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Emilio Diedo e la Cosmo poetica

Anche critico letterario, scrive sulla nota rivista padovana Literary, Emilio Diedo è forse l’erede più talentuoso di Guido Tagliati: il visionario splendido poeta cosmico di Ferrara, vicino alle formule mistico-siderali di un Teilhard de Chardin, di un Guitton, di un Paul Davies…
Emilio Diedo, da anni è anche promotore attivo, con lo stesso Gianni Stefanutti proprio della poesia cosmica, attraverso un’eccelsa e costante produzione editoriale e come conferenziere (ad esempio a Ferrara presso la Sala dell’Arengo di Palazzo Estense Ducale).
Diedo appare più terrestre, ma non meno suggestivo per atmosfere, orbite e ed esplorazioni poetico-spaziali paradossalmente ciberclassiche, per la computazione della parola raffinata ed armonica, aliena… da sperimentalismi talora fuori moda.
Diedo esplora, infatti, una sorta di classico moderno, vicino magari al secondo Futurismo, all’aeropittura ancor più che l’aeropoesia, proprio per la sintesi Cielo, Spazio, Terra… Colori realizzata con ottimi risultati dinamici ed estetismo formale ad esempio da Enzo Benedetto, Benedetta Cappa Marinetti (futuristi storici) e – tempi attuali – lo stesso cosmofuturista Antonio Fiore Ufagrà (anche alla Biennale d’Arte di Sgarbi nel 2012).
Tale scenario cosmopoetico in Diedo è particolarmente evidenziato in “Sbarchi d’Arche” (Este
Edition, 2001) mentre nella particolare silloge (dedicata agli eroi italiani di Nassiriya), “La Fiamma
della Croce” (sempre Este Edition, 2002) l’elemento cosmico risulta rarefatto e assimilato tra gli interstizi della Parola.
Effetti peraltro di forte suggestione trascendente: quasi destinato o dedicato ad angeli moderni, alieni sovrabbondanti di empatia sempre pronti a proteggere la sublime fragilità degli umani sulla Terra, e tra le stelle.
Tale cosmopoetica, di frontiera nel ciberspazio mentale, si dilata ulteriormente e complica deliziosamente verso la Forme, in opere con estensioni anche teatrali quali “Madame Etrom”, o altamente electro-lirico-siderali, come “Stelle di Terra”.
Inoltre, piu recentemente, ancora piu complessità concettuale e programmatica con ad esempio “Urfuturismo” (La Carmelina ediz. Ebook) e in particolare in “Reale Apparente” (Este Edition) anche dichiarazioni e puntualizzazioni poetiche-poietiche sulla Poesia Cosmica contemporanea, non a caso rilanciate in riviste di spicco nazionali quali PoliticaMente (Scuola Romana di filosofia politica, lanciata a suo tempo da Gian Franco Lami come dipartimento de La Sapienza Univ.).
Lancio, riassumendo, da parte di Diedo anticipatorio della nuova poetica cosmica, ancora sottovalutata come fenomeno ad hoc e al passo con certo inconscio connettivo attuale, disvelato da certo ritorno infine dell’era spaziale (“Turismo Spaziale”, “Curiosity su Marte”, “Robot che accometano”), la stessa diffusione pop della musica cosmica in forme ambient e trance (dai Tangerine Dream e gli stessi Pink Floyd), nell’avanguardia letteraria dalla stessa giovane science fiction cosiddetta connettivista italiana (F. Verso, premio Urania, S. Battisti ed altri.)

Per saperne di più: Literary magazine [vedi], Rivista PoliticaMente [vedi formato pdf], intervista a Emilio Diedo [vedi]

* da Roby Guerra, “Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea”, Este Ediiton-La Carmelina ebook [vedi] su Luuk Magazine [vedi]

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REPORTAGE
Note e nostalgia jazz.
Oggi, domani e lunedì

La Buenos Aires di Astor Piazzolla protagonista oggi al Jazz club Ferrara. Titolo della serata: “Vuelvo al sur, Piazzolla secondo Aisemberg” con le note della reinterpretazione elaborata al pianoforte da Hugo Aisemberg. Appuntamento alle 21.30.

Domani, sabato 13 dicembre sempre alle 21.30, il Jazz club omaggia gli storici organ trio al pianoforte con The Unusual Suspects, trio capitanato dall’organista newyorchese Pat Bianchi – colonna portante del trio di Pat Martino – affiancato da Massimo Faraò al pianoforte e Byron Landham alla batteria.

Lunedì, 15 dicembre, l’ormai consueto appuntamento con artististi emergenti regionali ma non solo. In scena al Torrione di San Giovanni ci saranno Francesco Cusa & the Assassins: Flavio Zanuttini alla tromba, Cristiano Arcelli al sax alto, Giulio Stermieri all’organo e Francesco Cusa alla batteria.

Ingresso a pagamento, riservato ai soci Endas, al Torrione di San Giovanni, via Rampari di Belfiore 167.

Ma intanto ecco le belle immagini dell’ultimo “main concert”: quello di sabato scorso con il Fabrizio Bosso spiritual trio. Ritratti fotografici di STEFANO PAVANI.

[clic su una foto per ingrandirla e vedere tutta la galleria]

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Fabrizio Bosso in trio al Jazz club Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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Fabrizio Bosso in trio al Jazz club Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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Fabrizio Bosso spiritual trio al Jazz club Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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Alessandro Minetto alla batteriacon il Fabrizio Bosso trio (foto di Stefano Pavani)
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Alessandro Minetto alla batteria con il Fabrizio Bosso trio (foto di Stefano Pavani)
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Alberto Marsico all’organo con il Fabrizio Bosso trio (foto di Stefano Pavani)
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Fabrizio Bosso in trio al Jazz club Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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Fabrizio Bosso in trio al Jazz club Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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Fabrizio Bosso in trio al Jazz club Ferrara (foto di Stefano Pavani)

L’ANNIVERSARIO
L’Italia del 12 dicembre, la strage che ci cambiò la vita

“La cosa più terribile e straziante che percepii appena entrato fu l’odore di carne bruciata”. A ricordarlo 45 anni dopo è il nostro Gian Pietro Testa, allora cronista del Giorno, primo ad arrivare sul luogo dell’orrore. Ricorre oggi, 12 dicembre, l’anniversario dell’esplosione della bomba di piazza Fontana, collocata all’interno della Banca dell’agricoltura di Milano, che provocò 17 morti e 88 feriti. “Fu quella la madre di tutte le stragi”, sostiene Giorgio Boatti, anch’egli giornalista e scrittore, di recente a Ferrara ospite della libreria Ibs per il ciclo di incontri ‘Passato prossimo’. “Strage – sostiene – è una parola feroce, sottende la volontà di una mattanza pianificata”. Fu il primo atto della tragica stagione del terrorismo in Italia. Per molti anni si sono alternate e contrapposte alle ‘verità’ ufficiali (quelle degli atti giudiziari) le ‘verità’ basate sulle inchieste giornalistiche. La tesi anarchica privilegiata nella prima fase delle indagini lasciò via via il campo all’ipotesi di trame nere imbastite da ambienti neofascisti e apparati deviati dello Stato. Quasi mezzo secolo dopo si può con certezza affermare la responsabilità diretta di Franco Freda e Giovanni Ventura, che nei vari processi furono sempre assolti. Il loro ruolo fu riconosciuto dalla Corte di Cassazione nel 2005, quando però il reato era passato in prescrizione. Ventura nel frattempo è morto, nel 2010 a Buenos Aires. Freda prosegue la sua attività di editore in contiguità con ambienti di estrema destra.

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Scrittore e giornalista,. Giorgio Boatti

Boatti ha raccolto il suo certosino lavoro di ricerca in un volume “12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta”, la cui vicenda è emblematica. “E’ stato un corpo a corpo con le 60mila pagine degli atti giudiziari – afferma – condotto pensando che altre dovessero essere le mani a cogliere quella verità”. La prima edizione del libro, prevista nel 1989, non fu mai stampata dall’editore Rizzoli al quale era destinata. “Alla consegna del dattiloscritto Andreotti comunicò la sua contrarietà alla pubblicazione e così interruppe il mio rapporto con la casa editrice”. Il libro fu edito qualche mese dopo da Feltrinelli, ma autore ed editore furono subito querelati e per i sette anni di durata del processo il volume sparì dalle librerie. Solo nel 1999 l’opera viene ripubblicata da Einaudi e nel 2009 esce una nuova edizione aggiornata. Le difficoltà del libro sembrano il riflesso dell’accidentato cammino di una giustizia che nelle aule di tribunale non s’è compiuta.

Il lavoro di Boatti ha avuto, fra gli altri, il pregio di ridurre all’essenziale decenni di ipotesi, di sentenze, di contrapposizioni ideologiche proprie di un’epoca in cui nel nostro Paese si combatté una guerra non dichiarata. “Con il mio libro, oltre a ridare ordine ai fatti, ho anche voluto ricordare a tutti le vite che si sono perse. Allora eravamo tutti troppo presi dalle logiche di schieramento e di appartenenza per poterci soffermare sulle esistenze dei singoli. La strage è proprio espressione di questa logica: la vittima è un incidente di una strategia più grande”.

All’interrogativo perché proprio lì, perché proprio loro, Boatti offre una convincente spiegazione. “Quella era la banca di gente semplice, un mondo agricolo appartato, estraneo alle logiche di contrapposizione dell’epoca. Era proprio quel mondo che si voleva colpire, per provocare indignazione e terrore e indurre gli strati di popolazione non coinvolti nella disputa ideologica a prendere posizione. L’atto terroristico ti rende impotente e in pochi momenti ha il potere di riplasmare la visione di una moltitudine di persone che da quel momento non vedono più con gli stessi occhi le medesime cose”.

Generare terrore era l’obiettivo della destra neofascista per far lievitare fra la popolazione la richiesta di uno Stato autoritario, che sbarrasse la strada all’ascesa dei movimenti e delle istanze libertarie che si andavano affermando alla fine degli anni Sessanta: la violenza è l’arma per generare una paura diffusa e ottenere lo scopo. “Nell’estate che precedette la bomba di piazza Fontana si respirava aria di golpe. Un tentativo sventato proprio all’ultimo c’era già stato nel ’64. I dirigenti del Pci per prudenza dormivano fuori di casa. Molti vecchi partigiani, fiutando il pericolo, avviarono il passaggio delle consegne, istruendo i giovani alle azioni di resistenza civile e passando loro depositi e arsenali”.

La bomba, lo sdegno, gli scontri (non solo) verbali, i falsi indizi e i colpevoli di comodo, l’ombra degli apparati, i magistrati onesti e quelli corrotti, i politici perbene e quelli collusi… La strage della Banca dell’agricoltura di Milano è solo il primo capitolo della storia: quelli di Pinelli, Valpreda, Freda, Ventura, Giannettini, Gelli, Andreotti e degli altri attori del dramma sono incidentali maschere di un tragico copione destinato a ripetersi per più di vent’anni. I protagonisti talora mutano, talora riappaiono. Il senso della macabra recita resta il medesimo. E’ l’inizio dell’autunno del nostro sogno, che ha lasciato il posto solo a questo gelido inverno.

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LA SEGNALAZIONE
Fascino ed emozioni in punta di dito

di Mario Sunseri

Terzo (ed ultimo, a detta dell’autore) volume che completa la trilogia sul Subbuteo. Nicola Deleonardis, classe 1965, consulente finanziario cresciuto all’ombra della curva Ovest della Spal (come si dice a Ferrara, dove la squadra è anche lo stadio stesso), riporta nuovamente alla ribalta il gioco-cult del periodo anni ’60-anni ’80, il Subbuteo, quando il calcio vestiva ancora le maglie dei club e i giocatori erano bandiere da sventolare, non espressioni di tatuaggi e tagli di capelli contro ogni legge fisica.
Dopo i precedenti “Subbuteo o son desto” con 17 interviste a personaggi famosi di ogni estrazione e “Il Manuale del Subbuteo”, il nuovissimo “Se questo è un gioco”, il titolo del volume, edito da Youcanprint ed acquistabile online su tutte le principali librerie, raccoglie in 342 pagine a colori tutta la storia del gioco, miniatura dopo miniatura. Oltre a queste immagini dei mitici omini basculanti compare, per ogni pagina, una foto a colori del periodo suddetto della medesima squadra, in modo da poter confermare che i colori dipinti dalle mitiche massaie del Kent , che passavano intere giornate con pennelli e colori a dipingere sacchi di omini di plastica, fossero realmente quelli che scendevano in campo ogni domenica nei vari stadi del mondo (quando ancora il calcio si giocava di domenica…). “Il Subbuteo è un gioco, un gioco sul calcio. Quindi è un’attività che deve interessare i bambini, di ogni età. È per quello che mi è sembrato logico associare la mia produzione letteraria, se mi passate il termine, con l’attività dell’associazione di volontariato Giulia Onlus che è attiva sul territorio a favore di problematiche che coinvolgono i bambini.” Con questa affermazione l’autore del libro presenta la sua terza opera sul tema Subbuteo. Milioni di giocatori dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta hanno incrociato gli indici riproponendo sul panno verde campionati e tornei di ogni fatta e specie. È sull’onda di quei ricordi che il libro “Se questo è un gioco”, ben 342 pagine a colori edito da Youcanprint ed acquistabile online o su prenotazione in libreria, risulta essere un compendio di tutte le miniature cosiddette heawyweight (quelle con la barretta, per intenderci) prodotte dagli anni ’60, dipinte dalle mitiche massaie del Kent che settimanalmente sfornavano chili di omini di plastica. Per ogni pagina, oltre all’immagine della miniatura di una determinata squadra, viene proposta un piccola scheda tecnica (colori, accostamenti di basi) e qualche notizia “sfiziosa” relativa alla squadra stessa. Per concludere, una bella foto (dove si è potuto, a colori) doverosamente d’antan della vera formazione rappresentata poi su plastica. In questo lavoro di ricerca si può intravedere una grande passione e amore per il calcio ed ovviamente per il Subbuteo, con un filo (e qualcosa di più) di nostalgia verso tempi quando i calciatori più “sopra le righe” portavano al massimo i capelli lunghi e le basette folte, alla faccia delle creste e dei tatuaggi che ricoprono oggi i giovani lavoratori dell’arte pedatoria.

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La copertina del volume ‘Se questo è un gioco’ di Nicola ‘Delez’ Deleonardis

In certi casi non è stato possibile trovare foto o notizie, troppo tempo è passato o troppo poco importanti, per la stampa del tempo, risultava immortalare squadre come Dumbarton o Frigg… Ma è grazie a questo volume ed al Subbuteo che questi “fantasmi” del calcio tornano in campo, magari anche solo “in punta di dito”.
Questo lavoro ha un fine benefico. L’intero ricavato di “Se questo è un gioco” sarà versato a favore dell’Associazione Giulia Onlus di Ferrara. Per non dimenticare che il Subbuteo rimane un fantastico gioco, utile per far aggregare e divertire i bambini, di ogni età.

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LA STORIA
Resistenti per natura, altroché Doc e radical chic

Non c’è niente di più bello di una vigna ben zappata, ben legata, con le foglie giuste e quell’odore della terra cotta dal sole d’agosto. Una vigna ben lavorata è come un fisico sano, un corpo che vive, che ha il suo respiro e il suo sudore.” (La luna e i falò, Cesare Pavese)

“Io non faccio vino naturale, io faccio vino e basta”: questa frase di Stefano, che aiuta la compagna Giovanna a portare avanti l’azienda vinicola “La Pacina” fra le colline del Chianti senese – sua da cinque generazioni – potrebbe riassumere da sola il documentario “Resistenza naturale” di Jonathan Nossiter, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2014. Come le parole di Giovanna ci dicono cosa sia per loro l’agricoltura: “Voglio che sia la terra a parlare, questo non è il mio vino è il vino di Pacina”. Quel saper fare, quell’aver cura e pazienza, quella vita ciclica che segue le stagioni, per loro non è un modo di produrre, ma il modo di produrre vino.

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La locandina

Stefano e Giovanna nel 2009 hanno deciso di uscire dalle denominazioni di origine Doc e Docg perché secondo loro non costituiscono più il simbolo di un marchio di qualità, ma sono ormai associate al concetto di produzione industriale e standardizzata, completamente slegata dal patrimonio artigianale. Come loro hanno fatto Corrado e Valeria, bocconiani viticoltori marchigiani, e un altro Stefano, questa volta piemontese che giustamente si chiede come possano le caratteristiche di un vino Doc essere le stesse per quello prodotto nella sua azienda biodinamica al confine con la Liguria, dove l’aria sa di mar Tirreno, e per quello prodotto da Corrado a 700 km di distanza, nelle Marche che si affacciamo sull’Adriatico. L’agricoltura non può garantire degli standard come una produzione industriale perché il prodotto varia di anno in anno: in un’estate secca in cui i grappoli sono arsi dal sole, come si potrà avere un bianco dal colore “giallo paglierino tendente al verde?”, si chiede Corrado gustandosi un buon calice dalle sfumature dorate all’ombra di un enorme fico insieme agli altri produttori riuniti da Nossiter. Si può spiegare ai consumatori di oggi che se un frutto o un ortaggio sono lucidi e perfetti come quelli finti che si usano come soprammobili, probabilmente hanno i loro stessi principi nutritivi e le loro medesime proprietà organolettiche? “Bisogna cambiare il concetto di alimento”, dichiara Stefano, “se è ciò che ci dà la convivialità e la gioia di vivere, non può essere uguale ovunque”.
Qui non si parla, o non si parla solo, di biologico che oggi rimanda subito al mondo radical chic e per il quale bisogna richiedere (e pagare) una certificazione, a quell’idea fintamente bucolica della campagna alla ‘Mulino bianco’, che non fa altro che trasportare in un casolare ritinteggiato le abitudini, i ritmi e i consumi della città. Si tratta di “rivendicare una tradizione per innovare” per tentare di far coincidere o quanto meno di conciliare tempi biologici e tempi storici. Elena, che ha ereditato la sua azienda nei colli piacentini, si sente la mera custode delle sue vigne di più di 90 anni: “il mio ruolo è preservare il vigneto per i miei nipoti”. Questa è la responsabilità che sente e questo è il motivo per cui fin dall’inizio ha rifiutato l’agricoltura tradizionale per quella biologica. Lo Stefano piemontese spiega così la filosofia di questi rivoluzionari tradizionalisti: “la vera agricoltura è ricostruire ogni giorno l’equilibrio rotto facendo agricoltura”. “Resitenza naturale” parla di una cultura e di una storia sociale che stiamo perdendo, sempre che non sia troppo tardi: le lucciole sono già scomparse da tempo in molti luoghi e per molte persone.

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Io cammino per Mosca

Mosca 1963, una bella fiaba di primavera in una città leggera e spensierata, un film cult in Russia, ma non solo, visto che la pellicola è stata presentata, in versione originale con sottotitoli, all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, nella sezione classici, portando un pezzettino di Russia in Italia.
Ci sono giovani attori come Nikita Mikhalkov, Evghenij Steblov, Aleksej Loktev e Galina Polskikh e una Mosca mai vista, come non vedremo mai più.

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La locandina

L’ancora studente Nikita Michalkov, in particolare, compare come protagonista in questo film di Georgij Danelija, quello stesso Nikita figlio di Sergej Vladimirovič Michalkov, scrittore e poeta, celebre in Russia per aver scritto il testo dell’inno nazionale del suo Paese in due diverse occasioni, e della poetessa Natal’ja Petrovna Končalovskaja, figlia del pittore Petr Petrovič Končalovskij e sorella del regista Andrej Končalovskij.
“A zonzo per Mosca” non ha una trama particolarmente forte ma sorprende e commuove per la nettezza giovanile della libertà e della fede nell’avvenire felice. In quell’avvenire che, all’epoca, si pensava davvero roseo. Il film stesso, definito come una “commedia lirica”, sembra che si (e ci) illumini da dentro. E’ leggero, positivo e fresco come l’aria, aperto, semitrasparente, colmo d’allegria e spensieratezza…
Oggi che il Paese è cambiato, restano inalterate emozioni e sofferenze del cuore e dell’anima dei personaggi del film, perché rappresentano gli incrollabili valori umani come la bontà, la comprensione, l’amicizia, l’amore, la voglia e la gioia di vivere.

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Una scena del film

Stupende le fotografie di Vadim Jusov (storico collaboratore di Andrej Tarkovskij), bellissima la musica di Andrej Petròv. La canzone del titolo (e che chiude anche il film), scritta dallo stesso Petrov con Ghennadij Shpàlikov cantata da Mikhalkov, è diventata la canzone più popolare della prima metà degli anni ’60. Ma ancora oggi è difficile trovare un russo che non conosca questa canzone. Io stessa la canticchio spesso (l’avevo già sentita prima di vedere il film). Siamo di fronte, quindi, a una delle prime pellicole da vedere quando ci si avvicina alla grande Russia, che tutti, prima o poi (soprattutto chi studia russo, ma non solo), si ritrovano a guardare, con curiosità, fascino e persino un po’ di devozione, perché quella è la città in cui si vorrebbe andare. Quella è la lingua che si vorrebbe imparare. Quelle sono le strade che si vorrebbero attraversare. Quello il cielo che si vorrebbe sfiorare. Quelli i fiori che si vorrebbero accarezzare.

Ma la storia, mi chiederete? E’ quella di Volodja (Aleksej Lòktev), che lavora come montatore in Siberia, di passaggio a Mosca con, al suo attivo la pubblicazione di un piccolo racconto (“la taiga, il picchio”) sul mensile letterario “Junost’”, che ha suscitato interesse nello scrittore Voronin, il quale l’ha invitato a Mosca per conoscerlo. Nella metropolitana, Volodja conosce il giovane moscovita Kolja (Nikita Mikhalkov), che lo accompagna nel vicolo dove vivono i conoscenti che dovrebbero ospitarlo. Per strada, un cane morde il giovane scrittore e Kolja lo invita a casa sua a cucire i pantaloni stracciati. Qui Kolja fa conoscere Volodja alla sua famiglia e la sorella di Kolja gli rattoppa i pantaloni. Quando Volodja scopre che i suoi conoscenti sono partiti in vacanza, torna da Kolja per lasciare la valigia e se ne va. Kolja è solo in casa quando il suo amico Sàsha (Evghenij Steblòv), chiamato alle armi, lo va a trovare. Dopo una visita al commissariato di leva per chiedere la proroga causa matrimonio di Sasha con Sveta, gli amici vanno ai Grandi Magazzini (GUM) a comprare il vestito per le nozze. Come sono diversi, oggi, quei magazzini, che bello rivederli in bianco e nero e immaginare di essere lì allora… Lì incontrano Volodja e, tutti insieme, vanno al reparto dischi dove lavora Aliona (Galina Pòlskikh) e Volodja appena la vede se ne innamora… Il resto è da vedere, fino al finale che ci porta a sorridere e a sognare insieme a Kolya, con un’allegria contagiosa, sui gradini di quella lunga scala mobile della metropolitana di Mosca che porta sempre più in alto, fin sotto alla scritta Vykhod, uscita. Alla scoperta della città.

“Io cammino per Mosca” (Я ШАГАЮ ПО МОСКВE)
Musica di Andrej Petròv, testo di Ghennadij Shpàlikov

Бывает все на свете хорошо, = Tutto nel mondo accade bene
В чем дело, сразу не поймешь, = Di che si tratta, non si può capire subito
А просто летний дождь прошел, = E’ solamente piovuto
Нормальный летний дождь. = La semplice pioggia d’estate
Мелькнет в толпе знакомое лицо, = Balena nella folla un viso conosciuto
Веселые глаза, = Gli occhi allegri
А в них бежит Садовое кольцо, = Nei quali corre “L’Anello dei Giardini”
А в них блестит Садовое кольцо, = Nei quali brilla “L’Anello dei Giardini”
И летняя гроза. = E il temporale d’estate.
А я иду, шагаю по Москве, = Ed io vado, cammino per Mosca
И я пройти еще смогу = E ancora passar potrei
Соленый Тихий океан, = Il salato oceano Pacifico
И тундру, и тайгу. = ed anche la tundra e la tajga.
Над лодкой белый парус распущу, = Sopra la barca le vele alzerò
Пока не знаю, с кем, = Con chi ancor non so
Но если я по дому загрущу, = Ma se la casa mi mancherà
Под снегом я фиалку отыщу = la viola sotto la neve cercherò
И вспомню о Москве. = E mi ricorderò di Mosca

A zonzo per Mosca, (Ja sagaju po Moskve), di Georgij Daneljia, con Nikita Mikhalkov, Aleksei Loktev, Galina Polskikh, 1963, URSS, 1963, 78 mn.

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CALENDARIO DELL’AVVENTO
E Francesco inventa il presepe

Insieme all’albero di Natale, è il simbolo per eccellenza delle festività natalizie, in particolare nei paesi cattolici. I più antichi sono quello conservato nella Basilica di Santo Stefano a Bologna e il gruppo scultoreo di Arnolfo di Cambio nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. In latino praesepe significa ‘greppia, mangiatoia, stalla’, ecco perché il presepe incarna l’anima più popolare della devozione, un omaggio a un bimbo nato in una stalla o in una grotta e deposto in una mangiatoia perché per la sua famiglia non c’era posto in nessuna locanda di Betlemme.
Era il 1223 quando San Francesco d’Assisi decise di rievocare per la prima volta la Natività per i più umili a Greccio, vicino a Rieti.
«C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.
E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. […]
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel nome “Betlemme” lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.»

Tommaso da Celano, “Vita prima di San Francesco d’Assisi (1228-1229)”

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L’intestino, trattiamolo bene

Le abitudini alimentari della popolazione si sono radicalmente modificate negli ultimi decenni: dal 1960 in poi, il consumo generale di grassi e di zucchero è aumentato e di conseguenza anche le malattie e i disturbi ad esso riconducibili, come ad esempio metabolismo dei grassi, carie, sovrappeso e diabete mellito. L’alimentazione basata sulle moderne abitudini del take away e del fast food è poi molto carente di vitamine e fibre. Tutte queste cattive abitudini alimentari non solo sono dannose per la salute ma hanno anche un costo elevato: le malattie causate da errori alimentari costano ogni anno milioni di euro in farmaci che hanno altri effetti deleteri per l’organismo.
Una recente ricerca ha messo in evidenza che i casi di ipertensione, iperlipemia e diabete mellito, dal 1988 al 2014, sono aumentati dal 40 al 130%. Anche l’alimentazione con scarso contenuto di fibre presenta i suoi inconvenienti: fino al 60% degli italiani soffre di stipsi, i soggetti di sesso femminile in numero doppio rispetto a quelli di sesso maschile. Anche le malattie tumorali sono associate fino al 40% ad una errata alimentazione, ciò vale in particolar modo per i carcinomi intestinali per i quali un aumentato apporto di fibre viene considerato come particolarmente “protettivo”. La flora intestinale svolge importanti funzioni metaboliche e numerose attività enzimatiche. Le disbiosi intestinali, indotte da antibiotici, stress e tossine ambientali, possono compromettere il sistema immunitario associato all’intestino (Galt) e provocare franche patologie. I disturbi dell’apparato digerente (in particolare stipsi cronica) sono manifestazioni diffuse nella civiltà moderna e vengono curati generalmente attraverso autoprescrizione su base sintomatica. In tal modo i soggetti colpiti non solo si sottraggono ad uno studio clinico, ma sovraccaricano il proprio organismo con effetti collaterali prodotti dai lassativi disponibili sul mercato. Il consumo di lassativi in caso di uso prolungato, aggravano la stipsi, provocano carenza di minerali (in particolare potassio) e di oligoelementi, con conseguenze sulla salute alterando le funzioni della mucosa intestinale. L’importanza delle fibre per la buona funzionalità intestinale è attualmente indiscussa. Nel quadro della prevenzione vengono prescritte anche vitamine, in particolar modo quelle antiossidanti in grado di disattivare i radicali liberi: agiscono a livello intestinale per la protezione cellulare (mediante detossicazione diretta dalle tossine esogene) e riattivano il sistema immunitario compromesso dalle tossine ambientali e da agenti esogeni (per esempio funghi).

Carenza di vitamina B12 e acido folico
L’intestino, con la sua enorme superficie (200 m2 circa), necessita di tutti gli alimenti necessari per la crescita cellulare. Tra questi ricordiamo la vitamina B12 e l’acido folico, essenziali per la divisione cellulare e quindi importanti per la rigenerazione ed il rinnovamento della mucosa intestinale. In caso di carenza di queste due vitamine, viene compromessa la sintesi del Dna, necessaria per la neoformazione e crescita cellulare.

Radicali liberi
I radicali liberi sono atomi, vengono prodotti per via endogena da una serie di processi metabolici, per esempio la respirazione cellulare. Più di 50 malattie diverse vengono fatte ricondurre ai radicali liberi. Gli antiossidanti, come ad esempio la vitamina C, E ed il beta-carotene, sono in grado di “catturare” i radicali liberi, di minimizzare lo stress ossidativo e conseguentemente svolgere una azione in senso preventivo. E’ quindi consigliabile un’alimentazione ricca di antiossidanti, come ad esempio 5 porzioni di frutta e/o verdura biologica al giorno: molte volte, tuttavia, queste dosi non sono sufficienti al fabbisogno a causa dell’inquinamento ambientale e dei rischi di malattia.

Principali farmaci inducenti la formazione di radicali liberi:
– analgesici (es. paracetamolo)
– antibiotici (es. cloramfenicolo)
– lassativi contenenti antrachinoni
– catecolamine (es. levodopa)
– estrogeni
– citostatici (es. bleomicina, daunorubicina, mitomicina)

Tossine ambientali
Durante il processo di accumulo nell’intestino di sostanze esogene, esercitano un ruolo importante i “cacciatori di radicali”. Le sostanze ambientali tossiche giungono nell’organismo principalmente per inalazione o per ingestione. Attraverso l’alimentazione vengono ingeriti infatti pesticidi, concimi, metalli pesanti, coloranti ed additivi alimentari. Ogni individuo assimila in media 3-4 kg di sostanze chimiche diverse all’anno che possono danneggiare l’epitelio intestinale, direttamente o indirettamente, tramite la produzione di radicali. Nell’intestino sano, ogni giorno vengono liberati tanti radicali liberi quanti se ne producono in culture cellulari dopo irradiazione con 40.000 rad. Se la peristalsi intestinale è deficitaria e l’intestino è saturo, quest’organo viene sempre più compromesso nelle proprie funzioni dallo stress ossidativo. La temperatura della parete interna dell’intestino (fino a 60°C) stimola una iperproduzione di acidi biliari e la fissazione di ferro assunto con l’alimentazione, inducendo un notevole aumento dei radicali liberi.

Additivi alimentari e farmaci
Le endoparticelle cellulari possono venir colpite anche da prodotti del metabolismo dei farmaci: sulla via enzimatica, attraverso autossidazione o fotoattivazione, sotto l’influsso dei metalli di trasporto quali rame o ferro, si formano radicali di superossido ed ossigeno singoletto. Un sovraccarico di radicali liberi nell’intestino si accompagna ad aumento di rischio danno cellulare. Le membrane cellulari ossidate, e quindi le lesioni delle cellule della mucosa intestinale, creano le situazioni favorenti per cui le tossine batteriche possono giungere nel fegato passando dall’intestino, dove diventano cofattori critici per le malattie epatiche infiammatorie di tipo cronico.
Un altro effetto patogeno per l’intestino causato dall’aggressione degli ossidanti, si presenta sul piano immunologico: lo stress ossidativo danneggia il sistema immunitario associato all’intestino (Galt); la maturazione degli anticorpi da parte dei linfociti B viene fortemente compromessa e quindi facilitato l’attecchimento di germi patogeni: viene così favorita l’insorgenza delle disbiosi intestinali e delle micosi.

Lo svuotamento regolare dell’intestino (preferibilmente quotidiano) è molto importante per la salute. L’alimentazione con scarse quantità di fibre, tipica dei Paesi industrializzati occidentali, favorisce molte malattie del tratto gastrointestinale quali stipsi cronica, diverticolosi, colon irritabile e carcinoma del colon. Mentre nei Paesi ad alto reddito vengono consumate in media meno di 30 gr. di fibre pro capite al giorno, nei Paesi in via di sviluppo, dove queste malattie sono pressoché sconosciute, vengono consumati da 50 a 150 gr. di fibre/die.

Consigli
Le infiammazioni non devono essere considerate come meri processi patologici, bensì come reazioni di difesa organica. Per evitare infiammazioni a livello intestinale, occorre “sfruttare” il riflesso gastro-colico del mattino per vincere la stipsi, in quanto il meteorismo intestinale ossia l’eccessiva produzione di gas intestinale si sviluppa per il ristagno dei residui alimentari negli ultimi 50 cm dell’intestino. Si consiglia quindi, appena svegli, di bere acqua o bevanda calda (tè o orzo non zuccherato); dopo 30 minuti, fare una buona colazione con latte di mandorla, kamut o soia, cereali bio integrali (avena o mais) e qualche mandorla tostata, molto indicati anche i kiwi; dedicare all’intestino un po’ di tempo prima di uscire di casa.

Jacopo-Bassano-Ultima-Cena

CALENDARIO DELL’AVVENTO
Il vecchio Mosè

Nasce come strenna per i bambini che anche i “grandi” dovrebbero leggere, questo racconto di Grazia Deledda pubblicato per la prima volta nel 1930 mescola la dolcezza di una fiaba – il ricordo di una bambina – a un personaggio biblico, un patriarca, un profeta.
Alla luce del camino acceso la vigilia di Natale le profezie di Mosè, corollario della sua straordinaria vita, diventano i racconti di Moisè, quel servitore dalle tante primavere che attraverso i suoi occhi e la sua esperienza racconta ai bambini curiosi che gli si radunano intorno disavventure della propria infanzia, come il nonno che racconta la storia della buona notte ai propri nipoti. Unendo, con delicatezza, descrittivi brani di vita della Vigilia e caratteristiche appartenenti alla tradizione sarda.

“Quando Moisè tornava a casa per Natale noi ci affollavamo attorno a lui per sentire le sue storie. Egli sulle prime si faceva pregare; preferiva insegnarci ad arrostire tra la brage le ghiande, che si gonfiavano e diventavano rosse e saporite come castagne; e ci diceva che in certi paesi della Sardegna si fa anche il pane di farina di ghiande, al quale si mescola una certa argilla che lo fa diventare più saporito e consistente; poi a furia di preghiere e di occhiate supplichevoli, si riusciva a fargli raccontare qualche storia. Seduti intorno al camino ove ardevano interi tronchi di quercia o intere radici di lentischio, nere e aggrovigliate come teste di Medusa, noi ascoltavamo attentamente. Era presto ancora per la grande cena, che si fa dopo il ritorno dalla messa di mezzanotte, alla quale noi però non assistevamo perché la notte di Natale è quasi sempre rigida e nelle notti rigide i ragazzi devono andare a letto; ma per noi e per tutti quelli che volevano mangiare senza profanare la vigilia veniva preparato un piatto speciale, di maccheroni conditi con salsa di noci pestate, e con questo e con le storie di Moisè ci contentavamo. Egli dunque soffiava sul fuoco con un bastone di ferro che era poi una vecchia canna d’archibugio; e raccontava.
Quando nacque Gesù, – egli diceva, – la gente era ancora buona e senza malizia; ma appunto perché gli uomini eran ingenui e avevan paura di tutto, il mondo era infestato di esseri maligni. […]
Gesù venne al mondo per liberarlo da tutti questi esseri maligni, e specialmente dai diavoli. […]
Gli uomini fabbo ancora una gran festa per ricordare la nascita di Gesù, loro liberatore; presso i popoli ancora patriarcali, come quello della Sardegna, la festa comincia veramente dopo la mezzanott, si prolunga fino all’alba, con canti, suoni, balli, e dura tutto il carnevale. In certi paesi la gente si porta da mangiare in chiesa, e dopo il «Gloria» tutti cominciano a sgretolare noci e mandorle…”.

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LA TENDENZA
Far filò nel XXI secolo

Vi è mai capitato che le vostre nonne o i vostri nonni o i vostri genitori vi raccontassero di quando le porte delle case erano aperte, le sedie erano fuori in cortile o sui balconi, pronte a ospitare il ‘far filò’ quotidiano? Abitudini e consuetudini che il tempo ha cancellato. O forse no, perché ritornano in una nuova forma: voilà le ‘social street’.
In tutto il mondo oggi sono più di 300 e in Italia coinvolgono circa 30.000 persone. La prima esperienza è via Fondazza nel centro di Bologna, fra strada Maggiore e via Santo Stefano, 1850 abitanti e tanti studenti. Luigi Nardacchione, uno dei fondatori, ha raccontato a Ferrara questo esperimento sociale che sta fra tradizione e innovazione, nella sede della Protezione civile di piazza Castellina, nell’ambito del primo degli incontri “La città si-cura”, organizzati dall’Ufficio sicurezza urbana del Comune e dal Centro di mediazione –

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Il logo

Tutto è iniziato nel settembre 2013 dalla considerazione che “ormai non si conosce più il proprio vicino”, da qui “un’idea semplicissima e forse proprio per questo rivoluzionaria”: creare un gruppo su Facebook per conoscere il vicinato e ricreare quella fiducia, quel senso di comunità che esistevano in un passato in fondo non così lontano. A partire dal semplice saluto per la strada si tenta di abbattere il muro dell’individualismo cresciuto fra le persone in questi anni, si lavora su una povertà di cui non si parla molto spesso perché è funzionale alla società dei consumi: la povertà di relazioni sociali. “Quando sappiamo che attorno a noi c’è un contesto sociale che può fornire una rete di appoggio in caso di bisogno ci sentiamo più sicuri”, assicura Luigi. Un altro elemento fondamentale è che in via Fondazza “non esistono categorie di persone, ma persone che condividono spazi”, in modo che tutti coloro che ci vivono possano “sentirsi parte di qualcosa” sottolinea Luigi.

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Tavoli in via Carlo Mayr a Ferrara

Come ha affermato Nicola Grandi, via Pitteri a Ferrara è una delle prime realtà a seguire l’esempio bolognese nel novembre 2013, “lo scopo è conoscerci meglio, parlare, condividere, rendere la strada più vivibile”: una cassettina per il bookcrossing, un oblò di una lavatrice trasformato in una bacheca di quartiere, cene di vicinato, un orto condiviso di erbe aromatiche, osservazioni astronomiche collettive, sono solo alcuni esempi delle attività dei “pitteriani”.
Quando ci si sente parte di qualcosa, spesso accade che si sia più propensi a prendersene cura: dobbiamo riabituarci a pensare che casa nostra non finisce sulla porta. Se è vero che servono più spazi di aggregazione e socializzazione spontanea, è vero anche che bisogna cambiare prospettiva e iniziare a pensare che lo spazio pubblico non è dell’amministrazione, ma è di tutti i cittadini e quindi di ciascuno di noi. I beni comuni non sono beni che non appartengono a nessuno, appartengono a tutti e tutti hanno il diritto di usarli e il dovere di conservarli per il resto della collettività, presente e futura.

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L’INTERVISTA
Marco Cantori: “Il teatro mi ha salvato, senza non saprei vivere né morire”

Nato e cresciuto a Cento, Marco Cantori è oggi alla guida del Teatro Troisi di Nonantola. Un incarico prestigioso che si affianca alla sua carriera di attore, se ne nutre e la alimenta. In questi giorni Cantori è sia dietro il palco come organizzatore, che sopra come interprete, lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua storia, i suoi progetti e per scoprire le offerte teatrali nelle province attorno a Ferrara.

Qual è la tua formazione?
Mentre seguivo i corsi di Filosofia a Ferrara, ho partecipato ad un laboratorio settimanale del Centro teatrale universitario; allora era tenuto da Horacio Czertok del Teatro Nucleo, che una volta mi fa cantare una canzone ed io scelgo di cantare “La fira ed San Lazer” nel mio dialetto (una variante del bolognese) e sento una grande forza nel farlo. L’insegnante mi incita a continuare e quando finisco mi accorgo che per la durata del tempo della canzone ero stato trasportato in una dimensione dove non ero mai stato prima: il Teatro. Questo è stato il primo passo, dopodiché ho continuato a partecipare a corsi teatrali, anche quando sono andato in Erasmus a Toulouse in Francia. Poi sono tornato a Ferrara dove c’era un laboratorio diretto dal regista polacco Lech Rackzak, che un giorno mi propose di prendere parte ad uno spettacolo, le cui prove si tenevano ad Urbino e quello è stato il mio primo vero lavoro a teatro. In seguito ho continuato a formarmi con il corso di formazione annuale promosso da Ert e da Santarcangelo dei Teatri e l’anno successivo frequentando un altro corso di formazione per attori, presso il Teatro del Lemming di Rovigo, dove sono rimasto nella compagnia per diverso tempo prima di iniziare con i miei progetti. Penso che il teatro sia stata per me la continuazione naturale, pratica degli studi di filosofia.

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Marco Cantori

Come sei arrivato alla direzione artistica del teatro di Nonantola?
La direzione artistica del Teatro Troisi di Nonantola è arrivata nel 2014. Quella in corso è la seconda stagione che curo. Ho presentato un progetto al Comune di Nonantola. Il progetto comprendeva: la stagione di prosa; la proposta di rinnovare il teatro, nel senso di renderlo non solo luogo di spettacolo, ma anche spazio di socialità aperto a tutti; il coordinamento delle altre attività già presenti in teatro e curate da altri, che si è tradotto nella realizzazione di un libretto che per la prima volta comprende tutte le varie rassegne presenti al Teatro Troisi (prosa, teatro ragazzi, musica, ecc.).

Di cosa ti occupi?
Dell’organizzazione, della pubblicità in generale (creazione col grafico del materiale pubblicitario e sua distribuzione, ufficio stampa tramite giornali, siti e social network), e dell’accoglienza del pubblico la sera dello spettacolo. In tutto ciò sono supportato dalla grande collaborazione dell’ufficio cultura, degli operatori dei servizi culturali di Nonantola e dallo staff tecnico.

Come hai scelto gli spettacoli in cartellone?
Vedendoli e cercando di captare cosa fosse più bello per Nonantola in questo momento. Per me gli spettacoli devono offrire una chiave agli spettatori, i quali possono accoglierla o rifiutarla. Ma non amo il teatro troppo difficile e cervellotico fatto per gli habitué; bisogna contaminare la gente che a teatro non ci va con questa “malattia” bellissima e rigeneratrice. Mi piace il teatro quando riesce ad essere allo stesso tempo ricercato e popolare, semplice ed efficace, profondo e divertente, impertinente e non volgare.

Quali sono i prossimi spettacoli?
Sabato 13 Dicembre
“C-Credo, l’unico spettacolo al mondo con una sola lettera” di Teatro Belcan: dove l’attore interpreta in modo divertente e sorprendente uno spettacolo in cui tutte le parole iniziano solo ed esclusivamente con la lettera “C”. E’ rivolto agli adulti ed ai ragazzi a partire dagli 11 anni;
Sabato 17 Gennaio
“Invisibilmente” della Compagnia Menoventi: un meccanismo geniale dove lo spettatore rimane intrappolato, ma con l’illusione di essere lui stesso il carnefice.
Sabato 7 febbraio
“Stasera Ovulo” di LaQProd con Antonella Questa: dedicato al tema della maternità e della sterilità femminile. Un monologo emozionante e profondo che fa anche ridere.

Continui con la tua attività di attore?
Certo, la ritengo la mia missione e dà senso a tutto il resto.

In che modo?
Immaginando e facendo spettacoli di fantasia. Poi insegno anche teatro alla sera per gli adulti e a volte per i ragazzi. Mi appassiona molto perché trovo il fare teatro un momento necessario per tutti.

A cosa stai lavorando?
Ho appena finito di rimettere in scena “Eroi e Supereroi. Sinfonia in 3 facce”, uno spettacolo pensato un paio di anni fa in forma di studio e che ora si presenta per la prima volta come vero e proprio spettacolo. Lo spettacolo andrà in scena venerdì 12 dicembre al Teatro Studio di Rovigo all’interno della rassegna “Be” organizzata dal Teatro del Lemming. Parlo al plurale perché in “Eroi e Supereroi” sono insieme al musicista e disegnatore Giorgio Casadei con il quale giochiamo con il tema dei supereroi e con la forza mitica che queste figure sono in grado di trasmettere. È nato così, è uno spettacolo costituito da tre monologhi: il primo “Cari Supereroi…”, è una disperata lettera proveniente dalla pianura più profonda; il secondo, “Fai la cosa giusta”, è la confessione di un supereroe che ci ricorda come da un grande potere derivino grandi responsabilità; il terzo, “Concime di pace”, è una leggenda metropolitana sulla debolezza del supereroe e l’utopia di un mondo unito.
Inoltre ho finito di scrivere da poco il copione di uno spettacolo per i più piccoli dedicato ai segni grafici che l’essere umano utilizza: lettere, numeri… Mi appassiona molto la storia che è nata e da metà dicembre inizierò a lavorare sulla messa in scena per presentarlo verso fine febbraio

Come si conciliano le due attività?

Fare l’attore e l’organizzatore e l’insegnante e l’attacchino… tutto ciò si concilia perché dietro c’è il Teatro. Provare le parti o immaginarsi uno spettacolo significa aprire le porte di nuovi mondi e a volte è fatica, non vorresti, preferiresti fare altro. Ma poi non puoi e ti tocca fare l’attore a volte anche quando non sei a teatro, mentre fai altro. Il teatro si materializza ovunque e tu fai le prove o inventi o pulisci il palco ovunque ti trovi.

Di teatro si vive? (O si muore?)
Non so se senza teatro potrei vivere e quindi neanche se potrei morire. Però sono sicuro che il teatro mi ha salvato e non me lo dimentico più. Poi è così accogliente… Ci sta tutto dentro: la musica, la poesia, l’arte figurativa, la danza, la parola e anche la ricchezza e la povertà.

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Reclami sulla gestione dei servizi ambientali

Capire i disagi dei cittadini, conoscere le criticità emerse, approfondire le difficoltà e le inefficienze nei servizi significa cercare di capire come fare per offrire condizioni di confronto trasparenti sia per i cittadini sia per le imprese erogatrici di servizi. Per questo si intende qui indicare i reclami-ricorsi più diffusi e le principali criticità espresse dai cittadini sui temi gestionali dei servizi ambientali, per proporre in futuro coerenti percorsi di miglioramento. Parlarne non fa mai male.

In generale le causali principali si possono dividere in tre articolazioni di pari importanza:
a) per disservizi e reclami;
b) per richieste esecuzione e intervento;
c) per informazioni e approfondimenti.

Dalle analisi di questi temi (che sicuramente sono periodicamente svolte dai gestori) si possono ricavare importanti elementi di miglioramento, sia per aree territoriali che per aspetti gestionali.

Le questioni principali cu cui focalizzare l’attenzione sono:

Sull’acqua

  • Cambio contatori acqua (e rotture dovute al gelo)
  • Rivalutazione dei valori economici, bollette con ricalcolo
  • Boccette antincendio (singole e condominiali)
  • Reclami per errori di fatturazione e di lettura
  • Posa e spostamento contatori e oneri riapertura
  • Prezzi degli oneri di allacciamento e delle opere edili
  • Contestazione di pagamenti per acqua non consumata
  • Perdite occulte post-contatore, assicurazioni e fondi fughe
  • Contestazione quota tariffa per depurazione e fognatura
  • Reclami per rotture e criticità durata interruzioni servizio
  • Disservizi e tempi attesa (allo sportello, per preventivazione, etc.)

Sui rifiuti

• Informazioni sulle Carte dei servizi e sulle tariffe
• Lamentele sulla tariffazione e applicazione Iva
• Distanza dei cassonetti e pagamento tariffa
• Criticità per categorie (segnalazioni di artigiani, commercianti etc.)
• Mancata applicazione di incentivi e agevolazioni
• Criticità nei regolamenti comunali, assimilabilità e superfici
• Ritardi nel ritiro domiciliare (ingombranti)
• Carenza di igiene in luoghi pubblici, richieste di pulizia
• Raccolta foglie e pulizia delle caditoie (deflusso acque piovane)
• Richieste di spostamento di cassonetti e loro manutenzione
• Mancanza di contenitori per le raccolte differenziate
• Scarsa informazione nella raccolta per materiale e trasparenza riciclo

Questo elenco potrebbe essere una buona base di partenza per un efficace miglioramento dei servizi.

roberto-soffritti

Venerdì 12 dicembre, presso la Sala dell’Arengo, intervista a Roberto Soffritti

da: organizzatori

E’ nato a Ferrara il Think tank denominato “Pluralismo e dissenso”

Prima iniziativa: Cerchiamo di leggere la realtà ferrarese attraverso tre incontri
pubblici con i sindaci degli ultimi 31 anni: 16 anni di Roberto Soffritti, 10 anni di
Gaetano Sateriale e 5 di Tiziano Tagliani. Evidenziando gli aspetti centrali, positivi e
negativi, che hanno caratterizzato il loro mandato e cercando di leggere come è
cambiata Ferrara negli ultimi 6 lustri nelle dinamiche sociali, politiche, economiche,
relazionali, di qualità di vita, ecc.
Le riprese degli incontri potranno essere viste sul sito
pluralismoedissenso.altervista.org

Primo incontro, organizzato con il gruppo consiliare Sel del Comune di Ferrara:

Venerdì 12 dicembre 2014
Sala dell’Arengo (sede comunale) ­ ore 17.00

Roberto Soffritti
intervistato da

Stefano Lolli, Carlino Ferrara
Marco Zavagli, Estense.com
Sergio Gessi, Ferraraitalia.it
Stefano Scansani, La Nuova Ferrara
Stefano Ravaioli, Telestense

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LA RIFLESSIONE
La politica dei bisogni nel tempo della globalizzazione consumista

Molte persone condividono l’idea che lo scopo di una società democratica e giusta debba essere quello di garantire la soddisfazione dei bisogni dei cittadini. Su cosa sia bisogno si è discusso per millenni e il dibattito è ancora aperto: già Plutarco sosteneva che “la ricchezza conforme a natura ha i suoi limiti e il suo confine, tracciato tutto intorno dal bisogno come da un compasso”. Egli affermava questo in un tempo in cui la popolazione mondiale poteva essere stimata in poco più di 200.000 milioni di persone, mentre oggi ha superato i 7 miliardi. Il contesto è radicalmente cambiato: egli viveva in un società a contato diretto con la natura, mentre noi viviamo in un ambiente in cui questo contatto è mediato dalla tecnologia, in una società tecnogena molto diversa dalle precedenti. Malgrado questo, allora come adesso, si parla di bisogni e di bisogno.

Qualcuno sostiene che sia possibile individuare bisogni comuni fondamentali e pianificare il modo per soddisfarli.
In prima istanza, sembra molto facile definire cosa serva all’uomo per vivere: aria, acqua, cibo, relazioni personali e sociali, sicurezza, un ambiente conosciuto dove potere esercitare le proprie capacità. Il modo in cui questo sistema di bisogni può essere socialmente organizzato è straordinariamente vario, come dimostrano le ricerche sociologiche, gli studi antropologici e i resoconti etnografici. Tuttavia, quando si isola il singolo individuo dalla propria cultura, dal proprio ambiente e dalle proprie tradizioni, considerandolo semplicemente come una macchina biologica, è molto facile immaginare prima e calcolare poi l’ammontare del bisogno, descrivendolo in termini di risorse ritenute scientificamente indispensabili per vivere. Molti organismi internazionali, a cominciare dalla Banca mondiale, lavorano indefessamente per descrivere il mondo proprio attraverso indici e standard numerici che, prescindendo dai contesti e dalle culture vitali, ci ritornano descrizioni asettiche, basate su statistiche che illustrano nazione per nazione, territorio per territorio, il reddito procapite, la disponibilità di medicinali, l’assunzione calorica giornaliera, la carenza di vitamine, il numero di parti per donna, la disponibilità di posti letto ospedalieri e via discorrendo. Si tratta certo di informazioni preziose, che però descrivono il mondo da uno specifico punto di vista (il nostro) e mostrano sempre, in base ad un puro confronto quantitativo tra i casi migliori e peggiori, la sterminata ampiezza di un bisogno oggettivizzato, universalmente definibile e quantificabile, che lascia intravedere altrettanto formidabili occasioni di consumo.

Qualcuno sostiene che il mercato sia l’unica soluzione per cogliere e soddisfare i bisogni della gente.
Viviamo in un mondo dominato da un’economia di mercato alla cui base sta l’idea di attori razionali orientati egoisticamente a perseguire le loro mete e preferenze soggettive. Il mercato è un’istituzione utilissima, ma come tutte le istituzioni, richiede regole chiare, comportamenti coerenti, condivisione di valori, trasparenza. Se, invece, gli attori che si muovono nel mercato sono più grandi e potenti degli stessi Stati ed Enti che ne dovrebbero regolare ed indirizzare il comportamento (come succede per molte multinazionali, per le banche, per i grandi investitori istituzionali), se l’unico criterio per avere successo nel mercato è la massimizzazione del profitto, è molto improbabile che il sistema possa andare incontro ai bisogni basilari delle persone e, in particolare, di chi possiede poco o non possiede per nulla. In tale contesto, è assai più semplice per i grandi player influenzare chi dovrebbe fare le regole ed è molto più redditizio manipolare attraverso la pubblicità le preferenze ed aspettative di consumatori. Il consumo per creare posti di lavoro, il consumo per far crescere il Pil sostituiscono il bisogno come motore dell’economia e diventano criteri necessari e sufficienti per far prosperare un sistema condannato alla crescita perpetua. In tale sistema, dove si ipotizza che solo le singole persone sappiano cosa è meglio per loro stesse, il consumo stesso rappresenta la prova a posteriori dell’esistenza di un bisogno, a prescindere da ogni tipo di ulteriore considerazione. Il bisogno finisce con il coincidere con la soluzione predisposta socialmente: il bisogno di salute viene sostituito dal bisogno di farmaci e di medici, il bisogno di mobilità dal bisogno di possedere l’automobile.

Qualcuno sostiene che si debba lavorare personalmente sui propri bisogni per acquisire una nuova consapevolezza.
Sospesi tra quanti impongono standard universalistici e quanti manipolano la percezione di ciò che serve, i cittadini sono sempre più spesso smarriti. C’è una straordinaria confusione costantemente alimentata dalla moda e delle strategie di marketing che diventano sempre più influenti e manipolatorie. Il riconoscimento dei limiti e delle fragilità, ma anche delle potenzialità e della creatività umana, apre allora la strada ad un’idea alternativa di bisogno, centrato sul protagonismo diretto della persona umana intesa come essere sociale responsabile e libero. Guardando sinceramente dentro di sé (piuttosto che esclusivamente verso l’esterno), riconoscendo la propria esigenza di vivere in un ambiente controllabile, coltivando la propria capacità di discernimento, sperimentando personalmente, l’uomo avrebbe la possibilità di esplorare e comprendere meglio la natura del proprio bisogno. Potrebbe dunque riconoscere e discriminare tra bisogni e desideri, tra bisogni e mezzi che la società mette a disposizione per soddisfarli; potrebbe rinunciare al consumo e scegliere stili di vita alternativi, cimentarsi nell’esplorazione creativa di soluzioni innovative non ortodosse. Il bisogno, depurato dai fraintendimenti del senso comune, diventa allora il motore di una sfida con cui cimentarsi e la chiave possibile dell’evoluzione interiore.

Qualcuno sostiene che si possano costruire comunità dove ognuno dà in base alle proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni.
La valorizzazione della dimensione comunitaria e locale, della rete sociale, consente di guardare al bisogno da una prospettiva che può aiutare il cittadino ad uscire dall’isolamento che lo vede come singolo impotente di fronte al mercato impersonale e alla burocrazia anonima. Ne sono esempio le ormai numerose comunità intenzionali che si aggregano attorno a scopi specifici per fronteggiare insieme bisogni comuni. Bisogni quali l’abitare, lo spostarsi, la cura dei piccoli e degli anziani, la produzione e il consumo del cibo, l’appartenenza e il riconoscimento sociale, diventano in questi casi occasioni per trovare soluzioni che non si risolvono immediatamente ed esclusivamente nel consumo di beni e servizi codificati. Si tratta di un cambiamento basato sull’apprendimento che coinvolge singoli, gruppi, famiglie ed organizzazioni: esso richiede potenziamento di persone, orientamento alla libertà responsabile, capacità di visione e di pensiero sistemico, creatività portata alla concretezza, umana solidarietà: una direzione di sviluppo che porta ad agire fuori dagli schemi e dagli stereotipi, che va in direzione esattamente opposta rispetto alla creazione di consumatori passivi che credono di trovare nel mero consumo la chiave della felicità e di cittadini rissosi in costante competizione tra di loro.

Qualcuno sostiene che, per ottenere una società giusta, una riflessione spassionata sui bisogni dell’uomo e delle comunità che vivono in un ambiente tecnogeno, che non ha precedenti storici e che si evolve molto rapidamente, sia quanto mai urgente.
Una tale riflessione potrebbe forse partire dal riconoscimento e dall’integrazione di modalità di organizzazione del bisogno che possano garantire: un minimo essenziale di benefici per tutti in riferimento ad uno standard condiviso; la possibilità di scegliere tra differenti mezzi di soddisfacimento del bisogno; la libertà di esplorare percorsi di senso creativi alternativi allo statu quo ovvero alternativi al consumo coatto e all’imposizione forzosa di regole burocratiche; infine, la libertà di definire ed organizzare i bisogni su base comunitaria, anche in funzione di specifiche appartenenze culturali.

Ebbene sì, quasi duemila anni dopo Plutarco e in un contesto completamente diverso, c’è ancora bisogno di riflettere sui bisogni, c’è urgenza di nuovi concetti, c’è necessità di trovare nuove soluzioni concrete per soddisfarli: un buon segno e, di sicuro, una sfida che potrà determinare la qualità del nostro futuro.

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L’INTERVISTA
Elena Buccoliero alla direzione del servizio regionale per le vittime di reati gravi

Esiste da dieci anni ed è un servizio di assoluta utilità offerto dalla Regione Emilia-Romagna, eppure pochi ne conoscono l’esistenza, salvo, purtroppo, chi ne ha avuto bisogno. Si tratta della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati. Nata nell’ottobre 2004, è stata voluta da Regione Emilia-Romagna, Province e Comuni capoluogo, con l’intento di predisporre un ente in grado di dare sostegno alle vittime di reati molto gravi. La direttrice è una ferrarese, Elena Buccoliero, sociologa e counsellor, che per il Comune di Ferrara segue l’Ufficio diritti dei minori. È inoltre giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Bologna.

L’abbiamo intervistata per capire meglio l’attività della Fondazione, in vista dell’incontro pubblico che si svolgerà domani 11 dicembre alle 18.30 presso la Sala della Musica di via Boccaleone 19.

Da chi è composta la Fondazione?
Ne fanno parte, per ora, soltanto i soci fondatori, cioè appunto Regione, Province, Comuni capoluogo. Sono possibili ingressi di nuovi soci, sia enti pubblici sia soggetti privati. Io sono il direttore dal 1° settembre scorso. Insieme a me lavora un’operatrice brava e paziente, la vera memoria storica della Fondazione, e cioè Patrizia Vecchi, dipendente della Regione. Bisogna dire però che il nostro presidente è una figura d’eccezione: Sergio Zavoli.

Qual è la sua missione?
La Fondazione offre un sostegno rapido e concreto, di tipo economico, alle vittime di reati gravi e gravissimi, per aiutarle a fronteggiare nell’immediato le conseguenze del crimine. Per “reati gravi e gravissimi” si intendono l’omicidio e tutti quei reati che mettono a rischio l’incolumità fisica delle persone, o la loro libertà morale e sessuale; in altri termini, i reati più frequenti sono omicidio tentato e consumato, violenza sessuale, stalking, gravi maltrattamenti in famiglia, rapine particolarmente violente.

Come vengono scelti i casi a cui dare sostegno?
I casi vengono segnalati dai Sindaci dell’Emilia Romagna dove il fatto è accaduto, o dove vive il cittadino che ha subito il reato. Qualche volta, quando la stampa presenta casi di grande rilievo, è la Fondazione stessa a contattare il Sindaco ricordando che la Fondazione è al loro fianco.

Che tipo di sostegno dà la Fondazione?
Il sostegno è di tipo economico ed è sempre basato su un progetto di aiuto calato al caso concreto. Può esserci bisogno di sostenere spese sanitarie, o psicologiche, o assistenziali particolari, possiamo dare impulso al progetto di autonomia di una donna che interrompe la relazione con un partner maltrattante, o sostenere gli studi di un bambino che ha perso i genitori in un omicidio.

Quali sono i casi nella provincia di Ferrara?
Sono stati 11 dal 2005 al 2013, ed anche nel 2014 nuovi casi sono stati presentati ma i dati non sono ancora completi. Sicuramente, per Ferrara e non solo, spiccano le violenze verso donne e minori, ed è della nostra provincia il caso di una donna che, anche grazie al nostro contributo, è riuscita a ritrovare e a riprendere con sé il suo bambino che il partner maltrattante aveva allontanato da lei portandolo all’estero.
La Fondazione si occupa di tutti i reati gravi, ma è vero che gran parte della sua attività si sostanzia nell’aiuto a donne e minori vittime di violenza intra-familiare, sia perché questi reati sono particolarmente odiosi e stravolgono la vita delle persone offese, che spesso non avranno mai un risarcimento dal maltrattante, sia perché in aiuto alle donne esistono i Centri antiviolenza che conoscono la Fondazione e sono di stimolo per il Comune nel presentare le istanze. Credo che nel tempo un’alleanza in qualche modo analoga potrà crearsi anche con i servizi sociali per i minori, con riferimento a casi di bambini vittime di maltrattamenti o di abusi sessuali.

Cos’avete osservato rispetto al fenomeno della violenza in regione? E’ in aumento? Quali i tipi di reato più diffusi?
Purtroppo questo è un discorso che non riusciamo a fare. Non per tutti i reati si viene alla Fondazione – solo per quelli molto gravi, come dicevo – e l’aumento di istanze presentate è dovuto alla migliore conoscenza di questa opportunità, più che all’aumento della violenza. Per capirci, abbiamo ricevuto 5 casi il primo anno, oltre 30 da qualche anno in qua. Ma, appunto, è un fatto di comunicazione, sono convinta che il bisogno ci fosse anche prima.

Chi sono le maggiori vittime di reato? Uomini o donne? Di che età? Sono dati che offrono spunti di riflessione?
Le vittime di reato sono soprattutto donne o bambini. Bisogna dire che ogni reato può colpire più di una persona, se consideriamo non soltanto chi riceve la violenza ma tutti coloro che ne sono colpiti anche indirettamente. Per questo, ad esempio, nei femminicidi, la Fondazione aiuta i bambini che rimangono, mentre la mamma non c’è più e qualche volta neppure il padre, suicida. Anche le violenze sessuali, lo sappiamo, riguardano sempre e soltanto donne. Non sono capace di riflessioni particolarmente acute, se non che i dati confermano una volta di più la presenza di una violenza diffusa e persistente contro le donne e la necessità di prendere in carico questo tema complesso, con risposte complesse, che si muovono su più piani. In questo momento mi pare che la Fondazione, mentre è così difficile per le donne che dicono ‘basta’ trovare un aiuto per ricominciare a vivere, sia un raro appoggio. Non possiamo fare tutto noi, non possiamo fare tutto da soli, ma certo cerchiamo di svolgere la nostra parte.

Quali sono le difficoltà che incontrate?
Posso indicare due tipi di difficoltà, in un certo senso opposte: per un verso, per lavorare meglio abbiamo bisogno di farci conoscere di più e io credo che i nostri destinatari siano coloro che professionalmente hanno a che fare con le vittime dei reati. Assistenti sociali, avvocati, forze di polizia possono indirizzare in modo mirato le vittime di gravi reati alla loro amministrazione comunale per chiedere aiuto alla Fondazione. E poiché l’informazione non è mai abbastanza, e anche dopo 10 anni pochissimi ancora conoscono la Fondazione, a Ferrara l’11 dicembre abbiamo organizzato un incontro di presentazione della nostra realtà, che prosegue con una lettura teatrale sulla violenza intra-familiare. All’incontro che si tiene alle 18,30 nella Sala della Musica, partecipa il presidente della Fondazione, Sergio Zavoli, insieme al Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, all’avvocato Eleonora Molinari e me. Dopo un piccolo buffet ci sarà poi la lettura teatrale ‘I bambini non hanno sentito niente’, interpretata da Fabio Mangolini insieme agli attori del Teatro dell’Argine.

E la seconda difficoltà?
Beh, riguarda i fondi. La Fondazione gestisce un fondo annuale di gestione composto dalle quote di Regione, Province e Comuni capoluogo, ma la parte delle Province è destinata a ridursi in seguito alla riforma che ne ridimensiona fortemente competenze e risorse. Per la Fondazione questo comporterà un buco, rimediabile perfino facilmente se altri enti locali – Comuni di rilievo, Consorzi o Unioni di Comuni – decideranno di entrare nella Fondazione come soci aderenti, cosa che già lo Statuto consente, con la quota che ragionevolmente si sentono di sostenere.
Nel frattempo la Fondazione prosegue la sua strada e si sta anche guardando intorno: progetti europei, bandi nazionali, sponsor privati sono altrettante strade da percorrere.

11 dicembre
FERRARA
Sala della Musica, Via Boccaleone 19
Ore 18,30 – Tavola rotonda
La Fondazione per le vittime dei reati come strumento di giustizia riparativa
Il caso della violenza contro le donne e i minori
Presentazione della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati
Tiziano Tagliani, Sindaco del Comune di Ferrara
Sergio Zavoli, Presidente della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati
Elena Buccoliero, direttrice della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati
Eleonora Molinari, avvocato, Fondazione forense ferrarese
Buffet
Ore 21 – Lettura teatrale
I bambini non hanno sentito niente”

Per approfondimenti e contatti si può visitare il sito della Fondazione [vedi]

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IL VETRIOLO
Fiera del regalo in stile sovietico

Natale in tono dimesso se non dismesso, l’abbondanza sta solo nel malessere da cui siamo abitati un po’ tutti, precipitare nello sconforto è quasi inevitabile. Soprattutto quando l’estetica tradisce se stessa sprofondando nella barbarie. Ed è subito allergia. Gli agenti provocatori sono dappertutto e sanno come forzare un sistema immunitario mettendo in moto l’intolleranza al brutto. Oramai gratto da giorni e lo faccio con più veemenza quando cammino sotto i portici del Duomo incrociando con gli occhi il parallelepipedo gigante, il mercatino di Natale, che “okkupa” il listone, il salotto della città, trasformandolo in una piazzola da periferia urbana anni Sessanta.
A differenza di quanto succede nelle altre città d’arte, dove le bancarelle di legno mettono allegria con i loro colori, Ferrara si veste di tristezza, rinnega la bellezza, si propone con un arredo da socialismo reale il cui insuccesso estetico è impossibile da negare. E’ brutto. Lo diventa ancor di più quando lo si sposa a forza con il Rinascimento. La struttura del nostro scontento sarà anche pratica – in caso di pioggia grazie al tetto consente al pubblico di fare lo zapping tra un banco e l’altro – ma non si può guardare. Inoltre è figlia di un’evidente schizofrenia: da una parte la città è impegnata a “vendersi” come salotto della cultura e dall’altra non si preoccupa di mantenere un look consono alla propria mission. Per dirla con maggior chiarezza: non c’è fotografo che impegnerebbe uno scatto per il ‘Christmas Market dell’Unità’.
Il prurito, ovvio, aumenta per orgoglio di estetica ferita. E per solidarietà verso Leon Battista Alberti cui si deve il campanile della cattedrale sotto il quale la “cosa” di Natale prende quotidianamente vita. Tanti auguri architetto e abbia pazienza, poi si smonta.

L’estetica della Festa del regalo ci riporta alle atmosfere del socialismo reale. Le due ultime immagini invece mostrano l’eleganza del mercatino dell’artigianato ospitato domenica sempre sul Listone: la compresenza creava un contrasto stridente

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CALENDARIO DELL’AVVENTO
Natale in tutte le lingue del mondo

Si fa presto a dire ‘Buon Natale’, ma quanti Natali esistono e quando hanno avuto origine le festività natalizie?
Ci sono l’inglese Christmas e l’olandese Kerstmisse, che alludono chiaramente al significato religioso cristiano della festività. Il tedesco Weihnacht o Weihnachten, che significa ‘notte sacra’, è più vago e potrebbe essere uno di quegli esempi di commistione e sovrapposizione fra culto cristiano e precedenti culti pagani. Il termine francese Noël, di origine incerta, secondo molti studiosi corrisponderebbe al provenzale Nadau o Nadal, che insieme allo spagnolo Navidad e all’italiano Natale derivano dal latino natalis, ‘nascita, compleanno’: anche se si potrebbe pensare alla nascita del Cristo, di nuovo torna l’ipotesi di una sovrapposizione fra i festeggiamenti cristiani e pagani del 25 dicembre. Nel tardo impero romano, infatti, il 25 dicembre, giorno del solstizio d’inverno del calendario giuliano, si festeggiava la rinascita del Sol Invictus, a sua volta spesso identificato con la divinità di origine orientale Mitra. Dal latino derivano anche i termini che indicano le festività natalizie nelle lingue slave: il polacco Kolenda, il ceco Koleda, il lituano Kalledos, il russo Kolyáda. Insieme al nome greco Kàlanda, derivano tutti dalle Calendae romane, a indicare come i giorni tra il 25 dicembre e il 6 gennaio venissero considerati quasi da subito un ciclo unitario di feste. Completamente diversa la parola usata nel mondo scandinavo: Yule, Jul in danese. Le sue origini sono state ampiamente discusse, ma senza arrivare a conclusioni definitive. L’unica cosa certa è che si tratta del nome di una stagione germanica: probabilmente un periodo di due mesi che copriva la seconda metà di novembre, dicembre e arrivava fino alla prima metà di gennaio.
Ma da quando Natale è il 25 dicembre? È piuttosto sicuro che le prime celebrazioni della nascita di Cristo il 25 dicembre siano avvenute a Roma verso la metà del IV secolo. La più antica fonte sulle celebrazioni in questa giornata è, infatti, il ‘calendario filocaliano’, un documento romano risalente a non prima del 354 d.C., ma che incorpora un documento più antico databile al 336 d.C. Da Roma, anche attraverso la conversione dei Barbari, il Natale si diffuse in tutta l’Europa occidentale. In Oriente, invece, il processo è stato più difficoltoso: qui la nascita del Redentore veniva inizialmente celebrata il 6 gennaio, che non commemorava l’adorazione dei Magi, ma il battesimo. La più tenace nel rifiuto dell’adozione della nuova festività del 25 dicembre è stata la chiesa di Gerusalemme, che sembra averla introdotta solo nel VII secolo. La chiesa armena, dal canto suo, festeggia ancora oggi insieme Natività ed Epifania il 6 gennaio.

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Moda, pittura, poesia, canzoni: ecco l’eclettica Sonia Mariotti

Sonia Mariotti si definisce un’artista dalle mille sfaccettature, che si esprime in molteplici realtà artistiche: dalla qualifica di stilista di moda alla pittura, passando per la scrittura di testi, poesie e canzoni. La sua prima esperienza, in uno studio di registrazione, risale al 1994 con l’incisione del brano “Take my heart”, di cui ha firmato il testo. Il suo più recente cd s’intitola “Murales”, un lavoro che lei definisce un puzzle della sua vita. L’album contiene nove canzoni, con due ospiti d’eccezione quali Zeno Sala (U2 Zen Garden, Tribute Band) nel brano “Regalami chi sei” e Danilo Amerio in “Giocami”.

In questi giorni ha inciso “Pure pain”, il nuovo singolo con relativo video [vedi], si tratta della cover in inglese del suo brano “Libera”, realizzata con uno sguardo verso il mercato estero.

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“Pure pain”, il nuovo singolo di Sonia Mariotti

Iniziamo parlando di “Pure pain”, il tuo nuovo singolo…
“Pure pain” è la rivisitazione di “Libera”, uno dei singoli più belli del mio percorso discografico, che mi ha dato grandi emozioni. Per quanto riguarda il testo, abbiamo scelto di parlare delle guerre e delle atrocità, che sempre più spesso i media ci raccontano quotidianamente.
Nonostante tutte le notizie, mi sembra che non abbiamo la percezione globale di tutto quello che accade attorno a noi ma, da semplici e impotenti spettatori, non possiamo fare altro che assistere alle mostruosità che l’essere umano infligge attraverso il potere. Io l’ho sintetizzata così: “Ci vuole il passo felpato per camminare sulla testa degli angeli”. Il brano si avvale di nomi importanti del panorama musicale italiano, l’arrangiamento, in puro stile “morriconiano”, è di Tato Grieco, il basso di Paolo Costa, le chitarre di Stefano Tedeschi e Gigi Cifarelli, il coordinamento delle batterie di Gabriele Paganoni. Naturalmente non mancano i miei autori del cuore: Sergio Vinci e Dino Vollaro e il produttore Alberto Boi. Ho interpretato il brano come meglio potevo, cercando di dare il mio contributo, basandomi sull’emotività che provocano in me questi tragici avvenimenti.

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Frame del video

Il nuovo video ha raccolto molti consensi sulla tua pagina Facebook…
Il video è stato per me la parte più bella di tutto il lavoro, ci abbiamo messo un’intera estate ma credo sia riuscito molto bene, grazie al “piccolo grande genio” Marco Del Torchio, che è anche un mio carissimo amico. Abbiamo cercato di ricreare dei paesaggi mistici e degradati, distrutti ma pieni di storia, cercando i territori selvaggi più adatti, con l’aiuto del local manager Ivano Badii.Trattando un tema come la guerra, abbiamo preferito utilizzare il bianco e nero, in modo da non avere precisi riferimenti temporali. Sono molto soddisfatta di questo progetto, così come lo è il mio team di lavoro; per quanto riguarda Facebook, spero che i consensi aumentino sempre di più.

Pure pain è pensato per il mercato estero?
Con “Pure pain” ho raggiunto un bellissimo traguardo, una grande soddisfazione dopo vent’anni di lavoro e di gavetta nel mondo della musica, infatti, sotto il severo esame di Vevo, che è il canale Internet di proprietà di Sony music entertainment, Universal music group e Abu Dhabi media company, sono stata scelta come unica rappresentante italiana indipendente. Questo risultato è stato raggiunto grazie al mio curriculum e alla mia storia musicale: tre album, il nuovo singolo e due brani inseriti in compilation. “Pure pain” strizza l’occhio anche al mercato estero, inoltre, ne abbiamo realizzato una versione “Electropop”, ideata e remixata dai bravissimi Special Q.

Singolo e video, in questa Italia ferma al palo, rappresentano la tua volontà di non arrenderti?
No! Non ci si deve arrendere. Io non mi arrendo, ferma non ci so stare. Con questo progetto ci dirigiamo verso il mercato estero, ci si prova almeno. Qui le cose sono complicate, non c’è molto spazio. Anche se credo sempre che la qualità si possa apprezzare dappertutto.

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Sonia Mariotti durante l’incisione del nuovo singolo

Nel tuo album “Murales” hai cantato con Danilo Amerio, com’è nata la vostra collaborazione?
Da ragazzina avevo acquistato un vinile di Danilo, “Buttami Via”, mi piaceva molto. Poi mi sono ritrovata con un suo brano inedito, durante il mio percorso musicale in Accademia, con il maestro Dario Lagostina. Lo cantavo sempre, era la mia valvola di sfogo quando volevo urlare qualcosa a qualcuno, il brano era “Giocami”. Quando intrapresi il percorso discografico, ne parlai con il mio editore, quel brano era mio da sempre. Lui, collaborando con Danilo, è riuscito a farmelo ottenere. Così ci mettemmo in contatto e nacque il duetto. Danilo Amerio è un grande maestro, professionista, autore e interprete. Umanamente è splendido.

I testi delle tue canzoni hanno “un’anima”, quanto sono importanti le parole per te?
I testi sono fondamentali in una canzone. Io arrivo dalla vecchia scuola, quella cantautorale. Devo dire delle cose vere, che mi rappresentano. Mi devo raccontare sempre. Posso trasgredire sulla melodia, magari meno impegnata, ma devo compensare con un testo importante.

CALENDARIO DELL’AVVENTO
Il Grinch

In odor di Natale siamo tutti più buoni. Ma soprattutto felici.
Questa tautologia che proviene dalla notte dei tempi è una nota stonata nella filosofia del Grinch, protagonista dell’apprezzato racconto per bambini “Il Grinch” (“How the Grinch Stole Christmas”) di Theodor Seuss Geisel, noto come Dr. Seuss, pubblicato nel 1957 e fonte della celebre trasposizione cinematografica interpretata da Jim Carrey.
Il Grinch è un omuncolo verdastro, coperto di peli; scorbutico e dispettoso, sostenuto e sarcastico, è sempre pronto a creare zizzania nell’idillico paesino di Chinonsò e dei suoi rosei e paffutelli abitanti, che vivono in perenne preparazione del Natale, vedendo in questa attesa l’unico suo vero senso. Il Grinch vive isolato dai suoi ex concittadini che lo temono e lo tengono a distanza, in un rapporto distorto di affinità elettiva con il paese che non lo accetta e che a propria volta non accetta complice quel Natale che lo tormenta, di cui non riesce ad afferrare il meccanismo, né il senso., decidendo – deliziato – di rubarlo.

“Tutti i Nonsochi a Chinonsò
amavano il Natale…
ma al Grinch,
che viveva appena al nord di Chinonsò,
non piaceva affatto!”

La colpa di questo risentimento sembra essere il cuore, che è “troppo piccolo di due taglie”; e di conseguenza gli rende faticoso non solo amare, ma anche provare entusiasmo e trasporto per un periodo dell’anno il cui seguito festoso – fatto di luci, regali, abbracci e canzoncine – sembra essergli quanto di più orrendo e sgradito possa esserci.

“Sono 53 anni che subisco questa cosa. DEVO impedire a questo Natale di arrivare… ma COME?”

Come in ogni fiaba che si rispetti, però, il protagonista subisce una evoluzione, nel momento in cui si rende conto che il Natale è (dovrebbe essere) molto di più che un circo rumoroso bensì, per chi è credente, generosità e celebrazione di un momento santo. E lo capisce grazie a una bambina che gli mostra, con l’innocenza che può nascere solo dagli occhi di un bambino.

“E poi pensa e ripensa,
gira e rigira e prova,
il Grinch pensò a una cosa
completamente nuova.
«Forse – pensò – il Natale non viene dai negozi, dagli empori,
dal market o dagli altri servizi.
Forse ha un significato più profondo e vitale…
Chissà se è proprio questo il vero senso del Natale!»”

Ma il Grinch è anche e soprattutto quel pezzetto (piccolo o grande) che sta in ognuno di noi, a Natale e nella vita. Ci immedesimiamo facilmente nella sua perplessità sardonica, ma anche nella sua unicità che ci rende diversi da una massa, che ci fa a volte sentire fuori posto o inadeguati.
Che insegna a sentire il senso autentico delle cose, libere dalla zavorra che si chiamano forma e apparenza; e a trovare il senso di essere accettati per quello che si è, ascoltare un altro punto di vista e vedere ogni cosa con occhi nuovi. Anche il Natale.

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Sofistica, l’arte del no

Da BERLINO – La relazione tra tragedia e la sofistica di Gorgia, il famoso oppositore e interlocutore di Socrate, è stata il punto di partenza per una brillante conferenza, come spesso capita, tenuta all’Institute for Cultural Inquiry Berlin, del famoso filosofo Simon Critchley, grande divulgatore della decostruzione in America.

La storia della filosofia comincia con la famosa lotta per la supremazia tra la sofistica, incentrata sul “no”, un nichilistico “no” a tutto e la filosofia che è una affermazione della verità e del rigore argomentativo. Il platonismo poi diffuso nelle sue varie mutazioni si fonde tanto sull’esistenza della verità e su una salda ontologia: dalla combinazione dei due si è sviluppata una filosofia fortemente normativa e moralista.

Filosofia come attività tragica è invece ciò che Critchley propone sulla scia del primo Nietzsche, quello dell’inizio della Origine della Tragedia, che propone la “non verità” come la fonte della vita.
La lezione è cominciata con il famoso detto che “l’uomo è misura di tutte le cose” per cui, per converso, il filosofo è colui che si occupa delle cose divine. Ma è soprattutto l’arte sofistica della contraddizione, quella non ancora infusa della moralità (o moralismo) di Socrate, che Critchley avvicina al linguaggio della tragedia. La tragedia è infatti caratterizzata da enormi ambiguità morali che costituiscono appunto una sorta di “versione teatrale” della sofistica: l’ambiguità del resto è il grande nemico della filosofia e, implicitamente, della democrazia.

Il vero nocciolo della disputa tra filosofia e sofistica è il fatto che noi abbiamo solo linguaggio ma il linguaggio è precisamente, concretamente e tragicamente qualcosa di diverso dalla realtà, per cui si hanno le tre famose leggi della sofistica, una sofisticata (e crudele) satira del pensiero filosofico e della sua pretesa di dire la verità:

1. niente esiste;
2. se qualcosa esiste, è inconoscibile;
3. se è conoscibile, è incomunicabile.

La sofistica si oppone alla filosofia, appunto con argomenti capziosi, confondendo piani del discorso, appunto sofismi.

Ma se si getta un altro sguardo alla sofistica si può trovare anche qualcos’altro: il tentativo di praticare una sorta di “pensiero femminile” che si oppone a quello che Derrida avrebbe chiamato “fallo-logocentrismo”, cioè l’idea che il discorso filosofico debba assolutamente essere fertile, fecondo, produttivo, stabilendo una discendenza di “opere,” cioè libri, opere, testi e così via…

Cosa però possa essere una filosofia consapevolmente conscia della sofistica, Critchley non lo dice. Evidentemente è, ironicamente, un’opera ancora tutta da scrivere. O, meglio, ancora tutta da dire.

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LA STORIA
Nuova vita a colori.
I fiorai di Roma

Tempo fa, durante un corso di fotografia a Roma, mi è stato chiesto di aggirarmi per la città e trovare una storia interessante e originale da descrivere solo con le immagini.
Mi sono imbattuta in molta bellezza, in tantissimi colori e personaggi strani. Ma a colpirmi sono stati loro, gli extracomunitari che mantengono fiorita la città con i loro chioschi agli angoli delle strade, appoggiati sugli antichi sanpietrini, alle saracinesche graffiate o alle colonne imponenti delle più belle piazze frequentate dai turisti.

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Fioraio a Roma in una delle foto di Simonetta Sandri scattate fra il quartiere della Garbatella, Campo de’ Fiori e Piazza di Spagna

Ognuno di loro mi ha raccontato una storia, di emigrazione felice o infelice, di difficoltà incontrate, di pianti e di sudori ma anche di umanità sfiorata e di amicizia ritrovata.
Ognuno di loro è stato accolto, ognuno di loro ha avuto una seconda opportunità.
Ognuno pronto, lì, per la strada, a riempire di colore una vita grigia, a offrire un consiglio a un uomo innamorato, a un’anziana signora che ha perso la strada, a un ragazzino che cerca fiori per la nonna, a una mamma che vuole abbellire la sua tavola, a un’amica che vuole consolarne un’altra, a un amico che vuole diventare altro.
Ognuno lì, con la sua voglia di fare e di vivere, con la sua fantasia e la sua creatività, pronto a distribuire bellezza, ventiquattro ore al giorno, con il sole e con la pioggia.

Torna in mente una frase di Antoine de Saint-Exupéry: “Se tu vuoi bene a un fiore che sta in una stella, è dolce, la notte, guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite”.

[clic su una foto per vedere la galleria di fiorai romani]

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Fioraio a Roma (foto di Simonetta Sandri)
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Fioraio a Roma (foto di Simonetta Sandri)
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Fioraio a Roma (foto di Simonetta Sandri)
Negozio di fiori a Roma (foto di Simonetta Sandri)
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Negozio di fiori a Roma (foto di Simonetta Sandri)
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Negozio di fiori a Roma (foto di Simonetta Sandri)
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Fioraio a Roma (foto di Simonetta Sandri)
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Fioraio a Roma (foto di Simonetta Sandri)
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Negozio di fiori a Roma (foto di Simonetta Sandri)
tartaruga

Elogio della lentezza

Dopo ‘La sindrome della rana’ che rischia di rimanere bollita, ‘La città della conoscenza’ questa settimana si occupa di lumache e tartarughe, con ‘L’elogio della lentezza’. Non sono gli animali dell’Imperatore di Borges, ma sempre bestiole utili alle nostre riflessioni.

L’analogia fra la nostra mente e il computer pare ormai far parte del senso comune. Tanto che abbiamo perso di vista, se è il computer che deve tendere ad imitare i meccanismi del nostro cervello o se dobbiamo essere noi ad apprendere a funzionare come un elaboratore. In attesa di una fantascientifica era di osmosi tra la macchina e l’uomo, prima che il processo si avvii, per progressiva atrofizzazione di quanto non sia coinvolto nello smanettamento di iPhon, tablet e tastiere, concediamoci un intervallo di sano ‘slow’. Prendiamoci il gusto di andare controcorrente, di fare come Ribelle, la lumaca della favola di Sepúlveda, che in viaggio sul carapace di una tartaruga scopre l’importanza della lentezza.
Le tartarughe le hanno affrescate anche i pittori del Vasari, oltre cinque secoli fa, nel soffitto del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Sono tartarughe a vela, una sorta di simbiosi tra animale e macchina ante litteram. Sì, perché ognuna porta inalberata sul carapace una vela gonfia di vento, con la scritta ‘festina lente’, affrettati lentamente, ossimoro quanto mai significativo.
Sono queste immagini a suggerire al professore Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia dei Lincei ed ex direttore dell’Istituto di Neuroscienza del Cnr, di scrivere ‘L’elogio della lentezza’, edito da il Mulino.
Il professore Maffei ci spiega, con buona pace dei cognitivisti della Human Information Processing, che non siamo multitasking, che non siamo biologicamente predisposti per eseguire più programmi contemporaneamente. Il nostro cervello e il computer hanno ben poco in comune ed è quanto mai pernicioso per la salute della nostra corteccia cerebrale tentare di imitare, o addirittura competere, con la rapidità dei nostri ‘processing device’.
Sarebbe sufficiente pensare alla storia dell’evoluzione del cervello umano, per comprendere che si tratta di una macchina lenta, con i suoi tempi e le sue sequenze. La velocità, i ritmi frenetici, la convulsione non convengono a lui, tanto meno a noi che dai suoi impulsi facciamo discendere le nostre reazioni, che, per via della fretta, spesso si rivelano ingannevoli e avventate.
In un mondo in cui viviamo continuamente con l’incubo del tempo insufficiente, del tempo perduto, fermarsi dal correre forse a molti può apparire un lusso. Ma chi non ha gridato almeno una volta, come Mafalda di Quino, ‘fermate il mondo che voglio scendere’, per avere la soddisfazione di guardarlo da fuori, manifestando così la sua avversione per i pensieri deboli e veloci?
Sebbene l’inglese, da questo punto di vista, non dia molte garanzie, è tutto un fiorire di slow city, slow food, slow motion, fino allo slow touring come indubbie espressioni del bisogno di prendersi un po’ di respiro, della necessità di riscoprire i vantaggi dei tempi lunghi. Tanto da celebrare la giornata mondiale della lentezza, il 13 maggio.
Potete pure visitare il sito dell’associazione italiana “Vivere con lentezza” (www.vivereconlentezza.it). È un progetto nato per riflettere e far riflettere sui danni economici, sociali, personali e ambientali determinati da una vita ad alta velocità. Propone di ripensare al valore sociale del lavoro per uno sviluppo economico in armonia con l’uomo e con l’ambiente. Promuove uno stile di vita in contrapposizione con i ritmi frenetici della nostra agenda quotidiana, fornendo l’elenco dei primi 14 “comandalenti”, per trovare la velocità giusta nella vita.
Per esempio: se fate la fila, in un supermercato, davanti a uno sportello in banca, in un locale pubblico, non cedete alla tentazione della rabbiosa insofferenza, e approfittatene piuttosto per fare una nuova conoscenza, o ascoltare una storia. Non inzeppate l’agenda di impegni, così come non provate a fare sempre più cose contemporaneamente. E non dite mai: non ho tempo. Anche perché non è vero, e la lentezza è molto più di una possibilità, come ci ricorda il funzionamento del nostro cervello. Lento dalla nascita.
Esiste anche ‘La pedagogia della lumaca’, è un libro che ha scritto un uomo di scuola, di Cesena, Gianfranco Zavalloni, purtroppo ci ha lasciati da poco, a soli cinquantaquattro anni. Per una scuola lenta e non violenta, rispettosa del tempo e soprattutto della vita dei nostri bambini e ragazzi.
Sapremo ritrovare tempi naturali? Sapremo attendere una lettera? Sapremo piantare una ghianda o una castagna nella consapevolezza che saranno i nostri pronipoti a vederne la maestosità secolare? Sapremo aspettare?
Sono alcune delle domande a partire dalle quali Gianfranco Zavalloni cerca di fornire risposte con il suo libro. È un invito a genitori, insegnanti, educatori a riflettere insieme sul senso del ‘tempo educativo’ e sulla necessità di adottare strategie didattiche di rallentamento.
Daniel Kahneman, premio Nobel nel 2002, in ‘Pensieri lenti e veloci’, edito da Mondadori, ci richiama alla lentezza proprio per evitare gli errori sistematici del nostro pensare. Soprattutto quelli così diffusi come i pregiudizi, che sono dovuti non al fatto d’essere vittime delle nostre emozioni, ma alla struttura particolare dei meccanismi cognitivi.
Che la mente sia logica e razionale è un assunto dogmatico. L’ipotesi che la nostra mente sia soggetta a errori sistematici è ormai largamente dimostrata.
È sconcertante il limite della nostra mente, l’eccessiva sicurezza con cui crediamo di sapere, la nostra evidente incapacità di riconoscere quanto siano estese la nostra ignoranza e l’incertezza del mondo in cui viviamo.
Questo perché la mente rischia il buio nel sovrapporsi di decisioni troppo rapide e noi rischiamo di compiere le scelte sbagliate.
Dunque la riscoperta della lentezza potrebbe essere una buona terapia contro i nostri ‘bias’, falsi concetti, e gli effetti dello stress digitale, dove tutto viene comunicato in tempi record attraverso e-mail, sms, tweet.
Forse è il caso di rispolverare il vecchio adagio ‘rifletti prima di parlare’, per lasciarsi prendere dal ritmo delicato della lentezza, per apprendere ad ascoltare l’altro, per imparare il dialogo e come la vera conoscenza apprezzi i tempi lunghi.

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EVENTI
Manga e kimono.
Voci di Kappa festival

Grandi occhi – specchio dell’anima – e divise scolastiche dal taglio severo e iconico. E’ l’incipit della passione di Massimiliano De Giovanni per il Sol Levante. Bolognese e co-fondatore di Kappalab, fonte di produzione editoriale incentrata sul Giappone, ne traspone l’idea centrale a Ferrara (“La Bologna di una volta”, come la definisce) attraverso il Kappa Festival, con l’intento di raccontare il suo Paese delle meraviglie. E di raccontarlo toccando aspetti differenti, che si notano nell’ambizioso programma che ha di fatto aperto il sipario sabato scorso e chiude oggi, lunedì 8 dicembre.

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Testi, inchiostro e pennini al Kappa Festival

“Questa – spiega De Giovanni – è l’edizione zero, il cui format scelto è ricalcato da Officina del Vintage; in quanto tale è e sarà in divenire. Il nocciolo è la mostra mercato allestita agli Imbarcaderi di Castello Estense, in cui saranno allestite tre aree ben distinte, ognuna delle quali legata a un aspetto: la prima sarà dedicata all’oggettistica varia della tradizione giapponese (il contenitore magico da cui si attinge per il lemma kappa, creatura del folklore giapponese che definisce la manifestazione), con particolare attenzione al settore tessile – un vasto assortimento di kimono; la seconda sarà dedicata a Starshop, il primo distributore italiano nel settore librerie specializzate per fumetti e manga; il terzo imbarcadero ospiterà invece aziende produttrici della cultura pop, che in Occidente è spesso associata al Giappone, tra cui libri e dvd”.

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Stand di prodotti giapponesi a Ferrara per il Kappa Festival

La varietà dell’offerta culturale si rispecchia anche negli ospiti che intervengono, e nel ricchissimo tessuto culturale del Paese che viene restituito proponendo alternanza tra contemporaneità e tradizione, tra arte e sperimentazione, in un mix di professionisti internazionali e nomi noti.
“Non si può parlare di Giappone – dice Massimiliano – senza pensare a un nome che già racchiude la sua storia: il maestro dell’animazione Hayao Miyazaki di cui saranno proiettati “La città incantata” e “Principessa Mononoke”. E a Lupin III, di cui avremo ospite uno dei papà putativi italiani, Guglielmo Signora. E’ uno dei disegnatori assoldati dal creatore di Lupin, Monkey Punch, per dieci nuove storie del ladro gentiluomo, ormai diventato cult. Sempre in tema di fumetti, interviene la illustratrice Yocci, già collaboratrice della rivista Internazionale. Un terzo appuntamento cinematografico previsto è quello di “Thermae Romae”, originale commedia basata sull’omonimo manga di Mari Yamazaki. La musica è un altro dei capisaldi. Il dj tedesco Schneider TM accompagna la ballerina Tomoko Nakasato, i cui passi di danza sono riproiettati sulla stessa danzatrice grazie agli effetti videofeedback di Takehito Koganezawa.

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La performance di mostra della nota artista giapponese Yumi Karasumaru alla palazzina Marfisa di Ferrara

Restando sul “classico”, si incontra il concerto della soprano Chisako Miyashita che affianca a un repertorio classico di canzoni tradizionali nipponiche brani della scuola partenopea tradotti in giapponese e reinterpretati. “Questo è uno dei cortocircuiti temporali e geografici pensati per l’occasione. L’altro appuntamento dedicato alle arti visive è “Korosù – To kill”, la personale dell’artista alla Palazzina di Marfisa d’Este, che gioca sullo scarto tra categorie di rappresentazione: accanto ai ritratti della famiglia di Marfisa d’Este, l’artista e performer Yumi Karasumaru espone e mette in scena ritratti da lei realizzati.

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Una delle foto che raccontano la tragedia di Fukushima al Kappa Festival

“Accanto a questo Giappone – continua De Giovanni – c’è anche quello devastato dallo tsunami del 2011 che ha distrutto la regione del Tohōku. Da qui hanno ricominciato i sopravvissuti, che hanno raccontato, attraverso le fotografie esposte, in che modo hanno ricominciato da zero dopo la catastrofe naturale. E dell’aiuto ricevuto dai volontari dell’associazione Kakeashi no Kai, cooperativa giapponese nata e sostenuta dalla produzione di artigianato locale, con il doppio intento di creare opportunità di lavoro, i cui proventi saranno destinati agli stessi sopravvissuti”.
Ma il Giappone del Kappa Festival è anche quello visto tra curiosità e pregiudizi. Accanto al testo, un metatesto di curiosità e verità che si mescolano trovando nelle penne di Keiko Ichiguchi e Davide Bassi una interessante soluzione di luoghi comuni, nei loro libri “Non ci sono più i giapponesi di una volta” e “Scusi, manca molto per il Giappone?”, in cui raccontano aneddoti e disavventure sullo scambio-scontro tra culture. Cucina giapponese, arte del bonsai, usanza dello Hanami e massaggio shiatsu completano l’itinerario attorno al punto dove sorge il sole.

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LETTERA APERTA
Cara Daria…

Quella sera il tramonto non finiva mai. Avevo diciassette anni, non lo sapevo che eravamo felici. (L’amore che ti meriti, Daria Bignardi)

Cara Daria,
Permettimi di darti del tu. Alcune cose ci accomunano. Entrambe siamo di Ferrara, abbiamo studiato al liceo classico Ludovico Ariosto, siamo nate negli anni sessanta ed entrambe scriviamo (anche se di questo ti chiedo venia, abbiamo risultati e successi ben diversi). Per questo, dunque, mi prendo la libertà del libero e leggero “tutoyer”, come direbbero i francesi. Spero non ti dispiaccia troppo.
Volevo semplicemente ringraziarti per questo nuovo libro, uno splendido regalo fatto a me e a molti ferraresi come me, che ci ha portato a ripercorrere le strade della nostra città, spesso amata-rinnegata-fuggita, che ci ha fatto rivedere parte del suo passato e dei suoi misteri, a volte dolorosi. Un dono importante in un momento così difficile per il nostro paese, dove ricordarsi della nostra storia e delle nostre origini forse ci può aiutare un po’.
Domandandoci, insieme a Alma e Toni, come si fa a meritarsi l’amore e, soprattutto, quanto se ne meriti realmente, abbiamo camminato per le vie della nostra città silenziosa, deserta, assente, ovattata, immobile, impermeabile, intima, nostalgica, irreale, grigia ma sempre invitante. Ne abbiamo riscoperto le profonde radici reali, ci siamo ricordati degli orti cittadini, delle prime visite al cimitero ebraico, della pace qui ritrovata e dei pensieri confusi qui maturati, abbiamo calpestato i ciottoli di via Vignatagliata, fermandoci al quel numero che tu citi più volte e dove ora abitano i miei più cari amici d’infanzia. Incredibile e fortunata coincidenza, per me. Abbiamo rivisto con Toni e Michela i manifesti dei vecchi film de l’Apollo, ripercorso con lei i vecchi bar di via Carlo Mayr, quella via dove ora abito quando sono in Italia e che ha visto trasformare quei locali mal arieggiati e fumosi in locali alla moda, oggi ritrovo di artisti e scrittori. Tutto cambia, tutto scorre. Ma l’anima di Ferrara resta. Un’anima che sa di latte caldo con il miele. Una famiglia. Un enorme e unico diamante nascosto, come quello che si pensava incastonato in una delle punte del Palazzo dei Diamanti che, proprio per questo, ogni settimana erano “sbeccate” da mani ignote. Qualcuno lo cercava, tenacemente imperterrito. Una fantasia che ci incuriosiva, da bambini, e ci faceva sognare di misteri, tesori e ricchezze lontane.
Quel “ticchettio soffocato di un orologio invisibile”, il rumoroso orologio a molle nascosto nel cassetto, fa anch’esso parte dei ricordi della mia infanzia, così come la villetta bianca del mare con il barbecue in giardino, non lontana dal laghetto infestato di zanzare. Gli argini del Po, poi… come non ricordare le gite in bicicletta lungo le braccia di quel fiume imponente e protettivo, e le mura cittadine, lo spiazzo erboso alla fine di Corso Ercole I d’Este che porta ai bastioni fiancheggiati da platani, tigli e alberi maestosi. Il verde cittadino qui inizia a confondersi con la campagna che inizia poco lontano, lo sguardo si perde nei colori e nei ricordi. Un battito d’ali di farfalla ci risveglia per un attimo da quel viaggio nel tempo. Ma ci siamo. Siamo lì con te, con Toni, con il suo figlio in grembo che vuole nascere sereno, con la tenacia e il coraggio di una giovane donna sicura di sé.
Mentre Toni, nella nebbia mattutina attraversata da raggi di sole, cerca di svelare il temibile segreto della scomparsa di Maio, fratello della madre, noi la seguiamo, persi tra la voglia di risolvere quel mistero e la nostalgia per tutto quello che abbiamo vissuto in quella città, per la storia che abbiamo immaginato scorrere, leggendo le lapidi del ghetto o quelle delle mura del Castello Estense, per le tombe e i monumenti che abbiamo visto nella Certosa, incerti, perché ci viene alla memoria l’immagine sfuocata di una grande scultura alata dedicata a Italo Balbo che ora non ritroviamo … ma forse si tratta di un ricordo lontano appartenente a un altro luogo…
Alma ricorda una foto di famiglia, una di quelle che fanno pensare a “come eravamo felici”. Chi di noi non ha avuto lo stesso pensiero di fronte a una vecchia fotografia dai colori sbiaditi. Ma è solo nostalgia per una gioventù perduta o lo eravamo davvero?
E allora, cara Daria, ancora grazie per questo viaggio nel passato più recente, che è anche il mio, un passato che ora, da lontano, ricordo con affetto e nostalgia. In questo istante, anche io mi sto sicuramente domandando quanto amore mi meriti e perché. Ora che ce l’ho e che non lo voglio perdere. Cercherò di darne più che posso, solo questo posso dirti.
Un abbraccio affettuoso, cara Daria, da una ferrarese lontana ma vicina.

Daria Bignardi, L’amore che ti meriti, Mondadori, 2014, 247 pp.

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La Melancolia di Dürer: presentimento del cambiamento

Capita a volta di ascoltare grandi studiosi che sono anche grandi comunicatori, in grado di trasmettere in pochi minuti e in poche parole concetti e temi su cui i colleghi hanno speso fiumi di inchiostro. Con queste persone la divulgazione non è più, o non è solo, semplificazione per i non addetti alla materia, ma è come una sorta di contagio: trasmettono curiosità e passione, voglia di apprendere e di approfondire.
A me è successo assistendo anni fa allo spettacolo “Variazioni sul cielo”, sul palco del Teatro Comunale Margherita Hack narrava le difficoltà e lo stupore di fronte ai misteri del cosmo e sfiorava con delicata semplicità teorie complesse come quella del multiuniverso, senza alcuna banalizzazione. È accaduto di nuovo giovedì pomeriggio ascoltando nel Salone dei Mesi di Schifanoia Massimo Cacciari interpretare l’incisione “Melencolia” di Albrecht Dürer.
L’occasione è stata l’apertura del Convegno “La “Melencolia” di Albrecht Dürer 500 anni dopo (1514-2014)”, che è appena terminato: un modo per “festeggiare il compleanno di questa figura alata, enigmatica, sofisticata e complessa”, come l’ha definita Andrea Pinotti – docente di Estetica presso l’Università degli studi di Milano – che dopo 500 anni conserva ancora intatta la sua potenza espressiva e simbolica.
A precedere l’intervento di Cacciari sono state le parole di Aby Warburg – citato dal direttore dell’Istituto Studi Rinascimentali Marco Bertozzi – che con il suo saggio “Arte italiana e astrologia internazionale nel Palazzo Schifanoia di Ferrara” ha reso celebri gli affreschi astrologici del Salone: “un foglio di conforto umanistico contro il timore di Saturno”, la “melancolia sprofondata in sé stessa”, così il celebre intellettuale tedesco descriveva l’incisione raffigurante lo spirito dell’artista nel momento creativo, un “genio pensieroso all’opera”.
Cacciari ne ha dato invece un’interpretazione “epocale” perché “immagini di questo tipo non sono indovinelli di cui bisogna trovare la soluzione”, non per niente “è una delle opere che più mi inquietano al mondo”, ha confessato. Il filosofo ha passato in rassegna gli elementi dell’incisione partendo dalla cometa, quella stessa cometa che in quegli anni appare nei cieli del Nord Europa e da sempre è ritenuta un segno, che nello stesso tempo “annuncia e pone fine”. La figura in primo piano non è solo l’artista, ma “un genio alato, che ha in sé qualcosa di demiurgico”, come dimostra la combinazione numerica del quadrato magico che la sovrasta, che è la stessa del Timeo platonico. Ai suoi piedi e nelle sue mani un libro e strumenti che giacciono inerti, inutili e disordinati: “un ‘mucchio’ di buoni strumenti, utilizzabili, ma inutilizzati”, come le chiavi che porta alla cintura. Secondo Cacciari questa figura è “un grande ordinatore, costruttore che non costruisce più, non disigilla più, è inoperoso”. Tuttavia “è ben desto, attende, guarda e anela” verso la luce della cometa, “pre-sente il cambiamento che quella cometa annuncia”. Il suo tempo dunque è passato, ma questa figura alata rimane “monumentale perché finita, nel senso di compiuta non fallita”. La drammaticità di quest’opera starebbe proprio qui: la cometa non è un segno apocalittico, non porta la fine dei tempi, ma una renovatio, un cambiamento d’epoca: “crisi e rinnovamento stanno insieme”, ecco il significato dell’arcobaleno che quasi la incornicia. Di questa renovatio è emblema anche il putto che incide la tavoletta: anche lui è un essere alato, ma per poter compiere questo rinnovamento deve crescere e diventare “tanto forte da poter compiere la scalata” di quella scala di legno che gli sta a fianco.
In questa incisione dunque non si può leggere solo “un programma definito che bisogna scoprire come un indovinello”, come per tutte le immagini segno – nel senso di semata – dei propri tempi esistono più piani di lettura: qui sono raffigurati “un ordine che si va compiendo, che è già compiuto, ma anche i segni della rinascita”. “Non dimentichiamoci – aveva premesso Cacciari – che di lì a 3 anni avrebbe avuto inizio la Riforma” e Lutero avrebbe affisso le sue 95 tesi alle porte della cattedrale di Wittemberg.

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CALENDARIO DELL’AVVENTO
L’Annunciazione secondo Erri De Luca

Si avvicina il Natale e noi della redazione di FerraraItalia abbiamo pensato a un regalo per voi che ci leggete da ormai più di un anno. Fin dall’inizio abbiamo cercato di raccontarvi giorno per giorno storie e vicende da un punto di vista inusuale, così abbiamo immaginato un originale calendario dell’Avvento letterario, attraverso il quale ogni giorno da qui al 24 dicembre proporremo un racconto, una fiaba, un aneddoto, una poesia, una filastrocca, che parli del Natale.

Partiamo dunque dal principio: dall’Annunciazione. Ma lo facciamo, appunto, da una prospettiva particolare: attraverso la testimonianza di Maria. Non l’icona sacra, non l’Annunciata quasi imperturbabile di Antonello da Messina, ma Miriam, la fanciulla ebrea di Galilea che avrà il coraggio di essere vergine e madre, figlia del suo Figlio. A dar voce a Miriam/Maria, “operaia della natività” e “fabbrica di scintille”, come lui stesso la descrive, è Erri De Luca nel delicato e dolcissimo piccolo grande racconto “In nome della madre” (Feltrinelli 2006).

«La voce del messaggero era arrivata insieme a un colpo d’aria. Mi ero alzata per chiudere le imposte e appena in piedi sono stata coperta da un vento, da una polvere celeste, da chiudere gli occhi. Il vento di marzo in Galilea viene da nord, dai monti del Libano e dal Golan. Porta bel tempo, fa sbattere le porte e gonfia la stuoia degli ingressi, che sembra incinta. In braccio a quel vento la voce e la figura di un uomo stavano davanti a me.
Nella nostra storia sacra gli angeli hanno un normale corpo umano, non li distingui. Si sa che sono loro quando se ne vanno. Lasciano un dono e pure una mancanza. Neanche Abramo li ha riconosciuti alle querce di Mamre, li ha presi per viandanti. Lasciano parole che sono semi, trasformano un corpo di donna in zolla di terra.
Ero in piedi e l’ho visto contro luce davanti alla finestra. Ho abbassato gli occhi che avevo riaperto. Sono sposa promessa e non devo guardare in faccia gli uomini. Le sue prime parole sul mio spavento sono state: “Shalom Miriam”. Prima che potessi gridare, chiamare aiuto contro lo sconosciuto, penetrato nella mia stanza, quelle parole mi hanno tenuto ferma: “Shalom Miriam”, quelle con cui Iosef si era rivolto a me nel giorno del fidanzamento. “Shalom lekhà” (Pace a te, ndr), avevo risposto allora. Ma oggi no, oggi non ho potuto staccare una sillaba dal labbro. Sono rimasta muta. Era tutta l’accoglienza che gli serviva, mi ha annunciato il figlio. Destinato a grandi cose, a salvezze, ma ho badato poco alle promesse. In corpo, nel mio grembo si era fatto spazio. Una piccola anfora di argilla ancora fresca si è posata nell’incavo del ventre».

Comincia così con “l’accensione della natività nel corpo femminile” il racconto di una gravidanza avventurosa, portata avanti da una ragazza che sceglie di sfidare ogni costume e ogni legge di allora e che ne avrà ragione.

Un capitale inagito

Il Rapporto Censis del 2014, presentato a Roma qualche giorno fa, propone spunti di riflessione sociologica ben più ricchi di quelli sintetizzati nelle consuete note di stampa. Per questo, ogni anno cerco di ascoltare in diretta la presentazione del Rapporto, lasciandomi attraversare dalle mille suggestioni che incrociano i miei “lavori in corso”. Del resto, sono proprio le infinite connessioni possibili tra i fenomeni a determinare il fascino del pensiero sociologico.
Dal Rapporto esce un quadro preoccupante: una società molto differenziata, molecolare, ad alta soggettività, che galleggia su antiche mediocrità e in cui i singoli soggetti sono, a dir poco, a disagio. Il concetto di capitale inagito mi pare una delle immagini chiave del Rapporto. Se il capitale può essere considerato come moneta in movimento, ci troviamo in una grave fase di stagnazione: né il capitale delle persone, né quello delle imprese, né il capitale finanziario, né quello culturale trovano terreni per esprimersi. Così i capitali, pure esistenti, restano congelati per l’assenza di aspettative che permea i diversi mondi.
In assenza di riferimenti e di orientamento e in un clima di pesante incertezza, prevale l’adattamento alla mediocrità: le persone tengono denaro liquido per fronteggiare eventuali imprevisti, le imprese non investono.
Il Rapporto descrive una società che non sa pensare in termini sistemici, in cui aumenta la solitudine degli individui che, non potendo scegliere una direzione, vagano distribuendosi in mondi che non fanno sistema, rinunciando a investimenti progettuali e collettivi. Così, il mondo della gente comune, pure esprimendo vitalità, è incapace di produrre azioni, vive nella sua rabbia, e non sa andare oltre. Non è una moltitudine passiva quella descritta, perché sa scegliere (pensiamo alla capacità di sopravvivenza di fronte alla contrazione delle risorse), manifesta interessi in diversi campi, ma non va oltre il livello individuale. Gli individui esprimono bassa fiducia nel prossimo, solo un quinto della popolazione sente di potersi fidare degli altri, trascorrono una quantità di tempo in solitudine, sono sotto occupati, esprimono ansia per il futuro (solo il 17% si sente abbastanza sicuro), attribuiscono un bassissimo valore all’intelligenza (solo il 7%, la percentuale più bassa nel quadro europeo).
Come si fa a mobilizzare il capitale inagito, ad invertire questa deflazione delle aspettative, in un contesto in cui la politica è tutta impegnata in una lotta interna allo Stato e all’occupazione dello spazio istituzionale? E’ questa la domanda che propone De Rita, che paventa tre rischi: quello di un secessionismo sommerso, un pericolo di populismo, un pericolo di un autoritarismo soft. Al contrario servirebbe una politica in grado di ricostruire legami sociali, di ridare energie allo sviluppo, non appiattendosi sull’attesa di qualche debole segno di ripresa.
Ma, all’indomani dell’ennesimo “sacco di Roma”, difficile immaginare una palingenetica rinascita. Né mi convince il richiamo ai corpi intermedi come via di aggregazione, in polemica con l’attuale ridimensionamento del loro ruolo ad opera di una politica decisionista, a dire il vero più a parole che nei fatti. Il tema della ricostruzione dei legami sociali, erosi da molti fattori sociali ed economici che riguardano la profondità del cambiamento epocale in cui ci troviamo, resta il tema di riflessione. Ciò nella consapevolezza che, per citare il Rapporto, la società “cambia non attraverso svolte (momenti magici decisivi), ma attraverso processi di transizione, necessariamente lenti e silenziosi”.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing, Marketing del Prodotto Tipico. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le tendenze e i significati dell’alimentazione.
maura.franchi@gmail.com

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SETTIMO GIORNO
Politica alla frutta, case sfitte e senzatetto: c’è qualcosa che non va

D’accordo, sono collerico, intransigente, estremista, pessimista, o, come dicevano alcuni compagni (quando esistevano ancora) “catastrofista e avventurista”. Ero, insomma, un rivoluzionario inaccettabile all’interno dei partiti moderati e borghesi del nostro Paese, nessuno escluso. Ricordo un congresso del Pci a Roma quando era cominciata la lunga marcia dei miglioristi impegnati a togliere di mezzo i massimalisti-settari-giacobini e rivedo, là nella platea del teatro che ospitava l’assemblea, rivedo Umberto Terracini, vecchio amico con il quale avevamo fatto alcuni importati processi, l’ultimo quello della risiera di San Sabba a Trieste, era là il povero Umberto, nessuno era al suo fianco, né dietro né davanti in una sala gremita a dimostrare la solitudine di chi è capace di pensare: gli andai vicino e lo abbracciai. Come va, Umberto, gli chiesi e lui girò la testa di fianco a sinistra e poi a destra e rispose, ecco, vedi come sto, mi hanno lasciato solo i compagni: Umberto era l’uomo che aveva scritto la nostra Costituzione, la più liberale, aperta e moderna al mondo.
Fatto questo doveroso autodafè, oggi posso aggiungere che purtroppo avevo ragione e, sinceramente, essere cassandre è un mestiere non molto gratificante. Ma tant’è, proviamo a fare questo compitino settimanale senza piangersi troppo addosso.
LA FRUTTA – Siamo alla frutta, forse al caffè, l’Italia è in ginocchio, ma non ci sono le forze per rimetterlo in piedi, il nostro è un paese affondato nelle deiezioni di schiere di disonesti, tutti d’accordo nel derubare e derubarsi a vicenda e non si creda che sia possibile circoscrivere la cacca a Roma, purtroppo il guano è dovunque, anche nelle nostre virtuose province. Il famoso modello emiliano-romagnolo? Pfui! Finito, anche qui la poltrona è il simbolo e la meta di ragazzotti a cui la politica serve per fare una misera ieri dal giornalaio una signora mia amica, basta – ha detto – bisogna dare in mano il paese a un solo uomo, abbiamo già avuto Mussolini, ho risposto,, è lo stesso, ha ribadito. Ecco il fascismo che è avanzato prepotente, ho pensato, ma non si può più fare una sola marcia su Roma, troppe marce in tutte le direzioni. Ci vorrebbe una vera rivoluzione, ma chi la fa? La Lega? Ma va. La faranno gli ex sindaci, bocciati come amministratori ma promossi, chissà in base a che cosa, a sagaci managers.
LE ABITAZIONI – Nelle nostre città ci sono centinaia di migliaia di abitazioni vuote, molte mai occupate e centinaia di migliaia invendute, eppure strilliamo che bisogna riprendere a costruire per dare fiato al mercato immobiliare. I senzatetto? Ci penseranno la cariche della polizia ad allontanarli. Mi pare che ci sia qualcosa che non funziona.
LA EKPHRASI – Estrapolo la parola da un veloce depliant trovato al bar come invito turistico per la grande mostra sul Bastianino che si apre ai Diamanti. Ora tutti sanno che cosa significa “ekpfrasi”, parola coniata negli anni Trenta dal grande studioso d’arte Roberto Longhi, è un vocabolo entrato prepotentemente anche nel nostro lessico, familiare e popolare, la signora Giuseppina l’ha sempre sulle labbra, anche quando si rivolge al nipotino “ciò, Radames vam a tor un’ekphrasi.” E quanta ne debbo prendere, nonna?, “mezz chilo, va là”. Ma è il simpatico depliantino a spiegarci l’arcano: “i lampi sono quelli che agitano una scena creativa post rinascimentale e controriforiformata che si è infoscata”. Finalmente chiaro. Speriamo che il turista non s’incavoli.