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LA RIFLESSIONE
Le Mura, fantastica cornice alla rinnovata centralità culturale del Castello estense

di Michele Pastore*

Perché riparlare oggi delle mura di Ferrara a quasi 30 anni (era il 1986) dal progetto che ne determinò restauro e recupero? Perché è un progetto incompiuto: dal punto di vista architettonico, perché diverse parti progettate non sono state realizzate in quanto i fondi preventivati hanno subito dei tagli alla fonte (Ministero della programmazione economica) e dal punto di vista economico perché ne è mancata la “valorizzazione” che doveva essere promotrice di uno sviluppo del turismo culturale a Ferrara, tema insito nei progetti Fio (Fondo investimenti occupazione) finalizzati ad un rapporto “costi-benefici” ad elevato tasso di rendimento. Ed ancora perché oggi si pone impellente il tema della gestione e della manutenzione di quanto restaurato che, nonostante l’impegno dell’Amministrazione comunale, richiede sempre maggiori fondi. E perché, infine, nel 2016 ricorrono i 600 anni dalla morte di Biagio Rossetti.
Ferrara da sempre si fregia di essere “la prima città moderna d’Europa” grazie al disegno del piano di ampliamento, l’Addizione Erculea, realizzato da Biagio Rossetti che è stato contemporaneamente il progettista di tutto il fronte nord delle mura, importante esempio di cortina muraria difensiva incentrata sui percorsi difensivi e sui torrioni rotondi.
Per tutto ciò, oggi a mio parere è necessario riprendere il tema delle Mura Estensi collocandolo nel quadro di una nuova opportunità per un rinnovato e più completo sviluppo turistico-culturale di Ferrara. Nel quadro quindi delle proposte che il sindaco-presidente della Provincia Tiziano Tagliani e l’assessore Massimo Maisto hanno formulato sul tema “Quale futuro per il Castello Estense”.
Il restauro delle mura di Ferrara è stato realizzato con i fondi dei progetti Fio, fondi per finanziare a livello economico nazionale iniziative di recupero e di investimento di beni culturali. Agli inizi degli anni ’80, Ferrara puntò sul “Progetto Mura” per definire un suo ruolo nel sistema del turismo culturale (le città d’arte) riorganizzando a tal fine il suo intero sistema urbano incardinandolo sulle Mura Estensi. Le Mura, che si possono definire come il più rilevante monumento della città, oltre che per le proprie dimensioni (9 km di sviluppo) anche e soprattutto perché sono legate con vincoli di vera e propria “connessione” ad intere parti del centro storico di Ferrara. In tal senso, si vedano gli atti dell’Istituto di studi rinascimentali del convegno del 1986, la cinta muraria avrebbe dovuto diventare, secondo il progetto Fio, il filo conduttore di un percorso turistico-culturale non solo per il cittadino ferrarese, che ormai ha riconquistato le proprie mura per il tempo libero, ma anche per i turisti in visita alla città.
Se questi erano i presupposti, in parte incompiuti, oggi si presenta, come detto, una nuova opportunità. E’ necessario coniugare la funzione urbanistica delle mura con il nuovo ruolo culturale del Castello Estense. Certamente il percorso delle mura non basta da solo a giustificare una visita a Ferrara ma le Mura ne costituiscono una cornice fantastica dentro la quale si pongono i suoi tanti edifici monumentali, sedi museali e culturali.
Se il Castello diventa il perno del sistema culturale territoriale della nostra città, tra musei d’arte antica e musei d’arte moderna, secondo un percorso continuamente suggestivo ed attrattivo, le Mura ne costituiscono la cornice imprescindibile. Questi sono gli elementi presenti in città che potrebbero consentirci di entrare definitivamente nel circuito turistico delle città d’arte.
Quale occasione pensare per rilanciare in questi termini il tema delle Mura Estensi? Penso ad una nuova mostra fotografica (così come Italia Nostra fece agli inizi degli anni ’80) che confronti immagini delle mura estensi come erano prima dell’intervento, durante i lavori e come sono oggi, restaurate e vissute dai ferraresi. Mostra inserita nel progetto Camaa (Centro per le Architetture militari dell’Alto Adriatico che nel 2014 si è già interessato alle mura estensi in collaborazione con il Dipartimento di economia e management dell’Università e con il Comune di Ferrara) che punta a valorizzare questa particolare tipologia del patrimonio culturale ed alla quale Ferrariae Decus sarebbe interessata a collaborare.

* presidente Ferrariae Decus

IL TEST
Vintage Sanyo e Grundig,
la faccia triste del hi-fi

Nell’arco di alcuni mesi abbiamo compiuto un’indagine nel mondo dell’Hi-Fi e del vintage elettronico, un settore che vede tanti appassionati frequentare i siti di compra-vendita e aste su Internet. L’osservazione di questo fenomeno ci ha portato a porre l’attenzione su Sanyo, la multinazionale giapponese che ha prodotto anche componenti per l’alta fedeltà. In Italia questo brand non ha mai avuto un’alta considerazione da parte degli audiofili, per questo abbiamo voluto “sporcarci le mani” cercando alcuni di questi prodotti; riparandoli, raccontandone la storia e confrontandoli con quelli di altre marche. L’inchiesta si divide in tre parti: Hi-Fi vintage, La prova sul campo e Il design giapponese anni ’70 e ’80.

Sanyo, nel campo dell’alta fedeltà, produceva giradischi, amplificatori, sintonizzatori, diffusori compatti e riproduttori/registratori di audiocassette. In Giappone era considerato un marchio di alta qualità, mentre in Italia non ha mai avuto la stessa considerazione, qualcuno, maliziosamente, arrivò ad affermare che i componenti Sanyo venivano venduti soltanto nei negozi di campagna o nelle periferie.

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Sanyo D 62, deck a cassette della Plus Series

I guru nostrani non si sono mai entusiasmati per questo marchio, con la sola eccezione (forse) per i prodotti della linea “Plus Series”, realizzata negli anni Settanta. Questa serie fu l’apice dello sforzo progettuale della società giapponese ma, in Italia, non ebbe un buon riscontro commerciale per i motivi sopra descritti, all’estero l’accoglienza fu nettamente migliore. A questo riguardo occorre ricordare che anche per i prodotti Grundig non c’è mai stata considerazione da parte degli audiofili sino a scoprire, 40 anni dopo, l’esistenza di un particolare circuito denominato Cci che fu adottato in alcune produzioni di Sanyo.

La riscoperta del marchio Grundig è limitata a particolari linee produttive realizzate dal 1974-75 sino al 1986. Massimo Ambrosini, appassionato e progettista di apparecchiature Hi-Fi, è lo “scopritore” ufficiale del cosiddetto CCI (Circuit chassis interface) caratteristica circuitale che identifica la produzione “buona” di Grundig. Nel 2004 Ambrosini coniò l’acronimo CCI per sottolineare l’importanza di un’opportuna e sistematica implementazione telaistica (oltre che circuitale) in funzione di disturbi RF, sia esterni sia generati all’interno degli apparecchi stessi, i quali causano problemi di natura vibrazionale che intermodulano col segnale in transito.

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Depliant pubblicitario “Plus Series”

Il resto dei prodotti della casa tedesca, ben costruiti e durevoli, sembrano privi di particolare pregio audiofilo. In quest’ambito si collocano due amplificatori Sanyo (JA 220 e JA 224), considerati cloni del Grundig V1700 che rispecchiava le caratteristiche CCI. Detto circuito, per sviluppare il suo potenziale, aveva bisogno di una linea d’ascolto completa, composta da sorgente, amplificatore e casse. Su eBay questi apparecchi hanno quotazioni particolarmente elevate. Sanyo progettava e costruiva apparecchi anche per i marchi Saba, Siemens (Plus Series), Kenwood, la stessa Grundig e l’italiana Emerson. I prodotti della Serie Plus, per quanto siano stati ottimamente progettati e costruiti, non beneficiano di interventi CCI, infatti, erano cronologicamente antecedenti alla serie di amplificatori realizzati “con” Grundig.

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Il giradischi Sanyo TP1000

Per approfondire meglio la questione del rapporto tra le due case, abbiamo interpellato Massimo Ambrosini, che ci ha gentilmente risposto: “ La collaborazione di Grundig con Sanyo risale a fine anni ‘70 quando iniziarono a comparire i ps1010 e 1020 (giradischi) costruiti da Sanyo per Grundig. Il rapporto venne poi a continuare qualche anno più tardi con la versione costruita con marchio Grundig di alcuni integrati (e relativi registratori a cassette e tuner) dell’industria giapponese. Ciò che è curioso rilevare è che questi apparecchi, circuitamente “Made in Japan”, presentano scelte perfettamente in linea con una corretta implementazione CCI, difficile dire quando queste scelte siano state assorbite in Sanyo da Grundig. Qualche tempo fa un amico ingegnere trovò in rete un documento risalente agli anni ’70, dove si evidenziava una ricerca telaistica svolta in Sanyo, probabilmente a seguito della collaborazione con Grundig. Difficile quindi dire se i vari Grundig ‘made in Sanyo’ fossero frutto di una mutua ricerca o semplicemente un lavoro su commissione messo in produzione anche col marchio del costruttore, temo che rimarremo con questo dubbio”.
Lucio Cadeddu, docente di Analisi matematica all’Università di Cagliari e Direttore della rivista on-line “Tnt-Audio”, dedicata all’hi-fi, ha gentilmente risposto alle nostre domande sui prodotti Sanyo e sul fatto che in Italia siano stati sottovalutati: “Caro William, in 20 anni di presenza online con TNT-Audio, credo sia la prima volta che mi venga chiesto un parere su Sanyo, segno che le tue sensazioni sono sostanzialmente corrette. Il marchio giapponese, anche negli anni ’70, quando forse ha realizzato le sue cose migliori, non ha mai goduto, specie qui in Italia, di grande considerazione.
Io ricordo alcuni apparecchi interessanti, in particolare quelli della pretenziosa serie Plus, diversi giradischi e qualche coppia pre/finale, pure molto belli a vedersi. In particolare, mi restò impresso il giradischi TP1000, un grosso e pesante “trazione diretta” con un motore in DC privo di spazzole, una novità per l’epoca (1974/75). Montava persino un bel braccio Acos Lustre GST-1. Le vicissitudini del marchio, l’acquisizione del brand americano Fisher nel 1975 e una certa confusione d’immagine che si era creata tra i consumatori ne decretarono la fine intorno ai primi anni ’80. Il periodo d’oro resta quello degli anni ’70, ma gli apparecchi sono praticamente introvabili”.

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L’amplificatore Sanyo DCA 611 dopo le riparazioni

E aggiunge, “Non so dirti se Sanyo sia stata sottovalutata a torto o a ragione, certo è che, tra i grandi colossi giapponesi, è uno di quelli che ha avuto meno successo e vita più breve. Non si ricordano prodotti memorabili a parte quelli citati, o comunque componenti che, in qualche modo, possano aver lasciato un segno indelebile nella storia dell’HiFi. Se ti fai un giretto presso i forum di appassionati vintage il nome Sanyo è citato molto, molto raramente. Forse è un peccato, o forse no, ma Sanyo aveva nell’elettronica di consumo il suo core-business e certamente l’HiFi era solo una piccola nicchia del grande costruttore nipponico. Non so a cosa porteranno i risultati della tua inchiesta, sarei curioso di restare aggiornato sugli eventuali sviluppi. Spero di esserti stato utile”.

1. Continua…
Nel secondo articolo ci “sporcheremo le mani” analizzando, riparando e descrivendo alcuni componenti Hi-Fi rintracciati a Vienna.

Si ringraziano: Massimo Ambrosini [vedi], Lucio Cadeddu, Direttore della rivista “Tnt-Audio” [vedi]

Zairo Ferrante, la poesia dinanimista

Il giovane talento, scrittore Zairo Ferrante, autore di “D’amore di sogni e d’altre follie” (Este Edition, 2009) dell’e-book “Dinanimismo” (Futurist Editions on line, 2009) promuove il cosiddetto… Dinanimismo, l’Anima nell’era del web e delle nuove tecnologie, rilette con sguardi neoromantici e letterari. La parola dopo la scrittura terminale, Barilli, al di là del grado zero, Barthes e Lacan stessi, riconnessi, oltre certo – altrove – cerebralismo o psicologismo, alla dimensione archetipale cara magari a Jung, Hillman e seguaci. Un’avanguardia leggera e nuovamente tecnica e umanistica, la poetica nascente dinanimista e di Ferrante, attraversante… anche la cifra del Futurismo, echi specifici dello stesso classico Flora, la scienza romantica di Bergson. Fare Macchina, fare parola anima cuore, la matrice del Duemila possibile e fondamentale, oltre il tempo e lo spazio.
Tale new romantic uplodato esita ancor più programmatico nel volume megamix tra poesia,
manifesti dinanimisti e saggistica, “I bisbigli di un’anima muta”, edito da CSA editrice nel 2011 (poi anche in eBook, nel 2014).
In tale esplorazione letteraria, Ferrante traccia una navigazione potente, solida e in progress,
confermata anche criticamente da prestigiosi rilanci in certa stessa variabile dinanimista sociale
neoumanistica, nella rivista letteraria “Isola Nera”, a cura della nota poetessa Giovanna Mulas.
Zairo Ferrante e il Dinanimismo, inoltre sono stati evidenziati da media rilevanti, quali Il Giornale,
nell’inserto periodico Style – Voglia d’Italia, a cura di Girolamo Melis, dal network storico
SuperEva -Controcultura (Firenze). Segnalato anche oltrecontinente (Australia) dall’Associazione Italo-Australiana, Alias.
Ferrante, di origini salernitane, è tra i novanta autori del libro manifesto “Per una Nuova Oggettività” (Heliopolis -Pesaro -Roma, 2011), di cifra estetico-filosofica post romantica, a cura di Sandro Giovannini e altri – diversi docenti universitari tra gli aderenti ed autori – e suo
uno dei book trailer Evoluzione, del movimento; nonché poi nelle raccolte ebook de La Carmelina “Urfuturismo, La Grande Guerra futurista” (2014).
Non ultimo da segnalare diverse presentazioni radiofoniche (Milano- Pulsante Radio Web), segnalazioni su “Patria Letteratura “e altre riviste di rilievo nazionale e in particolare nel Blog Poesia di RaiNewsa c ura di Luigia Sorrentino [vedi].

Per saperne di più visita il sito ufficiale [vedi]

* da Roby Guerra, “Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea”, Este Editon-La Carmelina ebook 2012 [vedi]

Ancora vallette

E’ in onda in queste serate il festival più blasonato, pagato e chiacchierato della canzone italiana. Quest’anno condotto da un patinatissimo e ingessato Carlo Conti, fuori da una contemporaneità che non gli appartiene e nell’anacronistica rincorsa ad un’Italia che non conosce, il Festival di Sanremo continua a proporre canzoni che non sono dell’oggi, quello vissuto e sentito. Canzoni che difficilmente riascolteremo alla radio. Ma non è questa critica, peraltro forse scontata, a muovere la tastiera su cui decido di scrivere questa mattina. Ad animarla è invece l’incredulità nell’osservare il ruolo delle tre figure femminili che accompagnano il conduttore di questa edizione: le cantanti Arisa ed Emma Marrone, l’attrice spagnola Rocío Muñoz Morales. Illusa di vivere un tempo in cui la donna ha conquistato un suo posto e professionalità, vedo invece tre vallette a comparsa, lettrici di gobbi annoiati e annoianti, che vestono alta moda, faticano a scendere le scale e attendono fiori dall’uomo cortese che poi le accomiata frettolosamente. L’istrione può continuare il suo spettacolo, loro fuggono dietro le quinte, pronte per una nuova mise indossata goffamente, un nuovo sorriso stiracchiato e la lettura di un copione scopiazzato.

DIARIO DI BORDO
Dal team Maserati, nel mezzo dell’oceano: “Inizio con piogge e temporali, è finita la cioccolata, per il resto tutto ok”

Andrea Fantini è un navigatore ferrarese che sta facendo il giro del mondo in barca a vela sulla Maserati di Giovanni Soldini. Ferrara Italia pubblica in esclusiva il suo diario di bordo. 

Sto scrivendo dal bel mezzo dell’oceano, in particolare siamo a 28 33 N / 42 30 W, a 1200 miglia da Antigua, nostra destinazione finale, da cui il 24 febbraio partirà la Rorc 600, una regata di 600 miglia intorno ai Caraibi, noi parteciperemo con Maserati.

Siamo partiti da Barcellona 12 giorni fa, l’uscita dal Mediterraneo è stata piuttosto dura, tanto vento, tanto mare grosso, tanto freddo. Poi una volta usciti da Gibilterra, abbiamo iniziato a scendere di latitudine, verso le Canarie, ma una situazione meteorologica anomala per questo periodo dell’anno, non ha migliorato la condizione della nostra navigazione. Cioè parole povere invece di attraversare l’oceano spinti dagli Alisei, quei venti che un tempo portarono Colombo dall’Europa all’America, e che soffiano da Nord Est, abbiamo stiamo attraversato l’oceano incontrando una depressione dopo l’altra, il che si traduce in vento spesso non portante (non in poppa), piogge e temporali, temperature non caraibiche…situazione che permane ancora.

L’Anticiclone delle Azzorre non è dove dovrebbe essere, ecco il motivo di questa storia, il clima sta cambiando ragazzi, e non in meglio.

Comunque sia a bordo tutto ok, c’è sicuramente voglia di caldo, di asciugarsi un po’, di poter stare sul ponte in maglietta, senza cerata, e iniziano anche le prime “voglie”, tipo tutti i cibi che a bordo non si possono avere, in realtà poi questa volta abbiamo fatto male i conti e abbiamo già finito per esempio tutto il dolce, tipo cioccolata e biscotti, e le cose per la colazione, tipo cereali, e questo non è bene, ma di fame non moriremo sicuro… Speriamo poi in un aumento della temperatura nei prossimi due o tre giorni in cui scenderemo ancora più a sud, così che al primo temporale tropicale potremo fare una bella doccia!

Per il resto tutto bene, ora è il mio turno di sonno, salvo tutto e se mi viene in mente altro, quando mi sveglio, in un momento di calma aggiungo qualcosa, a dopo.

Eccomi sono tornato, appena vista la situazione meteo delle prossime 48 ore, e già abbiamo idea di cosa ci aspetterà fino all’arrivo, che sarà probabilmente domenica prossima. Oggi sarà forse la prima vera giornata di sole e caldo, insomma una giornata tranquilla, ne approfitteremo per rassettare un po’ la barca, asciugarla, visto che entra sempre un sacco di acqua, forse ci butteremo addosso una secchiate d’acqua anche noi e ripareremo i piccoli danni fatti.
Da domattina poi avremo un paio di giorni belli ventosi, poi gli ultimi due giorni troveremo forse il tanto desiderato Aliseo…

 

‘Miramòr’ la musica poetica pop dei Pablo e il mare

“Pablo e il mare” sono un gruppo acustico torinese che si avvale delle canzoni e della voce di Paolo Antonelli, completano la formazione Marco Ostellino con le percussioni (tra cui cajòn e bongos), Andrea Ferraris al pianoforte, Francesco Coppotelli al violino (bouzouki e liuto arabo) e Fabrizio Cerutti al contrabbasso e basso elettrico. Gli ingredienti del loro suono sono i colori del pop, l’uso di timbri acustici, un particolare gusto per le contaminazioni mediterranee e l’attenzione a evitarne cliché e stereotipi.
Dal 2002 si esibiscono sui palcoscenici della canzone d’autore “tradizionale” e quelli della nuova scena indipendente italiana, distinguendosi per il sound e per la scrittura emozionale, intensa e mai banale, che racconta storie e sentimenti.
Miramòr è l’album più recente di Pablo e il mare

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Miramòr è l’album più recente di Pablo e il mare

Nel 2004 il gruppo vince il festival Rock Targato Italia, il prestigioso concorso indetto da Divinazione, che nelle precedenti edizioni aveva fatto conoscere Timoria, Scisma e Marlene Kuntz. Due anni dopo è la volta del loro primo album intitolato “Onde”, il cui videoclip è diretto dal regista italo-giapponese Tak Kuroha. Sul fronte live si contano più di 200 concerti nei locali e sui palchi italiani. Nel giugno 2011 vede la luce “Miramòr”, il loro più recente album, prodotto da Blumusica e registrato sotto le cure di Pippo Monaro. Il disco contiene canzoni d’amore, mare, ricordi e passioni, ‘narrate’ tra metafore e realtà. Il titolo è la sintesi di tre parole: Amòr, Màr e Miràr, che si trasformano in “Miramòr”.
A questo lavoro hanno partecipato Paolo Antonelli (testi e musiche, voce e chitarre), André Ferraris (pianoforte elettrico), Marco Ostellino (percussioni). Ospiti in studio, Enrico Fornatto (Jambalaya), Andrea Sicurella (Banda Elastica Pellizza), Pippo Monaro, Emanuela Struffolino e Francesco Coppotelli (che poi entrerà nel gruppo, trasformandolo da trio in quartetto).
Nel disco emerge una forte influenza mediterranea, basata su sonorità acustiche, che spaziano dal folk al pop. Il brano “Gatto sul tetto”, si presta a essere ascoltato per primo, infatti, salti melodici, giri di basso, ritmo e cadenza rock, riassumono il gusto di Antonelli e del suo gruppo, quasi un manifesto di intenti musicali: “Il gatto sul tetto che fuma, guardando la luna cercando bellezza e fortuna, vi guarda perdervi in pensieri piccoli, si liscia il baffo sistema il ciuffo, sembrate stanchi volgari imbarazzati, anche quando pregate i santi …”.

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Frame tratto dal video ‘Farfalle’

Con “Immaginario” si ritorna indietro nel tempo, grazie agli archi e al riferimento alle lire, necessarie per andare al mare: “Sabato partiamo, ventimila lire andiamo al mare, ventimila lire ci dovrebbero bastare, se abbiamo fortuna rincontriamo quella tipa con la stella sul costume, ti ricordi il nome?”. Il pianoforte e la ritmica di “Farfalle” fanno emergere l’anima latina di Pablo e il mare, una delle tante contaminazioni che contraddistingue la musica della band, questa volta al servizio di sonorità coinvolgenti che contrastano il testo un po’ malinconico. Franz Gallero ha firmato il videoclip di questo brano. Ritmo folk di stampo andaluso in “Ora lo sai”, scolpito dal violino di Francesco Coppotelli e dalle percussioni di Marco Ostellino.

“Pesci Tropicali” è una ballata raffinata e intelligente, che incita alla difesa dei propri sogni e desideri, reali sino a quando sono vivi. Gli uomini non sono numeri ma esseri speciali: “Noi siamo pesci tropicali, siamo esseri speciali, siamo unici e capaci di imprese eccezionali, quanti pesci tropicali che finiscono incoscienti, dietro a vetri verticali e trasparenti… ”.
Come già accennato, questo è un disco di storie, raccontate con apparente leggerezza, da sfogliare come se si trattasse di un album di fotografie, “Franco, Ciccio e la Sirena” ne è un valido esempio.
“Migrante” si apre con il rumore delle onde del mare che s’infrangono sugli scogli e i versi dei gabbiani, per poi prendere corpo e ritmo, in una coinvolgente storia di mare e di vita. Il pianoforte accompagna con vigore le parole del brano, che fu scritto in soli dieci minuti, sui tovagliolini di un bar vicino a Siracusa.
Il disco si apre con “Avvampa” brano allegro dagli arrangiamenti curati e finisce con “Viva”, pezzo orecchiabile con rimandi alla tradizione pop italiana. “Niente come prima” e “Fidelina” completano la track list di questo bel lavoro di Pablo e il mare, costruito sulle musiche e sulle parole scritte da Paolo Antonelli.
Si tratta di un album pubblicato qualche anno fa che consigliamo a chi ha un cuore “mediterraneo e marinaio”, in attesa del nuovo disco previsto per la primavera.

Il video ufficiale di “Farfalle” [vedi]

L’INTERVISTA
Emilia Romagna Mafia spa. Mazzitelli: “Ferrara tra le province più vulnerabili”

Centosessanta arresti, oltre 200 indagati – dei quali 83 nella sola Emilia Romagna – e il sequestro di beni per un valore di oltre 100 milioni di euro: 205 immobili, 70 società, 15 auto di lusso, 137 mezzi, 65 terreni. I reati contestati vanno dall’associazione di tipo mafioso e dal concorso esterno in associazione mafiosa all’estorsione e usura, al caporalato, e poi trasferimento fraudolento di valori, reimpiego di capitali di illecita provenienza, emissione di fatture per operazioni inesistenti, ricettazione. Sono i dati dell’operazione Aemilia, portata a termine a fine gennaio e coordinata dalla Dda di Bologna. Dati che spingono a parlare non più di allarme infiltrazioni, ma di allarme radicamento nella nostra regione.
“Un risultato storico, senza precedenti. Io non ricordo a memoria un intervento di questo tipo contro un’organizzazione criminale forte, monolitica, profondamente radicata nel territorio emiliano”, queste le parole del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti durante la conferenza stampa su Aemilia. Roberti ha poi sottolineato che “l’elemento nuovo è l’imprenditorialità nel rapporto con il territorio, con il tessuto sociale e con l’informazione”, in altre parole: “una visione politica del radicamento”. Se quella con cui abbiamo a che fare è sempre più “una vera holding finanziaria” o la “’Ndrangheta Emilia Romagna servizi spa”, come scrive Tizian, è necessario chiedersi chi e perché nella nostra regione usufruisce dei servizi finanziari e delle competenze criminali delle organizzazioni mafiose. In altre parole è sempre più urgente indagare come avviene la costruzione di network territoriali in loco da parte delle organizzazioni criminali.
Un possibile contributo è arrivato dal Rapporto “L’economia illegale in Emilia Romagna”, realizzato per l’Osservatorio della Legalità in Emilia-Romagna e Unioncamere regionale dal professor Andrea Mazzitelli di Universitas Mercatorum. Presentato a Bologna a metà del dicembre scorso, ha avuto grande risonanza nelle nostre zone perché dall’analisi dinamica condotta emergerebbe che Rimini e Ferrara sono le due provincie in cui si osserva, tra il 2010 e il 2012, un’improvvisa accelerazione della penetrazione criminale, tanto da occupare a livello nazionale rispettivamente il secondo e il quinto posto. Abbiamo cercato di approfondire il tema con il professor Mazzitelli.

Il punto di partenza di questo documento è la presenza sempre più palpabile di un sistema di connessioni fra la società legale e quella mafiosa e di un’area grigia composta da professionisti, politici, imprenditori, burocrati, che rappresenta il «luogo» dove le diverse alleanze si stringono, si modellano e si ricompongono. Da qui la necessità di cogliere i segnali anticipatori di penetrazione della criminalità organizzata. Come avete tentato di cogliere questi segnali? In altre parole da dove siete partiti per l’analisi e come l’avete strutturata?
L’Osservatorio sulla legalità in Emilia-Romagna e i documenti da esso prodotti hanno l’obiettivo di analizzare come si configurano i comportamenti criminali di natura mafiosa che tentano di infiltrarsi nell’economia legale. La conoscenza di quanto accade nel proprio territorio è determinante per indirizzare meglio le politiche di prevenzione nella lotta contro la criminalità organizzata, anche quando si tratta di un fenomeno complesso e per certi aspetti poco visibile come quello dell’infiltrazione nell’economia virtuosa del territorio. Partendo dall’assunto che nessun territorio è immune dalla penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto sociale e imprenditoriale, abbiamo condotto l’indagine con una visione interdisciplinare, frutto anche di una condivisione e di una fattiva collaborazione con Unioncamere e con l’Istituto Guglielmo Tagliacarne.

Quali fonti avete usato?
L’analisi condotta ha portato alla selezione e individuazione di specifici indicatori riguardanti la vulnerabilità delle infrastrutture, delle imprese, delle famiglie e del territorio, utilizzando open data, ovvero dati disponibili a livello pubblico e provenienti solo da fonti statistiche ufficiali. Il principale risultato conseguito è che il processo di diffusione territoriale della criminalità organizzata è trasversale a tutte le provincie italiane, anzi prevarica i confini amministrativi perché è interprovinciale e interregionale: ciò consente di definire la vera armatura illegale del territorio e quindi di individuare delle partizioni territoriali funzionali a una migliore interpretazione della distribuzione lungo la nostra Penisola dei reati economici e finanziari e le relative connessioni con i gruppi della criminalità organizzata.

Nel rapporto si parla di una matrice vulnerabilità /criminalità, ci può spiegare meglio? Per esempio con “vulnerabilità economica e sociale”?
L’uso unicamente dei dati della statistica ufficiale può comportare anche la sottostima di alcuni fenomeni a livello provinciale, in base alla percezione che ne hanno i cittadini e gli imprenditori, unicamente perché le fonti ufficiali non sono state in grado di catturarli. I risultati ottenuti sono stati riportati in diverse matrici di dati che hanno consentito di valutare la vulnerabilità territoriale e la criminalità a livello locale. La struttura di una generica matrice prevede che nelle righe vengano collocate le provincie e nelle colonne vengano inserite le variabili delle unità statistiche, vale a dire i diversi indicatori misurati per ogni provincia. La vulnerabilità del territorio è stata calcolata attraverso la costruzione di opportuni indici di sintesi che restituiscono significative informazioni circa i fenomeni di vulnerabilità provinciale osservati in campo economico, finanziario e sociale in relazione anche alle infiltrazioni della criminalità organizzata. In altri termini, la selezione degli indicatori di vulnerabilità è stata condotta con l’intento di individuare le principali criticità del territorio che impediscono uno sviluppo economico e sociale dello stesso in termini di competitività, attrattività e benessere.

Cosa si intende con “indice di sintesi di criminalità organizzata”?
L’indice di sintesi della criminalità organizzata è stato costruito basandosi su tre indicatori semplici: criminalità tradizionale o di base (associazione a delinquere, associazione mafiosa, omicidi di stampo mafioso, stragi e attentati), illegalità ambientale (ciclo dei rifiuti, ciclo del cemento, incendi boschivi dolosi), reati spia dell’illegalità economica connessi alla criminalità organizzata (contraffazione, contrabbando, truffe e frodi informatiche, delitti informatici, usura ed estorsione, riciclaggio e reati di intimidazione). Particolare attenzione meritano, tra i reati spia, le truffe e le frodi informatiche nonché i delitti informatici, reati commessi all’interno di quei settori che, nella definizione della Knowledge economy, identificano i servizi di informazione e comunicazione, ovvero il comparto dei servizi ad alto contenuto tecnologico. A ciò si aggiunga che i reati spia sono fortemente analizzati dagli investigatori, perché ritenuti maggiormente indicativi di dinamiche riconducibili alla supposta presenza di aggregati di matrice criminale e/o mafiosa.

Nella seconda parte del Rapporto presentate un’analisi dinamica in cui si segue il cambiamento di ogni provincia nel triennio 2010-12, come cambia la geografia della criminalità organizzata usando questa metodologia?
Per comprendere il processo di diffusione della criminalità organizzata è stata condotta un’analisi dinamica dei dati nel triennio 2010-2012 per ciascuna provincia. L’obiettivo è stato evidenziare le nuove aree di attrattività della mafia diverse dal Mezzogiorno, ovvero quali siano le province del Centro-Nord dove la criminalità comincia a radicarsi stabilmente e a investire legalmente. L’analisi condotta ha confermato l’ipotesi di partenza: il fenomeno della criminalità è cresciuto, nel periodo osservato, soprattutto al Nord, nonostante le analisi puntuali del 2010 e del 2012 rivelino che le provincie del Sud siano caratterizzate da valori assoluti della criminalità organizzata superiori rispetto alle altre aree del Paese. Anche a livello globale il fenomeno mostra un trend crescente: il 53,2% delle province è caratterizzato da un aumento dei reati della criminalità organizzata; il 27% dei reati è cresciuto nelle provincie del Nord; il 13,5% al Sud e nelle Isole; il 12,5% al Centro. Parallelamente i reati sono diminuiti più nel Mezzogiorno (23,4%) che al Nord (16,2%) e al Centro (7,2%).

In Emilia Romagna le provincie con un trend crescente sono Rimini e Ferrara, al 2° e 5° posto, come sono interpretabili questi cambiamenti?
Scomponendo l’indice di sintesi dinamico nelle sue componenti più significative emerge che in Emilia-Romagna il fenomeno dell’illegalità economica è prevalente tra le provincie che insistono sul versante adriatico (Ferrara, Forlì-Cesena, Ravenna, Rimini), mentre la dinamica dei reati ambientali è prevalente tra le aree appenniniche (Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia). Rimini e Ferrara sono tuttavia tra le provincie più vulnerabili in senso dinamico anche per l’illegalità ambientale dato che occupano rispettivamente il secondo e il dodicesimo posto nella graduatoria nazionale. La posizione di Rimini, insieme al fatto che anche Forlì-Cesena presenti valori elevati, conferma il fatto che la riviera romagnola, al pari di alcune provincie adriatiche delle Marche, sia divenuta nel tempo luogo di attrattività e insediamento di gruppi criminali, italiani e stranieri. Da Ferrara, invece, il fenomeno si espande territorialmente tramite Rovigo verso il Triveneto. La criminalità dunque penetra più facilmente per contiguità territoriale o prossimità logistica da infrastrutture. Le mappe della vulnerabilità alla criminalità evidenziano come essa si manifesti in modo particolarmente critico in gruppi di provincie e di importanti aree urbane confinanti tra loro, come se un’infezione criminale in un’area si potesse diffondere alle provincie circostanti similmente a un virus: si è insomma in presenza di fenomeni di migrazione di organizzazioni criminali tra aree contigue.

Ferrara ha anche valori elevati per quelli che nel Rapporto vengono definiti “shock territoriali”, cosa significa questo?
Vi è una diffusa preoccupazione circa la possibilità che la crisi economica possa determinare una crescita delle attività criminali nel nostro Paese. Gli economisti poi hanno riconosciuto da tempo che la riduzione delle opportunità nel mercato del lavoro può rendere relativamente più vantaggioso il perseguimento di attività illegali. Tuttavia, alcuni recenti lavori hanno sottolineato che il legame tra crisi economica e criminalità è meno evidente nelle regioni meridionali maggiormente caratterizzate da una presenza più radicata della criminalità organizzata (Campania, Calabria, Puglia, Sicilia), dove la criminalità organizzata detiene il “monopolio” dell’attività illegale: qui risulta difficile per un individuo improvvisare un’attività criminosa a seguito di sopraggiunte difficoltà economiche. In altri termini, le aree del Centro-Nord subiscono veri e propri shock rispetto alla penetrazione dell’illegalità economica perché non abituate a convivere quotidianamente con fenomeni di natura criminale: non hanno ancora piena coscienza a livello culturale e territoriale dei modi di agire tipici della criminalità organizzata. Analizzando le provincie dell’Emilia-Romagna si evince che nessun territorio è immune da tali shock, a cambiare sono velocità e accelerazioni di penetrazione. Ferrara e Rimini, come già ricordato, sono le provincie che presentano i valori più elevati di tale indice. Bologna e Parma, al contrario, denotano valori medio-bassi: questo potrebbe indicare che la criminalità organizzata possa inizialmente aver posto le proprie basi operative nelle suddette provincie, che più di altre hanno subito l’influenza mafiosa nonché l’infiltrazione nel tessuto produttivo negli anni passati.

Lunedì 16 febbraio – ore 17 – biblioteca comunale Ariostea
MAFIA A FERRARA: allarmismo o rischio reale?

(leggi la presentazione dell’incontro)

Leviatano, il mostro dell’intimidazione e della corruzione

Dopo essere stato incoronato miglior film straniero dal Festival di Cannes e aver vinto ai Golden Globe, il film del russo Andrei Zvyagintsev è ora in corsa per gli Oscar. Un tragico dramma di corruzione e d’intimidazione della Russia contemporanea, con ambienti influenzati dall’Antico Testamento e panorami abbandonati, desolati e, lasciatemi dire, a volte grigi, spettrali e tristi ma che danno, anche, una reale sensazione di assoluto, fuori dal tempo.

leviatano
La locandina

Controverso e poco apprezzato da parte del pubblico russo (il ministro della Cultura, che pure lo ha in parte finanziato, è stato molto critico), il film è girato in una cittadina sul Mare di Barents, nel freddo nord del paese. Il protagonista è Kolya (Alexey Serebryakov), un meccanico di automobili che vive, con il figlio Roma (Sergey Pokhodaev) e la sua seconda moglie Lilya (Elena Lyadova), in un’umile casa di legno, che costituisce quasi un baluardo opposto alla desolazione del paesaggio. La casa è il riferimento positivo, un’oasi di luce, di speranza e di calore, risalta oltre la sua effettiva bellezza (che non c’è) e diventa l’ultimo rifugio dell’uomo, dalla brutalità interessata dei suoi simili e da quella disinteressata della natura. Alla desolazione del paesaggio corrisponde il crollo dello Stato di diritto. Nel tentativo di salvare la propria casa dal sindaco speculatore che la vuole espropriare a tutti i costi per farvi costruire sopra un moderno villaggio, Kolya s’imbatte, infatti, nel vuoto delle istituzioni: polizia, magistratura, pubblici uffici, sono tutti al servizio dei potenti e dei loro interessi economici. Vadim, il nuovo e prepotente sindaco della città (Roman Madyanov), è appoggiato dalla malavita e ha piena benedizione della potente e onnipresente chiesa ortodossa. L’intervento di Dmitri (Vladimir Vdovitchenkov), un avvocato di Mosca vecchio amico di Kolya, sembra poter cambiare il corso degli eventi, ma, alla fine, la giustizia è solo di chi se la può permettere, un’illusione che ben si comprende nelle due sentenze prolungate, lette a una velocità sconsiderata e incomprensibile.

leviatanoleviatanoScheletri di balene, relitti di navi e maree si fronteggiano a uomini che tentano ammirevolmente di prevalere, di aggrapparsi disperatamente alla volontà e al libero arbitrio. Anche se il mare grosso e insidioso lavora gli scogli e il cielo scolora tutto in un grigiore diffuso, freddo, che aspetta solo l’oscurità, il vero nemico di quegli uomini persi e sconsolati non è la natura, ma l’arroganza del potere. E comunque anche quella che era amicizia viene tradita. Vi sono silenzi destabilizzanti, tradimenti, sofferenze, ingiustizia, vodka a fiumi. Tutti i personaggi sono assediati, dentro e fuori, da un vuoto che il regista riconosce insostenibile per qualsiasi essere umano. E qui vengono in mente le parole di Paolo Nori “i russi hanno quaranta verbi diversi per dire ubriacarsi”, una vodka onnipresente che, a volte, è percepita come l’unica via di scampo.

leviatanoLa vodka è sul tavolo della disperazione ma anche su quello dello svago, resta un modo per scaldarsi dal freddo e gustarsi meglio le poche occasioni di calore umano. La bottiglia resiste fino all’ultimo istante, nella scena forse più emotivamente cruenta del film, quando la speranza è fatta in briciole, la bottiglia è l’ultima a cadere dal tavolo. Il regista ha ricordato come il titolo del film rinvii, in parte, al Leviatano, il terribile mostro marino citato nella Bibbia (in Giobbe 40, 20-28, Dio indica di aver generato questo mostro marino, simbolo della potenza del Creatore) e, in parte all’omonimo celebre trattato di filosofia politica di Thomas Hobbes (1651), in cui si giustifica lo Stato assoluto, dove il potere dello Stato è paragonato alla forza del terribile mostro descritto da Giobbe ed è considerato necessario per mantenere pace e convivenza tra gli uomini. Quello stesso Stato che, aggiungerei, qui prevale e può arrivare a soffocare. Il Leviatano è uno Stato spietato che non lascia spazio alla marginalità di un normale Kolia. Il film termina con un sermone del pope ortodosso, che, in maniera quasi paradossale, invita la comunità ad aprirsi alla verità. E benedice. La convinzione dell’inutilità di contare sulla religione, ancora troppo occupata a dare una giustificazione divina all’arbitrio senza limiti del potere temporale, appare qui in tutta la sua forza. Un’opera drammatica, persistente, melanconica e lenta, ambientata nelle atmosfere disperanti, e un po’ perse, della provincia. Zvyagintsev riesce a raccontare la tragedia-commedia umana, con la capacità che solo un grande regista contemporaneo può avere. Se poi si vive in Russia, si arriva anche a comprendere qualcosa di più della “duchà” (anima) russa.

“Autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest’uomo o a questa assemblea di uomini, a questa condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, e autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile. Fatto ciò, la moltitudine così unita in una persona viene chiamata uno stato, in latino civitas. Questa è la generazione di quel grande Leviatano o piuttosto – per parlare con riverenza – di quel Dio mortale, al quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la nostra difesa […]”. Thomas Hobbes, “Leviatano”.

“Ecco, la tua speranza è fallita, al solo vederlo uno stramazza. Nessuno è tanto audace da osare eccitarlo e chi mai potrà star saldo di fronte a lui? Chi mai l’ha assalito e si è salvato? Nessuno sotto questo cielo. Non tacerò la forza delle sue membra: in fatto di forza non ha pari.” Giobbe (41, 1-27)

Leviathan, di Andrei Zvyagintsev, con Aleksei Serebryakov, Elena Lyadova, Vladimir Vdovichenkov, Roman Madyanov, Russia 2014, 141 mn.

IL FATTO
TrascriviAmo: per il diritto degli omosessuali a sposarsi (anche a Ferrara)

Chiara e Roberta fanno parte del gruppo dei miei amici di vecchia data. Ho visto nascere il loro amore e la successiva convivenza, c’ero quando sono nate le loro gemelle e quando nel 2010 si sono sposate a Barcellona. Di quel gruppo di amici, e non me ne vogliano gli altri, loro sono l’unica coppia che è rimasta assieme da allora, la prima a sposarsi e ad avere figli. Sono quelle che, avendo un grande senso della famiglia e dei legami, organizzano sempre i pranzi di Natale e Ferragosto, riuscendo con pazienza a raccoglierci tutti attorno ad un tavolo, mantenendo viva la nostra amicizia. In Italia però non hanno il diritto di sposarsi e di vedere riconosciuti una serie di diritti, per loro e per le loro figlie. Per lo Stato italiano Roberta infatti è una ragazza madre ed è l’unica che ha diritti e doveri sulle figlie. E Chiara, nonostante le abbia cresciute e viva con loro, e per lo Stato spagnolo oltre che per vari altri Paesi europei sia la moglie di Roberta e la mamma delle bimbe, qui da noi, non è nessuno. Ha bisogno di una delega anche per andarle a prendere tutti i giorni a scuola. Se Roberta non potesse più occuparsi delle figlie, Chiara, che è l’altro genitore, non le avrebbe in custodia. “Che se poi ci riconoscessero come coppia finiremmo col pagare più tasse ed avere molte meno agevolazioni, quindi in realtà la Stato avrebbe anche un vantaggio nel regolarizzare la nostra unione”, dice Roberta. Per questo Chiara e Roberta, dopo anni di discrezione e riserbo, hanno preso coraggio e  assieme ad Arcigay ed Arcilesbica Circomassimo, alle Famiglie Arcobaleno e all’Associazione genitori di omosessuali, hanno deciso, nel giorno degli innamorati, il 14 febbraio, di essere in piazza sotto il cosiddetto volto del cavallo, con un banchetto per iniziare una raccolta di firme per chiedere la trascrizione dei matrimoni omosessuali anche a Ferrara. L’obiettivo sono mille firme, e la raccolta proseguirà fino al 17 maggio.

Quello di Chiara e Roberta non è un caso isolato, e in tante città italiane dei sindaci coraggiosi e lungimiranti (il più vicino a noi è stato Merola a Bologna) stanno trascrivendo sui registri comunali i matrimoni celebrati all’estero tra persone dello stesso sesso. Al momento è un atto simbolico, che non ha valore legale, ma al quale le procure si stanno opponendo con la pretesa di applicare la circolare del ministro dell’Interno Angelino Alfano che impedisce la trascrizione. E ciò testimonia il peso di questa azione, per aprire la strada a nuove leggi che riconoscano i matrimoni e i diritti delle persone omosessuali. A me viene da ridere quando chi predica la famiglia, la solidarietà e la procreazione, poi si oppone alle coppie omosessuali. Io sono eterosessuale e sebbene spesso lo rimpianga, non posso cambiare. Vale anche per loro, a discapito di chi pensa che l’omosessualità sia una patologia dovuta a qualche trauma o devianza, dalla quale si può guarire. Gli omosessuali non sono persone che vanno redente o recuperate. Non è innaturale essere omosessuali, lo è, semmai, negarlo. Quando vedi un albero che cresce nel giardino di casa tua, non ti chiedi perché, dal momento che è nella sua natura crescere. Per questo sono sempre spiazzata di fronte alla violenza delle persone omofobe, ma cosa vorrebbero, che uno smettesse di essere omosessuale? Puoi dire ad un albero di non crescere?

“A Ferrara – ha detto Roberta – sono una decina le famiglie omosessuali che si sono sposate all’estero, altre ce ne sono in provincia. Ma questa non è una battaglia solo per noi, è una battaglia per i diritti”.
“Dopo il divorzio e l’aborto, ora il riconoscimento delle coppie omosessuali è la grande battaglia sociale di questo tempo”, ha spiegato Cristina Zanella di Arcilesbica.
“L’iniziativa si chiama TrascriviAmo e mira a sensibilizzare Tiziano Tagliani e tutti i cittadini. Saremo lì per parlare con loro” ha annunciato Massimiliano De Giovanni di Arcigay. “Vogliamo denunciare la mancanza di leggi a tutela dei diritti dei nostri figli omosessuali” ha affermato Patrizia Malacarne di Agedo.
“Vogliamo essere trasversali e confrontarci con tutti i partiti di destra e di sinistra, e con tutte le sensibilità religiose. Ci apriamo al confronto e speriamo che questo serva a far capire che dall’affermazione dei nostri diritti deriva una maggiore democrazia per tutti” ha concluso Zanella.

Di seguito il programma dei banchetti:

– 14 febbraio, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00
– 21 febbraio, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00
– 14 marzo, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00
– 28 marzo, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00
– 11 aprile, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00
– 18 aprile, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00
– 9 maggio, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00

Inoltre sarà possibile firmare per TrascriviAmo in occasione di:

Tag – Festival di Cultura Lgbt (Sala Estense, dal 27 febbraio all’1 marzo)
Miranda – Soirée Demodée (c/o Zuni, via Ragno 15, tutti i giovedì sera)
No all’omofobia (P.tta San Nicolò, sabato 16 maggio, sera).

Per informazioni: www.trascriviamo.blogspot.com
trascriviamo@gmail.com

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La conferenza stampa di presentazione di TrascriviAMO, da sinistra Crsitina Zanella, Roberta Zangoli, Massimiliano De Giovanni, Patrizia Malacarne (foto di Stefania Andreotti)

Tacchi a spillo o fattori ereditari? Cause e rimedi per l’alluce valgo

Una vera e propria deformazione che interessa l’alluce e che ha riflessi, più o meno dolorosi, su tutto il resto del piede e non solo. A farne le spese, oltre alla qualità di vita delle persone colpite, anche la postura e l’andatura. Diventa difficile scegliere le calzature adatte, trovare le scarpe che consentano di camminare senza troppo dolore e ogni passo può risultare più difficile del previsto. L’alluce valgo non è quindi solo una patologia strutturale, ma causa degli accorciamenti alle catene muscolari inerenti, portando a problematiche posturali di notevole importanza.

Con il termine alluce valgo si intende la deformazione dell’articolazione che sta alla base dell’alluce e che la spinge verso l’esterno, deviando l’asse del dito. Spesso definita con termini popolari assai coloriti “patata” o “cipolla”, si tratta di un’infiammazione caratteristica (borsite) che dà dolore sia per lo sfregamento continuo con la calzatura, che crea arrossamenti e, nei casi più gravi, ulcerazioni, sia per la comparsa di deformità e patologie correlate: dita a martello, dolorose callosità plantari, metatarsalgie ecc. Si parla di alluce valgo quando l’angolo tra il primo e il secondo metatarso, corrispondenti appunto al primo e al secondo dito, è superiore a 8°.

L’alluce valgo è frequentissimo: colpisce più di metà della popolazione femminile oltre i 45 anni ed è spesso ben evidente anche prima, in età giovanile. E’ presente anche negli uomini, ma in percentuali minime rispetto alle donne. Nel determinare questa deformità concorrono sia fattori ereditari (la mamma o la nonna con lo stesso problema), sia fattori ambientali, primo fra tutti l’uso di scarpe con tacco alto e punta stretta.

Con il tempo, può comportare una vera e propria sindrome posturale: tendenza al ginocchio valgo con dolore della faccetta rotulea interna del ginocchio; rigidità delle anche con limitazione della loro rotazione interna; accentuazione della curva lombare con presenza di lombalgia cronica.

Le cause dell’alluce valgo
Le cause dell’alluce valgo sono ancora molto discusse. Prevale generalmente l’idea che si tratti di un disturbo congenito, una patologia che si eredita geneticamente. Ma esistono anche forme acquisite legate a patologie reumatiche, infiammatorie, neuromuscolari o a traumi. Molto discussa è anche la responsabilità delle scarpe nel determinare questo disturbo: quello che è certo è che calzature non idonee alla fisiologia del piede – come quelle con punte strette e tacchi alti, che tanto piacciono alle donne – possono peggiorare la situazione, contribuendo al progresso della deformazione, e sono spesso la causa dell’infiammazione dolorosa.
Sotto accusa anche il piede piatto, spesso associato a questa patologia: la ridotta curvatura della pianta, infatti, porta a un sovraccarico della parte anteriore del piede.

Prevenzione e trattamenti
Per non dover arrivare a soluzioni drastiche, come l’intervento chirurgico, che comporta sempre rischi di complicazioni e dolore nella fase post-traumatica, bisogna lavorare sul fronte della prevenzione. Il trattamento osteopatico lavora sul rilascio della fascia plantare e sul recupero di funzionalità delle articolazioni del piede, sia per alleviare il dolore che per prevenire ulteriori atteggiamenti scorretti di articolazioni e strutture limitrofe. La costanza poi nell’eseguire esercizi specifici, la ginnastica propriocettiva ed eventuali sedute di osteopatia e di antiginnastica possono evitare un peggioramento della patologia, migliorare la sensibilità, correggere l’appoggio a terra e di conseguenza anche l’equilibrio e la stabilità di tutto il corpo.

Esercizi preventivi per la mobilità delle dita dei piedi
1) Afferrare il mignolo e l’alluce e divaricali per alcuni secondi;
2) dopo aver allargato le dita dei piedi, incrociare le dita delle mani con quelle dei piedi;
3) tirare le dita singolarmente come se si volesse svitare dal piede;
4) pensare di raccogliere un fazzoletto di carta con l’idea di appallottolarlo, arricciando le dita dei piedi;
5) camminare sui vari appoggi del piede (talloni, esterno ed interno del piede e con attenzione sulle punte);
6) mettere una pallina da tennis in un calzino e infilando il lembo della calza tra l’alluce e il secondo dito, eseguire delle flesso-estensioni del piede cercando di sostenere il peso senza arricciare le dita (da eseguire seduti su una sedia con il tallone appoggiato sulla stessa, mantenendo la schiena dritta);
7) seduti con una gamba tesa, avvolgere l’alluce con l’elastico tenendolo in mano tipo briglie da cavallo, eseguire quindi delle flesso-estensioni dell’alluce stesso cercando di tenere ferme le altre dita.

LA RIFLESSIONE
Arresta il sistema

È strano come le parole e le frasi, se pronunciate in certi contesti, possano assumere un significato particolare ed assolutamente diverso rispetto a quello a cui siamo ‘normalmente’ abituati.
Mi spiego con un esempio: da un po’ di tempo sto facendo una bella esperienza presso la casa circondariale della mia città. Tengo un corso di informatica di base ed insegno agli studenti detenuti ad usare un programma di videoscrittura.
Alla fine della prima lezione, un ragazzo mi ha chiesto come si spegne il computer, allora gli ho spiegato che doveva fare clic sul pulsante Start e quindi scegliere la voce: Arresta il sistema… C’è stato un attimo di imbarazzo da parte mia nell’accorgermi dell’effetto ottenuto nel pronunciare quel verbo fra quelle sbarre. Poi, lui si è voltato a guardarmi e, con un sorriso tristemente ironico, mi ha detto: “Tranquillo prof, qui dentro va tutto alla rovescia: io sto qui perché è il sistema che mi ha arrestato”.
Da quel momento credo che, anche altri, provino una sensazione particolare quando è ora di finire la lezione e di spegnere i computer. L’espressione “arresta il sistema” non è stata pensata per il contesto del carcere ma, vissuta in quel contesto, crea una sensazione amara perché è fuori luogo.
La stessa cosa accade quando il governo Renzi trasporta il modello aziendalistico nella scuola; le sue espressioni prese da un vocabolario ‘finanziario’, le sue idee neoliberiste, vissute nel contesto della scuola pubblica, creano una sensazione amara perché sono fuori luogo.
Talmente fuori luogo che ‘il sistema’, quando gli conviene, riesce ad ‘arrestare’ le normali regole democratiche e a mettere in atto una strategia talmente strampalata, anche dal punto di vista ‘aziendale’, da far pensare o ad uno scherzo oppure ad un’operazione ai limiti della legalità.
Alludo alla nota che il Miur ha inviato alle scuole auspicando che i crediti che queste vantano da tempo nei suoi confronti siano cancellati.
In parole semplici, il Ministero dell’Istruzione ha detto alle sue scuole:
Noi sappiamo che vi dobbiamo dare dei soldi.
Noi sappiamo che quei soldi vi spettano.
Noi sappiamo che siamo in debito con voi.
Però…
Noi non vogliamo darvi i soldi che abbiamo.
Noi vogliamo che non ci chiediate più i vostri soldi.
Noi vogliamo che cancelliate il vostro credito nei nostri confronti.
Sulla legittimità di questa procedura rimando ai giuristi, però giuro ai giuristi che una simile sconcezza non me l’aspettavo… pensavo fosse una pratica della malavita ma non di un Ministero della Repubblica Italiana
Le sbarre, da qui, non le vediamo ma… “Tranquillo ragazzo, anche qui fuori sta andando tutto alla rovescia: è il sistema che tenta di arrestarci”.
Noi proviamo a tener botta… in questo ci aiuta anche la lettura del documento inviato dal Coordinamento dei Presidenti dei consigli di circolo e di istituto di Bologna e provincia per reclamare i diritti delle scuole pubbliche.

Al Presidente del Consiglio Matteo Renzi
Al Ministro della Pubblica Istruzione Stefania Giannini
e p.c. Al Direttore generale Miur Giuseppe Greco
Alla Dirigente dott.ssa Maria Rosaria Crucitti
Agli organi di stampa

Il Coordinamento dei presidenti dei Consigli di Istituto di Bologna e provincia ritiene proprio dovere esprimere il proprio giudizio critico riguardo a quanto contenuto nella nota MIUR PROT. N.° 18780 DEL 22/12/2014 (a firma del direttore generale dott. Greco) indirizzata a molte delle loro istituzioni scolastiche, in cui “si auspica la radiazione dei residui attivi, in considerazione della loro vetustà temporale ed attesa la attuale situazione finanziaria del bilancio dello Stato” e nella lettera ministeriale (a firma della dott.ssa Crucitti) indirizzata ai soli Dirigenti scolastici con la quale l’auspicio diventa una più stringente “raccomandazione” (“si raccomanda di radiare i residui attivi esistenti”).
Riteniamo tale auspicio e raccomandazione particolarmente gravi ed inopportuni: non pare particolarmente corretto ed esemplare che un debitore (soprattutto quando si tratta dello Stato) raccomandi al suo creditore (soprattutto quando si tratta di una scuola) di rinunciare a quanto a lui spettante e dovuto.
È il caso di ricordare e sottolineare che tali residui attivi sono in gran parte dovuti ad anticipazioni di cassa, da parte delle scuole, di spese spettanti allo Stato (in particolare supplenze); anticipazioni di cassa che hanno generalmente attinto dai contributi volontari dei genitori.
Radiare tali crediti significherebbe nei fatti radiare contributi richiesti ai genitori e da loro erogati alle scuole, come da legge, per “l’ampliamento dell’offerta formativa” e non certo per coprire spese correnti spettanti allo Stato.
Per tali considerazioni, sono i Presidenti dei Consigli di Istituto, a loro volta – e forse più opportunamente – ad auspicare, raccomandare e rinnovare richiesta allo Stato di rimborsare integralmente quanto ancora dovuto, in considerazione della vetustà temporale del credito da troppo tempo aspettato e attesa la attuale difficilissima condizione finanziaria del bilancio delle scuole a cui, nel tempo, le assegnazioni statali sono state sempre più ridotte.

Il Coordinamento dei Presidenti dei Consigli di Circolo e di Istituto di Bologna e provincia

LA CURIOSITA’
Come ti accalappio l’oligarca

da MOSCA – Abbiamo notato, negli scorsi mesi, alcune stravaganze di questi russi, quando abbiamo parlato dei bagni invernali nell’acqua gelida [vedi] o quando abbiamo scoperto le limousine delle spose [vedi]. Ne scopriamo un’altra. Nulla di nuovo sotto il sole, direbbe qualcuno, Marylin Monroe era già stata la bella protagonista del film “Come sposare un miliardario”, nel 1953.

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Locandina di ‘Come sposare un milionario’

Ma oggi il fenomeno a Mosca cresce, dieci lezioni al costo di circa 2000 dollari per ‘accalappiare’ un uomo ricco, anzi stra-ricco, un vero paperone. Sarà che qui la concorrenza è tanta (oltre che bellissime, le donne sono 10 milioni in più degli uomini), sarà che il lusso (il ‘roskosh’) viene considerato importante, sarà pure che molte belle ragazze non hanno vere alternative lavorative (so che tale affermazione scatenerà una vera levata di scudi), resta il fatto che molte giovani studiano tecniche, più o meno raffinate, per conquistare miliardari, acchiappare un oligarca, far cadere nella rete i Forbesiani (per intenderci, i ricconi che sono sulla lista della rivista Forbes). S’inaugurano, allora, scuole, dove, come manuale di studio si usa il testo della discussa e, da alcuni, non amatissima Xenia Sobchak (la Paris Hilton russa), la quale ricorda alle ragazze che “in Russia ci sono abbastanza oligarchi per soddisfare tutti i propri sogni. Basterà imparare a utilizzare nel modo corretto sorriso, humour, ottimismo e fervore”.

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La copertina del libro

Leggevo tutto questo, oltre che sulla stampa, nell’ultimo libro di Peter Pomerantsev (“Nothing is True and Everything is Possible: Adventures in Modern Russia”, riedizione appena uscita), ne hanno parlato, anche, a una recente trasmissione radio della Bbc. Sono i progetti di vita che hanno fatto la fortuna di film come “Glyanets” (“Glamour”) o di programmi televisivi dal titolo self-explaining (non trovo la parola italiana…), “come sposare un milionario”. Ecco allora che le teorie del business sono spiegate e applicate in scuole che si chiamano in vari modi (dalla “Geisha School” alla “Come essere una vera donna”): bisogna andare incontro ai desideri del consumatore, applicare rigorosamente tale principio, dunque, quando si cerca un uomo ricco. Al primo appuntamento, va applicata una regola chiave: mai parlare di sé, ascoltare, trovare il proprio interlocutore affascinante, capire cosa vuole, le sue passioni e i suoi hobbies. Adattarsi di conseguenza. Pomeranysev, che in Gran Bretagna è anche un produttore televisivo, nel suo libro incontra Oliona e le belle ragazze bionde che, in quelle scuole dai finti marmi e i grandi specchi (chiamate “accademie”), prendono attentamente appunti. Nella porta a fianco vi sono una spa e un salone di bellezza. Si va a lezione e poi ci si rilassa, ci si fa belle e abbronzate. Molti insegnanti sono specialisti con tanto di Master (Mba) anche in psicologia, e ripetono pure altre regole: non indossare mai gioielli al primo incontro (deve pensare che siete povere), arrivare con una macchina malmessa (deve avere voglia di comprarvene un’altra), recarsi in una zona ricca della città con tanto di cartina alla mano e fingere di esservi perse (un uomo bello e benestante potrà avvicinarsi per aiutarvi).
Ci sono poi i locali “giusti” dove andare, come il Galeria creato da Arkady Novikov, ‘il’ posto. Qui uomini eleganti, vestiti di scuro, osservano da dietro le loro logge, non si sa chi sono, decideranno poi. Alcune ragazze pagano per essere sulla lista Vip del locale, è un ottimo investimento. Oliona, che arriva dal Donbas, con mamma parrucchiera e con padre di cui non si parla (come spesso avviene qui), ha iniziato come stripper al casino, ma ora vuole “un uomo che sia saldo sui propri piedi, che la faccia sentire sicura come dietro a un muro di pietra”. Oggi vive, con il cane, in un piccolo e moderno appartamento in una delle strade principali che portano alla Rublevka, zona degli oligarchi. I ricchi le vogliono sulla strada di casa. Ha un appartamento, 4000 dollari fissi al mese, una macchina, lunghi weekend pagati in Turchia o Egitto un paio di volte l’anno. E il suo “sugar daddy” che la va a trovare ogni volta che (lui) vuole. Oliona non tornerebbe mai indietro, comunque. E come lei tante altre ragazze, che non vogliono sentire usare la parola prostituzione, perché loro hanno letteralmente cacciato la loro preda, hanno “scelto” il proprio “sponsor” (come è definito qui), anche se le guardie del corpo controllano regolarmente i loro movimenti, anche se non possono incontrare troppi amici.
Ma la lezione all’accademia continua, con l’algoritmo dei regali: se vuoi riceverne, ti devi posizionare alla sinistra del riccone, il lato irrazionale, emotivo, dice l’istruttore. Se invece, stai alla sua destra, il lato razionale, è il momento giusto per parlare e decidere di affari.
Alcune ragazze non capiscono perché una donna deve lavorare tanto e “ammazzarsi” per e di lavoro. Questo è il ruolo dell’uomo… lui vuole solo il controllo, alle donne basta essere un bel fiore. Qualcuno ha pure detto che sposare un ricco è un lavoro, per qualcuna un piacevole lavoro ma pur sempre un lavoro… e il lavoro, non è un diritto di tutti? Questioni di punti di vista.

Da leggere Peter Pomerantsev, “Nothing is True and Everything is Possible: Adventures in Modern Russia”, 304 p., Faber, 2015

Birdman, l’uomo uccello nel ventre di Broadway

C’è un film in questi giorni di cui si parla molto: chi lo ha già visto lo ripercorre, chi non lo ha ancora visto cerca di capire cosa aspettarsi. Si tratta di “Birdman”, candidato a 9 tra i più importanti premi Oscar. Umilmente, proviamo a orientare, dicendo subito che non è un film sui supereroi, come magari la locandina con l’uomo uccello potrebbe suggerire; per cui, se cercate storie ed effetti facili, non fa per voi.

birdman
La locandina

Protagonista è Sam Riggan, Michael Keaton, attore non a caso interprete dei due Batman di Tim Burton, divenuto nel film protagonista di una fortunata serie di supereroi, “Birdman” appunto. A una certa età, investe tutte le energie e le risorse economiche nella produzione di una pièce teatrale per Broadway, liberamente ispirata a un racconto di Raymond Carver, riconosciuto protagonista del minimalismo letterario e cantore di storie dei perdenti e degli umili della provincia americana.

Il film è talmente pieno di tematiche filosofiche, situazioni esistenziali, metafore e simbolismi, che si stenta a dare un ordine; da qui la prima sensazione, netta, di un evolversi magmatico, un fiume di emozioni e situazioni che scorrono, impetuose come sangue, nei corridoi negli interrati nelle quinte del teatro dove si produce lo spettacolo. La maggior parte del film è stata girata in un unico piano sequenza (apparente, perché in realtà ci sono inevitabili stacchi, sia pur nascosti), che nella unità spazio-temporale ricordano, almeno allo scrivente, il cinema di Robert Altman, da “Nashville” all’ultimo “Radio America”.

birdmanbirdmanUna umanità formicolante e vitalistica, carica di conflittualità parossistiche, a partire dall’eliminazione di un attore definito “cane” mediante un attentato con attrezzi del backstage, per proseguire con lo scontro generazionale, fino alla lotta fisica, tra lo stesso Keaton e un vibrante e nevrotico attor giovane Edward Norton, e i dilanianti rapporti con la ex moglie e la nuova compagna, peraltro entrambe attrici, dove la realtà e la finzione teatrale non hanno confini… magma appunto.

birdmanGli unici “esterni” dal teatro sono una lunga carrellata del protagonista in mutande (a causa di un buffo incidente) sui marciapiedi di Broadway affollati da una umanità a sua volta straniata e surreale, anche mediante l’uso di una particolare ottica; denudato dunque, e ridicolizzato, ma proprio per questo Twitter e Facebook ne faranno la fortuna; e i duetti di seduzione tra Norton e la figlia di Sam, Emma Stone, su un tetto con lo sfondo di uno struggente skyline newyorkese.

birdman birdMemorabile lo scontro tra il protagonista e una cinica e sprezzante critica del Times, che anticipa una stroncatura, mentre la figlia la ridicolizza “e chi lo legge più il Times”; l’insanabile conflitto tra una cultura ‘pop’ che premia la spettacolarità e gli effetti speciali dei Supereroi e dei Transformer, e la sacralità delle sale di teatro di Broadway e la borghese convenzionalità del suo pubblico; il disincanto e il dramma esistenziale della tossica e sbandata figlia di Sam, l’unica che sembra avere una visione ‘esterna’ del mondo reale.

Un film barocco, pieno di effetti e di suggestioni, di trompe l’oeil, dove il vitalismo e le asprezze del regista Alejandro Gonzalez Inarritu, già fortunato autore di “Amore Perros”, “21 grammi”, “Babel”, si sviluppano in una fitta e imprevedibile tessitura, come un ordito di filigrana moresca. Un cast stellare, dove oltre ai già citati, troviamo una Naomi Watts in splendida forma, e altri protagonisti molto efficaci e ben calibrati sul personaggio. Una vivida colonna sonora, incisiva e non accessoria, con una martellante sezione di percussioni, con imprevisti e vividi inserti di Tchaikovsky, Ravel, Mussorgsky.

birdmanSullo sfondo, un sentimento che attraversa tutta la storia, forse il solo che, nel pirotecnico, nevrotico e rutilante scorrere del film, tocca note di tenerezza e di autenticità, che commuovono: il bisogno di dare un senso alla propria vita, di essere accettati non come fenomeni dello show business, ma come portatori di valori autentici, in una parola di essere amati (la pièce teatrale si intitola “Di cosa intendiamo parlare quando parliamo d’amore”); significato rappresentato dalla epigrafe, che fu letta al funerale dello scrittore Raymond Carver:

“E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Sentirmi chiamare amato, sentirmi
amato sulla terra.”

Birdman (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza), di Alejandro González Iñárritu, con Michael Keaton, Zach Galifianakis, Emma Stone, Edward Norton, Andrea Riseborough, Amy Ryan, Usa, 2014, 119 min. (consigliato sopra i 13 anni)

LO SPETTACOLO
Comunicazione a “Doppio taglio” per la violenza alle donne

Una donna in sottoveste, seduta per terra, le mani alzate per proteggersi, i lunghi capelli scarmigliati. E’ l’immagine classica che viene fuori – in redazione – quando c’è bisogno di illustrare un articolo che parla di un caso di violenza contro una donna. L’abbiano vista da sempre così; gli archivi di giornali, periodici e tv ne sono pieni. Anche sul motore di ricerca “Google immagini”, quando inserisci le parole “donna” e “violenza”, ne vengono fuori tante di questo genere. Per molto tempo abbiamo pensato, in buona fede, che andasse bene, che fosse il modo giusto: l’immagine è generica, l’identità della persona è protetta, il messaggio d’allarme c’è.

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Violenza sulle donne: classiche immagini di repertorio (foto Google)

Eppure qualcosa non va. C’è qualcosa di sottilmente perverso, c’è uno stereotipo che non va bene. C’è il buio totale sul carnefice e il soffermarsi eccessivo sulla vittima. Quando si parla di rapina, si mostrano uomini in passamontagna o banche e negozi, mica cassieri o banchieri affranti; quando si parla di frode o ricatti, si usano immagini di valigette con banconote, non è che metti la persona frodata che nasconde il viso distrutto dal dolore. Ecco, a queste cose qui (e altre) hanno pensato gli autori e i sostenitori di uno spettacolo che andrà in scena al Ferrara Off Teatro venerdì 13 e sabato 14 febbraio 2015. Il titolo è “Doppio taglio” e si riferisce al modo in cui funziona l’arma della comunicazione sulla violenza alle donne.

In scena, come attrice e autrice, Marina Senesi che mette insieme l’impegno e l’ironia con i contenuti raccolti da Cristina Gamberi, ricercatrice universitaria. La forza della proposta ha convinto e coinvolto altri artisti: Lucia Vasini alla regia, la cantautrice Tanita Tikaram – memorabile per il suo “Twist in my sobriety” – qui con il brano inedito “My enemy”, i conduttori di Caterpillar Filippo Solibello e Marco Ardemagni per le voci. Lo spettacolo è realizzato in collaborazione con Udi (Unione donne italiane) e Centro donna giustizia Ferrara, insieme all’assessorato Pari opportunità del Comune di Ferrara e il patrocinio di Rai Pari Opportunità, per una produzione Art Up Art di teatro civile.

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Monica Borghi, Livia Zagagnoni, Annalisa Felletti e Monica Pavani presentano lo spettacolo (foto Cronaca Comune)

Per chi la comunicazione la fa di mestiere è anche un’occasione per riflettere e approfondire il modo di raccontare queste cose. La rappresentazione di domani, venerdì 13 febbraio, infatti, grazie all’adesione dell’Ordine dei giornalisti Emilia-Romagna e in collaborazione con l’ufficio Stampa del Comune di Ferrara, è stata inserita nel programma nazionale di formazione professionale con il riconoscimento di crediti. Dopo lo spettacolo, dunque, ci sarà una tavola rotonda con Marina Senesi e Cristina Gamberi; interventi di Stefania Guglielmi (Udi Ferrara) e Paola Castagnotto (Centro donna giustizia); coordinamento di Alexandra Boeru, giornalista di Telestense.

“Doppio taglio” in scena venerdì 13 e sabato 14 febbraio 2015 alle 21, ingresso a pagamento, al Ferrara Off Teatro, viale Alfonso I d’Este 13 a Ferrara.

LA STORIA
“Gentiluomo offresi in aiuto alla Persona”

Un bigliettino bianco, piccolo piccolo, trovato in buchetta. E’ scritto a mano, due parole in tutto, oneste e dignitose: “Affittasi gentiluomo in aiuto quotidiano alla Persona”. Sì, si tratta di una semplice richiesta di lavoro, come ce ne sono in giro tante al giorno d’oggi, troppe. Ma questa ci incuriosisce perché non è stampata, non ci arriva tramite mail, non ce la troviamo infilata nello sportello dell’auto o attaccata alle vetrine dei bar. E perché chi scrive si definisce “gentiluomo” che si offre come aiuto alla “Persona” con la P maiuscola. In questo biglietto c’è un senso di rispetto non usuale.

gentiluomo
Il biglietto con l’offerta di lavoro

“Gentiluomo perché sono una persona seria, virtuosa, di fiducia”, dice Ernesto al telefono, “Purtroppo di questi tempi la piccola pensione che ricevo non basta e quindi mi offro in aiuto a persone che hanno bisogno di essere affiancate, anziani per esempio, o persone che hanno necessità di spostarsi e non hanno la patente, per mansioni occasionali di fiducia.” Ernesto è ferrarese, della provincia, ha sessantanni, dice che scrive i suoi biglietti a mano perché ha del tempo e sarebbe uno spreco stamparli; dice anche che scrive Persona con la P maiuscola “perché la persona è importante, e io garantisco l’ausilio e il supporto che necessita, mi metto a servizio della persona”.

Ha fatto tante cose nella vita, Ernesto. Fotografo dei bambini ai lidi, con il celebre Mondo Bragaglia, prima che questi diventasse l’uomo di Telemondo, pioniere della tv locale nella seconda metà degli anni Settanta (“mi ha lasciato la sua moto”). E, sempre ai lidi, fotografo di fiducia del pittore Remo Brindisi. “Vivevo in campeggio, gratis, in una struttura venduta ma mai affittata nella quale mi ero trasferito”, ricorda.Poi a Bologna, collaboratore di varie agenzie pubblicitarie e in contatto con i colosso milanese “Armando Testa”.
Negli anni Ottanta, con la moglie decide di aprire un proprio negozio: al centro Diamante inaugura Harmony color e, già che c’è, compra anche l’edicola di fronte. Ben presto però vende l’edicola e in seguito trasferisce Harmony a Ferrara in viale Po. Ma gli acidi per lo sviluppo delle pellicole fotografiche gli creano problemi alla salute. E qui comincia la sua seconda vita: benzinaio della Esso a Occhiobello e anni dopo della Shell in via Modena: “L’ho lasciata dopo avere subito una rapina, non è bello trovarsi un forchettone da grill puntato al fianco”, commenta, descrivendo un’immagine degna di una pellicola di Quentin Tarantino. Ma non è finita. Il nostro Ernesto nel tempo lavora per CoopSer, fa consegne latte a Rovigo e pesce a Bologna.

Moglie, due figli, tanto entusiasmo e voglia di fare. Una quindicina d’anni fa però la salute gli gioca un brutto scherzo: aneurisma all’aorta, un anno di ospedale. Ma Ernesto ha sette vite come i gatti, si rimette in piedi e apre un bar a Occhiobello e poi un altro a Salara (“mi hanno dato una mano i preti”), infine entra all’ospedale di Santa Maria Maddalena, ma stavolta non in veste di paziente. Fa le pulizie e poi dà assistenza ai malati.

Ed è allora che gli viene l’idea: “Ci sono tante persone sole… Io non faccio mica il badante. Ma mi presto per accompagnamento: a fare la spesa, alle visite mediche, anche semplicemente per compagnia o per passeggiate: ci sono tanti anziani che da soli non si sentono tranquilli, per via del traffico o per timore di fare brutti incontri”. E allora arriva Ernesto. E la moglie è contenta? “Mica tanto. Teme che mi affatichi. Mio fratello se n’è andato l’anno scorso all’improvviso per un guaio simile al mio, aveva 58 anni, due meno di me. E’ preoccupata”. Ma lui no, ha voglia di fare. Clienti per la nuova professione? “Non ancora, ho appena iniziato a farmi pubblicità. Mi hanno cercato, ma per tinteggiare la casa o sistemare il frigorifero… Io quelle cose lì non le faccio”. Per ora… Perché il poliedrico Ernesto è capace di tutto. Intanto, però, il nostro gentiluomo si offre “in aiuto alla Persona”.

Il filo della mediocrità

Intervenire su qualsiasi argomento in questi giorni convulsi sembrerebbe una perdita di tempo o un’assurdità. Cosa può legare ad esempio la crisi greca, quella ucraina, il cambio politico di casacca, la colossale evasione fiscale e il Festival di San Remo? Eppure un filo c’è: e si chiama mediocrità o meglio ancora, per citare la grande Arendt, la banalità del comportamento che percorre come un filo rosso questo tempo infelice.
Il “nazionale popolare” che si era trasferito dalle pagine gramsciane ai suoi nipotini che osservavano con un misto di compiacimento e di riprovazione il Festival di San Remo, tessuto aggregante delle aspirazioni medie dei cittadini medi; ma soprattutto degli intellettuali di sinistra che negavano di ascoltare il rito collettivo degli “itagliani”, poi facendosi la barba canticchiavano a voce sommessa “Vola colomba”: parola d’onore di chi si è comportato in questo modo. Da ragazzetto e da giovinetto impegnato. E gli smoking e gli abiti da sera che facevano sognare le ‘sciorette’ mentre, che so, il Vietnam, la Corea, il governo Tambroni creavano il sottofondo a “.. e la barca tornò sola”, terzo posto al festival nel 1954 cantata da Carosone. Tutti giuravamo di non ascoltarlo il Festival ma poi ci si trascinava stancamente dagli amici che, fortunati!, possedevano la televisione per parlare della traduzione dell’”Ulysses” di Joyce, mentre l’occhio avidamente fuggiva nella stanza accanto ad ascoltare gli idoli del nostro tempo.
Dal barbiere la mano distratta andava ai giornaletti dei fotoromanzi e alle avventure dei divi della canzone. Tanto poi a casa leggevi Proust e ti lavavi la coscienza. Il Barthes delle “Mythologies” insegnava. Magnifico questo paese di ipocriti! Sentire l’urlo della Santanchè da Giannini, travestita nell’acconciatura da Madia con tocco prerafaellita mentre la Madia ripudia la pettinatura che l’ha resa la più bella del reame per scegliere il “niente boccoli!” mi sembra straordinario.

Così apprendere che una biblioteca privata è stata scaricata nei cassonetti della spazzatura dagli eredi e che, corsa la voce, tanti hanno frugato nei contenitori per portarsi a casa un libro, ben ti dice della dissociazione di cui siamo complici e vittime. Ora tutte le biblioteche pubbliche rifiutano le donazioni dei libri, anche importanti. Il “non c’è posto!” scandisce inesorabilmente l’ultimativo rifiuto a prendersi cura dei libri. Un tempo Hitler andava per le spicce e ci faceva dei bei roghi. S’organizzano mostre e s’ignorano le realtà presenti in loco per stupire il malinformato fruitore nell’ansia di ricercare l’esotico, lo strano, il “mirabile visu”.

Per rendere più efficaci le banalità che escono dalla bocca dei parlamentari ecco la mimica della mano, l’occhio strabuzzato, la voce soffocata dall’indignazione mentre le signore parlamentari orgogliosamente portano quell’immenso strumento di fascinazione che è la borsa in posa manico d’ombrello con palmo rivoltato all’insù.
Quando si leggeva o s’ascoltava musica o s’andava a teatro tutte attività semi-obsolete questa attitudine italiana si chiamava melodramma o per i più fighi “melò”. E l’immortale Arbasino potrebbe commentare “signora mia!”.

Quale soluzione a tanta ipocrita italianità? Non lo saprei né dirlo né suggerirne il rimedio. Resta forse una via di salvezza che consiste (forse) nel riconoscere che la politica si evolve col tempo ma resta indietro rispetto alla rapidità dell’evoluzione della Storia. Se il principio della democrazia è accogliere i cambiamenti adeguandosi ad essi, là in fondo, in fondo nelle più inconfessabili profondità della mente, resta semisepolta una spaventata presenza che al di là di tutto resiste e ti fa vergognare (ma non troppo): l’aristocrazia del pensiero.
Brrrr…

Per ascoltare “Vola colomba vola” clicca qui

LA SEGNALAZIONE
‘Ghetto’ e ‘Stadio’ alle spalle, per Radius e Portera “Una sera con (i due) Lucio”

Alberto Radius e Ricky Portera si sono uniti per realizzare “…una sera con Lucio”, un album tributo ai due grandi Lucio della canzone italiana: Battisti e Dalla. Da oltre vent’anni i due musicisti si affiancano al gruppo “Custodie cautelari”, per partecipare all’evento “Notte delle chitarre”, ma ora la loro collaborazione ha compiuto un salto di qualità, rivisitando dieci famose canzoni, senza risparmio di assoli e virtuosismi.

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La copertina del cd di Alberto Radius e Ricky Portera

Radius rappresenta la storia musicale degli ultimi 50 anni, il suo modo di suonare la chitarra è immediatamente riconoscibile ed è un punto di riferimento per chi si cimenta con lo strumento. Portera ha alle spalle anni di carriera con il gruppo degli Stadio, Dalla e tanti altri big, è dotato di una tecnica sopraffina e di un’imponente presenza scenica, i suoi virtuosismi marchiano “a sangue” le canzoni.
Presentando il disco, Radius e Portera hanno dichiarato: “L’album nasce per il piacere, dopo una collaborazione durata una vita, di poter ricordare questi meravigliosi artisti con il nostro cuore, riproponendoli come se avessimo registrato oggi queste canzoni… quindi con qualche anno in più di esperienza e voglia di suonare in modo diverso da allora. Battisti e Dalla hanno lasciato un’eredità artistica, paragonabile alla grandezza di musicisti e poeti che nei secoli hanno fatto grande la cultura e difficilmente non saranno citati negli anni a venire. A noi rimane il grande orgoglio di averci messo una nostra nota, una nostra idea… forse per questo, anche se minimamente, saremo ricordati anche noi”.

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Ricky Portera dal video Ayrton

Il videoclip “Ayrton”, realizzato da Franco Bertan, è la sintesi di questo progetto: due leggende che cantano due miti. Nel brano scritto da Paolo Montevecchi e portato al successo da Dalla nel 1996, le voci di Radius e Portera s’incrociano sino a dissolversi tra assoli di chitarra e rombo di motori. Nella versione originale del 1993 il solo di chitarra fu suonato sempre da Ricky Portera, in un’unica memorabile registrazione.

Uno dei brani più belli e intensi è “Tu non mi basti mai”, dove Ricky riesce a combinare al meglio la lenta melodia con l’irruenza del ritmo scandito dalle chitarre elettriche.Radius interpreta splendidamente “Il tempo di morire”, esaltandone l’anima rock, la sensazione è quella di sentirsi trasportati negli anni ’70. Lo stesso dicasi con “10 ragazze” e “Non è Francesca”, quest’ultima “rinfrescata” con una nuova introduzione. “La sera dei miracoli” è eseguita da Portera insieme a… Lucio Dalla. Si tratta di un prezioso cameo con la voce originale registrata del cantante bolognese che entra nel brano in punta di piedi e lascia una traccia indelebile. E’ uno dei momenti magici del disco, una perla che impreziosisce questa originale e particolare canzone d’amore.

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Alberto Radius dal video Ayrton

“Insieme a te io sto bene”, con la voce e la chitarra di Alberto Radius, interrompe l’atmosfera del brano precedente, enfatizzando il testo scritto da Mogol: “Che cosa vuoi da me? Cosa pretendi da me? Se è giusto non lo so, elementari si e no, la donna è donna e tu una donna sei, che importa cosa fai, resta con me finché vuoi, che da mangiare c’è…”.
Portera e Roberta Coppone duettano in “Vita”, difficile il paragone con la coppia Dalla-Morandi, ma la cover è credibile e si ritaglia un suo spazio nel microcosmo del musicista bolognese.

Nell’album ci sono anche due brani che non appartengono al repertorio di Battisti e Dalla, si tratta de il “Tango di Dedalo”, scritta da Radius e inserita nell’album “Banca d’Italia” del 2013. La canzone ci riporta ai tempi di “Leggende”, grazie all’ottimo accompagnamento al pianoforte, a un tango incalzante e alle metafore di Andrea Secci: “… se avessi volato basso, se io fossi Torquato Tasso… non andare verso il sole, le tue ali non potranno sopportare, rischi di cadere in mare, ti dovrei vedere annegare… “.
Ricky Portera propone la sua struggente “I vicoli di Modena”, scritta nel 1992 per Vasco Rossi, e rimasta inedita sino alla pubblicazione dell’album “Fottili” del 2014. Il brano racconta di com’è Modena oggi, senza i punti di riferimento e di aggregazione del passato; il rimpianto e la delusione, da parte del suo autore, di non trovare più la città di allora.
In “Nessun dolore” Radius ci offre una raffinata versione del famoso lato B del 45 giri di “Una donna per amico”, già inciso anche da Mina e Giorgia. Cori, batteria, percussioni e la voce di Alberto creano un irresistibile crescendo musicale, degno del perfetto incastro ritmico basso-batteria della versione battistiana.
L’inquietante, ironica e surreale “L’ultima luna” offre a Portera l’occasione per trasportare il brano in una dimensione più cupa, vicina ai difficili tempi che stiamo vivendo, sintesi e dimostrazione di come, pur senza cambiare il testo, si possa stravolgere l’idea di una canzone.

Alla registrazione ha collaborato Clara Moroni (corista di Vasco Rossi), Salvatore Bazzarelli (tastiere), l’album, uscito per l’etichetta Videoradio di Beppe Aleo, è stato prodotto e registrato da Ugo Poddighe agli UP Studios di Milano.
Alberto e Ricky hanno voluto rendere omaggio a due amici e maestri, forti della storia comune con loro, riuscendo nel difficile compito di cucire nuovi vestiti a canzoni pressoché perfette. Il disco ha più chiavi di lettura, com’è giusto che sia, dividendosi tra le performance tipicamente rock e le melodie di matrice italiana. I due artisti si sono trovati a loro agio in questo non facile compito, riuscendo a creare ampie personalizzazioni e a proporre apprezzabili innovazioni.

Radius, Portera, Tu non mi basti mai (ascolta)

Video “Ayrton” realizzato da Brixia Channel per la regia di Franco Bertan [vedi]

LA RIFLESSIONE
Grandi imprese, recuperare il senso della responsabilità sociale

Nel contesto attuale lo statuto e il ruolo delle imprese all’interno della società diventa sempre più frequentemente oggetto di riflessione, discussione e polemica. L’importanza delle imprese ci viene ricordata ogni giorno da un discorso economico invasivo e dalla frequenza con cui nel linguaggio comune e massmediatico ricorrono termini come consumatore, imprenditore, manager, investitore, cliente.
Il capitalismo neoliberista che ha imperato negli ultimi decenni ha imposto una nuova antropologia nella quale proprio la funzione di ‘consumatore’ ha sostituito quella di ‘cittadino’.
Accanto a questa rivoluzione concettuale, la globalizzazione ha aumentato, in misura mai conosciuta prima, la distanza tra azione e conseguenze ultime dell’azione stessa: in tale contesto, l’impresa (in particolare la grande impresa multinazionale), rischia seriamente di diventare (e in molti casi è diventata) uno strumento per la cancellazione della responsabilità.
Questa insidiosa deriva si fonda su una certa filosofia che ha promosso come unico scopo dell’impresa la massimizzazione del valore per la proprietà nel breve periodo. L’idea che l’impresa sia una macchina per produrre utili per gli azionisti si regge, secondo i suoi sostenitori, su almeno tre considerazioni:
– esiste una netta distinzione tra mercato (luogo della produzione e dello scambio efficiente) e Stato, agente della redistribuzione della ricchezza generata;
– c’è una netta separazione temporale tra produzione e redistribuzione che rappresentano momenti diversi e indipendenti tra loro (prima si produce, poi si distribuisce);
– il mercato è una istituzione che, contrariamente allo Stato, si autolegittima: l’impresa che di questa istituzione è l’asse portante si autolegittima anche essa in quanto produttrice di quella ricchezza che sarà in parte incassata e ridistribuita dallo Stato.
Per i fautori di questa dottrina l’agire economico dell’impresa risulterebbe di per sé orientato al bene in quanto finalizzato a produrre direttamente e indirettamente valore: esso si collocherebbe cioè in una sfera di neutralità protetta rispetto alle istanze critiche emergenti dalla società.

Questa posizione viene messa in discussione da molti, in particolare da quanti sostengono l’importanza della responsabilità sociale (e non solo economica) dell’impresa. Ad oggi non esiste una definizione unica e condivisa di tale nozione: vi sono piuttosto diversi livelli concettuali che rimandando a qualche tipo differente di legittimazione etica:
– ad un primo livello l’impresa ha l’obbligo ovvio di agire nel rispetto di leggi, norme e regolamenti vigenti: un fatto tutt’altro che scontato come illustra ampiamente la cronaca;
– ad un secondo livello l’impresa ha la necessità di agire tenendo conto del contesto in cui opera, ovvero del settore e del mercato di riferimento; è innanzitutto in quest’ambito che essa gioca le proprie strategie per convincere i consumatori, persuadere i finanziatori e conquistare la propria fetta di mercato;
– la responsabilità sociale dell’impresa inizia però a manifestarsi pienamente solo quando esiste la disponibilità a tener conto e a rispondere degli esiti prevedibili delle scelte e delle azioni, degli effetti che l’agire economico produce per tutti coloro che hanno una posta in gioco, ovvero qualcosa da guadagnare o da perdere rispetto all’esistenza stessa dell’impresa. Vi è responsabilità sociale quando il management non chiude gli occhi davanti agli effetti perversi, alle esternalità negative, che troppo spesso sono socializzate e ricadono sui gruppi meno tutelati, sull’ambiente, sulle generazioni future,
– infine, un’impresa genuinamente responsabile dovrebbe garantire e promuovere lo sviluppo di quelle virtù civiche che sono indispensabili al buon funzionamento del mercato e, più in generale, della società entro cui opera; dovrebbe generare fiducia, promuovere la coesione delle comunità e contribuire alla tutela dell’ambiente, alimentare il sapere e la cultura, rafforzare il principio di reciprocità.

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Adriano Olivetti

A molti tutto questo apparirà come un’utopia: ma proprio in Italia abbiamo un precedente illustre che ha dimostrato in tempi più difficili dei nostri la praticabilità di questo percorso: si tratta dell’esperienza straordinaria dell’imprenditore Adriano Olivetti. Oggi, diversamente da allora, siamo noi, ovvero è proprio il consumatore, che attraverso le proprie scelte di acquisto può contribuire a premiare le imprese responsabili, orientando nel lungo periodo l’intero sistema produttivo verso la sostenibilità economica, sociale ed ambientale: ma per far questo servono cittadini preparati ed attivi, persone dotate di un robusto senso civico; servono esseri umani consapevoli e non consumatori passivi manipolati dal marketing.

Il mio ultimo giorno di guerra

Matteo Tondini è un regista ventiseienne, nativo di Faenza (RA), attivo da anni nella produzione di film, video aziendali e spot commerciali. Nonostante la giovane età ha già realizzato alcuni importanti cortometraggi selezionati in festival internazionali, apprezzati da pubblico e critica, autore de “La bella Giulia” in concorso ai David di Donatello 2008 e del recente “Seguimi”.

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La locandina

Il cortometraggio “Il mio ultimo giorno di guerra” (My last day of war), vincitore di numerosi premi, è stato distribuito in tredici nazioni ed è diventato tema d’esame presso la Stony Brook University di New York. Il film, interpretato da Ivano Marescotti e Andrea Vasumi, ha vinto  nel 2010 l’International family film festival di Los Angeles (Best foreign drama) ed è stato premiato quale Miglior cortometraggio sezione elemets +10 al Giffoni Film Festival del 2009 e all’Amarcort Film Festival 2009 di Rimini.

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Il film è stato girato nei pressi di Riolo Terme

“Il mio ultimo giorno di guerra”, ambientato ai tempi della seconda guerra mondiale, racconta di un singolare incontro tra un giovane contadino e due compagini rivali: una tedesca e una americana. Da questo scontro si snoda la trama, incentrata sul tentativo da parte del ragazzo di mettere pace tra i contendenti, con l’obiettivo di salvarsi la vita. Il coraggio e la genuinità del giovane porteranno a situazioni paradossali che mostrano il tragico mondo della guerra in una prospettiva originale e per nulla convenzionale. Si susseguono colpi di scena, tentativi di fuga, scambi di cibo e un fatale incontro risolutore con una giovane ragazza.

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Ivano Marescotti

Un anziano contadino sta raccontando tutto questo al piccolo nipote che, rapito dalle sue parole, ascolta il racconto del suo “primo e ultimo giorno di guerra”. Il film non finisce qui, il nonno ha nascosto al bambino una dolorosa verità, non perdete il finale struggente e drammatico.
La fotografia è firmata da Fabio Cianchetti, uno dei massimi autori del cinema italiano, vincitore di un nastro d’argento per “The dreamers” di Bernardo Bertolucci e un David di Donatello per “Canone Inverso” di Ricky Tognazzi. Le riprese sono state effettuate sulle colline romagnole nei pressi di Riolo Terme.

Figura 3: Ivano Marescotti interpreta il nonno che racconta la storia al nipote
Proponiamo questo film, del 2009, per l’impatto emozionale, la drammatica attualità e per la sua disponibilità su YouTube [vedi].

“Il mio ultimo giorno di guerra” di Matteo Tondini, con Ivano Marescotti, Andrea Vasumi, Luigi Bettoli, Michael Zengerling, Matteo Fiori, Enzo Cocomero, Nicola Alpi, Anna Baldini, 2009, Italia, durata 19’
Il mio ultimo giorno di guerra

Le indagini sulla soddisfazione dei cittadini, una chiave di lettura della qualità dei servizi

Da quanto tempo il gestore dei servizi pubblici non vi chiede cosa ne pensate? Avete delle cose da dire? Si tratta di un argomento importante che spesso viene sottovalutato. Si potrebbe anche pensare che non si fanno indagini per non raccogliere critiche, ma questa è una scelta molto sbagliata. Spesso si sottovaluta o comunque non si dà il giusto peso al grado di consenso (e dunque di dissenso) del cittadino e si trascura l’analisi dei disservizi/malcontenti; è dunque molto utile verificare periodicamente (attraverso indagini) quali siano le principali cause di reclamo o comunque di insoddisfazione. E’ evidente come la partecipazione, la disponibilità e il consenso siano elementi (fattori di positività) strettamente legati all’analisi di queste criticità.
Uno strumento fondamentale a questo proposito è rappresentato proprio dalla ‘customer satisfaction’ che è una scienza di analisi dei consumi e serve per misurare la qualità di un servizio. L’orientamento al cliente deve partire dal monitoraggio della mappa delle insoddisfazioni salienti, individuando soluzioni di miglioramento. L’obiettivo principale e il risultato atteso è di rilevare direttamente la qualità percepita (bisogni espliciti e bisogni impliciti). Il sistema per valutare la soddisfazione dei cittadini sui servizi è naturalmente simile a quello di gestione della clientela e costituisce un tassello fondamentale nel quadro generale dell’erogazione del servizio; l’approccio per l’individuazione degli indicatori è quindi del tipo ‘customer view’, per fornire una chiave di lettura dello stato del servizio focalizzata sul punto di vista del consumatore piuttosto che su quello del gestore. Per valutare la qualità del servizio, specie in relazione al raggiungimento degli standard previsti, è dunque bene svolgere apposite verifiche, acquisendo periodicamente la valutazione dei clienti.
In generale i principali risultati emersi dalle indagine di ‘customer satistaction’ effettuate negli anni in regione (nella mia funzione di autorità di vigilanza) hanno sottolineato una discreta e generalizzata soddisfazione da parte dell’utenza emiliano-romagnola per i servizi idrici e di igiene urbana. Una soddisfazione che taglia trasversalmente i due principali tipi di utenze: le famiglie e le utenze non domestiche, seppure sia possibile talvolta rilevare fra i secondi una sorta di ‘malessere’ più diffusa. La soddisfazione per la qualità del servizio di erogazione dell’acqua e quella per il servizio di igiene urbana, considerati nella loro complessità, è decisamente apprezzabile, seppure sia evidente la necessità di sfruttare a pieno i margini di miglioramento ancora esistenti ed evidenti.
Tra i fattori di insoddisfazione però vengono rilevati in particolare i costi richiesti per poter fruire dei servizi e la carenza di informazioni e dialogo tra utenza e gestore. Più nello specifico:
• del servizio idrico si ha in generale una valutazione positiva della qualità del servizio di distribuzione, anche se si esprime qualche perplessità sulla qualità dell’acqua; purtroppo il consumo come bevanda dell’acqua del rubinetto non è un’abitudine comportamentale;
• per il servizio rifiuti vi sono molte differenze tra le varie aree geografiche in cui alcune realtà locali presentano un più spiccato livello di gradimento ed altre invece no. In linea di massima, si può osservare che nei comuni capoluogo la quota di quanti danno un giudizio buono al servizio di raccolta rifiuti è quasi sempre inferiore a quella registrata nei comuni periferici delle corrispondenti province;
• si ritengono in generale elevati i costi del servizio e la maggior parte dei cittadini non si dichiara disposta a pagare qualcosa di più per avere un servizio migliore, anche se nelle loro aspettative auspicano un miglioramento del servizio.

L’orientamento al cliente deve partire dal monitoraggio della mappa delle insoddisfazioni salienti, individuando soluzioni di miglioramento. L’obiettivo principale e il risultato atteso è di rilevare direttamente la qualità percepita (bisogni espliciti e bisogni impliciti). In particolare è richiesta la verifica della situazione in relazione a soddisfazione globale (servizi, zone), fattori della qualità (valutazioni), aree d’intervento (proposte, consigli), informazioni utenza (ricordo spontaneo, giudizio) ed altro.
L’analisi sistematica sulla qualità percepita (sistema di ascolto) deve essere definita sulla base di precisi riferimenti relativi a universo di riferimento, campione, base territoriale, temi di intervista, strumenti utilizzati, durata, periodo di rilevazione, cadenza prevista. Esaminate le informazioni raccolte (con analisi regressiva multipla e analisi statistica), elaborati e valutati i dati relativi, intraprendendo le opportune scelte gestionali per il miglioramento della qualità dei servizi.

Un approccio meno presuntuoso e più collaborativo è sempre apprezzato.

RITRATTI
La vita è color pastello

Piccoli pigmenti macinati, mescolati e diluiti in acqua. Colori tenui e ricordi affettuosi e delicati che ben si coniugano con la delicatezza di quelle stesse tinte e di quei tratti leggeri. Un animo gentile e premuroso ha delicatamente disegnato e tratteggiato un passato non dimenticato. Sono i colori dell’anima, quelli che appaiono su questa tela, sono i sentimenti che si riescono a imprimere con i toni di un colore rosa. Affetto, protezione, gentilezza, sicurezza, amore, sicuramente quello di una madre. Di una madre che è e di una che è stata, di quella che era stata la sua, di quella di un’amica vicina, di quella di molti, l’unica vera luce di bei momenti lontani che non ci sono più. Il colore di un’infanzia, che per quanto difficile era pur sempre rosa, perché mamma c’era, mamma dipingeva, mamma comprava i fiori, mamma cuciva, ricamava, cucinava, preparava torte e biscotti. Mamma che si specchiava e si pettinava prima di uscire, che avvolgeva i capelli neri in un fazzoletto dai colori altrettanto delicati. Che leggeva i primi romanzi francesi e le riviste di moda d’oltreoceano. Lei credeva nei colori della vita, amava particolarmente la gentilezza del rosa, nei vestiti, nelle stoffe, nei fazzoletti, nelle calze, nei fiori, nei quadri, nei disegni, nei dipinti, nei cieli, nei baci.
Cesare Pavese scriveva che ogni mattino sarebbe uscito per le strade a cercarne i colori.
Noi siamo i pastelli che colorano la nostra strada, i disegnatori della nostra vita. Sta a noi soli dare tonalità tenui al tutto che ci circonda. Perché anche io, come Audrey e Anna, credo nel rosa. Fermamente.

“Io credo nel rosa. Io credo che ridere sia il modo migliore per bruciare calorie. Io credo nei baci, molti baci. Io credo nel diventare forte quando tutto sembra andare storto. Io credo che le ragazze felici siano le ragazze più belle. Io credo che domani sarà un altro giorno, e io credo nei miracoli.” (Audrey Hepburn)

Acquarello di Anna Pirazzi

LA RICORRENZA
Vite sradicate: la diaspora italiana dall’Istria

L’esodo istriano, conosciuto anche come esodo giuliano-dalmata, è un evento storico consistito nella diaspora forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana, che si verificò a partire dalla seconda guerra mondiale e negli anni successivi dai territori occupati dall’Armata popolare del maresciallo Josip Broz Tito e in seguito annessi dalla Jugoslavia. Il fenomeno, susseguente gli eccidi noti come massacri delle foibe, fu particolarmente rilevante in Istria, dove si svuotarono intere città, ma coinvolse anche i territori ceduti dall’Italia con il trattato di Parigi e, in misura minore, alcune aree litoranee della Dalmazia occupate dall’Italia nel corso della guerra.
L’Istria era divenuta parte del Regno d’Italia a seguito della vittoria nella prima guerra mondiale, con il trattato di Saint-Germain-en-Laye (1919) e il trattato di Rapallo (1920). In totale, dopo la firma del trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 e del memorandum di Londra del 1954, furono circa 250.000 le persone che abbandonarono tutti i loro beni e preferirono andare in Italia.

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Piccola esule

Il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, in occasione della Giornata del ricordo del 10 febbraio 2007 – citando autorevoli storici – ha così descritto le caratteristiche dell’esodo: “Nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”.

Per dovere di informazione segnaliamo che alcuni storici negano che l’esodo e le persecuzioni siano state la conseguenza di una sistematica pulizia etnica attuata dagli jugoslavi ai danni della comunità italiana, ma, l’intento era quello di catturare, perseguire e punire i responsabili e i complici dei crimini di guerra.

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Lapide posta a Pola in ricordo della strage di Vergarola (photo by WM)

Nel giugno 1945 Gorizia, Trieste e Pola furono tolte dal controllo delle forze di Tito e poste sotto il controllo delle truppe anglo-americane che avevano varcato l’Isonzo il 3 maggio. Si concluse così la cosiddetta crisi di Trieste; Fiume, invece, restò definitivamente sotto il controllo jugoslavo. Ciò spinse gran parte della popolazione di lingua italiana a lasciare la regione nell’immediato dopoguerra. In questa situazione si inserisce la strage della spiaggia di Vergarola (18 agosto 1946), di cui ancora, a distanza di tanti anni, non si conoscono mandanti e responsabili. L’esodo di massa iniziò quando apparve chiaro che le speranze del ritorno di queste città all’Italia erano nulle: in questa occasione l’abbandono si svolse in modo ordinato, sotto gli occhi delle autorità anglo-americane e di alcuni rappresentanti del governo italiano. L’esodo era stato organizzato già prima della strage di Vergarola, subito dopo che, nel maggio del 1946, trapelarono notizie in merito all’orientamento delle grandi potenze riunite a Parigi a favore della cosiddetta “linea francese”, che prevedeva l’assegnazione di Pola alla Jugoslavia. Il 3 luglio 1946 si costituì il “Comitato Esodo di Pola”, punto di riferimento per gli esuli, che rappresentavano tutte le classi sociali, dai professionisti agli impiegati pubblici ai molti artigiani e operai dell’industria.

Il 10 febbraio 1947 il trattato di Parigi assegnò l’Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia quindi s’intensificò, coinvolgendo anche le zone precedentemente salvaguardate dalla linea Morgan, l’esodo di massa già iniziato. Quello stesso giorno, per protesta, Maria Pasquinelli uccise R. W. de Winton, il comandante della guarnigione britannica di Pola. Numerosi profughi si stabilirono oltre il nuovo confine, nel territorio rimasto italiano, soprattutto a Trieste e nel nord-est. Altri decisero di seguire le tradizionali rotte dell’emigrazione transoceanica, scegliendo come meta finale il Canada (Vancouver) e gli Stati Uniti d’America, che, con l’emendamento al Displaced eersons act del 1948 riaprirono, a partire dal 1950, le porte all’emigrazione riservando 2.000 posti ai cittadini del Venezia-Giulia.

Dopo aver stazionato per tempi più o meno lunghi in uno dei 109 campi profughi allestiti dal governo italiano, la maggior parte delle persone che se ne andarono si sistemò nelle varie parti d’Italia, mentre circa 80.000 emigrarono in altre nazioni. Come sempre avviene in queste situazioni, l’economia dell’Istria e degli altri territori coinvolti risentì per numerosi anni del contraccolpo causato dall’esodo. Il trattato di Osimo, firmato il 10 novembre 1975, sancì lo stato di fatto di separazione territoriale venutosi a creare nel Territorio Libero di Trieste a seguito del Memorandum di Londra, rendendo definitive le frontiere fra l’Italia e la Jugoslavia.

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Il Piroscafo “Toscana” nel porto di Pola

“1947” è il brano che Sergio Endrigo ha dedicato a Pola, sua città natale [ascolta]. Si tratta di un brano struggente, dove tra nostalgia e rimpianto il cantautore istriano parla dell’esodo da Pola, compiuto insieme alla sua famiglia: “Da quella volta non l’ho rivista più, cosa sarà della mia città, ho visto il mondo e mi domando se sarei lo stesso se fossi ancora là… come vorrei essere un albero che sa, dove nasce e dove morirà”.

Citiamo, inoltre, quanto dichiarato dal regista istriano Luka Krizanac, durante una nostra recente intervista: “Per quanto riguarda le ragioni storiche dell’Istria cito una cosa che mi diceva mia nonna – sono nata austriaca, mi sono sposata italiana, sono andata in pensione come jugoslava, e morirò croata…”. E stiamo parlando soltanto del ventesimo secolo.

Il brano intonato: Sergio Endrigo, 1947 [ascolta]

Autovalutazione o autoillusione? Meglio cambiare occhiali

Vizi e virtù della scuola italiana continuano a coesistere imperterriti. Il vizio è quello ormai atavico di ritenere che la scuola italiana si cambia dall’alto, calando di volta in volta nel suo contesto i provvedimenti di riforma di questo o quel governo. La virtù è che la scuola, nonostante tutto, nel suo tessuto e nel suo modo di essere resta inossidabile, pressoché identica a se stessa da decenni e decenni, nel bene e nel male. Il miracolo è che generazioni e generazioni di ragazze e di ragazzi siano riuscite ad uscirne indenni, e ancora riescano a sopravviverci.
Se a un essere comune, dotato di normale buon senso, a proposito della scuola di suo figlio gli capita tra le mani un documento sulla autovalutazione, sì, “autovalutazione”, già tutto un programma di ossimori e autoreferenzialità, in cui le espressioni forti, quelle calde, sono ‘start up’, ‘help desk’, ‘task force’ pensa a tutto, a guerre stellari, a un programma del Pentagono, meno che mai che si parli della scuola di suo figlio.
E qui si sbaglia. Perché si tratta del “Rav”. Un’astronave interplanetaria? No. È l’acronimo del Rapporto di autovalutazione che la scuola di suo figlio in nome della trasparenza e del bilancio sociale dovrà compilare online entro l’estate 2015. Il Miur l’ha presentato il 27 novembre 2014 come uno strumento di lavoro che tutte le scuole italiane potranno utilizzare per riflettere su se stesse e darsi degli obiettivi di miglioramento. Si tratta del primo Rapporto di autovalutazione articolato in 5 sezioni, con 49 indicatori attraverso i quali le scuole potranno scattare la loro fotografia, individuare i loro punti di forza e di debolezza, mettendoli a confronto con dati nazionali e internazionali, ed elaborare le strategie per rafforzare la propria azione educativa.
Ma la prima domanda che a qualunque sprovveduto viene da formulare è: ma se “la buona scuola” ancora non c’è, ancora deve partire, cosa c’è da autovalutare, se non una scuola che così s’è già detto che non va bene? Non è forse una perdita di tempo che potrebbe essere risparmiata, rimboccandosi le mani semmai fin da subito a raddrizzare quello che c’è da raddrizzare?
Le scuole sono chiamate ad analizzarsi attraverso la lente di cinque sezioni, che già da sole costituiscono un progetto e un programma di scuola. Inquieta, pertanto, l’idea che qualcuno possa solo pensare che si tratti di adempimenti amministrativi da evadere entro l’anno scolastico.
Le indicazioni ministeriali per la ‘compilazione’ del Rapporto di autovalutazione, con il concetto così scolastico di ‘compilazione’ ci hanno proprio poco a che fare.
La struttura del rapporto disegna un profilo di scuola che non è per nulla scontato e che per di più non appartiene al normale modo di essere, alle ordinarie prassi delle nostre istituzioni scolastiche.
Studiare il contesto e le risorse, analizzare gli esiti degli studenti e i successivi percorsi scolastici, monitorare i processi messi in atto dalla scuola a partire dalla qualità e dall’organizzazione dell’offerta formativa e degli ambienti di apprendimento, integrare i processi di autovalutazione in corso nelle scuole, ammesso che ci siano, con il nuovo sistema, individuare le priorità su cui si intende agire al fine di migliorare gli esiti, in vista della predisposizione di un piano di miglioramento. Tutte procedure che propongono un’idea di scuola come ‘sistema’, dove però la cultura di sistema non è mai stata praticata, dove ancora ogni elemento non si sente assolutamente parte del tutto, tanto da pensare che gli effetti di ogni sua azione ricadono di riflesso sulla qualità, sui processi e gli output dell’intero sistema. Una scuola, che ancora poggia sulle monadi degli insegnanti e delle classi, improvvisamente dovrebbe sentirsi un’organizzazione di cui ciascuno porta la propria parte di responsabilità.
Insomma si introduce, senza esplicitarlo, e ritenendo che questo sia sufficiente, l’idea di una scuola non più come solo luogo in cui vengono forniti gli apprendimenti, ma come organizzazione che apprende, come organizzazione con una propria cultura riflessiva. Un sistema scolastico finalmente non solo di nome ma anche di fatto.
Questo è un avvenimento estremamente importante e serio. Troppo serio per essere affidato all’improvvisazione e alla faciloneria del Rav ministeriale.
C’è un’idea del tutto nuova di scuola e di sistema formativo per il Paese. Di un sistema formativo che a regime dialoga al suo interno e al suo esterno con il territorio e le università. Quando mai? Non è qualcosa che si può improvvisare, non è qualcosa per dilettanti, né può essere la scimmiottatura di modelli e di pratiche importate da altri paesi. Una analisi, una documentazione e una conoscenza di come funzionano le nostre istituzioni scolastiche, non per un’autovalutazione, che già di per sé è una stupida contraddizione in termini, ma per accompagnarne i continui miglioramenti in funzione della formazione e del successo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi richiedono una organizzazione del sistema formativo e una distribuzione delle sue risorse che siano le stesse su tutto il territorio nazionale.
È necessario iniziare innanzitutto con la formazione di figure di sistema professionalmente preparate, capaci di raccogliere dati, d’assemblarli e confrontarli, capaci di supportare i gangli vitali dei processi formativi e di apprendimento che si realizzano nelle scuole. Una scuola dove i docenti siano preparati ad una didattica che non può più essere quella della classe, delle lezioni frontali, dell’uso delle nuove tecnologie in un sistema che resta vecchio, ma capace di traguardare le nuove sfide formative, capace di dialogo, di ricerca e di continua riflessione.
Insomma non si può pretendere di autovalutare senza avere chiara l’dea della scuola che si vuole. Certo questa non è la scuola che serve al paese e ai nostri giovani. Prima del Rav è meglio “rav-vedersi” e ragionare a fondo sulla scuola di cui hanno bisogno le nostre bambine e i nostri bambini, le nostre ragazze e i nostri ragazzi.Soprattutto abbiamo bisogno di cambiare i nostri occhiali, perché diversamente continueremo a non vedere, ed ogni autovalutazione sarà un’autoillusione contro il perdurare della nostra cecità. Investire risorse per la riqualificazione del personale docente e non docente. Solo allora sarà possibile avviare le indispensabili pratiche di valutazione e di bilancio sociale del nostro sistema scolastico, con degli occhi capaci di guardare al nuovo, anziché ripiegati sul vecchio a cui sono assuefatti, per cui difficilmente in grado di osservare da una prospettiva altra ciò che tutti i giorni sembra normale.

L’ANALISI
Un po’ di chiarezza su Isis, Islam e talebani

di Zineb Zaini

Dopo Bin Laden, l’autoproclamatosi Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (l’acronimo anglofono è Isil, mentre nel mondo arabo il gruppo è conosciuto come “Daesh”) è la più grande spina nel fianco del mondo musulmano.
Per chi si intende di scienza politica i due non sono affatto indipendenti l’uno dall’altro. Anche se l’Isis non ha niente a che vedere con i Taliban di Bin Laden, in una catena di eventi uno ha provocato l’esistenza dell’altro. Per l’occhio comune, invece, questi non sono altro che aspetti terrorizzanti della stessa medaglia: l’islam (secondo la stessa logica a questi si aggiungono anche i fatti di Parigi).

Le differenze tra Bin Laden e l’Isis sono, però, molto importanti per capire una situazione che non si presta ad una facile comprensione. Per prima cosa Bin Laden e i Taliban ce l’avevano esclusivamente con l’occidente. Il nemico era (è) chiaro: la politica occidentale percepita come invasiva e corruttiva del proprio potere territoriale, mista alla frustrazione di un mondo arabo di cui l’arretratezza economica è percepita come risultato di secoli di colonizzazione occidentale.
Questa rabbia è dunque quasi sempre stata indirizzata verso questo nemico, e proprio per questo è riuscito a raccogliere simpatizzanti – anche se non tutti attivi in questa guerra – da una gran fetta del mondo arabo musulmano.

Lo stato islamico, invece, è la diretta conseguenza della divisione della regione araba che il terrorismo talebano, e le risposte contro di esso, hanno creato, non dimenticando anche il ruolo svolto dalle primavere arabe e dalla guerra siriana.
Per l’Isis il nemico non è quindi l’occidente, per lo meno non è quello principale, perché prima deve fare i conti con il mondo stesso da cui proviene, cioè il mondo arabo musulmano. La sua è una guerra ideologica più che politica, e proprio per questo non ha limiti. Il suo interesse politico si ferma dove crede che inizi il suo interesse ideologico, quindi, invece che cedere a ricatti o a scambi, preferisce riservare ai suoi prigionieri musulmani le morti più atroci.
Lo stato islamico, infatti, per sopravvivere necessita di incutere terrore e senso di impotenza nei suoi avversari musulmani, cosi che abbiano ben chiara la sorte di chi si oppone alla sua ideologia.

L’ultima esecuzione dell’Isis prova che la teoria della banalità del male, introdotta da Hannah Arendt come spiegazione alla routinizzazione dell’eliminazione della popolazione ebraica europea da parte dei burocrati nazisti, non si attaglia al caso in questione.
La violenza dell’Isis non è banale, bruciare vivo un prigioniero e rendere tutto ciò spettacolare come un film hollywoodiano mira a shockare e non a rendere il male sistematico, quasi normale, come nel caso dei nazisti. E proprio perché questo male non è banale, probabilmente nel prossimo futuro verremo shockati ulteriormente.

I musulmani non sono simpatizzanti dell’Isis, se lo fossero andrebbero contro la propria coscienza di fede e contro la propria stessa sicurezza futura. I musulmani, soprattutto quelli europei, sono consapevoli dell’opportunità che la vita in Europa offre, non la scambierebbero per il rischio che l’Isis incarna. Se qualcuno lo ha fatto o lo farebbe, studiarne i motivi e gli scopi sarebbe utile per cercar di prevenire tragedie come quelle di Parigi; ma la maggior parte non è interessata, anche perché assecondando il fondamentalismo rinnegherebbe i principi della propria religione, testimoniati dal credo di due miliardi e mezzo di persone.

* Zineb Naini, laureata in Scienze Politiche all’Università di Bologna, è ricercatrice in politiche anti-terrorismo e violazione dei diritti umani. Collabora con il magazine on-line Mier Magazine

L’INTERVENTO – Fiorentini: spostiamo il mercato del venerdì fra Palestro e Santo Stefano

di Leonardo Fiorentini*

Care amiche e cari amici di Ferraraitalia,

purtroppo la concomitanza con il Consiglio Comunale mi ha impedito di essere alla vostra interessante iniziativa di gennaio in biblioteca. Interessante perché permette finalmente di guardare alla nostra città con gli occhi rivolti verso il futuro, e perché mette al centro alcune questioni che mi stanno particolarmente a cuore. Mi scuso, ma il poco tempo a disposizione nel scrivervi queste righe prima di andare in consiglio mi costringono ad andare per punti (a me più cari) e a tagliare con l’accetta i ragionamenti, ma spero ci sarà modo di ragionarci insieme anche in altre occasioni.

Pensare in grande: riscopriamo il canale Panfilio per cambiare faccia al centro storico
E’ una suggestione affascinante ed interessante, sia per l’aspetto paesaggistico e storico, che per i risvolti indiretti su uno degli assi di attraversamento della città. Vedo solo una grande criticità, anche una volta riusciti a reperire i fondi per un’opera che non mi appare comunque di semplice realizzazione: le nostre acque non sono più quelle del ‘400 o del ‘700. Già il fossato del Castello è stato oggetto di interventi per garantire una qualità delle acque decente d’estate, mi preoccupa molto un canale con acqua di fatto ferma che attraversa la città che preleva l’acqua da un canale, il Volano, piuttosto fermo di suo.

Sculture, arredi floreali e caffetteria per il Giardino delle duchesse
Essendo stato di fatto il primo custode del Giardino riaperto, quando come circoscrizione cocciutamente realizzammo la prima apertura estiva, il tema mi sta ovviamente a cuore. Continuo a vedere quell’angolo di città come una riserva verde dentro la città costruita. Una riserva che fa da polmone e ristoro di giorno, e vive di cultura la sera. Per questo non vedo male, una volta finiti i cantieri di risistemazione del Palazzo municipale, un ragionamento che introduca la possibilità di apertura di attività all’interno del giardino (o anche solo la collocazione di tavolini delle attività che già esistono nel perimetro), mantenendone la caratteristica di luogo privilegiato delle attività culturali cittadine dalla primavera all’autunno.

Un disegno unitario per rivitalizzare piazza Castello e piazza Repubblica, Un nuovo volto per piazza Cortevecchia e nuove ‘vasche’ in città, Strapaesana, Da mercatone a mercatini, ieri e oggi tutto un altro volto.
Le metto tutte insieme perché devono far parte di un ragionamento unitario. Credo sia venuto il tempo di porre fine alla cesura fra la città medioevale e quella rinascimentale. La zona pedonale deve poter varcare largo Castello/Giovecca e riunire le grandi ztl interrompendo, oggi che la tangenziale ovest è realizzata, un asse di attraversamento (Cavour-Giovecca) che deve rimanere permeabile ai soli mezzi pubblici. Il resto deve essere ricompreso in una zona pedonale progressivamente allargata. Come si è già sperimentato le scorse festività, la chiusura dell’asse principale è realizzabile (da S. Stefano a Palestro). Si può continuare nella sperimentazione, magari spostando il mercato del venerdì fra Cavour, largo Castello e Giovecca, per verificarne l’impatto nei giorni feriali, ma è imprescindibile un ragionamento complessivo che coinvolge la mobilità pubblica (con linee bus che si attestano ai bordi della zona pedonale) e quella privata (spostando i parcheggi persi in Cortevecchia sull’ultimo tratto di un viale Cavour “chiuso”), un ragionamento sugli altri due assi (Porta Po/Portamare e di riflesso Arianuova), e finalmente un ragionamento complessivo sull’utilizzo razionale e condiviso delle piazze sia per le attività “mercatali” che per gli eventi.

Leonardo Fiorentini, consigliere comunale di SEL

LA STORIA
Ilya, l’idillio italiano dell’artista più strepitoso di Russia

da MOSCA – In questa città ci sono talmente tanti musei da visitare che, a un certo punto, ci si perde. Se, però, si seguono solo le indicazioni delle guide turistiche, a scappare sono sicuramente i più interessanti. Bisogna allora parlare con gli amici, i colleghi, gli abitanti della città che avranno tutti centinaia di diverse versioni ma che, almeno, ti apriranno la mente. A te poi scegliere.
Su consiglio di Olga, dunque, la mia insegnante di russo, mi reco alla Galleria di Ilya Glazunov, sulla ulitsa Volkhonka numero 13, esattamente di fronte al Museo Puskin. Avevo già visto, passandoci spesso davanti, il bellissimo ed elegante palazzo azzurro con scritta dorata, ma non mi ci ero mai soffermata troppo. Qui, questo tipo di edificio è comune, nel senso che ve ne sono di bellissimi simili ad ogni angolo di strada. Come ogni cosa in questa affascinante città, anche questo palazzo è maestoso e imponente. Gli interni, poi, ci portano nel passato.

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Galleria di Ilya Glazunov
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L’entrata alla galleria

Alla cassa, chiedo a una gentile signora se posso fotografare. Il mio livello di russo mi permette di capire (finalmente) che posso farlo, pagando trenta rubli in più (nemmeno o quanto un centesimo di euro), ma solo all’entrata e nella stanza numero quattro. Chiederò conferma a una delle ‘babuscke’ delle sale, le signore che vegliano attentamente ai comportamenti dei visitatori, e così è, infatti, ho capito bene. All’entrata si viene subito accolti da un’atmosfera di fasto e di grandeur, che non sarà smentita nelle sale successive. Due busti di marmo ci accolgono e ci introducono nella galleria.

ilya-artista-russoilya-artista-russoLe scale sono di marmo, i quattro piani che ospitano opere tutte molto diverse l’una dall’altra. Ilya Glazunov, in effetti, è un artista poliedrico e incredibile, dico è perché ancora vive e lavora a Mosca. A molti forse questo artista è noto per alcune opere monumentali relative alla storia della Russia, di cui vi parlerò, ad altri per gli intensi ritratti anche di attori italiani degli anni Cinquanta-Sessanta (artista davvero molto legato all’Italia), ad altri ancora per essere colui che, nel 1997, si è preso cura di alcuni interni del Cremlino (della zona di residenza presidenziale, per la precisione). Certo è che la vita di Ilya Sergeyevich Glazunov, classe 1930, è stupefacente, costellata di successi, impegni e grandi onori. Difficilissimo sintetizzarne la biografia. Ma ci proveremo.

Nato a Leningrado, Ilya inizia a disegnare già alla tenera età di cinque anni (con le “aquile in montagna”) e i genitori lo iscrivono subito alla scuola d’arte per bambini del giardino di Lopukhin. Entrambi i genitori muoiono durante l’assedio di Leningrado e, a soli undici anni, Ilya si trasferisce al nord, nella regione di Novgorod. Tornerà a Leningrado (San Pietroburgo) dal 1991, alla fine della guerra, iscrivendosi alla scuola Repin di pittura, scultura e architettura. Fra il 1950 e 1959, l’artista inizia a produrre i famosi dipinti su Dostoevsky, che si trovano al secondo piano della galleria moscovita (“Dostoevsky a San Pietroburgo”, le illustrazioni de “l’Idiota”, dei “Demoni” o del “Principe Myshkin”). I ritratti del poeta sono bellissimi, magiche e delicate le atmosfere pietroburghesi sullo sfondo. Il 1957 è un anno importante, perché Glazunov espone per la prima volta a Mosca, alla Casa Centrale degli Artisti, dove riceve, per ben due volte, la visita dell’allora Ministro della Cultura Mikhailov, e alcune prime critiche dal New York Herald Tribune. Incontra il noto critico italiano Paolo Ricci, esegue i ritratti di poeti come Nazym Hikhmet e si trasferisce nella capitale russa.

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Ilya Glazunov con il tenore italiano Mario del Monaco
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Glazunov ritrae la cantante lirica Renata Tebaldi

Nel 1959 – e qui inizia, direi, l’idillio “italiano”, peraltro già in nuce quando l’artista aveva copiato, nel 1952, alcuni capolavori di Raffaello-, un giornale polacco gli commissiona il ritratto del grande tenore Mario del Monaco, che incontrerà di persona.Intanto, a Napoli, il critico d’arte Paolo Ricci pubblica la monografia “Ilya Glazunov”. Nel luglio 1961, durante il secondo Festival internazionale del cinema di Mosca, vanno da lui le star del cinema italiano dell’epoca, l’attrice Gina Lollobrigida, i registi Luchino Visconti e Giuseppe De Santis, lo sceneggiatore Ennio de Concini. I loro ritratti, completati nel giro di poche ore, hanno un immenso successo, e Ilya viene invitato a visitare Roma.

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Eduardo De Filippo in visita a una mostra di Glazunov
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Giulietta Masina in visita a una mostra di Glazunov

Ciò avverrà due anni dopo, nel 1963, quando l’artista sarà invitato da Luchino Visconti, Federico Fellini, Gina Lollobrigida, Alberto Moravia e altre figure di rilievo. Durante il soggiorno italiano dipingerà ritratti di Giulietta Masina, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Claudia Cardinale, Salvatore Adamo, Domenico Modugno, Eduardo de Filippo, Renata Tebaldi, esibendo anche i suoi lavori nella galleria “la Nuova Pesa” di via del Vantaggio.

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Il ritratto di Pertini (1984), Palazzo del Quirinale

Nel 1967, si reca in Vietnam, nel 1968 è a Parigi, su invito di Yves Montand e Simone Signoret, e qui dipinge il ritratto del presidente francese Charles de Gaulle. Nel 1971, è il turno del ritratto di Indira Gandhi. Ormai è un grande fra i grandi. Nel 1978, crea l’enorme pannello “contributo delle popolazioni dell’Urssalla cultura e alla civilizzazione del mondo” per il quartier generale dell’Unesco a Parigi. Diventa talmente importante che, il 6 giugno 1980, gli viene riconosciuto il titolo di “Artista dei Popoli dell’Urss”. Seguono mostre a Milano, nel 1982, e, sempre per restare ai forti legami con il nostro paese, il ritratto del presidente Alessandro Pertini, nel settembre 1984, ancor oggi esposto al Palazzo del Quirinale.

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‘Il convento di Novodevichy’

Arriviamo al 1987, quando Glazunov è nominato rettore l’Accademia russa di pittura, scultura e architettura, da lui stesso fondata, situata al numero 21 della ulitsa Myasnitskaya, istituzione a carattere federale. Il 1990 rimane nella storia per il ritratto di Papa Giovanni Paolo II, realizzato durante la visita a Roma insieme agli studenti della sua accademia. Nel 1991, Glazunov, instancabile, riceve la medaglia d’argento della città de l’Aquila, per i suoi importanti risultati nel mondo della scienza e dell’arte. Arrivano il 1995, anno in cui gli viene conferito il riconoscimento al “merito per la madre patria” e il 1996, quando l’incarico del rinnovo degli interni dell’edificio di residenza presidenziale del Cremlino lo impegnerà fino al 1997.

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‘L’eterna Russia’ (1988)

Nel 1999, riceve la “Medaglia d’Oro di Picasso” dal direttore generale dell’Unesco e il sindaco di Mosca firma il decreto che autorizza la creazione della galleria statale a lui dedicata, quella che vediamo oggi, ufficialmente inaugurata nel 2000. Il 1999 è anche l’anno dei grandi pannelli che vediamo esposti nella sala 4 della galleria, come “Il convento di Novodevichy”, la “Rotta della Chiesa la notte di Pasqua”, “Il mercato della nostra democrazia” o i “Misteri del ventesimo secolo”. Da allora successi e magia continuano. D’altronde, non sembrano essersi mai interrotti, in un crescendo formidabile.

Per saperne di più visita il sito web, anche in inglese, [vedi] da cui sono tratte le fotografie in bianco e nero dell’artista e il ritratto di Pertini. Le altre fotografie di alcuni interni e dei grandi pannelli della sala 4 della galleria moscovita sono di Simonetta Sandri.

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LA RIFLESSIONE
Denatalità e crisi economica

Non ha torto l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, monsignor Luigi Negri, quando dice che denatalità e crisi economica sono due fattori legati tra loro.
Non è una novità, infatti, che l’Italia abbia un tasso di natalità fra i più bassi al mondo e che sono gli stessi economisti a dire che se oggi sette lavoratori, in media, sostengono i costi di tre pensionati, fra non molto, se non cambiano le cose, il rapporto potrebbe rovesciarsi mettendo in serio rischio la sostenibilità dello stato sociale e con esso una conquista fondamentale e consustanziale dello stesso patto fondativo della Repubblica.

Il problema non sta, quindi, nel contestare una verità nota da tempo e che trova conferme in una letteratura ormai fondata in campo economico, ma quando le verità si dicono a metà per riaffermare la netta ed esplicita condanna dell’aborto.
Solo per citare un esempio, l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, il 28 gennaio scorso lancia un’iniziativa in collaborazione con l’università di Chieti sul tema della famiglia e presenta al governo una serie di domande. Il pastore, e noto teologo, racconta l’esperienza in un proprio intervento su Il Sole 24 Ore (8 febbraio 2015).

Il contesto è il medesimo sul quale la Chiesa cattolica è chiamata da papa Francesco a riflettere con i due sinodi: quello straordinario del 2014 e quello ordinario in agenda nell’ottobre 2015.
Dopo una prima istanza sul concetto di famiglia come valore pubblico nel bene di tutti, ne segue una seconda che chiede garanzie e condizioni necessarie, a cominciare dalle urgenze abitative a dal lavoro, “la cui mancanza – scrive il pastore – ferisce la dignità della persona umana e colpisce al cuore (al cuore!) le possibilità di sussistenza e di crescita della famiglia”.
Al terzo posto (l’ordine dell’elenco non pare casuale) il tema della denatalità che “deve essere superata – prosegue Forte – a livello culturale e con opportuni interventi di politica sociale che favoriscano il coraggio degli sposi nell’aprirsi al dono di nuove vite”.

Solo all’interno di questo contesto incontriamo l’appello ad una cultura della vita e contro l’aborto, giudicato “una sconfitta per tutti”. Istanza subito corredata con l’invito ad accompagnare le famiglie “con interventi legislativi a loro favore, proporzionati al numero dei figli e alle necessità connesse alle condizioni lavorative dei genitori”.
Un impegno rafforzato, inoltre, dalla necessità di una “sfida educativa” nei confronti delle nuove generazioni, a partire dalla “specifica cura da destinare alle possibilità lavorative da offrire ai giovani”, il cui tasso di disoccupazione “è ancora talmente elevato – notare le parole usate – da costituire una gravissima urgenza per il Paese intero”.
Su quest’ultima istanza l’arcivescovo di Chieti-Vasto cita una frase di papa Francesco: “Non si permetta che ai giovani sia rubata la speranza!”, per invitare tutti – governo, società civile e comunità ecclesiale – a prestarvi orecchio, “pena il declino – attenzione – etico e sociale della vita di tutti”.

L’impressione è che con l’insistenza sui temi sociali (lavoro, casa, legislazione) entro i quali comprendere la cultura della vita, si voglia delineare un quadro etico più complessivo e inclusivo della questione, ben più vicino, e dentro, alla condizione umana, di quanto non riesca a fare la riproposizione di un principio (no all’aborto) che, per quanto legittimo, risulta incurante del contesto fatto di povertà, limiti e ingiustizie, che costituisce il concreto e ordinario campo di vita delle persone.
Da un lato, quindi, si avverte la volontà, pensata e ricercata, di porsi su un terreno di dialogo, condivisione e collaborazione con la condizione umana, per cercare insieme vie d’uscita da crisi e difficoltà, dall’altro c’è il piano, alla fine, del giudizio, destinato a misurare distanze, diversità, differenze, lontananze da principi e valori.

Per un verso, il voler fare i conti con la realtà umana, più o meno piacevole che sia, per l’altro la riproposizione di come essa dovrebbe essere, indicando dalla cattedra la direzione di marcia.
Il gesto storico delle dimissioni di Benedetto XVI e lo stile della misericordia di papa Bergoglio hanno detto e dicono cose chiare sulle sfide che attendono la Chiesa cattolica nel mondo contemporaneo, su come affrontarle e sul fatto che, come intuito da papa Roncalli, se la Chiesa vuole essere Magistra non deve dimenticare mai di essere prima Mater.
L’autorevolezza di grandi personaggi come Teresa di Calcutta è il frutto di decenni di testimonianza e fu lo stesso papa Paolo VI a dire che questo tempo ha più bisogno di testimoni che di maestri.

Del resto, se la legislazione nazionale sulla famiglia in generale è giudicata così insoddisfacente e ancora lontana dagli stessi standard europei, deve pur essere un problema anche per la stessa Chiesa cattolica che proprio in Italia ha la propria sede storica.
E continuare a riproporre con ostinazione la retta via sul piano astratto del richiamo ai principi non negoziabili, per quanto sacrosanti e appartenenti al deposito dello stesso Magistero, ha di fatto mostrato il fiato corto di alleanze con chi, strumentalmente e per rendita politica, si è fatto difensore per via istituzionale e formale di questi valori, ma prestando il fianco all’incoerenza di essere talmente favorevole alla famiglia da averne spesso, molti di essi, più di una.

L’ultima sortita di monsignor Luigi Negri, con le code polemiche scatenate in questi giorni, ha avuto sì la ribalta internazionale addirittura del Washington Post, come hanno segnalato i direttori di Estense.com e della Nuova Ferrara, Marco Zavagli e Stefano Scansani, (Abortions caused Italy’s economic crisis, archibishop claims), ma forse la chiesa ferrarese preferirebbe ben altra visibilità.

Diet-etica, ovvero dell’ossessione del giusto cibo

Nel nuovo paniere Istat del 2015 entrano i biscotti e la pasta senza glutine. Il bollino gluten free, importante per i celiaci, si è diffuso come valore aggiunto (nel prezzo prima di tutto) per una quantità di popolazione impegnata nella crociata contro la farina raffinata. Perché l’attenzione al cibo si sta trasformando in ossessione che, peraltro, è utile solo ai brand alimentari per cercare spazi di innovazione sempre più difficili?
La motivazione dichiarata è quella di preservare la salute. L’obiettivo sembra indiscutibile, molto meno assodato è che il legame tra cibo e salute passi attraverso una dieta e che, attraverso la dieta sia possibile acquisire la garanzia dell’eterna salute e (perché no?) anche della eterna vita. L’educazione alimentare sembra assumere il valore di una missione ed è proposta in età sempre più precoce, con il rischio di togliere spontaneità al rapporto con il cibo, di creare nei più piccoli l’idea di un legame tra cibo e divieti. Bisognerebbe parlare di educazione alimentare mettendo l’accento sul piacere del pasto condiviso, senza mitizzare il potere di controllo sul corpo (non siamo macchine), riconoscendo i nostri personali bisogni, anche alimentari, imparando il buon senso.
Si diffondono mode alimentari che tramontano altrettanto rapidamente di quanto si sono affermate: proliferano regimi dietetici miracolistici dai titoli evocativi ancorché stravaganti. Basta digitare “diete alimentari” per rendersene conto.
Come spiegare l’ossessione del cibo dal punto di vista sociologico? Le diete assumono un valore religioso, vengono sostenute con il fervore di pratiche etiche, sono assunte come fattori di identità, segnano appartenenze. Abbiamo bisogno di certezze e le cerchiamo nella dieta che ci offre una certezza laica di vita eterna! Inoltre, attraverso il cibo cerchiamo una sorta di ricomposizione degli opposti “è buono e fa bene”, “fa bene a me e fa bene al pianeta”: vogliamo sentirci buoni e giusti, ci occupiamo della fame nel mondo e portiamo a casa la sporta delle spesa (rigorosamente in carta o in materiale biodegradabile) con l’orgoglio di chi ha salvato la famiglia dal peggiore dei rischi.
Ci piace pensare che sappiamo fare la scelta giusta e ci conforta pensare che esista una scelta giusta. L’idea che in ogni ambito l’equilibrio vada cercato ogni giorno, anche attraverso consapevoli oscillazioni in una o nell’altra direzione, ci carica di eccessiva responsabilità. Così cerchiamo riparo mixando etica e dietetica, cerchiamo l’alimento salvavita, siamo pronti a credere a qualunque toccasana. L’estrema funzionalizzazione del cibo risponde (in modo sbagliato) ad alcune questioni del nostro tempo. La prima riguarda il mito della responsabilità sul nostro corpo: l’illusione che sia possibile controllarlo e mantenerlo in salute attenendosi scrupolosamente alle regole (ma quali?!).
L’ossessione del cibo giusto può farci ammalare, può portare a derive ortoressiche (alla paura del cibo) e a regimi restrittivi. La gratificazione è una componente primaria dell’atto alimentare: privarsi di ciò che il cibo offre, a partire dal piacere, nuoce gravemente alla salute del corpo e della mente.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei consumi. Studia le scelte di consumo e i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network.
maura.franchi@gmail.com