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TEDxBologna 2016, attese 1000 persone al teatro Comunale

Da: Organizzaotori

Un nuovo appuntamento a tema Transition per TEDxBologna 2016, che da quest’anno si sposta al Teatro Comunale. Quattordici nuovi punti di vista: dallo psicologo, all’artista, dall’economista al filantropo, insieme per parlare di come modificare le proprie esistenze cambiando prospettiva di pensiero.

Bologna: Arrivati alla sesta edizione, TEDxBologna annuncia il tema del prossimo evento: Transition, con le seguenti sessioni caleidoscopoio, focus, resilienza, che si svolgerà sabato 22 Ottobre presso il Teatro Comunale di Bologna, un appuntamento che si prospetta già ricco di contenuti interessanti.

Saliranno sul palco relatori d’eccezione, a partire da Simone al Ani, performer di manipolazione dinamica già vincitore di Italia’s got talent, passando per Stefano Zamagni, membro della pontifica Accademia delle Scienze, Giovanni Castelli fondatrice dei ‘i bambini dharma’, il direttore di Ashoka, Alessandro Valera, lo psicologo Luca Mazzucchelli, e molti altri ancora. Come ci racconta il curatore di TEDxBologna, Andrea Pauri, la scelta del tema della transizione nasce: “dall’esigenza sempre più attuale di discutere dei cambiamenti che viviamo come società e individui, momenti pieni di incertezze e di dubbi, perché le scelte a cui siamo sottoposti possono cambiare il piano prospettico delle nostre stesse esistenze, soprattutto in una società “liquida” e mutevole come la nostra’.

Le tre sessioni che compongono l’evento sono declinate come metafora del processo di transizione: l’esigenza di scegliere di fronte ad un caleidoscopio di possibilità, l’importanza di mettere a fuoco il presente, e la capacità di adattarsi in maniera resiliente al cambiamento. TEDxBologna 2016 sarà dunque una giornata interamente dedicata alle esperienze e alle idee di donne e uomini che hanno saputo cogliere i cambiamenti sociali, economici ed individuali che stiamo vivendo, come un’opportunità per migliorare il mondo che ci circonda.

I biglietti sono disponibili sul sito www.boxol.it/TEDxBologna/it/event/tedx-bologna/170557

IL LIBRO
All’Ibs, il critico Sgarbi e il costituzionalista Ainis: “L’identità nazionale italiana è la bellezza”

La bellezza è costitutiva dell’identità della nostra nazione, perciò non può che permeare di sé la nostra Costituzione. In queste poche parole sta il senso dell’operazione culturale del libro “La Costituzione e la Bellezza” (La nave di Teseo), scritto a quattro mani dal costituzionalista Michele Ainis e dal critico Vittorio Sgarbi, entrambi presenti alla presentazione di ieri pomeriggio all’Ibs-Il Libraccio di Ferrara.

La copertina di La Costituzione e la Bellezza
La copertina di La Costituzione e la Bellezza

Probabilmente, ciò che a molti rimarrà più impresso dell’evento è la lunga attesa in piedi fra la calca all’ultimo piano di Palazzo San Crispino (non c’era più un posto libero fin dalle 18, mezz’ora prima dell’inizio previsto) e il fatto che Sgarbi sia arrivato in forte ritardo, come in fondo vuole il personaggio dell’impertinente critico d’arte, al contrario del puntuale e pacato giurista Ainis. Tuttavia ha avuto ragione il professor Pugiotto nella sua presentazione quando ha definito entrambi: “liberi, liberali, libertari, si può essere in disaccordo con loro, ma le loro argomentazioni sono sempre e comunque cibo per la mente”.
Entrambi con ottime capacità di oratori e divulgatori, Ainis e Sgarbi hanno dato un piccolo assaggio di quello che si può trovare nel volume: un inedito commento letterario e illustrato alla nostra Costituzione in sedici capitoli – uno per ciascuno dei dodici princìpi fondamentali e dei quattro titoli in cui si articola la prima parte della Carta – in un continuo gioco di rimandi dalla bellezza della Costituzione a quella del patrimonio culturale italiano, a volte addirittura scambiandosi di ruolo, con Sgarbi che chiosa gli articoli e Ainis che suggerisce artisti e autori, per far capire che proprio no, l’una senza l’altra non è possibile.
E allora è apparso chiaro come non sia un caso che nel titolo bellezza e Costituzione abbiano entrambe la lettera maiuscola: “in questo libro – spiega Ainis in attesa del co-autore Sgarbi – la bellezza non è un concetto retorico e non ha nemmeno a che fare solo con l’estetica. Ciò che abbiamo cercato di dire e far emergere è che l’estetica contiene, è intrinseca all’etica”.
A un certo punto è stata citata la proposta della senatrice Sel Pellegrino, che vorrebbe aggiungere all’ articolo 1 proprio un comma sulla bellezza: “La Repubblica Italiana riconosce la bellezza quale elemento costitutivo dell’identità nazionale, la conserva, la tutela e la promuove in tutte le sue forme materiali e immateriali: storiche, artistiche, culturali, paesaggistiche e naturali”. “La voterei subito – ha affermato Sgarbi – anzi, se fosse per me, la farei ancora più breve: l’Italia ha la propria identità nella bellezza”.

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“Il quarto stato”, Giuseppe Pellizza da Volpedo

Il critico ferrarese però confessa anche di essere molto restio a ritoccare il primo articolo della Costituzione, di cui dà una lettura originale: “non si può modificare perché esprime l’emancipazione della donna. Lavoro significa non dipendere, poter decidere autonomamente”. Ed ecco perché per illustrare l’articolo 1 ha scelto “Il quarto stato” di Pellizza da Volpedo: “è il primo quadro del Novecento e apre la strada a quello che, quarantacinque anni dopo, sarà il primo articolo della Costituzione”, “è l’umanità che ci viene incontro, è come una Scuola di Atene di Raffaello, in cui però l’umanità non vuole dimostrare il proprio sapere, ma conquistare diritti sociali”, uomini e donne insieme.

Madonna della Misericordia, Piero della Francesca
Madonna della Misericordia, Piero della Francesca

Piuttosto insolita anche la lettura dell’articolo 3 sull’uguaglianza dei cittadini: questo comma “è di un’ipocrisia pazzesca”. Secondo Sgarbi è “molto più sincera, a questo proposito, la Costituzione della Repubblica Romana del 1849, che recita: “la Repubblica promuove lo sviluppo morale e materiale dei cittadini”, dando per assodata una disuguaglianza di partenza”. Per questo articolo l’opera prescelta è la “Madonna della Misericordia” di Piero della Francesca, che accoglie a braccia aperte i credenti sotto il proprio mantello: “è la rappresentazione più chiara che ciò che non è uguale fra gli uomini lo è davanti a Dio, dato che non abbiamo giustizia in terra, non ci resta che sperare che ce la dia Dio”.

Uno degli elementi che fanno la bellezza della nostra Carta è senza dubbio la sua semplicità di linguaggio perché i Padri costituenti la volevano il più inclusiva e partecipativa possibile, come dimostra anche l’ultima disposizione transitoria: “Il testo della Costituzione è depositato nella sala comunale di ciascun Comune della Repubblica per rimanervi esposto, durante tutto l’anno 1948, affinché ogni cittadino possa prenderne cognizione”.
“Questa semplicità – ha spiegato Ainis – è stata ottenuta lavorando per sottrazione. È stato calcolato che un quarto del tempo nelle discussioni alla Costituente è stato speso per decidere non solo quali temi inserire, ma anche quali termini usare, come dimostra per esempio, la discussione sull’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra”. Quel “ripudia” è stato scelto dopo molte disquisizioni”. Purtroppo poi, secondo il costituzionalista, non si è più lavorato così: “se non hai idee, diventi prolisso, verboso e complicato; allaghi con un fiume di parole il nulla che hai nella testa. La Costituzione dovrebbe essere una lingua che tutti possono parlare”. È vero che Ainis non si è ancora schierato per il sì o per il no al referendum costituzionale di dicembre, ma unendo queste parole a quelle che usa per la riforma, “ciò che non mi piace è che è scritta male”, forse qualcosa si può intuire. Chiarissima, invece, la posizione di Sgarbi: la Costituzione è come un monumento e, come tutti i monumenti, la minaccia è rappresentata da una parte dall’incuria e dall’altra dai restauri non oculati, proprio come quello del Governo Renzi, almeno questo è il parere del critico.

CLIMA
L’ultimatum di Mercalli: “Ferrara pagherà un conto salato”

Luca Mercalli, noto climatologo, una istituzione nella sostenibilità ambientale. Tramite i suoi libri, la televisione e le conferenze porta le sue importanti convinzioni. Venerdì scorso, alla Facoltà di Economia, un pubblico attento (ma sono sempre quelli che già sono convinti) ascolta la sua conferenza, organizzata nell’ambito della manifestazione Internazionale a Ferrara. ‘Il tempo che ci resta’ è il titolo della sua conferenza e lascia poco spazio all’ottimismo. Forse troppo poco.

Da persona precisa è presente in anticipo in un’aula strapiena (riempite anche altre sale, meno male). Una drammatica slide dinamica ci mostra i cambiamenti climatici nel tempo e ci avvisa di cosa parleremo. Fuori e’ per fortuna una bella giornata, ma il richiamo all’aumento della temperatura globale fa riflettere. La climatologia e’ una scienza complessa, ma spesso si fa di tutto per sottovalutarla. Serve uno scienziato che sia anche comunicatore come Mercalli e soprattutto si apprezza la sua coerenza. Inizia dicendo che il tempo (meteorologico) che ci resta è brutto e poco. Entrata subito a gamba tesa. Ferrara e’ a rischio nei prossimi cento anni prima con il cuneo salino poi con il mare che inonda. Stiamo fabbricando un pianeta nuovo per il nostro sistema sociale resiliente, ma debole. Possiamo solo cercare di difenderci; possiamo adattarci, ma non possiamo più tornare indietro. Visione pessimista e disfattista? Ognuno farà le sue valutazioni, si spera informandosi.
Il congresso mondiale dei geologi a Città del Capo ha detto che siamo entrati in antropocene. Serve una svolta energetica verso il rinnovabile. Serve una forte etica ambientale (leggi enciclica). Abbiamo bisogni di cambiamenti politici e accordi veri che poi si attuano. La conferenza e l’accordo di Parigi lo ha detto, ora però lo devono firmare tutti i Paesi. Ratificato l’accordo però non sarà ancora capitato nulla. Si deve applicare e questo è più grave. Le soluzioni necessarie sono assolutamente impopolari e costose, dunque improbabili da attuare. Eppure Papa Francesco ha avuto un ruolo catastrofista, cosa ci guadagna? Da qui si capisce il suo valore.

La meteorologia è un buon modo per capire gli effetti negativi dell’inquinamento. Non possiamo certo nasconderci di fronte all’evidenza dei disastri climatici in corso. Lui ci prova con professionalità e cultura: il suo libro ‘Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza e forse più felicità’ prova a dare uno spiraglio. Condivido molto la sua massima: “Proviamoci, almeno non saremo complici”. È infatti richiesta una crescente attenzione ai temi dell’organizzazione dell’informazione e del sistema di comunicazione. Bisogna insistere nell’attivare una partecipazione reale ai principi di sostenibilità ambientale. Troppo spesso si comunicano i disastri e situazioni ingestibili in cui ci sentiamo impotenti; comunichiamo paure, non partecipazione e coinvolgimento. Per questo servono persone preparate ad abituare i cittadini ad interloquire con la politica, con le amministrazioni e con le strutture che erogano servizi. I migliori scienziati del mondo ci dicono che le nostre attività stanno cambiando il clima e che se non agiamo con forza continueremo a vedere l’innalzamento degli oceani, ondate di calore più intense e più lunghe, siccità e inondazioni pericolose che possono scatenare maggiori migrazioni, conflitti e fame nel mondo.

Il mondo sta cambiando. Lo percepiamo, ma lo stiamo anche capendo? Ne siamo consapevoli? O giochiamo solo al ruolo delle vittime? Crescono attorno a noi problemi ambientali e sociali ma non sempre percepiamo che sono la nostra sostenibilità. Cosa possiamo fare? Come possiamo influenzare questa tendenza negativa? E soprattutto: a chi tocca? alle istituzioni o anche a noi? Cresciamo, anzi ci moltiplichiamo. Invecchiamo. Nel contempo consumiamo risorse naturali che ci hanno detto essere limitate. Ma temo che non ce ne stiamo preoccupando troppo. Siamo attenti a rischi e rendimenti finanziari, ma non a quelli naturali, compresa la energia. C’è fortunatamente chi pensa (io tra questi) che il potere buono possa difendere la sostenibilità o addirittura rafforzarla. Una visione più proattiva e meno pessimista ci aiuterebbe a capire che possiamo ancora fare qualcosa.
Il principio teorizzato da tutti, da sempre, è: “Non dobbiamo lasciare in eredità ai nostri figli le nostre colpe ambientali”. Salvo poi smentire. A tutti capita di pensare al futuro e quasi sempre lo viviamo con l’ansia dell’incognito. La globalizzazione ha creato una società civile globale, ha migliorato le condizioni di salute e il tenore di vita, ha cambiato il modo di pensare della gente, ha servito gli interessi dei paesi industrializzati, però non ha funzionato per molti poveri del mondo e soprattutto ha posto problemi per gran parte dell’ambiente, ripercuotendo l’instabilità a livello globale (ci ricorda Stiglitz). L’obiettivo di fondo dunque è la difesa dell’ambiente e la trasformazione dei bisogni dei cittadini in diritti. Riprendiamoci il principio di chi inquina paga. Una società civilizzata si misura dal senso di responsabilità che ha nei confronti delle generazioni future.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Morte annunciata di una mensa

Mi sento sempre più distante, di un’altra generazione, dicono che è il trauma della vecchiaia, io pensavo di poterne esser esente, ma ogni giorno mi porta la sua conferma che non è così. Ora il senso della distanza mi viene per via della sentenza del tribunale di Torino che sancisce il diritto di portarsi da casa il pasto da consumare a scuola. Non so se valga anche per l’asilo nido il diritto all’omogeneizzato fatto in casa con prodotto biologico a chilometro zero o per la scuola dell’infanzia il panino vegano della sindaca Appendino, che qualcuno mi deve spiegare bene che cosa sia. Distante perché io sono di quelli, comunisti sporchi brutti e cattivi, che credevano che andare a scuola senza essere costretti a portarsi il cestino da casa o al lavoro in fabbrica o in cantiere con la gavetta fosse una conquista sociale. Le mense, il welfare, le mense di quartiere, quella roba lì, che liberava anche le donne dalla schiavitù domestica. Adesso c’è un giudice che sentenzia che sul diritto alla mensa prevale il diritto al panino fai da te, perché prima di tutto viene il singolo, l’individuo, la persona. Insomma al diritto alla mensa corrisponde specularmente il suo contrario ed opposto. È un po’ come il diritto al vaccino, altro tema caldo di questi giorni, un’altra conquista, faticosa per di più, della scienza e della società, il diritto alla tutela della salute tua e degli altri che viene contestato. Non vorrei estremizzare, ma a me viene così, è come rivendicare il diritto di fare il bagno con il burkini, nonostante le conquiste sociali in tema di emancipazione della donna, in nome della libertà individuale. I paladini del liberalismo dovrebbero essere tutti schierati a difendere anche questi diritti negativi, se non fosse che si tratta di un liberalismo medievale. Per i più distratti o troppo giovani potrei rinfrescare alcune date: 1968: legge 444 istitutiva della Scuola materna statale, fino allora in mano ai privati, soprattutto privato confessionale. 1971: legge 1044 istituzione degli asili nido comunali; 1971: legge 820 nascita del tempo pieno nella scuola elementare. Tutte istituzioni ad orario prolungato che prevedono la mensa per funzionare. Istituzioni al servizio dei diritti dell’infanzia e dei diritti delle donne. La mensa non come accessorio, ma come momento integrante del progetto educativo, del progetto di crescita, la mensa che garantisce un’atmosfera famigliare, di calore e di accoglienza, di relazione e di affettività al nido come alla scuola dell’infanzia, come alla scuola elementare. Lascio agli psicologi spiegare l’importanza del momento del pasto per la crescita emotivamente equilibrata di ciascuno di noi, quanto i bambini apprendono con più piacere e motivazione mentre nutrono il loro corpo e in questo sentono l’attenzione e l’affetto degli adulti che si prendono cura di loro. Del resto mica ce la siamo inventata noi la scuola con la mensa, la migliore tradizione pedagogica da Dewey a Freinet, dalla Montessori, a Lorenzo Milani è lì a dare buona testimonianza di come la mensa per importanza formativa sorpassa e avanza ogni lezione d’aula. Certo la sentenza di un giudice tutto questo non lo può considerare, perché non ci sta scritto e neppure si può estrapolare dalle righe di un testo di legge. Solo, insinuo un sospetto, se a ricorrere al giudice fosse stato un paziente d’ospedale, che rivendicava il diritto di portarsi il pasto o il panino da casa, l’esito sarebbe stato lo stesso? Ogni sistema per funzionare rispetto al suo compito deve attenersi alle regole che gli consentono di raggiungere lo scopo, se si altera solo una di queste tutto il sistema ne risulta modificato. L’ospedale è un sistema delicato, la scuola che educa, pure. Un “sistema educativo” è appunto un “sistema”, sottostà alle leggi dei sistemi complessi, non a quelle dei giudici, come tutti i sistemi, del resto. Che si voglia o no, se si introduce il principio che il momento del pasto, non fa parte integrante del progetto educativo, del sistema scuola, allora ognuno se lo gestisce come vuole e non è necessaria la presenza di personale professionalmente preparato come quello scolastico, come ormai accade nella scuola media di primo grado dove una congerie di modelli orari settimanali ha ridotto la mensa ad un fatto puramente accessorio. Ma attenzione, ora si rivendica il diritto di portarsi il panino da casa, domani si potrà rivendicare il diritto di censurare questo o quel contenuto, questo o quell’insegnante in nome del superiore valore della libertà individuale. Il sistema educativo sarà sempre più gestito dall’esterno anziché trovare al proprio interno la forza d’essere quello che è. Nessuno metterebbe in discussione la terapia prescritta da un’équipe di medici, sebbene i detentori del progetto educativo siano professionisti dell’istruzione, questo nelle nostre scuole accade. Capisco anche che le mense nelle scuole muoiono per via della “cooperativite” che le ha colpite. Dagli entusiasmi dei primi tempi con cucina interna alle scuole e con la partecipazione dei genitori alla gestione, si è passati agli appalti, al precotto, alle diete talebane, tutte cose che non hanno fatto bene alla scuola e al suo progetto educativo. Allora è la scuola che non si può chiamare fuori, perché evidentemente è la scuola che non ha convinto. Sono i professionisti della scuola che per primi debbono spiegare l’importanza della mensa all’interno del curricolo scolastico, dalla materna alla media, se non sono in grado di farlo c’è poco da stupirsi per la sentenza dei giudici di Torino, è inevitabile che mensa o panino siano indifferenti come ogni altro break dal lavoro, ma degli adulti non di fanciulli che crescono.

 

INTERNAZIONALE
Entrare in carcere con il teatro

Entrare in carcere. Era una delle iniziative del Festival di Internazionale a Ferrara: uno spettacolo teatrale dentro al carcere ferrarese, considerato tra quelli di massima sicurezza. Un evento a cui si partecipa per vedere la messa in scena, ma che poi diventa un’esperienza per tutto quello che c’è intorno. Gli attori sono i detenuti stessi, tantissimi altri detenuti come spettatori. Sono tutti uomini. In sala arrivano alla spicciolata, uno dopo l’altro. Uomini come tanti che puoi vedere in giro. Capelli corti corti, jeans e scarpe da ginnastica; un gruppetto sembra quello dei muratori che hanno messo a posto il tetto dopo il terremoto. C’è un ragazzo di colore, alto e atletico, le scarpe di un rosso sgargiante e l’aria di uno che gioca a basket. Alcuni sono un po’ più anziani, magari con gli occhiali, potrebbero essere commercianti qualunque. Un ragazzo ha un aspetto così giovane, ma diciotto anni ce li avrà per forza, se si trova qui. Cento seggiole nella stanza-laboratorio, cinquanta da una parte e cinquanta dall’altra; in mezzo un panno scuro, dove gli attori mettono in scena lo spettacolo.

I protagonisti dello spettacolo "Me che libero nacqui, al carcer danno" (foto di repertorio del Teatro Nucleo/Internazionale)
“Me che libero nacqui, al carcer danno” (foto di repertorio del Teatro Nucleo)

Non è un’opera qualsiasi o una messa in scena così. Ci lavorano su da anni con il laboratorio teatrale della compagnia Teatro Nucleo di Pontelagoscuro. Mettono in scena un’opera antica, ma azzeccata: un episodio della “Gerusalemme liberata”, che descrive gli scontri tra cristiani e musulmani durante la prima crociata. Torquato Tasso l’ha scritto mentre era a sua volta rinchiuso nella prigione di Sant’Anna a Ferrara. Lo spettacolo si intitola Me che libero nacqui al carcer danno ed è incentrato sul combattimento tra Tancredi e Clorinda della “Gerusalemme liberata” di Tasso. Le parole sono difficili perché il testo è scritto in versi ed è poesia della seconda metà del ’500.

L'ingresso al carcere di Ferrara
L’ingresso al carcere di Ferrara

Per potere assistere a questa rappresentazione devi lasciare con parecchi giorni d’anticipo un documento d’identità all’organizzazione e presentarti almeno mezz’ora prima per i controlli, lasciando giù macchina fotografica, cellulare e qualsiasi dispositivo elettronico. Molte barriere e cancelli vanno superati per entrare in quella sala-teatro.

Dal parcheggio recintato nella periferia ovest della città, si oltrepassa a piedi la barra mobile e ci si trova davanti alla vetrata della guardiola d’ingresso. Due agenti-uscieri ti chiedono i documenti e verificano che ci sia il tuo nome su un registro. Cellulare e macchina-foto li lasci lì. Poi ti controllano la borsa, ti danno un badge da appuntarti sulla maglia con sopra un numero e resti in attesa di qualcuno che ti accompagni dentro. Si attraversa tutto il cortile e si entra nella palazzina difronte. C’è un metal detector e un impiegato che si annota il numero che hai scritto sul badge. Lì entri da una porta automatica blindata e attraversi un corridoio per arrivare in un altro cortile, attraversarlo ed entrare in un’altra palazzina. Superi il cancello di una grata metallica grande come tutta la parete, c’è un altro corridoio e poi la sala. Tre file di sedie sono disposte di qua e altre tre di là dal tappeto scuro che fa da palco. Sulla sinistra una pedana sulla quale si piazzano i musicisti del Conservatorio di Ferrara, due ragazze e due ragazzi con strumenti a corde di varie dimensioni e il direttore del coro del Conservatorio, Gianfranco Placci, che li accompagna al pianoforte, mentre un ospite del carcere suona il triangolo e le maracas. Nei corridoi e in sala ci sono sempre agenti con la divisa della polizia carceraria.

I musicisti del Conservatorio davanti al carcere di Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
I musicisti del Conservatorio davanti al carcere di Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

La regia è di Horacio Czertok, sul palco gli attori detenuti del laboratorio teatrale della casa circondariale di Ferrara: Lesther Batista Santisteban, Desmond Blackmore, Federico Fantoni, Sotirios Kalantzis, Lefter Kuli, EdinTicic. Sono quasi tutti stranieri, spiega il regista che è lì in sala: montenegrini, greci, un cubano e un suddito britannico.

Inizia lo spettacolo e la difficoltà è grande anche per chi assiste. Le parole sono davvero desuete, praticamente incomprensibili. Loro le recitano con una sicurezza incredibile, capisci qualcosa solo grazie al modo in cui gesticolano e scandiscono i versi, che è chiaro che loro hanno ben capito e interiorizzato. Un attore in semplice maglietta e pantaloni scuri entra in scena. Ha un’aria molto normale, quasi dimessa. Poi inizia a cantare. Ha una voce potente e vibrante, mentre intona le parole dello spartito e senti l’emozione che ti invade. Canta un brano molto lungo e articolato e avanza tenendo in mano un foglio che di tanto in tanto scorre con gli occhi. Finito il canto, un uomo di colore in tunica bianca e un attore dal volto pallido e barba castana mettono in scena il confronto tra i due combattenti, un duello fatto di sguardi, testa e testa di un’intensità fortissima, che rende tutta la tensione della sfida senza bisogno di arrivare mai a dare un solo colpo.

La foto di John J. Kim che ha vinto il 3° premio per foto singole del World Photo Press 2016
Foto di di John J. Kim, vincitrice del World Photo Press 2016 esposta al Pac di Ferrara fino al 23 ottobre 2016

Alla fine applausi, il direttore del carcere Paolo Malato che si complimenta per il risultato incredibile, sottolinea che tutti possiamo sbagliare ma – come è scritto sulla facciata del teatro di Palermo – “l’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”. Uno tra gli spettatori detenuti legge una lettera per sottolineare l’importanza che ha, per loro, questa iniziativa, l’apertura del carcere alla città. Il maestro Mauro Presini ricorda che c’è anche una redazione interna che cura una rivista, sempre aperta a contributi e col desiderio di creare un evento aperto all’esterno. Il direttore del coro del Conservatorio Gianfranco Placci racconta che da tre anni viene qui per tirare fuori musica e canto dai detenuti che ne hanno voglia e talento.

Uno dietro l’altro, gli spettatori che vivono qui si alzano per tornare in cella. Una volta che sono usciti loro, anche il piccolo gruppo del pubblico viene riaccompagnato dalle guardie. Si ripassa attraverso i cancelli e le barriere. Due mondi si richiudono. Resta il brivido dell’arte che li ha uniti.

 

Festival di Internazionale si è tenuto a Ferrara da venerdì 30 settembre a domenica 2 ottobre 2016 per la sua decima edizione. La mostra con le migliori fotografie dei reporter di tutto il mondo che hanno vinto il World Photo Press 2016 resta visitabile fino a domenica 23 ottobre (ore 10-13 e 15-19, ma biglietteria chiusa un’ora prima) al Pac-Palazzina di arte contemporanea in corso Porta Mare 5 a Ferrara.

INTERNAZIONALE
Le cose cambiano

Alzi la mano chi pensa che l’adolescenza sia uno dei periodi più difficili che siamo costretti a vivere: insicuri sulla propria identità, le proprie convinzioni, i propri valori e la propria visione del mondo, sempre in balia dell’opinione, o peggio, del giudizio degli altri. Purtroppo, per qualcuno lo è ancora di più.
Billy era un ragazzo di quindici anni dell’Indiana, a scuola era vittima di bullismo omofobico, pensavano fosse gay. A un certo punto non ce l’ha fatta più e si è suicidato impiccandosi. I suoi genitori hanno creato una pagina facebook in sua memoria, ma i bulli non hanno rispettato nemmeno quella e hanno continuato a offenderlo anche sui social.

A raccontare la sua storia domenica pomeriggio al Cinema Apollo al Festival di Internazionale a Ferrara è il giornalista omosessuale statunitense Dan Savage, autore della rubrica Savage love: “forse se qualcuno gli avesse detto che non era solo, che l’adolescenza è dura da superare, ma le cose cambiano, da adulti vanno meglio, Billy si sarebbe salvato”.

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Ecco come è nato nel 2010 il progetto “It gets better”, un portale web che raccoglie testimonianze di persone lgbt, persone normali o personaggi famosi, su come hanno superato il periodo della propria adolescenza. Lo si potrebbe considerare quasi un manuale di istruzioni per l’uso: come superare la scuola giorno dopo giorno, come fare coming out con i propri genitori, come entrare in contatto e trovare sostegno nella comunità lgbt.
“Vengo spesso invitato nelle università a parlare di sesso e sessualità, ma non nelle scuole superiori, forse perché sono considerato troppo esplicito e pericoloso – scherza Savage – e così ho pensato che, in realtà, per entrare in contatto con tutti i ragazzi e le ragazze nell’era di internet e di youtube non mi serviva l’invito degli adulti”. Il primo video Dan lo ha girato con suo marito Terry, poi ha iniziato a coinvolgere altri adulti gay perché registrassero la propria testimonianza: “all’inizio l’obiettivo era arrivare a cento video, ma solo nei primi due giorni siamo arrivati a mille e nella prima settimana abbiamo raggiunto i 10mila”, racconta Dan. “Ora siamo il canale youtube open source più grande mai creato, abbiamo un video persino del presidente Obama”.

Dan racconta anche la propria esperienza e quella del fratello maggiore, entrambi bullizzati a scuola, l’uno perché gay, l’altro perché “era una secchione”. La differenza era che suo fratello “poteva parlare e aprirsi con i nostri genitori”, mentre Dan no perché erano “omofobici”. Ebbene le cose ora vanno meglio per Dan: è sposato con Terry da 18 anni e insieme hanno adottato un bimbo, che ora è un perfetto “ragazzo etero” con buona pace di coloro, i “bigotti” come li chiama Dan, che temono che i figli che crescono con genitori omosessuali diventino per forza a loro volta omosessuali.

Quello che cerca di fare Itgetsbetter.org è non fare sentire soli i ragazzi vittima di bullismo, in particolare quelli che subiscono bullismo omofobico, mettendo “le cose in prospettiva”. È un canale per trasmettere esperienze di vita, perché tutte le persone lgtb “ sono state adolescenti, non è una cosa che capita all’improvviso in età adulta”: queste testimonianze di persone lgbt adulte aiutano i ragazzi e le ragazze a diventare più consapevoli nell’affrontare e vivere la propria condizione.
L’obiettivo è “fare la differenza salvando almeno una vita” perché ci siano sempre meno storie come quella di Billy.

www.itgetsbetter.org
www.lecosecambiano.org

Guarda il video del Presidente Usa per la campagna Itgetsbetter

INTERNAZIONALE
Se l’Occidente non riconosce più i suoi nemici

Ci sono giornalisti che si trovano a loro agio solo sotto i riflettori di uno studio televisivo, fra politici e opinion makers che parlano di niente, accavallandosi e accapigliandosi gli uni sugli altri. E poi ci sono giornalisti che trovano ancora la voglia e alcune volte il coraggio, di andarle a cercare le storie da raccontare da dietro quelle telecamere.
Corrado Formigli, due volte vincitore del Premio Ilaria Alpi, che tutti conoscono come autore e animatore di Piazza Pulita su La7, appartiene a questa seconda ‘specie’ e ha appena pubblicato un volume che racconta il suo viaggio, primo giornalista italiano, nell’inferno dell’assedio di Kobane e nelle zone di guerra occupate dagli uomini del califfo Al-Baghdadi. Il titolo del libro è “Il falso nemico. Perché non sconfiggiamo il califfato nero” (edito da Rizzoli) e Corrado lo ha presentato sabato pomeriggio a Palazzo Roverella durante il Festival di Internazionale a Ferrara.

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Perché e per chi l’Isis è il ‘falso nemico’?
Lo è, o lo è stato per la Turchia, che per lungo tempo “ha chiuso uno, due, tre occhi sui jihadisti che attraversavano il confine per diventare foreign fighters perché l’Isis serviva per combattere Assad e i Curdi”. Lo è per i Sauditi, anzi secondo Formigli, l’Isis sarebbe addirittura il loro “ fratello pazzo”, sfuggito al loro controllo. Il califfato però è forse soprattutto il falso nemico dell’Occidente che, a ben vedere, lo ha creato. Mettendo insieme i pezzi dello scomposto quadro mediorientale degli ultimi anni, come fa Corrado, emergono una serie di errori di Europa e Stati Uniti: “lo Stato Islamico è stato creato e potenziato dagli errori occidentali”. Al-Baghdadi ha creato l’organizzazione e ne è diventato il leader nella prigione statunitense di Camp Bucca, nell’Iraq meridionale, dove tutti i jihadisti “dormivano insieme all’aperto ed erano lasciati liberi di avere contatti fra loro”. Nel frattempo Paul Bremer, nominato governatore dell’Iraq da George Bush, aveva sciolto e messo al bando il partito Baʿth di Saddam, e “ex ufficiali e burocrati laici che si erano formati in Occidente hanno deciso di offrire le proprie competenze al Califfato”. Se poi si aggiunge che il ritiro dal territorio iracheno è avvenuto “senza sapere cosa sarebbe successo dopo e, peggio ancora, lasciando gli arsenali delle armi dell’invasione in mano a un esercito allo sbando e corrotto”, il quadro è completo. Anzi no. Corrado una cosa non è ancora riuscito a capirla: il mistero riguarda la Highway 47, l’unica strada che porta da Mosul alla Siria, l’unica arteria di collegamento fra le due capitali dello Stato Islamico, “costantemente sorvolata dai droni della coalizione e sorvegliata da terra dai curdi, ma mai toccata”. “Io detesto i complottisti – spiega Corrado – ma in questo caso ho dovuto combattere il complottista che è nato in me, perché non sono riuscito a capire come mai per due anni nessuno ha bombardato quella strada. E quando abbiamo provato a chiedere, i comandanti curdi ci hanno risposto che loro dovevano sentire il comando americano, che li ha sempre fermati dicendo che si rischiavano vittime civili”. Forse si riferivano agli autisti dei tir che trasportano le cisterne di petrolio.

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C’è però un altro falso nemico, questa volta agli occhi di un’Europa miope, che fa accordi con la Turchia di Erdoğan e ne prepara altri con l’Egitto di Al-Sisi: sono “i rifugiati”, anche se “statisticamente non c’è un autore di un attentato in Europa che sia arrivato qui su un barcone”, si arrabbia Corrado. Questo libro, confessa, lo ha scritto “per far conoscere le loro storie, per far capire cosa c’è dietro, cosa hanno vissuto”. “I rifugiati dovrebbero essere i nostri primi alleati perché hanno vissuto la guerra sulla propria pelle, hanno visto i propri cari perdere la vita, quindi credono nella libertà e nella democrazia molto più di noi, che spesso le diamo per scontate”.

INTERNAZIONALE
Clinton VS Trump, quello che le donne vogliono

Il prossimo Presidente Usa potrebbe essere una donna forte, con una carriera importante e nello stesso tempo moglie e madre, oppure un misogino che si distingue per il suo maschilismo e sessismo. Ecco la dicotomia che ha spinto gli organizzatori di Internazionale a guardare alle elezioni americane attraverso gli occhi delle donne, con “Decidono le donne. La candidatura di Hillary Clinton e la questione femminile in America”. Per parlarne, domenica mattina al Teatro Comunale di Ferrara, Katha Pollit, femminista che nel suo ultimo libro si è occupata della questione dell’aborto negli Stati Uniti, Rebecca Traister, autroce di “All the single ladies”, e la giornalista femminista italiana Ida Dominijanni.

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Tutte d’accordo sul fatto che lo scontro in atto in vista delle prossime elezioni è una battaglia fra due anime del paese, fra due idee diverse di cosa sono e dovrebbero essere gli Stati Uniti. Secondo Katha, per esempio, proprio l’aborto è “un tema esplosivo”, uno “spartiacque”. Da una parte lo schieramento riformista, che vede l’aborto come una possibile scelta che “una donna americana su tre potrebbe affrontare prima della menopausa”, con “il diritto di scegliere in piena libertà del proprio corpo, senza chiedere il permesso al padre del feto”. Dall’altra chi vuole frapporre più ostacoli possibile all’aborto perché questa libertà di scelta “fa impazzire persone che non vogliono l’uguaglianza fra uomini e donne” e pur di ottenere il proprio scopo la destra estremista cristiana americana si affida a un uomo come Trump che spesso “dice cose che con Gesù non hanno nulla a che fare”.
Per Ida Dominijanni la contrapposizione Clinton-Trump in realtà non ha nulla di strano: “in America come in altre parti del mondo si tratta di un movimento di reazione del maschilismo patriarcale proprio perché siamo in un momento di grande espansione delle libertà femminili”. Rebecca Traister le fa eco: “Trump esiste perché esistono Hillary e Obama, prima di lei: è l’incarnazione dell’America bianca e maschilista che vorrebbe continuare a reprimere parti della società, le donne e i neri, che in questi anni hanno raggiunto posizioni di potere”.

Sicuramente le americane sono convinte che Hillary farà molto, dal punto di vista delle politiche sociali e di sostegno al reddito, per aiutare le donne single, madri o meno, che sono sempre di più in America. Per questo la difendono anche quando Ida critica le sue scelte come donna, soprattutto quella di salvare il proprio matrimonio e recitare la parte della moglie devota ai tempi del sex gate che ha coinvolto suo marito e di sfruttare poi il fatto di essere un e first lady per costruirsi una carriera politica.
Kata, molto pragmaticamente, afferma: “ragazze dobbiamo prenderci quello che possiamo” e resta il fatto che Hillary è la prima donna a bussare alla porta della Casa Bianca. Se per arrivare alla stanza ovale ha prima dovuto passare per quelle della first lady, does it matter?
Per Rebecca è un processo che ha già avuto luogo in passato: “il primo ingresso delle donne nei posti di potere è sempre avvenuto grazie a quello che io chiamo potere prossimale, cioè per il fatto di essere mogli o vedove di potenti. È il beneficio delle prime volte: le porte si allargano e le strade si spianano. Hillary ha fatto breccia e dopo di lei verranno donne che non sono partite dall’essere mogli, in realtà sta già accadendo”.

Eppure Hillary continua a non convincere del tutto parte del movimento femminista proprio perché, come sottolinea Dominijanni, agisce in un certo senso rispettando i ruoli di genere tradizionali: moglie e madre devota quando è nel ruolo della donna, mentre “si virilizza quando si trova nella competizione politica”. E qui si accende un dibattito che avrebbe meritato almeno un’altra ora, perché Ida si chiede se sia “possibile impadronirsi del potere senza fare una critica del potere al maschile” e pensa che la vera scommessa del femminismo sia andare al potere non virilizzandosi, ma portando la propria cifra specifica. Kata, invece, sostiene che “molte delle qualità che attribuiamo al femminile hanno a che fare con le strategie per affrontare la mancanza di potere. Se le donne avessero lo stesso potere sociale ed economico degli uomini, non sappiamo come sarebbero perché vivremmo in un mondo diverso, che siamo ancora molto lontano dal raggiungere”.
In conclusione il messaggio è: arriviamo nei posti chiave, ogni donna decida come.

INTERNAZIONALE
Ecco come vivere felici, nonostante tutto

“Come vivere felici nonostante tutto”. Un bel titolo per l’evento che c’era venerdì sera al Festival di Internazionale a Ferrara. In pratica è una conversazione con Oliver Burkeman, giornalista inglese di The Guardian che ogni settimana scrive articoli, tradotti e ripubblicati dalla rivista Internazionale. E chi è che non vuole essere felice, in effetti? Nonostante tutto, poi…! Dopo essere andati ad ascoltarlo, bisogna dire che vale la pena sentirlo (o leggerlo). Ecco perché.

1. Riderci un po’ su. Il messaggio di Burkeman è una buona cosa, prima di tutto perché riesce a farti ridere (e questo è già un buon avvio di felicità). Attacca raccontandoti di tutti i corsi motivazionali che ha fatto inutilmente, delle attivazioni di chakra a cui si è sottoposto, dei manuali di auto-aiuto e di pensiero positivo che ha letto e che ha cercato di mettere in pratica senza riuscire a sentirsi meglio. Racconta anche di come ha provato a “visualizzare” la situazione che desiderava, come predicano i guru del pensiero positivo. Ma questo non faceva che aumentargli la paura di non riuscire a ottenere quelle cose. Dice: “Cercando di convincermi che tutto sarebbe andato bene, se poi le cose andavano male diventava una tragedia”. L’eccesso di positivismo, secondo Burkeman, è proprio pericoloso. Per lui è stato decisivo nella crisi finanziaria del 2008. Ricorda: “Venivi incoraggiato a comprare a tutti i costi la casa dei tuoi sogni. Non importa che tu non avessi i soldi. Come fa Trump adesso, una campagna elettorale fatta tutta di superlativi assoluti. Miglioriamo! Ma come? Non ha importanza, l’importante è crederci. Mah…”

2. Elogio del pessimismo. La seconda intuizione viene a Burkeman dalle persone che si definiscono stoiche, che secondo lui si fanno dei film anche loro, ma di solito sono film incentrati sul caso in cui le cose andassero male. In questo modo – assicura – riesci a ragionare in maniera più pacata sul peggior scenario possibile. “Hai paura di fare una brutta figura in pubblico?”, chiede. La risposta lui ce l’ha: “Affrontala e falla, quella brutta figura!”. E lui l’ha fatto, rivela. La paura della figuraccia lo assillava, così una volta decide di prendere di petto quella paura. Sale sulla metro di Londra e, a ogni fermata, annuncia a voce alta il nome della stazione. “All’inizio – ricorda – è stato abbastanza terribile. Il cuore mi batteva all’impazzata e sentivo sudori freddi”. Poi, fermata dopo fermata, si rende conto che le persone a mala pena alzano gli occhi dal giornale o dal tablet che stanno leggendo. “Non c’è da preoccuparsi tanto di quello che pensano di voi – conclude – perché tutti sono talmente presi dalle loro preoccupazioni, che a mala pena si accorgono di quello che fate. E la paura crolla. Addirittura ti rendi conto che, quasi quasi, non stai neanche facendo una brutta figura, ma potresti sostenere che stai facendo qualcosa che è di aiuto agli altri passeggeri!”.

3. Male comune. In Massachusetts, Burkeman scopre che c’è un “Museo dei prodotti invenduti dei supermercati”. Una marea di prodotti falliti, a partire dalle uova sbattute da farsi in macchina e da mangiare con la cannuccia mentre si guida, per arrivare fino alla New Coke della Coca-Cola, che ha dovuto subito ritirarla perché tutti volevano quella vecchia e originale. “Non se ne parla mai – fa notare Burkeman – ma ci sono tantissimi prodotti falliti di aziende di gran successo”. Fallire, insomma, è facile e diffuso, ma non se ne parla mai perché è considerato quasi un tabù.

4. La morte esiste, viviamo! In Messico Burkeman scopre che la gente trascorre tempo sulle tombe dei propri cari. “Lo fanno così, semplicemente. Si trovano lì, mangiano, parlano”. E sottolinea che è importante reintrodurre il pensiero della morte nella realtà quotidiana. “La morte – dice – è la madre di tutte le nostre paure. Invece va pensata come quello che è, una cosa che accade e basta, non una paura così tremenda da non poterla nemmeno nominare”. A conferma della validità di questa idea, arriva un intervento dal pubblico di Ferrara. Nella platea del Teatro Nuovo prende parola una pedagogista che lavora con i bambini ricoverati in ospedale per malattie molto gravi. E racconta la sorpresa che ha avuto trovandosi davanti alla naturalezza assoluta con cui quei bambini accettano l’idea della morte, come qualcosa di possibile e ovvio. Ma anche il modo in cui poi, con altrettanta facilità, quei bambini sono pronti in ogni momento a giocare, ridere e interessarsi delle cose, perché sono molto presi da ogni istante del presente più che dall’idea di futuro.

5. Sogna e metti in pratica. Ancora dal pubblico la sollecitazione che porta al suggerimento conclusivo. Non è poi del tutto vero che bisogna sempre pensare negativo. Un partecipante all’incontro fa notare a Burkeman che avere un obiettivo o una mèta è una buona cosa, che il sogno e l’utopia sono belli, perché con quelli in testa puoi darti da fare per portare avanti le cose che servono a realizzarli. Il giornalista britannico-ricercatore di felicità ammette: “Sì, visualizzare le cose positive va bene, se lo fai per mettere a fuoco gli strumenti che ti possono portare a quel risultato. Più che visualizzare un gol, ad esempio, un calciatore deve visualizzare la buona falcata, lo scatto giusto; deve esercitarsi su quelli. Anche gli artisti, i creativi, i grandi romanzieri lo dicono. Più che l’ispirazione illuminante, conta la costanza, mettersi con determinazione a lavorare ogni giorno”. Dopo non importa se non fai sempre gol. Importa che te la giochi bene. Chi ascoltava Francesco De Gregori, del resto, lo sa: un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. E, se sbagli un calcio di rigore, ti ricordi che “non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”.

Festival di Internazionale è a Ferrara da venerdì 30 settembre a domenica 2 ottobre 2016 per la decima edizione.

INTERNAZIONALE
Acqua di Colonia, profumo di razzismo

– Tutta colpa del colonialismo!
– E che è?
– Boh!

In questo scambio di battute c’è l’essenza di “Acqua di colonia. Prima parte: zibaldino africano”, lo spettacolo di e con Elvira Frosini e Daniele Timpano, che venerdì sera ha chiuso al Teatro Comunale di Ferrara la prima giornata del Festival di Internazionale, giunto quest’anno alla sua decima edizione.
In questa anticipazione dello spettacolo che debutterà al Roma Europa Festival, Elvira e Daniele portano in scena alcune pagine poco conosciute della nostra storia italiana, vicende rimosse e negate che provengono da paesi lontani dell’Africa orientale, come Eritrea, Etiopia, Somalia e Libia, non solo negli anni dell’Impero fascista.
Proprio come nello Zibaldone, i due attori cercano di concentrare, con un escamotage metateatrale, una serie di spunti, associazioni di idee, nozioni, fatti, risultato di un lavoro di “riesumazione e scavo”, come lo hanno definito loro stessi nell’incontro con Igiaba Scego al termine dello spettacolo: una sorta di piccolo Bignami sulla storia razzista italiana e non solo.

Un momento dell'incontro al termine dello spettacolo
Un momento dell’incontro al termine dello spettacolo

Forse è la prima volta che si affronta questa pagina del passato nazionale a teatro: “Perché parlare di colonialismo oggi?”, chiede Igiaba agli autori. “Perché fa parte della nostra storia, ma è stato rimosso, messo sotto silenzio o narrato in modo riduttivo”, risponde Elvira alludendo alla persistente narrazione memoriale degli ‘italiani brava gente’. “Ci sembra che in un momento come questo, invece, il nostro paese debba guardare in faccia, affrontare questo periodo della sua storia, senza rimuoverlo”, conclude Elvira. Daniele dal canto suo aggiunge: “E’ come se i cinque anni del colonialismo fascista diventassero un capro espiatorio per tutto il resto”: l’Italia il proprio ‘posto al sole’ in Africa lo aveva cercato fin dal primo decennio del Novecento, con la prima campagna in Libia.
Nello “Zibaldino” però non c’è solo il passato: dalle canzonette di inizio secolo si passa a un pezzo del 2014 scaricato da internet e, come in uno specchio, gli stereotipi, i pregiudizi e quello che in fondo è un “sistema di pensiero generale” – afferma Elvira – si riflettono in scene di ordinaria quotidianità, affermazioni che chiunque di noi ha sentito al bar, per strada, sul treno o in tv.

Ad assistere a questo dialogo-brainstorming, un ospite silenzioso e immobile, che cambia a ogni replica, non è un attore/attrice professionista e non sa nulla dello spettacolo se non quello che gli/le rivelano Elvira e Daniele prima di entrare in scena. Per la serata ferrarese quest’ospite è stata una ragazza di colore, che al termine dello spettacolo ha confessato tutto il suo disagio nel non poter intervenire nel dialogo che si svolgeva intorno a lei senza che i due pensassero minimamente a coinvolgerla: “sentir dire cose negative, ma soprattutto cose positive su te stesso, senza poter controbattere, è stato molto fastidioso”. Elvira e Daniele hanno spiegato che non vogliono una morale per “Zibladino”, solo incrinare alcune certezze. E tuttavia, forse, un messaggio in fondo c’è: per parlare di colonialismo – italiano e non solo – non si dovrebbe parlare dell’Africa, ma con l’Africa.

DIARIO IN PUBBLICO
Ferrara, ovvero ‘Delle meraviglie’

Nel giorno clou di mille avvenimenti, la ‘MOSTRA’ (ovviamente d’Orlando) come ormai viene chiamata tutta in maiuscolo, il Premio Estense, la sagra dell’anguilla, la marcia contro i razzismi, è passato sotto silenzio un avvenimento memorabile: la conferenza di Gianni Clerici sul suo rapporto con Bassani; una conferenza che non poteva aver luogo se non alla Palazzina Marfisa organizzata dal glorioso Tennis Club che porta lo stesso nome.

Per fortuna il tam tam ha funzionato; si contavano tra le duecentocinquanta e le trecento persone in piena orgia di selfies. I ragazzi tennisti vestiti anni ’30 e le ragazze con gli abiti bianchi di Micòl accompagnano il grande scrittore. Appaiono le signore che hanno giocato a tennis con Bassani, leggermente fanées, ma sempre leggiadre. Alla fine del discorso interrotto da affettuosissimi applausi per la verve ed eleganza verbale del gran tennista-scrittore, ci rechiamo sui campi di terra rossa e leggiamo le poesie di Bassani affidate ai leggii di metallo al bordo dei campi. Clerici ci incanta con i ricordi legati all’amicizia con il grande scrittore ferrarese evocati con una leggerezza degna dell’insegnamento di Italo Calvino. Gioca con la smemoratezza, tutta letteraria ed ironica, della sua vita così sontuosamente divisa tra l’attrazione alla scrittura e il gesto e l’esercizio tennistici. Ricorda la sua partecipazione ai premi letterari come lo Strega presentato e sostenuto dai suoi amici Mario Soldati e Giorgio Bassani e si concede a foto di gruppo circondato dai giovinetti tennisti frastornati e ammirati da tanto onore. Accanto a me Daniele Ravenna ricorda la promessa del ministro Franceschini: quella di fare di quei campi un luogo inalienabile. Un museo dedicato a uno sport che in quegli spazi è diventato cultura, parte integrante della città: una memoria altrettanto importante di quella vista con gli occhi dell’Ariosto quando scriveva e che qui vedeva giostrare non con lance ma con racchette, tra gli altri, Giorgio Bassani, Michelangelo Antonioni cioè quegli autori-personaggio ormai imprescindibili dalla sostanza di una città: Ferrara e non ‘Ferara’. Alla fine minuti interi di applausi. Peccato che dell’amministrazione comunale non ci fosse traccia. Ma non si può avere tutto.

Nel frattempo, nel resto delle ore di una giornata così memorabile dove andare? A vedere le macchine d’epoca sul Listone o a immergersi tra i sapori e profumi degli stand culinari europei allestiti saggiamente al nuovo acquedotto, quindi nella zona GAD più infelice e pericolosa della città? Mi si dice che la ressa -per fortuna- è strepitosa. Nemmeno mi lascio tentare dalla distesa di piante fiorite che aspettano solo di essere comprate con il richiamo civettuolo del ‘prendimi! comprami!’.
No, per scelta annosa, alle prime e alle inaugurazioni, quindi niente Orlando o Premio Strega. Già fioccano i primi risentiti commenti sulle mie riserve della e sulla mostra orlandesca. Non è vero. Aspetto solo di vederla. D’altra parte la città è fatta così. Solo ciò che accade entro le mura è degno di essere ricordato come fatto memorabile. Ma la primazia non sempre è gesto di buon gusto intellettuale.

Il comitato per le celebrazioni dei 500 anni dalla pubblicazione dell’Orlando Furioso aveva indicato tre luoghi dove esse avrebbero avuto maggior risonanza: Ferrara, Villa d’Este a Tivoli, la Valtellina. Ecco le parole di Lina Bolzoni presidente del Comitato per le celebrazioni di Orlando 1516 nell’intervista concessa ad Anja Rossi del ‘Resto del Carlino’ il 23 aprile 2016:
“Di iniziative ce ne saranno molte. Ci può anticipare qualcosa? Oltre alla mostra di Palazzo dei Diamanti, pensata sull’immaginario di Ariosto al momento di scrivere l’Orlando Furioso, ce ne sarà un’altra altrettanto bella a Villa d’Este a Tivoli, incentrata sulla modernità dell’Ariosto e su come il poema ha influenzato scrittori e artisti successivamente. Quanto ai convegni, oltre uno a Ferrara in autunno, ce ne saranno molti altri: uno a Londra sulla fortuna del Furioso in Inghilterra, la settimana prossima alla British Academy, a New York sulla dimensione letteraria del poema, poi in California, Germania”.

Ma non sembra che a Ferrara la mostra di Tivoli o le manifestazioni in Valtellina possano interessare granché. Provvederemo con una trasferta ad hoc a Roma per vederla, pur inneggiando come ci si aspetta da un ferrarese alla strepitosa bellezza delle opere ospitate alla mostra dei Diamanti.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La buona scuola parla francese

Altro che buona scuola! Dobbiamo andare a lezione dai cugini francesi per imparare di cosa si dovrebbe ragionare quando si ha la pretesa di usare termini come buona scuola.
La conferma la fornisce in questi giorni un articolo apparso il 22 settembre sul Corriere della Sera. Najat Valaud-Belkacem, ministra dell’Educazione nazionale del governo Hollande, ha dichiarato che l’obbligo scolastico in Francia sarà innalzato dai sedici ai diciotto anni. Al momento è solo nel programma del Partito socialista francese, ma se Hollande sarà confermato alle presidenziali della prossima primavera sarà un atto del suo governo.
La questione riguarda anche casa nostra perché, mentre è in corso la sperimentazione del liceo quadriennale, sull’obbligo scolastico a diciotto anni è sceso il silenzio. Eppure lo stesso PD aveva presentato un emendamento alla legge di stabilità del governo Letta, nel novembre del 2013, per l’innalzamento dell’obbligo scolastico a diciotto anni a partire dal 2014.

I 212 commi della legge di riforma a tale proposito non dicono nulla. Ma evidentemente la Buona scuola del governo Renzi è figlia di scarse idee e di troppi compromessi, a partire dal Jobs act che prevede l’apprendistato dai quindici ai venticinque anni. Con l’innalzamento a diciotto anni dell’obbligo scolastico sarebbe impossibile ai quindicenni l’accesso al mondo del lavoro, per non parlare dei vari enti di formazione professionale che nel nostro paese prolificano sulle elevate percentuali di drop out scolastico.

Dai tempi della Moratti, ministro dell’istruzione nel 2004, è stata introdotta la farisaica dizione: “diritto/dovere all’istruzione per dodici anni, o almeno fino al conseguimento di una qualifica entro il 18° anno di età”. “Diritto/dovere” perché in tempi di neoliberalismo dilagante la parola obbligo fa troppa impressione, minaccia le libertà individuali e produce mal di pancia.

Intanto tra i paesi dell’Ocse restiamo all’ultimo posto per dispersione scolastica con il nostro 17% e con un ritardo di 16 anni rispetto alla Strategia di Lisbona, a cui l’Italia ha aderito, che già nel 2000 chiedeva, tra l’altro, di contenere l’abbandono precoce degli studi al di sotto del 10% e di portare almeno l’85% dei giovani al conseguimento di un diploma di scuola secondaria superiore. In tutti questi anni le ricerche dell’Ocse-PISA hanno dimostrato che i Paesi con i risultati formativi migliori sono quelli dove la durata dell’obbligo scolastico è più elevata. L’Italia continua ad occupare il fanalino di coda nelle statistiche internazionali.

I propositi della ministra francese toccano un altro nervo scoperto del nostro sistema formativo, quello della scuola dell’infanzia che, nonostante nel nostro paese sia frequentata ormai dal 97% dei bambini, non fa parte del sistema scolastico obbligatorio. Lo scorso week end la ministra francese ha scelto di svelare il suo piano con un twitter: «Proporrò di estendere l’obbligo scolastico dai 3 ai 18 anni».

In Italia siamo fermi e la buona scuola non promette nulla di buono, la crisi si fa sentire e sul terreno dell’istruzione picchia duro, i soldi per le riforme di cui avremmo bisogno non ci sono. Ce lo dice l’annuale rapporto dell’Ocse “Education at a Glance 2016”, se c’è una certezza è che il passato domina sulle nostre scuole con insegnanti vecchi e mal pagati, con le materie di sempre, con i compiti a casa che ancora non si sa se fanno bene o male, ma soprattutto con un taglio, tra il 2008 e il 2013, della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche del 14%, pari a quasi il doppio del calo del Pil nel periodo (-8%) e contro un calo inferiore al 2% per altri servizi pubblici.

INSOLITE NOTE
Il piccante blues dei Fratelli Tabasco

Inizia con un urlo da rocker “Radioactive mama”: una scarica di blues elettrico che apre “The Dock Dora Session”, l’album d’esordio dei Fratelli Tabasco.
Il disco è registrato in presa diretta dal vivo per riprodurre le atmosfere dei Juke Joint, conosciuti anche con il nome di Barrelhouse: locali gestiti soprattutto da afro-americani nel sud degli Stati Uniti, dove si suonava, ballava, beveva e giocava. I Juke Joint erano delle palestre di talenti, in cui i migliori bluesman si esibivano prima di diventare leggende.

La copertina di The Dock Dora Session
La copertina di The Dock Dora Session

I Fratelli Tabasco, amici e non parenti, si sono formati a Torino nel 2013, accomunati dalla passione per il blues, contaminato da influenze piccanti quali funky, rock, Louisiana, peperoncino, Mississippi e soul. Il nome del gruppo sintetizza il calore e l’origine della loro musica, senza tralasciare l’identità italiana.
I testi delle canzoni rappresentano i loro blues trascritti in musica: con l’aiuto di metafore, personaggi bizzarri e contesti surreali descrivono il nostro tempo, stimolando la sensibilità e le emozioni di loro stessi e di chi li ascolta. L’armonica di Boris, il cantante, evoca ricordi e realtà, suggestioni create dalla peculiarità di questo strumento, il più usato nel blues che, soffiando ed aspirando dallo stesso foro, produce due note diverse.
Nel 2015, i Fratelli Tabasco hanno vinto il concorso “Rocks the Docks”, il cui premio consisteva nella registrazione di un intero album nella zona Docks Dora a Torino, luogo storico per la città: i suoi club notturni negli anni Novanta hanno animato la scena musicale, diventando un punto di riferimento per la cultura underground della città.

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Blues d’attesa nel brano “Jack Knife”, voce e armonica dialogano in attesa di animarsi nel successivo “Blues on!” e nel rockeggiante “D.Q.T.H.L.”, da cui è stato tratto il video ufficiale.Il blues dei Fratelli Tabasco entra in circolo senza bisogno di molecole, wireless o pillole per la pressione sanguigna, come in “Up all night”, caratterizzato da uno splendido dialogo tra voce e organo Hammond, per non parlare di “Ask yourself”, dove l’armonica richiama un piccante e nutriente roadhouse blues.
“Same damned shame” è il titolo del primo singolo estratto dall’album, uno dei brani più coinvolgenti, servito con voce, chitarre, batteria e tanta grinta, diverso da “Boris’ Boogie”, dove il front man può liberamente sviscerare la sua anima blues.
La registrazione in diretta con il pubblico ricorda i vecchi dischi di blues a cui i fratelloni si ispirano. Non siamo sulla riva del Mississippi, ma su quella del Po’ torinese: un piccolo dettaglio che nulla toglie alla genuinità e alla qualità della loro musica, per non parlare della nostalgia che riempie le loro note blu.

I Fratelli Tabasco
I Fratelli Tabasco

I Fratelli Tabasco sono:

Boris Tabasco – Voce/Armonica.
Joele Tabasco – Chitarra.
Simone Tabasco – Batteria.
Lorenzo Tabasco – Tastiere.
Marco Tabasco – Basso

Guarda il video ufficiale di D.Q.T.H.L.

Il villaggio industriale di Crespi d’Adda e il capitalismo illuminato… che non c’è più

(Pubblicato il 16 maggio 2014)

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo / chi è veloce si fa male e finisce in ospedale / in ospedale non c’è posto e si può morire presto. / Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo / la salute non ha prezzo, quindi rallentare il ritmo / pausa pausa ritmo lento, pausa pausa ritmo lento / sempre fuori dal motore, vivere a rallentatore (…)

‘Lavorare con lentezza’, cantava Enzo Del Re negli anni ’70 del Novecento, quando buona parte del sistema produttivo-economico moderno aveva svelato la sua essenza, acuito problematiche insolute, mostrato i vantaggi e il prezzo da pagare per raggiungere lo sviluppo economico.

Sempre negli anni ’70 il regista Ermanno Olmi ambientò nella bassa bergamasca L’albero degli zoccoli, uno dei film più importanti del cinema italiano, vivido spaccato che raccontava, con la consueta cura a cui ci ha abituato l’autore, il mondo contadino italiano di fine Ottocento. Me ne parla con perizia la piacevole guida di questa giornata.

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I cancelli e l’entrata della fabbrica dei Crespi sull’Adda

Penso a questi due autori, dopo aver visitato il villaggio industriale di Crespi d’Adda, dal 1995 ritenuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco, testimonianza di una delle poche esperienze di capitalismo illuminato agli albori della rivoluzione industriale italiana. Una sorta di città “perfetta”, progettata dall’architetto Ernesto Pirovano, edificata affinché i numerosi operai delle cotoniere Crespi, installate sull’Adda dal 1878 dall’omonima famiglia originaria di Busto Arsizio, avessero le condizioni di vita ideali per dare il meglio sul posto di lavoro.

Mi inoltro nell’ordinato e geometrico villaggio, alla mia sinistra la chiesa, la scuola, e il busto del vecchio fondatore Cristoforo Benigno Crespi. Al di là della strada iniziano le graziose casette operaie disegnate sullo stile di quelle inglesi dell’epoca, con giardino, orto e una piccola staccionata ricavata dall’incrocio di vecchie cinghie, scarti del materiale industriale. La staccionata, volutamente bassa, non doveva rappresentare una barriera, la socialità era elemento significativo del villaggio e veniva favorita in ogni modo.

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La scuola di Crespi, affidata a una direttrice che reclutava i maestri e dirigeva l’istituto

Gli operai disponevano gratuitamente di case con servizi, docce calde in comune, una piscina, assistenza sanitaria, borse di studio, scuole gratuite fin dall’asilo nido, chiesa e addirittura di un loculo nel cimitero, costruito alla fine dell’agglomerato per simboleggiare la tappa finale dell’esistenza. All’interno del villaggio, per compensare le tante ore passate nell’ambiente caldo-umido, rumorosissimo e insalubre delle cotoniere, veniva incoraggiato lo sport, la vita all’aria aperta, il contatto con la natura e con la terra.

Lo scopo di questo paternalismo industriale, lungi dall’essere una copia degli arditi esperimenti di Robert Owen – padre del socialismo utopistico della prima parte dell’800 – piuttosto costituiva l’essenza dell’imprenditoria liberale moderna: ottenere prestazioni lavorative qualitativamente migliori, più competitività sul mercato, raggiungere maggiore profitto.

I piani del patron Benigno furono portati avanti dal giovane e promettente Silvio, ma al di là della buona volontà, le continue crisi del settore tessile a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 del ’900, portarono la famiglia a rinunciare alla fabbrica e al villaggio.

Oggi, con un po’ di fortuna e con l’impegno di alcune associazioni ambientaliste del posto, si è riusciti a preservare il progetto originario dei Crespi, salvando l’area da numerose mire volte all’espansionismo edilizio. Il villaggio è stato costruito in circa cinquant’anni, dal 1878 al 1930, pur rimanendo incompleto rispetto al progetto finale della famiglia per via della cessione.

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Il simbolo che riecheggia più spesso nel villaggio Crespi, rappresenta la città ideale

Simbolo del luogo è una stella a otto punte formate dall’intersecarsi di due quadrati che al centro presentano un cerchio. Molti rosoni riportano questo stemma in maniera quasi ossessiva, denotando così qualcosa di più che un semplice ornamento estetico.

Nella fortunata storia del capitalismo all’italiana, di sicuro i Crespi incarnano l’eccezione. La loro esperienza nel tempo mi porta a pensare alla grande personalità di un altro uomo di industria: quell’Adriano Olivetti che alla metà del ’900 riprese e portò avanti in termini più radicali la missione del capitalismo illuminato dei Crespi. Egli rappresenterà la versione progressista e democratica dell’industria nostrana. Purtroppo, rimangono esempi quasi del tutto isolati per ciò che riguarda il grande capitalismo del Belpaese.

Adriano Olivetti che, stando a quanto testimonia Natalia Ginzburg in Lessico famigliare, ebbe parte attiva nell’organizzare la fuga all’estero del leader socialista Filippo Turati durante il fascismo. Oppure solo per citare i ricordi di uno dei suoi ultimi collaboratori, Furio Colombo, Olivetti che considerava l’ imprenditoria quale missione per portare benessere alla comunità in termini di ricchezza, cultura, democrazia.

Tra le intuizioni più importanti dell’ingegnere vi era il progetto di sposare cultura tecnico-ingegneristica e umanistica, di portare nella fabbrica musica, arte, letteratura, dibattiti; ragioni che lo porteranno a fondare la casa editrice Edizioni di comunità e ad assumere svariati intellettuali del calibro di Leonardo Sinisgalli, il poeta ingegnere, oppure Franco Fortini, addetto alle pubblicazioni aziendali, Giovanni Giudici alla biblioteca aziendale, Paolo Volponi ai servizi sociali per l’impresa.

Di fronte a esperienze di tale levatura, diventa inevitabile guardare con rimpianto alle condizioni attuali del panorama industriale italiano. Rimane la tentazione di cercare degli eredi, ma pure la paura di scoprirsi ogni anno un po’ più orfani di quello precedente.

Questi sono i tempi moderni dei Tanzi e dei Marchionne, della concretezza a scapito degli ideali, gli anni della finanza creativa, quelli della razionalità spietata, che non crede alle utopie e che i propri errori – la mancanza di coraggio, lungimiranza e capacità – li trasforma in titoli tossici, in delocalizzazione, finendo per addebitare il proprio conto sulle generazioni future.

dal blog di Sandro Abruzzese “Racconti viandanti” [vedi]

Le relazioni intangibili e l’eclissi delle emozioni

(Pubblicato il 5 maggio 2014)

Nella primavera del 2011, mentre frequentavo il quinto anno del liceo scentifico, una troupe delle Iene (il noto programma di Italia 1) venne nel mio liceo per condurre un esperimento. La mia classe fu scelta dal preside come la più adatta ad essere sottoposta a questa valutazione. Dopo un’ora di domande relative all’uso dei telefoni cellulari e di Internet, la iena Enrico Lucci chiese chi sarebbe stato disposto a rinunciare per due settimane a questi strumenti. Solo in 7 su 26 accettammo. Avevo deciso di mettermi alla prova.
Ci ritirarono i cellulari, che vennero consegnati al notaio presente in aula, chiusero temporaneamente i nostri account di Facebook e ci vietarono l’ascolto di musica ad alto volume (non potevamo usare l’i-pod), e di conseguenza anche le serate in discoteca.
All’inizio e alla fine delle due settimane fummo sottoposti a valutazioni psicometriche e psicofisiologiche. Uno psicologo ci pose diverse domande che vennero registrate da uno strumento simile alla macchina della verità, per classificare le variazioni emotive. In ospedale un otorinolaringoiatra ci fece fare prima un normale test dell’udito, poi un esame di psicoacustica per vedere come fosse cambiata la nostra percezione del suono dopo le due settimane di “astinenza”. I risultati mostrarono solo esiti positivi: il nostro umore era migliorato, come anche la nostra capacità di concentrazione; eravamo meno stressati e la nostra soglia di sopportazione del rumore si era notevolmente abbassata.

Oggi non solo abusiamo di tutti questi nuovi dispositivi, ma impariamo ad utilizzarli nella più tenera età. È impressionante vedere bambini di 2-3 anni che sanno usare l’ipad e questo grazie (leggi “per colpa”) dei genitori, che danno ai figli il proprio tablet affinché stiano tranquilli. Quando avevo la loro età e andavo al ristorante con i miei genitori portavo sempre con me un album da disegno e pastelli colorati. Le femmine avevano le bambole, i maschi le macchinine, ora invece è come se Internet stesse cancellando tutta la genuinità e l’ingenuità dell’infanzia. È la comunicazione che sta cambiando. Prima ci si guardava negli occhi e ci si parlava faccia-a-faccia, adesso invece ci si osserva attraverso uno schermo e la voce viene filtrata da un microfono. È una comunicazione spersonalizzata… selfie, like, file sharing, re-tweet, ashtags… che mondo è questo? Un mondo nuovo, un mondo che cresce e corre alla velocità della luce. Un mondo che ci connette con i miliardi di altre persone che lo abitano.
Oggi viviamo online e anche se abbiamo la possibilità di “contattare” milioni di persone, siamo molto più soli di una volta. Amicizie su Facebook, follower su Instagram, commenti e like di persone sconosciute: questi non sono legami reali, concreti. Si parla di “mondo virtuale” perché oggi tutto è astratto, immateriale. Eppure ciascuno di noi sembra aver bisogno di questa intangibilità, e i giovani più di chiunque altro.
La tecnologia ha sicuramente migliorato molti campi della comunicazione: attraverso programmi come Skype possiamo parlare e addirittura vedere persone, con cui abbiamo rapporti sentimentali, affettivi o lavorativi, che vivono dalla parte opposta del pianeta. Ma allora perché i nostri genitori, che sanno cosa significa vivere senza un telefono cellulare e sicuramente senza le miriadi di piattaforme multimediali oggi esistenti, dicono che si stava meglio 50 anni fa? Oggi non si conosce più l’attesa, tutto è istantaneo. Le chiamate dai telefoni fissi? Ridotte all’osso; le lettere? Inesistenti. Ho chiesto ad alcune adolescenti perché non chiamino anziché mandare migliaia di messaggi al giorno, mi hanno risposto: “Non mi piacciono le telefonate, mi annoiano e la mia voce non è bella al telefono”. Impersonalità: questa la parola che mi viene in mente per descrivere questo nuovo mondo, che è il nostro mondo.
Ho 21 anni, uno smartphone, sono iscritta a più di un social network, e come ogni mio coetaneo non sono immune da questa realtà. Ma so cosa vuol dire scrivere una lettera e aspettarne una in risposta, controllare ogni giorno la buchetta postale, assaporando l’ansia e il fremito dell’attesa. So cosa vuol dire stare ore al telefono, sentire la voce di chi sta al capo opposto del filo, percepire i pensieri e le emozioni dell’altro, dedurli da una pausa, un sussurro, un sospiro. La mia paura è che questa nuova realtà, questo mondo in cui si teme il confronto diretto, possa creare solo generazioni progressivamente immuni alle emozioni.

Un miliardo di tonnellate di gas serra in più ogni anno. O si cambia o è catastrofe

(Pubblicato il 18 aprile 2014)

Ogni anno immettiamo nell’atmosfera un miliardo di tonnellate di gas serra in più rispetto all’anno prima. E tra il 2000 e il 2010, le emissioni sono aumentate più rapidamente rispetto ai tre decenni precedenti. I dati sono contenuti nel “Quinto rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico” (Ipcc), un foro scientifico che ha lo scopo di studiare il surriscaldamento globale. Domenica 13 aprile, a Berlino, è stato presentato il loro studio.
Secondo uno dei tre copresidenti del gruppo di lavoro, il tedesco Ottmar Edenhofer, “per evitare pericolose interferenze con il sistema climatico occorre smettere di avere un atteggiamento di sottovalutazione” e agire in fretta. Per invertire la rotta del riscaldamento globale, è necessario diminuire l’utilizzo dei combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale) e puntare sulle energie rinnovabili. Per contenere l’aumento della temperatura globale entro i due gradi, il massimo considerato sostenibile, le emissioni dovrebbero essere ridotte da qui al 2050 tra il 40% e il 70%, con un impegno ad arrivare a un valore prossimo allo zero entro la fine del secolo.
Il carbone, che produce oggi il 39% dell’energia elettrica mondiale, è considerato il principale responsabile dell’accumulo di gas tossici nell’atmosfera; per questo motivo si punta a una sua progressiva riduzione a favore del gas. Questo in vista di un auspicabile abbandono, o comunque ridimensionamento, dell’uso dei combustibili fossili a favore delle rinnovabili, considerate “pulite” e inesauribili. Se l’allarme degli scienziati non sarà ascoltato, entro il 2100 le temperature medie globali aumenteranno fra i 3,7 e i 4,8 gradi, e lo scenario di una catastrofe climatica potrebbe essere a questo punto realistico e irreversibile.
Sergio Castellari, delegato del governo italiano all’Ipcc, ha spiegato che l’Italia e l’Unione Europea sono tra le realtà “più avanzate” al mondo nella lotta al surriscaldamento globale, e ha aggiunto che il nostro paese “segue le direttive europee sul 20-20-20”, ossia ridurre del 20% le emissioni di gas serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo da fonti rinnovabili entro il 2020.
Passando a quelli che sono considerati i paesi meno virtuosi nel campo delle emissioni, si punta il dito verso i paesi emergenti, primo tra tutti la Cina, che sta vivendo un vero e proprio boom economico. Mentre i paesi occidentali, di antica industrializzazione, hanno da tempo avviato un processo di riduzione delle sostanze inquinanti rilasciate nell’atmosfera, la Cina cresce e consuma energia elettrica a ritmi molto elevati, con un impatto molto alto sull’ambiente. Nel 2011 è stato il primo produttore mondiale di Co2, con oltre il 26% del totale delle emissioni.
In parte la diminuzione delle emissioni inquinanti in occidente può essere ricondotta alla crisi economica globale, che ha avuto ripercussioni negative sulla produzione industriale (e quindi sul consumo di energia in generale) e in parte al fatto che molte industrie europee e americane hanno spostato gran parte delle loro produzioni in Cina, che quindi produce e inquina per conto di altri. Se si considera invece il livello di emissioni pro capite, scopriamo che la Cina ne emette appena un quarto rispetto a quelle degli americani e un terzo rispetto agli europei. Nel Paese asiatico vivono oltre un miliardo e 300mila persone, ma i consumi di queste sono molto inferiori ai nostri, e sono 700 milioni i cinesi che abitano nelle regioni rurali e che vivono con meno di tre dollari al giorno.
Ma anche in Europa c’è chi inquina e si oppone al taglio delle emissioni di gas serra. È la Polonia, la cui economia cresce a un ritmo del 2% annuo, e che continua a fare affidamento sulle proprie superinquinanti centrali a carbone, infischiandosene di ogni normativa europea. Secondo alcuni dati presentati da Greenpeace, nel 2013 la combustione del carbone nell’Ue ha provocato 22.300 morti premature, più di 5 mila solo in Polonia, dove si è registrato il dato più alto.
Secondo Andrea Boraschi, responsabile della campagna “Energia e clima” di Greenpeace Italia, “il carbone è una delle principali cause di avvelenamento dell’aria. Per salvare i nostri polmoni dobbiamo mettere fine all’era del carbone e avviare una radicale rivoluzione energetica”. La soluzione più logica sembrerebbe quella delle energie rinnovabili, anche se queste non sono ancora sfruttate su una scala sufficientemente ampia, a causa di incerte politiche ambientali e dei costi piuttosto alti, pur in diminuzione.

IL CASO
La vita sotto un treno e la gioia dei vigliacchi

81.304 letture al 27 agosto 2016 (Pubblicato l’11 gennaio 2016)

di Ruggero Veronese

Sono le 8,05 in stazione, a Ferrara. Una cinquantina tra viaggiatori e pendolari se ne stanno fermi e infreddoliti sulla banchina ad aspettare il proprio treno, in quello che sembra un normalissimo sabato di inizio gennaio. In lontananza si sente il fischio del Freccia Argento che sfreccia da Venezia a Lecce, pronto a oltrepassare in pochi secondi la città. C’è chi fa qualche passo indietro per non essere sballottato dallo spostamento d’aria e chi continua a leggere il giornale senza badare al resto. Come ogni mattina.
Poi succede qualcosa.
Un ragazzo di colore prende lo slancio e si lancia contro il treno in corsa. Vuole farla finita.

L’impatto è devastante: il ragazzo morirà pochi minuti dopo, appena arrivato all’ospedale di Cona dopo la corsa disperata dell’ambulanza.
Aveva 28 anni, era nigeriano: questo è quello che sappiamo di lui. Non c’è altro.
Sappiamo solamente che sabato mattina, alle 8,07,un ragazzo di 28 anni ha scelto di morire lanciandosi contro 450 tonnellate di acciaio lanciate a 200 km orari. E che non ci potrà mai raccontare chi era, cosa faceva o il perchè del suo gesto.

È per questo, sapete, che sto così male quando leggo le reazioni a questa notizia. Perché noi non sappiamo niente, assolutamente niente su quella vita che ha cessato di esistere. Eppure non sembrano pensarla così decine, forse centinaia di miei concittadini che hanno festeggiato più il suicidio di uno sconosciuto che la vittoria in trasferta della Spal.
E vorrei dire chiaramente quello che penso: alcuni commenti comparsi sui social network o giunti (e censurati) sulle testate ferraresi non sono nemmeno degni di essere definiti umani. Eccone alcuni esempi:
– “e parte subito il brindisi” (taggando gli amici)
– “Posso unirmi ai festeggiamenti?” (con replica: “più siamo e più ci divertiamo”)
– “Speriamo sia un negro di merda”. (poi, dopo aver letto l’articolo) “Siiiii un mardar in meno… alti i bicchieri”
– “I negri ormai ci hanno costretto a guardarci sempre intorno! Uno in meno non guasta”
– “Una buona scelta”
– “C’è gente che non è proprio tanto coerente… quando si parla di questi individui che buttano il cibo che gli viene dato che gli danno alloggi cellulari e soldi tutti a criticare di mandarli via etc… una volta tanto che uno decide di togliersi dai maroni spontaneamente tutti a dire poverino… ma poverino cosa?? Troppi falsi moralisti…”

C’è anche chi chiede di interrompere i festeggiamenti ma il suo ‘ragionamento’ è sorprendente: il dramma non è la morte di una persona, ma il ritardo e il disagio per i viaggiatori: “Visioni orribili per chi assiste, decine di persone che vengono coinvolte per venire sulla scena, per ripulire, enormi disagi per chi viaggia verso Lecce, messaggi impliciti connessi a un episodio del genere. Penserei a questo prima di dire che è “meglio così””.

Verrebbe quasi voglia di scrivere i nomi degli autori di messaggi come questi, perché se non faranno mai i conti con la propria morale almeno li dovrebbero fare con quella del prossimo. Ma per ovvie ragioni di privacy resteranno anonimi e nascosti a gioire della morte altrui. Dei vigliacchi sono e dei vigliacchi resteranno.
Eppure me le ricordo tutte quante le loro facce, tutte sorridenti nelle loro piccole foto accanto ai loro piccoli commenti razzisti. Vedo ragazzi che brindano con gli spritz nei locali notturni e ragazzine che fanno la bocca da papera mentre si scattano i selfie con gli iPhone, così come vedo professionisti in giacca e cravatta dallo sguardo cordiale e madri di famiglia che si fanno fotografare mentre abbracciano teneramente i figli. Gente che evidentemente ce li avrà anche dei sentimenti, laggiù da qualche parte, ma che nonostante questo passa il sabato a brindare “alla morte del negro”. E non riesco a capirne la ragione.

Tutto questo è orribile. Io ci ho messo un po’ ad abituarmi all’indifferenza di fronte alla morte – perché in questo lavoro a volte bisogna diventare anche un po’ così – ma la gioia no, quella mai. Quella non può avere alcun senso, funzione, giustificazione o utilità. E mi fa tremendamente paura.

Allora mentre si avvicina questo terribile scontro di civiltà che ci avvelena i cuori – contro l’islamismo, contro i migranti, contro la Cina, contro il mondo intero -, continuo a chiedermi se non stiamo forse gettando alle ortiche quei valori che probabilmente ci rendevano per davvero un posto migliore, in questo mondo allo sbando. Che senso ha lottare per i valori dell’Illuminismo quando siamo i primi a dimenticarli? Che senso ha scontrarsi contro i musulmani se non sappiamo neanche più cosa vuol dire essere cristiani? Non vi rendete conto che oltre a difendere la vostra cultura e la vostra religione dagli attacchi esterni le dovete difendere anche da voi stessi? Dalla vostra egoistica tentazione di trasformarle in una semplice scelta di casacca, in un tifo da stadio svuotato da ogni concetto o insegnamento?

Ieri un ragazzo di 28 anni è morto, e la morte non si festeggia: questo è quello che sappiamo.
Su tutto il resto, come direbbe Wittgenstein, si può solo tacere. E qualcuno dovrebbe farlo per davvero.

 

L’OPINIONE
Semplificazione, rimedio per molti nostri mali

18.590 letture al 27 agosto 2016 (Pubblicato il 1 ottobre 2014)

In tempi di confusione, cosa c’è di meglio che mettere un po’ d’ordine?
Intendiamoci, non l’ordine di infausta e terribile memoria, ma quello che potrebbe garantirci un po’ più di serena convivenza e un miglior funzionamento dello Stato. Come? Attraverso regole nuove, duttili, intelligenti. Comprese e condivise.
Questa almeno è la tesi di Cass Sunstein, giurista – insegna Diritto all’Harvard Law School, negli Usa – e “studioso della razionalità e dell’irrazionalità dei nostri comportamenti economici” recita il risvolto di copertina del suo ultimo libro, “Semplice”, edito quest’anno in Italia da Feltrinelli.
Sunstein ha diretto, su incarico di Barack Obama, l’Office of Information and Regulation Affair (Oira) per ripensare radicalmente il modello di governo su cui si reggono gli Usa.
Compito immane, tutt’altro che concluso. Tuttavia, il libro narra l’esperienza di tre anni, dal 2009 al 2012, di Sunstein alla guida di questo ufficio, creato nel 1980, e dei notevoli passi avanti percorsi nel semplificare leggi e regolamenti in molti campi della vita civile: dalla sicurezza nazionale alla stabilità finanziaria, dalla discriminazione sessuale all’assistenza sanitaria, all’energia, all’agricoltura alla sicurezza alimentare e in altri ancora. Insomma, un ufficio potente, senza il cui nulla osta nessuna importante regolamentazione può essere rilasciata dall’amministrazione americana.
L’Oira – che non lavora in solitudine, ma al servizio del presidente e in stretta collaborazione con il suo ufficio esecutivo – ha supervisionato 2 mila regole emanate dalle agenzie federali ed ha introdotto una notevole quantità di norme e regole che, afferma Sunstein, hanno salvato migliaia di vite e prodotto notevoli benefici economici: dal 20 gennaio 2009 al 30 settembre 2011, ben 91, 3 miliardi di dollari Tutto questo perché, prima di emanare i provvedimenti, ci si è posti qualche domanda essenziale: se la gente li capisce, come farli conoscere all’opinione pubblica, quanto costa applicarli, quante persone potranno trarne vantaggio e così via.
Introdurre regole nuove e semplificatrici potrebbe far bene alla realtà italiana? Certamente. Le leggi da noi sono troppe e scritte spesso in modo incomprensibile, le norme attuative sono lunghe, noiose e difficili da applicare; i procedimenti amministrativi sono viziati da ripetitività, sovrapposizioni, lungaggini, complicanze di vario genere, la nostra burocrazia è tra le peggiori del mondo, per non parlare della corruzione e dell’illegalità che si manifestano ovunque.
Se la memoria non mi inganna sono stati pochi i tentativi importanti di semplificazione legislativa. Ricordo ad esempio il dizionario che rendeva più comprensibile il burocratese della pubblica amministrazione, voluto dal ministro Cassese. L’introduzione delle autocertificazioni e della firma digitale, l’informatizzazione di alcuni procedimenti, la stagione delle liberalizzazioni hanno rappresentato alcuni passi in avanti.
Ma una vera e propria rivoluzione non è avvenuta: soprattutto, quel che manca nel nostro Paese è la propensione mentale a rendere più semplici le basi della convivenza e del rapporto tra il cittadino e lo Stato. Aggiungiamo l’ostinato rifiuto di molti a rispettare le regole, ed ecco perché continuiamo a farci del male.

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Trivelle e terremoti: relazioni dubbie, previsioni incerte. Ma la prevenzione è possibile e doverosa

(Pubblicato il 17 aprile 2014)

“Considerando l’attività nei campi di Cavone e Casaglia, le caratteristiche geologico-strutturali e la storia sismica della zona, la commissione ritiene che sia molto improbabile che la sequenza sismica dell’Emilia possa essere stata indotta (cioè provocata completamente dalle attività antropiche)”. E’ uno stralcio del rapporto Ichese, del quale si è fatto un gran parlare in questi giorni.
Però, qualche pagina più avanti, nelle conclusioni, si legge anche: “Lo studio effettuato non ha trovato evidenze che possano associare la sequenze sismica del maggio 2012 in Emilia alle attività operative svolte nei campi di Spilamberto, Recovato, Minerbio e Casaglia, mentre non può essere escluso che le attività effettuate nella concessione di Mirandola abbiano potuto contribuire a innescare la sequenza”. Dunque, nello specifico caso di Mirandola, non si esclude che la trivellazione del sottosuolo abbia potuto concorrere a causare il rovinoso terremoto che due anni fa ha sconvolto l’Emilia. E anche laddove (Cavone e Casaglia) si giudicano “improbabili” le connessioni, la formula utilizzata è di grande cautela: è infatti esplicitato che il termine “indotta” – riferito alla sequenza sismica – deve essere inteso come “provocata completamente”. Perciò nemmeno in quei casi si può escludere l’attività estrattiva come concausa.

Al riguardo sono necessarie alcune puntualizzazione e alcune riflessioni. L’interesse sul fronte politico, ecologista e sociale si è recentemente concentrato sulle cause del terremoto che ha scosso l’Emilia-Romagna nel maggio 2012. Un articolo, pubblicato nella rivista Science l’11 aprile (Edwin Cartlidge, 2014), ha anticipato di qualche giorno la divulgazione del rapporto Ichese (International commission on hydrocarbon exploration and seismicity in the Emilia region). La commissione, istituita alla fine del 2012 su richiesta del commissario per la ricostruzione post-sisma Vasco Errani per verificare le possibili relazioni fra la produzione di idrocarburi e i terremoti avvenuti nel maggio 2012, è costituita da tre scienziati stranieri (il coordinatore Peter Styles, professore di Geofisica applicata alla Keele University, Ernest Huenges, Stanislaw Lasocki), due scienziati italiani (Paolo Gasparini, Paolo Scandone) e da Franco Terlizzese, ingegnere della direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del ministero dello Sviluppo economico.

La commissione Ichese, sulla base di considerazioni sismo-tettoniche, ha analizzato un’area per un’estensione di circa quattromila chilometri quadrati sulla quale ricadono tre licenze di esplorazione del sottosuolo (Mirandola, Spilamberto, Recovato). Sono state prese in esame anche due aree limitrofe: il “serbatoio di Minerbio” e il campo geotermico di Casaglia nel comune di Ferrara. L’articolo di Science aveva già riportato in anteprima parte delle conclusioni della commissione, ma non presenta dati scientifici né discute quelli pubblicati nel rapporto Ichese. L’articolo è fondamentalmente di divulgazione scientifica. Il rapporto Ichese presenta invece il quadro geologico dell’area esaminata, i dati sismici e la discussione di questi. Le conclusioni dell’analisi scientifica sono presentate a punti e caratterizzate dall’aggettivo “improbabile” (“molto improbabile”, “estremamente improbabile”).

L’improbabilità (ridotta possibilità, scarsa probabilità che qualcosa ha di accadere) è un fattore sempre presente nelle scienze. L’improbabilità ha profondi aspetti epistemologici con il “Principio di indeterminazione” di Heisenberg. Le scienze sono consapevoli dell’impossibilità di pervenire ad una conoscenza della realtà fisica completa, pienamente deterministica. Nessun medico ci potrà mai assicurare che prendendo i farmaci prescritti il tumore scomparirà, per sempre. Nessun economista ci assicura un guadagno del dieci percento acquistando le azioni di quella società. Questa improbabilità è presente anche in filosofia, statistica, economia, finanza, psicologia, sociologia ed ingegneria. Se sappiamo che le scienze sono indeterminate, perché abbiamo la necessità di volere a tutti i costi risposte certe? Come possiamo pretendere di prevedere i terremoti? Perché continuiamo a cercare il probabile nell’improbabile? Perché ci ostiniamo a discutere dati scientifici invece di capire perché molti edifici di nuova realizzazione non hanno resistito alle scosse sismiche?

Ciò che è lecito desiderare e razionale domandare è che le scuole dove vivono i nostri giovani e così gli ospedali dove soggiornano i nostri familiari siano costruiti con tecniche anti-sismiche. Ed è doveroso che la nostra storia incorporata nel patrimonio architettonico ed ambientale venga salvaguardata dalla tecnologia anti-sismica.

Auspico che i politici prendano posizioni forti quali “cancellazione degli abusi edilizi in zone sismiche”, “no agli edifici pubblici costruiti senza seguire le norme sismiche“, “sì alla messa in sicurezza degli edifici storici e monumentali”, “no alla segretezza tecnologica delle attività delle grandi industrie (chimica, metallurgia, energia nucleare)”.

Suggerisco un principio di determinazione: preveniamo i danni alle persone senza farci condizionare dell’impossibile previsione dei terremoti.

NOTA A MARGINE
Prendersi cura del creato, tra preoccupazione e speranza

(Pubblicato il 26 giugno 2015)

Chapeau agli istituti Gramsci e di Storia contemporanea di Ferrara per l’incontro di martedì 23 giugno dedicato all’enciclica di papa Francesco “Laudato si’ sulla cura della casa comune”, che porta la data del 24 maggio scorso.
Intense e profonde le riflessioni di Piero Stefani e Massimo Faggioli, cui va il merito di essere andati dentro il testo con competenza chirurgica.
Sta diventando una piacevole consuetudine quella dei due istituti ferraresi diretti da Fiorenzo Baratelli e Anna Quarzi, che stanno regalando a Ferrara momenti d’inusuale intensità e libertà, per essere realtà laiche, su temi e aspetti di carattere ecclesiale. Singolare l’appello in chiusura lanciato dallo stesso Baratelli alle parrocchie con vero fare pastorale e interessante la presenza nella strapiena sala del convento del Corpus Domini in città, di sacerdoti diocesani che hanno assistito all’incontro senza perdersi una virgola.
Non pretendo di mettere in fila i numerosi temi messi in luce, tante sono state le tastiere culturali (biblica, filosofica, storica, letteraria, teologica), tutte giocate con alta abilità solistica dai due studiosi ferraresi. Solo qualche personale, del tutto parziale, sottolineatura. È stato posto in evidenza il carattere non propriamente organico del testo, evidentemente risultato di diverse mani, ma una prima cosa che colpisce, almeno me, è una sensazione di particolare allarme e preoccupazione che papa Francesco trasmette sulle condizioni del creato.
L’autorevole indice è puntato su un sistema di sviluppo più volte chiamato “tecnoscienza” o “tecno-economico” e pressoché costantemente definito “irresponsabile”. Il termine ricorre ben sette volte nell’enciclica e sempre accostato al modello di crescita partorito dal ventre occidentale. Avrebbe potuto chiamarlo “sistema capitalistico”, se l’espressione non risentisse troppo di echi marxiani, con tutti i rischi del caso. Un paradigma dal quale secondo il pontefice occorre fuoriuscire prima che sia troppo tardi, perché il pianeta non potrà reggere a lungo gli attuali ritmi di sfruttamento delle risorse, i livelli di spreco e consumo compulsivo che sta generando e le drammatiche conseguenze che scarica sull’ambiente e, soprattutto, sugli esclusi, i poveri, gli ultimi.
L’ancoraggio filosofico di tale risoluta analisi è al pensiero di Romano Guardini in “La fine dell’epoca moderna” (1950), cui spesso seguono citazioni di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, verificabili nell’apparato delle note. L’impressione, come spiegato bene dai due studiosi ferraresi, è che il post-ideologico papa argentino si collochi nel solco di un pensiero magisteriale sostanzialmente negativo, o comunque fortemente critico, verso la modernità. Non nel senso che Francesco non parli di cose attuali, o non sia sufficientemente sintonizzato con i nodi cruciali del tempo presente, come hanno puntualizzato alcuni interventi durante il dibattito, ma perché l’impostazione e il portato essenziale della sua analisi lo conducono alla stessa severità di analisi e giudizio, quasi senza appello, dei suoi due predecessori.
Ne deriva un elemento di forte preoccupazione, angoscia e monito, che, di fatto, fa da contrappunto allo slancio di gioia e speranza che pure è presente nella sua predicazione (Evangelii Gaudium) e nella stessa enciclica. Una ferma opposizione verso una modernità del cuore vuoto della persona (“Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini”, n. 203), che si spinge fino a contemplare esiti di “decrescita”, perché si possa crescere in modo sano in altre parti del mondo (n. 193).
Non è forse la riproposizione del modello della “decrescita” un rientrare nel campo dell’ideologia da parte di un papa che ne pretende la definitiva fuoriuscita? La cifra di questo dilemma l’ha resa in particolare Faggioli. Le reazioni statunitensi al documento non sono state delle migliori e il prossimo viaggio a settembre di Bergoglio negli Usa potrebbe rivelarsi un problema.
Contrariamente alle apparenze, le critiche non vengono solo dal versante repubblicano, dalla destra, da teocon e tea party, ma più trasversalmente da una società che considera il proprio modello di sviluppo come espressione della cultura del “self made man”. Un sistema in buona parte riconducibile in radice sul doppio significato del termine tedesco “beruf” (lavoro-vocazione) che, si potrebbe dire weberianamente, sorregge eticamente (l’ascesi intramondana protestante) lo spirito del capitalismo.
In questo senso si apre una forbice fra l’impostazione-soluzione radicale di papa Francesco (non c’è altra strada che la fuoriuscita, prima possibile, dal modello della tecnoscienza) e le (eventuali?) soluzioni economiche, scientifiche, tecniche e politiche, per uno sviluppo più equo e sostenibile, in ottica certamente disintossicata dalla fiducia nell’inarrestabile linea retta del progresso.
In sostanza la domanda è: c’è ancora spazio per la razionalità (ecco la modernità) in tutto questo, o c’è solo il postmoderno lavoro della religione e della spiritualità, per quanto francescana, verso un’inversione di 180 gradi degli stili di vita? Del resto lo stesso Jürgen Habermas, da sinistra, scrisse già anni fa che fra i sistemi economici nessuno come quello occidentale ha prodotto ricchezza e benessere su così vaste dimensioni e fra gli esperti non c’è unanimità sulle valutazioni effettivamente positive della decrescita. Vengono in mente anche le parole di Edmondo Berselli nel suo libro postumo “L’economia giusta” (2010), il quale ricordava che alle nostre spalle c’è un passato di redistribuzione e di correzione delle ingiustizie firmato dalle migliori tradizioni di pensiero delle democrazie cristiane e delle socialdemocrazie europee. Su quanto di quel pensiero sia rimasto sulla carta è lecito discutere, ma rimane che quella elaborazione è parte importante della cultura continentale.
Un ultimo cenno merita la riflessione sui poveri, retrocessi nella storia, almeno recente, del magistero papale, da potenziale soggetto storico di riscatto sociale a semplice termometro dei disastri prodotti dal sistema della tenoscienza. Un punto sul quale non da ora Stefani richiama l’attenzione sulla predicazione di Bergoglio, che si ripresenta puntuale anche nella sua enciclica. Segno che nel puntiforme mondo globale e nella baumaniana società liquida i soggetti storici di riferimento sono tramontati e che è oggettivamente difficile individuare nuove forme di interlocuzione e di rappresentanza?
Il tema c’è tutto ed è aperto alla discussione libera, senza pregiudizi e disinteressata, come stanno proponendo con merito gli istituti Gramsci e di Storia contemporanea di Ferrara.

desiderio-previsioni-futuro

LA RIFLESSIONE
Essere, fare, consumare: tre costellazioni di senso per la società del domani

(Pubblicato il 3 febbraio 2016)

Il bisogno fondamentale dell’uomo è agire in un ambiente controllabile che consenta di dar senso alla propria vita. Questa esigenza emerge con forza particolare nella nostra società. La potenza delle tecnologie consente ormai da tempo uno stock produttivo complessivo, che in linea di principio sarebbe più che sufficiente a coprire i bisogni materiali più urgenti delle persone; purtroppo questa ricchezza non è distribuita in modo equo, anzi le differenze tra chi ha troppo e chi non ha nulla diventano sempre più ampie e drammatiche. Viviamo in un mondo che predica l’efficienza produttiva, ma allo stesso tempo spreca enormi quantità di risorse e di beni, proprio a causa della totale inefficienza dei meccanismi che dovrebbero garantire anche l’equità e la giustizia nell’allocazione delle risorse generate. Viviamo in un mondo materialista, dove l’eccesso di consumo produce patologie altrettanto gravi e drammatiche della carenza.
In questo mondo globalizzato la domanda di senso sembra diventare sempre più forte, aumenta insieme al crescere esponenziale dei flussi informativi e dei beni circolanti a livello planetario: con l’incremento della conoscenza sembrano anche crescere i dubbi e le perplessità ai quali le istituzioni sociali canoniche sanno offrire soluzioni sempre meno funzionali. L’argomentazione razionale, base della democrazia laica, sembra offrire sempre meno strumenti per affrontare con successo una complessità diventata ingestibile.

Ognuno, in questo mondo, cerca la felicità a proprio modo. Lo può fare, tuttavia, all’interno di un orizzonte di senso che, dopo il disincantamento dal mondo segnalato da Max Weber e la cosiddetta fine delle ideologie, è diventato radicalmente problematico. Si tratta di una sfida – dar senso alla propria esperienza di vita in un ambiente controllabile da un punto di vista soggettivo – che riguarda ogni persona, a prescindere dalle differenze di razza, religione, etnia e nazionalità, una sfida che molti pensano di eludere aderendo più o meno acriticamente a modelli già disponibili. Con sempre maggiore evidenza ci si accorge che essa non può più essere dominata semplicemente attraverso l’informazione e l’argomentazione razionale, attraverso la scienza e la tecnologia, poiché investe aspetti molto più profondi e problematici.

Per alcune persone la ricerca di senso coincide con la scoperta dell’unicità del proprio essere: la felicità è uno stato del cuore e della mente, che si trova dentro ognuno di noi a prescindere da ogni condizionamento esterno. Quello che succede “lì fuori” è complessivamente poco importante poiché l’attenzione è focalizzata sulle componenti interiori, soggettive e personali, sul modo con cui osserviamo il mondo piuttosto che sul mondo stesso: si tratta di una via contemplativa che accompagna da sempre ogni tipo di civiltà, manifestandosi in varie forme di misticismo, di trascendenza, di magia naturale, di religiosità vissuta in prima persona.
Questa latente spiritualità (comunque questo concetto sia definito), per lungo tempo bollata come irrazionalità e superstizione, è in crescita costante in tutto l’occidente. A partire dalle prime sperimentazione di inizio ‘900 e dagli impulsi creativi degli anni ’60, trova da decenni una sponda ulteriore in una certa interpretazione della scienza olistica e della fisica quantistica. Poco importa ai fini della discussione presente che le manifestazioni osservabili siano le più diversificate, come dimostra il proliferare di sette pseudo religiose, la crescita delle comunità intenzionali, la diffusione di discipline e filosofie orientali, il ritorno dello sciamanesimo, l’uso di sostanze chimiche per esperire stati di coscienza alternativi e, più importante, il riaffermarsi delle grandi religioni. Resta il fatto che dietro a questi fenomeni si cela una ricerca di senso che può essere autentica, da leggere forse come un tentativo di coltivare una dimensione differente da quella promossa dal mainstream, calcolatore e materialista. In questa prospettiva il lavoro – componente centrale della società industriale oggi in drammatica crisi – è un processo che serve per lo sviluppo interiore e per garantire eventualmente le condizioni minime che consentano di perseguire l’evoluzione personale.

Per altre persone la ricerca di senso coincide principalmente con il bisogno di agire nel mondo e di cambiarlo in modi coerenti con la volontà: il fare rappresenta da sempre un modo per realizzare se stessi, per superare l’inquietudine e per fuggire dai dubbi che la mente vagabonda e non disciplinata pone agli uomini. Questo approccio, fortemente radicato nella cultura occidentale, con la sua enfasi sul lavoro e sul successo, ha rappresentato una formidabile spinta nel passato recente e anche oggi è, per molte persone, fonte irrinunciabile di senso. Nel ‘fare’ artigiani, piccoli imprenditori, professionisti, lavoratori, scienziati (etc.), trovano la ragione della loro vita, non per il guadagno monetario, ma per l’intrinseca soddisfazione del lavoro ben fatto, per il gusto della creatività applicata, per la sete di conoscenza, per il riconoscimento della propria bravura e del proprio mestiere. Un fare che in molti casi viene premiato dalla società in modo esplicito, seppure in proporzioni molto variabili da luogo a luogo, da persona a persona. Il fare riporta tanto al tema del successo quanto a quello del dovere, dimensioni entrambe fortemente associate allo spazio del senso: bisogna agire, primeggiare, raggiungere obiettivi, costruire e realizzare qualcosa nel mondo “lì fuori”, ottenere il riconoscimento e l’invidia degli altri a conferma del proprio essere vincenti. L’homo faber da senso alla vita attraverso l’esercizio della sua facoltà di trasformare l’ambiente in cui vive, con l’impegno per un mondo migliore, la lotta contro l’ingiustizia, il lavoro incessante per tutelare i diritti, la libertà, la natura, la patria.

Per molte persone il senso della vita si risolve essenzialmente nell’avere. Il consumismo nel quale viviamo e siamo cresciuti è uno stile di vita che si fonda su un assunto fondamentale: la realizzazione personale e spirituale è (e deve essere) ricercata attraverso il consumo; per far questo è indispensabile che una mole sempre più grande di prodotti sia realizzata, acquistata e sostituita a un ritmo sempre più veloce. Consumare è l’azione quasi magica che  garantisce nello stesso tempo la prosperità della società e la felicità dell’individuo. Nelle società occidentali questo è il mantra fondamentale: consumo dunque sono. Pubblicità ormai associata a ogni tipo di comunicazione, obsolescenza programmata e moda sono i pilastri su cui si fonda. L’homo consumer è un pozzo di desideri senza fondo che agisce per massimizzare la propria felicità attraverso la ritualità del consumo; egli trova per ogni problema la specifica soluzione all’interno di un mercato potenzialmente infinito; beni e servizi consentono di affrontare e risolvere (per quanto?) problemi di infelicità, cattivo umore, difficoltà relazionali, sviluppo personale, crisi familiari, sofferenza, ricerca di senso e significato. Basta essere debitamente informati e pagare. Il lavoro, in questa prospettiva, serve principalmente per ottenere i soldi sufficienti per entrare nel circuito del consumo creatore di senso, a prescindere dalla qualità intrinseca e dagli effetti che esso produce nel mondo.

In ogni persona possiamo riconoscere combinazioni diverse e mutevoli di questi tre tipi ideali; allo stesso modo i tre tipi variamente si intrecciano, si mescolano, si incontrano e si scontrano nella società dando luogo ad un mélange variegato. Persone ascrivibili a uno di essi si trovano in tutti gli strati e le classi sociali, in tutti i gruppi, in tutti i territori, in proporzioni però assai differenti. Pochissimi probabilmente coloro che ricercano coscientemente un esperienza autentica centrata sull’essere, discretamente presenti i secondi, tantissimi i terzi, poiché in questo universo ritroveremo tutti quelli che perseguono non solo il consumo per il consumo, ma anche il consumare per avere e il consumare per essere.

Una certa vulgata new age ampiamente diffusa parla di un risveglio della consapevolezza a livello planetario, di una nuova spiritualità: uomini e donne dell’era dell’acquario dovrebbero essere gli esempi di quella nuova umanità evoluta, capace di vivere in modo olistico in un universo di pace e prosperità. Almeno a sentire i media, il mondo sembra però andare in un altra direzione, anche se qua e là non mancano dei segnali positivi.
Non sarà facile nel futuro prossimo trovare un’equilibrio, ma se iniziamo a considerare noi stessi e ogni persona come soggetti in cerca di senso tutto sarà più facile. Proviamo a spegnere il rumore di fondo che affolla di pensieri la nostra mente per abbracciare il presente liberi dall’ingombro di un ego ipertrofico, agiamo con coscienza e consapevolezza, consumiamo meno e in modo più responsabile. Saremo più felici e i risultati, poco alla volta, arriveranno.

ELOGIO DEL PRESENTE
Se vivessimo fino a 150 anni

(Pubblicato il 15 febbraio 2016)

Se vivessimo fino a 150 anni cosa cambierebbe nella nostra vita? Tra le tendenze discusse qualche settimana fa al World Economic Forum di Davos l’ipotesi che la durata della vita si sposti ben oltre il traguardo del secolo. L’aumento delle attese di vita è ormai costante da ormai un secolo: la tendenza in atto in tutti i Paesi del mondo è dovuta ai progressi medici e scientifici e agli studi biogenetici. Ciò ci ricorda che i limiti sono sempre mobili e segnati in primo luogo dalle possibilità offerte dalla scienza, con buona pace di coloro che considerano i valori eterni e fondativi della convivenza sociale.
Il traguardo di un allungamento consistente della esistenza propone già in un futuro prossimo questioni relative alla destinazione delle risorse pubbliche e all’organizzazione della vita sociale e anche nuove sfide per l’economia.
Quali sono le implicazioni? In un sondaggio fatto dall’World Economic forum tra i 2500 partecipanti, il 58% dice che i matrimoni dureranno di meno e si divorzierà di più; il 54% prevede che i figli si faranno più avanti negli anni. Gli individui si abitueranno al cambiamento, svilupperanno capacità di adattamento, ci sarà maggiore flessibilità e apertura al nuovo.
E’ piuttosto facile immaginare che la vita lavorativa si allungherà ulteriormente. Ma se le opportunità di lavoro sono già oggi erose dalle tecnologie digitali, quale lavoro attenderà i nostri nipoti alla soglia degli 80 anni? Molta letteratura ha sottolineato che la spinta alla distruzione creatrice che ha segnato le precedenti fasi dell’innovazione, è venuta meno: le tecnologie sono destinate a distruggere più lavoro di quello che creano. Soprattutto tendono a sostituire una larga parte di posizioni intermedie e a rendere rapidamente obsolete molte competenze.
Certo nella prospettiva di una lunga vita cambierà il rapporto con la formazione e l’apprendimento nel corso dell’esistenza. Imparare sarà una necessità primaria per tutti, sarà una condizione per stare al passo con le tecnologie che sempre di più entreranno nella quotidianità e sarà una condizione per poter stare all’interno di spazi comunitari che cambieranno sempre più velocemente. A dire il vero a questo sarebbe meglio pensare fin da oggi.
Le diseguaglianze attraverseranno più ancora di oggi i rapporti tra le generazioni. Le reti di protezione sociale probabilmente non saranno più solide. Rischi di marginalità colpiranno quegli anziani che alle spalle avranno avuto un lavoro precario. Mentre i super senior avranno bisogno di nuovi servizi: le domande di cura saranno in primo piano. Ma i rischi di un impoverimento diffuso renderanno ancor più urgente e complesso affrontare le questioni redistributive.
E forse non parliamo neppure di uno scenario troppo remoto: già il presente è preoccupante e prospetta molti di questi pericoli.


Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

L’OPINIONE
Sveglia ‘itagliani’, c’è un’immensa bellezza da salvare

(pubblicato il 28 luglio 2016)

Eppure solo qualche centinaio di chilometri separa l’Alto Adige da Roma capitale (della sporcizia). Non pretendo che, come a Vipiteno, lungo la passeggiata che porta al centro città ci siano i distributori gratuiti dei sacchetti per le deiezioni (vulgo cacca) degli amici pelosi, né che dentro ai vicoletti la pulizia sia tanto accurata che nemmeno una traccia di minzioni (vulgo pipì) post bevute di birra ci riveli la presenza dei giovani gaudenti. E naturalmente lo sconcerto riguarda non solo Ferrara ormai celebre per i vicoli maleodoranti e vomitosi e ora per l’oscena defecazione umana dentro la Cattedrale, né Firenze sporca per le ‘delizie’ culinarie consumate sui gradini delle chiese e dei monumenti che l’hanno (l’avevano) resa capitale del Rinascimento.
Mi dicono amici cari che abitano a Roma in luoghi storici, dove un tempo abitò il più grande scrittore ferrarese del Novecento, che ormai è quasi impossibile camminare per le strade invase dalla sporcizia e dal degrado. Con centri di raccolta dei rifiuti lontanissimi dal luogo in cui si abita e che a forza occorre raggiungere se non si vuole essere sommersi dalla sporcizia, ormi divenuta simbolo della città. Così Pompei chiude, Galleria Borghese è visitabile solo su prenotazione per alcune ore al giorno e, a poco a poco, il mito di Roma inventato nell’Ottocento, la patria comune da cui tutti discendiamo, compresa la Merkel, si frantuma nella stanca parlata romanesca di un popolo ormai indifferente a tutto e a tutti.
Dalle tavole dell’hotel dell’Angelo s’alza un vocio romanesco. Si elogia il cibo, la vista e la frescura e s’inneggia al ponentino che non c’è più e si riapre l’eterno elogio del tempo passato. Ma è tutta colpa della politica o della scelta di una città, dei suoi abitanti e del suo territorio? Come per quel che succede nella mia città a proposito della banca di riferimento. E’ questione di chi l’ha gestita o della connivenza di tutti noi che appena siamo sicuri d’aver raggiunto un traguardo lo dimentichiamo in nome di un prestigio che forse non abbiamo mai posseduto? Tanto è vero che celebriamo non tanto la vera grandezza della nostra storia, vale a dire il cosiddetto Medioevo, quanto in modo quasi ossessivo un Rinascimento complessivamente mediocre, se non ci fossero stati i due più grandi poeti della modernità a celebrare una dinastia complessivamente rozza e inaffidabile.
Queste note, ovviamente amplificate da una specie di ferita mai chiusa sulle magnifiche sorti e progressive che dovrebbero essere all’attenzione e al centro dell’idea di identità che sembra invece sfaldarsi in un degrado e non avere mai fine, trovano un conferma nel prezioso lavoro (che di fatto è una tra le più grandi scoperte di questo secolo) di un antichista inglese celeberrimo, appena scomparso, Martin West, che ha fatto conoscere al mondo alcuni versi tra i pochi sopravvissuti di Saffo: “il mio cuore è cresciuto pesante, le mie ginocchia non mi sostengono/ loro che una volta erano agili per la danza come quelle dei cerbiatti”. Questa potrebbe essere la metafora più evidente del declino di Roma, della sua eredità e anche della condizione umana e intellettuale di chi scrive queste note. C’è una specie di stanchezza, etica prima di ogni altra ragione, che pervade chi per una specie di dovere-diritto ha scelto di lavorare nella storia e per la storia. E ora s’accorge che il disprezzo e l’irrisione è ciò che resta di questa missione così amata e così, ora, disprezzata.
Rendere Roma, Firenze, Ferrara luoghi adatti alla spazzatura reale e metaforica non è solo colpa di chi ci governa e di ogni tipo di mafia, ma è colpa grave e ineliminabile ascrivibile al carattere degli italiani. E certo non basta che Alessandro Gassman proponga una specie di ‘fai da te’ per ripulire Roma. Se non c’è la volontà innata di salvare la bellezza che è la forma più alta di realtà. Perciò italiani, smettetela di fare gli ‘itagliani’!

Immagine: Reuters, The Economics Times

Un bel posto dove vivere. Suggerimenti per costruire piccoli mondi a misura d’uomo

(Pubblicato il 10 gennaio 2014)

In un contesto sociale sempre più urbanizzato e sempre più mobile sembra essersi modificato radicalmente il legame delle persone con i luoghi e delle comunità con i territori che abitano; da un lato come ha notato Marshall McLuhan più aumenta la mobilità e in particolare la velocità della mobilità più viene distrutta la possibilità della comunità”; dall’altro gli spazi sono sempre più privatizzati e ridotti a merce, trasformati in mero panorama in alcuni casi, spesso de-classificati a contenitori di beni e di oggetti, ridotti a supporti per il traffico di merci ed informazioni o, peggio ancora, deprezzati e ridotti a discariche delle esternalità della produzione e del consumo. Si dimentica insomma che non possiamo che vivere in un ambiente e che la qualità della nostra vita dipende ampiamente dalla qualità dell’ecosistema in cui viviamo.

L’uomo del futuro che abbiamo imparato a conoscere attraverso l’immaginario cinematografico scaturito dagli incubi visionari di Philip K.Dick rimane un monito e allo stesso tempo una sinistra possibilità. Oggi comunque nessuno può vivere nei circuiti digitali dove viaggia il capitale globale e dove scorrono le informazioni; nessuno può ancora vivere bene nei circuiti della logistica planetaria dove circolano le merci stipate nei container non meno delle persone inscatolate nei charter; non possiamo vivere a lungo e in salute in non luoghi e negli ambienti degradati; per fortuna gran parte di noi vive ancora in uno spazio fisico, in un territorio, in un posto che si può riconoscere come “casa”.

Malgrado si viva sommersi da prodotti materiali e servizi c’è ancora chi resta convinto che la qualità della vita e la salute dipendano anche dalla possibilità di respirare aria pulita, bere acqua pura, godere di buoni paesaggi, mangiare cibi naturali e salubri, coltivare buone relazioni personali, vivere in spazi a misura d’uomo, disporre di tempo libero, conoscere gli altri e conoscere se stessi. Il sistema socio-economico in cui viviamo non nega affatto queste possibilità: lo fa però attraverso la trasformazione dei bisogni in merci e servizi, attraverso il mercato, la privatizzazione e, in ultima istanza (e purtroppo) attraverso la distruzione dell’ambiente, delle culture, dei beni comuni e collettivi.
Emerge con tutta evidenza la miopia di un discorso collettivo tutto centrato sul PIL, sulla crescita, sul teatrino della politica totalmente succube dei poteri forti della finanza, dove la democrazia diventa una rappresentazione rituale e stereotipata, dove la sostenibilità viene ridotta a semplice argomentazione, quasi sempre priva di applicazioni concrete. A fronte di questo c’è l’opportunità per ogni cittadino di cambiare rotta, di uscire dalle conversazioni politicamente corrette, di guardarsi attorno, di pensare e di proporre qualcosa lavorando su ciò che è vicino e di cui ci si può prendere cura direttamente.
Cosa chiedere dunque, cosa suggerire? Cosa serve per costruire qualcosa di meglio a partire dal basso, dal territorio e dalle comunità? In che modo dare senso e contenuto alla massima “pensare globalmente agire localmente”?
Servono spazi ben organizzati dal punto di vista urbanistico, nei quali poter vivere a misura delle fragilità umane partendo dal presupposto che i bisogni essenziali delle persone vengono prima di quelli riconducibili alle merci; un territorio organizzato in modo tale che le fasce più deboli della popolazione, anziani, bambini, diversamente abili e ammalati, possano esercitare l’elementare diritto alla cittadinanza, alla mobilità pedonale, al gioco e alla sicurezza e, in tal modo, possano vivere la propria naturale socialità indipendentemente dall’esistenza di prodotti e servizi a pagamento. Il territorio non può essere regolato dalla logica della speculazione e della corruzione che rappresenta fin troppo spesso il volto visibile del mercato.
Servono luoghi di vita nei quali poter praticare e sviluppare la nostra capacità di contemplazione estetica. Luoghi che valorizzino il patrimonio ambientale e culturale, dove si presti grande cura alla qualità urbanistica ed architettonica, alla qualità dell’aria che si respira e dell’acqua che si beve. Non è più sostenibile la vita in territori abbruttiti dai quali si evade di tanto in tanto per godere a pagamento di spazi dedicati ad un benessere momentaneo.
Servono infrastrutture tecnologiche intelligenti, piattaforme diffuse che favoriscano l’apprendimento, che generino capacità, che diminuiscano gli sprechi e che non esproprino le persone dei loro talenti per sostituirli sempre con merci e servizi a pagamento. Le tecnologie abilitanti che si presentano in forma di reti ed autostrade digitali, sistemi di controllo intelligenti, sistemi di coproduzione energetica e quant’altro, rappresentano un modo per attivare il protagonismo e la responsabilità delle persone e un mezzo per rendere le comunità maggiormente protagoniste del proprio destino.
Serve un modo nuovo di guardare ai bisogni delle persone, capace di separare ciò che è essenziale in termini di promozione della libertà e delle capacità personali e dei gruppi da ciò che è indotto dalla coazione al consumo. Il bisogno è sia una carenza che una motivazione, una spinta all’azione: non è più sostenibile che il bisogno venga esclusivamente ridotto ad una funzione della produzione mentre questa dipende dai giochi di una finanza completamente sganciata dalla realtà della vita delle persone. Non è bene che i bisogni vengano definiti in via esclusiva da una casta di professionisti il cui unico scopo è salvaguardare ed ampliare la propria sfera di influenza con i relativi benefici economici.
Serve una conoscenza reale e diffusa del territorio, della cultura e dell’ambiente in cui si vive; spesso è qui infatti che sono presenti straordinari saperi, conoscenze e competenze che non possono essere ridotte al mero folklore o relegate al campo dell’obsoleto; esse costituiscono di per sé potenziali micro agenzie formative non formali che si collocano al di fuori dei circuiti (scolastici) ufficiali. In Italia la ricchezza di questo patrimonio è straordinaria: si tratta di importanti dimensioni di senso che possono acquisire una rilevante dimensione anche economica se si esce dagli stereotipi dei mercati di massa e si osservano con cura le opportunità dei mercati di nicchia. Queste agenzie non formali di apprendimento vanno riscoperte a valorizzate in modi innovativi che vadano oltre la logica del nobile e antico imparare a bottega.
Bisogna riconoscere e valorizzare, accanto all’economia formale, l‘economia informale, conviviale e familiare, che comunica e produce senso attraverso lo scambio di beni e servizi non contabilizzati. È il recupero dell’economia del dono, dell’informalità, della socievolezza che può dare più valore alla vita sociale senza nulla togliere all’importanza dell’economia ufficiale.
Serve una consapevolezza diffusa circa i danni alla salute che sono causati da uno stile di vita dissipativo, dall’alimentazione insalubre spinta dalla corsa al profitto, dal vivere in ambienti inquinati, pensati per le merci e non per gli uomini che, ridotti a consumatori, quelle dovrebbero semplicemente produrre e consumare. Le evidenze sono chiarissime pubblicamente dichiarate dalle agenzie sanitarie ma sempre disattese alla prova dei fatti.
Servono nuove storie, nuove narrazioni e nuovi miti capaci di sostenere un cambiamento di enorme portata che ci investe nel profondo. Bisogna infatti riconoscere che sono le strutture narrative ben più dei numeri e delle statistiche che ci consentono di comprendere il mondo come ben sanno tutti i manipolatori della pubblica opinione, i professionisti dei media e i pubblicitari.
Soprattutto servono persone capaci di motivare ed entusiasmare, di portare modi alternativi di vedere le cose dentro processi decisionali che sono attualmente abbandonati agli interessi della speculazione ed ai meccanismi apparentemente impersonali della burocrazia e della finanza.
Su tutte queste tematiche esiste un ampio dibattito che fatica però a tradursi in pratica; da un lato la comunicazione è soffocata e traviata dalla retorica mainstream; dall’altro troppi attori interessati si sono impadroniti della forma ma non della sostanza di queste argomentazioni: capitale sociale, resilienza, crescita sostenibile, sviluppo di comunità, innovazione sociale, programmazione partecipata, integrazione di politiche locali, governance locale sono le etichette che ad ondate successive si abbattono sui territori, solitamente senza alcuna consapevolezza dei fini e dei valori che veicolano e dei vincoli che pongono se correttamente applicate; purtroppo basta girare ed osservare lo scempio degli ultimi 20 anni per capire come all’aumentare della retorica della sostenibilità sia aumentato anche e in misura decisamente maggiore il danno prodotto.
Impossibile uscirne?
NO, se si riconosce l’impotenza di un pensiero basato sull’unico feticcio della crescita ad ogni costo e sull’idolatria del mercato e del profitto per il profitto;
NO, se si sanno cogliere e valorizzare i semi di cambiamento che già esistono, assumendo consapevolmente un ruolo di cittadini più attivi attenti a quello che abbiamo intorno e vicino.
Intanto, facciamo un sforzo per uscire dai miti dissipativi ed iniziamo ad inventare, costruire e raccontare storie buone e diverse.

cattani

“Anche il made in Italy va in tilt senza la qualità del lavoro”

(Pubblicato il 29 novembre 2013)

2/CONTINUA – Torniamo più propriamente ai temi del lavoro dal quale la nostra chiacchierata con Luigi Cattani era partita.
Lei sostiene che l’avere introdotto maggiore flessibilità contrattuale non ha giovato all’occupazione e non ha arginato la crisi produttiva.
“Sono i fatti a dimostrarlo. La stagione della flessibilità è stata inaugurata nel ’97 dal governo Prodi con il famoso pacchetto Treu. E la crisi strutturale, guarda caso, coincide proprio con quella fase e dura ormai da 15 anni. Senza volere forzare l’analisi si può tranquillamente dire che quei provvedimenti e quelli di segno analogo che sono seguiti non hanno avuto la capacità di contenere gli effetti devastanti della stagnazione prima e della recessione poi”.
Fra i provvedimenti successivi c’è stata la controversa modifica all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, introdotta dal governo Monti sotto la spinta del ministro Fornero. Quali le conseguenze?
“Il provvedimento è stato accompagnato dalla fortissima pressione di Confindustria. L’articolo 18 codifica il principio che il lavoratore non può essere licenziato indiscriminatamente, senza un confronto fra le parti. La modifica ha portato a un imbarbarimento nelle relazioni e nei rapporti di lavoro, inclusi quelli nel comparto pubblico. Ciò è stato possibile all’interno di un quadro generale di destrutturazione dei rapporti sociali di questo Paese”.
E l’effetto più immediato?
“Il fatto che il lavoratore ha perso di importanza e non è più percepito come fulcro del processo produttivo”.
Ciò cosa comporta?
“Faccio un esempio clamoroso. Il made in Italy è una bella etichetta, ma l’apparenza non basta. Coerentemente con la logica della marginalità del lavoratore molti imprenditori del comparto hanno delocalizzato o terziarizzato la produzione affidandola a manodopera non all’altezza. L’esito è stato drammatico e ha compromesso la competitività e il posizionamento di un settore che rappresentava un nostro indiscusso fiore all’occhiello”.
E quindi come si esce dalla crisi?
“Risposta molto impegnativa. Diciamo che ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere. Confindustria andando oltre il mantra della flessibilità e recuperando il proprio ruolo di guida e di stimolo alle imprese, chiamate a investire e innovare. Il sindacato facendo il sindacato, affrancandosi dal ruolo subalterno cui la mancanza di una strategia generale sul mondo del lavoro lo ha relegato in questi anni e garantendo la tutela dei lavoratori in un’ottica di espansione dei diritti individuali e collettivi. Gli enti locali ridando impulso alla spesa pubblica attraverso interventi di riqualificazione della città che mirino alla soddisfazione dei bisogni dei cittadini e che sono possibili anche in questa drammatica congiuntura, che condiziona pesantemente le scelte ma che talvolta diventa anche alibi per l’inerzia. E infine il governo, impegnandosi a recuperare risorse, quelle che oggi per esempio mancano persino per assicurare la cassa integrazione in deroga…”
Questi sono gli ingredienti. E la ricetta?
“Deve essere chiaro a tutti che il rinnovamento delle imprese, condizione imprescindibile per recuperare competitività a livello internazionale, richiede investimenti sul processo e sul prodotto. L’olio di gomito dei lavoratori non basta”.

2 – FINE

Leggi prima parte

LA PROPOSTA
Il giardino dei Finzi Contini: Italia Nostra vivifica il sogno di Paolo Ravenna e Dani Karavan

(Pubblicato il 18 ottobre 2014)

S’intitola “Site specific” il catalogo delle opere di Dani Karavan che il presidente di Italia Nostra di Ferrara Andrea Malacarne ha mostrato questa mattina in conferenza stampa ai giornalisti, per introdurre la proposta di cui si stanno facendo promotori. Realizzare opere in “luoghi specifici”, come fa sempre Karavan, infatti, spiega bene il senso del progetto che Paolo Ravenna e l’artista israeliano avevano immaginato insieme per anni, e che ora può diventare realtà. La loro idea era realizzare un’opera contemporanea specificamente ideata per Ferrara; un’installazione in memoria di Bassani, a ricordo in particolare del “Giardino dei Finzi Contini” e del luogo bassaniano per eccellenza che è via Ercole d’Este. In una parola, creare a Ferrara “il giardino che non c’è”.

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Da destra Daniele Ravenna, Andrea Malacarne, Anna Quarzi

“Dopo la morte di Paolo Ravenna” spiega Malacarne “abbiamo pensato che uno dei modi migliori per onorarlo, fosse proprio quello di cercare di portare a compimento questo suo desiderio”. Tra il 2013 e il 2014, Italia Nostra ha invitato Karavan a Ferrara un paio di volte per identificare il luogo ideale in cui porre questa installazione permanente. La scelta è caduta infine sul giardino di Palazzo Prosperi Sacrati, in quanto ha il pregio di essere in una posizione protetta ma visibile da Corso Ercole I d’Este e in stretto contatto con il Liceo classico Ariosto, luogo che con Bassani ha legami storici e ideali strettissimi.
Identificato il luogo, Karavan ha elaborato una prima idea che Italia Nostra ha mostrato in anteprima ai giornalisti, chiedendo gentilmente di non riprodurre le immagini perché il progetto è ancora ad uno stato embrionale e sarà presentato ufficialmente se, e solo se, la proposta verrà accolta e recepita.

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Giardino di Palazzo Prosperi Sacrati, vista laterale
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Giardino di Palazzo Prosperi Sacrati visto via Ercole I d’Este

Il primo bozzetto elaborato da Karavan mostra l’apertura del muro di cinta che dà su Ercole I d’Este, da cui si può osservare l’opera che è così composta: due quinte in muratura, la prima con un’apertura centrale da cui entra un elemento che potrebbe essere molto probabilmente un binario; all’interno e all’esterno altri elementi evocativi come una scala e una bicicletta, riferiti all’opera bassaniana e in particolare al “Giardino dei Finzi Contini”.
Tra i due muri non si potrà passare, non sarà un luogo accessibile ma visibile da due lati.

C’è l’idea, c’è il bozzetto che Karavan dona gratuitamente alla città, c’è Italia Nostra che sostiene l’iniziativa. “I pareri finora raccolti sono tutti positivi”, ci tiene a sottolineare Malacarne. Il costo si aggira sui 200-300.000 euro, una cifra piuttosto alta che difficilmente le istituzioni possono coprire interamente, soprattutto al giorno d’oggi. Ma i promotori pensano che i costi potrebbero essere facilmente ammortizzati, perché l’opera creerebbe valore aggiunto alla visita della città, fornendo un elemento di qualità e una motivazione in più per il turista. Per raggiungere la cifra necessaria e poter realizzare il progetto entro il 2016, in occasione del centenario della nascita di Giorgio Bassani, stanno anche pensando di attivare iniziative di crowdfunding, in modo da coinvolgere la cittadinanza, le imprese, le fondazioni, anche fuori da Ferrara e fuori dall’Italia, perché Bassani era popolarissimo anche all’estero, in particolare negli Stati Uniti.

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“Passages”, Dani Karavan, omaggio a Walter Banjamin, Port Bou (1990-94)

“Erano due figure diversissime”, ricorda Daniele, il figlio di Paolo Ravenna, “Mio padre, un uomo assolutamente ‘non spostabile’ da via Palestro 31 primo piano, e il vulcanico Dani Karavan che non sta più di quindici giorni nello stesso luogo ed è sempre in giro per il mondo per fare sopralluoghi e seguire la realizzazione delle sue opere. Il solido filo d’amicizia che si era costruito tra loro ruotava proprio attorno ad un nucleo di idee che facevano perno sulla figura di Bassani, e che pian piano si sono andate coagulando attorno all’idea del giardino, un giardino che, diversamente dai tanti luoghi raccontati da Bassani, a Ferrara non c’è. Karavan, fin da quei tempi, immaginava di realizzare ‘il giardino che non c’è’ ma che tutti cercano, in un modo fisicamente individuabile ma che esprimesse anche il concetto del luogo letterario. Quando mio padre morì, io chiamai Karavan per comunicargli la triste notizia e lui mi disse: «Con tuo padre avevamo sognato tanti sogni, almeno uno di questi deve diventare realtà.» A quel punto non ho fatto altro che ricostruire il filo tra Dani Karavan e Italia Nostra per cercare di realizzare quel sogno.”
Anna Maria Quarzi, vicepresidente di Italia Nostra, racconta un breve aneddoto: “Ero da Paolo Ravenna, un pomeriggio, lui aveva appena parlato al telefono con Karavan, mi mostrò un catalogo delle sue installazioni e mi disse che avevano un sogno, creare ‘il giardino che non c’è’ a Ferrara.”

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“Site specific”, catalogo delle opere di Dani Karavan, a cura di G.Gori, Gli ori ed., 2008

Per dare qualche suggestione rispetto all’artista, Malacarne ricorda due opere di Karavan che Paolo Ravenna amava particolarmente: “Passages”, memoriale dedicato a Walter Benjamin, che si trova nella località catalana di Port Bou, nel luogo in cui lo scrittore avrebbe dovuto salpare per la salvezza ma in cui si consumò invece la tragedia; e una delle ultime opere dell’artista, ossia il Memoriale a ricordo del sacrificio delle vittime del socialismo di Sinti e Rom, che si trova a Berlino, realizzato nel 2012 e che ebbe grande risalto sulla stampa.
“Ci auguriamo che la proposta di Karavan e Ravenna, che Italia Nostra sposa e promuove”, conclude Malacarne, “venga recepita positivamente e sostenuta dalla città nel suo complesso.”

IL FATTO
Ztl, più di cento veicoli in un’ora attraversano corso Martiri

(Pubblicato il 19 gennaio 2015)

Oltre cento veicoli in transito lungo la centralissima corso Martiri. Questa mattina, fra le 11,30 e le 12,30, abbiamo rilevato il traffico motorizzato sul principale asse del centro storico. Nel salotto monumentale della città sono passati 15 taxi, 14 autobus, 23 furgoncini e camion adibiti a trasporto merce e servizi vari , 54 vetture private.
Quando siamo arrivati in zona e abbiamo percorso la via fra il teatro Comunale e la torre dell’orologio c’erano in sosta sei automobili con il contrassegno in vista sui parabrezza; qualcuna se n’è andata dopo qualche minuto, ma altre hanno preso il loro posto e, in media, il numero delle vetture parcheggiate non è diminuito. Nella piccola piazza Savonarola invece c’era la solita invasione: al nostro arrivo i taxi erano stranamente solo quattro, ma la media si è presto elevata a nove,. Inoltre, accanto hanno stazionano tre o quattro auto private addossate ai basamenti dei voltini e alla statua del predicatore ribelle.

I dati rilevati oggi confermano quelli di una nostra precedente indagine, condotta qualche mese fa e rimasta inedita. Allora i mezzi motorizzati risultarono un po’ di più, circa 120. Una cifra che corrisponde a quella riscontrato stamattina nella prima mezz’ora, fra le 11,30 e mezzogiorno, con 59 passaggi. Mentre dopo le 12 l’appetito evidentemente si è fatto sentire, sicché nei trenta minuti successivi lo scorrazzo si è ridotto a 47 transiti, il 20% in meno.
Nel complesso un notevole contributo lo ha dato la curia, dalla quale sono entrate e uscite una ventina di auto, parecchie di grossa cilindrata, quelle che non piacciono a papa Francesco…

Non sono pochi cento veicoli che solcano il cuore della città, il corso sul quale si affacciano il castello e il palazzo comunale, il duomo e il teatro… La zona, tecnicamente, è definita a traffico limitato, ma sono molti i sostenitori della pedonalizzazione integrale. Ad oggi la realtà dei fatti è tutt’altra.
Mario Zamorani, storico leader dei Radicali, incuriosito dalla nostra presenza, ci vede e ci viene incontro. Appresa la ragione del nostro armamentare con taccuino e macchina fotografica, benedice l’iniziativa e preannuncia per la primavera nuove iniziative volte appunto a ridurre o eliminare integralmente il traffico veicolare.
Da lì a poco incrociamo Ulderico Baglietti, allenatore e storico riferimento della pallavolo ferrarese. Lui è di opinione diversa. Sostiene che in fondo pedoni, ciclisti e automobilisti in quest’area riescono a convivere civilmente e senza che i veicoli creino pericoli. Richiama le esigenze dei commercianti, la necessità di artigiani e manutentori di poter lavorare e prestare i loro servizi, i diritti alla mobilità di anziani e persone disabili. Insomma, dice, la situazione è tollerabile.
Dulcis in fundo adocchiamo una giovane e cortese vigilessa che cammina con la bici a mano. Ma tutte queste auto in sosta ormai da un’ora – domandiamo – possono stare? Sì, replica, se hanno il permesso non ci sono limiti temporali. Il che – osserviamo – fa ben intendere che nei regolamenti c’è più di un aspetto da rivedere. E i rischi? Dal punto di vista dei pericoli – sorride – più che le auto sono da temere le bici, i più indisciplinati sono i ciclisti. Però, conclude, anch’io penso che in una strada come questa le auto non dovrebbero proprio passare…

OGGI ALLE 17 APPUNTAMENTO IN BIBLIOTECA  ARIOSTEA CON FERRARAITALIA: PARLEREMO ANCHE DI ZTL E TUTELA DELL’AREA MONUMENTALE [vedi]