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Trionfo della virtù senza incantesimi con “La Cenerentola” di Rossini in scena al Teatro Abbado

Trionfo della virtù senza incantesimi con “La Cenerentola” di Gioacchino Rossini.

Siamo tutti un po’ Cenerentola. L’opera lirica messa in scena il 9 e l’11 gennaio 2026 al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara racconta una storia che coinvolge ognuno di noi. In un modo o nell’altro, chiunque può identificarsi o ritrovare echi personali di vessazione e sconfitta nelle vicende dell’eroina. Per lo stesso motivo un po’ tutti gli spettatori possono poi trarre sollievo e piacere dall’altrettanto condivisibile evoluzione della vicenda. Con l’eroina che, dopo aver subito ingiustizie e avversità, attraverso una serie di peripezie riesce a ottenere il riconoscimento del suo valore e ad avere quella che – nella storia – è la più alta ricompensa e garanzia di apprezzamento duraturo ed esclusivo: la conquista del principe.

Locandina La Cenerentola di Eugenio Ciccone
La versione in panni umili
Il disegno in abito da sera per The Ferrareser

Una formula così vincente da far sì che la trama di Cenerentola compaia in oltre trecento varianti di  tradizioni popolari anche molto lontane tra loro nel tempo e nello spazio, come documentano le ricerche dell’antropologa inglese Marian Roalfe Cox . Si parte dall’egiziana Rodopi del VI secolo avanti Cristo citata da Esopo, per proseguire con la Ye Xian cinese del IX secolo. Nella letteratura occidentale la prima versione è quella della Gatta Cenerentola (1634), scritta in napoletano da Giambattista Basile e ambientata nel Regno di Napoli nel ‘Cunto de li cunti‘. Seguono poi Cendrillon di Charles Perrault (dai “Racconti di Mamma Oca”, 1697) di impostazione più elegante e fiabesca, focalizzata sulla magia e l’aspetto aristocratico-sociale; la Aschenbrödel dei fratelli Grimm (nelle “Fiabe del focolare”, 1812), cruda fino allo splatter truculento, con una morale più severa, che enfatizza il riscatto ottenuto in termini di punizioni e giustizia sovrannaturale. Senza dimenticare la Cinderella del celebre film d’animazione di Walt Disney del 1950, che ha forgiato l’immaginario visivo della principessa.

Giulia Alletto al centro nei panni di Cenerentola (foto Beatrice Speranza)

Nel caso del dramma giocoso allestito a Ferrara, mirabile è il modo in cui Gioachino Rossini ha scelto di mettere in musica la vicenda, affidandola alla narrazione di Jacopo Ferretti (1817). Il libretto – che venne scritto di getto nell’arco di poche settimane – lascia fuori dal palco tutti gli elementi magici e favolosi.

Nella storia vengono invece inseriti quell’umorismo e quella brillantezza comica che Rossini sa poi valorizzare così bene con i suoi ritmi. Tolti gli incantesimi e la magia, la rilettura della fiaba prende toni realistici. Il risultato è più vicino a una visione attualizzata di giustizia ed equità. Il valore che spicca è quello del perdono, come forza (e non debolezza) che azzera i rancori e dà ulteriore luce al trionfo personale, in netto contrasto con gli istinti di vendetta che affollano le antiche favole. Il perdono, l’umiltà, ma anche la grande forza di volontà e la consapevolezza di sé e dei propri valori aggiungono alla trama una valenza di riscatto, sociale e personale, consapevole.

La protagonista Alletto con il principe Zeinolla (foto Beatrice Speranza)
Il trionfo finale (foto Marco Caselli Nirmal)

Un’aura di spiritualità avvolge la protagonista. Non a caso il titolo dell’opera è “La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo”. E sul palco del Comunale l’opera – realizzata come coproduzione del Teatro Comunale Abbado di Ferrara e del Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca – evidenzia il valore della personalità a discapito delle apparenze. Non a caso l’incontro dove il principe resta colpito dalla giovane non è al ballo.

Nell’opera rossiniana la fanciulla viene scoperta dal principe in anonimato, con il suo paggio sotto mentite spoglie di mendicante che chiede carità e viene assecondato solo da lei, Cenerentola attenta e generosa a dispetto degli abiti coperti di cenere. E anche alla fine, l’abbraccio domestico tra eroina e principe avviene con i costumi cinerei di Rosanna Monti, composti da una spartana giacchina e gonna dello stesso tono grigio. Una visione etica che pone al centro autenticità e positività come forze capaci di trasformare il destino. Privata degli elementi magici, l’opera attribuisce ogni svolta all’agire umano, alle scelte morali e alla rivincita del perdono sulla rivalsa. Una narrazione che trasmette un messaggio di valore quasi filosofico e invita a credere nella forza silenziosa di altruismo, semplicità, mitezza, ma anche risolutezza. E quella di Cenerentola si delinea come una personalità consapevole dei propri valori, priva di ostentazione e orgogliosa della propria equilibrata rettitudine.

Il direttore d’orchestra Daniel Smith (foto Marco Caselli Nirmal)

Sul podio dell’Orchestra della Toscana uno dei più giovani e acclamati direttori d’orchestra: l’australiano Daniel Smith. La regia è affidata ad Aldo Tarabella, che enfatizza una lettura visionaria e poetica e interpreta l’opera come una continua metamorfosi scenica, in cui travestimenti, illusioni e giochi teatrali diventano metafora della ricerca di identità e felicità. Le scene sono di Enrico Musenich, i costumi di Rosanna Monti, il progetto luci è curato da Marco Minghetti, le coreografie da Giulia Menicucci, il Coro Arché è preparato da Nicoletta Cantini.

Le sorellastre di Cenerentola (foto Marco Caselli Nirmal)
La scena della carrozza (foto Marco Caselli Nirmal)

Nel ruolo di Cenerentola è Giulia Alletto, affiancata da Alikhan Zeinolla che veste i panni del Principe Don Ramiro. Accanto a loro Pasquale Greco interpreta Dandini, Gianluca Failla è Don Magnifico, Ilaria Monteverdi e Greta Carlino sono rispettivamente Clorinda e Tisbe capaci di gustose scenette, mentre Valerio Morelli veste i panni di Alidoro.

Lo spartito fotografato da Marco Caselli Nirmal

Tanti applausi alla fine e quella frizzante, un po’ spensierata vaghezza che solo la musica di Rossini sa infondere.

In copertina: La Cenerentola di Rossini nell’allestimeento al Teatro Abbado di Ferrara- foto Marco Caselli Nirmal 

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Giorgia Mazzotti

Da sempre attenta al rapporto tra parola e immagine, è giornalista professionista. Laurea in Lettere e filosofia e Accademia di belle arti, è autrice di “Breviario della coppia” (Corraini, MN 1996), “Tazio Nuvolari. Luoghi e dimore” (Ogni Uomo è Tutti Gli Uomini, BO 2012) e del contributo su “La comunicazione, la stampa e l’editoria” in “Arte contemporanea a Ferrara” sull’attività espositiva di Palazzo dei Diamanti 1963-1993 (collana Studi Umanistici UniFe, Mimesis, MI 2017). Ha curato mostra e catalogo “Gian Pietro Testa, il giornalista che amava dipingere”.

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