È sempre azzardato cercare di ricostruire il carattere di un popolo dalle parole che può o decide di parlare, ma si può fare un’eccezione per una parola d’eccezione: ‘serendipity’ spesso resa goffamente come “serendipità” una parola così poco comune da venire marcata come errore dal correttore ortografico del mio programma di scrittura proprio in questo momento.
Eppure ‘serendipity’ è una parola deliziosa della lingua inglese, coniata a Venezia nel 1754 dallo scrittore inglese Horace Walpole sulla base di una fiaba italiana intitolata “I tre principi di Serendip.” In questa fiaba c’erano tre eroi che facevano continue nuove belle scoperte, grazie al caso e alla sagacia, di cose di cui non andavano in cerca. Questa strana parola entrò e si diffuse in inglese come parola d’autore per designare la casualità di fare casualmente scoperte felici e inattese, insomma di trovare qualcosa di bello quando meno te lo saresti aspettato.
Gli esempi abbondano nella storia: la scoperta della penicillina, la scoperta dell’Lsd così come la scoperta dell’America (anche se quest’ultima fu purtroppo assai poca propizia per i “nativi” ma assai redditizia per i “conquistadores”).
Da questo punto di vista, il concetto di “serendipity” è utilizzato attualmente dai circoli d’avanguardia (come è stato discusso questa sera ad una tavola rotonda al berlinese Ici Berlin con Antke Engel, Jule Jakob Govrin e Christoph Holzhey) per indicare un’effettiva ma non programmata reazione ad una forma di neoliberalismo che dice di sé di essere l’unica alternativa possibile: ovvero l’unica via. Per cui il concetto di ‘serendipity’ individuerebbe delle risorse politiche (o se vogliamo, alla Foucault, risorse “biopolitiche”) al neoliberalismo, di fatto ricalcando le forme dello spontaneismo operaista alla Toni Negri, controverso autore che attualmente va di nuovo per la maggiore tra gli studiosi dalla memoria corta o dal folto pelo sullo stomaco.
Tra l’altro, qualcuno, trascinato da una biechissima misoginia, si spinse a descrivere la serendipity in termini quasi boccacceschi: “la serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino.” In effetti si tratta di una definizione di serendipity che, probabilmente non casualmente, ha spinto anche verso un rilancio del sessantottino concetto di “poliamore”: ovvero la rinuncia ad una monolitica e patriarcale monogamia e l’accettazione del fatto che ogni rapporto d’amore non può che essere aperto all’eventualità non solo della catastrofe ma anche della serendipity per cui anche senza cercare nulla si potrebbe finire per trovare un altro partner che non è necessariamente migliore bensì almeno buono quanto l’altro.
Non si può notare senza una certa malinconia che la parola “serendipity”, curiosamente nata dal desiderio di uno scrittore nel Settecento, si sia diffusa a macchia d’olio nel vocabolario anglosassone, mentre il suo omologo italiano ‘serendipità’ è rimasto poco più che una rarità. Da una breve consultazione di Google risulta che il termine inglese “serendipity” è enormemente più diffuso del suo spiantato cugino italiano “serendipità”, infatti “serendipity” giganteggia con 1.700.000 occorrenze mentre il mestissimo “serendipità” deve accontentarsi di misere 8.000 occorrenze.
C’è da chiedersi se questa disparità lessicale non sia, come probabilmente è, il riflesso della natura anglocentrica della rete bensì l’indice del carattere di un popolo, quello italiano, probabilmente già da tempo troppo avvilito per sperare in una scoperta felice e inaspettata.
“L’economia non è una scienza esatta”. Il Medioevo, il mercantilismo, il liberismo, il socialismo, il comunismo, la scuola austriaca, le teoria neoclassica, l’economia Keynesiana, hanno storicamente dimostrato che in economia a diversi fini e diversi scopi, corrispondono differenti leggi e dinamiche. L’Unione Europea e l’Eurozona sono frutto dell’incomprensione di questo “relativismo economico” e proprio l’incapacità di comprendere il carattere mutevole dell’economia ha portato al più grande disastro dal dopoguerra. Un’incomprensione che ha radici profonde storiche da analizzare. E’ necessario accantonare la tanto acclamata quanto ingenua idea secondo cui l’Unione Europea è derivata dal volere popolare e dal “senso comune europeo”, in realtà il progetto dell’Unione Europea è proprietà dell’elité finanziaria e industriale statunitense e nordeuropea che a metà degli anni quaranta pianificò il rafforzamento del capitalismo globale.
Anche di questo si è parlato lunedì alla sala Estense a “L’altra faccia della moneta”, incontro organizzato dal ‘Gruppo di cittadini per l’economia’, un’aggregazione informale e spontanea che da tre anni cerca di colmare quella pericolosa ‘asimmetria informativa’ tra chi sa tutto e chi invece poco o nulla conosce delle dinamiche macro economiche. Una parte fondamentale della conversazione civile è stata dedicata proprio all’analisi della natura e della funzione dell’economia.
Il punto cruciale focalizzato è che non esiste in economia qualcosa che corrisponda alla legge di gravitazione universale e ancor meno un concetto che abbia valenza universale nei diversi contesti storici e culturali. Per questo la riflessione dell’economista e le coerenti risoluzioni economiche diventano estremamente complesse: non esistendo principi economici universali l’economia, strettamente collegata all’azione della politica, si è sviluppata nel corso della storia attraverso azioni estremamente diverse tra loro. Con questa eloquente premessa ha avuto inizio la lunga serata – iniziata alle 20.30 e conclusa pochi minuti dopo la mezzanotte.
L’economia è dunque riconducibile al novero delle cosiddette “scienze sociali” e come tale è condizionata da variabili culturali, contestuali e orientata coerentemente al fine di volta in volta perseguito. Se ad esempio il liberismo ha teorizzato e applicato i principi di libero mercato, di massimo profitto e di possibilità di azione marginale da parte dello Stato, il comunismo ha concepito un’economia che prevede il soddisfacimento di tutti i bisogni fondamentali dell’uomo, ma che implica la cessione allo Stato di una parte della libertà dell’individuo; da questa convinzione viene l’abolizione della proprietà privata e l’eliminazione del principio di libero mercato.
Ma l’Unione Europea, e ancor di più l’Eurozona che ne è l’espressione puramente finanziaria, è – a prescindere – un progetto antistorico: come mettere insieme la Grecia e la Finlandia, l’Italia e la Germania? Paesi estremamente diversi e con specificità inconciliabili, quali la lingua, la cultura e, nel caso particolare che stiamo trattando, la politica economica. Basti pensare alla situazione esemplare dell’Italia fino al 1980 (l’anno del divorzio fra ministero del Tesoro e Banca d’Italia) in cui veniva applicata una politica monetaria espansiva e quando lo Stato aveva un diretto controllo sul proprio credito, e quindi sulla propria banca centrale. Pensate all’assurdità dell’idea di vincolare l’Italia alle regole della politica economica propria della Germania. E’ emblematico il fatto che in lingua tedesca la parola “debito” sia Schuld, termine che sta ad indicare anche la “colpa”; ciò mette in luce la radicata eredità luterana e protestante nella società tedesca. Capire questi presupposti ci fa comprendere che nulla in economia avviene per “disgrazia divina”, al pari delle piaghe d’Egitto.
La situazione in cui i Paesi europei, chi prima e chi dopo, stanno progressivamente sprofondando, è logica conseguenza dell’applicazione di politiche economiche di austerità, l’inserimento del pareggio di bilancio in costituzione, la cessione della sovranità monetaria. La scelta, non certo determinata da consultazioni popolari attraverso i mezzi democratici, ha arricchito i maggiori speculatori internazionali, i cosiddetti “squali” della finanza. La politica economica attuale, che continua ad essere proposta dalle forze di governo di quasi tutti gli stati aderenti all’Eurozona, ha privilegiato chi fondamentalmente non produce alcun bene e scommette su numeri in un computer (speculatori e colossi finanziari), danneggiando fatalmente il lavoratore. Solamente smascherando chi sostiene una politica di austerità e di privatizzazione e continua a sostenere che il fine ultimo delle sue politiche è il “bene comune”, solamente smascherando questi uomini e donne – fantocci nelle mani di potenti lobby – si diventa lucidi e capaci di impostare una politica economica e monetaria diversa.
Senza ipocrisie e senza mistificazioni è necessario ammettere che l’unica dottrina economica che garantisce il “bene comune” è quella che nel lavoro non riconosce una merce, bensì la vera ricchezza e il mezzo fondamentale attraverso cui distribuire la ricchezza. Per permettere che questo sia, dobbiamo considerare la moneta un semplice mezzo (fiat money) in grado di permettere lo scambio di lavoro. La moneta non è quindi la vera ricchezza, paragonabile ad una vera e propria merce (come i mercati, la Borsa come i ‘liberali’ vogliono far credere), tant’è che durante il cosiddetto “comunismo di guerra” nel periodo post-rivoluzionario russo la moneta era stata abolita.
La moneta finalmente sovrana deve essere emessa per monetizzare l’operosità di una comunità. Con l’euro l’Italia è stata punita perché troppo operosa: nel sistema dell’Eurozona ad ogni prestito che la Bce (istituto creditizio privato) concede ad una nazione corrisponde un tasso d’interesse arbitrario, che varia cioè a seconda del Paese richiedente. Se analizziamo il bilancio dello Stato italiano dal 1990 al 2011 (anno di insediamento del governo tecnico Monti) risulta evidente come il bilancio dello Stato sia in attivo (surplus primario, cioè senza considerare interessi attivi e passivi); comparando a questo dato l’ammontare del valore effettivo degli interessi sul debito si noterà come questo superi di misura il surplus primario del bilancio statale. Il “nostro” debito è quindi pressoché totalmente composto da interessi sul debito (attualmente in media circa 70-80 miliardi all’anno).
Siamo ora in grado di carpire il significato genuino e rivoluzionario della frase che il pensatore statunitense Ezra Pound pronunciò durante un ciclo di conferenza all’Università Bocconi di Milano nel 1933: “Dire che un governo non ha soldi per fare opere pubbliche è come dire che un ingegnere non ha abbastanza chilometri per progettare autostrade”: capendo questo principio capiamo la grande bugia della classe dirigente e la condanna a cui ci siamo sottoposti cedendo di fatto la sovranità monetaria ad un ente ‘estero e privato’ come la Banca centrale europea.
Una vecchia macchina da cucire se ne sta lì immobile, seria, quasi attenta e pensierosa, commossa dal solo ricordo di quella anziana nonna che, fino all’ultimo, le aveva accarezzato le membra stanche. Sembra pensare proprio a quella nonna che un tempo, da giovane, con lei aveva cucito anime spiegazzate e ricamato sogni che volevano rimanere impressi su bianchi vestiti da sposa. Merletti che avevano accompagnato all’altare tante belle ragazze, orli di pantaloni che avevano aiutato i loro sposi a sembrare più ordinati ed eleganti.
Pubblicità di una macchina da cucire Vibrante
Dopo la seconda guerra mondiale si cuciva a mano, e lo si è fatto per molto tempo, si preparavano le giornate più importanti con fili, perline e ricami, si sopravviveva alle difficoltà economiche anche andando dalle sartine di fiducia. Che con abilità, pazienza, creatività e fantasia ti rendevano belle e molto più che presentabili, copiavano i modelli dei primi numeri di Vogue (fondato nel ben lontano 1892…) o delle pagine fresche e patinate che arrivavano dalla vicina Francia. Anche mia madre mi ha sempre raccontato di come si cercava la bellezza lontano, di come si pagavano a rate quei vestiti luccicanti per i balli della città, dove la gioventù ferrarese s’incontrava vociante e guardava speranzosa al futuro che si profilava. Mi piace ascoltarla.
Quelle macchine da cucire allora lavoravano a pieno ritmo, un ritmo che ticchettava e batteva veloce sulle note di giorni speranzosi e giovani volonterosi di risollevarsi. Le cuciture scorrevano e scivolavano su velluti, crine e cotoni colorati, i filati intessevano storie nuove. Se anche ci si pungeva un attimo, poco importava, si stava costruendo un pezzo d’Italia, si preparava una bella gioventù a presentarsi al mondo splendente e coraggiosa, con la voglia di sposarsi, di fare figli, di lavorare, di migliorare, di crescere, di vedere il mondo. Con quei bei vestiti cuciti a mano, con quegli allegri manichini che sorridevano dalle vetrine colorate ma semplici si guardava lontano. C’era la speranza. E mentre tutto questo avveniva per le strade e nelle menti di ogni italiano, le sartine cucivano, cucivano, inventavano, disegnavano, tagliavano. Solo con le loro mani screpolate, le loro forbici taglienti, le loro idee lungimiranti. E tutto nasceva, una nuova alba vedeva il giorno.
Oggi rimane solo qualche vecchia macchina da cucire, messa lì come un cimelio, ma per qualcuno è ancora un ricordo non troppo lontano.
Perché anche gli oggetti hanno una storia e un’anima. Perché questi oggetti stanno lì per ricordarci quel che eravamo, quello che siamo stati, un paese che si è risollevato ma che fatica ad andare avanti, ora. Perché ci vorrebbero ancora, forse, tante macchine da cucire e tante sartine, a ricucire un bel pezzo di passato che non c’è più.
Fotografia della macchina da cucire di Anna Pirazzi
Dopo “La solitudine dei numeri primi”, Saverio Costanzo propone un nuovo film incentrato sulla famiglia, e sulle difficoltà e i drammi che possono nascere al suo interno: “Hungry Hearts”, tratto dall’ottimo romanzo di Marco Franzoso. Una storia sull’amore tra due giovani, lei italiana e lui americano, ambientata in un abbastanza inedito Upper west side di New York, e in un minuscolo appartamento metropolitano sul cui tetto la protagonista coltiva biologico in una piccola serra.
La locandina
L’incontro-prologo dei due, in un ristorante cinese dove rimangono chiusi in un bagno appena usato dal giovane per evacuare con grande effluvio odoroso cibo tossico, rimanda a una accentuata e forse parossistica fisicità, al cibo come ancestrale simbologia e sintesi della vita stessa. Da questo incontro un grande amore, seguito da una gravidanza e da una nascita; un ciclo naturale, su cui si innesca la particolare sensibilità di una straniata Alba Rhorwacher, che rinchiude il figlio all’interno della casa, sottraendolo al contatto col fuori; indottrinata da tante letture new age, vegane ed esoteriche, alimenta il figlio coi pochi cibi, solo vegetali, che ritiene non ledano la purezza sua e del figlio.
La famiglia
Uno scontro anche tra la socialità, rappresentata dai medici, dalla strada, dalla suocera, e la privatezza del nucleo familiare. Da qui un crescendo di scontri, che per ovvi motivi non anticipiamo.
Anticipiamo però che si tratta di un gran bel film, molto ben interpretato da una inquietante Alba Rhorwacher, che inevitabilmente ci rimanda alla Mia Farrow di Rosemary’s Baby, e del nuovo attore emergente Adam Drivers, entrambi premiati al Festival di Venezia.
Alba Rohrwacher e il figlio in una scena del film
Il film provoca forti reazioni: la ostinazione della madre nel difendere il suo personalissimo e disperatamente difeso diritto a seguire le sue convinzioni, “una madre sa cosa serve a suo figlio”, ci rimanda certamente a una visione di un irrazionale femminile che spaventa e inquieta. Alcune riprese con l’ottica fisheys deformano la figura già esile e androgena della protagonista fino a farne una icona quasi mostruosa; la macchina da presa insegue i dialoghi e i visi, in momenti in cui la violenza sembra esplodere.
Adam Drivers con il piccolo in una scena del film
Il crescendo di manipolazioni reciproche tra i due genitori inquieta; ci sentiamo sospinti verso l’orrore dell’inaccettabile e del mostruoso; la mamma possessiva che decide da sola, contro ogni evidenza medica e scientifica, come alimentare e depurare il figlio, o la suocera manipolatoria e rinchiusa in una specie di padiglione da caccia con corna di cervo e trofei, danno della figura femminile una immagine inquietante e angosciosa. Eppure la regia non condanna, non prende posizione, ma indugia anzi, a nostro parere, verso una umana simpatia e comprensione per il particolare percorso della madre; come afferma lo stesso Costanzo “è la storia estrema di una ossessione d’amore che una madre non riesce a gestire l’amore per il figlio, che non riesce a contenere il miracolo della sua maternità”.
Cerchiamolo nelle sale, premiamo un film italiano coraggioso e di stampo internazionale.
Hungry Hearts, di Saverio Costanzo, con Con Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell, Al Roffe, Geisha Otero, drammatico, vietato ai mionori di 16 anni, durata 109 min., Italia, 2014
Topolino e Paperino assieme a topi, paperi e cani sorridenti, emblemi di diverse etnie, con una matita bene in vista. L’annunciata copertina di solidarietà con la rivista Charlie Hebdo ieri non è arrivata in edicola. Topolino ha scelto diversamente per la sua prima pagina: un classico Pippo in versione reporter. Quella apparsa in anteprima sulle pagine Facebook del celebre settimanale di fumetti “era solo un’ipotesi”, spiega l’editore Panini. Al prode topo detective questa volta ha fatto difetto il proverbiale coraggio… [leggi la notizia su Repubblica]
Il mercoledì era il giorno degli eroi. Quello in cui non vedevi l’ora che il babbo tornasse dall’edicola, con il tuo fumetto preferito. E nel fumetto tutto aveva una sua logica, una sua placida e serena rassicurazione nel sapere che ogni avventura finiva bene. Che Qui, Quo e Qua sarebbero sempre stati i nipoti di Zio Paperino, fermi all’età in cui tutto va bene, in cui credi ancora che i problemi possano risolversi in qualche modo.
Super Pippo
Che Superpippo sarebbe accorso in aiuto del malcapitato di turno, volando attraverso il mondo grazie alle supernoccioline. Che Topolino avrebbe acciuffato il solito Gambadilegno, maldestro e simpatico farabutto, mentre i poliziotti brancolavano nel buio. Lì gli eroi erano un po’ tutti i personaggi, e di questo avevi bisogno. Che ci fossero, e che ti dimostrassero che avevano un senso nelle loro due dimensioni di carta; animali antropomorfi che si esprimono nella tua lingua, intercalando con buffe onomatopee; con occhi che grondano lacrime grosse come laghi e occhi a cuore, epocali arrabbiature e dispetti familiari.
Topolino
E l’eroe in copertina era la panacea di quello che si voleva fare da grande: il simbolo della disavventura che capitava a chiunque, che ti consolava dopo il disastro che avevi combinato. Era qualcosa in cui poter sperare, una volta alzate le coperte del letto e ripensando a quella giornata così così che era appena trascorsa, densa e impregnata di aspettative dolci come la tua immaginazione e delusa da piccole inceppature che sembrano pesanti come sassi. Se hai la fortuna di diventare grande, capisci che gli eroi sono un’altra cosa. Non hanno i superpoteri, ma utilizzano al contrario quello che Hannah Arendt raccontava nella “Banalità del male”: non c’è sempre bisogno di essere criminali di natura per fare del male, basta la banalità; allo stesso modo non c’è sempre bisogno di essere eroi per fare del bene, a volte bastano la volontà e la passione; basta mostrare, pungolare la curiosità; basta lanciare un dado sulla plancia della giornata di un ragazzino, basta mostrare una matita e un sorriso.
Paperino e Qui Quo Qua
Quel mercoledì si assopisce dolcemente, quando diventi grande. Lo metti nell’album dei ricordi. E quando quel mercoledì di Topolino inevitabilmente ha lasciato il posto ad altri giorni e ad altre pagine – perché scopri altro, leggi altro, te ne allontani serenamente. Con la rassicurante certezza che, mentre il tuo mondo cambia, quello resterà sempre lo stesso. E che ogni volta che passerai davanti a una edicola e la vedrai ancora una volta, quella copertina così ambita ogni mercoledì, vedrai un eroe di tutti i giorni in copertina, qualcosa in cui riconoscerti ancora una volta, ancora adesso che di anni ne hai venti, quaranta, sessanta.
Pippo reporter con la macchina fotografica, in copertina di uno dei giornalini più letti, è qualcosa in cui identificarsi, ancora di più se quello è un mestiere che ami, o stimi. Ma Pippo reporter al posto di una folla con una matita alzata – chiamiamola ancora matita, non già simbolo – , giustificata come scelta editoriale, come “ipotesi scartata”, è il voto bello da esibire nel compito interamente copiato dal compagno di banco, il secchione antipatico.
Topolino e il Commissario Basettoni
E ti chiedi quante altre cose ti sei perso negli anni in cui lo hai letto, quel fumetto; e quanti altri rassicuranti Pluto e Commissario Basettoni hai visto, che allora ti sembravano (e forse erano) tutto quello di cui avevi bisogno, nell’età dell’innocenza che nessuno merita, nella sua abbagliante cecità. Quel Pluto e quel Commissario Basettoni, un po’ troppo simili a quando in classe conosci la risposta alla domanda della maestra e te ne stai zitto, seduto al banco, con le braccia conserte. Per timore di fare la degradante figura del secchione.
Il mercoledì di “Topolino” probabilmente non esiste più, o forse è solo finita l’infanzia. Felice il Paese che non ha bisogno di eroi.
Zoldo, dolomiti bellunesi, interno bar. Un uomo già un po’ avanti con gli anni, vicino al camino acceso e con in mano un calice di buon rosso, dice che hanno eletto il nuovo presidente e che si chiama Mozzarella. Per la precisione, il suo dire è intercalato da evocazioni di nostrosignore ritmicamente accostato ad un quadrupede noto, peraltro, per l’incrollabile e scodinzolante fedeltà all’uomo.
Può darsi che il frutto della vite abbia avuto la sua influenza sull’eloquio dell’anziano signore, in ogni caso non di molle latticino si è trattato ma di Mattarella, Sergio Mattarella. La sua elezione al Colle è stata preceduta da settimane di convulse previsioni sui numerosi e possibili papabili.
Nell’inflazione delle analisi, quella del vecchio socialista Rino Formica è sembrato un ruvido presagio. Evocando il Patto del Nazareno, il capo dello Stato avrebbe dovuto avere le sembianze di chi si sarebbe messo in posizione accomodante rispetto alle convenienze dei due contraenti: da un lato interessi aziendali e agibilità politica, dall’altro non intralciare il manovratore di Palazzo Chigi nel suo processo riformatore a passo di bersagliere.
Se questo era l’identikit, bisogna riconoscere che il volto, e la storia, di Sergio Mattarella uscito dal cilindro della politica italiana non corrisponde.
C’è da credere, quindi, che ci sia del malumore tra le file di Forza Italia rispetto a un uomo dalla schiena dritta che, caso unico nella storia della Dc, si dimise da ministro nel luglio 1990 quando il suo presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, pose la fiducia sulla legge Mammì per la regolamentazione del mercato televisivo, sancendo di fatto la posizione di Berlusconi e delle sue tv.
Il motivo di quel rifiuto è stato riportato da tutti i commentatori con tanto di virgolette: “La fiducia per violare una direttiva comunitaria è inaccettabile”.
Pare che Ciriaco De Mita abbia detto di lui, riferito alla flemma, che in confronto Arnaldo Forlani era un movimentista, però uno che dà l’idea che la sera prima di addormentarsi invece di contare le pecore scorra minuziosamente gli articoli della Costituzione, qualche preoccupazione può darla.
Quanto poi di quei mugugni azzurri siano teatro o vera ruggine, da lontano si fa fatica a capire. Come sia possibile che il mago di Arcore, per un ventennio vincitore incontrastato in ogni mano di poker, sia uscito malconcio da questa partita con il giovane premier, per quanto astuto e talentuoso, lascia qualche dubbio.
Come non convince la lettura di un nome che ha avuto lo scopo, innanzitutto, di ricompattare un Pd ultimamente percorso da troppi mal di pancia. Usare persino la prima carica dello Stato per un fine così di parte, sembrerebbe un orizzonte troppo affetto da presbiopia.
A prima vista dà invece meno problemi di lettura la posizione delle truppe grilline, ancora una volta come la temperatura di Stoccolma ai tempi del colonnello Bernacca: non pervenuta.
Il problema, qui, non è tanto l’ennesimo autobus perso, ma per quanto tempo ancora quel venti per cento di elettorato di riferimento continuerà a cercarne un altro o se deciderà, prima o poi, un diverso mezzo di trasporto, magari cingolato. Molto dipende da chi si deciderà a prosciugare, almeno in parte, l’acqua del malcontento e del rancore rovesciata sul pavimento, scivoloso, del Paese.
Altra storia ancora è il testacoda dell’Ncd, forza di governo che però gioca la partita Quirinale con Forza Italia per poi convergere all’ultimo su Mattarella.
Può darsi che qualcuno abbia perso qualche passaggio di questo travaglio, ma forse non vale nemmeno la pena scervellarsi per le strategie di un partito che dà l’idea di andare dritto verso l’implosione.
Comunque sia, Sergio Mattarella è il dodicesimo presidente della Repubblica (eletto con una maggioranza che ha sfiorato i due terzi degli elettori, nonostante la quarta votazione nella quale bastava quella semplice) e i primi gesti hanno già lasciato il segno.
Una prima, breve, dichiarazione ai microfoni per ricordare le sofferenze e le speranze degli italiani. E’ parsa una citazione della Gaudium et Spes, il documento del Concilio Vaticano II sul mondo contemporaneo. Ma soprattutto pochissime parole, in una politica italiana insopportabilmente ciarliera.
Poi ha preso la sua Fiat Panda per andare a rendere omaggio alle vittime delle Fosse Ardeatine. Come dire: qui sono le radici della Costituzione.
In quell’utilitaria, così senza corteo e pompa istituzionale, c’è già chi ha visto una probabile dieta Bergoglio, per un Quirinale che nel libro “La Casta” del duo Rizzo-Stella quanto a costi starebbe sopra a Bukingham Palace. Infine il suo discorso d’insediamento a Montecitorio, prima del giuramento, nel quale se il nuovo capo dello Stato si riconosce nella figura di arbitro imparziale, aggiunge subito dopo che “i giocatori lo aiutino con la loro correttezza”.
Nuova sortita del vescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri, contro la legge sull’aborto e contro la legge che vuole contrastare l’omofobia. I toni sono quelli che lo contraddistinguono: integralismo, intolleranza, mancanza di rispetto per la verità dei fatti. Ma non è su questo che vorrei insistere. Mi soffermo rapidamente sulle reazioni pubbliche. Colgo l’occasione per ricordare un ottimo documento dell’Udi (4 agosto 2014) che in modo pacato e argomentato rispondeva al Vescovo presentando i buoni risultati ottenuti con la legge 194. E denunciava un primato negativo: l’Italia è tra i Paesi più arretrati in tema di educazione sessuale. Nei giorni scorsi, un’altra risposta ferma e laica è venuta dai Giovani democratici ferraresi e dal consigliere comunale di Sel, Leonardo Fiorentini. E i cattolici? Silenzio o parlano d’altro. Per esempio, l’amico economista Andrea Gandini che, nelle parole del vescovo (“…la legge sull’aborto non ha consentito di venire al mondo ad oltre sei milioni di italiani e la scarsità di figli ha fatto sprofondare in questa crisi economica…”) “…individua uno spunto per portare il dibattito fuori del terreno della pura polemica e dello scontro ideologico…”. Scontro ideologico? Ma stiamo scherzando? E’ un confronto fra un visione oscurantista e una concezione coerente con lo spirito di una società moderna e laica. E aggiunge Gandini: “Non entro nel merito della discussione di tipo etico e religioso”. E perché no? Oppure, colpisce un’altra dichiarazione irenica, quella del segretario della Cisl, Paolo Baiamonte: “Il Vescovo usa toni forti e accesi…. Ma è indubbio che scuotono una piazza come quella di Ferrara che è un po’ sonnolenta…”. Bene. Ma nel merito delle continue sortite del vescovo cosa ne pensa il signor Baiamonte? Concludo. Discorrendo in privato con cattolici e sacerdoti raccolgo molte critiche nei confronti della linea retriva e intollerante inaugurata da monsignor Negri, ma pubblicamente registro reticenze e silenzi… Non funziona così lo spazio pubblico di una democrazia adulta.
Fiorenzo Baratelli è Direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara
Anche se non può essere paragonata al richiamo dell’EXPO di Milano di prossima inaugurazione, proprio cinquant’anni fa pure Ferrara balzò alla notorietà internazionale con EUROFRUT ’65, seconda edizione della biennale frutticola (anche se la prima nel ’63 fu in tono minore), e rese la città, per tutte le volte che la manifestazione fu replicata, capitale europea delle mele e delle pere.
Queste colture erano riuscite ad avere un ruolo centrale nell’agricoltura e nell’economia locale, con un forte incremento proprio nei decenni del secondo dopoguerra.
Dai dati statistici del 1970, nella provincia di Ferrara, le dimensioni di questo comparto frutticolo erano veramente notevoli: quasi 14.000 erano le aziende che coltivavano mele e pere su una superficie di 40.000 ettari (nell’ultimo censimento del 2010 erano circa 3.000 per 12.000 ettari).
Pero e melo avevano bisogno mediamente di 500 ore di manodopera per ettaro, di cui circa la metà solo per la raccolta, impiegando stabilmente quella aziendale ma pure tanta avventizia (a quell’epoca rigorosamente locale, con una grande componente studentesca).
Anche l’indotto aveva grandi dimensioni, basti pensare che il locale Consorzio Agrario Provinciale (CAP), fornitore di servizi e mezzi tecnici, aveva 80 filiali, più numerose rispetto al numero dei campanili presenti sul territorio. Il CAP inoltre gestiva una propria banca, la Banca Credito Agrario che, quando venne assorbita dalla Cassa di Risparmio di Ferrara nel 1994, contava 33 sportelli.
La collocazione della frutta sui mercati era assicurata da strutture commerciali in parte cooperative (molte promosse dall’Ente Delta Padano) ma soprattutto private, che potevano contare pure sull’attività di numerosi mediatori, personaggi che avevano il compito di interfacciare la domanda e l’offerta, molto frammentate in particolare la seconda.
Questi operatori erano soliti aspettare i frutticoltori in piazza a Ferrara al lunedì mattina e le contrattazioni avvenivano all’aperto o seduti ai tavolini dei caffè del centro. In tempi più recenti tale attività era passata nei saloni d’ingresso, e attorno al bar, del Centro Operativo Ortofrutticolo di via Bologna. Anche se l’affluenza degli agricoltori era molto alta, era sempre un’occasione per conoscere le dinamiche delle produzioni e dei prezzi, non sembra che beneficiarne fossero i gestori dei bar o delle trattorie del centro, in quanto le consumazioni erano molto ridotte, se non proprio evitate.
Forse a beneficiare maggiormente di questo afflusso del lunedì dalla provincia al centro cittadino potevano essere le attività che si svolgevano attorno a via delle Volte, oppure attorno a via Concia (non era stata sufficiente nel lontano 1908 il cambio del nome da via Sconcia, su richiesta dei residenti per scongiurarne la cattiva fama) e via della Quaglia, vie che non erano proprio assimilabili alla zona del De Walletjes ad Amsterdam in Olanda ma in qualche modo la evocavano.
In quegli anni era da poco in atto la Legge Merlin del 1958, che stabiliva la chiusura delle case di tolleranza, ma in queste zone della città, qualche indirizzo più o meno clandestino era rimasto.
Per la maggioranza dei nostri frequentatori l’intento non era quello di “concludere”, ma di percorrere avanti e indietro queste vie e respirare quel clima così “trasgressivo”, difficilmente ripetibile nei paesi di provenienza, tanto che per molti, che facevano il giro in via delle Volte, il pomeriggio si concludeva poi nel vicino cinema Diana di San Romano dove rigorosamente c’era una doppia programmazione. Ancora oggi nei modi di dire ferraresi è rimasto un “ma và a la quaja!” per mandare al diavolo qualcuno.
Era in autunno, alla vigilia delle raccolte, che l’attività dei mediatori diventava più frenetica, oltre che aspettare gli agricoltori in piazza, si aggiravano pure nelle campagne in cerca di frutta e di clienti a bordo di macchine di grossa cilindrata, di regola di fabbricazione tedesca.
Conoscevano le evoluzioni del mercato della frutta, e se si chiedeva loro come stessero andando gli affari, facevano una smorfia, agitavano la mano per indicare all’incirca e rispondevano con un laconico “set darset”, range molto ampio, che diceva tutto e niente.
Le varietà più coltivate per le mele erano: “Delicious rosse”, “Imperatore”, “Abbondanza” e “Golden Delicious”.
Mentre per le pere le varietà più importanti erano la “William” (di cui si sfruttava pure l’attitudine ad essere trasformata industrialmente) e la “Passa Crassana” seguite poi dalla “Kaiser”, dall'”Abate Fetel” e dal “dr Guyot”.
Ma proprio negli anni ’70 iniziò un lento e costante declino, in quanto aumentarono le zone di produzione frutticola sia in Italia che all’estero.
Le mele coltivate a Ferrara, generose dal punto di vista produttivo, mostravano grossi problemi di qualità e di conservazione rispetto a quelle prodotte nelle nuove realtà.
A livello nazionale, le mele coltivate in collina e in montagna sono riuscite a realizzare standard qualitativi superiori rispetto a quelle presenti in pianura: la cura dell’immagine e della promozione ha garantito loro una superiorità commerciale che è continuata fino ai giorni nostri.
Diverso il discorso per le pere, dove nel tempo è sparita la “Passa Crassana” ma si è consolidata l’”Abate Fetel”, che ha dimostrato caratteristiche di qualità migliori in pianura.
Questa varietà è in pratica coltivata solo fra Ferrara (con la superficie maggiore), Modena, Bologna e Ravenna, dal 1998 può fregiarsi del riconoscimento europeo di IGP (identificazione geografica protetta) ed è diventata un pregiato biglietto da visita dell’agricoltura regionale nel mondo. Chissà che non possa riportarci agli antichi fasti di Eurofrut. Anche per questo si guarda con interesse a Futurpera, la fiera della pericoltura che si terrà nella Fiera di Ferrara dal 19 al 21 novembre 2015.
* agronomo ferrarese e studioso di agricoltura e tradizioni locali
PARIGI – Sfidando bronchiti, altolà minacciosi dei medici, m’ingozzo di antibiotici e parto. Nuvole e sole, pioggia e neve s’alternano repentini e mentre ti ripari sotto un ombrello al Pont Neuf, nei giardini del Vert-Gallant, vedi in lontananza la Tour Eiffel illuminata dal sole. Il cuore si conforta riscaldato dalla bellezza ma trema e s’intristisce allorché ti rechi al quartiere ebraico a vedere la nuova, favolosa, sistemazione del Musée Picasso e sei accolto da ragazzi col mitra che gentilmente ti spiegano che devi lasciare il taxi e percorrere la strada a piedi. Così dopo le rituali quasi due ore di coda sei accolto da altri gentili soldati che ti fanno aprire borse e zaini circondati da bimbetti curiosissimi che con la loro matite s’apprestano a rifare Picasso. Anche tra le folle disumane al Musée du Luxembourg discrete presenze osservano caute perché hai la bocca aperta e non ti stacchi dal quadro di Monet titolato “La Poste des douaniers” (La casa dei doganieri).
Per forza! Se nel frattempo mentalmente ti ripeti: “Tu non ricordi la casa dei doganieri,/ sul rialzo a strapiombo sulla scogliera / desolata t’attende dalla sera/in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri/ e vi sostò irrequieto.” I meravigliosi versi del Montale fanno riflettere sulla convergenza tra pittura e poesia e sulla presenza contemporanea di bellezza e verità offerti dai disguidi del possibile. E sulla verità che l’arte, comunque essa si esprima: poesia, musica, pittura scultura, fa risplendere e pulire la mente e il cuore dalle scorie del quotidiano e delle sue inevitabili piccolezze. Anzi, li eleva a modelli.
La locandina del convegno ‘Testi e intertesti per il romanzo di Ferrara’
Eccomi pronto a parlare di Bassani: a raccontare e ascoltare Ferrara presentata ai giovani che affollano la grande aula della Maison de Recherche de Paris Sorbonne, in occasione della giornata di studi intitolata “Giorgio Bassani. Testi e intertesti per il romanzo di Ferrara”. L’impeccabile organizzazione curata da Davide Luglio e dalla mia cara amica, studiosa first class di Bassani, Anna Dolfi, permette d’instaurare un clima di attenta compartecipazione e di entrare senza apparente sforzo – che è la vera arma segreta degli studi quando si compiono avendo chiarito prima a se stessi poi agli altri il senso della ricerca – nel mondo di Bassani, in quella Ferrara che ritorna sempre e senza altri rivali come mito e come presente, come la città che ti ha formato e come modello per il futuro giocato su un presente che accetta e rifiuta, secondo un’imprescindibile imperativo etico, ciò che solo la scrittura e quella scrittura può esprimere. Bassani e una città ovvero LA CITTA’.
Cadono i pregiudizi e le allusioni ironiche su “Ferara” e questa città s’accampa nell’immaginario letterario con la stessa necessità che ha avuto Parigi per Zola o Balzac. La cronaca che affiora nelle relazioni, tutte di altissimo livello, lentamente con tenacia e pazienza, diventa storia e sbozzola la F. puntata degli scritti giovanili fino ad accamparsi, nel titolo, come “il” romanzo di Ferrara”.
Ad ascoltare questo percorso, a testimoniarlo con la loro presenza, la figlia di Bassani, Paola, accompagnata a sua volta dalla figlia Camille; David Liscia, figlio di Jenny Bassani sorella dello scrittore, con la moglie Igina e con la figlia Jael e marito e col figlio Gadiel, giovane medico, ora a Parigi. E, naturalmente, Portia Prebys che ci ha commossi per il dono generoso alla città di Ferrara confluito nel Centro studi bassaniani di cui ci ha illustrato le finalità e lo scopo sorretto da un atto d’amore non solo per il compagno ma per la città stessa.
Il dépliant del convegno alla Maison de Recherche de Paris Sorbonne
Uscire in questo modo da “dentro le mura”, confrontarsi e partecipare ai giovani italianisti di Parigi la parola bassaniana è stato un conforto per l’intelligenza e per il cuore. Un momento di speranza. E mentre sullo schermo mostravo l’ultima diapositiva con la tomba di Giorgio Bassani nell’ “orto degli ebrei” ferraresi qualcuno mi allunga un biglietto: avevamo il nuovo Presidente della Repubblica Italiana. Così gli applausi per la Ferrara bassaniana aumentano e si mescolano con quelli che annunciano la ritrovata fiducia in un paese che forse sta imboccando la strada giusta. Come si è conclusa la festa per e di Bassani? Con una cena nell’ospitale casa di Anna Dolfi fra amici che si erano raccolti con lo stesso spirito con cui ci si può incontrare per gustare vini finissimi che accompagnano e rendono più vivace il lusso della mente.
Nel nome di Ferrara e del suo scrittore.
Dal 29 gennaio Ferrara non è più solo la città degli eventi, ma la città degli eventi sostenibili: nella sala del consiglio comunale il sindaco Tiziano Tagliani e il vicesindaco e assessore alla cultura e al turismo Massimo Maisto hanno ricevuto ufficialmente la certificazione Iso 20121 per la gestione sostenibile degli eventi.
Questa certificazione rappresenta una tappa importante all’interno di un percorso che da anni vede l’amministrazione impegnata per consolidare e promuovere l’identità di Ferrara come città degli eventi e dei festival, con la cifra distintiva di una relazione con il patrimonio culturale e paesaggistico che ha come scopo una valorizzazione reciproca. Anche per questo non è trascurabile che Ferrara sia “il primo comune in Italia a ricevere questa certificazione”, come ha sottolineato Giovanni Marmini di Tuv Touring Italia, l’ente di certificazione indipendente che ha rilasciato la qualifica. D’altra parte questo percorso non avrebbe potuto essere intrapreso senza la partecipazione e l’impegno degli organizzatori delle manifestazioni stesse: Ferrara sotto le Stelle nel 2010 è stato il primo evento a mappare e realizzare dei percorsi di accessibilità, pubblicati sul sito della manifestazione e di riduzione delle barriere architettoniche, nello stesso anno Internazionale a Ferrara ha iniziato la collaborazione con Last minute market, mentre dal 2014 è certificato Iso 20121, e ancora il Ferrara Buskers Festival nel 2012 è stato il primo evento a fregiarsi del titolo di Eco Festival e nel 2013 è stato il primo evento certificato Iso 20121. Da giovedì non sarà più una questione di volontà e lungimiranza: ogni organizzatore di manifestazioni patrocinate dall’Assessorato alla cultura e coordinate dall’unità organizzativa Manifestazioni culturali e turismo dovrà sottoscrivere la politica di gestione sostenibile degli eventi dell’amministrazione e rispettare quindi un set di requisiti che garantiscono un livello minimo di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Il valore aggiunto di queste certificazioni, se correttamente interpretate e adottate, sta nell’implementazione di un vero e proprio sistema di organizzazione degli eventi standardizzato, che comprende tutte le fasi dalla pianificazione al monitoraggio degli obiettivi prefissati e dei risultati raggiunti. La Iso 20121, infatti, è una norma internazionale che definisce i requisiti di un sistema di gestione degli eventi focalizzato sulla loro sostenibilità e dunque mirante a ridurre al minimo il loro impatto sull’ambiente e la comunità nei quali si inseriscono. La sua realizzazione prevede tre fasi: progettazione, attraverso la definizione di una politica e un impegno per lo sviluppo sostenibile, l’individuazione degli stakeholder e la definizione di indicatori chiave di performance; implementazione delle procedure operative chiave con la definizione delle risorse e la formazione del personale attraverso un piano di comunicazione ben definito; riesame della performance in linea con i requisiti degli standard e gli obiettivi pianificati e monitoraggio e correzione di procedure da riorganizzare.
Detto tutto ciò, viene da chiedersi quale sia la consapevolezza riguardo questi temi dei cosiddetti stakeholder, i cosiddetti “portatori di interessi”, che parlando di un’amministrazione comunale sono sì le realtà culturali ed economiche, ma sono soprattutto i cittadini. Qui sta l’unica pecca che, a mio parere, si può rintracciare in tutta l’operazione. Non si è puntato abbastanza sulla comunicazione dei vantaggi che questo percorso può portare per i cittadini: taglio dei costi grazie a una migliore gestione dell’energia e dei rifiuti, oppure maggiore efficienza e maggiore autonomia economica, solo per citare due delle critiche che puntualmente emergono all’indomani di manifestazioni di questo tipo. Oltre a essere un punto fondamentale dell’analisi del contesto da cui partire per costruire manifestazioni culturali e turistiche veramente sostenibili, questo tipo di coinvolgimento è imprescindibile per andare oltre la procedura burocratica e raggiungere l’obiettivo dell’amministrazione comunale di “promuovere la cultura della sostenibilità tra i portatori di interesse coinvolti ed i cittadini”, ma soprattutto sarebbe un modo per tutelare e valorizzare progetti e iniziative validi da critiche spesso non ben argomentate. Ma, come ha affermato l’assessore Maisto, “questo certificato non è una medaglia, è un impegno per continuare a migliorarci”; la strada fatta fin qui dimostra che la volontà c’è tutta. Dunque: buon lavoro.
Ferraraitalia ha pubblicato di recente un altro articolo sul tema degli eco-eventi [vedi]
È stato dedicato alla “fantastica-mente” di Gianni Rodari il terzo incontro del ciclo “Viaggio nella comunità dei saperi. Istruzione e Democrazia”, tenuto da Daniela Cappagli e Roberto Cassoli. “Un poeta per bambini e per adulti”, lo ha definito Cassoli, nato il 23 ottobre 1920 a Omegna sul Lago d’Orta e morto il 14 aprile del 1980 senza aver compiuto 60 anni: “Rodari è morto e il mondo si è impoverito” commenterà Calvino. Il collega giornalista Tullio De Mauro lo ha descritto come uno “scompaginatore sapiente e irriverente del monolinguismo letterario” dell’Italia.
Figlio di un fornaio anticlericale, che “chiuse gli occhi per non vedermi vestito da balilla”, ricorda Rodari aggiungendo “L’ultima immagine che conservo di mio padre è quella di un uomo che tenta invano di scaldarsi la schiena contro il suo forno. E’ fradicio e trema. È uscito sotto il temporale per aiutare un gattino rimasto isolato tra le pozzanghere. Morirà dopo sette giorni, di bronco-polmonite”. Si diploma maestro nel 1937 e nel 1944 si iscrive al Pci, diventa giornalista di Ordine Nuovo e poi de L’Unità: i colleghi di Milano lo vedono mentre scrive filastrocche e poesie sui muri della redazione. È a questo periodo che risale il personaggio di Cipollino, balenato nella sua fantasia mentre gira fra i banchi per controllare i prezzi di frutta e verdura per il giornale. Nel 1970 riceve il Premio Andersen, il massimo riconoscimento per la letteratura per l’infanzia.
Durante tutta la sua carriera di scrittore per l’infanzia costante è stata la sua attenzione per il mondo della scuola, come dimostra anche la sua collaborazione con il Movimento di cooperazione educativa per una ricerca pedagogica che si concentrasse non sul programma didattico ma sulla persona che deve crescere e formarsi. Secondo Daniela Cappagli la visione di Rodari del “rapporto fra istruzione e democrazia” può essere rintracciata, oltre che nel celeberrimo “Grammatica della fantasia” (Einaudi 1973), negli scritti teorici inediti raccolti in “Scuola di fantasia” (Einaudi 2014). Rodari pensa a una scuola che incoraggia la “curiosità della scoperta” come unico modo per apprendere, in cui l’insegnamento non è fatto di trasmissione di nozioni ma di sperimentazione attiva. Una scuola non autoritaria dove i ragazzi sono autorizzati “a guardar fuori dalla finestra per scoprire il mondo e incantarsi davanti allo spettacolo della vita”. Una scuola senza voti perché non ci può essere un sistema standardizzato se ciascuno ha tempi e modi di apprendimento diversi e perché i cosiddetti obiettivi non devono essere “l’elenco di quello che vogliamo dai bambini, ma di quello che dobbiamo fare noi per essere utili a loro”. In un mondo come il nostro “dove si respira aria che addormenta”, continua Cappagli citando Rodari, “la scuola non deve insegnare la lingua del sì per dire sì, ma la lingua della ricerca, della comunicazione sociale”, in altre parole “la lingua della creatività e della fantasia”. Curiosità, creatività, fantasia e soprattutto passione sono le parole d’ordine: “dovete vedere i vostri figli appassionati a ciò che fanno”, afferma Rodari rivolgendosi ai genitori. Sì perché la sua utopia era una società educante, dove tutti, insegnanti, genitori, famigliari, biblioteche e addirittura la tv, assolvessero il proprio compito di tirar su la generazione che sarebbe venuta dopo di loro.
“Bisogna rovesciare la scuola come una calza vecchia”: queste parole suonano rivoluzionarie ancora oggi, in un’Italia in cui il mondo della scuola è fatto di precariato, di edifici poco sicuri e di fondi spesso non sufficienti nemmeno per comprare il materiale didattico. Eccola qui l’utopia rivoluzionaria concepita dalla fantastica mente di Gianni Rodari: “Una scuola grande come il mondo”.
C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri e professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così…
Si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso!
Siamo già in piena atmosfera carnevalesca, nei negozi abbondano maschere e scherzi di ogni sorta, le pasticcerie e i panifici un tripudio di crostoli e frittelle. Per chi poi ama travestimenti, carri e festeggiamenti il sito Trivago [vedi] propone una lista delle migliori feste di Carnevale in Italia, stilando un vero e proprio identikit in base alle particolarità di ogni località. Fra gli undici migliori eventi, c’è anche il Carnevale di Cento che viene dopo Venezia, Viareggio, Putignano e Ivrea, e che sul sito di Trivago viene messo in evidenza così “Segni particolari: lanciaregali + CentoPerCento Brasile”.
In effetti non è scontato ricevere regali da prendere al volo mentre di osservano carri allegorici dalle dimensioni e figure stratosferiche, mentre si canta e si balla a ritmo di musica brasileira, “Avevo sempre associato la parola “gettito” a qualcosa di negativo… poi… sono incappato nel superfelice e superfestoso Cento Carnevale d’Europa e nel suo “gettito centese“! Di cosa si tratta? Dai carri si lanciano palloni, bambole, peluche, gonfiabili e quant’altro in una misura tale che si dice che nessuno torni a casa da Cento a mani vuote!”, scrive Simone Sacchini sul sito [vedi] due giorni fa.
Il Brasile quest’anno poi è decisamente in tema, dopo gli ultimi mondiali passati a canticchiare il leitmotiv di di “We are one (ole ola)”, e su Trivago si legge “Cento, in occasione del carnevale diventa il Brasile d’Italia, grazie al gemellaggio con il Carnevale di Rio.” Ma il fatto davvero importante è che finalmente il Carnevale centese può ripartire, dopo gli eventi sismici del 2012 che hanno messo in ginocchio il centese e tutto il territorio emiliano: “Quella del 2015 è un’edizione speciale: segna il ritorno del Carnevale di Cento – scrive Sacchini – dopo lo stop dovuto alla messa in sicurezza post terremoto del 2012.”
La provincia di Ferrara è dunque sempre appetibile e Trivago, il più celebre portale per la ricerca di hotel in Italia e nel mondo, non perde l’occasione di segnalare eventi e proposte interessanti, come ha fatto anche con il Capodanno 2014 a Ferrara. [vedi]
Per saperne di più sul Carnevale di Cento visita il sito [vedi] e la pagina Facebook [vedi].
Funziona così: buttano l’anello in terra con nonchalance, senza farsi notare. Poi, nell’atto di raccoglierlo, vi interpellano per chiedervi se per caso l’abbiate perso voi. La scenetta è più o meno sempre la medesima.
E’ l’ultima frontiera dell’accattonaggio, un escamotage che fa leva sulla brama dello stupefatto passante. L’oggetto mostrato è infatti un bell’anellone grosso, apparentemente d’oro. Ha l’aria di una fede nuziale, con una piccola cifratura all’interno che lo rende più credibile. Il questuante a questo punto ve lo offrirà, domandandovi in cambio qualche euro. “Qualcuno gliene dà 5, 10, mi è capitato anche di sapere che un signore ne ha dati 50 – riferisce una gentile gioielliera del centro -. Ne capitano tanti. Solo negli ultimi giorni una decina di passanti sono entrati in negozio mostrandomi questi anelli, quasi tutti uguali, qualcuno più credibile, altri più dozzinali. Vengono qui fiduciosi, convinti che sia oro, nella speranza di ottenere un po’ di soldi”. E se ne vanno con le pive nel sacco.
Uomini in frak e donne in abiti ottocenteschi, così Borgosesia accoglie il carnevale. Fino al 18 febbraio tutta la cittadina della Valsesia sarà in festa. Ogni angolo, negozio o viottolo della città sarà “mascherato”. La sobrietà è bandita! Abiti colorati, abiti che raccontano una tradizione, quella carnevalesca, a cui Borgosesia è legata da inizio ‘900, sfileranno da mattina a sera, vestendo i borgosesiani impegnati nelle faccende quotidiane che una volta l’anno svolgono la loro attività in abiti carnevaleschi.
Vi capiterà di prendere un caffè al bar e sarà l’Uomo Ragno a servirvelo, oppure andare in farmacia e trovarvi Cappuccetto Rosso che vi consiglia cosa prendere per il mal di gola. Una città intera sarà in festa. Due veglioni, uno si è tenuto uno il 7 febbraio dove è stata premiata la maschera più bella e un altro rigorosamente “in bianco e nero” sarà invece il 14 febbraio.
Gli “Antani Project” insieme a al DJ Lupo Alberto (quello vero) hanno animato la serata del 7 febbraio, per quello successivo del 14 febbraio ci saranno “Genio & i Pierrot” con la loro orchestra. I veglioni durano fino al mattino a suon di musica all’interno del teatro sede della proloco.
Dieci saranno le tappe per gustare l’ultimo giorno del carnevale di Borgosesia: il 18 febbraio. Fagiolate, polenta e saracca (grosse acciughe) caratterizzeranno la tavola.
Il 18 febbraio arriva il momento culminante del Carnevale, il Mercu Scurot. Mentre tutti gli altri carnevali di rito romano terminano, il Carnevale di Borgosesia vive il suo atto conclusivo nel primo giorno di Quaresima, per inscenare, con un lungo corteo, il funerale del Carnevale. Come vuole la tradizione, i partecipanti si ritrovano la mattina vestiti di tutto punto – con l’abito del Mercu Scurot: frac, gala (un grosso farfallino bianco di garza), cilindro e mantella. Accessorio indispensabile è il Cassù, mestolo di legno utilizzato per bere il vino, distribuito in apposite postazioni dislocate lungo il percorso del corteo. Dopo il Pranzo del Mercu Scurot alla Pro Loco i cilindrati (così si chiamano i partecipanti) iniziano un giro enologico della Città, che si concluderà la sera con la lettura del Testamento del Peru, il rogo del pupazzo che raffigura la maschera e i fuochi artificiali.
Borgosesia, paese situato in Valsesia, è ricordato per la Manifatture Lane che finanziò l’acquisto di due piroscafi su cu cui si imbarcarono i mille. Di particolare rilievo è il santuario di Sant’Anna che deve la sua fama alle sei cappelle dedicate agli episodi della Vita della Vergine, vanno segnalate inoltre le 150 statue in terracotta policroma realizzate dall’architetto Giovanni d’Enrico. Da non perdere c’è il Sacro Monte di Varallo che sorse per iniziativa del Beato Bernardino Caimi, che, di ritorno dalla Terra Santa volle ricreare in piccolo i luoghi della Palestina.
Il complesso degli edifici, una cinquantina è stato costruito nel corso di un paio di secoli. Ogni cappella rappresenta, con affreschi (circa 4.000 figure) e con gruppi di statue (circa 400), scene della vita di Gesù e di Maria.
Per saperne di più visita il sito Fuoriporta [vedi]
Dedicare ad Arnoldo Foà la sala della Musica, nel complesso monumentale del chiostro di san Paolo. “Potrebbe essere una buona idea”, riconosce il vicesindaco con delega alla Cultura, Massimo Maisto. Foà era attore, ma anche uomo di impegno civile. E la sala della Musica si è qualificata in questi anni come pubblico spazio di intervento e di confronto. Quindi un vero palcoscenico cittadino, al quale il nome dell’artista ferrarese si potrebbe opportunamente associare.
Foà, attore, regista, scrittore, doppiatore, avrebbe oggi 99 anni. Nato a Ferrara da una famiglia di origine ebraica è stato per questo vittima di discriminazioni razziali in epoca fascista.
Ha recitato a teatro sotto la regia di Visconti, Ronconi, Strehler; al cinema con Blasetti, Welles, Damiani, Scola; alla radio e in tv (celebre la sua interpretazione del Corsaro Nero). Inconfondibile il suo timbro di voce, impagabile l’espressività, il suo sarcasmo e il fine umorismo. Nel 1994, dopo la vittoria di Berlusconi alla elezioni, emigra: “Non sono mai stato comunista – dichiarò alla Stampa – ma mi esiliai alle Seychelles quando ho rivisto i fascisti al governo”. Quattro mogli, quattro figlie, ha vissuto un’esistenza piena.
Il mese scorso, con tutti gli onori, si è celebrato l’anniversario della scomparsa di Claudio Abbado, cui la città di Ferrara ha intestato il proprio teatro. Di Arnoldo Foà, le cui ricorrenze (99 dalla nascita, uno dalla scomparsa) sono entrambe in gennaio, ci si è dimenticati e quelle date sono scivolate nel sostanziale silenzio (Ferraraitalia ha dedicato a Foà il proprio immaginario del 22 gennaio, vedi qua).
“Ho di recente incontrato la vedova di Foà – riferisce Maisto – che mi ha comunicato l’intenzione della famiglia di ricordare l’attore con una mostra itinerante che nel 2016 dovrebbe essere allestita a Roma, Firenze e Ferrara. Hanno foto, locandine, video, reperti sonori, insomma tutto quel che serve per onorare degnamente una figura importante come la sua. Ma ho presente anche un altro grande ferrarese cui è doveroso che la città riservi il proprio tributo. Parlo di Florestano Vancini (il celebre regista scomparso nel 2008 a 82 anni, ndr). Strade significativa da dedicare ormai non ce ne sono più. Quindi bisognerà individuare un luogo o un degno contenitore culturale. Credo che nel 2016, in concomitanza con la mostra per Foà che si sta cercando di realizzare, dovremmo trovare il modo di rendere omaggio a entrambi”.
da MOSCA – Quando ho preparato il testo sulla mia Street Photography, pubblicato qualche giorno fa, immedesimandomi a fondo e con (ovvia) modestia, negli scatti dei grandi fotografi camminatori, come amo definirli, mi sono imbattuta, per caso, in Vivian Maier che avevo solo citato di sfuggita, gettando quasi un amo alla vostra curiosità. All’inizio non avevo troppo approfondito il misterioso personaggio che, tuttavia, mi aveva profondamente colpito e lasciato quasi un senso di vuoto che si sarebbe colmato solo con la decisione di rinviare la ricerca ad altro, più idoneo, tranquillo e calmo momento. Immaginatevi, dunque, la mia sorpresa e curiosa eccitazione quando aprendo il The Moscow Times del 29 agosto di quasi due anni fa, alla pagina 12 ‘What’s on’, ovvero il calendario settimanale della vita culturale moscovita (ancora lo conservo), leggevo che dal 4 settembre il Centro fotografico fratelli Lumière della capitale avrebbe ospitato fotografie della Maier, per la prima volta in Russia. Dovevo andare al più presto, anche se, a malincuore (la trepidazione era tanta, troppa), avrei dovuto aspettare una decina di giorni, dovendo prima partire per una pillola di ultima, tenera e romantica vacanza romana e concludere alcuni importanti impegni personali e lavorativi. Roma ne era valsa la pena, davvero, dunque avevo atteso alla fine senza troppa fatica, ma il ritorno in Russia sarebbe stato accolto da questa novità. Ecco allora che, un sabato mattina uggioso e piovoso, mi armavo di ombrello, impermeabile, scarpe da tennis, cartina e indirizzo manoscritto e cercavo il Centro Lumière.
La locandina del documentario
Trepidante. Perché decido di parlarvene solo oggi a quasi un anno di distanza dalla mostra moscovita? Perché la città, all’avanguardia come sa spesso essere, aveva ben capito il fenomeno Vivian, oggi che il documentario sulla sua vita, ‘Finding Vivian Maier’, realizzato dal suo scopritore John Maloof, è candidato al Premio Oscar.
Quell’estate, dunque, sapevo solo che dovevo attraversare il ponte sulla Moscova vicino alla Cattedrale di Cristo il Redentore, non lontano dalla metropolitana Kropotkinskaya, e dirigermi in uno dei maggiori centri culturali della città, vivo, pullulante d’idee e colori. Camminavo curiosa verso un posto che avrei trovato davvero magico, la fabbrica di cioccolato Einem, aperta nel 1867 dai tedeschi Theodor Ferdinand von Einem e Julius Heuss, nazionalizzata nel 1918 e, nel 1992, ribattezzata Ottobre Rosso. Oggi l’area, che si trova di fronte all’imponente monumento di Pietro il Grande che svetta su un altrettanto imponente nave, ospita centri di fotografia dal forte e penetrante odore di pellicola, gallerie moderne e alternative, con esposizioni temporanee, il bar-biblioteca del Museo di fotografia Lumiere, il suo fornito bookshop. Questo centro è uno spazio per mostre, qui siamo andati a incontrare Vivian. Ho comprato il biglietto, 300 rubli, che conserverò con alcune foto acquistate nel bookshop sulla Mosca degli anni Quaranta – Settanta, e sono entrata, curiosa di ammirare le 50 fotografie esposte, rigorosamente in bianco e nero, quasi tutte risalenti agli anni Cinquanta. Deciderò, allora, anche di contattare John Maloof. Ci avrei provato, e con successo.
Biglietto della mostra su Vivian Maier
Torniamo a Vivian, le cui immagini spesso sono state comparate a quelle di Henri-Cartier-Bressone le composizioni avvicinate a quelle dell’ungherese André Kertész. Si dice che fosse amica dell’austriaca Lisette Model, ma, nella realtà, si sa poco della sua vita, avvolta quasi completamente dal mistero. Non si sa veramente se fosse nata a New York o in Francia il 1 febbraio 1926 (dunque compleanno pochi giorni fa?), arrivata negli Stati Uniti negli anni ’30, dove aveva vissuto, a New York, lavorando come commessa in un negozio di caramelle. Dagli anni ’40 si era trasferita a Chicago, dove era stata assunta come bambinaia in una famiglia del North Side.
Appassionata di cinema europeo, aveva imparato l’inglese andando a teatro, vestiva abiti e scarpe da uomo e indossava enormi cappelli. Una donna che non amava parlare, così la ricordano gli impiegati nello storico negozio di apparecchiature fotografiche di Chicago ‘Central Camera’, che ha trascorso i suoi ultimi giorni in una casa pagata dai tre ragazzi che aveva accudito fino agli anni ’60. Sono loro, raggiunti da John Maloof, fotografo per passione e agente immobiliare per professione in cerca di materiale fotografico per la scrittura di un libro sui quartieri di Chicago, a raccontare di una donna misteriosa, socialista, femminista e anti-cattolica, che scattava fotografie in continuazione. Caduta in disgrazia, i suoi mobili furono messi all’asta e 40.000 negativi, dei quali circa 15.000 ancora all’interno di rullini non sviluppati, furono acquistati per poche centinaia di dollari da Maloof. È lui a decidere di far conoscere al mondo intero l’opera di Vivian pubblicando gran parte delle immagini acquisite sul blog Vivian Maier– Her discovered work [vedi], sempre più frequentato. Sboccia così, a metà tra leggenda e virtualità, il mito di Vivian Maier, la fotografa del mistero della quale si conoscono rare notizie biografiche e il cui viso s’intravvede solo in alcuni autoscatti. Si tratta di 40 anni di immagini che sfilano, pensate quanto ancora ci sia da vedere.
A Mosca, avevo ammirato 50 splendide fotografie, peraltro acquistabili in originale, di anziane impellicciate ben pettinate che guardano stizzite l’obiettivo, di uomini con i cappelli che fumano sigari, di bambini che piangono accuditi da mamme attente, di donne eleganti che aspettano, in ordinata fila, l’autobus (forse), di mani di innamorati che si intrecciano, come le mie, le nostre, le vostre.
E’ davvero un’emozione passeggiare per quelle strade in bianco e nero e ritrovarsi ancora bambini fra le braccia accoglienti dei genitori, osservando, da lontano, due poliziotti che trascinano un vecchio signore che non ha poi così l’aria da criminale ma solo le sembianze di un’antica sbornia.
Il mistero di questa donna introversa rimane grande, a me piace l’idea di lasciarlo così, anche se tanto si scriverà ancora sulla sua vita, forse perché lei davvero voleva questo, forse perché restare anonimi talvolta aiuta le vite difficili e solitarie. Tuttavia, rivelare una tale anima nascosta è stato sicuramente un grande regalo per tutti, anche se in molte immagini pare celarsi una profonda sofferenza, attenuata dalla curiosità e dall’amore per la vita.
Così, dunque, voglio immaginarmi Vivian, chiusa e riservata ma allo stesso tempo tenera e sensibile alle sofferenze della strada, attenta all’essere umano e alla sua storia fatta anche di tanti gesti teneri e sorpresi. Perché la sorpresa e la tenerezza restano il cuore pulsante di ogni vita.
Il film-documentario “Finding Vivian Maier” è stato presentato a vari festival, fra i quali il Toronto International Film Festival del 2013, e oggi è candidato al Premio Oscar come miglior documentario [vedi].
Ringrazio John Maloof e Franny Vignola della Howard Greenberg Gallery di New York per la collaborazione e la gentilezza dimostrata nella concessione delle immagini.
Sottomissione è “atto formale con cui si riconosce la propria condizione di suddito”, così riporta il dizionario del Battaglia alla voce corrispondente.
Tutta la storia dell’umanità è espressione delle lotte condotte dall’uomo per liberarsi da ogni forma di oppressione, temporale o spirituale che fosse, fino alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Una lotta che non cessa mai e che mai può essere accantonata o persa di vista in tutta la sua portata mondiale. La persona umana e l’universalità dei suoi diritti sono il centro di tutto. Lo scrivo perché a volte, sull’onda delle emozioni e delle manipolazioni che di queste sono compiute, potremmo perdere la bussola.
Michel Houellebecq
È proprio il caso di “Sottomissione” di Michel Houellebecq e di quanti, come Francesco Borgonovo dalle colonne di Libero, si sono precipitati a proporne l’adozione nelle nostre scuole, come antidoto da somministrare ai nostri giovani che sarebbero educati ad una cultura non più virile, incapace di produrre valori forti e di suscitare eroismi. La cultura occidentale, liberale e progressista, è una cultura vile per pappemolli, inadatta a suscitare nei giovani entusiasmi, idee per cui valga la pena combattere. Sono simili pensieri che rendono inquietante il libro di Houellebecq, l’uso che ne può essere fatto, il decadentismo di cui è espressione e di cui è pervaso. Sconcertante è il decadentismo del suo protagonista e, ancora di più, che in quarta di copertina lo si definisca provocatoriamente come “un uomo di una normalità assoluta”. La normalità assoluta sarebbe quella di Francois, il protagonista appunto, che a 44 anni trascina con noia la propria esistenza tra una docenza ‘sine cura’ all’Università Parigi III e l’appagamento delle proprie pulsioni erotiche. Sullo sfondo: il Fronte nazionale di Marine Le Pen, la Fratellanza mussulmana, gli integralisti cattolici.
Il tessuto sociale e umano non c’è. Se c’è, assomiglia tanto agli sconfitti che, il decadentista Joris Karl Huysmans, lo scrittore di cui il nostro protagonista è studioso, colloca sulla scena agli esordi del ventesimo secolo, di quel secolo che ha conosciuto le più grandi tragedie dell’umanità. È questo decadentismo senza memoria e senza persone, senza i diritti, senza ragione, che spaventa. Il messaggio strisciante è che, attraverso il tramonto delle persone e della cultura, dal decadentismo della nostra epoca, si esca solo con la conversione, con il cambiare ‘verso’, dalla ‘ragione’ alla ‘religione’.
Gli individui sono stati eclissati e su tutti trionfano i sistemi politici, economici e religiosi. C’è una grande sfida per l’istruzione e per le nostre scuole. Non essere complici di questo decadentismo, di questa deriva, di ogni visione che annulli l’uomo e la sua umanità. Neppure il ‘Non per profitto’ di Martha Nussbaum, il richiamo al ritorno alla cultura umanistica come sale delle democrazie, appare più sufficiente. Qui occorre vaccinare i nostri giovani contro chi vorrebbe far credere loro che l’Illuminismo è una brutta malattia. Sì, perché sempre più ragione e individui sono quelli ad essere maggiormente minacciati. La ragione a scuola rischia di divenire giorno dopo giorno un pensiero debole, e gli individui valgono solo per i risultati conseguiti ai test standardizzati.
Occorre vaccinare le nostre scuole dai virus desolatamente economici della Banca mondiale e dell’Ocse, interessati alla competitività e alla crescita economica anziché allo sviluppo delle persone, delle loro intelligenze e dei loro diritti.
Non è così per l’Unesco che sostiene una visione umanistica dell’apprendimento, che ha il suo focus nel pieno sviluppo individuale. “Learning to be”. Apprendere per essere! Altro che sottomissione!
Era il 1972, però! Era il Rapporto di Edgar Faure sulla società dell’apprendimento e l’educazione permanente. Più di quarant’anni fa! Chi risponde dei vuoti di memoria, dei ritardi accumulati, dei balbettamenti sull’istruzione? Le classifiche dei test Ocse PISA, forse? Ci stupiamo che i nostri giovani se ne vanno via? E non ci stupiamo del nostro sistema scolastico che ancora continua a prenderli in giro?
La Commissione internazionale per lo sviluppo e l’Istruzione dell’Unesco con il Rapporto Faure del 1972 sosteneva che il mondo era avviato progressivamente a divenire una comunità culturale e politica basata sulla centralità dei diritti umani e dell’istruzione per l’intero arco della vita.
“L’obiettivo è la piena realizzazione dell’uomo, in tutta la ricchezza della sua personalità, della complessità delle sue forme di espressione, dei suoi vari impegni, sia come singolo, sia come membro di una famiglia o di una comunità, come cittadino e come produttore, come inventore di tecniche e come creatore di sogni.”
Un modo d’intendere ben altro dagli interessi della Banca mondiale e dell’Ocse. L’idea di un uomo completo, educato per essere politicamente attivo, per una nuova epoca dell’istruzione e della formazione.
Un uomo nuovo in grado di comprendere le conseguenze globali dei suoi comportamenti individuali, di farsi responsabilmente carico del destino della razza umana a cui tutti apparteniamo.
Quale istruzione può produrre questo tipo di uomo nuovo? La Commissione dell’Unesco allora era molto chiara, proponeva un’istruzione fondata su un ‘umanesimo scientifico’ capace di far uso delle conquiste della tecnica e della scienza per accrescere il benessere dell’umanità e sviluppare la democrazia.
‘Umanesimo’ e ‘Scientifico’, è sempre la solita storia, da Cartesio all’Illuminismo. È sempre il solito terrore di chi dalla sottomissione delle persone pensa d’averci a guadagnare, in tanto vendendogli un libro sulla “Sottomissione”.
I congiurati che alle fatidiche idi di marzo assassinarono Giulio Cesare erano convinti di essere dei tirannicidi e di agire nell’interesse supremo dei cittadini di Roma e delle sue antiche e gloriose istituzioni repubblicane. Il loro gesto, visto col senno di poi, in realtà accelerò la fine di quell’epoca e consentì ad Augusto di fare facilmente tabula rasa del passato.
Per fortuna, mutatis mutandis, con l’elezione a larghissima maggioranza di Sergio Mattarella alla presidenza della repubblica si è evitato che si compisse una delle tante congiure che erano state immaginate e forse persino predisposte nelle scorse settimane. Questo grazie ad una tattica efficace e ad un sussulto non affatto scontato di intelligenza politica da parte di molti dei potenziali congiurati, cui va reso indubbiamente merito. Non era un esito scontato: per le qualità del vincitore, per l’ampiezza dei consensi ricevuti, per l’impossibilità da parte di chiunque di sollevare obiezioni fondate (tolti i soliti pochi abituali mestatori di liquami).
Se questo sarà sufficiente perché si apra una fase diversa nel percorso assai accidentato in cui il Paese è impegnato per riformare le proprie istituzioni è ancora presto a dirsi. Certamente l’arbitro designato dà tutte le garanzie di rigore ed imparzialità necessarie per quel ruolo: il resto dipende invece dagli schieramenti che si contrappongono e dallo loro capacità di interpretare il cambiamento che l’Italia subisce, anche suo (e loro) malgrado. Le democrazie funzionano finché regge il patto di reciproca legittimazione fra le diverse componenti sociali e politiche che le costituiscono: nella prima repubblica esisteva il concetto di “arco costituzionale”, che comprendeva le forze che avevano contribuito, prima con la Resistenza, poi con l’attività costituente, a fondare la repubblica. Esse, nonostante lotte molto aspre, trame oscure, esclusioni preconcette dal governo e terrorismo, hanno continuato per quarant’anni a mantenerla in vita.
In questi ultimi anni convulsi e confusi quel patto, già molto indebolito dai mille trasformismi e revisionismi che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio, nonché dalla convinzione dei molti che anche in buona fede non lo ritenevano ormai più necessario, rischia di dissolversi definitivamente. Oggi, partiti, movimenti, forze sociali, all’interno dei quali si ricombinano i frammenti dispersi delle organizzazioni politiche della prima repubblica, non si riconoscono reciprocamente il diritto di poter contribuire al cambiamento istituzionale di cui il Paese ha urgente necessità. Tale mancato riconoscimento è alla radice dell’impossibilità di trovare una sintesi condivisa.
In una fase di prevalenza della parola sullo scritto e di diffuso ricorso alla protesta verbale, vorrei ridiscutere il ruolo fondamentale del reclamo scritto. Riprendo considerazione già espresse tempo fa come Autorità regionale di vigilanza dei servizi ambientali, ma che considero ancora molto attuali. Per comprendere la valenza del reclamo scritto e le conseguenze che da esso ne derivano, utilizzo il supporto professionale che ho avuto dall’avvocato Gianni Ricciuti, supporto legale della ex Autorità di vigilanza dei servizi ambientali in Emilia Romagna (che ringrazio per l’impegno). Occorre definire innanzitutto il concetto di “servizio pubblico”, che può essere inteso come la prestazione di un’attività rilevante dal lato economico e sociale, a favore dei cittadini, considerati singolarmente, per gruppi o nella loro totalità. Senza servizi pubblici infatti la vita sociale e quotidiana sarebbe sostanzialmente impossibile, essendo la qualità e la quantità dei servizi di cui dispone una società a determinarne il livello di progresso e, per certi versi, anche di benessere. Trascurando in questa sede una pedissequa elencazione delle normative di riferimento, basti ricordare che, anche secondo il Codice del consumo, lo stato e le regioni devono garantire i diritti degli utenti dei servizi pubblici, secondo i criteri ed i principi stabiliti di volta in volta proprio dalle leggi vigenti. In ogni caso, devono essere rispettati standard di qualità predeterminati e resi pubblici in modo adeguato, anche tramite rappresentanze e forme di partecipazione degli stessi utenti alle fasi di definizione e di valutazione di tali parametri. In generale è la stessa legge n. 241 del 1990 (relativa al procedimento amministrativo e all’accesso agli atti amministrativi), a regolare le attività delle amministrazione e dei servizi, improntandole a criteri di economicità, efficacia, trasparenza e pubblicità. Da ciò, ne deriva che le amministrazioni dovrebbero sempre agire secondo le regole del diritto privato e quindi in una posizione di parità con il cittadino (salvo che la legge non disponga diversamente). Questo non è tuttavia sempre vero e quando l’utente ritiene di avere o stare subendo un disservizio, ha diritto a “reclamare”. I reclami rappresentano infatti uno degli aspetti fondamentali nella vita organizzativa delle aziende fornitrici di servizi; messaggi attraverso i quali i cittadini comunicano che quanto loro erogato non è coerente con le loro aspettative. Un importante indicatore dunque del livello di soddisfazione e della differenza tra la qualità attesa e quella percepita, fondamentale per il miglioramento stesso della qualità dei servizi forniti. Il concetto di reclamo trova, nel diritto italiano, varie applicazioni e formalizzazioni, alla base delle quali vi è comunque la comune radice letterale del termine, che implica una protesta in cui si rivendica un diritto o si lamenta un’ingiustizia, un torto o un’irregolarità subita.
L’ambito giuridico nel quale il reclamo sembra aver raggiunto una migliore definizione ed identità è il diritto processuale civile. Il Codice di procedura civile in realtà non contempla una disciplina generale del reclamo, individuando invece specifiche ipotesi di “reclamabilità”. La dottrina prevalente ritiene infatti che il reclamo sia un vero e proprio mezzo di impugnazione e, in particolare, un mezzo di gravame, in parziale disaccordo con parte della giurisprudenza, per la quale l’impugnazione costituirebbe una categoria riferibile solo agli atti capaci di giudicato. Scegliendo un compromesso tecnico, si può affermare che il reclamo ha comunque una funzione quasi-giurisdizionale e può inserirsi tra le procedure alternative di risoluzione tra le controversie tra utenti e amministrazioni. Anche la Carta dei servizi del servizio idrico integrato e del servizio di gestione dei rifiuti urbani della Regione Emilia Romagna prevede (come tante altre) che l’utente possa presentare reclamo, in qualsiasi forma, “per via orale, per iscritto, via fax, telefono o posta elettronica, avvalendosi anche dell’assistenza del Comitato consultivo degli utenti, delle associazioni di tutela dei consumatori o delle associazioni imprenditoriali”. Indipendentemente da tali modalità, il Gestore si impegna a rispondere tempestivamente o comunque entro un massimo di 20 giorni lavorativi. Ma quanto conta la forma del reclamo? Per ogni disciplina vige in effetti un termine entro cui fare valere i propri diritti; nei contratti può addirittura costituire, per le parti, un elemento essenziale, la cui mancanza determina la nullità integrale del negozio giuridico. In generale, la forma scritta garantisce da sempre il diritto del reclamante, proprio per la maggiore facilità nel fornire la prova di “aver reclamato” nei tempi e nei modi corretti. Sono sempre più frequenti infatti, anche nelle commissioni di conciliazione, le “difese” delle aziende che, in assenza di prova scritta del reclamo, non entrano nemmeno nel merito della controversia, limitandosi a negare di aver ricevuto qualsiasi tipo di lamentela, o chiedendo all’utente di fornire la prova della denuncia, indipendentemente dalla sua tempestività. E ciò a prescindere dal fatto che comunque tutte le telefonate dovrebbero sempre essere tracciate dall’operatore competente. Va da sé che tale comportamento, oltre a cozzare fortemente con quei protocolli che annoverano tra le tipologie e forme del reclamo anche quella orale, spinga il cittadino a reclamare esclusivamente e sempre più di frequente in forma scritta, così che la prova non possa essere confutata (mail certificate, fax e raccomandate con ricevute di ritorno).
Nel dettaglio, non si può prescindere dall’art. 1334 del codice civile, per il quale: “Gli atti unilaterali producono effetto dal momento in cui pervengono a conoscenza della persona alla quale sono destinati”. La natura ricettizia o meno di un negozio o un atto unilaterale dunque, non sembra dipendere tanto dalla forma, quanto dalla effettiva conoscenza da parte del destinatario. E per determinare nel destinatario la conoscenza di un atto unilaterale ricettizio, negoziale o non, la legge non impone né una raccomandata con ricevuta di ritorno, né altri particolari mezzi, proprio perché considera idoneo, anche per stessa volontà delle parti (si veda infatti il precedente richiamo alla Carta dei servizi) qualsiasi strumento di comunicazione, purché sia congruo in concreto a farne compiutamente comprendere nel suo giusto significato, il contenuto. Secondo infatti un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, “per l’atto di messa in mora, che è un atto stragiudiziale, non è richiesto all’infuori della scrittura alcun rigore di forme… essendo solo sufficiente che l’atto pervenga nella sfera di conoscenza del debitore” (Cass. civ. 03/12078); o invece “quando le parti convengono che una comunicazione debba avvenire mediante raccomandata, perché la comunicazione… produca effetti, non è sufficiente che la raccomandata sia spedita, occorrendo invece che essa pervenga a conoscenza del destinatario, oppure che possa presumersi da questo conosciuta” (Cass. civ. 93/9943).
Proprio questa presunzione di conoscenza, peraltro fondamento dell’articolo 1335 del codice civile, obbliga il destinatario che asserisce di non aver mai ricevuto alcuna comunicazione, a dimostrare di essere stato, senza sua colpa, impossibilitato ad averne notizia. Si pensi ad esempio ad un utente che con una singola raccomandata, invii plurimi reclami al gestore e il destinatario, in realtà, ne riconosca uno solo. In questo caso, sarà necessario, poiché operi la presunzione di conoscenza ex art. 1335 c.c., che l’autore della comunicazione (che ha scelto detta modalità, per inviare due comunicazioni), fornisca la prova che l’involucro le conteneva, atteso che, anche secondo l’id quod plerumque accidit, ad ogni atto da comunicare, corrisponde una singola spedizione, “oppure che possa presumersi da questo conosciuta”, la Suprema Corte ribadisce che, “la lettera raccomandata, o il telegramma, anche in mancanza dell’avviso di ricevimento, costituiscono prova certa della spedizione attestata dall’ufficio postale attraverso la ricevuta di spedizione, da cui consegue la presunzione, fondata sulle univoche e concludenti circostanze della spedizione e dell’ordinaria regolarità del servizio postale e telegrafico, di arrivo dell’atto al destinatario e di conoscenza ex art. 1335 c.c.” (Cass. civ. 00/15066 e 01/10284).
Pum! La Leica ha compiuto cent’anni, il pugile Alessandro Duran ne sta per festeggiare la metà.
Cosa c’entra una macchina fotografica con un pugile? Volendo c’entra perché è proprio quella macchina lì che ha immortalato uno dei campioni-simbolo di questo sport, che è Cassius Clay, diventato famoso con il nome di Muhammad Alì. E il pugile in questione è Duran, nato a Ferrara il 5 febbraio 1965, che proprio un’immagine di Muhammad Alì tiene appesa nella palestra della società dove porta avanti questa disciplina insieme al fratello Massimiliano e, prima, già con il padre Juan Carlos. Perché Alessandro, nel pugilato, c’è dentro da quando è poco più che un bambino: prima come atleta, ora come allenatore e commentatore, ogni sabato su ItaliaUno.
Punchingball della Pugilistica padana-Vigor di Alessandro e Massimiliano Duran, a Ferrara
In comune, poi, la mitica macchina fotografica e il pugile hanno il piglio dimensionale. Compatta e micidiale, la Leica è la macchina fotografica che rivoluziona dimensioni e dinamicità della ripresa. E’ il suo inventore – Oscar Barnack – che supera la tecnica degli ingombranti apparecchi a lastre. Costruisce una camera con dentro solo un piccolo pezzo di materiale fotosensibile, che è il negativo, da ingrandire poi in camera oscura. Il primo prototipo, leggero e maneggevole, è messo a punto un secolo fa, poi prodotto dal 1925. Così l’obiettivo per la prima volta esce dagli studi, inizia lo scatto a mano libera: in strada, in guerra, sul ring. La caratteristica delle fotografie fatte con la Leica è che sono sempre lì, pronte a raccontare la vita in pieno svolgimento. Non a caso il nome della macchina fotografica è legato al famoso scatto di Robert Capa, del 1936, con il miliziano colpito a morte; alla guerra in Vietnam (Nick Ut, 1972); al bacio del marinaio per i festeggiamenti in piazza del V-day (Alfred Eisenstaedt, del 1945); ma anche al ritratto del pugno di Muhammad Alì fatto da Thomas Hoepker, del 1966.
Locandina della mostra per il centenario Leica: bacio in strada per il V-day, Mohammad Alì e operaio su un cantiere
Come quella macchina che ha fissato tanti momenti storici, pure Alessandro Duran fonda la sua forza su una dinamicità leggera e veloce. Campione di pugilato, vince il titolo italiano e poi il mondiale nella categoria di peso welter, che è quello che non può superare i 67 chili, rispetto ai 90 e passa dei pesi massimi. E ora, come allenatore, Alessandro porta sul ring Simona Galassi, campionessa donna della categoria dei pesi mosca, che vuol dire sotto i 51 chili. Ragazze, ragazzini, uomini corrono svelti e leggeri al Palapalestre di Ferrara durante gli allenamenti settimanali della Pugilistica padana-Vigor. Per alcuni è palestra, per altri è mestiere.
Tra pochi giorni Alessandro Duran – che ogni sabato commenta gli incontri di pugilato in tv – farà le sue riflessioni sportive in diretta dal palasport di Ferrara: sabato 7 febbraio a partire dalle 20. In palio il titolo intercontinentale maschile superwelter e il titolo europeo femminile pesi mosca con protagonisti rispettivamente i ferraresi Matano e la Galassi. Marcello Matano combatterà contro il finlandese Jussi Koivula per il titolo Intercontinentale pesi superwelter; Simona Galassi affronterà Loredana Piazza per il titolo europeo pesi mosca. Sul ring anche Mattia Musacchi (pesi piuma) e Marco Iuculano (pesi leggeri), al loro esordio da professionisti, e poi Maurizio Lovaglio e Rosario Guglielmo a disputarsi il titolo italiano pesi massimi leggeri.
Eccoli allora, pronti a scattare: leggerezza e mira, dinamicità e colpi micidiali. Auguri.
[clic su una foto per ingrandirla e vedere tutta la galleria]
Alessandro Duran nella palestra dove allena (foto Giorgia Mazzotti)
Alessandro Duran (foto Giorgia Mazzotti)
Punchingball (foto Giorgia Mazzotti)
Simona Galassi e Alessandro Duran (foto Giorgia Mazzotti)
La campionessa pugile Simona Galassi (foto Giorgia Mazzotti)
Simona Galassi si prepara (foto Giorgia Mazzotti)
Allenamento della Pugilistica padana-Vigor (foto Giorgia Mazzotti)
Atleti in riscaldamento (foto Giorgia Mazzotti)
Ragazzi, uomini e donne si allenano (foto Giorgia Mazzotti)
Un altro scatto durante gli allenamenti (foto Giorgia Mazzotti)
Allenamento a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
Guantoni e accessori di protezione (foto Giorgia Mazzotti)
Luca Dal Canto dopo “Il cappotto di lana” [vedi], il fortunatissimo film con cui ha vinto 15 premi ed è stato selezionato in 40 Festival, si ripropone con un nuovo cortometraggio intitolato “Due giorni d’estate”. La commedia, scritta dallo stesso Dal Canto con Anita Galvano, ambientata nella campagna livornese, trae spunto da un’opera di Amedeo Modigliani (del quale lo scorso 12 luglio si sono celebrati i 130 anni dalla nascita) e racconta la maturazione di un sedicenne che vivrà un’emozionante avventura nell’assolata campagna toscana.
Le riprese
I genitori del giovane Andrea sono in procinto di vendere la casa di campagna al cugino Genio, sognando di acquistare una villetta in Sardegna. Il cugino arriva al casolare con la giovane fidanzata (Lunia), una bella e ormai disillusa ragazza, che scatena le fantasie adolescenziali di Andrea, il quale crede di riconoscere in lei la modella del ritratto di Lunia di Amedeo Modigliani. Il ragazzo, deluso e avvilito a causa della bocciatura a scuola, ritrova slancio e fiducia in se stesso dopo il ritrovamento del diario della nonna e di un preziosissimo schizzo di un paesaggio di campagna. Grazie a questa scoperta inizia la ricerca del luogo dove fu dipinto “Stradina toscana del 1898”, uno dei rari paesaggi attribuito a Modigliani. I tre mesi estivi passati nel casolare dei suoi genitori sono stati fino a quel momento noiosi e privi di interesse ma quegli ultimi due giorni, vissuti con la ragazza alla ricerca del panorama dipinto dal grande pittore, danno una svolta positiva alla vacanza.
il ritratto di Lunia di Modigliani e la ragazza del cugino nello sfondo
Dal Canto, proseguendo il tema delle incomprensioni generazionali, sviluppate in un contesto diverso rispetto al precedente film, propone nuovamente Livorno quale riferimento artistico e culturale. Tuttavia, mentre nel primo film l’atmosfera era più rarefatta e magica, qui, tutto rimane ben ancorato alla realtà, almeno sino a quando non entra in scena Lunia, grazie alla quale Andrea compirà il proprio percorso di maturazione. Il film è stato presentato in anteprima a Livorno il 16 febbraio 2014 poi, nel mese di giugno, è stato selezionato all’interno della sezione “Short Film Corner” del 67° festival di Cannes e quindi distribuito dalla 2way TV di Los Angeles, tramite la free Apps “Play Festival Films”.
“Due giorni d’estate” è stato prodotto a budget zero, grazie alla preziosa e amichevole partecipazione del cast (Marco Conte, Simone Fulciniti, Roberta Stagno, Giulia Rupi e Lorenzo Aloi) e alla piccolissima ma valida troupe.
Marco Conte si conferma un ottimo caratterista, una di quelle professionalità che hanno fatto grande il cinema italiano, mentre il giovane Aloi si muove a suo agio, nei panni del ragazzino introverso, in questa avventura dal sapore “modiglianese” che parla di amicizia, arte e adolescenza.
La locandina
La locandina di “Due giorni d’estate” è stata realizzata da Enrica Mannari, una grafica e illustratrice livornese con molte esperienze internazionali, impegnata nel ridare slancio alla cultura della sua città. Il manifesto ricostruisce, con toni sognanti e fiabeschi, il tipico paesaggio toscano attorno a cui ruota tutto il cortometraggio.
“Due giorni d’estate” sarà presente al 30° Marché international du court métrage de Clermont Ferrand, la più importante kermesse a livello mondiale dedicata ai cortometraggi, che si svolgerà nella cittadina francese dal 30 gennaio al 7 febbraio 2015.
I due protagonisti nella campagna livornese
“Due giorni d’estate” di Luca Dal Canto, con Lorenzo Aloi, Marco Conte, Simone Fulciniti, Roberta Stagno e Giulia Rupi 2014, Italia Trailer del film [vedi]
da MOSCA – Un terribile incendio, divampato nella notte del 31 gennaio, ha colpito la Biblioteca dell’Istituto accademico dell’informazione scientifica sulle scienze sociali (Inion), fondata nel 1918 e con più di 14 milioni di libri, moltissimi testi rari. Partito dal terzo piano, pare per un corto circuito, il fuoco, estinto in più di 4 ore, con oltre sessanta squadre di pompieri, ha letteralmente divorato libri e carte, invadendo 2000 metri quadrati (e facendo crollare il tetto dell’edificio).
Libri bruciati, immagine che gira sui social network
I russi hanno seguito con interesse e preoccupazione l’evento, sia sulla stampa che sui social network. Su Instagramsono comparse molte immagini drammatiche. Commenti altrettanto preoccupati hanno accompagnato gli eventi che travolgevano questo “custode” della storia russa. Un immenso patrimonio rischiava una vera catastrofe.
I media russi (in particolare Russia Today) hanno subito parlato di “Chernobyl dei libri”, paragone d’obbligo per un disastro di tali dimensioni. Al momento, si pensa che il 15% della collezione (quindi quasi 2 milioni di volumi) sia andato in fumo. Insieme alla storia, insieme alle radici culturali della Russia ma anche del mondo. Il responsabile dell’Accademia russa delle scienze, Vladimir Fortov, accorso sul luogo del disastro con il direttore dell’Istituto, Yuri Pivovarov, ha ricordato la grande perdita per tutto il mondo scientifico, un luogo dove veniva e viene conservato materiale unico al mondo e di cui si ha copia digitale solo in parte.
Squadre di pompieri in azione
Un disastro. Anche se, fortunatamente, la maggior parte dei volumi sono tenuti nei sotterranei e il terzo piano è quello colpito. Magra consolazione ma almeno la tragedia non è stata completa, il disastro non definitivo. Almeno così si spera (molti volumi soni stati danneggiati dall’acqua e dalla schiuma degli estintori). Resta orribile vedere la carta bruciata, parole volate via, traduzioni sparite, storie scomparse, pensieri volatilizzati, civiltà andate. Volumi che hanno resistito a una storia difficile soccombono al “semplice” e stupido fuoco di un gesto d’incuria umana. Inaccettabile.
Dopo il risultato delle investigazioni che prenderanno sicuramente un po’ di tempo (si parla di un corto circuito al sistema elettrico, ma non va dimenticato che l’ultima ispezione alla biblioteca, di marzo 2014, aveva evidenziato sette violazioni, comportato una multa di circa 2000 dollari e dato alla direzione il termine del 30 gennaio scorso per sanarle… ironia della sorte…), si dovrà valutare se procedere a un restauro completo o parziale dell’edificio. Certo è che la biblioteca dell’Inion conta quasi 50.000 lettori, 330 impiegati, oltre 30.000 metri quadrati e rappresenta il più importante centro di ricerca in Russia dedicato alle scienze sociali e umanistiche. La seconda collezione di Mosca dopo la biblioteca Lenin.
Ma cosa era ed è questa biblioteca? Vediamolo brevemente, da fonti russe. Nata nel 1918 come Biblioteca dell’accademia socialista, qui venivano conservati e collezionati tutti gli esemplari di ogni rivista, giornale o volantino che venivano stampati. Nel 1936, la biblioteca era diventata parte della Accademia delle scienze dell’Urss come la Biblioteca principale delle scienze sociali. All’inizio degli anni Quaranta, rappresentava già la più grande biblioteca specializzata nel campo delle scienze sociali, con molti fondi e una fitta rete di biblioteche organizzate presso gli istituti dell’Accademia delle Scienze. Cambiamenti significativi sarebbero avvenuti nella biblioteca all’inizio della Grande guerra patriottica (alla fine del 1941, molti volumi erano stati portati a Tashkent ma sarebbero ritornati a Mosca già dal 1943). A partire dal 1946, la biblioteca aveva iniziato il suo ampliamento in maniera alquanto significativa. Durante questo periodo, videro la luce nuovi settori, divisioni e suddivisioni (come quella slava e sulle democrazie popolari europee nel 1949, quella letteraria, nel 1953 e la linguistica, nel 1956). Nel 1969, veniva creato l’Istituto di informazione scientifica sulle scienze sociali, nel 1970-1971 nacquero vari dipartimenti sul comunismo scientifico, la storia e la filosofia. Nel 1970, l’Inion ha iniziato a ricevere documentazione da 115 paesi, tra cui più di 4 mila riviste straniere. L’Istituto ha, allora, iniziato a organizzarsi per fornire informazioni e servizi di biblioteca ai singoli lettori e alle varie organizzazioni. Dal 1972, infatti, lancia il cd. “sistema operativo di diffusione selettiva di informazioni (Sdi)”, con cui, dopo aver letto il contenuto delle riviste straniere, si potevano (e possono) ordinare copie di articoli selezionati. Nel 1992-1993, la difficile situazione economica del paese complica notevolmente il lavoro dell’Istituto. Finanziamenti insufficienti e irregolari, poca valuta estera per l’acquisto di letteratura straniera. Nel 1997, l’Istituto subisce una profonda riforma organizzativa. Il risultato è stato la creazione di servizi sulla base di entità più grandi, i Centri (Sociale e Scienze Umane, Centro per la scienza e dell’informazione, Studi di problemi globali e regionali, il Centro per l’informazione scientifica, Studi di scienza, dell’educazione e della tecnologia).
La biblioteca ha lo status di importanza federale dal 1920, e, per questo, riceve una copia gratuita dei documenti cd. “obbligatori”. Fra i suoi 14 milioni di volumi di testi antichi e moderni europei e asiatici vi sono rare edizioni di oltre 400 anni fa. Raccoglie anche una delle più grandi collezioni di libri in lingue slave del paese oltre che una collezione di documenti della Lega delle nazioni, delle Nazioni unite, dell’Unesco e rapporti parlamentari statunitensi (dal 1789), inglesi (dal 1803) e italiani (dal 1897).
Vedremo il bilancio finale (per ora restano impresse le immagini della devastazione) ma molti, qui, parlano di “dramma e tragedia per la scienza russa”. Io aggiungerei, “per tutta l’umanità”.
NAZISTA A MILANO – Simon Wiesenthal, il celebre giustiziere ebreo che assicurò alla giustizia umana, e (se c’è Dio) a quella divina, Karl Adolf Eichmann, l’organizzatore dello sterminio degli ebrei, venne a Milano subito dopo l’esecuzione del secondo Adolf germanico dopo Hitler: si era all’inizio del 1963. Era un uomo voluminoso, Wiesenthal, gentile come sono i tedeschi quando sono gentili, un uomo intelligente, ma, si vedeva da come si muoveva, molto pratico, “lo sono diventato – mi disse – dal momento in cui sono uscito dal lager nel 1945 e mi ripromisi di dare la caccia ai massacratori”. Il “grande cacciatore”, come veniva chiamato, era venuto a Milano per presentare il suo libro (allora celebre, ora dimenticato) “Gli assassini sono tra noi” e fu proprio in quella occasione che ebbi la possibilità di conoscerlo di persona e, nei giorni successivi, di frequentarlo, perché a Milano aveva da compiere una sua missione: la cattura di tale Rajakovic, ex braccio destro del dottor Mengele, quello che faceva esperimenti, tra l’altro, sui bambini ebrei. Con un mio collega – allora lavoravo all’agenzia giornalistica Italia di Enrico Mattei – decidemmo di dargli una mano e fu così che si scoprì che il signor Rajakovic a Milano si faceva chiamare Raja e aveva aperto un ufficio di import-export in viale Maino, quasi in piazza Tricolore. Ma Rajakovic, o Raja, l’uomo che aveva fatto torturare e uccidere centinaia, forse migliaia, di piccoli innocenti, era stato avvertito che Wiesenthal era calato nel capoluogo lombardo, aveva fatto le valige ed era scomparso con il figlio. I locali del suo ufficio erano ormai deserti, due scrivanie, un armadio e qualche sedia. Wiesenthal non trovò mai più la belva Raja, fuggita, si disse, in Sud America, soprattutto Brasile e Argentina, i cui governi forse avevano deciso di traformarsi in parrucchieri genetici facendo diventare bionde le nere teste degli abitanti. Partendo da Milano Wiesenthal mi diede il suo libro fresco di stampa. Con una dedica. Grazie.
BELLA CIAO – Mi unisco a coloro che hanno sottolineato come l’inno della Resistenza “Bella ciao” sia diventato il canto di coloro che nel mondo credono nella libertà, non una libertà qualsiasi, troppo spesso trasformata dai potenti in libertà di soffrire e morire, ma la libertà vera, quella che, quando respiri, senti che allarga i polmoni, quella che, quando guardi il mondo, lo vedi colorato. “Bella ciao”, un bel fiore nasce sempre sulla tomba delle persone giuste e libere.
BLOGGER – Ho sentito con le mie orecchie un bel bambino di sei-sette anni dire alla mamma: “Mamma, da grande voglio fare il blogger”. Bravo bambino, io volevo fare Gesù Cristo.
LA POLIS – La città, in greco polis, è diventata una desinenza. Fu chiamata “Tangentopoli” la Milano da mangiare, non da bere, la città, la polis della corruzione. Da allora si usa poli come desinenza, l’ultima parola così coniata è “aumentopoli”: il comico potere dell’ignoranza.
Pronto Ada, come stai? Non mi faccio viva da un po’ di tempo perché in questi giorni sono stata molto occupata, e tu dici che non ho niente da fare! L’ha proclamato anche quel galantuomo di Landini nell’ultimo comizio davanti al Lingotto: sono da considerarsi senza lavoro uomini e donne che non hanno parenti, la Fiom lavora perché a chi per esempio dei cognati venga riconosciuto un Tfr doppio. E a me chi lo dà il fine rapporto doppio? Ignora forse Landini che colui il quale, come me, è in pensione da ven t’anni non ha più diritti tanto vale taccia? O che muoia? Andavo rimuginando questi insani pensieri mentre i miei amati parenti mi raccontavano la visita medica appena fatta dal dottor Negro. Devi sapere che gli amatissimi, uniti in matrimonio da sessant’anni e pertanto un po’ consunti, sono non proprio sordi, ma diciamo duri d’orecchio e qualche volta, non sempre per carità soltanto qualche volta, cadono in imperdonabili equivoci come l’altro giorno. “Sì, dice lei, il dottore me l’ha ripetuto che ho la leucemia, hai visto, caro, con quanta cura mi ha visitato, mi ha pesato e mi ha anche misurato, caso mai fossi cresciuta in altezza”. La parente, piccina, ha la fissa dell’altezza, non supera il metro e mezzo ma vedo il mondo popolato di donne “più piccole di me”. “La leucemia non perdona!, conclude terrorizzata ma forte, dobbiamo prepararci al peggio”. Il marito fa il marito, ossia, come sempre, tace. La sera, la piccina si presenta a cena indossando una impeccabile princesse fumo di Londra per allenarsi ai colori scuri del lutto e io, che, per dar conforto alla famiglia, mi ero messa tutta in una tiepida nuance fragola, mi sento una cacca. A notte il sant’uomo non riesce a dormire, lo sento che si agita tra piumone e lenzuola ”nessuno sa fare i letti in questa casa… se non ci fossi io a mettere a posto le coperte…”. Si, dolcezza, gli rispondo senza pronunciar verbo, ma perché, anziché rifare I letti, domattina non vai dal dottor Negro? Detto fatto: di buon’ora il sant’uomo va a fare la fila dal medico della mutua. “Mi dica, dottore, mi dica, che cosa posso fare per la leucemia di mia sorella?”. Una sonora risata è la risposta del medico. “No, no, non si tratta di leucemia, ma della meno epica anemia, un mesetto di “Calciofit B12” e va tutto a posto. Le dirò, avevo avuto il vago sospetto che fossero un po’ duri d’orecchi, che ci sentissero poco, insomma che, con quelle facce stralunate, non avessero capito un accidente. Che cosa direbbe di curare la leucemia di sua sorella con una bella lavanda alle orecchie?”
STANDING OVATION: I PIU’ ACCLAMATI SPETTACOLI TEATRALI DEL XXI SECOLO
“Il cerchio di gesso del Caucaso” di Bertolt Brecht, regia di Benno Besson, Teatro Comunale di Ferrara, dal 7 all’11 gennaio 2004
Dopo l’allestimento di “Madre Courage” dell’anno scorso, con la Melato diretta da Sciaccaluga, torna Brecht al Teatro Comunale per la stagione di prosa 2003-04. Va in scena questa sera una delle opere più tormentate sotto il profilo creativo del drammaturgo e commediografo tedesco, e cioè quella sorta di tragicomica “parabola popolare” che è “Il cerchio di gesso del Caucaso”. Bertolt Brecht (1898-1956), ideatore del cosiddetto “teatro epico” e autore di altri capolavori quali “L’opera da tre soldi” e “L’anima buona del Sezuan”, abbozzò il canovaccio de “Il cerchio di gesso del Caucaso” nel 1938-39, per poi completare la pièce nel 1944 durante l’esilio statunitense e in seguito rimaneggiarla più volte sino al debutto ufficiale sul palcoscenico avvenuto a Berlino due anni prima della sua morte.
La vicenda, che ostenta meno di altre opere brechtiane il substrato politico-ideologico, è suddivisa in due parti parallele che al termine si congiungono cronologicamente. Nella prima parte, la giovane serva della casa del governatore di una città della Georgia, ucciso durante una sommossa, raccoglie il figlio abbandonato dalla madre fuggitiva e lo accudisce con inenarrabili sacrifici, salvo poi, al ritorno della vera madre, vederselo rivendicare da costei per motivi di eredità. La seconda parte riprende dall’inizio, dunque dal giorno della sommossa, e narra di uno scrivano corrotto e ubriacone eletto estemporaneamente, alla fine, a giudice per l’affidamento del bambino, che verrà attribuito a una delle due donne mediante la prova del “cerchio di gesso”. Il finale è potente: in una società iniqua un uomo iniquo decreta, ignorando le norme, una giustizia a misura d’uomo, un’autentica giustizia finalmente a favore dei poveri e degli oppressi.
L’allestimento, basato sul testo tradotto da Edoardo Sanguineti, porta la regia di Benno Besson, a suo tempo amico e collaboratore dello stesso Brecht, e si avvale delle musiche originali di Paul Dessau, anch’egli collaboratore del drammaturgo tedesco (sue sono le musiche del “Madre Courage” e del “Sezuan”). La scenografia, i costumi e le maschere sono di Ezio Toffolutti. In scena si avvicendano una ventina di attori, fra cui spiccano nomi come Lello Arena e Daniela Giordano, che rivestono man mano vari ruoli sino ad interpretare un totale di oltre settanta personaggi.
Come preannunciato, da oggi cominciamo a pubblicare i vincitori di “Ferraraitalia sono anch’io”, il concorso che si è tenuto durante tutto il mese di luglio sulla nostra pagina Facebook e che vi ha permesso di votare gli articoli che vi sono piaciuti di più. Cominceremo scorrendo la classifica a ritroso e, a fine mese, scopriremo l’articolo vincitore del concorso. Buona lettura!
31 gennaio 2015
Seconda strada a destra verso Montesanto di Voghiera (Fe), e poi dritto fino “Al Fienile”.
É qui che, nel 2008, Alessandro Rocchetti e Claudio Massarenti hanno concretizzato Pettyrosso, società vinicola che punta alla promozione del prodotto vino e di altre realtà alimentari, con un occhio di riguardo particolare e originale nei confronti dell’arte e alla circolazione di idee.
Insieme alla produzione agroalimentare, Pettyrosso si propone infatti come centro artistico-culturale, un aggregatore di nicchie artistiche nel territorio ferrarese che unisca impulso alle attività economiche della zona e progettualità culturale ad ampio spettro, racchiudendo mostre e incontri nell’ottica di conservare e promuovere le eccellenze ed esportarle in casse di risonanza nazionali.
Al fienile di Montesanto di Voghiera, Ferrara
“Ne sono esempio la personale di Alice Negrelli, ospitata al Fienile tra settembre e dicembre dello scorso anno, e la personale estemporanea di Jacques Brianti, ospitata giugno 2014 ma anche l’evento enogastronomico “8buffata”, che nel maggio 2013 è stato tenuto presso la Sede della Provincia di Treviso, degustazione di particolarità enologiche e gastronomiche a km 0, nell’ ambito della più ampia manifestazione e mostra evento Stella Farfalla nell’ Arcobalenombra”, racconta Alessandro.
LA MOSTRA – Il fiore all’occhiello del progetto è la Mostra Internazionale d’Arte Contemporanea “Arteggvolution. Porta l’arte nel quotidiano”, rassegna itinerante interamente dedicata alle uova indetta insieme all’Associazione Culturale Art Revolution di Castello di Godego (Tv) nel 2003 e riproposta al Fienile (6 dicembre 2014 – 22 febbraio 2015), ideata dagli artisti Ugo Gazzola, fondatore del Laboratorio scuola di restauro Barco Mocenigo, Alcide Sartori, Sandra Sgambaro e Gigi Simonetto.
Quadri, cartellonistica e sculture che hanno come comune soggetto l’uovo in ogni possibile declinazione, giudicati e premiati da una giuria di critici. A uova surreali, ovetti sciatori e pasquali, pennellate bianche e gialle dei partecipanti al concorso si uniscono poster del Louisville Ballet e della rivista italiana “Italia Imballaggio” con copertina di Kostabi, e foto di installazioni di Mirella Bentivoglio. La suggestione arriva da Hartmann, nome di spicco a livello mondiale nella produzione dei contenitori per uova con una particolare attenzione al design, la cui Egg Art Gallery rappresenta una collezione assortita unica al mondo. Fatta propria l’idea legata all’uovo in quanto prodotto alimentare ma anche visionario, Hartmann veicola i principi di sostenibilità e attenzione all’ambiente, grazie agli imballaggi per uova in carta riciclata e non in plastica: materia di base utilizzata per gli imballi è la carta da macero, prodotto naturale di recupero facilmente riciclabile che unisce alle necessità pratiche e produttive il rispetto dell’ambiente. Proprio l’uovo, che costituisce il simbolo della sfida creativa, è il protagonista reale e semiotico di questo progetto.
Progetto che richiama l’idea apollinea e dionisiaca, nell’arte e nel mondo iperuranico, fascinazione che arriva da lontano: da Hieronymus Bosch a Salvador Dalì, da Piero Della Francesca a Lucio Fontana, si magnifica questo simbolo della perfezione che si usa donare in vari culti precristiani per festeggiare l’inizio della primavera, diventando poi simbolo al cioccolato della Pasqua per eccellenza, e sentore della resurrezione di Cristo, come annunciato dall’uovo che si tinge di porpora quando lo Maria Maddalena mostra all’incredulo imperatore Tiberio. All’uovo si attribuisce la nascita di Venere, che in alcune tradizioni fuoriesce da un uovo e non dalla spuma del mare; della dea Atagartis, nata da un uovo caduto dal cielo; e ancora di Pulcinella, una delle più amate maschere napoletane. E ancora la nascita del mondo stesso dall’uovo cosmico, mito di Cananei e Tibetani, di Vietnamiti e Celti. Forma perfetta, senza principio e senza fine espressa, pagana e arcaica, dal XXIesimo arcano maggiore dei Tarocchi, in cui ogni componente dell’uovo rappresenta un elemento, richiamando alla mente l’uovo filosofico degli alchimisti; sino all’arte di riunire gli opposti per ritrovare l’originaria essenza attraverso magie geometriche e algoritmiche.
IL LUOGO – Nel 2008, Alessandro e Claudio rilevano il fienile cominciando a operare nel settore vinicolo, tessendo la trama di territorialità ed ecosostenibilità sulla scia di una vocazione vinicola già esistente. “Nel 2000 – continua Alessandro – la zona cominciava a risentire della depressione, e lì è scattata la molla che ci ha permesso poi di mettere in piedi una leva produttiva così variegata e legata al territorio, coinvolgendo realtà di tutti i tipi: durante l’inaugurazione della mostra, ci siamo avvalsi dell’aiuto degli studenti dell’Istituto alberghiero Vergani Navarra di Ferrara.”
Il fienile, ricavato dalla ex stalla della proprietà dei conti Gulinelli, conserva le mattonelle bianche e lucide che ora fanno da sfondo a fantasie multicolori o ospita una grande sala disponibile anche per eventi privati, luminosa e traboccante di silenzio, in cui rastrelliere di vini si contendono l’attenzione con tavoli di legno, rustici e levigati, e con grandi finestre sul cortile. Una porta quasi persa nel muro conduce a una cantina in cui dormono, seminascoste nel buio fresco, altro vino che decanta sotto gli occhi di bottiglie di birra slava, russa e danese, in fila su una mensola come attenti soldatini di vetro.
Vini dell’azienda agricola Pettyrosso
Fuori, al sole, si scaldano i vigneti di Tocai, un ettaro che assicura la produzione dello spumante Gattabianca – metodo Martinotti – , cavallo di battaglia della produzione vinicola; contro il cielo si stagliano canne frondose che si agitano in silenzio, salutando le rare automobili che disturbano la quiete deliziosa, una vera e propria installazione sinergica.
LA STORIA – Così si tramanda la passione per l’agricoltura e il vino che risalgono a Gianoberto Gulinelli, già creatore ex novo del terroir negli anni Sessanta e Settanta che alle spalle porta la storia degna di un romanzo. Finanziatori del progetto di Ettore Bugatti, fondatore dell’omonima casa automobilistica, i Gulinelli ereditano la Delizia di Montesanto dai Marchesi Bevilacqua, a loro volta ereditata, nel tempo, nientemeno che da Borso I d’Este, che dispose per la costruzione della villa affidandone l’incarico all’architetto ducale Pietro Benvenuto Degli Ordini.
Passione che dal vino a una tela di artista si infonde in chiunque abbia la fortuna di capitare al Fienile, a chiedersi “… che coss’è l’amour”.
Nessuno vuole cambiare il mondo. Non lo vuole Obama, non Renzi e nemmeno l’Europa unita o la Cina. E’ per questo che il mondo non cambia. Il mondo rimane una storia di classi egemoni e il maggior successo del neoliberismo è stato quello di farci credere, grazie al credito, che le classi non esistessero più. Poi è arrivata la crisi e qualcuno ha dovuto pagarla. La classe media è scivolata verso la povertà, mentre i poveri diventavano ancora più poveri.
Nessuno vuole cambiare il mondo. Noi vogliamo aderire al mondo. La nostra è una cerniera che promette la rivoluzione e subito richiude i due lembi di paese nella solita conservazione. Lo stesso Renzi è stato scelto per ordinare il nostro mondo, disciplinarlo, ma non di certo per rivoluzionarlo. Il nuovo presidente della Repubblica Mattarella, uscito di scena Napolitano, è la cerniera che mancava all’assetto politico italiano. Mattarella sembra garantire a tutti, per quanto sarà in suo potere, la disciplina e l’abnegazione necessaria a conservare questo stato di cose. Non si spiega diversamente l’adesione trasversale e la fiducia ecumenica. Sarà il garante di una costituzione nobile, ma continuamente tradita e disattesa.
Siamo ostaggio della peggiore classe politica dell’Occidente. Abbiamo un sistema scolastico dove ragazzini di tredici anni, alla fine delle medie, sono chiamati prematuramente a scegliere il proprio indirizzo di studi, spesso con conseguenze disastrose per il loro futuro. Un sistema giudiziario costruito per i potenti che possono permettersi di rallentare la macchina burocratica fino alla prescrizione, diffamare a mezzo stampa ed eventualmente pagarne le conseguenze, mentre i poveri devono solo temerlo. Abbiamo carceri affollate di delinquenti comuni che pagano per i loro misfatti, mentre il reato di concussione e quelli finanziari, che coinvolgono politici e colletti bianchi, godono di leggi a dir poco bonarie. L’elenco sarebbe troppo lungo, per questo Stato ingiusto.
Allora ribadisco che nessuno vuole cambiare il mondo. La lingua falsa, menzognera della politica ne è la continua conferma. Fingono perizia, appaiono preparati, puliti, eleganti. Ma non sono sinceri. Non sono veri. Il loro è un gergo importato, indecifrabile, contraffatto. L’obiettivo è la conquista del potere, non la risoluzione dei problemi italiani. Tuttavia i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Renzi, figlioccio di Berlusconi per scaltrezza e comunicazione, guida un partito democratico da anni privo di idee, incapace di essere alternativo alla destra liberista. Non importano le menzogne a reti unificate, l’ipocrisia dell’informazione telecomandata.
Noi non vogliamo cambiare il mondo. Altrimenti tutto questo sarebbe insopportabile.
Il mondo, a dispetto delle menzogne, rimane una questione di ricchi e poveri, non altro. L’Italia non è un paese per giovani, e direi che non è un paese per poveri.
“Un italiano su cento è celiaco, e considerando che per ogni soggetto certificato, ce ne sono sette che sfuggono alla diagnosi, il rapporto potrebbe essere ancora più alto”. Con queste parole, la nutrizionista Mirella Giuberti, docente dell’I.I.S. Vergani Navarra, ha spiegato le ragioni del convegno “Le farine, il gusto e la salute: glutenfree tra moda e necessità” che si è tenuto presso la Fondazione per l’Agricoltura F.lli Navarra. A fare gli onori di casa la preside del polo scolastico, Roberta Monti e il presidente della Fondazione Navarra, Luigi Fenati.
“Nel frumento ci sono quattro famiglie di proteine, due di esse non si sciolgono in acqua, le gliadine e le gluteine. Quando si accorpano con l’acqua, nasce il glutine, che poi conferisce agli impasti viscosità, elasticità e coesione.
A seconda di quanto glutine contiene una farina, l’impasto sarà più o meno resistente e varierà il tempo per la lievitazione. Tecnicamente la forza di una farina si indica con il fattore di panificabilità W. Con il passaggio dalla panificazione artigianale a quella industriale, il valore W è sensibilmente aumentato. Da 169 W nel 1974 a 209 W nel 2012”.
Partendo da questa spiegazione scientifica, la nutrizionista ha voluto dimostrare come sia verosimile che i cambiamenti varietali volti ad aumentare la presenza di glutine nel frumento possano essere correlati alla proporzionale crescita delle intolleranze.
Sono cambiate le proprietà dei grani e sono cambiate anche le modalità della loro trasformazione.
“Il grano era alla base dell’alimentazione di Greci e Romani eppure non abbiamo notizia di gravi problematiche alimentari. A quell’epoca però la lievitazione era molto più lenta, e così pure la cottura, questo sicuramente rendeva più digeribili i derivati del grano”.
Tornando all’oggi, Giuberti ha suddiviso le varie problematiche.
La celiachia, che è l’intolleranza al gliadina, che preclude l’assunzione di frumento, orzo, segale, avena, farro e kamut per evitare il rischio di gravi lesioni alle mucose dell’intestino tenue.
L’intolleranza al grano, che è una condizione di alterata immunità ad albumine e globuline, che, quando vengono ingerite, provoca sintomi come crampi, diarrea, nausea, mal di pancia associato a gonfiore addominale, aria nello stomaco ma anche nell’intestino, difficoltà e lentezza digestive e vomito.
La sensibilità al glutine, spesso associata alla sindrome del colon irritabile, che è data dall’assunzione di grano, farro, kamut, grano monococco e segale e produce mal di pancia, crampi e costipazione. Le alternative in questo caso sono il grano saraceno, la quinoa, la manioca, l’amaranto, il taro, l’igname e l’albero del pane.
“In molti casi però – ha proseguito la nutrizionista – la dieta senza glutine non risolve il problema, perché potrebbero esserci altre proteine, zuccheri o grassi alla base del disturbo. Accade per esempio che queste allergie ai cereali siano associate all’intolleranza al lattosio.
Una parte dei sintomi potrebbe essere attribuibile ai Fodmap (acronimo di Fermentable Oligossaccharides, fruttani e galattani, Disaccharides, lattosio, Monoaccharides, fruttosio, And Polyols, alcol e zuccheri, ndr), cibi contenenti carboidrati a catena corta che possono peggiorare i sintomi di alcuni disturbi digestivi”.
“Le intolleranze possono essere transitorie”, ha voluto rincuorare la Giuberti, ammonendo però che “in Italia sono troppi i soggetti che escludono spontaneamente intere categorie di nutrienti fondamentali e troppi i test non scientifici, quindi occorre fare attenzione”.
Dopo questa introduzione scientifica, c’è stato il cooking show di Giovanni Padricelli, chef e docente dell’I.I.S. Vergani Navarra che assieme asi suoi studenti ha dato una dimostrazione dal vivo della preparazione dell’impasto per il pane.
“I cereali hanno tempi di cottura di versi – ha spiegato – più lenti riso e orzo, più brevi gli altri. La farina di grano è la più indicata nella lievitazione, ma spesso subisce dei processi di sbiancatura e viene privata del germe di grano e delle fibre contenute nel guscio che è la parte più nutriente. E poi vengono usati lieviti chimici come cloruro d’ammonio, solfati e fosfati di calcio.
Sarebbe importante tornare a fare il pane in casa. Inoltre non possiamo pensare di usare solo prodotti a base di farina bianca. Per esempio un tempo si usava molto di più il grano saraceno.
Bisognerebbe anche tornare ad usare il lievito madre, che esiste anche liofilizzato, e proviene da una pasta lasciata acidificare e tenuta da parte. Si può usare anche il lievito di birra, ma visto che è fatto di un ceppo unico di batteri, per avere una fragranza più ampia dobbiamo utilizzare la pasta madre”.
E lo chef ha concluso consigliando di “utilizzare 50% di farine forti, come farro, segale, kamut, avena grano e manitoba, e 50% di farine deboli come grano saraceno, orzo, ceci, riso e mais. Questo impasto lievita meno, ma ne ricavo un maggiore contenuto nutrizionale”.
E’ chiaro che questi sono suggerimenti utili per tutti, al fine di integrare una dieta che rischia di fossilizzarsi troppo su prodotti derivati dalla farina bianca di grano, ma per chi ha specifiche intolleranze o allergie il discorso dovrà tenere presenti altre limitazioni.
Al convegno è seguito un ricco e gustoso buffet realizzato da Padricelli assieme agli studenti del Vergani che è stato molto apprezzato dai tanti intervenuti, tante persone comuni affette da problemi alimentari o interessate a migliorare la dieta, accanto a personalità locali del mondo agricolo come Pier Carlo Scaramagli, presidente di Confagricoltura Ferrara, e Stefano Calderoni, neoeletto presidente di Cia Ferrara.