione dominante: a fronte di una capacità recettiva senza eguali in Italia e in Europa, si possono organizzare senza problemi tanti eventi in grado di richiamare molti turisti che, ormai disposti a viaggiare anche solo per pochi giorni, sfruttano il pretesto della Notte Rosa di turno per un weekend al mare. Su questo esempio sono nati numerosi eventi sul litorale che hanno fatto da volano per l’industria ricettiva, si stima infatti che nei soli giorni della Notte Rosa, giunta quest’anno alla nona edizione, il giro d’affari complessivo sui 110 chilometri di costa si sia aggirato intorno ai 200 milioni.
La Riviera risulta ancora attrattiva anche per i turisti stranieri, se gli anni Settanta sono stati gli anni d’oro del turismo scandinavo, dagli anni ’80 in poi è stato il bacino centro europeo quello più importante. I turisti di lingua tedesca (per intenderci Germania, Austria e Svizzera) hanno rappresentato lo zoccolo duro degli arrivi internazionali, nella scorsa stagione oltre 450mila turisti provenienti da quell’area geografica hanno trascorso le loro vacanze in riva all’Adriatico, ben lontani dal milione del ’98, ma ancora un mercato decisamente importante. Il decennio inizziato nel 2010 sarà però quello dei russi. I flussi turistici dall’area dell’ex Unione Sovietica sono cresciuti a doppia cifra negli ultimi anni, e il confronto tra 2012 e 2013 parla di un +17% di arrivi dall’Ucraina e +13,5% dalla Russia. In totale sono stati oltre 250mila i russi a villeggiare in Romagna. Sicuramente la crescita del mercato russo può spiegarsi con la grande promozione della Riviera fatta in Russia dagli operatori e dall’Unione di prodotto, ma anche dalla qualità del prodotto in grado di offrire in una vacanza mare, cultura e shopping. Anche il mercato dell’estremo oriente comincia a muoversi, quello cinese registra una crescita annuale del 15%, mentre cala leggermente quello giapponese, in tutto sono stati circa 7000 i turisti orientali a soggiornare in Riviera nel 2013.

[© www.lastefani.it]

El Rèfol: al Garda soffia vento d’Europa

El Refol, il nome non solo di un ristorante a Garda, ma la sintesi alta di chi è stato sul Lago di Garda alcuni giorni e ha sentito sulla pelle il soffio di un “vento” che ti fa sentire bene, anche se dopo ahimè devi ritornare dove sei nato e hai la residenza… L’itinerario che seguiamo è sulla parte orientale del lago: uscendo dall’entroterra veronese e sbucando a Garda, venendo dalla collina, ci si trova davanti una vista sempre bellissima che, giunti sul lungo lago toglie il fiato. L’intera area è pedonabile e le biciclette, tantissime, le porti a mano, anche solo per un tratto, quasi per un silenzioso rispetto che la visione sul lago ti impone senza che lo richiedano. Ci troviamo in un piccolissimo luogo, incastonato sotto le colline e dentro ad un piccolo golfo, uno dei pochi, e forse tra i più belli, borghi d’Italia. Ecco un breve racconto. Quarantaquattro alberghi, dieci residences, una quarantina di ristoranti, una buona metà si affacciano sul lungo lago, tantissimi fiori e ben curati, nessuna cicca per terra, una pulizia non stop, ti servono con un sorriso, anche se non domestico. Se di sera sei seduto in un localino per la cena, con una piccola candela sul tavolo, uno con la fisarmonica ti canta note conosciute degli anni ottanta. Molta cortesia, si sta bene, si mangia bene e ci sono tante gelaterie, tantissime, diversificati i topping e le varietà. Un porticciolo turistico, barche a vela, motoscafi, battelli di ogni grandezza e sempre pieni, animali acquatici, anche del pescato, persone di ogni età con prevalenza over sessantacinque, moltissimi tra tedeschi, inglesi e qualche italiano. Allontanandosi un po’ verso nord, trovi le Torri di Benaco, Castelletto e Malcesine e qui ti devi fermare perché è ancora più bello: qui la “bellezza” si esprime con stradine strette e ripide, strapiombi sul lago, tantissimi piccoli negozi, il monte Baldo e un lago con mille colori e dove il sole e il vento ti giovano e rinvigoriscono. Se poi vuoi un po’ di storia, non fai fatica nella lettura, perché qui sul lago tutto si incontra, tutto si intravede, tutto è armonia e bellezza. Scendendo nella bassa gardesana, devi proprio passare da Bardolino e da Lazise per sostare almeno un paio di ore a Sirmione, la cittadina di Catullo e di quel giardino di ulivi dove ti sembra di immaginare il paradiso. Là, sopra una spianata, tra le rovine di una mega villa romana del I secolo d.C., ti viene da aprire le braccia e declamare, con un sorriso pieno, alcune strofe, e subito sfocia un sentimento d’amore. Se ti metti a contarli tutti quei piccoli ulivi millenari, arrivi a ben settantasette. Qui, sul lago, tutto si integra e si fonda in un tutt’uno a dispetto delle diversità; non importa se sei bresciano, veronese, trentino o pachistano, un calabrese gentile, alcuni rumeni, sudamericani e molti nordici; quello che vedi e percepisci è che hai visto un pezzo d’Europa, quella che vogliamo e che qui si ritrova, in armonia. Sarà la bellezza, nella sua visione di immagini, la condizione che ti porta a dire che è possibile trovare e ritrovare un “Garda europeo”. Il racconto del viaggio porta a dire che l’Italia, con la sua millenaria storia, i suoi paesaggi, il bello ovunque, la cultura, i borghi, le persone, l’accoglienza, la voglia di futuro e altro ancora, può essere il luogo vincente perché ci sia una nuova Europa e tanti popoli insieme. Non è un sogno, né una utopia, se non ci credete fate un breve viaggio, anche se ci siete stati ancora, perché questo lago abbraccia, anzi di più…

E ora i Brics hanno il loro Fondo monetario internazionale

da: Altroconsumo finanza

Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa hanno dato vita alla New Development Bank (Nbs), la Nuova banca di sviluppo

La Banca avrà un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari (poco più di 35 miliardi di euro), equamente divisi tra i cinque Paesi fondatori. La NBS avrà lo scopo di finanziare grandi progetti infrastrutturali congiunti, ma non solo. La banca disporrà infatti anche di un ulteriore fondo di riserva d’emergenza per altri 100 miliardi di dollari (circa 70 miliardi di euro, che permetteranno di evitare le pressioni a breve termine sulla liquidità. In sintesi, avrà lo scopo di fronteggiare le crisi finanziarie e la fuga degli investimenti stranieri. L’intento di questo fondo di emergenza, secondo gli analisti di Altroconsumo Finanza, è quello di evitare che si ripetano situazioni già viste in passato, sia di crisi molto gravi, come quelle valutarie degli anni novanta, oppure situazioni meno gravi, ma pur sempre capaci di creare tensioni su questi mercati, come quella dell’estate del 2013 quando sui timori del tapering negli Usa si era assistito ad una fuga di capitali dai molti dei mercati emergenti. Il risultato era stato un calo delle Borse e delle valute di questi Stati.
“Ora questo fondo è pronto ad intervenire” – commenta Vincenzo Somma direttore di Altroconsumo Finanza – “andando a tamponare l’eventuale fuga di capitali, sostenendo così le valute di questi Paesi oppure fornendo dei finanziamenti nel caso in cui questi Stati non dovessero riuscire a raccogliere i soldi di cui hanno bisogno sui mercati”.
La nuova Banca di sviluppo avrà sede a Shangai, in Cina, e il primo presidente di turno sarà un indiano. Ai ministri delle Finanze dei cinque Paesi spetterà il compito di costituire un consiglio di amministrazione che sarà presieduto dal Brasile. L’istituto avrà una sede regionale in Sudafrica e non esclude l’apertura in futuro ad altre nazioni, ma la quota complessiva dei Brics non dovrà scendere al di sotto del 55%. Dovrebbe diventare già operativa nel 2015.
“Si tratta di un’operazione volta a smarcarsi sicuramente dal Fmi e dalla Banca mondiale” – continua Vincenzo Somma – “dove il diritto di voto dei Brics raggiunge a malapena un 10% del totale, malgrado la rivalutazione della quota cinese nel 2010, ma soprattutto si tratta di un tentativo di de-dollarizzare sia la finanza sia il commercio mondiale. Dopo tutto, non è una novità la volontà da parte soprattutto della Cina di far diventare la propria moneta, lo yuan, una valuta sempre più internazionale, con la quale si possa pagare merci a livello internazionale (ora si fa in dollari) oppure erogare prestiti”.

Mauro Milanesi

Luiss, il volontariato che fa curriculum: una studentessa di Ferrara al fianco delle detenute a Lecce per il progetto Made in Carcere

da: ufficio stampa Luiss “Guido Carli”

Al via VolontariaMENTE l’innovativo progetto basato sui valori della solidarietà e del coraggio come sintesi fra formazione e mondo reale.
Il volontariato che fa curriculum si fa strada nel processo di selezione dei giovani candidati.
A Lecce le studentesse-volontarie lavorano al fianco delle detenute per la realizzazione dei manufatti a marchio “Made in Carcere”.
Tra loro anche una giovane studentessa di Ferrara, Francesca Furini.

La cultura non è soltanto quella che si apprende sui libri, ma è frutto di esperienze di vita. VolontariaMENTE è l’innovativo progetto della LUISS che coinvolge tra luglio e ottobre, 150 studentesse e studenti dell’Ateneo intitolato a Guido Carli. Invece di partire per le solite mete vacanziere, questi giovani hanno deciso di trascorrere la propria estate impegnandosi in attività di volontariato a forte impatto sociale ed etico.

Sono diversi i progetti che la LUISS ha messo in campo per i suoi studenti più motivati. Uno, in particolare, che ha preso il via lo scorso 8 luglio e durerà fino all’8 agosto, si tiene a Lecce e la città si tinge di rosa. Sono tutte ragazze, infatti, le giovani volontarie che per quattro settimane saranno al fianco delle 20 detenute impiegate nella produzione dei manufatti a marchio “Made in Carcere”.

Le studentesse, insieme con Luciana Delle Donne fondatrice di Officina Creativa, saranno coinvolte in tutte le direzioni di cui si compone Made in Carcere, contribuendo attivamente alle fasi che rendono possibile la realizzazione dei “manufatti di valore”: dall’organizzazione, alla logistica, al marketing sociale e alla produzione delle borse e degli accessori del marchio creato dalla cooperativa sociale.

Le studentesse faranno la spola fra il penitenziario di San Nicola, dove è localizzata una parte della produzione, e lo store di Officina Creativa. Un mese di formazione aziendale secondo le logiche delle imprese sociali, fenomeno economico in forte ascesa in Italia.

“Con questo progetto, ed altri simili che stiamo implementando in altre città italiane, la LUISS vuole trasmettere ai propri studenti il principio della contaminazione positiva, una visione basata sui valori della solidarietà e del coraggio, come sintesi fra formazione e mondo reale”, ha affermato Giovanni Lo Storto, Direttore Generale della LUISS Guido Carli. “Questo tipo di attività hanno un alto valore etico, ma al contempo uniscono teoria e pratica e contribuiscono a fornire ai nostri studenti un set di strumenti che possa aiutarli a diventare uomini e donne capaci di lavorare per alimentare lo sviluppo di cui questo paese ha bisogno”.

VolontariaMENTE nasce per formare un nuovo tipo di studente-laureato, aperto a molteplici contaminazioni e temi sociali, con l’obiettivo di arricchire il proprio profilo, non solo dal punto di vista umano ma anche e soprattutto professionale. Perché sempre più oggi il volontariato fa curriculum.

La possibilità di fare esperienze socialmente utili rappresenta infatti, per il mercato del lavoro, un fattore determinate per la selezione dei giovani all’ingresso e, per gli stessi laureati, un’occasione ulteriore e importante per disegnarsi il proprio futuro.

Tra le studentesse che hanno scelto di collaborare al progetto del marchio Made in Carcere c’è anche Francesca Furini, giovane di Ferrara al terzo anno di Giurisprudenza della LUISS Guido Carli, che commenta così la sua esperienza:

“La scelta eticamente responsabile di un’impresa che decide di iniziare un’attività all’interno di un carcere e di avviare al lavoro esterno un detenuto, ha importanti e positivi risvolti in vista del fine pena e del reinserimento sociale dei detenuti. Il suo prioritario valore aggiunto è la ricaduta positiva in termini di risposta al bisogno di sicurezza sociale, all’interno degli Istituti di pena e, soprattutto, nel mondo libero. Proprio per questo, lo scopo principale di Made In Carcere è diffondere la filosofia della “second chance” per le detenute e della “doppia vita” per i tessuti; trattasi perciò, di un messaggio non solo di speranza, concretezza e solidarietà, ma anche di libertà e rispetto per l’ambiente.”

Le attività di volontariato della LUISS rientrano tra le attività compatibili con gli impegni accademici. Agli studenti dei Dipartimenti di Impresa e Management, Scienze Politiche e Giurisprudenza che aderiscono al Progetto, saranno riconosciuti i Crediti Formativi Universitari previsti dall’Ordinamento didattico per “Altre Attività”.

LUISS Guido Carli, la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali, costituisce oggi un punto di riferimento scientifico e culturale in Italia e all’estero per gli studenti interessati alle discipline economiche, manageriali, sociali e giuridiche.

Nel 2012 LUISS è stata classificata dal Censis al primo posto tra gli Atenei non statali per le Facoltà di Scienze Politiche e Giurisprudenza e al terzo posto per quella di Economia.

Dalla differenziata ecco utensili e maglioni. Ed è in arrivo il cassonetto inodore

di Lorenzo Paussa

Con una decina di flaconi di shampoo buttati nel cassonetto della plastica si può produrre una sedia. Aggiungendone qualcuno possiamo ottenere un maglione in pile o una maglietta in poliestere. Una scatoletta di tonno può diventare un potenziale componente per nuovi utensili, elettrodomestici o materiali edili. Dal vetro riciclato, invece, è possibile ricavare nuovi oggetti e contenitori per un numero di cicli pressoché infinito.
Sono solo alcuni dei risultati consentiti dalla raccolta differenziata dei rifiuti, una pratica costantemente in via di espansione e perfezionamento e che la multiservizi Hera sta sfruttando nell’ottica di una rivoluzione ecologica. Ma quali sono i passaggi che intercorrono, ad esempio, fra la raccolta della carta e la realizzazione di quaderni o scatole di cartone riciclate, o tra il materiale organico recuperato e del nuovo fertilizzante per orti e giardini?

La raccolta
La raccolta dei rifiuti da parte di Hera ricopre tre macro-aree: quella delle abitazioni (porta a porta), quella dei negozi (utenze produttrici di rifiuti specifici) e quella dei centri di raccolta (stazioni ecologiche) per i rifiuti ingombranti o pericolosi.
Nel 2013 è inoltre partito il progetto per la raccolta degli scarti elettronici, denominato Identis Weee (Waste Electrical and Electronic Equipment) e sperimentato finora a Bologna dove in un anno già sono state raccolte 3mila tonnellate. Un’iniziativa promossa dall’Unione Europea che ha portato in città gli appositi cassonetti per cellulari, lampadine, giocattoli elettronici, televisori ed elettrodomestici. Tutti oggetti contenenti materiali come metallo, ferro o tungsteno che hanno un notevole impatto ambientale. Oltretutto, se non recuperati, imporrebbero alle aziende di procurarsi del nuovo materiale per il successivo ciclo di produzione, da comprare a prezzi elevati.
Altro progetto che sta prendendo forma in questi mesi è invece quello delle isole ecologiche, ossia delle piattaforme sotterranee permanenti che sostituiranno i vecchi cassonetti e saranno in grado di comprimere rifiuti organici, vetro e lattine. Come i raccoglitori dell’Identis Weee, le mini-isole saranno dotate di una tecnologia avanzata, dall’apertura automatica ed ergonomica per facilitare i diversamente abili a enzimi contro i cattivi odori, fino agli indicatori elettronici che segnalano quando il cassone è pieno.

La selezione
Una volta raccolti, gli scarti vengono portati negli impianti di selezione, dove verranno separati a seconda delle dimensioni e della tipologia di materiale. Anche questo passaggio, fondamentale per aumentare la percentuale dei rifiuti recuperati e per massimizzare gli sforzi dei cittadini per la raccolta differenziata, vede direttamente coinvolta Hera, in particolare nella filiera dell’organico, con le strutture dedicate al compostaggio come il Romagna Compost di Cesena o il biodigestore di Lugo di Ravenna, e della plastica, con il nuovo impianto di selezione da poco inaugurato a Granarolo.
Quest’ultimo si avvale di avveniristici strumenti che alleggeriscono notevolmente il lavoro degli addetti, ai quali compete soltanto la manutenzione dei macchinari e un controllo finale sulla qualità di materiali selezionati. Dei lettori ottici, attraverso speciali lampade sensibili e ad altre caratteristiche specifiche, permettono di velocizzare la separazione dei rifiuti secchi, riconoscendo i diversi tipi di plastica, carta, vetro, lattine, legno e metalli ferrosi. Una selezione sulla base della densità e del peso è invece effettuata dai separatori balistici, che sono costituiti da un cilindro con fori di diverse dimensioni.
Ci sono voluti 20 milioni di euro, ma ora lo stabilimento, gestito dalla società Akron (controllata da Herambiente) può dotarsi di una tecnologia unica in Italia e già sperimentata con successo in altri stati europei.

I consorzi
A questo punto il compito di Hera si esaurisce e i rifiuti selezionati escono dagli impianti. Una parte di essi viene direttamente acquistata dalle imprese, mentre tutto il resto subirà ulteriori passaggi nelle aziende riunite nei consorzi di filiera, come il Coreve (vetro) e il Corepla (plastica). Ad esempio, il vetro frantumato e lavato nei centri di selezione viene inviato alle vetrerie, dove viene fuso e soffiato, mentre i metalli depurati saranno fusi nelle fonderie o nelle aziende metallurgiche. Al termine di questi processi i materiali saranno finalmente utilizzabili per la produzione di merce riciclata.
Tutti i consorzi di filiera sono riuniti sotto l’egida del Conai, il consorzio nazionale per gli imballaggi istituito dalla legge italiana. Si tratta di uno dei sistemi consorziali più grandi d’Europa, che riunisce un totale di oltre un milione di aziende e dove vige il principio che “chi inquina paga”. I produttori e gli utilizzatori di imballaggi, infatti, versano al Conai un contributo economico proporzionale alle tonnellate immesse al consumo. Il Conai ne trattiene una parte per le proprie attività e riversa il resto ai diversi consorzi di filiera, che hanno il compito di promuovere e incrementare la raccolta dei rifiuti da imballaggi provenienti dal servizio pubblico e dalle imprese commerciali e industriali, il loro riciclaggio e recupero. Esiste anche un accordo tra l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e il Conai, che garantisce al comune “virtuoso” nella raccolta differenziata la copertura economica degli oneri sostenuti.

“Sulle tracce dei rifiuti”
Ogni anno, dal 2010, Hera pubblica un’analisi per mostrare, in un’ottica di trasparenza, dove vanno a finire gli sforzi dei cittadini nella raccolta differenziata. Si tratta del Report “Sulle tracce dei rifiuti”, che indica le quantità di vetro, plastica o carta che sono state avviate effettivamente a recupero. L’ultimo dato disponibile è riferito al 2012, quando la multiutility ha recuperato circa il 93,5% di quanto raccolto in maniera differenziata.
«Il prossimo report – dichiara Filippo Bocchi, direttore del settore “Corporate social responsibility” del Gruppo Hera – uscirà ad ottobre 2014 e prevediamo quantitativi in lieve incremento rispetto all’anno precedente, in particolare per la plastica grazie anche al potenziamento degli impianti di selezione del Gruppo e con frazioni come sfalci e potature, di cui nel 2012 si è recuperato il 97,3%, e carta (95,7%) a fare da capofila. Questo sforzo di trasparenza segue anche la strada indicata dalle recenti disposizioni europee, che stanno spostando l’attenzione dalla percentuale generale di raccolta differenziata alla quantità di materiale effettivamente recuperato».
Per quanto riguarda invece la percentuale di raccolta differenziata sul totale dei rifiuti, il dato relativo a Bologna è cresciuto di 3,6 punti, raggiungendo il 39% nel 2013. L’obiettivo, con la messa in funzione delle isole ecologiche, è di raggiungere il 50% entro il 2016. Alcuni comuni della provincia hanno addirittura superato la soglia del 70%, come Sasso Marconi (77,7%), Castello di Serravalle (77,1%), Bazzano (73,6%), Baricella (71,5%), Monteveglio (71,5%), Zola Predosa (70,1%).

Cittadini sensibilizzati
Molti pensano che non valga la pena differenziare i rifiuti perché, non vedendone nel concreto il risultato (o semplicemente non essendone a conoscenza), credono che ogni sforzo sia vano. Ma evidentemente la raccolta differenziata porta i suoi frutti. E per questo, come sottolinea ancora Filippo Bocchi, «oltre a far vedere quanto viene avviato a recupero attraverso “Sulle tracce dei rifiuti”, le azioni di Hera per sensibilizzare i cittadini sulla raccolta differenziata si sono fatte, negli anni, sempre più mirate. Da un lato si punta a portare a termine progetti che rendono più agevole l’impegno comune, per esempio quello per la raccolta stradale degli oli alimentari, partito da pochi mesi. Dall’altro, lo sforzo informativo passa anche da strumenti come il “rifiutologo”, un’applicazione per tablet e smartphone con cui i cittadini, inviando una foto ai servizi ambientali di Hera, possono segnalare strade poco pulite, rifiuti ingombranti in strada e altre spiacevoli situazioni contro il decoro urbano. Le squadre si attivano, con le segnalazioni, e provvedono a risolvere il problema».

Assolto

Dunque, con sentenza del 18 luglio scorso i giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Milano hanno assolto Silvio Berlusconi dai capi d’accusa che gli erano stati mossi in primo grado, in merito al processo attorno alla ragazza marocchina Karima El Marough, in arte Ruby rubacuori.

L’impianto accusatorio dei pm milanesi Ilda Boccassini ed Antonio Sangermano, che avevano chiesto sette anni di condanna per l’ex premier per i reati di concussione (sei anni) e prostituzione minorile (un anno), è stato completamente ribaltato.

Per saperne di più occorrerà aspettare le motivazioni della sentenza, ma intanto si legge che il collegio giudicante presieduto da Enrico Tranfa ha stabilito che per la prima ipotesi “il fatto non sussiste”, mentre per la seconda “il fatto non costituisce reato”.

In parole povere, la sera del 27 maggio 2010 quando la giovane Ruby fu fermata dalla Questura di Milano per furto, nella telefonata da Parigi che fece l’allora presidente del Consiglio, a seguito della quale la ragazza marocchina anziché finire in comunità venne affidata alla consigliera regionale Nicole Minetti e poi ospitata in casa di una prostituta, i giudici non hanno trovato alla fine alcun elemento di concussione o di costrizione nei confronti dei funzionari di polizia Pietro Ostuni e Giorgia Iafrate.

Lo stesso Berlusconi, inoltre, è risultato convinto che Ruby fosse effettivamente parente del presidente egiziano Hosni Mubarak e quindi preoccupato di evitare un incidente diplomatico.

Da qui il risultato processuale dell’accusa di concussione (dal latino scuotere), e cioè di avere fatto pressioni sulla Questura: il fatto non sussiste.

Si legge poi che nemmeno il reato ipotizzato di prostituzione minorile ha retto al vaglio della Corte d’Appello, perché l’imputato è risultato non essere a conoscenza del fatto che Ruby fosse minorenne. Qui la formula giuridica dell’assoluzione è stata, appunto, “il fatto non costituisce reato”.

Mi viene in mente quello che diceva Roseda Tumiati nelle sue indimenticabili lezioni di diritto: “Attenzione perché le parole non sono mai dette a caso”.

La questione riguarda le famose serate galanti ad Arcore, delle quali la stessa Karima fu ospite. Sono state definite in tanti modi, dal Bunga Bunga, fino all’accostamento fatto dallo stesso Berlusconi al burlesque.

Ora, se le parole che si leggono hanno un senso vuol dire che nel caso quegli incontri fossero stati dei tornei a canasta, a nessuno sarebbe venuto in mente di sollevare il problema della minore età della ragazza. È forse vietato giocare a carte con una diciassettenne?

Si dà il caso, quindi, che le serate non si siano svolte al tavolo da gioco, ma sotto le lenzuola. Qualcuno ha anche detto che la stessa linea difensiva dell’ex Cavaliere, messa a punto dagli avvocati Franco Coppi e Filippo Dinacci, si è svolta sulla base di questa premessa.

Da qui, appunto, la formula giuridica “il fatto non costituisce reato”. È stato contestato il reato, ma non il fatto in sé.

Dicendo questo non si vuole finire nel girone infernale nel quale l’ateo devoto Giuliano Ferrara, non senza ragione, mette i vari guardoni, bacchettoni, pruriginosi, falsi moralisti e voraci usurpatori della riservatezza personale.

Semmai questo sarà un problema per quegli alti prelati e curiali di santa romana chiesa che, per giustificare un’alleanza politica nel nome della difesa dei valori non negoziabili, sono arrivati addirittura a contestualizzare la bestemmia.

Più laicamente, da cittadini è lecito farsi alcune domande sulla vicenda, sempre che le cose che si leggono e si sentono ai tg siano esatte.

Ammettiamo, come scrive ancora Ferrara su Il Foglio (19 e 20 luglio), che queste risultanze processuali siano la dimostrazione di un ventennale “spirito inquisitorio senza prove” ai danni di Berlusconi. “Essenza storica – incalza – del partito dei magistrati e dei giornalisti combattenti, un grumo intimidatorio di antidemocrazia e di illiberalismo”, messo in atto mediante una gogna mediatica praticamente senza limiti e precedenti.

Di questo passo si arriva alla teoria del complotto e del colpo di Stato (tesi scritta e riscritta anche sulle colonne di Libero e Il Giornale), ai danni di Berlusconi (vittima e non colpevole) e della sua azione di governo sempre legittimata dagli italiani, per mano di una sinistra (il mandante) che non avendo mai assimilato pienamente la cultura democratica, non accetta le sconfitte elettorali e cede ripetutamente alla tentazione del ribaltone. Della manovra di palazzo lontano dalle urne, per conquistare il potere (in virtù del principio che la verità è a sinistra), con la complicità di certa stampa intellettual-progressista e di una parte della magistratura. Il tutto a formare un’egemonia culturale di impronta gramsciana, che agirebbe come una pedagogica morsa sulle menti dell’opinione pubblica nazionale.

Da qui anche la domanda che echeggia dopo la sentenza: e adesso chi risarcisce gli italiani da questo gigantesco furto della democrazia?

Volando molto più basso del direttore de Il Foglio, e di tutti quelli che la pensano così, è lecito pensare anche a che razza di presidente del Consiglio abbia avuto questo paese (il più longevo della storia della Repubblica), il quale non sa se chi si porta non solo a casa propria ma sotto le lenzuola sia una minorenne e, peggio, tantomeno è informato se sia o no la nipote di un capo di Stato.

Tanto da intervenire, da una capitale europea nella quale si trova per impegni istituzionali, su una Questura (sia pure lecitamente) e da interessare successivamente un intero Parlamento della questione. Con inevitabili pagine e pagine di giornali e telegiornali, che leggono e vedono anche all’estero questo singolare svarione.

Sorge cioè spontaneo il dubbio come possa una persona così (diciamo?) vulnerabile, leggera e disinvolta al limite del guascone nel curare le proprie frequentazioni personali, pretendere di rappresentare e tutelare un intero paese nelle vesti di una delle più alte cariche dello Stato italiano.

Il punto non sono allora le disinibite frequentazioni personali (ognuno è libero di fare della propria vita ciò che vuole), ma se quei risolini del duo Merkel-Sarkozy in un consesso europeo siano esclusivamente il risultato di una complessiva gogna denigratoria, autolesionista al punto da essere incurante delle conseguenze sulla credibilità delle istituzioni nazionali e sulla reputazione del paese stesso sulla scena internazionale, oppure se Berlusconi non ci abbia messo anche molto del suo, tanto da essere stato percepito da fuori inadatto a governare.

Certamente l’ex premier ha sempre avuto dalla sua le urne piene, a differenza di altri, e questo in democrazia è ciò che conta.

Ma in democrazia non è nemmeno proibito avere dei dubbi sulle qualità almeno istituzionali di una persona, che spesso ha dato invece l’impressione di essere ben al di sotto di quelle aspettative.

Pepito Sbazzeguti

Sindaci, sventolate le bandiere
di Israele e della Palestina
con l’arcobaleno della Pace

Fra Israele e Palestina in questi drammatici giorni si assiste alla recrudescenza di un conflitto mai sopito. L’umanità guarda con ansia a quella terra martoriata e assiste a una nuova ondata di violenza e di dolore. Lo spettro della guerra si affaccia di nuovo, soluzione ipotetica destinata solo a creare ancora morte e ingiustizia. Il millenario cammino di civilizzazione dell’uomo non è stato sufficiente a far comprendere che nessuna guerra potrà mai risolvere i problemi che ci affliggono, che la violenza è foriera solo di altra violenza.
In queste ore in cui troppi hanno abbandonato la via del dialogo e il cammino della comprensione e si professa l’insano verbo della crudele ritorsione, qualcuno a Ferrara ha lanciato al Comune una proposta che, nella sua unilateralità, appare provocatoria: quella di esporre dal palazzo municipale la bandiera di Israele, per tracciare l’ennesima linea di divisione.
Ebbene, ferraraitalia risponde con un’idea di pace: chiediamo al sindaco di Ferrara e a tutti i sindaci d’Italia di esporre insieme le bandiere di Israele, della Palestina e accanto a loro il vessillo arcobaleno della Pace, auspicio e insieme annuncio di un mondo diverso e possibile.

Neanche in Mozambico…

Al rientro in Italia chissà se Renzi ha provato una qualche invidia per quel Paese, di fronte all’inverecondo spettacolo apparecchiato in men che non si dica dal circo Barnum che da sempre accompagna il Nostro ex cavaliere. L’Italia intera dopo la sentenza Ruby gli deve le scuse. Anzi Berlusconi santo subito. Per certi giornalisti, politici e “ politologi”, opinionisti un tanto al chilo, è la rivincita contro i “giustizialisti” che in questi anni hanno denunciato come soldi da Mediaset siano stati indirizzati alla mafia, a uomini politici, a giudici corrotti si sia attinto a fondi neri e praticato l’evasione fiscale.
Il Cerchio Magico che da sempre ha contornato e tutt’ora circonda il Cavaliere è composto da prostitute, affaristi, maneggioni, ricattatori etc. Tutta gente che alle parole etica o legalità viene colta da attacchi di orticaria. Fanno di tutto, costoro, per abbassare l’asticella già non altissima degli italiani sul rigore morale ed il rispetto istituzionale che il resto dell’Europa tiene invece ben fermo. Il nostro pimpante presidente del Consiglio ha voluto dire la sua scivolando su di una buccia di banana (del resto era in Africa). Ci ha immediatamente fatto sapere che anche in presenza di una condanna sul caso Ruby lui sarebbe andato avanti con il cavaliere “perché politica e giustizia debbono stare distinte”. Una enormità che non sta né in cielo né in terra!
A smentirlo basterebbero le reazioni del Cavaliere e del suo seguito che subito si sono dati da fare per portare all’incasso politicamente una assoluzione cui non si sarebbero giocato un euro. Ora ventre a terra per la grazia, prodromica alla “agibilità politica” per una nuova destra, per una ”riforma” della giustizia (di rito berlusconiano) etc.
E’ tutto un rifiorire di proposte per imporci di nuovo il caro leader. Verrebbe da dire: Renzi ci sei o ci fai? Qualunque cittadino venisse colpito da una severa condanna o esibisse una biografia come quella del cavaliere sarebbe emarginato dalla parte sana ed onesta della cittadinanza. Renzi rammenti il vecchio e saggio detto popolare: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
Le riforme innanzitutto e sopratutto. Anche se gli interlocutori sono Belzebù-Verdini (che ha più procedimenti giudiziari che capelli in testa) e quel Berlusconi che vuole riformare la Costituzione perché “troppo comunista” e che tranne una volta, rifiutò sempre di celebrare quel 25 aprile da cui essa ha attinto i suoi valori fondanti. Le regole vanno scritte con tutti. E’ il leit motiv ossessivo. Ma la domanda sorge spontanea, come il dubbio: se i miei interlocutori sono quelli sopra descritti siamo in presenza di riforme o controriforme? Altro pezzo forte: Berlusconi rappresenta sei milioni di italiani, quindi vanno coinvolti. Per Renzi un assioma.
A parte che l’uomo di Arcore ne ha persi in questi anni più della metà di elettori e sarebbe interessante discutere sui valori, le aspettative, le richieste di quelli che sono rimasti e su quale tipo di Paese hanno in mente (mi corre un brivido), per la storia ricordo che la rappresentatività di cui Berlusconi si è sempre fatto forte per chiedere un codice penale ‘ad personam’ è strettamente collegata alla qualità della stessa che prevede la diversità, ma mai contro o fuori della Carta Costituzionale.
Mussolini a metà degli anni “30 era più che mai – purtroppo – ‘rappresentativo’ del Paese. Gli antifascisti però non avvertivano la necessità di dialogare. I monarchici ebbero al referendum quasi più di 10 milioni di voti ma la Costituzione fu promulgata senza di loro. Anzi essa decretò l’esilio del Re e dei suoi familiari. Resto del parere per il bene dell’Italia che Berlusconi vada indebolito non rafforzato. Sinora però caro Renzi… Del presidente del Consiglio ammiro il dinamismo. Ho votato per lui alle primarie. La voglia di fare, innovare. Ne ho avuto abbastanza dei fallimenti della sinistra in questi 20 anni. Ma adelante Matteo con juicio. L’unità con Forza Italia si dice che c’è. Vedremo poi su cosa. Per intanto il Paese è spaccato.

Reporter o scrittore? Confessioni di un aspirante giornalista

“La prima cosa che salta agli occhi è il sorriso. Sempre il sorriso, ovunque il sorriso. Come se quel viso non fosse mai triste, preoccupato, furioso. Se non si apriva in un sorriso, era piuttosto assorto, concentrato. Imbarazzato. “Non disturbo?”, chiedeva quando senza preavviso o anche su appuntamento passava in redazione, si avvicinava a una scrivania, entrava in un ufficio. E di nuovo il sorriso: di scusa, lievemente vergognoso. Un sorriso di difesa, che spianava la strada alla ritirata”. Arthur Domoslawski, La vera vita di Kapuściński.

Ho letto Ebano di Ryszard Kapuściński a Parigi, dodici anni fa circa, in un momento estremamente positivo e vivace del mio percorso di vita personale e professionale.
Oggi, scopro un bellissimo e interessante libro che non solo mi ricorda quella lettura e mi fa riflettere, ancora una volta, sulla bellezza del viaggio e la fortuna di poter scrivere sugli incontri fatti e i luoghi visitati, ma che mi fa anche pensare al limite, a volte molto esile e sottile, se non poco tangibile, fra il reportage e la letteratura, a un forte legame che a volte li rende complici.

reporter-scrittore
Copertina di ‘La vera vita di Kapuściński: reporter o narratore?’ (Arthur Domoslawski, Fazi 2012)

Il libro di cui parlo è La vera vita di Kapuściński: reporter o narratore?, del polacco Arthur Domoslawski (Fazi editore), che ho scoperto, per caso, nella mia continua e febbrile ricerca di letture interessanti sul tema dei reportage di viaggi.
Non mi soffermerò sulle polemiche che hanno accompagnato il libro (tipo fatti inventati / amplificati o informazioni avute grazie a una collaborazione con i servizi segreti polacchi), ciò che m’interessa è ben altro. Ad affascinarmi di questa biografia, una storia personale che si legge come un romanzo d’avventura, è, in primis, la prefazione all’edizione francese di Jan Krauze, che descrive Kapuściński come un reporter che ha superato i limiti del giornalismo per approdare alle rive di un altro regno, quello della letteratura. Kapuściński è stato allora un grande reporter o un grande narratore? Ha mai avuto la tendenza a esagerare o a inventare fatti e storie? Fino a che punto si possono modificare i fatti per scrivere un reportage? Dove termina il reportage e comincia la letteratura? Qual è la relazione tra la realtà e le parole, tra la storia e la letteratura?

Questo libro apre mille riflessioni, mi fa rileggere e ripensare i miei reportage di viaggio, le mie interviste con testimoni di fatti o situazioni presentate ai miei fedeli e instancabili lettori.
Il dibattito sui limiti degli elementi narrativi nel reportage, del resto, non è nuovo: da oltre cinquant’anni esiste una categoria letteraria specifica, conosciuta in inglese come “faction”, per le opere che uniscono la descrizione dei fatti alla letteratura.
Kapuściński aveva un punto di vista originale sul tema dell’obiettività. In un’intervista citata da Domosławski, afferma “Non credo nel giornalismo neutrale, nell’obiettività formale. Il giornalista non può essere un testimone indifferente, ma dovrebbe possedere quell’abilità che la psicologia chiama empatia. Il cosiddetto giornalismo obiettivo non è praticabile in contesti di guerra. I tentativi di obiettività in queste situazioni portano alla disinformazione”.
L’uomo e il suo sentire restano, dunque, al centro di ogni storia. I protagonisti veri.
Kapuściński viene poi considerato anche un anticipatore della tendenza “glocal”, per aver saputo dare valore alle storie locali, mettendole in connessione con l’orizzonte ampio di un mondo che cambia in continuazione e velocemente, nel quadro della globalizzazione del secondo millennio. Un pioniere quindi della parola, del viaggio, dei fatti nel viaggio e del viaggio nei fatti, degli eventi nella vita di ogni uomo incontrato su strade polverose, della volontà di dare volto e voce a chi non l’ha e di produrre una qualche forma di cambiamento nel mondo.
Se poi leggo e rileggo le belle pagine di Ebano, mi ricordo ancora dei lunghi e intriganti passaggi sull’Africa, sulla concezione africana del tempo, sulle descrizioni di paesaggi eterni e sterminati. I racconti, le immagini, le sensazioni e le descrizioni si mescolano ai fatti, ci si perde nella loro fusione quasi totale. Kapuściński (e, ammetto, che mi ci ritrovo quando scrivo), da la prova del dono dell’empatia: è un turco fra i turchi, un africano fra gli africani.
Lo vedo passeggiare, attento ma senza prendere note, osservare la vita degli uomini “fino alla frontiera della finzione”, che finisce per trascinarlo via con sé, facendo del reporter un romanziere riconosciuto ben al di fuori del suo paese. Mi vedo un lui, mi domando, ancora, quanto la fantasia possa sposarsi con la realtà, come le due dimensioni possano confondersi.
Se penso ai miei viaggi maliani, fatico a separare i fatti dalle emozioni e dai racconti raccolti per le strada, parlando con un anziano e affaticato tuareg.
Kapuściński non lascia che tracce, ossia delle parole. Come un dito su un alone annebbiato di un vetro, un io solitario che partorisce idee nelle camere d’albergo, viaggiando su un treno o su un bus sgangherato nella foresta. Mi sento pure io un po’ un io solitario che cerca di lasciare tracce di emozioni attraverso la parola e, ciò, sulle linee marcate di vite reali. Perché credo che, alla fine, un buon reporter debba essere un buon scrittore e raccontare la vita e la storia come in un libro. D’altra parte, anche Graham Greene affermava che “una ragione meschina, forse, per la quale i romanzieri cercano di mantenere le distanze dai giornalisti è che i romanzieri si sforzano di scrivere la verità, mentre i giornalisti di scrivere la finzione”.
Il vero reporter, allora, è forse un buon romanziere-scrittore?

«Questo l’ho già suonato domani»

D’estate si leggono di solito romanzi e racconti, difficilmente si legge di racconti e di romanzi.
In epoca di digital literacy mantenere il culto del libro non è cosa da poco, perché tra i diversi strumenti dell’uomo, il più stupefacente è, senza dubbio, il libro.
Credo però che si debba diffidare di quanti accumulano letture, come se la cultura derivasse unicamente dalla loro somma, pensando che romanzi, racconti o poesie, per il solo fatto di essere stati stampati e acquisiti dalle biblioteche, abbiano valore in sé e in quanto opere della fantasia.
No. Ogni libro ha una storia di circostanze e di ragioni. Quando si parla dei grandi classici, anche le analisi stilistiche più raffinate restano sterili esercizi accademici, se ignorano quanto indusse un Virgilio o uno Shakespeare o un Cervantes a scrivere quello che hanno scritto.
Ecco perché leggere di romanzi e di racconti ha un valore formativo, che va ben oltre le liste di volumi assegnati al termine delle scuole dagli insegnanti agli studenti per le vacanze o a quegli sterili resoconti letterari che con diligenza routinaria i candidati portano ai nostri esami di stato.
Magnifiche lezioni sul libro ci hanno lasciato i Borges oral, cinque conferenze tenute all’Università di Belgrano; le Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio di Italo Calvino; le Lezioni di letteratura di Nabokov; Sei passeggiate nei boschi narrativi, le Norton Lectures 1992-1993 tenute da Umberto Eco all’Università di Harvard.
Ora Einaudi pubblica Lezioni di letteratura, di Julio Cortázar. Tredici ore di lezioni che l’autore di Storie di Cronopios e di Famas tenne a Berkeley nell’ottobre e novembre del 1980. Lezioni rivolte ad un uditorio di giovani studenti con lo scopo preciso di aiutarli a diventare o a scoprirsi buoni lettori.
Cortázar espone un’idea di letteratura che non è quella scolastica, un’idea di letteratura come impegno civile, non la letteratura dell’arte per l’arte, ma quella espressa da una nuova generazione di scrittori coinvolti nelle lotte, nelle discussioni, nella crisi del loro popolo e dei popoli nel loro insieme. L’impegno per una scrittura strettamente legata e partecipe del quotidiano che bussa alla porta, il lavoro non dello scrittore latinoamericano, ma di un latinoamericano scrittore come Cortázar rivendica di voler essere.
Le sue non sono lezioni cattedratiche: Cortázar porta avanti con gli studenti un vero e proprio dialogo sulla letteratura.
I temi trattati sono molti, le caratteristiche del racconto fantastico; la musicalità, lo humour, l’erotismo e il gioco in letteratura; il rapporto tra immaginazione e realismo, la letteratura d’impegno sociale e le trappole del linguaggio, e tutti vengono affrontati con un approccio concreto, che sempre trova un punto d’appoggio in letture ed esempi che appartengono non solo alla letteratura, ma alla produzione culturale di ogni epoca. E le lezioni diventano ancor più interessanti quando Cortázar racconta l’evoluzione del suo percorso di scrittore: come nacquero i cronopios o alcuni dei suoi celebri racconti; il significato di Rajuela e il suo processo di scrittura.
«Tra i diversi strumenti dell’uomo, il più stupefacente è, senza dubbio, il libro. Gli altri sono estensioni del suo corpo. Il microscopio, il telescopio, sono estensioni della sua vista; il telefono è estensione della voce; poi ci sono l’aratro e la spada, estensioni del suo braccio. Ma il libro è un’altra cosa: il libro è un’estensione della memoria e dell’immaginazione» dice Cortázar ai suoi studenti. E continua: «Ogni volta che leggiamo un libro, il libro è mutato, la connotazione delle parole è diversa. Inoltre, i libri sono carichi di passato».
Parlando delle sue strade di scrittore, racconta ai giovani universitari come è possibile passare dal culto della letteratura per la letteratura, ad una letteratura come ricerca del destino umano, alla letteratura come uno dei modi di partecipare ai processi storici che toccano ciascuno di noi e i nostri Paesi.
Cortázar non è solo uno scrittore, ma uno scrittore che usa la lingua come terreno di rivoluzione, che ha speso la sua vita a combattere le sintassi e le strutture che obbligano a pensare in modi predeterminati. Perché, tanto per cominciare, lo scrittore gioca con le parole, e il suo gioco è un gioco sul serio. Racconta della dilatazione del tempo oltre la realtà nella fantasia, nella fatalità, il gioco della mente e del pensiero. Di sequenze interiori, di visioni, di sguardi che abbattono le barriere spazio temporali, della grande narrativa latino americana.
Le otto lezioni di Cortázar sono riflessioni personali sulla sua vita e sul suo lavoro, inviti a chi gli sta intorno ad interrogare a sua volta la propria di vita, perché ognuno di noi come il Charlie Parker di Il persecutore può dire: «Questo l’ho già suonato domani».

E sono cinquanta: l’Italia celebra le nozze d’oro con l’Unesco

di Fausto Natali

Molti sono i motivi per i quali la riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale di fine giugno in Qatar può essere definita “storica”. Innanzitutto, perché con l’inserimento nella prestigiosa World Heritage List dei “Paesaggi vitivinicoli delle Langhe-Roero e Monferrato” i siti italiani sono diventati Cinquanta. Primi in classifica, davanti a Cina e Spagna. Un fatto importante sul quale occorre spendere qualche parola partendo dalla leggenda che ci assegna il 50% di beni culturali di tutto il pianeta! Non è vero, forse ci avviciniamo al 5%, ma restano pur sempre tanti. L’Italia annovera, infatti, una costellazione di città, borghi, castelli, chiese, musei, opere d’arte, tradizioni e paesaggi unica al mondo. Capolavori dell’uomo e della natura che costituiscono “la risorsa di cui l’Italia è più ricca”, per usare le parole del Presidente Napolitano. Il guaio è che diamo tutto per scontato. C’è chi pensa, e sono i più, che sia sufficiente possedere un bel monumento o un panorama mozzafiato per attivare crescita e sviluppo. Un errore strategico che induce ad affidarsi alla proverbiale capacità di improvvisazione degli italiani, saltando a piè pari coordinamento, programmazione e investimenti. Nel frattempo, le nostre croniche carenze strutturali (prezzi poco concorrenziali, offerta ripetitiva, servizi inadeguati e scarso utilizzo delle nuove tecnologie) fanno sì che Paesi meno dotati del nostro dal punto di vista culturale e paesaggistico generino ritorni in termini economici di gran lunga superiori ai nostri. In buona sostanza, dobbiamo essere sì orgogliosi dei tanti riconoscimenti al nostro Paese, ma stare anche attenti a non sprecare questa ulteriore occasione confidando solo nella nostra buona stella.

Il secondo verdetto epocale dell’ultima sessione del Comitato è costituito dall’inserimento nella Lista del Delta dell’Okavango, in Botswana, uno degli ecosistemi più ricchi del pianeta. Non tanto per le sue peculiarità, ma perché con il sito africano si è raggiunta la fatidica quota mille. Un momento tanto atteso, ma altrettanto temuto in quanto rilancia l’apocalittico dibattito del “mille e non più di mille” (ora sono 1007, per essere precisi). I numeri, a volte, a ben interpretarli, vanno oltre il loro mero significato matematico e assumono valori culturali e simbolici profondi. Mille ha rappresentato un momento importante per la storia dell’uomo e un miraggio per la busta paga degli italiani della prima metà del secolo scorso (e per i giovani di questo inizio secolo), in ambito Unesco può assumere accezioni molto diverse. Per alcuni non è nient’altro che una soglia da oltrepassare, senza particolari esitazioni, per salvaguardare un numero sempre maggiore di capolavori dell’uomo e della natura, un sorta di arca sulla quale imbarcare ogni bene la cui integrità è messa in pericolo, per altri, invece, rappresenta un confine oltre il quale l’ambito riconoscimento rischia di svalutarsi e di perdere credibilità. Un dibattito che, a sua volta, ne innesca un altro: la evidente sproporzione geografica fra siti europei e nord americani, la metà del totale, e tutti gli altri. Un divario, frutto di uno scompenso geopolitico, che si ripercuote in tutte le agenzie delle Nazioni Unite, Unesco inclusa, e che inevitabilmente fa pendere la bilancia verso occidente.

La terza storica decisione assunta dal Comitato Unesco di Doha, anche in questo caso scintilla di infinite polemiche, è stata l’iscrizione del primo sito palestinese: il piccolo villaggio agricolo di Battir, a sud di Gerusalemme. Uno straordinario paesaggio culturale di olivi e viti caratterizzato da terrazzamenti e canalizzazioni di epoca romana, minacciato nella sua integrità dalla costruzione del Muro “di sicurezza” israeliano che taglierebbe in due il villaggio – di cui un terzo si trova già nel territorio annesso unilateralmente da Tel Aviv – e distruggerebbe il suo antico sistema di irrigazione. Una decisione coraggiosa che nasce dalla consapevolezza che la pace si favorisce e si mantiene solo attraverso la conoscenza reciproca e lo scambio culturale fra donne e uomini di popoli ed etnie diverse, anche se i venti di guerra che in questi giorni flagellano Gaza sembrano non tenerne conto.

Israele e Palestina, opinioni e storia

di Fabio Zangara

Per capire il conflitto arabo-israeliano è necessario conoscere la storia. Solamente una riflessione seria e onesta sugli eventi storici ci permetteranno di capire un conflitto che nessuno può vincere.
Dalla metà del XIX secolo nascono, fra i popoli assoggettati alle grandi potenze europee – i maggiori esempi sono Austria e Inghilterra – movimenti che come principale istanza hanno il riconoscimento della propria identità nazionale e la conseguente indipendenza dallo “straniero oppressore”. In questo clima si inserisce in Europa il nazionalismo slavo in contrapposizione al dominio asburgico, mentre in Asia il Guomindang giapponese lotta contro le ingerenze inglesi, francesi, tedesche e statunitensi nel proprio paese. Nella ricerca di un’identità nazionale si inserisce anche il sionismo ottocentesco. In risposta alla mancanza di uno Stato ebraico e alle persecuzioni violente (“pogrom”) che le comunità ebraiche subivano, specialmente nell’est Europa, Theodor Herzl, intellettuale ungherese, nel 1896 pubblica il volume “Lo Stato ebraico”, saggio storico in cui sostiene che l’unica soluzione per la causa ebraica è la costruzione di un proprio stato. Herzl inizialmente ipotizzò l’Argentina come luogo predestinato ad ospitare la nuova casa ebraica; solo successivamente egli scelse la Palestina, in contrasto con i pareri dei laici intellettuali del sionismo storico, fra i quali Leon Pinsker e Moses Hess, che non volevano ricadere nella “melassa della tradizione biblica ultra ortodossa”. L’anno successivo (1897) Herzl convoca a Zurigo il primo congresso dell’Organizzazione sionista mondiale (Wzo) in cui viene deciso il “ritorno a Sion”, da ottenersi attraverso l’emigrazione in Palestina di coloni e l’appoggio delle grandi potenze.
I sionisti europei approdano in una terra, la Palestina, che aveva visto una convivenza secolare e pacifica fra comunità araba ed ebraica ottomana, una realtà storica confermata nel 1947 dalla testimonianza rilasciata allo speciale Comitato delle Nazioni Unite sulla Palestina dell’eminente rabbino Yosef Tzvi Dushinksy. Ma sono due i fattori fondamentali a far degenerare la situazione. La presenza di un nutrito gruppo di estremisti religiosi che professavano l’intenzione di colonizzare la Palestina nella sua integrità, seguendo la loro interpretazione della Bibbia, e di conseguenza cacciare l’arabo da quelle terre. L’altro fattore è il potere economico elevatissimo sul quale il movimento sionista poteva fare affidamento, grazie all’appoggio del Fondo Monetario Ebraico, che raccoglieva finanziamenti da potenti famiglie ebree europee, come ad esempio i Rothschild.
Ma è il 1917 l’anno tragico per la popolazione araba in Palestina: il ministro degli Esteri inglese Arthur Balfour, con la sua famosa Dichiarazione, riconosce esclusivamente ai sionisti il diritto di costruire un proprio Stato, di fatto distruggendo ogni speranza di autodeterminazione della popolazione araba. Nel 1922 l’Inghilterra riceve dalla Società delle Nazioni il mandato per l’amministrazione della Palestina. Sotto l’amministrazione inglese viene istituita la Jewish Agency per promuovere l’economia ebraica e l’esproprio delle terre ai contadini palestinesi tramite l’acquisto di queste dai possidenti stranieri. Vengono quindi sempre di più rafforzati gli intenti della Dichiarazione di Balfour e le dichiarazioni dei maggiori esponenti del Wzo confermarono i timori della comunità araba. Nel 1921 infatti Eder, leader sionista, dichiara: “Ci sarà solo una nazione in Palestina, e sarà quella ebraica. Non ci sarà eguaglianza fra ebrei e arabi, ma vi sarà la predominanza ebraica appena la proporzioni demografiche ce lo permetteranno”, Herzl ammette inoltre di voler “sospingere la popolazione palestinese in miseria oltre le frontiere”. Queste dichiarazioni ispirarono un vero e proprio movimento terrorista sionista con la costituzioni di gruppi armati come lo Stern e Irgun, responsabili di gravi attentati contro ufficiali inglesi e popolazione civile.

Nel 1947 gli Inglesi rinunciano al mandato e cedono la gestione all’Onu, anche perché il territorio stava sempre di più passando sotto l’egida statunitense. L’Onu propone nella Risoluzione 181 uno dei tanti piani di “spartizione” della Palestina: alla popolazione ebraica sarebbe andato il 54% delle terre anche se costituivano solamente il 30% della popolazione presente. Nel frattempo il carattere del movimento sionista non cambia. Ben Gurion il 1 gennaio 1948 scrive: “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia palestinese non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti. Dobbiamo fargli del male senza pietà, altrimenti non sarebbe un’azione efficace”.
Il 14 maggio 1948 nasce lo Stato d’Israele indipendente, che i palestinesi ricordano con Nakba (catastrofe).

Dovrebbe essere chiaro a tutti, in particolare a studiosi, esponenti politici, persone di cultura, che così come è dannoso nascondere o sminuire le responsabilità dei gruppi terroristici arabi, lo stesso deve essere per le golazioni politiche e militari di Israele avvenute nel corso della storia. Omettere fatti e azioni che portarono lo stesso Aharon Cizling, ministro del primo governo d’Israele, a dichiarare: “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti tutta la mia anima ne è turbata”, non ci porterà mai a capire che cosa è accaduto e sta accadendo ancora oggi in quelle terre. Alla luce degli ultimi avvenimenti i propositi e le dichiarazioni di Herzl, Eder e Gurion sono tristemente profetiche, segnali di una profezia avveratasi anche a causa dell’ignoranza storica che ha permeato l’intero decorso della vicenda. Golda Meir dichiarò nel 1969 al The Sunday Times: “Il popolo palestinese non esiste… Quando siamo venuti, noi non li abbiamo cacciati e non abbiamo preso il loro Paese. Essi non esistono”. Per Golda Meir e per chi decise di collocare lo Stato ebraico in Palestina, questa terra era “Terra nullius”, terra di nessuno: gli abitanti della Palestina non venivano considerati, nemmeno come entità numeriche.

La Storia non è pregiudizio ideologico ma conoscenza. Nascondere questi fatti è grave tanto quanto negare l’esistenza dei lager nazisti che uccisero 6 milioni di ebrei.

A Codigoro gli animali hanno di nuovo la loro clinica, ma La Garzaia riapre senza PulciNo

Conto alla rovescia per la riapertura del Cras (Centro di recupero per animali selvatici) La Garzaia di Codigoro che sarà gestito da Lida, l’onlus per i diritti degli animali autorizzata dalla Provincia, proprietaria della struttura, a riprendere l’attività. Il centro è chiuso da marzo, quando la ditta Pulcino di Giuliano Valentini, privata dell’erogazione di denaro provinciale ha ceduto il passo, rinunciando alla gestione per l’impossibilità di occuparsi della manutenzione ritenuta straordinaria rispetto agli impegni assunti con l’ente ferrarese. “Era economicamente insostenibile e non dovuto – spiega con amarezza l’ex responsabile del Cras, il veterinario Luciano Tarricone – Nonostante le segnalazioni sulle emergenze, che vanno dalle gabbie non a norma, alla presenza di amianto da rimuovere, le nostre richieste come le nostre proposte, sono state ignorate. Siamo stati costretti ad assistere molti degli animali nella clinica Benvenuto di Polesella, centro della Provincia di Rovigo, lo abbiamo fatto per la loro salute e per la sicurezza dei volontari che con noi hanno lavorato”. Tutti gli ospiti della Garzaia, soprattutto rapaci, sono tornati liberi a settembre, ma i ricoveri sono proseguiti a Polesella, quando ancora sembrava ci fosse margine per salvare il lavoro di 13 anni.

Anacleto-torna-libero
Un falco liberato prima della chiusura “forzata” della Garzaia

“In termini economici non sono mai andato oltre il rimborso spese, anzi ho partecipato con contributi personali – dice – Il rapporto con la Provincia, in stand by per mesi, ha portato alla decisione finale: lasciare”. Nono nasconde l’amarezza per gli anni di impegno, che ancora gli fruttano numerose richieste di soccorso. “Le difficoltà erano note, mi aspettavo di ricevere la metà del contributo previsto per i Cras, 12 mila euro, senza i quali è impossibile intervenire – spiega – Abbiamo fatto appelli e manifestazioni di ogni tipo, siamo arrivati anche in Rai, ma non è servito a niente. Se il centro di Codigoro è andato in malora non è certo per negligenza di chi vi ha operato”. Impianti di luce e riscaldamento fuori norma, niente servizi igienici, niente derattizzazione, gabbie datate per le necessità di permanenza e recupero. Condizioni inadatte per sostenere un’attività veterinaria come quella richiesta dalle circostanze. Cose risapute, sottolinea il veterinario, ricordando che la permanenza di personale senza una foresteria igienicamente passabile e attrezzata era del tutto impensabile. Nonostante questo, racconta, era garantita la presenza di un operatore per tre mattinate dalle 9 alle ore 12, il ritiro degli animali su chiamata a Codigoro e nella provincia. Fino a marzo, da allora gli animali vengono dirottati alla Lipu.

“I ricoveri li facciamo fino a sabato nella tarda mattinata (9.30 – 12,30 ndr) – spiega il naturalista Davide Tartari di Lipu di Ferrara – Chi è ospite del centro, come ovvio, riceve tutte le cure necessarie sette giorni su sette. Certo fossimo almeno in due i turni sarebbero meno massacranti, ma il momento è difficile e di fondi ce ne sono pochi per far fronte a tutte le esigenze. Ad aiutarmi ci sono i volontari”. Solo in questa prima parte dell’anno, racconta, sono stati ricoverati 1050 animali, il 90 per cento dei quali uccelli a cui si aggiungono piccoli mammiferi, ricci, pipistrelli, volpi. “Settecentoundici sono arrivati dal Comune di Ferrara, più o meno 500 dall’est della provincia, inclusa la zona verso il mare”, conclude.

“La temporanea chiusura della Garzaia ci ha messo in difficoltà – confessa Renato Finco Responsabile P.O. Agricoltura Sostenibile Caccia ed Aree Protette della Provincia – La legge prevede l’esistenza di due centri e si premura di avvantaggiare le associazioni senza scopo di lucro, crediamo dunque di aver risolto grazie a Lida un problema, incluso quello del trasporto degli animali, visto che l’associazione è dotata di ambulanza con servizio veterinario”. Il dottor Francesco Cardarelli di Codigoro, veterinario anche di Lipu, si occuperà dell’assistenza. “Umanamente capisco il dottor Tarricone, ma non c’è mai stato un contratto, non è mai esistita una convenzione, c’è un’autorizzazione rilasciata su richiesta. Quanto al Cras di Codigoro – spiega – ha avuto il parere favorevole dell’ufficio veterinario dell’Ausl”. Tutto in regola, il problema non si pone, così come l’eventuale saldo a compenso di prestazioni veterinarie. “Il contributo di denaro non è obbligatorio, pertanto nel 2013 non è stato dato. Tenunto conto dell’incertezza circa i fondi a nostra disposizione, faccio presente che l’erogazione viene di solito concessa quando si fa attività sul territorio”. E ancora: “In dicembre c’è stata una diffida verso la Pulcino, una richiesta di chiarimenti sulla tenuta dei registri di carico e scarico e più in generale sulla gestione del Cras”.

Tarricone
Luciano Tarricone accudisce un leprotto

Come dire, troppi problemi. La Provincia, interessata a mantenere il Cras nel delta del Po, ha così voltato pagina, ha scelto Lida, il volontariato tout court che garantisce con l’ambulanza in servizio 24 ore su 24 il recupero e l’assistenza degli animali in difficoltà in tutti i Comuni e dal 10 luglio le ha concesso l’autorizzazione per la gestione de ‘La Garzaia’. Due servizi e un gestore, il volontariato ancora una volta arriva là dove il portafogli langue. “Come Provincia non riusciamo a fare di più, in ogni caso abbiamo risolto un problema”, conclude Finco. Una vicenda come tante. Storie di uomini, animali e burocrazia. Passione e mestiere sono ingredienti raramente compatibili con gli ingranaggi amministrativi, soprattutto in tempo di vacche magre. In questo caso, il rapporto pubblico-privato si è rivelato alla stregua di un copione di Antonioni, il regista dell’incomunicabilità.

Giovedì 24 dibattito: Una via d’uscita dalla crisi: proposte concrete per la ripresa economica

“Una via d’uscita dalla crisi: proposte concrete per la ripresa economica” è il titolo del dibattito in programma a Ferrara giovedì 24 luglio alle 21 nella ‘sala della musica’ di via Boccaleone 19, all’interno del chiostro di San Paolo. Parteciperanno gli economisti Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi, autori del volume “La soluzione per l’euro” edito da Hoepli, e Luigi Marattin, assessore al Bilancio del Comune di Ferrara nonché docente di Economia all’Università di Bologna.

L’incontro è stato preceduto nelle settimane scorse da un vivace confronto dialettico che ha trovato spazio sul nostro quotidiano: Cattaneo e Zibordi segnalano la necessità e l’urgenza di una considerevole immissione di liquidità nel sistema (almeno 200 miliardi di euro) per determinare un positivo shock e favorire il rilancio dell’economia. Al riguardo propongono la creazione di certificati di credito fiscale come succedanei di una moneta interna: un ingegnoso compromesso per restare all’interno dell’eurozona recuperando però una sostanziale sovranità monetaria. Marattin manifesta forti riserve, connesse in particolare a paventati rischi di inflazione. Gli interventi precedenti e le analitiche considerazioni dei protagonisti sono consultabili nell’archivio di ferraraitalia [per leggere clicca qua]

Ma anche la stampa nazionale, dopo un primo momento di scarsa considerazione, sta cominciando a riservare spazio al tema. Qua riportiamo i collegamenti a un primo articolo del 2013 del quotidiano economico Il sole 24 ore [leggi], una recente recensione al volume di Cattaneo e Zibordi di Italia oggi (quotidiano anch’esso di matrice economica, principale concorrente editoriale del Sole) [leggi], che mostra molto interesse a quanto espresso. Infine lo sguardo internazionale di Ecomonitor, testata online statunitense specializzata nell’informazione economica che al caso Italia e all’originale soluzione prospettata dedica un approfondimento [leggi]

L’appuntamento di giovedì 24, organizzato da ferraraitalia con il sostegno organizzativo di Gruppo economia Ferrara, Emmaus Ferrara e il patrocinio del Comune di Ferrara, si preannuncia caldo, non solo per questioni climatiche: l’auspicio, dati i temi in discussione, è che al di là delle schermaglie verbali possa prevalere la condivisa volontà di ricerca di una possibile e concreta via di soluzione per la crisi che ci attraversa.

Giverny, l’amato giardino di Monet

È tempo di vacanze, di gite e, per chi può permetterselo, di qualche bel viaggio. Andare in giro per giardini è un modo di viaggiare che mi piace molto e che sicuramente condivido con tutti gli appassionati di giardinaggio. Non c’è video, foto, quadro che possa rendere la fisica tridimensionalità di un giardino. Poco importa se non si è fortunati e pioverà a dirotto il giorno fatidico in cui si varcherà il cancello del luogo dei nostri sogni, soltanto l’esperienza diretta ci permette di capire realmente quali sono i rapporti tra i suoi spazi e il suo contesto. Osservare con attenzione, annusare, camminare con lentezza e curiosità, farsi le proprie foto e magari un appunto scritto su un quadernino, penso che rimanga la miglior scuola di arte dei giardini. Naturalmente queste esperienze dirette possono rivelarsi entusiasmanti tanto quanto deludenti, soprattutto quando si cade nella trappola delle forti aspettative. Un esempio che faccio spesso riguarda uno dei giardini più famosi al mondo, quello di Giverny, creato e dipinto da Claude Monet. Ho potuto visitarlo qualche anno fa e, nonostante la giornata di fine aprile fosse assolutamente perfetta, la compagnia ottima e il giardino straripante di bellezza e di fiori, ogni volta che penso a Giverny ho la sensazione che mi sia mancato qualcosa. Su questo giardino penso che sia stato detto e scritto di tutto. Monet è stato un grandissimo artista, nelle sue lettere scriveva di essere stato consapevole di avere tanto amato dipingere quanto coltivare piante, riconoscendosi solo due talenti: quello di pittore e quello di giardiniere. Monet aveva capito la modernità, o forse l’aveva solo intuita, ma nei suoi comportamenti si riconoscono alcune delle azioni tipiche dei nostri tempi, soprattutto quello che riguarda l’importanza di difendere la paternità delle proprie opere. Nel caso del giardino, Monet non lasciò che altri lo dipingessero, era fondamentale che quel soggetto, in particolare la parte del giardino con lo stagno delle ninfee, fosse riconducibile solo e soltanto al suo nome. Lo stesso Monet lasciò passare una quindicina di anni prima di dipingerlo, perché il paesaggio ha bisogno di tempo per essere compreso. La fusione tra giardino e pittura, che si è realizzata proprio nella persona dell’artista, impedisce oggi qualsiasi forma di sopravvivenza del giardino al di fuori delle tele, quello che vediamo oggi è tutta un’altra cosa, bellissima ma sostanzialmente diversa. Giverny è una miniera d’oro e tutto il lavoro dei giardinieri viene impostato per dare alle migliaia e migliaia di turisti che si mettono in coda davanti al portone, fioriture abbondantissime e percorsi sicuri. Questo significa che a fine aprile non ci siano dei tulipani, ma centinaia di tulipani, di ogni forma e colore, assemblati per ricostruire quella specie di sensazione vibrante che Monet riusciva a mettere sulla tela dipingendo rapidamente un’immagine fatta di luce e colore. L’effetto nella realtà è bellissimo, ma allo stesso tempo spiazzante: la cura estrema del giardino ripaga il prezzo del biglietto, sulle prime si viene rapiti e non si riesce a controllare l’impulso di scattare centinaia di foto, in un secondo momento gira un po’ la testa, perché l’occhio non trova un angolo spento su cui riposare. Il cosiddetto giardino giapponese, dominato dalla superficie acquatica dello stagno delle ninfee, dovrebbe calmare gli animi dalle emozioni del primo giardino e lasciare spazio alla tranquillità dei verdi e dei riflessi della luce sull’acqua. Ho usato il condizionale perché questo giardino negli ultimi vent’anni è stato decisamente modificato. Il colpo d’occhio è quello visto nei quadri, ma lo spazio sembra ristretto. Si mostra per quello che è: un piccolo laghetto dai bordi sinuosi. Monet aveva creato l’illusione di uno spazio più dilatato, lasciando a prato rasato molte delle superfici che bordavano lo stagno, superfici che oggi sono state riempite con fiori e bassi cespugli che servono per impedire ai turisti di cadere in acqua. Una recinzione sarebbe stata ancora più brutta, ma in ogni caso l’effetto complessivo è diverso. Devo ammettere che in questo giardino non ho sentito schiamazzi, ma una processione continua di persone comunque fa rumore, e questo tipo di giardino ha nel silenzio uno dei suoi ingredienti più importanti. In conclusione, ho visto un giardino bellissimo, ho passato una giornata piacevolissima con una cara amica, ma non ho trovato il giardino di Monet. Monet era un vero giardiniere, sapeva che il suo giardino sarebbe stata la sua opera più fragile, ma attraverso le sue tele, lo ha reso immortale.

[Foto di Alessia Albieri]

Ero un bambino

Dove abito non c’è un bel clima ma io sono un bambino: cosa vuoi che me ne importi?
Io voglio giocare e divertirmi.
Fa caldo questo pomeriggio ma è bello stare sulla spiaggia perché la brezza che arriva dal mare ti rinfresca la pelle.
La sabbia, sotto i piedi, scotta moltissimo.
Fa proprio un caldo infernale oggi ma non c’è niente di meglio che una bella partita di pallone in spiaggia per svagarsi un po’ in questa stagione rovente.
I mondiali di calcio saranno anche finiti ma, per noi bambini, ogni partita è come se fosse la finale.
Noi la giochiamo senza portiere, a porta unica: da quella bottiglia a quell’altra.
Abbiamo fatto la conta ed io sono in squadra con Ramez; contro di noi giocano Ahed e Zakaria.
Le squadre sono venute bene perché io ho 9 anni e Ramez 11, la somma delle nostre età fa 20; Zakaria e Ahed hanno 10 anni a testa e la somma fa 20.
Tutti insieme abbiamo 40 anni, una media di 10 anni a testa.
Nella vita apparteniamo tutti alla stessa famiglia, ma nel calcio bisogna schierarsi: due di qua e due di là.
Fa un caldo terribile oggi ma, quando corri sulla sabbia prendendo a calci un pallone, senti soltanto il piacere di sfidare il vento.
E quando corri in questo modo, senti di avere un coraggio ed una forza da leone; quelli che servono per poter andare contro chi ti sembra più forte di te.
Stavamo già uno a zero per noi quando, mentre stavo scartando Zakaria e Ramez mi urlava di passargliela, ho sentito una specie di ruggito…
No, non usciva dalla mia bocca; io non mi ero fatto suggestionare troppo dalla fantasia.
Era un missile!
Li conosciamo bene anche noi bambini.
È passato sopra le nostre teste, sopra la sabbia, sopra la palla, sopra le bottiglie di plastica.
Mi sono messo il pallone sotto il braccio e, senza metterci d’accordo, insieme agli altri abbiamo iniziato a correre come se fossimo tutti della stessa squadra, avessimo appena segnato il gol del pareggio e volessimo tornare in fretta a centrocampo per vincere la partita.
Abbiamo cominciato a scappare verso gli alberghi, verso i giornalisti, verso un tetto sotto il quale ripararsi.
Poi ho sentito un altro ruggito, questa volta assordante e fragoroso quindi dilaniante e doloroso.
Sono inciampato ma ho fatto in tempo a vedere Zakaria, Ahed e Ramez cadere in terra, davanti a me, come se avessero subito un fallo tremendo, una scorrettezza inimmaginabile, una violenza inconcepibile.
Mi ricordo di aver provato a dire: “Rosso, arbitro!”… ma l’unico rosso che ho fatto in tempo a vedere era quello del mio e del loro sangue che bagnava la spiaggia di Gaza.
Mentre la sabbia mi riempiva la bocca ed il mio respiro si faceva sempre più faticoso, ho capito che l’arbitro della vita non avrebbe mai espulso i responsabili di quei falli orrendi e che nessuna punizione, nessun rigore avrebbe potuto più ridarmi il sapore di una corsa contro il vento, il profumo di una risata con gli amici o l’abbraccio fresco del mare.
Ero un bambino e ora sono diventato un piccolo respiro nel vento, uno di quelli che però riesce a far sventolare di più la bandiera della mia gente.
Volevo solo giocare e divertirmi e adesso, che non potrò più farlo, continua a rimanermi il dubbio che abbiate capito, che mi abbiate capito: IO ERO UN BAMBINO!

Ismael Mohammed Bakr di 9 anni, Ahed Atef Bakr di 10 anni, Zakaria Ahed Bakr di 10 anni e Mohammed Ramez Bakr di 11 anni sono stati uccisi da un missile israeliano sulla spiaggia di Gaza il 15 luglio scorso.
Il portavoce militare israeliano Moti Elmoz ha dichiarato: “Per ora posso solo dire che abbiamo attaccato un obiettivo sospetto sulla spiaggia”.
Il presidente Shimon Peres, in un’intervista, si è detto “dispiaciuto” e ha definito la morte dei quattro bambini a Gaza “un incidente”.
Forse un Sms gratuito, inviato poco prima a qualche utente palestinese, ha avvisato del bombardamento in arrivo; così, dietro tale ignobile alibi, gli assassini di Zakaria, Ahed, Ramez e Ismael possono continuare a lavare la propria coscienza, lurida di crimini contro l’umanità.

Israele, Palestina e pregiudizi

Mi ricordo come fosse ieri l’adesivo dell’Olp con la bandiera della Palestina attaccato sullo specchio del bagno, nella mia casa dell’infanzia a Terni, come a marcare un indirizzo politico. Sarà stato il 1978 e io avevo all’incirca 7 anni. Ora, nel 2014, siamo allo stesso punto di partenza: ad ogni recrudescenza del conflitto israelo-palestinese, non si fa altro che riaffermare le proprie convinzioni ideologiche, sventolando la bandiera di preferenza, e scagliarsi gli uni contro gli altri, in una sorta di competizione in cui per vincere bisogna dimostrare a suon di recriminazioni chi sono le vittime e chi i carnefici, quando è evidente che le stragi non hanno colore e che rappresentano una sconfitta per l’intera umanità. Nel suo “Buongiorno” su la Stampa del 17 luglio scorso, Gramellini scrive: “A me non interessa se erano israeliani o palestinesi. A me interessa che erano bambini.” Condivido. E aggiungo che non ci potrà mai essere soluzione ad un conflitto, nessuno, se si fomentano odio e rancore, e che anche noi come occidentali siamo gravemente responsabili se ci facciamo avviluppare in queste spirali “agonistiche”, perché non c’è politica che tenga, non ci sono accordi o trattati duraturi, se a prevalere sono odio e rancore.
Com’è possibile che gli adulti, oggi come ieri, non riescano ad evitare di imporre le proprie convinzioni ai figli, con adesivi, bandiere e quant’altro, come una sorta di lavaggio del cervello? Che non riescano ad esprimere la propria opinione con misura e discrezione, lasciando la possibilità ai giovani di leggere con occhi nuovi la realtà che li circonda, senza dover portare su di sé la zavorra ideologica dei loro padri? La bandiera che vorrei sventolare oggi è quella con scritto “Noi adulti, che abbiamo idee vecchie e antichi rancori, facciamoci da parte… per il bene dei palestinesi, degli israeliani, per il bene dell’umanità.”

Luci e ombre della centrale elettrica

E’ gigantesca l’ombra di Vasco Brondi, e riesce persino a dare realtà al titolo del concerto di mercoledì sera nel cortile del Castello, perché – grazie all’apparato di luci messo a punto da Ferrara sotto le Stelle in questo suggestivo spazio raccolto – la proiezione nera del corpo di lui che canta e balla arriva a coprire quasi tutta la distanza “Tra Ferrara e la luna”, lambendo con la proiezione della sua sagoma scura le pareti interne dell’antico palazzo ducale, su su, fino alla cima di una delle quattro torri. I giochi di riflessi, suggestioni e squarci di luci e ombre, del resto, sono uno dei temi conduttori principali della poetica di questo cantante, cresciuto tra via Ripagrande e viale Krasnodar.

Vasco-Brondi-Le-luci-della-centrale-elettrica-Ferrara-sotto-le-stelle
“Luci della centrale elettrica” nel cortile del castello

Già il suo nome d’arte è un omaggio inedito alla città e ai suoi bagliori meno scontati: “Le luci della centrale elettrica”. Perché il nome del progetto artistico e di lui stesso come cantante – ha spiegato Brondi – deriva da un’attrazione particolare per l’illuminazione ininterrotta del polo chimico. Ancora ragazzino andava ad ammirarla, alla notte, appostato tra i fumi e le nebbie di quella cittadella industriale che brulica nella periferia nord, dove il lavoro e le macchine dominano sulle stagioni e dettano la loro legge al paesaggio.
Il contrasto tra luci e ombre scandisce ogni momento del concerto. Ci sono le luci dei tastini rossi e verdi dei mixer che pulsano accanto al pozzo, sull’acciottolato a spina di pesce del cortile estense; le fiammelle degli accendini, che brillano nella notte insieme alle braci di sigarette accese; i monitor illuminati degli smartphone e degli I-pad con cui i ragazzi scatenati catturano con i loro apparecchi tecnologici pezzettini di questo incontro.

Fan-Vasco-Brondi-Le-luci-della-centrale-elettrica-Ferrara-sotto-le-stelle
Fan di Vasco Brondi a “Ferrara sotto le stelle”

Il concerto è un’occasione di scambio e di ascolto di quei giovani talenti della musica italiana, che restano nell’ombra dei passaggi radiofonici e televisivi e che qui – finalmente – vanno sotto i riflettori. La serata parte subito con un duetto tra Vasco e Rachele Bastreghi dei Baustelle con “Un campo lungo cinematografico”, che racconta “le tue mani gelate, quei passi che abbiamo fatto sulla Luna”, “tra turni diurni e turni notturni e materiali pericolosi”. Poi c’è Levante – la rivelazione – per reinventare il testo di Franco Battiato che invoca “portami lontano a naufragare /via via via da queste sponde /portami lontano sulle onde”. Non manca una canzone che Brondi stesso definisce “un monumento, ma di quei monumenti che non restano immobili, ma scalciano e ballano” che è “Emilia Paranoica” dei Cccp, in versione quasi techno.
Con Dente arriva il brano da cui è presa la frase che dà il titolo al concerto, “40 chilometri”, e che narra un mondo dove “cercasi persone con esperienza lavorativa tra Ferrara e la Luna, /cercasi esperti di marketing e cerco le coordinate nel cielo per ritrovarti”.
Non manca, nel finale, l’omaggio struggente di “La Terra, l’Emilia, la Luna”. Un rimando autobiografico che sa raccontare ancora una volta la precarietà dei nostri giorni e di un’intera generazione, che si affaccia su un mondo di luci e ombre, che invoca “solo quello che mi disorienta/ una cantilena per quelli che dormono in macchina” e “per tutti quelli che sono morti come sono vissuti/ felicemente felicemente felicemente al di sopra dei loro mezzi”. Applausi; luci; ombra. Ferrara sotto le stelle continua.

Le responsabilità dell’Occidente nella deriva bellica in Palestina

di Fabio Zangara

“Essere testimoni della verità”. Questo il concetto cardine delle manifestazioni per la pace in Palestina, che in questi giorni si sono svolte a Ferrara come in tutta Italia. Tra i protagonisti dell’iniziativa di piazza Trento e Trieste di mercoledì, la sezione Anpi “Vittorio Arrigoni” insieme alle associazioni Cittadini del Mondo e Giovani Musulmani Ferrara, Fiom-Cgil Ferrara e a diverse altre associazioni e collettivi studenteschi e culturali della città, tutti concordi nell’associarsi all’appello lanciato a livello internazionale che mira a fermare ogni ostilità fra le parti, stoppare i sanguinosi raid israeliani a Gaza, revocare l’embargo imposto da Israele alla Striscia e imporre il rispetto delle risoluzioni internazionali.
Una esigenza resa ancora più drammatica dalla scioccante notizia, giunta poche ore prima, della strage di quattro bambini palestinesi sulla spiaggia di Gaza dopo un attacco dal mare della Marina israeliana.

La condanna della scelta dell’opzione bellica, da qualsiasi parte essa provenga, è unanime: si tratta di una “guerra che è sopraffazione dell’uomo”, come ha affermato la rappresentante di Emergency Ferrara. Ed è proprio questa decisa presa di posizione ad essere rivolta alle potenze occidentali, che sempre hanno mostrato un atteggiamento di ‘silenzioso appoggio’ allo stato d’Israele, dalla sciagurata dichiarazione di Balfur del 1917 fino alle più recenti azioni di attacco come l’Operazione Piombo fuso (dicembre 2008 – gennaio 2009).

Riferendosi al rapporto fra le potenze occidentali e Israele, un esponente locale della comunità araba si è espresso mercoledì con chiarezza: “L’Occidente rappresenta e ha sempre rappresentato la ‘mano destra’ del governo israeliano. Francia, Germania e Italia sono le maggiori esportatrici di armi verso Israele e in questi ultimi tempi lo Stato israeliano sta diventando anch’esso produttore ed esportatore, grazie agli aiuti finanziari elargiti dai paesi amici e alleati”. Al riguardo, va ricordato il ruolo che l’Inghilterra ebbe nella decisione della creazione di uno Stato ebraico nell’attuale Palestina, in contrasto con le proposte dei più grandi intellettuali ed esponenti del sionismo storico, come Leon Pinsker, che aveva proposto come luogo del futuro stato ebraico una zona sul suolo degli Stati Uniti o della Turchia, o Theodor Herzl che aveva pensato all’Argentina e Moses Hess, filosofo tedesco, che addirittura aveva indicato il canale di Suez, proposta che fu subito rifiutata perché avrebbe infastidito gli interessi della Corona inglese.

Durante la manifestazione si è parlato inoltre del rapporto tra la questione israelo-palestinese e i mass media occidentali. “Nelle testate giornalistiche nazionali italiane è difficile trovare scritto un articolo ‘onesto’ riguardo i fatti politici interni, figuriamoci se c’è onestà intellettuale nel raccontare la questione arabo-israeliana. E’ deprimente vedere il silenzio della stampa statunitense e occidentale riguardo le azioni del governo israeliano, al di là delle azioni militari.” aggiunge il rappresentante della comunità araba ferrarese. I ragazzi della redazione di “Occhio ai media”, da anni impegnati a monitorare i mezzi di informazione, aggiungono che non sempre sono riportate le notizie nella loro integrità e verità; per esempio riguardo “i negoziati di pace, sempre sbilanciati a favore d’Israele, o le azione di embargo che Israele ha imposto alla Striscia di Gaza”, in cui è difficile reperire, per esempio, medicinali e materiali per la costruzione edile.

Edward Said, intellettuale palestinese, definì la questione israelo-palestinese l’ultimo taboo del mondo occidentale e sottolineò il potere dei gruppi di pressione ebraici negli Stati Uniti.
Nel 1992, quando George Bush senior ebbe l’ardire, a pochi mesi da una possibile rielezione, di minacciare Tel Aviv con il blocco di 10 miliardi di dollari in aiuti se non avesse messo freno agli illegali insediamenti ebraici nei Territori Occupati, i lauti finanziamenti dei gruppi di pressione pro-Israele furono devoluti al rivale Bill Clinton e nel conto finale dei voti Bush si trovò con un misero 12% dell’elettorato ebraico contro il 35% che aveva incassato nel 1988.
Altro concetto fondamentale emerso nella manifestazione è l’azione che il cittadino può intraprendere per manifestare il proprio dissenso verso il Governo d’Israele; viene sottolineata l’importanza del boicottaggio dei prodotti delle imprese e ditte israeliane operanti nei territori occupati.

E’ stata più volte ribadita, durante il presidio, l’importanza di una presa di posizione di solidarietà alla resistenza del popolo palestinese da parte delle istituzioni italiane e della comunità ebraica cittadina, a cui sarà inviata una lettera per sottolineare come “il silenzio possa costituire una pesante complicità alle sanguinose azioni di guerra”.

Mercoledì in piazza a Ferrara si è parlato anche di possibili soluzioni, conferendo importanza al concetto di costruzione e non di distruzione. A questo riguardo il rappresentante della Comunità araba dichiara: “Parlare di soluzione in questo momento è una barzelletta. E’ impossibile la convivenza tra un paese ‘extra’ forte e che ha sempre perseguito una politica di aggressivo espansionismo e un popolo che non ha nulla, se non la propria povertà. Se gli Stati continueranno ad appoggiare Israele non si giungerà mai ad una fine positiva del conflitto. Solo quando questi smetteranno di sostenere diplomaticamente ed economicamente lo Stato d’Israele si potrà raggiungere una soluzione”.

Viene messa in luce la ‘possibile soluzione’ di uno stato bi-nazionale, come teorizzato dal professor Edward Said. Una convivenza pacifica tra la comunità ebraica e araba è storicamente confermata dalle parole pronunciate il 16 luglio 1947 dal rabbino Joseph Shufutinsky, che testimoniò come il popolo ebraico e quello palestinese avessero vissuto in armonia, fino all’istituzione dello Stato d’Israele.
La soluzione va costruita con onestà intellettuale degli attuali contendenti e con il rispetto dei trattati Onu che impongono a Israele di rispettare quei confini territoriali che oggi sono ben violati. Una soluzione pacifica che va costruita con la giustizia, non con le bombe e immense sofferenze per le popolazioni civili.

palestina-ferrara
La manifestazione in sostegno della Palestina organizzata a Ferrara