Le storie di Costanza /
Alla caccia della VOLPE VERDE. Incognite
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Le storie di Costanza. Alla caccia della volpe verde. Incognite
Ripensai a ciò che era accaduto nelle ore precedenti. Uno dei clienti appena arrivati al Pontalba Hotel aveva in tasca un fazzoletto da naso verde fatto con una stoffa morbida o con un ciuffo di pelo tinto. Forse, con molta più fantasia, nella tasca poteva starci pigiata una coda di volpe verde.
Dovevo prendere tempo e comporre un articolo per Tresciaone. Pensai che invece di una intera pagina potevo scrivere un trafiletto di aggiornamento. Avrei scritto l’articolo di fondo quando avessi avuto più notizie. Estrassi il mio PC dalla sua fodera, lo accesi con la mia impronta digitale, riaprii il file word dove avevo cominciato a scrivere il giorno prima e mi rimisi a pensare a come comporre l’articolo.
Alla fine, ripresi ciò che avevo già scritto in precedenza e aggiunsi qualche notizia in più.
«Come già scritto su questo giornale, due mesi fa è morta la contessa Maria Augusta Cenaroli Della Fontana di Pontalba. Molto conosciuta in paese per le sue opere caritatevoli, è stata trovata morta nel suo letto dalla cameriera. Eventi inspiegabili sono associati alla sua dipartita. Si racconta che il mattino in cui è stato rinvenuto il cadavere, il cielo sopra villa Cenaroli, la residenza abituale della contessa, sia diventato verde e che una volpe dello stesso colore sia uscita dalla sua tomba il giorno dell’inumazione.
In paese si parla ancora dell’accaduto e le idee a riguardo sono contrastanti. C’è chi è convinto che queste dicerie possano avere un fondamento e chi le ritiene delle assurdità. Le prime persone incontrate sono di vedute molto differenti, mentre sui documenti ufficiali del Comune e della Parrocchia non si trova alcuna nota che accenni a queste manifestazioni. Nei prossimi giorni troverete altri aggiornamenti su queste stesse pagine – Pim (Pietro Moroni).»
Rilessi velocemente, salvai il file, mi collegai ad internet e inviai le dieci righe alla redazione di Tresciaone. Sicuramente il mio capo non sarebbe stato contento, ma il trafiletto serviva a tenerlo buono ancora un po’. Non so per quanto, forse qualche ora, o nella migliore delle ipotesi, un paio di giorni. Comunque fosse, un po’ di tempo l’avevo guadagnato.
Prima di andare a pranzo lessi tutte le mail arrivate, sia quelle professionali che quelle personali. Tra queste ultime ne trovai una di mia sorella Danila che mi annunciava di essere incinta. Con il suo stile sempre molto sobrio la mail riportava le seguenti frasi:
«Ciao Pim, sono incinta di tre mesi. Quindi fra circa sei mesi diventi zio. Non so ancora se sarà maschio o femmina, ma per me e Dario non fa nessuna differenza, spero non la faccia nemmeno per te. Dalla prima ecografia il bambino risulta sano e vispo, quindi tutto ok. Spero tu sia contento della notizia. Comunque, preparati, perché fra poco dovrai trovare almeno una briciola di tempo per fare lo zio. Un caro saluto. A presto. Danila.»
Ecco una notizia inaspettata e inedita … stavo per diventare zio, una novità davvero bella affidata ad una mail quasi anonima. Nello stile di Danila, sempre molto telegrafico. Aveva ragione, avrei dovuto trovare una piccola porzione di tempo per il mio nipotino. Non avevo mai tempo per nessuno, nemmeno per i miei parenti più stretti. Quando riflettevo su questo aspetto della mia vita, mi sentivo un verme, uno di quegli esseri inutili che sembrano più automi che persone vere dotate di sentimenti e di aspirazioni amorevoli, dedicate e intense.
Pensando al bambino in arrivo, mi dimenticai per poco della volpe verde e, sapendo che a Danila piacevano le mie poesie mi accinsi a scrivergliene una che si intitolava Bambino, per poi mandargliela e dimostrarle che ero emozionato dalla notizia e la consideravo improntante.
Scrivere una poesia non è mai una cosa semplice, possono volerci molte ore, se non addirittura giorni. È impegnativo. Le parole non arrivano quando servono, o arrivano tutte insieme e sembrano lì solo per fare confusione. Cerchi di dire qualcosa di vero, ma ogni frase sembra già detta, ogni immagine sembra vecchia. Poi ti siedi, ascolti l’aria che respiri, ricominci. A volte pensi che sarebbe meglio cancellare tutto. E poi senza sapere il perché, una riga resta – e ti sembra abbastanza per scrivere ancora.
Intanto era diventata l’una, dopo due ore di parole scritte e cancellate, di rime trovate e perse, di un senso cercato e solo approssimato, la mia poesia per Danila era pronta.
BAMBINO (PER DANILA)
Corre la luce
tra mani che spifferano sogni,
scivola sul viso
e si ferma negli occhi.
Ride del vento,
parla con le nuvole,
costruisce città
fatte d’aria e di cielo.
Si muove piano
sul ciglio del tempo,
conta le strade
e sogna un cammino.
Ogni cosa è un inizio,
ogni sasso una luna,
ogni passo
un universo che nasce.
Non chiede domani,
non conosce confini,
abbraccia l’adesso,
tutto.
E quando dorme,
il silenzio lo guarda,
attento,
come chi veglia
sul sogno che fa.
Spedii la poesia a Danila affidandola ad un anonimo messaggio di posta. Avrei dovuto mandarle un mazzo di fiori, ma in quel momento non avevo il tempo di cercare il fiorista e scegliere delle rose o delle orchidee adatte alla situazione. Quindi mi limitai a scriverle.
«Ciao cara sorella, sono molto contento della notizia, questa poesia è per il mio nipotino, chissà se quando sarà grande gli piacerà, per ora spero piaccia a te.» Aggiunsi varie altre frasi che poi cancellai e, alla fine, la poesia rimase il perno del messaggio e il senso della mia emozione per la novità. “Speriamo che apprezzi modi e forma” pensai. Invia la mail e spensi il PC.
Il trafiletto per il giornale era andato, la poesia per Danila pure.
Era ora di scendere a pranzo. Feci la doccia e mi misi jeans e maglione, un paio di calze di lana spessa, scarpe con i lacci e le suole di gomma. Presi la giacca vento rossa e il mio zaino nero milleusi. Uscii dalla camera e andai dritto all’ascensore che portava alla hall dell’albergo. Erika stava versando da bere a un cliente e Giulia, l’impiegata, parlava al telefono per fissare una prenotazione di chissà chi.
Entrambe mi salutarono con la mano. Aspettai che finissero le loro attività e chiesi se la pizzeria era aperta anche a pranzo. Erika, che nel frattempo aveva riempito il bicchiere del cliente assetato, mi rispose di sì, la pizzeria Bella mia era aperta e Amed, il pizzaiolo, stava preparando gli impasti per il pranzo. Ottimo pensai, vado là.
Poi mi venne in mente di chiedere ad Erika della Storia della Volpe Verde (così ormai chiamavo tra me e me l’insieme degli strani eventi associati alla morte della contessa Cenaroli). Lei mi guardò dritto negli occhi senza dire nulla, come se stesse riflettendo su quanto le avevo chiesto.
Forse era stupita che glielo chiedessi, sapeva che ero un giornalista di Tresciaone, ma penso non avesse ancora capito il vero motivo per cui mi trovavo a Pontalba. Allora aggiunsi: «Sono qui inviato dal mio giornale per indagare sulla morte della contessa Maria Augusta e sugli strani eventi associati alla sua morte tutti caratterizzati dalla presenza di strane manifestazioni color verde» dissi per riassumere il senso della mia presenza, contestualizzando la domanda che le avevo appena posto.
«La volpe verde interessa anche ai giornalisti … perfino da Trescia siete venuti fin qui per questo …»
«Sono – le dissi – Sono venuto solo io». Nessuna risposta, non spostò le sue sopracciglia di un millimetro. Sembrava pensierosa. Mi guardava con un misto di sorpresa e preoccupazione intensa. Stava sicuramente soppesando le mie parole. Come se ci fosse qualcosa che poteva dirmi, ma non sapeva se farlo o no.
Non doveva essere una informazione da poco se la decisione di comunicarmela necessitava di una riflessione e forse anche di un confronto con qualcun’altro. Sicuramente si fidava poco di me, ma questo non era poi così strano, non mi conosceva, potevo essere uno di quei giornalisti in cerca di pettegolezzi o di gossip.
Però doveva sapere che Tresciaone era un giornale serio. Anche a Pontalba si leggeva prevalentemente quello, nella hall dell’albergo ne avevo visto una copia a disposizione dei clienti. Non si fidava proprio di me, del resto perché avrebbe dovuto farlo. Non sapeva da dove venivo, cosa pensavo delle donne, del senso della vita e della morte, il mio senso del dovere, le innumerevoli volte in cui mi ero cacciato nei guai per scoprire qualcosa, la mia insaziabile voglia di verità.
Nessuno mi conosceva in quel paese né come persona né tantomeno come giornalista. Spesso non firmavo gli articoli con il mio nome per intero ma solo con la sigla Pim, come è usuale tra i reporter di nera. Quindi ero di fatto un’incognita, un giornalista piombato tra la gente di quel paese senza conoscerne le dinamiche, i modi usuali con cui stavano insieme o da soli, con cui si fidavano di qualcuno o di nessuno, il modo in cui le nuove persone venivano studiate e posizionate su un continuum che andava dal “forse affidabile” a “abbastanza affidabile” a “sicuramente affidabile”.
Magari la stessa Erika non aveva sufficienti informazioni per pensare che io fossi serio, attendibile, uno che, tra l’altro, non rivelava mai le sue fonti. La serietà di una testata e dei suoi professionisti è una variabile essenziale per il buon funzionamento di un giornale e per la qualità della vita di tutti coloro che vi lavorano, fattorini compresi. Senza serietà, per un giornale che vuole raccontare gli eventi importanti della vita comunitaria c’è poco da fare, muore subito. Una copertina di carta colorata si dimentica immediatamente, la foto degli innamorati di turno pure, anche se sono belli e griffatissimi, è tanto uguale.
«Vabbè – dissi a Erika che continuava a guardarmi sospettosa – parleremo della volpe verde con più calma nei prossimi giorni. Ora devo andare in pizzeria a magiare qualcosa e poi mi devo preparare per l’incontro con Costanza Del Re che mi ha invitato per il tè».
“Costanza Del Re…” ripeté a bassa voce Erika. “La conosco bene. Abita vicino ai miei suoceri. Due dei suoi tre nipoti erano amici dei miei figli. Quando erano piccoli giocavano sempre insieme”. La guardai sperando che continuasse a raccontarmi qualcosa. Magari attraverso la rievocazione di qualche vicenda familiare si apriva una breccia nel suo muro di protezione. Ma Erika non aggiunse altro e dopo poco si girò per salutare un cliente che era nel frattempo sopraggiunto in albergo.
Rimasi lì un attimo a guardare dalla finestra la strada che passava davanti all’albergo. Una strada lunga, dritta e grigia dove non si vedevano passanti, ma solo automobili che sfrecciavano per andare chissà dove, guidate da chissà chi. Le incognite sono proprio una caratteristica del mondo in cui viviamo. Ogni giorno se ne verificano tante e spesso, presi dalla frenesia della vita quotidiana, non abbiamo neanche il tempo di renderci conto che sono tali, delle vere e proprie pozze di buio.
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/no-longer-here-19203/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=163617″>No-longer-here</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=163617″>Pixabay</a>
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