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La latitanza di Dio, i travagli di Satana

In quanti modi puoi chiamare Dio? In mille modi, direbbe Corrado Guzzanti: “… tanto non ti risponde”.
In effetti, le domande che Gian Pietro Testa rivolge a Dio nelle sue “Interviste infedeli” (Este Edition, 2014) non trovano risposta, fatto evidente anche dalla forma narrativa – una lettera, sorta di carta di richiesta burocratica rifiutata. Cosa che non succede alla controparte diabolica, che di diabolico sembra avere solo il nome, che si presta invece al dialogo. Presentato il 23 dicembre alla Sala Estense nell’ambito della rassegna Autori a Corte, il libro è stato raccontato al pubblico attraverso alcuni brani letti da Elena Felloni, e una chiacchierata tra Testa, Sergio Gessi (ferraraitalia) e Riccarda Dalbuoni.

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La presentazione, da sinistra, Gessi, Dalbuoni, Testa, Felloni

Dio è muto, assente e un po’ distratto. Una fidanzata in coma, per dirla con Bill Emmott. Un bambino abituato a essere riverito dai genitori adoranti, la ballerina che dà buca al fidanzato rimasto ad aspettarla sotto la pioggia nella canzone di De Gregori. Completamente sordo, o peggio ancora indifferente, alle domande che in fondo ogni cristiano (nel senso popolare del termine) si pone, affrontate impugnando l’arma e lo scudo dell’ironia. Affondando le mani in qualche pezzo di storia particolarmente ricco di Dio – come lo intenderebbe Buzzati – scoprendo che il susseguirsi di questi momenti è un flusso ininterrotto: crociate, guerre, assurdo ordini biblici e una verità assoluta che si scontra con tanti nomi, tutti credibili, di come definirla questa verità, senza peraltro averne certezza; e ancora la tristezza e la cattiveria di un genere umano che ruba, uccide, falsifica e rifiuta, usando anche la religione come strumento di potere, fino a quando la domanda arriva: l’uomo è davvero plasmato a somiglianza di Dio, o Dio è stato immaginato a sua immagine?

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Presentazione nell’ambito della rassegna ‘Autori a corte’

Nelle due chiacchierate non c’è un punto di arrivo, non c’è la possibilità di un accordo. Né con Dio, né con la sua controparte. Ma “Con Satana è stato più facile, perché ogni giorno uscendo di casa ne incontro centinaia”, precisa Testa. É più conoscibile, lo si ritrova in un volto, un gesto, una voce; si materializza, prende forma, è reale più del barbuto vecchio che dirige impassibile il bene e il male, seduto oltre le nuvole. Perché alla fine attira più simpatia di Dio, mettendosi in gioco e rivelandosi umano troppo umano negli aspetti migliori, dissacrante nella sua evidenza. Allo stesso modo, sembra più facile identificarsi con Paperino, sfigato paperastro rassegnato al suo destino sempre uguale, che con Topolino, pelouche al posto d’onore con le pile scariche al momento di pronunciare la frase registrata.

Satana è conciliante, serioso, stufo marcio di stupidità e cattiveria del capro espiatorio toccato a lui che, del glorioso e temibile Mefistofele descritto da Marlowe, conserva solo l’indole seria e cerebrale non restandogli che quello di Goethe, condannato non a essere l’angelo caduto, con la sua aura di bellezza e dannazione, ma a fare il becchino dei divini avanzi. Una creazione e uno scarto di Dio, un esodato senza cassa integrazione costretto a districarsi tra arrivi di massa e santi farlocchi, strenuo difensore della libertà di pensiero, anarchico interlocutore e forse specchio del curioso, machiavellico osservatore dell’Aldiqua e Aldilà, saggio dispensatore di consigli e crudo osservatore di professioni e saperi umani che gli uomini hanno reso vizi (filosofia, poesia, teologia, politica), bisognoso di essere ascoltato e capito, tornato in terra solo per deridere l’idiota genere umano.

Un povero diavolo come qualche miliardo di persone sulla faccia della Terra.

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L’IDEA
Compensazioni alternative
per stoppare chi inquina

Il tema è delicato e in genere viene affrontato in sede privata, mentre ci sarebbe tanto bisogno di trasparenza. In premessa si potrebbe riprendere il principio sancito dalla Unione Europea: “chi inquina paga”. Però sappiamo bene invece (Coase ne ha fatto un teorema) che chi inquina accetta di smettere se ha dei vantaggi e che chi è inquinato è disposto a pagare per stare meglio. Insomma non c’è giustizia in temi ambientali. Invece si potrebbe fare di più valutando delle compensazioni per chi subisce.
Si ritiene possa essere utile allora esprimere qualche considerazione sul complesso tema delle compensazioni, spesso presenti nei bilanci alla voce “esternalità”, su cui si ritiene e si rileva sia crescente l’attenzione e la necessità di un maggiore approfondimento.
Naturalmente si è consapevoli della complessità del tema, della aleatorietà di elementi oggettivi, della articolazione ampia di posizioni e di impostazioni, così come della problematicità e delicatezza dell’argomento. Lo scopo dunque è solo quello di porre il tema a chi potrà, con migliori elementi, portare contributi e valutazioni.
Va ricordato che il sistema tariffario non prevede l’introduzione di costi finalizzati ad attività di compensazione per impatti ambientali, né forme di incentivi per adeguamenti territoriali; esso è semplicemente orientato alla determinazione delle componenti dei costi del servizio di gestione del ciclo dei rifiuti urbani che costituiranno la tariffa da applicare in un determinato territorio.
Si evidenzia tuttavia che, in fase di costruzione di un impianto di smaltimento dei rifiuti, la necessità di realizzare opere aggiuntive finalizzate a mitigare le pressioni ambientali che l’impianto produce, fanno normalmente parte dei costi di realizzazione dello stesso impianto e che le misure di mitigazione ambientale in genere vanno a beneficio dell’area di influenza.
Le compensazioni ambientali non sono e non devono però essere il frutto di una semplicistica contrattazione economica tra l’amministrazione che potrebbe ospitare un impianto di smaltimento e il gestore dell’impianto stesso. Servono dunque criteri comuni di valutazione e di equità sociale e territoriale per corrispondere ai disagi e ai costi esterni generati dalla realizzazione dell’impianto, in quanto la stima dei costi esterni dovrebbe tenere conto dei reali impatti prodotti. Ma serve soprattutto considerare tra i destinatari i cittadini stessi.
Si potrà affrontare allora il tema degli “oneri accessori per interventi di mitigazione permanenti” che interessano il territorio in cui l’impianto si colloca (come la riorganizzazione del sistema viario, la creazione di aree a verde, altri interventi di mitigazione dell’impatto ambientale sul territorio).
In prospettiva è auspicabile che si vada verso una metodologia di calcolo semplificata e verso la definizione di uno standard, regionale o ancor meglio nazionale, di regolazione delle compensazione, fissando valori differenziati rispetto a diverse soluzioni impiantistiche e/o delle tipologie di rifiuti smaltiti e/o della provenienza dei rifiuti.
Il tema potrebbe essere allargato a molti altri settori di cui non ho esperienza, ma che facilmente si possono intuire.

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IL VETRIOLO
Guida semiseria al Jobs act

Ecco, ci siamo! Dopo mille annunci e montagne insormontabili di chiacchiere, ora il famoso jobs act è legge e dal 1° gennaio entrerà ufficialmente in vigore.
Con esso scomparirà definitivamente, per i nuovi assunti, il contratto a tempo indeterminato, sostituito da un sedicente “contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti” nel quale l’indeterminatezza resta solo formale, mentre le tutele crescenti sono rappresentate unicamente da un indennizzo che può arrivare fino a 24 mensilità. Al datore di lavoro infatti basterà inventarsi un motivo economico anche totalmente inesistente e potrà licenziare, previo pagamento dell’indennità, chi e quando vuole.
E però… c’è un però. Il lavoratore infatti può impugnare il licenziamento stesso in quanto discriminatorio e, se il giudice gli dà ragione, ottenere la cancellazione del licenziamento e il reintegro nel posto di lavoro, proprio come se ci fosse ancora l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Del resto, non si poteva cancellare anche questa possibilità: sarebbe stato contrario non solo alla ormai plurioltraggiata Costituzione italiana, ma addirittura alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo! Certo anche questo un testo appartenente ad un epoca remota e quindi probabilmente da rottamare, ma insomma… è evidente che ci sarebbe stato qualche problema di troppo.
Però, a pensarci bene, si tratta di un appiglio mica da poco!
Basti leggere quello che ha scritto qualche giurista certamente troppo “ideologico” e “di sinistra” sul sito wikilabour: «se le ragioni economiche poste a fondamento di un licenziamento risultano insussistenti, il licenziamento stesso si configura come licenziamento discriminatorio, in quanto, eliminata la causale economica, resta solo il fatto che l’impresa ha scelto di eliminare quel certo dipendente per sue caratteristiche personali non gradite: tal genere di licenziamento può sicuramente essere definito come discriminatorio».
Caspita! Il ragionamento, bisogna ammetterlo, non fa una grinza! E se davvero così fosse, quel ch’è uscito dalla porta potrebbe rientrare dalla finestra!
Ci pensate a come sarebbe incazzato il senatore Sacconi? O imbarazzato il Ministro Poletti?
Per essere proprio sicuri che funzioni, sarebbe però opportuno “rafforzare” le possibilità di veder riconosciuta una discriminazione. Ecco allora qualche consiglio per i neoassunti che vogliono aumentare la sicurezza del proprio posto di lavoro, creando le premesse per un possibile ricorso antidiscriminatorio:
1 – iscriversi alla Cgil (discriminazione per motivi sindacali);
2 – partecipare a tutti gli scioperi proclamati (idem);
3 – aderire a qualche setta religiosa sconosciuta (discriminazione per motivi religiosi);
4 – aderire ad un partito ultraminoritario (discriminazione per motivi politici);
5 – meglio ancora fondare un partito proprio e presentarsi alle prossime elezioni, ma in questo caso fare molta attenzione perché di questi tempi si rischia anche di vincerle!;
6 – dichiarare pubblicamente la propria omosessualità (discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale);
7 – prendere la cittadinanza marocchina o pakistana o di altro Paese straniero, preferibilmente africano o asiatico (discriminazione in base alla nazionalità di provenienza);
L’elenco potrebbe, ovviamente, allungarsi quasi all’infinito.
E’ solo uno scherzo? Certo, ma non lontano dalla realtà.
E’ tutta una follia? Appunto.

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LA STORIA
Al di là della porta dorata

da MOSCA – Quella porta bianca dalle ali dorate nasconde qualcosa di magico. Quella porta candida, l’entrata alla platea del magico ed eterno Bolshoi, schiude sogni e apre magie. Come sempre, insieme ai nostri amici incrociati lungo la strada, siamo lì anche a noi a sognare.
La campanella suona leggera, trilla piano piano, tintinna come se fosse sfiorata dalle ali di un cherubino. Delicata, dolce e amabile.

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Gli spettatori al foyer del Bolshoi

Così ci sarà aldilà delle lucenti vetrate? Cosa aspetta noi, il pubblico esitante e i ballerini eccitati ed emozionati? Quella porta rappresenta tutto, qualcosa di diverso per ciascuno di noi. Soprattutto per Daria e Ilya che hanno calcato i palcoscenici più famosi di tutta la Russia e che, oggi, esitano di fronte a quel mostro sacro. Il loro esordio in Romeo e Giulietta, dietro quelle tende imponenti sulle quali è ricamata la parola “Russia”, li fa tremare un po’. Timorosi ma felici.

Non è facile realizzare il sogno di una vita, quando si comprende che ci si è finalmente, e quasi incredibilmente, di fronte.
Hanno faticato, danzato, sudato, esitato, passato pomeriggi a provare e riprovare, a saltare, correre, piroettare, sfidare la pioggia battente e la neve incessante per arrivare in tempo alle prove, con il vento siberiano che faceva sobbalzare colbacchi e borse piene di fasce, corpetti, calzamaglie e scarpe da danza dalla dura punta di gesso. Gli scaldamuscoli non erano quasi mai sufficienti a riscaldare gambe fredde sui primi palcoscenici lontani di periferia. Ma poi erano arrivati luoghi più curati e riscaldati, la fatica e l’impegno li avevano sempre guidati, insieme all’amore per la danza, per la musica, per le note di quei compositori che avevano reso grande la Russia. Immensa, sterminata, smisurata, possente, materna e anche molto possessiva. Un Paese che, alla fine, li aveva accolti e compresi, fino a portarli di fronte ai più grandi ed esigenti pubblici. Fino al Bolshoi. Fino a quella porta dalle ali dorate. Ora erano lì, giovani, felici, innamorati di loro stessi e della loro arte, della loro passione travolgente, della loro vita.

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La porta dorata che conduce in platea

Dietro quella porta si stava per schiudere il sogno più sognato. Quella porta era pronta ad aprir loro un mondo magico e di fiaba. Dietro quella porta non vi era solo un traguardo tanto atteso ma anche il coronamento della loro storia d’amore. Perché Daria e Ilya si erano conosciuti nei camerini dell’antico Kirov e nella danza avevano alimentato anche il loro amore. Che, nel tempo, passo dopo passo, era cresciuto con loro e insieme a loro. Forte e vigoroso come i loro pas de deux, intenso come i volteggi e i salti verso il cielo. Dietro quella porta lui le avrebbe sussurrato, ancora e per sempre, le parole di William Shakespeare: “io desidero quello che possiedo; il mio cuore, come il mare, non ha limiti e il mio amore è profondo quanto il mare: più a te ne concedo più ne possiedo, perché l’uno e l’altro sono infiniti”. Un giuramento eterno.
Perché il loro sogno ora era realtà, mentre la porta si apriva.

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Il Paese che siamo

Allora diciamolo: siamo ancora un Paese con poca istruzione e con poca cultura. Per di più la tendenza è al peggioramento. La scarsa dose di questi ingredienti cucina sempre una cattiva democrazia e una cattiva libertà. I dati sono forniti dall’ Istat, nell’Annuario statistico italiano per il 2014.
Ci si iscrive di meno alle università, si legge poco e il 70% dei nostri connazionali non ha mai assistito a un concerto di musica classica.
Eppure la scolarizzazione nel corso degli anni è andata sempre crescendo, fino a raggiungere ormai il cento per cento dalla scuola dell’infanzia alla scuola media e il 99,3% dei giovani tra i quattordici e i diciotto anni. Ma, se solo tre cittadini su dieci sono in possesso di una qualifica o di un diploma d’istruzione secondaria superiore e solo uno su dieci possiede un titolo universitario, è indubbio che qualcosa non funziona per il verso giusto.
Un vero fallimento per il nostro sistema scolastico e universitario, che allontana sempre più non solo le prospettive di cambiamento, ma anche quelle della ripresa.
Prendersi cura dell’istruzione e della cultura è un atto d’amore. Ricordate Mor? Mor, ovvero Amore, nella Città del sole presiede all’educazione dei suoi abitanti, oltre che alla procreazione e al lavoro. Noi siamo in deficit su tutta la linea.
Voi direte che di utopia si tratta, ma vivaddio, tra utopia e distopia, tra il desiderabile e l’indesiderabile ci sta in mezzo un bello spazio da riempire.
Nell’ultimo anno, sei italiani su dieci non hanno letto neanche un libro, per non parlare dei quotidiani, in tanto la spesa delle famiglie italiane per il tempo libero e la cultura continua a calare, già è scesa del 6,9% rispetto al 2011. Le imprese culturali e creative si sono ridotte sempre più, con performance che sono le peggiori in assoluto del sistema produttivo preso nel suo insieme.
A leggere il rapporto dell’Istat si scoprono alcune cose curiose. Ad esempio che i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni sono i più assidui frequentatori di musei, luoghi archeologici e mostre, ma poi, appena arrivano ai 15 anni per l’80% non li frequentano più. Come è curioso che la quasi totalità dei bambini tra i 6 e i 10 anni nell’ultimo anno non abbia fatto l’esperienza di assistere a un concerto di musica classica.
Qui la scuola e i genitori c’entrano, eccome. Perché se alcune abitudini non si apprendono subito da piccoli, poi è assai difficile recuperare. È come imparare a camminare e a parlare, se fin da piccoli si familiarizza con l’arte e le sue espressioni poi non si dimentica più.
Questo Paese, che per lungo tempo ha considerato i musicisti baciati da Dio, ha evidentemente pensato bene di delegare tutto il lavoro a lui e di continuare a trascurare in modo indegno l’istruzione musicale dei suoi giovani. Nell’epoca degli alfabeti vecchi e nuovi, continuiamo ad essere e a crescere analfabeti musicali.
Che dire dei musei, dei monumenti e del patrimonio culturale? I dati ci suggeriscono che le scuole con le uscite e i viaggi di istruzione mettono in contatto i loro allievi con queste realtà. Ma poi non sono in grado di trasformare queste esperienze in interesse, in abiti persistenti nel corso della vita.
C’è un tema su cui sarebbe davvero opportuno soffermarsi a riflettere. Mi limito a citarlo. È quello delle reti. Riuscire a far rete tra sistema formativo e sistema culturale, attraverso finalità e progetti condivisi. L’obbligo per le scuole di avere personale sempre più qualificato nei settori della musica e delle arti e per le istituzioni culturali di attrezzare qualificate sezioni didattiche che interagiscano con le scuole.
Manca proprio l’idea di sistema e, di conseguenza, anche l’informazione, una informazione coordinata e ragionata, che consenta alle persone di conoscere e di poter scegliere.
A livello nazionale e locale perdurano la trascuratezza e l’incapacità di legare lungo il filo comune dell’educazione permanente tutte le attività organizzate dal sistema pubblico e privato finalizzate all’istruzione e alla crescita culturale dei cittadini.
La formazione permanente registra un dato poco confortante. A livello nazionale solo il 6,6% è impegnato in attività formative tra i 25 e i 64 anni, una cifra assai modesta, inferiore a quella dei paesi più avanzati d’Europa, tutti oltre il 10%, e assai lontana dagli obiettivi europei da qui al 2020.
Esistono i CTP, ora CPIA, Centri per l’istruzione degli adulti, forse pochi ne conoscono l’esistenza. Centri per l’alfabetizzazione degli adulti, in particolare migranti, e per il recupero dei titoli di studio, licenza media e diploma tecnico o professionale. Nonostante i meriti acquisiti sul campo, nell’epoca della società della conoscenza, proclamata solo a parole, sono ormai attrezzi superati.
Perché è del tutto insufficiente un approccio basato sull’ottica scolastica del recupero dei titoli di studio, su un elenco di qualifiche professionali e su un catalogo di occasioni culturali del tutto inadeguato. Un’offerta incapace di motivare l’interesse a ritornare ad apprendere.
Non può essere la scuola, per di più trascurata e con personale vergognosamente mal pagato, l’unica istituzione a cui affidare l’istruzione.
Per costruire la società della conoscenza è quanto mai urgente fare rete sul territorio, organizzare e coordinare gli interventi di tutti gli attori, quelli pubblici, Stato, Regioni ed enti locali, e quelli privati, imprese, terzo settore e individui.
Operativamente si dovrebbero organizzare campagne pubbliche di informazione e di sensibilizzazione che motivino i cittadini a partecipare, anche prevedendo piani straordinari per i gruppi più deboli, con incentivi e facilitazioni in tempo e in denaro.
Disporre di strutture specificatamente dedicate a svolgere percorsi di istruzione permanente dei cittadini, individuando tempi, luoghi e modi originali di apprendimento. Senza dubbio il festival dell’apprendimento, che ogni anno si celebra in tante parti del mondo, ma non nel nostro Paese e nelle nostre città, costituisce una chiave di successo su questa strada.
Si tratta di un complesso mix di analisi sociale, di orientamenti culturali condivisi, di organizzazione di reti che va affrontato con una costante e lungimirante regia politica, riorganizzando nel modo migliore le risorse disponibili, avendo soprattutto molta più cura e amore per i nostri figli e per noi stessi.

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IL FATTO
Base scientifica e cultura manageriale, il vento del settore culturale sta cambiando

Lo si sente dire in ogni occasione: viviamo ormai nella società della conoscenza. Spesso ci si riferisce alle innovazioni dell’Ict, senza fermarsi a riflettere sulle implicazioni per quanto riguarda il patrimonio artistico e culturale e per la sua gestione, in particolare in un paese come il nostro. L’aumento dei livelli di formazione e del tempo libero hanno contribuito alla crescita dei consumi culturali di massa e alla creazione di un’economia della cultura. È sempre più necessario avere, o essere in grado di reperire, le competenze per rispondere a bisogni nuovi da parte di pubblici diversificati, senza per questo derogare alle finalità di ricerca, tutela, educazione, che rappresentano la cifra specifica del settore culturale; anzi dimostrando che solo per queste vie si può veramente far emergere a pieno tutto il potenziale del patrimonio culturale italiano. Non uno sfruttamento ma una sua reale valorizzazione, imprescindibile dalle esigenze di tutela, e la consapevolezza dell’importanza del settore delle industrie creative sono due strumenti fondamentali per far uscire l’Italia dalla crisi. In altre parole, c’è bisogno di un nuovo modello per il settore culturale italiano, con istituzioni più inclusive, in grado di dialogare con realtà private e di relazionarsi con le innovazioni che provengono dall’industria creativa, tutto ciò a livello non solo nazionale ma anche europeo. L’obiettivo deve essere quindi uno sviluppo armonico fra componenti di carattere culturale, sociale, civile ed economico.

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Anna Maria Visser e Fabio Donato alla cerimonia di ottobre per i 10 anni del master

Lo sanno bene Anna Maria Visser e Fabio Donato, che hanno adottato questo approccio per il Musec. Nato nell’anno accademico 2003-2004 come corso di perfezionamento dell’ateneo ferrarese in Economia e management dei musei e servizi culturali, dal 2011 il Musec è diventato un vero e proprio master internazionale che si propone di fornire competenze nel campo della pianificazione e della programmazione culturale in senso lato, dal turismo culturale alle istituzioni museali, dall’arte contemporanea alle performing arts. Il master è giunto ormai alla sua undicesima edizione, ma “quando abbiamo iniziato era il deserto, poi la struttura del corso è diventato un modello per altri atenei che hanno dato vita a proposte formative similari”, ci spiega Anna Maria Visser. “Quello che ci differenzia dopo tanti anni credo sia l’interdisciplinarietà vera e vissuta in cui crediamo molto – continua la professoressa – anche nelle attività e nel dibattito all’interno della classe c’è complementarietà fra i vari ambiti e questo determina una grande apertura mentale nei corsisti”. Sfera economica e sfera umanistica si compenetrano, infatti, grazie all’interazione fra i due direttori, nominati dal Ministro Dario Franceschini componenti del comitato tecnico-scientifico per l’economia della cultura e del comitato tecnico-scientifico per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico del Mibact. La professoressa Visser, archeologa e museologa, è stata direttrice dei Musei di Arte antica di Ferrara, presidente Anmli (Associazione nazionale musei locali e istituzionali) e membro del Consiglio direttivo di Icom Italia (International council of museums); mentre il professor Donato è docente di Economia e management delle organizzazioni culturali, membro del Consiglio direttivo di Encatc (European network for cultural administration training centres) e dal 2013 è rappresentante italiano nel comitato di programma di Horizon 2020 (Programma Quadro della ricerca europea per il periodo 2014-2020). Proprio “la visione europea e la forte compenetrazione fra teoria e prassi” per Fabio Donato sono le ulteriori specificità del master, “insieme al sempre maggiore focus in questi anni sulla logica dell’imprenditorialità nel settore culturale e creativo”.

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Visita degli studenti allo spazio espositivo di Punta della Dogana, Fondazione François Pinault

“Trattandosi di un master che deve sviluppare o migliorare le competenze pratiche” oltre alle lezioni frontali, grande attenzione viene data “alla partecipazione attiva dei corsisti attraverso attività laboratoriali e alla presentazione di casi studio” perché l’obiettivo, afferma la professoressa Visser, “non è solo la trasmissione di conoscenze, ma anche il confronto e la sperimentazione diretta di realtà culturali di importanti città d’arte italiane ed europee”: “ci sono docenti e casi di eccellenza che cerchiamo di riproporre perché sono fondamentali, poi di anno in anno l’offerta formativa si struttura in ragione delle tematiche più d’attualità”. Un’importante esperienza formativa è rappresentata anche dal tirocinio presso istituzioni e aziende che fanno parte di una rete ampia e prestigiosa consolidata negli anni.
Fra le novità del bando 2014-2015 (deadline: 19 gennaio 2015) ci sono le agevolazioni a copertura parziale o totale del contributo di iscrizione, grazie alle borse di studio messe a disposizione dai partners privati: Samsung, Berluti, CoopCulture e la famiglia Ludergnani insieme al Rotary Club di Cento. “Purtroppo quest’anno è venuto a mancare il sostegno dei voucher regionali per la formazione e quindi abbiamo messo in pratica quello che insegniamo in aula: interpellare i privati perché investano in cultura. È stato stimolante, sia perché abbiamo ricevuto buoni riscontri, sia perché si attiva un cambiamento radicale di mentalità presso i privati e nella struttura dell’ateneo”, confessa la professoressa Visser.
Quando, infine, le abbiamo domandato perché nell’Italia del 2015 si dovrebbe scegliere di specializzarsi nella gestione del patrimonio artistico e culturale e del settore creativo, ha citato le parole dl Ministro dei Beni Culturali e del Turismo Franceschini: “Si cerca una nuova forma, dando maggiore autonomia, premiando i musei virtuosi, mettendo a dirigere i musei persone che hanno una formazione specifica […] Non penso a manager che si sono occupati di tondini di ferro o di edilizia, ma a storici dell’arte, archeologi, architetti che hanno fatto master di formazione per la gestione dei musei, che hanno diretto altri musei nel mondo e che, avendo una base scientifica, possono portare una cultura manageriale capace di far funzionare i nostri musei.” Finalmente il vento sta cambiando, sembra volerci dire la professoressa Visser.

Per maggiori informazioni sul Master Musec vedi [vedi]

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Il desiderio di previsioni sul futuro

All’inizio di un nuovo anno il discorso sul futuro prende la forma di bilanci e di previsioni. I bilanci si basano sui fatti e le previsioni sulle speranze. Soprattutto a queste cerchiamo sostegno negli oroscopi. Il futuro ci attrae e ci inquieta al tempo stesso. Ci riferiamo al futuro per parlare di dimensioni diverse: l’avvenire nostro, del Paese o del mondo, per parlare di una crescita che non appare all’orizzonte. Cerchiamo di colorare la parola futuro di significati buoni, riferendoci ad esempio, allo sviluppo sostenibile o alle conquiste scientifiche e alle meraviglie dell’innovazione tecnologica.
Le emozioni esistenziali legate al pensiero del futuro non cambiano. Anche se la scienza dei ‘big data’ si propone di leggere le tendenze leggendo il presente, il futuro resta incontrollabile, né potrebbe essere altrimenti. Pur disponendo di una mole di dati più alta, non abbiamo l’impressione di una maggiore prevedibilità delle vicende umane. Il futuro, tanto quello storico quanto quello personale, si sottrae a qualunque previsione. Nella nostra vita fronteggiamo spesso eventi che non abbiamo voluto: facciamo i conti con la scarsa capacità di pianificare le nostre azioni e, ancor più, di controllare quelle degli altri.
Oggi viviamo il futuro con maggiore ansia e sconcerto rispetto al passato. La ragione sta forse in una velocità del cambiamento superiore a quella che siamo in grado di metabolizzare. Inoltre, il cambiamento prende spesso la forma di una sfida, perché ci chiede competenze nuove per abitare il presente e ci trasmette la percezione di un inseguimento continuo delle novità, inseguimento in cui ci sentiamo perdenti. Mentre si esalta un’idea di individuo artefice del futuro, padrone delle scelte, libero di decidere, si diffonde la percezione di essere in balia di eventi grandi e incontrollabili.
Le nostre pratiche quotidiane incidono nella costruzione del futuro. Mentre pensiamo il mondo, lo costruiamo con il nostro linguaggio e le categorie con cui lo interpretiamo. Persiste nella mente di ognuno di noi, ancorché frustrata dalle evidenze, un’idea di futuro come progetto razionale e controllabile, come passaggio lineare dal bene al meglio, come possibilità di un punto di approdo a cui arrivare, una condizione in cui finalmente sarà possibile riposarci, trovare la riva. E’ così, se scriviamo un pezzo o eseguiamo un compito, diciamo con soddisfazione “fatto” per trovarci di nuovo di fronte all’ansiogena lista delle cose che restano da fare. Siamo condannati ad un domani che riproduce le questioni di oggi e che genera di continuo compiti, domande, sfide la cui responsabilità è solo nelle nostre mani.
Parlare di futuro in termini sociali significa evocare un mondo migliore o peggiore, ma diverso. Il discorso sociale sul futuro non può che avere al centro l’apprendimento: inteso come istruzione e riflessività, come capacità di riconoscere e integrare le differenze. Pensiamo il futuro come un magazzino di possibilità, una serie di orizzonti che si spostano con noi man mano che avanziamo lungo l’asse dei presenti successivi. Non possiamo andare oltre nelle capacità di previsione. Il modo migliore per immaginare altre vite è comprendere il presente, senza demonizzarlo, rafforzando la pratica di “congetture razionali”.

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi e Social Media Marketing. Studia i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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Nazzarena Poli Maramotti, un’artista distante dai nidi sicuri

di Silvia Cirelli

Nel vasto panorama artistico attuale s’incontrano spesso forme espressive che sentono il bisogno di identificarsi in un determinato percorso culturale, quasi a voler legittimare la propria identità nella facile rintracciabilità di un luogo e di un tempo ben definiti. Distanti da questo “nido sicuro”, ci sono invece ricerche che abbandonano completamente questa necessità di appartenenza, distinguendosi per l’audacia con la quale superano i comuni approcci stilistici. Sono sintesi poetiche che fuggono da una qualunque limitazione di confine e che soprattutto spingono la narrazione verso l’esplorazione di una vera e propria esperienza estetica. E’ in questo terreno sperimentale che s’incrocia il percorso di Nazzarena Poli Maramotti, protagonista di questa mostra.

Senza farsi spaventare dalla complessità dei processi sociali che ci segnano, o dal bisogno di tradurre la storia culturale attuale, Nazzarena Poli Maramotti esplora i limiti dei vincoli espressivi, orientandosi verso una rappresentazione che non vuole e non deve trovare una sua precisa definizione.
Sospesa fra astrazione e figurazione, la simmetria creativa di questa interprete non può essere circoscritta a un unico linguaggio, è proprio nell’intervallo assenza-presenza, che l’artista riesce a creare la giusta aderenza lessicale, è solo nella precarietà di una deformazione – intesa come alterazione del soggetto – che trova lecito catturarne la vera essenza.
Con Nazzarena Poli Maramotti facciamo esperienza di una “terra di mezzo”, un luogo apparente, dove le consuete barriere strutturali sono ribaltate, per lasciare il posto a una dimensione intimista, che cresce quasi inconsciamente, assieme alla realizzazione dell’opera. Non vi è alcun ostinato controllo sul percorso produttivo, ma la consapevolezza di una naturale casualità espressiva: si parte da un’iniziale idea di fisionomia, che inevitabilmente si disperde poi nel processo pittorico. La figura cede la sua forma e la sua identità all’evoluzione creativa, con una metamorfosi spontanea che sconfina nel virtuosismo allegorico.
La rappresentazione raggiunge così un livello sensoriale supplementare, che fa proprio della dissolvenza del soggetto il suo punto di forza.
Esempi di questa particolare sintesi poetica sono opere come Anatomia (2014) o Venere (2013), entrambe raffiguranti soggetti che però non vengono effettivamente ritratti, nel senso comune del termine. Nella tela Anatomia, il busto disteso di un uomo gradualmente “si consuma”, confondendosi nel buio di uno scuro e anonimo scenario; nell’opera Venere, di nuovo, le forme della nota dea romana, da sempre simbolo ideale di bellezza, si dissolvono fino a diventare del tutto irriconoscibili.
Nazzarena Poli Maramotti oltrepassa completamente l’universale definizione di ritratto, “quando ritraggo”, come lei stessa afferma, “prendo elementi del soggetto che meglio m’indicano la strada verso il mio luogo, fondendo la sua identità alla mia”. Non è dunque la fisionomia a dare una solida consistenza espressiva, quanto invece la sua primordiale essenza.

Ed è proprio l’Essenziale al centro di una ricerca intimista che l’artista ha percorso nelle sue prime opere, una ricerca che trova eredità all’interno del recupero di alcuni autori del passato. In lavori come Senza Titolo (serie del Tiepolo), Scena Sacra, Epopea, o la stessa Venere, Nazzarena Poli Maramotti riprende vari strumenti tecnici – la prospettiva, il colore, la luce – di grandi maestri, quali ad esempio il Tiepolo, personalizzandone però la consistenza percettiva. Non vi è dunque alcun tentativo d’imitazione, quanto invece la volontà di assimilare ed estrapolare l’essenza del soggetto pittorico, per poi creare una “realtà diversa”, nuova ed esclusiva. All’artista non interessa trovare un’autodefinizione, tanto meno storicizzare il contenuto del messaggio metaforico, il rimando a pittori del passato è un punto di partenza dal quale costruire un universo immaginario, un viaggio, un “luogo di respiro” – come lei stessa lo definisce – che riadatta completamente il soggetto pittorico.

L’equilibrio fra astrazione e figurazione, fra rivelazione e occultamento sono risonanze ricorrenti nella dialettica di questa giovane interprete ed evidenziano la propensione verso la conquista di una trasformazione. Nell’arte di Nazzarena Poli Maramotti nulla rimane inalterato, siamo sempre partecipi di un processo mutevole, di una metamorfosi in evidente e costante movimento. Con ritmo eufonico, le opere esaltano la vorticosa transitorietà di un atto, che restituisce al soggetto la sua insita natura “in divenire”.
Un lavoro che racchiude perfettamente questa mutevole trasfigurazione è l’emblematica tela Angsthase (2014) – in tedesco letteralmente “coniglio codardo” – che ritrae la figura di un coniglio appeso. Le sembianze sono ancora una volta stravolte, ma quello che innanzitutto colpisce è la ridefinizione dei codici spazio-temporali che l’artista attribuisce alla scena. Ciò che in principio doveva raffigurare una natura morta, un coniglio inanimato e inerme, presto lascia il posto a un dinamismo strutturale che scredita completamente l’intenzione pittorica iniziale. La fisionomia del coniglio si esaurisce a poco a poco sotto il vigore di pennellate incisive, segni di fuga che fanno intendere in realtà quanto l’animale sia in movimento, in fuga per l’appunto.

Questo processo di trasformazione, maggiormente maturo nelle ultime opere, non solo segna una consapevole evoluzione stilistica, ma conferma la scoperta di una nuova intensità poetica, capace di tradurre l’autenticità di una tensione. In opere recenti come Tornado o I Cani, infatti, Nazzarena Poli Maramotti spinge l’espressione estetica verso l’interpretazione di un’azione, tanto volubile quanto densa. La narrazione si carica di un’inspiegabile energia che quasi intimorisce per la propria prepotenza. Non è più importante intuire le fisionomie dei soggetti, tanto meno soffermarsi sulle presenze-assenze, è la tensione esasperata, l’unica vera protagonista della scena. Una tensione che, incontrollabile e corporea, attraversa l’intera opera, senza però mai occuparla, senza esserne prigioniera.

Galleria Marcolini
13 dicembre 2014 – 22 febbraio 2015
Nazzarena Poli Maramotti | ARGONAUTA
a cura di Silvia Cirelli

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Selfie, cinema e narcisismo

La tecnologia informatica, con la rete che connette ogni soggetto con il tutto indistinto del web, con i suoi vari strumenti, Facebook, Tweeter etc., propone in qualche modo un individuo al centro del mondo, o almeno questa è la illusione che ogni navigatore, in qualche modo, culla e insegue.
E’ stato calcolato che tra il 30% e il 50% delle foto scattate dai giovani adolescenti siano selfie: una autorappresentazione di una massa sconfinata di utenti che propongono la propria immagine, pensando in qualche modo a una promozione narcisista di sé.
Non solo la propria immagine, ma anche dove sei, con chi sei, cosa fai, cosa cucini o cosa mangi; un gigantesco ininterrotto rimbalzo di centinaia di milioni di utenti dei social media, continuamente connessi ognuno individualmente con tutti.
L’iconografia proposta è quasi sempre ricca e appagante, spensierata e felice h.24; nessuno spazio per dubbi, ombre, riflessioni, amarezze; una umanità apparentemente felice e spensierata, esasperatamente socializzata, in realtà frantumata e disancorata; una monade che non desidera interagire in profondità nella sfera della emotività, del confronto, della riflessione, inevitabilmente incerti e faticosi.
Recentemente, in un festival del documentario scientifico, di cui ero in giuria, un esperto in comunicazione rilevava la grande difficoltà da parte di studenti tra i 16/22 anni, chiamati a votare, di sostenere la visione di filmati, sia pure interessanti e godibili, ma che avevano il “torto” di durare più di qualche minuto.
Così come la scrittura digitale sta portando ad una eccessiva semplificazione del linguaggio e ad una drammatica desertificazione nei vocaboli usati e nella struttura del discorso.
Un comportamento culturale in cui il soggetto soffre le riflessioni e i tempi di una proposta esterna a sé, e che si contrappone all’essenza del cinema, che è rappresentazione del mondo, in una visione che dal soggetto/autore si amplia e si estende, approfondendola, nel bisogno di uscire dal “sé”, con modi e tempi imposti, insopportabili per i nostri solitari narcisi.
La ricchezza, se si vuole la magia, del cinema, sta proprio nella sua capacità di farci conoscere luoghi, storie, comportamenti, sentimenti, emozioni.
Se facciamo caso, in un giorno qualsiasi, al pubblico in una sala cinematografica, constateremo che in gran parte è composto da grigi: scarsa la presenza di pubblico giovanile, che quando va in sala la maggior parte delle volte si orienta verso il cinema di fantasy o di computer grafica, che ripercorre, in qualche modo, modi e contenuti del web e della rete.
Per il cinema la sfida sarà, nei prossimi anni, quella di riuscire ad intercettare tanti piccoli individualistici selfie-man, senza perdere quelle caratteristiche che ne hanno fatto la settima arte.
Considerato che, ad ogni cambio di tecnologie, si è gridato “il cinema è morto”, salvo accorgersi che poi risorge dalle ceneri, restiamo dunque ottimisti e sogniamo di essere immersi, con tanta gente, nella sala buia…

TEST DI CULTURA CINEMATOGRAFICA
E come sempre, un piccolo test, stavolta tutto Woody: non sarà facile, ma un’occasione comunque per sorridere con un amico che da tanto tempo ci accompagna, con rassicurante ironia, e con la sua personale ossessione, il Sesso… per le risposte clicca qui

1) “Ma tu mi ami?”, “Amore è un termine troppo debole per… ecco, io ti straamo, ti adamo, ti abramo.”

2) “Non sono i sei milioni di ebrei che mi preoccupano, è che i record sono fatti per essere battuti.”

3) “Considerato che sei morto, stai da Dio.”

4) “Credo di essere mezza santa e mezza vacca.”, “Scelgo la metà che dà il latte.”

5) “Ho scritto molti saggi sulla psicanalisi, ho lavorato con Freud a Vienna. Ci dividemmo sull’invidia del pene: Freud pensava di doverla limitare alle donne.”

6) “Dopo aver perso le gambe, ha trovato Dio.”, “Scusa ma… non mi sembra un granché come scambio.”

7) “Sei il più grande amatore che ho avuto!”, “Beh… Io mi alleno tanto da solo.”

8) “L’amore penetra nel profondo, il sesso è solo questione di pochi centimetri.”

9) “Presto avremo un bambino”, “Scherzi?”, “No, avrò proprio un bambino: me l’ha detto il dottore… sarà il mio regalo per Natale!”, “Ma a me bastava una cravatta!”

10) “La sola volta che Rifkin e sua moglie arrivarono ad un orgasmo simultaneo fu quando il giudice porse loro la sentenza di divorzio.”

11) “Io sono un uomo all’antica. Non credo nelle relazioni extraconiugali. Ritengo, invece, che la gente dovrebbe restare sposata per tutta la vita, come i colombi e i cattolici.”

12) “Ti masturbi? Io preferisco a fare sesso. Ieri sera mi sono messo su una cosetta a tre: io, Marilyn Monroe e Sophia Loren. Credo, tra l’altro, che fosse la prima volta che le due grandi attrici apparissero insieme.”

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LA NOVITA’
Dalla-Roversi: Nuvolari, l’Avvocato & altre storie

“Nuvolari è basso di statura, Nuvolari è al di sotto del normale, Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa… Nuvolari ha un talismano contro i mali…”. Questa frase è del poeta bolognese Roberto Roversi, che Lucio Dalla musicò nel disco “Automobili”, terzo lavoro di una collaborazione tanto preziosa quanto anomala, certamente indimenticabile.
Dal 1973, con l’album “Il giorno aveva cinque teste” e sino al 1976, con “Automobili”, passando per “Anidride solforosa” del 1974, si realizza una delle più importanti simbiosi artistiche della storia della musica italiana, nata grazie all’intuizione del produttore Renzo Cremonini, che li fece incontrare.
Roberto Roversi è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, oltre che scrittore, giornalista e libraio. Ha fondato la rivista “Officina” assieme a Pier Paolo Pasolini; dopo la pubblicazione per Einaudi di “Dopo Campoformio”, si è costantemente rifiutato di affidare le sue opere ai grandi editori, limitando la sua produzione a tirature limitate di cui si è occupato personalmente. Con lo pseudonimo di Norisso ha scritto canzoni anche per gli Stadio, tra queste la nota “Chiedi chi erano i Beatles”.

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Il volume con l’opera di Roberto Roversi e Lucio Dalla

Canzoni quali “Anidride solforosa”, “Il coyote”, “Il motore del 2000” e “Nuvolari”, sono ancora amate e attuali. Sony Music ha pubblicato un cofanetto che contiene i tre album pubblicati negli anni settanta e un quarto CD con 10 brani inediti, un parlato tratto da un concerto del 1973 e 3 demo, oltre a un libro di 200 pagine. Antonio Bagnoli, nipote di Roversi, ha raccolto fotografie, manoscritti, dattiloscritti di lavorazione, inediti e lettere tra i due artisti bolognesi, vere e proprie testimonianze del loro sodalizio artistico.
Il cd di inediti contiene anche i “famosi” brani esclusi da “Automobili”, insieme ai provini (accompagnati dal solo pianoforte) di “Carmen Colon”, “Parole incrociate” e “Nuvolari”, quest’ultima versione è più lenta e melodica rispetto a quella del disco. Tra i live ci sono i brani dello spettacolo teatrale “Enzo Re” e la versione integrale di “Intervista con l’avvocato”.
Dagli scritti si evince un burrascoso rapporto tra i due, ma di stima assoluta, tanto che negli ultimi anni arrivarono ad ammettere l’importanza di quel loro rapporto tanto combattuto, fonte d’ispirazione e di cambiamento del loro modo di essere artisti. Il rapporto s’interruppe dopo l’uscita dell’album “Automobili”. Roversi non si riconobbe nella versione discografica, priva delle cinque canzoni più politiche e di due strofe del brano “Intervista con l’avvocato”. Il poeta accusò Dalla di non avere difeso adeguatamente il progetto e decise di firmare i brani con lo pseudonimo di Norisso.
Successivamente, sollecitato e fortemente incoraggiato da Ennio Melis, l’allora direttore generale della Rca, Dalla iniziò a scrivere anche i testi delle sue canzoni che furono raccolte nell’album “Com’è profondo il mare”. Da quel momento ebbe inizio una terza vita artistica per il cantautore bolognese che lo portò a essere uno dei maggiori protagonisti della scena musicale italiana e poi, grazie a “Caruso”, anche di quella internazionale.
La riappacificazione tra i due grandi artisti avvenne negli anni novanta, quando Dalla incise, nel suo album “Cambio”, il brano “Comunista” e musicò i testi del poeta bolognese per la messa in scena dello spettacolo teatrale “Enzo Re”, avvenuta per la prima volta a Bologna, nel giugno del 1998.
I tre album, frutto del loro sodalizio artistico, rappresentarono una novità nell’ambito della musica d’autore italiana e ora, dopo quarant’anni, mantengono inalterato il loro fascino di mistero poetico e monumento alla creatività. Per comprenderli pienamente non basta ascoltarli distrattamente o inserirli in uno smartphone qualsiasi ma, vanno “letti” e soprattutto ci si deve abbandonare all’ascolto, cercando di assimilare ogni strofa, frutto di ore di pensiero e discussione.

A Lucio Dalla è attribuita questa frase: “Se non avessi incontrato Roberto Roversi, adesso farei l’idraulico”. Il cantante bolognese decise di iniziare seriamente la collaborazione con il poeta nel momento in cui lesse “… nevica sulla mia mano e il mio cavallo è oramai lontano”, un verso del brano “La canzone di Orlando” scelto oggi come titolo del cofanetto riepilogativo della loro storia artistica e prima scintilla di creatività dell’album “Il giorno aveva cinque teste” che decretò la metamorfosi artistica di Dalla, dopo la fine dei fasti sanremesi dei primi anni settanta.

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LA NOTA
Ferrara innevata, dolce vedere

Eccola, è arrivata la neve. Piano piano. I tetti sono bianchi, l’atmosfera magica, quella di una favola natalizia che finalmente arriva e spazza via residui d’influenza e di raffreddori stagionali.
Ferrara bianca è ancora più bella, i tetti del centro storico sembrano quelli delle storie abitate da folletti che saltellano qua e là alla ricerca di camini caldi e panettoni appena sfornati.
ferrara-neve1 ferrara-neveSe socchiudiamo gli occhi vediamo una slitta, una renna che porta doni e dolcetti profumati. Ci viene quasi la tentazione di lasciare una carota sull’antico e severo balcone, perché quel tenero animale la possa cogliere al volo. La tavola della colazione è ancora apparecchiata, questa mattina. Il caffellatte fumante, lo stesso che avevamo preparato per Babbo Natale, è finito, ma mentre la neve scende ci viene voglia di prepararne subito un altro. Un biscottino croccante preparato in casa fa ancora capolino dal piattino abbandonato sulla tovaglietta di pizzo. Visto che fuori nevica, meglio accomodarsi di nuovo, comodamente, e gustarselo fino in fondo. Non capita tutti i giorni di starsene chiusi al caldo, dietro le tende ricamate, a godersi la pace della propria città natale. Una città che accoglie, come una madre che aspetta da lungo tempo, pronta ad abbracciare i suoi figli infreddoliti e stanchi rientrati da molto lontano. Con calore, sempre, con braccia enormi e avvolgenti. Quasi una candida coperta morbida con piccoli gufi colorati disegnati sopra. Quasi un cuscino di piume d’oca pronto ad accogliere pensieri stanchi. È meravigliosa Ferrara, quando nevica, calda e accogliente come mia madre. Lei, sempre e solo lei, lì ad aspettarmi. Comunque.

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Dario Fo e Franca Rame: giullari al servizio della gente

STANDING OVATION: I PIU’ ACCLAMATI SPETTACOLI TEATRALI DEL XXI SECOLO
Dario Fo e Franca rame, Teatro Comunale di Ferrara, dal 5 al 10 marzo 2002

Vanno in scena al Teatro Comunale due appuntamenti con il teatro di Dario Fo: “Lu Santo jullare Francesco”, cui faranno prossimamente seguito gli atti unici “Una giornata qualunque”, “Grasso è bello”, “Sesso? Grazie, tanto per gradire” e il lancinante “Lo stupro”, con l’interpretazione di Franca Rame. Dario Fo (Varese, 1926): autore, attore e regista, nonché Nobel per la Letteratura, è balzato alla ribalta nel 1953 con la rivista satirica “Il dito nell’occhio”. Successivamente, fondata la compagnia teatrale con la moglie Franca Rame, ha creato e allestito fino ad oggi numerosissime opere con taglio prevalentemente socio-politico: da “Settimo: ruba un po’ meno” (1964) a “La signora è da buttare” (1967), da “Mistero buffo” (1969) a “Morte accidentale di un anarchico” (1971), sino ai più recenti “Fabulazzo osceno” (1982) e “Il papa e la strega” (1989).
Riguardo allo spettacolo di stasera, va ricordato che fu proprio il futuro Santo ad autodefinirsi giullare: infatti, ripudiando il canonico sermone, egli amava predicare ai fedeli con lo strumento della giullarata, di cui conosceva e applicava la tecnica e le regole. «Al tempo di Francesco – spiega lo stesso Dario Fo – definirsi giullare, seppure “al servizio di Dio”, era una vera e propria provocazione al limite della blasfemia. Francesco era dotato di una mimica e di una comunicativa davvero eccezionali! E riusciva a farsi capire, davanti alle folle straripanti di tutti i borghi e di tutte le città d’Italia, grazie appunto al particolare linguaggio dei giullari, un linguaggio fatto di termini pescati qua e là in tutti i dialetti, con iterazioni continue, termini latini, spagnoli, provenzali e perfino napoletani e siciliani». La rappresentazione prende le mosse dall’orazione che Francesco, trovandosi a Bologna il 15 agosto del 1222, era stato invitato a tenere sul tema in quel periodo più caro ai felsinei: la guerra riesplosa contro gli ‘storici’ nemici imolesi. Occasione in cui egli preferì sostituire alla canonica omelia in latino l’amata “concione giullaresca” in lingua volgare.
Franca Rame, dal canto suo, indaga l’universo femminile affrontando due tematiche privilegiate: il rapporto di coppia e il rapporto con i figli, interpretando sulla scena due personaggi-prototipo: Giulia e Mattea. «“Una giornata qualunque” e “Grasso è bello” sono due testi cattivi come pochi altri. La comicità qui è data dai paradossi, ma la cattiveria è quella che l’interprete esercita sul suo pubblico per informarlo, per educarlo, per metterlo violentemente di fronte ai propri difetti, ai propri limiti. E, in ultima analisi, per aiutarlo a cambiare se stesso e il mondo».

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Stefano Tassinari: riflessi di utopie

Il compianto Stefano Tassinari è altro nome nel panorama letterario ferrarese a suo tempo, ma giustamente nella memoria ancora recentissima, sia rilevante che noto nel panorama italiano ed intellettuale, almeno di certa area politico/culturale. Tra le sue diverse opere: “Riflesso di ruggine” (Cooperativa Charlie Chaplin, 1980), “All’idea che sopraggiunge”, (Corpo 10, 1987), “Ai soli distanti” (Moby Dick, 1984), “Assalti al cielo. Romanzo per quadri” (Calderini, 1998), Perdisa (2000), per i caratteri di Marco Tropea Editore “L’ora del ritorno” (2001), “I segni sulla pelle (2003), “L’amore degli insorti” (2005), “Il vento contro” (2008), “D’altri tempi” (Alegre, 2011).
Come ad esempio G. Testa e M. Felloni, quello di Tassinari è sempre stato un fare parola e fare scrittura di cifra moderna e socialmente impegnata, secondo un certo ‘c’era una volta’ squisitamente utopico. Va da sé, come per D. Marani, un certo stile o anti-stile prossimo alla sperimentazione sul linguaggio in Tassinari del post Gruppo 63: nel primo come mutazione estetica, nel secondo come consapevole destrutturazione della parola coercitiva e autoritaria, secondo certa ideologia sempre sottostante la narrazione di Tassinari.
Operazione quest’ultima, certamente non facile, storicamente si sa poi quasi implosa, ma in Tassinari, pur senza mai velleità alla Carmelo Bene o lo stesso Giorgio Gaber, ma sia ben chiaro pertinenti in queste figure specchio, d’altro medium d’arte, ben digitata… in circuiti e logiche del senso utopiche e poco militanti, nonostante apparenze appunto apparenti. In tal senso, la penna di Tassinari, un poco, relativamente ovvio, come il Lenin di Majakovskij (destinato ad azzerare quasi il memo storico ed estrarre per l’avvenire soprattutto la dinamica poetico-rivoluzionaria) è destinata nell’avvenire presente alle sue impronte durature più affascinanti.
Più nello specifico, è stato anche giornalista (Il Manifesto, Liberazione ecc., anche per testate estere), animatore culturale (a suo tempo curò e diresse la rivista Luci della Città e in seguito Letteraria), art director di rassegne letterarie quali “La parola immaginata” e “Ritagli di tempo” (Itc Teatro di San Lazzaro), autore di documentari in Italia e all’estero (Nicaragua, Spagna, ex Jugoslavia, ecc.). Autore anche di programmi radiofonici per Rai radio 3 e testi teatrali, ha collaborato con numerosi scrittori, registi, attori, artisti italiani e stranieri: tra essi, Leo Gullotta, Ottavia Piccolo, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Silvano Piccardi, Antonio Catania Renato Carpentieri, Marcello Fois, Mauro Pagani, Patrizio Fariselli, Luca Gavagna e Dario Berveglieri

Per saperne di più visita le pagine dedicate a Stefano Tassinari su Wikipedia [leggi]

*da Roby Guerra, Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea (Este Edition-La Carmelina, ebook, 2012)

Foto in evidenza di Paolo Righi / Meridiana Immagini (Archivio Coop Adriatica)

Finalmente alle radici dell’Albero le decorazioni nascondono le transenne

Sotto l’albero di Natale c’è una gradita sorpresa che molti ferraresi hanno già apprezzato. Il nostro verificatore lo scorso gennaio [leggi] aveva lamentato come ancora una volta l’emblema natalizio fosse cinto da orribili transenne zincate con tanto di segnaletica bianca e rossa ed emblemi dell’ufficio lavori pubblici del Comune. Finalmente quest’anno è successo il miracolo: le transenne (per ragioni di sicurezza) ci sono ancora, ma sono state celate con discrezione da simpatiche e colorate decorazioni di una stilizzata e pacifica colomba. Un omaggio al buongusto che dimostra come spesso volere sia davvero anche potere. Molte brutture si possono facilmente eliminare. Basta tenere vigile l’attenzione, usare un pizzico di fantasia e gettare la zavorra della pigrizia: quella mentale è addirittura peggio di quella fisica. Questa volta è successo. Evviva.

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IL FATTO
Singolar disfida pubblicitaria fra le pretendenti a Carife

Compare la pubblicità in pieno centro storico. Fatto nuovo, inusitato. E non si tratta di pubblicità qualsiasi. A fronteggiarsi fra duomo e palazzo municipale sono Banca Popolare di Vicenza e Cassa di Risparmio di Cento. Si tratta dei due istituti bancari che da mesi stanno conducendo manovre finalizzate all’acquisto della Cassa di Risparmio di Ferrara. Il logo dei vicentini compare nello striscione posto sulle transenne ai piedi dell’albero di Natale che sta fra la cattedrale e il Listone. Caricento ha invece posizionato un proprio pannello fra il Volto del Cavallo e l’edicola dei giornali, davanti alla farmacia Perelli. Nelle prossime settimane ci saranno le cariche decisive e gli stati maggiori si preparano.
I due “segnaposto” stanno lì “a marcare il territorio”. Sono praticamente l’uno dinanzi all’altro. E si scrutano. In cagnesco.

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Il desiderio di tutte le donne: una pancia piatta

Quando il grasso si concentra intorno ai fianchi non è poi semplice da eliminare. Ma i rimedi ci sono. Nessuna dieta drastica né soluzioni miracolose, per avere una pancia piatta e tonica bisogna seguire una serie di consigli che essenzialmente puntano a: ridurre l’apporto calorico (moderare il cibo, favorire i cibi ipocalorici e bere molta acqua), fare maggiore attività fisica di tipo aerobico (camminare); fare esercizi regolari che coinvolgano i muscoli della fascia addominale, in quanto gli addominali tonici svolgono la funzione di ‘panciera naturale’.

1) Prima di alzarsi, meditare qualche minuito e decidere quando ritagliarsi mezz’ora tutta per sé durante la giornata.
2) Curare la postura facendo qualche esercizio di stretching prima di iniziare la giornata. L’ideale? 10 minuti di allungamento.
3) Per colazione, niente abbuffate ma nemmeno un caffè e via: si consigliano frutta e cereali.
4) Mangiare frutta ma sempre lontanissimo dai pasti principali.
5) Se siete intolleranti al lattosio, evitate latte e latticini in genere.
6) Dite no alle bibite gassate.
7) Fondamentale rispettare la regola dei tre pasti (colazione, pranzo e cena) e due spuntini al giorno.
8) Mangiare frutta di stagione e verdura bio: sono ricche di fibre che aumentano il senso di sazietà e aiutano la regolarità intestinale.

Un ulteriore metodo efficace per eliminare i gas in eccesso e per contrastare la loro formazione è quello di assumere compresse di carbone vegetale che ha la capacità di assorbire velocemente i gas indesiderati. È possibile anche prendere l’abitudine di mangiare, meglio se a inizio pasto, una bella porzione di finocchi freschi, l’antigas per eccellenza, che oltre ad evitare la formazione dei gas intestinali, sono particolarmente sazianti e quindi aiutano anche a perdere i chili di troppo.

Di seguito un esercizio semplice da fare prima di coricarsi e appena svegli: prendere un bastone di scopa, appoggiarlo alle spalle e sedersi sul bordo del letto; tenendo lo sguardo ben fisso in avanti, iniziare a ruotare il torso a destra e a sinistra per almeno 5 minuti. È il miglior esercizio per tonificare i muscoli che servono a ‘contenere’ la pancia. Non è per nulla faticoso e i risultati si vedono entro un paio di giorni.

E’ consigliato anche ricordarsi di mantenere una posizione eretta anche quando si sta seduti alla scrivania per lavorare. Mantenere dritta la schiena aiuta notevolmente perché favorisce una corretta postura che giova al sistema muscolo-scheletrico, e poi perché accresce la consapevolezza o se vogliamo la percezione della propria altezza.

Per finire, è consigliato dedicare un po’ di tempo agli addominali; l’allenamento per gli addominali può essere fatto anche in casa, se non si è iscritti in palestra, ma va svolto almeno tre volte la settimana.

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Filastrocca del naTale e Quale

Filastrocca del naTale e Quale
tutto cambia ma rimane uguale.
Cambiano i visi e cambian le facce,
poi rimangon fermi come minacce.
Ripetono: state tranquilli e così sia,
ma si sente che manca la fantasia;
quella di guardare un po’ più lontano
cercando un futuro a portata di mano.
Bisogna guardar in una direzione:
dove vengono prima le persone.
Ci sarebbe bisogno di gente capace
di immaginare in maniera efficace,
di rovesciare con modo indignato,
‘sto misero presente addomesticato.
Non c’è bisogno di giocare a inventare
basta divertirsi a inventar per giocare.
Se Renzi fosse davvero Babbo Natale
non mi aspetterei un domani speciale,
perché se avesse robusta Costituzione
non avrebbe patteggiato col Berluscone.
Se ascoltasse facendo poco chiasso,
forse, apparirebbe meno smargiasso.
Se si preoccupasse della precarietà
avrebbe pensato a un’altra stabilità.
Poi son sicuro che con le larghe intese
tanti altri lo spediranno a quel paese.
Lo so che una filastrocca non è realtà
ma ditemi voi: altrimenti come si fa?
E poi, se foste al mio posto, cosa fareste?
Io augurerei a tutti voi: Buone Teste!!!

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L’OPINIONE
La musica è sacra

Domenica 21 dicembre, nei pressi del Museo Archeologico a Palazzo di Ludovico il Moro, un trambusto di macchine e biciclette rendeva la via animata, una via di solito tranquilla e regale come i palazzi e le chiese che l’attorniano. Era annunciato il Concerto di Natale voluto dalla Sovrintendenza per i beni archeologici dell’Emilia Romagna dalla Direzione regionale per i Beni culturali dell’Emilia Romagna, ma soprattutto dall’appassionato lavoro di Caterina Cornelio direttrice del Museo.

Come al solito, l’organizzazione era affidata a Bal’Danza la benemerita associazione che con il suo lavoro ci porta fuori dalle mura cittadine. Ma il concerto annunciato si preannuncia come uno “scandalo”. E’ la “Misa a Buenos Aires” (Misa Tango) di Martin Palmeri, anticipata da quattro Milonghe di Astor Piazzolla di carattere sacro.
Ma come? La musica e le voci più sensuali e laiche del nostro tempo vengono accoppiate alla perfezione della parola sacra? L’audacia della proposta si fonde e si confonde nell’aria, con l’’aura’ dell’immenso e perfetto salone del palazzo rinascimentale ornato da imponenti crateri spinetici che esaltano divinità altre. Non cristiane: ombre di un’esigenza che affonda le sue radici nella pretesa umana di andare oltre il contingente e di riaffermare con la bellezza l’origine divina della nostra umanità.
E questo concerto ben si conforma alla volontà di papa Francesco venuto dalla fine del mondo, quella “finis terrae” da cui emergono i fantasmi dell’Ulisse dantesco e dei tanti eroi che osarono mettersi in gioco per portare al mondo una prova del divino, di testimoniarne la bellezza come attributo di Dio. Ben lo comprese Montale in “Verso Finistere” rivolgendosi alla sua donna “Forse non ho altra prova/ che Dio mi vede e che le tue pupille/ d’acquamarina guardano per lui”. Così il premio Nobel argentino Jorge Luis Borges, l’Omero cieco della tradizione tanghera, colui che al tango affida il senso di un carattere nazionale che ha fatto degli argentini un popolo, scrive nel suo poema “El Tango”: “Il tango è un linguaggio in cui convivono tragedia, malinconia, ironia, amore, gelosia, ricordi, il barrio amato, la madre, pene e allegria, odore di bordelli e di attaccabrighe.”
E per i settant’anni del Papa migliaia di argentini l’hanno festeggiato tra via della Conciliazione e Piazza San Pietro ballando il tango. Il tango, scrive ancora Borges “trasgredisce e lì sta la sua attrattiva. In questa sensazione di libertà che accende tutti i tipi d’emozione”.

La “Misa a Buenos Aires” è recente. Composta tra il 1995 e il ’96 da Martin Palmeri, accosta in modo assai originale lo stile del tango al testo sacro latino.
Entrano prima i musicisti: Cristina Bilotti al pianoforte, Roberto Rubini al contrabasso, Massimiliano Pitocco al bandoneon, quella particolare forma di fisarmonica di legno tipica della tradizione argentina. Poi le voci del coro precedute dal direttore Stefano Sintoni. Si chiamano Ludus Vocalis e sono una recente formazione ravennate costituitasi in Associazione corale nel 2006. Tutte le donne portano una rosa rossa, chi al collo fermata da un nastro di velluto chi tra i capelli o sulla spalla. Tra gli uomini s’intravvedono ragazzi africani e asiatici.
Il contrabbassista si sistema su uno sgabello alto e il suo strumento esibisce una fiera testa di leone in legno; la pianista accarezza il pianoforte e il suonatore di bandoneon si accoccola su uno sgabellino ai piedi dei coristi e appoggia lo strumento alle gambe ordinatamente e disciplinatamente serrate. Poi ecco diffondersi le note inconfondibili del tango. Il suonatore di bandoneon – che si rivela poi essere professore di fisarmonica all’Accademia di Santa Cecilia a Roma, una delle rarissime cattedre di questo strumento – si concentra. Come un bambino, il labbro inferiore è stretto tra i denti nell’intensità di rendere il suono e all’unisono le gambe scattano a sottolineare e rendere più profondo il grido del bandoneon.

Così si diffondono nel silenzio stupefatto le parole del Kyrie, del Gloria, del Credo, del Sanctus-Benedictus fino all’Agnus dei e si raggiunge così quella “sensazione di libertà che accende tutti i tipi d’emozione” di cui poetava Borges.
Si dimenticano così rancori e barriere, invidie e umori neri. La “Melencolia” düreriana lascia il posto all’infinita libertà dello spirito, al coraggio di sentirsi finalmente uomini. Non importa se la musica non sia una vetta musicale; importa che una voce, la voce del popolo, di un popolo esprima questa ansia di assoluto, accompagnando come una carezza le parole divine che escono dalle voci maschie di chi sa quali gauchos mentre la voce del soprano, Elena Sereni, invoca fino a spengersi in un sussurro la pace invocata e continuamente negata.

Che straordinario spettacolo! Resta di fronte a questa libertà di pensiero un unico rammarico. Perché ancora oggi nelle chiese non si può eseguire musica profana e solo musica sacra.

Non è tutta la musica sacra?

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LA SEGNALAZIONE
Il Natale Fuoriporta è a Greccio

dalla redazione di Fuoriporta

Edificato su speroni di roccia, in una posizione che sembra impossibile, Greccio è uno dei borghi più suggestivi di tutto il Lazio. Un luogo intriso di storia e spiritualità, se si pensa che in questo paese della provincia di Rieti fu creato il primo Presepe al mondo che, unico e inimitabile, spegne quest’anno 791 candeline. Nel lontano 1223 San Francesco, dopo un viaggio in Palestina, decise di ricostruire con persone e animali del tempo le scene della Natività di Betlemme. E così il frate di Assisi e il nobile signore di Greccio Giovanni Velita realizzarono la rievocazione della nascita di Gesù, ovvero il primo presepe della storia, che nei secoli successivi è stato replicato in tutte le case del mondo.
Ogni anno, come per magia, questo borgo in provincia di Rieti rinnova la tradizione e fa rivivere più di ogni altro luogo l’atmosfera del Natale: ma il 791esimo anniversario andava celebrato a dovere, e così l’edizione 2014-2015 si annuncia ancora più straordinaria del solito. Il 24, 26, 27 e 28 dicembre, e ancora il 1, 3, 4 e 6 gennaio, i visitatori provenienti da ogni parte d’Italia potranno ammirare la sceneggiatura rivisitata, ascoltare le nuove musiche e lasciarsi incantare dal rinnovato e spettacolare impianto di luci; a fare il resto sarà la consueta bellezza del luogo, la sua natura incontaminata, la fedeltà delle scene e dei costumi, la bravura e la devozione degli interpreti. Ma il ricco programma prevede anche mostre fotografiche, convegni, esposizioni di presepi artistici, mostre di pittura e gli immancabili mercatini natalizi.
Il Presepe di Greccio costituisce un momento di profonda fede cristiana e allo stesso tempo uno spettacolo unico al mondo. C’è infatti un filo indelebile che lega questo luogo a Betlemme: in Palestina si operò il mistero della divina incarnazione di Gesù, mentre a Greccio ebbe inizio, in forma del tutto nuova, la sua mistica rievocazione.
Per la prima volta l’organizzazione del Presepe di Greccio andrà a Betlemme il 21 dicembre per portare in scena la rappresentazione.
Ancora oggi, la celebrazione si snoda attraverso sei quadri viventi, dalla vita dei francescani in queste zone all’accoglienza da parte di papa Onorio III della Regola scritta da Francesco, dall’autorizzazione concessa dal Santo Padre per la realizzazione del presepe fino al giorno in cui Greccio si trasformò in Betlemme.
Raggiungere questo borgo che sorge nella parte occidentale della provincia di Rieti, a 705 metri di altezza alla sinistra del fiume Velino, diventa anche occasione per scoprire un luogo magico, un paese circondato da stupendi boschi di querce ed elci, dove è possibile visitare la “Cappelletta” che sorge nel luogo in cui San Francesco si ritirava in preghiera in una capanna protetta da due piante di carpino. A circa 2 km dal borgo di Greccio, arroccato sulla roccia di un costone boscoso, come un nido di aquila, si erge maestoso il Santuario del Presepe, uno dei monumenti più importanti della storia del francescanesimo: è qui che Francesco, nella notte del Natale del 1223, rappresentò con personaggi viventi la natività. L’antico borgo medievale, invece, conserva parte della pavimentazione del vecchio castello e tre delle sei torri di cui la maggiore trasformata nel XVII° secolo in torre campanaria. Meritano una visita la chiesa parrocchiale dedicata a San Michele Arcangelo, la chiesa di S. Maria del Giglio e la sua diruta, oggi restaurata e destinata a Museo Internazionale del Presepio.

Per saperne di più visita il sito di Fuoriporta [vedi]

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Quando le feste sono un momento difficile

Il periodo che precede le feste, gioioso per molti, può rappresentare per alcuni un momento delicato in cui gli instabili equilibri possono cedere e lasciare il soggetto nel baratro della propria depressione. Per chi soffre di disturbi alimentari, ad esempio, il prospettarsi di cene e ritrovi famigliari viene vissuto come un vero e proprio incubo, un momento di confronto col cibo (amico/nemico) e con gli altri. È noto che durante le feste aumentano i suicidi. Il confronto con la felicità altrui mette a dura prova chi soffre già di sindromi depressive. Si potrebbero avere ricadute e attacchi ancora più importanti del solito. Se il malessere si trasforma in senso di svuotamento e peggiora ulteriormente quando le feste finiscono e tutte le luci natalizie si spengono, è segno che non si tratta di una depressione transitoria, ma di qualcosa di più serio che vale la pena indagare rivolgendosi a uno psicoterapeuta.
Alcune persone durante le Festività sono soggette a una sorta di tristezza, di cattivo umore, che assomiglia a una sorta di depressione che ha il nome di Christmas Blues, che significa proprio “depressione natalizia”. Il Christmas Blues è un problema transitorio dell’umore: si manifesta a partire da qualche giorno prima del Natale, quando ha inizio la frenesia delle cene e la corsa agli acquisti e dura fino a dopo l’Epifania, con le ultime occasioni di regali e di incontri con amici e parenti. Terminato questo periodo, la persona che soffre di tristezza natalizia si sente come “svuotata”, apatica, priva di interessi. Con il passare dei giorni e la ripresa delle consuete attività lavorative, la tristezza si allontana poco per volta.
Si tratta di un disturbo che riguarda soprattutto i giovani adulti sui trenta-quarant’anni, mentre bambini, ragazzi e persone più anziane sembrano esserne immuni. Alla base di questo disturbo si ritrova quasi sempre una personalità già predisposta alla depressione e l’associazione della quantità di luce solare in meno, tipica di questo periodo dell’anno, con la conseguente minore concentrazione della serotonina, il neurotrasmettitore che regola l’appetito, il sonno e il tono dell’umore. Chi è soggetto a questa sindrome prova una sorta di fastidio nel dovere sottostare alle tradizioni delle feste. Il ritrovarsi insieme, lo scambio dei regali, i festeggiamenti imposti dal periodo provocano una forma di ansia e un desiderio di fuggire, di nascondersi in casa propria e di godersi un bel film, crogiolandosi nella propria tristezza e aspettando che il periodo delle feste giunga al termine. Al contrario, i doveri e le tradizioni impongono di mostrarsi sorridenti con amici, figli e genitori. Tutto questo non fa che accrescere il disagio.
Cosa fare, per sentirsi meglio? Sicuramente è consigliabile una sana via di mezzo. Non è necessario partecipare controvoglia a tutte le occasioni di festeggiamento. Ci si può concedere, per esempio, di rifiutare con gentilezza l’ennesimo invito a un brindisi o a una cena. Tuttavia isolarsi troppo non è consigliabile: la solitudine durante le feste induce ad avere pensieri negativi su se stessi e sul futuro. È quindi opportuno sforzarsi e uscire, anche solo per una passeggiata nelle ore in cui la luce è più intensa, o concedersi un pomeriggio al cinema con le persone care.
Un rapporto positivo con le Feste è invece importante: insegna la pratica della convivialità, con il rito dei pranzi, insegna il valore del dono, con il rito dei regali, insegna la capacità di rallentare e di prendersi una sosta, insegna a stare in uno spazio vuoto di impegni, di compiti e di incombenze a favore delle relazioni.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

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Statura e centimetri

“Anna bello sguardo” di Vito Palmieri è un cortometraggio nato da un’idea elaborata insieme alla classe II C della scuola media Testoni-Fioravanti di Bologna. Il film racconta di Alessio, un ragazzino adolescente con la passione del basket, che non riesce a giocare con i suoi coetanei perché ritenuto basso di statura. Un giorno, mentre si trova nel ristorante della nonna, scorge appesa alla parete la fotografia di Lucio Dalla, morto da appena un mese, ritratto con Augusto Binelli il pivot della Virtus Bologna. Si tratta di una fotografia molto conosciuta sia dai fan di Dalla sia dagli sportivi, ma certamente non dagli adolescenti dei giorni nostri. Nonostante la differenza di statura dei due uomini, il ragazzino li crede entrambi giocatori di basket, sarà la nonna a rivelargli che Lucio non è un giocatore di basket, ma un cantante.

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La locandina del film

Alessio inizierà a comprendere che la statura non è così importante per realizzarsi nella vita, riuscendo anche a conquistare la simpatia di Anna, la compagna di scuola preferita. E proprio con Anna correrà per le strade di Bologna sino a giungere sotto le finestre del palazzo dove abitava Lucio Dalla, in tempo per ascoltare la bellissima canzone “Anna e Marco”, la stessa che alla ragazza ricordava la sua infanzia, le cui note sono il motivo conduttore del film e forse della loro adolescenza.
Il cortometraggio è stato girato nei luoghi cari al cantante bolognese, tra cui la Trattoria Annamaria (dove la proprietaria interpreta la nonna del ragazzo), Piazza Maggiore e Via D’Azeglio. Lucio Dalla naturalmente non recita nel film, ma è lui l’indubbio protagonista della storia, così come lo sono i suoi suoni e gli accordi che accompagnano le varie scene, i colori delle strade del centro di Bologna e gli sguardi della gente che ascolta la sua canzone in strada.

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Il giovane protagonista di ‘Anna bello sguardo’

Vito Palmieri è autore di film quali “Tana libera tutti” del 2006, candidato al David di Donatello, “Il Valzer dello Zecchino – Viaggio in Italia a tre tempi”, con cui ha vinto il primo premio come miglior documentario all’Annecy Cinéma Italien e il recente cortometraggio “Matilde”, selezionato alla Berlinale 2013 (sezione Generation) e premiato al Toronto International Film Festival (sezione Kids).
“Anna bello sguardo” ha partecipato a numerosi festival in Italia e all’estero, recentemente è stato selezionato in concorso al Festival du Court-Métrage Méditerranéen 2014 di Tangeri in Marocco e si è classificato terzo nella sezione Web del Premio David di Donatello. Il film e la scuola secondaria II C “Testoni – Fioravanti” di Bologna hanno vinto il “Premio Giovani” all’edizione 2014 del Festival “Versi di luce”, che si svolge a Modica (RG), con la seguente motivazione: “Per aver contribuito in larga parte, attraverso l’ideazione del soggetto e la costruzione della sceneggiatura, alla realizzazione di un cortometraggio testimone del rapporto tra il nuovo che avanza e il passato. Anche chi non ha avuto modo di apprezzare un grande poeta e cantante come Lucio Dalla, perché di altra generazione, può fare di questo personaggio il proprio esempio di vita e trarre da esso un grande insegnamento”.

“Anna bello sguardo”, di Vito Palmieri, con Ettore Minucci e Rebecca Richetta, commedia, Italia, 2013, 15 min. Il film è visibile a questo indirizzo [vedi]

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CALENDARIO DELL’AVVENTO
Il mistero della sparizione del Bambin Gesù

Quando da casa manca un oggetto, di solito gli sguardi corrono severi ai bambini che quella casa la abitano. In “Una lacrima color turchese” di Mauro Corona, invece, a mancare è proprio un bambino. Non un bambino qualunque, ma il Bambino Gesù, che scompare da tutti i presepi di tutte le case. E i sapienti, i padroni della conoscenza, si lanciano in ipotesi per carpire una soluzione a questo mistero; ma per farlo si concentrano su un falso problema – la ricerca di un caprio espiatorio, escamotage che storicamente ha sempre funzionato allo scopo di bastonare chi non aveva colpe -, tralasciando la domanda più importante e incapaci di pensare, anche solo lontanamente, di esserne i diretti responsabili.

“Quando s’avvicina il Natale, precisamente verso il primo dicembre, ci disponiamo tutti alla bontà. O meglio, a essere più buoni, perché buoni siamo convinti di esserlo già.”

Di fronte allo sconvolgimento generale per l’assurda sparizione, nessuno pensa all’ipotesi che Gesù Bambino sia scomparso perché sono scomparsi i valori che avrebbe poi portato nel mondo.
Perché, se nessuno più si indigna per la mancanza di affetto, responsabilità o compassione, il Figlio di Dio può a ragion veduta indignarsi per tanta brava gente che fa la comunione ma che prova solo
“indifferenza verso chi non ha niente per campare”; per “giornalisti, televisioni locali e scribacchini” che invece di fare giornalismo fanno business o meglio malaffare, accanimento mediatico, molto somigliante a quello terapeutico nella indefessa ricerca di un motivo che non c’è; per “cardinali con attici nella capitale degni di nababbi”; per “pedofili, adescatori di giovinetti” che tuttavia “saltavano nelle sagrestie indignati dalla scomparsa del Bambin Gesù”, per “tutti quelli che la domenica vanno a messa, fanno segni di croce e onorano le feste comandate e non sanno cosa sono la tolleranza, la carità, la generosità, il perdono. Che sono razzisti, xenofobi e falsi.”

“Volevano il colpevole e siccome non sapevano chi fosse, gliene bastava uno qualsiasi. Da linciare.”

Una fiaba natalizia, nera, dello scalatore e scrittore trentino, che alla sua netta visione del mondo offre uno spaccato drammatico della condizione umana che si è riusciti a raggiungere, affrontando un inevitabile paragone tra un passato – vicino e lontano – che contiene in nuce un potenziale e un valore abilmente distrutti dal successivo futuro. É un Natale apparentemente normale; ma la normalità natalizia ormai non è più la pietas di Maria e Giuseppe che guardano adoranti Gesù, bensì l’albero agghindato, la finzione ben dipinta sulle facce alla ricerca del gradino più alto da cui guardare il mondo; la distanza difficilmente colmabile tra principi e prassi, tra parola promessa e fatto compiuto; è il superfluo tecnologico con cui genitori vuoti e assenti ingozzano figli che diverranno, un giorno non lontano, altrettanto vuoti e assenti.
E dove l’unica verità inviolata è la neve, ossia la natura, unica grande innocente.
Perché la necessità, quella vera, è di arrivare al cuore delle cose, ed è qui che è ancora racchiusa, nel più prezioso fiocco di neve, la speranza di ritrovare quella statuina del presepe misteriosamente sparita.

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LA RIFLESSIONE
Come a Natale sugli alberi le palle

Quinto o sesto Natale di crisi, si legge un po’ ovunque, come se invece di crisi fosse guerra. Certamente in quest’anno che sta per finire le difficoltà per molti italiani sono aumentate, ma bisogna dire che nel suo insieme e contrariamente alle profezie di tanti commentatori a fine 2013, il Paese continua a tenere. Certamente non potrà farlo in eterno, ma si tratta comunque di una notizia positiva, perché durante le crisi spesso ci si deve accontentare di gioire per ciò che non succede.
Tende invece purtroppo a crescere il pessimismo, quello di chi ha ormai perso fiducia nella propria capacità di risolvere i problemi. Al di là delle tante e ben precise responsabilità, che ciascuno dal proprio punto di vista crede di poter individuare e che comunque senz’altro esistono, mi pare che questo stato d’animo diffuso sia una conseguenza della fase che stiamo attraversando. Le società infatti tendono a reagire alle difficoltà in modi diversi a seconda di quanto gli effetti che queste provocano siano più o meno gravi e pervasivi. All’inizio e finché, appunto, il tessuto sociale rimane sostanzialmente integro tendono a prevalere reazioni di tipo individuale o al massimo circoscritte allo stretto ambito famigliare; sono comportamenti difensivi, che hanno come obiettivo quello di preservare il proprio stile di vita e lo status sociale, e che si caratterizzano per l’innalzamento delle barriere nei confronti del mondo esterno: aumentano perciò la diffidenza, la paura del diverso, l’ostilità nei confronti dell’immigrato che “ruba il lavoro”, la sfiducia generalizzata nelle istituzioni. Prevalgono il sentimento di “caccia ai colpevoli” e la convinzione che con poche e semplici mosse si possa superare l’impasse. E’ questo un perfetto brodo di coltura per movimenti politici che si ispirano alla xenofobia ed al razzismo e fanno del populismo giustizialista più sfrenato il loro principale strumento di propaganda. Anche il “ripiegamento animalista”, che individua nelle bestie gli esseri viventi in cui riporre la maggior fiducia, mi pare un sintomo caratteristico di questa fase.
Solo quando le crisi producono effetti così devastanti da annullare in gran parte le differenze sociali, fra le persone inizia a farsi strada la solidarietà ed a livello sociale e politico tendono ad affermarsi quelle forze che vi si ispirano maggiormente. Senza voler andare all’ultimo dopoguerra, credo sia emblematico quanto successo in Grecia nel breve volgere di pochi anni: dalla crescita apparentemente inarrestabile di Alba Dorata al favore sempre maggiore nei confronti di Syriza. Mentre nella fase precedente prevale un istinto di tipo conservatore, che respinge l’idea che la crisi possa avere una natura sistemica e anche quando intravede la necessità di cambiamenti li colloca sempre al di fuori del proprio ambito esistenziale, in questa l’attenzione è più rivolta alla necessità di ricostruire, possibilmente su basi diverse, e al futuro.
Riuscire a far nascere e ad alimentare questi sentimenti, senza dover per forza raggiungere lo sfacelo economico e la completa disgregazione sociale, è l’obiettivo che dovrebbe stare a cuore ad ogni persona di buona volontà, anche al di là delle specifiche ricette per uscire dalla crisi che ciascuno auspica.
Conclusione questa, mi si potrà dire, molto ecumenica e “natalizia”. Forse, tuttavia mi pare che quello che stiamo attraversando sia uno di quei momenti che chiede a tutte le persone responsabili uno sforzo che tenda ad unire più che a dividere ed a cogliere e valorizzare quanto, sia pur poco, di positivo viene avanti, senza per questo annacquare le reciproche differenze od abbassare la guardia di fronte ai pericoli che ancora incombono.
Insomma, brindare al nuovo anno con il bicchiere mezzo pieno.

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In costante ostaggio delle nostre paure

Dopo il più classico dei “C’era una volta”, o dentro a una storia di cronaca da quotidiano, immersi in atmosfere tetre e lugubri o colorate all’eccesso, si muovono personaggi fiabeschi e moderni della raccolta “Gli occhi della vendetta ed altri racconti” (Edizioni La Carmelina, 2014) della ferrarese Patrizia Benetti, già autrice di “Racconti neri” (Este Edition, 2012).
I suoi racconti brevi sono un invito a esplorare le paure che fanno capolino nelle situazioni più apparentemente normali, in persone apparentemente innocue, che si fanno strada in ognuna delle storie mescolandosi a ogni altro sentimento fino quasi a berselo d’un fiato, come succede per i racconti stessi.
“Accanto alla tavola apparecchiata ad arte, svettava un macabro abete. Negli esili rami erano infilzati candidi bulbi oculari.”
Che siano cupe foreste medievali o paesini bretoni, uffici o rumorosi luna park, l’attenzione è posta sull’imprevisto che irrompe nel quotidiano, nel diverso che catalizza curiosità e destabilizza equilibri stabili, seppure grotteschi e alienanti.
Colleghi traditori e ingenui re spodestati; invidiosi cavalieri e vecchi amori mai sopiti, tornati dall’altro mondo; malefiche fabbricanti di sapone e giostrai impazziti; fuggiaschi tormentati dai propri misfatti e grilli premonitori della loro cattura; paggi traditori e furbi assaggiatori di corte; ingenue streghe redivive, stordite dalle umane debolezze; e ancora, mani che vivono di vita propria compiendo vendette e terrorizzando colpevoli mai puniti; distorte famiglie in stile “Casa dei 1000 corpi”. In bilico tra fantasy e racconto gotico, senza disdegnare incursioni splatter o romantiche, ma sempre con il timore in sottofondo.
Perché è la paura – diceva Lovecraft, storico rivale di Poe – “la più antica e potente emozione umana”.

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L’OPINIONE
Coesione sociale e innovazione, antica ricetta di successo per il rilancio dell’Emilia

L’Emilia-Romagna è uscita dalla recessione? Qualcuno ha voluto usare questa chiave interpretativa, un po’ ottimistica, per commentare lo striminzito + 0,3% di crescita del Pil emiliano-romagnolo stimato dal Rapporto 2014 sull’economia, presentato da Unioncamere.
A parte che il dato non è ancora definitivo e potrebbe essere ritoccato al ribasso, è ancora troppo poco, dopo due anni nettamente recessivi come il 2012 (-2,5%) e il 2013 (-1,4%), per parlare, come ha fatto qualche organo di informazione, di “ripresa sulla Via Emilia”.
E’ vero che per il 2015 si prevede una crescita più sostenuta, dell’1%, ma non si può certo prestar troppa fede alle previsioni, che negli ultimi anni si sono rivelate troppe volte sbagliate, praticamente sempre. Basti dire che anche per il 2014 la previsione formulata a dicembre dell’anno scorso era di una crescita dell’1,1%, addirittura un po’ superiore a quella appena sfornata per il 2014! Ma poi le cose sono andate, appunto, in tutt’altro modo.
Aldilà dei tassi di crescita, l’impressione forte è che qualcosa di fondo si sia appannato nel sistema economico e sociale di una Regione che da sempre è caratterizzata da indicatori più vicini alla media europea che a quella italiana.
Si è discusso molto del significato da attribuire all’enorme tasso di astensione registrato alle ultime elezioni regionali. Certo, in quel risultato sono confluiti fattori diversi. Ma forse tra questi ce n’è anche uno che non è stato molto citato: una certa disillusione per quel che l’Emilia-Romagna è stata, nella sua diversità da tutte le altre Regioni d’Italia, e che forse non sarà mai più.
La fortuna di questa Regione negli ultimi decenni era dovuta ad un singolare impasto fatto, da un lato di grandi valori (coesione sociale, etica, solidarietà, accoglienza, apertura culturale) capaci di dar vita ad un efficiente sistema di welfare; dall’altro, di una straordinaria capacità di innovazione, di un’imprenditorialità diffusa e dinamica, di un lavoro particolarmente qualificato e tutelato, a garanzia di un’efficace redistribuzione del reddito.
Oggi, è lecito dubitare della sussistenza di molti di questi punti di forza. Né può consolare il fatto che altre realtà territoriali denuncino su questi terreni un arretramento anche maggiore.
Se del declino dei grandi valori ci parla ogni giorno la cronaca, di quello dell’economia ci parlano i numeri.
Gli investimenti fissi lordi, che ormai da molti anni si collocano ad un livello inferiore del 20% a quello degli anni precedenti la crisi; il tasso di occupazione, attestato 3 – 4 punti percentuali al di sotto di quello del 2008; una distanza crescente, anche nella capacità d’innovazione, tra un gruppo ristretto di imprese che esportano e tutto il resto del sistema imprenditoriale.
Per non parlare di un altro grande punto critico: quello di un territorio divenuto incredibilmente fragile, soggetto a frane e ad alluvioni; un territorio che si scopre esposto al rischio sismico; un territorio, soprattutto, che lo sviluppo degli ultimi decenni ha intensivamente sfruttato, espandendone continuamente l’area edificata e cementificata. Un territorio che da tempo avrebbe bisogno di un gigantesco investimento di risistemazione e di messa in sicurezza, per il quale però continuano a mancare le risorse.
Ci sarebbe davvero dunque bisogno di qualche idea nuova, di qualche nuovo impulso, anche in campo economico, capace di aiutare e indirizzare il cambiamento necessario, magari facendo salvi i valori costitutivi di cui sopra.
Un compito davvero difficile per il nuovo Presidente della Regione, Stefano Bonaccini, e per la Giunta che in questi giorni sta nascendo.

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IL FATTO
L’informazione a salvaguardia dell’ambiente

La Federazione italiana media ambientali (Fima) ha presentato la Carta dell’informazione ambientale che si andrà a definire nei prossimi mesi. “La creazione della Carta nasce dalla consapevolezza, visti i cambiamenti climatici e le situazioni critiche che essi portano con se, del ruolo dell’informazione la cui responsabilità è totale. Portare a conoscenza dei cittadini i temi della crisi ecologica è una responsabilità particolarmente gravosa: sottacere un’informazione o dare voce ad una fonte sbagliata equivale a rendersi partecipi involontari di un disastro. La trattazione di questi temi cambia il ruolo del giornalista stesso che non è solo cronista, ma attore consapevole: riportare l’accaduto, sovente significa anticipare gli stessi eventi, raccontando le dinamiche che li potranno precedere. Fornire quindi ai cittadini e ai decisori politici strumenti utili su cui pianificare e costruire il futuro delle prossime generazioni. La Carta intende garantire un’informazione adeguata dei delicati temi ambientali attuali, che non dia spazio ad errori interpretativi, a false credenze o a dicotomie inesistenti”. Faccio un grande tifo per questa iniziativa.
Purtroppo però non sempre questi documenti portano hanno esito positivo. La carta dei servizi dell’acqua, per esempio, pare non serva. Lo dicono alcuni gestori e lo pensano alcuni cittadini che non l’hanno mai letta. Purtroppo è così. Lo dice anche Federconsumatori che di recente ha presentato la sua terza ricerca nazionale sulle carte del servizio idrico. Nonostante sia presente in quasi tutti i capoluoghi di Provincia, la sua efficacia è ancora un problema (si ricorda che Aeegsi esclude aumenti tariffari in assenza di Carta dei servizi) e che raramente è frutto di un confronto con le associazioni dei consumatori, quasi fosse solo uno strumento del gestore. E’ utile in particolare ricordare che il decreto ministeriale di riferimento indica importanti indicatori standard su molti temi critici: a partire dalla risposta alle richieste scritte degli utenti e ai reclami; sul tema complesso della morosità in cui è prevista la sospensione del servizio; il tempo di preavviso di interventi programmati (almeno 24 ore prima) e molto altro.
L’analisi della Federconsumatori ha evidenziato differenze spesso esagerate tra i vari gestori. Ad esempio, sul tempo di esecuzione dell’allacciamento, si va da un tempo massimo di 126 gg ad un tempo medio di 35 gg (si ricorda che su questo indice è prevista un’indennità nel caso non venga rispettato il tempo massimo di esecuzione dell’allacciamento). Il tempo di attivazione delle forniture in media è di 9 giorni, ma si sono riscontrai anche casi di 60 gg; così come per l’allaccio alla pubblica fognatura, il tempo medio sia di 46 gg, ma va da 7 a 180 gg! Per non parlare del tempo di rettifica delle fatture, da pochi giorni a quasi sei mesi; ai tempi di risposta scritta agli utenti che in media è di 26 giorni. Per quanto riguarda le modalità con le quali i gestori comunicano agli utenti i dati sulla qualità dell’acqua, dalle risposte ricevute risulta che la modalità più diffusa è il sito web (35% dei casi), solo l’11% dei gestori pubblica le informazioni sulla bolletta. Vi sono poi grandi differenze di applicazione, ad esempio tra indicatori in giorni di calendario e giorni lavorativi (le cose cambiano molto).
In conclusione solo la metà dei gestori è dotato di certificazione della qualità. Insomma uno scenario ampio e variegato che deve essere meglio regolamentato perché le motivazioni di reclamo dei cittadini sono sempre troppe e tra queste si citano: anomalie contrattuali (errori attivazione, cessazione, voltura; anomalie standard (mancato rispetto degli standard); anomalie addebiti/errori di fatturazione (applicazione categorie, tariffe, acconti, conguagli, modalità di recapito bollette, frequenze fatturazione, pagamenti, modalità di incasso); anomalie sul consumo (reclami su letture, perdite occulte, consumo anomalo); anomalie relative all’accessibilità del servizio (difficoltà di comunicazioni telefoniche, attesa agli sportelli, comportamento del personale); anomalie nell’erogazione del servizio (qualità/quantità acqua, pressione, interruzioni/ripristini, rotture, danneggiamenti durante lavori) e anomalie del contatore (contatore difettoso, verifica/sostituzione contatore).
Per il futuro, ci attendiamo quindi, da parte dei soggetti regolatori, l’Aeegsi a livello nazionale e gli Enti di gestione d’ambito (Ega) a livello locale un maggior impegno per quanto riguarda la disciplina delle carte dei servizi e in generale la tutela degli utenti; un maggior coinvolgimento delle associazioni degli utenti (partecipazione e controllo) come previsto negli atti sopra richiamati; iniziative dirette ad informare e formare, gli utenti e le loro associazioni, sulle numerose e complesse novità che nell’ultimo periodo ha rivoluzionato la regolazione nei servizi idrici.

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Le virtù della felicità

In questi giorni che precedono le feste natalizie e l’anno nuovo la parola ‘felice’ si spreca, esce dalle nostre labbra o resta impressa nei nostri biglietti d’auguri. Ma vi siete chiesti dove va a finire tutta la felicità che allo scadere di ogni anno auguriamo così generosamente ad amici e parenti?
Il dibattitto sulla felicità e su come la politica debba operare per accrescerla sta assumendo sempre più rilievo nel mondo, insieme all’obiettivo di uno sviluppo sostenibile da qui al 2030.
Nel luglio 2011 l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha approvato una risoluzione storica. Ha invitato i paesi membri a misurare la felicità del loro popolo e a utilizzare questo indice come guida delle politiche sociali. Nell’aprile del 2012 si è tenuta la prima riunione dell’Onu ad alto livello sulla felicità e il benessere, presieduta dal primo ministro del Bhutan, il paese che ha adottato il Gnh (Gross national happiness) anziché il Pil (ne abbiamo parlato già nella nostra rubrica) [vedi].
Allo stesso tempo è stato pubblicato il primo ‘World happiness report’, seguito qualche mese dopo dalle ‘Linee guida’ dell’Ocse sugli standard internazionali per la misurazione del benessere.
Lo scorso settembre è stato reso noto anche nel nostro Paese il Rapporto mondiale sulla felicità 2013. Aggiorna la classifica di valutazione della vita nel mondo, facendo uso innanzitutto del Gallup world poll, dal momento che continua a raccogliere regolarmente e a fornire dati comparabili per il maggior numero di paesi.
Il Rapporto premia tre Paesi solitamente ben piazzati in molti studi internazionali: la Danimarca (già prima lo scorso anno), la Norvegia e la Svizzera, seguiti al quarto posto dall’Olanda e al quinto dalla Svezia. Ma entrano nei primi dieci anche un notorio primo della classe – la Finlandia -, nonché il Canada e l’Austria. Fra i parametri considerati dagli analisti, figurano il reddito pro capite, l’aspettativa di vita, la percezione di libertà nel compiere le proprie scelte, l’assenza di corruzione, i servizi sociali, la generosità, le emozioni positive e le emozioni negative.
In Europa occidentale, sei stati hanno migliorato le loro posizioni, mentre quattro Paesi, ai quali il Rapporto dedica un’apposita tabella – Portogallo, Italia, Spagna, Grecia – “sono stati duramente colpiti dai venti di crisi ” con effetti che vanno ben al di là delle mere perdite economiche.
Il Belpaese, l’Italia, è così scivolato al 45° posto della classifica, tra Slovenia e Slovacchia, a fronte di Stati Uniti al 17°, Gran Bretagna al 22°, Francia al 25°, Germania al 26°. Nel complesso il mondo è diventato in pochino più felice nell’ultimo quinquennio – sostengono gli estensori del Rapporto – in particolare nell’America Latina e nell’Africa Subsahariana.
Il Costa Rica è il paese più felice, mentre la Tanzania il più infelice, è bene saperlo, e comunque consultare la classifica, se qualcuno avesse in cuore di cambiare nazionalità.
Nel 2008 l’Italia occupava il ventottesimo posto nella graduatoria e il nostro crollo è dei più significativi, collocandoci da questo punto di vista in fondo alla classifica dei 156 paesi presi in esame, prima solo dell’Angola, dell’Arabia Saudita, della Spagna, della Grecia e dell’Egitto.
Il rapporto evidenzia un dato, a cui spesso dedichiamo poca attenzione. È il tema della salute mentale come causa prima di infelicità. Dimostra che la salute mentale, da sola, è il più importante e determinante fattore della felicità individuale.
Circa il 10% della popolazione mondiale soffre di depressione clinica o disturbi d’ansia paralizzante.
Sono la principale causa singola di disabilità e assenteismo, con costi enormi in termini di miseria e di spreco economico. In tutto il mondo depressione e disturbi dell’ansia rappresentano fino a un quinto di tutte le disabilità.
Esistono trattamenti per il recupero, ma anche nei paesi avanzati solo un terzo di coloro che ne hanno bisogno sono curati. Questi trattamenti producono tassi di recupero pari o superiori al 50%, il che significa che i trattamenti possono avere un costo netto basso o nullo per i risparmi che generano. Il problema è che in questo ambito vi è una intollerabile violazione dei diritti della persona, perché in nessun paese il trattamento della malattia mentale è disponibile alla pari di quello per le malattie fisiche. Ciò non solo costituisce una vergognosa discriminazione, ma dimostra il carattere malsano delle nostre economie.
Scuole e luoghi di lavoro devono essere molto più attenti alla salute mentale e operare per il miglioramento della felicità delle persone, se vogliamo promuovere la salute mentale.
In generale, si osserva una relazione dinamica tra felicità e altri aspetti importanti della nostra vita, come la salute, il reddito e i comportamenti sociali. Per cui una migliore comprensione dei benefici che derivano dalla crescita della felicità delle persone può aiutare a mettere al centro delle decisioni politiche la felicità, affinandone le scelte.
Esiste una letteratura crescente sui benefici della felicità che vanno dalla salute alla longevità, dal reddito alla produzione, dalle istituzioni ai comportamenti individuali e sociali. L’esperienza del benessere individuale e collettivo incoraggia le persone a perseguire obiettivi che sono il rafforzamento delle capacità di affrontare le sfide future. Le emozioni positive migliorano il nostro sistema immunitario e cardiovascolare, fanno funzionare le nostre ghiandole e cellule endocrine. Al contrario, le emozioni negative sono dannose per questi processi.
Conta anche “l’etica delle virtù”, è il caso di ricordarcelo, poiché dal rapporto sulla felicità mondiale sembra che non siamo un paese ancora sufficientemente consapevole della metastasi della corruzione.
Nelle grandi tradizioni premoderne per quanto riguarda la felicità, il buddhismo in Oriente, l’aristotelismo in Occidente, o le grandi tradizioni religiose, la felicità non è determinata dalle condizioni materiali di un individuo (ricchezza, povertà, salute, malattia), ma dal singolo carattere morale. Aristotele parlava della virtù come chiave della eudaimonia, della felicità, appunto.
Eppure questa tradizione si è quasi persa nel mondo moderno dopo il milleottocento, quando la felicità è stata collegata con le condizioni materiali, in particolare il reddito e i consumi.
Il ritorno alla “etica della virtù” è una parte fondamentale della strategia per aumentare la felicità di una società.
Non mi resta che augurare ai miei gentili e pazienti lettori che il Natale e l’Anno nuovo ci vedano protagonisti di un mondo impegnato a costruire la felicità delle persone, dai nostri piccoli, ai nostri anziani.

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Soffritti: contro di me livore e critiche superficiali

da: Roberto Soffritti

Quando all’analisi e all’approfondimento si preferisce il livore e l’approssimazione, non si offre un buon servizio ai lettori, che poi sono prima di tutto cittadini, protagonisti di una comunità di donne e di uomini. Così, l’articolo di Sergio Gessi  [leggi], dedicato all’iniziativa organizzata dall’associazione “Pluralismo e dissenso” con il sottoscritto, più che una riflessione, ha assunto il tono della chiacchiera, insomma: più che una voce autorevole si è levato un indistinto brusìo.
Se una delle ambizioni più grandi del sito di Gessi è quella di offrire “una chiave di interpretazione dei fatti”, come si declama con enfasi nella home page, bisognerebbe avere l’obbligo di raccontare prima di tutto i “fatti”, eventualmente prima di emettere verdetti e imbastirli con qualche nota di colore. Gli incontri organizzati da “Pluralismo e dissenso” con gli ultimi tre sindaci di Ferrara, intervistati pubblicamente da cinque giornalisti, dovrebbero avere l’utilità di fissare un pezzo di storia della città e fornire possibilmente indicazioni sulla strada da percorrere per uscire dal pantano della crisi che, anche nella nostra città si palesa, purtroppo, in alta disoccupazione e scarsi investimenti.
L’autore dell’articolo, in un’improbabile ricostruzione storica del mio lungo mandato, definisce innaturale il dialogo tra le forze di sinistra e quelle del centro democratico. E’ così insolita la collaborazione tra i principali estensori della Costituzione della Repubblica italiana? Inoltre, in un commento ai limiti del qualunquismo, Gessi accosta il “fare” al “malaffare”, affianca questioni politiche a questioni giudiziarie e affronta aspetti che non riguardano assolutamente la mia attività di sindaco di Ferrara.
Non un fatto documentato: l’articolo sembra avere il solo intento di “processare” una politica che ha avuto il merito di cambiare in meglio la città, di mettere in connessione la politica con il mondo produttivo, come è giusto che sia in un’amministrazione della cosa pubblica che si vuole – giustamente – efficiente e trasparente.
In maniera superficiale, si addita la politica del “fare sul serio” finendo per condannare un territorio all’immobilismo deleterio, perché a questo porterebbe il metodo sbandierato dall’autore. Non un fatto, dicevo, perché non esistono condanne, anzi: chi, come la parlamentare europea Laura Comi, ha tentato di gettare fango sulla mia attività di amministratore, ha incassato una sonora condanna in Tribunale.
Piaccia o no all’autore, questione morale e questione giudiziaria sono distinte e tra il fare e il malaffare c’è di mezzo una “zona nera” in cui si decide la morte dell’intero territorio e l’arricchimento di pochi.
Ecco, guardando indietro ai miei sedici anni alla guida della città potranno anche emergere degli errori, ma rivendico una politica fatta di obiettivi definiti e raggiunti. Primo fra tutti: dare un futuro a Ferrara. Da qui, la necessità di far incontrare la politica con il mondo produttivo; la creazione di un rapporto più intenso e costruttivo con le imprese al fine di facilitare gli insediamenti di nuove attività; la creazione di un modello culturale che deve continuare a consolidarsi e dare un impulso alla ripresa economica.
I recenti dati sull’economia reale fotografano anche a Ferrara una situazione grave, con la disoccupazione che ha raggiunto vette preoccupanti. Ci si vuole permettere il lusso di non fare investimenti e condannare l’intera area alla recessione? Lenin diceva che per un vero rivoluzionario il pericolo più grave è l’esagerazione rivoluzionaria. Dunque, chi ambisce giustamente ad estirpare la cattiva politica e la degenerazione individualistica deve coltivare legami forti con il territorio. Solo così la città diventa “maestra dell’uomo”, ovvero dà una direzione, un senso, sviluppando un solido e benefico senso di appartenenza.
Questo ritengo sia il talento del buon politico. Poi c’è il talento di chi mente, il talento di chi non ne ha altri.
Roberto Soffritti

Risponde Sergio Gessi
Caro Soffritti, i “fatti” ai quali si appella sono noti e ampiamente dibattuti. Per questo nel commento proposto ai lettori [leggi] m’è parso sufficiente richiamarli alla memoria senza doverli puntualmente rendicontare. E’ legittimo avere opinioni differenti: la mia, per esempio, è che ciò che lei considera un “dialogo tra le forze di sinistra e quelle del centro democratico” fosse in realtà una sistematica prassi di concertazione politica, strategica e gestionale fra forze di maggioranza e di opposizione, condotta al di fuori degli ambiti istituzionali e dunque sostanzialmente e formalmente inaccettabile. Ma non voglio ripetermi. Solo un’altra annotazione in risposta alle sue considerazioni: i “legami forti con il territorio” e il “senso di appartenenza” non bastano per “estirpare la cattiva politica”; anche la mafia ha forti legami territoriali e solido senso di appartenenza. Piuttosto, a guidare l’azione del buon politico è indispensabile una salda bussola valoriale.
Infine, per quanto mi riguarda, prima di giudicare cerco sempre di ascoltare e di comprendere: a volte ci prendo a volte sbaglio. In ogni caso, stia certo, la menzogna è pratica a me totalmente estranea.

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