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Cittadinanza attiva e dialogo,
il new deal dei musulmani bolognesi

di Angela Cammarota

Dopo un silenzio durato sei anni la comunità islamica di Bologna si presenta alla città con un volto nuovo, quello di Yassine Lafram 28 anni, e tante idee per abbattere il muro

Di moschee a Bologna ce ne sono almeno dieci e sono sale di preghiera riconosciute formalmente come associazioni. Non ci sono cupole o minareti a segnalare la loro presenza, perché questi centri di culto hanno sede in ex garage, capannoni, appartamenti affittati e gestiti a spese della comunità di fedeli. Stando alle stime di Palazzo d’Accursio sono circa 25mila i musulmani bolognesi. Varcata la soglia di quella che dall’esterno sembra essere soltanto la porta di una vecchia autorimessa si entra a piedi nudi in un luogo sacro a tutti gli effetti. Disseminate sul territorio, queste piccole moschee prendono il nome di “centro culturale islamico”, e sono lo specchio di una comunità multietnica, dove accanto a bangladesi, africani, magrebini, kosovari ci sono anche italiani convertiti alla religione del Profeta, o meglio, secondo l’espressione che loro preferiscono essere chiamati, “ritornati” all’Islam.
Nel 2007 volevano permutare il loro terreno in viale Felsina con uno di proprietà del Comune per costruirci quella che allora fu definita “la grande moschea”, un centro islamico con una serie di servizi annessi. Accantonato quel progetto, la loro sfida oggi è la cittadinanza attiva, la partecipazione diretta alla vita della città partendo dai quartieri nei quali risiedono. Così il centro culturale islamico “Nurul Hidaya”, a due passi da porta San Vitale, contribuisce al decoro urbano di via Torleone; e quello di via Pallavicini aderisce, insieme con altre associazioni, al progetto partecipativo “Bella fuori”, che intende riqualificare il quartiere, partendo dalle richieste dei suoi abitanti.
A parlarne è Yassine Lafram coordinatore della Cib, comunità islamica bolognese, il coordinamento che raggruppa sette delle dieci moschee presenti in città, nato lo scorso giugno per “abbattere il muro di silenzio, superare le divisioni interne e presentarsi difronte alla cittadinanza e alle istituzioni come un corpo unico”. Marocchino d’origine, 28 anni e due figli, ex mediatore culturale al Cie di Bologna e voce del pubblico del programma di La7, “Anno Uno”, Lafram oggi rappresenta la realtà islamica bolognese.

Yassine, perché la Cib ha il tuo volto?

Yassine-Lafram
Yassine Lafram rappresentante della comunità islamica di Bologna

Faccio parte del mondo dell’associazionismo dall’età di 15 anni. Ho iniziato con l’associazione Giovani musulmani d’Italia, dove sono cresciuto, poi un anno fa l’idea del coordinamento. Incontrai tutti i responsabili delle moschee per presentare loro la mia idea. Quindi decidemmo di esporci mediaticamente attraverso un coordinatore invece che di un presidente perché non volevamo che una moschea capeggiasse la altre. Hanno avuto fiducia in me.

Da dove nasce la necessità di un coordinamento tra i centri di cultura islamica bolognesi?
Nasce da una considerazione: è il momento di aprire una nuova pagina con la città. Dopo il fallimento del progetto della “grande moschea” ci siamo chiamati fuori e chiusi in noi stessi. Allora ci furono errori di comunicazione che generarono fraintendimenti, malintesi, tra la comunità musulmana, la cittadinanza e le istituzioni.  I cittadini bolognesi non si sentivano coinvolti in questo progetto. Sembrava quasi che questa moschea fosse calata dall’alto. In quell’occasione la comunità islamica non è stata capace di preparare il terreno per un eventuale dibattito, dimostrando alla città di essere già parte integrante di essa. La richiesta era semplice: pregare in un luogo dignitoso per loro e per la città, non in uno scantinato, un ex appartamento, un capannone, come è la maggior parte dei luoghi di culto dei musulmani oggi. Per questo vogliamo aprire un nuovo canale di comunicazione, capace di essere un punto di riferimento per i musulmani, i cittadini bolognesi, e le istituzioni locali. Vogliamo rivolgerci alla città intera: alla società civile bolognese, ai quartieri, alle associazioni, ai comitati cittadini: ci vogliamo rivolgere veramente a tutti.

In che modo?
Per esempio attraverso incontri di quartiere che possono riavvicinare i musulmani bolognesi ai loro concittadini nativi.

Per esempio?
La moschea di via Torleone contribuisce al mantenimento del decoro della strada, ridipingendo i muri e i portici da scritte e tag. Mentre la moschea di via Pallavicini è stata coinvolta nel progetto di riqualificazione urbana “Bella Fuori” del quartiere San Vitale. Quindi vogliamo raccogliere queste buone prassi e condividerle con le nostre altre realtà. Cercare di far tesoro di queste esperienze, esaltarle, metterle alla luce del sole. Sui mezzi d’informazione le buone notizie fanno fatica a circolare, ci impegniamo noi a farlo, a informare direttamente i cittadini perché le nostre moschee non restino isolate e percepite come fonte di disagio o degrado per il quartiere, al contrario vogliamo farne un faro.

Quindi il progetto della “grande moschea” è abbandonato o accantonato?
Se vuoi creare una moschea, ma hai dalla tua parte solo il Comune e il resto della città è contro di te, non ha senso che tu vada avanti. Per questo noi oggi non vogliamo costruire dei muri ma formare persone, una comunità islamica sempre più integrata sempre più bolognese, sempre più cittadina, che abbia un forte senso civico, e abbia a cuore il bene comune, il benessere di questa città. Questo è il punto cruciale su cui poggia la Cib. Il coordinamento nasce appunto per ricucire i rapporti con la città, riaprire quella pagina che è stata chiusa sette anni fa. La moschea non ci interessa, è un discorso passato.

Su questo punto siete tutti d’accordo?
Sì. Certo sarebbe ipocrita dire che le condizioni dei nostri luoghi di preghiera siano perfette. Nessuno di noi è contento di pregare in uno scantinato, ma questa è la situazione attuale, il dato di fatto. Tutti noi vorremmo incontrarci in un ambiente dignitoso, non chiediamo la moschea con il minareto e la cupola, ma luoghi alla luce del sole, non nascosti, o relegati in zone industriali. Potrebbe essere un discorso che si riaprirà, ma non adesso, più avanti, ora non rappresenta la nostra priorità. La mia intenzione come coordinatore è quella di aiutare almeno le moschee esistenti a sistemare le proprie carte: gli statuti, l’atto costitutivo, quindi migliorare la loro situazione attuale.

Quanto costa a un’associazione la gestione dei locali?
La moschea di via Pallavicini, per esempio, ci costa mensilmente 5mila euro circa. L’ultima ristrutturazione, invece circa 8mila euro: abbiamo dovuto acquistare tappeti nuovi, imbiancare le pareti esterne, sistemare un po’ di buche. Poi lì abbiamo un problema di risparmio energetico, per cui abbiamo dovuto mettere un parquet in laminato con tre strati di isolante termico. Noi siamo una comunità operaia, gente che lavora nelle fabbriche con uno stipendio che rasenta i 1200 euro al mese, tutto quello che abbiamo realizzato è stato grazie al contributo economico e professionale dei nostri lavoratori.

Il vostro terreno di via Felsina è stato da poco bonificato proprio con un progetto di cittadinanza attiva. Pensate di utilizzarlo in qualche modo?
Stiamo ragionando su che cosa se ne potrebbe fare in futuro, di certo non ci costruiremo una moschea, perché non ne ha le condizioni. Ci siamo detti: “intanto sistemiamolo, rendiamolo decoroso”.

Yassine, qual è la tua sfida per l’integrazione?
Bisogna ripartire dai nuovi cittadini perché fra noi ci sono italiani e bolognesi perchè pagano le tasse, ma stranieri di fatto perché non viene riconosciuta la loro appartenenza al territorio che vivono. Gli immigrati non sono ospiti. I ragazzi di seconda generazione, per esempio, sono cittadini a pieno titolo, che vanno riconosciuti come tali. Quando si parla di giovani bisogna pensare anche a loro, come quando si parla della popolazione bolognese bisogna considerare anche quelle migliaia di immigrati che hanno scelto Bologna come città.
Considera che mia madre è cittadina italiana perché lavora, versa i contributi. Io che
ho scelto di studiare, che ho frequentato l’università e ho iniziato a lavorare tardi, sono stato penalizzato, di fatto sono meno cittadino italiano di lei. Ma mia madre non parla italiano come me, non conosce l’Italia come la conosco io, non ha le chiavi della città, come noi di seconda generazione, che però non abbiamo diritto neanche al voto amministrativo. È da qui che Bologna deve ripartire.

Dove vai se la banana
non ce l’hai

Ho atteso -invano- che qualche autorità, ente, associazione, singolo cittadino, un giornalista sportivo esprimessero, a Ferrara, uno straccio di opinione sulle incredibili vicende dell’ormai -a detta di tanti- impresentabile candidato alla presidenza Fgci, Carlo Tavecchio. Fiumi d’inchiostro e tantissime dichiarazioni prima di incredulità poi di condanna hanno stigmatizzato le ripetute gaffes del Nostro. Persino la Fifa ha chiesto chiarimenti. Molte società calcistiche , le associazioni dei calciatori ed allenatori, intellettuali, hanno manifestato la propria indignazione per dichiarazioni irresponsabili che oggettivamente incentivano fenomeni di discriminazione razziali.
Anche il Coni ha fatto capire a Tavecchio che non è il caso di insistere sulla sua candidatura. E Ferrara? Rien de rien. La città è preda di nebbie sempre più spesse. Siamo stati puntualmente informati delle gesta dei nostri eroi domenicali e degli angoscianti interrogativi che ci tolgono il sonno; 4-4-2 o meglio il 3-4-3? Nessuno che abbia chiesto al mondo sportivo ferrarese , all’assessore allo Sport e sopratutto alla Spal cosa ne pensavano e come ci si schierava nella assemblea di Lega Pro. Purtroppo ora sappiamo come è andata: la società biancazzurra si è unita al carrozzone pro Tav(ecchio) sostenendo dirigenti che sono da decenni incollati col mastice alle loro poltrone (magari strepitano contro quei politici che non “mollano mai”) e sono i responsabili della crisi del calcio italiano sempre più ai margini in Europa e nel mondo. Delle scelte sciagurate di costoro hanno soprattutto sofferto proprio la serie C (uno e due) -un inferno calcistico- ed i settori giovanili.
Cosa sperino che cambi con Tavecchio e Macalli (alle prese con la magistratura per vicende calcistiche) i Colombarini, gente seria e onesta a cui Ferrara deve gratitudine, è un mistero. Qualcuno in cerca di giustificazioni per conservare lo statu quo sostiene che è una lotta di potere tra società impegnate solo nella difesa di gretti interessi. Se cosi cari signori il calcio, lo sport, i suoi valori bla-bla… sono finiti. E se credo ancora in quei valori e voglio che si affermino su Optì Pobà mangiatore a tradimento di banane non posso glissare fingendo di non aver sentito.
L’altra obiezione forte che si propina ai gonzi (sempre meno) è che lo sport è autonomo. Una stupidaggine che la storia smentisce da sempre. Fatti? Le olimpiadi di Berlino nel 1936 volute da Hitler furono prima di tutto una manifestazione politica per mostrare la “forza” della Germania e la possanza della “razza Ariana”. Mussolini ai campionati del mondo di calcio nel ’34 e nel ’38 impose agli atleti il saluto fascista. I generali golpisti, Videla in testa si pavoneggiarono ai mondiali del ’78 vinti dall’Argentina. Chi non rammenta le epiche sfide tra Urss e Usa , tra Germania dell’Est e dell’Ovest che dallo sport cercavano una primazia che voleva essere anche di sistemi. Persino la Primavera di Praga trovò nella sfida di Hockey tra Urss e Cecoslovacchia (vinta da quest’ultima) una spinta verso il cambiamento poi tragicamente soffocato.
E’ risaputo, per venire a tempi più recenti che i mondiali in Brasile e le prossime Olimpiadi sono state volute da un governo traballante che puntava alla vittoria dei carioca per sperare di sopravvivere. E da noi? Nel Bel Paese? Beh, il monarchico Lauro vide sempre nel Napoli una protesi elettorale. Il duo Andreotti / Evangelisti usarono ed abusarono politicamente della loro “fede” romanista. Lo stesso Berlusconi “sperava che le vittorie rossonere gli portassero qualche voto in più.” E si potrebbe continuare smentendo l’ipocrisia dello sport “autonomo dalla politica”. Del resto quando un evento coinvolge milioni di persone, se non miliardi, è impensabile che non diventi un fatto politico, un dato culturale, di costume, economico, espressione di popoli talvolta avversi l’un contro l’altro, o anche solo collocati a nord o sud del pianeta. Mi dolgo dell’insensibilità della mia città su questi ed altri argomenti. Alberto Sordi canta nel film Polvere di Stelle “dove vai se la banana non ce l’hai”. Le sortite dell’impresentabile Tavecchio rischiano che nei prossimi campionati di A, B, e C che i fruttivendoli vengano presi d’assalto prima delle partite per far partire dopo il classico buu… il lancio delle banane. Prossimo sport olimpico.

L’omaggio di Vienna a Michelangelo Antonioni

di Maria Cristina Nascosi Sandri

Senza di loro il Cinema non si sarebbe chiamato, forse, cinema. Parafrasando au rebours lo Shakespeare di Romeo and Juliet e di “una rosa sarebbe sempre una rosa, pur con un altro nome”, piace qui ricordare l’anniversario della scomparsa di due giganti della cinematografia di ogni tempo, due autentici intellettuali e, come tali, due antesignani a tutto tondo, dalla cultura davvero sconfinata: Michelangelo Antonioni ed Ingmar Bergman, mancati a poche ore di distanza l’uno dall’altro, il 30 luglio 2007.
Risale a dieci anni fa la fine della carriera su pellicola di Antonioni: sono, infatti, del 2004 l’episodio da lui diretto, Il filo pericoloso delle cose (uno dei tre del film collettaneo Eros, gli altri due registi erano Steven Soderbergh e Wong Kar-Wai) ed il corto Lo sguardo di Michelangelo (rarefazione visiva, specie di sublime testamento spirituale che prevale sui suoni, sui rumori), ma immortali rimarranno i suoi insegnamenti sulla Settima arte come tali saranno, mutatis mutandis, quelli di Bergman.
La musica, in tutte le sue pellicole, è sempre stata per Antonioni elemento di grande passione, ricerca, sperimentazione, essenziale eppure mai ‘coprente’ l’immagine, l’inquadratura, mai prevalente.
Per più di un decennio, dal corto N.U. Nettezza Urbana, del 1948 e dal suo primo lungometraggio, Cronaca di un amore, del 1950, Antonioni lavora con Giovanni Fusco, ottimo musicista, anche lui aperto alle sperimentazioni.
Poi, casualmente, la loro collaborazione ha una battuta d’arresto: Giorgio Gaslini, grande jazzista, musicista, compositore, mancato pochi giorni fa, una sera del 1961, dona, per riconoscenza e stima a Marcello Mastroianni, un suo nuovo disco jazz di estrema d’avanguardia intitolato Tempo e relazione, forse primo esempio di jazz europeo. Inconsapevolmente ma non troppo, Mastroianni lo ‘passa’ la sera stessa ad Antonioni, con cui stava girando le prime scene de La notte.
Così il regista lasciò temporaneamente, per una ‘parentesi’, Giovanni Fusco, autore di impronta romana, e scelse Gaslini per l’ambientazione e l’atmosfera tutta milanese di questo suo film, dopo avergli telefonato una domenica mattina, chiedendogli di ascoltare tutto quanto il musicista aveva scritto fino ad allora – come narra lo stesso Gaslini in una vecchia intervista, aggiungendo: “E’ stato un grande artista. E la vita ha voluto che lo incontrassi. Probabilmente senza di lui non avrei mai intrapreso la parte di carriera che ha riguardato il cinema. Non sapevo che quel film sarebbe stato un capolavoro e che la mia musica avrebbe vinto il Nastro d’Argento”. Gaslini ha scritto, nel tempo, colonne sonore per 42 film.

Vienna in questi giorni, e fino al 17 agosto, rende omaggio ad Antonioni con una mostra fotografica su Blow up all’Albertina di Vienna [vedi], una delle più grandi raccolte mondiali di grafica.
Il cult-movie, girato nel 1966, ha immortalato per sempre la swinging London: precursore anche in questo caso, il regista ferrarese ha coniugato in contemporanea cinema e fotografia, arte e moda (specchio dei tempi), rendendo il testo filmico una pietra miliare, un classico per sempre, insuperato ed imitato.
In mostra, autori come David Bailey – il più ‘celebrato’ nel film – Terence Donovan, Richard Hamilton, John Hilliard, Don McCullin, Ian Stephenson, John Stezaker e molti altri.
Presenti, inoltre, le famose foto di Blow-Up di una coppia di amanti ripresi in Maryon Park dal protagonista del film che ritiene di aver ‘documentato’, per caso, con queste foto, un omicidio che ‘tuttavia’ non ‘rivelano’ un cadavere.
Le immagini ed il loro doppio – in questo caso, come direbbe Antonin Artaud – descrivono una ambivalenza/ambiguità del tutto e del niente, nella loro rappresentazione vero/fittizia, insegnamenti che son divenuti retaggio imprescindibile per i fotografi contemporanei.
E come direbbe Michelangelo: “L’assoluta misteriosa realtà che nessuno vedrà mai – come le nuvole, metafora di vita, da sempre rappresentano una perenne ricerca di quanto sta oltre le cose e le immagini”.

Mecenate mecenate…

Visionario e/o mecenate? Anche in Italia si può, alla fine… e per ottenere risultati, in questo nostro Paese allo sbando, bisogna essere un po’ visionari…
E noi siamo contenti, ci congratuliamo con chi ha saputo esserlo. Non ci interessano le motivazioni, poco importa che il governo abbia ottenuto la fiducia in Senato sul decreto cultura e che il provvedimento, già approvato alla Camera, sia oggi legge e includa misure come l’“art bonus”, un credito d’imposta del 65 per cento per le donazioni dei mecenati. Anzi, ce ne felicitiamo. Se questo era il motore, la chiave giusta di svolta, ben venga. Soddisfatti, poi, che a capirlo sia stato un ferrarese. Di colpo (e finalmente) si abbattono due barriere che, per troppo tempo, hanno monopolizzato il dibattito (sterile) italiano: quella del rapporto tra pubblico e privato, e quella della separazione tra tutela e valorizzazione. Felicitazioni, dunque!
Non si può fare un torto a un privato e “giudicarlo” se vuole recuperare parte di quanto investe per la cultura. L’importante è che lo faccia, visto che le nostre istituzioni, ormai, non hanno mezzi, forza e soprattutto vera volontà di farlo. La bellezza ci salverà…

mecenate-mecenate
Diego Della Valle, patron della Tod’s e sponsor del restauro

Certo, perché, dopo mille polemiche, si è conclusa, il 29 luglio, la prima fase del restauro finanziato da Tod’s. Tornano a splendere le arcate del Colosseo, tornano alla loro bellezza originaria i primi cinque archi dell’Anfiteatro Flavio, simbolo di Roma nel mondo. Diego Della Valle, patron della Tod’s e sponsor del restauro.
Un mecenate, degno erede del primo Gaio Clinio Mecenate, cavaliere romano influente consigliere di Ottaviano Augusto, e di Lorenzo de’ Medici, munifici protettori e benefattori di poeti e artisti.

L’ambizioso progetto di far tornare il Colosseo a com’era nell’80 d.C. (quando fu inaugurato dall’Imperatore Tito) raggiunge un primo traguardo ma il completamento dell’opera, finanziato con ben 25 milioni di euro, è previsto per il 2016.
Lo splendido e amato monumento, oggi, torna a risplendere con quelli che furono, secoli fa, i suoi bellissimi colori naturali: giallo, ocra, miele e avorio.
Per rimuovere i depositi e le croste nere di smog e altri detriti sedimentati negli anni, i restauratori hanno utilizzato procedure ad hoc per non intaccare il materiale lapideo: acqua nebulizzata a temperatura ambiente, senza aggiunta di solventi. Gli operai nei giorni scorsi avevano smantellato le impalcature, restituendo ai romani e soprattutto ai turisti una porzione completamente restaurata delle arcate.
Al restauro hanno contribuito le migliori professionalità del nostro Paese, dagli archeologi agli architetti, dagli ingegneri ai restauratori, fino agli operai specializzati.
Commentando l’avanzamento dei lavori, Della Valle ha affermato che “l’operazione Colosseo abbia aperto una strada che ha permesso, anche sotto una sfaccettatura legale, di leggere ciò che si può fare. Tutti quelli che vogliono investire per sostenere il grande patrimonio culturale possono farlo con più ‘facilita’ e hanno meno alibi per non farlo”. L’imprenditore si è, poi, augurato che “che molti altri imprenditori si attivino per i monumenti messi a posto. Mi farò carico di chiamare amici imprenditori per destinare parte dei loro utili a queste cose”.
Pecunia non olet, quindi, lasciatemelo dire, e qui ancora meno…

IL PROGETTO DI RESTAURO
Il progetto, presentato al Ministero per i Beni e le Attività Culturali nel 2011, prevede il restauro del prospetto settentrionale e meridionale del monumento, compresa la realizzazione di nuove cancellate al primo ordine; il restauro dei sotterranei (ipogei) e degli ambulacri; l’integrazione degli impianti; la realizzazione di un centro servizi che consenta di portare in esterno le attività di supporto alla visita, che sono attualmente all’interno del monumento. Recentemente, Della Valle ha anche annunciato che l’associazione no-profit “amici del Colosseo” è costituita e inizierà a funzionare dai primi di settembre». Si sta individuando il luogo adatto per posizionare il centro di accoglienza che servirà alle persone anziane, ai disabili e a chi vuole informazioni sul monumento.

La scuola, la cultura
e “i provvedimenti”

Emergo da giornate scandite da noiosi e falsi pettegolezzi cittadini riguardanti “il culturame” come ormai sembra ridotta la riflessione sulla cultura e sulla sua distribuzione nel nostro Paese con due -per me- straordinarie consolazioni: ho trovato al Mercatino del libro un volume che inseguivo da anni: Uomini e topi di John Steinbeck nella traduzione di Cesare Pavese e l’articolo su “La Repubblica” del 31 luglio 2014 del sommo Arbasino sulla mostra americana del Futurismo di cui parlammo al Gramsci ferrarese Cecilia Vicentini ed io nella serie dedicata alla Grande Guerra. L’incantevole e straordinario scrittore tra i pochi veri Maestri sulla scena italiana riporta gustose filastrocche futuriste di cui una almeno per me memorabile tratta dall’ “Almanacco Purgativo 1914” compilato da Papini e Soffici al tempo della mostra fiorentina della Pittura Futurista del 1913. Straordinaria questa dedicata a Firenze (e che con amara ironia ha per me ancora sapore di scandalosa verità):
E’ Firenze quella cosa / Dove tutto sa di muffa / Tutto vive sulla truffa (“Movimento forastier)

Pensiero da mettere in meritato rapporto con le dichiarazioni di Antonio Natali direttore degli Uffizi a proposito del “Museo di Massa” di cui parlerò in altra occasione a proposito della contestata riforma proposta dal Mibact.
Altre perle su “La Repubblica”: la strepitosa autodifesa di Guido Ceronetti a proposito della lingua italiana nell’articolo Confessione di uno scrittore semiriuscito.
Incantevole l’analisi dell’uso di un modo di dire oltremodo in uso ora e linguisticamente sbagliato Riflette Ceronetti: “E ad ogni ‘piuttosto che’ al posto di ‘oppure’ ho sintomi di reflusso, ma ho un riparo forte come la morte: la tranquillità d’animo di un dovere perfettamente compiuto.”

A proposito di questo brutto e sbagliato modo di dire in un discorso di un politico locale ne ho contati tre di ‘piuttosto che’ al posto di ‘oppure’ nel giro di una dichiarazione di non più di 50 secondi. E’ dunque giusto difendere l’uso della lingua italiana?
Si chiede ancora Ceronetti: “Ma allora: che non sia ancora sepolta del tutto nelle discariche questa mia disperata lingua italiana?” Occorre dunque procedere a difendere e soprattutto a insegnare la lingua e la cultura italiana.

Risponde al proposito, sempre sullo stesso numero di La Repubblica, Piero Boitani l’ammiratissimo filologo a cui si devono analisi straordinarie del mondo classico e di Dante in un articolo che si titola: Verso la rottamazione: Boitani descrive una situazione che io stesso ho sperimentato due o tre anni prima di lui ovvero l’uscita dall’Accademia in anticipo rispetto agli anni concessi e che ora sembrano ridotti a 65 o 68 anni per i professori universitari (ma proprio ieri si è bocciata questa soluzione non essendovi la garanzia finanziaria!!!). Anch’io come Boitani credevo che questa volontaria anticipazione desse il modo di lasciar spazio ai giovani. Inutile e vana speranza. Così conclude il grande studioso: “Non si sa da chi gli studenti che non si possono permettere di studiare all’estero andranno a lezione dopo questa intelligente epurazione. Quanto ai professori vecchi e dementi, lasceranno l’Università senza rimpianti: non hanno avuto molto da essa negli ultimi quarant’anni”. E l’amara conclusione: “E’ un peccato che un governo nel quale il 40,8% degli italiani riponeva la fiducia due mesi fa racconti menzogne come i precedenti. Dica che lo fa per far cassa, come già Tremonti, il quale tagliò ai professori stipendi e liquidazioni (con la cultura, del resto, non si mangia nevvero?) che per inciso non sono mai stati reintegrati”.
Tutto questo conclude Boitani “non ha nulla a che fare con lo svecchiamento dell’Università. Vecchi, dementi, poveri e gabbati: non si faranno accompagnare dai nipoti a votare per Giannini, Padoan, Renzi”

Non male vero?

Il cucchiaino scomparso

Può la tavola periodica degli elementi incontrare la mano sinistra? Le emozioni, la passione, il coinvolgimento? Pare proprio di sì. Perché, fuori dalla scuola, puoi scoprire che anche la scienza ha un’anima, le sue debolezze e può perfino incuriosire, quasi intrigare. Goethe e Mark Twain ne avevano una particolare attrazione, una soddisfazione estetica per la sua regolarità, per le sue ripetizioni ricche di variazioni come una fuga di Bach.
E tuttavia la bellezza della tavola non è solo astrazione. Essa ha ispirato l’arte in tutte le sue forme. L’oro, l’argento e il platino sono di per sé gradevoli da contemplare. Gli elementi hanno un ruolo importante nel moderno design e nella produzione degli oggetti belli che rendono piacevole la vita.
Nella storia della tavola periodica ci sta anche la mitica Parker 51 per via del pennino al rutenio.
Ancora, quel certo pizzico di sale che a volte manca ad alcuni cervelli si ricava dal litio, con il quale sono state curate le stravaganze di diversi artisti a partire dalla follia del poeta americano Robert Lowell.
Il cucchiaino scomparso di Sam Kean (Adelphi) è la dimostrazione che la chimica può essere compresa e non solo imparata a memoria. Offre l’opportunità di guardare a questa materia con occhi altri da quelli a cui ti costringe la scuola con la spada di Damocle delle interrogazioni.
Già Primo Levi, chimico, si era misurato con la tavola di Mendeleev nel suo Sistema periodico al quale lo stesso Kean dichiara di ispirarsi. Ma la narrazione di Sam Kean, è proprio il caso di dirlo, produce reazioni a catena. Un grande romanzo della Chimica non privo di colpi di scena. Un affascinante libro che, come ha scritto Odifreddi, dovrebbe essere letto dai molti che della chimica sanno una cosa sola: che c’è.
La tavola periodica, come la vede Kean, è un castello con due torri asimmetriche. Al castello si accede seguendo la mappa che conduce alle singole stanze, ognuna occupata da uno dei centododici elementi presenti in natura e non solo. Per ognuno di loro Sam Kean ne ha delle belle da raccontare.
I gas nobili sono incorruttibili e perfetti, gli atomi creature conformiste e prive di immaginazione, gli evanescenti e capricciosi elettroni se ne vanno di casa a caccia di vicini più interessanti.
Il pianeta Giove è un impostore, perché in realtà è una stella mancata. Il mito di re Mida, che lo stesso Ovidio con le sue Metamorfosi contribuì ad alimentare, non è altro che una patacca di ottone. Il tocco di Mida, con buona probabilità, era solo dovuto alle quantità di zinco della Frigia, metallo che gli accidenti della geografia gli avevano fatto trovare in grande abbondanza nel suo angolo di Asia Minore.
Così come dietro all’Eldorado e alle leggende sulla corsa all’oro ci sta «l’oro degli sciocchi» che splende ancora di più dell’oro vero: la pirite, disolfuro di ferro.
L’ignoranza della proprietà degli elementi ci rende dei perfetti allocchi. Come gli spettatori esterrefatti di fronte allo svanire nel tè del cucchiaino di gallio, metallo malleabile e di colore argenteo simile all’allumino, ma che al solo contatto del calore della mano si scioglie.
L’eka-alluminio, oggi chiamato gallio, solleva una domanda di fondo: che cosa fa realmente progredire la scienza, le teorie che inquadrano la nostra visione del mondo o gli esperimenti, il più semplice dei quali può demolire la più elegante delle teorie?
«È la teoria che decide ciò che possiamo osservare» ebbe a dire una volta Albert Einstein. Alla fine della storia, è probabilmente impossibile capire quale delle due facce della medaglia, teoria o esperimento, abbia maggiormente contribuito al progresso della scienza.
Sappiamo che sbagliare non sempre porta a conseguenze disastrose. La gomma vulcanizzata, la penicillina e il teflon sono tutte scoperte figlie di errori. Ritrovamenti casuali ed errori accidentali hanno spinto in avanti la scienza per tutto il corso della storia.
Gli studi più avanzati nel campo dell’intelligenza artificiale sembrano indicare che un chip al silicio potrebbe egregiamente sostituire un nostro neurone, ma se la storia sessant’anni fa avesse preso una piega diversa, favorendo lo sfortunato germanio anziché il silicio, oggi tutti parlerebbero della celebre Germanium Valley dalle parti di San Francisco.
La prerogativa degli elementi è che esistono e basta, né creati né distrutti. Secondo i calcoli di un fisico, dieci minuti dopo il big bang tutta la materia conosciuta era già presente.
Ma c’è un’altra faccia, la più inquietante, ed è che gli elementi da sempre hanno servito e scatenato guerre.
Che Niobe e Tantalo, vittime eccellenti dell’ira degli dei, possano aver a che fare con il nostro cellulare, forse nessuno di noi l’avrebbe sospettato. È difficile da credere, eppure da loro discendono i nomi del tantalio e del niobio, elementi senza i quali i nostri cellulari non esisterebbero, ma il cui possesso fa sì che i nostri telefonini grondino sangue. Il controllo dei giacimenti di coltan, miscela complessa di minerali di tantalio e niobio, è all’origine del più spregevole saccheggio, del peggiore macello dai tempi della seconda guerra mondiale. A partire dalla metà degli anni Novanta, guerre e guerriglie nella Repubblica Democratica del Congo, che detiene il 60% delle riserve mondiali, hanno mietuto più di cinque milioni di vittime.
Insomma, un altro prezioso libro da leggere, un’altra intelligente narrazione che fa della storia della scienza un ipertesto tutto da scoprire.

“Noi in Palestina, testimoni
del razzismo di Israele”

di Andrea Pinna

Continuano ad arrivare notizie gravissime sull’attacco militare indiscriminato da parte di Israele contro la popolazione civile palestinese di Gaza (iniziato l’8 luglio), mentre cerco di mettere ordine negli appunti frutto di un lungo colloquio con due giovani ferraresi, di ritorno da un viaggio in Israele e nei territori occupati della Palestina.

Jenin, Nablus, Ramallah, Hebron, Turkalem sono nomi di città palestinesi che ricorrono nel racconto dei miei interlocutori; nelle storie di quotidiane angherie, soprusi, umiliazioni, subiti dalla popolazione palestinese che vive sotto l’occupazione militare israeliana da oltre 50 anni. Il razzismo e il disprezzo dei coloni – loro stessi testimonianza vivente delle violazioni sistematiche dello Stato sionista rispetto ai deliberati dell’Onu – verso le comunità palestinesi, racconti che, per la mia generazione, rimandano alla condizione della popolazione nera nel Sud Africa dell’apartheid, ufficialmente introdotto nel 1948. Con due sostanziali differenze: il regime segregazionista sud africano (espressione della minoranza bianca, 14% ) viveva, almeno dal 1968 nell’isolamento internazionale e nell’embargo frutto della condanna dell’Onu (cui, è da evidenziarlo, non si associava il governo d’Israele); la maggioranza oppressa dei coloured – e questa è l’altra differenza importante – aveva una guida unita e lungimirante espressa dall’Anc e (benché a lungo detenuto) da una figura di statura internazionale quale Nelson Mandela che fu liberato solo nel 1990, dopo 27 anni di detenzione.

La “questione palestinese” – lo sottolineano con forza i miei interlocutori – non ha connotati religiosi (d’altronde cristiani, ebrei e musulmani da sempre caratterizzano la società interrazziale, interetnica e interreligiosa di quella terra), ma è un conflitto squisitamente politico. La stessa pretesa di Israele di definirsi come Stato ebraico, rimanda all’ identità religiosa e razziale, a una giustificazione storico-religiosa, di per sé pericolosa ed opinabile, di un diritto storico degli Ebrei (e solo di essi) di abitare quella terra. In realtà oggi Israele che, in base alla “legge del ritorno” concede ad ogni ebreo a prescindere dal paese di provenienza, la cittadinanza israeliana e molteplici facilitazioni per integrarsi nella nuova società, è abitato da ebrei provenienti da ogni angolo del mondo che non condividono né la lingua, né radici culturali, ma solo la religione e un nemico comune. Tuttavia solo il 40% dei 13 milioni di ebrei nel mondo, ha preso residenza in Israele. Oggi, di fatto, Israele che ama presentarsi al mondo come l’unica democrazia dell’area, è uno Stato razzista, iperarmato (anche di ordigni atomici), che pratica sfacciatamente l’apartheid, che viola quotidianamente la legalità internazionale, che gode della protezione incondizionata degli USA e del mainstream politico e mediatico occidentale, che ricatta tutto e tutti con la scusa del “terrorismo”: ieri di Arafat, oggi di Hamas, domani di qualunque altra sigla, per mettere a tacere il diritto degli oppressi a ribellarsi contro gli oppressori.

Contro questo stato di cose, mi dicono i due amici nella loro testimonianza e pur nell’estrema complessità del contesto, esistono anche nell’avvelenata società israeliana voci e forze (se pur minoritarie, discriminate, segnate come traditori) che si oppongono, che testimoniano, che agiscono contro la società dell’apartheid. Sia costoro, sia i palestinesi, sia i cooperanti dell’ISM (International Solidarity Movement), sia gli ex-militari di Breacking the Silence (Rompere il silenzio) ci chiedono una solidarietà fattiva: “parlate e spiegate quello che avete visto; boicottate e fate boicottare i prodotti e il business che provengono dalle zone occupate illegalmente; contrastate gli inviti, gemellaggi, convegni accademici, che provengano dall’establishment israeliano; fate sapere al mondo che il Tribunale internazionale dell’Aja ha sentenziato sull’illegalità del Muro, oltre settecento km.che corrono dentro i territori palestinesi e che non serve a proteggere “contro il terrorismo”, bensì ad estendere – anche tramite insediamenti illegali di coloni e dei presidi militari “a loro difesa” – i confini della “Grande Israele” e che è causa, tra le molte, di sofferenze inaudite degli affetti, di scuole ed ospedali che non si raggiungono in tempo, di case costruite col sudore e le mani dei nativi e che vengono demolite in pochi attimi dalle ruspe dell’esercito occupante…”

Faccio fatica ad appuntarmi i mille esempi di vita sofferta, di dignità calpestata (quattro diversi tipi di carte d’identità rilasciate dall’occupante ai palestinesi, per frantumarne la convinzione di essere un unico popolo), ma anche la solidarietà degli Internazionali (l’Ism) che accompagnano a scuola i piccoli palestinesi cercando di rendergli meno penosi i tanti check -point che rendono la scuola un miraggio, degli israeliani oppositori dell’oppressione sionista che – impegnandosi nelle numerose ong contro le discriminazioni e l’apartheid – perdono di colpo status e diritti, lavoro e reddito, assumendo una condizione molto simile a quella dei profughi e degli esuli.

Paradigmatica della condizione dei palestinesi sotto occupazione, sottolineano i miei intervistati, è quella nella città di Hebron ( ove vivono non più di 400 coloni “protetti” da 4.000 soldati) ove si viene visivamente incuriositi dalle reti appese sopra le strade della Città vecchia per impedire che i pedoni palestinesi – spiegano cooperanti che li accompagnano – siano investiti dai rifiuti che i coloni israeliani gettano dai loro appartamenti ; non è certo la peggiore delle vessazioni, ma è un simbolo immediatamente visibile del disprezzo razzista seminato a piene mani. Ed è proprio il razzismo, il senso di superiorità ed impunità che segna la società israeliana e l’isteria antiaraba, che costituiscono forse il crimine più grave inferto a quella terra martoriata, con lo scopo di ergere muri molto più spessi ed insuperabili di quelli di cemento armato, tra due popoli destinati dalla storia e dalla geografia a recuperare un modo radicalmente nuovo di convivere nel rispetto reciproco. Recuperare perché questa fu la loro condizione pacifica, prima che sionismo e antisemitismo (due fratelli gemelli) divenissero la mala pianta seminata contro quella millenaria civiltà multietnica.

Vorrei concludere il resoconto dell’intervista datami dai due giovani amici ferraresi, riportando stralci di una riflessione di Richard Falk, professore all’Università di Princeton, già rapporteur su Gaza per le Nazioni unite (apparsa sul Manifesto del 24 luglio).
“La narrazione occidentale dell’ultimo attacco israeliano su Gaza, iniziato l’8 luglio, è costituita da due elementi: in primo luogo c’è l’appoggio incondizionato al presupposto israeliano, secondo il quale è ragionevole e legittimo attaccare Hamas a Gaza, come reazione al lancio di razzi (manufatti rudimentali che raramente superano la ipertecnologica barriera antimissile d’Israele ndr) diretti a colpire le città israeliane.

“La narrazione occidentale dell’ultimo attacco israeliano su Gaza, iniziato l’8 luglio, è costituita da due elementi: in primo luogo c’è l’appoggio incondizionato al presupposto israeliano, secondo il quale è ragionevole e legittimo attaccare Hamas a Gaza, come reazione al lancio di razzi (manufatti rudimentali che raramente superano la ipertecnologica barriera antimissile d’Israele ndr) diretti a colpire le città israeliane.
“In secondo luogo, si è considerata tragica la violenza che provoca vittime innocenti e civili da entrambe le parti. Anche in questo caso si è dato per scontato che tale responsabilità sia di Hamas. Il New York Times in un editoriale, è riuscito a sintetizzare entrambi gli aspetti: ‘Non era concepibile che il primo ministro Netanyahu tollerasse i bombardamenti di Hamas. Né lo deve accettare…’
“La presentazione di quanto sta avvenendo nella Striscia, distorce completamente la natura dell’interazione fra il governo israeliano ed Hamas nei confronti di Gaza. Più di ogni altra cosa, risulta totalmente soppressa la narrazione palestinese, che interpreta questi eventi in modo total-mente opposto rispetto a quanto viene «messo in scena» dai media occidentali e dai leader politici pro Israele.
“Questa «sceneggiatura» ha un punto di partenza: il lancio dei razzi da Gaza su Israele. La narrazione palestinese — invece — insiste sull’importanza dell’assalto israeliano contro Hamas nel West Bank, deciso da Netanyahu in coincidenza con il rapimento dei tre ragazzi degli insediamenti israeliani, il 12 giugno scorso.
Da quel momento, è scattata l’accusa immediata contro Hamas per il crimine, senza mai aver trovato o presentato – neanche in questi giorni — uno straccio di prova che potesse giustificare le accuse, risultate, in seguito, «provocatorie». E nessuno sforzo è stato fatto per prendere in considerazione la posizione di Hamas, che ha sempre negato il proprio coinvolgimento nel crimine….
“E all’interno del contesto di questi terribili crimini commessi, non viene mai ricordata la continua disputa per l’occupazione illegale, la presenza degli insediamenti e degli insediati nei territori occu-pati; si tratta di elementi che provocano risentimento e rabbia, alimentati dalle quotidiane umiliazioni subite dai palestinesi. È troppo aspettarsi che Hamas, o qualsiasi altra formazione politica, possa ignorare tali provocazioni senza reagire in alcun modo? E quale altro modo rimane ad Hamas, come reazione, se non inviare i propri rozzi e primitivi razzi in direzione di Israele?
“La risposta è senza alcun dubbio contraria alle norme di diritto internazionale, ma quali alternative erano a disposizione di Hamas se non una supina acquiescenza? Israele — del resto — ancor prima dell’intensificarsi dei razzi lanciati da Gaza – ha cominciato a bombardare, con una strategia mirata a indurre una provocazione che potesse fornire a Tel Aviv la giustificazione per sferrare una massiccia operazione militare. Attacchi indicati da Israele con la spregevole metafora di «falciare l’erba», a rappresentare le indiscriminate incursioni punitive su Gaza.
“Altrettanto rilevante, benché mai menzionato nella ipocrita narrazione delle scusanti che circonda l’interpretazione della violenza attuale, è l’illegalità del blocco di Gaza, stabilito a metà del 2007.
Questo «particolare», viene considerato da esperti di diritto internazionale come una forma di punizione collettiva nei confronti di tutti gli 1.8 milioni di palestinesi (età media: 18 anni, densità per km/2 : 5.000 abitanti, contro i 365 d’Israele, ndr) Si tratta di una violazione dell’Articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, in base alla quale la popolazione civile palestinese dovrebbe essere protetta da Israele, in quanto potenza occupante. È questa una delle più flagranti violazioni da parte di Israele delle norme di diritto umanitario…
“Israele ha completamente monopolizzato il dibattito pubblico in Occidente, limitando la discussione al proprio diritto a difendersi dagli attacchi dei razzi. (…) Da un excursus sulle operazioni mili-tari precedenti, emerge un modello sistematico che dovrebbe creare sgomento in osservatori obiettivi che tengono a cuore pace e giustizia: ad un periodo di quiete, segue una provocazione israeliana, poi una reazione di Hamas, seguita da una massiccia offensiva israeliana, seguita a propria volta da espressioni di preoccupazione a livello internazionale. Appelli inizialmente ignorati, che invocano una tregua ed infine un cessate il fuoco.
“E in ognuna di queste occasioni, le proclamate dichiarazioni di Israele di voler dare fine alla capacità militare di Hamas di lanciare razzi, non si sono mai realizzate, sollevando il dubbio che i veri obiettivi prefissati da Tel Aviv siano in realtà stati ottenuti, ma mai resi pubblici. (…) Gaza oggi sta subendo violenze che non hanno pari per morti e distruzione. Nonostante questo, Hamas viene accusato di atti di «terrorismo». Viceversa il terrorismo di Stato di Israele viene descritto come legittimo e ragionevole. In tale contesto, poco riconosciuto, ogni categoria legale e morale risulta inadeguata per descrivere quanto sta avvenendo.
“Molti si chiedono perché Hamas continui a lanciare razzi contro Israele. Esiste una risposta razionale, convincente, nell’annotare che la resistenza ad una occupazione straniera costituisce un impulso politico fondamentale. Hamas, come sembra, ha acquisito una tecnologia di razzi più sofisticata e in futuro potrebbe minacciare davvero Israele. Nel caso di Gaza — invece — la vulnerabilità è evidente, ogni giorno; eppure si continua a mostrare l’appoggio a Israele per la guerra e reiterare il pio invito a limitare le sofferenze della popolazione civile.

L’irrisolta ‘questione palestinese’ favorisce
gli estremismi

di Giuseppe Fornaro

Qualcuno si è chiesto perché tanta tiepidezza, anche a sinistra, sul conflitto in corso
nella striscia di Gaza. Perché non c’è uno schieramento unanime, o per lo meno prese
di posizione nette a favore dei palestinesi. A mio parere le ragioni sono molteplici.
Intanto, l’offensiva militare sferrata da un’organizzazione politica che si ispira a
principi del fondamentalismo islamico, non incontra simpatie nel mondo occidentale.
Per quanto, va detto subito, Israele sia nata da un altro fondamentalismo religioso, il
sionismo, come ritorno alla terra promessa, la terra dei padri. Qui però siamo di fronte
a generazioni che con il sionismo c’entrano poco. I militari israeliani sono in gran parte
giovani nati in Israele che combattono per difendere la loro patria e che forse del
sionismo gli interessa fino ad un certo punto perché quella per loro, prima che essere
la terra promessa, è semplicemente casa. Una cosa semplice e familiare a ciascuno di
noi.
Dall’altro lato, Hamas attacca Israele solo marginalmente per rivendicare il diritto ad
una patria per i palestinesi, ma soprattutto perché la questione palestinese in tutto il
Medioriente è un tema su cui si gioca la leadership di organizzazioni islamiche come
Hamas appunto. Per dirla fuori dai denti, ad Hamas dei palestinesi interessa fino ad un
certo punto. Il perpetuarsi della questione palestinese fa comodo agli opposti
estremismi, tanto alla destra israeliana, quanto alle organizzazioni di ispirazione
islamica dopo che l’Olp è implosa a seguito di scandali di corruzione e dopo la morte
procurata del leader simbolo della lotta palestinese che è stato Arafat.
Arafat e l’Olp, negli anni Ottanta riuscirono a catalizzare l’attenzione di tutto il mondo
e a generare un ampio consenso trasversale intorno alla causa palestinese. L’Intifada,
qualcuno forse ancora se la ricorda, fu una grande lotta di popolo. Ho ancora negli
occhi i bambini palestinesi che armati di sole fionde sfidavano uno degli eserciti più
potenti del mondo. Furono quelle immagini, e non i quarti di corpi martoriati di
bambini diffuse da Hamas, a far crescere il consenso intorno ai palestinesi. Fu quella
lotta di popolo, estesa, corale a suscitare le simpatie di tutto il mondo e di tutti gli
schieramenti politici. Fu resistenza vera. Fu l’Intifada a riempire di manifestazioni le
piazze d’Italia. La kefia era diventata il simbolo che molti di noi indossavano come
segno di solidarietà, non ad un’organizzazione politica, ma ad un popolo. Gli studenti
universitari palestinesi, nostro compagni di studi, ci vendevano il famoso foulard, che
Arafat aveva fatto diventare un simbolo, come forma di autofinanziamento della
causa. Molti di noi, ben volentieri, corrispondevano a questa forma di solidarietà.
Hamas ha commesso l’errore di sfidare Israele sul piano militare, ponendosi di
conseguenza come controparte armata, non avendo i mezzi, le strutture logistiche, la
tecnologia e tutto quanto occorre per fare un esercito impegnato in un conflitto. I suoi
non sono stati atti di terrorismi classicamente intesi, ma un vero e proprio atto di
guerra. Su quel terreno non può che perdere il confronto e a rimetterci, come si vede,
è la popolazione civile. Ma soprattutto Hamas non ha il consenso di larga parte della
popolazione palestinese. I missili rudimentali dal punto di vista tecnologico, ma molto
pericolosi, lanciati in territorio israeliano non servono tanto per intimorire Israele, ma
servono come politica interna nella lotta per la leadership palestinese, per dimostrare
che si fa sul serio. Tant’è che mentre il presidente dell’autorità palestinese tenta un dialogo con i vertici di Israele, e dunque sono in corso contatti diplomatici, Hamas
lancia i missili che sembrano più essere diretti contro l’autorità palestinese stessa che
contro Israele. Altrimenti non si spiega come mai il conflitto scoppi proprio in questo
momento e contemporaneamente la Libia è in fiamme interessata da un altro conflitto
interno anche lì di ispirazione islamica. L’Ansa di venerdì 1 agosto riferisce che “I
jihadisti libici di Ansar al Sharia annunciano di aver preso il controllo “completo di
Bengasi” e di aver proclamato “un emirato islamico”. L’annuncio è arrivato da un
responsabile del gruppo, citato da al Arabiya”. Lo stesso dicasi per Iran e Siria.
Insomma, un’offensiva in grande stile sferrata da organizzazioni di ispirazione islamica
e integralista su uno scenario Mediorientale ampio. Dove si voglia andare a parare non
sta a me dirlo. Alcuni osservatori parlano di un disegno islamico su ampia scala. O
forse anche questa è una cortina fumogena e questi movimenti e queste guerre sono
alimentate proprio da coloro che della sopravvivenza degli opposti estremismi ha fatto
un business.
Se così è, occorre uno sforzo di analisi politica seria, che vada oltre le emozioni
suscitate da immagini cruente diffuse ad arte per provocare l’emozione di un
momento in noi occidentali consumatori di sensazioni forti. Occorre una politica estera
dell’Italia e dell’Europa che si occupi specificamente del Medioriente. Occorre forza e
autorevolezza per occuparsene ed essere ascoltati. Forse occorre semplicemente una
politica tout court.

L’uomo che legge

Mosca, orto botanico, una calda e afosa domenica estiva.
Mi siedo comodamente su una panchina verde e infuocata e guardo intorno a me, curiosa, come sempre, come ogni volta che mi trovo in mezzo alla gente.
La mia attenzione viene catturata da un gruppo di bambini che giocano e che sognano di ricevere in regalo, da genitori, nonni o zii benevoli, tanti nuovi giochi da condividere. Accanto a loro, una coppia d’innamorati che si scambiano parole dolci e promesse d’amore eterno. L’anno prossimo organizzeranno il loro matrimonio all’isola di Saint Marie, nelle Antille francesi, e dovranno scegliere attentamente il periodo per evitare i pericolosi cicloni distruttivi spazzatutto. Sono felici, talmente felici… Un’anziana signora russa o polacca, che indossa un bel cappello di paglia molto rétro ma affascinante, vende fiori colorati ai turisti che passano; ha veramente bisogno di danaro per il marito ricoverato all’ospedale a causa di un piccolo problema ai polmoni. Ha respirato troppo fumo a causa di un incendio nella foresta vicina alla loro casa di campagna, la dacia dove si sono ritirati in pensione ormai da lungo tempo. L’età non l’ha sicuramente aiutato a recuperare rapidamente. Un cane abbandonato cerca qualcosa da mangiare nella spazzatura maleodorante accanto a ristoranti georgiani dove si arrostiscono enormi e invitanti polli. I gatti, più furbi e svegli, sono già partiti, delusi dal fatto di non aver trovato nulla d’interessante e di appetitoso. Il sole brilla e continuerà a brillare tutta la settimana, dicono le previsioni che qui non sbagliano mai.
Da lontano intravvedo un uomo che legge, la lunga barba bianca, il cappello in testa.
E’ completamente assorbito dal suo romanzo, dal mondo che si trova in esso, molto diverso da quello che c’è fuori, che a lui, ormai, non piace più così tanto. Adoro questo elegante signore, mi piace immaginare il suo nome, la sua storia e la sua vita. Potrebbe facilmente chiamarsi Boris, Valery o Dmitry, come molti russi. Boris, per me.
Solamente e preziosamente Boris.
Boris è nato a Mosca 62 anni fa. Suo padre era russo, sua madre olandese. Ha sempre amato leggere, fin dalla sua tenera infanzia, quando la nonna materna gli aveva acquistato il primo libro, Il Piccolo Principe, in doppia lingua, russo-olandese. Un’edizione rara, scoperta, quasi per miracolo, in un mercatino dell’usato di Parigi, durante un viaggio con l’affascinante marito scrittore. Da quel momento, la nonna gli aveva acquistato molti libri, uno dopo l’altro, poiché aveva capito la grande passione del nipote per il mondo delle parole, che nobilita.
Boris aveva, allora, scelto d’iscriversi alla prestigiosa Università Lomonosov di Mosca, che, con i suoi studenti celebri come Cechov, era diventata per lui il sogno realizzato.
Leggere, scrivere, studiare la filosofia, la storia e la letteratura erano diventati la vita quotidiana e naturale di Boris. La sua curiosità aumentava con gli anni e i discorsi fatti con gli amici durante serate piene di fumo e idee. In seguito, a 26 anni, aveva deciso di andare a studiare a Cuba, come molti russi dell’epoca. Di quest’esperienza, oggi, non conserva solo bei ricordi e una moglie (avrebbe sposato una cubana) ma anche la lunga barba curata. Gli scritti di Ernesto Che Guevara sarebbero stati l’ispirazione della purezza della sua condotta di vita, sempre all’ascolto e a disposizione degli altri. I suoi tre figli avrebbero imparato il rispetto, la disciplina, la ricchezza nella povertà, la fatica, il sacrificio, l’amore. Sì, perché l’amore era, ed è ancora, l’ingrediente principale della casa di Boris. L’amore immenso per la moglie Frida, per i figli Vlad, Ivan e Igor, i suoi animali (il gatto Romeo, il cane Taras e il canarino Pio), la sua famiglia, i suoi amici, i suoi colori, la letteratura, la vita.
Boris legge dolcemente e lentamente il suo romanzo, senza fretta, attento e concentrato, in questo bel parco moscovita, assolutamente ignaro del fatto che sto immaginando la sua vita; sereno, solo con i suoi pensieri e i suoi sogni leggeri e profumati che escono liberi dalle pagine. Allora prendo al volo un bel sogno che scivola, ignaro, dalle pagine e lo tengo per me, ringraziandolo con un sorriso. Sarò un po’ Boris anche io.

2 agosto 1980
Per non dimenticare

“Bologna non dimentica”. Era scritto sullo striscione che precedeva il corteo di persone che ieri hanno ricordato la strage fascista alla stazione del 2 agosto 1980 nella quale morirono 85 persone e altre 200 restarono ferite. Presenti ieri a vivificare la memoria, molti cittadini e autorità, fra le quali il sindaco di Bologna Virginio Merola e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Messaggi sono giunti dal presidente della Repubblica e dai presidenti di Camera e Senato. Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione familiari ha ricordato, fra l’altro, come i parenti delle vittime stiano ancora attendendo i risarcimenti dallo Stato.

Ferraraitalia dedica all’avvenimento un fotoservizio realizzato ieri dal Giuseppe Fornaro [cliccare le immagini per ingrandirle]. Più sotto riportiamo il testo l’apprezzatissimo intervento di Laura Boldrini, presidente della Camera, pronunciato lo scorso anno. [Per vedere il video cliccare qua: prima parte, seconda parte].

Ecco e immagini della manifestazione del 2 agosto 2014 a Bologna in ricordo della strage alla stazione del 1980 (fotoservizio di Giuseppe Fornaro)

strage-bologna-2-agosto
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Laura Boldrini, presidente della Camera, Bologna 2 agosto 2013
Voglio dire subito che non sono venuta qui, oggi, per offrire parole di circostanza.
Sono qui per esprimere la mia solidarietà e la mia vicinanza alle vittime, alle loro famiglie, ai sopravvissuti, all’intera comunitàbolognese.
E voi sapete bene che per me la parola solidarietà ha un significato vero e profondo.
Fin dai primi giorni di lavoro come Presidente della Camera dei deputati, ho cercato di farmi interprete della domanda di giustizia che sale da tanti luoghi che nel nostro Paese sono stati feriti dalla strategia del terrore.
L’ho fatto celebrando il 25 Aprile a Milano e il Primo Maggio a Portella della Ginestra, l’ho fatto a Palermo in occasione dell’anniversario della strage di Ustica.
Dopo tanti anni, e con il sangue versato di centinaia di persone, siamo ancora costretti a chiedere che sia rimosso ogni velo su quegli eventi e sui registi di quella strategia. Sembra incredibile. Eppure è così.
E’ così anche per Bologna. La giustizia ha individuato e condannato gli esecutori. Non ancora i mandanti, i burattinai, gli strateghi, quelli che hanno pensato la carneficina.
La strage di Bologna fu un evento terribile, che ha sconvolto la vita delle centinaia di persone che ne soffrirono in modo diretto.
Ma è stato un evento che ha lacerato in profondità anche le istituzioni democratiche, portandone alla luce ancora una volta le inadeguatezze, le inadempienze, le debolezze, la pervasività di zone oscure, infiltrazioni, ambiguità, doppiezze.
Una ferita ancora aperta e dolorosa per coloro che hanno a cuore la vita democratica di questo paese.
Questo vale certamente per tutti, senza distinzioni di età, ma é soprattutto vero per la mia generazione, per tutti coloro che vennero colti da questo evento proprio all’inizio della loro vita adulta, quando le esperienze lasciano tracce più profonde.
Quella mattina ero qui a Bologna. Giovane studentessa marchigiana in cerca di un alloggio in affitto. E ricordo lo sgomento e il dolore della città.
Eravamo forse ancora troppo giovani per comprendere appieno il significato di Piazza Fontana (1969), dell’Italicus (1974) o di Piazza della Loggia (1974), e fummo trascinati a forza dentro l’età della consapevolezza da tre eventi tragici e ancora oggi circondati da ombre e misteri: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro (1978), la strage di Ustica(1980) e quella di Bologna.
Penso che tra le tante ragioni che hanno portato alla attuale crisi di legittimità delle nostre istituzioni e al distacco crescente di gran parte dei cittadini dalla partecipazione democratica attiva, ci sia anche questa incapacità di fare chiarezza fino in fondo, di dirsi tutto, di produrre verità e quindi di restituire completa giustizia, la giustizia che ancora non abbiamo. Come si fa, in queste condizioni, a innamorarsi delle istituzioni?
Chiarezza, trasparenza, in primo luogo per le vittime, per gli 85 innocenti ai quali è stata troncata la vita. Per i loro familiari e per i feriti sopravvissuti, che negli anni non hanno smesso di chiedersi che senso dare alla loro sofferenza – poco fa ho visto una ragazza che piange in silenzio dall’inizio della cerimonia.
Ma anche per noi, come cittadini responsabili di questa Repubblica democratica.
Per questo vorrei ringraziare l’Associazione dei familiari delle vittime – grazie, on.Bolognesi, per l’impegno incessante profuso in tutti questi anni – e garantire che continuerò a seguire, come ho fatto fin qui, l’obiettivo della piena attuazione della legge 206 a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi. Considero molto positivo, a questo proposito, il chiaro impegno assunto poco fa in Consiglio Comunale dal Ministro Delrio. Grazie Ministro, grazie dell’impegno, perché i risultati si ottengono in sinergia.
Lidia Secci, la moglie di Torquato, primo presidente dell’Associazione, ha detto in una intervista che ”Le vittime sono scomode”.
É vero, signora Secci – venga qui vicino a me – le verità sono scomode per tutti coloro che preferirebbero voltar pagina e rifugiarsi nell’indifferenza.
Scomodi sono i morti che, con la brutalità irrevocabile della loro stessa morte, non smettono di chiederne ragione a noi vivi.
Scomodi i sopravvissuti, i familiari, gli amici, che danno voce alla loro domanda di verità.
A loro dico : grazie per essere così scomodi! Continuate ad essere scomodi, dobbiamo tutti essre scomodi!
Grazie per aver convertito il vostro dolore in responsabilità, passione civile, vigilanza democratica. Grazie per aiutarci a non dimenticare. Potevate chiudervi nell’odio, e non l’avete fatto.
La storia di questa tragica vicenda rende difficile e scomodo il mio ruolo, salire su questo palco per rappresentare istituzioni che molti dei presenti percepiscono come una ”controparte inadempiente”. Sarebbe strano il contrario. Non mi scandalizza, né potrei dar loro torto.
Per me, deve essere chiaro, aver ricevuto il vostro invito è stato un grande onore, un attestato di stima di cui vi sono profondamente grata. È cosa diversa dal dover andare. Sono orgogliosa di essere qui, e ora non ho più paura di questa piazza.
Nel rileggere le parole pronunciate da Torquato Secci e Paolo Bolognesi nelle 32 commemorazioni che hanno preceduto quella di oggi, si ritrovano, anno dopo anno, forti critiche alle istituzioni : la denuncia incessante di inefficienze, ritardi, silenzi, depistaggi, di promesse incompiute, di falsità e di inaccettabili inviti a ”portare pazienza”.
Ma è altrettanto doveroso ricordare che nelle istituzioni vi sono state anche persone che hanno lottato con forza per aprire il cammino alla verità.
Voglio ricordare qui l’opera meritoria svolta per oltre 13 anni, a partire dal 1988, dalla Commissione Stragi sotto la presidenza di Libero Gualtieri e poi di Giovanni Pellegrino, che hanno indagato, hanno aperto la strada.
Non possiamo inoltre dimenticare il lavoro di magistrati rigorosi ai quali dobbiamo i risultati fin qui raggiunti per accertare le responsabilità. Uno per tutti: il giudice Mario Amato, ucciso dai Nar proprio perché aveva svelato trame e misteri dell’eversione nera.
E c’è un altro nome che voglio fare oggi, quello di Tina Anselmi, una donna tenace e coraggiosa che diresse con grande impegno, senza riguardi per nessuno se non per il suo senso delle istituzioni, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, voluta da un’altra donna, l’allora Presidente della Camera Nilde Iotti.
Dobbiamo essere obiettivi, dobbiamo dire che anche il lavoro compiuto da queste commissioni parlamentari ha dato un grande contribuito ad avvicinare la verità, e merita il nostro più alto riconoscimento.
Ma che cosa ci hanno detto queste inchieste parlamentari?
Ci hanno detto che fin dalla fine degli anni sessanta, e poi per tutto il decennio successivo e ancora oltre, l’eversione neofascista organizzò, con la complicità di settori deviati degli apparati dello Stato, una vera e propria strategia con l’obiettivo di terrorizzare la popolazione italiana e suscitare così una domanda d’ordine e di svolta autoritaria, perché se c’ècaos si richiede più ordine!
Temevano la vittoria delle istanze di progresso e di libertà che proprio in quegli anni spingevano alla partecipazione attiva migliaia di giovani, di donne e di lavoratori. Io me la ricordo Bologna, in quegli anni si scendeva in piazza. E questo metteva paura: bisognava metterci un punto, bisognava bloccare quella spinta libertaria.
La strage di Bologna fu l’evento forse più drammatico di questa strategia. Per il numero dei morti e dei feriti e per le modalitàspietate con cui fu messa in atto.
Ma Bologna è anche il racconto di Milano, di Brescia, dei cieli di Ustica, di Capaci e di via D’Amelio, della strage del rapido 904. Ma guardatele, queste vicende! Sono tutte legate, sullo sfondo c’è sempre la paura.
E’ la storia di un Paese che ha collezionato molte colpe ma ha conosciuto pochi, pochissimi colpevoli. Dove, dove sono?
Ecco, a questa impunità non possiamo, non dobbiamo rassegnarci.
Non possiamo accettare che su questi 85 morti, e sugli 81 dell’aereo precipitato a Ustica, sui 17 morti di piazza Fontana, gli otto di piazza della Loggia, i dodici del treno Italicus… non possiamo accettare che su questo elenco lunghissimo, su questo “saldo di dolore” – potremmo chiamarlo così – ci sia sempre stato qualcuno che sapeva ma ha preferito tacere; sapeva, ma non ha parlato.
Perché non esiste lutto più inconsolabile di una verità negata, quando al dolore per i propri morti si unisce l’umiliazione delle menzogne.
Ma Bologna non si è lasciata piegare. Non si è arresa. Ha continuato a lottare e ad andare avanti.
Anche l’Italia è andata avanti.
Ma la nostra democrazia va sempre custodita come un dono prezioso, così come vanno tutelati i valori della nostra Costituzione. Non diamoli per scontati. Dobbiamo essere vigili, dobbiamo esserne le sentinelle.
Possiamo ricordare i morti di Bologna e tacere sulle svastiche comparse a Roma qualche giorno fa per festeggiare i cento anni del criminale nazista Priebke? Come possiamo farlo?
Possiamo pensare che questo paese sia davvero pacificato con se stesso, con la propria storia se ancora oggi ci sono rappresentanti delle istituzioni che offendono e deridono una donna nera che fa bene il suo mestiere di ministra?
L’intolleranza genera mostri: e a quei mostri dobbiamo sempre saper opporre il senso alto della nostra civiltà, rifiutando la provocazione e dimostrando che c’è sempre un’alternativa all’odio, nel rispetto della lunga strada che abbiamo percorso fin qui. Andiamo avanti con la nostra civiltà, con la nostra Costituzione. Lasciamo stare quelli che alimentano la fabbrica dell’odio. Il Paese ha bisogno di più coesione.
Ecco perchéè attuale e necessario il dovere della memoria.
Bene ha fatto il Sindaco di Bologna a proporre di consegnare ai propri cittadini questa memoria, decidendo di intitolare 16 strade della città ai morti nella strage del 1980. Perché passando per quelle vie ci chiediamo sempre: chi era? Chi era?
Quei nomi saranno ricordati ogni giorno, come un giuramento solenne che non dobbiamo smarrire mai. Saranno il segno di una ferita ancora aperta ma anche il segno che non ci siamo fatti fermare, il segno di una nostra pretesa di verità che il tempo non può e non potrà mai fiaccare. Lo dico soprattutto ai più giovani. Mi raccomando: non dimenticate mai.

La saggezza della lumaca

C’è una lumaca che vive un’esistenza lenta, molto lenta, come tutte le altre sue compagne lumache. Nessuna di loro ha un nome proprio, perchè tanto non serve distinguersi nel gruppo, tutte vivono tra i sussurri accettando di essere lente, silenziose e vulnerabili. Tranne una, un po’ ribelle, che vuole capire il perchè di quella lentezza e non le sembra giusto non avere un nome.
Se non fosse stata curiosa, la lumaca senza nome ma diversa dalle altre, non sarebbe uscita dal gruppo e non avrebbe conosciuto la diversità che, in fondo, è una forma di conoscenza.
La lumaca interroga un gufo, ma per farlo, deve avvicinarsi, salire sull’albero e accorgersi che, lungo il faticoso cammino in salita, ci sono anche uno scoiattolo e un ragno. Il gufo, che solo per un attimo apre gli occhi, risponde che l’essenza delle lumache sta in quella lentezza, il peso di ciò che è stato è tutto lì, dentro quel guscio. “E a che mi serve essere così lenta?”, chiede la lumaca, ma il gufo non ha risposta, deve trovarla da sola.
La lumaca torna nel gruppo, segue le abitudini sempre identiche delle altre, ma non smette di fare domande sul perchè della lentezza, problema che ben poco appassiona le sue simili. Non le basta sapere di essere lenta perchè non salta come le cavallette e non vola come le farfalle. Ci dovrà pur essere un’identità, un perchè che giustifichi il come. Tutto ha un perchè, la pioggia, i frutti, il miele, tutto tranne la sua lentezza. Perchè essere così? E perchè nessuno oltre a lei se lo chiede? Non le resta che abbandonare il gruppo alla ricerca della verità.
Lungo il suo lento, lentissimo, viaggio di conoscenza, la lumaca incontra qualcosa, sembra un sasso su cui riposarsi a dormire e, invece, è una tartaruga. Si chiama Memoria perchè sa conservare ciò che gli umani dimenticano facilmente e sa guardare al passato per orientarsi verso il futuro. Memoria, che ha vissuto tra gli uomini, decide di chiamare la lumaca Ribelle, proprio come capita tra gli uomini quando uno fa tante domande scomode.
Assieme a Memoria, Ribelle scopre una parte di mondo mai vista e non tanto bella, quella degli uomini. Se Ribelle non fosse stata lenta, non avrebbe potuto fare quel viaggio con Memoria, non avrebbe conosciuto la paura e il turbamento di fronte al pericolo, non avrebbe trovato il coraggio di tornare nel gruppo e lottare perché anche altre lumache affrontassero un nuovo viaggio verso l’ignoto.

Luis Sepùlveda, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza (Guanda Editore 2013).

Quel piccolo albero profumato

“Un tempo, nel XVII e XIX secolo, fino agli inizi del nostro, esistevano i cacciatori di piante che raggiungevano i più remoti angoli della terra per collezionare, tra privazioni e fatiche, e talora anche pericoli, nuove specie da importare per i giardini d’Europa. Oggi, non più tra privazioni, fatiche e pericoli, cacciatore di piante è divenuto qualsiasi appassionato che voglia procurarsi un fiore o un arbusto non dei più comuni. È questo il caso del Clerodendro: per trovarne uno dobbiamo proprio andarlo a cercare da un orticultore specializzato.”

Con queste affascinanti parole Ippolito Pizzetti, nella Garzantina Fiori e Giardino, introduce il capitolo dedicato ai Clerodendri, piccoli alberi o grandi arbusti rustici, della famiglia delle Verbenacee, ottime piante da giardino, praticamente introvabili nei vivai. A dire la verità, nel ferrarese, una varietà di Clerodendro, il Clerodendron trichotomum (alias C. serotinum, alias Volkameria japonica) è molto diffuso nei cortili di campagna e nei vecchi giardini, e sicuramente lo avrete riconosciuto dalla foto perché i bambini della mia generazione lo usavano per fare l’inchiostro e le nostre mamme se lo ricordano ancora.
Il suo nome fu scelto da Linneo, per alludere alla sacralità che le veniva riconosciuta in antiche religioni, infatti è formato dalle parole greche kleros (clero) e dendron (albero), cioè albero dei sacerdoti; tracce legate al sacro si ritrovano nel termine comune in lingua tedesca: Losbaum (albero del destino), e al fatto che certe varietà sono collegate a usanze popolari più o meno beneauguranti.
Quando posso cerco di confermare le notizie dei manuali con la mia esperienza, quindi, avendo in cortile un bell’esemplare di circa vent’anni, posso scrivere con sicurezza che il Clerodendro è una pianta rustica che resiste alle gelate e, dopo una decina d’anni, anche alla siccità. Nei primi anni cresce lentamente, poi raggiunge un’altezza di circa tre metri per assestarsi sui quattro. Ha una bella chioma tonda, formata da foglie semplici, grandi e leggermente pelose, che spuntano alla fine della primavera. Il suo momento di gloria inizia proprio in questi giorni di fine luglio, quando comincia la fioritura che non è spettacolare, ma profumatissima, una fioritura che si trasformerà in frutti settembrini rossi e neri molto decorativi, ma non commestibili. Queste qualità lo rendono perfetto per un piccolo giardino di città. Quattro metri di altezza per una chioma larga altrettanto, sono misure ideali per un albero adatto allo spazio di una villetta a schiera, ha la forma proporzionata di un albero e praticamente non ha bisogno di potature. Essendo un grande cespuglio, nei primi anni tende a gettare molti rami principali dalla base, il suo legno è molto tenero e facile da tagliare, quindi può essere lasciato crescere con un tronco unico o con più tronchi, modellando la parte legnosa in modo personale. Il clerodendro è una pianta che mette le foglie a fine primavera; inoltre, il portamento dei tronchi e dei rami va a formare una specie di scultura all’interno del giardino, questo gli permette di avere alla sua base tutte quelle piante che fioriscono tra febbraio e aprile: il gelsomino di san Giuseppe, le bulbose come crochi e narcisi, le pervinche, ecc. Il suo difetto peggiore è la foglia autunnale che cade a novembre e che non ha proprio nessuna qualità, anzi, è decisamente brutta, difetto che, in un piccolo giardino, potrebbe essere compensato distraendo l’attenzione su qualcosa di molto colorato, come una fioritura mista di crisantemi con i fiori a forma di margherita, un’altra rustica che andrebbe usata più spesso, messa a terra come perenne, invece di essere trattata come una annuale ad uso esclusivo dei cimiteri. In pratica le piante che vi ho elencato sono perfette per un piccolo giardino di città a bassissima manutenzione. Ma non ho ancora scritto come ci si procura un Clerodendro… in realtà è molto facile, basta avere un po’ di spirito di osservazione e di faccia tosta. Individuato un bell’esemplare in un giardino, basta presentarsi a primavera e chiedere, con gentilezza, un paio di getti della pianta, visto che ogni anno ne produce una certa quantità che è meglio eliminare per non creare un boschetto. Questi getti, che hanno sempre qualche radice, vanno piantati direttamente in terra e accuditi nelle prime due estati per non farli seccare, negli anni successivi basterà controllarli nei momenti di maggiore siccità e aiutarli con qualche annaffiatura di emergenza, poi diventeranno completamente autonomi.
Di Ippolito Pizzetti vi parlerò prossimamente, intanto un consiglio: regalatevi l’Enciclopedia dei Fiori e del Giardino da lui curata per Garzanti, è la fonte principale di notizie per tutti i più comuni siti e blog che scrivono di piante, ma che troppo spesso non citano l’autore.

Sognando si sceglierà saggiamente

La frase del titolo è un tautogramma, cioè un componimento, più o meno lungo, nel quale tutte le parole hanno la medesima lettera iniziale
L’ho immaginato pensando alla incapacità di certi politici, che si occupano di scuola, nel definire un orizzonte ideale verso cui tendere; immersi infatti nella palude del presente e con l’alibi di dover uscire dalla crisi, le soluzioni che propongono sono sempre penalizzanti per chi vive la scuola e per chi crede in un altro modello di società.
Per dirla con un altro tautogramma:
Subiscono sacrifici sempre soliti soggetti.
Stanno sottraendo speranze.
Stop! Siamo stanchi.
Sviluppiamo scuola statale!
A mio modo di vedere quel che manca è il buon senso di far riferimento a ciò che di buono è già stato pensato da persone che vivono la scuola (ribadisco: http://adotta.lipscuola.it/) e l’intraprendenza per poter guardare lontano.
Nonostante i cambiamenti, continuano i miei dubbi: certi politici sono davvero incompetenti o scelgono di penalizzare l’istruzione per poter mantenere basse le capacità critiche dei futuri cittadini?
“La seconda che hai detto!” risponderebbe Quelo, pseudoprofeta contemporaneo interpretato da Corrado Guzzanti.
Non trovo in questo presente diffeRENZiato molte differenze rispetto ad un passato nefasto caratterizzato da una caSTELLAna scelta per ricoprire un’alta carica politica.
A questo proposito era il 2010 e al Ministero all’Istruzione c’era Maria Stella Gelmini e alla Presidenza del Consiglio: Silvio Berlusconi. Così in occasione dell’iniziativa “Un panino con Dante”, organizzata dal Coordinamento Lavoratori Precari FLC CGIL con l’appoggio del Coordinamento Istruzione Pubblica di Ferrara ho scritto questo tautogramma immaginando il loro matrimonio.
Storia straordinaria
Sabato sera, sei Settembre: Santa Suellen, sovrano Silvio sposerà Stella scolastica.
Sacerdote: senatore Schifani.
Sessantottini sollecitano sollevazioni.
Signorina Stella, svampita, sorride sospirando seduta sul sofà: si sposerà sul serio?
Subito Stella sospetta: “Se Silvio sogna soltanto Santanchè… sarò soddisfatta?”
Silvio, sposo spensierato, sogna sempre SandroBondi scordando sposalizio.
Sandro, soffrendo solitudine, spoglia sensualmente sette salumieri siciliani.
Stomachevole!
Se sindacalisti scoperchiassero stranezze sessuali sarebbero scioperi sicuri; se studenti sapessero strillerebbero slogan superlativi.
Successivamente studentessa sente Stella, seminuda, sussurrare: “Silvio, sbattimi sulla scuola; sbaciucchiami; sgonfiami; sbungabungami!”
Sollevazioni: studenti sequestrano Stella.
Scorrono settanta secondi, studente serissimo scopre SandroBondi: stava scrivendosi “Silvio: sentimento selvaggio” sul sedere.
Studenti sequestrano Sandro.
Stessi studenti sequestrano Silvio: stava stuprando Samantha (settantasettenne sfiorita), Simonetta (sedicenne sarda), Sigmund (setter supponente), sax (strumento sensuale).
Studenti spediscono sul  Senato simili soggetti.
Su!
Studenti strillano sogghignando: “Silvio, Stella, Sandro saltate se siete sinceri!”
Signorina Stella, svelta, scappa singhiozzando: “Senza Silvio sono solo stagione senza senso!”
Sandro scapestrato scivola sul serio. Socmel! Siamo senza Sandro.
Super Silvio, smargiasso, supponendo suolo sorregga sua santa sostanza, si slancia svolazzando.
Sbam! Superficie suolo socialcomunista.
Silvio sbatacchia, sbotta, sbatte…
S.O.S.
Sob, Silvio sopravvive…
Senza sesso? Senza soldi? Senza Schifani? Senza Senato?
Solo, sovrappeso, Silvio si suicida succhiando seicento salsicce suine.
Scoppio sbalorditivo!
Studenti, salutando sua scomparsa, sorseggiano smodatamente spumante.
Salute, saluti, sorrisi.

Soluzioni concrete per uscire dalla crisi [video dibattito]

Di possibili vie d’uscita dalla pesantissima crisi economica che stiamo attraversando si è dibattuto la scorsa settimana alla sala della musica nel corso dell’iniziativa organizzata da ferraraitalia in collaborazione con Gruppo economia Ferrara ed Emmaus Ferrara. Il confronto, durato circa due ore, è stato vivace e interessante. Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi hanno, fra l’altro, illustrato la loro proposta di creazione di Certificati di credito fiscale, Luigi Marattin ha insistito sulla necessità di riforme strutturali che garantiscano efficienza al sistema e credibilità all’Italia anche agli occhi dei potenziali investitori stranieri.

Il video integrale del dibattito è disponibile sul canale GruppoCittadini di You tube ed è possibile vederlo cliccando [qua], o semplicemente il tasto play sovrimpresso sull’immagine in alto.

Facciamo finta

No, non è la cronaca di una partita di pallastrada, ma una piccola storia inventata che spero faccia riflettere. Facciamo finta, dicevamo, che domani mattina qui in Italia un feroce manipolo di terroristi, dopo aver provocato un attentato in cui hanno perso la vita molti innocenti, braccato dalle forze di sicurezza, si rifugi armi alla mano in un centro sociale alla periferia di una grande città del nord. L’edificio è una ex cascina fortificata, così comuni in passato in quella che allora era aperta campagna, ed in esso vivono regolarmente svariate decine di persone, compresi molti bambini Per sua natura è perciò difficilmente attaccabile dall’esterno e pochi uomini ben armati possono difenderlo efficacemente: espugnarlo significa perciò esporre gli attaccanti al rischio di gravissime perdite.
La situazione è oggettivamente complessa, perché se da un lato è impensabile non fare tutto il possibile per assicurare alla giustizia i criminali, dall’altro l’utilizzo di strumenti bellici più efficaci, come ad esempio aviazione o artiglieria pesante, se ridurrebbe le perdite fra le forze dell’ordine, metterebbe però a repentaglio la vita di troppi innocenti. Sui giornali e sui social network infuria il dibattito che, come purtroppo accade i questi casi, si trasforma ben presto in rissa dalla quale emergono sostanzialmente tre posizioni diverse.
La prima, che definiremo per comodità “intransigente”, prevede che l’esigenza di fare giustizia prevalga su qualunque altra considerazione. Di conseguenza, poiché non sarebbe giusto esporre a rischi troppo elevati i difensori dello stato di diritto e della legalità, l’uso di armi pesanti può essere considerato del tutto lecito, a maggior ragione perché molti di coloro che vivono nel centro sociale, anche se tecnicamente innocenti, sono con ogni probabilità simpatizzanti dei terroristi.
La seconda, al contrario, ritiene che stando così le cose non bisognerebbe mettere a repentaglio la vita di nessuno, terroristi inclusi. L’unica cosa da fare è perciò quella di accettare le loro richieste, che consistono in un salvacondotto per uno stato estero di loro scelta ed un riscatto di qualche miliardo di euro. Chiameremo questa ipotesi “buonista”.
C’è infine chi ritiene che gli intransigenti abbiano senz’altro ragione per quanto riguarda la tutela del principio di giustizia, ma che nel contempo non si debbano volontariamente mettere in pericolo cittadini innocenti. I terroristi vanno perciò catturati anche al prezzo di vittime fra le forze dell’ordine, perché è solo in questo modo che uno stato democratico può dimostrare la propria superiorità etica su chi usa il terrore come strumento di lotta politica.
Intanto la cascina viene completamente circondata e la polemica infuria più che mai, radicalizzandosi ulteriormente.
Fra gli “intransigenti” si afferma il principio che un attacco militare, oltre a consentire di punire i responsabili di un crimine efferato, sarebbe anche un’occasione di riprendere il controllo della cascina, occupata da tempo dal centro sociale a cui un regolare contratto d’affitto è stato per anni rifiutato sulla base di oscuri cavilli, noto centro di “propaganda sovversiva” e punto di ritrovo di “sbandati e tossico dipendenti”.
Fra i “buonisti” invece sono molti quelli a sostenere che le motivazioni dei terroristi sono in realtà giustificate e che le loro azioni, anche se non del tutto condivisibili, non hanno alternative. La responsabilità principale è infatti da attribuire alla Stato, il cui intervento non avrebbe perciò legittimazione alcuna.

La piccola storia finisce qui ed ha perciò un finale aperto. Chi la legge è pregato di pensare a quale sarebbe per lui la soluzione più ragionevole. Ovviamente ogni possibile riferimento a quanto sta avvenendo a Gaza in questi giorni è del tutto intenzionale.

Un altro Rinascimento singolare: Dosso Dossi a Trento

Molti di noi ricorderanno come nel precedente semestre di presidenza europea dell’Italia nel 2003 la mostra celebrativa fu imperniata sulla cultura rinascimentale ferrarese: Une Renaissance singulière si titolava. E su questa singolarità si innesta l’idea di eccentricità sottolineata dalla mostra trentina.

La mia visita alla mostra “Dosso Dossi. Rinascimenti eccentrici” al Castello del Buonconsiglio di Trento si è svolta nel giorno del diluvio tra mille e mille visitatori disperati che dai luoghi di villeggiatura montani scendevano a valle per vedere più che la mostra il luogo che la conteneva il Magno Palazzo di Bernardo Cles dove i due fratelli Dosso e Battista operarono nella decorazione di uno dei più stupefacenti palazzi della nostra storia rinascimentale. La mostra curata da Vincenzo Farinella si riallaccia indissolubilmente con il lavoro e gli anni fruttiferi dell’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara che decisioni, da me non condivise, hanno ridotto a ufficio comunale dei Musei d’arte antica di Ferrara. Una mostra nata sicuramente nel fervido clima culturale di un Istituto che ha saputo dare, più che alla città, al mondo scientifico internazionale un contributo difficilmente contestabile come appare non solo nello splendido catalogo dove ferraresi doc che si sono formati in quel luogo propongono ricerche di altissima qualità: da Marialucia Menegatti operante all’Università di Padova al ferraresissimo Andrea Marchesi e alla studiosa per eccellenza di quel periodo Alessandra Pattanaro allieva di Alessandro Ballarin autore delle più imponenti ricerche sul pittore e che per auspicio dell’ISR vide pubblicare la sua opera per conto della Cassa e della Fondazione Carife . Il curatore della mostra è Vincenzo Farinella docente dell’Università di Pisa con il quale proficuamente nei decenni si è stabilito un rapporto scientificamente ,e non solo, amicale fatto d’interessi comuni e di lavori in contemporanea, come per l’asse fondamentale Dosso-Ariosto di cui testimoniano molte pubblicazioni quasi tutte sotto la responsabilità scientifica di chi scrive queste note. E se la splendida mostra trentina trova il suo luogo naturale nella città del vescovo Clesio è anche vero che a Trento presso l’Istituto italo-germanico a quei tempi diretto da Paolo Prodi uscirono gli atti di un convegno imperniato sulla figura del grande politico a cui parteciparono l’Europa delle Corti e l’ISR. Come si vede dunque irrinunciabile la presenza scientifica ferrarese testimoniata soprattutto dalla grande mostra ferrarese del 1998 su Dosso che ebbe tre tappe: Metropolitan a New York, Getty Museum a Los Angeles, Ferrara al Castello Estense. Come dunque si evince da questi brevi rimandi questa mostra non sarebbe stata possibile senza la proficua collaborazione con l’ISR. Che resta di tutto questo? E dei rapporti intessuti nel tempo? Poco o nulla se si pensa all’attuale condizione dell’ISR. Eppure, i frutti di una grande stagione culturale operano ancora in modo del tutto indipendente dalle scelte politiche. A settembre infatti uscirà finalmente il libro fondamentale sulla figura di Alfonso I, opus magnum di Vincenzo Farinella che metterà in luce dopo anni di intenso lavoro la figura del duca estense al di là e oltre le incrostazioni leggendarie e o francamente antistoriche sulle quale si era fondata la leggenda nera o fastosa del signore di Ferrara. E a cura dell’Associazione Amici dei Musei e dei Monumenti ferraresi l’opera sarà presentata a Ferrara, presente l’autore, in una speciale occasione ma sicuramente come prima tappa del suo percorso scientifico e degno riconoscimento alla città che ha ospitato e sollecitato quell’opera.

La mostra di Trento si fonde dunque con l’immagine grandiosa del palazzo dove operarono i Dossi, il Romanino e altre figure di primaria importanza di quello scorcio storico nel momento più intrigante dell’oscillazione politico culturale tra Impero e Chiesa. In questo senso la decifrazione figurativa dei dipinti dosseschi posti nei luoghi architettonicamente decorati dallo stesso Dosso e dal fratello Battista appare estremamente convincente. Un dipinto splendido della Galleria Borghese (che presta anche il celebre Apollo) , l’ Allegoria mitologica è essenziale per capire il passaggio dal naturalismo veneto del primo periodo dominato dalla lezione giorgionesca e tizianesca al classicismo romano dove Dosso sa con estrema intelligenza approfittare della lezione di Raffaello ma soprattutto di Michelangelo. Questo passaggio nei luoghi del Magno Palazzo appare splendidamente spiegato in un momento altissimo dove le opere dialogano con l’ambiente e l’architettura. Il merito va anche riferito ad Antonio Natali direttore degli Uffizi di Firenze e al suo progetto La città degli Uffizi .Fili antichi di cultura. Delle opere di Dosso ben quattro provengono dalla Galleria fiorentina e il progetto che porta il nome della “città degli Uffizi” è quello di stringere i rapporti tra opere e territorio. Come ottimamente spiega Natali la collana che porta il nome di “Città degli Uffizi” propone un’idea che è quella di “ offrire un’ immagine del museo che vada oltre quella consolidata di luogo deputato alla migliore conservazione delle opere d’arte per andare a toccare nel vivo l’educazione stessa. Museo inteso, anche, come nucleo di propulsione culturale centrifuga.” Un’idea dunque nuova del significato e del senso del luogo deputato alla conservazione dell’opera e che finalmente si propone come capacità di interpretazione dell’opera stessa ma anche come ruolo diversamente nuovo della sua necessità e quindi non in contrapposizione ma in armonia con le mostre giustificate dunque dall’essere pensate in funzione stessa dei luoghi dove e per i quali erano state concepite.

E’ dunque possibile che la sedimentazione culturale allorché alberghi e si sviluppi in luoghi consoni alla ricerca porti ancora a Ferrara nuovi stimoli e nuove possibilità nonostante la necessità se di necessità si trattava di chiudere o ridimensionare una delle eccellenze di cui la nostra città doveva andare fiera.

Molti peccati si annidano nelle tomaie degli stivali dei vescovi

Russia, lungo il fiume Volga, Seconda guerra mondiale (1942, per la precisione), nazisti, nemici e amici, paura, oscurità, viltà e tradimento.
Un giovane marinaio russo, Anatoly, scampato all’affondamento della sua imbarcazione fatta saltare dai tedeschi, è obbligato a sparare contro il suo capitano, per vedersi salva la vita. L’evento tragico lo sconvolgerà per sempre, il grande senso di colpa e di vergogna lo perseguiteranno continuamente, in ogni momento del giorno e della notte.

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la locandina

Anatoly trova rifugio in un monastero, unica costruzione a Ostrov, isola di una regione settentrionale del paese come tante, sperduta, desolata, emblema di uno stato non solo ambientale quanto, soprattutto, esistenziale. Il luogo è totalmente isolato dal mondo, con temperature rigide, immerso in una natura selvaggia in cui l’essere umano ha la possibilità di confrontarsi solo con i suoi demoni e con il senso della propria vita.
I colori sono il bianco intenso e immenso della neve, del ghiaccio e delle nuvole, il grigio del peccato e della fuliggine, il nero del carbone e della morte, l’azzurro del cielo.
Il giovane diventa uno dei monaci, fino a trasformarsi, poco a poco, in uno iurodivy, un “folle di Dio” o uno dei “santi idioti” della tradizione ortodossa.

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una scena del film

Ossessionato dalla sua colpa, Anatoly trascorre gli anni pregando e vivendo in solitudine nel locale delle caldaie del monastero, spalando carbone per alimentarlo. Con la sua fatica fisica, la sua caparbietà e tenacia, il suo sudore e la sua espiazione, “alimenta” il monastero e la sua vita, mantenendoli costantemente al caldo.
Ha un carattere molto brusco, è sempre nero, perché sporco di fuliggine, parla da solo citando a memoria i Vangeli, ha uno stile di vita spartano e anomalo. Per questo suscita scandalo nei confratelli, anche se il Priore lo stima e gli vuole bene.
Col passare del tempo, la sua fama di uomo santo si sparge nel paese, portando sull’isola molte persone che cercano il suo conforto o un miracolo. Che avvengono quasi regolarmente, anche con un caso di esorcismo.

peccati-tomaie-vescovi
una scena del film

Anatoly sa riconoscere il peccato o la tentazione. Grekh in russo è un vocabolo molto forte, è il peccato mortale, un’azione inconfessabile di cui si prova un’enorme vergogna e non suscettibile di perdono, se non dopo un lungo e durissimo periodo di espiazione.
Girato con gran cura da Pavel Lungin, regista moscovita da anni trasferitosi a Parigi, in una natura fredda e silenziosa ma intensa, l’isola offre allo spettatore occidentale una grande testimonianza della fede, della tradizione ortodossa e della redenzione in essa.
Fino a un finale totalmente inaspettato e commovente, nel quale tutta la vita e la permanenza dell’uomo sull’isola trovano compimento finale.
L’isola è un film difficile, impegnativo e alquanto duro in certe parti (e che, talvolta, richiede qualche conoscenza specifica, come ad esempio quella della preghiera del cuore, una formula da ripetere incessantemente: “Signore, Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore“), ma davvero interessante, intenso e profondo.

L’isola, di Pavel Lounguine, con Pyotr Mamonov, Dmitry Dyuzhev, Victor Sukhorukov, Nina Usatova, Yuri Kuznetsov, Timofey Tribuntsov, Alexey Zelensky, Russia, 2006, 112 mn.

Il sorriso, antidolorifico naturale

Ogni giorno lavoro con clienti che cercano disperatamente di uscire da una condizione insopportabile di dolori muscolo-scheletrici cronici e insofferenza alle articolazioni. Spesso, accompagnandoli alla porta, vedo sui loro volti un po’ di tristezza… e chi può biasimarli? Soffrono, hanno dolori forti in varie parti del corpo, e occorre ricordare che il dolore cronico è vizioso e colpisce ogni aspetto della vita: mente, corpo e spirito.
Il dolore cronico può diventare un calvario a tempo pieno, perché consuma le energie psicofisiche nello svolgimento delle attività della vita quotidiana. Inoltre, il dolore non influenza solo il corpo, ma condiziona anche la comunicazione con gli altri. Se ti senti male, è piuttosto difficile mantenere un sorriso sul tuo viso e quindi rimanere positivo.
Se si vede una persona che ha la bocca un po’ chiusa, la spalle arrotondate, testa in avanti e occhi a terra, ci sono alte probabilità sono che abbia una cattiva postura. Al contrario, quando una persona ha una buona postura, testa alta, occhi in avanti e un sorriso sul volto, nel vederla si percepisce un senso di benessere che ne aumenta l’attrattiva.

Il mio lavoro è anche quello di insegnare ai miei clienti che “il corpo è un’unità, e deve essere trattato come tale”. Si tratta di un approccio olistico che aiuta a guarire meglio. Invece di concentrarsi semplicemente sul sintomo, ossia il dolore, si punta a correggere la causa principale del problema, la postura. Trattando il corpo come unità, e affrontando la causa principale del problema, si diminuisce il dolore, migliorando la postura e la mobilità che, a loro volta, favoriscono anche emozioni positive. Ammettiamolo, quando ci si sente meglio fisicamente, si è molto più inclini a produrre un sorriso.
E’ ben noto che all’atto del sorridere, l’organismo rilascia endorfine e serotonina con grande beneficio per la salute generale e il benessere. Personalmente, credo anche che le espressioni facciali positive e sorridenti, in particolare, siano un ottimo modo per aiutare il corpo a funzionare meglio, migliorando la percezione relazionale e aiutando a stare in mezzo alla gente. E’ ampiamente documentato che sorridere migliori anche la salute del cuore e diminuisca i livelli di stress. Le emozioni positive, possono ridurre il rischio di malattie cardiache.

Il problema per coloro che hanno dolore fisico è proprio questo, risulta difficile concentrarsi sulle emozioni piacevoli. Ecco allora che migliorando la propria postura e diminuendo il dolore, si è liberi di concentrarsi ancora una volta sulle emozioni positive, di amare e di vivere la propria vita al massimo.

Di seguito almeno 10 vantaggi del sorridere:

  • rende più attraenti
  • migliora l’umore e colpisce lo stato d’animo degli altri
  • cambia l’atmosfera in una stanza
  • riduce lo stress
  • migliora il nostro sistema immunitario
  • abbassa la pressione sanguigna e fa bene al cuore
  • rilascia endorfine, antidolorifici naturali e serotonina
  • aiuta a ridurre le rughe
  • richiede meno lavoro per i muscoli facciali
  • è un segno universale di felicità

Alcuni semplici modi per sorridere di più:

  • farsi consigliare dal proprio osteopata alcuni esercizi da fare ogni giorno per lavorare sull’allineamento della postura;
  • frequentate persone positive;
  • non annoiarsi e impegnare la propria vita a costruire pensieri positivi;
  • scriverei i propri ricordi preferiti.

“Ogni volta che sorridi a qualcuno, è un atto d’amore, un dono per quella persona, una cosa bella.” Madre Teresa di Calcutta

Israele e Palestina, note di pace dal piano di Barenboim

Tutti coloro che credono fermamente nella “politica come professione,” benché a gran parte delle classi dirigenti odierne manchino in modo manifesto e perentorio quelle tre qualità che Weber attribuiva all’uomo politico (passione, senso di responsabilità e lungimiranza), probabilmente rigetteranno l’accorato appello al dialogo e alla pace lanciato dalle pagine del Berliner Morgenpost dal celebre pianista e direttore d’orchestra Daniel Barenboim, direttore dell’Opera di Berlino, di duplice cittadinanza israeliana e palestinese (!), a lungo impegnato per la pace in Medio Oriente,

I vari congiurati del conflitto israelo-palestinese, i diversi signori della guerra palesi ed occulti, i molti machiavelli sparsi nel Vicino Oriente, ma anche le vittime di entrambe le parti, stremate dai lutti e dal dolore, probabilmente avrebbero da eccepire alla semplicità di Daniel Barenboim che afferma in modo piuttosto risoluto: Es gibt keine militärische Lösung, “non c’è una soluzione militare” (al conflitto israelo-palestinese).

Probabilmente ciascuna delle parti in causa condivide in fondo, in segreto, questa affermazione semplicemente per ragioni pragmatiche o per realismo politico – con un ragionamento che forse potrebbe assomigliare al seguente: anche se una vittoria militare sarebbe tecnicamente possibile, i suoi costi politici sarebbero fin troppo eccessivi, per cui è meglio usare la forza solo fintantoché ci sarà possibile e accettabile per i parametri della diplomazia occidentale, per tornare così alle trattative…

Si tratta ovviamente di un percorso che non rispecchia nessuna delle doti civili idealmente ascritte al “politico di professione,” – un percorso, tra l’altro, miope, di brevissimo respiro ed aspramente criticato anche da diversi esponenti dei servizi di sicurezza israeliani. L’ex direttore dei Servizi Segreti interni (Shin Beth) e analista Yuval Diskin, in un’intervista all’edizione inglese del settimanale tedesco “Der Spiegel,” ad esempio, critica aspramente la politica di forza di Netanyahu e paventa i costi di un’azione militare che per una sua piena realizzazione richiederebbe uno o due anni con l’inimmaginabile conseguenza di provocare due milioni di profughi palestinesi.

A dire il vero, le parole di Daniel Barenboim sembrerebbe quasi banali, probabilmente condivise da tutti i cosiddetti “uomini di buona volontà,” se non fosse per un dettaglio, una piccola ma importante sfumatura che quasi stranisce chi legge il suo appello, aspettandosi solo musica e buoni sentimenti. Leggiamo: “Noi palestinesi abbiamo l’impressione di dover trovare finalmente una soluzione giusta. Dal profondo del nostro cuore ci struggiamo per la giustizia, per i diritti che spettano a ciascun popolo su questa terra: autonomia, indipendenza, libertà e tutto che ciò comporta. Noi israeliani abbiamo bisogno che venga riconosciuto il nostro diritto a vivere sullo stesso lembo di terra. La divisione della terra potrà avvenire solo dopo che entrambe le parti non solo avranno accettato, ma anche compreso che noi possiamo vivere fianco a fianco e certamente non dandoci le spalle.”

È straordinario questo richiamo al “noi:” “noi palestinesi,” “noi israelieni.” Straordinario soprattutto perché proviene da un grande artista che ha consapevolmente accettato una doppia cittadinanza e un doppio passaporto, israeliano e palestinese. Un artista insomma che non parla semplicemente “in prima persona,” ma riconosce anzi di essere già egli stesso ben più che una sola persona, bensì un insieme di possibili identità, perlomeno “due:” palestinese ed israeliana. È da questa concreta consapevolezza d’essere non un monolitico “io” ma un “io” plurale e doppio che nasce anche solo la possibilità verbale di lanciare un appello comune effettivamente da entrambe le parti in causa.

Non è la prima volta che gli artisti sanno parlare ben più profondamente dei politici. Mi piace pensare che sia la bellezza della musica ad avere ispirato Barenboim in modo da poterci ricordare ancora un volta il celeberrimo detto di Dovstojevsky: mir spasiet krasota. Cioè, sulla base dell’ambivalenza del termine mir (“mondo,” “pace”): non solo “la bellezza salverà il mondo” ma anche “la bellezza salverà la pace.”

Il profugo senegalese

Spesso ho avuto occasione, a Ferrara, di incontrare un profugo proveniente dal Senegal, una persona estremamente cortese e profondamente triste. Ogni giorno lo trovo, in piedi, all’angolo del nostro bar abituale, gestito da una meravigliosa famiglia che si impegna molto a favore dei profughi giunti dall’Africa. Tanto che una famiglia somala considera e rispetta Adriano, il proprietario del bar, come fosse il suo “nonno”. Lamin, il profugo senegalese che, giorno dopo giorno, sta all’angolo del bar di via Garibaldi, ha dovuto lasciare in Africa sua moglie e i tre figli piccoli, a cui invia regolarmente soldi – ma da dove li prende? Da quello che gli mettono in mano in una giornata? Certo, bisognerebbe “verificare” la sua versione, ma io credo che sia veritiera. Si rivolge con grande rispetto ad ogni passante, parla anche con gratitudine di molti di essi ma, dice, a volte il razzismo di alcuni degli italiani che passano è difficile da sopportare. All’ora di pranzo, quando quasi tutti i negozi sono chiusi, l’ho visto spesso da solo, in un angolo d’ombra vicino al Duomo di Ferrara. Con una bottiglia d’acqua, un pezzo di pane e una qualche verdura in mano… Nel pomeriggio, poi, si rimette per qualche ora all’angolo del solito bar. Ma cosa c’è di tanto particolare in questa storia del profugo senegalese a Ferrara? mi chiedono giornalisti italiani e tedeschi. Posso solo rispondere: appunto, proprio questa domanda. La presenza dei profughi da tutto il mondo è diventata normalità nella nostra vita quotidiana. Un bel segno della vita globale di adesso, dicono alcuni amici. No, un brutto segno dell’aumento della povertà globale dicono altri. Cosa si può fare? Resta solo il riferimento alla Bibbia e alla storia del buon samaritano, o di Lazzaro? Abramo disse all’uomo ricco: “Figlio, ricordati che nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. Sì, sono tormentato anch’io, non per la mia ricchezza personale ma per dare una risposta giusta alla domanda: che fare nei confronti della povertà che si vede dappertutto e che aumenta, in Germania (sì, anche in un paese insomma ricco), in Italia, all’angolo di una Bar a Ferrara?

Brano tratto da “Diario della Pianura” di Carl Wilhelm Macke

Con l’Unità se ne va un altro pezzo della bella politica

“Leggete e diffondete l’Unità”. Non un semplice slogan: quello racchiuso in un quadratino autopromozionale pubblicato qua e là a piè di colonna fra le pagine del quotidiano era un’esortazione e un vero comandamento per il militante del Pci, ateo per stereotipo, ma sorretto da un’incrollabile fede civile, quella comunista. Leggere: dunque conoscere, informarsi (per qualcuno magari pure indottrinarsi…). Diffondere: quindi divulgare, rendere partecipi, socializzare (o, per i più dogmatici, indottrinare)… Con l’Unità sottobraccio, la domenica mattina si girava strada per strada. E a casa delle persone (altri compagni, ma anche semplici simpatizzanti o potenziali elettori) non si portava unicamente il giornale, ma idee e passioni. Era una sorta di campagna elettorale permanente in formato amicale, ma anche l’occasione, attesa, per scambiare opinioni, ragionare di ciò che succedeva – nel mondo prima ancora che nella città o nel proprio quartiere – fornire spiegazioni e trasmettere motivazioni. Motivazioni per aderire al progetto, per indurre a partecipare con un impegno diretto e personale alla lotta per il cambiamento. Cambiare, questo era l’imperativo: “Cambiare si può, cambiare si deve, cambiare è necessario”, fu un fortunato slogan della propaganda comunista. Fortunato perché diretto ed efficace. E quando si diceva “cambiare”, non si intendeva spostare il ripetitore della telefonia o tappare una buca: quello veniva per ultimo. Prima c’era da cambiare il mondo, il resto, poi, di conseguenza. L’analisi procedeva sistematicamente dal generale al particolare: il mondo, appunto, le superpotenze, gli equilibri planetari, le sopraffazioni, le guerre, la fame, le ingiustizie; e poi, di seguito a stringere il cerchio, l’Europa, la necessità delle alleanze e di orizzonti più ampi, l’Italia, il malgoverno, la corruzione, le speranze di un futuro migliore e il dovere di impegnarsi per propiziarlo. E infine, noi: la nostra città, il nostro particolare. Poi, nella pratica, il pragmatismo induceva a ribaltare l’ordine di intervento e si procedeva sulla base della concretezza, affrontando e cercando di risolvere i problemi pratici e immediati, secondo una logica del fare che ha reso in molti momenti cruciali della nostra storia come pure nella quotidianità il Partito comunista in Italia anche un potente, prezioso e insostituibile motore di innovazione e buongoverno. La chiusura dell’Unità, giornale comunista fondato nel 1924 da Gramsci – il padre nobile del partito – oltre che un evento doloroso, simbolicamente rappresenta l’ennesimo episodio che attesta la fine di un certo modo di fare e concepire la politica nel nostro Paese: quello basato sull’incontro, il confronto, il dialogo, i rapporti umani, le idealità. Se ne va un altro pezzetto di un mondo in cui la politica non solo era praticata, ma vissuta con pienezza, come un’esperienza di vita intensa e coinvolgente che dava senso all’esistenza.

Sud Sudan, questo sconosciuto: incontro con chi questo Paese lo vive davvero

Il Sud Sudan è uno dei paesi più giovani al mondo, uno Stato indipendente, dal luglio 2011, dopo una guerra civile devastante e distruttiva durata oltre 20 anni. Il Paese è stato talmente impattato da tali eventi, a livello economico e di sviluppo umano, che il 50,6% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Mancano infrastrutture, vi sono i più alti tassi di mortalità materna e di analfabetismo femminile al mondo. Carestia e crisi idrica sono altri componenti di questo terribile scenario. In questo scenario, operano alcuni operatori umanitari internazionali e italiani che cercano di portare soccorso alle popolazioni. Abbiamo voluto parlare con uno di questi “eroi moderni”, Anna Sambo, responsabile dei progetti della Fondazione Avsi nel Paese [vedi]. Conosco Anna da tempo e, considerati il suo carattere e la sua forza di volontà, potevo solo immaginare di ritrovarla in posti come questo.

Anna, ci conosciamo dai tempi di progetti sociali portati avanti nell’ambito di un’attività d’impresa, e lo spirito che caratterizzava il tuo impegno di allora non sarà sicuramente cambiato. Cosa ti ha portato a cambiare vita, e soprattutto a scegliere il Sud Sudan? Perché proprio questa realtà?

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Anna Sambo, responsabile dei progetti della Fondazione Avsi in Sud Sudan

E’ stato il Sud Sudan a entrare nella mia vita, per primo, quattro anni fa, con una visita tra Uganda e Sud Sudan. Ho seguito un invito e ricordo il passaggio del confine tra Uganda e Sud Sudan: alle pendici delle montagne, i villaggi, come li avevo sempre visti e immaginati nei racconti degli antropologi quando studiavo all’Università di Milano. Ricordo la commozione. E da lì si è rafforzato il desiderio di “stare” in Africa. Poi è arrivata un’offerta di lavoro. E dire di sì non è stato facile. Più volte ho tenuto in considerazione quello che dicevano gli altri, che era una follia: lasciare un impiego a tempo indeterminato nella più grande azienda italiana, in tempo di crisi. Da matti.
Alla fine, era Natale, ho deciso da sola e per me stessa. Non tanto per dei valori specifici o per un’idea di voler fare un lavoro che per il pensiero comune è “nobile” (aiutare i poveri…) ma per una questione di dignità personale: sono cresciuta e sono stata educata in un ambiente in cui il lavoro è parte integrante della vita e della soddisfazione personale. Anzi, ho sempre visto miei genitori divertirsi tanto nel lavoro. Volevo trovare uno spazio per me, per imparare cose nuove e conoscermi meglio. Poi mi hanno sempre insegnato che dalla fatica nasce la felicità. E devo dire che qui, in Sud Sudan, provo questo sulla mia pelle. Diciamo che qui questo concetto non ha proprio nulla di metaforico. Qui si prova la vera fatica fisica, la precarietà di tutto. E quando accade qualcosa di bello, provi una piena felicità piena. Si tratta di letizia, come mi ha scritto una volta mio papà in una delle prime email che ho mandato da qui, quasi un anno e mezzo fa. Mi scrisse: che bello sentirti così lieta! E tuttora è ancora così. Le fatiche sono aumentate, perché’ è sbiadito il semplice entusiasmo e si è fatta sempre più strada la consapevolezza. Questa realtà in qualche modo mi ha scelto. E forse proprio qui, nell’Africa più difficile, dovevo capitare, per capire meglio cosa conta davvero nella mia vita (e non solo nella vita in generale) e su cosa poggio io, Anna.

Ha forse a che fare anche con il “mal d’Africa”???

Tutti dicono che il mal d’Africa esiste davvero. Quello che so è che ogni volta che parto da qui, mi prende la nostalgia. Mi prende un senso di spaesamento ad allontanarmi da qui. E il pensiero consolatorio che faccio sempre è che sono contenta di andare ma, allo stesso tempo, di sapere che qui ci torno. Vado via, ma torno subito, mi viene da dire quando decollo da Juba.

In Sud Sudan rappresenti Avsi, che, nel paese, è molto attiva tanto nel settore dell’educazione che dell’assistenza medica a bambini e donne. Ci descriveresti alcuni dei maggiori progetti che portate avanti ora?

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Clinica St. Teresa a Isohe, la sala operatoria è uno degli ultimi interventi di Avsi

Il settore educativo e sanitario sono quelli su cui siamo impegnati di più, anche se stiamo terminando un grosso progetto di riabilitazione del sistema idrico della città di Torit, finanziato dall’Unchr. Mi è capitato, proprio in questi ultimi mesi, di fare più attenzione al progetto sanitario che portiamo avanti, da un anno, nella contea di Ikotos, finanziato da Health pooled fund (progetto alimentato dai fondi del governi inglese, canadese, australiano e dell’Unione europea). Dalla nostra base di Isohe (tra le montagne dell’Eastern Equatoria, uno dei 10 Stati che compongono il Sud Sudan) supportiamo il dipartimento di salute della contea di Ikotos. Gli obiettivi del progetto sono il supporto al lavoro della Contea (con attività di capacity building) e la fornitura di servizi sanitari di base (vaccinazioni, distribuzione di medicine, attività di cura prenatale), con un’attenzione particolare a bambini e donne incinte. Sono stata tanto nei villaggi, in quest’ultimo periodo (di solito sto molto a Juba, in ufficio) e mi sono resa conto della situazione disgraziata in cui si trovano le persone e del bisogno reale di ciò che facciamo. Ora posso dirlo, al di fuori di luoghi comuni e ideologie. Ora lo vedo proprio. L’altro grande progetto è quello finanziato dal Ministero affari esteri italiano: è un progetto triennale, iniziato a maggio 2014, che fa seguito ad altri due progetti con lo stesso donatore susseguitisi nel 2012 e 2013. E’ un progetto educativo, sempre nello stato dell’Eastern Equatoria. Negli anni precedenti, AVSI ha lavorato alla riabilitazione di scuole. Con questo nuovo progetto ci concentriamo maggiormente sulla formazione degli insegnanti di scuole elementari e medie e sul supporto agli studenti della School of education del St. Marys College di Juba, con borse di studio. La scuola è supportata da Avsi e forma – come Università – gli insegnanti delle scuole elementari. Si tratta di un intervento importante ed è una grossa sfida oltre che un rischio: è una visione di sviluppo per un paese in piena emergenza. In un momento in cui tutti puntano sulla distribuzione di cibo e di beni di prima necessità, Avsi prova a investire nello sviluppo, contando su una presenza costante nel paese. Lavorare nell’educazione significa fidarsi del fatto che le persone abbiano un’immagine del loro futuro e che non pensino solo ad arrivare a fine giornata vivi. Significa fidarsi del fatto che c’è qualcosa di più del giorno per giorno. Abbiamo, poi, dei progetti di Education in Emergency, dove lavoriamo con bambini, genitori e insegnanti, attraverso un accompagnamento psicosociale. Inizieremo presto un progetto simile qui a Juba, in uno dei campi degli sfollati interni (Internally displaced people), quelli che sono scappati dai combattimenti e dalle “persecuzioni”, dallo scoppio della guerra lo scorso dicembre. Le persone nei campi rifugiati hanno paura a uscire, vivono nel terrore di essere nuovamente in pericolo.

Se dovessi spiegare, in sintesi, a un lettore, magari anche a un giovane lettore, cosa succede in Sud Sudan, come glielo spiegheresti? Sai che qui in Italia si parla poco di realtà simili…

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Primary health care unit di Mangalla, donne e bambini in attesa di una visita

Quando sono tornata qui a gennaio, dopo l’evacuazione dello scorso dicembre, la percezione era di trovarsi in un luogo instabile. La percezione era, poi, che la gente pensasse solo a trovare il modo per andare via. O comunque, che ancora più del solito la gente fosse in grado solo di pensare all’oggi. Nessuna prospettiva per nessuno. E da lì la domanda del perché stare qui se quelli che stanno qui, per primi, se ne vogliono andare. Tutto ti fa pensare che non può che andare male. Per tutti.
Il Sud Sudan è lo stato più giovane del mondo, nato il 9 luglio del 2011, dopo 20 anni di guerra con il nord. Prima era un unico Sudan. I sud sudanesi, quando sono arrivata, facevano una vita che mi pareva normale. Sapevamo che lo stato era nuovo, uscito dalla guerra, e che, dunque, poteva essere molto instabile. A luglio dell’anno scorso, proprio in questo periodo, il Governo ha mandato via alcuni rappresentanti della forza di opposizione, che, fino ad allora, era stata integrata nel governo anche come segno di una volontà di pacificazione tra due fazioni diverse, appartenenti alle due diverse etnie principali i Nuer e i Dinka.
Il presidente Salva Kir, guerriero, soldato e di etnia Dinka, ha cominciato a spargere semi della discordia. Già allora si temeva la guerra. Ci avevano detto di essere pronti all’ibernazione (stare in casa o nel compound con acqua e cibo sufficienti, un telefono satellitare carico e funzionante) o all’evacuazione. Poi non è successo nulla e abbiamo ripreso la vita normale, seppur faticosa, ma credendo di stare in pace. La notte tra il 15 e il 16 dicembre, hanno iniziato a combattere. Mi stupisco perché, quando parlo di quel momento, a fatica riesco a dire “quando è scoppiata la guerra” perché quello che viviamo da qui non è una guerra. Ma in realtà la guerra c’è. E’ un conflitto a bassa intensità, che ogni tanto ha dei picchi in cui l’intensità aumenta (come il 5 marzo scorso, quando abbiamo sentito lo stesso rumore di combattimenti sentito quella notte) e ti senti ripiombato nel nulla. Nei tre stati al nord del paese (Unity, Jonglei e Upper Nile) la guerra continua. In questi giorni si parla, più di prima, di rischio carestia per 4 milioni di persone. La gente è scappata, non ha un posto dove stare e non ha campi che producano mais o sorgo. Non hanno potuto coltivare nel periodo dell’anno in cui è possibile farlo. Sono arrivate le piogge e non si coltiva. Non porterebbe frutto. E il cibo non può raggiungere quelle zone del nord. Il commercio non funziona, i trasporti sono quasi impossibili, per le piogge e per la guerra. Gli aiuti umanitari non arrivano. Ci sono grandi proclami, ma gli aiuti arrivano solo grazie a qualcuno che ha il coraggio di percorrere strade di fango e di distribuire il cibo a piedi.
Qui ci sono guerra e povertà. Ogni tanto l’informazione ne parla, ma poi passa il momento. Le persone, tuttavia, soffrono e muoiono, per guerra, fame e malattie. In tutto questo ci siamo anche noi, che facciamo di tutto per portare avanti una vita normale, soprattutto perché vorremmo lo facessero anche i sud sudanesi. E lo facciamo perché vogliamo stare qui, con una presenza vera, che vada aldilà di una guerra che cancella ogni pensiero sul futuro. Vogliamo che la vita quotidiana che sia degna di questo nome.

Ti ho visto in televisione quando, a causa della nuova guerra esplosa tra le diverse fazioni armate, sei stata evacuata con un ponte aereo organizzato dall’Unità di crisi della Farnesina – a gennaio, ma correggimi se sbaglio. Immagino quanto tu fossi tesa e provata, ma il tuo sorriso era lì… Inutile forse domandarti “ma come fai”?
L’aereo ci ha portati prima a Gibuti e poi in Italia, il 20 di dicembre 2013. E’ stato un momento di cui parliamo spesso. Tante amicizie sono nate in quell’occasione. Quando sono salita sul C130 della Farnesina ho pianto finalmente, dopo giorni di tensione. Sono stati solo 3 giorni, ma di continue telefonate di coordinamento con i colleghi delle altre basi (che sono usciti dal Sud Sudan via terra, andando in Uganda e da lì in volo fino in Italia) e con la sede in Italia. Non mi sono mai sentita sola. Ho scoperto che gli spari di notte mi provocavano una reazione di spavento, fisica. Ero stanca, dormivo poco. Ma non mi sono mai sentita sola o troppo spaventata. Forse il ruolo, accompagnato dalla presenza degli amici e colleghi. Mi ricordo la telefonata via skype con papà la sera prima dell’evacuazione. Mi chiedeva di raccontargli cosa stava succedendo. Con i miei genitori è stata una condivisione tra adulti, una parte del “bello” di quel momento.
Mi piace questa domanda “come fai?”. Ogni tanto mi fermo a guardarmi. E vedo tutte le fatiche, che sono fatiche diverse da quelle cui ero abituata. La prima risposta è che tante volte ho pensato “io non ce la faccio” e poi c’era sempre qualcuno che mi faceva compagnia. Qualcuno che mi faceva sentire parte della realtà. Come faccio… semplicemente mi succede che riesco ad accorgermi del germoglio verde sul tronco che sembra secco. Questa cosa non me la do da sola. Non riesco a convincermi di essere felice. Non ci sono mai riuscita. Ho sempre voluto una vera felicità, una vera pienezza. E qui, con tutta questa fatica, sarebbe impossibile riuscire a “raccontarmela”. Dunque, è sempre la realtà che mi tira fuori dallo sconforto dalla tristezza, dalla fatica e dalla solitudine. Ecco… sono felice di farcela, perché vedo quanto questo sguardo mi faccia essere lieta e adulta nella migliore delle sue accezioni. Le relazioni, gli incontri, le amicizie e il desiderio inarrestabile – e sempre più forte – della felicità.

Ho letto la tua intervista su Famiglia Cristiana dello scorso febbraio, nei giorni in cui erano stati sospesi i negoziati di pace tra ribelli e Governo, previsti ad Addis Abeba, in Etiopia, nello stesso mese. Nelle tue parole si leggeva comunque una ferma volontà a proseguire in una ricerca. Quella del Bene comune? Ma come si fa a crederlo in situazioni simili?
Sì, una ricerca di cui sono intrinsecamente fatta, forse perché l’ho vista in tante persone che ho incontrato durante la mia vita, nelle amicizie e sul lavoro. Una ricerca che ritrovo anche in te. Quella della compiutezza, della letizia. Cerco la felicità nel quotidiano. E, paradossalmente, è qui che lo sto imparando. E quello che imparo qui mi serve per amare di più il luogo da cui provengo. Non è una questione di credere, ma di cercare ogni giorno quel “Bene comune” di cui parli. Che parte dal mio bene. Il mio desiderio più grande è quello di essere felice in ogni istante (chi non lo vorrebbe?). E forse la fatica che si vive qui rende più intensa ed evidente le bellezza dell’attimo, degli incontri, l’importanza di un messaggio degli amici dall’Italia. Ogni tanto ci sono cose, situazioni, che mi fanno sobbalzare il cuore. E allora penso che è proprio in quel tuffo al cuore che trovo il Bene. E basta solo stare a guardare, perché accade ogni giorno, anche qui.

Il tuo “Diario dal Sud Sudan” su Sussidiario [leggi] prosegue con cadenza quasi settimanale, da febbraio. Ci parli della bellezza che non c’è (o che c’è?)?
La bellezza che non c’è la trovo nei bambini sporchi e che se ne vanno in giro a piedi scalzi nel fango, o che si lavano i denti nel canale di scolo dietro il nostro ufficio. Nel fatto che gli adulti intorno a loro non se ne accorgono. La bellezza che non c’è l’ho vista nello sguardo perso e nelle botte prese da uno dei nostri autisti finito in carcere, l’ho vista nella lotta finita con la morte a forza di botte di Sebit, un altro nostro autista. Con la storia di Sebit ho iniziato a scrivere. E ricordo quel periodo (gennaio) come veramente intenso e in qualche modo “bello” nonostante il dramma di ciò che succedeva – è stato quando siamo rientrati in Sud Sudan dopo l’evacuazione di dicembre. La bellezza è in tutto ciò che mi sorprende. Una nuova collega con uno sguardo aperto alla realtà, i racconti di bellezza da chi non è mai riuscito a vederci nulla di bello qui, le risate con i colleghi. E il silenzio quando succede qualcosa di terribile. Silenzi pieni. La bellezza è nella sorpresa di trovare il bello, senza raccontarsela. La bellezza s’impone, è evidente, succede. Non sono io che la faccio, ma è lei che mi viene incontro. La bellezza delle lettere degli amici (poche, ma quando arrivano è una festa). E quella della condivisione.

Da “persona che s’informa sui fatti”, ma anche da amica, ti seguo e siamo anche in contatto sui social network. Ti vedo sempre attiva, nei limiti, immagino, dei tuoi impegni. Noto con piacere che, fra tutte le difficoltà, oltre a trovare il tempo di scrivere – e anche bene, lasciamelo dire – fotografi molto. Com’è nata questa tua passione per la fotografia e cosa preferisci far entrare nei tuoi scatti? Ossia cosa t’ispira veramente?

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La comunità di Lobira presso Il Primary health care center

Ci pensavo in questi giorni. La settimana scorsa ero sul terreno, tra le montagne di Isohe, per una visita ai nostri progetti sanitari. Ho fatto fotografie che a rivederle mi commuovono. Sembra quasi che non le abbia fatte io, per la reazione che mi provocano. Ci tengo a farle, a sistemarle quando torno a casa, a condividerle con i colleghi qui e con gli amici. Ci penso ogni volta, se valga la pena o no renderle “pubbliche” attraverso i social network. Poi penso che sì. Perché tenere per me il mondo che vedo? Dunque, fotografare mi piace per rivedere meglio quello che forse a volte preferisco vedere di sfuggita. Alcune cose preferisci non guardarle. Almeno, non direttamente. La fotografia da una parte si “mette in mezzo” tra me e il disastro, lo sporco, la tristezza, la povertà, ma anche tra me e la bellezza e l’umano. Si mette in mezzo e allo stesso tempo è ciò che mi fa guardare meglio le cose, le persone e i posti che amo, qui. Quello che m’ispira veramente, che ho voglia di fotografare, sono i dettagli e le persone. I volti, ma allo stesso tempo le “composizioni” che riesco a vedere “come in fotografia” quando vado in giro. Mi piace fotografare da dietro persone che parlano, godendo della bellezza di quello scambio. Mi piacciono i volti rugosi dei vecchi sud sudanesi, che pur avendo 50 o 60 anni ne dimostrano un centinaio. Mi piace perché le loro fotografie sono quasi dei dipinti. Mi piace sempre tanto fotografare i bambini, perché ti corrono incontro. E appena mostri la foto che hai fatto, ne arrivano altrettanti a farsi fotografare. La fotografia mi avvicina a chi mi sta attorno e, allo stesso tempo, mi permette di guardare le cose dalla giusta distanza. Quella che mi commuove. La fotografia mi è sempre piaciuta, perché posso fermare la bellezza dell’istante, che rincorro fotografando.

Se ti dovessi, infine, definire con tre parole e tre aggettivi, quali useresti?

Lacrime, inquietudine, corsa; sensibile, insicura, sorridente.

Progetti, dopo il Sud Sudan?
Non si placa il mio desiderio di imparare e conoscere. Non ho idea di come questo si realizzerà, ma i criteri saranno quelli di tenere seriamente in considerazione tutto quello che so fare e che ho imparato nel lavoro (non solo qui, ma anche quando lavoravamo insieme), di considerare seriamente e con cura le mie debolezze e le mie paure, di continuare a seguire ciò che mi fa dire ogni giorno di stare spendendo la vita per la mia felicità (che di conseguenza diventa anche quella degli altri). Non voglio fermarmi. Sulle Dolomiti ho imparato il bello del cammino. Vorrei continuare a camminare.

E noi vorremmo camminare con te, ti seguiremo…

Foto per cortese concessione di Anna Sambo

Digito ergo cogito

Immigrati digitali, nativi digitali, generazione app. Ormai le generazioni non si scandiscono più biologicamente ma secondo mutazioni tecnologiche. Viviamo l’epoca dell’app-coscienza, dell’app-visione del mondo, basterebbe un giusto assortimento di app per avere una vita davvero appagante.
Negli ultimi cinque anni, il gruppo di ricerca Project zero di Harvard, diretto da Howard Gardner, ha portato avanti numerosi studi sul tema della gioventù oggi, per comprendere in che misura e in quali modi i giovani del nostro tempo differiscono dai loro predecessori. Feltrinelli ne ha pubblicato i risultati: Howard Gardner e Katie Davis, Generazione APP. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale.
Osservazioni, dialoghi, interviste sistematiche a ragazzi, dalle scuole medie all’università, per comprendere non già la generazione dei nativi digitali, ma quella addirittura successiva: la generazione app. Giovani che vedono ormai il mondo come un insieme di app e le loro stesse vite come una serie ordinata di app e, in molti casi, come un’unica app che funziona dalla culla alla tomba.
«Perché nel futuro dovremmo aver bisogno della scuola? In fondo le risposte a tutte le domande sono contenute in questo smartphone, o presto lo saranno», è la domanda provocatoria di uno studente.
L’emergere delle tecnologie digitali in generale, e delle app in particolare, ha creato una generazione unica: plasmata dalla tecnologia; con una coscienza fondamentalmente diversa dalle precedenti e, molto probabilmente, destinata a fare strada a una serie di generazioni ancora più brevi e a loro volta definite dalla tecnologia.
Tre aspetti della vita dei giovani sono maggiormente influenzati dalla tecnologia digitale: il loro senso di identità, la loro capacità di avere relazioni intime e la loro facoltà di immaginazione.
La ricerca identifica una generazione di giovani sempre più pragmatici e concentrati sulla carriera, oltre che più concreti e meno ideologici. Le loro identità sono prematuramente determinate, sono programmate come se fossero una app. Sono molto più concentrati sulla “gestione della vita quotidiana” che sul tentativo di sviluppare progetti a lungo termine. Le app sono scorciatoie, rendono le interazioni molto più veloci, più semplici e meno rischiose.
L’atteggiamento pragmatico caratteristico degli studenti di oggi si colloca nel contesto di una più generale tendenza della società a una concezione individualistica, opposta all’orientamento comunitario e istituzionale dei decenni passati.
Non deve trarre in inganno l’aumento del volontariato e dell’imprenditoria sociale tra i giovani, la motivazione di tale tendenza nasce più dal desiderio di riempire il proprio curriculum che dal fare qualcosa per la società.
La crescente attenzione in ambito educativo, rivolta ai test standardizzati e ai punteggi calcolabili pare essere la principale causa dell’aumento di passività nei giovani e della loro avversione al rischio. Negli Stati uniti, iniziative federali come No child left behind e Race to the top hanno subordinato i finanziamenti governativi ai punteggi degli studenti, imponendo così a ogni scuola di organizzare l’intero programma scolastico in vista dello sforzo di migliorare i risultati degli studenti in tali test.
L’industria dei test non è indifferente a questa “atmosfera app” fatta di classifiche, calcoli e curriculum preconfezionati. Questo tipo di ambiente educativo incentiva l’avversione al rischio, mettendo in cima alle priorità la scelta dell’opzione corretta in un test a risposta multipla; inoltre rischia di accentuare l’ansia al punto che un fallimento al test non solo diminuisce le possibilità di accedere all’università, ma può portare a far licenziare un insegnante o a far chiudere una scuola.
I media digitali stanno trasformando e continueranno a trasformare l’educazione. L’educazione non è più un concetto limitato all’età scolastica, ma riguarda l’intera vita. L’educazione comincia appena un bambino è in grado di giocare con telefoni, tablet e telecomandi, e continua per tutto il tempo in cui una persona è attiva nel mondo.
Viviamo in un tempo in cui le persone possono studiare o tentare di acquisire nuove capacità, quando vogliono, alla velocità che desiderano, da sole o con altri, con o senza un attestato o altre forme di certificazione. L’idea di un percorso scolastico e formativo unico e valido per tutti è ormai considerata un anacronismo, se non un crimine.
La mentalità app sempre più nutre il “digito ergo cogito”, la convinzione assai pericolosa di una educazione fai da te che non necessita di aule, laboratori, relazioni con le persone, con docenti ed esperti.
Ocse e Banca mondiale hanno contribuito a lanciare nel mondo l’idea che il corpus di conoscenze da apprendere sia quello indicato dall’acronimo STEM: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, una sorta di quartetto app. Che esista un unico modo corretto di insegnarlo e un altrettanto unico sistema per misurarne i risultati: i test a scelta multipla, somministrati da una macchina e valutati da una macchina, emessi dall’Educational testing service.
L’incubo che si possa classificare ogni studente, ogni insegnante, addirittura ogni paese sulla base dei risultati ottenuti con questi metodi che si presumono corretti ed esaurienti, sta diventando ogni giorno sempre più una realtà.
Al momento ci consoliamo all’idea che nessuno dei grandi da Dante a Eliot, da Newton ad Einstein, da Raffaello a Picasso si sarebbe distinto stando a queste valutazioni. Ma siamo altrettanto convinti che l’educazione sia troppo importante, e troppo complessa per essere data in appalto alle app dell’Educational testing service o del GERM, Global educational reform moviment dell’Ocse e della Banca mondiale.

Il marciapiede dell’Ambasciata

Da MOSCA – Un uomo spazza il marciapiede, rapido, veloce, a tratti fulmineo. Le foglie cadute dagli alberi vicini continuano a disturbarlo, il vento inclemente e freddo continua a portarne.
La bandiera dell’Ambasciata palestinese sventola con la stessa forza ed energia di quelle foglie un po’ ispide e dispettose. Quello spazio è talmente ordinato che è quasi trasparente.
Sono le sette e mezzo di un fresco mattino estivo, di ieri resta poco. La sera prima, il ricevimento dell’ambasciatore si era concluso con successo, tante signore ingioiellate e macchine blindate dai vetri spessi e rigorosamente velati di nero. Poco alcol ma tanta musica, balli, chiacchiere e segreti sussurrati. Storie di coppie, di fidanzamenti, di tradimenti e magari di spie. Lui era partito poco prima dell’inizio della festa e aveva sbirciato e intravisto personaggi noti dell’alta società moscovita, tutti sorridenti e ben vestiti. Aveva finito la sua giornata di oltre dodici ore, sempre uguale, sempre eternamente lunga, sempre così faticosa e inutile.
Spazza il marciapiede la mattina, e poi pomeriggio e sera, e ancora mattina-pomeriggio-sera. Spazza pure il cortile, mattina-pomeriggio-sera. Sempre gli stessi gesti, la stessa salopette blu. Tutto deve essere lindo, sempre, nessuna foglia-ramo-rametto, carta-cartina-cartaccia, o peggio ancora nessuna gomma da masticare. Lo incrocio ogni mattina, questo signore che vigila sul lindore dell’entrata all’ambasciata palestinese, un uomo che sento più volte chiamare Yuri. Yuri vieni qui per favore, Yuri vai là, Yuri torna un attimo indietro, Yuri cosa fai, Yuri come mai, Yuri cosa dici, Yuri dove sei. E Yuri arriva, placido e rassegnato, come ogni mattina, come ogni sera.
Quasi sempre alla stessa ora mattutina, mentre passo io, Yuri si scansa per lasciar passare quattro uomini muscolosi e alti, dai capelli biondi rigorosamente a spazzola, che sbarrano la strada e fanno entrare qualcuno nella macchina blu parcheggiata a vista lungo il marciapiedi, forse lo stesso ambasciatore che la sera prima aveva accolto i suoi gentili e illustri ospiti.
Poco più in là vedo avvicinarsi alcuni ragazzi con una bottiglia di birra in mano. E’ la prima volta che li noto e sicuramente passano di lì casualmente, ma lo scenario è di vera suspense, quasi da film alla James Bond e io m’immagino chissà cosa. Cosa ci fanno con una birra in mano di prima mattina? Nascondono o tramano qualcosa? Cosa si dicono?
Divertente vivere qui certe volte, l’ambiente, fatto di stereotipi, si presta, la fantasia vola davvero lontano, mentre sullo sfondo di ogni mio passo e pensiero si staglia l’imponente edificio del Ministero degli esteri, uno dei grattacieli staliniani detti le sette sorelle.
Un giovane garzone che trasporta le bombole d’acqua destinate alla vicina banca carica goffamente la sua mercanzia su un carrellino che non potrebbe reggere nemmeno qualche valigia. Parcheggia lontano dall’entrata della banca, non può sostarvi troppo vicino.
Due gatti miagolano e attraversano la strada, un corvo vola su un tetto, un’ombra bianca che ricorda l’omino della Lagostina è proiettata sul muro a fianco dell’ambasciata. Quasi vigile accompagnatore del nostro buon Yuri. O forse è semplicemente il suo angelo custode che lo accompagna ogni mattina.
Sì, perché ancora non lo sapete, ma Yuri arriva da un paese in guerra, scampato ai più terribili orrori. Spazzare quel marciapiedi, al cospetto di un ambasciatore tanto gentile, per lui oggi è la salvezza. Terrà, quindi, lindo quello spazio. Rigorosamente.

I frutti antichi del Pontino, ricchi di storia, gusto e passione

Massimo Caramori è un personaggio, un coltivatore sui generis. La sua, ci tiene a sottolinearlo, non è un’azienda agricola ma un piccolo fondo rurale. Coltiva piante da frutto antiche e insolite varietà di patate e pomodori. Prima di rilevare il fondo di famiglia a Gradizza di Copparo faceva tutt’altro: formazione artistica – Scuola d’arte, diploma di Restauro conservativo – e esperienze professionali precedenti nel ramo commerciale di varie aziende. Ma la passione per la terra ad un certo punto è riemersa, prendendo il sopravvento.

Massimo, perché dici che la tua non è un’azienda agricola quando, di fatto, produci e vendi i prodotti che coltivi?
Sulla carta sono imprenditore agricolo, certo, ma io non mi sento tale perché imprendere per me significa fare un tipo di mestiere legato a regole socio-economiche che sinceramente, per quanto riguarda la mia piccola realtà rurale, non mi appartengono. Non sono coltivatore diretto perché non ne ho i requisiti: non ho abbastanza terreno, non ho quelle colture che ti portano a fare un certo numero di giornate lavorate l’anno e che automaticamente ti danno la possibilità di diventare coltivatore diretto, e quindi anche di poter usufruire di tale posizione a livello previdenziale, di reddito, ecc. Diciamo che mi sento conduttore di un organismo rurale.
Cosa ti ha spinto, ad un certo punto, a cambiare vita e ritornare alla terra?
Siamo una famiglia di contadini, e io la terra ce l’ho nel sangue, per me lavorare in campagna è vitale, non potrei più farne a meno. Fortunatamente mia moglie e miei figli hanno condiviso la scelta, e mi aiutano quando possono.

Da qualche anno ti stai specializzando nella coltivazione di frutti antichi, come mai questa passione?

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Una varietà di pesca antica

L’idea principale che mi ha portato a coltivare i frutti antichi è stata di volerli riportare a me, riportare a me i frutti che mangiavo da bambino e che mio nonno, mio padre e i miei zii avevano coltivato per una vita, per uso familiare prima ancora che commerciale. Tutti i poderi una volta avevano il “broli” (in dialetto ferrarese), sorta di frutteto familiare che serviva per il proprio sostentamento; un giardino pieno di alberi da frutto, ce n’erano di tutti i tipi, si poteva gustare di tutto, dalla prugna alla ciliegia, fichi, pere, mele, uva, alberi da frutto che erano lì da cinquant’anni. Per un bambino come me, era come essere in paradiso. Coltivare frutti antichi per me significa riprendere da là, da dove ci eravamo fermati, perché, citando Ermanno Olmi da L’Albero degli Zoccoli, “Per andare avanti, dobbiamo fare un passo indietro” e, dicendo questo, lui dimostrava di aver già capito che la nostra civiltà sarebbe arrivata al capolinea, e che avremmo dovuto recuperare metodi e stili di vita di una volta: il biologico, la permacoltura, il biodinamico non sono altro che questo.

Non dev’essere così facile procurarsi le varietà antiche, tu a chi ti sei rivolto?

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Una varietà di pera antica

Vero, non è facile. Dopo varie ricerche, ho rintracciato la Vivai Belfiore, un’azienda florovivaistica toscana specializzata in frutti antichi. I conduttori dell’azienda sono grandi appassionati che, tramite ricerche storiografiche e studi scientifici su quadri e affreschi rinascimentali, sono riusciti a risalire alle discendenze di molte piante, e darne origini quasi certe di antichità.

 

Mi dicevi che sei molto orgoglioso, in particolare, di essere riuscito a riportare in vita la “pesca della vigna”, come mai?
Tutti i peschi che ho piantato producono frutti a pasta bianca, ossia le varietà più antiche, in quanto le gialle sono subentrate storicamente dopo. Ma la “pesca della vigna”, ha una particolare rilevanza storica. E’ una varietà tipica dell’Italia centro-settentrionale che è esistita fino agli anni ’50, hanno smesso di coltivarla quando hanno cominciato a tirar via le vigne, è stata “eradicata”, per utilizzare termini tecnici, insieme alla vigna. La “pesca della vigna” si chiama così perché si maritava con gli olmi, i pioppi e, appunto, con la vite: i padroni ne mettevano qualche pianta tra i filari perché serviva a dissetare gli operai durante la vendemmia, senza doversi assentare dai campi; essendo poi spicca, questa pesca era perfetta per tale uso, non aveva bisogno di essere tagliata, si apriva in due facilmente, evitando di sgocciolare e sporcare. Si trattava in sostanza di una sorta di marketing di fine Ottocento che riprende il detto popolare che dice “il villano è furbo ma il padrone è bieco”: il padrone, attento al suo bilancio, aveva capito che offrire ai lavoranti qualche pesca era più conveniente che mandare appositamente una persona a procurare dell’acqua e distribuirla a tutti i lavoranti in una sorta di pausa collettiva, ma anche che così non gli avrebbero mangiato dell’uva che, questa sì, avrebbe costituito una fonte di reddito una volta trasformata in vino.

Oltre ai frutti antichi, da qualche tempo ti sei appassionato anche alle orticole particolari, come la patata viola e i pomodori neri. Raccontaci dove li hai trovati e perché ti interessa così tanto sperimentare nuove colture…

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Una varietà di patata viola

Per noi ferraresi può essere una novità, ma la patata viola è una varietà salutistica molto apprezzata e conosciuta nel mondo. Proveniente dalle montagne del Perù e del Cile, e importata in Italia dai francesi, la patata viola è un prodotto alimentare che ha proprietà organolettiche straordinarie, tanto da posizionarsi addirittura sopra al mirtillo come antiossidante e per la vista, sopra alle melanzane come quantità di antocianine contenute (sostanze che combattono i radicali liberi e contrastano l’invecchiamento delle cellule, prevenendo il tumore all’intestino e al pancreas, un toccasana per l’organismo. La pianta della patata viola è molto robusta e non teme la siccità, ma produce pochissimo e i suoi tuberi sono molto piccoli. Questa pianta, quindi, non interessa al commerciante perché non produce in grande scala: una piantina di patata viola non produce 1 chilo di patate, come generalmente fanno le altre varietà, ma all’incirca 200 grammi. Ovviamente, a causa della sua bassa produttività la patata viola costa molto, il triplo/quadruplo della patata gialla.

Di pomodori, invece, di che colori ne hai?

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Una varietà antica di pomodori, acquistata a Parma, alle “Antiche varietà” di Roberta Mell

Ne ho di viola, neri, rossi e gialli. Sono piantine che costano molto, 3.50 euro a piantina a fronte di 0,50 il pomodoro normale. Ma io sono un amante dei pomodori e desideravo coltivarli, provarli, assaggiarli, ed effettivamente li ho trovati eccezionali, gustosissimi. Ma la cosa curiosa è che li ho acquistati a Parma, nell’azienda fondata dalla produttrice di Sex and the city! Si chiama Roberta Mell, è un’americana che nel 2009, all’apice del successo televisivo, ha lasciato gli studi della Fox e della Hbo di Hollywood e New York, per venire a coltivare pomodori in Italia. La sua azienda ora coltiva quasi 150 varietà di pomodori biologici di ogni forma e colore, provenienti da tutto il mondo, con l’obiettivo diffondere le varietà antiche tra gente che ha un piccolo orto o un piccolo terreno, come il mio, piuttosto che nelle grandi aziende. Siamo accomunati dalla medesima filosofia e siamo entrati subito in sintonia. Quando sono andato a visitare la sua azienda e le ho portato del pane ferrarese. Un bellissimo incontro.

Difficile resistere al fascino di questa storia. Contattiamo telefonicamente Roberta Mell che si dice felicissima di raccontarci dell’incontro con Massimo e dei suoi adorati pomodori.

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Roberta Mell, nel 2009 lascia gli Usa e si trasferisce in Italia per coltivare pomodori di varietà antiche

Ho conosciuto Massimo a maggio, mi ha contattato e poi è venuto con sua moglie a trovarmi in azienda. Il mio non è un business è una passione, e quindi sono felicissima quando incontro persone con cui condividere l’amore per i pomodori e un certo stile di vita. Io vengo da Hollywood, sono esperta di pubblicità e di marketing, ma non mi sono trasferita in Italia per fare dell’export. Quello che mi preme di più è entrare a far parte della comunità in cui vivo e contribuire allo sviluppo di una nuova cultura del gusto con le mie ricerche nel campo della coltivazione dei pomodori. Nonostante non sia un’agronoma, ormai sono una vera e propria esperta, ho clienti in tutt’Italia, e chi compra le mie piantine poi ritorna sempre. Quest’anno, per esempio, una grande azienda storica toscana, che ha sempre trattato le stesse varietà di pomodori, è venuta da me e ne ha provate di nuove: sono rimasti contentissimi e io sono molto soddisfatta per aver contribuito a unire novità e tradizione. Che poi si tratta di novità per gli italiani, nel senso che tutte le mie varietà hanno una grande tradizione, storie che risalgono anche a centinaia di anni fa, solo che si tratta di tradizioni provenienti da altri Paesi.

Ho visto sul tuo sito che hai varietà provenienti da tutto il mondo, Cina, Ucraina, Bulgaria, Usa, ecc. Come fai a procurartele, viaggi o te le fai spedire?
Entrambe le cose, viaggio molto ma mi piace anche fare degli scambi tra amici, ho un’amica che mi spedisce varietà rarissime. Io non vendo mai nuove varietà senza prima provarle, devo coltivarle per verificarne gusto e caratteristiche, e per conoscerne la storia: le varietà antiche intrecciano la storia naturale con quella dell’umanità. Ogni anno provo una decina di nuove varietà, e imparo nuove storie. Al mondo ne esistono circa 4000 varietà, ho ancora molto lavoro da fare!

Come ti è venuta l’idea di coltivare pomodori in Italia? Non ce ne sono già abbastanza di aziende che trattano questo prodotto?
Io sono un’amante dei pomodori. In California, da maggio a settembre, ci sono grandi mercati di frutta e verdura in tutti le città: la gente aspetta un anno per l’altro, per assaporare le tante varietà di pomodori presenti. Di aziende ce ne sono tante in Italia, ma trattano sempre le solite varietà. Io mi sono detta: “Possibile che in Italia, il Paese dei pomodori, non ci siano mercati di questo tipo?” E allora ho cominciato a coltivare le antiche varietà.
Pensa che in molti, all’inizio, mi avevano sconsigliato di coltivare pomodori, perché dicevano che gli italiani vogliono solo i pomodori rossi. Io non ero d’accordo, perché gli italiani sono sì amanti delle tradizioni, ma sono anche molto attenti al gusto e all’aspetto. E ho avuto ragione, pensa che qualche tempo fa è venuto a trovarmi un pizzaiolo proveniente dalla Campania che mi ha comprato uno scatolone di ciliegino nero. Mi piacerebbe entrare di più in contatto con il sud del Paese, perché i pomodori che coltivo hanno un sapore superiore e so che sarebbero molto apprezzati… ma diamo tempo al tempo, senza fretta. Sto cominciando a partecipare alle diverse fiere delle orticole in giro per l’Italia, proprio per far conoscere queste antiche varietà.
Ma ciò che amo di più è passare le giornate in campagna, lavorare all’aria aperta, guardar crescere i miei pomodori, con le head phones alle orecchie (cuffie) e il mio cane che mi scodinzola dietro. Impagabile.

Per saperne di più:
– sul “Piccolo fondo rurale Il Pontino” di Massimo Caramori visita il sito agrizero.it
– sulle “Varietà Antiche” di Roberta Mell visita il suo sito

Genitori e figli, solo l’egoismo in comune

Non ho vissuto gli anni ’60-’70, purtroppo. Lo dico a malincuore perchè dai racconti dei miei genitori alcune esperienze sembravano magiche. I ragazzi ti invitavano a ballare i lenti nei locali notturni, per fare l’amore si cercavano posti nascosti e quei luoghi diventavano segreti preziosi da custodire gelosamente, i giovani lottavano per i lori diritti, uniti. Tante cose erano per me migliori un tempo, per quanto non le abbia vissute in prima persona, ma le conosca solo per esperienze mediate e racconti tramandati. Eppure vi è un punto su cui non riesco a prendere posizione: non so se i rapporti tra genitori e figli fossero migliori un tempo od oggi.
Prima estrema rigiditá, ora assoluta libertá.
Non vi era molto dialogo tra una generazione e l’altra; vi era piuttosto un rapporto basato sul rispetto dei figli e l’autoritá dei genitori. Ai giovani venivano sicuramente imposte più limitazioni: orari di rientro serale molto più stretti, relazioni amorose che non dovevano manifestarsi all’interno della casa dei genitori, minor quantitá di denaro da spendere a proprio piacere. I limiti erano maggiori, le regole erano più ferree, ma i giovani conoscevano il significato della parola “rispetto”. Oggi la situazione si è completamente rovesciata.
Quando all’ora di pranzo mi affaccio alla finestra vedo ragazzini di 13/14 anni che, usciti da scuola, parlano inserendo parolacce e bestemmie in ogni frase. Sugli autobus è all’ordine del giorno imbattersi in gruppi di ragazzini, spesso femmine, che parlano (o meglio urlano) noncuranti della gente intorno a loro; lanciare un’occhiata d’intesa o chiedere di abbassare la voce non è mai servito ad altro che a ricevere insulti in risposta.
Un pomeriggio mi è capitato di assistere ad una scena sconcertante: in un negozio del centro cittadino: una ragazzina insisteva con la madre affinchè le comprasse una costosissima borsa firmata MiuMiu. Non sembrava minimamente importarle che l’accessorio costasse un occhio della testa, voleva solo averlo, a tutti i costi. Ricordo che mi colpirono, da un lato, l’arroganza dell’adolescente e, dall’altro, la rassegnazione di una madre che dopo inutili tentativi di dissuasione, cedeva alle richieste della figlia anzichè rimproverarla per la maleducazione mostrata.
L’impressione che oggi ho costantemente è quella di aver di fronte giovani che hanno acquistato potere e genitori che si sono “rammolliti”. Piuttosto che litigare, la “danno sempre vinta” ai propri figli. Ora, io non sono ancora madre, molte cose non posso capirle, ma basandomi sul rapporto che ho con i miei genitori, mi rendo conto che la mia è una fortuna che pochi hanno. Li ho sempre visti entrambi come le mie guide, i miei insegnanti, i miei modelli di riferimento, ma anche come due amici, due confidenti, due persone a cui poter sempre dire tutto, su cui poter sempre fare affidamento.
Ma il dialogo è il grande assente dei nostri giorni. Le due generazioni anzichè confrontarsi e darsi consigli, limitano le conversazioni all’essenziale. I ragazzi vogliono, anzi pretendono, sempre più libertá. Questo impulso nasce con l’adolescenza, quando è il gruppo dei pari a diventare il modello identificativo principale, mentre il genitore inizia ad essere messo in discussione. Ma se manca il dialogo la colpa deve essere distribuita ad entrambe le parti?
Credo che ogni caso vada analizzato singolarmente. Ho amici che, nonostante non abbiano avuto una infanzia felice a causa della grande assenza dei genitori, sono persone con solidi principi; altri che, al contrario, malgrado gli infiniti sforzi dei genitori, hanno preso strade pericolose, prendendo a modello la gente sbagliata.
Affinchè ci sia un buon rapporto tra le due generazioni devono esserci fiducia e rispetto reciproci. Non sono una psicologa e non sono un genitore, ma sono una figlia e i consigli che posso dare dipendono solo dalla mia esperienza in quanto tale. Mi sono sempre fidata di entrambi i miei genitori, ho sempre raccontato loro tutto, le cose belle, quelle brutte, quelle che mi facevano paura e quelle su cui ero insicura, l’ho sempre fatto perchè mi fido del loro parere, perchè so che hanno molti anni d’esperienza alle spalle e perchè loro molte cose le hanno giá vissute. Dal canto loro sono sempre stati degli ottimi ascoltatori, tolleranti, comprensivi. Grazie al dialogo non ho mai avuto bisogno di nasconder loro nulla, ogni problema è sempre stato affrontato: a volte facilmente, altre con pianti e grida, ma è stato risolto, ed è questo ciò che conta.
Quel che noto oggi non tanto nei miei coetanei, quanto nella nuova generazione del 2000, sono una grande maleducazione ed una profonda arroganza; mentre l’assenza è un difetto molto diffuso tra i genitori.
Viviamo in una realtá in cui i valori fondamentali perdono sempre più di importanza, tra questi la famiglia e il matrimonio. Sempre meno coppie si sposano e tra queste sono poche quelle durature. I figli di divorziati sono in costante aumento: spesso i figli nascono quando i genitori sono addirittura giá separati e diventa sempre più difficile insegnare loro quando non si trovano punti d’accordo comuni. Inoltre gli adulti tendono a concentrarsi molto sulla carriera, lasciando che i bambini trascorrano la maggior parte della giornata con baby sitter o i nonni.
Sono due generazioni, quella dei genitori e quella dei figli, che sempre più si allontano l’una dall’altra, viaggiando su binari divergenti, in mondi diversi dove prevale l’egoismo individuale. Per rincorrere i propri sogni, le mete ancora non raggiunte, spesso gli adulti vedono gli anni dedicati ai figli come una rinuncia parziale alla propria vita e cercano di recuperarli sacrificando il rapporto con questi. Ogni rinuncia fatta per i propri figli non dovrebbe essere considerata come tale, ma come il piacere piu gratificante che la vita ti possa offrire.

Libertà d’opinione e diritto al dissenso

Dibattito vivace e interessante quello di giovedì sulla crisi, che ha visto protagonisti Marco Cattaneo, Luigi Marattin e Giovanni Zibordi: confronto serrato, con qualche intemperanza verbale – da una parte e dall’altra – regolarmente sedata. Solo il finale è stato spiacevole: durante l’intervento conclusivo Marattin, ripetutamente interrotto (nonostante i richiami) da Zibordi, ha abbandonato la sala. Una decisione lecita la sua. Inevitabile? Sì, secondo il diretto interessato. No, secondo Fornaro che, in un commento su ferraraitalia, interpreta diversamente l’accaduto: pur non sottacendo l’episodio delle interruzione, ritiene che Marattin abbia agito d’impulso assecondando un’indole poco incline al contraddittorio.
Da questa asserzione Marattin si sente “calunniato”. Me lo ha fatto sapere con una telefonata dai contenuti sgradevoli, minacciando querela nei confronti dell’autore e del sottoscritto che, in quanto direttore, è responsabile della pubblicazione.
Io però, anche dopo un attento riesame del testo, continuo a non ravvisare nello scritto di Fornaro elementi diffamatori, ma solo l’affermazione di un soggettivo punto di vista. Stando così le cose non ho motivo per rettificare. Ritengo che le opinioni, anche quelle non condivise, vadano rispettate e non censurate. Se altri la pensano diversamente, in caso di controversia sarà il giudice a pronunciarsi.
La linea di questo giornale è basata sul rispetto della libertà di espressione: prova ne sia che dopo Fornaro è intervenuto un nostro collaboratore, Raffaele Mosca, sostenendo un punto di vista opposto. E’ auspicabile che il confronto prosegua serenamente. Le minacce non ci spaventano. E tutti i pareri, se formulati in termini civili, troveranno sempre spazio e diritto di manifestazione.

L’odio

Argomento poco estivo, mi si dirà: adatto perciò a questa strana estate, potrei rispondere. E comunque l’estate, almeno sin dai tempi giurassici delle rassegne a prezzi popolari di vecchi film nei cinema non ancora chiusi per ferie e per tacere degli immancabili “gialli”, è il regno dello splatter, di vampiri, assassini spietati e serial killer, di alieni feroci. Non siamo perciò del tutto fuori tema. Poi l’odio di cui vorrei parlare è un odio molto specifico, di nicchia si potrebbe dire; di quelli però che mai si tramuteranno in violenza fisica e che quindi possono essere guardati persino con un po’ di simpatia. Perché l’ossessione e l’accanimento inspiegabile sono da sempre fonti inesauribili di comicità.
Veniamo al punto. L’odio in questione è quello che un certo numero di militanti attempati (non me ne vogliano per l’aggettivo, ma così è) della sinistra non riescono a nascondere nei confronti dell’attuale presidente del consiglio e segretario del Pd. Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: non mi riferisco alle critiche più che legittime di coloro che, giovani e meno giovani, non sono d’accordo con lui, cosa che peraltro ogni tanto capita persino ai suoi estimatori, ma a quel vero e proprio fastidio, quasi fisico, che molti provano nei suoi confronti: da renderne insopportabile persino il modo di parlare, di vestirsi e di muoversi. Si odia veramente qualcuno se, tolto tutto il resto, alla fine gli si imputa il semplice fatto di esistere.
Sui social network è facilissimo riconoscerli: sono quelli che tutte le sante mattine non riescono a reprimere il bisogno di commentare, quasi sempre con aggettivazione pesante e toni apocalittici, l’ultima nefandezza del loro incubo (c’è n’è immancabilmente almeno una nuova) o quelli che, di qualunque cosa si parli, non resistono alla tentazione della battuta tanto malevola quanto fuori contesto. L’odio d’altra parte è fatto così. Si alimenta di sé e tende a crescere senza limiti per poi esplodere in un atto inconsulto; altrimenti, come in questo caso, raggiunto l’apice pian piano si richiude su se stesso e cova sotto la cenere nella forma di sordo rancore, di solito esteso all’intero universo, reo di non avere capito. Per il momento siamo ancora nella fase crescente, sia pure direi verso la fine.
Chi odia molto spesso si sente vittima di un sopruso ingiustificato oltre che incomprensibile; qualcosa che travalica almeno in parte la razionalità e non può perciò essere inscritto in un contesto compiuto di rapporti di causa effetto. Si odia soprattutto perché non si capisce. Se, come narrano gli apocrifi, il Cristo bambino non avesse dato vere ali agli uccelli che stava modellando avrebbe forse anch’egli odiato chi li voleva schiacciare. I nostri invece, incapaci di miracoli, odiano colui che ritengono aver rotto definitivamente il loro giocattolo preferito, che si portavano dietro dall’ultimo quarto del secolo passato e che in quegli anni era stato la fonte di molti dei loro sogni e della loro speranza. A ben guardare erano marchingegni assai precari, ammaccati dalle botte di tangentopoli, dai calci di Bertinotti, privi dei pezzi smontati dal cacciavite di D’Alema a cui Veltroni aveva sostituito parti non originali, arrugginiti dalla birra rovesciata di Bersani, ma a cui erano affezionati, se non altro perché gli ricordavano la giovinezza. Quando il mondo era più semplice e i buoni erano tutti da una parte ed i cattivi dall’altra, quando la Cina era solo un sogno rivoluzionario finito così così e si marciava uniti contro Agnelli e Pirelli “ladri gemelli”. Come per tante cose vecchie molti di loro, forse i più feroci, in realtà non ricordavano nemmeno più bene dove fossero andato a finire, in cantina, in solaio, nella tavernetta, nella casa del mare; messi lì per far posto alle meraviglie degli anni ’90 e ai nuovi stili di vita ed usati sempre più raramente: rare serate d’inverno, vecchi amici, vecchie canzoni e qualche buona bottiglia.