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L’OPINIONE
Sateriale, il “sindaco snob” che sconfisse le lobby in nome della democrazia

Appena arrivato a Ferrara, il giornalista di un quotidiano locale lo ribattezzò “Satellitare” volendo evidentemente alludere a una presumibile sudditanza del nuovo sindaco verso i poteri forti. Ma non lo conosceva. Il suo (pre)giudizio si basava sull’aspettativa che il neo eletto – sconosciuto ai più e catapultato in città per invertire la rotta dopo il dominio esercitato dal Duca Rosso Roberto Soffritti nei suoi sedici anni di regno – non sarebbe stato in grado di svincolarsi dalle vecchie logiche. Oltretutto proveniva dai quadri della Cgil e appariva quindi teoricamente espressione di un apparato organico al sistema di potere dominante a Ferrara. Facile immaginare che inevitabilmente sarebbe caduto vittima delle pressioni e che il peso dei condizionamenti avrebbe zavorrato il suo operato.
Dopo qualche tempo, però, inquadrato il soggetto, l’amico (credo a malincuore) un po’ alla volta ha abbandonato quello pseudonimo al quale era affezionato. E questo perché a Gaetano Sateriale un appunto che non si può proprio muovere è quello di mancare di autonomia critica e di indipendenza di giudizio. Lui è della razza di quelli che fanno (ed eventualmente sbagliano) senza assecondare il volere altrui.
Non a caso nell’incontro-intervista recentemente organizzato dall’associazione ‘Pluralismo e dissenso’ e animato dai giornalisti di Carlino, Nuova Ferrara, Telestense, Estense.com e Ferraraitalia, ha rivendicato come tratto caratterizzante del suo mandato da sindaco “la rottura con gli schemi del passato”, laddove per schemi si devono intendere pratiche ma anche uomini. Così, implicitamente, ha dato risposta a chi tuttora si domanda se i suoi dieci anni alla guida della città siano stati di trasformazione o di transizione.

Dal punto di vista delle realizzazioni pratiche ci sono state certamente lacune. La più evidente, riconosciuta da lui per primo, è stato l’epico ritardo nella conclusione dei lavori dell’ospedale di Cona. “L’ho ereditato in costruzione e dopo dieci anni non sono riuscito a inaugurarlo: frustrante”, ha confessato, lamentando le responsabilità delle imprese e il polso malfermo della Regione.
Ma per quanto riguarda la visione di città, Sateriale è stato in grado di elaborare una precisa concezione che trova corrispondenza in un ben delineato profilo amministrativo. Fulcro della sua visione sono stati i temi della partecipazione e dell’inclusione. Nella sua idea, il sindaco non è più deus ex machina, signore e padrone, artefice incontrastato, ma semplicemente il cardine di un meccanismo in cui ogni ingranaggio ha un suo ruolo e nel limite del possibile, in rapporto a opportunità e funzionalità, anche una sua propria autonomia. E i ruoli non sono inamovibili o designati dai classici meccanismi di cooptazione, ma definiti sulla base delle competenze e delle logiche organizzative.
Ne sono esempio gli staff allargati di coordinamento nei quali vengono coinvolti tutti i principali dirigenti dell’amministrazione comunale con lo scopo di coordinare e condividere le strategie di azione. Oppure i forum, come quelli sull’urbanistica partecipata, rivolti a cittadini ai quali si chiede di intervenire ed esprimersi sulla base di opzioni alternative. E così i programmi partecipati di quartiere con i quali si invitano i residenti a stabilire assieme agli amministratori le priorità di intervento e di spesa sul territorio. Ma anche le relazioni annuali di attività esposte pubblicamente nel salone d’onore non sono parate formali e autocelebrative, ma al contrario espressione della volontà di rendere trasparente il disegno ed evidenti a tutti  i cittadini le linee strategiche di azione intraprese, con il preciso intento di far comprendere tali linee, per poterle dibattere ed eventualmente ricalibrare.

Questo operare è coerente con una sua convinzione: che in epoca di declino dei partiti sia saltato il principale elemento di mediazione fra società e istituzioni e la rappresentanza politica da sola non è più in grado di intercettare gli umori e la volontà dei cittadini. Servono dunque nuove forme di coinvolgimento per rendere l’azione amministrativa aderente ai bisogni della comunità. Quindi, in controtendenza, persegue il decentramento delle sedi decisionali e in anticipo sui tempi favorisce l’utilizzo della tecnologia anche con l’ausilio dei social network, promuovendo per esempio un quotidiano telematico come strumento informativo che entra in ogni casa. Propizia inoltre l’utilizzo della rete anche con valenza consultiva, oltre che per l’informatizzazione dei servizi. Si potenziano Urp e Informagiovani, nasce Citybook un facebook di taglio meno intimistico e più rivolto alla socialità.

Certo, Sateriale non è uno sprovveduto e neppure un ingenuo e il non tessere alleanze strategiche non significa dunque che non sappia politicamente muoversi con avvedutezza. Ma l’asse d’intesa a suo tempo stabilito con il segretario ds Roberto Montanari esprimeva essenzialmente l’esigenza di mettere in sicurezza il processo di rinnovamento – del quale i due furono artefici – dagli attacchi concentrici, iniziati già nel giorno dell’insediamento del Consiglio comunale, nel 1999, con il tentativo (naufragato) di Nando Rossi, membro della maggioranza, di far eleggere se stesso alla presidenza con i voti di una parte delle opposizioni e con il sostegno dei dissidenti dei Ds rimasti fedeli all’ex sindaco Soffritti.
Con tali premesse era inevitabile prendere contromisure, ma Sateriale non creò lobby, cercò semplicemente sostegni al suo progetto di cambiamento. Significativo in questo senso è che nel sottotitolo scelto per “Mente locale”, il volume in cui ha trasposto il suo diario politico di quegli anni, sia specificato “la battaglia di un sindaco per i suoi cittadini contro lobby e partiti”. Così lui percepiva e viveva il proprio impegno.

Alcune scelte infelici ci furono, quantomeno per gli esiti sortiti: la nomina di Valentino Tavolazzi come direttore generale, per esempio, o l’indicazione di Ezio Gentilcore alla presidenza di Sipro. Errori di valutazione pagati a caro prezzo con i fondi comunali, quindi con i soldi della comunità
Al di là degli errori, per lui la strada non è mai in discesa e le rose sono state tutte ricche di acuminate spine. Così ogni traguardo si porta appresso, quasi sistematicamente, polemiche o intoppi. Rifà piazza Municipale e la pavimentazione si sbriciola (per responsabilità mai completamente chiarite, con tante ombre e tanti sospetti rimasti tali). Stabilisce un saldo sodalizio con il regista teatrale Luca Ronconi, ma infuriano le polemiche sui costi e il presunto carattere elitario delle opere proposte; accompagna la realizzazione del nuovo bellissimo asilo di via del Salice ma tutto si blocca alla vigilia dell’inaugurazione per indagini ambientali a seguito di sospette esalazioni di cvm, poi escluse anni più tardi. Progetta la nuova viabilità con una tangenziale che libera il comparto sud dalla morsa del traffico ma falliscono le imprese costruttrici… Insomma, una serie di incidenti di percorso da far sorgere il dubbio che i suoi nemici abbiano dimestichezza con le pratiche voodoo. O peggio…

Di suo, a complicarsi la vita, ci mette un’istintiva avversione al populismo che lo fa apparire snob agli occhi di tanti e alimenta la leggenda (in questo caso letteralmente ‘metropolitana’) che lo dipinge come ancora residente a Roma dove, secondo i sempre desti ‘ben informati’, farebbe ritorno ogni week end. Il suo fastidio per ogni strumentale cedimento ai voleri della folla è tale da impedirgli persino gesti semplici (e particolarmente redditizi in una città come Ferrara) tipo recarsi in ufficio in bicicletta.
Preceduto oltretutto da un sindaco che al contrario volentieri si concedeva al capannello, sfugge la chiacchiera da marciapiede e accresce così il senso di distacco personale fra sé e gli amministrati, generando un paradosso: perché il suo ‘atteggiarsi’ genera un moto ostinato e contrario a quello perseguito attraverso l’azione amministrativa che, all’opposto, è di avvicinamento fra la macchina comunale e i cittadini, quindi di coinvolgimento e (appunto) di stimolo alla partecipazione: il sindaco fortemente lo vorrebbe, ma il signor Gaetano Sateriale fatica ad assumere plasticamente la posa e a conformarsi a quell’immagine dell’uno-di-noi che ‘la gente’ tanto ama e che renderebbe più semplice la sua azione e – forse forse – anche più credibile quel suo messaggio di inclusione. In tempi di leaderismo spinto, con politici piacioni che ostentano il loro filantropismo di facciata, pronti ad ogni sorta di performance pur di fare colpo, la sua ritrosia e il suo non concedere nulla alla folla rappresentano un handicap di cui, sul piano personale, certamente paga un prezzo salato.

Di cose, però, ne fa parecchie e importanti: l’ampliamento della zona a traffico limitato, il recupero di significative piazze storiche (in piazza Municipale al suo arrivo c’era ancora l’asfalto e le vetture autorizzate parcheggiavano). Interviene nel mercato degli appalti e riporta nei corretti termini il rapporto con le imprese, arginando le posizioni di rendita dei grandi (paradigmatica la vicenda Coop costruttori, ma anche le successive frizioni con la Sinteco di Roberto Mascellani). Avvia la bonifica del petrolchimico, promuove il festival di Internazionale, guardato con sospetto e provinciale snobismo (quello sì) da parte di tutti sino alla trionfale inaugurazione, cui farà seguito un successo che si ripete e si consolida negli anni.
Inverte la rotta centralistica e guarda al decentramento come a un valore di democrazia, praticandolo anche attraverso piccoli ma significativi atti concreti, come i già citati programmi partecipati o l’istituzione del vigile di quartiere. Riqualifica le periferie: il Barco e via Bologna alle quali si conferisce dignità e identità cittadina in termini di arredo urbano e di servizi. Dà impulso alla città d’arte e di cultura, ottiene la prestigiosa presidenza dell’Associazione italiana città Unesco, avvia con Giorgio Dall’Acqua l’operazione Ermitage, una promettente rendita dissipata dagli eredi. E nel 2005 salva la Spal dal capolinea sportivo.
In termini di partecipazione sostiene con convinzione i processi di Agenda 21 in campo ambientale e per dare concretezza all’obiettivo dell’inclusione sociale promuove la consulta dei cittadini stranieri.

Nella vicenda tragica di Federico Aldrovandi con coraggio compie uno strappo istituzionale e di fatto assurge a paladino dei diritti violati in un titanico e inedito scontro fra istituzioni, dove il Comune per una volta si qualifica davvero come la casa di tutti.

Il tempo finirà per rendere il giusto merito a questo sindaco schivo ma caparbio, il quale un’idea di Ferrara che andasse oltre l’ombra del proprio naso ce l’aveva. E che, a modo suo e per quanto ha potuto, si è prodigato per propiziarne la trasformazione.

L’EVENTO
I volti di Arte Fiera

Il ministro Dario Franceschini sul prato nello stand della home gallery di Maria Livia Brunelli e le immagini di Mustafa Sabbagh alle pareti di Arte Fiera 2015. I riflettori si sono accesi in questi giorni sull’attività artistica portata avanti dalla galleria ferrarese, con la visita istituzionale all’installazione di Stefano Scheda, che copre il pavimento dello stand Mlb con erba vera e pelli di mucca. Un pascolo – spiega la curatrice – che vuole essere metafora dello stato di schiavitù a cui vengono ridotti tanti animali. Lo stand espositivo della galleria di corso Ercole d’Este, poi, all’ora di pranzo diventa teatro di una performance estemporanea, con un veloce pic-nic dello staff su quel prato-opera d’arte. E’ uno dei tanti luoghi da vedere, in mostra per l’ultimo giorno all’interno della manifestazione fieristica di Bologna, aperta ancora per oggi dalle 11 alle 17.

L’evento mette insieme due padiglioni pieni di opere, tele, installazione, con un’area dedicata alle fotografie e un’altra alle pubblicazioni d’arte. Un’occasione per rivedere sia i capolavori che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea sia le sue evoluzioni più recenti. E’ il caso dei rappresentanti di un movimento artistico importante come l’arte povera, che alla fine degli anni Sessanta si contrappone a quella tradizionale: le serigrafie su specchio di Michelangelo Pistoletto, che fa diventare i visitatori parte integrante dell’opera stessa e che qui, più che mai, si offrono a riflettere i selfie dei visitatori in molte delle gallerie presenti. Poi ci sono i tagli e i buchi su tele monocolore di Lucio Fontana, le donne rotonde di Fernando Botero, le sfere luccicanti di Arnaldo Pomodoro, i teatrini di Giosetta Fioroni.

L’evento mette in mostra anche produzioni meno note, come le nature morte all’uncinetto, immortalate con una luminosità caravaggesca da Daniela Edburg; il pianoforte sotto l’acqua scrosciante; gli alambicchi di liquidi colorati. Senza dimenticare gli estrosi cromatismi dei visitatori, che dialogano con sculture e quadri davanti ai quali si soffermano. Buona visione.

[clic su un’immagina per ingrandirla e vedere tutta la gallery]

 

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Spettatore dell’opera con autoritratto di Pistoletto
Pic-nic sul prato-opera d’arte dello staff della galleria di Maria Livia Brunelli
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Colori, scambi e confronti ad ArteFiera 2015
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Galleria con tendina oro e argento
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“Breakfast with pliers” di Daniela Edburg
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Pianoforte sotto l’acqua scrosciante
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Visitatori in uno dei padiglioni di ArteFiera 2015
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Visitatrici in uno dei padiglioni di ArteFiera 2015
Il ministro Dario Franceschini nella Mlb home gallery
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Alambicchi colorati
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Un visitatore fotografa un’opera in mostra
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Giochi cromatici in una galleria di ArteFiera 2015

 

 

 

NOTA A MARGINE
A spasso per le vie dell’arte tra curiosità, voyeurismo e pura passione

Da venerdì scorso fino ad oggi, i padiglioni di Bologna Fiere ospitano l’annuale esposizione d’arte, la più importante in Italia, oggi alla 39esima edizione, in cui le gallerie, che quest’anno sono ben 188, mostrano opere di fama mondiale e propongono novità ed artisti emergenti. Tra più di duemila opere, disposte in due padiglioni, si resta ammaliati davanti ai quadri di Giorgio De Chirico, si osservano i ready-made di Mimmo Rotella e si fotografa la Marilyn di Andy Warhol.

arte-fiera-bolognaMa l’acquisto delle opere sembra essere l’ultimo dei motivi per cui passare qualche ora circondati dall’arte. Più che per guardare, sembra si vada per essere guardati. Nella giornata di sabato, avvicinarsi ai quadri era un’impresa impossibile, i padiglioni e gli stand delle gallerie erano affollati già dal primo pomeriggio, con numeri che tendevano ad aumentare con il passare del tempo. Potreste pensare che questa sia un’ottima notizia, che, nonostante i tagli alla cultura, l’arte interessi ancora a tanti. Lo credevo anche io, prima di sentire pezzi di conversazione come “amore, un bolero”, con tanto di foto ad una delle celebri donne formose di Botero, che una signora in pelliccia aveva confuso con le sinuose ballerine, avvolte in abiti aderenti, che si muovono seguendo ritmi spagnoli. Arte Fiera, proprio grazie alla fama conquistata nel tempo, si è trasformata da vetrina a passerella: le opere d’arte disposte nei padiglioni sono solo la scenografia ideale in cui mostrarsi, magari nella speranza di incontrare le cosiddette celebrità o un famoso critico d’arte.

arte-fiera-bolognaTolta una piccolissima parte di visitatori che è lì veramente per l’arte, i curiosi si guardano intorno, fotografano pezzi contemporanei di dubbio gusto e girovagano tra gli stand nel tentativo di capirci qualcosa. I più audaci osano chiedere i prezzi, spesso da capogiro, illudendo per qualche minuto i galleristi. Tra i tanti che desideravano mostrare l’opera d’arte che è la propria persona e i pochi che speravano di trovare tra gli artisti emergenti il nuovo Picasso, molti erano anche gli interessati all’evento vero e proprio. Perché l’arte moderna e contemporanea è spesso concettuale, impossibile da comprendere per chi possiede solo le conoscenze di base insegnate nelle scuole italiane. Partecipare a quest’evento mi è servito a comprendere la vastità del concetto di arte e la mia ignoranza in merito. Dopo aver compreso questo, ho iniziato ad osservare le reazioni degli altri visitatori che, in buona parte, sembravano divertiti o perplessi, ma mai totalmente consci di ciò che stavano guardando. Di questo se ne sono resi conto anche i galleristi, alcuni dei quali, visibilmente annoiati, hanno paragonato i corridoi dei due padiglioni alle vie di passeggio.

arte-fiera-bolognaEppure la presenza di tante persone, di tutte le età, vorrà pur significare qualcosa. Perché all’evento forse mancava la conoscenza di artisti o di opere, ma di certo non mancava la curiosità. Tanta era la voglia di comprendere e di fronte diverse opere avrei voluto la presenza di qualcuno in grado di istruirmi su ciò che stavo osservando senza capire. Il rischio del non insegnare l’arte è quello di farla diventare di nicchia, spegnendo voglia di conoscenza che ancora spinge verso questo mondo.

 

arte-fiera-bolognaarte-fiera-bolognaCamminando tra i padiglioni, dedicati all’arte moderna e contemporanea, ma anche alla fotografia e alle mostre monografiche degli spazi del Solo Show, ci si immerge in mondi ignoti. Si dice che non importa sapere cosa significa un’opera, il suo compito è quello di emozionare, ed è quello che succede anche passeggiando tra gli espositori: si resta incantati dai tratti realistici di quadri che sembrano fotografie, si ride, osservando opere bizzarre come lo struzzo fatto di carte da gioco di Nicola Bolla e si riflette dubbiosi, mentre tutti fotografano i tagli di Fontana, “forse questo potevo farlo anch’io!”.

Per saperne di più visita il sito [vedi]

LA RIFLESSIONE
Se fossi una finestra…

Ho sempre amato le finestre, le guardo con ammirazione e curiosità, ovunque mi trovi nel mondo. Le fotografo e le sogno. Immagino. Attraverso di loro viaggio e invento. Ecco allora perché, a volte, vorrei essere una di loro… Quante cose potrei fare…

Se fossi una finestra me ne starei sempre aperta, pronta a lasciare entrare solo i raggi del sole e i pensieri buoni.
Se fossi una finestra chiuderei fuori tutti i dolori e i dispiaceri, sbatterei loro in faccia, con forza, le mie potenti persiane.
Se fossi una finestra guarderei sempre il mondo, lascerei i bambini affacciarsi a me per sorridere, giocare e osservare il sole.

se-fossi-finestrase-fossi-finestraSe fossi una finestra chiuderei i battenti solo a notte fonda, e leggermente, lasciando passare i raggi della luna, perché i suoi luccichii cristallini possano illuminare i volti degli innamorati.
Se fossi una finestra vorrei avere appesi alle mie guance solamente fiocchi e cristalli di neve e magari nastrini colorati che, a Natale, abbelliscono e decorano pensieri, parole e sorrisi.
Se fossi una finestra vorrei lasciare passare solo Gesù Bambino. Magari farei entrare anche Babbo Natale e la Befana, ma solo a condizione che portino doni, bellezza e buone notizie.

se-fossi-finestraSe fossi una finestra lascerei fuori le guerre, chiuderei gli occhi di coloro che sparano, colpiscono e feriscono, per fare vedere loro, anche solo per un momento, cosa c’è aldilà dei sogni.
Se fossi una finestra, soffierei il mio caldo e accogliente alito di vento su un camino, perché anche la brina possa riscaldarsi al tepore dell’immenso amore che abita nella mia casa.

Se fossi una finestra, toglierei tutte le barriere e le spranghe di ferro che separano gli uomini dalla libertà e dal mondo. E questo perché le nuvole possano volteggiare, passeggiare e veleggiare leggere verso chi sta rinchiuso per scelta o per imposizione.
Se fossi una finestra prenderei i vecchi sotto braccio, perché attraverso di me possano ritrovare il pensiero leggero della giovinezza e perché i loro ricordi lontani non siano fonte di rimpianto e di tristezza ma di allegra e gioiosa spensieratezza.

se-fossi-finestraSe fossi una finestra vorrei solo fiori sul mio davanzale.
Se fossi una finestra non accetterei mai di vedermi avvinghiata dall’edera soffocante. Non sopporterei la sua afa.
Se fossi una finestra vorrei profumare l’aria di gelsomino, attraverso di me passerebbero solo tenui profumi di primavera.
Se fossi una finestra, farei magari passare qualche fiocco di neve, ma solo a patto che sia leggero e candido come i miei gelsomini.
Se fossi una finestra mi farei attraversare solo note di Chopin o al massimo di Tchaikovsky, sempre che provengano da un lungo ed elegante pianoforte a coda.
Se fossi una finestra non sbatterei mai le mie persiane, a meno che si tratti di batter le mani di fronte a un bacio degno di un film.
Se fossi una finestra, sarei spalancata come un’intelligenza vivace che propone idee e belle parole.
Se fossi una finestra non coprirei mai il mondo, nemmeno con una pagina di giornale. Sarei quiete sempre viva e accesa.
Ah, se solo fossi una finestra…

Non basta aprire la finestra per vedere la campagna e il fiume.
Non basta non essere ciechi per vedere gli alberi e i fiori.
C’è solo una finestra chiusa e tutto il mondo fuori; e un sogno di ciò che potrebbe essere visto se la finestra si aprisse.

Fernando Pessoa

(Fotografie di Simonetta Sandri)

Testo pubblicato in versione ridotta in Omero Magazine [vedi]

Il cambiamento ‘fai da te’

“Scout in Piazza Ariostea per salvarla dalla movida”, così La Nuova Ferrara di sabato titola un articolo che presenta l’iniziativa di un gruppo di giovani Scout dell’Agesci per tenere pulita la piazza. L’idea è in linea con il progetto del Comune “Ferrara Mia” che mira a favorire iniziative promosse dai cittadini. Il progetto ha una valenza pratica – migliorare la sicurezza di un luogo molto frequentato da bambini – e una educativa che è la più importante.
Il contagio positivo è alla base di una infinita quantità di azioni che trovano nel web un indispensabile supporto. Se la democrazia è un ambiente e non solo un sistema di governo e un insieme di regole, allora “le strade per la democrazia sono infinite” e passano per una miriade di contesti locali, come assume il ciclo dal suggestivo titolo “La democrazia come problema”, organizzato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di storia contemporanea di Ferrara.
A partire dall’idea che la partecipazione assume nuove forme, il cambiamento può non essere solo atteso e auspicato, ma in un certo senso prodotto, attraverso la condivisione. La rete offre uno straordinario supporto. Un solo esempio: Change.org è la più grande piattaforma al mondo che incoraggia le persone a sostenere petizioni sui temi di proprio interesse. Change.org è una piattaforma on-line gratuita per promuovere campagne sociali, fondata nel 2007 negli Stati Uniti, da Ben Rattray, considerato da Tima Magazine tra le 100 persone più influenti al mondo. Nel luglio 2012 l’organizzazione lancia il sito in italiano. La missione di Change.org è permettere a tutte le persone in tutto il mondo di “creare i cambiamenti” che desiderano, unendo i valori di un’organizzazione non-profit con la flessibilità e l’innovazione di una startup tecnologica. Oltre 70 milioni di utenti in 196 Paesi (2.3 milioni in Italia) ogni giorno usano Change.org, con il supporto di un team di professionisti. Chiunque può lanciare petizioni rivolte a realtà locali, istituzioni, grandi aziende o realtà internazionali. Che si tratti di una madre che combatte contro il bullismo nella scuola di sua figlia, di clienti che fanno pressione sulle banche per eliminare una tassa ingiusta o di cittadini che denunciano funzionari corrotti, migliaia di campagne lanciate da persone normali possono avere successo. Se in passato coagulare le persone intorno ad una causa richiedeva fatica, soldi e infrastrutture complesse, oggi la tecnologia ci ha reso più connessi. Tutti possono lanciare una campagna e mobilitare in poco tempo centinaia di persone localmente e migliaia in tutto il mondo, rendendo governi e associazioni più reattivi e attenti.
Change.org viene presentata come una piattaforma gratuita concentrata sulla missione di rendere le persone attori di cambiamento e investe tutte le entrate nei servizi rivolti agli utenti. I fondi di Change.org provengono da petizioni sponsorizzate da organizzazioni come Amnesty international, Medici senza frontiere. Così si legge nella pagina italiana di Change.org. “Stiamo lavorando ad un mondo in cui nessuno rimanga inascoltato e in cui creare il cambiamento sia parte della vita di tutti i giorni” [vedi].
Si può concordare sul fatto che simili forme dal basso rischiano di essere ingenue; certo non sostituiscono forme di democrazia rappresentativa adeguate, però possono contribuire a spostare, almeno in parte, le discussioni dal Palazzo alla vita reale.

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi e Social Media Marketing. Studia i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

LA RICORRENZA
La riscoperta di Vladimir Visotsky, poeta e cantore del dissenso

Oggi sarebbe stato il compleanno di Vladimir Semënovič Vysockij (Visotsky nella traslitterazione italiana), ufficialmente un grande attore, in verità uno straordinario poeta, ma i cui versi non furono inizialmente stampati perché sempre censurati dalle autorità sovietiche. E quindi Vysockij, boicottato e oscurato, aveva preso la chitarra e cantato per far passare le sue parole per tutta l’Urss. Oggi lo riscopriamo, grazie al nostro Finardi, in ‘Sentieri Selvaggi’. In Russia, oggi, ha finalmente il giusto tributo, tanto più che a Mosca vi è un museo in suo onore.

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Vladimir Vysotsky di fronte al poster del Teatro Taganka (RIA Novosti / Plotnikov)

Attraverso cassette registrate fortunosamente, la voce profonda, infiammata e dolente di ‘Volodja’, Vysockij era diventato la voce di coloro che si opponevano e dissentivano dal conformismo di regime. Inizialmente, lo abbiamo notato in una scena potentissima del ballo al teatro Mariinskij di San Pietroburgo, di un magistrale Baryšnikov-Nicolai ‘Kolya’ Rodchenko, che esplode sulle note di ‘Fastidious Horses’ del cantatutore russo. Poi lo abbiamo cercato e studiato un po’. Quelle note e parole ispiravano tanto.
Vysockij era nato il 25 gennaio 1938, a Mosca, da un sottotenente di carriera e un’interprete di tedesco. Era il periodo delle grandi e terribili ‘purghe’ staliniane. Nel 1961, aveva scritto la sua prima canzone, ‘Il Tatuaggio’. Già in queste prime fasi, quasi per gioco, un amico aveva iniziato a registrare le sue canzoni e a organizzare una sorta di distribuzione ‘porta a porta’ che avrebbe contraddistinto tutta la sua vita. Le sue canzoni cominciavano a circolare, anche se il suo nome era ancora sconosciuto. Nel 1964, effettuava un provino per Ljubimov, direttore del prestigioso teatro Taganka. Curiosamente, Ljubimov non era convinto delle sue doti di attore, ma lo prese con sé perché affascinato dalle sue canzoni che cominciavano a essere diffuse e note. Ma, già nel 1965, Vysockij, diventava uno degli attori principali del Taganka, dove avrebbe ricoperto ruoli importanti, quali quelli di ‘Galileo’ di Bertold Brecht.

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Vladimir Vysotsky (RIA Novosti / Kmit)

Ecco allora arrivare il suo primo disco, colonna sonora del film ‘Verticale’ e, nel 1967, il ruolo di Majakovskij in ‘Ascoltate Majakovskij’. Diventa un idolo, un attore leggendario.
L’anno seguente, l’incontro con Marina Vlady si trasformerà in grande e travolgente amore che durerà fino alla sua morte, nel 1980. Per Vysockij è un periodo di instancabile frenesia. Recita, scrive, compone, giorno e notte, ma in Russia si vuole dare una stretta contro gli intellettuali indisciplinati, e, pertanto, viene regolarmente boicottato, gli è negato ogni riconoscimento, diviene una specie di ‘uomo invisibile’. Solo nel 1987, con la Perestrojka gorbacioviana, sono arrivati i primi riconoscimenti ufficiali e le sue canzoni sono state pubblicate su disco. Fino ad oggi.
Questo incredibile poeta cantò i perdenti che non si arrendono, gli sconfitti, gli idealisti disillusi, coloro che si sono persi nella vita, coloro che sono stati abbandonati da essa.

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Francobollo russo del 1999 dedicato a Vladimir Vysockij

Una vita disperata, la sua: pur ignorato e boicottato era diventato il poeta più popolare del suo paese, senza che di lui fosse stato mai stampato un singolo verso. L’Italia lo avrebbe capito e presentato al grande pubblico un po’ dopo, ma lo avrebbe compreso. Nel 1993, gli era stato assegnato, infatti, il premio Luigi Tenco e, per l’occasione, era stato registrato un album (‘Il Volo di Volodia’), ad opera di vari cantautori fra i quali anche Roberto Vecchioni ed Eugenio Finardi. Nell’album di Paolo Rossi (In Italia Si Sta Male Si Sta bene Anziché No e Altre Storie) del 2007, vi era una versione italiana della canzone ‘utrennjaja gimnastika’.

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Monumento a Vladimir Vysockij (Mosca) e la copertina della raccolta ‘Sentieri selvaggi’ interpretata da Eugenio Finardi

E poi è arrivato Finardi. ‘Sentieri selvaggi’, uno dei più importanti ensemble italiani di musica classica contemporanea diretto da Carlo Boccadoro, ha invitato Finardi a unirsi a loro per un progetto sull’opera del cantautore russo, le cui canzoni sono state ripensate e trascritte da Filippo Del Corno, compositore tra i più affermati delle ultime generazioni. Nasce così il progetto ‘Il cantante al microfono’, un cd che getta un ponte tra la canzone d’autore e la musica classica contemporanea partendo dal grande attore, poeta e cantautore russo. Dal corpus delle sue oltre 500 canzoni, Eugenio Finardi e Filippo Del Corno hanno scelto una decina di titoli fortemente rappresentativi della tensione etica, spirituale, politica e dell’ironia corrosiva che anima il lavoro di Vysockij. Le canzoni, già tradotte in italiano da Sergio Secondiano Sacchi, sono state orchestrate dallo stesso Del Corno, in una versione che mette in luce la qualità poetica e musicale dei versi di Vysockij e permette il pieno dispiegamento della straordinaria potenza interpretativa di Eugenio Finardi, che, da tempo, affianca alla sua attività di protagonista del rock d’autore italiano un approfondito e rigoroso lavoro di ricerca vocale. Le canzoni vanno ascoltate con calma e concentrazione, una per una. Sono immense.

Ascolta le canzoni di Vladimir Visotsky [clicca qua]

Eugenio Finardi canta Visotsky [ascolta qua]

Il tributo di Ferarraitalia a Vladimir Visotsky negli ‘Accordi’ del 1 gennaio 2014 [leggi qua]

CANZONE DELLA TERRA (1969)
Chi ha detto: “Tutto è completamente secco,
Non tornerà più il tempo della semina?”
Chi ha detto che la Terra è morta?
No, s’è nascosta per un po’…

Non possiamo impadronirci della fertilità,
Non possiamo, come non si può svuotare il mare.
Chi ha creduto che la Terra bruciasse?
No, s’è annerita dal dolore…

Come crepe giacevano le trincee
E le buche s’aprivano come ferite.
I nervi della Terra messi a nudo
Conoscono la pena più profonda.

Sopporterà tutto, attenderà.
Tra gli sciancati non mettere la Terra!
Chi ha detto che la Terra non canta?
Che ha perduto per sempre la parola?

No! Echeggia di gemiti soffocati,
Da tutte le sue ferite, da ogni fessura,
La Terra è dunque l’anima?
Non calpestarla con gli stivali!

Chi ha creduto che la Terra bruciasse?
No, s’è nascosta per un po’….

L’OPINIONE
Contro ogni forma di discriminazione. Pensieri in libertà sulla giornata della memoria

di Michael Sfaradi

Sono passate decine di anni dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla scoperta dell’enorme tragedia umana dell’Olocausto ma ancora ci è difficile capire come degli uomini in preda a deliri di onnipotenza siano riusciti da una parte a auto-convincersi di essere razza superiore e dall’altra, proprio in nome di questa superiorità, a programmare a tavolino l’annientamento totale di popolazioni intere. Grazie a Dio non ho conosciuto direttamente gli orrori delle leggi razziali e delle persecuzioni, ma come tutti i figli e i nipoti della Shoah ho preso coscienza del dramma vissuto dal mio popolo solo attraverso i racconti delle persone che sono riuscite a salvarsi dalla deportazione o che sono tornate dai campi di sterminio. I loro racconti, la loro memoria storica è un bene che la mia generazione e le generazioni a seguire hanno il dovere di conservare e mantenere vivo per far sì che ci sia sempre un campanello di allarme, una spia che si accenda ogni volta che ci si avvicina, pericolosamente, a situazioni che possono permettere il ripetersi di fatti storici come questo o simili a questo. Ogni volta che mi sono trovato davanti a discussioni dove c’erano delle persone che facevano parte di gruppi etnici o religiosi diversi da quelli che allora furono colpiti, ho notato che ognuno di loro cercava di dare a se stesso una risposta per rendere accettabile l’inaccettabile… tutto andava bene, anche, per assurdo, accusare le vittime. Questo perché nelle menti degli esseri veramente umani non è accettabile l’idea che sia stata creata una macchina distruttrice, una fabbrica di morte nei confronti di qualcuno e che questo qualcuno sia totalmente innocente.

Se a distanza di tanto tempo ancora ci si chiede attoniti perché e come può essere accaduto, e si rimane increduli e senza risposte soddisfacenti davanti alle prove inconfutabili che l’essere umano può arrivare a livelli di malvagità senza limiti nei confronti dei suoi simili, l’unica cosa veramente chiara, per chi la vuole vedere, è che quello che accadde nel buio di quegli anni degradò l’umanità al di sotto di ogni livello accettabile. Quando poi se ne prende coscienza quello che rimane è solo un senso di impotenza profonda davanti alla storia e alla follia. È impossibile per noi capire cosa abbia abitato in quegli anni nella mente e nel cuore della maggioranza delle persone, e questo non solo in Germania, ma in tutta Europa. Quello che accadde non fu un caso isolato, non fu un’eccezione, non fu un cortocircuito, quello che accadde fu la conseguenza di un’azione studiata a tavolino, finanziata e programmata fin nei più piccoli particolari. Un’azione che prese il via in Germania ma che trovò adepti in ogni angolo d’Europa, un’azione che riuscì a portare allo scoperto l’odio profondo e radicato nei confronti di una minoranza, un odio che per secoli era stato, a più ondate, alimentato da chi nell’ebraismo e nella sua cultura, che è sempre stata la radice su cui poggiava e poggia il mondo moderno, vedeva un affronto se non un pericolo. In quegli anni si aprirono le dighe e l’odio che da sempre bolliva in larghi strati della popolazione europea straripò in tutta la sua lucida violenza.

In quegli anni lo sterminio era la normalità, perpetrare lo sterminio era la normalità, rimanere silenti davanti allo sterminio era la normalità. Gli ebrei, ad esempio, venivano accusati, come al solito, come oggi, di avere in mano l’economia mondiale, anche se le statistiche sia di allora che di oggi smentiscono questa diceria. Ma non era e non è sufficiente, perché chi vuole odiare ha bisogno di un motivo o una scusa per farlo, e non ha importanza se sia vera o falsa. Serve la fiamma per accendere la miccia, serve la scossa per far detonare la bomba carica di odio e cattiveria. Gli zingari, i rom, accusati di essere ladri, gente marcia, come gente marcia erano gli omosessuali e tutti coloro che non volevano o non potevano allinearsi all’interno di quel trita cervelli che è sempre stata la propaganda delle dittature, di tutte le dittature a prescindere dal colore dietro il quale si nascondono o si sono nascoste. I regimi, come è stato per il nazismo e per il fascismo, e a seguire dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai nostri giorni, con una lunga scia di dittatori e sangue, hanno continuato ad arrogarsi il diritto di decidere la vita o la morte di popolazioni intere, che per volere del tiranno di turno diventavano bande composte da esseri subumani, cancro della società.

Ecco allora calare il buio della ragione e le schiere degli sterminatori stringono i ranghi davanti al silenzio dei pavidi che ne diventano complici silenti. Il messaggio viene recepito come vero e con il tempo l’odio diventa normalità e da lì ai campi di prigionia, o di rieducazione il passo è breve, breve come è facile ritrovarsi dietro al filo spinato, con un proiettile in testa o dietro la schiena. Se vogliamo fare un piccolo esempio che possa aiutarci in un cammino di riflessione, in una chiave di lettura diversa che ci possa permettere di capire quali sono stati i meccanismi che hanno portato a una follia collettiva come quella che si è registrata in occasione della Shoah dobbiamo accettare che la “follia collettiva” non era in realtà una follia vera, ma freddo ragionamento di burocrati convinti che i vagoni blindati in viaggio verso i campi di sterminio fossero pieni di animali da eliminare quanto più velocemente possibile, in modo da rendere il mondo più pulito e vivibile. Proprio considerando che la Germania di quegli anni era il centro del sapere europeo, il centro della cultura europea, rimane ancora più difficile credere che tutto ciò sia partito proprio da lì, ma così è stato.

Rievocare in questa giornata 6 milioni di persone uccise con il gas e cremate nei famigerati forni dei campi di sterminio, rievocare le centinaia di migliaia di persone che sono state barbaramente torturate o inumanamente sottoposte ad ogni tipo di esperimento pseudoscientifico e, cosa ancora più dolorosa, rievocare 1 milione e mezzo di bambini ai quali fu tolto ogni diritto e ogni gioia della vita è un compito decisamente arduo che non si esaurisce in cerimonie rievocative una volta all’anno ma che deve essere spiegato nei minimi particolari affinché la memoria non vada persa… affinché il passato non ritorni ad essere un presente. È un compito che ci riguarda tutti da vicino e che abbiamo il dovere di insegnare ogni volta che capita l’occasione. Gli storici hanno provato, con il loro lavoro, a dare un senso alla tragedia, esistono decine di libri e di saggi dove vengono presi in considerazione aspetti del dramma e si prova a darne una spiegazione, ma io credo che a tutt’oggi non esista un’opera che possa racchiudere in sé il “fatto storico” nella sua interezza, che possa far capire la drammaticità di ciò che accadde.

Questo mi ha fatto giungere alla conclusione che uno dei pochi dati di fatto acquisiti è quanto sia stata grande, immensa, la tragedia, tragedia che l’uomo è riuscito a creare in un dramma che esso stesso non riesce a capire e al quale ancora oggi non riesce a dare una spiegazione valida. Gli storici da una parte hanno il compito di raccolta dei documenti, non passa giorno che non si scopra in qualche angolo d’Europa un nuovo archivio o un nuovo carteggio che mette i riflettori su altri massacri, e aggiungono così altri capitoli di questo libro ancora lontano dall’essere definito, ammesso che mai possa essere definito, dall’altra il nostro dovere, soprattutto ora che gli ultimi testimoni viventi ci stanno purtroppo lasciando e i negazionisti si fanno avanti con sempre più forza e tracotanza, è quello di non dimenticare. Lo stesso Yad Vashem il museo dell’Olocausto di Gerusalemme, è stato di recente profondamente ampliato proprio per far posto a tutte quelle testimonianze che continuano ad arrivare con un flusso continuo.

Giorno dopo giorno, ancora oggi, escono dal buio dell’oblio nomi, cognomi, indirizzi, nazionalità, e si restituisce un minimo di dignità a persone che da innocenti hanno pagato ciò che erano e per quello che erano. Ma tutto questo non basta, il nostro compito non si esaurisce qui, noi che siamo uomini liberi, donne libere, dobbiamo fare in modo che il buio della coscienza non sia appropri più della nostra anima e dell’anima delle popolazioni cui apparteniamo. È troppo facile dire, o peggio ancora credere, che quello che è accaduto non accadrà di nuovo… non fatevi ingannare, succede ancora, ogni giorno, davanti ai nostri occhi troppo occupati per vedere le tristi realtà che si avvicendano in posti lontani che poi lontani non sono. Non avremo mai il numero dei morti, e sto parlando degli anni Settanta, che ci furono nei campi di sterminio cambogiani dove il regime dei Khmer Rossi ha prodotto risultati che variano da un minimo di 800.000 a un massimo di 3.300.000 morti. Questo conteggio riguarda le vittime delle esecuzioni, delle carestie e dei disagi. Il governo vietnamita parlò di 3.300.000 morti mentre Lon Nol si vantò di averne eliminati 2.500.000. L’Università di Yale giudica la cifra intorno al 1.700.000 unità mentre Amnesty International ne da qualcuna in meno 1.400.000, ultimo e non meno importante il dipartimento di Stato degli USA che ne considera solo 1.200.000.

Tutto questo può essere da noi considerato normale? 3 milioni, 2 milioni, 1 milione mezzo, ma qui non stiamo parlando di pecore alla vigilia della Pasqua, questi numeri, nella loro freddezza spersonificata, come i sei milioni di Auschwitz, nascondono volti di uomini, donne, vecchi e bambini. Persone che avevano nome, un cognome, una vita da vivere e tanti sogni irrealizzati. Qualcuno potrebbe pensare che tutto ciò è lontano, è successo dall’altra parte del mondo, era fuori dal nostro pianeta? Ma le fucilazioni di massa nella ex Jugoslavia sono state perpetrate proprio dietro la porta di casa nostra, nel cuore dell’Europa continentale, e nessuno ha mosso un dito se non quando era già troppo tardi. Anche in quel caso, mi duole dirlo, la comunità internazionale legata da mille laccetti più o meno seri, più o meno politici ha lasciato che città intere, e Sarajevo ne è il simbolo, fossero praticamente rase al suolo.

Sempre alle porte dell’Italia e nel cuore dell’Europa continentale abbiamo assistito a scontri armati che si consumavano all’interno delle stesse famiglie perché essere serbo o essere croato era un motivo sufficiente e necessario per essere eliminato. E ancora più vicino a noi nel tempo siamo testimoni di massacri dimenticati dove uomini uccidono altri uomini, donne vengono stuprate e vendute come schiave e teste vengono staccate dai corpi e rotolano in terra così come venivano staccate e rotolavano nel più terrificante Medio Evo, e tutto ciò in nome di un Dio diverso. Questo è il buio della ragione, questo è quello che noi più che combattere dobbiamo prevenire senza delegare questo lavoro a nessuno, perché nessuno può garantirci nulla. Solo noi stessi possiamo essere garanti, solo noi stessi possiamo insegnare alle future generazioni la luce della vita gettando il seme della convivenza pacifica e civile fra le genti.

Concludendo voglio ribadire il concetto a me caro, che il modo migliore per onorare chi sull’altare dei forni crematori ha sacrificato la vita, è una medaglia con due lati: da una parte il massimo impegno affinché il ricordo rimanga indelebile e, dall’altra, la nostra attenzione su tutte le manifestazioni di antisemitismo, di omofobia e di ogni razzismo possibile, palesi e no, senza sottovalutarle e impedendo che motivazioni politiche di ogni colore strumentalizzino il dolore per farne battaglie ad esso estranee.

SETTIMO GIORNO
La guerra

Ho aperto gli occhi e la mente al mondo che c’era la guerra, ero piccolo, ma la mia memoria non mi abbandona mai, purtroppo, meglio dimenticare a volte, si vive meglio. Ricordo mio padre vestito in grigioverde, presto sarebbe partito per la Russia, ricordo il grande coglione Benito che, tutto felice, informava con voce tonante gli italiani che aveva dichiarato guerra: “Un’era segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria – urlava il “pataca” romagnolo – l’ora delle decisioni irrevocabili”; rimbalzava la parola del duce da altoparlante ad altoparlante, le vie di paesi e città erano invase. “Il destino che batte nel cielo” altro non era che la condanna a morte per migliaia di innocenti, mandati al massacro in gelide terre o in torride plaghe, o, peggio ancora, nelle nostre città bombardate dal nemico. Il nemico? Quale nemico?, chiesi a Joannes Zelemarian, commissario politico della rivoluzione eritrea contro il regime etiopico di Mengistu, per me erano tutti amici, eritrei ed etiopi, ma lì, appiattito nella trincea scavata nella roccia carsica attorno ad Agordat, la città sotto assedio da parte delle truppe eritree, l’amico era Zelemarian con i suoi compatrioti e il nemico era il cecchino che mirava alla mia testa a non più di settanta-ottanta metri di distanza. Giù, mi diceva Joannes, stai giù Gian Pietro, anche se ha il sole negli occhi il cecchino non sbaglia. Era la prima volta che vedevo il “nemico” così da vicino. Non fu piacevole scoprire che c’era un essere umano come me che, senza altra ragione che non fosse il nostro essere nemici, mi voleva uccidere, io lui non lo avrei ammazzato. Ma era la guerra, la peggiore, l’invincibile, l’inesorabile invenzione umana. Speravo di non dover aver mai più a che fare con i conflitti, di non dover più dire questo è mio amico e questo mio nemico. Ma non si può, l’uomo vuole nemici e amici per combattere i nemici e ora i nemici ci sono, sono qui, sono là, sono sotto casa, sono dovunque li portino interessi quasi sempre sconosciuti, immaginati ma non chiari e noi, noi, siamo gli odiati nemici da sconfiggere, da massacrare se possibile, e loro, loro, sono i terribili avversari da annientare: non ci sarà bisogno di dichiarare guerra pomposamente come fece Mussolini, la guerra è già stata dichiarata, guerra globale, all’ultimo sangue, per una volta ancora noi cittadini siamo le vittime destinate a essere usate come carne da macello. Attenti a chi sta dietro l’angolo di casa.

NOTA A MARGINE
La Costituzione: fonte di libertà da alimentare ogni giorno

Il palco trasformato in una cattedra e il teatro in un’aula per la lezione di Costituzione del professor Gherardo Colombo. E’ accaduto venerdì sera al De Micheli di Copparo. E si è capito subito che sarebbe stata una lezione del tutto insolita: per le incursioni musicali del bidello Tommaso Zanella “Piotta”, per le silhouette di don Chisciotte e Sancho Panza che svettavano sullo sfondo, ma soprattutto perché il prof ha esordito affermando di “non volere la cattedra, perché divide chi ha il potere da chi non ce l’ha”.
“Freedom…imparare la libertà” è un’ulteriore prova delle grandi doti di divulgatore dell’ex magistrato che per quasi due ore guida i suoi studenti, alcuni dei quali abbastanza fuori corso, ma per la maggior parte giovani e giovanissimi, alla ricerca del significato pratico e concreto del termine libertà.
“Cos’è la libertà in una parola?”: questa è la domanda che il professor Colombo pone al pubblico scendendo dal palco, perché non è giorno di interrogazione, ma di dialogo e di condivisione. “Scegliere” dicono dalle prime file…i soliti secchioni!
“Giusto, ma scegliere cosa?” Non si può scegliere di volare se non si hanno le ali e non si può scegliere il completo isolamento se si è animali sociali. Ecco dunque le prime due parole d’ordine: la finitezza e il bisogno di socialità di ogni essere umano, questi sono i confini entro cui la nostra libertà può muoversi. Scegliere poi implica prendersi la responsabilità delle proprie scelte e avere il livello di conoscenza e di consapevolezza per poterlo fare. In altre parole è necessario “avere la capacità di esercitare effettivamente la propria libertà”. Infine scegliere presuppone la possibilità di operare una scelta fra diverse opinioni: insomma il pluralismo democratico. Ecco così stabilito il circolo indissolubile fra democrazia, pluralismo, libertà di pensiero.
Ma dove viene sancita questa nostra libertà? Nella nostra Costituzione, dove sono contenuti i nostri diritti e i doveri che rendono effettivi questi diritti perché “il nostro diritto di espressione corrisponde al dovere degli altri di non metterci una mano davanti alla bocca mentre parliamo”. Per farci capire che dentro la Costituzione c’è già scritto tutto, basta volerla attuare, Colombo racconta storie di diritti negati e violati: Piergiorgio Welby e la scuola Diaz del G8 di Genova. Si va dall’articolo 2, nel quale la Repubblica riconosce e tutela i diritti inviolabili dell’uomo, all’articolo 13 sull’inviolabilità della libertà personale, dall’articolo 32 sulla tutela della salute e sul rispetto della persona come limite del trattamento sanitario, agli articoli 17 e 18 che sanciscono il diritto di riunione e di associazione. Ma soprattutto il vero architrave di questa delicata struttura, l’articolo 3, il più innovativo di tutti: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Nella mente affiora il ricordo di don Gallo: “Le mie bussole sono due: come partigiano e come essere dotato di una coscienza civile, la mia prima bussola è la Costituzione. Poi, come cristiano, la mia bussola è il Vangelo”. Colombo usa invece le parole di qualcuno che la Costutzione l’ha scritta e poi ha passato il resto della sua vita a difenderla e a farla conoscere ai giovani: Piero Calamandrei. “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani”.
Ecco dunque, come in ogni scuola che si rispetti, i compiti per casa: dare un ulteriore significato all’articolo 1, “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. La libertà è una cosa faticosa, impegnativa, “è un percorso che si conquista giorno per giorno”, perciò se non lavoriamo quotidianamente sul nostro stare assieme responsabilmente, “come faremo a crescere e diventare davvero una democrazia?”

Album di storie, le ‘biografie collettive’ di Marco Paolini

STANDING OVATION: I PIU’ ACCLAMATI SPETTACOLI TEATRALI DEL XXI SECOLO
Due spettacoli di Marco Paolini, Teatro Comunale di Ferrara, dal 26 al 29 ottobre 2003

E inizia la stagione di prosa 2003-04 del Teatro Comunale. Una stagione inaugurata anche quest’anno, come per la scorsa edizione, da due spettacoli del seguitissimo Marco Paolini: “Stazioni di transito” e “Aprile ’74 e 5”, che andranno in scena alternandosi l’uno all’altro per cinque sere consecutive. Entrambi gli allestimenti sono tratti dagli “Album di storie” di Paolini: lavori composti fra il 1987 e il 1999 e in merito ai quali lo stesso autore dichiara: «Sono storie brevi per imparare a raccontare storie. Lo stesso gruppo di personaggi passa da un “album” all’altro in una sorta di iniziazione, tuttavia ogni storia (ogni spettacolo) sta per sé e può essere visto separatamente dagli altri. A ciascuno hanno collaborato per la scrittura e per la realizzazione persone diverse con i propri racconti e ricordi, gli “album” non hanno quindi un unico autore e non sono autobiografia, ma biografia collettiva».
Ed è proprio tale struttura di “biografia collettiva” che distingue gli “album”, e dunque i due spettacoli che Paolini porta a Ferrara, dai celebri “Canto per Ustica” e “Storie di plastica”, è tale impostazione storico-esistenziale che li differenzia connotandoli alla stregua di storie di tutti: nel senso di cittadini non solo soggetti pubblici vittime di drammatiche ingiustizie ma anche e soprattutto individui privati sociali.
E infatti “Stazioni di transito” si colloca fra il miglior “teatro” in senso stretto di Paolini, con le sue storie generazionali, con la sua piccola antologia composta da un numero variabile di racconti collegati da frammenti poetici, ambientati da Parigi a Treviso, dalla Jugoslavia agli Stati Uniti. Tanti luoghi dove i personaggi e i fatti della recente storia italiana si intersecano, lasciando memorabili e indelebili tracce. “Aprile ’74 e 5”, a sua volta, è un racconto articolato che condensa varie storie individuali intrecciate fra di loro. Al riguardo, lo stesso Paolini spiega: «Questa storia è inventata, ma dentro ci sono molte “cose vere”, mescolate e combinate. C’è il rugby, che mi è stato insegnato con passione da chi lo gioca, perché io non ho mai giocato. C’è la registrazione di Brescia, dell’attentato. E ci sono tante storie vere di sport, di bar, di piazza, che mi sono state regalate da amici generosi che riescono a tener acceso in testa il circuito della memoria. Io che ho la memoria corta e devo a loro la mia voglia di raccontare ancora».

democrazia

Che problema la democrazia!

Per il loro quarto ciclo di incontri alla Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea l’Istituto Gramsci e l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara hanno scelto un titolo che potrebbe apparire paradossale o provocatorio a prima vista, ma che a sentire gli organizzatori non lo è affatto: “La democrazia come problema”. E non si può dar loro torto, visto che è dai tempi di Platone che filosofi, politici, artisti e letterati si arrovellano su questo tema.
Forse ha proprio ragione il direttore dell’Istituto Gramsci, Fiorenzo Baratelli, quando nell’incontro introduttivo di venerdì pomeriggio afferma che la democrazia è “il regime politico e sociale più complesso che finora il genere umano ha pensato”, ma proprio per questo “è il sistema più adatto più adatto alla complessità dell’uomo e alla sua convivenza in società”. La figura centrale nella democrazia, infatti, è il cittadino. Se ciò significa da una parte che le istituzioni democratiche, cioè la forma, e lo stato sociale, cioè i contenuti, sono costruiti in funzione dei cittadini, dall’altra implica che fondamentale è l’esercizio democratico, cioè la partecipazione attiva da parte di questi ultimi. Dunque la democrazia non è solo complessa, ma “deve essere costruita, anzi necessita di continua cura”: “è imperfetta, esigente, fragile – continua Baratelli – caratterizzata da un continuo cambiamento”. Chi dunque può negare che sia “un insieme di problemi”? Come se ciò non bastasse oggi viviamo il paradosso della democrazia uscita vincitrice dallo scontro con i totalitarismi del Novecento, ma arrivata al 21° secolo “stremata” e circondata da “un’aura di scetticismo”. I 12 incontri che si svolgeranno fino a novembre serviranno quindi a tentare di “capire le ragioni di questo malessere” e le sfide che il sistema democratico deve affrontare nel tempo presente. Non ci sono soluzioni facili, ma esercitare la propria intelligenza critica per tentare di capire dove stiano i problemi e pur sempre un punto di partenza. Già Tocqueville metteva in guardia rispetto al rischio che la democrazia potesse degenerare in un “dispotismo mite”, che leva ai cittadini “il fastidio e la fatica di pensare.” L’obiettivo allora è andare oltre quella “dittatura del presente” di cui ha parlato il filosofo Salvatore Veca – ospite del primo incontro del 6 febbraio – che “scippa il senso della possibilità e riduce lo spazio dell’immaginazione politica e morale”, mentre avremmo “un disperato bisogno di idee nuove e audaci, che siano frutto dell’immaginazione politica e morale”.

Leggi l’intervista a Fiorenzo Baratelli
Visualizza il programma del ciclo “La democrazia come problema”

L’INTERVISTA
Roberto Guerra: “Il nuovo futurismo ha cuore, cervello e libertà”

Roberto Guerra, poeta futurista, futurologo e blogger, attivo tra Ferrara e l’Italia dagli anni Ottanta, è curatore, assieme a Antonio Saccoccio, di “Marinetti 70. Sintesi della critica futurista” (Armando, Roma, 2015), un testo che a settant’anni dalla morte di Marinetti, ma a un secolo di distanza dalla nascita del futurismo, ripensa alla figura chiave del movimento attraverso una raccolta di saggi e approfondimenti curati, appunto, da Guerra e Saccoccio.

I futuristi precursori e innovatori, cibernauti ante litteram e promotori di un nuovo gusto estetico, ma anche di un nuovo umanesimo fiducioso della creatività dell’uomo in tutti i suoi campi, dalla macchina alla pubblicità, come sono interpretati oggi nel 2015?
“Marinetti 70″ sintetizza l’attuale livello critico e operativo. Analisi eclettiche tra i bordi della storia dell’arte e del nuovo futurismo operativo: da un lato il paradigma strettamente estetico o estetico sociale, come gli interventi di Di Genova, Duranti, Prampolini, Ceccagnoli, Antonucci, la Barbi Marinetti, oppure Crispolti, Tallarico, Valesio, Conte, Bruni, dall’altro paradigmi dopo la scienza e internet. In ogni caso come fare anima o ‘brain’ nel mondo computer, registro di sistema condiviso, più o meno, da tutti gli autori.

Il futur-ibile di Marinetti potrebbe coincidere con il nostro virtuale? Intendendo virtuale come qualcosa che nasce dalla virtus e che qui ha la forza per diventare qualcosa…
I contributi dei vari Berghaus, Cigliana, Hajek, Carpi, Campa, Saccoccio in particolare per il focus italiano, rispondono verosimilmente. Noi futuristi o futuribili oggi parliamo di immaginario tecnologico, sistema operativo al passo con il divenire della conoscenza, forza di scienza controintuitiva rispetto all’infame buon senso ancora dominante, infatti il mondo è in crisi, per radicali cambiamenti sociali. Oltre lo shock del futuro o il complesso di Frankenstein, per dirla con Toffler e Asimov, se si vuole un umanesimo, anche post, estetico-scientifico del ventunesimo secolo.

Superando i travisamenti che ci sono stati della filosofia futurista che, in maniera riduttiva, hanno spesso equiparato i futuristi alla macchina, come possiamo spiegare la ‘sensibilità’ futurista verso un futuro desiderabile?
La macchina e i computer sono nuovi simboli della rivoluzione scientifica, industriale, informatica. Nell’Ottocento emersero Liberalismo, Socialismo e Positivismo, i primi due, storicamente dominanti, non funzionano più. Noi ripartiamo dal Positivismo ovviamente dopo l’evoluzione umanista della scienza contemporanea, da Einstein e Russell a Popper e Kurzweil. Oltre l’ideologismo storico, sottolinea con volontà di bellezza Giordano Bruno Guerri (altro celebre autore nel volume), con cuore-cervello-libertà… il sottoscritto.

Sappiamo che la pubblicità è legata ai futuristi. Lasciando da parte il marketing, com’è cambiato il messaggio pubblicitario che da espresssione di un movimento culturale, artistico e filosofico si è fatto, in certi casi, più ‘sensoriale’ ed ‘evocativo’? Penso alle pubblicità mute delle auto o dei profumi dove nessuna voce ci sta spiegando il prodotto, ma noi vediamo immagini o sentiamo una musica e immaginiamo.
Nella grande retrospettiva al Guggenheim di New Work del 2014, Vivien Greene ha descritto Marinetti come precursore di Andy Warhol: nel libro con riferimento a McLuhan, Gino Agnese suggerisce certa decifrazione. Il cosiddetto marketing e i file mitici sensuali sono sempre esistiti, dai segnali di fumo e la parola come medium ai satelliti e il wireless. La pubblicità oggi è arte elettronica. Oggi ne siamo vagamente consapevoli. L’uomo è animale economico, meglio tecnoeconomico, ma per fortuna sempre desiderante.

Roberto Guerra ha pubblicato raccolte poetiche, fantascienza e diversi saggi futuribili. Tra essi segnaliamo: Il futuro del villaggio. Ferrara città d’arte del 2000 (Liberty House, Ferrara,1991), Futurismo per la nuova umanità… Armando, Roma, 2012). Collabora con riviste (MeteoWeb.eu) e case editrici (La Carmelina). Cura il Laboratorio Letteratura Futurista per l’AIT (Associszione Italiana Transumanisti, Milano).

NOTA A MARGINE
Sei personaggi in cerca d’amore

Allegro non troppo, nei suoi cartoni malinconici dai tratti arrotondati e boteriani, quadrati nella loro mediocrità piena di spigolature, Antonio Albanese si presenta in scena al Teatro Comunale a lato di una valigia rossa che simboleggia il pane e le rose di tutte le sue creazioni, che propone nello spettacolo “Personaggi”.
Paura e amore, combinate in salsa mista.
Sempre alla ricerca di qualcosa che nessuno (nessuno?) dei suoi personaggi sembra trovare.

Non il normale impiegato che si occupa di “gestione dell’analisi integrata”, medio-man che si chiede in cosa consista il proprio mestiere, completamente avulso dalla nomenclatura degli odierni mestieri-domanda dove l’importante è ragionare politicamente e conformarsi, diventando – o aspirando a diventare – bravi cittadini, sino a giustificare qualunque bassezza o mediocrità, come strisciare verso una valigia cercando di capire cosa fare del pericolo e del fuori posto, costretto in un fuori gioco dalle inesistenti voci umane di call-centeriana memoria.
Non il Ministro della Paura, inquietante Frank N’ Furter calvo e ingessato in tight anni ’90 e occhiali scuri che ordisce i suoi piani a metà tra l’esaltato e l’impunito, nell’apologia totale di quel sentimento che offusca tutti gli altri e che regna sovrano, rielaborandola e vomitandola nella rigorosa distinzione tra “noi” e “altri” e che fa propria la frase “Date un bacio ai vostri bambini” diventa l’apocalittica “Raccontate ai vostri figli il ministro della paura”.

Non Ivo Perego, bauscia e imprenditore di se stesso (termine così à la page nel mondo lavorativo di oggi) che si scontra con la potenza cinese che gli compra i capannoni in puro eternit, da lui amati più del tossicomane figlio Manuel, e che si rimette altrettanto velocemente in piedi elaborando una nuova aristocrazia del male, fatto proprio il gattopardiano motto “cambiare per restare uguali”, e il cui unico pericolo personale è la noia – la stessa che divorava già, per altri motivi, i personaggi di Alberto Moravia. Non Alex Drastico e la sua disastrata famiglia dalle tonanti S finali, spontaneo e verace, uxoricida convinto e fiero dispensatore di imprenditoria mafiosa nel laborioso Nord, il mito finalmente raggiunto. Non Cetto La Qualunque con il suo arrogante politichese, re del neologismo de-mente, sostenitore della democrazia del pilu e dei favori pubblici e privati su cui si campa per ottenere il posto fisso, ma solo a tot euro al mese – “e non abbiamo dovuto inventare niente, di questo personaggio” sottolinea l’artista.

Quando arriva Epifanio con Valeriana, amore all’ingrosso, impetuoso e straordinario, cade un silenzio dolce; lui, un Fortunello di Petrolini timido e indifeso, cappotto e occhiali nerd, camminata veloce e ritmata, manda in sordina baci a un mondo che ha gli occhi puntati su una pianta di valeriana, inconsapevole del fatto che quel vegetale è l’unico a stimolare l’empatia di un uomo comune, disperatamente aggrappato al pensiero di lei (“anche se si ciula poco”), e all’unico momento in cui troviamo non l’amore per la paura, né per se stessi, ma il suo esatto contrario.

Francis Cabrel: legato ai miti della musica e al suo paese Astaffort

Francis Cabrel, nato nel 1953, è un autore e interprete francese, di origini italiane, famoso in tutte le nazioni francofone, dove ha venduto oltre 21 milioni di dischi (Francia, Quebec, Louisiana – Usa, Nord Africa, etc.).

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Francis Cabrel in concerto al Festival international de Louisiane in Lafayette

Sin da ragazzo si appassiona alle canzoni di Bob Dylan, l’autore che più di tutti ha influenzato la sua vita artistica. Il suo recente album “Vise le ciel” è interamente composto di canzoni del folk singer americano, tradotte e adattate in francese.
Cabrel ha iniziato la sua carriera grazie a un concorso radiofonico nel 1974, ma il successo è arrivato cinque anni dopo con l’album “Les Chemins de traverse” e il singolo “Je l’aime à mourir” (ripreso anche da Shakira). Altre sue canzoni famose sono “L’encre de tes yeux”, “Le mond est sourd”, “Les murs de poussière” e “La corrida”, dove descrive questa sanguinaria usanza vista dalla parte del toro.
Molto legato alle sue origini del sud non ha mai abbandonato Astaffort (2.137 abitanti), dove vive con la moglie e le tre figlie e dove, dal 1988, organizza un festival musicale che attira migliaia di appassionati di musica.
Nel 1992 Francis Cabrel fonda, sempre ad Astaffort, un’associazione che organizza stage per autori, compositori e interpreti di canzoni. Questi incontri riuniscono una ventina di giovani artisti che in due settimane devono scrivere una quarantina di canzoni, poi ne saranno scelte quindici per essere eseguite live nei locali del piccolo villaggio francese. Ogni anno un importante artista è chiamato a patrocinare questi incontri (Zaho, Maxim Le Forestier, Thomas Dutronc, Emily Loizeau) per aiutare, sostenere e consigliare i partecipanti.
Francis Cabrel non si allontana mai, nelle sue canzoni, da due perni fondamentali: la chitarra (acustica o elettrica) e le riflessioni sulla vita. La chiarezza della voce, le sofisticate melodie e la chitarra rappresentano il nucleo su cui si tesse il suo folk contemporaneo. I suoi brani si allineano, per qualità e originalità, a quelli dei grandi autori cui s’ispira: Bob Dylan, Leonard Cohen e Neil Young.

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La copertina della compilation ‘L’essentiel’

Tra i suoi album più interessanti: “Fragile” (1980) dove per la prima volta la chitarra elettrica sostituisce quella acustica, “Hors-saison” (1999), “Les beaux dégâts” (2004) innovativo per la presenza della sezione fiati, “Des roses et des orties” (2008) registrato nel suo studio-fienile in Astaffort, propone un mix di chitarra elettrica e acustica, questioni sociali e politiche espresse con raffinatezza, “Samedi soir sur la terre” (1994) e la compilation “L’essentiel 1977-1997”, indispensabile per chi vuole avvicinarsi alla sua opera.
Nel 2006, il cantautore francese ha collaborato alla realizzazione della colonna sonora di “Le soldat rose”, un’opera musicale scritta da Louis Chedid e Pierre-Dominique Burgaud, in cui Joseph, un bambino stanco del mondo degli adulti, decide di rifugiarsi in un grande magazzino per vivere con i giocattoli.
Cabrel, causa il perfezionismo che lo contraddistingue, fa passare lunghi periodi tra un album e l’altro, intervallati da tournée (in Francia ricordano ancora i 10 recital consecutivi all’Olympia di Parigi nel 1999) e relativi dvd, una vita dedicata alla musica ma anche alla famiglia e alle opere umanitarie.

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Francis Cabrel e la chitarra, binomio indissolubile

Testo tratto dal brano “Des roses et des orties”: “Vers quel monde, sous quel règne et à quels juges sommes-nous promis? A quel âge, à quelle page et dans quelle case sommes-nous inscrits ? Les mêmes questions qu’on se pose, on part vers où et vers qui? Et comme indice pas grand chose des roses et des orties…”.

Il videoclip live “Je l’aime à mourir” [vedi]

Grazia Scanavini, eros femminile in 3G

“La ragione dei sensi” (RL Gruppo editoriale, collana Erosà pizzo nero, 2010) di Grazia Scanavini, è brillante e intrigante romanzo soft erotico, percorso semi-inedito nel panorama ferrarese.
Pagine quasi di apprezzabilissima Leggerezza del Piacere, echi dannunziani al femminile ben modulati e minimalizzati. Libro con cui l’autrice ha vinto il Premio Fiuggi 2011.
Una parola sensuale, mai trash o morbosa, al contrario la dimensione esistenziale nella sua fondamentale variabile e complementarietà della Pelle come Anima, fatale gemma della condizione umana; una particella femmina che canta il cosiddetto neurone G.
Non ultimi, chiaramente nel focus, input sia della miglior psicanalisi, alla Lou Salomè, il sesso come amore e conoscenza, sia, pur in ambito squisitamente narrativo, scorrevoli e fluidi: quasi certa primavera dei sensi in discretissimo abito della stagione dei cuori, l’erotismo sempre umanissimo e terrestre di una Barbarella science fiction cinematografica o la Valentina pop di Crepax ma più paradossalmente monogama. E nessun déja vu sociofemminista rivendicativo: piuttosto le parole come vertigine desiderante.
Grazia Scanavini successivamente è diventata fortemente operativa a Roma Capitale con l’Associazione culturale SensualMente dalla scrittrice curata. Da segnalare diversi eventi di chiara ampiezza e altitudine nazionale, dedicati all’erotismo letterario e culturale in genere. Ad esempio (dicembre 2013) nello spazio espositivo Visiva di via Assisi, con il noto regista Marco Spagnoli, regista e critico cinematografico, Rino Bianchi, fotogiornalista, il Professor Pietro Boccia, scrittore e docente di filosofia e sociologia, Francesca Bellino, giornalista, scrittrice, Stefano Laforgia trainer internazionale di Kinbaku. Ulteriormente spiccano eventi nel 2014 con la Poetessa Patrizia Portoghese, con il celebre e conturbante Franco Trentalange [vedi] e ‘EroticaMente’ [vedi], premio letterario nazionale della Narrativa Erotica, presieduto dall’editore Giancarlo Borelli.

Per saperne di più la recensione del libro “La Ragione dei sensi” [vedi] e l’intervista all’autrice [vedi].

* da Roby Guerra, “Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea”, Este Edition-La Carmelina ebook [vedi]

IL PROGETTO
Buoni propositi da realizzare?
Arriva Ferrara Mia

Maglioni di lana grossa della nonna e lievi maglioncini di cachemire; capelli rasta e frangette fresche di parrucchiere. E’ curioso vederli tutti insieme. La sera di giovedì scorso su scalinate e banchi della sala del consiglio del Municipio di Ferrara si alternano rockettari e boy scout, signore dell’oratorio ed elettricisti con la passione per le farfalle, giovani coi capelli rasta e aristocratici giardinieri, studenti dell’istituto geometri e nonne tuttofare, i gruppi d’acquisto solidale e il gruppo dei “fruttiprendoli”, un ragazzo dal viso orientale e una coppia di giovani maghrebini.

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Tavolo con logo di Ferrara Mia (foto di Stefania Andreotti)

A mettere uno accanto all’altro persone, idee e pensieri così diversi ci riesce il progetto Ferrara Mia. Un’iniziativa piena di buoni propositi che può essere bella già per il nome; riecheggia sì quello di un’azienda di servizi, ma per mettersi in contrapposizione con il concetto di società per azioni che – a pagamento – fa qualcosa per te. L’idea di base è che la persona stessa fa qualcosa, non qualcun altro delegato per lei. E quel qualcosa che fa, lo fa per sé e per gli altri, per una città che è la propria e non un affittacamere da cui si alloggia e a cui si chiede di ammobiliare la propria esistenza.
Riesce bene a spiegare che cosa si intende per “Ferrara Mia” il sindaco, Tiziano Tagliani. Che con piglio deciso, senza appunti né canovaccio, si accalora a dire: “La città è un bene comune non perché c’è un sindaco, un assessore o una società che ha vinto una gara d’appalto. La città è così perché è nostra; per il capitale sociale, culturale e di educazione civica che è capace di mettere insieme. Una città che ha subito degli scossoni, come quello del terremoto ma anche della morte di Federico Aldrovandi di cui ricorre quest’anno il decennale. Ora serve uno scossone in positivo, uno scossone che vada anche a infrangere un sistema di difesa, che a volte blocca le inziative buone, i tanti suggerimenti che arrivano dai cittadini per fare e migliorare, le tante iniziative piene di una creatività produttiva che meritano di essere promosse. Una città che può essere ancora più straordinaria se ce ne riappropriamo, se raccogliamo le lattine abbandonate anziché salire in casa a cercare il numero di telefono della società incaricata di spazzare, se facciamo conoscere e valorizziamo tante pratiche belle e spontanee come quelle della ‘social street’ di via Pitteri o dell’uomo che piantava gli alberi nel parco dell’Amicizia”.

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Area verde pubblica compresa fra il quartiere Barco e via Padova

E da qui, nella sala del consiglio comunale, inizia il bello, con le facce immortalate dall’obiettivo di Stefania Andreotti. Una sfilza di interventi e proposte, che sono il sale del territorio. Le sorelle Elena e Serena Maioli con Giovanni Oliva parlano del Progetto Combus che coinvolge maestre, bambini e famiglie per cercare di aiutarli ad abbellire le aree verdi vicine a otto scuole cittadine. Il gruppo scout di Ferrara 3 legato alla parrocchia di Santo Spirito, che vorrebbe prendersi cura di piazza Ariostea. Marcello Guidorzi, che descrive il progetto della cooperativa sociale di integrazione lavoro per impiantare un “bosco alimentare” con alberi da frutta e arbusti negli spazi del Fienile di via Raffanello a Baura (tra via Copparo e via Pontegradella). La signora Fergnani che sogna di fare migliorie al parchetto dove va coi nipoti, vicino a via Boschetto, mentre Fabrizia Bovi parla del garage dove raggruppare sporte di acquisti più equi e solidali per gruppi di famiglie felicemente accasate intorno a viale Krasnodar. Federico Di Marco, dell’associazione Ultimo Baluardo, che pensa a edifici vuoti da riqualificare per dare spazio a giovani musicisti o a persone di qualsiasi età in cerca di luoghi dove fare cultura. Carlos Dana del comitato disabili, che applaude all’idea di appianare regole e cartelli, che troppo spesso rendono ancora più difficoltoso il percorso a ostacoli di chi si trova impigliato in mille barriere.
I tempi per informare, promuovere e realizzare i tanti desideri e buone volontà che i cittadini hanno in testa, li ha indicati la portavoce del sindaco, Anna Rosa Fava: sei mesi da adesso a giugno 2015 con 20mila euro a disposizione. I fondi arrivano da uno stanziamento della Regione, che premia il progetto di Ferrara come il secondo più meritevole in Emilia-Romagna e unisce finanza pubblica (11mila euro) e sponsor privati (9mila euro).
A Ferrara Mia si può partecipare, condividere esperienze e magari inserirle nella mappatura o tra le attività di progetto. Info all’Urban Center (tel. 0532 419297), sul sito di Urban Center e su CronacaComune.

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Studente dell’Istituto geometri Aleotti (foto di Stefania Andreotti)
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Carlos Dana del comitato disabili (foto di Stefania Andreotti)
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La signora Fergnani (foto di Stefania Andreotti)
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Studentessa dell’Istituto geometri Aleotti (foto di Stefania Andreotti)
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Alessandro Fortini, presidente dell’Ente Palio di Ferrara (foto di Stefania Andreotti)
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Maestra della scuola Aquilone (foto di Stefania Andreotti)
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Fabrizia Bovi per il Gas di viale K (foto di Stefania Andreotti)
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Federico Di Marco dell’associazione Ultimo Baluardo (foto di Stefania Andreotti)
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Marcello Guidorzi parla del progetto di piantare un “bosco alimentare” (foto Stefania Andreotti)
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Manfredi Patitucci, paesaggista, che ha piantato gli alberi del piccolo bosco cittadino a Barco (foto Stefania Andreotti)
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Gaia Lembo accanto a Marcello Guidorzi (foto di Stefania Andreotti)
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Maria Lodi del centro sociale La Resistenza (foto Stefania Andreotti)
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Maria Giovanna Govoni dell’associazione Basso Profilo (foto Stefania Andreotti)
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Ragazzi di Sonika (foto di Stefania Andreotti)
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Una ragazza del gruppo scout di Santo Spirito (foto di Stefania Andreotti)
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Ercole Folegatti e Elena Maioli del Progetto Combus (foto di Stefania Andreotti)
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Le ideatrici del Progetto Combus (foto di Stefania Andreotti)
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Gruppi coinvolti nel progetto (foto di Stefania Andreotti)
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Sala del consiglio del Comune di Ferrara affollata per la presentazione di Ferrara Mia (foto di Stefania Andreotti)
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Tavolo con logo di Ferrara Mia (foto di Stefania Andreotti)

LA RIFLESSIONE
Quando i fiori sfidano il cemento

Tre cose ci sono rimaste del Paradiso: le stelle, i fiori e i bambini.
I fiori non guardano ai confini, ai luoghi in cui crescere, ai cieli sotto i quali stare, ai volti che li ammirano, alle mani che li coglieranno. Se il muro intorno a loro è bucherellato dalle pallottole, istintivamente e quasi maternamente, cercheranno di coprire quei fori, di nasconderli agli occhi dei bambini. Se il muro è bianco, sfodereranno i loro colori potenti e intensi per esaltarne la chiarezza. Se il muro è scuro, sbocceranno bianchi e immensi, per farsi notare, svettando, sicuri e forti, verso il nitido cielo azzurro. Se è antico, ne esalteranno la storia, se è moderno e vuoto lo riempiranno festosamente, adornandolo di tenui boccioli delicati.
I fiori profumano le strade, qualunque esse siano, ovunque si trovino. Spargono petali nell’aria leggera, avvolgono gli asfalti duri, provati e calpestati da orme che, diligenti, sfilano verso l’ignoto.
Non fanno caso al profumo del pane appena sfornato o all’odore acre di una serpentina di fumo che, improvvisa e inquietante, sbuca da un edificio. Non distinguono la mano che li coglie da quella che li strappa. Purtroppo. Non comprendono cattiveria e odio, anche se le sentono, le percepiscono, tremando nelle loro foglie di un verde intenso quanto gli occhi di una dolce e bella sirenetta delle favole.
I fiori vivono, il loro profumo intenso arriva, come una tempesta di mare, nella vita di coloro che gli passano accanto, che li guardano, estasiati, anche per un solo e fugace momento. Quelle creature divine sono lì per riscaldare gli animi tristi, per cullare i pensieri che vogliono prendere il volo e, spesso, scappare lontano. Per non farci dimenticare che la vita è bella, che può essere meravigliosa, che il destino può essere inclemente ma che possiamo almeno provare ad accompagnarlo e a guidarlo verso il bello. I fiori sono fatti per essere accarezzati, come la testa delle persone amate che dormono.
Belli questi fiori, allora, fiori di una città calda sulle sponde del Mediterraneo che ho amato e amo ancora molto. Una speranza in più?

Fotografia di Simonetta Sandri, Tripoli, 2012

Per la ‘signora Ada’ e gli altri assenti, audio e foto di Ferrara vs Ferrara…

Il dibattito sugli interventi da realizzare per migliorare la vivibilità di alcune aeree urbane cittadine prosegue, anche su impulso delle recenti iniziative. Pubblichiamo qui l’audio integrale e una galleria di immagine relative all’incontro “Ferrara vs Ferrara, le controverse proposte per la rinascita della città estense”, organizzato da Ferraraitalia, che si è tenuto lunedì in biblioteca Ariostea.
Il resoconto del dibattito è disponibile sulle nostre pagine web. Per leggerlo cliccare [qua]

 

Ferrara vs Ferrara (prima parte: introduzione, grattacieli, canale Panfilio)

 

Ferrara vs Ferrara (seconda parte: Giardino duchesse, corso Martiri, conclusioni)

 

Il pubblico di Ferrara vs Ferrara
Sergio Gessi
Il pubblico e Stefania Andreotti impegnata nelle riprese video
Andrea Cirelli
Il pubblico durante il dibattito
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Sergio Fortini
Giovanni Fioravanti (a destra, con Andrea Vincenzi e Sergio Gessi
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Giorgia Pizzirani, Sara Cambioli e Sergio Gessi
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Il pubblico durante una votazione
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Raffaele Mosca
Gianni Venturi
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Elettra Testi
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Andrea Poli con Andrea Vincenzi
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Il pubblico presente in biblioteca con Andrea Cirelli e Alessandra Chiappini in primo piano
Sara Cambioli e Sergio Gessi
Giorgia Pizzirani con sara Cambioli
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Gianni Venturi
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Fausto Natali

Il grattacielo

Pronto, Ada, oggi debbo proprio sgridarti perché non vieni mai alle assemblee e alle manifestazioni che si organizzano per rendere Ferrara ancora più bella. Io è un pezzo che partecipo e ne ho tratto grande giovamento. Prima di tutto ho imparato che manifestare in visone è un tantino disdicevole e, allora, mi sono fatta una serie di cappottini in velluto a costa larga finto povero che sono un amore. Oddìo, mi sono costati una fortuna ma non importa: il velluto a costa larga è di sinistra. La prima zona da risanare presa in esame è stata quella del grattacielo, pensa che se n’è occupato il sindaco in persona, ha chiamato Modonesi… (non sai chi è Modonesi?, l’assessore ai Lavori pubblici, un bel giovanotto, ma anche il sindaco non è mica male, con quelle chiome bionde alla Melozzo da Forlì). Dunque, non farmi perdere il filo, il baldo giovanotto e Melozzo da Forlì discutono un po’ tra loro e poi decidono di convocare d’urgenza una Giunta. I pareri sono tanti e talora discordi, ma da ultimo la Giunta delibera: per risanare la zona è necessario dipingere il grattacielo, già ma di che colore? Questa volta viene convocato in seduta straordinaria il Consiglio comunale e si decide che il grattacielo sarà bluette. Ma si – dicono entusiasti i consiglieri – quel bel blue pentola, meglio se lucido, diamogli una mano di smalto, urla a gola spiegata l’assessora architetta, vado io stessa a comperarlo al brico che costa meno. Così il grattacielo sembrerà davvero una pentola ed evocherà l’idea di passati di verdura profumati e di golose zuppe di fagioli, altroché eroina!
Cara Ada, come dicono fanno: il grattacielo è ormai una incontrovertibile pentola, ma le cose non migliorano. Altro iter deliberativo, prevale una decisione ardita: per risanare la zona il grattacielo-pentola non è sufficiente, bisogna pitturare gli abitanti e che spariscano per sempre le diversità etniche e sociali, fatte salve le sacrosante differenze di sesso. Detto fatto: si inviano tecnici al reparto grandi ustionati di Padova, dove la pelle non soltanto la colorano ma la creano di sana pianta. Si procede alla bisogna. La notizia che in una zona di Ferrara si dipingono tutte le persone dello stesso colore fa il giro del mondo. Arriva un messaggio di Salvini: “A morte i clandestini”, arriva un messaggio di Renzi: “Purchè sia salvo il patto del Nazzareno!”Ma c’è un negretto, un senegalese bello come il sole, che il suo colore proprio non lo perde. Per quanto l’assessore all’ambiente ripassi il pennello intinto nella biacca, le carni del senegalese rimangono d’ambra scura. Allora, sindaco, assessori e consiglieri si arrendono: “Non siamo mica noi i razzisti, è lui che è nero”.

L’EVENTO
Un ferrarese con Soldini alla conquista degli oceani

C’è anche il ferrarese Andrea Fantini nell’equipaggio della Maserati di Giovanni Soldini in partenza in questi giorni per un intenso anno di prestigiose regate e sfide ai record sulle rotte oceaniche. Il primo appuntamento è la RORC Caribbean 600 Miles Race, che inizia il 23 febbraio da Antigua, nei Caraibi e l’ultimo sarà la celebre Rolex Sidney-Hobart Yacht Race, 628 miglia nautiche in condizione estreme.
Ma come c’è finito questo intrepido trentaduenne a bordo della barca più importante d’Italia? Glielo abbiamo chiesto mentre stava ultimando i lavori di cantiere prima di prendere il mare.

“Ho iniziato ad andare in barca da piccolo. Quando sono nato, i miei genitori avevano già una barca quindi io e mia sorella abbiamo iniziato prestissimo. Crociere in Adriatico, niente di che, ma credo che già all’epoca la passione per il mare abbia iniziato a farsi sentire. Poi mi sono laureato in farmacia, ma da quando ho iniziato l’università ho cominciato a navigare più seriamente e a viaggiare in continuazione”.

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“Appena mi sono laureato, da “uomo libero”, sono partito per mare, ho navigato tanto, dappertutto, passando da una barca all’altra, sempre prediligendo le regate e le barche da corsa, in particolare le barche da regata oceanica in solitario, perché quello è sempre stato il mio sogno. In particolare il Vendee Globe, il giro del mondo in solitario senza scalo e assistenza, ma questa è un’altra storia, per ora ancora molto lontana.
Dopo un po’ di tempo che continuavo a navigare sulle barche di altri ho iniziato a cercare uno sponsor che mi permettesse di affittare un class40 (barca da regata oceanica) e di partecipare alle regate della stagione 2011, in particolare alla Transat Jacques Vabre. Dopo alcuni mesi di ricerca, il sogno si è realizzato. Una piccola azienda ferrarese, Studio Energia, specializzata nel settore delle rinnovabili, ha deciso di supportare il mio progetto, così il 2011 è stata la svolta della mia vita velistica diciamo. Sono stato sponsorizzato per più di un anno, potendo così partecipare ad importanti regate, tra cui appunto la Jacques Vabre, regata con due persone di equipaggio che va dalla Francia al Costa Rica. Quindi il 2011 lo considero il mio primo anno da professionista”.

“E’ una passione, e in quanto tale è difficile spiegarne le cause, comunque ci sono alcuni fattori che mi hanno spinto a farne un lavoro, come la libertà che si prova ad attraversare l’Oceano, ad essere migliaia di miglia lontani da terra, ad avere bisogno solo di mangiare, dormire e coprirsi. Il fatto che la vela ti porta a viaggiare per il mondo, in modo pulito, a conoscere popoli e culture diverse, conoscere gente nuova, instaurare forti amicizie. Poi ci sono le regate, e quindi la competizione, che per me è alla base di ogni sport, io non potrei farne a meno”.

“Nel 2013 ho incontrato Soldini per caso a Genova, gli ho chiesto se aveva bisogno di gente, mi ha fatto fare qualche giorno su Maserati in Cina, e da lì non sono più sceso. Sono con loro da un annetto più o meno. Lavorare con Giovanni è fantastico, ogni giorno impari qualcosa, d’altra parte ha vinto due giri del mondo in solitario, un motivo ci sarà…non puoi far altro che rubargli più cose possibile! Poi anche gli altri ragazzi del team sono grandi professionisti, da ognuno impari qualcosa”.

“La mia vita non è cambiata, giravo tanto prima e giro tantissimo adesso. E’ un impegno notevole, non vivo mai per più di un mese nello stesso posto, si passa da un Oceano all’altro, da un continente all’altro, è difficile quindi avere dei legami stabili. Ma è bello così, arriverà un giorno il momento di rallentare, ma è ancora lontano.
A terra ci sono periodi di cantiere, in cui si lavora per preparare la barca alle future regate e navigazioni, a bordo faccio un po’ di tutto. Quando fai lunghe navigazioni devi essere in grado di riparare tutto quello che si rompe, non si può sapere tutto, ma in qualche modo devi risolvere i problemi che regolarmente arrivano. Poi ogni secondo libero lo passo a cercare gli sponsor per il mio progetto”.

Nonostante i risultati raggiunti, Andrea si ritiene “anni luce” lontano dall’apice della sua carriera.

“Devo imparare ancora tantissimo. Ho un mio personale progetto, che prevede la mia partecipazione alle più importanti e mitiche regate oceaniche al mondo, come la Transat Jacque Vabre, la Route du Rhum, la Ostar, e un giorno, forse, il Vendee Globe!”.

Con dei sogni così e il mare davanti, non si può che stringersi attorno ad Andrea e tifare Maserati e un po’ anche Ferrara.

LA RIFLESSIONE
Etica della responsabilità, un bisogno latente

Bisogna educare alla responsabilità i giovani, prima che diventino grandi e sordi. Partirei da questa affermazione per esprimere qualche concetto in libertà.
Introdurre il termine etica implica molti altri concetti che regolano i criteri d’azione, i principi, i comportamenti di ognuno di noi, quindi costituiscono lo sfondo dei nostri comportamenti quotidiani. Che cosa sto facendo? Come lo sto facendo? Spinto da quale istanza? E per quale scopo? Che cosa debbo fare? Perché lo faccio o lo debbo fare? Che senso ha il mio agire? E’ evidente che l’etica contemporanea deve fare i conti con il problema del senso, del perché, della motivazione. Ciascuno trova in se stesso la motivazione del proprio agire. Il termine responsabilità è legato al verbo rispondere, in particolare rispondere a qualcosa o qualcuno e rispondere di qualcosa o qualcuno. Max Weber ha sviluppato molte riflessioni sull’etica della responsabilità (verantwortungsethik) affermando che sulle spalle dell’uomo viene addossato il peso della decisione e dell’azione. Per Weber l’uomo appare stretto tra il dominio dell’economico e del tecnologico, da un lato, e dall’altro un mondo etico che nel suo complesso potrebbe apparire un mondo irrazionale.
In fondo, molto spesso ci sentiamo deresponsabilizzati di fronte a ciò che riteniamo non dipenda da noi, ma molte altre volte rivendichiamo la nostra responsabilità per tutto ciò che crediamo di poter fare. Così, da una parte ci sentiamo responsabili di ciò che è in nostro potere, ma dall’altra spesso attribuiamo ad altri le nostre colpe. Ci si esime così dalle proprie responsabilità. Anzi, si potrebbe anche aggiungere che, poiché la risoluzione di alcuni problemi può risultare conflittuale rispetto all’ordine della legalità, ci avvaliamo di principi in cui come sovraordinata vi è il livello morale.
Fra etica e morale ci deve essere un sano rapporto di confronto perché non sono sinonimi. Generalmente l’etica sta sopra la morale, perché ne indaga le mutazioni nel tempo e nei differenti ambiti socio-culturali; ma sta anche sotto la morale, quando i precetti devono essere tradotti e codificati in una disciplina azione, quella che chiamiamo deontologia. Anzi talvolta sono in conflitto poiché l’etica ha assunto una connotazione laica e immanente, mentre la morale continua a concepire se stessa come assoluta e immutabile. E questo lascia libero spazio alla dialettica.
Sono questioni in cui, talvolta inconsapevolmente, ogni persona civile s’imbatte, e che oggi mi è venuto voglia di proporre rileggendo i miei appunti raccolti dalle preziose lezioni del professor Sergio Gessi di Etica della comunicazione, facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Ferrara (il corso riprenderà il 25 febbraio 2015).
Sono consapevole che questo può innescare divergenza di opinioni (anzi mi auguro di promuovere un dibattito) perché, a differenza della scienza, che ha a che fare coi fatti, si introducono opinioni che non sono assolute e immutabili. Per fortuna la filosofia si occupa di valori. Con il concetto di etica della responsabilità, comunque, si entra nel sistema dei mezzi e dei fini, con le relative conseguenze. Inevitabilmente, viene facile il richiamo all’azione politica di cui l’etica dovrebbe essere il primo luogo della responsabilità, in quanto riguarda la qualità dei fini che si perseguono.
In fondo, come dice Erving Goffman nel suo libro “La vita quotidiana come rappresentazione”, la vita quotidiana è una rappresentazione, in cui l’individuo interpreta una parte in buona fede (onestamente) senza speculare sugli effetti o strategicamente, cioè in maniera consapevolmente pianificata al fine di ottenere dei vantaggi. La facciata è l’equipaggiamento espressivo che si impiega intenzionalmente o involontariamente durante la propria rappresentazione. Possono venire in mente molti politici con grandi qualità teatrali nella rappresentazione e nel controllo dell’espressione, ma lo stesso accade comunemente nelle vicende di tutti i giorni. D’altronde, ogni individuo accentua certi aspetti e ne nasconde altri per cercare di avere il controllo della scena. Serve, invece, riappropriarci del senso autentico della partecipazione come valore sociale. Oltretutto, il coinvolgimento procura legittimazione (e viceversa) e di conseguenza non è nemmeno necessario imbrogliare!

Kevin, un ritorno al western da Oscar

Per Kevin Costner, protagonista ed esordiente alla regia con ‘Balla coi lupi’, premiato nel 1991 con sette Premi Oscar, arrivano i 60 anni. Faccia da bravo ragazzo, idolo di molte donne (ora come allora) e fautore del ritorno del genere western a Hollywood, scopriamo che il nome originario della sua famiglia è Koster, lo stesso del generale Custer, ma anche che il bisnonno tedesco lo trasforma in Costner dopo aver sposato un’indiana Cherokee. Un’origine che ritorna, radici che riemergono, che si fanno sentire con forza e intensità. Sangue indiano nelle vene, dunque, per l’attore che nasceva a Lynwood, in California, il 18 gennaio 1955, figlio di un’assistente sociale e di un operaio e che, nel 1990 presentava al pubblico un film nella e sulla natura, avvolto dalla bellezza della storia e delle tradizioni di tribù indiane americane.

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La locandina

Nel 1864, infatti, durante la guerra di secessione americana, in seguito a un atto eroico compiuto in guerra, il tenente John Dunbar (Kevin Costner) viene mandato in un forte sperduto nella prateria. Immerso e affascinato dalla natura che lo circonda, incontrerà una tribù Sioux e diventerà uno di loro, scoprendosi un uomo nuovo (e l’amore).

Il film è una splendida celebrazione di un incontro fra un uomo straordinario e gli Indiani d’America, gente eccezionale e saggia, con John che è un soldato, ma mai spregiudicato, violento o conquistatore. E’ un uomo alla scoperta di sé stesso, affascinato dalla natura e predisposto al dialogo, gentile e volenteroso.

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Una scena del film

L’amicizia con il cavallo Sisko e con il lupetto ‘Due Calzini’ commuovono sempre. Il suo lato nobile e sensibile non sfugge ai Sioux, e specialmente a ‘Uccello Scalciante’, saggio della tribù, che vede in lui un uomo atipico, con cui vale la pena parlare. Il giovane e irrequieto ‘Vento Nei Capelli’, invece, diffida del bianco e lo deride, ma anche lui capirà e diventerà grande amico di John. In un conoscersi poco a poco, fra gli indiani e John nascerà un rapporto unico, intenso, che porterà il protagonista ad abbandonare la sua vecchia vita per aggregarsi a loro, dai quali imparerà perfettamente la lingua e le tradizioni. Siamo nell’altrove, lontani, immersi sono dalla bellezza dei suoni lontani e vicini della natura e delle relazioni umane sincere e profonde. Un’estrema avventura tra estreme frontiere. Un mondo che non si vede ma che si sente. L’altro che diventa noi.
Bella e coinvolgente la sequenza della caccia ai bisonti, stupende la fotografia, la musica e la voce narrante per tutto il film, quella di John che racconta e scrive su un diario la storia della sua straordinaria esperienza. Incanto. Nostalgia senza fissa dimora.

“… come accade all’uccello migratore che nel suo volo non si accorge delle frontiere che attraversa”. Herman Melville, Billy Budd

Balla coi Lupi, di e con Kevin Costner, Graham Greene, Mary McDonnell, Usa 1990, 220 mn.

L’OPINIONE
Eleganza e politica

Con l’inasprirsi della contesa politica, l’immaginario verbale degli addetti ai lavori si restringe e metafore, simboli, allusioni si concentrano ancora e soprattutto sulle poche parole che sembrano reggere alla velocissima usura a cui sono sottoposte.
In prima linea rimane e impera la parola principe “culo” nelle sue varie e molteplici varianti: dall’elegante ma un po’ vecchia definizione di papa Bergoglio “là dove non batte il sole” all’intramontabile “vaffan…” usato indifferentemente da tutti gli schieramenti politici, nonostante la indubitabile premazia grillina, naturalmente raccolto e adattato alle esigenze italiote dall’intramontabile espressione anglo-americana, “fuck”, accompagnata dal dito medio alzato. Anzi, direi che è frequentata con entusiasmo proprio da coloro che per le loro scelte sessuali dovrebbero sentirsi offesi da un simile invito.
In mezzo corrono, anche se un po’ smorzate se non icasticamente rilevate, locuzioni come “cul de sac” o la meno frequente “parlare con la bocca a culo di gallina”, corretta traduzione dell’immortale e tipicamente francese “cul de poule”.
Ma sono le funzioni scatologiche (eh sì! correte a controllare sul vocabolario che è sempre un utile esercizio) che trionfano. Il primato spetta allo straordinario “Merdinellum”, neologismo strepitoso e di finezza ineguagliabile proposto dal senatore della Lega Stefano Candiani per definire l’emendamento Esposito, a cui l’informatissimo Filippo Ceccarelli su La Repubblica accoppia il termine “tafazzismo” che mi ha obbligato a ricerche sulla rete e che qui riporto integralmente: “Tafazzismo” è un neologismo che nasce negli anni Novanta ed è sinonimo di “masochismo”. Tafazzi è un personaggio comico interpretato da Giacomo Poretti: è vestito con una calzamaglia nera e un sospensorio bianco. Si colpisce le parti intime con una bottiglia, ricavandone piacere e intonando una melodia tratta dalla canzone klezmer “Gam Gam”, del film “Jona che visse nella balena”. Da allora capita sovente che si parli di “tafazzismo” quando si vuole indicare una pratica dolorosa autoinflitta.
Come si può capire non è proprio un “bel dire”, anche se la storia della Repubblica italiana in certe svolte storiche ha reagito con violenza ancor maggiore a passaggi epocali, ma quel che in questo momento sconcerta è la piatta adesione naturalistica all’escremento e ai canali del corpo umano interessati. Ben commenta Ceccarelli: come a scuola, come allo stadio.
Che la cultura dello stadio diventi dunque fondamentale per la lotta politica molto dice sull’elevato senso di responsabilità e di dignità proprio ai rappresentanti del popolo, in tutte le varianti dell’arco costituzionale o anche al di fuori di esso. Il grandissimo Crozza potrà nutrire la sua insostituibile satira per mesi o forse per sempre.
Altro segno di un mediocre ripiegamento dei segni corporali della politica le ‘mises’ dei parlamentari e senatori. Tramontati alla buon’ora gli sciarponi alla Renato Brunetta, ora si usano sciarpette anguilliformi attorcigliate ai colli non avvenenti di maturi politici (Orfini?). Sempre indice di un’interpretazione stile ‘mauvais gôut’, i grandiosi stilemi del senatore Calderoli: barbetta incolta (che si potrebbe declinare nelle due versioni – vocabolario!!! – incòlta o incólta); occhiali bicolori, pochette verde-lega, formale giacchetta – a volte doppio petto – su blue jeans molto usurati. Incommentabili le tute e i maglioni di Salvini. Resiste ancora il vestito ‘intero’ impiegatizio di Bersani o l’imponente doppio petto berlusconiano che viene allacciato con aria sopraffina tutte le volte che l’ex cav. scende dalla macchina. In mezzo a questi segni d’eleganza maschile, dove si distingue lo stile sobriamente adatto alla bisogna di Dario Franceschini, impazzano le giustamente notabili scelte delle signore della politica. Ridimensionata la borsa gigantesca tenuta al braccio col segno dell’ombrello, resistono i tacchi 12, gli abbinamenti giacchetta-pantaloni, i vestiti da sera indossati alle sedute delle sette di mattino o scollature generose, come quella esibita dalla ministra Pinotti a confronto con madame Le Pen nella trasmissione “Di martedì”, dove la suprema eleganza della francese risaltava in uno straordinario cappotto che imitava con tutta l’esperienza della couture francese una divisa militare ricca di pellami e di tasche.
La più elegante per me? Naturalmente la Rosy Bindi con i suoi vestiti da casalinga toscana; a seguire l’acconciatura della ministra Marianna Maida evocante prati fioriti e situazioni pre-raffaelite.
Dell’esasperazione modaiola del premier troppo ho già detto. Insomma! Se volessimo concludere questo scherzo fatto in modo di “ragionar per isfogar la mente” (sì! il solito Dante…) allora quale conclusione dovremmo trarre?

Che la ‘mediocritas’ politica non è sempre aurea.

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Fertilità e scienza osteopatica

Fertilità è in generale la capacità di riproduzione degli organismi viventi. L’osteopatia può rappresentare un valido aiuto nel caso di difficoltà di concepimento, intervenendo specificamente su condizioni meccaniche che possono impedire l’innesto dell’ovulo o il trasporto dell’ovulo nella camera gestazionale (cause frequenti di infertilità).
Alterazioni vertebrali e tensioni possono compromettere la fluidità del sistema vascolare e nervoso del bacino e, di conseguenza, la funzionalità degli organi genitali. Traumi diretti sulle strutture connesse come sacro, coccige, colpi di frusta possono compromette la meccanica che va trattata e ripristinata. Ciò può essere frequentemente determinato dalla presenza di cicatrici locali uterine o degli organi circostanti, aderenze chirurgiche, esiti di infiammazioni locali, tensioni del pavimento pelvico (fasciali) e tensioni strutturali del bacino (ossa iliache, sacro e coccige). Un trauma al coccige, osso fondamentale per l’equilibrio strutturale e funzionale del bacino, per esempio, viene poco preso in considerazione nell’anamnesi del paziente. Oppure le conseguenze di interventi all’addome, di infiammazioni dell’endometrio, di infezioni da germi come la Clamydia, che possono creare aderenze e ispessimenti dei tessuti. Se le irregolarità si trovano vicino alle tube, il passaggio dell’ovulo può risultare più faticoso. Dal punto di vista anatomico anche disfunzioni degli organi viscerali adiacenti possono influire negativamente come il colon irritabile, cistiti, infezioni alle vie urinarie. Gli organi viscerali, quindi anche utero, tube e ovaie, hanno una motilità (intrinseca propria dell’organo) e una mobilità (dell’organo rispetto alla mobilità del diaframma). Dal punto di vista osteopatico c’è poi un’influenza del movimento cranio sacrale e del movimento della fascia.

Un caso frequente è quello dello spostamento del coccige, cioè l’ultima parte della colonna vertebrale, articolata con l’osso sacro. Il coccige è un osso fondamentale per l’equilibrio del bacino, e spesso traumi, cadute o posture errate possono essere sufficienti per portarlo fuori asse. Questo può influire sull’assetto della colonna, importante per la fertilità. Con l’osteopatia la posizione si può facilmente correggere, migliorando così la fisiologia del bacino. L’osteopatia in questo caso può aiutare con manovre viscerali delicatissime, che “massaggiano” i tessuti, sciolgono le aderenze e migliorano il flusso sanguigno e linfatico spesso congestionato dalla presenza dei “nodi” fibrosi. I risultati sono buoni: nel giro di qualche seduta può succedere che le tube si aprano e che l’ovulazione riprenda con regolarità.

L’osteopatia arriva ad agire anche sull’utero stesso: se è retroverso ne può favorire la rotazione e il ritorno nella corretta posizione, rendendo così più probabile la gravidanza. Questo è possibile perché i nostri organi non sono fissi, ma hanno una propria mobilità sui propri assi, che può essere migliorata con le dolci manipolazioni dell’osteopatia. Così si forma un “terreno” più vitale e accogliente che facilita la gravidanza.
L’osteopata opera per il recupero della mobilità della struttura, per diminuire le tensioni fasciali, cicatriziali e viscerali, e per ridare armonia all’intero sistema; le mani e la percezione palpatoria lo guida nella ricerca verso la disfunzione e la sua liberazione da blocchi e rigidità che compromettono l’efficacia del sistema vascolare e nervoso del bacino, che di conseguenza compromettono il corretto funzionamento degli organi genitali, non irrorati e innervati efficacemente. Gli organi interni possiedono una loro mobilità attorno a propri assi, spesso questa viene compromessa in seguito ad interventi chirurgici, adattamenti posturali, esiti cicatriziali, traumi. Insieme alla mobilità viene persa anche la loro funzionalità e la nuova situazione disfunzionale viene registrata dal sistema nervoso autonomo che ne regola la funzionalità. Nel trattamento della persona in gravidanza, l’osteopata si concentra in particolar modo sulla buona meccanica del bacino e di tutti gli organi e articolazioni, un equilibrio tra tessuti e fluidi corporei per sostenere i processi di autoregolazione e salute della persona in esame.

Hasta luego y buen viaje Ino

Silenzio. Una chiesa affollata, piena di studenti, amici, eppure l’unico suono è il ticchettio della pioggia. Ci si abbraccia con gli occhi lucidi, davanti all’immagine sorridente di Ino, che stona in questo contesto. Ci ricordiamo di te sorridente, anche se trenitalia fa sempre ritardi e il caffè delle macchinette è imbevibile. Con l’energia che emanavi, hai donato a chi ti circondava l’amore per lo spagnolo, per la tua terra, per la vita. Insegnamenti che restano per sempre, come il ricordo di te.
Hasta luego y buen viaje Ino.

Oggi studenti, docenti e amici di Inocencio Giraldo Silverio, hanno ricordato il docente di spagnolo dell’Università di Ferrara prematuramente scomparso lo scorso 7 gennaio

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LA RIFLESSIONE
Il teatro della storia: radici dello Stato e del diritto fra universalità e relativismo

La Storia è la più grande Maestra. Ciò che l’uomo concettualizza con l’idea di giustizia e di diritto è il risultato logico di un processo storico estremamente complesso e travagliato. Ma il travaglio permane. Ed è proprio la forza del negativo e del conflittuale ad essere propulsiva del lento mutamento dell’uomo e della sua ragione, in una società costantemente in antitesi con se stessa. Sembrerà banale il concetto che “per capire il presente è necessario conoscere il passato”, ma è un principio più volte sottovalutato all’interno del dibattito intellettuale e politico, di tutte le epoche e di tutti i luoghi. È innanzitutto fondamentale capire cosa è stato, cosa è attualmente e cosa sarà l’uomo, l’individuo come unità del complesso sociale. Già Aristotele nella sua “Politica” sosteneva che “è proprio dell’uomo rispetto agli altri animali avere la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori”. Si tratta di una concezione incompleta della vera natura dell’uomo perché non tiene adeguatamente conto della sfera soggettiva e relativa della percezione di ogni singolo individuo. Il rapporto fra ogni uomo, ogni autocoscienza e ogni “famiglia” è inevitabilmente conflittuale. La società appare permeata dagli incontri e scontri degli interessi particolari. L’uomo diviene lupo per gli altri uomini (homo homini lupus, secondo l’espressione latina ripresa dal britannico Hobbes). Appare quindi evidente la necessità di un sistema “sovraindividuale” che sia mediatore degli interessi particolari. Nasce l’idea di Stato, ma anche questa è stata interpretata attraverso una moltitudine di chiavi di lettura: l’illuminista J.J. Rousseau fa nascere lo Stato su base contrattualistica, sottolineando l’importanza dell’azione della sovranità popolare; i giusnaturalisti sostengono l’esistenza di leggi naturali universali, preesistenti all’uomo; Hegel si oppone a entrambe le visioni, mostrando convinta diffidenza verso la sovranità popolare e descrivendo un vero e proprio stato etico ove il potere sovrano assume una fondamentale importanza. Ma è di generale condivisione l’idea costante della funzione dello Stato, sintetizzata nello scritto degli intellettuali italiani Bobbio e Viroli: “In uno Stato di diritto una delle grandi funzioni delle leggi è quella di stabilire come deve essere usato il monopolio della forza legittima che lo Stato detiene”.
La forza che prima era propria del singolo individuo viene trasferita allo Stato. Per descrivere il meccanismo secondo l’interpretazione rousseauiana (e propria anche dell’italiano Cesare Beccaria), l’uomo aliena consapevolmente da se stesso una parte della propria libertà al fine di sottostare alle tutele di una convivenza civile e sociale. A questo proposito Beccaria aggiunge: “Per giustizia non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gli interessi particolari”. Beccaria evidenzia, inoltre, che le pene contro i reati che oltrepassino questo vincolo sono ingiuste per natura, perché vanno a rompere il contratto che l’uomo e lo Stato hanno sottoscritto. Idealmente la giustizia si erge suprema sopra il tumulto delle passioni e degli interessi particolari e l’uomo, anche secondo la filosofia di scuola genuinamente hegeliana, dovrebbe fare propri il diritto e la giustizia. “Questo ci impone una partecipazione attiva e indefessa all’eterno dramma, che ha per teatro la storia”, scrive Del Vecchio nel 1959. La storia, come prima sostenuto, si presenta quindi come dramma, in cui sono protagonisti i conflitti e gli interessi particolari. Gli uomini che costituiscono la società civile e che legittimano lo Stato non condividono principi comuni e universali da cui dedurre in modo sistematico i diritti naturali idealmente condivisi dal “senso comune” della società.
La Storia ci insegna che questo “senso comune” non esiste è non è mai esistito, facendo cadere le vicende e i progressi dell’uomo nel vortice eterno del relativismo. Con estrema lucidità Hoffe sostiene in “Giustizia politica” che “le opinioni su ciò che è giusto o ingiusto divergono ampiamente”. Questo diviene esplicito se si considera il panorama esemplare delle correnti politiche economiche che il Teatro della Storia ha visto nascere e contrapporsi; il liberalismo economico afferma: “a ognuno secondo le sue prestazioni”; lo stato di diritto sostiene: “a ognuno secondo i suoi diritti legali”; le aristocrazie chiariscono: “a ognuno secondo i suoi meriti”; e il socialismo sancisce: “a ognuno secondo i suoi bisogni”. Ognuno ha la sua giustizia e ognuno ha la sua verità. È ingenuo e inutilmente idealistico sostenere che “leggi e istituzione devono essere riformate o abolite se sono ingiuste”. Chi può giudicare il giusto fondamento e la ragionevolezza di una legge o di un sistema di governo? Può esistere un giudice sommo e superiore?
E’ esemplare la vicenda e la conseguente riflessione riportata nel celebre testo “La Banalità del Male” dell’intellettuale tedesca di origine ebraica Hannah Arendt: seguendo le tappe del processo in Israele di Adolf Eichmann, funzionario del regime hitleriano, risulta evidente e palese come ‘l’Architetto dell’Olocausto’ abbia in realtà applicato coerentemente la legge dello Stato della Germania nazista. Eichmann sostiene di aver obbedito agli ordini ricevuti al fine di preservare la propria incolumità e quella dei suoi cari, facendo conseguentemente riconoscere alla Arendt la natura banale, esterna e sociale del “male”. E’ futile e ingenuo parlare a posteriori di “male assoluto” poiché il male assume una veste di banalità disarmante e che si cristallizza in figure non “mostruose” bensì normali, come quella di Adolf Eichmann. Questo principio non deve altresì essere frainteso: viene rifiutato il giudizio aprioristico e relativo e la figura dell’uomo come giudice sommo (e vano) della Storia in favore di un’analisi razionale e causale del processo storico, giustificando gnoseologicamente e non eticamente il fatto. Il concetto di giustizia appare altresì relativo, inevitabilmente basato sulla percezione soggettiva e sul retroterra culturale del singolo individuo e del contesto sociale. Da questa riflessione scaturisce la decisa convinzione dell’impossibilità dell’espressione di un giudizio aprioristico su ogni singola epoca storica, la quale è sempre da contestualizzare all’interno delle sue coordinate spazio-temporali, da cui derivano di conseguenza lo Stato, il diritto e le leggi.
Così come l’universo si espande per l’impulso originario conferitogli dal Big Bang, la Storia procede nel suo divenire eterno, processuale e ciclico allo stesso tempo, dettato dai singoli avvenimenti, facendo sì che quello che succede è ciò che inevitabilmente doveva succedere, ciò che logicamente e secondo rapporti di causa-effetto doveva accadere, e ciò che è, quello che inevitabilmente doveva essere.

Fonti

  1. Aristotele, Politica, cap. I.
  2. Bobbio e Viroli, Dialogo intorno alla Repubblica, Roma-Bari, 2001.
  3. C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cap, II, 1764.
  4. G. Del Vecchio, La Giustizia, Roma, 1959.
  5. O. Hoffe, Giustizia politica, Bologna, 1995.
  6. J. Rawls, Una teoria della giustizia, Milano, 1982

Cos’ha più di me? Riconoscere l’invidia e trasformarla

Si terrà domani sera, venerdì 23 gennaio, alle 20.30 alla Scuola Bonati a Ferrara una conferenza che affronterà il tema dell’invidia. Ecco alcuni punti salienti su cui discuteremo.

L’invidia si riferisce a uno stato d’animo per cui, in relazione a un bene o una qualità posseduta da un altro, si prova astio e risentimento verso chi possiede quel bene o quella qualità.
L’invidia genera non solo dolore, ma anche tristezza: l’invidioso vorrebbe per sé i beni altrui, giudica che l’altro li possegga immeritatamente e che debba essere punito per questo con l’espropriazione.
L’invidia, inoltre, si esprime nel rammarico e risentimento che si prova per la felicità, la prosperità e il benessere altrui, sia che l’interessato si consideri ingiustamente escluso da tali beni, sia che già possedendoli, ne pretenda l’esclusivo godimento. E’ il desiderio frustrato di ciò che non si è potuto raggiungere per difficoltà o ostacoli non facilmente superabili, ma che altri, nello stesso ambiente o in condizioni apparentemente analoghe, hanno ottenuto.
L’invidia è quel sentimento di rabbia dettato dal fatto che un’altra persona possiede e trae beneficio da ciò che noi desideriamo. L’impulso invidioso, in tal senso è allora volto a portare via o a danneggiare tale oggetto.
Questione interessante, spesso sottovalutata da chi prova invidia, è che ad essere in gioco è una felicità attribuita. È una questione di prospettiva, come vedere in autostrada l’altra fila che scorre sempre più velocemente. È l’attribuzione ad altri di una condizione di felicità superiore alla nostra.
L’invidia (quando è patologica) non aiuta il soggetto perché lo isola e lo congela, lo svaluta agli occhi degli altri: perché diminuisce, propone agli altri le proprie “mancanze” rispetto alle qualità attribuite agli altri. Lo isola perché un invidioso non collabora volentieri e non è capace di empatia.
Lo congela nella propria presunta inferiorità, non lo porta ad emulare, a lavorare per avere un po’ della fortuna attribuita agli altri.
Questo atteggiamento può diventare una visione distorta della realtà che conduce a reazioni aggressive, non necessariamente sul piano fisico, ma sul piano psicologico.
È patologica quando occupa gran parte dei pensieri di una persona. Come possiamo tenerla sotto controllo?
Esiste però una forma positiva di invidia che, non solo non ha effetti collaterali, ma anzi può rappresentare un vero e proprio catalizzatore per il nostro successo. È l’ammirazione. L’ammirazione può tradursi in una spinta all’azione, alla competizione per raggiungere obiettivi analoghi a quelli raggiunti dall’altro: ammirare qualcuno che ha ciò che io vorrei avere mi permette di impiegare le energie necessarie per raggiungere un analogo successo o risultato.
Il segreto dunque non è non provare invidia per il successo altrui, ma piuttosto far leva su questo sentimento per realizzare i nostri sogni.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

L’INTERVENTO
L’altra medicina. Guarire con l’elettromagnetismo: “Persino il transistor è omeopatico…”

di Antonio Bottaro

“La teoria non impedisce ai fatti di verificarsi” (Sigmund Freud)

Il portato innovativo delle teorie che sono alla base della comprensione del funzionamento dei processi biologici, caratterizzati dalle spiccate ed originali doti di auto-organizzazione della materia vivente, stanno faticosamente incontrando un sempre maggior riconoscimento scientifico a livello internazionale. Numerosi sono, oggi, i team di ricerca che si cimentano con il tema della complessità, che operano nel contesto teorico proprio della dinamica dei sistemi aperti, non lineari, in situazioni di non-equilibrio, tempo irreversibili: è questo, infatti, il contesto teorico che definisce sia i processi vitali, ma anche ovviamente, lo stato di disequilibrio che noi chiamiamo comunemente ‘malattia’. I primi modelli descritti dal Nobel Ilya Prigogine, nello specifico contesto dei sistemi di natura chimico-biologica, hanno evidenziato il nuovo ruolo che assume la variabile tempo (biforcazioni che si risolvono in maniera probabilistica determinando irreversibilità temporale), la comparsa di attrattori e di strutture dissipative, che, lette alla luce dell’approfondimento sul comportamento dei domini di coerenza dell’acqua, nello specifico contesto delle Quantum Electro Dynamical (Qed) interactions (professori G. Preparata ed E. Del Giudice) hanno tracciato la strada che porta verso una maggiore comprensione della realtà vista nel rispetto della dovuta complessità scientifica. E’ interessante sottolineare come, questo tipo di ricercatori, non è stato spronato dal fuoco sacro della scoperta di fenomeni o di proprietà sconosciute, bensì hanno dedicato le proprie energie intellettuali, con rigorosa caparbietà, al tentativo di spiegare fenomenologie, protocolli e metodiche che, palesemente funzionanti e sistematicamente osservabili, sfuggono alla comprensione scientifica classica (questo definisce bene il dominio della complessità). A tal proposito viene proprio bene citare la frase di Sigmund Freud: “La teoria non impedisce ai fatti di verificarsi”.
Riassumiamo alcune delle domande che questa scuola di pensiero si è posta:
•Si sono domandati il perché una data molecola, quando posta in un contesto di chimica industriale, si accoppia ‘posizionalmente’ con tutte le particelle con le quali si trova ad essere in ‘contatto’ dando luogo ai diversi possibili composti chimici mentre, nei sistemi auto-organizzati, ciascuna molecola si accoppia solo con chi è ‘stabilito’ che si debba accoppiare non dando luogo a tutta una serie di composti, peraltro indesiderati, che dovrebbero invece aver luogo ragionando sulla sola base della ‘posizione’ e/o della vicinanza reciproca
•Come mai, anche se il 99% delle molecole del nostro corpo è assimilabile ad acqua, la maggior parte dell’attenzione scientifica viene dedicata all’1% di soluto in essa presente? (questa considerazione ha portato ad importanti approfondimenti, nel campo della meccanica quantistica, sul tema delle proprietà dei domini di coerenza dell’acqua)
•Come si spiegano i riflessi delle diluizioni omeopatiche o le specificità dell’acqua informata che hanno dimostrato chiari e ripetibili comportamenti in termini di variazione di parametri quali la conducibilità elettrica o il calore di diluizione (professor V.Elia)
• Come si spiegano le inconfutabili positive influenze dei campi elettromagnetici deboli ( es. esperimenti di ionorisonanza ciclotronica di Liboff, LLLT – Low Level Laser Technology…)
•Il ruolo del fenomeno della risonanza elettro-magnetica in relazione alle frequenze (segnali bioelettronici)
•La crescente importanza che sta assumendo il concetto di ‘informazione’ nei sistemi vitali (esperimenti del Nobel Luc Montagnier)

Per chi proviene dal mondo dei dispositivi elettronici appare irragionevole la vera e propria ‘guerra’ di posizione che si registra ogni qual volta si tratti di omeopatia che appare a dir poco preconcetta. Bastano poche nozioni di Elettronica per non stupirsi della facilità di ottenere grandi amplificazioni a fronte di insignificanti modificazioni a livello atomico: il dispositivo denominato transistor è un esempio illuminante. Il gioco di modificazione atomica, detto ‘drogaggio’ del semiconduttore, viene effettuato attraverso l’inserimento di poche parti*milione e consente l’ottenimento di amplificazioni di segnale di diversi ordini di grandezza (la dimostrazione pratica è sotto gli occhi di tutti, basta confrontare il debole segnale (ronzio) che proviene dalla testina di un giradischi vintage (riproduttore di vinili) rispetto all’uscita del suono proveniente dalle casse del sistema HiFi). Lo stesso manifestarsi del fenomeno denominato effetto ‘tunnel’, dovuto allo studio di ‘scarti di produzione’ di semiconduttori che presentavano un comportamento anomalo, non causò, nel mondo dell’elettronica, particolare sconcerto ( fu invece l’occasione per studiare, e comprendere il ‘come’ potevano manifestarsi passaggi di cariche elettriche ad energie per le quali non si sarebbero dovuti osservare). Venne accettata l’evidenza scientifica che fu debitamente studiata. Il tutto dette luogo alla produzione di specifici dispositivi che sfruttano utilmente l’ormai compreso effetto tunnel. Il concetto di analogia tanto caro alla teoria dei Sistemi (qui non posso esimermi dal ricordare il Prof. A.Ruberti), è un paradigma fondante della Teoria dei Sistemi, ed un analogo effetto tunnel è presente in alcuni comportamenti di elezione propri dei processi vitali ( è la chiave di comprensione del perché alcune sostanze attraversano la membrana cellulare in senso opposto ai gradienti di concentrazione). Ora, chi osserva l’approccio bioelettronico alla malattia, conosce bene la qualità della diagnosi (peraltro rigorosamente non invasiva), la velocità della risposta del paziente alla cura, ed il come queste metodiche inducano una sostanziale velocizzazione dei naturali processi omeopatici. Il fatto di ricadere in un contesto scientifico estremamente complesso, non dovrebbe autorizzare comportamenti denigratori volti alla minimizzazione dei risultati ottenuti, bensì dovrebbe spronare la Ricerca sulla strada della comprensione della realtà, ancorché complessa (rifuggendo da facili e nocive derive new age). Va sottolineato come la dimostrazione scientifica sia particolarmente difficile perché si opera in contesti fortemente ‘personalizzati’. Uno dei maggiori punti di forza quale la qualità’ dell’approccio personalizzato, diventa paradossalmente un punto di debolezza per la ripetibilità scientifica dei risultati in contesti generalizzati. Dal punto di vista scientifico il problema è riassumibile nel fatto di operare su scale di ‘granularità’ diverse della realtà. La bioelettronica appare come un approccio molto più sottile rispetto alla grana grossa della farmacopea tradizionale. Chi opera con i campi elettromagnetici deboli e con le frequenze di risonanza ‘confeziona’ una sollecitazione da trasmettere al sistema ‘persona+malattia+ambiente’ che vale solo per quello specifico paziente che presenta quel determinato stato di malattia (sistema dinamico in disequilibrio), in quel momento (irreversibile), rispetto all’ambiente in cui vive (sistema aperto con scambio di materia).
Sarebbe auspicabile abbandonare visioni preconcette accettando questa ‘incompatibilità’ tra approcci che contemplano una risoluzione (grana) diversa della realtà concentrando gli sforzi nella Ricerca applicata rivolta al dominio della Complessità ed alla specifica comprensione dei sistemi vitali. Su questa strada ci si può orientare partendo dai risultati conseguiti nella pratica di protocolli che stanno dimostrando di risolvere diverse classi di disequilibrio indotte dalla ormai degenerata qualità dell’ambiente (intolleranze alimentari, inquinamento da metalli pesanti, inquinamento elettromagnetico…).