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Italia: il Paese del non vedo, non sento, non parlo… però nego

Premesso che i regimi totalitari hanno causato sofferenze umane e perdite incommensurabili, che degradano non solo il diritto umano ma lo stesso spirito umano, dato che la scelleratezza di queste dittature colpivano le persone a causa della loro religione, etnia, appartenenza sociale, oppure per la loro opposizione a detti regimi; prima dai nazisti e collaborazionisti e poi dai successivi regimi comunisti. L’Italia non potrà mai chiamarsi fuori dalle responsabilità sia nei confronti delle leggi razziali e della Shoah che dell’ etnocidio dalle terre dell’ Istria, di Fiume e della Dalmazia. L’esodo istriano, fiumano e dalmata non avvenne solo per la rivalsa dei vincitori sui vinti o per l’urto di due mondi culturalmente differenti; le tecniche di quell’esodo erano state minuziosamente pianificate sul pregiudizio razziale, già nel 1937. Se le leggi razziali in Italia contro il popolo ebraico sono state di stampo fascista, nell’ Italia orientale sono state di stampo comunista, nella persona del Maresciallo Tito, con il “silenzio” del partito comunista italiano capeggiato da Togliatti, grande amico di Tito, il quale, mentre infoibava le povere vittime innocenti, veniva accolto al Grand Hotel della capitale. Vuoi tu che lo stesso Togliatti non fosse a conoscenza di questi crimini? Sapeva o non voleva sapere? Stessa “morale” politica italiana fu utilizzata per la deportazione degli ebrei. Vuoi tu che non sapessero? Si è cercato di negare sempre, come per la Shoah, anche per quest’ altra pagina insanguinata della nostra storia moderna, al cui orrore si è aggiunto circa mezzo secolo di silenzio. Si è cercato di cancellare questi orrori dalla memoria collettiva della Nazione. Le menzogne sono finite anche se ci ritroviamo i soliti “microcefali” negazionisti. A proposito di questi quando deciderà questo governo ad inserirlo fra i reati? Non solo “negazionisti”, ma ora vi sono anche i “riduzionisti” che osano contestare non solo le tragedie immani ma anche il numero dei morti! Certo che delle migliaia di infoibati, probabilmente il dato numerico complessivo non si saprà mai; comunque esso non cambierebbe la sostanza del problema né attenuerebbe la responsabilità degli aguzzini. I negazionisti dicono che “la memoria delle Foibe fu creata ad arte nel dopoguerra per screditare il movimento partigiano”. Le stesse identiche elucubrazioni quando affermano che “la Shoah è un’invenzione degli ebrei”. La verità sta nel fatto che fra l’8 e il 13 settembre 1943 iniziano gli arresti e gli infoibamenti da parte dei partigiani di Tito. Nel mirino entra particolarmente la popolazione italiana, compresi gli stessi membri del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) che non condividono l’idea annessionistica di Tito e che pertanto sono considerati nemici da abbattere. Non possiamo non ricordare che il 26 settembre 1943 trova la morte Norma Cossetto, una studentessa universitaria di soli 24 anni. Il medico legale certificherà che, prima dell’infoibamento, nella prigione, la ragazza subì due giorni di sevizie, di stupri collettivi, per poi venire impalata con una scopa e gettata nella foiba. Sempre nel settembre ’43, Giuseppe Cernacca, impiegato di 44 anni, viene bastonato e costretto a portare fino sull’orlo della foiba un sacco di pietre. Alcuni partigiani titini gli staccano la testa per recuperare due denti d’oro, poi la usano come pallone per una partita di calcio nella piazza del paese. Fortunatamente qualcuno è riuscito a salvarsi “contro l’impossibile” e a raccontare… Terribile continuare…mi fermo qui.

‘Questa sera si recita a soggetto’, il meta-teatro di Pirandello

STANDING OVATION: I PIU’ ACCLAMATI SPETTACOLI TEATRALI DEL XXI SECOLO
“Questa sera si recita a soggetto” di Luigi Pirandello, regia di Massino Castri, Teatro Comunale di Ferrara, dal 21 al 25 gennaio 2004

Luigi Pirandello compose la sua celebre “trilogia del teatro nel teatro” nel corso degli anni Venti, adottando quelle audacissime (per l’epoca) soluzioni artistiche che gli consentirono di frantumare il dramma borghese per poi reinventarlo sul palcoscenico, e che gli valsero il premio Nobel nel 1934. Se dapprima con i “Sei personaggi in cerca d’autore” il drammaturgo siciliano mise in scena la diatriba fra il personaggio e l’attore, e in seguito con “Ciascuno a suo modo” tracciò il rapporto fra l’attore e lo spettatore, con “Questa sera si recita a soggetto”, in scena da stasera al Teatro Comunale per la stagione di prosa 2003-04, rappresentò il contrasto fra gli attori e il regista contemplando inoltre il coinvolgimento del pubblico.
L’opera si fonda sulla contesa fra attori e regista in merito alla rappresentazione di una novella, dello stesso Pirandello, dal titolo “Leonora addio”, poiché il regista, deciso ad imporre la propria creatività sul testo dell’autore, esige dagli interpreti una recitazione “a soggetto”, cioè improvvisata e semplicemente ispirata al copione. Ma gli attori si ribellano, e addirittura cacciano via il regista. Non mancheranno fin dall’inizio gli interventi di alcuni spettatori, dalla platea e dai palchi, che protesteranno per lo stallo scenico della “commedia da fare” che non incomincia mai, e si aprirà un dialogo-dibattito con il regista e gli artisti. Ovviamente tali (finti) spettatori fanno parte anch’essi della compagnia, di quegli stessi attori che persino durante l’intervallo, confusi con il vero pubblico, continueranno ad interpretare il loro ruolo nel ridotto o comunque fuori scena.
Saranno due ore e mezza di forti emozioni, anzi due ore e quaranta minuti se si considera che durante il finto-intervallo lo spettacolo continua sia in scena che nel foyer. Già “Questa sera si recita a soggetto” è una (fantastica) macchina infernale così come l’ha concepita il genio di Pirandello, ma nelle magistrali mani registiche di Massimo Castri il meta-teatro diviene neo teatro classico e l’avanguardia luminosa neo tradizione, se ci è consentito l’ossimoro. Com’è evidente, si tratta di un’occasione ghiottissima e assolutamente da non perdere. Soprattutto se si considera che “Questa sera si recita a soggetto” ha rappresentato per decenni, e rappresenta tuttora, una sfida e una severa prova anche per le compagnie più esperte e affiatate. Fra i protagonisti spiccano Valeria Moriconi e Manuela Mandracchia.

Rilancio di turismo e cultura nei territori e nelle aree vaste: occorre una legge

“Ti emozioni tra spazi lunghi e tempi lenti, odori e sapori, terre, acque e nebbie dorate, estensi, legati, ville e parchi, eventi e accoglienza”.
Questa la scritta impressa in ben sette manifesti di immagini e nella home page di un corposo dvd che quando lo vedi ti pare di stare immerso, come in un 3d, dentro una cornice di un mosaico variopinto, in uno dei tantissimi localismi che i segni di tanti tempi hanno lasciato alle generazioni.
Patrimonio dell’umanità, una geografia con pezzi a milieux, volti di comunità, borghi, piazze, angoli, che puoi ritrovare con percorsi incoming, messi però a rischio da politiche che debbono ancora sciegliere come procedere nel binomio inscindibile di cultura e turismo.
Che il nostro Paese sia, tra i pochi al mondo, ricco di mille culture e la culla della storia dei popoli, è un riconoscimento diffusissimo, ma, da almeno un decennio, ha comportamenti pigri e organizzazioni fragili per l’accoglienza e la diffusione di tante bellezze invidiabili da più parti.
Manca, quindi, qualcosa per un rilancio dell’Italia: dalle sue coste, dai suoi beni artistici alle biodiversità, dalle sue montagne ai suoi laghi; di quanto lo stivale rappresenta nei suoi molteplici saperi e conoscenze: dall’Impero romano, al Medioevo, al Rinascimento, fino all’ultimo secolo breve, il ‘900.
E su questi tantissimi lembi dei territori, la presenza costante di volti che ti accolgono e di accompagnano per stare, per un po’, nella storia delle comunità, una modalità includente a quei contesti d’ambiente.
Basterebbe citare alcuni luoghi conosciutissimi come: il Garda, le Dolomiti, Venezia e la sua laguna, la Maremma aretina, le Cinque terre, il Salento, la Costa amalfitana, il Gargano, il Cagliaritano, la Sicilia orientale, itinerari di bellezze dove ritrovi te stesso e ti danno senso.
Poi vai a ricercare i piccoli turismi, siti sconosciuti ma incantevoli, piccole storie piene di sentimenti e passioni, un muretto, una chiesetta, un piccolo castello, una portualità minuta, un prodotto tipico, un particolare presepe vivente, alcuni sbandieratori e figuranti del tardo Medioevo, una vallata, una piccola laguna ed alcune valli, tantissima flora e fauna.
Certamente questa è l’Italia tutta, con i suoi diecimila specchi, con non pochi mozzafiato ma, spesso, abbandonata e lasciata nell’incuria, fuori dai grandi circuiti internazionali ed anche dei fuori porta di fine settimana.
Cosa serve allora? Serve, subito, una legislazione nazionale quadro sul turismo e sulla cultura con un articolato che precisi, ruoli, funzioni, decentramento, soggetti attuatori e gestori: dal pubblico al privato al terzo settore ma con criteri a reti e a sistemi territoriali, là dove le bellezze di un paese affiorano con forza e possono, nell’organizzazione, accogliere.

Una necessità legislativa sentita ovunque e che viene richiamata con forza anche nel ferrarese, a fronte di un contesto di modifiche costituzionali ed istituzionali ormai vicino ma che lascia però spazio ad una imprecisa transizione nelle funzioni, soprattutto sul turismo e la cultura nei territori e nelle aree vaste.
E sul futuro a breve c’è già chi si sta muovendo: dagli operatori del turismo all’associazionismo organizzato, dalle proloco ad alcuni sindaci, da Campagna amica al circuito delle sagre, dalle associazioni dei musei, al turismo religioso, alle feste rosa ai percorsi d’arte, a quelli rurali e delle vie d’acqua.
Quindi una nuova legislazione, che punti al fare reti, filiera e sistema nei territori, unico progetto vincente per le cento città, i tantissimi comuni, le moltissime comunità locali.
Una risorsa da rimuovere dalla sua lunga stagnazione e far correre verso una nuova economia dei distretti, dei territori, delle tante terre a milieux che aspettano un segnale politico forte.
Aspettiamo ed attendiamo che scendano i palazzi della politica da Roma fino alle più lontane periferie del nostro ben stivale, isole comprese.

L’IDEA
Ziferblat, il caffè a tempo

da MOSCA – Ulitsa Pokrovka, Mosca, le diciannove di una fredda domenica sera. Arrivo in taxi, come spesso ultimamente, fa troppo freddo e le fermate della metro sono il più delle volte lontane dai posti ai quali si è diretti. Se d’estate si può fare, ora quei metri sembrano chilometri. Scendo al numero 12, mi hanno detto che però devo girare l’angolo, entrare in una corte e cercare un piccolo cartello. Non è difficile, lo trovo quasi subito, salgo le scale.

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La sveglia, il simbolo e il logo del caffè a tempo

Sembra un palazzo come tanti, e in effetti lo è, salvo che al secondo piano vi è una porta che introduce in un mondo magico, brulicante di giovani, d’idee, di chiacchiere, di progetti, di libri, di oggetti vintage, di tè e biscotti. Sì, perché qui non si beve nulla di alcolico. E’ uno spazio per i desideri, un luogo dove poterli veder avverare. Appena entrata mi fanno scegliere una sveglia (lo definiscono “il rituale”), sognatrice retro come sono scelgo subito quella più adatta a me, un modello d’altri tempi, un quadrante che si chiama Maya.
Accanto alle sveglie, tazze e bigliettini lasciati dagli ospiti. Oggetti di ogni tipo alle pareti, sempre curiosi e originali. Quadri e disegni ammiccano agli ospiti. Maya viene con me.

ziferblat-caffè-tempoUn po’ in russo è un po’ in inglese mi spiegano che posso (e devo solo) sedermi, dove voglio, portando con me quell’oggetto curioso, che, però, non funziona veramente, nessun ticchettio inquietante (meno male, o il passar del tempo diventerebbe ansiogeno). Le ragazze che mi accolgono segnano loro il mio momento d’arrivo, su un taccuino. Pagherò due rubli al minuto per la prima ora, un rublo a partire dalla seconda, solo per stare lì, ma non mi devo preoccupare, superate le cinque ore, il tempo si ferma e pagherò sempre la stessa cifra, fissa. Con quella sorta di simpatico, e vicendevolmente utile, scambio potrò prendere il caffè o il te, che mi serviranno giovani ragazzi e ragazze sorridenti o che potrò pure farmi da me, ci saranno biscottini al cioccolato, pasticcini e dolcetti sfiziosi tipo lingue di gatto.

ziferblat-caffè-tempoziferblat-caffè-tempoSono lì per partecipare a una serata letteraria italiana, di cui vi parlerò in futuro (perché ora voglio parlarvi solo di questo luogo) ma incrocio tante cose interessanti. Tutto è libero e compreso in quel tempo che si paga: bevande, snack, wifi, computer, stampanti, libri, atmosfera. Siamo molto lontani dagli anonimi caffè-catena della capitale, tipo Starbucks, Kofe Khaus e Schokoladnitsia. Tutta un’altra storia. A Ziferblat si parla anche italiano, si suona il pianoforte, si leggono libri. Le pareti sono costellate da volumi di ogni tipo. Le antiche macchine da scrivere, che peraltro mi appassionano da sempre, fanno subito comprendere lo spirito con il quale è nato questo posto unico, lasciatemelo già dire fin da ora.

ziferblat-caffè-tempoziferblat-caffè-tempoParlo con Dmitry, un gentile ragazzo russo che mastica un po’ di italiano, scambio email con varie persone che hanno creato quell’idea, risalgo al giovane fondatore, Ivan Mitin, quasi (e solo) trentenne. Ma come è nato Ziferblat e perché? Cosa significa la parola? Ziferblat significa quadrante dell’orologio, appunto, che caratterizza l’idea del tempo e che oggi rappresenta il “logo” dei caffè. E’ nato nel settembre 2011: Ivan voleva creare un “social network nella vita reale”, dove giovani creativi potessero incontrarsi liberamente portando di tutto, anche il proprio cibo oltre alle proprie idee, tutto tranne alcol, droga e fumo (qui è severamente vietato fumare). Un luogo dove si poteva diventare amici di tutti, perché bastava volerlo, guardarsi negli occhi e parlare. Dialogare davvero.

ziferblat-caffè-tempoA Ziferblat c’è lo spazio per organizzare eventi, serate letterarie, classi di disegno, concerti (chi arriva può suonare liberamente il pianoforte e, se non ne ha uno a casa, può tranquillamente venire qui). Incontriamo, allora, un ragazzo turco che prepara il caffè e insegna a farlo, un antropologo che racconta un suo documentario, una violoncellista che suona, uno scrittore che legge le sue pagine, un gruppo di amici che cena a lume di candela. Intellettuali e creativi che non sanno dove andare possono rifugiarsi fra queste mura accoglienti. Tutto è palcoscenico, qui, silenziosamente e puntualmente curioso. Ogni giorno. Se si è scrittori, poi, questo posto è un crogiuolo di idee e di pensieri. La penna vola, da sola.

ziferblat-caffè-tempoA questo spazio Ivan è arrivato dopo due prime fasi: quella della “poesia in tasca” e quella della “casa sull’albero”. Tutto era iniziato, infatti, con e dalla poesia. Grazie ad essa. Lui e i suoi amici lasciavano per strada, nascosti in vari luoghi, foglietti di carta con sopra scritte tante poesie. Ogni passante poteva raccoglierne una, farla sua e mettersela tranquillamente in tasca. Immaginate che bello vedere la città disseminata di poesia… Ma per fare questo e confezionare magia, i poeti avevano bisogno di un posto dove riunirsi regolarmente, per parlare, confrontarsi, sognare insieme. Ecco allora una piccola mansarda nel centro di Mosca, la “casa sull’albero” (‘dom na dereve’), sicuramente chiamata così per la sua posizione in alto, sui tetti. Chissà perché ma i tetti sono sempre legati a scrittori e poeti… (e comunque una bella, accogliente e calda casetta sull’albero resta il sogno di ogni bambino…). Per avere questo posto bisognava trovare qualche soldino in più rispetto a quelli che i poeti già avevano raccolto nelle loro “valigie”. Da qui era nato il progetto Ziferblat, che oggi è un’idea diventata realtà. Ivan e i suoi collaboratori insistono sull’originalità, la peculiarità e la differenza fra Ziferblat e i tanti “anti-caffè” che si trovano sparsi per il pianeta. Qui si fa cultura. Ivan ne è davvero convinto e ha convinto tutti.

ziferblat-caffè-tempoDal 2011 i Ziferblat aperti nel mondo sono già 11 e non solo in Russia. Hanno aperto anche a Londra, Manchester, Lubiana e prossimamente appariranno a Cracovia, Praga e New York. Qualche indiscrezione raccolta sul posto dice pure a Roma… Vedremo… Si sta cercando a San Lorenzo e in altri quartieri del centro della capitale. Per ora pare si facciano i conti con la burocrazia Italia, speriamo non sia un ostacolo insormontabile. Resta il fatto che se porti amici, porti eventi, idee, diverse culture, novità e “sostentamento” economico alla struttura (gli amici sono legati alla tua sveglia e anche loro, come te, pagano solo il tempo). Entrambi i carburanti sono necessari alla sopravvivenza di un’idea. A voi scoprirla, se lo volete. Magari tramandarla. Nel frattempo, vi auguriamo tanto buon tempo libero e spensierato, con gli amici di Ziferblat. Per me una vera serendipity (per essere alla moda).

Per saperne di più visita il sito di Ziferblat [vedi]

Fotografie di Simonetta Sandri

Il sentiero del dolore e della colpa

Vuole scoprire e ricostruire un pezzo mancante della storia della sua famiglia, l’origine del dolore senza fine di sua madre. Troppe morti e poche spiegazioni per Antonia, scrittrice di polizieschi che si trova di fronte a un mistero tragico che non è finzione. Da Bologna va a Ferrara, una città a lei sconosciuta, capace di stupirla e affascinarla per il suo ritmo lento, le bicilette, la parlata, il sapore del pasticcio di maccheroni, un certo atteggiamento degli abitanti, la luce chiara e opaca dell’atmosfera.
Antonia vuole cercare le tracce dello zio Maio, fratello scomparso di Alma, sua madre, che si porta addosso, da trent’anni, una storia mai rivelata fino in fondo e intrisa di senso di colpa. Alma ha lasciato Ferrara dopo avere perso tutti, dopo che, come in un domino, le tessere della sua famiglia sono cadute, non sopravvissute a un dolore improponibile, incapaci di salvarsi. Alma pensa di non esserselo meritato, vive nella paura costante, è la paura di soffrire che non ti abbandona, che mette una patina su tutto ciò che vivi, è qualcosa di peggio della sofferenza contingente che puoi affrontare perché la vedi in faccia, la paura di soffrire è subdola, tentacolare, può solo allentarsi in qualche tregua, ma non ti lascia.
Alma e Maio erano fratelli, erano amici, giovani in anni di ideologie convinte e di coraggio, anche di affrontare il proibito. Alma è più forte di Maio, almeno così sembra, almeno così tutti credono. Antonia conduce una sua personale indagine andando nei luoghi dove la sua famiglia aveva abitato e parlando con chi c’era, con chi ricorda, ma soprattutto sa. Arrivata a Ferrara per comprendere qualcosa di più sulla scomparsa di Maio, Antonia recupera un passato, che fino a quel momento era stato muto, e che è anche il suo. La ricerca della verità si allarga alla storia dei nonni, si intreccia ad altre vite, agli abbandoni in una conseguenza dopo l’altra fino a fare di sua madre Alma la persona che è: “Intensa. Concentrata. Profonda. Sempre, senza tregua”.
A fianco di Antonia ci sono Leo, il suo compagno, un poliziotto che saprà esserci, e Luigi, un collega di Leo con cui Antonia, a un certo punto, può anche fare a meno delle parole, entrambi pensano che l’amore bisogna meritarlo.
Ciò che, poi, Antonia scopre su Maio andrà anche oltre ciò che la stessa Alma ha sempre saputo, o creduto. Antonia, che sta per diventare mamma e ha già iniziato a pensare doppio, supera il segreto di Alma, che le era parso così insondabile, colmandolo di verità e certezza.

L’amore che ti meriti, Daria Bignardi, Mondadori 2014

SETTIMO GIORNO
Una politica senza poeti e una curia senza misericordia

Il VESCOVO – Sono felice, sono felice perché il vescovo consegnatoci dal Medioevo ha riportato alla ribalta categorie del pensiero che sembravano morte: erano, e sono, invece, vive e vegete. Chi può negare, infatti, la verità dell’affermazione del presule secondo il quale la legge sull’aborto “non ha consentito di venire al mondo a oltre sei milioni di italiani e la scarsità di figli ha fatto sprofondare il Paese in questa crisi economica”? Finalmente conosciamo le cause della crisi che ha colpito anche i popoli che fanno tanti figli, non ci avevamo pensato, ma l’alto prelato ha un filo diretto con Dio e noi siamo purtroppo degli idioti, i quali nulla conoscono perché Dio parla soltanto con i vescovi, con i cardinali, come no, e con i papi, un tempo parlava anche con la gente comune, a volte mandava la Vergine Maria a colloquiare con i fanciulli, ma, insomma, si faceva vivo con noi miserabili, adesso non più, ora mantiene un inquietante silenzio se non hai gradi ecclesiastici, con tutti coloro, insomma, che sono contro lo Stato se lo Stato mostra un’anima liberale, quella che ha suggerito di approvare una legge contro l’omofobia, una legge che, per il vescovo venuto dai secoli bui, “è un delitto contro Dio e contro l’umanità”. Sono felice che il presule abbia espresso così crudamente il suo penoso pensiero, non ci possono più essere equivoci. Se pensi che gli esseri umani siano tutti uguali e abbiano stessi diritti a prescindere dal loro sesso e dal grado di importanza raggiunto nella società, in tal caso puoi dire addio al regno dei cieli.
PS – Caro papa Francesco, non La invidio quanto lavoro l’attende se religione significa soltanto odio, peccato, condanna, intolleranza!

IL POLITICHESE – La politica? Ho sentito in questi giorni predicare ancora una volta contro l’antipolitica, ma non ho compreso se si sappia con una certa precisione che cosa sia la politica. E’ forse questa, questa in cui gli ideali sono stati sostituiti dai patteggiamenti, dagli accordi sottobanco, questo straccio di pessimismo materialista che ha chiuso le porte al pensiero, alla cultura e ai valori dello spirito e si esprime con linguaggi ridicoli, burocratici, conditi con strani intercalari, come “in qualche modo”, che molti giovinastri e vecchiacci prestati alla vita pubblica pensano siano il sale dei loro astrusi discorsi. Non molto tempo fa un noto politicante, già segretario di un partito della falsa sinistra, ha urlato durante un discorso: qui non si deve fare della poesia. Magari si facesse della poesia, caro ex compagno, magari, personalmente sono del parere di Victor Hugo, il quale nei “Miserabili” scrisse che soltanto quando al governo ci saranno i poeti l’uomo conoscerà la democrazia.

‘Diversamente abili’ alla Mostra

Pronto Ada? Hai un po’ di tempo? Ti debbo raccontare una bella storia. Devi sapere che sabato scorso il sant’uomo, in seguito alle mie fervide preghiere, mi ha accompagnato a vedere la mostra su Boldini e De Pisis in Castello. L’inaugurazione cominciava alle 18 e quando giungiamo il cortile del Castello era gremito da un corteo di persone che quasi arrivava sulla strada. Ci mettiamo diligentemente in coda, ma niente si muove, non c’è segno di apertura. Mentre il noto dolore alla schiena si fa preoccupante mi cade l’occhio su un gruppetto di persone che conversano tranquille davanti a un portone: guardo, capisco, decido. Sono gli handicappati che, per un sacrosanto diritto di precedenza, vengono esentati dal fare la coda. Mi rivolgo allora al sant’uomo: “Mio adorato, non è forse vero che la sciatica ti tiene sveglio la notte, oppure quando affranto cedi al sonno hai l’incubo che ti stanno segando la gamba?” Il sant’uomo, innocente, mi guarda incuriosito: “Non è forse vero che la mia schiena presenta una deformazione a rocchetto dei corpi vertebrali da 09 a L2, come recita l’ultima risonanza magnetica?” A questo punto il sant’uomo, che non è del tutto stupido, comincia a capire e a preoccuparsi. “Tranquillo, amore mio, tranquillo” e corriamo felici – corriamo si fa per dire, siamo pure zoppetti – insomma zompettiamo contenti di arruolarci nelle truppe handicappate in assetto di guerra davanti al portone che conduce all’ascensore. Poco dopo compare una bella ragazza in divisa (non dirò mai più male dei dipendenti di Comune e Provincia, lo giuro), la quale, impietosita dalle nostre infermità al freddo, ci invita a entrare: “La mostra non può aprire finché non arrivano le autorità”, insomma, cara Ada, per fartela breve, la ragazza in divisa ci porta all’ascensore e ci fa salire al piano della mostra, ma “per l’amor di Dio – dice – da questo corridoio passeranno le autorità, è meglio che non vi vedano. C’è un pianerottolo semibuio qui accanto, adesso vi porto altre seggiole”. E così, amica mia, quando Dio vuole, ossia quando le autorità arrivano e tutto comincia, assisto alla sfilata delle donne e degli uomini che contano a Ferrara. Ma erano tanti, ma erano tanti che non finivano mai e il sant’uomo, che li conosce, ogni tanto ordinava alla truppa “sono finiti, all’attacco!”. Macché, la ragazza in divisa ci stoppava allarmatissima, “ce ne sono ancora altri”, così mi sono messa tranquilla sulla mia seggiolina al calduccio e li ho guardati uno a uno. Ti dirò, lusso avveduto, eleganza da tinello, moderate flanelle, saggi tailleur, gioielli discreti, pellicce ragionevoli, le quali mescolavano ai profumi non preziosissimi un rassicurante effluvio di canfora. “Qui c’è puzza di vecchio!”, sbraita il sant’uomo e io giù calci. Oddìo, un po’ di vintage c’era, specie tra le signore belle tacchinone impastate nel fondo tinta, a qualcuna pareva dolessero i piedi perché guardava noi handicappati seduti con sottile invidia. Aveva aperto il corteo l’ex sindaco emerito, alto profilo di cavallo sindacalista, la criniera perde qualche setola ma non importa, la Camusso pare che lo ami. E, poi, c’era quel torello del sindaco in carica, tutto muscoli anche di sabato e la domenica in provincia. Saltava da un capo all’altro del corteo il puledro vice sindaco-assessore, pura razza sarda. Quando finalmente la fattoria degli animali è arrivata tutta intera nelle sale, anche noi handicappati possiamo entrare e vedere lo spettacolo di quei capolavori impreziositi dall’ambiente solenne.

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Quadri di Boldini nella Sala del Governo (foto di Dino Buffagni)

Lì, davanti al “Notturno” di Boldini, davanti alle “Cipolle di Socrate” di De Pisis, la Direttrice – gallinella di prima penna – illustrava con la consueta maestria, ma così bene che il pubblico la contemplava estasiato e dimenticava di guardare i quadri, ma non importa. Però, ti dirò cara Ada, tu sai che io sono, come si dice a Ferrara una ‘scunzamnestra’, ti dirò che quel titolo della mostra “L’arte per l’arte” mi aveva fatto pensare a una dichiarazione di estetica crociana. Te lo ricordi il nostro professore di Filosofia teoretica come si accalorava: quella di Croce è una dialettica dei distinti, non degli opposti come quella di Hegel che unifica tutto nella sintesi. Vada a leggere, signorina, le mille pagine dell’Estetica di Croce e troverà la formulazione chiara del momento estetico come momento di pura bellezza, l’arte per l’arte appunto. “Non l’arte per la vita”, concludeva il sant’uomo le mie ingarbugliate riflessioni, mentre uscivamo dal Castello con la felicità di essere “diversamente abili”.

La foto della mostra “L’arte per l’arte” è di © Dino Buffagni

L’OPINIONE
Je ne suis pas Calderoli: la satira e l’invettiva

In molti si chiederanno perché, mentre si rivendica il diritto di satira senza restrizioni di linguaggio e di argomento, si dovrebbe invece condannare il sen. Roberto Calderoli, reo di aver pronunciato ingiurie razziste nei confronti dell’ex ministro Cecil Kienge. In fondo, diranno in molti, le vignette di Charlie Hebdo e degli altri giornali satirici sono spesso molto più pesanti e sgradevoli di quanto non lo sia stato l’esponente leghista. Esiste una differenza fra le due situazioni o si tratta invece del solito astio politico che porta a voler usare due pesi e due misure?
Detto in altri termini, occorre stabilire come si distingue la satira dall’insulto, tema del quale nei giorni del lutto dopo l’attentato di Parigi si è discusso abbastanza poco e, comunque, quasi esclusivamente con riferimento alle tematiche religiose.
La satira è sempre disinteressata, un po’ come lo è l’arte, nel senso che l’autore satirico non persegue alcun fine di carattere personale o quello di un qualche specifico gruppo organizzato: la sua è una visione, certamente schierata ed estrema della realtà, che ha però il solo obiettivo di metterne in risalto le contraddizioni. Il suo obiettivo non è mai ideologico, ma “leggero” e teso a seppellire di risate tutto quanto, a giudizio dell’autore, c’è di grottesco, ingiusto ed ipocrita nel mondo. In quest’ottica, la dissacrazione a 360 gradi è lo strumento per mantenere vivo il germe del dubbio contro ogni forma di rigidità ideologica e di conformismo sociale: non può quindi esistere per definizione alcuna “satira di partito”.
Un insulto, al contrario, ha sempre una finalità specifica: il suo obiettivo è quello di ferire le persone contro cui è rivolto, al fine di ribadire la presunta superiorità (fisica, morale, razziale, ecc.) nei loro confronti di chi lo pronuncia. Questo sia quando si rivolge ad una persona in particolare, sia quando viene lanciato contro interi gruppi sociali, etnici, razziali, religiosi, politici. Questo vale sia per le liti di strada che per i comizi elettorali o i talk show televisivi.
Può quindi succedere, paradossalmente, che una determinata frase sia classificabile come ‘satira’ o come ‘insulto’ a seconda del contesto in cui viene pronunciata ed i fini che intende perseguire. Allo stesso modo in cui una specifica scena cinematografica di nudo integrale possa essere considerata pornografia o libera espressione artistica.
Nel caso in questione, quello di Calderoli si configura al di là di ogni ragionevole dubbio come un insulto, con l’aggravante del contenuto razzista, utilizzato per umiliare un avversario politico ed al fine di rafforzare l’ostilità dei militanti del proprio partito nei suoi confronti. In termini legali si chiama “incitamento all’odio razziale”.
Non vale a mio parere in questo caso la tutela dell’art. 68 della costituzione che prevede l’insindacabilità delle opinioni espresse da un membro del parlamento nell’esercizio delle sue funzioni, in quanto non siamo di fronte ad un giudizio politico e nemmeno ad un’espressione, come si dice, ‘colorita’, ma ad affermazioni intenzionalmente ingiuriose che nulla hanno a che fare con la dialettica parlamentare, per quanto aspra possa essere. Le scuse, peraltro assai tardive, non attenuano la gravità del fatto.
I parlamentari che in Commissione per le autorizzazioni a procedere del Senato hanno ritenuto che le affermazioni del loro collega non fossero censurabili, in quanto coperte dalla tutela costituzionale citata o in ragione di altri espedienti giuridici, sono a mio parere l’ennesima dimostrazione della distanza che ancora separa il Paese dalle sue classi dirigenti, che al solo fine di proteggersi non esitano ad utilizzare tutti gli espedienti disponibili.

SPECIALE FE vs FE
Panfilio, riaprire l’ultimo tratto per rendere più suggestivo l’arrivo al castello

Proviamo ad immaginare questa scena che viene riportata in “Genealogia del canale Panfilio di Ferrara” scritto storico del 1845 ad opera del colonnello Francesco Avventi.
“Per continuare cronologicamente la storia del Canale, che ci serve di argomento, conviene rammemorare le nozze seguite in Ferrara nel 1598, di Filippo III re di Spagna con Margherita d’Austria rappresentato il primo da Alberto Arciduca d’Austria, e la seconda dal Duca di Sessa. Tra i molti spettacoli, feste, ed allegrezze che si praticarono in quella circostanza, nella quale vi assisteva di presenza il Pontefice Clemente VIII, dobbiamo citare che ni 15 di novembrenfu eseguita una Regata, o Corsa di Barche nel Canale dei Giardini, che si tenevano allora ad un livello d’acqua eguale a quello del Castello. La corsa fu eseguita da trenta donne Comacchiesi, che furono chiamate a Ferrara per questo oggetto. Stavano tali donne in quattro per barchetta: tre remigando, e la quarta seduta in poppa coronata di fiori suonando il Crotalo: le Barchette erano sei distinte dai varoi colori de’ vestiti delle remiganti, e corsero a tre per volta: era la Meta al punto ove le fosse mettono capo in faccia alla Giovecca: il Pontefice ed i Principi ne furono spettatori dalla loggia annessa alla Torre dei Leoni verso tramontana. Le vincitrici furono premiate con tele di raso, e le altre con altri doni, e la festa riuscì a tutti molto gradita, tanto più che nel corso alcuna di quelle donne fingeva cadere nell’acqua e poi nuotando rimettevasi nei piccoli legni”.

Il canale Panfilio che collegava il Po da Pontelagoscuro fino al castello di Ferrara, non serviva dunque solo come via d’acqua per il trasporto delle merci, ma veniva anche valorizzato come elemento ludico del paesaggio. Un’accezione importante che ci fa subito pensare a Venezia, e ci racconta di tempi in cui la città era vivace e intraprendente.
A pensare a quel che c’è ora in quell’ultimo tratto dell’antico canale, quel che va dalle poste centrali al castello, quel ben triste giardinetto, con quei ben tristi palazzi e quel tetro porticato, viene davvero la voglia di prendere la pala e scavare per riportare alla luce l’antico fossato.
Al castello, per chi viene dalla stazione, manca la prospettiva che merita, manca quell’avvicinamento progressivo e maestoso, quell’ingresso trionfale, quel tappeto rosso urbanistico che invece un corso d’acqua potrebbe dare.
Non si propone di riaprire l’intero tratto del canale Panfilio, sarebbe bellissimo ma inverosimile, si dice: perché non ripristinare quel breve tratto di canale dove ora ci sono i giardinetti cosiddetti della Standa?

I detrattori subito dicono: diventerebbe una pattumiera liquida a cielo aperto, un enorme brodo di coltura per le zanzare. Ma no, perché allora lo stesso dovrebbe valere anche per l’acqua del Castello, vogliamo togliere anche quella? Non è prosciugando ogni goccia d’acqua che la nostra città diventa più salubre. L’acqua è anzi elemento vitale dell’ecosistema, ma anche dello spirito. Soprattutto per Ferrara, dove terra e acqua coesistono da sempre e ogni cosa ne evoca la presenza. E quando non c’è l’acqua attorno a noi, manca, crea un senso di vuoto.

I detrattori dicono anche che ora in quei giardini si ritrovano le badanti, i migranti dell’est, che hanno ridato vita ad un luogo che i ferraresi snobbavano. E’ vero, ma mica se ne dovrebbero andare… avrebbero anzi le suggestive rive del canale, con panchine e chioschi dove continuare a incontrarsi. E forse a loro si unirebbero tanti curiosi attratti da questa antica novità riportata alla luce. Si potrebbero liberare, come in Castello, specie di pesci che possono controllare il proliferare delle zanzare. E quello specchio d’acqua potrebbe anche servire all’università per svolgere delle ricerche, al vicino Museo di storia naturale per delle attività e delle visite. E ci si potrebbero riportare le barchette per crogiolarsi d’estate.

I detrattori dicono infine che è una spesa inutile, che è una cosa che non serve a niente in questo momento di crisi. Innanzitutto non sarebbe una spesa così ingente, perché non si tratta di edificare, ma di scavare e recuperare qualcosa che sotto c’è già, anzi potrebbero anche emergere le antiche rive.
Inoltre se debitamente sfruttato e promosso, il recupero di questo breve tratto di Canale, potrebbe generare piccole attività economiche tutto attorno, e riportare vita in una zona che ora è di puro transito, nonostante sia a ridosso del più importante edificio storico della città.
Infine farebbe bene agli occhi e allo spirito, come scrive ancora il colonnello Avventi, raccontando che nonostante negli ultimi tempi fosse stato sempre più abbandonato, il Canale regalava scorci suggestivi.

“Quantunque però degradato, ci conserva tutt’ora un vago e prospettico punto di vista all’occhio guardandovi dalla Giovecca alla Spianata, od all’inversa dai Ponti che lo attraversano alla gigantesca mole dell’Estense edifizio; ed è principalmente osservandolo dal Ponte della Rosa e dalla sponda del Canale, che fa di sé miglior mostra il sontuoso monumento; infatti tra l’infinito numero di stampe, dipinti, quadri, nei quali lo vediamo rappresentato, egli è dall’indicato punto del Canale Panfilio, che ne trassero ad ammirarlo i più abili disegnatori. Che se poi ti piaccia recarti in quella stanza del Castello stesso ove è posta la loggia, o su quell’angolo della loggia che volge a quella parte, spingendo di colà lo sguardo lungo i ponti che il canale attraversano e sull’ora in ispecie del tramonto; ne avrai una prospettiva di sorprendente aspetto”.

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Panfilio, rischio veleni e zanzare

di Marco Contini*

Sabato sera ero a casa, in cucina, quando mia moglie – indicando una macchia sulla credenza che lì per lì ho scambiato per un baffo di Nutella – mi fa: “Guarda un po’ chi c’è”. Inforco gli occhiali e guardo meglio. E’ una zanzara. Viva e vegeta. Il 17 gennaio!
Avendo tolto la zanzariera dal letto a metà ottobre, ho fatto fatica ad apprezzare la profonda ironia di quella visita. Nemmeno tre mesi di requie, e quelle bestiacce sono di nuovo tra noi.
Bella forza, direte. C’è il riscaldamento globale, l’inverno ancora non si è visto, nel pomeriggio il termometro segna stabilmente i 15 gradi, e tu ti stupisci delle zanzare.
Niente di più falso. Non mi stupisco affatto.
Semmai, mi preoccupo. So che il mio punto di vista è particolare, e non pretenderò dunque di incarnare l’interesse generale. Ma da abitante di via Alberto Lollio, vale a dire di quello che in caso di ripristino del Canale Panfilio sarebbe il retrobottega del lungofiume, non posso negare che l’idea di essere letteralmente assediato da quei piccoli, fastidiosissimi vampiri mi garba poco.

Mi spiego. Guardando verso Nord, tra l’alveo principale del fiume Po e il centro città non c’è ostacolo alcuno. Da Pontelagoscuro e Francolino, passando per gli stagni del Parco Urbano, già ora orde di zanzare compiono indisturbate le loro sanguinose scorribande.
Provate quindi a immaginare cosa succederebbe con la riapertura del Panfilio, e con la sua automatica colonizzazione zanzarista. L’intera Addizione Erculea verrebbe completamente accerchiata, come nemmeno i Greci alle Termopili.
Quanto a Corso Ercole d’Este, che Lord Byron elesse a strada più bella d’Europa, diventerebbe l’equivalente dell’Autosole degli insetti. E Palazzo dei Diamanti, con le sue code di turisti sudati, l’equivalente dell’autogrill di Campogalliano.

Ma la verità, ahimé, è che le zanzare sono l’ultimo dei problemi. Perché con un buon arsenale di Autan e zampironi, e con una disinfestazione settimanale – se solo il Comune avesse i soldi per farla – potremmo comunque sopravvivere. Ho qualche dubbio, invece, che riusciremo a reggere all’impatto ambientale.
Spero mi perdonerete il repentino cambio di registro, dall’ironico al serioso.
Il fatto è che Ferrara è circondata dall’acqua. Sporca.
Il Grande Fiume, ai margini settentrionali della città, è una meraviglia. Ma all’altezza di Ferrara ha già raccolto gli scarichi di una delle più straordinarie concentrazioni mondiali di fabbriche tessili, metalmeccaniche e chimiche, senza contare le acque reflue dell’industria alimentare e degli allevamenti dei maiali. Madre Natura è potentissima, lo sappiamo, e assorbe tutto. Ma certo non si può dire che il Po veicoli le “chiare fresche e dolci acque” cantate dal Petrarca.
A sud, il Po di Volano è una cosa immonda. Un acquitrino putrescente dove i pesci morti sono più sani di quelli vivi e in cui il fango è cresciuto a tal punto da far incagliare una pizzeria.
A est ‘ghe gnent, per fortuna.
Mentre a Ovest, dove il Panfilio nasce, abbiamo il Petrolchimico.
Eh già.

Perché dietro all’idea di recuperare l’anima veneziana di Ferrara, non c’è un torrente di montagna, ma l’incrocio tra il Canale di Burana e il Canale Boicelli. Vale a dire, tra le due principali fogne industriali della nostra città.
Essendo tutti noi nati dopo il 1880, finora non ce n’eravamo accorti. Ma l’acqua che ristagna attorno al nostro meraviglioso Castello, da lì viene. Ora capite perché puzza così tanto?
Provate allora a immaginare quella stessa acqua, con dentro pescigatto malati di cancro che danno i loro ultimi colpi di pinna, che sprigiona i suoi miasmi per altri 300 metri in uno dei posti più belli di Ferrara.
Oggi quei giardinetti – bruttini, bisogna ammetterlo – li abbiamo dedicati al 20 e 29 maggio 2012, i giorni del terremoto.
Domani – per coerenza, oltre che in omaggio al nostro meraviglioso dialetto – il nuovo lungofiume dovremmo battezzarlo “Passeggiata dell’Aldamar”.
Ai ragazzi dell’Ariosto e del Roiti, e agli studenti universitari, quel nome piacerebbe un sacco. Sicuramente, con quel nome, ne farebbero un nuovo punto di ritrovo. Sarebbe contento anche il monsignor vescovo, che finalmente vedrebbe sorgere un postribolo alternativo al sagrato della sua santa cattedrale.
Ma forse Ferrara non ci guadagnerebbe. Anzi.

A meno che l’amministrazione non s’impegni a costruire un depuratore, da qualche parte tra la stazione ferroviaria e il palazzo delle Poste.
Sarebbe contenta Hera, che verrebbe chiamata a gestirlo. Brinderebbe il Consorzio Cooperative Costruttori, che vincerebbe l’appalto dei lavori di scavo. E respireremmo noi, i ferraresi.
Come dice il proverbio, “prima pagare moneta, poi vedere cammello”.
Ecco. “Prima costruire depuratore, poi scavare canale”.

* giornalista, vive a Ferrara. Attualmente è responsabile dell’edizione web di Repubblica Bologna, già al Manifesto, a Cnn Italia sede di Atlanta, Repubblica redazione centrale di Roma

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Centro storico, via mercato, auto e taxi dal cuore monumentale della città

La diatriba in città è ormai ultradecennale. I taxi infatti hanno il permesso di sostare in piazza Savonarola da sempre, gli ambulanti del mercato del venerdì di invadere regolarmente il centro storico da più di dieci anni, centinaia tra auto e autobus scorrazzano liberamente ogni giorno in Corso Martiri.
Negli anni, a più riprese, cittadini, politici e organi di stampa [vedi] sono ritornati sul fatto che tutto ciò rappresenti uno scempio, che deturpi i monumenti e nasconda la bellezza della città estense, e che male si addica ad una città che fa dell’essere pedonale e ciclabile il suo fiore all’occhiello: Piazza Savonarola non è più dato vederla sgombera godendo della perfezione delle sue geometrie, perché i taxi insistono sull’area quotidianamente; il venerdì mattina camioncini e bancarelle invadono il Listone, Piazza Duomo e Corso Martiri occludendo la vista della cattedrale, del Castello e anche della rinnovata Piazza Trento Trieste. Tutto viene coperto, offeso e oltraggiato.
Oggi però con la legge Art Bonus abbiamo una speranza in più. Anzi, un dovere. La legge, approvata a luglio, contiene anche una norma molto importante per garantire il decoro attorno ai monumenti [vedi].
Ancor prima che il decreto Art Bonus diventasse legge, sulle pagine di ferraraitalia era stato risollevato il problema [vedi].
Armati di una legge firmata Franceschini, riproponiamo quindi con forza la liberazione del centro storico per renderlo più vivibile e attrattivo. Auspichiamo nello specifico che:

pedonalizzazione-centro-storico
Cartello in Piazza Castello: tutti i permessi concessi nell’area pedonale del centro storico

1) vengano revocati i permessi di circolazione alle auto (tutte le auto, anche quelle delle forze dell’ordine, dei politici, ecc.);
2) venga revocato il permesso di circolazione degli autobus, se non ecologici;
3) vengano revocate le concessioni agli ambulanti e scelto un altro luogo per riallocare il mercato, sempre in centro e senza danneggiare ambulanti e commercianti (Porta Reno, Piazza Travaglio, Montagnone);
4) vengano revocati i permessi per parcheggiare i taxi e scelto un altro luogo di sosta (Porta Reno o il tratto che fiancheggia il Castello tra Cavour e Piazza Repubblica o ancora il lato di Piazza Repubblica prospiciente la chiesa di San Giuliano).

In occasione dell’incontro, abbiamo consultato e interpellato il Presidente di Italia Nostra (sezione di Ferrara) Andrea Malacarne che si è espresso sostanzialmente in linea con queste posizioni: “Da sempre Italia Nostra auspica che vengano evitati caos, brutture e l’invasione periodica del centro storico, proponendo di trovare spazi deputati che siano meno invasivi rispetto alla vita della città. Occorre una riflessione su questi temi.”

DOCUMENTAZIONE
Regolamento comunale “Disciplina in materia di commercio su aree pubbliche” [vedi]
Categorie permessi ZTL [vedi]

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SPECIALE FE vs FE
Centro storico: la città va vissuta, non imbalsamata

Mi cimento in un compito ingrato, per dovere d’ufficio: in assenza del relatore designato devo difendere una causa contraria alle mie convinzioni. Farò per questo appello all’ars retorica. D’altronde i sofisti qualcosa ci hanno insegnato…

Dunque posso dirvi che sì, certo, la città-cartolina è una bella suggestione, piace a tutti. Ma una città è un organismo vivo, pulsante e il rischio che non dobbiamo correre è proprio quello di museificarla, di blindarci nella storia. La città è fatta di attività e di persone che la vivono. E la vita è anche bisogni concreti: scambi, servizi, funzioni, commercio. Possiamo ragionevolmente immaginare di disciplinare il traffico, ma senza eliminare le auto del centro. E attenzione, non stiamo facendo un favore ai commercianti, i bisogni sono anche quelli nostri di cittadini e consumatori. Pure chi vive in centro ha necessità dell’antennista o dell’idraulico, e l’artigiano non si può caricare tutto in spalle, ha necessità di muoversi.
Le esigenze sono varie e diverse, vanno contemperate con tolleranza.

Abbiamo sempre il rimpianto del bel tempo perduto. Nell’Ottocento non c’erano la auto, c’erano le carrozze. Ah che bello! Già ma le carrozze non viaggiavano in forza di vento, c’erano i cavalli a trainarle e il loro ‘carburante’ lo depositavano lungo via; e non è che profumasse di rose e di viole. Quindi, se mi passate la battuta, una forma di inquinamento c’era anche allora…
Diciamo più seriamente che ogni epoca ha i suoi disagi da sopportare.

E poi per concludere vogliamo considerare la pericolosità? Non ci risultano incidenti fra auto e pedoni in centro storico, e a ben vedere i maggiori rischi per i passanti vengono da quegli spericolati ciclisti estensi che si sentono signori e padroni del territorio.

Quindi io ribadisco: tolleranza e auto per quel che serve. Anche a vantaggio degli anziani e delle persone disabili, perché la città è di tutti e tutti devono poterne godere.

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Grattacieli, uno sfregio da eliminare

Il grattacielo è uno sfregio estetico alla città, è evidente che la classe politica sotto la quale è stato partorito e contestato fin dagli anni ’60 da un intellettuale come Giorgio Bassani, non aveva il senso della bellezza. Del resto le cose non sono cambiate molto, basta guardare Darsena City per sentirsi in una città dove il passato colto è stato dimenticato per cedere alle tentazioni della peggior modernità.
Chi ha progettato le due torri poteva anche copiare da esperienze illuminate, il mondo ne è pieno. E poi, costruire spingendosi verso l’alto non significa per forza infilarsi in un tunnel architettonico irrecuperabile anche per i più fantasiosi e dotati professionisti. C’è chi per provocazione vorrebbe cancellare il grattacielo con un’operazione di demolizione tout court, come il presidente dell’Ordine degli architetti Diego Farina, mentre lo pensa per davvero l’82 per cento degli oltre cinquecento ferraresi che hanno risposto al sondaggio promosso dalla Nuova Ferrara. I numeri però restituiscono un problema diverso, di ordine pubblico piuttosto che estetico, legato a spaccio, microcriminalità, degrado e alla presenza di extra comunitari che delinquono e di altri che vivono una dimensione estranea alla nostra, per lo più in contrasto con le regole da noi condivise. Inutile il buonismo. Abbattere il grattacielo, dove abitano 200 famiglie, molte delle quali coprono le spese inevase di altri, non risolve e non elimina la presenza degli “indesiderati”, può solo consolare gli offesi nel proprio gusto estetico.
E allora da dove comincia la riqualificazione del Gad, il quartieraccio della stazione? Credo sia bene abbattere, ovviamente nel portafoglio, chi affitta in nero, intasca i soldi e poi si lamenta del crollo dei prezzi delle case.

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I grattacieli, un contenitore per raffinati atelier

La città è importante a seconda di chi e di come la vive. Anche il grattacielo è un contenitore che va valutato come struttura e non per il suo contenuto. Pensiamo a come viene utilizzato prima di abbandonarlo. Valorizzare i contenitori con i contenuti è un bell’esercizio architettonico, ma anche un dovere sociale. Così hanno fatto da molte parti come ad esempio a Pechino in cui hanno trasformato una fabbrica di armi a guerra in un contesto di atelier di artisti contemporanei ed è diventato un centro di riferimento per l’arte contemporanea. Allora la domanda da porci è: se nel grattacielo ci vivessero architetti, ingegneri, professionisti, lo percepiremmo allo stesso modo? Il problema è il grattacielo o chi vive nel grattacielo? Dunque la questione non è abbattere il grattacielo, ma analizzarlo nella sua problematica di emarginazione. Il grattacielo deve essere valorizzato per integrarsi nel vivere meglio dentro la nostra bella città. I grandi architetti, e in sala alcuni sono presenti, sono innanzitutto dei sociologi che pensano prima alle persone e ai loro spazi e poi progettano i contenitori in cui esse abiteranno e vivranno. Allora io credo che si debbano rivalutare tanti spazi vuoti o mal gestiti (e a Ferrara ce ne sono tanti) riportandoli ad una dimensione più umana, più sensibile al vivere che non al sopravvivere. Pensiamo allora a come rivitalizzare questi patrimoni architettonici, non a distruggerli.

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Duchesse, cancellare quel senso di abbandono

Al fine di ragionare su una possibile utilizzazione di questo spazio, indubbiamente carico di storia e di suggestioni, è importante avere bene il mente cosa fosse questo luogo. Come noto il cosiddetto “giardino delle duchesse” fu voluto da Ercole I d’Este e realizzato fra il 1473 ed il 1481, presumibilmente come piccola oasi di pace e di bellezza all’interno del palazzo ducale, di cui era parte integrante. Circondato da un loggiato che lo collegava alla corte, era strutturato come un classico giardino rinascimentale, con alberi da frutto, piante medicinali e siepi di bosso potate secondo forme geometriche, come comandava il gusto dell’epoca.
Quel che rimane di quel luogo è oggi un cortile sconnesso, parzialmente occupato da manufatti del tutto estranei realizzati nel corso dei secoli ed usato fino a pochi anni orsono come deposito a cielo aperto dalle varie attività commerciali che affacciano su piazza Municipale, che ha completamente perduto ogni sia pur vaga reminiscenza dell’originale. Soprattutto si è perso irrimediabilmente il contesto in cui il giardino era inserito, in quanto le profonde modifiche strutturali e di destinazione d’uso degli edifici circostanti, intervenute nel corso dei secoli, hanno cancellato completamente il loggiato originario, di cui rimangono solo vaghe tracce in alcuni muri perimetrali, che facevano parte integrante del palazzo ducale. Quello che ci rimane è quindi un luogo completamente snaturato di cui è impensabile ipotizzare un ripristino. Che farne dunque?
Si tratta in ogni caso di uno spazio privilegiato, centralissimo e, come detto, pur sempre carico di suggestioni. L’uso che se ne è fatto sinora, quale sede improvvisata di mercatini di ogni genere, piste per il ghiaccio e similari non gli rende giustizia e rischia di accentuare, soprattutto quando non viene utilizzato, l’idea di abbandono e di incuria.
E’ invece possibile pensare ad una sua sistemazione che, da un lato, ne migliori l’aspetto, facendone un luogo gradevole con una precisa destinazione d’uso, mentre, dall’altro, possa in qualche modo richiamarne la funzione originaria. Si potrebbe immaginare, ma è solo un esempio, un luogo di ristoro (tipo una caffetteria o qualcuna delle tante variazioni sul tema) che d’estate ospiti la sera spettacoli musicali in acustico, pubbliche letture, ecc. Nell’ambito dei lavori di miglioria, oltre alla collocazioni di adeguati elementi di arredo urbano, si potrebbe pensare di abbattere i corpi di fabbricato che ingombrano una parte consistente dell’area, recuperandone così il più possibile la forma rettangolare. Al fine di rievocarne l’antica destinazione su uno dei muri perimetrali potrebbe poi essere proiettata l’immagine ipotetica, resa al computer, del pergolato originario. Alcuni cartelli che, discretamente, ricordassero la storia del luogo assieme a quella dell’antico palazzo ducale sarebbero altrettanto apprezzabili.

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Duchesse, apologia delle assenze

“Marcel Proust voleva scrivere un romanzo sul nulla e non c’è riuscito. Dovrei riuscirci io?” – si chiede Jep Gambardella in una delle sue estemporanee riflessioni dolcevitiche con vista Colosseo, nonostante il passaggio forse più stupefacente dell’intero film sia la visione di un portone che si apre, quasi magicamente, sotto le mani pallide ma ferme di chi possiede le chiavi dei più bei palazzi di tutta Roma.

No, non paragonabili in alcun modo, gli splendidi giardini delle dimore principesche romane, classiche e perfette, e quelli decadenti, sfasciati, abbandonati delle Duchesse di Ferrara, originariamente Giardino del Duca.
E no, non minimamente pensabile l’angolo di Natura nella città congestionata, o il bosco sull’autostrada che Italo Calvino suggeriva al malinconico e ingenuo Marcovaldo.
‘Giardino’, una porzione di superficie limitata e racchiusa, ripescando la radice indogermanica (dalla parola gart, ‘circondare’). Due porte che lo aprono su via Garibaldi e su Piazzetta Castello, dense di passi che si susseguono veloci e indifferenti oggi come ieri. Fuori da quelle due porte il mondo di oggi; dentro, silenzioso, lugubre, immobile, fermo immagine di tronchi e foglie e palazzi dai muri scrostati, intatti in un passato rovinato, non certo rovinoso. Quello di una vita fa, impossibile a ripetersi ma ancora presente, quando il proprietario di quei passi butta l’occhio dentro e può colpirlo quell’istinto di un esasperato Romanticismo carico di languore e sonnolenza.

Istinto non giustificabile razionalmente, da chi come me completamente digiuno di architettura, numeri e ristrutturazioni; se non con la parte destra del cervello, quella dedita all’arte, all’immaginazione, alla poesia.
Se tuttavia di “schifo” si vuol parlare, allora parliamo del brutto e scusiamolo, nei suoi recessi più innominabili. Umberto Eco convince entusiasticamente e storicamente nella sua “Storia della bruttezza”, Iginio Ugo Tarchetti rende Giorgio innamorato folle della ripugnante Fosca, dalla quale l’aitante militare riesce a staccarsi solo con la morte di lei. Buttati a testa bassa nel subcosciente, nella contemplazione statica di quell’angolo voluto nell’ambito delle trasformazioni edilizie promosse da Ercole I d’Este che fecero assumere al Palazzo Ducale l’assetto planimetrico attuale.
E, se è vero che le cose devono cambiare per poter restare le stesse, come scriveva Tomasi di Lampedusa, allora che la parola ‘ripristino’ entri nel Giardino delle Duchesse; purché ci entri a piccoli passi, così come a piccoli passi la nobiltà lascia il passo alla borghesia del neonato Regno d’Italia. Come la bambina del “Giardino segreto” di Francis Burnett che, con infinita e amorevole cura, riporta fiori e natura in un desolato spazio scevro d’amore.

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Ricordi attorno ad un albero di mele

Nelle Sacre scritture si racconta che al centro del Paradiso terrestre ci fossero due alberi, quello della vita e quello della conoscenza. Sappiamo com’è andata a finire la storia, Eva non seppe resistere alle lusinghe del serpente e decise di addentare il frutto proibito, peccando così di presunzione e condannando l’umanità ad una vita libera, ma decisamente dolorosa. L’iconografia ci mostra questo frutto come una mela, un frutto ben noto nell’antichità e che troviamo protagonista di altri miti e leggende. Il furto delle mele d’oro del giardino delle Esperidi, era l’obiettivo di una delle imprese di Ercole che riuscì nell’intento con una serie di astuzie e, sempre con una mela, Paride, giovane e aitante, doveva fare un dono alla dea più bella. Gli dei dell’Olimpo sapevano benissimo che una scelta del genere avrebbe scatenato un disastro e convinsero Paride, umano e imprudente, a procedere al posto loro. Il giovane scelse Afrodite, le altre bellissime non la presero bene e Troia finì in cenere. Frutto protagonista di storie antichissime, anche in tempi più recenti non ci mancano le mele famose e da Biancaneve alla Apple, l’elenco è lungo.
Se diamo una sbirciata in un qualsiasi motore di ricerca e cominciamo a cercare immagini di opere d’arte che rappresentino questo albero, escludendo quelle con Eva e il serpente, ne troviamo moltissime, molto spesso opere di impressionisti o comunque di pittori di paesaggi ‘en plein air’ che nella armonia di questa pianta avevano un soggetto perfetto per rappresentare la bellezza piena di ogni stagione.
Proprio cercando immagini di alberi nelle arti figurative, ho trovato questa scena ambientata in un giardino. Non conoscevo questo pittore americano, Robert Julian Onderdonk, nato in Texas nel 1882. Onderdonk visse una breve vita e produsse una serie di paesaggi della sua terra, che lo resero famoso come il primo vero pittore texano, ma non è molto conosciuto dalle nostre parti.
Questo paesaggio così domestico e famigliare mi ha colpito, non tanto per la fattura dell’opera, quanto per i ricordi che mi ha riportato alla mente. In queste ragazzine intente a giocare sotto un albero, ho visto mia mamma e mia zia da bambine. Ovviamente non posso averle viste, ma da sempre mi hanno raccontato degli alberi che mio nonno piantava in campagna, non solo quelli del frutteto, ma quelli che lasciava crescere in tutta la loro bellezza negli spazi vicino al fienile. Quando ero piccola, la casa e il giardino erano stati modificati, ma il frutteto lo coltivava ancora mio nonno con i suoi sistemi, e ricordo benissimo la sensazione di imponenza che mi trasmettevano. Ancora non si usava piantarli in file serrate, potati all’estremo per avere la maggior produzione possibile, quindi su questi alberi c’erano spazio per arrampicarsi, appigli e gradini naturali per salire, anche per una fifona come me. Non c’erano serpenti tentatori o personaggi mitologici ad affrontare imprese, ma c’erano le storie che inventavo io e che disegnavo con i pitturini quando tornavo a casa, in città. Insomma mio nonno non aveva fatto studi di pedagogia, ma ha fornito alla sua famiglia dei fantastici giocattoli, dimostrando in anticipo quanto fosse vera quella frase, di cui non ricordo la paternità, che ogni bambino dovrebbe avere un albero per giocare.
Un albero è per tutti, regala la sua bellezza senza limitazioni o impedimenti, basta guardarlo, annusarlo, toccarlo, per provare sensazioni antiche di armonia con il mondo, e quando un albero è accogliente come un melo, non è nemmeno necessario avere l’agilità di una scimmia per tentare la scalata. Un bell’albero è il migliore ‘arredo verde’; ne basta uno, in mezzo ad un prato per avere già fatto un giardino. Ed è così primitivo ed essenziale, da non avere bisogno di altro arredo per diventare semplicemente, paradisiaco.

Robert Julian Onderdonk (1882-1922), ‘Il vecchio albero di mele’ (Old Apple Tree)

IL RITRATTO
Luci della città

da MOSCA – Una grande palla illuminata, luci sfavillanti nel rigido cielo invernale di Mosca. Sullo sfondo l’imponente Cremlino avvolge la scena in un’aura di mistero e di magia. Qui tutto luccica, oggi che gli odori, i sapori e i colori del Natale sono ormai lontani per tutti, in Europa, qui ancora ne rimangono molte tracce. Sarà perché fa ancora freddo, sarà perché c’è neve ovunque, ma pare proprio che qui non lo si voglia far andare via.
Misha pensa proprio questo, con i suoi sei anni appena compiuti, con la voglia di andare sullo slittino in ogni momento della giornata, con i pattini in spalla sempre pronti per i laghetti ghiacciati che si trovano in città. E’ sabato, tardo pomeriggio, domani andrà, con papà, alla pista del Gorky Park, ma ora vuole solo entrare in quella palla luccicante, ne vorrebbe una simile per il suo albero di Natale dell’anno prossimo. Fa freddo, ma lui non lo sente, come molti russi, abituati, non percepisce quel gelo che invece irrigidisce le mie gambe e i miei pensieri. Soffro. Ho freddo, tremendamente freddo. Spero di resistere. Fra parentesi. Misha sgambetta, sorride con le guance rosse rubiconde, entra nella palla e guarda tutti i suoi ricami. Sembra un merletto, le luci gli illuminano il viso straripante di felicità. Una gioia che solo un bimbo amato, assecondato e coccolato può avere. Sul suo cappellino bianco si proiettano le orme di quei pizzi allegramente intermittenti, i suoi guantini colorati cadono a terra, vuole accarezzare quelle lucine. Ludmilla, la sua bella, giovane ed elegante mamma, gli parla sottovoce, gli sussurra qualcosa alle orecchie. Dolcemente, piano piano, delicatamente. Naso all’insù, occhi grandi, spalancati per la sorpresa, Misha sorride, trasognato, è meraviglioso, anche se gli mancano i dentini davanti. Prende la mamma per mano, le accarezza i biondi capelli e le da un grosso bacio sulla guancia. Perché loro due, soli, stanno lì, a guardare le stelle. Perché il nonno Igor se ne è andato lontano qualche settimana fa e mamma gli ha appena detto che in quella palla ci sono tutte le luci delle stelle che stanno ora vicino a lui. Misha ora è davvero contento, sapendo che il nonno è in ottima compagnia.

Giorgio Cattani: la video visual come poesia tecnologica

“I video artisti sono Poeti” di Giorgio Cattani, a suo tempo dichiarato sulla rivista La Piazza, svela una significante password poco chiara, forse, nella spesso non facile percezione delle nuove arti
elettroniche, video visual in particolare. In Cattani infatti la matrice creativa poetronica è
positivamente ridondante, cuore di scienza doc.

Anni Duemila allo stato nascente: qual è stato a Ferrara il segno di mutamento culturale più
significativo a partire dagli anni ’70 e ’80 del secolo scorso? Non è difficile rispondere: a livello di sperimentazione artistica, con risultati e risonanza planetaria, la video generazione dei vari Giorgio Cattani, Maurizio Camerani, Fabrizio Plessi, Gianni Toti, ecc. tra video art pura e poetronica o poestica tecnologica (con la E da Tekne, Arte…). Questa avanguardia, attraverso l’équipe di Lola Bonora e del maestro Farina, e altri (e dello stesso giovane critico d’arte – all’epoca – Gilberto Pellizzola), tra l’oggi leggendaria Sala polivalente, il Centro video arte e il Palazzo dei Diamanti – memorabile la pionieristica mostra su Andy Warhol – la stessa rassegna video specifica U -Tape (da C. Stringari a Nam June Paik, ecc.), ha innestato il futuro a Ferrara, villaggio elettronico. Come diceva il solito McLuhan… gli artisti anticipano il futuro, non soltanto nuovi scenari estetici, ma nuove realtà sociali. E l’attuale era della telematica o della realtà virtuale o dell’automazione è chiaramente interdipendente con la sperimentazione d’avanguardia e video – e affini – che proprio a Ferrara, grazie all’équipe succitata, ha avuto una delle sue capitali internazionali.
Giorgio Cattani, ferrarese, in particolare è decollato a livello internazionale, sull’onda in tal caso
positiva di certa transavanguardia, tra sperimentazione visuale, installazioni – stupenda quella del
Pac a Ferrara ancora negli anni ’90 – e art video, intrise di singolare poetica contemporanea: eventi prestigiosi tra le principali gallerie nazionali e internazionali. (Bio). E anche nelle produzioni più strettamente visual-pittoriche, sempre certo Stile post video… Protagonista, inoltre, nuovamente a Ferrara, come special guest, nella rassegna video The Scientist, a cura di Vitaliano Teti e Ferrara Video&Arte negli anni più recenti.

Per info esaurienti si rimanda al sito del TecnoArtista [vedi], di seguito solo alcune news:
A. Caleidoscopio del contemporaneo Lugano – novembre 2014 gennaio 2015
B. Omaggio a Giuseppe Verdi , Ferrara – novembre -dicembre 2013
C. Giorgio Cattani – Spazi di mondo, Creazzo – Vicenza – settembre 2013
D. Angeli Contemporanei. Come mai sei caduto dal cielo, astro mattutino, figlio dell’aurora?…(Isaia 14:12-14), Ferrara – gennaio 2013
E. Giorgio Cattani – Di là da dove, Padova – novembre 2012
F. Attraverso (2013, Spazio Frau e Hotel Annunziata, Ferrara, novembre 2013)
G. Gea Art (settembre 2012)
H. Arte contemporanea disegno per ultima copertina ” Mi trovo qui “, presentazione a settembre 2012
I Tacquino di viaggio Lombadia-Emilia-Marche-Puglia di Giorgio Cattani
L. Di là da dove, “Pitture sul jazz” composte da Giorgio Cattani (anno 2012)
Curata da Eleonora Sole Travagli.
M. Altra arte (anno 2012), Venezia – Associazione Culturale CieloVentoMare
Mostra a cura di Giorgio Cattani: gli artisti Martina Celi, Eleonora Corti, Luca Zarattini
“Un viaggio nel profondo del mare con il profumo del vento e il colore del cielo”.
N. MAESTRI DI BRERA per l’Unità d’Italia, Milano, marzo 2012

* da Roby Guerra, “Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea”, Este Editon-La Carmelina ebook 2012 [vedi]

L’OPINIONE
Il recupero urbano a Ferrara. Pastore: “Priorità a chiese e mobilità”

di Michele Pastore*

I temi di dibattito sulla nostra città si possono dividere in due gruppi: problemi che attendono una soluzione urgente, perchè evidenti nella loro oggettività e gravità, ed altri che possono essere valutati e sviluppati partendo da “provocazioni” frutto di elaborazioni intellettuali del lavoro culturale. Parto da questi ultimi perchè di recente dibattuti.
Salvatore Settis sostiene che le città si distruggono quando perdono la memoria di sé. Io concordo, ma mi permetto di aggiungere che per memoria intendo “tutta la memoria”. Non solo quella riconducibile ad una particolare epoca storica. Le città, e così Ferrara, sono l’insieme della stratificazione della vita degli uomini che si manifesta con oggetti che diventano “segni urbani”: segni materiali e segni immateriali presenti nella immaginazione di ciascuno di noi. Dobbiamo sforzarci di pensare che tutti i segni urbani esigono un’estensione del concetto di conservazione, passando dalla semplice congelazione di un pezzo di città alla proposizione del passato urbano come necessario di “protezione allargata”. In questi termini si pongono le recenti raccomandazioni Unesco per le città; e noi facciamo parte del patrimonio Unesco. Forse dobbiamo tentare di “trasmettere” la nostra città ad un futuro nel quale la sua immagine è il derivato delle trasformazioni operate dalla vita dei suoi abitanti, anche con le loro possibili contraddizioni. Mi riferisco ad una iniziativa di Ferraraitalia che ha posto al dibattito quattro temi ritenuti di attualità per la città: la demolizione dei grattacieli, la riapertura del canale Panfilio, la sistemazione del giardino delle duchesse, l’ampliamento della Ztl su Corso Martiri. I primi due temi, al di là della simpatica provocazione, difficilmente possono essere affrontati in una fase economica caratterizzata da poche risorse: in una fase cioè di “vacche magre” nella quale è necessario individuare ed operare sulle priorità.
Mi soffermo quindi soprattutto sul tema dei grattacieli che dal punto di vista intellettuale è certamente il più vivace. A parere mio però questo non si configura come un’emergenza urbanistica per la città. Perchè voler distruggere un segno urbano consolidato, marginale al centro storico, che da materiale è diventato immateriale nella memoria e nella riconoscibilità per i viaggiatori che transitano o che arrivano a Ferrara? E’ viceversa certamente un’emergenza sociale che va affrontata come dovrebbero esserlo tutte le criticità delle periferie urbane. Le demoliamo tutte o piuttosto operiamo con soluzioni sociali ed interventi di “rammendo urbano” come propone di fare Renzo Piano? Io sono convinto della giustezza di questa proposta che è certamente meno eclatante ma anche più praticabile seppur sempre delicata.
La riapertura del canale Panfilio invece presenta oneri e problemi che la nostra comunità oggi non sarebbe in grado di affrontare e pertanto non mi ci soffermo.
L’ampliamento della Ztl, battaglia di cui mi sento partecipe, andrebbe visto in un quadro coerente con i piani della mobilità e della viabilità per evitare di aggravare le cose con un intervento che se isolato diventa eccessivamente radicale.
La riapertura del giardino delle duchesse è certamente un tema rilevante che mira a riaprire e a rendere fruibili i “segreti nascosti” di Ferrara. Ma Ferrara ha anche la memoria corta: anni fa fu bandito un concorso sulle “piazze” tra queste vi era anche il giardino delle duchesse. Che fine hanno fatto i progetti? Forse sono scomparsi perché è stata premiata l’accademia e non la realizzabilità.

Ora in poche righe vi accenno, auspicando di poterne riparlare, a casi che necessitano di soluzioni urgenti a seguito dei danni del terremoto di due anni fa, salvo perdere pezzi enormi di patrimonio culturale della nostra città. Si tratta in genere di chiese e tra queste, perchè ho avuto occasione di occuparmene di recente come Ferrariae Decus, vorrei porre il caso della Chiesa di San Domenico. Questa imponente chiesa, un austero edificio barocco degli inizi del ‘700 (costruita su un preesistente edificio del XIII secolo), ha visto peggiorare il suo disfacimento, iniziato fin dalla metà del 2000, con il terremoto del 2012. All’interno vi sono opere fondamentali per il patrimonio culturale della città in totale abbandono e degrado: il grande coro ligneo dell’abside a 38 stalli datato 1384, la Cappella Canani, attuale sacrestia (una delle absidi della chiesa trecentesca preesistente), che contiene il monumento funebre di Giovan Battista Canani ed è completamente rivestita da armadi e decorazioni lignee settecentesche. Cerchiamo di non perdere questo patrimonio.
Su questi temi si deve mobilitare la città perchè sono delle vere priorità oggettive.

* L’architetto Michele Pastore è presidente di Ferrariae Decus

Foto di © Bighi Oreste

JAZZ CLUB
Visioni da un trio al Torrione

Musica e visioni al Jazz Club Ferrara, che è ripartito per altri tre mesi di concerti nel Torrione di San Giovanni. L’obiettivo del fotografo Stefano Pavani racconta, scatto dopo scatto, uno dei migliori piano trio in circolazione: quello capitanato dal pianista e compositore Kenny Werner – leader del modern jazz sin dagli anni ’70 – coadiuvato da due virtuosi del proprio strumento come Johannes Weidenmueller al contrabbasso e Ari Hoenig alla batteria.

Oggi e domani nuovi appuntamenti al Jazz club, in Rampari di Belfiore 167, ingresso a pagamento.

[clic su un’immagine per ingrandirla e vederle tutte]

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Kenny Werner trio (foto di Stefano Pavani)
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Kenny Werner (foto di Stefano Pavani)
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Kenny Werner trio a Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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Kenny Werner trio a Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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Kenny Werner trio a Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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Johannes Weidenmueller al contrabbasso per il Kenny Werner trio (foto Stefano Pavani)
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Ari Hoenig alla batteria per il Kenny Werner trio (foto di Stefano Pavani)
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Ari Hoenig alla batteria per il Kenny Werner trio (foto di Stefano Pavani)
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Ari Hoenig alla batteria per il Kenny Werner trio (foto di Stefano Pavani)
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Ari Hoenig alla batteria per il Kenny Werner trio (foto di Stefano Pavani)
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Johannes Weidenmueller al contrabbasso per il Kenny Werner trio (foto Stefano Pavani)
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Kenny Werner (foto di Stefano Pavani)
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Ari Hoenig alla batteria per il Kenny Werner trio (foto di Stefano Pavani)
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Ari Hoenig alla batteria per il Kenny Werner trio (foto di Stefano Pavani)
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Kenny Werner trio (foto di Stefano Pavani)
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Kenny Werner (foto di Stefano Pavani)
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Kenny Werner (foto di Stefano Pavani)
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Kenny Werner (foto di Stefano Pavani)
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Kenny Werner (foto di Stefano Pavani)
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Kenny Werner (foto di Stefano Pavani)
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Kenny Werner trio (foto di Stefano Pavani)

 

IL RITRATTO
Goran Bregović, una miscela esplosiva di note che unisce e libera l’anima

La musica di Goran Bregović è un mix di rock, folk balcanico ed elettronica, una fusion che unisce musica popolare ungherese e jazz, tanghi e ritmi folk slavi, polifonie tradizionali bulgare, pop e arie sacre ortodosse. Si dice che l’anima riconosca istintivamente la sua musica, liberando un’irresistibile voglia di ballare, forse perché proviene da quella tragica terra di confine dove per secoli ortodossi, cristiani, ebrei e musulmani hanno vissuto insieme, così come si sono fatti la guerra. Grazie a lui le sonorità balcaniche varcano i confini nazionali, per diffondersi nel resto del mondo.

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Goran Bregović

Nato a Sarajevo, da madre serba e padre croato, dopo alcuni anni di studio del violino presso il conservatorio della capitale bosniaca, Goran forma il gruppo “The White Button”. Compositore e chitarrista ai tempi della Jugoslavia, non nascose mai il suo amore per il rock n’roll, che gli consentiva di potere esprimere in pubblico il proprio malcontento, senza (quasi) rischiare la galera. Con i “The White Button “, per quindici anni ha suonato in interminabili tour, diventando un idolo nei paesi balcanici.
Quei tempi sono lontani, così come l’underground rock della Sarajevo pre-bellica, ora nei suoi spettacoli si esibisce in abiti bianchi e con la chitarra elettrica, insieme all’Orchestra di Belgrado e a vocalist con costumi folkloristici. Lo accompagna la “Wedding & Funerals Band” che rappresenta la tradizione ortodossa dove, dopo il rito funebre, si mangia, si beve e per un po’ il dolore lascia spazio alla musica. Questa combinazione è una miscela esplosiva che trascina giovani, anziani e bambini in danze sfrenate seguendo il ritmo di “Kalasnjikov” e “Mesecina”, i brani tratti dalla colonna sonora di “Undergroud”, il film di Emir Kustarica Palma d’Oro a Cannes 1995.

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Concerto alla Carnegie Hall di New York il 19 Ottobre 2011

Prima di avere successo in Francia e in Grecia, Bregović, all’età di 18 anni, soggiornò in Italia per un anno, suonando nelle pizzerie e nei club di Napoli, Capri e Ischia, soltanto qualche anno dopo la sua musica si affermò anche nel nostro paese. Memorabile fu il duetto con Adriano Celentano in “Ventiquattromila baci”, una delle canzoni italiane più popolari nell’ex-Jugoslavia. Nel film “Ti ricordi di Dolly Bell” di Emir Kusturica, questo brano è un vero e proprio tormentone, esasperato dal protagonista, adolescente della Sarajevo degli anni ’60, che scimmiotta Celentano e s’innamora follemente della bellissima Dolly Bell.
Bregović è salito due volte sul palcoscenico del Festival di Sanremo, durante le edizioni del 2000 e del 2012, prendendo parte anche alla giuria di qualità.

Nel 1998, il musicista bosniaco ha suonato a “Ferrara sotto le stelle”, la più importante manifestazione musicale della città, che quell’anno ospitò anche Lucio Dalla con l’Orchestra Toscanini di Parma e Paolo Conte. Il legame con l’Italia si è rinforzato con la colonna sonora del film “I giorni dell’abbandono” di Roberto Faenza, in concorso al Festival di Venezia del 2005; Bregović firmò le musiche insieme a Carmen Consoli e ne fu interprete con Margherita Buy e Luca Zingaretti.

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‘Champagne for Gypsies’, il più recente album di Bregović

Il musicista balcanico ha portato nei teatri italiani l’opera “Karmen”, la cui prima assoluta si svolse a Udine nel 2005, per poi essere replicata in numerose città tra cui Modena, Bologna, Perugia e Ferrara (al Teatro Comunale). L’opera, diversamente da quella tragica di Bizet, termina con un matrimonio, sinonimo di festa.

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La copertina dell’album

“Champagne for Gypsies”, del 2012, è il suo più recente album, si tratta di una raccolta di dodici canzoni con cui ballare e divertirsi, con un occhio alla festa e un altro all’ironia. Non è il suo disco migliore ma rimane uno di quegli “affreschi” musicali che soltanto lui è in grado di creare. L’8 febbraio inizierà il tour 2015 di Bregović con l’immancabile Wedding & Funeral Band, la prima tappa è prevista a Brno in Slovacchia, seguiranno Bratislava, Mosca e Pietroburgo.

Goran Bregović a Sanremo 2012 canta Romagna mia con Samuele Bersani [vedi]
Goran Bregović a Sanremo 2000 [vedi]

Vere bugie

La bella parrucchiera Emilie (una sempre splendida, sorridente ed elegante Audrey Tautou dal taglio di capelli sbarazzino), un po’ complessata ma non timida, è ogni giorno alle prese con Jean, il suo impiegato super diplomato e plurilingue (Sami Bouajila). A lui spesso ripete, fragile e inquieta, “dall’inizio della nostra conversazione mi domando, ogni quindici secondi, se non ho fatto errori di francese”, aggiungendo dopo un breve momento di silenzio “ne ho fatti… ne ho fatti?”.

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La locandina

Di dialoghi divertenti come questi la brillante commedia francese ne è piena. Per dare spesso la parola a complessi d’inferiorità, come la vergogna, il senso di colpevolezza, ma anche l’incredibile (e un po’ agghiacciante) bontà o l’attenzione spesso soffocante, come quella di Emilie per la madre (Nathalie Baye).

Ecco allora che una bella, fresca e soleggiata mattina di primavera parigina, questa giovane parrucchiera riceve un’ispirata e delicata lettera d’amore, romantica e meravigliosa ma rigorosamente e segretamente anonima. Una di quelle missive che tutti vorremo ricevere, anche se, dopo il primo momento di sorpresa e curiosità, a una riflessione più attenta, spesso, la preferiremo firmata. Emilie ha la tentazione di gettarla via, di farla capitolare, miseramente appallottolata, nel cestino adagiato sul caldo pavimento di legno.

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La giovane parrucchiera, Audrey Tautou

Ma ci ripensa e la fa arrivare alla madre, sola, triste e amareggiata per la separazione in corso dal marito. Vuole solo risollevarle umore e morale, che sono proprio ai minimi storici, come si direbbe. Ovviamente, la giovane nulla sospetta sull’autore, tanto meno immagina che questi sia proprio il timido Jean.

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La mamma, Nathalie Baye

La missiva, che voleva essere una tenera e vera bugia, scatenerà malintesi, problemi e incomprensioni. Equivoci e quiproquo dall’esito inimmaginabile. I personaggi sono, allora, a volte dolci e tutto miele, a volte crudeli, dispettosi e indispettiti, talora nervosi e irritati. Se hanno difficoltà a comunicare, alla fine si comprenderanno. Tutto bene quel che finisce bene.
Una commedia simpatica, briosa, leggera e divertente che ci aiuterà a rilassarci e sorridere.

De vrais mensonges, di Pierre Salvadori, con Audrey Tautou, Nathalie Baye, Sami Bouajila, Francia, 2010, 105 mn.

L’INTERVISTA
Cristicchi: “Con il mio musical civile do voce a chi non ce l’ha”

A Trieste c’è un deposito che può essere considerato un luogo simbolo dell’esodo giuliano-dalmata che iniziò all’indomani della firma del Trattato di Parigi del 1947: è il Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste, dove furono stoccate le masserizie dagli esuli che abbandonarono le terre cedute a seguito del Trattato. “Magazzino 18” è anche il titolo dello spettacolo che Simone Cristicchi sta portando nei teatri italiani da due stagioni, e che domani sarà in scena al Centro Pandurera di Cento.

Parigi, febbraio 1947: l’Italia uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale firma i trattati di pace con gli Alleati vincitori, fra i quali anche la Jugoslavia. Proprio alla Repubblica socialista federale di Jugoslavia di Tito l’Italia è tenuta a cedere Fiume, il territorio di Zara, gran parte dell’Istria, del Carso triestino e goriziano, e l’alta valle dell’Isonzo, le isole di Lagosta e Pelagosa, in altre parole parte di quelle famose terre irredente ottenute nel 1920 in base ai trattati di Rapallo e di Roma seguiti alla Prima guerra mondiale. Trieste e le aree circostanti rimarranno ‘territorio libero’ sotto il controllo anglo-americano fino al 1954.
È quello che succede spesso nei consessi internazionali che seguono i conflitti: si srotolano le carte geografiche e si tracciano nuovi confini, tralasciando il fatto che nella realtà su quei luoghi si svolgono e si intrecciano esistenze intere i cui destini, già duramente provati dai conflitti, cambiano completamente a causa di quel tratto di inchiostro. È stato così anche per le terre e le genti del confine orientale italiano, che nell’arco di 50 anni sono passate dall’essere una propaggine del multietnico impero asburgico, all’annessione ad un’Italia che si stava votando al fascio littorio, alla Jugoslavia comunista di Tito. Una complessità etnico-linguistica che, (di nuovo) come spesso accade, non viene più considerata una ricchezza, ma un problema e una minaccia. Non più italiani, sloveni e croati, insieme a comunità di lingua tedesca e a una miriade di piccole minoranze: ebrei, serbi, cechi, greci, armeni, svizzeri. Ecco allora un avvicendarsi di esodi, fino a quello giuliano-dalmata che inizia appunto all’indomani della firma del Trattato di Parigi del 1947.

“Magazzino 18” di Simone Cristicchi vuole rappresentare “il magazzino della memoria”, in cui sono custoditi circa duemila metri cubi di mobili, stoviglie, abiti, lettere, fotografie, giocattoli. Tutto ciò che le famiglie in fuga dalle terre cedute alla Jugoslavia lasciarono in deposito, con l’idea di venire a riprenderle, una volta ricostruita la propria esistenza. Molte persone poi sono tornate, molte altre invece non si sono fatte più vive.

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Simone Cristicchi nei panni dell’archivista romano Persichetti

Cristicchi, sul palco nei panni dell’archivista romano Persichetti inviato a fare un inventario di quei brandelli di una quotidianità interrotta dalla Storia, si è assunto un compito delicato insieme al giornalista Jan Bernas e al regista Antonio Calenda: narrare una parte del nostro recente passato non abbastanza conosciuta, ma che ancora tocca nervi scoperti e viene spesso strumentalizzata a destra e minimizzata a sinistra. Lo spettacolo, le cui musiche hanno vinto il premio “Le Maschere del Teatro Italiano 2014”, ha superato le 100 repliche e annovera ormai quasi 70000 spettatori: “un piccolo grande successo” afferma orgoglioso Cristicchi. Venerdì 6 febbraio “Magazzino 18” farà tappa al Centro Pandurera di Cento e così abbiamo pensato di fare qualche domanda al cantautore romano per saperne un po’ di più.

Perché hai scelto di affrontare le vicende del confine orientale tra la fine del secondo conflitto mondiale e i primi anni ’50 e il tema dell’esodo giuliano-dalmata, eventi della nostra storia recente da un lato poco conosciuti, dall’altro molto complessi e controversi da trattare?
Mi sono imbattuto in queste vicende mentre stavo lavorando a una ricerca sulla memoria della Seconda guerra mondiale, girando l’Italia per intervistare gli anziani che hanno vissuto quel periodo. A Trieste qualcuno mi ha indicato l’esistenza di questo Magazzino 18 nel Porto Vecchio della città. Ho voluto andare a visitarlo e di fronte a questo luogo che si potrebbe chiamare museo, anche se non lo è ufficialmente, è nata la voglia di raccontare.
Diciamo che non mi sono posto nessuno dei due problemi, ero molto incuriosito da questa storia e ho voluto approfondirla; andando a fondo ho scoperto che meritava di essere raccontata perché l’esodo è stata una vera e propria epopea. È come avere per le mani una matrioska perché dentro a ogni storia ne trovi sempre un’altra e sembra che non finiscano più. Ho deciso di raccontarle prima di tutto perché come cittadino italiano mi sentivo in dovere di conoscerla e farla conoscere e poi come artista ho voluto mettere a disposizione i mezzi e il linguaggio del teatro per proporre una riflessione collettiva su questa pagina di storia poco frequentata. Questo spettacolo, che era nato come un monologo, durante la lavorazione ha preso la forma di un musical civile, come l’abbiamo battezzato: unione del teatro civile, così come lo conosciamo grazie a maestri come Marco Paolini, con il linguaggio e gli strumenti del musical, che mi appartengono di più provenendo dal mondo della canzone d’autore.

È uno spettacolo che ha anche una funzione didattica?
Ho capito che tanti altri come me sapevano poco di questa storia e il teatro civile ha anche questa funzione: riempire silenzi e vuoti. In Friuli questa è una vicenda che si conosce fin troppo bene, mentre portando in giro per l’Italia lo spettacolo mi sono reso conto che a malapena si sa cosa è successo dal 1947. Soprattutto questo spettacolo vuole essere utile ai giovani.

Hai già accennato alla forma del musical civile: come hai scritto le canzoni per questo spettacolo? Il tuo modo di scrivere e di comporre è stato differente rispetto al solito?
Inizialmente ho presentato lo spettacolo al teatro stabile del Friuli Venezia Giulia come un monologo, poi il regista Antonio Calenda, che è un uomo di grande intuito e conoscenza, mi ha suggerito, anzi mi ha imposto di scrivere le canzoni. Io da principio ero molto restio, poi invece ho capito che la sua visione del risultato finale delle spettacolo nell’insieme era molto precisa, così ho trasformato intere pagine di monologhi in canzoni.

Quali sono state le tue fonti per la scrittura del testo?
Innanzi tutto, il libro di testimonianze di Jan Bernas “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”, che è stato per me un punto di riferimento tanto importante da coinvolgere nella scrittura dello spettacolo lo stesso Jan. Poi ci sono stati libri di storici che si sono occupati di questa materia per anni come Gianni Oliva e Raoul Pupo. Ho usato soprattutto tantissime testimonianze orali dirette di persone che hanno vissuto quegli eventi: nello spettacolo ci sono perciò tanti aneddoti che mi sono stati raccontati dagli stessi esuli che si sono trasformati nella drammaturgia.

Per questo spettacolo hai ricevuto critiche sia dalla destra sia dalla sinistra, è un segno che “Magazzino 18” è veramente scevro da ideologie?
Il mio obiettivo è sempre stato schierarmi dalla parte di chi è stato schiacciato dalle ideologie e dai grandi terremoti della storia, le persone senza voce, coloro che hanno subito le ingiustizie: in questo caso gli esuli, ma anche coloro che hanno fatto la scelta opposta e sono rimasti. Ben vengano le critiche, quando però non fomentano l’odio e la violenza. Molte delle persone che hanno criticato lo spettacolo non sono storici e non si occupano di storia, ma ragazzi imbevuti di ideologie ormai morte e sepolte e che vedono in alcune parti di questo spettacolo un attacco nei confronti della Resistenza, cosa che non è vera perché in “Magazzino 18” non condanno assolutamente la guerra di Liberazione. Io vengo considerato un artista di sinistra e probabilmente hanno visto in questo mio spettacolo una sorta di tradimento, ma tutto questo diventa minoritario in confronto al successo che ha avuto e che sta avendo nei teatri.

Lo spettacolo consegna agli spettatori “l’undicesimo comandamento”: non dimenticare. Possiamo dire che da qui bisogna partire per approfondire le vicende che narri e riflettere sulla complessità di alcuni processi storici per costruire più consapevolezza per il futuro?
Sì, c’è chi ha voluto attribuire a “Magazzino 18” delle connotazioni ideologiche, ma in realtà lo spettacolo vola molto più alto: vola sulle ali dell’emozione del teatro e della musica. La cosa che mi sta più a cuore è far riflettere il pubblico su cosa voglia dire essere sradicati dalla propria terra e perdere ogni contatto con il proprio tessuto sociale, con la famiglia, con i propri amici e i propri affetti. Anche, se vuoi, per guardare agli esodi che stanno avvenendo nel nostro tempo dal Sud del mondo e vedere queste persone come esseri umani che fuggono da situazioni drammatiche cercando una speranza per sopravvivere e non come invasori. In questo senso “Magazzino 18” vuole parlare dell’umanità che c’è dentro queste vicende passate per ritrovarla nel presente dei barconi che approdano a Lampedusa.

Le foto sono di Promomusic

Ferraraitalia si occupata anche in precedenza di questo spettacolo [vedi].

LA MOSTRA
Shining rivisitato:
fotografi perturbanti

Vivisezione di un film cult – che è “Shining” di Stanley Kubrick – attraverso l’obiettivo di un gruppo di fotografi. E’ un po’ questo il senso della mostra in corso alla Casa dell’Ariosto di Ferrara intitolata “Giallo, noir e perturbante”. A distanza di 35 anni una delle opere più amate, guardate e riproposte di Kubrick offre l’occasione di indagare su quando la cinefilia rasenta l’ossessione amplificata da un’altra ossessione, come può essere la fotografia per i soci del FotoClub: quattordici appassionati di scatti della sezione ferrarese della Fiaf, la Federazione italiana associazioni fotografiche. E’ una specie di gioco di scatole cinesi che attraversa il cinema, ma anche l’arte e la letteratura, quello messo in scena dalla mostra che si può vedere ancora fino a domenica 15 febbraio 2015 e che giovedì 12 aprirà in notturna.

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Le gemelle nella scena del film “Shining” di Stanley Kubrick (1980)

Il titolo “Giallo, noir e perturbante” tira in ballo i generi letterari del brivido e thriller. Ma c’è anche quell’aggettivo “perturbante” che dà un tocco aulico alla suspense, un tocco letterario. A riportare alle origini il significato che c’è dietro a questo termine ci ha pensato Enrico Spinelli, dirigente del servizio Biblioteche e archivi del Comune di Ferrara. In occasione dell’inaugurazione della mostra Spinelli ha fatto riferimento ai racconti di Hoffmann e soprattutto al saggio di Sigmund Freud intitolato appunto “Il perturbante”, scritto nel 1919. “Perché è in quel saggio – fa notare Roberto Roda, responsabile dell’Osservatorio sulla fotografia del Comune, nonché curatore della mostra insieme a Emiliano Rinaldi – che si possono trovare tutti gli elementi perturbanti del film di Kubrick”.

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Gemelle nella foto di Stefano Pavani

Anzi – spiega Roda – è proprio da quel saggio lì che il regista statunitense parte per costruire il film in maniera tanto meticolosa, approfondita ed efficace da renderlo ancora e sempre oggetto inesauribile di indagini, così come di piacere cinefilo che va oltre il gusto per un lavoro horror e basta. E’ il padre della psicanalisi a spiegare che “il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” ma che certe circostanze trasformano da consueto a spaventoso. Come l’ordinaria vasca da bagno, quando arriva a evocare una trappola acquatica mortale.

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Gemelle nella foto di Sara Cestari e Franca Catellani

Ancora “una condizione particolarmente favorevole al sorgere di sentimenti perturbanti si verifica quando predomina l’incertezza intellettuale se qualcosa sia o no vivente, o quando ciò che è inanimato spinge troppo oltre l’analogia con ciò che è vivo”. Perfetto, per questo, il tema della bambola, della maschera o in generale degli oggetti dove si fa incerto il confine tra animato e inanimato. In testa ai motivi che esercitano un’azione più che mai perturbante c’è poi quello del “sosia” in tutte le sue gradazioni: “la comparsa di personaggi che, avendo uguale aspetto, debbono venire considerati identici”, come il sosia e l’immagine riprodotta dallo specchio, lo sdoppiamento e l’ombra, i fratelli e le sorelle gemelli. Con la comparsa delle gemelle in “Shining” si manifesta l’elemento del doppio, che oltretutto rimanda a un’immagine celebre di Diane Arbus, fotografa-cult per Kubrick. Una carrellata di immagini scattate dai soci del Fotoclub ferrarese si ispira alla fotografia delle “Identical Twins” fatta dalla Arbus nel 1967, con le gemelle che lei ritrae una di fianco all’altra. E su questo tema, in mostra, si ritrovano tanti scatti e interpretazioni.

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Gemelle (Identical Twins) nella foto di Diane Arbus

Un altro fattore di turbamento con origini simili al doppio è quello della “ripetizione di avvenimenti consimili”, la “ripetizione involontaria che rende perturbante ciò che di per sé è innocuo” e insinua “l’idea di fatalità, di inevitabilità, là dove normalmente avremmo parlato soltanto di caso”. “La ripetizione – fa notare Freud in quel saggio – può fornire il carattere demoniaco a determinati lati della vita psichica”. E Roda sottolinea come la ripetizione e la specularità siano elementi ricorrenti in tutto il film “Shining”: la vallata del paesaggio in cui la scena è ambientata, che si inerpica e diventa speculare alla montagna; la scritta ‘murder’ che si riflette allo specchio; il modellino di labirinto che Jack sta guardando e che poi diventa reale ambientazione per il figlio e la moglie; i due poster con la stessa modella di colore appesi nella camera del guardiano.

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Gemelle nel dipinto di Titti Garelli

Un elenco di questi elementi presenti nel film di Kubrick serve da base per l’analisi del film e per il laboratorio che ha portato alla realizzazione delle foto in mostra e del libro-catalogo che le raccoglie. Per chi ama Kubrick, il cinema, la fotografia e questo tipo di indagini una serata speciale pensata come un seminario quella di giovedì 12 febbraio alle 21 alla Casa dell’Ariosto. A Roberto Roda il compito di commentare la mostra fornendo una lettura delle sezioni che la compongono.

“Giallo, noir e perturbante”, fino a domenica 15 febbraio è visitabile alla Casa dell’Ariosto, via Ariosto 67, ore 10-12.30 e 16-18, giovedì anche 21-23, chiuso il lunedì. Ingresso libero.

Dormire bene è la migliore cura che c’è

Svegliarsi a proprio piacimento, dormire quando si vuole è quasi impossibile: il lavoro, le faccende domestiche, la cura per i propri cari e il ritmo complessivo imposto dal vivere sociale, tutte queste motivazioni molto spesso non ci permettono di dormire bene. La carenza di sonno comporta tutta una serie di conseguenze negative sulla salute, tra cui il calo di attenzione e altre funzioni cognitive, umore irritabile, mancanza di energia, etc. Affinché una notte di sonno sia ristoratrice, bisogna che si verifichino certe condizioni, alcune più facili, altre non sempre realizzabili. La più importante, a volte, è anche la più difficile da attuare: andare a letto tranquilli.

Alcune strategie per migliorare il sonno

  • Creare un ambiente per dormire che sia il più buio possibile;
  • spegnere tutti i dispositivi elettronici e luci led di computer e tv;
  • evitare di usare lampadine dalla luce fredda prima di andare a dormire;
  • mantenere la temperatura in camera attorno ai 20 gradi;
  • assicurarsi di avere un materasso ottimale e confortevole, adatto al proprio corpo: non è necessario che sia ortopedico (serve solo a riposare mezzora) ma deve offrire una adeguata capacità di assorbimento, un appoggio gradito e, contemporaneamente, deve sostenere bene la colonna vertebrale, il materasso deve avere una densità pari al peso (in media un 20/22 di densità);
  • evitare di assumere tè, caffè, cioccolata e altre sostanze contenenti caffeina nelle sei ore antecedenti il sonno;
  • evitare anche la nicotina, che è uno stimolante come la caffeina;
  • l’alcool rende più semplice addormentarsi, ma aumenta il numero dei risvegli notturni;
  • non bere troppa acqua prima di andare a dormire, questo causa lo stimolo di urinare;
  • evitare troppe distrazioni, in particolare evitare di leggere e guardare la tv a letto, che dovrebbe essere solo il luogo per dormire e godere dell’intimità fisica;
  • fare esercizio fisico soft durante il giorno crea un picco più alto di temperatura durante il giorno che aumenterà i livelli di energia, così a fine giornata la temperatura corporea calerà più velocemente mantenendosi bassa per un lungo periodo di tempo favorendo un sonno più profondo e senza interruzioni;
  • gli esercizi fisici sono positivi per il sonno, purché non vengano eseguiti troppo vicini all’ora di dormire;
  • concedersi un rilassante bagno caldo circa 2 ore prima di andare a dormire: immergersi nella vasca, respirare profondamente e concentrarsi sugli effetti distensivi del calore su ogni singolo muscolo.

Durante il sonno il cervello attraversa 5 fasi caratterizzate da pattern di onde cerebrali diverse e lo stadio che maggiormente influisce sul nostro stato di riposo è quello del sonno profondo (caratterizzato dalla produzione onde Delta) e della famosa fase Rem (onde Theta). Molti casi di insonnia, ansia e depressione hanno infatti una relazione con bassi livelli di serotonina, la serotonina è un importante regolatore del sonno. Quando i livelli di questa sostanza sono alti viene favorito un sonno profondo. La produzione di serotonina può essere stimolata da alcuni cibi, come quelli con alti contenuti di carboidrati, mentre altri, come la carne rossa, ne inibiscono la produzione. È importante, inoltre, avere orari regolari per andare a dormire e per svegliarsi. Andare a dormire e svegliarsi alla stessa ora tutti i giorni è una delle strategie più importanti per avere un buon sonno. Sebbene sia difficile, fare un riposino tutti i pomeriggi dà una sferzata di energia per la restante parte del giorno: basta coricarsi 10 minuti, respirare bene controllando il ritmo dell’inspirazione e dell’espirazione, fondamentale anche per imparare a rilassarsi e a riposare meglio.

ULTIM’ORA – Rinviata al 14 febbraio ore 17
Maura Franchi e Augusto Schianchi presentano il libro “L’intelligenza delle formiche Scelte interconnesse (Diabasis)”

da: responsabile Eventi Libreria IBS.it Ferrara

Dialoga con gli autori Gianni Venturi

Sarà presente Rita Vita Finzi che ha realizzato la foto in copertina

“Continuiamo a pensare alla tecnologia come a uno strumento, ma essa è assai di più, è un ambiente che trasforma il nostro modo di pensare e di decidere, non solo il modo in cui ci informiamo e comunichiamo”

Viviamo immersi nel Web e nei Social Network, scambiamo esperienze e informazioni e contribuiamo a creare enormi archivi digitali. Se non possiamo contare sulla nostra capacità di calcolo e di previsione, necessariamente limitata, ci affidiamo agli altri o alle APP che indirizzano le nostre scelte più personali: consumi, salute, benessere, tempo libero.
Eppure resta vero ciò che segnalava Spinoza e che le neuroscienze confermano: siamo sempre mossi da un desiderio. E oggi il desiderio più grande è quello di disporre di un palcoscenico in cui raccontare di noi.

Una formica, presa singolarmente, è infinitamente meno intelligente di un essere umano. Eppure una colonia di formiche forma un’entità intelligente. Accade qualcosa di analogo agli individui, nel tempo della perpetua connessione? Internet è in grado di renderci più intelligenti e capaci di collaborare? Interconnessi, siamo più capaci di scegliere? Le ragioni delle nostre decisioni restano in gran parte oscure alla nostra consapevolezza. Scegliamo spinti dalla ricerca di gratificazioni e da sentimenti di empatia, ci sentiamo meglio se le nostre scelte assecondano sentimenti etici. Internet genera scenari radicalmente nuovi e in rapido mutamento. Il libro si propone di fare emergere le molteplici influenze sulle nostre scelte, indagando con uno sguardo aperto alle più recenti ricerche in diversi ambiti disciplinari il peso di desideri, emozioni, sentimenti, relazioni, immagini, identità, condizionamenti. La complessità della scelta è rivisitata alla luce di uno scenario in radicale mutamento in cui Internet e le reti sociali hanno già assunto un ruolo determinante.

L’EVENTO
Carnevale di Venezia, un trionfo di arti e bellezza

“Una festa al sapore di Expo”, così è stato ribattezzato quest’anno il Carnevale di Venezia che, come l’Esposizione universale (in programma a Milano dal mese di maggio), presterà particolare attenzione all’alimentazione.
Sino al 17 febbraio la città di Venezia si trasformerà in un gigantesco spettacolo fatto di rappresentazioni teatrali, concerti, degustazioni, sfilate in costume, gare, feste e straordinarie esperienze sensoriali per ogni età. Sono allo stesso tempo spaventata ed emozionata, perché quest’anno, per la prima volta, anch’io trascorrerò alcuni giorni al carnevale più originale del mondo. Alcuni (e di questi molti non vi hanno mai preso parte) lo sconsigliano per l’elevatissimo numero di persone che affolleranno le strade; ma chi ha l’abitudine di recarsi a Venezia ogni anno, in occasione di questo grande evento, lo descrive come un’esperienza unica nel suo genere, che merita di essere vista e soprattutto vissuta. Così ho deciso di immergermi per qualche giorno in quello che sicuramente sarà un tripudio di colori straordinario.
Il Carnevale ha avuto inizio sabato con una festa sull’acqua, riproposta il giorno successivo, arricchita di degustazioni, musica e animazioni. Un mondo in parte galleggiante, in parte sospeso in volo, ha raccontato con successo i sapori, i colori e i profumi del tipico menù “made in Italy”. Il programma di quest’anno prevede, in primis, una ricorrenza che di certo non può mancare: il concorso della maschera più bella. Sarà proprio il pubblico a decretare i vincitori tra i numerosi partecipanti che si sfideranno a colpi di maschere mozzafiato e costumi sfarzosi.
Altro evento tradizionale è la “Festa delle Marie”, un corteo di 12 fanciulle veneziane che si snoderà su più giorni e, solo alla fine, si proclamerà la Maria del Carnevale. Questa festa viene riproposta ogni anno per celebrare l’omaggio che il Doge, nel giorno della Purificazione di Maria, faceva a 12 ragazze di umili origini, benedendo le loro nozze, vestendole e ingioiellandole sontuosamente.
Il Carnevale profuma già di successo, grazie alle tante attività proposte e all’abilità degli organizzatori che hanno tenuto conto di tutte le esigenze. Quello di Venezia, un po’ come quello di Rio, è un carnevale destinato principalmente agli adulti. Negli elegantissimi palazzi della città si terranno alcune feste a tema riservate a pochi fortunati; ma non mancheranno laboratori ed eventi per i più piccini. Ne è un esempio “Presi per il naso”, uno dei quattro spettacoli che si terranno al Teatro Fondamenta Nuove, ispirato ad una fiaba dei fratelli Grimm, che parla di una cuoca golosa e pasticciona. La rappresentazione, fatta di drammaturgia gestuale e illustrazioni proiettate in scena, mira a far capire ai bambini l’importanza degli alimenti genuini. Sul palcoscenico infatti la cuoca-protagonista si metterà veramente ai fornelli creando un’esperienza sensoriale tutta da gustare.
Anche quest’anno non mancherà inoltre l’antico “Volo dell’Angelo”, un evento straordinario in cui un’artista (quest’anno si esibirà la Maria del carnevale scorso), assicurata ad un cavo metallico, scenderà dalla cella campanaria, volteggiando nel vuoto sopra alla moltitudine di persone che da terra la osserveranno con stupore.
Uno spettacolo multidisciplinare che mi attira particolarmente è intitolato “Notti all’Arsenale”, e si terrà in più serate, presso i suggestivi cantieri navali. Si può considerare questo l’evento per eccellenza che racchiude tutta l’anima del Carnevale. Ci saranno rappresentazioni teatrali, esibizioni delle maschere più belle, spettacoli di danza aerea, concerti dal vivo e, per finire, il cosiddetto “Arsenale Carnival Experience” con dj, musica e grande intrattenimento. Chi ha più di 18 anni può godere di tutte queste esibizioni mentre gusta le prelibatezze delle “Tentazioni dinner show”, cene a pagamento dove ciascuno riceverà una maschera all’ingresso e vedrà gli artisti esibirsi tra i tavoli. Gusto, olfatto, vista, udito, tatto… tutti i sensi potranno attivarsi contemporaneamente e trasformare una semplice serata in un’esperienza indimenticabile.
Ma il vero cuore di questo evento unico è il Gran Teatro di piazza San Marco dove ogni giorno, tra coreografie, sfilate e spettacoli di circo-teatro, viene messa in mostra tutta la fantasia e l’estro degli artisti. Ancora una volta, essendo il tema di questo Carnevale il cibo e la golosità, si potrà accompagnare l’esperienza ludica a quella eno-gastronomica presso i ristoranti allestiti nei palchi laterali del Gran Teatro.
Che dire ancora del Carnevale veneziano? Comunque vada è un modo alternativo e genuino per sfuggire temporaneamente alla realtà che oggi ci circonda. Per qualche giorno potremo immergerci in una realtà fantastica, appagare i sensi e dimenticare i problemi. Almeno per qualche istante potremo farci frastornare dai suoni, inebriare dai profumi e immergerci nei colori e nel trionfo della bellezza.