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IL FATTO
David Carr: il giornalismo resta vivo se c’è onestà e ferocia intellettuale

Morire in scena, dicono che sia privilegio dei grandi. Anche se la scena è la redazione di un giornale, il loro trono una scrivania da ufficio. David Carr, morto il 12 febbraio in una ordinaria giornata di redazione dopo avere moderato un dibattito per il documentario “Citizenfour”, si occupava di cinema sul suo blog Carpetbegger e di media, economia e cultura per il New York Times, a cui era approdato dopo aver scritto sull’Atlantic, sul New York Magazine e sul Twin Cities Reader. Ospite del festival di giornalismo Internazionale a Ferrara nel 2012, in cui aveva dialogato con il direttore del “Guardian” Alan Rusbridger, Carr era un personaggio anomalo e affascinante; ed è stata la sua vita particolare, prima ancora che la sua penna, a fare capire che non serve un foglio di carta per esserlo, un giornalista. In due sensi ben diversi. Il primo: la rivoluzione mediatica che ha investito il mondo del giornalismo, raccontata nel documentario del 2011 “Page One: Inside the New York Times”. Voce narrante e protagonista, Carr racconta qui il lavoro all’interno della redazione del Times, compreso il difficile passaggio affrontato dal cartaceo nell’era del digitale e i passi del giornale in una terra che vede coesistere scettici, entusiasti e disillusi di un mestiere che sta cambiando inesorabilmente faccia. Carr tentava di cambiarne anche la mentalità: nella sua rubrica “The Media Equation”, che teneva ogni lunedì, analizzava i cambiamenti nel mondo di editoria, televisione e social media, e le interconnessioni tra questi ultimi e il giornalismo, le sue trasformazioni e le implicazioni etiche che ne derivavano.
Il secondo: che bastano onestà personale e ferocia intellettuale, nei confronti di se stessi e degli altri, per fare buona informazione. Che ogni passaggio obbligato e devastante della vita può insegnare qualcosa: a essere migliore o peggiore, ma sicuramente diverso da quello che si è stato. Dalla persona che guarda allo specchio anche solo fino al giorno prima. Carr lo dimostra con il libro “The Night of the Gun”, autobiografia-inchiesta pubblicata nel 2008 in cui racconta il suo passato di tossicodipendente. Di redattore in una paesino del Minnesota alla deriva personale, fatta di botte, di cocaina e di abbandoni, alla fine degli anni Ottanta.
Non nasconde niente di tutto questo, anzi va a cercarlo di nuovo, ancora una volta. Cerca i poliziotti che lo hanno arrestato, le donne che ha picchiato, gli spacciatori da cui si è fornito e gli altri episodi pieni di vergogna di cui è stato protagonista. Chiedendo, da giornalista, di raccontare il punto più basso che ha raggiunto come uomo, con tanto di prove e testimonianze. Da cui non prende le distanze neppure quando ormai è il conclamato uomo di punta: “Sono David Carr e sono un alcolista”, è stato il preambolo con cui si è presentato gli studenti della scuola di giornalismo dell’Università di Berkeley.

Poco importa che lo abbia fatto per esorcizzare il passato o per mettersi in mutande di fronte al mondo: lo ha fatto e basta, e tanto basta. Lavando in pubblico panni sporchi non per inquinare, ma per essere il primo racconto da cui trarre una lezione. Per essere letame, e non diamanti. Senza mai trasformare questa vita vissuta al massimo e al limite nella bella copia di uno spin off, o nella rivincita di un perdente mancato. Mantenendo freddezza, linearità e sincerità brutale che caratterizzavano il suo stile, tanto amato quanto criticato, e guadagnandosi sul campo il diritto di farsi odiare – un privilegio per pochi eletti abbandonati, Indro Montanelli, Oriana Fallaci. Costruendo di fatto un esempio rigoroso di ‘fact checking’, il controllo chirurgico di ogni fatto, ogni dettaglio di un articolo giornalistico necessario alla sua dignità di pubblicazione, che riversa nella vita personale prima ancora che in quella professionale. Profetico nell’anticipare colossali vicende politiche, italiane e non, in cui privato e professionale si annodano malamente in un miscuglio in cui un inutile idiota cerca di nascondere le malefatte successe dietro le quinte senza riuscirci, alla disperata ricerca di qualcuno su cui scaricare il barile di colpa e accusa. Nel ribaltare la prospettiva prima ancora che l’idea diventasse istituzione; nella sua ultima vita piena strabordante di fama e successi e risposte secche come la sua voce roca, vita che forse, a suo stesso dire, non meritava di vivere; nelle storie che raccontava e nella crudezza con cui le raccontava, meritava di essere impiccato con una corda d’oro.

Il nuovo cd di Marco Ferradini, un tributo a Herbert Pagani

“Prendi una donna, dille che l’ami, scrivile canzoni d’amore… prendi una donna trattala male lascia che ti aspetti per ore…”. Questi sono i versi di “Teorema”, la canzone di Marco Ferradini inserita con altre venti nel doppio cd “La mia generazione”, tributo a Herbert Pagani, autore del testo di quel brano e protagonista della scena musicale degli anni ’70 e ’80. Herbert Pagani era anche pittore, poeta, disc-jockey (Fumorama a Radio Montecarlo), scultore, scrittore e attore, nonché pacifista ed ecologista.

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La copertina del cd

Ferradini ha affrontato il difficile compito di mettere mano al vasto repertorio di Pagani scegliendo e arrangiando le canzoni con José Orlando Luciano, un lavoro durato ben due anni per la necessità di cambiare gli arrangiamenti originali, decifrare tonalità e accordi allo scopo di renderli eseguibili alla chitarra e adattarli alle diverse tonalità di voci. Il progetto si è completato con un libro di testimonianze e uno spettacolo teatrale. Marco Ferradini ha duettato con numerosi artisti legati a Pagani da amicizia, affinità musicali e passione per l’arte, affidando a ognuno di loro la canzone più adatta: Alberto Fortis, Andrea Mirò, Anna Jencek, Caroline Pagani, Eugenio Finardi, Fabio Concato, Fabio Treves, Federico L’Olandese Volante, Flavio Oreglio, Giovanni Nuti, Legramandi, Lucio Fabbri, Mauro Ermanno Giovanardi, Moni Ovadia, Ron, Shel Shapiro, Simon Luca, Syria.

ferradini-paganiNell’estate del 1980 Ferradini e Pagani trascorsero un fine settimana in montagna, in cui scrissero canzoni che sarebbero entrare nella storia della musica italiana: “Week-end”, “Schiavo senza catene”, “Teorema”, “Bicicletta” e “Fratello mio”. Furono quattro giorni intensi e creativi, come dimostra il brano “Un letto in riva al mare”, rimasto inedito per tanti anni prima di questa occasione. La canzone è legata alla mania di Pagani di raccogliere tutto quello che trovava in spiaggia per trasformarlo in sculture.
Il disco si apre con “Stelle negli oroscopi”, brano che racconta le gioie e le difficoltà dell’inventare canzoni, scritto da Ferradini e interpretato con Ron e Fabio Concato. Si tratta di un commovente ricordo che descrive l’atmosfera carica di speranze e attese di quando Marco e Herbert si trovavano a lavorare insieme, protagonisti e spettatori della nascita di una canzone.
“Albergo a Ore” di Marguerite Monnot, con il testo di Pagani, è forse il simbolo di questo progetto, dove le voci di Ferradini, Giovanni Nuti e Syria si fondono con i suoni dell’adattamento yiddish, in un’atmosfera musicale acustica che accompagna tutto l’album. “Cento scalini” era il lato B del 45 giri di “Albergo a ore”, sono passati tanti anni ma il tema della necessità di emigrare, purtroppo, è sempre attuale; una storia di amore giovanile si contrappone a un destino di separazione. Indovinato e piacevolmente sorprendente il duetto con Fabio Concato.

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Herbert Pagani

E’ sempre un piacere riascoltare “Cin cin con gli occhiali”, brano apparentemente leggero che la musica di Edoardo Bennato ha reso semplice e orecchiabile. “Un capretto” estremizza con un parallelo terribile il macello di un cucciolo di animale e quello di un cucciolo d’uomo, un riferimento ai bambini vittime dei conflitti bellici, uno stimolo per gridare: “No alla guerra!”. Il testo è la traduzione di una famosa composizione di Sholom Secunda che la scrisse nel 1935 basandosi su una canzone popolare polacca. Il testo originale in yiddish è di Aaron Zeitlin, la strofa del bambino e del soldato, nella traduzione di Pagani, pur riprendendo la struttura della canzone originale, sembra essere una sua innovazione, forse con lo scopo di chiarire ulteriormente il vero senso della canzone.
“Jean e Paul” è una canzone di Ferradini del 1995, scritta dopo avere letto un bel libro di Joseph Joffo, sicuro che Pagani l’avrebbe voluta cantare con lui.Tutti i brani sono costruiti con pazienza, passione e maestria artigianale, ognuno di essi è un piccolo gioiello, da “L’erba selvaggia” con Eugenio Finardi e Moni Ovadia, sino alla politica “Signori presidenti” (sembra scritta oggi), senza tralasciare “La mia generazione”, in cui descrive la sua famiglia con lucida e impietosa ironia.
Chiude l’album “Ti ringrazio vita”, cover di “Gracias a la vida” di Violeta Parra, con il testo di Pagani, cantata in italiano, spagnolo e francese che termina con la frase: “Ti ringrazio vita… che mi hai dato Herbert”.
Il tributo a Herbert Pagani rende omaggio e giustizia a un grande artista, proponendolo all’attenzione del pubblico in un “festival” di suoni, colori, coinvolgimento e forti emozioni. Marco Ferradini interpreta i brani come se fossero tutti suoi, immedesimandosi con l’amico chansonnier, sino quasi a ricordarlo in alcune espressioni vocali.

Special “La mia generazione – Herbert Pagani” raccontato da Marco Ferradini [vedi]

LA RIFLESSIONE
Avanzi di colonialismo: forme sottili e potenti di predominio

da BERLINO – Avanzi. Non quelli dal piatto e tantomeno (ahimè) quelli dei tempi gloriosi di Corrado Guzzanti. Bensì ciò che ‘avanza’, ovvero, ciò che (ci) resta dalla storia e dal passato. In altri termini: rovine, reliquie, fossili e resti dal passato. Di questo ha parlato sostanzialmente Ann Stoler ospite al berlinese Institute for Cultural Inquiry, solitamente docente di Antropologia e Storia alla nuovissima New School for Social Research di New York.

La sua conferenza è partita da una differenza sottile tra il fatto di concepire un avanzo come ciò che “è avanzato” nel corso del processo storico e il fatto di concepirlo come ciò che effettivamente “ci continua a restare” ovvero ciò che è coinvolto in un processo continuo di deperimento e decadimento. Il primo è poco importante per il presente: è una sorta di resto antiquato del passato che probabilmente non ha più alcuna importanza, a parte appunto il fatto di essere ciò che è: un avanzo. Per definizione qualcosa che è in più, poco importante, secondario, superfluo, nel senso preciso che si tratta di qualcosa che rimane rispetto all’intero che è andato in frantumi. Per cui insomma si può passare ad altro, andare avanti.
Ma se concepiamo l’avanzo come qualcosa che resta ma che continua a decadere, ecco che le cose si fanno più difficili. Non è possibile sbarazzarsene semplicemente sostenendo che si tratti di qualcosa di antiquato, sopravvissuto dal passato. Infatti, si tratta di un atto che continua ad accadere anche ora e che coinvolge la realtà stessa che va essenzialmente in rovina.

Se applichiamo queste osservazioni forse un po’ astruse alla realtà sociale contemporanea, come suggerisce Ann Stoler, possiamo trarre da questa idea un particolare insegnamento sul rapporto tra gli imperi coloniali passati (residui, in ogni senso del termine) e le loro colonie passate (residue, in ogni senso del termine). Si tratta di un rapporto che, ben investigato, potrebbe gettare miglior luce sui recenti eventi medio-orientali, prossimi a coinvolgere anche il nostro mediterraneo. Qual è, infatti, il rapporto che si è stabilito e continua sempre a stabilirsi tra le ex colonie mediorientali e i loro ex padroni europei? Non si tratta semplicemente di una guerra, che alcuni vagheggiano come una incipiente “guerra civile europea” (secondo il senso dato dal controverso giurista Carl Schmitt) bensì di qualcosa più sottile, ovvero di un confronto agonistico che si manifesta come un continuo rapporto di attrazione e repulsione tra le ex colonie e la vecchia Europa: combattere la vecchia Europa che è avanzata dalla sua (in)gloriosa epoca coloniale, e in un qualche modo farsi riconoscere dall’antica padrona, cioè farsi conoscere come pericolo, minaccia, o vendetta. Ma certo non restarle indifferenti.
Cos’è quindi questa strana forma di colonialismo che continua a legarli insieme? Non è una forma di colonialismo morbido perché non esistono di fatto più colonie né di diritto né di fatto, ammesso che non si voglia confondere gli effetti (evidenti, eclatanti) di una guerra di predominio economico del Primo mondo verso il Terzo mondo. In verità, così sembra dire Ann Stoler, il colonialismo è stato e continua ad essere qualcosa di molto più sottile e potente del semplice predominio economico.

Un esempio molto eloquente portato da Stoler è quello denunciato recentemente da una organizzazione non profit: il progetto di archiviazione di 10.000 documenti dell’amministrazione palestinese senza che sia ancora stato effettivamente istituito uno Stato palestinese. Qual è dunque il senso di istituire un archivio (una memoria) per ciò che non è ancora stato fondato? Personalmente azzarderei una risposta: quello di costruire una memoria ufficiale, una tradizione da cui costruire prossimamente uno Stato. Insomma una versione moderna del mito antico. Così come, avrebbe potuto aggiungere Ann Stoler, tanti altri Stati (non solo europei) abbisognano dei loro miti fondatori. Non sempre particolarmente edificanti o positivi.

LA CURIOSITA’
Infanzia sovietica

Da MOSCA – Sono curiosa, i bambini e i loro giochi mi sono sempre piaciuti. Se poi si tratta di vedere come si è giocato nell’infanzia, considerata uno dei periodi più belli e spensierati della vita, sono davvero pronta. I giocattoli mi hanno sempre incuriosito, sono l’espressione della fantasia, dei sogni, dell’immaginare quello che si vorrebbe fare veramente da grandi.

infanzia-sovieticainfanzia-sovieticaEccomi, allora, alle porte del Museo della città di Mosca che, dal 28 Novembre scorso al 15 marzo 2015, ospita una mostra dedicata all’’infanzia sovietica’. Qui potrò vedere giochi, libri, vestiti, mobili, che circondavano i bambini dell’Urss degli anni ‘60-‘80. Dal momento in cui si entra in casa, appendendo abiti e guantini, fino a quando si gioca con pentolini, bambole e macchinine, si ascolta la radio e si guardano i cartoni animati alla televisione.
Quando siamo bambini, non si hanno preoccupazioni e problemi, non ci affannano un lavoro da trovare o da coltivare, una famiglia da sfamare e ci si può dedicare a giocare con gli amici, a mangiare, a dormire, insomma a godersi la gioventù, se si ha la fortuna di nascere nel posto giusto (con questo pensando almeno a un Paese dove non ci siano guerra ed estrema povertà…). Cosa non daremmo per tornare a quegli anni spensierati!

infanzia-sovieticainfanzia-sovieticaLa mostra che mi trovo davanti ci presenta quanto hanno in comune generazioni di moscoviti, nonostante le loro differenze di stili di vita e di interessi, pur nei cambiamenti del paese e delle città avvenuti nel tempo. Molti sono cresciuti tutti sugli stessi libri, imitato gli stessi eroi del cinema, comprato per decenni gli stessi giocattoli. Oggi la vita è diversa, si comprano nuovi giochi, ma per molti moscoviti l’esperienza infantile li unisce e li accomuna. La mostra vuole ricordare un mondo infantile ricco e variegato, un’ideologia sovietica che si prendeva molta cura dei bambini, per vederne gli aspetti positivi.

infanzia-sovieticaMolti di noi, per restare alla mia generazione, coglieranno elementi comuni della nostra infanzia (e suona strano ritrovarne alcuni elementi in una mostra… siamo già, ahimè, da esposizione ???), se non altro perché, con gli stessi giochi, non avevamo preoccupazioni, inquietudini o paure, provenienti dal mondo esterno, stavamo all’aria aperta, trascorrevamo l’intera giornata fuori casa a giocare, andando in bicicletta, pattinando, rincorrendoci, giocando a palla, a tennis e a nascondino o semplicemente passeggiando.

infanzia-sovieticainfanzia-sovieticaNon esistevano telefonini né custodi e ci era permesso andare ovunque desiderassimo senza doverlo dire ai nostri genitori, bastava rimanere nel quartiere, finché mamma ci chiamava dalla finestra. Anche noi facevamo parte degli scout, o della banda delle giovani marmotte, se pur con una filosofia ideologica diversa da quella del partito comunista sovietico, che addestrava i propri membri sin da giovanissimi (dalla prima elementare, ai bambini veniva conferito il titolo di “oktyabrenok”, “figlio dell’Ottobre Rosso”, e consegnata una piccola spilla a forma di stella sulla quale c’erano Lenin da bambino e la scritta ‘sempre pronto’). Si diventava poi ‘pionieri’, con al collo una sorta di bandana rossa).

infanzia-sovieticaAnche a noi, però, come a quei giovani ‘pionieri’, s’insegnava a prenderci cura e a proteggere la natura, a sopravvivere nei boschi e ai ruscelli. Una delle attività preferite dei ‘pionieri’ sovietici era quella di fingersi infermieri e curare gli alberi. Armati di valigette della Croce Rossa fornite di bende, forbici, cotone e disinfettante, i bambini partivano in missione per ‘curare gli alberi’. E quando trovavano dei rami rotti, dei tronchi piegati o dei cespugli spezzati applicano disinfettante e fasciature. Era un gioco che faceva sentire bene e sviluppava un senso di attenzione e amorevolezza. Se ci si faceva male, i rimedi della nonna erano pronti a soccorrerci. Noi in Italia come loro in Urss. Noi andavamo in villaggi a piedi di Alpi o Dolomiti, loro nelle foreste siberiane. L’importante era, per tutti, il contatto con la natura, conoscerla, toccarla e conviverci, respirare aria fresca e pura e starsene lontano dalla città.

infanzia-sovieticaLa disciplina c’era, orari, ginnastica e regole. Ma un po’ ci vuole e l’ideologia sovietica dava molto peso ad essa. Il tempo ai campeggi era organizzato in base a un programma quasi di tipo militare: sveglia alle sette, ginnastica e poi colazione tutti insieme, prima di dedicarsi ad attività manuali, alla musica o alla danza. Le giornate trascorrevano così, semplici. Il momento più bello era la sera, quando con la chitarra ci si sedeva accanto al falò per cantare o fare giochi di gruppo. Lo ricordiamo anche noi. Molti giocattoli, poi, che vediamo qui sono davvero simili a quelli dei nostri anni ‘70. Non si è tanto diversi, quando si è bambini.

infanzia-sovieticaNella mostra di Mosca, si espongono pure tanti libri: il retaggio più prezioso dell’epoca sovietica è rappresentato dalla diffusione dell’istruzione gratuita. Per i cittadini sovietici il socialismo si tradusse nell’opportunità di studiare, imparare e conoscere. Belli poi i manifesti che ricordano ai bambini l’importanza dell’igiene quotidiana (lavarsi regolarmente i denti, fare esami della vista, avvertendo la maestra se non si vede bene…).

infanzia-sovieticaDopo un periodo in cui si è demolito tutto quello che aveva a che fare con quell’epoca, oggi la maturità di una riflessione culturale più attenta e oggettiva ne fa risaltare i valori positivi. Perché non è tutto da dimenticare e da gettare alle ortiche. Il bello di questa mostra è proprio questo, l’aver saputo cogliere la bellezza di quell’infanzia, da ricordare, nei suoi valori e nella sua allegra e leggera spensieratezza. Vale per loro, come per noi.
Se poi l’anziana signora all’uscita ti chiede se la mostra ti è piaciuta, e, in tal caso, di tornare con i tuoi amici, significa che un po’ di nostalgia c’è e che può fare anche bene…

“Infanzia sovietica”, al Museo della città di Mosca, Bd. Zubovsky 2, fino al 15 marzo 2015, visita il sito della mostra [vedi].

Ringrazio la responsabile dell’ufficio stampa del Museo di Mosca, Anastasia Fedorova, e la guida del Museo, Anna Ludina, per avermi condotto in questo viaggio nel passato e per averci fornito alcune delle foto (le altre sono di Simonetta Sandri).

Istruzioni per il disegnatore: l’amore ai tempi dell’incomunicabilità

Roberta Bergamaschi qualche tempo fa ha esordito nella narrativa con un romanzo intelligente e raffinato. Edito per la collana I libri dello Zelig (Mobydick editore), questo libro colpisce per il senso di misura delle sue parole, per l’incedere chiaro, rigoroso e un intreccio davvero interessante.
La storia dei protagonisti Marguerite e Moustache, per contrappasso, è quella della mancanza di parole, dell’incomunicabilità. Lavorano entrambi, con ruoli diversi, a un manuale di lingua francese per ragazzi, e i personaggi “messi in scena da una misteriosa Autrice”, corretti dalle istruzioni di Marguerite per il Disegnatore, prendono vita portando alla mente i Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello. In fondo si tratta di un meta-libro. Un po’ come se qualcuno strappasse quel cielo di carta proprio mentre Oreste stesse per vendicare la morte del padre, sempre per dirla con l’agrigentino autore de “Il fu Mattia Pascal”.
“Istruzioni per il disegnatore” è un libro dotato di grazia e leggerezza, pervaso da una amara ironia. E questo ricorda Calvino. E’ un libro che parla di chi non sempre riesce a prendere la vita per il verso giusto. Parla del tempo e dei fallimenti, dell’egoismo e di una certa grammatica dei corpi e dei pensieri, che è grammatica dell’amore. Lo fa con consapevolezza. Suona note stonate, vibra colpi, avendo cura di risparmiare il dramma e il lieto fine. E’ come se chi scrive avesse ben chiaro che sarebbe inutile condividerlo fino in fondo, il dramma. E’ come se Roberta Bergamaschi dicesse che tanto, alla fine, ognuno rimane solo con la sua vita infilata al contrario, con gli errori, le incomprensioni, col suo dolore. E questo è il Buzzati de “Il deserto dei Tartari”.
Nella selva del mondo editoriale italiano il lettore è chiamato a un ruolo di ricerca sempre più attivo. Chiunque voglia scovare lavori di qualità rischia di rimanere preda di un’editoria attenta alle vendite, come è giusto che sia, a scapito del coraggio. E allora mi piace scrivere di questo piccolo libro elegante e sornione, della sua qualità.

“Istruzioni per il disegnatore”, collana I libri dello Zelig, Mobydick editore, romanzo d’esordio di Roberta Bergamaschi

L’EVENTO
Carnevale Venezia, una vera meraviglia che colpisce tutti i sensi

2. SEGUE – “Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero”. Forse è racchiuso in queste poche parole di Oscar Wilde il motivo per cui, ogni anno, centinaia di persone si travestono, si aggirano per le vie di Venezia e, senza dire una parola, si mettono in posa e si lasciano ammirare da chi si ferma a guardarle affascinato. L’aspetto che più colpisce di questo carnevale unico al mondo sono i suoi protagonisti: non bambini o ragazzi, bensì adulti vestiti con abiti mozzafiato.
La famosissima festa mascherata veneziana è stata per me una gran bella esperienza durante la quale la città si è tinta di mille colori e ha accolto persone provenienti da ogni parte del mondo: gruppi di amici, famiglie e coppie di innamorati si sono recati a Venezia sia per assistere, sia per partecipare a questo ricco evento. Dal 31 gennaio al 17 febbraio la città ha preso vita tanto di giorno quanto di notte. In ciascuna giornata dedicata al carnevale, ad ogni ora e in tantissimi luoghi diversi (cinema, piazze, musei, teatri) si sono tenuti spettacoli, eventi e feste per intrattenere persone di ogni età.
Una delle esperienze più originali che ho vissuto è stata “Women in Love – Ovvero le donne di Shakespeare”, uno spettacolo itinerante, prodotto dal Teatro Stabile del Veneto, che si è tenuto in parte a Ca’ Rezzonico, in parte al Palazzo Mocenigo. Il titolo si riferisce alle varie donne protagoniste delle opere del grande poeta; le attrici recitano testi scritti dal regista e autore di teatro Giuseppe Emiliani e, solo in parte, tratti dai capolavori originali. Ho assistito alle performance di Marta Paola Richeldi nei panni di Lady Macbeth e di Margherita Mannino, calata nella parte di Jessica, la figlia di Shylock de “Il mercante di Venezia”. La recitazione, alternata alla musica di un giovane con la fisarmonica e unita alla visita al Palazzo del ‘700 veneziano, ha dato vita ad un’esperienza visionaria, sospesa tra realtà ed immaginazione. Le giovani attrici, vestite e truccate da scena, hanno recitato nelle lussuosissime sale del Palazzo, ad un metro dagli spettatori. Un’esperienza estremamente suggestiva che, grazie alla totale assenza della quarta parete, ha coinvolto ed emozionato i presenti.


Il cuore del carnevale è stato sicuramente il Gran Teatro di Piazza San Marco dove è avvenuta la qualificazione per la finale del Concorso per la maschera più bella. Il carnevale di quest’anno è stato definito “la festa più golosa del mondo” proprio perchè dedicato al cibo made in Italy. Tutti i presentatori erano infatti vestiti da cuochi e, sullo sfondo, dei maxi schermi mostravano il logo dell’Expo, per segnalare il collegamento tra questi due eventi unici. Sul palco le maschere hanno sfilato mostrando i costumi più stravaganti: da quelli dedicati alle diverse epoche storiche, a quelli legati alla mitologia; alcuni relativi al mondo delle fiabe ed altri personificazione di concetti astratti come “l’oscurità” o la “golosità”, fino a quelli più creativi ed originali come “le arti in maschera” e “la regina del mare”. Ma i più originali sono stati quelli che hanno aderito al tema di quest’anno, l’alimentazione appunto. Hanno sfilato singole persone, coppie e gruppi di gente provenienti da ogni regione d’Italia e da diverse nazioni d’Europa, portando sulla scena costumi dai titoli bizzarri, come “Il re e la regina della cucina”, “Gateau papillon” e i “Baci di Dama”. Sia il primo che il secondo lotto di maschere, ciascuno composto da 12 concorrenti, sono stati seguiti dalle votazioni del pubblico seduto nel parterre del teatro che ha selezionato i finalisti. Dopo la prima sfilata si è tenuta l’esibizione di un’acrobata irlandese, mentre dopo la seconda gli spettatori hanno potuto assistere alle coreografie del “Nagasaki swing team”. La mattinata di sabato 14 si è conclusa con un flash mob dedicato alla festa di San Valentino: dopo il countdown dei presentatori la piazza si è colorata di centinaia di palloncini rossi che hanno preso il volo.
La finale del concorso si è tenuta domenica 15 febbraio con la premiazione per categorie: la maschera più originale è stata vinta da “Monsieur Sofà e Coco Chanel”; la maschera più a tema da “La cucina veneziana di Vicenza in costumi del Settecento”, ma il vincitore assoluto della maschera più bella del carnevale 2015 se lo è aggiudicato un trio tedesco travestito da “Marte, Venere e Cupido” a cui è stato consegnato il premio offerto dalla Promovetro, un consorzio nato per la promozione del vetro artistico di Murano.
Anche le notti a Venezia sono state magiche. Lo spettacolo all’Arsenale è stato riproposto ogni sera, a partire dalle ore 19 con l’animazione della compagnia Nu’Art, lungo la “riva delle meraviglie”. In seguito è stato riprodotto un video che ha racontato la storia del “baccalà” e di come questo pesce è arrivato a Venezia (le immagini sono state proiettate sulla torretta che in passato serviva per l’avvistamento delle navi). Sucessivamente, sull’acqua e in cielo, sono esplosi fuochi d’artificio sensazionali, uniti a lingue di fuoco e raggi di luce di tutti i colori. Uno spettacolo suggestivo ed ancora più emozionante perchè l’esperienza visiva andava a ritmo di musica, seguendo i crescendo e i diminuendo delle note di Ludovico Einaudi e Klaus Badelt.
Ai fuochi d’artificio è seguito uno spettacolo aereo e verticale all’interno dei magazzini. Si sono esibiti tre ragazzi e tre giovani donne in acrobazie circensi, volteggiando in aria con il solo supporto di corde elastiche. Ogni serata si è conclusa con l’Arsenale Carnival Experience, un’occasione per i ragazzi di ballare sulla musica di famosi dj, fino a notte fonda.
Domenica un altro evento ha riunito migliaia di persone a Piazza San Marco: il “Volo dell’Aquila”, interpretato da Giusy Versace. Tra la folla si sussurava quanto fosse ardita e coraggiosa l’atleta paralimpica italiana che ha emozionato il pubblico volando dal campanile al palco del Gran Teatro sulle note di “Because you loved me” di Celine Dion.
Il carnevale è terminato martedì con la proclamazione della Maria 2015, Irene Rizzi, e il “Volo del Leon” accompagnato dall’inno di San Marco, a simboleggiare la chiusura del carnevale.
Oltre a questi grossi eventi a cui ha partcipato un elevatissimo numero di persone, il carnevale di Venezia ha offerto concerti, esibizioni teatrali per adulti e bambini, seminari, spettacoli di marionette e burattini, cene sofisticate e feste a tema nei sontuosi e regali palazzi della città.
Ma il carnevale non è solo questo, è anche un’occasione per immergersi nell’arte e nella cultura di una città che ha tantissimo da offrire. La galleria “Contini”, ad esempio, merita di essere visitata per la singolarità delle opere esposte, realizzate con i materiali del bosco, e le installazioni tecnologiche che creano simpatici effetti d’acqua. Al Palazzo Barbarigo Nani Mocenigo è invece possibile osservare i gioielli della mostra “Precious – Da Picasso a Jeff Koons”, oltre ai meravigliosi affreschi ottocenteschi e tardo-barocchi. Il Palazzo Fortuny ha invece allestito una mostra, in occasione della grande festa mascherata, interamente dedicata alla Divina Marchesa Luisa Casati, musa di Boldini, che spesso la ritrasse nelle sue tele.
In numerosissimi negozi di Venezia, specialmente in occasione del carnevale, è possibile acquistare maschere e costumi, ma un posto in particolare mi ha colpita. Si chiama “Ca’ Macana Venezia” ed è una piccola bottega dove trovare le maschere del film “Eyes wide shut” del grande Kubrick, non realizzate appositamente per la pellicola, ma scelte dal regista tra quelle già esposte nel negozio.
Il carnevale di Venezia è stata per me un’esperienza unica, vetrina d’arte, fantasia e creatività a cui personalmente credo valga la pena assistere e partecipare almeno una volta nella vita. La ricchezza che Venezia offre in poco più di due settimane è in grado di coinvolgere tutti i sensi, senza mai smettere di stupire ed emozionare.

Per leggere la prima parte clicca qui.

NOTA A MARGINE
“Il rischio mafia esiste, compito di tutti è mantenere sana la città”

“Nelle zone di origine e presenza endemica, oltre a un vero e proprio controllo del territorio le organizzazioni mafiose hanno una funzione di mediazione sociale che permette loro di acquisire consenso; i risultati sono perdita di competitività del tessuto produttivo e deficit di cittadinanza. Ma il nord è diverso, è zona di colonizzazione: qui si fanno investimenti per riciclare i proventi delle attività illecite e sempre di più il metodo di infiltrazione non si basa sulle intimidazioni, ma su corruzione e strumenti del credito, con la costruzione di un sistema di connessioni in loco attraverso la connivenza di quell’area grigia formata da burocrati, politici, professionisti e imprenditori. Ecco perché Giovanni Tizian scrive di ‘holding finanziaria’ e il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti parla di ‘una visione politica del radicamento’”.

Fulvio Bernabei (foto di Aldo Gessi)
Fulvio Bernabei (foto di Aldo Gessi)

A sottolinearlo è stato Fulvio Bernabei, intervenendo al secondo incontro del ciclo “Chiavi di Lettura, opinioni a confronto sull’attualità” organizzato da Ferraraitalia con lo scopo di chiarificare nodi controversi del nostro vivere quotidiano. Ieri, in biblioteca Ariostea, si è dibattuto di mafia a Ferrara fra allarmismo e rischi reali, per cercare di capire quanto la nostra provincia è davvero permeabile e quali siano i segnali a cui dobbiamo porre attenzione.

Bernabei (Guardia di finanza) e Federico Varese (Oxford university) hanno fornito un inquadramento generale di cosa significhi mafia oggi: un fenomeno complesso e diversificato a seconda delle differenti aree della nostra penisola.
Il problema della diffusione al nord è noto. Il più recente documento che si occupa di illegalità diffusa nel nostro territorio è il rapporto “L’economia illegale in Emilia Romagna”, realizzato per Osservatorio della legalità e Unioncamere regionali dal professor Andrea Mazzitelli di Universitas Mercatorum. E proprio questo documento è stato il detonatore dell’appassionato confronto che ha attratto in biblioteca un folto e attento pubblico. “La nostra ricerca – ha spiegato Mazzitelli in collegamento Skype da Roma – indaga in particolare la presenza del fenomeno illegale nel tessuto produttivo legale, reso più fragile dalla crisi economica di questi anni: attraverso l’individuazione di indicatori e di campioni statistici ripetibili, si sono resi evidenti ‘i fattori di rischio’ e ‘la vulnerabilità economica e sociale’, considerandoli segnali anticipatori dell’infiltrazione”. Ed è “l’ormai palpabile sfilacciamento del tessuto sociale e produttivo”, fotografato anche dal rapporto di Mazzitelli, che ci deve preoccupare, non solo come ferraresi ed emiliani, ma a livello generale, perché è fra queste crepe di illegalità diffusa che le mafie si infiltrano con agilità.

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Varese e Mazzitelli in colelgamento Skype (foto di Aldo Gessi)

Varese – criminologo noto a livello internazionale in collegamento Skype da Oxford – ha però preso le distanze dalle conclusioni dello studio di Unioncamere, sostenendo che il giudizio è “falsato dalla considerazione di troppe fattispecie di reato non propriamente ascrivibili alle modalità d’azione delle organizzazioni mafiose e che, al contrario, nei settori tipicamente infiltrati dalla mafia (edilizia, movimentazione terra, stoccaggio rifiuti) a Ferrara si è registrata negli ultimi anni una contrazione del volume di attività”. Acqua sul fuoco dunque, accompagnata però dalla raccomandazione di non abbassare la guardia perché le insidie sono reali, come dimostrano le vicende delle vicine province di Reggio e Modena.

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Tito Cuoghi (foto di Aldo Gessi)

Sintetico ma significativo ed eloquente è stato il contributo di Tito Cuoghi (Anpar) sui rischi di presenza e le modalità d’azione delle ecomafie negli appalti, con specifici riferimenti alla ricostruzione dopo il sisma dell’Emilia.

Donato La Muscatella (foto di Aldo Gessi)
Donato La Muscatella (foto di Aldo Gessi)

Infine, il referente del coordinamento provinciale di Libera, Donato La Muscatella, ha concluso che il problema del radicamento in Emilia Romagna ormai è innegabile e anche a Ferrara “il rischio esiste: è necessario quantificarlo”. Per quanto riguarda il contrasto e la prevenzione, La Muscatella ha sottolineato che “il fenomeno criminale è competenza di magistrati e forze dell’ordine, ma il fenomeno sociale riguarda tutti; perciò benché non ci sia un vero e proprio allarme, la guardia va tenuta alta ed è compito di tutti i cittadini farlo per ridurre le occasioni di infiltrazione”.

 

Emilia Romagna all’avanguardia nello smaltimento dei rifiuti

E’ da tempo evidente quanto il sistema Italia risulti essere inadeguato e arretrato rispetto agli indirizzi contenuti nelle direttive comunitarie in materia di recupero e valorizzazione delle frazioni presenti nei rifiuti ed è del tutto assente su scala nazionale un modello di gestione rifiuti basato sul “sistema di gestione integrata”. I sistemi di gestione dei rifiuti sono diversi e diversificati tra i paesi industriali a livello europeo; negli ultimi anni pur essendo aumentati i sistemi di recupero, riciclaggio e di termotrattamento, in molti paesi rimane però l’uso della discarica l’elemento principale caratterizzante lo smaltimento (per l’analisi degli inceneritori si rimanda allo specifico articolo del 19 ottobre 2014, leggi qua).
La tecnologia dell’interramento controllato oltre ad essere la tecnologia di smaltimento più diffusa è infatti anche la più semplice poiché presenta una grande flessibilità di gestioni e di criteri organizzativi tali da rendere difficile una corretta analisi ed articolazione degli stessi (con conseguente forte criticità); a livello generale ci si riferisce a criteri in relazione alla protezione dell’ambiente circostante (comprese le acque superficiali e sotterranee) dei sistemi di difesa ambientale (e dunque l’impermeabilizzazione, il trattamento del percolato, etc), dei processi di stabilizzazione dei rifiuti e più in generale alla protezione dai rischi per la salute umana. I danni provocati da una discarica (e dunque il tempo necessario di controllo e di post-gestione) sono quantificabili in “almeno” trent’anni (per alcuni anche cinquanta); comunque è bene verificare sempre nel tempo ( per periodi ancora maggiori) gli effetti ambientali e fare controlli.
In Regione Emilia-Romagna la situazione impiantistica è sicuramente tra quelle con minor criticità. In questi anni, con la riorganizzazione del sistema impiantistico, si è determinata infatti una progressiva diminuzione di utilizzo della discarica come principale forma di smaltimento e un progressivo aumento di nuovi impianti per la produzione di compost e per il recupero di energia dai rifiuti. Tale sistema colloca la Regione ad un grado di efficienza ed efficacia paragonabile ai più avanzati sistemi impiantistici delle regioni europee. Il sistema impiantistico è in grado di soddisfare completamente il fabbisogno di smaltimento, rendendo autosufficiente il territorio regionale (pur con qualche disomogeneità a livello dei territori provinciali) e conseguentemente di attuare limitate azioni di soccorso nei confronti di territori extraregionali in emergenza.
Cresce l’attenzione sulla gestione degli impianti, sulla sicurezza, sull’applicazione delle migliori tecnologie e con essi cresce la necessità di una maggiore conoscenza dello smaltimento. Una questione delicata e importante è relativa alla tipologia dei rifiuti ai fini dello smaltimento. Non si può più infatti, quando si parla di impianti, tenere separati i flussi tra rifiuti urbani, assimilati e rifiuti speciali. Se si escludono gli inerti da demolizione, comunque a livello nazionale si presume un monte complessivo vicino ai cento milioni di tonnellate di cui un terzo urbani ed il resto derivati da attività produttive e d artigianali, oltre a quelli di residui di lavorazioni e di trattamento. La stessa proporzione si valuta esserci in Emilia Romagna con un monte totale di oltre 10 milioni di tonnellate (esclusi gli inerti) di cui oltre una metà probabilmente va a recupero e circa 4 milioni di tonnellate a smaltimento (le stime risentono comunque di limiti di conoscenza). Una quantità rilevante che comunque rappresenta nel suo complesso un problema e su cui dunque è importante saper programmare le migliori soluzioni di smaltimento. La capacità impiantistica di un territorio deve infatti saper trovare le corrette soluzioni di trattamento anche per queste tipologie di rifiuti e la pianificazione impiantistica di una regione è opportuno che da ciò sia condizionata.
Ma il tema principale è e deve essere la qualità di questi impianti. Deve crescere l’attenzione e conoscenza sulla miglior tecnologia, sulla complessità impiantistica, sui principi della buona gestione, sulla efficacia di controlli e analisi, sulla certificazione e sulla sicurezza. Vogliamo saperne di più.

LA STORIA
Andrea Poltronieri, note e risa in punta di sax

“Il giullare era quello che veniva pagato dal re perché lo facesse ridere e anche piangere. Non era facile trovare una persona di questo tipo, è una figura affascinante.” Andrea Poltronieri racconta “Note appuntate” (Edizioni La Carmelina), incalzato da Stefano Bottoni, direttore artistico del Ferrara Buskers Festival, e presentato da Federico Felloni e Vincenzo Iannuzzo, per il ciclo “Autori a corte” alla libreria Feltrinelli.

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La presentazione del libro

“Note appuntate” si presenta come un block notes libero che spazia tra pensieri personali tra vita e carriera, scritti di getto; la sezione “Dicono di me” che include ricordi e dediche di personaggi famosi con cui ha lavorato, da Paolo Cevoli a Cristina D’Avena fino a Duilio Pizzocchi.
E le sue parodie di canzoni, da “La bici della Gina” (“Amici come prima”) a “Bepi” (“Happy”), brano che il 26 febbraio sarà interpretata in versione lirica dalla soprano Benedetta Kim in Sala Estense, in occasione del primo Festival della Canzone Ferrarese con il gruppo Made in Fe e musiche dei 60 lire.

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Stefano Bottoni e Andrea Poltronieri
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Il duetto Bottoni-Poltronieri

Tra una battuta e un silenzio, Bottoni e Poltronieri ricordano la prima scintilla scoccata tra di loro: “Era il 1988, c’era di mezzo Haji Akbar e vedevo la faccia di Poltronieri sfrecciare sugli autobus. Perché allora non poterci sfrecciare insieme, su un autobus come ai Buskers?”. Tra musica e comicità, alla continua ricerca di un teschio che è memento mori ma anche il ricordo ormai emaciato ma ancora solido di una risata prepotente. Non è una persona seria, chi non sa ridere.
Il giullare è quello che ti diverte, ma anche quello che ti riporta a quei giorni di liceo fuori provincia in cui sentivi cantare strofe demenziali su musiche note in un dialetto che non era il tuo, senza sapere che si chiamassero “centoni”. Su un tale di nome Gino, bottegaio che lavorava al Famila, alle prese con asparagi e agguerrite vecchiette alla ricerca di ortaggi freschi, tra una nota e l’altra di “Rivers of Babylon”. O a quella volta che hai ascoltato il centone che parodiava “Back for Good” dei Take That di ritorno dall’impossibile esame di tedesco superato per una manciata di voti. Il giullare, lo spiritello ex machina che canti sovrapponendo la tua voce stentorea alla sua, che esce sicura dall’autoradio: è Poltrosax, e te ne accorgi quando lo vedi.

Andrea Poltronieri è singolare. É la Nives, arzilla ottuagenaria treccine rosse spritz nato su due piedi in una serata tra le nebbie della Bassa Padana per colmare il silenzio di un guasto tecnico. É il sassofonista emozionato che stringe la mano a Lucio Dalla il 4 marzo, prima di suonare in Piazza Maggiore, cercandone poi ossessivamente il profumo che conserva intonso e intoccabile nelle mani, e il bambino che riceve in regalo dal papà la sua prima tastiera, una Bontempi, la notte di Natale del 1973. É il bacio in fronte di Lucio Mongardi, il capitano della squadra più ambita, in una domenica da bambino sugli spalti. É New York con il produttore Davide Romani, il girovagare per Washington Square, suonare in metro occupando il posto di un altro musicista che ti rampogna per avergli occupato il suo, di posto, e scusarsi con un sorriso e uscire da lì sentendo di avere già fatto centro, abbozzare qualche nota in re minore, al sax, unico bianco tra musicisti neri nel “Village”.

É plurale, Andrea Poltronieri. Sono le corde della chitarra che gli regala una persona la cui presenza gli riempie la vita, e sono i 56 passi che lo separano da una camera d’ospedale che sta per salutare per sempre questa persona, ma piena ancora della sua presenza. Sono gli studi all’Accademia di Belle Arti con Concetto Pozzati e i concerti da musicomico, tra dissacrante e melomania.
I concerti con gli Stadio e quello per l’Emilia al Dall’Ara di Bologna. Gli impossibili da ritrovare qui sulla Terra, perché sono tutti raccolti al Genius Bar, locale stile Roxy bar in cui ogni grande è perso dietro ai fatti suoi e ancora reclama il legittimo posto che ha preso nel mondo.
Sono Emma e Alice e anche Satin – non la protagonista del Moulin Rouge di cui condivide l’origine parigina bensì l’adorato sax che gli procura il nome d’arte Sax Machine, donne nell’anima.
Sono le note appuntate, quelle scritte in punta di penna per non dare fastidio, scritte di getto per rovesciare l’anima su una pagina bianca, scritte per condividere un ricordo o una risata o una malinconia con chi ti legge, fino a fare uscire i suoi, di ricordi.
Tra un manifesto e lo specchio, tra un re che ha bisogno del suo giullare per trovarsi di fronte alla sua nudità, ed essere in grado di riderne e piangerne.

IL TEST
Walkman, hi-fi & co: il design giapponese anni ’70

3. SEGUE – Sanyo Electric Co. Ltd. era una società giapponese di elettronica, con sede a Moriguchi in Giappone, fondata il 1° aprile 1950 da Toshio Iue, cognato di Konosuke Matsushita proprietario della Matsushita (Panasonic), che rilevò e sviluppò una vecchia fabbrica in disuso per avviare una propria attività.

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Walkman della Sanyo

Negli anni ’70 il design giapponese s’indirizzò verso le esigenze degli utenti, studiandone i comportamenti sociali e cercando di incidere sul loro modo di vivere. Fu grazie a quest’attenzione che nel 1979 Sony, presto seguita su questa strada da Sanyo, produsse il walkman, che ben rappresenta il modo di vivere sempre in movimento dell’era moderna, oltre ad innescare la spirale di miniaturizzazione che influenzerà i decenni successivi.

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Registratore a cassetta RD-5300

Negli anni ’70 si stava compiendo un processo di omologazione estetica degli apparecchi Hi-Fi, salta quindi subito agli occhi il lavoro di stilizzazione e ingegnerizzazione che c’era dietro ai componenti Sanyo. Tra questi il deck a cassette RD-5300 del 1976, dal design basato sul contrasto tra alluminio e plastica nera, ora tanto di moda nei notebook di importanti marchi.

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Sintoamplificatore Sanyo fine anni ’70

Il sintoamplificatore Sanyo modello DCX 2000L del 1977, oltre ad avere un suono brillante, è l’esempio della qualità costruttiva degli anni settanta. Il frontale e le manopole sono interamente in metallo, la protezione della scala della sintonia è di vetro, lo chassis è di legno, tutti materiali da tempo sostituiti dalla plastica.

La radiosveglia a cartellini Sanyo 6ca-t45z, mostrata recentemente anche in uno spot televisivo di una nota banca italiana, rappresenta quel filone del design anni ’70 denominato “Space Age”. Questo stile, tra gusto pop e desiderio di avanguardia, prende piede tra gli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sulla scia delle imprese spaziali che, nell’immaginario collettivo, dovevano rappresentare l’inizio di una modernità creativa e progressista. Esempi di quel modo di intendere il design (oggetti e abiti futuribili) li ritroviamo nel cinema e nella Tv di allora, basti pensare a “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick e alla serie “UFO S.H.A.D.O.”.

Design 'Space Age' per la Phonosphere di Sanyo
Design ‘Space Age’ per la Phonosphere di Sanyo
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Sanyo Decorator Clock Radio

In quel periodo furono realizzate lampade che sembrano missili, televisori simili al casco degli astronauti, poltrone a forma di guscio, compatti Hi-Fi (Phonosphere), come se fossero progettati per l’interno di una navicella spaziale. In un certo senso si può affermare che la corrente di gusto denominata “Space Age” trasformava il salotto di casa in un’astronave. Osservando la radiosveglia di Sanyo, la Phonosphere e l’orologio Decorator ci si accorge come le forme tonde e morbide prendano il sopravvento, rispetto a quelle squadrate del decennio procedente, con un massiccio utilizzo della plastica, materiale ideale per generare superfici prive di asperità e lisce. I designer di riferimento di quell’epoca sono il milanese Joe Colombo, il danese Verner Panton e il finlandese Eero Aarnio (creatore della famosa sedia Palla o Globo per Asko, vista anche nella serie cult “Il prigioniero”).

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Storica pubblicità della Sanyo a Piccadilly Circus, Londra

L’archeologia tecnologica trova spazio tra retrò e vintage, riscoperta e nostalgia ma, soprattutto, rappresenta l’occasione per rivedere giudizi e teorie senza l’influenza di antichi condizionamenti.
La nostra inchiesta ha evidenziato la validità di numerosi componenti Hi-Fi del colosso giapponese, progetti interessanti come quelli della “Series plus” e del cosiddetto “CCI”, la collaborazione con Grundig, l’innovazione e la ricerca nell’ambito dei riproduttori di audiocassette, giradischi e amplificatori. All’epoca il marchio non fu apprezzato come avrebbe meritato, oggi, fuori da ogni logica commerciale e grazie alla disponibilità dell’usato, si ha la possibilità di esprimere un giudizio più obiettivo. Qualche mese dopo che Sanyo fu incorporata in Panasonic, lo storico pannello pubblicitario di Piccadilly Circus a Londra, è stato spento e ceduto alla società automobilistica coreana Hyundai. Era l’unico a non essere animato.
Goodbye Sanyo!

Per leggere la prima parte dell’inchiesta clicca qui.
Per leggere la seconda parte dell’inchiesta clicca qui.

Si ringraziano: Massimo Ambrosini [vedi], Lucio Cadeddu, Direttore della rivista “Tnt-Audio” [vedi], Innokentiy Fateev [vedi].

IL CASO
Il bad boy della danza russa è virale

In pochi giorni ha totalizzato oltre 5 milioni di visualizzazioni. Lo merita. Perché è meraviglioso, coinvolgente, travolgente, forte, immenso, doloroso, intenso e sexy.
Parliamo della stella del balletto russo Sergei Vladimirovich Polunin, che interpreta magistralmente “Take me to the Church”, del cantautore irlandese Hozier, successo musicale nominato ai Grammy Awards. La coreografia è di Jade Hale-Christofi, l’americano David La Chapelle lo dirige, in una serie di piroette acrobatiche uniche e sauté che aleggiano in uno spazio vuoto illuminato, una stanza bianca che contrasta con l’energia nera del blues. Polunin, chiamato il ‘bad boy’ del balletto russo, forse perché ha numerosi tatuaggi sul corpo perfetto, ma anche perché ha sempre fatto un po’ di ‘bizze’ nei teatri in cui si è esibito, indossa un collant color carne e un mosaico di tatuaggi che esibisce come in un quadro (nelle performances abituali sono solitamente coperti dal trucco). Solo con questi colori tenui e la forza e l’energia pura dei suoi muscoli, tiene lo spettatore incollato allo schermo, in una sorta di possessione spirituale. I movimenti forti e decisi, resi quasi eterei e leggeri dalla luce che filtra dalle finestre, esprimono perfettamente l’intensità emotiva del brano. Bianco e nero si rincorrono, l’energia vola sui passi leggeri, eterei.
Sergei Polunin, venticinquenne di origini ucraine, ha iniziato a danzare a 4 anni e all’età di 12 anni si era già diplomato al Kiev State Choreographic Institute. Dopo un passato al British Royal Ballet (ove era approdato all’età di 13 anni con una borsa di studio delle Fondazione Rudolf Nureyev, ma dal quale si era allontanato per l’eccessiva disciplina che non sopportava più), Sergei è oggi il primo ballerino allo Stanislavsky Music Theatre di Mosca e al Novosibirsk State Academic Opera and Ballet Theatre. Ha ricevuto numerosi premi, incluso lo Youth America Grand Prix nel 2006, è stato nominato Young British Dancer dell’anno 2007 e in lizza per il riconoscimento di miglior ballerino del mondo, nel 2014. La performance che sta facendo il giro del web lascia davvero senza fiato. Forse perché porta con sé, nella danza i demoni di una vita giovane ma non semplice.

Guarda il video

L’incubatrice, ovvero di una scuola che ha bisogno di nuovo ossigeno e nutrimento

Avete mai pensato alla nostra scuola come a una incubatrice? Entri a sei anni e ne esci a diciotto, se tutto va bene. Se l’incubatrice o l’incubato non hanno crisi di rigetto. Entri che non sai né leggere né scrivere, esci che sai di lettere, di matematica, di fisica, di lingue e di filosofia. Insomma esci che sei quasi una enciclopedia, una persona colta. Appunto coltivata, incubata.
Per che cosa? Per l’università o per il mercato. Che non ti prenderanno così come esci dalla scuola, perché a loro volta ti vorranno fare l’analisi del sangue. Occorre che nel frattempo non ti prenda il sospetto circa il senso di quello che vai facendo. Perché fa parte delle regole di partecipazione alla cultura della tua specie. Agli animali va meglio, il periodo dell’addestramento è molto più breve rispetto agli umani e poi sono liberi di scorrazzare nella natura.
Noi la natura dobbiamo invece dominarla, governarla. Noi dobbiamo costruire le cattedrali antiche e moderne. Noi dobbiamo servire la nostra generazione, quelle che ci hanno precedute e quelle che verranno. Noi viviamo e cresciamo per il grande contenitore che ci contiene che sono i nostri simili. È questo contenitore che ci dà senso, a partire dai nostri genitori che ci hanno desiderato. Sono loro che hanno iniziato a scrivere la nostra narrazione.
“Ciascuno cresce solo se sognato” recitava Danilo Dolci e il grande psicologo statunitense Jerome Bruner aggiunge che “Non si ha una vita se non la si racconta”. Avere una vita da raccontare, avere una vita perché qualcuno ti ha sognato. È possibile passare da una scuola che incuba cittadini, a una scuola che li sogna? Che racconta la storia di ragazze e di ragazzi per ciascuno dei quali coltiva un sogno? Se non sei una storia da raccontare, se non appartieni a un sogno, sei un indistinto, uno dei tanti da prendere quando è giunto il tuo tempo e da mettere insieme agli altri nel reggimento di una caserma o nella classe di una scuola. Dipende dalla tua età e dal tuo destino.
Comunque quando è ora inizia anche per te il tuo addestramento. In fila con gli altri, in banco con gli altri, con la divisa o senza la divisa, non ha importanza, perché per tutti sarai un alunno, un allievo, un discente, uno studente, uno scolaro, sarai per quello che farai, mai per quello che sei, un essere ordinato in un luogo, in un’ora, in un’attività, in un fluire del tempo tutto uguale a quelli dei tuoi simili per età e per destino.
La raccolta dei nostri affetti nell’anonimato di uno spazio, di un luogo, di un tempo. Classi, scuole che sono non luoghi, come sale d’attesa della vita. Ecco il trattamento quotidiano che riserviamo nelle scuole della repubblica ai nostri figli e alle nostre figlie. Loro portano il peso degli zaini, come ogni soldato alla battaglia, noi portiamo il peso delle nostre responsabilità. Dell’incapacità di offrirgli una scuola diversa, che non sia più quella dei nostri tempi, che non sia più il regime-scuola, che non sia più “la scuola”, che non sia più imparare dal banco, dalla lavagna, dal libro di testo, dalla voce dell’insegnante.
Noi portiamo il peso della nostra pigrizia intellettuale, della pigrizia di chi dovrebbe praticare la cultura e invece la consuma senza rigenerarla, perché non ha spirito, perché non ha invenzione, perché non ha intelligenza. Portiamo il peso di finanziare intellettuali senza intelletto, ripetitori, megafoni del passato, lacchè del politico di turno. Non siamo capaci di pensare e di disegnare un’altra scuola, un altro modo di imparare, una nuova umanità di apprendimento. Grigie cattedre di pedagogia senza fantasia, senza la sete del nuovo, nel totale squallore intellettuale, incapaci di immaginare una scuola diversa, una scuola nuova da offrire ai figli del nostro Paese.
Sono morti i tempi dei grandi pedagogisti, dei maestri quotidiani, coraggiosi pionieri di ogni innovazione, portatori di spiragli di luce nella monotonia delle nostre scuole. Pare che l’obbligo scolastico sia per le persone, non per lo Stato che non si occupa delle condizioni che impone. Come l’obbligo militare una volta. L’obbligo da noi fa dovere al cittadino ma non all’istituzione.
Se l’istruzione è un diritto è come il diritto alla vita, alla libertà di espressione, il diritto è una libertà non un’oppressione. La cultura non è schiavitù, non è umiliazione, non è mortificazione, è liberazione, non è sopraffazione dell’accademico sul discente, è affiancamento, incoraggiamento, accompagnamento, gratificazione. La cultura è apertura, è l’ossigeno che ovunque si respira, è la fame di sapere, si nutre dalla nascita e dalla nascita si familiarizza, dopo è troppo tardi. Ma anche questo è da sapere, anche questo è da capire.
Dopo c’è solo la liturgia, l’ingessamento della lezione, la nozione, l’esercizio, la ripetizione, i voti, l’interrogazione e gli esami.
La cultura invece è un abito da apprendere subito, è applicazione, è provare, è riuscire, è conquistare, è misurarsi nel saper fare, riprovare e riprovare se necessario, è come le cose e la vita di tutti i giorni. Non è un compartimento separato, una tradotta su cui salire senza destinazione, tutti indistintamente ammassati.
L’istruzione è un obbligo, come l’obbligo di nutrirsi per non lasciarsi morire. “Nutrire il Pianeta” è lo slogan di Expo 2015. Istruire il Pianeta, forse sarebbe stato preferibile, ma non abbiamo sull’istruzione un “eataly”, cibi di alta qualità da distribuire, nessuna riflessione sull’istruzione sostenibile oggi. La pancia è meglio della mente, del resto a pancia vuota non si ragiona. Evidentemente la pancia del nostro Paese da troppo tempo è vuota per essere in grado di ragionare sulla scuola dei suoi figli.
Che va bene così, perché così è sempre stato, perché la scuola deve formare dei buoni cittadini e poi ognuno se la vedrà, perché non abbiamo soldi e poi, tanto, è mica a scuola che si impara… A scuola si socializza, si apprende a superare le frustrazioni, ci si abitua all’impegno, ai compiti, ad essere valutati, la scuola irrobustisce. Insomma la scuola è una palestra!
Ah, dimenticavo, l’educazione fisica della vita … l’istruzione è tutta un’altra cosa.

NOTA A MARGINE
Il senso dei canadesi per lo spettacolo. Sul palco la bibbia laica dei Ballets Jazz de Montréal

E’ uno SPETTACOLO tutto maiuscolo quello che il direttore artistico Louis Robitaille ha portato in città. Tre momenti di danza interpretati da tre coreografi diversi per un unico spettacolo entusiasmante che ha fatto saltare i ferraresi sulle poltrone del Teatro Comunale domenica.
E’ una sorta di bibbia laica quella che vediamo sul palco. Nella prima coreografia, Zero in on, di Cayetano Soto, ci sono solo un uomo e una donna, che interagiscono e si respingono. Passi a due atletici, ma con una chiara matrice classica. Poi arriva tutta la compagnia nel folgorante Kosmos, qui in prima nazionale, di Andonis Foniadakis, dove la compagine dei danzatori di nero vestita travolge tutto come la frenesia urbana che vuole rappresentare. Gesti precisi, alienati in un crescendo di potenza che culmina con una specie di estasi mistica, di intimo raccoglimento come opposizione al caos cosmico.
C’è tutto, dalla danza tribale a quella classica, passando per la jazz fino alla contemporanea.
Le musiche di Julien Tarride sono un accompagnamento incalzante e coinvolgente, e le luci minimali, ma di grande efficacia di James Proudfoot, completano la scena senza bisogno di nessun altro elemento. Tutto è essenziale e necessario, ed è evidente come questo risultato derivi da un lavoro enorme.
Potranno fare meglio? Ci si chiede dopo Kosmos. Poi arriva Harry di Barak Marshall, uno degli allestimenti di maggior successo dei Bjm. Non è meglio forse, ma è complementare. Riporta la scena in una più colorata ambientazione anni ’40-’50 dove questi danzatori senza limiti vengono anche fatti recitare, attorno alla figura di Harry, grottesca caricatura dell’essere umano, continuamente coinvolto in conflitti intimi, come quelli tra uomo e donna, o sociali, come la guerra. E da questi costretto a morire e rinascere in continuazione, interrogandosi ogni volta sul senso di tutto ciò, con la leggerezza di ci sa che una risposta non c’è.

I danzatori sono da spellarsi le mani dagli applausi. Tengono dall’inizio alla fine un ritmo elevatissimo, sono simpatici e sanno trasformarsi in ogni coreografia.

Il bello di questo spettacolo tardo pomeridiano è anche che dopo arriva Robitaille stesso per un incontro col pubblico, e conferma una serie di pensieri fatti disordinatamente durante la visione.
I canadesi riescono a produrre spettacoli così, perché hanno un governo che investe. Ed è un investimento che dà i suoi frutti dal momento che la compagnia è in tournée dai quattro ai sei mesi all’anno in tutto il mondo. Una dimensione globale di cui i Bjm non hanno paura. Loro pensano in grande e guardano avanti chiamando non i grandi nomi, come ha spiegato Robitaille, ma i giovani più talentuosi di ogni paese, li fanno crescere, permettono loro di lavorare da professionisti e ovviamente alla fine, li rendono tali. Una lungimiranza che a noi italiani, benché non privi di talenti, di idee e di esperienza, purtroppo manca. E poi i canadesi, figli di secoli di migrazioni, non hanno paura delle mescolanze e delle contaminazioni: tra razze, generi, stili. Prendono il meglio di tutto e ce lo restituiscono col sorriso.
Grazie!

Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
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Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)

L’INTERVENTO
Il vescovo, i cattolici e il dibattito pubblico. Nannetti: “Negri smentisce papa Francesco”

di: Edoardo Nannetti

Raccolgo la sollecitazione di Fiorenzo Baratelli che, in relazione alla polemica sulle parole del vescovo circa l’influenza degli aborti sulla crisi economica, chiedeva conto ai cattolici del loro silenzio nel dibattito pubblico. Credo che Baratelli abbia ragione e colga un punto importante al di la del tema specifico: il silenzio del mondo cattolico rispetto alle ‘provocazioni’ del Vescovo e, ancora di più, rispetto a quanto si muove di fecondo nella chiesa di Papa Francesco.

In quanto cattolico voglio quindi tentare di rompere il silenzio.

Il nostro vescovo è intervenuto spesso nei mesi scorsi su vari temi e con posizioni assai discutibili , di solito opposte a quanto il papa va dicendo, oppure talora con argomenti condivisibili ma posti in un modo (che fa sostanza) che ritengo negativo.

Comincio con l’ultima affermazione di mons. Negri che tanto ha fatto discutere: la legge 194 avrebbe consentito tanti aborti che hanno inciso sulla natalità riducendo la popolazione e con ciò alimentando la crisi economica..

Non credo ci si possa aspettare che la chiesa rinunci alla condanna dell’aborto; d’altra parte sarebbe utile rammentare che neppure i sostenitori della L.194 si possono definire ‘abortisti’, infatti dicono da sempre che l’aborto è cosa dolorosa che la legge deve solo far emergere per fare prevenzione, evitare gli aborti clandestini con rischio per la salute delle donne; la differenza con la chiesa è che questa fino ad ora non condividere questa ‘strategia normativa’. Se i due ‘schieramenti’ prendessero atto della diversa posizione sulla normativa e si impegnassero semplicemente su ciò che condividono (la necessità di prevenire l’aborto) si eviterebbero i toni da crociata, si avvierebbe una proficua collaborazione per la prevenzione e ci si accorgerebbe che il tema della ‘apertura alla vita’ può essere condiviso e forse sviluppato in modo inaspettato ben oltre il tema dall’aborto, contro la vera cultura di morte dei poteri economici e finanziari che creano povertà e morte e distruggono il pianeta consegnatoci in custodia da Dio.

Detto questo, il punto posto dal vescovo è nuovo e singolare: gli aborti provocano la denatalità che alimenta la crisi economica. Nel merito si potrebbe obiettare che la legge ha portato alla luce aborti che ci sono sempre stati e che ci sarebbero stati comunque, perciò non ha inciso sulla natalità. Tuttavia il punto che mi preme è un altro.

Trovo singolare che si sposti sul piano economicistico una questione etica e profondamente umana che dovrebbe essere sottratta al ‘dio mercato’ ed alla sfera dell’economico. Sarebbe come dire che la denatalità dipende dal celibato dei preti, che se mettessero su famiglia la crisi si supererebbe. E’ evidente che nessuna delle due questioni si basa su un discorso economico. Il vescovo non si accorge del rischio che corre con il suo intervento: sostenere la posizione antiaborista con tali argomenti economici significa che, se qualcuno dimostrasse che l’aborto aiuta l’economia, allora sarebbe bene abortire. Non si accorge il vescovo che con le sue parole conferisce potere e si rende subalterno proprio a quel dio mercato che la chiesa dovrebbe contestare nel nome di altri valori.. Insomma un autogol. Da quanto si è letto circa la sua lectio di qualche giorno fa, deve essersene accorto ed ha tentato di correggere il tiro.

La tesi economica del vescovo, poi, cozza con quanto va dicendo in ogni occasione il papa sulle cause della crisi e della povertà: le strutture di mercato e del potere finanziario che alimentano la povertà per arricchire pochi. Il tema è ampiamente trattato nella ‘Evangelii gaudium’ e in numerosi altri discorsi del pontefice che raccoglie ma va oltre la tradizionale dottrina sociale della chiesa, superando una concezione banalizzante della solidarietà e chiedendo che questo valore si traduca in critica politico-economica per il superamento delle strutture del potere economico finanziario che generano sfruttamento dei popoli e cultura dello scarto. Il vescovo sembra non aver colto questo passaggio e anche in questi giorni ripropone la dottrina sociale della chiesa citando Benedetto XVI e ignorando il recente e innovativo contributo di Papa Francesco.

Questo mi consente di rilevare le numerose altre discrasie del nostro vescovo rispetto al vento di innovazione che il pontificato di Bergoglio fa soffiare.

Non che questo sia di per sè illegittimo: fa parte del dibattito nella chiesa. Tuttavia sarebbe bene esserne consapevoli anziché alimentare, come ha fatto anche il vescovo, una falsa idea di continuità tra questo pontificato e quelli precedenti o, peggio, una falsa adesione al nuovo Papa mentre se ne contraddicono le proposte. Non toccherò i singoli episodi, magari lo farò in altro intervent se mi sarà consentito. Dico solo che molti cattolici sentono una grande distanza tra la pastorale di mons. Negri e quella del Papa. Lo stesso dibattito sui temi del sinodo sulla famiglia, che il Papa ha voluto libero e aperto, qui è stato soffocato e ridotto alla riaffermazione delle posizioni più chiuse. Ma il problema qui non è il vescovo, bensì lo strano rapporto tra credenti e gerarchie che porta il popolo di Dio, la chiesa come popolo, ad essere quasi sempre subalterna alle gerarchie che non vanno contraddette. Il papa invece ci sta insegnando che una chiesa che discute liberamente ed apertamente, che ascolta il popolo, è una chiesa viva, altrimenti muore negli steccati normativi lontano dalla vita delle persone. Ecco il punto posto da Baratelli (che cattolico non è) ai cattolici: uscite allo scoperto e discutete. E’ un tema importantissimo per noi cattolici. Ciò vale anche per il bene del vescovo. Non basta che ci chieda di pregare per sostenerlo nelle sue battaglie (che possiamo considerare sbagliate); serve invece che il popolo della chiesa si faccia sentire per dare al suo vescovo, anche contraddicendolo, elementi di comprensione e punti di vista differenti che gli consentano di pensare il suo ruolo come in cammino ed in trasformazione insieme a noi, non sopra di noi. Lo Spirito Santo cammina nel cuore e con le gambe di tutti noi e non può arrestarsi di fronte alle gerarchie. Un merito delle provocazioni del vescovo è averci costretto a portare allo scoperto questo tema. Credo che il nostro vescovo troverà appoggio ed aiuto da una maggiore dialettica, ed anche certe sue posizioni potranno meglio precisarsi perdendo aspetti  talora truci e ‘vendicativi’ (come su halloween, dove ha detto cose interessanti in modo inutilmente repressivo di innocenti giochi di bimbi) per far emergere il loro fondo gioioso e di vita, superare una pastorale del ‘no’ per passare alla pastorale del ‘si’, della misericordia. Il Papa nella ‘Evaangelii gaudium’parla di questa pastorale, fatta meno di ‘ legge’ e più di ‘Grazia’, di una chiesa non ‘dogana di controllori’ ma che facilita ‘con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone’ nella loro ‘ vita faticosa’ , che non appesantisca con precetti che fanno apparire la religione come schiavitù ma faccia emergere il messaggio di libertà e di gioia. .

Potrà il nostro vescovo convertirsi a questo metodo? Io penso di si: con l’aiuto dello Spirito Santo  e con l’aiuto ed anche l’affetto di tutti i credenti che si fanno portatori dello Spirito. E’ una conversione che non riguarda solo lui ma tutti noi, tutta la chiesa.

 

LA RIFLESSIONE
Un ‘Doppio taglio’ che si rimargina cambiando il punto di vista

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La locandina dello spettacolo

Cambiare il punto di vista. E’ questo il monito più forte sortito dal potente spettacolo “Doppio taglio” messo in scena venerdì sera al teatro Off (leggi la nostra recensione). Degli stravolgenti effetti sulla comprensione determinati dalla mutazione dell’angolo visuale in letteratura è maestro Pirandello, in sociologia Goffman. Il professor Keating (quello dell’Attimo fuggente, magistralmente interpretato dal compianto Robin Williams) lo insegnava ai suoi ragazzi: guardando il mondo da un’altra prospettiva cambia la percezione, cambia il senso delle cose, cambia la realtà, cioè quell’idea che ci facciamo del mondo e che impropriamente chiamiamo verità.

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Marina Senesi, un’interpretazione intensa

Così è anche per la violenza che tragicamente si consuma ogni giorno sulle donne, vista, analizzata, fotografata, scandagliata dalla stampa sempre nella considerazione della donna-vittima guardata dal punto di osservazione del carnefice. E’ questo che testimonia la ricchissima documentazione antologica di testi giornalistici serviti da base per lo spettacolo teatrale allestito e interpretato da una convincente Marina Senesi e nato sulla scorta del certosino lavoro svolto dalla ricercatrice Cristina Gamberi. Un progetto realizzato con il patrocinio di ‘Pari opportunità Rai’, a cui hanno dato il proprio contributo anche Filippo Solibello e Marco Ardemagni per le voci fuori campo, Lucia Vasini per la regia e la musicista inglese Tanita Tikaram che ha regalato allo spettacolo l’inedito “My Enemy”.

il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)
il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)

‘Cambiare la prospettiva’ in questo caso vale in prima istanza come esortazione agli operatori dell’informazione, ma anche come linea di condotta da seguire per le prossime attività formative rivolte ai giornalisti stessi. Erano loro i destinatari privilegiati dello spettacolo di venerdì, non solo perché è il loro lavoro che ha originato la stesura del testo, ma perché la rappresentazione rientrava nel novero delle attività di aggiornamento professionale da un paio d’anni rese obbligatorie per la categoria. Il ricorso a una modalità di comunicazione non tradizionale ha costituito una riuscita innovazione rispetto ai canoni usuali. Raramente, nei precedenti incontri, si era registrata tanta partecipe attenzione: il messaggio teatrale ha una forza di coinvolgimento superiore a una comunicazione ordinaria. Così il pubblico dei giornalisti ha riguardato il proprio lavoro allo specchio, scoprendo ciò che nel trantran quotidiano normalmente non si coglie come peccato di superficialità: l’essere schiavo di stereotipi.

Marina Senesi
Marina Senesi

È stato utile a tutti questo spettacolo. E potrà contribuire a migliore la qualità dei nostri giornali se aumenterà la sensibilità di chi li scrive. L’auspicio è che possa entrare anche nelle scuole, per fungere da antidoto con cui vaccinare le nuove generazioni. E al contempo la speranza è che questo riuscito esperimento induca l’Ordine dei giornalisti a contemplare fra le sue attività formative – in via continuativa e non estemporanea – anche iniziative con modalità di comunicazione originali ed eterodosse come questa.

Un monaco e una macchina fotografica per unire Oriente e Occidente

Guido Santi e Tina Mascara sono due registi di origini italiane, residenti a Los Angeles, autori del documentario “Monk with a Camera: the life and journey of Nicholas Vreeland”, presentato in anteprima all’International documentary film festival di Amsterdam (Idfa 2013), ha già fatto il giro del mondo, America, Taiwan, Australia, India, Israele.

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La locandina

Il film racconta la storia vera di un uomo che non ha avuto paura di impegnarsi in un percorso diverso – hanno dichiarato Guido Santi e Tina Mascara – in cui trova una ragione in più per portare avanti il suo lavoro di artista. E’ un racconto sul legame profondo tra Oriente e Occidente, su come trovare un punto di equilibrio in un mondo sempre più instabile, per aiutarci a capire meglio noi stessi e il tempo in cui viviamo. La storia è quella di Nicholas “Nicky” Vreeland, figlio di un ambasciatore e nipote della mitica direttrice di Vogue Diane Vreeland. Nicky è stato per molti anni un importante fotografo del jet-set e del mondo della moda (allievo e assistente di Irving Penn e Richard Avedon), diventato il primo abate occidentale a condurre un monastero buddista in Tibet. Questo cambiamento di vita è avvenuto dopo che ha incontrato il venerabile maestro buddhista Khyongla Rato Rinpoche, fondatore del Tibet Center in New York e avere studiato con lui per numerosi anni.

L’importante fotografo ha abbandonato i privilegi della mondanità e del successo per seguire l’ideale buddista e trasferirsi in India. Quando il Dalai Lama l’ha nominato abate del monastero di Rato Dratsang, gli disse: “Il tuo compito è di colmare la tradizione tibetana e il mondo occidentale”. La mostra itinerante, con le fotografie in bianco e nero realizzata dallo stesso Vreeland, ha fatto proprio questo, riuscendo a raccogliere 500.000 dollari, utilizzati per la ristrutturazione della sede indiana di Rato Dratsang. Il monastero è stato ricostruito grazie all’abilità di Nicholas, ritornato a impugnare la macchina fotografica dopo 28 anni, soltanto con l’obiettivo di contribuire a questa nobile causa. Il documentario consente di conoscere Nicky e il suo straordinario viaggio spirituale, restando dietro la tenda del buddismo tibetano ed entrando nel cuore e nella mente di un uomo. Osservandolo si arriva a capire il lento percorso che l’ha portato lontano da una vita di successo, apparentemente già impostata, per abbracciarne un’altra completamente diversa, attraversando quindi il paradosso tra fama e umiltà.

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Nicky e il Dalai Lama

Nel documentario, diretto da Guido Santi e da Tina Mascara, questa grande storia è raccontata con il contributo di personaggi come il Dalai Lama e l’attore Richard Gere. La colonna sonora è stata composta da Pivio e Aldo De Scalzi, che si sono ispirati al minimalismo americano degli anni ‘70 e in particolare a maestri come Steve Reich e Philip Glass. Nella realizzazione delle musiche i due musicisti hanno aderito pienamente ai contenuti spirituali del film, basandosi su strumenti quali marimba, piano, xilophono, chitarre e un quartetto d’archi eseguito dallo Gnu Quartet, un gruppo musicale composto da Raffaele Rebaudengo (viola), Francesca Rapetti (flauto), Roberto Izzo (violino) e Stefano Cabrera (violoncello). Non mancano, naturalmente, i riferimenti alle musiche devozionali dei luoghi in cui il buddhismo è più praticato.

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Tina Mascara e Guido Santi

Guido Santi è un regista e produttore nato in Italia, vive e lavora Los Angeles, dove è anche insegnate di “Estetica e storia del cinema” presso il College of the Canyons a Santa Clarita. Santi ha realizzato il film “Mandala: The journey of a dancer” (2002) e, con la moglie Tina Mascara, il documentario “Chris & Don. A love story” del 2007, sulla vita dello scrittore Christopher Isherwood e del pittore californiano Don Bachardy. Santi ha lavorato in Italia scrivendo e dirigendo cortometraggi, inoltre, ha collaborato per quattro anni con il progetto/scuola “Ipotesi Cinema”, il laboratorio fondato da Ermanno Olmi e Paolo Valmarana nel 1982 a Bassano del Grappa. In seguito ha conseguito un Master in produzione cinematografica all’University of Southern California e ha prodotto special televisivi e documentari.

Tina Mascara è una regista e produttrice americana, nata nel West Virginia, che ha studiato giornalismo e fotografia all’Istituto d’Arte di Pittsburg e si è laureata in Film Program al Los Angeles City College. Tina ha prodotto e diretto due film: “Jacklight” nel 2000 e “Asphalt stars” nel 2002. Il documentario “Chris & Don”, realizzato insieme al marito, è considerato un cult.

Official Trailer su Youtube [vedi]

Fotografie dal sito “Monk with a camera” [vedi]

IL TEST
Deck Tape e amplificatori, quando il suono scorreva su nastro

2. SEGUE – Il nome Sanyo significa “tre oceani” ed è riferito all’ambizione del fondatore di vendere i propri prodotti, a livello mondiale, attraverso l’oceano Atlantico, Pacifico e Indiano. Le prime produzioni riguardarono fari per biciclette, radio di plastica (1952) e lavatrici a pulsanti, una novità per il Giappone del 1954. La società nipponica ha collaborato con Sony per la creazione dei formati video Betamax e Video8, poi le strade si sono divise per questioni legate alle nuove tecnologie: Sanyo ha supportato il formato Hd Dvd per i film ad alta definizione, mentre Sony ha puntato sul Blu-Ray, divenuto in seguito lo standard di riferimento per i nuovi dischi a lettura ottica. Sanyo ricevette, per tre anni consecutivi, il premio J.D. Power and Associated per la maggiore soddisfazione dei clienti degli 8 più famosi produttori di telefoni cellulari, nell’ultimo decennio questo premio è stato assegnato ad Apple per l’iPhone.
Il 7 novembre 2008 il consiglio di amministrazione annunciò che la società sarebbe stata incorporata da Panasonic, creando così il più grande polo mondiale nel settore Hi-Tech.
Il 1º marzo 2011 Sanyo ha cessato di esistere.

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Deck Tape Sanyo RD-5500

Abbiamo testato alcuni componenti Hi-Fi Sanyo riscontrando spesso un “valore aggiunto” rispetto ai prodotti concorrenti, per esempio nei Deck Tape è quasi sempre presente la regolazione del suono in uscita, negli amplificatori si può selezionare il reverse tra il canale destro e sinistro, per non parlare della presenza del circuito di equalizzazione (JA 7110, JA 300). Tra i registratori di audiocassette ci ha incuriosito l’RD-5500, costruito con una sofisticata ingegnerizzazione meccanica ed elettronica, in grado di alloggiare al suo interno la cassetta e di gestirla tramite spie e sensori.

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Particolare della componentistica di un Tape Deck Sanyo
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Il particolare vano cassetta della piastra RD-5500

Ricerca, design e genialità sono alla base di questo progetto, il cui risultato ha prodotto un apparecchio stilisticamente originale e dal suono “imbarazzatamente” brillante. Lo stesso deck fu commercializzato con il brand “Otto” mentre, con il marchio Grundig, fu prodotto il “gemello” RD-5600, del tutto simile al precedente ma privo dell’originale sistema di alloggiamento del nastro.

 

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L’RD-5500 accoglie al suo interno la cassetta, appositi led esterni hanno il compito di segnalare eventuali anomalie

I nostri test sono proseguiti con l’amplificatore DCA 611 e il tuner FMT 611UL, riportati “in vita” da Innokentiy Fateev, un noto pittore russo con la passione dell’Hi-Fi: “Non sono un tecnico ma mi piace studiare l’elettronica. Mi ha stupito la semplicità con cui è stato disegnato il circuito. Certo, già da qualche tempo i giapponesi avevano cominciato a semplificare i circuiti per tagliare i costi della mano d’opera, quindi l’introduzione dei moduli STK all’interno dell’ampli finale sostituivano i componenti discreti. Sui blog si trovano varie opinioni riguardo a come la qualità del suono sia migliorata o meno con queste modifiche, il fatto che l’ampli in questione sia arrivato fino ad oggi con i suoi STK originali funzionanti mi fa pensare che siano stati costruiti molto bene. Un’altra cosa che mi ha stupito è che, nonostante le condizioni nelle quali l’ho trovato (era messo male, l’ho comprato forse per pietà), dopo la pulizia dalla ruggine e dalla sporcizia, tutti le luci funzionavano! Su un blog americano ho letto un paio di storie di gente che ha trovato lo stesso apparecchio abbandonato per strada, in condizioni pietose e, con un po’ di lavoro, è riuscita a rimetterlo “in moto”; come dicono gli amici su audio karma: “… costruito come un carro armato”. Ho fatto alcune prove paragonando il suono con il mio Marantz 2270 (restaurato di recente con i condensatori nuovi) e con il Pioneer SX 780 e direi che il suono assomiglia più al Pioneer, che tende verso un suono frizzante, meno colorato del “caldo” Marantz, suono dinamico e pronto.”

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Sanyo DCA 611
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Sintonizzatore Sanyo FMT 611UL

E continua, “La canzone “Owner of a lonely heart” degli Yes, suonata con un DCA 611, è veramente un perfect match… Questa, comunque, è una questione di gusti, piccole sfumature. Rimane un amplificatore ampiamente sottovalutato, sconosciuto, che sicuramente meriterebbe un posto d’onore a fianco dei suoi competitori giapponesi”.

 

Continua… Il prossimo articolo prenderà in esame il design giapponese degli anni ’70 e ’80, la cui evoluzione si ispirò al movimento postmoderno italiano di Memphis e Studio Alchimia.

Per leggere la prima parte dell’inchiesta clicca qui.

Si ringraziano: Massimo Ambrosini [vedi], Lucio Cadeddu, Direttore della rivista “Tnt-Audio” [vedi]
Innokentiy Fateev [vedi].

L’amore che cambia (e l’amore che resta)

“Ritornerò da te con questo cielo in mano…” canta al Festival di Sanremo Giovanni Caccamo; poco dopo nello spazio televisivo dedicato alla pubblicità, lo spot dei Baci Perugina recita gli eterni versi di Prevert “i ragazzi che si amano”, eterna suggestione dello stato nascente. Romina Power e Albano cantano insieme perché la gente, che ne ha fatto il prototipo della coppia felice, non ne vuole sapere delle storie che li hanno portati in altre vite. Sul Corriere della Sera del 13 febbraio Silvia Avallone ripropone l’elogio della lunga durata dell’amore che accompagna la vita di chi invecchia insieme. Troppo facile parlare dell’amore appassionato, della sicurezza arrogante di un corpo capace di suscitare desiderio e, al contrario, della bellezza perduta.
L’eterna suggestione dell’amore, ben oltre la festa di San Valentino, alimenta il bisogno di continuità e di emozione, di riconoscimento e di rinnovamento: emozioni che parrebbero inconciliabili e che pure, ognuno, si illude di conciliare.
E ora c’è la rete: l’amore al tempo di Internet propone contatti (non solo virtuali, ovviamente) in pochi minuti utilizzando i vantaggi del mobile e della geolocalizzazione è possibile combinare incontri; moltissimi siti ormai propongono l’incontro dell’anima gemella, attraverso gli algoritmi che elaborano gusti, passioni, “qualità” dichiarate per offrire profili compatibili. La rete cambia tutto e nulla allo stesso tempo. Cambia le forme del contatto e del corteggiamento, la fonte delle gelosie, i modi di essere presenti anche a distanza, attraverso video e chat, non cambia le emozioni, la tensione verso la sicurezza, il bisogno di continuità, come le tentazioni di fuga.
Bisogna riconoscere che la parola amore riconduce ad unità (inevitabilmente banalizzando il tema) una larga varietà di sentimenti ugualmente importanti per la vita e che non possono essere interpretati con l’antinomia passione/solidarietà. Non vi è dubbio che l’amore è anche amicizia, che comporta la capacità di coltivare le relazioni, di prendersi cura, avere la pazienza dell’ascolto, guardare (ed essere guardati) con occhi benevoli e non giudicanti. Come dice Francesco Piccolo (Corriere della sera, 9 febbraio) amarsi vuol dire anche farsi compagnia in alcuni pomeriggi piovosi della domenica e desiderare di eliminare gli stessi concorrenti di Masterchef. Ma oggi, dopo la stigmatizzazione dell’amore liquido, dell’amore “usa e getta” (banale descrizione dell’aspirazione all’autenticità con cui gli individui hanno cercato di misurarsi), l’accento torna sull’amore “sentimentale”.
Il discorso sull’amore riflette lo spirito del tempo. Il discorso odierno sull’amore esalta la continuità, quella tenacemente costruita. Non a caso: questo tempo sollecita il bisogno di legami, già il lavoro è sufficientemente precario, che almeno l’immaginario emotivo sia alimentato da sentimenti di lunga durata! Anche il discorso sull’amore, così eterno e universale, è influenzato dal clima sociale e dal tempo della storia.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei consumi. Studia le scelte di consumo e i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network.
maura.franchi@gmail.com

IL FATTO
Il viaggio della nave italiana in fuga dalla Libia

Cielo nero sulla Libia. Mentre la nostra ambasciata a Tripoli sospende le attività e l’esodo italiano comincia (o meglio continua, perché era già iniziato e intensificato dopo gli eventi dell’hotel Corinthia dello scorso 27 gennaio), non possiamo che dare uno sguardo al mare. Quel mar Mediterraneo che è sempre stato la culla di tante civiltà, un mare magnum oggi diventato cimitero di barconi, con le sue rigogliose sponde terribilmente trasformate, infuocate e piene di disperati che cercano solo una via d’uscita. Questa partenza non è sicuramente paragonabile a quella storica degli anni Settanta, quando gli italiani furono cacciati da Gheddafi, o a quella del 2011, quando era scoppiata la guerra per rovesciarlo. Ma ogni volta che si lascia un Paese dove si è vissuto, incontrato tante persone uniche e conosciutone la storia, si va indietro con la memoria e un po’ ci si immedesima con quelle stesse sensazioni che tanti italiani avevano provato. Immaginiamo, quindi, che oggi sia un po’ come allora. Mentre la nave rientra, e, scortata, viaggia verso la Sicilia con tappa a Malta, si lasciano indietro i ricordi, le paure e il terrore provati sentendo spari di proiettili e urla concitate, intravedendo bandiere nere all’orizzonte. Quando si sentono i vetri tremare e si vedono fumo e camionette cariche di militari non si sa mai cosa attendersi, dove andare, dove scappare. Si pensa alla propria vita ma anche a quella di chi a fianco a te non avrà la possibilità di andarsene. Mentre tu sì, avrai qualcuno che penserà a te, che potrà portarti via da lì. Credo che quando si parte in questo modo, lasciando una vita alle spalle costruita con fatica e sacrificio (perché nell’esodo ci sono tante famiglie miste), si perde parte di sé, della propria storia, la propria speranza. In una Libia che brucia, con il califfato che avanza, non si può non pensare agli amici che si lasciano lì, ai giorni trascorsi a bere il tè, ai tramonti tripolini sul mare dorato, alle passeggiate nella Medina, alle case coloniali, alle belle moschee ricamate, al richiamo del muezzin che svegliava la mattina presto, a quel dolce rumore delle onde che lambivano spiagge oggi terrificate. Tanti italiani hanno vissuto queste sensazioni. Tanti le lasciano qui, ai loro amici, nella speranza di tornare a riprendersele, ma le porteranno anche con sé, per sempre.
La Libia è vicina, è nei nostri occhi, nei nostri ricordi, nei nostri cuori, nelle colonne di Leptis Magna che fanno ombra a pensieri di gioia, a ricordi di momenti spensierati trascorsi a passeggiare fra quelle rovine. In quelle stesse colonne che fanno ombra all’amore per quella terra, per quella storia che è anche la nostra, che richiamano gli imperatori che guardavano quegli stessi alberi che oggi, sotto il sole cocente, sono bruciati e arsi dal fuoco delle armi inclementi. La Libia è quei minareti che fanno ombra al colore della terra che tende le braccia al cielo, aspettando le stelle. Un giorno.
Nel 2012, la bandiera libica sventolava leggera, il popolo voleva solo libertà e democrazia. Si parlava di futuro, di progetti di ricostruzione, di cultura che avanzava. C’era speranza. Oggi si ha di nuovo paura, aldilà e al di qua di quelle coste del Mediterraneo che si colorano di nero. Il nero delle bandiere e della terribile morte che porta quel mare dove ci si butta per cercare di scappare lontano. Una preghiera intensa, allora, si levi al cielo, perché quel nero non prenda mai il sopravvento, perché l’uomo diventi Uomo, una buona volta, fermando una catastrofe che sembra imminente e inarrestabile. Perché torni a pensare e a sentire il profumo della terra e dei limoni del Mediterraneo.

LA RIFLESSIONE
Il viaggio della vita di Severgnini sbarca a teatro e porta speranza

Un lieve velo di ironia che fa riflettere e per una volta apre la mente alla speranza. Si è svolto venerdì 13 febbraio, nella splendida cornice di un affollatissimo Teatro Comunale “De Micheli” di Copparo, lo spettacolo La vita è un viaggio, con protagonisti Beppe Severgnini e Maria Isabella Rizi, le musiche originali dal vivo di Elisabetta Spada e la regia di Francesco Brandi.

Liberamente ispirato agli ultimi due libri di Severgnini (“Italiani di domani” e l’omonimo “La vita è un viaggio”), lo spettacolo è il racconto di una notte passata all’aeroporto di Lisbona da un uomo di mezz’età (Beppe Severgnini) e da Marta (Maria Isabella Rizi), una ragazza ventottenne, ambedue in attesa della fine dello sciopero che impedisce ad entrambi di partire per le rispettive destinazioni: lui in viaggio verso Boston a tenere conferenze; lei verso il Brasile dove, dopo aver abbandonato la carriera di attrice poiché poco riconosciuta, si è decisa ad aprire un chiringuito insieme al fidanzato surfista. Sarà proprio una litigiosa chiamata in lingua inglese tra quest’ultimo e Marta ad attirare l’attenzione dell’uomo, il quale non solo non si fa alcun problema a bombardare la scontrosa ragazza di domande, ma si dimostra inoltre incurante del suo disinteresse e della sua chiusura nell’instaurare un qualsiasi dialogo. Ecco però che questo insolito incontro, nel bel mezzo della notte, in un aeroporto apparentemente vuoto, diviene un pretesto per i due di conoscersi meglio e di interrogarsi sulle rispettive vite. Le prime interminabili e a volte anche presuntuose domande dell’uomo serviranno alla ragazza per ripensare bene al suo passato, alle sue scelte, al suo futuro. Ma serviranno nel medesimo modo all’uomo, perché non è poi così scontato che un divulgatore di innumerevoli consigli di vita sia poi così sicuro di ciò che vorrà fare da “ancora più grande”. Alla fine quindi i viaggi dei due, probabilmente, non saranno più gli stessi.

Beppe Severgnini sceglie il teatro per dare continuità al successo dei suoi ultimi libri. Uno spettacolo leggero ma estremamente profondo, interpretato dai due attori con quel godibilissimo filo d’ironia che rende il tutto veramente piacevole da guardare e, allo stesso tempo, un pretesto per pensare e riflettere. Ed è così che dubbi, perplessità, debolezze, arrabbiature sono i tristi sentimenti che emergono dalle risposte alle tartassanti domande dell’uomo da parte della ragazza, la quale si trova ad incarnare gli stessi sentimenti di un’intera generazione italiana, rimasta senza fiducia nel proprio paese e pronta, se necessario, appunto, a partire. Il tutto impreziosito dalle musiche di Elisabetta Spada (nei panni di una “terza incomoda” passeggera, anch’essa in attesa) che intervallano lo spettacolo scandendone i vari capitoli.

Seguo spesso Severgnini, leggo i suoi articoli ed il blog che tiene da tempo per il Corriere della Sera, i suoi libri, e ho partecipato a vari eventi che lo hanno portato in giro nei vari festival di tutta Italia. E come spesso avviene, anche questa volta ma nell’insolita veste di attore teatrale, è riuscito ad entusiasmarmi ma soprattutto a suscitare in me qualcosa di speciale: speranza. E chi conosce Severgnini sa bene che in Italia sono pochi i personaggi noti così attenti alla questione giovanile del nostro Paese e, ancora più importante, pochi sono quelli che riescono a fare dell’ottimismo un vero e proprio marchio di fabbrica. Esattamente come nei suoi libri, Severgnini anche in questo spettacolo mette i giovani al centro, senza preoccuparsi di apparire presuntuoso ed essere etichettato come il solito borioso adulto saccente. Al contrario, dall’alto della sua esperienza, l’unico suo intento è trasferire i suoi consigli (frutto di una vita spesa tra molti viaggi in giro per il mondo e la scrittura) ai giovani d’oggi, sempre più demoralizzati e senza alcuno stimolo, senza prospettive, al punto di intraprendere un viaggio per non si sa bene dove e nemmeno veramente il perché; l’unico pensiero è andarsene. Ecco invece che il noto giornalista ci ferma, ci parla e si preoccupa di farci pensare più intensamente a noi stessi e alle nostre capacità, sottolineando il fatto che soprattutto noi giovani italiani abbiamo potenzialità da non sprecare per nessuna ragione; potenzialità ben più forti delle difficili barriere che la triste situazione del giorno d’oggi ci mette davanti. Le regole per riuscirci in fondo sono poche ma fondamentali: tenacia nell’inseguire i nostri obiettivi, tempismo perché di treni ne passano molti e la difficoltà sta nel prenderli, ma soprattutto la ricerca profonda del nostro vero talento, quell’elemento che ci contraddistingue e incanala in quello che siamo veramente portati a fare. Il tutto senza screditare l’importanza del viaggiare e del conoscere il mondo, perché a detta sua solo chi viaggia è in grado di superare quel sentimento di intolleranza che dilaga in quantità sempre maggiori, oltre al non scordarsi mai che la conoscenza del mondo che ci circonda è la prerogativa fondamentale per viverci bene. Quello che importa è non dimenticarsi della propria terra e, se possibile, tornarci. Tornare in questa Italia per ricostruirla e riportarla in alto tramite le sue eccellenze e le sue bellezze delle quali proprio noi giovani dobbiamo essere portabandiera.

Ecco quindi quel bellissimo concetto, oggi quasi scomparso, di nome speranza. Ascolto Severgnini e mi accorgo sempre di più come a noi servano più personalità come la sua, in grado cioè di parlare apertamente di un futuro migliore ma per davvero, senza slogan o manifesti ma solamente ritornando a farci credere in noi stessi. E ancora, qualcuno in grado di sapersi aprire ad una pura autocritica, capace cioè di ammonire la generazione degli “anta” circa il fatto che “arrivati ad una certa età, non saper diffondere consigli ai più giovani è da cretini più che da irresponsabili”.
Impariamo tutti quindi, grandi e meno grandi, da questi preziosissimi consigli; impariamo a valorizzare nel modo giusto noi stessi; impariamo a (ri)valorizzare la nostra bellissima Italia.

La metà dell’amore

Da una separazione imposta, da uno strappo nasce la ricerca di unità e ricomposizione del tutto. Lo sosteneva anche Platone, nel Simposio, che le due metà cercheranno sempre quell’interezza che chiamiamo amore. Questo spasmo verso una cosa che è stata negata, lo vive la donna protagonista del racconto “L’uomo seme” di Violette Ahilaud, edito da Playground e che ha ricevuto numerose segnalazioni anche sulla stampa nazionale.
Lei, privata del suo uomo, rimane monca, le si azzera la proiezione di futuro che con lui poteva avere. Chiamati alle armi, gli uomini del villaggio se ne vanno, l’amore delle loro donne diventa dolore e poi odio, l’odio dell’impotenza. Senza uomini, la vita non può generare altra vita, che destino potrà mai esserci davanti?
Le donne del villaggio sono compatte, devono essere pronte se mai dovesse, un giorno, arrivare un uomo che sarà l’uomo seme, con nessun’altra funzione che inseminarle, loro così “gravide di dolore”. Come delle Ecclesiazuse, ma senza il comico, le donne governano il villaggio, stabiliscono regole, pianificano l’arrivo dell’uomo seme: se lo divideranno, niente amore né sentimenti, solo un atto meccanico, uno scambio per non scomparire.
Lei è la prima donna che lo incontra e, quindi, avrà il diritto di essere la prima anche di fronte alle altre, sarà come Eva, con un diritto di precedenza, tutte le altre dopo.
L’uomo seme si chiama Jean, assolve il suo compito, ma con lei, solo con lei, quell’atavica ricerca di completezza non può rimanere fine a se stessa, l’amore è più forte e s’annida, assieme al seme. La felicità si mette dentro alla disgrazia, una felicità spuria perché genera in lei turbamento e senso di colpa: l’amore non può essere cristallizzato verso Martin che non c’è più e chissà se tornerà dal fronte, l’amore chiama ed è chiamato, va verso l’uomo seme.
Jean ha la capacità di amare, i suoi gesti lo confermano, Jean legge e con lei parla, tra loro nasce una condivisione complice che non si spezza.
Ma la vita gira, i cammini proseguono e la felicità vissuta non si dimentica.

“L’uomo seme”, Violette Ahilaud, Playground, Roma, 2014, pp. 64

Ferraraitalia ha di recente pubblicato un’intervista al fondatore e direttore editoriale della casa editrice Playground [vedi] che racconta anche la scoperta del manoscritto francese: Violette Ailhaud (1835-1925) racconta una storia vera vissuta in prima persona nella seconda metà dell’800; scrive il romanzo all’età di 84 anni, nel 1919, che viene pubblicato in Francia postumo nel 1950.

SETTIMO GIORNO
Follia e crudeltà
(aspettando un altro Eliogabalo)

ELIOGABALO – Eliogabalo (o Elagabalo, o Marco Aurelio Antonino, o Vario Avito Bassiano), di nobile famiglia siriana, cugino di Caracalla, divenne imperatore di Roma nel 218. Aveva 14 anni, mi pare sia da ricordare come il più giovane imperatore dell’Urbe. Troppo giovane. Sua madre lo guidava bene e, tutto sommato, oggi possiamo dire in modo non del tutto convenzionale, visto che il ragazzino è stato, nella storia del nostro Paese, il governante più democratico tra quanti lo avevano preceduto e quanti lo avrebbero seguito. Quando, poverino, lo innalzarono alla massima carica dell’impero più potente del mondo erano in piena effervescenza le lotte per il potere tra Occidente e Oriente, ma lui pensò che fosse suo dovere togliere un po’ di boria lussureggiante ai romani potenti, boria e danaro, per riequilibrare la società e donare alle masse popolari qualcosa del maltolto ai signori. Ma non si limitò soltanto a questo: il ragazzino imperatore pensava in grande, pensava addirittura a uno stato precomunista, limando la proprietà privata e rafforzando quella statale, insomma cercando di realizzare, sia pure con forme paternalistiche, un proto socialismo di stato, provvidenze sempre crescenti (humiliores) per le classi meno abbienti, mentre l’imprenditoriato e la grande proprietà privata venivano sottoposti a una pesante pressione fiscale. Una cosa del genere in Italia? Figuriamoci! Il ragazzino, dopo quattro anni di follie sociali venne ucciso con sua madre, sì che non fosse più possibile per lei mettere al mondo un altro sciamannato. E così è stato fino a oggi, se un dittatore populista c’è stato a Roma in poco tempo si è trasformato in monarchico baciapile. Crediamo nella democrazia? Allora informiamoci sull’etimologia della parola: demos, popolo, e kratia, potere, potere al popolo. Ma quando mai?

FOIBE – Giustamente è stata celebrata giorni fa una giornata della memoria dedicata alla tragedia delle foibe, quei pozzi carsici entro i quali venivano gettati, vivi o morti, i nemici, ma non soltanto gli italiani, come una storia distorta malandrina ci insegna: gli assassini non sono stati soltanto gli slavi finito il secondo conflitto mondiale, le foibe, intese come sepolcri, le abbiamo inventate noi italiani alla fine della prima guerra mondiale, quando la follia fascista ci portò a compiere dei massacri mai visti. Bisognava “italianizzare” le popolazioni slave, costringerle a parlare italiano, a cambiare il proprio nome, a pensare italiano, altrimenti… giù nelle foibe. Un poetastro triestino di sana fede fascista coniò anche il verbo da usare in questi casi: “infoibare”, verbo che è rimasto nel linguaggio locale. Non meravigliamoci, gli italiani ne hanno combinate di tutti i colori là dove pensavamo che Dio ci avesse fatto padroni, chi non crede vada a leggersi la storia delle nostre colonie, a cui molto modestamente ho contribuito avendo raccolto in Somalia, in Etiopia, in Eritrea le testimonianze dei vecchi, gli ultimi ad aver subìto la nostra indecorosa ferocia (non la racconto qui), ferocia che abbiamo sperimentato dovunque siamo arrivati. L’abbiamo esportata in America, abbiamo insegnato come si fa a “incaprettare”, verbo che i dizionari della nostra bellissima lingua colpevolmente si dimenticano di inserire tra le loro voci, incaprettare significa prendere un uomo nostro nemico, legarlo mani e piedi dietro la schiena, tagliargli i testicoli, ficcarglieli in bocca e farlo morire così; oppure fare al nostro nemico il piedistallo, cioè mettere il prigioniero ritto con i piedi dentro un secchio di calce, lasciare che la calce si solidifichi e poi gettare questa statua umana in mare; oppure immergere, sempre il nostro prigioniero, dentro una vasca di acido solforico, lentamente, molto, molto lentamente… la fantasia italiana non conosce limiti. Gli jiadisti? Dilettanti, la mafia non li prenderebbe mai in considerazione. Noi siamo i veri maestri della crudeltà più spietata. Viva l’Italia!

Leggendario Arnoldo Foà nel ‘Novecento’ di Baricco

STANDING OVATION: I PIU’ ACCLAMATI SPETTACOLI TEATRALI DEL XXI SECOLO
“Novecento” di Alessandro Baricco, con Arnoldo Foà, Teatro Comunale di Ferrara, dal 12 al 14 novembre 2004

Monologo di enorme successo, “Novecento” di Alessandro Baricco, interpretato dal nostro celebre e illustre concittadino Arnoldo Foà. Com’è noto, grazie anche all’adattamento per il grande schermo, dal titolo “La leggenda del pianista sull’oceano” ricavatone da Giuseppe Tornatore nel 1998, la vicenda narra di un suggestivo personaggio, che ha nome appunto Novecento, vissuto senza mai scendere a terra sul piroscafo Virginian, suonando il pianoforte e guadagnandosi la leggendaria fama di più grande pianista del mondo. Il protagonista ripercorre la sua straordinaria vita e ne affronta l’epilogo con stoica determinazione e soprattutto con incrollabile fedeltà e coerenza.
L’autore, il quarantacinquenne torinese Alessandro Baricco, scrittore affermatissimo ed esperto musicologo, ha scritto vari romanzi di largo successo, fra cui “Castelli di rabbia”, “Oceano mare” e “Seta”. Ma è con “Novecento” che ha colto il successo internazionale: tradotto in tutta Europa nonché in Giappone, Brasile, Israele, il testo ha fatto breccia nella sensibilità di innumerevoli registi e attori di teatro e di cinema, i quali lo hanno via via adattato per la radio, per il cinema e messo in scena, oltre che in Italia, in Francia, Spagna, Belgio, Svezia, Russia, Canada, Brasile, Giappone, Argentina, Inghilterra e negli Stati Uniti.
L’interprete, Arnoldo Foà, nato a Ferrara da famiglia di origine ebraica, è una delle voci più importanti del teatro italiano. Ha lavorato con “mostri sacri” come Cervi, Pagnani, Stoppa, Ninchi, Orson Welles, è stato diretto fra gli altri da Majano, Visconti, Strelher, Montaldo, si è cimentato anche nella regia di opere teatrali e liriche. Il suo nome è legato a famosi sceneggiati televisivi: “La freccia nera”, “Giamburrasca”, “David Copperfield”, ecc. Foà è inoltre scrittore, pittore, scultore, giornalista.

NOTA A MARGINE Informazione e violenza alle donne, un rapporto a ‘Doppio taglio’

E’ con alcune riflessioni su pagine e titoli di giornali usciti all’indomani dell’omicidio dell’attrice Marie Trintignant, colpita con 27 pugni letali dal compagno Bertrand Cantat, leader della rock band Noire Désir, che si apre lo spettacolo “Doppio Taglio” di Marina Senesi, attrice e autrice dell’affresco sul rapporto tra informazione e violenza sulle donne. Mai titolo di un monologo fu più azzeccato: alle ferite spesso letali, si aggiungono quelle provocate da notizie il cui linguaggio è irrispettoso delle vittime. Esiste un cliché, un pensiero comune, un modus operandi talmente radicato da non risparmiare nessuno e niente, neppure l’obiettività dei giornalisti. La faccenda, purtroppo, è culturale.

Solo analizzando nel dettaglio gli articoli, smontandoli un pezzo alla volta come ha fatto la ricercatrice Cristina Gamberi il cui lavoro ha ispirato la Senesi, emerge con chiarezza la “violenza” delle parole. Ci sono pezzi di cronaca più taglienti di un coltello, sprofondarli insieme con tutto il giornale in una bacinella d’acqua come ha fatto in scena la Senesi per trasformarli in cartapesta buona per le maschere, risulta persino un gesto generoso. Certi virgolettati, alcuni sommari sono come rifiuti tossici, avvelenano l’anima di chi resta, infangano la memoria e non aiutano un cambiamento culturale doveroso. L’omicidio Trintignant è un caso emblematico. Marie, è stato scritto, aveva una vita sentimentale intensa e tre figli con compagni diversi. E allora? Il giudizio è implicito: se l’è cercata. Sui piatti della bilancia mediatica ci sono una donna assassinata e un cantante rock di successo, politicamente impegnato, la cui carriera, dice la stampa, viene travolta da un imperdonabile errore. Un errore replicato 27 volte: una contraddizione in termini.

Doppio Taglio prosegue analizzando tra gli omicidi quello di Barbara Cicioni per il quale è stato condannato il marito Roberto Spaccino. Quest’ultimo durante il processo fu descritto come una persona stimata, un grande lavoratore al quale qualche volta scappava la mano, ma sua moglie in ospedale, dichiarò, non c’era mai finita. Come dire, botte ma non troppo, cose sopportabili per amor di famiglia.
Al momento della morte Barbara era incinta di otto mesi e il giudice, racconta la Senesi, dispose l’esame del Dna del feto perché il marito sospettava fosse frutto di un tradimento. Se così fosse stato, ma non era, si potevano creare le basi per una possibile attenuante all’assassinio. Attenuante? Il peggio poi sta in due passaggi scoraggianti: la notizia della morte di Barbara Cicioni tiene le prime pagine solo fino a quando il delitto sembra essere stato opera di una banda di stranieri. Fugati i dubbi di un’emergenza sociale, scivola nelle retrovie; infine il nome della vittima scompare per lasciar posto alle istanze dei genitori e a quelle dell’assassino a cui si impediva di incontrare i figli in carcere.

Esempi di scena, ma purtroppo realtà incarnate da parole e foto d’accompagnamento agli articoli, immagini dalle quali non compare mai un “lui” fatta eccezione per qualche particolare, un pugno, un braccio alzato, ma si vede sempre una “lei” massacrata, impaurita, arresa. Forse è arrivato il momento di cambiare registro, di capovolgere la situazione, di studiare il fenomeno della violenza sulle donne, di usare con consapevolezza i termini femminicidio (sociologico) e femmicidio (criminale). E’ il minimo. Ed è un po’ questo il messaggio di Doppio Taglio, andato in scena grazie a teatro Ferrara Off, UDI, Centro Donna Giustizia insieme all’Assessorato alle Pari Opportunità. Lo spettacolo, accreditato dall’Ordine del Giornalisti dell’Emilia-Romagna nell’ambito della formazione professionale obbligatoria, è stato seguito da un dibattito moderato dalla giornalista di Telestense Alexandra Boeru nel quale sono intervenute la ricercatrice Cristina Gamberi, Paola Castagnotto, presidentessa del Centro Donna Giustizia e Stefania Guglielmi di Udi Ferrara. L’incontro ha avuto il merito di aprire una riflessione sul ruolo e linguaggio dell’informazione rispetto a un fenomeno ben lontano dall’essere sconfitto anche nella nostra regione.

il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)
il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)
il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)
il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)
il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)
il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)

IL FATTO
L’inchiesta sul sisma: il ciclo delle macerie, dove è facile nascondere i ‘cadaveri’

“Fra i vari personaggi, mi è capitato di incrociare anche Bianchini e la notizia del suo arresto a dir la verità non mi ha particolarmente sorpreso”. Augusto Bianchini è l’imprenditore centese di recente finito in manette a seguito dell’inchiesta sul terremoto in Emilia del 2012. Nel tessuto regionale la sua azienda, che ha sede a San Felice sul Panaro, è davvero un pezzo forte del settore, con 15 milioni di fatturato. Un paio di settimane fa, il 28 gennaio, a seguito degli sviluppi dell’inchiesta ‘Aemilia’ che ha portato al fermo di 117 persone, è finito in carcere il patron, con l’accusa di smaltimento illecito di amianto nelle zone terremotate.
“Era un tipo chiacchierato, con frequentazioni politiche eccellenti nell’area centrista e solidi appoggi. Gli appalti li vinceva spesso. La sua azienda si occupa di strade e possiede cave”. A ricordarlo è Tito Cuoghi, un ex sindacalista che dall’inizio degli anni Novanta opera nel settore ambiente e si occupa attivamente del riciclo di macerie.

La Bianchini costruzioni era stata ampiamente citata in un articolo sull’Espresso di Giovanni Tizian già nel luglio 2013 [leggi] in cui si faceva riferimento all’iniziativa della Procura di Modena che aveva escluso l’impresa dagli appalti con un’interdittiva antimafia. Scrive il giornalista, che da anni vive sotto scorta per il suo impegno professionale contro la malavita organizzata: “Ha trasportato più di mille tonnellate di detriti nel dopo terremoto dell’Emilia. E’ protagonista del maxi appalto Expo 2015. Ora però nero su bianco ci sono rapporti sospetti, i nomi dei dipendenti vicini alla ‘ndrangheta, le accuse di smaltimenti illegali di amianto nell’area del cratere sismico”. Elementi che già un anno e mezzo fa avevano determinato il primo intervento restrittivo dei magistrati.

“Fra le macerie è facile nascondere i cadaveri – afferma con efficace metafora Cuoghi –. E i cadaveri – chiarisce -sono i rifiuti tossici e inquinanti”. E allora seguiamolo nel suo ragionamento, per scoprire questo ‘mondo delle macerie’ sconosciuto ai più ma ben noto alle cosche malavitose.

tito-cuoghi
Tito Cuoghi

“La prassi di riutilizzare gli scarti dell’edilizia e i detriti delle demolizioni, in Germania, Olanda e Francia è consolidata da tempo. In Italia è stata avviata all’inizio degli anni Novanta per impulso di un lungimirante imprenditore emiliano del settore calcestruzzi, Angelo Toschi, che si pose un problema elementare, ma sino ad allora irrisolto: perché con una mano continuare a scavare il letto dei fiumi per recuperare ghiaia (con i costi e i rischi ambientali tragicamente evidenziati dalle cronache recenti poiché – precisa Cuoghi – l’alterazione dell’alveo fluviale è motivo di squilibrio del territorio) e con l’altra creare discariche da riempire con i detriti?”. Verificata la possibilità di riutilizzare le macerie e farne una componente dell’impasto usato in edilizia, a Sassuolo brevettò un impianto di trasformazione, il primo in Italia, dando avvio al ‘progetto Rose’ (acronimo di Recupero omegeneizzato scarti edilizia), che aveva per simbolo un cumulo di detriti dai quali spuntavano i fiori. “La mia collaborazione con Toschi e il mio impegno nel settore inizia allora. Dopo tanti anni nel sindacato avevo voglia di nuova esperienze, del comparto edile in Fillea mi ero appassionato proprio di cave e così accettai la proposta e iniziai a girare l’Italia per trovare appoggi al progetto che prevedeva il reimpiego degli scarti da demolizioni edili. Nel ’97 abbiamo creato Anpar, l’Associazione dei produttori di aggregati riciclati che portò avanti l’impegno di cui ero il responsabile delle relazioni esterne. E successivamente il Quasco, centro scientifico regionale. La Toscana è stata fra le prime regioni a sviluppare un serio impegno..

Il problema iniziale era la normativa. Per legno, plastica, rifiuti urbani esistevano già i protocolli, per le macerie no. “L’impasto prodotto viene proposto in tutte le pezzature. C’è un accurato trattamento tecnologico che rende il composto simili ai residui fluviali. A un occhio profano il composto prodotto da un impianto serio si confonde con sabbia e ghiaia naturali”.
“Fin da subito trovammo una valida sponda nel ministro all’Ambiente Edo Ronchi. La legge approvata allora è ancora sostanzialmente invariata e prevede l’impiego nei sottofondi stradali e l’obbligo di utilizzo di un 30% di materiali riciclati nelle opere di costruzione. “Si potrebbe arrivare al 40%, non di più però perché esigenze di stabilità impongono una predominante componente di calcestruzzo. Ma il problema vero è il fatto che la norma è spesso disattesa…”.
Al solito, si fanno le leggi e le si aggirano. “E’ molto semplice eludere la norma, spesso ‘banalmente’ non viene richiamata nei capitolati di gara. Alcuni enti pubblici si giustificano spiegando che nei rispettivi territori non ci sono impianti di riciclaggio che forniscano adeguate garanzie di qualità. Ma in molti casi si tratta di alibi”. Dietro ci sono gli interessi dei cavatori, un mercato che reclama e funzionari compiacenti. “E’ successo di recente anche a Ferrara, ne ho discusso con l’assessore Modonesi che alla fine ha dovuto prendere atto che alcuni suoi tecnici non indicavano come condizione l’impiego della quota di materiali di riciclo”.

Il settore fa evidentemente gola a chi ha materiali inquinanti da smaltire. I rifiuti tossici vanno trattati con speciali precauzioni e il loro smaltimento ha costi significativi. E’ facile mescolare ai detriti anche pannelli di amianto (come è successo in Emilia) o altri inquinanti. Tanto poi si macina e tutto si confonde. “Facile – commenta Cuoghi – se non ci sono adeguati controlli. Il paradosso è che gli enti preposti sono tanti: Arpa, Nos, Province e Guardia di finanza. Forse troppi”. Tutti responsabili, nessun responsabile si potrebbe parafrasare. “Competenze ripartite, ciascuno un ambito e talvolta viene a mancare l’indispensabile visione d’insieme. Alla fin fine quando un compito è condiviso non è sempre chiaro chi lo debba svolgere ed è agevole a posteriori sottrarsi agli addebiti”.

Ma veniamo specificamente a quel che è capitato in regione dopo il terremoto.

“In Emilia la vicenda era nata male con l’assurda decisione di Errani che, in veste di commissario straordinario per il sisma, destinò lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti a depositi di aziende compartecipate come Hera, che non avevano alcuna specifica preparazione nel trattamento delle macerie e che si sono quindi affidate a terzi attraverso meccanismi di subappalto, che il decreto consentiva senza neppure prevedere le garanzie minime, come l’iscrizione al registro delle imprese qualificate al trattamento”. Questo passaggio di mani ha generato una catena non virtuosa in cui i ‘furbi’ si sono facilmente insinuati e le cosche hanno potuto mettere a realizzo le loro strategie. “Si sarebbero dovuti fare piani concertati per individuare aziende competenti. Così invece un buon progetto, che prevedeva il riutilizzo totale delle macerie del terremoto, si è trasformato in una mina. Anzi, in un boomerang. Perché ora, di fronte al rischio che altri inquinanti abbiano corrotto le macerie non ancora smaltite e all’impossibilità di analizzare tutto, sarà impossibile percorrere il sentiero virtuoso del riutilizzo che era stato definito: non sappiamo cosa ci sia finito in mezzo”. Quel che invece si sa per certo è che i cortili scolastici di due istituti di Mirandola e Concordia sul Secchia sono stati realizzati con materiali di recupero inquinati da amianto.

Il problema non è nuovo per questo delicato comparto. “In giro c’è molta schifezza, scarsa qualità, residui nocivi. Così è fra le macerie, come fra i terreni di riporto, per questo la movimentazione terre fa gola alla mafia. Non servono grossi investimenti e sono un facile ‘nascondiglio’. Gli emissari delle cosche avvicina i piccoli operatori del settore, li tentano, li lusingano e così ottengono la complicità di tanti”.

“Certo è anche che se si rispettano le leggi i vantaggi del recupero macerie sono molteplici. Si evita di scavare il letto dei fiumi e si riducono i danni ambientali e il consumo di territorio, si utilizzano materiali che diversamente andrebbero smaltiti, creando appositamente discariche per lo stoccaggio, si determinano risparmi economici per le aziende. Con i riciclati da macerie si integra il calcestruzzo, si realizzano sottofondi stradali, ripristini ambientali, si riempiono le cave esauste…”.

Anche quest’anno Tito Cuoghi, che fra le varie e ricche esperienze maturate ha avuto la possibilità di conoscere e collaborare anche con Don Ciotti per i progetti di Libera in Sicilia, avrà la responsabilità organizzativa di ‘Inertia’ la fiera nazionale del settore rifiuti inerti e aggregati che si tiene a Ferrara all’interno di RemTech Expo. “Sarà come sempre un’ottima occasione di confronto e verifica fra operatori, legislatori, mondo accademico e scientifico”.

L’APPUNTAMENTO
Ferrara “vulnerabile”: lunedì in biblioteca si parla del rischio-mafia

La notizia è sconcertante e merita di essere indagata. Recenti dati raccolti dall’Osservatorio sulla legalità di Unioncamere Emilia-Romagna e Universitas Mercatorum relativi allo sviluppo del fenomeno mafioso segnalano a Ferrara un allarmante potenziale incremento delle infiltrazioni e un indice di vulnerabilità che colloca la nostra città al secondo posto in regione e al quinto a livello nazionale. Ferrara, dunque, sorprendentemente permeabile. E’ mai possibile? E se è così perché non ce ne siamo accorti?
Nella ricerca si parla di “vulnerabilità” e di “rischio infiltrazione”. Ferrara risulterebbe ai vertici della poco desiderabile classifica nazionale secondo questi parametri, che indicano però una potenzialità, dunque un rischio, più che una realtà. Un rischio però da considerare con la massima attenzione. Ieri al riguardo abbiamo pubblicato un’intervista al professor Mazzitelli della Sapienza di Roma che ha curato la ricerca in questione [leggi l’intervista, leggi la ricerca].

I dati presentati e la realtà tratteggiata sollevano altri interrogativi. Cosa significa mafia oggi? Quali sono le modalità operative di un’organizzazione criminosa di stampo mafioso, in quale maniera penetra e si muove nel territorio, quali legami stipula e su quali connivenze fa leva?

A tali domande cercheremo risposta lunedì alle 17, alla sala Agnelli della biblioteca Ariostea, nell’ambito del proprio ciclo di incontri dal titolo “Chiavi di lettura – opinioni a confronto sull’attualità”. Ferraraitalia propone infatti un riflessione su questi temi, stimolata da autorevoli esperti, nella quale si alterneranno suggestioni narrative e testimonianze dirette.
Interverranno il sociologo ferrarese Federico Varese (docente alla Oxford University, fra i più autorevoli studiosi di criminalità di stampo mafioso a livello internazionale), Andrea Mazzitelli (docente all’Universitas Mercatorum e autore della citata ricerca di Unioncamere), il comandante della Guardia di Finanza di Pordenone Fulvio Bernabei (per otto anni al vertice della GdF di Ferrara), Tito Cuoghi esperto di eco-mafie e l’avvocato Donato La Muscatella referente di Libera Ferrara.

LA CURIOSITA’
Dolci regali del cuore per tutte le bambine del mondo

E’ San Valentino e noi, amanti del rosa, abbiamo trovato una chicca. Ne ha parlato anche Marie Claire, in rete girano immagini delicate che invogliano a saperne di più. Edizione limitata, dunque, per alcune belle e leziose scatole di latta piene di biscotti, qualcosa di veramente dolce in una sorta di valigetta che potrebbe contenere sogni o cartoline. A mettersi alla prova è, ancora una volta, la famosa stilista parigina Chantal Thomass, nota per le sue linee d’intimo che si trovano nelle eleganti boutique di Rue de Faubourg de Saint Honoré o di altre splendide città come Roma. Chantal, regina del fashion, ha un tocco leggero e magico, perché trasforma in delizia ogni cosa che passa nella sua mente e fra le sue mani. I biscotti, poi, sono dolci per loro stessa natura, pronti a scandire i momenti della giornata. Possono accoglierci a colazione ma anche a merenda, di fronte a un tè con le amiche, in una pasticceria profumata o in un caffè d’altri tempi. Adatti a un Caffè Greco, di via Condotti, uno dei miei preferiti, ma non solo, ovviamente.
Chantal, donna-mamma-nonna, per il terzo anno consecutivo, ha collaborato alla realizzazione delle scatole di latta dei biscotti Delacre, come direttore artistico, e tutto per sostenere l’associazione Toutes à l’ècole, impegnata nell’istruzione delle bambine nel mondo (e, in particolare, in Cambogia), alla quale verrà donato il ricavato della vendita delle 150.000 scatole a disposizione, un totale di circa 75.000 euro. La stilista ha immaginato una collezione “viaggi”, quasi a voler trasportare il gusto dei golosi in giro per il mondo. Tre diverse edizioni da collezione: una con Parigi sulla scena (e un’architettura stile Versailles), una dedicata al Taj Majal, e, l’ultima, pensata per Shangai. Vi è poi una seconda collezione, dedicata al tema del segreto. Il tutto in bel una rosa “ultra girly”.
Quando la dolcezza è sinonimo di bellezza e solidarietà. Perché dunque non regalarne…

Sito dell’associazione “Toutes à l’ècole”, fondata da, Tina Kieffer [vedi]

Il violinista sublime
e l’impareggiabile bellezza
dell’arte ‘live’

Entra con l’aspetto di un ragazzetto svagato: camicia blu, gilet grigio, calzoni neri come usano ora, larghi fino al ginocchio, poi fasciati. Una cintura di stoffa amaranto e grigio li tiene su. Il lato B è un po’ callipigio e la folta capigliatura nasconde, quasi, due occhi che al momento in cui l’orchestra attacca si chiudono come in stato di ipnosi, poi si spalancano: stralunati. Tiene il suo Stradivari Huberman del 1713 come fosse un’arma che punta ora sull’orchestra ora verso il pubblico. Si chiama Joshua Bell ed è tra i violinisti più celebri del mondo. A 17 anni suona con Muti. Ora ne ha 47 ed è direttore musicale dell’Academy of St Martin in the Fields.
Suona come un ragazzo: un po’ “strapazzone” un po’ trasognato. Nel viso dotato di una mobilità estrema passano nuovole e sole, calma e irrequietezza, guerra e pace.
Ero andato per sentire Bichkov, il direttore inafferrabile ma, come spesso succede, rinuncia e lo sostituisce Krivine francese di padre russo e madre polacca, molto ricamatore che usa le mani come manipolasse la pasta mentre la Chamber Orchestra attacca il concerto per violino di Brahms. Ma dopo Bell capisco che quello che sto sentendo è unico e irripetibile.
Questo per rimarcare che nella età della riproduzione nulla può sostituire un concerto dal vivo. La gestualità, l’attenzione, gli umori corporei tra il sudore e gli sputacchi necessari dei suonatori degli strumenti a fiato, l’espressione, le ‘mises’ delle concertiste creano l’esecuzione che non potrà mai esser uguale, sera dopo sera, ripetuta innumerevoli volte e sempre diversa. La sto ascoltando in disco mentre scrivo con lo stesso violonista. È un’altra cosa.
Una bellissima violoncellista, esile e pallida siede sull’orlo estremo della seggiola. M’immagino che possa cadere da un momento all’altro nel finale clamoroso. Ma non ha più corpo sembra puro spirito. Un contrabassista muove la testa come una preghiera recitata in Sinagoga, un pacioso con aria severa suona la viola. Dai frac che rivelano l’usura escono calzini corti. Chi ha scarpe di vernice, chi sportive. Un ombra di barba copre alcune guance; altre sono perfettamente rasate. Sembrano un poco spaesati poi il frullo delle mani del direttore propone più che impone un’altra dimensione. E la bellezza non ha più ostacoli. Dimentichi tutto. Anche di trattenere un colpetto di tosse. Sei nello spazio e nel tempo della musica. E sei felice.
La mattina seguente prendo la freccia per Firenze. Apro il giornale e distrattamente l’occhio è condotto a guardare l’abbigliamento maschile della prossima stagione. Alcuni modelli sono vestiti come il geniale “strapazzone”; altri con il viso enfaticamente atteggiato a disprezzo, secondo la cultura modaiola, evocano la sublime battuta di Fantozzi all’ennesima replica della Corazzata Potëmkin: «è una boiata pazzesca». Poi leggo l’umiliazione a cui la cultura sembra doversi piegare a confronto con i diritti e le prepotenze del fattore economico. “L’annunciazione” di Leonardo custodita agli Uffizi, pur dichiarata dal direttore Natali “inamovibile” deve andare all’Expo. Rimango basito e m’immagino come il grande violinista si comporterebbe dove non ha voglia né requisiti d’andare. O ancor peggio se la stessa richiesta fosse stata fatta alla National Gallery di Washington e non soddisfacesse per ragioni serie il giudizio del direttore. La provincialità di una simile forzatura ben dimostra il carattere degli “itagliani” sempre pronti ad invocare un diritto di cassa che non risulterà tale se non per le schiere dei processionari dell’Expo a cui un Leonardo, forse, non farà né caldo e né freddo.
Non s’invochi poi il trito concetto che le opere debbono viaggiare per farsi conoscere. Pur ammettendolo, ma non del tutto convinto, penso che un conto è esporre un’opera a una mostra, un conto nel bailamme della mangereccia Expo dove un quadro simile non ha né senso né utilità.
Ma perché non far viaggiare grandi opere contemporanee? Così amate, così frequentate anche dai non addetti? Si promuova l’arte contemporanea così in linea con un’esposizione che ha per tema il cibo.
Certo! Il cibo della mente è sempre nutriente ma la fame della mente, oggi, dovrebbe consentire più di rivolgersi all’opera della contemporaneità che ai nomi attrattivi del passato: una patente consunta per l’acclarata consistenza del “nome”.