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Il linguaggio violento con il quale comunichiamo non è fatto solo di parole

Il linguaggio violento con il quale comunichiamo non è fatto solo di parole

Adorno nel suo libro Teoria della Halbbildung (Il Nuovo Melangolo Editore) parla dilinguaggio dello spaccone“.

Non è, come si potrebbe pensare, un atteggiamento isolato, riservato a poche persone che hanno un comportamento psicosociale particolare: l’aggressività verbale è il mezzo di comunicazione che negli ultimi tempi veicola la maggior parte dei discorsi che facciamo ed ascoltiamo.

È interessante che Adorno prendesse come paradigma lo spaccone (derivato di spaccare col suffisso -one, derivato dall’ipotetica voce longobarda spahhan ‘fendere’). Un individuo, cioè “… che vanta la forza di spaccare il mondo, acceso da una sicumera irresistibile e crede che quando arriva lui spaccherà tutto, che niente può resistergli, nessuno superarlo. Lo spaccone dirompe in un’energia narcisa – lui qui, lui lì – e il suo passo è il passo della fiera che passa i monti e rompe i muri e l’armi…”.

Di solito, dietro non c’è molto di vero, sono solo parole ma non innocue per le conseguenze sul clima comunicativo e relazionale. Purtroppo, questo atteggiamento così diffuso è spesso tollerato come normale e si nasconde dietro a comportamenti formalmente corretti, ma solo apparentemente educati, rispettosi.

Nelle relazioni interpersonali, nella realtà vissuta quotidianamente, oltre le parole, il comportamento e tutta la comunicazione non verbale sono altamente significative. E ciò è vero anche in quelle formali.

Prendo come paradigma il contesto politico che più di altri è soggetto a protocolli e regole ma che, dietro agli obblighi dell’etichetta, non si cura della coerenza tra concetti, contenuti, ragionamenti espressi a voce o per iscritto tramite le parole e gli elementi che caratterizzano un elemento sostanziale: la qualità del modo in cui vengono comunicati. Qualità che è data dalla comunicazione paraverbale (volume, tono, ritmo della voce), dalla comunicazione del corpo: mimica facciale, sguardo, postura.

Come osservatrice di dibattiti, assemblee, riunioni, mi sono trovata esterefatta dalla poca attenzione che a questo livello, quello non verbale intendo, più immediato, istintivo e quindi più impercettibile ed inconsapevole, viene data da coloro che, per mandato elettorale, sono chiamati a dare voce, consistenza e legittimità a proposte necessarie per il governo della città e dei cittadini.

Per un dibattito che vuole portare a risultati chiari su argomenti o questioni di particolare importanza, è indispensabile creare i presupposti per avviare una discussione democratica; occorre una modalità di comunicare rigorosa, non improvvisata, non limitata alle parole, perchè queste possono essere confondenti, vuote, frutto di propaganda o adesione acritica che oscura il senso profondo, lo spirito autentico della politica che è confronto aperto, ricerca comune di soluzioni e pratica di governo.

Nella discussione politica, non è sufficiente padroneggiare l’ars retorica, la presentazione “obiettiva” di dati e cifre, (si selezionano le statistiche che ti danno ragione), non è adeguato l’uso della comunicazione violenta, scambiata per assertività, sono fuori luogo l’arroganza, il sarcasmo, la squalifica, la disconferma, l’escalation.

Eppure ho viste usare tutte, più o meno, queste strategie, e credo che, se sono così innocentemente esplicite, sia possibile pensare che siano abituali. Vale a dire sono diventate come un rumore di fondo persistente di cui non avvertiamo più la presenza o gli effetti piacevoli o spiacevoli. Un automatismo che pare escludere la partecipazione cosciente e non coglie le differenze tra i contesti e gli interlocutori

Non nascondo che è più difficile evitare le modalità elencate sopra all’interno di un contesto di dibattito politico in cui è già stabilita una relazione asimmetrica, perchè abbiamo a priori una forza di maggioranza ed una di minoranza ma, proprio per questo, una migliore attenzione nel saper trattare e confrontarsi democraticamente, rispettando e riconoscendo il lavoro e la rappresentatività di ciascuna parte, al di là degli obblighi formali delle procedure e dei protocolli, è tanto più necessaria se si fa sul serio e non si recita un copione.

Non intendo fare una lezione sull’argomento comunicazione efficace, ma mi ero illusa e sono perciò delusa dalla scarsa dimestichezza di molti, spero non sempre intenzionale, nell’arte del porgere, cioè della capacità di esporre, argomentare, commentare, interpretare con equilibrio e rispetto.

Per far capire nella pratica ciò che intendo, suggerisco di vedere ed ascoltare le registrazioni delle sedute dei Consigli Comunali di Ferrara, provando ad uscire dai confini del proprio punto di vista, gioco che rischia di essere senza fine nel ribadire costantemente il proprio modo di vedere le cose.

A riprova, porto alcuni esempi osservati durante il Consiglio del 16 dicembre 2025.

Disconferma : nella sequenza della quale parlo, non è presente il Sindaco; il Vice Sindaco esce a metà Consiglio (ritengo per gli impegni di entrambi, però le loro non sono assenze “neutre”, alimentano l’idea di una gerarchia forse di importanza o forse preferenziale). Molti Consiglieri compresi gli Assessori, escono durante l’esposizione delle mozioni altrui e, ancora più grave, su alcune questioni, oltre alla mancata presenza in aula, manca il dibattito, cioè si fa cadere come cosa inutile quasi seccante il confronto su di una problematica, come è successo per la mozione spazi pubblici per il volontariato.

Squalifica: si sta al cellulare mentre un collega espone il proprio pensiero, si chiacchiera con il vicino, si sghignazza, si sbadiglia impunemente. Certo ci sono giustificazioni a tutto questo ma, fossero ancora studenti, sarebbero stati come minimo richiamati o sanzionati o allontanati collezionando un brutto voto in condotta.

Aggressività: si usa disinvoltamente lo spazio della sala consigliare come se si fosse nel proprio salotto, si passeggia lasciando il proprio posto, si vanno a trovare gli amici posti in altre poltrone, si bisbigliano battute di scherno a voce bassa, ma non troppo da non essere udite.

Difficoltà nel decodificare il messaggio: cioè non ci si capisce, manca quello che si chiama ascolto attivo, ci si basa unicamente sulle proprie aspettative, paure o pregiudizi. È come se interpretassero il messaggio secondo i loro modelli interni anziché basarsi sul messaggio stesso. È successo, sempre nella stessa seduta consigliare, parlando dell’inverno demografico, quando l’Assessora ha sconfinato immaginandosi una estinzione della popolazione ferrarese a causa della alta natalità degli stranieri.

È successo anche quando un’altra Assessora, dopo un intervento interessante sull’argomento, inciampa dicendo che è segno di integrazione che gli stranieri, grazie al nostro esempio, una Ferrara sterile e vecchia, stiano imparando a fare meno figli. Peccato avesse dichiarato poco prima che questo indice di bassa natalità coinvolgerà il sistema sanitario, l’Università, l’economia. Ma, in una logica aristotelica, si possono sommare le mele con le pere?

Manipolazione: tale rielaborazione tendenziosa della verità attraverso una presentazione alterata o parziale dei dati c’è stata quando un consigliere, rispetto al disegno di legge per un consenso informato in ambito scolastico, chiede retoricamente: ma lei ha mai fatto l’insegnante?” artificio per zittire l’avversario e tacciarlo di incompetenza.

Dimenticando in questo che tutti i presenti in aula sono stati studenti per molti anni e che se sono, oggi, su posizioni diverse non è per essere stati plagiati dai modelli degli adulti all’interno della scuola, cosa che varrebbe in tal caso anche per il suddetto, ma perchè, proprio avendo avuto la possibilità di confrontare modelli differenti (famigliare, dei pari, dei media, evinti da letture eccetera), sono giunti a farsi delle idee proprie.

In più dimentica o non conosce, ma non credo, essendo stato, con orgoglio non celato, lui stesso insegnante, che, da molto tempo lo sviluppo delle scienze sociali, pedagogiche e psicologiche ha assodato che siamo anni luci distanti dall’idea di bambino come “tabula rasa” su cui l’adulto può inscrivere i tratti che vuole. Tutte le teorie più recenti riconoscono al bambino una soggettività potenziale sin dalla nascita; il bambino è competente, attivo, protagonista e costruttore del proprio percorso di crescita, dotato di strumenti per conoscere il mondo.

Comunicazione assertiva: ritornando al metodo più che ai contenuti si può verificare che tra i Consiglieri non ci sono stabilmente le caratteristiche di una comunicazione assertiva: un contatto visivo coerente (spesso invece sfuggente o provocatoriamente fisso, distratto); tono di voce stabile (meccanico e freddo o titubante o plateale o sarcastico); un’espressione facciale coerente con i contenuti, aspetto che induce a dubitare della convinzione o sincerità dell’enunciato.

Per concludere vorrei spendere qualche parola sul silenzio, seguendo un’importante acquisizione che è ci venuta dalla pragmatica della comunicazione: anche il silenzio comunica. Nel consiglio citato è stato un protagonista importante. Non era un silenzio denso di attenzione, uno spazio di ascolto, neppure una mancanza di interesse, una pausa per capire meglio, era un silenzio punitivo, di disappunto, l’intenzione consapevole di non essere disponibili ad affrontare un confronto diretto e franco.

Nel calcio, da tempo, si usa la moviola. Riguardare una partita alla moviola vuol dire accorgersi di alcune cose che sono passate inosservate o passate frettolosamente, non è un indicatore assoluto, infatti è fonte di molte animate discussioni, conferme e smentite, ma ha un grande pregio: non dare per scontata un’azione, un risultato, una decisione. Permette di guardare sequenza per sequenza, capire e migliorare.

In copertina: La trahison des images. (Magritte 1928-29) 

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Giovanna Tonioli

Giovanna Tonioli da molto tempo si occupa di Dipendenze Patologiche nel servizio pubblico. A lungo, come educatrice, ha pensato di fare uno dei mestieri più belli perchè coraggioso, avventuroso, “stupefacente” come le storie delle persone. Il battesimo lo deve a Marco Cavallo e, sull’onda del pensiero della Psichiatria Democratica, le piace abbattere le porte chiuse e lottare contro tutte le forme di stigma; è testimone delle più svariate umanità. Si è laureata in Psicologia clinica, si è specializzata presso l’Istituto di Psicoterapia Espressiva di Bologna ed è socia di Art Therapy italiana. Lavora a Ferrara. L’incontro con l’arte terapia è stata una svolta importante sia personale che professionale – ma Marco Cavallo lo sapeva già – e così come libero professionista svolge l’attività di Psicoterapeuta Espressiva, dove l’arte, la creatività e l’estetica si sposano con la psicoanalisi, le neuroscienze, la mente con il cuore delle persone. Una terra di mezzo, uno spazio transizionale in cui le parole possono incontrarsi con tutte le forme espressive, il rigore con la curiosità e il gioco, la disciplina con l’immaginazione. Giovanna è anche un mezzo (e sottolinea “mezzo”) soprano, una sfocata fotografa, un’artista naif. Vive in provincia di Ferrara, precisamente alla Cuccia, una piccola casa in uno sperduto borgo di campagna, con i suoi cani che nel tempo si avvicendano, ma che, sempre, sono a loro modo grandi maestri di vita.

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