L’Italia verso la recessione?
L’Italia verso la recessione?
L’economia italiana, nonostante i fondi del PNRR, cresce pochissimo da 4 anni. Ma non è novità. Dopo i primi 30 anni del miracolo economico che ci fecero diventare la 4^ potenza mondiale, è dal 1992 che il Pil reale cresce pochissimo (+0,7% l’anno) e peggio si annunciano i prossimi anni, anche perchè dal 2028 finiscono gli investimenti del PNRR.
Sono 40 anni che il paese ristagna e ciò spiega il crollo dei salari. Lo Stato ha privatizzato le sue imprese ma le privatizzate e le private investono da sempre poco e il progresso tecnico è modesto. Solo quando aumentarono i salari: dopo il 1969 e negli anni ’70 ci fu una grande stagione di investimenti.
Dal 2014 l’occupazione cresce e il Governo se ne fa un vanto, anche se, per la verità, è cresciuta di più nel 2021 e 2022 (Governo Draghi) che negli ultimi 3 anni di Governo Meloni. Perchè cresce? Perché i salari sono diminuiti e perchè molti anziani non vanno in pensione e continuano a lavorare. Infatti crescono solo gli over 50 anni.
Essendo poco pagato il lavoro, conviene fare pochi investimenti in modo che il lavoro sostituisce il capitale.
E non a caso la produttività ristagna e crescono i settori dove il lavoro è mal pagato, a bassa produttività, a scadenza, e ciò spiega perché molti giovani emigrano.
Ci sono poi contratti come quello dei giornalisti scaduti dal 2012. Le regole UE sull’austerità impediscono al governo di spendere in sanità, scuola, infrastrutture (cioè la “buona” spesa pubblica keynesiana). Di grandi imprese pubbliche ormai non ce ne sono quasi più (sono quelle che possono investire su progetti a lungo termini e ricerca). E quelle private investono poco attratte dalla finanza che garantisce rendimenti alti (finché non arriva un grande crash).
La legge di bilancio 2026 è modestissima (circa 22 miliardi di euro) perché bisogna avere “i conti in ordine” e non sposterà nulla. Del resto non si vuole tassare nessuno (neppure i figli dei grandi ricchi che darebbe un’entrata di 20 miliairdi all’anno se solo fosse come quella inglese o americana) e quindi risorse non ce ne sono e quelle poche saranno spese per un riarmo assurdo quanto inefficace, perché solo un’azione congiunta UE avrebbe senso (e si spenderebbe la metà).
Il motore spento della Domanda Interna
Come la Germania, abbiamo sottovalutato la Domanda Interna (scuola, sanità, infrastrutture,…) per 30 anni, riducendo gli investimenti pubblici (specie dal 2009), per cui le case popolari non ci sono, molte infrastrutture sono scadenti, il territorio frana (altro che messa in sicurezza), per non parlare di scuola, sanità e ricerca.
Il Pnrr sembrava la “rinascita”. Disperso in mille voci, deciso dall’alto, ha generato un bassissimo moltiplicatore dell’economia (inferiore all’unità) e tra un anno scadrà. Una spesa che in parte dovremo ripagare in quanto se il moltiplicatore è basso non si autofinanzia.
La disuguaglianza intanto galoppa e si vede bene nei consumi dove solo il 17% delle famiglie aumenta le proprie spese, mentre tutti gli altri tirano la cinghia, per non parlare dei 6 milioni di poveri assoluti e di altri 13 milioni che rischiano di diventare poveri relativi. Siamo ormai a 20 milioni di persone (un terzo) ai margini della società.
La manifattura che regge è quella che esporta e poiché si sono formati oligopoli e rendite nelle utility, banche e assicurazioni e lì che investono (e smanovrano con la regia del Tesoro) molte grandi imprese (vedi Caltagirone, Essilux con MPS/Mediobanca/Generali). Profitti e rendite sono stati notevoli (a scapito dei salari), proprio perché le impese hanno pagato poco il lavoro e investito e innovato meno del passato.
Il Sud è alla deriva: il reddito pro capite resta quasi la metà di quello del Nord, che vuole per questo un’autonomia regionale. Difficile pensare che senza grandi investimenti pubblici in infrastrutture e una nuova “Iri”, gestita in autonomia dalla politica, il Sud possa risollevarsi, visti i modesti investimenti dei privati.
Più si avvicina la sconfitta della UE sull’Ucraina, più si profila un Nuovo Ordine Mondiale, in cui la Ue (e l’Italia) saranno ai margini. La UE (e l’Italia dentro) ha sbagliato tutte le sue politiche (comprese le alleanze) degli ultimi 25 anni.
Dentro la UE l’Italia è semimorta. Da 4^ potenza mondiale nel 1990 siamo declinati insieme ai nostri salari. E pensare che da straccioni che eravamo nel primo dopoguerra (con salari la metà degli inglesi) eravamo arrivati a pari di inglesi, francesi e tedeschi nel 1992. Poi con la 2^ Repubblica e l’ingresso nella UE siamo sprofondati.
Come mai? Siamo diventati di colpo fannulloni?
Se guardiamo tutti gli indicatori che interessano ai cittadini (redditi, salari, consumi), sono peggiori di quando siamo entrati nella UE.
I consumi delle famiglie residenti (cioè senza i turisti dall’estero) nei terzi trimestri (per avere gli ultimi dati) sono nel 2025 minori di quelli del 2007 (fonte: Istat). Ma lo sono sempre stati negli ultimi 18 anni.
Dal 2007 il PIL Italia è cresciuto del 6%; ma i consumi delle famiglie italiane sono scesi. Poiché il totale dei consumi ha dentro quelli del 20% di famiglie che si sono arricchite moltissimo[1], possiamo immaginare come stiano i consumi delle famiglie povere o anche solo di chi lavora.
Bisogna poi considerare che, a differenza degli ultimi 30 anni, in futuro potremo contare molto meno sull’export. Gli Stati Uniti che ci impediscono di cooperare con Russia e Cina (ma loro ci commerciano), si sono chiusi a riccio coi dazi e la Cina risponde con un’aggressiva politica verso tutti (UE inclusa) ed entra così in sempre nuovi settori in concorrenza con il made in Italy, mentre la Germania di cui l’Italia è il più grande fornitore di manufatti, è entrata in una crisi strutturale da cui cerca di uscire riarmandosi.
Anche i più stupidi capiscono quanto sia importante avere una politica keynesiana di sostegno della Domanda Interna (salari, consumi, investimenti), che conta per metà del PIL, ma non possiamo farlo per le regole UE, per cui siamo condannati alla semi-recessione, anche perché verranno a mancare i fondi del PNRR dal 2027.
Dal 2007 ad oggi le spese per alimenti (e bevande non alcol) sono scese del 10% in termini reali (da 167 miliardi a 150). Stiamo, pertanto, stringendo la cinghia da 18 anni, mentre i media parlavano di crescita e sviluppo. E ciò spiega perché i discount con il loro cibo spazzatura siano diventati un quarto della grande distribuzione.
Così, anche per via dell’invecchiamento, spendiamo 6,5 miliardi in più in cure private rispetto al 2007 (ma di recente abbiamo iniziato a risparmiare anche su questo).
Per i conti in banca e le assicurazioni (che stanno in oligopoli) spendiamo 4 miliardi in più rispetto al 2007 (sempre in termini reali, post-inflazione). Idem per le bollette (acqua, elettricità, gas, + 4 miliardi in più del 2007).
In sostanza i risparmi su cibo e vestiti sono stati spesi per salute e bollette, cioè per finanziare rendite ed extra profitti di banche, assicurazioni e utility e ora anche per i profitti delle imprese Usa che ci vendono il gas al triplo della Russia.
I consumi, già deboli, sono sostenuti da clienti (anziani) che verranno meno nei prossimi anni. I giovani hanno meno potere d’acquisto e avranno pensioni più basse, mentre perdiamo (da 10 anni) 126mila abitanti all’anno. Se in futuro calano i consumi delle famiglie e non crescerà l’export (come probabile), l’Italia entrerà strutturalmente in recessione.
Cosa servirebbe?
– Ridurre le disuguaglianze, tassare le successioni ereditarie oltre un milione di euro come fanno all’estero[2],
– aumentare la spesa pubblica in infrastrutture, scuola e sanità, aumentare i salari,
– introdurre il salario minimo, il part-time senior (pagato pieno) e il contemporaneo ingresso di giovani full time al lavoro per aumentare la produttività,
– ridurre le rendite di banche e utility, acquistare il gas non dagli Stati Uniti, avviando una nuova politica energetica nazionale.
Tutte cose che non si possono fare stando nella attuale UE. Poiché non possiamo uscire dalla UE, organizziamoci per godere del tramonto italiano, con qualche nostalgia di quando eravamo (1980) la 4^ potenza mondiale, a parte quel 20% di famiglie che scia e vola sempre più in alto e che straparla e si diverte sui media che vediamo.
Note:
[1] Che spiega perché (Fonte Nielsen) alcuni cibi ricchi crescono d volume nell’ultimo anno, come frutta esotica +47%, latte fermentato/Kefir +28%, yoghurt greco colato + 28%. Spendono di più oltre ai ricchi, i più anziani e le famiglie senza figli. Crescono anche del 3% all’anno i consumi per cane e gatto.
[2] E’ il patrimonio dei ricchi che va tassato. Prendiamo i più ricchi in Italia (gli altoatesini) hanno 189 miliardi di € di patrimoni (fonte Banca d’Italia, 2023). 129,4 miliardi (2/3) sono beni materiali (90 miliardi sono case, 39 miliardi edifici commerciali, terreni). Altri 39 miliardi sono titoli, azioni, fondi di investimento e 22 miliardi sono contanti, depositi bancari e risparmi postali. 13 miliardi sono assicurazioni e fondi pensione. Poi hanno debiti per 14,7 miliardi. Ogni abitante avrebbe in media 352mila € pro capite (beni materiali per 242mila € e da attività finanziarie per 139mila €, e debiti per 27mila €.). I trentini hanno invece molto meno: 292mila euro per abitante e 191mila gli italiani, come i ferraresi. Ma poi si scopre che solo il 44% dei lavoratori altoatesini riesce a risparmiare nei prossimi 12 mesi, mentre il 56% dichiara che ciò non sarà possibile. Possiamo immaginare nelle altre aree come si sta.Cover:
In copertina: Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Per leggere gli altri articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore
Lascia un commento