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GLI SPARI SOPRA
Alla fine la P2 ha vinto: provate a leggere il programma del Venerabile

“Sono un matto, sono un vetero, sono trinariciuto?” Torna la rubrica GLI SPARI SOPRA , le considerazioni molto politiche di un politico. Ad alcuni i pensieri di Cristiano Mazzoni potranno sembrare solo il frutto amaro della delusione, della sconfitta, della nostalgia del tempo che fu. Sono però anche la rivendicazione di ideali e di valori che forse abbiamo dimenticato troppo in fretta. In un mondo sempre più confuso e complesso abbiamo sempre più bisogno di risposte, ma l’unico modo per trovarle è non smettere di interrogarsi.
(La Redazione)

Quanti di noi avranno letto il Piano di rinascita democratica, il programma politico della Loggia Massonica propaganda due del disonorevole grande maestro Licio Gelli? Pochi.
Io credo di averlo letto per la prima volta agli albori del nuovo millennio, in rete si trovava ancora il documento originale con tanto di timbri e scritto a macchina, poi scannerizzato chi sa da quale mano. Oggi il documento originale in internet non l’ho più trovato ma tantissimi sono i siti che ne riportano il contenuto.

Credo che non sia più nella sfera delle opinioni, ma nei fatti e nelle sentenze cosa fu la loggia P2. Una associazione cospirativa, che ammantata dal sapore di destra democratica e con la responsabilità e complicità dello Stato, fu implicata e mandante, nella figura di Gelli, nella strage della stazione di Bologna del due agosto 1980 e in molti altri fatti oscuri di quel ventennio di sangue.

So i nomi, i mandanti, ma non ne ho le prove scriveva il Poeta e forse quelle parole gli costarono la vita.

Per curiosità, provate a scorrere i punti di quel programma e ditemi se non vi sembra che molti di quei punti si possano derubricare come ‘fatti’, cioè eseguiti, compiuti, insomma: riusciti. L’intento chiarissimo era infatti moderatizzare’ e ‘destrificare’ l’Italia.
Nel programma vi è chiara la volontà di rendere “democratica” la Repubblica eliminando gli elementi di attrito, lotta e aggregazione di sinistra quali il Pci e la CGIL.  Porre cioè un argine  per mettere in un angolo circa il 30% della popolazione italiana. L’obbiettivo mi sembra ampiamente raggiunto, quarantasei anni dopo la scoperta del programma della loggia nel sottofondo di una valigia della figlia del non compianto venerabile, possiamo dire che l’argine ha addirittura prosciugato il fiume. Quel trenta per cento della popolazione non esiste più o forse non ha più rappresentanza, quindi si può ‘crocettare’ la casella morte della sinistra italiana.

La volontà di creare due partiti, uno comprendente i moderati di PSI-PSDI-PRI-PLI di sinistra e DC di sinistra e l’altro di destra DC-PLI-Destra Nazionale, non è stato completato solo per il numero dei partiti citati e per i nomi degli stessi, partiti, ma la vocazione americanista di aggregare tutto al centro con un occhio buono sulla destra mi sembra assolutamente raggiunta.

E che dire della creazione di una TV privata? La nascita di Mediaset negli anni ’80 ha aggiunto un duopolio libero e democratico (sic.), fors’anche con la spinta di Gelli sull’iscritto 1816.

La volontà di cambiare le menti degli italiani, lavorando sulla scuola e sul controllo dei mass-media risulta molto chiare tra le righe del programma di rinascita democratica.
Si vuole inculcare, anestetizzare, instillare, indottrinare, creando una popolazione di ottimi soldatini, applicando il modus operandi di “libro e moschetto, fascista perfetto”.

Occorre intervenire sulla magistratura, dice il saggio, come pure occorre eliminare le province e diminuire il numero dei parlamentari.

Tanto un  parlamento così simile, non ha bisogno di una folta rappresentanza democratica.

Non vi sembrano temi di stratta attualità?

Credo però che queste tematiche, non siano poi tanto di moda, in questo lontano 2020, le persone hanno altro a cui  pensare, ma io che spesso faccio come le cheppie, (nuoto contro corrente), penso invece siano temi da discutere, leggere e ricordare.

Soprattutto quando si cerca di eliminare negli anni e col tempo il significato di antifascismo. In quanti della destra democratica e pure tra la galassia dei moderati ritengono il fascismo un argomento da derubricare nei libri di storia, confinandolo in una ventina d’anni bui trascorsi nella prima metà del secolo? Quanti sbuffano quando si toccano i temi di un fascismo ancora vivo per decenni dopo la liberazione, insinuato tra le fila delle stato, delle fdo, dei rappresentati delle forze democratiche del nostro paese?

Sono un matto, sono un vetero, sono trinariciuto?

Può darsi, ma l’ideologia che ha insanguinato il secolo breve, continua a gocciolare e percolare tra le fila di una popolazione forse non ancora matura, forse ancora desiderosa di avere un uomo forte che decide per te, forse non ancora vaccinata contro il batterio nero.Mi aspetto tra i commenti, un ottimo e Stalin?
Non deludetemi.

Io non sono nessuno per avere la risposta per quello che è il punto focale della anomalia dell’Italia, il connubio tra stato e malavita, tra stato e poteri occulti, tra stato / mafia e terrorismo.
Se un mago Merlino, non scoperchierà questa pentola del diavolo forse mai l’Italia potrà fregiarsi del titolo di Repubblica democratica, fondata sulla verità e non sulla menzogna.

Aggiungo pure la volontà, scientifica e cosciente di adottare quella che fu la strategia della tensione, nata con le bombe fasciste, lanciate a bella posta per fare reagire un terrorismo rosso, molto spesso composto da rampolli della buona borghesia di quegli anni, che uccidevano nella convinzione di essere una avanguardia, mentre gli operai stavano con Guido Rossa. Lo credo realmente, i morti di quegli anni, hanno aiutato il programma della loggia di estinzione del più grande Partito Comunista d’occidente, proprio partendo da quegli anni di piombo.

Chiamati così, per ucciderli meglio.

Un amore

Questo amore sa d’estate. Di passeggiate su e giù per i sentieri, di polvere  fine che si insinua tra i capelli e la pelle. Un uomo normale che a me sembra bello, una voce calda che scioglie il cuore. L’amore è anche questo, un po’ di poesia che arriva a travolgere la mediocrità della vita quotidiana. Per tanto tempo ho pensato che nulla potesse reggere il peso della mia  malsana abitudinarietà.  Come si può resistere con qualcuno che fa un lavoro faticoso, ha gli occhi gonfi la sera e che continua a scrivere in modo un po’ forsennato e folle, in questo divenire sempre uguale che non finisce mai.

Per molto tempo ho pensato che pulire una casa, cucinare, stirare gli abiti fosse noioso e ripetitivo, malefico nel suo pretendere tempo e risorse. Fonte di annientamento, di routine, di stanchezza, di noia. Come è possibile che un amore possa sopravvivere a tutto questo?. In passato me ne sono andata per non soccombere, per non trovarmi imbrigliata in una quotidianità che mi avrebbe uccisa, che si sarebbe portata via parte di me, di quel che faccio e di quel che sono. Quelli come me sono persone strane, comunicano scrivendo, sembrano abbracciare le parole e piroettare con loro in una specie di valzer che dopo un turbinio di sillabe volteggianti, finisce nell’ordine più assoluto.

Come il posizionamento rigoroso di tutte le rondini sul filo, dalla più grande  alla più piccola, così uno scrittore ordina le parole, le frasi, i paragrafi di un libro. Questo faccio ogni giorno, ordino le parole. In questo rigore c’è una via d’uscita, la luce in fondo al tunnel. Poi arriva la sera e io mi fermo  a guardare un lavoro impegnativo e, a volte, un riuscito posizionamento di un po’ di verità su un  foglio. Come può la creatività convivere con tutto ciò che è quotidiano senza stridere, mandare urla di soffocamento, sembrare un lavandino mezzo intasato che produce gorgogli di malumore e arrendevolezza. Come conciliare il lavoro, la noia  dalla quale provo sempre a fuggire e che mi riacchiappa sempre, l’amore.

Un uomo. Eppure mi piace lui e il giorno sembra più bello, i gerani di Teresa brillano di un rosso strano, le mani sulla tastiera corrono veloci e sistemano sicure le parole. Le posizionano una volta per tutte, senza possibilità di scampo e rivalsa. Le inchiodano dentro questo tempo, dentro questo libro che sa di nuovo.

E’ arrivato lui in un giorno di sole. Gli occhi verdi come le felci e la bocca morbida. (Proprio a me doveva capitare). Pelle liscia e calda, un buffo modo di chinare il capo. Una presenza viva che ha invaso e riempito lo spazio, ha assorbito l’ossigeno fino quasi a farmi soffocare. Lui sulla pelle, lui negli occhi, lui nelle mani. Possibile che questo sentire e vedere possa sopravvivere? Che ci sia ancora una possibilità su un milione che questa magia possa diventare verità, che un’emozione possa diventare dedizione, che le mie lacrime abbeverino le felci dei suoi occhi, che si veda il futuro in quel luccichio. Possibile che questo sentire trovi una via per sopravvivere alla mediocrità delle giornate, alla ripetitività di quella mia estenuante ricerca di senso che si consuma ogni giorno tra la carta e l’inchiostro, tra i panni appesi al filo e il cesto in cui si ammucchiano le calze?.

C’è ancora una possibilità, c’è per me, c’è per tutti, c’è per pochissimi?. Lui è arrivato con quel suo modo gentile e non convenzionale, con curiosità e con un po’ di sorpresa. Ma io l’ho sorpreso? Io che scrivo e che infilo le parole come corallini tenuti insieme da un filo che forse un giorno qualcuno chiamerà collana. Li infilo cercando di combinarne i colori. Prima il blu, poi l’azzurro e il verdino, il verde scuro, il nero, il rosso scuro, il rosso geranio, l’arancione, il giallo sole e il giallo limone. Possibile che gli piaccia io  che sono insofferente, testarda, ribelle, perfezionista. Eppure lui c’è ed io l’ho visto. Un profumo di pelle, un bacio, un sorriso, una corsa nel vento e nel tempo. Lui che si ferma a comprarmi un gelato e poi prendiamo un caffè. “Andiamo là. Là fanno il miglior caffè della città”. E poi i suoi jeans un po’ slavati e stretti, una maglietta bianca, una giacca di lino. Quella voglia di toccargli un orecchio, di accarezzarlo, di morderlo. Orecchie belle, piccole. Sanno un po’ di mare, un po’ di sale e un po’ di pace. Come faccio  adesso a conciliare questo vento con la vita che ho. Se mai la mattina mi vedrà con quella maglietta blu che metto per dormire, con i capelli in aria che sembro un istrice, a piedi nudi mentre mi accovaccio sulla sedia come un gatto e mangio il pane fresco con il burro e lo zucchero.  E poi quando andrò in bagno, mi laverò, vestirò, canterò qualche strofa di canzone con parole sbagliate e poi scenderò di corsa le scale come un fulmine che prima o poi si schianterà al suolo, facendo un frastuono da elicottero, svegliando cani, gatti e vicini di casa. Come potrà sopportare tutto ciò, e come potrò io pensare di costringerlo a questo, dentro questo mondo, dentro questa noia. Vorrà accompagnare questi giorni fatti di poco e di ritmi che si riproducono uguali, sempre quelli? Come potrò essere meno uguale o meno diversa, meno strana, meno prevedibile. Eppure lui c’è ed io l’ho visto. E’ pelle e carne viva, è un corpo esigente e sano, è aria da respirare, una parola per nulla banale. Come sia successo non lo so, non sembra vero, non era previsto, nessuno l’ha chiesto o l’ha cercato. Credevo fosse sposato ma non è così, non è nemmeno questo. Non lo è mai stato. Non ho scuse, devo mettermi di fronte a me, devo capire se posso darmi una possibilità, se posso credere che un futuro ci sarà. Lui dice che non sa cosa succederà, si vedrà. Dice che il presente è qui per noi, che il futuro sarà il bene che resterà. E io ora cosa faccio? devo dare una possibilità a questo accadere che non è come lo volevo, a questo tempo strano e sospeso. Eppure nel cielo una nuvola bianca c’è, la nuvola esiste indipendentemente da me. Una grande agitazione, una vita che si alza da terra, che rischia il volo con tutte le sue criticità. E’ rinato il tempo delle favole, il bisogno di un tocco leggero, di una mano che scaccia i fantasmi come fa con le mosche, con le ragnatele. Mi chiedo se possa bastare questo per ricominciare, per cambiare la mia vita, oppure è lei che ha già cambiato me. E’ arrivato lui, in quella giornata normale in cui mai avrei pensato di inciampare. Si è improvvisamente aperta una porta verso il futuro. Posso concedere a me stessa la speranza che domani sarà come oggi, che la nostra forza distruggerà la normalità, che lui potrà sopportarmi e trovare in ogni giorno una rinnovata energia?. Sono franata in uno strano tormento, in qualcosa che travalica i miei confini.  Sono sommersa da lui, con lui. Continuo a pensarci, continuo ad annegare. Questa storia sta nascendo, è già nata.

Ho scoperto ora che voglio che la vita con la sua forza superi le mie convinzioni, i miei malumori e le mie perplessità e che mi porti leggera sulle ali del vento. Voglio lui che è pelle e sudore, carne e vita, sorriso e pensiero, occhi verdi come le felci,  come il mare. In lui c’è un prato, una terra e una casa. Forse proverò ad entrare in quella casa in punta di piedi, cercando di non disturbare. Devo lasciare a questo tempo una possibilità, devo ridare spazio alla libertà ed al canto, alla vita nella sua novità. A lui che forse potrà lenire la paura, la preoccupazione per ciò che sarà. Forse finirà la mia guerra perenne nei confronti della quotidianità. I suoi occhi hanno il colore delle felci. Non resta che aprire la porta e poi si vedrà.

La canzone di Betulla

Mia madre Anna si trasferì a Pontalba quando si sposò. Prima  abitava a Cremantello, il paese in provincia di Varese dove abita suo fratello e dove le mie cugine gestiscono il bar Ghepardi.
Quando mia madre abitava a Cremantello la sua casa non era quella annessa al bar dove ora vivono gli zii, ma era una casa di campagna con cortile, giardino, orto, rimessa, fienile e uno strano stanzino stretto e lungo, con una sola piccola finestra, che tutti chiamavano “il cantinetto”.  Credo che lo chiamassero così perché in origine era destinato alle botti di vino appena fermentato. Il cantinetto era posizionato sul versante nord della vecchia casa  e al suo interno la  temperatura restava costante per quasi tutto l’anno. Si sentiva entrando uno strano odore di chiuso e muffa, forse dipeso dal fatto che il pavimento era di terra battuta, sempre un po’ umido.

In quella vecchia abitazione c’erano tanti oggetti e mobili di sconosciuta provenienza. Nessuno si ricordava che strada avessero fatto per arrivare lì, né  chi fossero stati i primi proprietari della catena ereditaria che aveva destinato tutto quel mobilio nella vecchia casa della nonna Adelina. Si sapeva solo che appartenevano  alla famiglia Ghepardi da generazioni. Mia madre, Anna Gherpardi, era nata tra quelle mura nel 1941.
Io ricordo che al centro del cortile c’era un meraviglioso albero di pere, che produceva dei frutti così dolci e sodi, da attirare l’interesse di buona parte del vicinato. Avevano la buccia color ruggine e dei puntini più scuri sulla parte “panciuta” del frutto. Maturati sull’albero, sotto il sole che arroventava il cortile, erano delle prelibatezze. Tutta via  Don Mazzolari invidiava quelle pere e provava a farsele regalare dalla nonna, non appena le condizioni umorali della vecchia Adelina sembravano propizie.

La nonna aveva infatti un carattere particolare, bisognava incontrarla nel momento giusto, altrimenti invece delle pere ti regalava qualche vecchio maglione da disfare e ti diceva entro quanti giorni le servivano  le matasse di lana già lavate. I gomitoli, gratuitamente arrotolati dai malcapitati vicini, servivano  per confezionare le coperte che venivano vendute durante la festa della Madonna d’Ottobre e il cui ricavato andava alla Caritas di Cremantello. Il dilemma non era da poco: cercare di farsi regalare le pere e rischiare di avere in cambio maglioni da disfare, oppure evitare i vecchi maglioni e non poter assaggiare le pere? Il rischio valeva la pena di essere corso. Le pere erano irresistibili.

Le vicende di Cremantello sono tante e molto curiose. La vita rurale e agricola, con tanto di seconda guerra mondiale alle porte, ha reso  quel posto il potenziale canovaccio di un vero romanzo che prima o poi qualcuno scriverà.
Tra le tante stranezze, vicende e curiosità che ho sentito raccontare su quel borgo, quella che mi fa sempre sorridere quando ci penso, è il nome dei vicini di casa della nonna Adelina. Si chiamavano Betulla e Tomeo e tutti li chiamavano Tulla e Teo.  Da dove venissero quei due nomi esattamente non si sapeva e nemmeno ci si spiegava come due persone, con nomi del genere, avessero potuto sposarsi e vivere insieme serenamente. Ma si sa, la vita reale è molto più bizzarra della fantasia. Ciò che riusciamo a inventare assomiglia quasi sempre a qualcosa che abbiamo già visto e sentito, che fa parte della nostra cultura, del nostro patrimonio genetico. Ciò che veramente è, può davvero stupire. Tulla e Teo erano veri, chi mai avrebbe potuto inventarsi nomi del genere. Nessuno aveva chiaro il numero civico dell’abitazione di questi due personaggi. Non serviva. Quando qualcuno d’estate andava in vacanza e mandava loro una cartolina da qualche località di mare, scriveva sull’indirizzo “Betulla e Tomeo – Cremantello (VA)” e la missiva arrivava senza colpo ferire.

Due nomi davvero strani: Betulla e Tomeo, due diminutivi un po’ meno strani: Tulla e Teo (come una coppia di due comici da prima serata in TV), due cognomi assolutamente inutili. Nessun’altro a Cremantello aveva quei nomi, a cosa serviva aggiungere i cognomi?.
Tulla e Teo facevano i macellai. Aprivano la bottega tre mattine la settimana, il lunedì era giorno di chiusura e il resto del tempo-lavoro era destinato a preparare la carne per la vendita al dettaglio. Comprare le vacche, macellarle, sezionarle, togliere le interiora, lavare la trippa, segare le ossa e preparare dei bei pezzi di carne da vendere. A Betulla piaceva cantare e lo faceva sempre quando andava a lavare la trippa (lo stomaco della mucca) al fosso.  L’acqua corrente puliva perfettamente le interiora. Lo stomaco del bovino diventava bianco e luccicante, pronto da cucinare la domenica. Tagliato a listarelle e bollito con diverse verdure, era uno dei piatti poveri più apprezzati e particolari del paese.
La canzone che Betulla prediligeva quando andava al fosso a lavare la trippa era “La bella la va al fosso”. Una canzone popolare dell’area settentrionale del nostro paese, una delle più conosciute della tradizione lombarda. Ne esistono diverse versioni, molto simili tra loro.

Inizia  più o meno così:
“La bella la va al fosso/ ravanei, remolazz, barbabietol e spinazz/ tre palanche al mazz,/ la bella la va al fosso,/ al fosso a resentà.”
[La bella va al fosso/ ravanelli, rape, barbabietole e spinaci/ tre soldi al mazzo,/ la bella va al fosso,/ al fosso a lavare i panni.]
Betulla invece dei panni lavava la trippa, ma tutto il resto coincideva.
La canzone prosegue narrando che “la bella che lava i panni”, perde nel fosso il suo anello e non sa come fare a recuperarlo. Mentre è indecisa sul da farsi, vede un pescatore e gli chiede se può ripescarglielo. In cambio offre al pescatore un “regalo” in natura.
“E quan’ l’avrai pescato/ un regalo ti farò. […]/Andrem lassù sui monti/ ravanei, remolazz, barbabietol e spinazz/ tre palanche al mazz,/ andrem lassù sui monti,/ sui monti a far l’amor.”
[E quando l’avrai pescato/ un regalo ti farò. […]/Andrem lassù sui monti/ ravanelli, rape, barbabietole e spinaci/ tre soldi al mazzo,/ andrem lassù sui monti,/ sui monti a far l’amor.].

Accidenti che ricompensa per il recupero dell’anello!, forse dipendeva dall’avvenenza del pescatore, sarà stato giovane e bello, e forse anche dall’importanza di recuperare l’anello, magari era l’unica quantità d’oro appartenuta alla bella lavandaia … o forse semplicemente quelle parole permettevano di comporre una rima necessaria al ritornello e, di conseguenza, la canzone era venuta così.
Sta di fatto che Betulla e Tomeo erano conosciuti e stimati macellai e nessuno ha mai saputo che ci siano stati tra loro screzi, malumori o strani amori clandestini. Di certo c’era solo quella canzone innocua che cantava Tulla e non stupiva nessuno. Sicuramente non Teo.

Ma si sa, gli interessi comuni, soprattutto in tempo di guerra, permettevano di mangiare e, in quanto tali, erano imprescindibili. Senza la pagnotta sul tavolo per molti giorni consecutivi, l’amore non si faceva né col marito, né col pescatore, né col garzone delle consegne, né con altri. Credo ci fossero diversi maschi “interessanti” che avrebbero pasteggiato volentieri  con un po’ di ossa e di polpa di carne appena frollata. Quale poteva essere il cambio? La carne fresca sarebbe stata un bel modo per festeggiare come si deve la domenica. La guerra è la guerra, il rispetto del corpo è un grande lusso e, sicuramente tutte le volte che si può, una virtù.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Ho paura del telegiornale

racconto di Patrizia Benetti

Sono fiorite le calle. Vedessi come sono belle, Annina! Ho tolto l’erbaccia dal nostro giardino e ho pure imparato a stirarmi le camicie. Sorridi, lo so.
Ieri sera, Alfio e Giuseppe sono venuti a prendermi e mi hanno “trascinato” al bar. Hanno detto che è dura, ma la vita continua.
Abbiamo giocato a tresette e mi sono divertito. Il tempo è trascorso veloce e l’angoscia si è placata.
Sto preparando gli arnesi: ami, esche e canne, perché domenica mattina andiamo a pescare. Una giornata all’aria aperta mi farà bene.
Alfio e Giuseppe sono i miei amici più cari, ci conosciamo da quando eravamo ragazzini e ci capiamo al volo. E’ bello poter essere se stessi, senza finzioni o forzature, soprattutto quando si soffre.
Mi manchi Annina e adesso che sono solo, la sera non riesco più a guardare il telegiornale. Mi fa paura, con tutte le sue brutture e le sue miserie.
Allora accendo la radio, cucino e penso a te.
Mi sembra di sentire la tua mano che mi accarezza e la tua voce dolce che mi sussurra:
“Coraggio Alfredo. La vita è bella!”.

Quando (Pino Daniele, 1991)

Uno strano agosto

Uno strano agosto, questo, vissuto in punta dei piedi sui ritagli della paura e delle insicurezze che ci hanno accompagnati nei mesi scorsi, ma anche su ciò che rimane dell’impellente voglia di andare avanti, di quella speranza che, in fondo e per fortuna, non ci abbandona.
Ricorriamo al nostro almanacco mentale per richiamare i ricordi belli di annate più fortunate, sorridendo al richiamo di luoghi, fatti e persone che abbiamo incrociato sulla nostra strada nello stesso mese, in un agosto diverso, quando tutto sembrava libero dal vincolo del timore, dell’ansia, della circospezione, degli interrogativi.
Se poi gettiamo lo sguardo a un passato comune, tra fatti ed eventi che hanno segnato molti dei grandi cambiamenti, scopriamo che l’ottavo mese del calendario non è affatto la parentesi di tempo in cui tutto riposa e viene ricondotto all’inattività, alla sospensione di quell’operatività legata semmai al resto dell’anno.

Agosto del 1904, Weed brevetta – e lo raccontiamo con un briciolo di ilarità – le catene da neve, mentre qualche anno più tardi a Le Mans in Francia, stesso mese e stesso entusiasmo, Wilbur Wright, in elegante abito grigio e berretto da golf, si libra in aria con il prototipo di aereo messo a punto con il fratello, per ben un minuto e 45 secondi. Nel secolo precedente, nell’agosto del 1891, Thomas Edison aveva brevettato il kinetoscopio, precursore del proiettore cinematografico, rivoluzionando lo spettacolo e l’intrattenimento, mentre nel lontano agosto del 1609, Galileo Galilei presentava al cospetto del Senato di Venezia il suo telescopio rifrattore, perfezionato da un modello olandese già esistente. L’alacre lavoro e la fervida inventiva dell’umanità non si fermano mai, nemmeno in agosto, come non si fermano i suoi aspetti estremi: la crudeltà demoniaca e la santità. Nell’agosto del 1934, dopo la morte del presidente von Hindenburg, Adolf Hitler si attribuì il titolo di Führer e Cancelliere del Reich, accentrando nelle sue mani i poteri dello stato, instaurando il regime totalitario che conosciamo. Nel periodo agostano del 1910 Padre Pio, destinatario di venerazione popolare di imponenti proporzioni, viene ordinato sacerdote e nel 1978 venne eletto pontefice Giovanni Paolo I, Papa Luciani, che segnò la storia della Chiesa con il suo brevissimo pontificato di 33 giorni e la sua prematura e sconcertante scomparsa. Volti che in quei giorni di agosto, epoca dopo epoca hanno impresso la loro eredità, scellerata o santa che sia, nel ricordo di oggi. E nel sangue finisce il 23  agosto del 1927  con la sentenza di morte e condanna alla sedia elettrica di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, anarchici italiani emigrati in USA. L’accusa è omicidio per rapina, un addebito fazioso, un verdetto pretestuale in un clima di ‘politica del terrore’ a sfondo politico, un’ingiusta condanna che suscitò proteste in tutto il mondo; un errore ammesso pubblicamente solo nel 1977 dal governatore del Massachusetts. Un agosto di sangue anche quello del 1990, che racconta dell’omicidio efferato della giovane Simonetta Cesaroni, accoltellata per 29 volte. Un delitto mai risolto, avvolto ancora nell’ombra, che ricorda molti femminicidi attuali. E poi ancora, l’uccisione di Libero Grassi (1991), un uomo tutto d’un pezzo che osò sfidare la mafia. Ed è proprio in agosto che viene ritrovata nel quartiere degradato di Whitechapel a Londra, la prima vittima del non identificato Jack lo Squartatore, Ann Nichols, a cui seguiranno altri macabri ritrovamenti tra agosto e novembre dello stesso anno, il 1888. Un’estate tragica, quella dell’agosto del  1956 nelle miniere di carbone di Marcinelle in Belgio, dove un devastante incendio produsse fumo asfissiante nei cunicoli, uccidendo 262 lavoratori, dei quali 136 immigrati italiani. Un agosto nero da ricordare con cordoglio anche quello delle stragi nella stazione di Bologna (1980) e dell’Italicus (1974), in un’Italia colpita al cuore che si confrontava con l’eversione e il terrorismo, in cui oggi commemoriamo le vittime. E’ agosto anche quando avviene la prima scalata del monte Bianco nel 1956 e due anni dopo viene intrapreso il primo viaggio in sommergibile, sotto i ghiacci del Polo Nord, da parte di W. Robert Anderson e il suo equipaggio, in una missione definita ‘impossibile’. Nemmeno le guerre si fermano ad agosto: la prima guerra del Golfo Persico (1990) e il bombardamento atomico di Hiroshima (1945). Ad alleggerire i ricordi legati a questo mese e conferire una nota di autentica bellezza, ci pensano gli avvenimenti di agosto datati dei secoli scorsi: nel 1483 l’inaugurazione della Cappella Sistina, nel 1778 la prima rappresentazione al Teatro alla Scala di Milano, nel 1793 l’apertura del Louvre, oltre che la più recente prima rappresentazione alla Mostra del Cinema di Venezia (1932). E ad agosto tocca anche l’onere e l’onore di essere depositario della proclamazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, testo elaborato durante la Rivoluzione francese, contenente una solenne elencazione dei diritti dell’individuo e cittadino. Un agosto da dimenticare, il nostro? No, un agosto da ricordare che comparirà negli annali, come tutti gli altri, contornato da una narrativa che creerà suggestioni, solleverà ricordi, scatenerà curiosità in chi vivrà altri tempi, intento a commentare volti mascherati, barchini strabordanti di esseri umani alla deriva, inondazioni e ondate di calore, inaugurazioni di ponti figli di un disastro, politici allo sbaraglio e cittadini alle strette. Ma la vita è bella, e l’estate dura poco. Andiamo avanti.

PER CERTI VERSI
I miei

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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I MIEI

i Miei
Quanto è stata dura…
Il cancro fu un’apnea incerta
Per tutto l’ossigeno che occorse
E chi resta fuori – come loro-
Con tutta la pena in gola
Si domanda
Ce la fara’
A rifiatare ancora?

MIA MADRE HA RETTO

mia madre ha retto
Non so come
La brutalità del nome
Cancro
All’unico figlio
Che ha potuto avere

È stata della speranza
La mia seconda incubatrice

MIO PADRE

mio padre non è cambiato
So che ha assimilato la bufera
Tagliando la legna del dolore
Per i miei futuri inverni
Da professore

PRESTO DI MATTINA
L’Assunta, ovvero il sonno di Maria

Se la Pasqua è il transitus Domini, il passaggio di Gesù da noi al Padre, la festa dell’Assunzione ci ricorda il transito di Maria, la sua Pasqua: “il suo passare a ciò che non passa” direbbe Agostino. L’iconografia in Santa Maria in Vado ce la presenta come Assunta in cielo nel dipinto di Domenico Monio, sovrastante l’altare del presbiterio; mentre la sua incoronazione è resa da Carlo Bononi nel tondo al centro del transetto. Ma è nella cappella di fronte al battistero, nella parete di destra, che essa viene raffigurata appunto nel momento del suo transito. E’ il dipinto di Vittorio Carpaccio di cui in Basilica è rimasta una copia, mentre l’originale si trova in pinacoteca.

Nel raccontarci di Maria, gli Atti degli apostoli fissano un ultimo fotogramma della sua vita, mentre è raccolta in preghiera nel Cenacolo con gli apostoli in attesa della Pentecoste. Non si parla dei suoi ultimi giorni. Sappiamo solo dall’evangelista Giovanni che questi, sotto la croce, la prese con sé come un figlio la madre sua. A colmare questa lacuna ci hanno pensato però i testi non canonici scaturiti dalla venerazione per la Madre di Dio, che riportano tradizioni antichissime, fino a descrivere il momento in cui la Vergine Maria si addormentò (c.d. dormitio virginis) e il suo corpo fu portato in cielo, assunto tra la gloria degli angeli accanto al Figlio risorto.

Transiti e dormizioni divennero così narrazioni che, dal V° secolo, ispirarono padri della chiesa, scrittori medioevali, poeti e pittori. Ne abbiamo una testimonianza meravigliosa nell’affresco, peraltro intatto, che si trova nel monastero di Sant’Antonio in Polesine, dove la Madonna dormiente, circondata dagli apostoli, è sovrastata dal Cristo che l’attende in cielo, reggendo in braccio ‒ sublime chiasmo teologico ‒ una Maria bambina.

Perché l’Assunta dormiente fa ricordare proprio l’episodio evangelico in cui Gesù ridà la vita alla fanciulla dormiente, la figlia di Giairo: «Entrato, disse loro: “Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme. … Prese la mano della bambina e le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico: àlzati!”. E subito la fanciulla si alzò e camminava», (Mc 5, 39; 41). Forse per questo, nel dipinto del Carpaccio, Maria è piccolina davanti al Figlio che l’ha risvegliata dalla morte, rialzata e posta accanto a sé dopo il suo cammino terreno.

Il cammino di Maria è, in fondo, la sua essenza: espressione di una maternità generatrice di grazia anche nel cammino della nostra fede. Lo sottolinea il Concilio che ha ricordato la “peregrinazione di Maria”, lei pure discepola alla sequela di Gesù in ascolto della sua parola: “anche la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce” (Lumen gentium, 58). Perché la fede è proprio questo andare, di giorno in giorno, di domenica in domenica, portando con sé la Parola e la sua beatitudine.

Beata te! Beata tu che hai creduto al fatto che la Parola di Dio si compisse nella tua vita nella forma di una maternità e così la portasse a pienezza. E lo stesso vale per la nostra fede. La beatitudine di chi crede che la Parola del vangelo compia la nostra umanità; compia la nostra vita, nonostante sia una vita piena di tanti vuoti, soste forzate e situazioni mortificanti; davvero la beatitudine della fede consiste nell’avanzare come Maria verso l’ultima Pasqua, nel ricevere, come Maria, la pienezza dell’ultima Pasqua.

Mi ritornano in mente le parole del vescovo Luigi Maverna, il quale parlava del “dramma della fede” proprio alludendo anche al suo percorso di malattia e sofferenza: “La fede, che nel suo affacciarsi, insinuarsi, ed emergere nella coscienza umana, è tanta fonte di travaglio, di tormento, di dolore e poi di desiderio e di gioia, ed ha come punto di arrivo la Pasqua: la conoscenza pasquale” (Lettera sulla fede 1994).

Non siamo molto avvezzi al libro dell’Apocalisse di Giovanni, malgrado sia un libro scritto per consolare i cristiani nella persecuzione, a noi uomini di oggi risultano molto difficili da cogliere i suoi simbolismi, le lotte, le distruzioni planetarie, i conflitti senza pietà che vi si raccontano. Ma ci può aiutare a comprenderlo il considerare come questo libro è strutturato: come una liturgia, quella dell’assembla domenicale raccolta nella celebrazione pasquale nel giorno del Signore. Potremmo infatti dire che essa nel cono di luce del libro dell’Apocalisse intravede in anticipo e celebra − la Chiesa celebra − l’Ultima Domenica, l’Ultima Pasqua, vittoriosa, di tutti.

Come nella nostra assemblea domenicale c’è l’esortazione alle comunità a ravvivare il loro amore e a transitare la soglia della porta sempre aperta della missione; c’è il libro della vita sigillato che il Signore Gesù presente in mezzo ai suoi riapre con la sua Parola, lo interpreta, rimuovendo i sette sigilli della sua incomprensibilità e mostrando la fine, non come una catastrofe, ma come vittoria sul male, come uno sposalizio tra cielo e terra. C’è la presenza dell’Agnello immolato trafitto ma vivente, in piedi segno di speranza nella persecuzione a cui attesta una fine: “Non avranno più fame e non avranno più sete, non li colpirà più il sole né alcuna arsura; perché l’Agnello che è in mezzo al trono li pascerà e li guiderà alle sorgenti delle acque della vita; e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”, (Ap 7, 16-17). Vi è pure l’Assunta la donna vestita di sole, la chiesa stessa che nella fede e nelle doglie del parto, nel travaglio della storia, continua a genera Cristo al mondo. La promessa dell’eliminazione della morte e della sua coorte: “non vi sarà più maledizione, non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà” (Ap 22, 3-5).

La sconfitta dello strapotere della “bestia” e dei suoi alleati imperiali introduce la visione della Gerusalemme celeste la nuova umanità che scende dal cielo come una sposa il giorno delle nozze. È questo che noi facciamo ogni domenica: lasciamo entrare il futuro di Dio, il suo sogno, nella peregrinazione della nostra fede; anticipiamo, nell’oggi caotico, dolorosissimo, delle vicende umane, questa primizia del compimento che è l’eucaristia, farmaco di immortalità diceva Ignazio di Antiochia.

C’è un poesia di Mariangela Gualtieri che si sofferma su questo nostro travaglio del vivere e del credere, un questionare anche con “l’azzurrata Maria”, in sua compagnia, un chiedergli ragione se anche lei è passata attraverso “l’assillo che non molla”, dei distacchi generativi di una bruciante e sempre riaffiorante nostalgia e del male del vivere: quello dei pensieri e delle voci come sciame che affolla la mente, che sporcano i sogni come la neve quando cade a terra ed è calpestata nel fango.
Nello sguardo pacificato dell’Assunta dormiente, provvidenza di amore, sarà ridonata integrità e immacolatezza a ciò che non lo è più. Già ora nel suo ricordo, anche oggi, “i capelli sfiniti si mettono a dormire sul cuscino” e le ingombranti parole e voci assordanti ridotti a polvere sotto il letto, aspettando domani.

Me li pulisci tu
i pensieri? Che sai
di questo assillo che non molla?
Del sonno sporco
fitto d’un vociare circolare
che soffia le parole
nel padiglione. Che sai tu
azzurrata Maria? Dimmi che lo sai.
Che tu sai, che l’hai provato che tu
l’hai mondato tutto il pensiero
ne hai fatto Un’aria di colline nuove
pacificata visione
così che il cuore ha traboccato
d’un silenzio subacqueo
fino al grigio disteso cerebrale. Fino
ai capelli sfiniti che ora
si mettono a dormire sul cuscino
e tutte le parole sotto il letto
virano in polvere. Domani spazzeremo – Maria.

(Domande a Maria II, in Quando non morivo, Torino 2019, 23).

Al cantón fraréś
Iosè Peverati: La mlunàra

Con nostalgia e umorismo Iosè Peverati descrive un luogo d’incontro di un tempo, fra amici e famigliari, ovvero in “cumpagné”. I gesti rituali del “mlunàr”, dalla scelta del cocomero ai “”baricòcal” sonori per valutarne la maturazione, agli abili colpi di coltello, così come gli arredi del “caśón”, richiamano con precisione l’atmosfera e l’attesa per il momento conviviale.
L’autore passa dall’esilarante atteggiamento degli avventori di una volta agli ironici suggerimenti delle buone maniere di oggi a tavola, concludendo con una malinconica riflessione.

 

La mlunàra

V’arcurdèv, ragazìt, quand una volta
as andava a pasàr i dopmeźdì
‘vśin i caśùn ad cana dla mlunàra,
o la sira, da prima ch’a fés scur
fin dop ónd’s ór o meźanot pasà?
Agh iéra un tavulón d’ass iηciuldà,
soquànt baηchéti fati źó ala bona
e dill scaraη stabià coi… zucatìn.

Al mlunàr al starnéva na laηguória,
al la pasàva da na man a cl’altra
com s’al la pśés o s’al źughés a bala,
algh cazàva na ciòpa ad baricòcal
par védar se la iéra źa bunìda,
po’ algh fundàva uη curtèl col maηgh ad legn
par fàragh un tasèl làragh dó dida:
al la taiàva ad śbiès, tiràndal fóra
e al la mustràva a tuti, pin d’argói,
génd la solita fraś: “Ohi, taglio rosso!”.

E nu santà a cavàl d’uη santarìn,
una meźa laηguória par da dnaηz,
coη na bela guciàra e uη grustìn ‘d pan
as gudévn a magnàrin di bei tòch
e po’ i aηmìn ai spudàvan in tera.
Agh iéra quìi che spés i s’iηgusàva

e chi s’a sbrudaciàva da par tut:
aηch s’as a stava atenti d’aη spurcàras
par quant as fés, an as vaηzàva sut.
Mo dop, chi’s vléva dar na riηfrescàda
l’andava int al canàl par na nudàda.
Int la staśón d’istà, s’agh fén a ment,
a gustàvn ill laηguóri aηch stand iη pié
però as gh’aveva al mèi di cundimént
ch’al iéra quél ad star iη cumpagné.

Adès che la mlunàra l’è scadùda
tut’ill laηguóri il viéη cargà sui camioη:
śbiàvdi… ad vargógna il vién distribuìdi
int i supermarcà, dai frutaró
e in ogni ristorant, indù ch’il s’magna
par strùsi o par “dessert” iη ftiη sutìli
con i curtlìn e i furzinìn d’arźént;
gli àηm il s’a spuda con delicateza
int al pàlum dla maη coη sentimént
e il s’fa śbliśgàr coη finta indifaréηza
sóra l’urdlìn dal piàt o uη po’ più in déntar.

Agh è la nuvità seηza i aηmìη
mo com as putrà far, dop, par sumnàril?
Ala fiη, malcuntent, spés anuià,
la fila di aventór i salta sù
e i paga al cónt ch’l’è sémpar bel salà.

Purtròp la cumpagné l’as è smarìda,
tut’i zérca ad muciàr dla baiucàra
chi’d za chi’d là… an as tgnuséη gnaηch più:
ognuη peηsa par lu e, d’altra part,
col temp ach fa la vita l’è ‘csì cara…
Aηch la laηguória ch’l’aη custàva nient
al dì d’iηquó la costa purasà.
Che bei i nòstar temp, ala mlunàra!

 

La cocomeraia
Ricordate, ragazzi, quando un tempo / passavamo l’intero pomeriggio / alla capanna del cocomeraio / fino alla sera, oltre l’imbrunire / oppure a mezzanotte già suonata? / C’era un tavolo grezzo di quattr’assi, / alcune panche fatte rozzamente / e sgabelli abbozzati con i tronchi… /

Il gestore sceglieva un bel cocomero, / come per gioco da una mano all’altra / lo palleggiava, quasi soppesandolo, / gli schioccava una serie di colpetti / per stabilirne la maturazione, / vi affondava la punta di un coltello / praticando un tassello di due dita, / lo tagliava di sbieco ed estraendolo / lo proponeva con ostentazione / esclamando orgoglioso: “Taglio rosso!”. /

E noi, a cavalcioni di sgabelli / con un mezzo cocomero davanti / un robusto cucchiaio ed un crostino, / ne gustavam pezzetti deliziosi / e sputavamo in terra i semi scuri. /

Spesso qualcuno si ingozzava in fretta / altri si sbrodolavano di brutto; / ma anche stando attenti a non sporcarsi / era difficil rimanere asciutti. / Ma poi, per salutare rinfrescata, / ci tuffavamo tutti nel canale. / Ed ogni estate, se ricordo bene, / gradivamo i cocomeri anche in piedi, / però c’era il miglior dei condimenti, / ch’era quello di stare in compagnia. /

Or si va meno alla cocomeraia, / i frutti sono messi su autocarri: / pallidi e… smorti son distribuiti / ai fruttivendoli, ai supermercati, / ai ristoranti dove si consumano / in fette trasparenti, per dessert, / con posatine lucide d’argento, / poi si sputano i semi dolcemente / sul palmo della mano con bel garbo / e si fan scivolare di nascosto / sul margine del piatto, al lato opposto. /

I nuovi sono pure senza semi, / ma come li potremo seminare? / Alla fine, annoiati e malcontenti, / se n’vanno gli avventori ad uno ad uno, / saldando conti sempre più elevati. /

Disperse le combriccole di amici, / ognuno è attento a cumular quattrini / quand’è possibile. Non ci si conosce; / si pensa più a sé stessi e, d’altra parte, / il costo della vita è lievitato / ed i cocomeri che costavan poco / aumentano di prezzo giornalmente. / Che bella un tempo la cocomeraia!

 

Tratto da:
Iosè Peverati, La giostra : poesie in dialetto ferrarese e in italiano, Bologna : Ponte Nuovo, 1996.

 

Iosè Peverati (Modena 1927)
Altre notizie biografiche sull’autore nel Cantóη Fraréś del 28 giugno 2020. [Vedi qui]

 

Al cantóη fraréś: testi di ieri e di oggi in dialetto ferrarese, la rubrica curata da Ciarin per Ferraraitalia, esce il venerdì.
Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

 

 

Cover: Stadiéra con meloni: foto di Marco Chiarini

CONTRO VERSO
Il figlio allungabile

Dare ragione a ciascun genitore a turno è una strategia che tanti bambini sviluppano quando i genitori sono divisi e in aspro conflitto tra loro.

Il figlio allungabile

Sono un figlio molto abile,
sono allungabile.
Coi dispetti che mastico
son diventato elastico
e quando mi sposto
dalla mamma al papà
io non mi riconosco.
A ognuno mostro metà
del loro figlio conteso.
Ma dico, per chi mi avete preso,
per un Cicciobello?
E sul più bello
comprendo il fattaccio:
i genitori, quando si separano,
gli dai un dito e si prendono un braccio.

Il compiacimento riduce il conflitto. In questo modo i bambini si modellano sul genitore che li guarda in quel momento, per poi trasformarsi nel passaggio dall’altro. Il prezzo per questi piccoli Zelig è evidente: non riuscire a sviluppare una propria personalità, non sapere più qual è la propria posizione di fronte a un bivio qualsiasi.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia tutti i venerdì.
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PAROLE A CAPO
Silvia Tebaldi: “Terna estense”

“Tu sei colui che scrive ed è scritto.”
Edmond Jabès 

Terna estense

I

Poi si ha un bel dire, ma infine è qui che si torna
sempre, anche solo con il pensiero:
le quattro torri, i Diamanti, la meridiana
equinoziale dei Prioni, la Certosa
che mette a dura prova l’ateismo
con la bellezza; e l’orto di là, in cui tutti siamo
stranieri. E le quattro lune di Giove
tra il Capo delle Volte e Centoversuri.
Ma certo, è perché qui eravamo giovani,
penso guardando fuori quando il treno
oltrepassa la Darsena e il Volano
e passo il ponte e la punta di San Giorgio
Porta d’Amore Assiderato i baluardi
Salinguerra e contrada della Morte
poi detta Ghisiglieri, in cui misuravo
la mia altezza su quelle pietre d’angolo
di là dall’occhio della volta.
Ah ma vuoi dire, tu stai in una città
che uscite senza ombrello, che la pioggia
inizia quando terminano i portici:
poi però torni qui,
dove l’ombrello è meglio se ce l’hai
e di rado hai del tempo da passare
nella bellezza, ma poi ti porti via
come un hangover che dura tre giorni
la sindrome di Stendhal, e poi ritorni
per qualche ora e dopo riprendi il treno
oppure la Porrettana, e verso Gallo
o il metano già ti senti come
come dire, un vagabondo del Dharma.

 

II

In questa foto dieci per quindici si vede
l’ala dell’Ippogrifo che sorvola
la piazza verso le sette del mattino:
il listone, il castello, la Giovecca,

piume. Ignoriamo se tornasse
dalla luna o da un giro sui sobborghi
corrosi dalla crisi, con le crepe
del terremoto del duemiladodici;

poi è planato fuori porta, dove molti
secoli fa correva il fiume (nostra prima
radice) tra vecchi capannoni e buche.

Astolfo ha tagliato a piedi per i campi,
berretta storta, sigaro e mani in tasca –
certo, ci sarebbe voluta la tua Nikon.

 

III

Notte viene ogni notte, notte viene
per tutti. Siamo tutti parenti e non solo
qui in questa piazza, campo catino abside,
in questo accendersi di luci contro
la sera, contro la notte che viene.
Dunque era questa la capsula del tempo
che dicevamo da ragazzi, da nerd, da lettori
di Bradbury. Una capsula del tempo mezza rotta,
collabente in alcune particelle
immobiliari e con lavori di ripristino
malfatti, eppure ci si vede dentro
e lo spazio è più di quanto immaginassi,
e il tramonto è un re cremisi.
E poi, guardando meglio,
c’è come una felicità quasi
inumana,
che non mostra legami con gli eventi
che sta lì come il corpo, come i coppi
e lo scalone in cui ci sono tutti
i nostri passi.
Come un contener dentro moltitudini
qui in piazzetta. E c’è ancora il ragazzo
che acchiappa chi si è perso chi sta cadendo
giù da un campo di segale, solo che non lo vedi
ora, come il fienile che si sgretola,
la casa vuota, il prato fuori porta.

Silvia Tebaldi, ferrarese, a Bologna dal 1985. Ha scritto un romanzo, Vuoto centrale (pubblicato nella collana Walkie Talkie diretta da Luigi Bernardi, Perdisa Pop, 2009) e alcuni racconti, pubblicati in antologie (la più recente è Deaths in Venice, a cura di Laura Liberale, edita da Carteggi Letterari nel 2017) e online (su «Poetarum Silva», su «Argo» e su «Malgrado le mosche»). Ha lavorato in diversi uffici, biblioteche e ospedali. Fotografa, apprendista nella scrittura in versi, calligrafa e acquarellista a tempo perso.

La rubrica di poesia Parole a capo esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. 
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Cover: Remo Brindisi: Castello Estense

PER CERTI VERSI
La mia fatica

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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MI DICEVA LA SIGNORA

lo sai cosa mi pesa?
Questa testa a ciuffi di calvizie
E questi venti chili
Di pancia tesa
Che non vanno giù
Sono guarita e offesa
Mi guardo
E non mi riconosco più
Dopo la chemio
E non l’accetto
Mi diceva la signora
Dal bel viso
Accanto
Al mio solito letto

LA MIA FATICA

anch’io ho fatto la mia fatica
A digerirmi così
Senza capelli
Che l’impiegata mi disse
Che quasi non mi riconosceva più
Tanto ero cambiato
Dal collo in su
I miei boccoli
Erano il passato
Lei l’aveva detto con franchezza
Mi aveva misurato
Con la mia debolezza

SEI SOLO E PRECIPITI

sei solo e precipiti
Con il tuo mondo
Fino a che avverti
Il baratro
È senza fondo

DIARIO IN PUBBLICO
Il bombolaro e altre storie del Laido

Tra una bomba d’acqua e l’altra, tra epiche montagne di spaghetti allo scoglio, tra il su e giù dei vacanzieri in infradito e polpacci in vista, ingordi del passeggio sul trascurato e discusso viale Carducci epicentro della popular-movida, succede che i miti e rassegnati pseudo-radical-chic-noi, in lotte perenni con il dirimpettaio che esonda la strada con acqua e detersivo, proibitissimi in suoli pubblici, stiano cuocendo le tagliatelle da servire con vero pesto alla genovese agliato, quando, d’improvviso, dal fornello si alzano lunghe, fumose, giallastre lingue di fuoco. All’unisono risuona il verdetto: “La bombola del gas è finita!“. Immediatamente ci si precipita a telefonare all’unico distributore in zona. Risponde una voce severissima che annuncia l’arrivo: ore 16. Mi metto in moto un quarto d’ora prima e arriva il bombolaro. Il deposito delle bombole non è al piano, ma nel cortiletto dietro, chiuso da una saracinesca che impedisce, come del resto si è avverato, l’accesso a chi è in vena di furti. Chiedo se per cortesia mi aiuta ad alzarla, ma il gentiluomo con aria severissima mi spara un “niet!” degno d’altri tempi, visto che il suo è un altro lavoro che non contempla questi abbassamenti lavorativi. Umiliato e imbarazzato penosamente m’attacco non al tram ma alle sbarre. Inutilmente; finché il bombolaro sbuffando m’aiuta. Con fare rabbiosetto mi cambia velocissimo la bombola e sentenzia: “40 euro”. Gliene allungo 50 e ancor più brontolando scava tra i soldi che estrae dalla tasca finché trova il decino di resto e sparisce, ammonendomi di lasciare la saracinesca alzata se non riesco a chiuderla. Penso frattanto “Ma la ricevuta? Che sia un accordo tra impresa e amministrazione non lasciarla?”. Un parente che di queste cose s’intende sentenzia che siamo in regime di monopolio, lasciandomi a meditare.

Ai ‘laidensi’ l’ardua sentenza.

Ci arrischiamo in spiaggia dopo giorni e finalmente raggiungiamo la postazione, helas! accanto al campo di beach volley. Una troupe di ragazzini gioca e condisce il ritmo con un infilata di bestemmie che fa rimbombare le orecchie. Indifferenza totale da parte dei vicini d’ombrellone in parte, immagino, parenti. Alla più sonora chiamo il bagnino, che imbarazzato mi spiega che ha provato a zittirli senza successo. Chiedo allora di cambiare posto, ma nel tempo ferragostano risulta la mossa una pia illusione. Mentre digerisco la sconfitta arriva il mio pronipotino chiamato Sapientino: otto anni e trionfante mi annuncia che in settembre diverrò zio di un peloso, Benny, che spesso verrà lasciato da noi. Si aprono i cieli, squillano le trombe trionfali e mi sento felice. Sapientino sorride sornione, esibendomi le prove fotografiche dei genitori del cocker e della tenerissima bellezza di lui. Ci guardiamo negli occhi e riprovo dopo tanto tempo il sapore della felicità e nel cuore risuonano i versi di Eusebio-Montale:

Felicità raggiunta si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Mi alzo indifferente alle provocazioni delle ‘sciacquette’, che come un mantra ritornano dal mare borbottando bestemmie.

Per fortuna ancora di giovani sani di cuore e di mente ce ne sono tanti.

PAROLE A CAPO
Roberto Dall’Olio: “Sogno ad occhi aperti”

“La poesia dice troppo in pochissimo tempo, la prosa dice poco e ci mette un bel po’. In ogni caso io godo nel minacciare il sole con una pistola ad acqua”.
(Charles Bukowski)

SOGNO AD OCCHI APERTI

Ne abbiamo appena fatto uno di sogni ad occhi aperti
Che tagliano la strada a quelli della notte
Tolgono la mente dai loro piedi
E senza cielo non hanno aria
Per una volta almeno
Gli occhi aperti
Hanno vinto su quelli chiusi
Che meraviglia
Forse in segreto si sono collusi

Prima abbiamo brindato alle nostre poesie
A noi
Alle nostre vite
Poi abbiamo brindato a noi
Alle nostre vite
Alle nostre poesie
Poi abbiamo brindato
Alle nostre gioie
Alle nostre follie
A tutte le vacche che non sono nere
Poi ci siamo ubriacati
E con l’ultima bottiglia
Ce ne siamo andati

Dovevo spiegarti Hegel
Dentro al saccoapelo
Tu entrata vestita perché hai freddo
Io un po’ meno
Perché mi va di sentire il contatto su tutta la pelle
In un groviglio di gambe e di stelle

Dopo se ci può essere un dopo
Dentro al saccoapelo e i frammenti teologici giovanili
Col prosecco che richiama
Altro prosecco
E il dubbio che l’infinito abbia bisogno di vino nero
Sempre per le vacche
Ma anche per davvero
Tu scegli i vestiti a seconda di come mi vedi
Io me li tolgo a seconda se ti vedo

E così cominciamo a ridere
Lo facciano anche da sobri
Cominciamo a ridere
A ricordare
Tutte le nostre storie
A non ricordare bene
Piovono frammenti di luce
Le tue azioni di disturbo
Sono diventate dolcissime
Serenate
Alla nostra notte

Roberto Dall’Olio (1965), bolognese, docente di filosofia e storia al Liceo Classico Ariosto di Ferrara. Ha pubblicato diversi volumi di poesia. E’ del 2015 il poema “Tutto brucia tranne i fiori” Moretti e Vitali editore- nota di Giancarlo Pontiggia postfazione di Edoardo Penoncini – con il quale ha vinto il premio Va’ Pensiero 2015. Con l’editore L’Arcolaio ha pubblicato il poema “Irma” con note di Merola, Muzic, Sciolino, Barbera e la raccolta di poesie “Se tu fossi una città” con nota di Romano Prodi. Vive a Bentivoglio nella pianura bolognese ove è presidente della sezione locale dell’A.N.P.I.

La rubrica di poesia Parole a capo esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. 
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SCHEI
Senza infamia niente Lodi

Secondo me c’è ancora qualcuno che pensa che sbattere in prima pagina il curriculum degli illeciti del Vicesindaco di Ferrara possa far cambiare opinione a chi l’ha votato. Come se cercare di fottere schei al Fisco e non pagare l’avvocato fosse incompatibile con un incarico istituzionale.

Ma scusate. Un individuo diventato una specie di affettuosa macchietta dell’italiano di successo, al punto da essere chiamato solo col suo nome proprio (Silvio) sia dai sostenitori che dai detrattori, ha iniziato la sua carriera da imprenditore con fondi e garanzie della banca Rasini, dichiarata dagli stessi mafiosi come la banca che riciclava il denaro sporco (ci ha lavorato il padre, di Silvio); attraverso un suo plenipotenziario siciliano, collezionista di libri antichi e frequentatore di uomini della Cupola, ha stipulato un patto di reciproca protezione con la mafia corleonese, facendosi proteggere personalmente da un certo Mangano, ospitato come stalliere a casa sua ad Arcore e definito da Paolo Borsellino come una delle teste di ponte della mafia siciliana verso il Nord Italia; ha occupato abusivamente frequenze televisive, facendosele sanare ex lege; è uscito indenne da quasi tutti i processi a suo carico (tranne uno, per frode fiscale, per cui è stato condannato) perchè prescritto, amnistiato o perchè il reato è stato depenalizzato in Parlamento dall’opera delle sue squadre di avvocati/parlamentari; ha utilizzato le prestazioni sessuali di ragazze anche minorenni (non lo dico io, lo dice la sua ex moglie) allestendo le sue festicciole, pare, anche in sedi istituzionali; è stato uno dei primi tesserati alla loggia P2 di Licio Gelli, mandante della strage di Bologna. A guardare le accuse a cui è sfuggito – nel senso che non ha scontato la pena – altro che persecuzione giudiziaria delle toghe rosse, viene da dire che ha avuto dalla sua buona parte della magistratura giudicante. Costui è stato Presidente del Consiglio per complessivi dieci anni, superando Andreotti e superato per durata solo da Giolitti e Mussolini. Con il suo impero editoriale costruito su un colossale conflitto di interessi (a un certo punto agito direttamente, da capo del governo), costui è il personaggio che ha modificato in maniera più profonda, capillare e duratura il costume e la cultura di massa dell’italiano, con una notevole sagacia, oltre che con una inarrivabile disinvoltura. Il partito da lui fondato è stato sbeffeggiato dall’intellighenzia anzitutto per il nome scelto (Forza Italia, simile ad un coro da stadio), dopodichè è arrivato a prendere più del trenta per cento dei voti degli italiani, che sono andati direttamente a lui, perchè Forza Italia non esiste senza di lui.

L’Italia è il paese che, per una volta (di solito accade il contrario), ha anticipato gli Stati Uniti d’America, lanciando la moda del tycoon al potere. Anche negli USA molti lo ritenevano impossibile, eppure sono stati capaci di eleggere Presidente uno i cui hotel e casinò sono finiti per sei volte in bancarotta tra il 1991 e il 2009, in gran parte a causa dell’incapacità di saldare i debiti contratti o di rinegoziare i debiti con le banche, i proprietari e i piccoli creditori. Uno che al settimanale Newsweek nel 2011 dichiarò: “Ho sempre giocato con le leggi sulla bancarotta – vanno molto bene per me”. Uno che disse a tal proposito: “Ho utilizzato le leggi di questo paese per pagare i miei debiti… Be’, abbiamo una compagnia. Metteremo tutto a bilancio. Negozieremo con le banche. Faremo un grande affare. Sapete, è come al The Apprentice. Non è un fatto personale. Sono solo affari”.

Troppa gente continua ad ignorare la saggezza di Ennio Flaiano, che affermò: “nel nostro paese la forma più comune di imprudenza è quella di ridere, ritenendole assurde, delle cose che poi avverranno”. In un panorama simile, continuo a stupirmi del fatto che ci sia molta gente che non capisce come un sedicente disabile che corre dietro a disabili veri, che festeggia per piazza stile “è arrivato l’arrotino” in pieno lockdown, che parcheggia l’auto regolarmente sotto il Comune, che filma la Jacuzzi che si è fatto montare nella casa popolare che continua ad abitare, nonostante si attribuisca un lauto indennizzo come amministratore – pignorato dall’ Agenzia delle Entrate  – possa continuare a fare il Vicesindaco della città. Ma signori, quello è il suo posto. Avesse osato di più, a quest’ora sarebbe presidente di Regione, un Formigoni, un Galan. E’ questione di proporzioni.

Purtroppo stiamo tutti contribuendo a forzarle, queste proporzioni, attribuendo a questo individuo la forza che non ha. Noi gliela diamo, questa forza – ed io contribuisco con questo pezzo una tantum, promettendo a me stesso che non lo farò più. Lodi avrebbe preso tante preferenze: no, ha preso un migliaio di preferenze su centomila aventi diritto, circa un ferrarese su cento. Certo, è quello che ne ha avute di più, ma perchè tutti gli altri candidati ne hanno prese di meno. Un ferrarese su cento ha espresso la sua preferenza per il piccolo guitto da sagra paesana, e allora? Quando un signore di questa statura, dall’alto delle sue mille preferenze, si guadagna, di rimbalzo, articoli di giornale sulla stampa francese e inglese, monologhi pseudosatirici dei neopolemisti italiani alla moda (tendo a diffidare di chi costruisce la sua carriera esclusivamente sullo sputtanamento altrui), servizi di prima pagina sui magazine di approfondimento in prima serata, vuol dire che è proprio il mondo dell’informazione a fornire a questo soggetto il propulsore per lanciare i suoi “messaggi” più lontano di quanto potrebbe fare con le sue sole mani. E’ l’informazione malata e ridicola a conferirgli quei superpoteri da supereroe dei bar, e la cosa più grave è che uno dei megafoni più efficaci della sua “attività” glielo fornisce l’informazione “progressista”, amplificando le sue gesta a dismisura, come se questo potesse spostare minimamente l’opinione di qualcuno che gli ha espresso la sua preferenza. Nessuno che venga sfiorato dal sospetto che chi gli ha espresso la sua preferenza lo abbia fatto esattamente perchè costui è fatto così. Che senso ha, mi chiedo, dirsi tanto popolari quando si consegna, ingenuamente, nelle mani dell’avversario una delle armi mediatiche più basiche della pop art? Andy Warhol diceva che non devi leggere la stampa che ti riguarda, devi pesarla. In questa città ci sono almeno due personaggi che non hanno lo stesso spessore culturale, ma che accomuno per la capacità di volgere a proprio favore gli strali dei nemici, nutrendosi dell’ossessiva e scandalizzata attenzione altrui. Credo che chi si sente da un’altra parte dovrebbe dichiarare quali sono le sue ragioni e proposte alternative, per il presente e il futuro. Credo che chi è stato dall’altra parte, e ha perso, dovrebbe chiedersi se far saltare in aria ventunomila risparmiatori senza muovere un dito (e non parlo del sindaco Tagliani), anzi talora rivendicando la bontà dell’operazione, non sia stato il perfetto brodo di coltura del Masaniello della Bassa.

Lavoratori spolpati per una finanza internazionale sempre più grassa

Difendere la capacità di spesa dei lavoratori. Perché la quota salari è stata erosa dalle necessità della globalizzazione

Dagli anni ’80 la globalizzazione ha distrutto il mercato interno, assolvendo una necessità del capitalismo finanziario. A pagarne il prezzo, in termini di domanda aggregata e di pil, è stata la quota destinata ai lavoratori e alla classe media e a sopperire a tale mancanza è stato lo Stato. La teoria dei bilanci settoriali spiega che i soldi possono venire solo da tre ‘dimensioni’ economiche, ovvero dall’estero (esportazioni maggiori delle importazioni), dal bilancio delle famiglie e delle imprese e dal bilancio dello Stato. Quindi non risulta particolarmente complicato, osservando il grafico seguente, capire chi abbia subito scelte così devastanti per gli equilibri interni di una nazione.

Il grafico che segue è tratto dai lavori di qualche anno fa del prof. Alberto Bagnai

E porta ad interessanti considerazioni, sempre anticipate anni orsono dallo stesso prof. Bagnai:

La quota salari si impenna prima nel 1963, a seguito di un primo ciclo di lotte operaie che si associano anche a una fiammata del tasso di inflazione, che raggiunge il 5%. L’inflazione accelera nuovamente nel 1969, a seguito dell’autunno caldo, che porta pure lui a un aumento dell’inflazione. Segue, nel 1974, l’esplosione dell’inflazione dovuta al primo shock petrolifero. In quell’anno il salario reale smise di crescere, perché operai e sindacati erano stati colti di sorpresa, e la quota salari si flesse leggermente. Poi, dall’anno successivo, le lotte che portarono il Partito Comunista Italiano al proprio massimo storico in termini elettorali (34% nel 1976) spingono la quota salari a un massimo storico del 51%.

Dal divorzio (fra Tesoro e Banca d’Italia) in poi è una continua flessione, che porta la quota salari a toccare, all’entrata dell’euro, i valori dell’inizio degli anni ’60.

 

In pratica quando i sindacati lottavano per i salari ed esisteva un partito che effettivamente rappresentava i lavoratori il benessere, in termini finanziari, cresceva equamente distribuito mentre l’inflazione, al contrario di quanto spesso si dice, non erodeva i salari, cioè a soffrire per l’inflazione non erano i lavoratori ma il capitale. E sempre seguendo lo stesso ragionamento possiamo vedere dal successivo grafico, che proviene dalla stessa fonte, la quota salari rispetto alla produttività

Che ci dice evidentemente che quando i salari crescono più della produttività non ne bloccano la crescita stessa mentre la stabilizzazione dei salari… stabilizza anche la crescita, cioè quando non crescono i salari diminuisce la crescita della produttività e di conseguenza si soffre il mal di PIL. Lottare contro l’inflazione è stato come lottare contro lavoratori e famiglie in nome di Weimar e dello Zimbawe che invece avevano avuto ben altre ragioni di esistere, storiche e sociali prima di tutto, e solo dopo economiche. Purtroppo le nostre classi dirigenti sono state breve a fare i loro interessi utilizzando anche argomenti senza fondamenta.

Di seguito il grafico con dati OCSE che mostra quanto i salari in Italia si siano fermati agli anni ‘90

La quota salari dunque e inequivocabilmente perde terreno. Allo stesso tempo imprenditori e affaristi (in senso positivo) hanno continuato o migliorato i loro guadagni e poiché da una parte i lavoratori e le famiglie potevano comprare, in aggregato, sempre di meno e la nostra bilancia commerciale si è tenuta su di un sostanziale e più che dignitoso pareggio viene da se che a coprire il gap sia stato lo Stato attraverso la tanto vituperata spesa pubblica. Che, infatti, è aumentata a dismisura proprio dagli anni ’80 sia per l’aumento degli interessi sui titoli di stato (nel 1981 ci fu il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro per cui a decidere l’interesse sui Titoli negli anni successivi furono i mercati finanziari) sia perché lo Stato dovette coprire il gap di domanda aggregata (cioè doveva spendere quei soldi che i lavoratori e le famiglie non riuscivano più a spendere) a sostegno del risparmio e delle aziende. Anche di quella parte dell’industria che oggi ritiene lo Stato il ladro del futuro dei nostri figli.

Lo Stato, in termini di bilancio, ha fatto bene il suo lavoro mentre sbagliate sono state le scelte politiche e di investimento effettuate da chi aveva il potere di farle, ma non sempre la legittimazione. Di fatto il mercato interno è stato seriamente compromesso e a fare danni ci si è messa anche la sinistra che invece di difendere il lavoro e i salari ha preferito accodarsi alla guerra all’inflazione e alla sovranità politica e monetaria. Di conseguenza la bilancia commerciale ha cominciato a rivestire importanza sempre maggiore, esportare merci per recuperare capitali è un modo per compensare la carenza di domanda interna e legittimare l’abbassamento dei salari.

Dipendere dall’estero invece di concentrarsi sulla capacità di spesa interna, però, non è un buon modo di pensare al futuro e questa scelta, combinata con la distruzione dei confini (politici e monetari) rende i più deboli sempre più indifesi. Non saranno certo i mercati o le élite, la cui esistenza oggi ammettono anche giornalisti non schierati con il complottismo mondiale, a difenderli o a spendersi per i loro diritti.

Affidare alle grandi imprese e all’economia “sciolta” da impegni comuni i destini dei lavoratori è stato un grande errore, lo Stato doveva e deve vigilare e persino dirigere quanto basta, ma evidentemente chi ha occupato le leve del potere ha lavorato per il capitale con il supporto di sindacati, giornali e TV. Il sociale sta allora scomparendo dietro una parvenza di benessere diffuso e di opportunità per tutti ma solo se perdiamo di vista l’aggregato che invece ci racconta la storia vera.

Cosa sarebbe allora urgente fare? Riprendere in mano i destini della politica economica per aumentare la capacità di spesa interna, quindi un aumento dei salari che recuperi la quota persa negli ultimi decenni secondo il principio che direttamente o indirettamente tutti partecipiamo a realizzarli e che se si decide di vivere in una società bisogna accettarne anche gli impegni conseguenti di solidarietà oltre che di partecipazione. Bisognerebbe poi tenere aperti i confini agli stimoli culturali, scientifici e di normale partecipazione alla storia umana ma chiuderli alla globalizzazione finanziaria, dei capitali e delle imprese in modo da salvaguardare i nostri lavoratori e le nostre famiglie cosa che aiuterebbe anche a migliorare le condizioni lavorative all’estero. Si pensi a cosa succede nel mondo della moda, lo schiavismo esportato per risparmiare a volte un euro a capo per massimizzare i profitti di poche grandi marche, il tutto possibile solo a causa delle scelte di non intervento dello Stato, del liberismo economico e della globalizzazione finanziaria.

Difendere le aziende dalla necessità di concorrere in maniera non controllata deve essere visto come una necessità per difendere il lavoro, non servono sussidi per tenerle aperte ma regole che le difendano dalla concorrenza esterna in modo da permettere che possano vivere di domanda interna, il che porterebbe alla corrispondenza tra salario e produttività che altrimenti potrà essere raggiunto solo balcanizzando. Saremo cioè produttivi quando riusciremo a produrre beni da vendere all’estero a prezzi da mercato cinese e viene da sé che per farlo i salari dovranno sempre di più adeguarsi al ribasso.

BUFALE & BUGIE
L’ascensore maledetto: cosa dice davvero lo studio scientifico

Terrorista: quante volte al giorno sentivamo pronunciare questa parola fino allo scorso anno? Sembrava fosse riconosciuta da chiunque come la colpa del secolo, ma dovevamo ancora affrontare quella che da mesi chiamano “transizione alla nuova normalità”.

La persona asintomatica – rispetto a quale malanno, tuttavia, non è mai specificato – è la nuova figura untrice dei nostri tempi. Tanto che, quando il 15 luglio lessi sull’Huffington Post “Così un’asintomatica ha contagiato 71 persone prendendo un ascensore”, il puzzo di notizia farlocca non ha tardato a palesarsi. La ricerca scientifica cui si fa riferimento, pur mostrando un titolo concettualmente identico, non ne giustifica l’utilizzo a fini giornalistici. Mentre chi appartiene al mondo scientifico, infatti, possiede le competenze utili per leggere gli studi pubblicati, che quasi mai presentano dimostrazioni assolute, chi non ne fa parte rischia di assumere per certo dati che certi non sono. L’indicativo presente sfoggiato dall’articolista afferma una verità assente nello studio scientifico, ma addirittura non è quest’ultimo la sua fonte, come risulta evidente dall’informazione secondo cui il viaggio in ascensore della donna asintomatica sarebbe durato sessanta secondi. Dato, questo, apparso sin dai primi articoli [vedi qui] battuti dopo circa una decina di giorni dalla pubblicazione della ricerca, e non presente in quest’ultima. Leggendo con attenzione il paper che imposta e rende pubblica la questione, e che al momento attuale è un semplice report della ricerca condotta non definitivo e suscettibile di modifiche, è già il primo capoverso a indicare l’interpretazione fornita come probabile, e non sicura. Al contrario di quanto si legge sul sito italiano, non è detto che il focolaio sia partito dalla donna asintomatica: lo stesso studio afferma che le prime cinque persone ipoteticamente infettate dalla donna, per via indiretta, non hanno seguito nei giorni precedenti un regime di quarantena – solo lei è stata tenuta a farlo, provenendo dagli Stati Uniti – . Semmai, non hanno frequentato luoghi a trasmissione sostenuta del SarsCov-2, secondo i dati utilizzati a riguardo. Il fulcro del problema è tuttavia un altro. La vicenda studiata è ambientata in piena epidemia primaverile, tra marzo e aprile, e difficilmente è attualizzabile ai giorni in cui se ne è data notizia, per non dire che è impossibile estenderla ai mesi futuri.

Di certo sappiamo che la ricostruzione esposta dal notiziario non consegna al pubblico la corretta chiave di lettura: se anche l’ipotesi epidemiologica in discussione fosse la più probabile, i risultati sarebbero utili semplicemente per comprendere le modalità specifiche di diffusione che hanno caratterizzato questo determinato virus nel periodo e nel luogo descritti. Nessun allarme in vista.

Etica e sapere: le chiavi della cittadinanza

Mentre la scuola sui banchi a rotelle corre verso il collasso, a settembre tornerà in cattedra l’insegnamento dell’educazione civica dai tre ai diciott’anni. Educazione civica è un binomio che non mi piace. Non mi piace “educazione”, non mi piace “civica”. Innanzitutto perché si chiamava così già nel 1958, quando fu introdotta nell’insegnamento a partire dalle medie, lasciando fuori l’avviamento professionale e la scuola elementare, che ancora aveva la religione cattolica come “fondamento e coronamento dell’istruzione”.

Sessantadue anni dopo si presume che paese, scuola e mondo siano profondamente cambiati e con loro le categorie e i paradigmi con cui guardarsi intorno. Ci si poteva almeno preoccupare di segnare la differenza. In compenso la distanza l’ha marcata, nel frattempo, la sociologia, facendo della dimensione “materiale” della cittadinanza l’oggetto dei suoi studi.

Educazione poi richiama ‘conformismo’, ‘forgiare’ e ‘plasmare’ secondo un modello che deve rendere tutti uguali, con finalità che sono state predefinite altrove, lontano dai progetti di vita delle persone. Una dimensione da ‘educazione nazionale’, di cui la storia del secolo che ci siamo lasciati alle spalle si è già incaricata di denunciare tutti i possibili effetti deleteri.

Civica: civis, il cittadino. Il ‘civis romanus’ distingueva il cittadino romano da chi cittadino non era. La nostra Costituzione, al contrario, non compie questa discriminazione, tutela la cittadinanza anche di chi cittadino non è, perché straniero.

Cittadinanza possiede una valenza più ampia di cittadino, perché esprime l’azione dell’individuo nel contesto della comunità politica, segna la linea di demarcazione tra il cittadino passivo e il cittadino attivo. Si può essere cittadini modello, rispettosi delle leggi, delle norme e dei regolamenti e non praticare la cittadinanza, perché impedita, quella che oggi rivendichiamo come cittadinanza attiva.

Un’idea di educazione civica, dunque, troppo parente del ‘law and order’. Il sospetto è che a ispirare la legge sia stata questa preoccupazione inconfessata di fronte all’incapacità di ricomporre un tessuto sociale che si va sempre più lacerando. E poi perché tornare a irrigidire il tutto nel nozionismo e nella valutazione, come una sorta di secondo voto in condotta. Tutto era già scritto prima in Cittadinanza e Costituzione delle Indicazioni Nazionali. Una pratica alla cittadinanza da crescere e vivere con coerenza, a partire dalla organizzazione della vita scolastica e dalle relazioni al suo interno, fino alla trasversalità disciplinare e ai rapporti con il territorio e con il mondo. Non un’educazione, ma un apprendimento permanente, un modo d’ essere, di vivere da esercitare ogni giorno a scuola come in famiglia e nella società.

Non era l’educazione civica che doveva entrare a scuola, semmai era la scuola che doveva incontrare l’educazione civica fuori, nella società, nelle relazioni con il territorio, nella coerenza delle condotte, nella gerarchia dei valori, nell’organizzazione e nel modo di funzionare delle istituzioni, nel loro rapportarsi con i cittadini, a partire dai giovani. Un apprendimento diffuso nel tessuto della società e dei luoghi dell’abitare. Perché se questo manca non c’è educazione civica che possa funzionare. Mentre il cittadino è quello che rispetta le leggi, che sta alle regole, la cittadinanza è molto di più, perché la cittadinanza è anche assunzione di responsabilità.

Nella legge e nelle linee guida ministeriali per l’insegnamento dell’educazione civica non compaiono né l’etica né  il ‘bene comune’. Si parla dei “beni comuni”, ma si tace del “bene comune”, della responsabilità che ognuno porta nei confronti di sé e degli altri, il labile confine tra l’osservanza della legge e l’etica delle condotte. L’etica, terreno delicato soprattutto per il rapporto tra giovani e adulti, per la coerenza dei comportamenti di questi ultimi, la loro testimonianza, la pratica dei precetti che si intendono inculcare con l’educazione. Etica e bene comune avrebbero dovuto occupare il centro della formazione ‘civile’ dei nostri giovani. Civile in quanto educazione alla convivenza.
Ma non è così.

Forse si è trattato di un ‘lapsus freudiano’, perché avrebbero messo in imbarazzo la credibilità degli adulti e del paese. L’etica della cosa pubblica violata dalle forze dell’ordine alla magistratura, dalle istituzioni alla politica, dalla corruzione all’evasione fiscale, dove non pagare le tasse od esportare i soldi nei paradisi fiscali è da furbi. Per non parlare dei mali endemici, dai segreti di stato, alle stragi di cui ancora non si conoscono i mandanti, fino alla ‘ndrangheta, mafia e camorra e la loro connivenza con gli apparati deviati dello stato.

L’etica per Aristotele è una scienza eminentemente pratica, dove il sapere deve essere finalizzato all’agire. Il ‘sapere’. Ecco ciò che rende debole questa idea di educazione civica. Perché a fare la differenza con la società del 1958 è proprio il sapere. Quelli erano ancora gli anni della alfabetizzazione, la scuola di massa neppure era all’orizzonte.
Oggi l’educazione permanente ha superato, almeno in teoria, la scuola di massa, siamo entrati nell’epoca della “società della conoscenza”, quella che l’Europa ha proclamato vent’anni fa con il Memorandum di Lisbona, ma che legge e linee guida ministeriali ignorano.
Società della conoscenza, perché nel ventunesimo secolo il sapere è divenuto la questione centrale di ogni cittadinanza. Possedere il sapere in continua evoluzione, per essere in grado di orientarsi nella complessità che cambia rapidamente la geografia dei pensieri e del mondo, possederlo oggi è la chiave di tutte le democrazie e dell’esercizio dei diritti della persona.

Non è sufficiente ricordarsi di fare oggetto di studio l’Agenda 2030 dell’Onu, semmai citando la questione della sostenibilità ambientale per poi tacere della sostenibilità sociale, dalla parità di genere, alla lotta all’omofobia e alla transfobia, fino al fenomeno epocale delle immigrazioni. Apprendere ad essere cittadini significa innanzitutto essere culturalmente attrezzati per districarsi tra complessità e molteplicità sempre più crescenti, per governare le contraddizioni, per penetrare oltre la superficie delle cose, per essere capaci di orientare il processo di costruzione del proprio sapere.

Se la nostra scuola non sa fare questo prima di ogni altra cosa, nessuna Costituzione, per quanto robusta, come nessuna Agenda 2030 potranno colmare il vuoto di formazione, di autonomia e di libertà delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, né potranno garantire un futuro sostenibile per l’ambiente, la società e l’economia.

TERZO TEMPO
Sport e movimento Black Lives Matter: uniti per gli stessi obbiettivi

Negli Stati Uniti continuano le proteste esplose in maniera capillare dopo l’uccisione di George Floyd da parte di Derek Chauvin, un ufficiale di polizia bianco di Minneapolis che lo ha tenuto bloccato a terra per quasi 8 minuti. L’onda di queste proteste si è diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo e gran parte degli sportivi di ogni disciplina si sono allineati, chi più chi meno, con i manifestanti che chiedono giustizia e parità di trattamento da parte delle istituzioni americane. Lewis Hamilton, Megan Rapinoe, LeBron James e tantissimi altri hanno dimostrato solidarietà concreta al movimento delle proteste; i giocatori della Premier League sono scesi in campo con la scritta Black Lives Matter sul retro delle maglie al posto del loro nome. L’ondata ancora oggi, dopo quasi due mesi, non si ferma. Il movimento vuole unire diverse lotte sotto la bandiera dell’uguaglianza e lo sport può essere un veicolo importante per smuovere le coscienze della gente.

In passato infatti è stato fondamentale nelle lotte per i diritti civili: il primo giocatore afroamericano a calcare i parquet dell’NBA fu Earl Lloyd nella stagione 1950/51, quattro anni dopo la fondazione della lega avvenuta nel 1946. In quegli anni, nella Major League Baseball (la lega nazionale americana di baseball) fece il suo esordio Jackie Robinson che nel 1947 approdò ai Brooklyn Dodgers (gli attuali Los Angeles Dodgers) diventando il primo nero della storia della MLB. Per la lega nazionale football, la NFL, si attese ancora qualche anno: James Harris divenne il quarterback dei Buffalo Bills nel 1969, rompendo il muro dei pregiudizi anche nel football americano.

Prima dell’apparizione nelle maggiori leghe sportive americane di questi tre atleti, gli afroamericani giocavano in campionati a parte, sparsi un po’ in tutto il paese.
Facendo un salto in avanti fino ai giorni nostri la situazione è capovolta, soprattutto nella NBA: i migliori giocatori di tutto il paese sono afroamericani così come i migliori interpreti della storia del gioco. Ora è quasi scontato avere un roster con più neri che bianchi ma quando la lega era agli albori della sua storia c’erano delle leggi che non permettevano tutto ciò.
Ulteriori passi avanti si sono fatti negli ultimi anni nella pallacanestro americana dove ci sono stati i primi due giocatori professionisti che hanno dichiarato la loro omosessualità: John Amaechi e Jason Collins. Il primo, che ha un passato anche in Italia nelle file della Virtus Bologna, ha dichiarato pubblicamente di essere omosessuale il 18 febbraio 2007, pochi anni dopo il suo ritiro dal basket giocato, avvenuto nel 2003. Collins invece è stato il primo giocatore in attività a fare coming out: nel 2013 attraverso un articolo sulla rivista Sport Illustrated che inizia con la frase ormai famosa:”I’m a 34-year-old NBA center. I’m black. And I’m gay.” Collins si ritirerà la stagione successiva dopo aver giocato un anno con i Brooklyn Nets. [Vedi qui]

 

Nella MLB già negli anni 70 ci fu il primo giocatore a fare coming out: Glenn Burke fu tesserato dai Los Angeles Dodgers per la stagione 1976, e due anni dopo decise di dichiarare la sua omosessualità. In quel periodo gli Stati Uniti erano un calderone di manifestazioni di ogni tipo: tra le marce per i diritti dei neri, delle donne, contro le guerre che vedevano coinvolta la nazione, c’erano già i primi gruppi lgbt che si organizzavano per lottare per i propri diritti. Il 1978 fu l’anno dell’uccisione di Harvey Milk, primo consigliere comunale della città di San Francisco apertamente omosessuale. In questo contesto, la decisione di Glenn Burke gli compromise la carriera: venduto dai Dodgers giocò una sola stagione agli Oakland Athletics prima di ritirarsi alla fine del 1979. Burke risultò positivo ad un test per l’AIDS nel 1993; nel 1995 morì per le complicazioni della malattia. Negli ultimi due anni di vita scrisse la sua biografia dove dichiara :«Nessuno può più dire che un gay non può giocare in Major League, perché io sono gay e ce l’ho fatta.»

Il football arriva per ultimo anche stavolta: il 10 febbraio del 2014 Michael Sam si dichiara omosessuale prima ancora di approdare nella lega dei professionisti. Dopo anni promettenti al college a maggio del 2014 viene scelto dai St.Louis Rams dove gioca una buona stagione, ma non abbastanza per essere confermato; svincolato passa ai Dallas Cowboys e infine, nella stagione 2015, ai Montreal Alouettes, squadra della massima lega canadese. Al termine della stagione annuncia il ritiro acausa delle pressioni psicologiche che è costretto a sopportare per via del suo coming out.

Questi atleti afroamericani dichiaratisi omosessuali sono stati un punto di svolta per lo sport professionitico maschile americano: soprattuto Amaechi e Collins hanno dimostrato, in quanto neri e omosessuali(quindi doppiamente discriminati) di poter competere in un mondo dominato dai pregiudizi sulle questioni razziali e di genere.

Inutile dire che nel mondo femminile l’argomento è sdoganato su molti fronti: la nazionale statunitense femminile di calcio ha in Megan Rapinoe la sua punta di diamante. Centrocampista offensiva attualmente in forza al Reign Fc, vanta due mondiali conquistati con la nazionale e, nel 2019 ha vinto il premio come miglior giocatrice del mondiale di Francia (poi vinto dalle americane) assieme al Pallone d’Oro assegnatole il 2 dicembre dello stesso anno dalla rivista France Football.
Dopo l’uccisione di Floyd, la calciatrice ha cominciato una vera e propria battaglia sui social network contro gli abusi della polizia chiedendo a gran voce parità di diritti tra persone di etnie diverse, arrivando a dichiarare la sua candidatura alla Casa Bianca per le elezioni di Novembre. È una provocazione più o meno velata alle reazioni mostrate da Trump nei confronti dei manifestanti e degli atleti che, anche in passato, hanno preso posizione a favore dei manifestanti. La Rapinoe ha dichiarato: <>. Già in passato la calciatrice è stata protagonista di uno scontro con Trump, lanciando parole pesanti durante del mondiale 2019 in cui la Rapinoe ha scelto di boicottare l’Inno, non cantandolo prima di una partita. Il presidente aveva subito “beccato” la calciatrice che ha risposto prontamente: <> Megan Rapinoe è impegnata anche nella battaglia della “Equal Pay” che ha come obbiettivo la parità salariale tra uomini e donne nello sport professionistico; obbiettivo ancora molto lontano dalla sua realizzazione effettiva, ha tuttavia l’appoggio di molte sportive anche nel vecchio continente. La campionessa americana è lesbica dichiarata e non si fa problemi a parlare dell’argomento.

Già in passato ci sono state delle sportive a dichiarasi lesbiche: Martina Navratilova e Billie Jean King nel tennis, Natasha Kai e Abby Wambach nel calcio, più recentemente Diana Taurasi e Elena delle Donne nel basket WNBA(lega profesionistica femminile americana), e molte altre ancora, tutte impegnate nel sociale o in eventi di beneficienza.

La differenza tra uomini e donne è lampante sotto questo punto di vista.

Tornando però nel maschile, c’è un altro esempio di coming out: Robbie Rogers calciatore americano con diverse presenza anche in nazionale, nel 2013 annuncia sul suo blog di essere omosessuale e di ritirarsi momentaneamente dall’attività agonistica.

Il football arriva per ultimo anche stavolta: il 10 febbraio del 2014 Michael Sam si dichiara omosessuale prima ancora di approdare nella lega dei professionisti. Dopo anni promettenti al college a maggio del 2014 viene scelto dai St.Louis Rams dove gioca una buona stagione, ma non abbastanza per essere confermato; svincolato passa ai Dallas Cowboys e infine, nella stagione 2015, ai Montreal Alouettes, squadra della massima lega canadese. Al termine della stagione annuncia il ritiro a causa delle pressioni psicologiche che è costretto a sopportare per via del suo coming out.

Questi atleti afroamericani dichiaratisi omosessuali sono stati un punto di svolta per lo sport professionistico maschile americano: soprattuto Amaechi e Collins hanno dimostrato, in quanto neri e omosessuali (quindi doppiamente discriminati) di poter competere in un mondo dominato dai pregiudizi sulle questioni razziali e di genere.

Inutile dire che nel mondo femminile l’argomento è sdoganato su molti fronti: la nazionale statunitense femminile di calcio ha in Megan Rapinoe la sua punta di diamante. Centrocampista offensiva attualmente in forza al Reign Fc, vanta due mondiali conquistati con la nazionale e, nel 2019 ha vinto il premio come miglior giocatrice del mondiale di Francia (poi vinto dalle americane) assieme al Pallone d’Oro assegnatole il 2 dicembre dello stesso anno dalla rivista France Football.
Dopo l’uccisione di Floyd, la calciatrice ha cominciato una vera e propria battaglia sui social network contro gli abusi della polizia chiedendo a gran voce parità di diritti tra persone di etnie diverse, arrivando a dichiarare la sua candidatura alla Casa Bianca per le elezioni di Novembre.
È una provocazione più o meno velata alle reazioni mostrate da Trump nei confronti dei manifestanti e degli atleti che, anche in passato, hanno preso posizione a favore dei manifestanti. La Rapinoe ha dichiarato: “Conosco bene la situazione che si prova ad ascoltare l’Inno Nazionale sapendo che non ti rappresenta del tutto“. Già in passato la calciatrice è stata protagonista di uno scontro con Trump, lanciando parole pesanti durante del mondiale 2019 in cui la Rapinoe ha scelto di boicottare l’Inno, non cantandolo prima di una partita. Il presidente aveva subito “beccato” la calciatrice che ha risposto prontamente: “Non andrò alla Casa Bianca nel caso in cui dovessimo vincere e fossimo invitate, cosa di cui dubito.” Megan Rapinoe è impegnata anche nella battaglia della “Equal Pay” che ha come obbiettivo la parità salariale tra uomini e donne nello sport professionistico; obbiettivo ancora molto lontano dalla sua realizzazione effettiva, ha tuttavia l’appoggio di molte sportive anche nel vecchio continente. La campionessa americana è lesbica dichiarata e non si fa problemi a parlare dell’argomento.

Già in passato ci sono state delle sportive a dichiarasi lesbiche: Martina Navratilova e Billie Jean King nel tennis, Natasha Kai e Abby Wambach nel calcio, più recentemente Diana Taurasi e Elena delle Donne nel basket WNBA(lega profesionistica femminile americana), e molte altre ancora, tutte impegnate nel sociale o in eventi di beneficienza.

La differenza tra uomini e donne è lampante sotto questo punto di vista.

Tornando però nel maschile, c’è un altro esempio di coming out: Robbie Rogers calciatore americano con diverse presenza anche in nazionale, nel 2013 annuncia sul suo blog di essere omosessuale e di ritirarsi momentaneamente dall’attività agonistica. Ritornerà a giocare nei Los Angeles Galaxy dal 2014 al 2017 per poi ritirarsi definitivamente. Nel 2017 si è sposato con il suo compagno ed ha avuto un figlio tramite maternità surrogata. È stato il primo calciatore professionista a dichiararsi gay nella MLS(Major League Soccer) nel pieno della sua carriera.

Tutte queste storie sono collegate al movimento Black Lives Matter? Per quanto mi riguarda assolutamente si. Queste vicende fanno parte del passato, più o meno recente, degli Stati Uniti e dopo il 25 maggio è sotto gli occhi di tutti come il paese “guida” delle democrazie occidentali sia molto indietro sulle questioni dei diritti civili. Le manifestazioni anche violente viste in questi mesi sono una conseguenza di politiche economiche e soprattutto culturali portate avanti dai governi americani degli ultimi 50 anni e l’attuale amministrazione Trump dimostra di non volere fare passi avanti.
Lo sport farà la sua parte come ha sempre fatto per spostare le coscienze dalla parte giusta.

Qualche anno fa al Festival Internazionale di Ferrara presenziò Angela Davis, che in quanto a lotte per i diritti civili non è seconda a nessuno. Andai a quell’incontro e in un suo intervento la Davis disse: “Le lotte per i diritti civili sono lotte per i diritti di tutti. È una cosa di buon senso. Come darle torto. Le proteste del movimento Black Lives Matter riguardano tutti, così come le storie di questi atleti ed atlete che, nel passato come al giorno d’oggi, guidano il cambiamento attraverso uno degli strumenti più efficaci: lo Sport in tutti i suoi aspetti.

Cover: Megan Rapinoe, calciatrice Usa

Al cantón fraréś
La notte di San Lorenzo

Il leggendario supplizio sulla graticola di San Lorenzo ed i fenomeni astronomici delle Perseidi nel periodo estivo hanno ispirato artisti e letterati. Molto noti, ad esempio, sono la poesia X agosto di Giovanni Pascoli e il dipinto San Lorenzo di Francisco de Zurbaràn all’Ermitage di San Pietroburgo.
Anche alcuni nostri autori, rievocando le piaghe del santo, le stelle cadenti, i desideri da esprimere in silenzio, hanno rappresentato in dialetto le loro emozioni.

Ecco l’accenno devozionale di Alessandro Corazza (Portomaggiore 1932) in:

Saη Luréηz da la calùra
….
Strisci luśénti ach vóla… sparpajà,
e ch’il sparìs int uη suspìr struzà;
bruśadur fréschi fréschi su pèll viva:
il piàgh ad Saη Luréηz, ech il s’arvìva!
…..
Striscie lucenti che volano… sparpagliate, / e che scompaiono in un sospiro strozzato; / bruciature fresche fresche su pelle viva: / le piaghe di San Lorenzo (le stelle cadenti), ecco si ravvivano!

Ancora, la dimensione affettiva di Alberto Ridolfi (Ferrara 1931- 2012) in;
Saη Luréηz
….
Stasìra
l’è la nòt ad Saη Luréηz.
A sén vanzà alvà
a guardàr in su,
zarcànd ad cójar
na vìrgula, int al ziél,
in mèź a tuti chi puntìn.
…..
Stasera / è la notte di San Lorenzo. / Siamo rimasti alzati / a guardare in su, / cercando di cogliere / una virgola, nel cielo, / in mezzo a tutti quei puntini.

Infine, la sfera intimista di Liana Pagnanelli Medici (Copparo 1930 – 1992)

La not ad Saη Luréηz
Mo che scuηvulzimént iη ziél stasìra,
as a scumbìna tut al firmamént,
squaśi ho paura e a sént la testa ‘ch źira
par stal spetàcul màgich e impunént.

Tut j ann aspèt sta not ad Saη Luréηz
int uη mié nić segrèt fra l’erba spagna
e, par la mié racòlta d’esperiéηz,
a guard, a guard, stand ztésa int la campagna!

Il viàźa il stél in tgnùda da graη sira
con di vestì brilànt e risplendént
la cóa luηga a luηgh al ziél is tira
cumè dil dam, ad quéli dal zinchzént.

Mo cusa pagarésia pr’èsar là
tra cal brilór ad pólvar sideràl
vulàr iηsiém a lor iη libartà
seηza cascàr e seηza fàram mal!

Qualcdùη lasù l’ha vist e l’ha capì
tuta sta vója ach gh’éa ad cal luśór
e una briśulìna al m’n’ha spedì:
una bacióśla ‘ch’m’è vulà in s’al cuór!

La notte di San Lorenzo
Ma che sconvolgimento in cielo stasera, / si scombina tutto il firmamento, / quasi ho paura e sento la testa che gira / per questo spettacolo magico e imponente. /
Tutti gli anni aspetto questa notte di San Lorenzo / in una mia nicchia segreta fra l’erba medica / e, per la mia raccolta di esperienze, / guardo, guardo, stando distesa nella campagna. /
Viaggiano le stelle in abbigliamento da gran sera / con vestiti brillanti e risplendenti / la lunga coda lungo il cielo si tiran dietro / come delle dame, di quelle del ‘500. /
Ma cosa pagherei per esser là / tra quel brillìo di polvere siderale / volare insieme a loro in libertà / senza cadere e senza farmi male. /
Qualcuno lassù ha visto e ha capito / tutta questa voglia che avevo di quel lucore / e una briciolina me ne ha spedito: / una lucciola che mi è volata sul cuore!

Tratta da: Liana Medici Pagnanelli ; Bruno Veronesi, Atmosfera padana, Copparo : Lions Club, Copparo, 1990.
(Altre notizie biografiche su Liana Medici Pagnanelli nel Cantóη Fraréś del 5 giugno 2020)

 

Per concludere un detto popolare:

“Par Saη Luréηz na graη calùra, par Saη Vizéηz na gran fardùra: l’un e l’àltar póch i dura.”
Per San Lorenzo (10 agosto) una gran calura, per San Vincenzo (22 gennaio) un gran freddo: l’uno e l’altro poco durano.

 

Al cantóη fraréś: testi di ieri e di oggi in dialetto ferrarese, la rubrica curata da Ciarin per Ferraraitalia, esce al venerdì mattina.
Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

Cover:  Canonica della chiesa di S. Lorenzo, Ducentola (Fe). Foto di M. Chiarini, 2016.

IL TEMPO E’ TESTIMONE
Un ricordo di Marco Chinarelli

Marco Chinarelli (1954 – 1987), si è dedicato per anni – senza nulla far conoscere agli altri – all’elaborazione poetica, rinvenendo materia viva nella propria vicenda personale. Se n’è andato troppo presto, scegliendo da solo la parola fine. Ci ha lasciato molti ricordi e un fascio di parole. 

Col procedere del tempo, può succedere di ricordare più nitidamente episodi, particolari molto lontani. Momenti incastonati in un periodo (l’adolescenza) pieno di novità, vitale o in fasi di passaggio/transizione (la gioventù) verso una maturità percepita ancora molto lontana.

La scuola superiore, l’Istituto Magistrale Carducci frequentato, vissuto intensamente. Un periodo di formazione alla vita sociale, di relazione, in cui sono nate amicizie che si sono protratte nel tempo, per molti anni. Oggi rimangono alcune sporadiche frequentazioni mentre altre si sono interrotte bruscamente procurandomi dolore, rimorsi, sensi di colpa, riflessioni e difficili elaborazioni del lutto.
Una persona, un amico che ho frequentato, e con cui ho condiviso quegli anni adolescenziali e della difficile crescita verso l’età adulta, è stato Marco Chinarelli.

Ricordo una mattina di febbraio. Lezione di matematica già iniziata. Un paio di colpi alla porta e l’entrata di Marco col cappotto completamente coperto di neve. La profe Tinarelli, increspando leggermente le labbra e accennando un sorriso:”Non avevi un ombrello per ripararti, Marco?”. “Mi si è rotto signora”. “Va bene, vai a scioglierti in fondo”. La neve cadeva sul pavimento mentre il lento incedere di Marco lo portava in fondo alla stanza. Noi si rideva piano e brevemente perché la Tea aveva ripreso in mano la situazione e il piglio severo di sempre che, invece, con Marco vacillava, diventava quasi affettuoso. In molti di noi c’era un silenzioso rispetto verso “China”…

Anche Faccini che ogni tanto si divertiva stupidamente a pungere col compasso, debitamente disinfettato (sic!), le terga di molti di noi, risparmiava i compagni di cui temeva violente ritorsioni, ma anche Marco che non avrebbe mai avuto tali caratteristiche.

Tanti gli episodi, le situazioni di vita quotidiana di una classe che stava elaborando i cambiamenti tumultuosi di fine anni sessanta con un approccio prepolitico, più giamburrascoso che contestatario. Gli scioperi si facevano, ma poi si subivano le sanzioni scolastiche con fatale rassegnazione. Spesso, capitava che Marco si offrisse volontario per farsi interrogare ed evitare ad altri compagni della classe l’avventura del sicuro brutto voto. Non sempre c’era una sua puntuale preparazione quanto, piuttosto, una sua forte capacità dialettica che spesso ‘ipnotizzava’ il docente di turno. Mentre nei compagni di scuola del corso C era accentuata la presenza di simpatizzanti della sinistra anche nelle sue propaggini più ‘rivoluzionarie’, nel corso A e nella mia classe molti frequentavano le parrocchie e/o le sale da ballo. Tra gli assidui frequentatori di parrocchie c’ero anche io ma la trasposizione automatica tra Chiesa e DC mi stava stretta e mi trovavo spesso a frequentare luoghi, ambienti della sinistra giovanile anche più ‘strana’. Ricordo una sera invernale che andai con Marco ad una ‘lezione di marxismo’ nella sede del Partito Comunista Marxista-leninista in Via Gioco del Pallone. Un’esperienza che non fu ripresa perché da entrambi giudicata pacchiana e un insulto allo stesso Marx…

Poi, Marco tentò l’esperienza nel collettivo di Lotta Continua ed io nei Cristiani per il Socialismo e nel PdUP.
Tantissime le volte che ci siamo incontrati ad ascoltare musica, a parlare e discutere di politica. Io pieno di progetti e Marco sempre più lontano e sfiduciato, ma non avrei mai pensato a una fine tragica come quella da lui scelta.
Nonostante ci fossimo scambiati tante idee, pensieri, non ho mai saputo delle sue prove poetiche. Marco ascoltava e commentava le mie poesie con fare spesso affettuoso e canzonatorio ma non ha mai condiviso con me quel  suo segreto, quel suo passaggio stretto oltre il terreno della teoria politica, della militanza. Una politica che per lui era bruciata, piena di bacche marce contaminate dal veleno di Chernobil. La politica era un tutt’uno con la vita e la sconfitta dell’una era la fine dell’altra.
La notizia della sua morte fu come una pugnalata e mi interrogai per molto tempo sulla mia incapacità di capirne il perché e, soprattutto, intuirne la possibilità di quella scelta.

Nel 1988, nella collana Testi della rivista ferrarese Poeticamente, pubblicammo una piccola raccolta di poesie di Marco Chinarelli, curata da Laura Fogagnolo. Testi quasi sempre contrappuntati da una data o senza titolo.
Una narrazione che ha spesso un linguaggio asciutto, senza fronzoli, con accenni di neofuturismo. Un esempio.

Scotch o erba che sia
la mia mente
come una vagina umida
partorisce sogni
di integrazione borghese
Me ne vergogno ogni mattina
davanti a un libro immobile
come un’obliteratrice
staccando il biglietto
per la nuova giornata.

Lo Zen mi annoia e
il Comunismo
mi ronza nelle orecchie
sulle liquide rotaie del Metrò
Lo vedo brillare
su ogni schermo di home Computer
davanti a nudi corrucciati
volti di bambini maniaci.

(da Poesie,  di Marco Chinarelli, Ed. Poeticamente/Testi,1988)

Poesie scelte da un quaderno di appunti dove Marco annotava stati d’animo, tracce di lezioni universitarie, appuntamenti, poesie e diverse recensioni di film dove si mescolavano elementi di analisi della trama e note autobiografiche. L’influenza del cinema sulla lingua italiana, sulla sua modificazione attraverso, anche, neologismi o immagini facilitate dalla frequentazione visiva col nuovo mezzo, tentativi di ‘esplorazioni’ in territori ibridi tra carta e celluloide. Gore Vidal diceva che “i film sono la lingua franca del XX secolo”.

Un esempio di recensione tra il personale ed il narrativo è Fuoco fatuo di Luis Malle.  Chinarelli riporta una frase-testimonianza del protagonista del film: “Mi uccido perché non mi avete amato perché i nostri rapporti erano vuoti. Uccidendomi voglio dare un senso ai nostri rapporti”. Il film ricostruisce minuziosamente gli ultimi giorni di un suicidio. “(…)…ex soldato che non ha voluto scegliere la carriera militare, roso di non aver mai saputo conquistare le donne, neppure quelle che, apparentemente, lo hanno amato.”
Chinarelli prosegue con questa dura annotazione personale: “Il tema presente e scabroso è trattato con una tale delicatezza di tono da renderlo…sopportabile. Anche per chi come me, certe tematiche non le regge emotivamente. Angoscia, angoscia. Non posso, certi argomenti con la freddezza di una persona normale”. Cercava di vedere il mondo, leggere la realtà anche attraverso il linguaggio filmico, alla ricerca di una narrazione che ponesse un freno alla sua deriva ideale.

Un contesto sociale, quello degli anni ’80, dettato dal riflusso crescente, dal successo degli yuppies, da un terrorismo sanguinario che ufficialmente non intendeva gettare la spugna mentre nella penombra trattava con pezzi di Stato vie vantaggiose d’uscita. Nei territori di provincia, Ferrara non faceva eccezione, c’era un clima che tagliava il fiato ai movimenti di base ed a chi faticava a ritrovare l’inizio del filo, in mezzo ad una realtà piena di elementi drammaticamente leggibili dove molti giovani avevano scelto l’abbandono dell’impegno politico a favore di situazioni di autodistruzione e dipendenza da sostanze psicotrope o dall’alcol. Questi contesti psicologici, però, si presentavano, spesso, molto annebbiati, come l’aria ferrarese d’inverno.

Chi non trovava luoghi, dimensioni di gruppo accettabili e in cui sentirsi accolto nella propria diversità, nella propria ricerca d’identità, si sentiva uno scarto umano, un tassello rotto del mosaico sociale. Ricordo una importante ricerca del 1981 della Joseph Rowntree Foundation, in cui veniva chiesto a gruppi di giovani nati nel 1958 di compilare un questionario sul loro stato di salute mentale. Il 7 per cento di quei giovani aveva una tendenza alla depressione non clinica.
In una pagina del quaderno, Marco scrive: ”Abbiamo conosciuto un periodo in cui i valori preminenti erano l’impegno, la testimonianza personale, la pratica dell’andare contro-corrente. Poi, un altro in cui il valore dominante è divenuta l’integrazione. Chi pensa come me che ciò che domina è un soffocante conformismo, ad onta di coloro che parlano di una rinascita dell’individuo? Sofferenza Sofferenza Mentire dover mentire? Mentire a se stessi e agli altri per poter vivere. Per menare questo straccio di vita che ti avvilisce e ti spegne sempre più. Identità? Essere dei diversi senza sapere di preciso in cosa? Malato? Studente? Disoccupato? Psicopatico?”.

A questa consapevolezza sempre più nitida, se ne affiancava un’altra altrettanto drammatica: perché scrivere? Per chi?

Questa sera lasciatemi in pace
perché la poesia mi ha lasciato.
Questa sera lasciatemi solo
perché i vostri volti mi rattristano
abbandonato e solo voglio restare
Non preoccupatevi per me
e non pensate di dovermi aiutare
Come potreste?
La poesia mi ha lasciato solo
Essa è una solitudine con gli occhi
di smeraldo
La solitudine invece
sa solo di neon e di asfalto.”

(Marco Chinarelli, inedito)

Una scrittura permeata da una crescente, inesorabile convinzione di (provare ad) essere un intellettuale fuori posto, in una sorta di spaesamento brutale, un pesciolino rosso senz’acqua. Le continue riunioni, i collettivi, terminali di grandi idee realizzate (forse) altrove, lontano. Il ‘tutto politico’ che rinviava sempre oltre il desiderio personale di un amore che unisse le due sfere.
Versi che riversano un sordo rancore verso compagni che sembravano vivere la politica come un momento adolescenziale, in attesa della maturità che gli avrebbe donato una stabilità esistenziale.
Sentire una crescente angoscia, “quell’angoscia perpetua che limitava ogni progetto all’indomani” (Cesare Pavese).

In amara sintesi, le cose che ti accadevano vicino, le cose, le situazioni dove non riuscivi ad entrare dove, con tutti i tuoi sforzi, non riuscivi a sentirtici parte. Uno scarto, una pietra gettata nell’acqua senza rimbalzi.

Lara Van Ruijven

[10 Luglio 2020]. Lara van Ruijven (27 anni), campionessa di short track, si stava allenando sui Pirenei con la Nazionale Olandese quando è stata colpita da una malattia autoimmune. Ricoverata d’urgenza, è morta dopo due settimane di coma.” Valeria legge questa notizia ad alta voce e poi mi guarda sbalordita.

“Ma zia Costanza hai sentito?”
“Si Valeria, purtroppo ho sentito. Le persone possono morire a qualunque età.”
“Ma aveva ventisette anni e io ne ho già dodici, se dovessi fare come lei mi resterebbero quindici anni di vita!”
E’ così, non oso dirle che potrebbero restagliene anche meno, sembrerebbe un commento macabro.

Certo la morte di una persona giovane fa impressione. Rattrista nel profondo, crea uno stato di sofferenza tangibile,  apre le porte a una solidarietà che si nutre di angoscia.
Nel dolore di alcune perdite se ne rivitalizzano altre, ognuno di noi ricorda qualche altro campione dello sport morto giovane, questo aumenta lo sgomento, lo dilata a dismisura.
Nella sensazione di dolore c’è sempre qualcosa che noi non riusciamo a comprendere del tutto, qualcosa che ci interroga sul quel sappiamo, su quel che crediamo, su quel che vorremmo sapere e credere.

Spiegare la morte ai bambini è sempre difficile, perché non puoi barare, non puoi edulcorare la cruda verità sul modo  in cui finisce l’esistenza che conosciamo.
Ogni volta che una madre dona a un figlio la vita, gli consegna in dote anche la morte. I genitori hanno sempre una fede incrollabile sulla longevità dei loro figli, è il loro modo di affrontare le giornate con serenità. “I figli moriranno dopo gli ottant’anni”. Farebbero molta fatica a convivere con altre ipotesi.
Riguardo Valeria che mi sta osservando pensierosa.
Sta ancora pensando a Lara Van Ruijven.
“Non pensarci Valeria, non serve a nulla, ormai se ne è andata, starà pattinando in paradiso”. Le dico.
“Ma perché, in paradiso si pattina?”
“ No, non credo, dicevo così per dire”
“Allora non dirlo”.

Bello sport lo short treck, la traduzione italiana è “pista corta”. Fa parte delle gare di velocità del pattinaggio su ghiaccio che si disputano su una pista di 111,12 metri. Una specie  di grande anello di ghiaccio su cui si sfidano da tre a nove pattinatori/pattinatrici per volta, a seconda del tipo di gara. Dal 1992 è uno degli sport del programma dei giochi olimpici invernali e le distanze ufficiali delle varie gare sono: 500 m, 1000 m, 1500 m sia per le donne che per gli uomini. Le staffette vengono corse su distanze di 5000 m per gli uomini e di 3000 per le donne.
Uno sport spettacolare e avvincente. Sicuramente anche molto faticoso. Spinge allo stremo la resistenza e la reattività di muscoli, apparato cardio-circolatorio, nervi.
Su quell’anello di giaccio si muovono velocissimi gli atleti con i loro pattini forniti di lame d’acciaio. Corrono con un braccio appoggiato sulla schiena per essere più aerodinamici. Piegati in avanti, spingono con le gambe come dei forsennati. La velocità è tale per cui si verificano spesso cadute e infortuni, in alcuni casi gravi.

Ma la malattia autoimmune non credo centri nulla con lo short track. E’ arrivata sulla testa di una ragazza di ventisette anni, ingiusta come il caso e irrimediabile come la morte.
Una mannaia senza scampo. Uno stop inaspettato e definitivo. La fine della sua vita.
“Zia ma perchè secondo te è morta proprio lei?”
“Perché si è ammalata e purtroppo esistono malattie gravi a cui i medici non sanno trovare rimedio” le rispondo.
“ Io non credo che la morte arrivi per caso, ci deve essere qualche altro motivo, forse si è meritata il Paradiso prima degli altri.” Dice lei.
“Si forse è proprio così” le rispondo.

La fede resta sempre una grande speranza e la migliore delle scommesse possibili. Forse questo può rasserenare un po’ Valeria.
“Noi non siamo certi di cose ci succederà dopo la morte, ma se proprio dobbiamo scommettere, puntiamo tutto su questa possibilità importante, avvincente e quasi incredibile. Scommettiamo sull’eternità.” dico.
“Si puntiamo tutto sull’eternità” dice lei e mi sembra un po’ rasserenata. Meno male. Data l’età è meglio così.  Fra poco arriverà Sara, una delle sue amiche, si metteranno a giocare a dama cinese, oppure decideranno di uscire a fare un giro in bicicletta o di andare all’oratorio di Pontalba a fare una partita di calcetto. I bambini dimenticano in fretta, hanno molta vita da vivere. Molta energia da mettere in quel che fanno. E poi è estata, fa caldo, non c’è scuola, non ci sono i compiti da fare, le piscine hanno riaperto e anche le gelaterie. Evviva, anche quest’estate avrà una parvenza di normalità nonostante il Covid-19 e nonostante le prospettive non entusiasmanti per il prossimo autunno.

Valeria sta già riprendendosi.  Il suo momento di tristezza sta passando, sta volgendo i suoi pensieri altrove. Lo vedo dalla sua faccia, prende in mano il telefono, digita velocemente qualcosa, poi attende risposta. Dopo poco si sente una vibrazione. E’ la risposta al sue messaggio. Sorride e se ne va. Anche i telefoni hanno la loro utilità. Le amicizie ancora di più.
Io resto là con l’idea della morte che fa da sfondo ai miei pensieri e con alcune immagini dello short treck indelebili nella memoria.
Uno sport elettrizzante, avvincente.
A differenza del classico pattinaggio di velocità, qui non esistono le corsie e i contatti tra gli atleti sono molto frequenti. Il tipo di gara molto veloce, prevede una divisione in batterie dei concorrenti. Esattamente come si fa nelle gare veloci dell’atletica.
Gli atleti di ogni batteria corrono la loro gara e i primi a tagliare il traguardo passano al turno successivo. Si continua così fino ad arrivare, per i migliori, all’accesso i finale che decreterà il podio e i tre medagliati del momento. I contatti continui portano a continue cadute, a volte accidentali, altre volte provocate dagli avversari (che se sorpresi dall’arbitro vengono espulsi).  Tutto questo cadere e rialzarsi causa continui cambi di piazzamento nelle gare. E’ uno sport fatto così.

Ripenso di nuovo a Lara Van Ruijven. Mi sembra di vederla con la sua tuta arancione e la visiere, che protegge dalle scaglie di ghiaccio alzate dalle avversarie, che sfreccia felice in mezzo alle altre. Sta correndo molto bene. Siamo ai mondiali di Sofia nel 2019 e la distanza che sta percorrendo è quella dei cinquecento metri. Sta andando fortissimo. Sempre più forte. La cinese Fan Kexin, e l’olandese Suzanne Schulting restano indietro. Lei continua ad aumentare la velocità e tagli il traguardo per prima. E’ la nuova campionessa del mondo. Bravissima!
Ricordiamocela  così,  quei campionati del mondo lei li ha vinti per sempre.

Vite di carta /
Autore, narratore e lettore: da Giulio Cesare a Marco Balzano

Vite di carta. Autore, narratore e lettore: da Giulio Cesare a Marco Balzano

Mi sto dedicando alla rilettura di parti dei Commentarii de bello Gallico scritti da Giulio Cesare, il dux della vittoriosa campagna gallica condotta tra il 58 e il 51 a.C. Il libro secondo in particolare è dedicato allo scontro contro i bellicosi Belgi, che mal sopportano la presenza delle legioni romane in Gallia.

E’ guerra, causata sia dalla volontà di conquista del dux, sia dallo spirito di indipendenza dei Belgi. In questo libro si assiste già a un ottimo saggio delle strategie militari romane, che come si sa nel 57 a.C. risultano già vittoriose.

Nel settimo e ultimo libro Cesare racconterà la sollevazione universale dei  Galli guidati da Vercingetorige e la difficile vittoria sulla città di Alesia, che suggella la supremazia dell’esercito romano. E’ guerra ed è vinta da Cesare: Roma acquisisce una provincia ricca di risorse economiche e di cultura; il triumviro Cesare dal canto suo ottiene potere e uno straordinario prestigio personale.

E’ il racconto della guerra ad attrarmi, non soltanto la campagna di conquista in sé. Sono le tecniche narrative adottate da Cesare ad affascinare il lettore, in primo luogo la scelta di esprimersi in terza persona anche per parlare di se stesso. In questi ultimi anni ho ripensato più volte al narratore dei Commentarii, facendo lezioni di narratologia, o leggendo con le classi opere di narrativa e passi tratti da poemi epici.

Recentemente mi ha colpito la profondità di scrittura di un giovane autore italiano, Marco Balzano: la sua bravura nel gestire la figura del ‘narratore’ mi ha riportato proprio al grande condottiero romano.Nei due romanzi di Balzano che ho letto, L’ultimo arrivato del 2014 e Resto qui del 2018, egli utilizza un narratore in prima persona decisamente dialogante, con se stesso e con il lettore.

A dire ‘io’ nel primo libro è il protagonista che migra a Milano dal sud quando è ancora un bambino e non ha con sé la famiglia; la sua vita successiva si svolge nella grande città tra la fatica dei trentadue anni vissuti in fabbrica, il mettere su famiglia e il buco nero degli anni trascorsi in carcere.

Nella parte finale il protagonista tornato a casa dice di essere diventato “un vecchio spelacchiato”, che sta sulle panchine di Milano a passare le giornate, o sulla sedia del tinello a raccontarsi la propria vita. Qui credo che stia la bravura dello scrittore che si è infilato nei panni di un narratore anziano, piagato dai propri errori, che vive una fase della vita più avanzata rispetto alla sua. E sembra proprio vecchio, ragiona e ha emozioni da vecchio. E’ diventato un vecchio.

Nella prima pagina di Resto qui ritrovo la prima persona: chi scrive ancora una volta dice ‘io’ ed esordisce con queste parole: “Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia. L’odore della pelle, il calore del fiato, i nervi tesi, te li ho dati io”. Si tratta di Trina, che scrive alla figlia lontana da molti anni  il racconto della vita che non hanno vissuto insieme. Dunque una narratrice. Una donna e anche una madre, che è stata a lungo la maestra di un piccolo paese di montagna.

Quando ne ho parlato in classe ho insistito su questo scarto: i ragazzi faticano a cogliere la differenza tra l’autore e il narratore in un libro, credono che si tratti della medesima entità, che siano del tutto sovrapposti. Ho spiegato molte volte che sono sovrapponibili, che qualcosa dell’autore può restare nei tratti della voce narrante, o viceversa, ma che sono reciprocamente ‘altro’.

Prima di conoscere Resto qui ho fatto ricorso a esempi plateali, a esercizi di scrittura, in cui gli studenti dovevano proprio fingersi di un’altra età o del sesso opposto, oppure dovevano immedesimarsi in personaggi letterari famosi. Qualche volta ha funzionato bene immaginare di essere la Gertrudina, la futura Monaca di Monza, e di subire nell’infanzia il crudele condizionamento della famiglia verso la scelta del chiostro.

Con la lettura di Resto qui eccolo già pronto l’esempio lampante:  l’autore, Marco Balzano in carne e ossa, non coincide in modo evidente con Trina, la narratrice. Però, con quale sensibilità ne veste i panni. Se leggessimo il libro senza conoscere chi l’ha scritto credo che difficilmente ci accorgeremmo che non è una donna. Nella parte centrale del romanzo mi ha incantata la femminilità dello sguardo di lei sul mondo e sulle sue fatiche, sulle passioni e sui dolori.

E Cesare? Ero partita dal suo resoconto della campagna di Gallia e dal suo narrare che è tutto in terza persona. Che soluzione raffinata. Lo scarto tra il dire ‘io e affermazioni del tipo “Cesare, preoccupato dalle notizie e dalle lettere, arruolò nella Gallia cisalpina altre due legioni” è enorme, è in grado di stravolgere la cifra narrativa dell’opera.

Il narratore e protagonista nomina se stesso da un punto di vista esterno, spostando la lancetta della narrazione, che da soggettiva tende a divenir  oggettiva. Nella struttura dei periodi i verbi coniugati alla terza persona segnalano costantemente gli accadimenti. Sono precisi ed efficaci nel segnalare, per esempio, le tappe con cui si svolgono la preparazione di una battaglia e poi lo scontro stesso. Il lettore si forma un quadro preciso delle situazioni e del loro procedere.

Cesare prende atto delle situazioni, le vaglia e decide come condurre le operazioni militari e anche quelle diplomatiche. Cesare, come se fosse un altro. Un grandissimo stratega e un etnografo che indaga i modi di vivere e di pensare delle tante tribù della Gallia. Che offre misurazioni della realtà, che riferisce le notizie, sapendo discernere quali sono certe e quali costituiscono solo delle voci, dei rumores.

Il massimo dell’efficacia è raggiunto quando il narratore onnisciente esalta le qualità degli avversari, quantifica il numero dei soldati, mette in luce il loro coraggio. E il lettore si domanda: se i nemici sono tanto validi, quanto sono valorosi i soldati romani che li hanno battuti? Ecco l’effetto migliore della raffinata traslazione del narratore.

Se l’ha detto un narratore che sa tutto, la consapevolezza della imbattibile grandezza delle legioni romane diventa certezza. Nel caso di Cesare, attività anche politica, propaganda politica. In fondo, i panni che vestono il dux vittorioso mentre attraversa il Rubicone al suo rientro e intraprende la guerra civile contro Pompeo sono gli stessi del sagace narratore dei Commentarii.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

Ayasofya

Santa Sofia – in lingua turca Ayasofya – non è mai stata ‘solo’ un museo: molti di noi che l’hanno ammirata percorrendone gli spazi, che hanno sostato col capo rivolto alla cupola e ai giganteschi medaglioni circolari in nero e oro, che si sono soffermati su ogni  particolare, hanno sicuramente respirato un’impalpabile aria di religiosa presenza, di sacralità, di solenne luogo di culto che non l’ha mai abbandonata nei tormentati capitoli della sua storia e negli avvicendamenti tra religiosità e laicità. E’ uno di quei rari luoghi destinati a conservare nei propri muri una spiritualità che nessuna riconversione legata alla sua destinazione e funzione potrà mai scalfire.

Non è solo uno dei più potenti simboli di Istanbul e della Turchia: è una presenza in cui chiunque legge miscugli di popoli e religioni e ne riconosce un proprio capitolo. E’ stata la casa di ortodossi, cristiani, musulmani, ottomani, bizantini, romani, crociati, studiosi mediorientali, architetti e manovalanze greche e svizzere, e ne stiamo ancora parlando da quando, il 10 luglio scorso, il presidente Recep Tayyip Erdoğan, con decreto presidenziale, l’ha dichiarata nuovamente aperta al culto islamico, togliendole lo status di museo.
La basilica di Santa Sofia, nota anche come Santa moschea della Grande Hagia Sophia, celebra il culto di Sofia o Sonia, nell’agiografia ufficiale matrona cristiana di origine italica, forse milanese, vissuta nel II secolo, sposa del senatore Filandro e madre di tre figlie dai nomi altamente simbolici: Fede, Speranza e Carità (Pistis, Elpis, Agape).
Alla morte del marito si dedicò al proselitismo e donò i suoi beni ai più bisognosi, attirando accuse di istigazione e adorazione di idoli. Le venne impresso sulla fronte il marchio dell’infamia e le tre figlie vennero decapitate davanti a lei per non aver abiurato rinnegando Cristo. Sofia fece seppellire i corpi delle sue creature a Roma, al 18°milio della Via Aurelia e dopo tre giorni, piangendo e pregando sul posto, morì lei stessa. L’iconografia la rappresenta come una donna vestita a lutto, una madre  che protegge le figlie con il suo mantello.

Un culto sopravvissuto anche là dove il Cristianesimo ha subito eventi storici comuni legati all’epoca, come  Kiev, Novograd, Salonicco. Dal 537 al 1453 fu cattedrale cristiana cattolica di rito bizantino e successivamente ortodossa, con un intervallo tra il 1204 e il 1261, quando i crociati la dichiararono cattedrale cattolica a rito romano. Fu moschea ottomana nel 1453 in seguito alla conquista del sultano Maometto II, ospitando durante i saccheggi donne, bambini e tutti coloro che non potevano difendere la città, tradotti poi in schiavitù dai vincitori. Rimase moschea fino al1931. Nel 1935 fu sconsacrata e divenne museo per volere di Mustafa Kemal Atatürk, primo presidente della repubblica di Turchia, considerato il traghettatore del Paese verso la modernità e l’apertura. Un edificio che ha attraversato peripezie inimmaginabili: incendi devastanti e ricostruzioni, terremoti, editti iconoclasti, saccheggi, profanazioni, ruberie di reliquie, occupazioni, rimozioni e occultamento murario delle decorazioni più prestigiose, recuperate fortunatamente con le sovvenzioni internazionali in tempi più recenti.
Nel 2006, dopo la visita di Papa Benedetto XVI, il governo turco destinò una piccola stanza del complesso museale a luogo di preghiera per tutte le religioni. Ed ora nuovamente moschea. Santa Sofia, non è solo navate, mosaici, portali, urne, gallerie, tappeti, una cupola particolare, muri di grandi porfidi della Tessaglia, marmi egiziani, colonne elleniche provenienti dal tempio di Artemide di Efeso, pietra nera del Bosforo e pietra gialla della Siria: è qualcosa di più, grandioso simbolo di intercultura, interreligione, pagine di storia comune, incontri di popoli, luogo di testimonianza.

Non sarà la sua nuova destinazione a depotenziare la sua immagine, guadagnata in secoli e secoli di eventi tumultuosi, costruita pezzo dopo pezzo da culture e saperi diversi, arricchita di volta in volta fino ad oggi.
D’altro canto, in greco antico, ‘Sofia’ significa sapienza, saggezza.

PER CERTI VERSI
I libri mi hanno fatto…

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

I LIBRI MI HANNO FATTO

i libri mi hanno fatto
Compagnia
Senza leggere una riga
Ma erano lì a distrarmi
Dalla mia sfiga

ANDRÀ TUTTO BENE

gli amici mi hanno portato
Di peso
Sul letto operatorio
Il resto è stato un volto
Vedrà- mi disse-
Andrà tutto bene

Dora, Amalia e l’incendio di via Santoni Rosa

Qui a Pontalba siamo tutti dispiaciuti della morte di Dora, la signora anziana che abitava in via Santoni Rosa a pochi isolati di distanza da casa nostra. Dora era simpatica, ci piaceva tanto. Alla mattina usciva a spazzare davanti al suo grande portone di legno e se mi vedeva, diceva: “Ecco Rebecca, una delle tre meraviglie di via Santoni”  (le altre due meraviglie sono i miei fratelli: Valeria e Enrico). Amalia, la sorella di Dora, è rimasta da poco sola in quella vecchia casa. Ha  novant’anni. Il suo cervello funziona ancora bene, le sue gambe molto meno.

Quando la zia Costanza era piccola, Amalia e Dora erano giovani e arzille. Portavano dei cappellini vivaci con fiori e piume e cantavano come due sirene. La zia se le ricorda sedute vicine nel banco in chiesa, mentre intonavano le canzoni della Messa di Natale. Anche la nonna Anna se le ricorda.
Quando la zia Costanza aveva quattro anni, la zia Rachele tre e mia madre non era ancora nata, la nostra casa in via Santoni Rosa andò a fuoco.
C’era una caldaia a nafta posizionata in uno stanzino tra la cucina e un’ala diroccata dello stesso stabile, proprio lì si scatenò l’incendio.  Alcuni anni dopo quell’ala in disuso fu restaurata ed è diventata  la mia casa attuale. In quella drammatica notte, un grumo di combustibile  intasò la caldaia e causò l’incendio che si propagò per buona parte dell’abitazione e distrusse il fienile. Le esalazioni di nafta fecero morire Lisa, il collie delle zie.

Io sono nata molto tempo dopo, ma di quella vicenda ne ho sempre sentito parlare. Le fiamme erano altissime, i pompieri non arrivavano, né quelli della centrale più vicina, né quelli della città. Si erano persi con le loro autobotti nella notte d’autunno che, nella pianura lombarda, sa essere insidiosa e quasi priva di visibilità. Il fuoco imperversava. I nonni e i bisnonni, tutti ormai svegli e usciti in cortile col solo pigiama addosso, non sapevano cosa fare.

La zia Costanza e la zia Rachele furono portate a casa di Dora e Amalia e là si addormentarono, mentre gli adulti continuarono ad aspettare i pompieri. Le fiamme erano violente, rosse come i tramonti di Luglio, bollenti. I nostri vicini trebbiatori provarono a fermarle  con gli estintori in dotazione a chi lavora con le macchine agricole, ma fu inutile. Quelle bisce di fuoco si abbassarono per un attimo e poi ripresero vigore e si innalzarono nel cielo della notte come draghi inferociti. Un po’ alla volta si svegliò tutto il paese. C’era una strana luce e uno strano calore ovunque. Suonarono le campane a martello per avvisare che c’era un dramma in corso.
Poi finalmente arrivarono i pompieri e spensero il fuoco. La casa rimase bollente, piena di schiumogeno, cenere e resti di nafta fuoriuscita dalla cisterna e parzialmente bruciata, per giorni. Quel nero bruciato si era appiccicato alle pareti e si riuscì a liberarsene definitivamente l’estate dopo, quando con l’intonaco nuovo si risistemarono i muri martoriati.
Mentre tutto questo succedeva  le zie dormivano nel letto di Dora e Amalia. Entrambe, seppur piccole, ricordano di essersi svegliate in quel letto “diverso” e di aver avvertito che la situazione era anomala, ma non ricordano molto di più.

Quando sento parlare di incendi ripenso sempre a quel che le zie e la nonna Anna raccontano di quel fuoco violento che devastò parte della nostra casa, per la precisione la parte che poi è stata ristrutturata e dove noi abitiamo adesso. Ho rischiato di perdere la mia abitazione prima ancora di averla trovata. La nostra grande casa di campagna è divisa in due appartamenti: in uno abita la zia Costanza con la nonna, nell’altra abitiamo io, Valeria, Enrico e i nostri genitori. La zia Rachele abita a Torino perché lavora là.

Anche la signora Amalia ricorda bene quella notte. Una volta mi raccontò che era stato un grande spavento, avevano avuto paura che della nostra casa non restasse nulla, tanto l’incendio era alto e autoalimentato (la nafta continuava ad uscire dal bruciatore e nessuno sapeva come fermarla). Nella caldaia c’era trenta quintali di nafta che bruciavano con ardore.
Un amico della nonna tagliò i fili della corrente elettrica che si stavano surriscaldando e i pompieri iniziarono a bagnare con acqua ghiacciata i muri interni della casa che stavano diventando bollenti. Un dramma che ha sfiorato la tragedia.
Dora e Amalia sono state tempestive, ci hanno aiutato, hanno avvolte le zie in coperte e poi le hanno portate a dormire, hanno costretto i nonni a bere un po’ di grappa.
In quel dramma improvviso si è risvegliato, di notte, un intero paese. Insieme alle fiamme si è riaccesa la solidarietà. Insieme al calore del fuoco, via Santoni Rosa è stata invasa dalla bontà di tanti cuori. Si è riscoperta improvvisamente la fratellanza.

La mattina dopo nella mia casa devastata e nera come il carbone, arrivarono diversi piatti di frittelle fumanti, segno inequivocabile di solidarietà e di partecipazione al damma. Non centrava proprio più la politica, le riunioni condominiali, le candidature a Sindaco del paese, la gestione della cassa dell’oratorio e tutte quelle vicende che allertano gli animi in tempo di pace. Una notte sola aveva spazzato via tutti questi piccoli risentimenti di una vita un po’ banale e un po’ ripetitiva. (Soprassederei sull’effettiva utilità di ingurgitare dolci fritti dopo essere stati una notte al freddo e aver provato un forte stringimento di stomaco causato dalla paura e dalla preoccupazione. Là bontà dei cuori va oltre.)

Credo che sia in momenti come quelli che si riscopre la differenza tra l’abitare in un paese  e nella periferia di una grande città. Tutti gli abitanti di via Santoni Rosa si ritrovarono quella notte per strada, senza vestiti, senza scarpe e cercarono di dare il loro aiuto a seconda delle loro possibilità, della competenza, dell’età e della preoccupazione che, a volte, impedisce di vedere le soluzioni più ragionevoli.
Il papà di Camilla andò sull’angolo della via ad aspettare i pompieri, Amalia chiamò il medico di guardia per il nonno che stava male, gli zii che abitavano in piazza si misero a pregare e accesero delle belle candele suoi loro comodini.
Il parroco arrivò in bicicletta, la farmacista in vespa, il segretario comunale a piedi perchè la sera prima aveva bevuto e vinto a carte all’osteria e, i postumi della sbornia, gli permettevano di fidarsi solo delle sue gambe.
Il giorno dopo a scuola le maestre fecero fare ai bambini della elementari un tema sull’incendio di via Santoni Rosa, mentre quelli delle medie studiarono come funzionava la combustione della nafta.

Tutto il paese partecipò al dramma e la cosa che sollevò gli animi di tutti è che non morì nessuno, né la casa cadde a pezzi, anzi si salvò e venne ristrutturata. Amalia e Dora raccontarono per anni questa storia con molta fierezza come se l’esito positivo della vicenda fosse, almeno un po’, merito loro.  Forse in parte lo era, come lo era di tutti coloro che in quella notte, rossa come il fuoco e accesa come il sole di mezzogiorno, parteciparono al dramma e provarono a dare il loro contributo allo spegnimento dell’incendio.
Ben diversi sono stati gli eventi a causa dei quali, proprio in quegli anni, sono bruciati fienili carichi di fieno e legname. In quei casi  il dramma assumeva proporzioni rilevanti e i danni economici potevano portare alla rovina dei malcapitati colpiti dal fuoco. A volte  gli incendi erano di natura dolosa, ma di questo a me non è mai stato raccontato nulla.

I bisnonni, i nonni, le zie devono ringraziare  Dora e Amalia che, con la loro solerzia e il loro proverbiale altruismo, si sono precipitate a prendere le due bambine della casa che stava bruciando. Ora Dora purtroppo è morta, ma lei è una nostra defunta, fa parte della nostra tomba di famiglia.
Nei paesi di campagna le storie di incendi sono tante, hanno tante cause, tante conseguenze, tante chiacchiere posticce e a volte anche tante polemiche.

Ma Dora  e Amalia hanno sempre ringraziato il cielo che ai  miei parenti non sia successo niente e che alle due bambine di via Santoni Rosa (la zia Costanza e la zia Rachele) sia continuata ad essere garantita una vita serena e protetta. Le due bambine sono infatti cresciute sane e per nulla traumatizzate dal brutto e pericoloso incidente. Le zie sanno quante candele hanno acceso Dora e Amalia per loro. E di questo non si possono dimenticare. Adesso che Dora è morta di Covid-19, ogni tanto, piangono.  Credo ripensino a tutte le volte che Dora le ha cordialmente salutate, ha sorriso loro, regalato qualche caramella e indicato loro i rondoni pronti a spiccare il volo.  Ripensano a quando, in quella notte di terrore, lei e sua sorella Amalia le hanno fatte dormire nel loro letto perché la casa bruciava. Le zie sanno, perché l’hanno provato sulla loro pelle, che è la presenza  di persone buone che cambia il corso della vita, è il loro amore, la loro forza, la loro fiducia e anche un po’ della loro temerarietà.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

CONTRO VERSO
Filastrocca delle frazioni

La pretesa di una divisione matematica del tempo del bambino, al 50% tra la mamma e il papà, è spesso una forzatura che accontenta, forse, gli adulti, ma confonde i figli e irrigidisce le relazioni.

Filastrocca delle frazioni

Ho un piede con il babbo
un altro da mammà.
Mi sveglio e mi domando:
“Perché mi trovo qua?”
La maglia dalla mamma,
dal babbo i pantaloni
con me ci puoi illustrare
per bene le frazioni.
Con mamma storia e atletica
con babbo geometria
frequento l’aritmetica
e la ragioneria
di genitori inquieti,
costantemente persi,
che no, non si perdonano
di essere diversi.
Che più non si ricordano
quando si sono amati
e forse manco sanno
perché si son lasciati.
Che poi, siamo sinceri,
lasciati non sono.
Né divisi né interi
finché non c’è il perdono.

In una famiglia unita, in una condizione di convivenza, è del tutto normale che un figlio si avvicini di più alla madre o di più al padre in periodi diversi della crescita, o per aspetti differenti nel medesimo periodo. È quello che succede quando si tiene conto delle relazioni con una certa naturalezza.
Al momento della separazione sembra che questo sia improvvisamente inaccettabile. Mamma e papà vanno dal giudice col cronometro in mano. Chi resta incastrato, evidentemente, è il figlio. 

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia tutti i venerdì.
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PAROLE A CAPO
Bruno Montanari: “Ora di cena” e altre poesie

“Molte volte l’impegno che gli uomini mettono in attività che sembrano assolutamente gratuite, senz’altro fine che il divertimento o la soddisfazione di risolvere un problema difficile, si rivela essenziale in un ambito che nessuno aveva previsto, con conseguenze che portano lontano. Questo è vero per poesia e arte, come è vero per la scienza e per la tecnologia”
(Italo Calvino)

ORA DI CENA

E’ come una sponda nel cielo
l’estremo orizzonte lontano,
anche oggi si è tinto di viola
e, poi, lentamente di nero.

Nell’ora di cena
ritornano sfumati i colori
di un tempo remoto.
Respiro l’odore della legna
che brucia,
rivedo mia madre
i tegami sul fuoco.

In quella cucina, mentre lei stirava,
quanti tramonti ho visto arrivare,
le ore del pomeriggio fuggivano
portandosi via le nostre preghiere.

 

SE GUARDO NELLA MENTE

Più brevi si fanno i confini.
L’oggi si fa ieri
e le memorie si addensano
lungo la strada
come bianche farfalle
che danzano nell’aria.

Il ricordo mi è riparo
e dolcezza per l’anima.
Di nuovo s’accende il cuore
per la fine della guerra
e l’ansia dell’attesa
di chi era partito soldato.

Io, bambino, con mia madre
nella vecchia stanza;
in un cantone la legna per il fuoco
ed un sacco con poca farina.

 

FERRARA

Vagare per la  città
mentre si perde il sole
e si aspetta il calare della luna.

Perdersi in un mare di vecchie case
e rivivere la bellezza del passato.
Sentire il vociare lontano
dei bambini
e respirare il profumo dei tigli
che corre nei viali.

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Nel sotto mura
un sentiero di terra pestata.
In bella fila alberi,
colorati fiori
e tratti pungenti di rovi.

Col nuovo sole,
fuggono dall’aria
i profumi di cose lontane
e si nascondono
le presenze dei momenti vissuti.
Maggio,
come un canto che giunge nel vento
porta nuove voci di primavera.

 

LA FEDE

E’ la fine! Ma di che cosa.
Per anni ho seminato
ed ora sono carico di raccolto;
dopo sarà meglio di prima.

Tutto è perduto! Ma non è vero.
La vita si conclude.
Il vecchio terreno resterà incolto,
ma nuova semina germoglierà
in altri campi.

Tutto diventa cenere! Ma è sbagliato.
Si inaridirà la sorgente
ed appassiranno le vecchie rose,
ma un leggero vento soffierà
sui fiori profumati
di un diverso giardino.

Bruno Montanari (1941) di Madonna Boschi / Vigarano Mainarda (FE). L’unione con la poesia è avvenuta nel 2008. Prima non aveva mai scritto. Da allora ha pubblicato 22 libri con diversi editori. Un libro si trova presso la Biblioteca Vaticana e due libri presso la Biblioteca del Presidente della Repubblica. Molti giudizi favorevoli sui suoi lavori sono apparsi per diversi anni nella rivista internazionale “Poeti e poesie”.

La rubrica di poesia Parole a capo esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. 
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