Skip to main content

IL RICORDO
Alex Langer: una vita a costruire ponti per la pace

di Daniele Lugli

Alex-Langer
Alex Langer

Forse nessuna metafora è più usata a proposito di Langer di quella del ponte. E’ nella sua biografia forse anche da prima ma, almeno, da quando, ventunenne, fonda la rivista bilingue “die brücke – il ponte”, e scrive su “Il Ponte” di Enriques Agnoletti, già di Piero Calamandrei, un lungo articolo sul Sudtirolo. E’ parso perciò naturale a un amico consigliere comunale promuovere  l’intestazione a Langer  di un piccolo ponte a Ferrara, una passerella ciclo pedonale, come già si è fatto a Bolzano.
Quello di Ferrara, più largo che lungo, scavalca un fosso, dove scorre il Gramicia, un tempo pieno di vita dove i ragazzi pescavano e facevano il bagno. Il ponticello collega alla città un grande parco che giunge fino al Po. A Ferrara c’è un Ponte della Pace su un vecchio ramo del fiume, ma molti, forse i più, lo chiamano ancora Ponte dell’Impero. Almeno quello intitolato ad Alex non avrà questo ricordo.
Lui stesso si sentiva ponte e scriveva: “Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone”. Ponte lui stesso dunque e di ponti costruttore ovunque si è portato, viaggiatore leggero come nessun altro. Generoso costruttore per noi, lui non ne aveva bisogno: saltava i fossi per la lunga! Straordinario esempio di leggerezza, come nella lezione di Italo Calvino: “Cavalcanti che si libera d’un salto “sì come colui che leggerissimo era”. Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite”. Nel salto Alex non abbiamo saputo, né sappiamo, seguirlo, ma neppure proseguire in ciò che era giusto, come ci ha raccomandato nel suo congedo. E come ci ricorda Nadia Scardeoni Palumbo presentandone un’ antologia di scritti: “Ed è dalla sua storia – se possiamo intuire la fatica del vivere separati nella casa comune – da quel suo essere una sorta di laboratorio armonico di organi propedeutici la formazione dei cittadini del mondo, che si innalza la sua creatura: il ponte, la più ardita e la più fragile delle costruzioni relazionali. Il ponte per il superamento delle diversità, degli ostacoli naturali, delle fratture anche le più violente. Ovunque le storie degli uomini sono divise e cieche di fronte al loro indivisibile destino, Alex lavora, studia, analizza, progetta, propone. Ed era un fiorire di ponti”.

Dobbiamo essere capaci di essere ponti quando ci viene richiesto e riconoscerli dove sono, per improbabili che appaiano. Alla fine del Novanta, mentre si preannunciava il crollo del regime, ci invitava a essere per gli albanesi come loro ci vedevano “dirimpettai italiani … un ponte verso tutta l’Europa”. Loro ci apparvero solo molto fastidiosi e pericolosi invasori. Nel 1991, è in Palestina-Israele, come costantemente diceva e scriveva: “Quanto più sacra la terra, tanto più aspra la contesa”, riconosceva. Ma vedeva un aspetto positivo in quello che ai più, e anche a me, pare un punto particolarmente critico: “la competizione demografica può costruire il ponte tra Israele e i Palestinesi”. Sempre in quell’anno, prima del dono del “Tentativo di decalogo per una convivenza interetnica”, ha scritto: “gli immigrati che rappresentano la diretta sporgenza ed ingerenza del Sud (e dell’Est) nel nostro mondo, sono oggi anche il primo banco di prova di tutti i nostri discorsi sulla cooperazione equa e solidale e sul risarcimento, e possono diventare un importante “ponte” tra le nostre società e le loro comunità di provenienza”.

Non vuol dire che non si possa o debba prendere posizione di fronte all’aggressione. La vicenda dei Balcani è forse quella che ha più dolorosamente colpito Alex. E’ quando il ponte sembra separare il bene dal male: succede, è successo.
Calvino in “Oltre il ponte” canta: “Avevamo vent’anni e oltre il ponte/ Oltre il ponte che è in mano nemica/ Vedevam l’altra riva, la vita,/ Tutto il bene del mondo oltre il ponte…/ Tutto il male avevamo di fronte,/ Tutto il bene avevamo nel cuore,/ A vent’anni la vita è oltre il ponte,/ Oltre il fuoco comincia l’amore”.

Ma poi i ponti vanno ricostruiti e come i suoi amici della Fondazione, a partire da Edi Rabini, ricordano: “un ponte si regge su due sponde, e identificarsi con una soltanto è uno sbilanciamento esiziale, come lo è illudersi che il ponte esista ancora mentre è invece crollato”. E i ponti necessari sono tanti: “fra memorie amaramente contrastanti”, come fa Adopt Srebrenica, premio Langer 2015 o un ponte fra chi soffre e chi può imparare a condividere il dolore, secondo l’azione di Borderline Sicilia, per una fratellanza euromediterranea, premio Langer 2014.

Questo aspetto non è sfuggito a due giovani, Jacopo Frey e Nicola Gobbi, che per la loro età non hanno potuto conoscerlo, ma lo hanno studiato, ne hanno scritto e disegnato e il risultato è: “In fondo alla speranza. Ipotesi su Alex Langer”. E’ scritto nella recensione su l’Alto Adige: “Ed eccolo allora, costruttore di ponti, a ricostruire il ponte di Mehemed Pascià, un ponte ideale e simbolico che assomma il ponte sulla Drina e quello sulla Zepa, raccontati da Ivo Andrich, tanto amato da Langer. E poi ancora il ponte di Mostar e perfino compare il ponte Talvera, durante la famosa manifestazione contro le gabbie etniche e il censimento”. Li ho visti quei ponti in Jugoslavia negli anni Sessanta e non più dopo. Di quello sul Talvera ho ricordi più recenti: separava nettamente, e credo separi ancora, dal centro tedesco la zona nuova, italiana. Ci stavano miei parenti, ora scomparsi, e ancora qualche amica e amico cari. Nell’autunno del 1980, Langer, con alcuni compagni, al ponte, ferma i passanti e chiede “Italiano o Tedesco?”. Secondo la risposta li fa a passare da una parte o dall’altra del ponte, segno di una separazione persistente nella sua terra amata e ribadita dal censimento etnico.

Quanto ha puntato Alex a un’ Europa unita, ponte capace di superare ogni confine, di ogni tipo, nel continente e di promuovere diritti e unità anche oltre, a partire dal Mediterraneo. Siamo ben lontani da questo necessario obiettivo che apparve più chiaro nell’immediato dopoguerra. Anche a questo ci riporta Goffredo Fofi, introducendo “Il viaggiatore leggero”: “Piero Calamandrei fondando, a guerra appena conclusa, una rivista che si chiamava Il Ponte, il significato metaforico ma anche concreto dei ponti, da riedificare dopo le distruzioni della guerra che si era accanita a distruggerli. Ponti veri, che gli uni o gli altri avevano fatto saltare, e che dovevano mettere di nuovo in comunicazione e in commercio persone e città, culture e territori. Ponti ideali, che potessero permettere ai vinti e ai vincitori, tutti infine perdenti, sopravvissuti ai conflitti e alle stragi e cioè al dominio della morte, di ritrovare nell’incontro e nel dialogo la possibilità di un futuro migliore”.

Sempre Fofi ci ricorda “Il progetto semplicissimo e immenso di far da ponte tra le parti in lotta, che ad Alex costò infine la vita, è fallito e continua a fallire”. E’ un desiderio che l’amico e compagno Franco Lorenzoni ha visto in lui di essere ponte, di incarnare del ponte quella linea leggera che regge il peso delle pietre in virtù della sua curva, grazie all’intuizione di una forma e di un azzardo. E’ una linea che rintracciamo a fatica, ma nella consapevolezza anche che la linea non basta. Ci vogliono pietre capaci di tradurla nella realtà, di renderla effettiva e percorribile. Queste pietre siamo noi, con le nostre istituzioni, le nostre relazioni. E anche qui, con l’attenzione al dettaglio e nella sua capacità analitica, ci è d’aiuto Alex, ma c’è tanto da lavorare.
L’ha detto, ancora una volta, bene Italo Calvino ne “Le città invisibili”: “Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. – Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan. – Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano. Kublai Kan rimase silenzioso, riflettendo. Poi soggiunse: – Perché mi parli delle pietre? è solo dell’arco che mi importa. Polo risponde: – Senza pietre non c’é arco”.

Riprendo ancora da Fofi: “Alex Langer ha svolto una funzione di ponte in due direzioni prioritarie: quella di accostare popoli e fazioni, di attutirne lo scontro e di promuoverne l’incontro, e quella dell’apertura a un rapporto nuovo tra l’uomo e il suo ambiente naturale. E se nel primo caso, quello più determinato dalle pesanti contingenze della storia (per Alex, la guerra interna alla ex Jugoslavia), si trattava di far da ponte ma anche da intercapedine, da camera d’aria dove potesse esprimersi un dialogo assai difficile, nel secondo si trattava piuttosto di additare nuovi territori all’azione politica responsabile, allargandone il significato da città a contesto, da polis a natura”.

Il piccolo ponte che collega la città di Ferrara, patrimonio dell’Unesco per l’impianto urbanistico, a un grande parco fortemente voluto da Italia nostra (intitolato a Giorgio Bassani, che ne fu agli inizi presidente) risponde bene a questa seconda direzione. L’intitolazione di una scuola, alla quale si pensa, può richiamarsi alla prima.

L’inaugurazione è prevista per la mattina di sabato 23 aprile. Seguirà il programma dettagliato dell’iniziativa.

INSOLITE NOTE
Una foto con Lucio, ora si può

di Lucia Casadio e William Molducci

“All’amico Lucio”, la statua realizzata da Carmine Susinni, già esposta nel decumano di Expo 2015, il 4 marzo scorso è finalmente arrivata a Bologna, posizionata in Piazza De’ Celestini, sotto il balcone della casa di Lucio Dalla, dove resterà sino a fine aprile.
Lo sguardo innocente, un sorriso accennato e un braccio disteso sulla panchina. Lucio Dalla ci invita su questa panchina come se fossimo dei vecchi amici con i quali scambiare due chiacchiere e ricordare qualche vecchia canzone. Chiunque passi da Piazza De’ Celestini non può fare a meno di sedersi al suo fianco per una foto: si fermano tutti, anche chi su quella panchina vede solo un buffo signore con un paio di occhialetti tondi, un berretto in testa e un sacchetto di cibo in mano. In realtà, l’atmosfera è davvero magica in questa piazzetta nel cuore di Bologna, qui Lucio Dalla vive ancora, quasi che non fosse mai andato via da casa sua.
La sensazione è di entrare in uno spazio incontaminato: la sua musica risuona dal balcone, la sua ombra suona il sax sulla parete e al suo fianco, sulla panchina, Lucio sembra ci stia cantando una delle sue canzoni più conosciute: “Io i miei occhi dai tuoi occhi non li staccherei mai, adesso anzi me li mangio tanto tu non lo sai”. Se poi partono proprio le note di “Canzone” quando vi sedete per la vostra foto ricordo, può darsi che vi scappi un sorriso, o forse una lacrima.
Piazza De’ Celestini fa angolo con Via D’Azeglio, dove abitava Dalla, ora sede della Fondazione che porta il suo nome. Le sue canzoni sono trasmesse in tutta la zona, come in “Anna bello sguardo”, il cortometraggio di Vito Palmieri, nato da un’idea elaborata insieme alla classe II C della Scuola Secondaria Testoni Fioravanti di Bologna.

Fotografie di Lucia Casadio. Clicca sulle immagini per ingrandirle

Alessio, il protagonista del film, è un adolescente con la passione del basket che non riesce a giocare con i suoi coetanei perché ritenuto basso di statura. Un giorno, mentre si trova nel ristorante della nonna, trova una vecchia fotografia di Lucio Dalla insieme con Augusto Binelli, il pivot della Virtus Bologna.Ha inizio un percorso che consentirà al ragazzo di comprendere che la statura non è importante per realizzarsi nella vita, riuscendo anche a conquistare la simpatia di Anna, la compagna di scuola preferita. Alessio, insieme alla ragazza, correrà per le strade di Bologna sino a giungere in Via D’Azeglio, in tempo per ascoltare “Anna e Marco”, il motivo conduttore del film e forse della loro adolescenza.

“Anna bello sguardo”, cortometraggio di Vito Palmieri, in versione integrale.

LA LETTERA
Chi ha paura dell’obiezione di coscienza? La risposta di Udi

di Luana Vecchi

I temi della prevenzione, tutela e cura della fertilità e della procreazione dovrebbero essere obiettivi di “una società moderna che abbia a cuore il benessere dei singoli e della collettività”. La Legge 194 è nata proprio per questo scopo ma è sempre stata impropriamente chiamata legge dell’aborto. Assistiamo da sempre ad un dibattito ai vari livelli su questa legge che ha subito negli anni un costante boicottaggio in varie forme e modalità: le sue interpretazioni sono state piegate strumentalmente secondo gli scopi del momento, come dimostra la storia della obiezione di coscienza che dal personale medico si è esteso a quello paramedico, dall’obiezione individuale a quella di struttura, generando il fenomeno del turismo abortivo
Davvero scandalosa appare nel nostro Paese la percentuale di medici e operatori sanitari che si dichiarano obiettori, il che vanifica sostanzialmente l’applicazione della stessa legge 194, non garantendo l’accesso alle tecniche di interruzione volontaria della gravidanza. Occorre ricordare che l’art. 9 tutela la possibilità per il personale sanitario, previa comunicazione al medico provinciale, di avvalersi dell’obiezione. Gli obiettori paradossalmente sono tutelati dalla legge a “disubbidirla”. Nel testo non viene fissato alcun parametro e non si chiede ai medici e al personale sanitario nulla in cambio per cui possono rifiutarsi di effettuare aborti senza presentare alcun servizio supplementare, ecco la differenza rispetto al servizio civile. Quali le conseguenze di questa situazione? Principalmente la perdita di libertà e il rischio per la salute della donna.
Dal punto di vista giuridico diventa opportuno ricordare la pronuncia del Comitato Europeo dei diritti sociali con cui viene condannata l’Italia per violazione dell’11 della carta sociale europea a causa dei troppi obiettori di coscienza ed ulteriore conferma della “particolare” posizione del nostro sistema legislativo e sanitario sul tema dell’aborto, rispetto a quanto succede negli altri paesi
Lo stesso art.32 della Costituzione chiaramente precisa che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo” e che “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”, per cui diventa cruciale chiedersi se l’istituto giuridico dell’obiezione di coscienza, così come previsto dall’9 della L.194, goda dei criteri costituzionali. In buona sostanza il diritto delle donne a interrompere la gravidanza non ha lo stesso valore di quello del medico di obiettare, essendo per la donna in discussione diritto alla salute e libera scelta del proprio corpo. L’obiezione si pone come un’eccezione alla norma e porta contraddizioni troppo grandi, perché l’ordinamento giuridico e più in generale, la comunità politica, possa accettarla così com’è, senza predisporre opportune garanzie a tutela dei diritti delle donne. Il medico, difatti, sarebbe tenuto del dovere di fedeltà alla Repubblica a non obiettare, a prestare il dovuto servizio alla comunità cui appartiene, a causa del vincolo rappresentato dalla solidarietà sociale: eppure il testo di legge, per venire incontro alla sua coscienza, permette appunto, l’obiezione di coscienza, ma questa non può trasformarsi in uno strumento per sabotare il legittimo diritto di scelta della donna. L’applicazione della facoltà di obiettare di cui all’art.9 della L.194, paventa in concreto un’ipotesi di “abuso di diritto” stante l’aggiramento dello scopo originario della norma. Non si può negare, infatti, che l’obiezione di coscienza sia diventata uno strumento politico, diffuso e promosso soprattutto da cattolici ed esponenti del Movimento per la vita, i quali dopo il fallimento del referendum abrogativo del 1981, hanno abbandonato la strategia d’assalto, preferendo invalidare dall’interno la Legge 194, utilizzando le scappatoie presenti nella stessa per raggiungere i loro obiettivi, ovvero per impedire alle donne l’accesso alla contraccezione e all’interruzione volontaria di gravidanza
Il Gruppo salute donna Udi nel 2015 ha preso in esame, attraverso una ricerca ed alcuni strumenti di indagine, la situazione soprattutto ferrarese dell’applicazione della Legge 194 conclusasi con un documento molto argomentato, in cui sono stati puntualizzati i vari problemi emersi e sono state avanzate alcune proposte, inviate poi alla direzione dell’Ospedale di Cona, rappresentata dal dott. Carradori e all’Azienda USL rappresentata dalla dott.ssa Bardasi , con i quali si è avuto già un primo incontro su queste problematiche. Ci auguriamo che possano seguirne altri prossimamente per ottenere impegni precisi atti a migliorare i servizi dai Consultori giovani a quelli familiari, presupposti indispensabili e basilari di tutta la 194.
L’UDI e il gruppo salute donna continueranno la battaglia per l’autodeterminazione, la dignità e la salute della donna .

Luana Vecchi – gruppo salute donna UDI

Leggi la lettera di Patrizio Fergnani

e le risposte di:
Daniele Lugli – Movimento Nonviolento
Ilaria Baraldi – consigliera comunale

IL RICORDO
Casaleggio tecnoprofeta dell’Italia dei nativi digitali

A un paio di giorni dalla scomparsa del co-fondatore del Movimento 5 Stelle, in ricordo di Gianroberto Casaleggio pubblichiamo un commento scritto nel 2012 da Roby Guerra.

La macchina orwelliana di tutti gli old media, reliquie della storia e del cibermondo, è in piena attività: unica arma della partitocrazia tradizionale, asse nazional-liberal-socialista del mondo (il novecento che fu…) contro la primissima, unica, finora, autentica news esito fatale e strutturale della Internet generation in Italia, ovvero il cosiddetto M5Stelle di Beppe Grillo, e ora lo sanno tutti- di Gian Roberto Casaleggio, tecno guru dicono…
Poveracci Bersani, Fini, Casini, Vendola, e nano poco tech anche gli ex seguaci di Grillo, sinceri forse quest’ultimi ma al confronto sia di Grillo che soprattutto il cosiddetto Tecnoguru, appunto meri link inconsci dei primi..
Poveracci i direttori del Corsera, L’Unità, La Stampa, e tutti quanti e i loro pennivendoli tecnici del secolo scorso, mediocri e netanalfabeti, esattamente come Rigor Montis e armata Euroleone…
Ma come, tutte le sonde della media e della moda statistica segnalano la rivoluzione del web in Italia, del M5Stelle finalmente a livello elettorale prossimo venturo e – sinergia live di un popolo italiano che sub liminalmente almeno si è rotta il cazzo del Novecento, dell’Ideologia, dei Partiti, dell’AIDS politik e dei Partiti tradizionali in fase terminale e – la paleo società pseudo liberale italiana altro non trova altro che riesumare i vecchi copioni-totem/tabù sia del nazismo che del comunismo per esorcizzare la decomposizione e il funerale del Vecchio Mondo anche in Italia e persino sterminare il Mondo Nuovo che sarà?
Grillo fascista! Casaleggio persino un inquietante transumanista o futurista che sogna un mondo dominato da macchine e robot? Gli orwelliani old media e old politik sparano queste cazzate confermando che non capiscono un cazzo delle nuove tecnologie, del computer mondo nascente…
Casaleggio è un raro tecno genio italiano, uno dei pochi, a quanto pare, ancor più di Grillo (che ha comunque il merito di avere captato e divulgato nell’Agorà politik e sociale la Web Revolution prima di qualsivoglia Intellighenzia nazionale) che – anche nei fatti (e almeno questo riconosciuto tacitamente o controluce e loro malgrado dagli stessi old media) – mica Centro Sociali… . E’ realmente contemporaneo di Marinetti, McLuhan,Toffler, De Kerkchove, Negroponte, Bill Gates, Steve Jobs: contemporaneo nel cuore, nello spirito, nell’anima.
Quale dittatura delle macchine? Questa c’è già in Italia… quella della macchine umane dei Politik e dei giornalisti! Semmai Casaleggio, il contrario! La Superdemocrazia delle macchine pensanti, della Matrice senziente nascente, le 3 leggi della robotica di Asimov, più democratiche delle costituzioni parkinsoniane di tutta Europa, meglio Neuropa.
Già: i pazzi autentici comandano Europa e Italia, senza il voto dei popoli e bollano di tecno fascismo proprio Casaleggio e Grillo, confondendo strategie iperdemocratiche del M5Stelle che geneticamente e memeticamente non possono capire… Perché le scimmie non parlano?
E anche così tecnoignoranti old media e old politik! Se un comico profeta della Rete solleva anche dubbi (ma Chaplin capì il nazismo con Il Grande Dittatore ben prima degli… Alleati!), l’attenzione inedita mediatica verso Casaleggio rivela un registro di sistema del M5Stelle ben più arma letale per la paleo politica italiana!
Secondo i virus programmati già da Casaleggio… l’infezione ora è nel cuore del sistema come si diceva negli anni di piombo… La Lotta Amata per il (Web) Futurismo è già cominciata! Ma gli anni di Silicio sono l’ossimoro degli anni di piombo.
Burocrati di tutta Italia unitevi ed estinguetevi! La Nuova Italia dei nativo digitali sta arrivando! E Casaleggio (ancor più di Grillo) il suo tecno profeta!!!

Roby Guerra

ECOLOGICAMENTE
Morire per l’ambiente

Berta_Cáceres
Bertha Cáceres

Bertha Caceres è stata uccisa in Honduras poco più di un mese fa, il 3 marzo 2016. Era un’attivista che si batteva in difesa dell’ambiente opponendosi alla costruzione di una diga. L’anno scorso aveva vinto il premio Goldman “Environmental Prize”: premio assegnato annualmente agli attivisti ambientalisti di ogni continente, lo stesso che nel 2013 aveva vinto un italiano, Rossano Nicolini, maestro elementare ecologista di Capannori che diffonde sul territorio la comunicazione a proposito dell’incenerimento.

Bertha Caceres è stata uccisa a casa sua durante una rapina, almeno così dice la polizia. Coordinava il Consiglio dei popoli indigeni dell’Honduras ed era molto scomoda per le autorità così come molti altri sono stati scomodi in molte parti del mondo. Negli ultimi anni sono stati quasi un migliaio i morti uccisi perché attivisti ambientali. Da dieci anni a questa parte è quasi triplicato il numero di omicidi degli attivisti per l’ambiente: è quanto si legge nell’indagine “Deadly Environment” condotta dall’organizzazione Global Witness e riportata dal Guardian.
Brasile, Perù, Filippine e Thailandia sono i paesi più colpiti, tra quelli che si conoscono, ma forse della situazione di molte altre parti di Africa e Asia non si sa niente. Spesso sono persone comuni, che difendono la loro terra e che si oppongono a sfruttamenti di risorse naturali e inquinamenti ambientali. E gli autori di questi crimini, che spesso fanno comodo anche ai governi e alle grandi aziende, restano impuniti.

Che tristezza: i difensori dell’ecosistema sono spesso sconosciuti, anonimi e pagano nel silenzio con la loro vita. Questo perché i nomi e il numero dei morti assassinati per aver tentato di salvaguardare i propri diritti opponendosi allo sfruttamento industriale del proprio territorio ci suona spesso come un tema lontano e non come una questione che ci tocca da vicino. Ma è davvero così?

Per approfondire:

La notizia dell’omicidio su Il Corriere della Sera

Difendere l’ambiente può costare la vita (Internazionale)

La difesa dell’ambiente: un mestiere pericoloso

Un 2015 di violenze sui giornalisti ambientali

Omicidi ambientali: le cifre di una pulizia etnica

 

LA LETTURA
La valigia di Sergej

“… Ma anche così, Russia mia, sei la terra a me più cara …”. (Aleksandr Blok)

Sergej Dovlatov
Sergej Dovlatov

Una sorpresa, questo Sergej Dovlatov (1941-1990), una scoperta in una grande libreria moscovita mentre cercavo, con impazienza, un libro in italiano (qui non sono tanti). Eccomi incappare, fortuitamente e fortunatamente, nella traduzione di “La valigia”, un libriccino edito da Sellerio che qui costa quasi il doppio del suo prezzo di copertina in Italia, ma che mi incuriosisce e mi tenta troppo. Mi porta alle prime pagine e poi alla cassa.
Percorrerò strade attraverso gli oggetti, tante vite e storie. Quella che ho fra le mani (e che leggerò in una domenica d’un fiato), è una raccolta di 8 racconti, con tanto di premessa, che ruotano intorno ad altrettanti oggetti. Quelli che Dovlatov, scrittore ebreo russo emigrato negli Stati Uniti, mise nella sua valigia alla partenza dal suo paese e custodì per lungo tempo prima di ri-accarezzarli e percorrere la loro storia, e con essi la propria. A ogni episodio corrispondono un oggetto e un personaggio della sua vita diventata vagabonda quando, alla partenza da Leningrado, di fronte al funzionario dell’Ufficio espatrio che gli indicava di poter prendere con sé al massimo tre valigie, si rese conto che a lui ne bastava solo una. Pensò “ma davvero è tutto qui? E risposi: sì, è tutto qui”.
Eccoci allora alle prese con i calzini finlandesi, la “roba occidentale” che si tentava di trafficare, in periodi difficili, per guadagnare qualche rublo in più, o con le scarpe del sindaco di Leningrado, rubate sotto il tavolo durante l’inaugurazione della stazione della metropolitana intitolata a Lomonosov. A far sorridere ci pensa ancora il bel vestito scuro a doppio petto, regalato allo scrittore (a suo dire vestito malissimo) dal direttore del giornale presso il quale lavorava, per partecipare a cerimonie funebri a o spettacoli al Kirov. La cintura da ufficiale proviene dalla sua esperienza come sorvegliante nei campi di lavoro, la camicia di popeline dalla moglie Elena che gliela regala prima di lasciarlo ed emigrare in Israele. Il colbacco di gatto giunge a seguito di una rissa, i guanti da automobilista da una festa di fine anno organizzata dai colleghi di redazione. Grottesco della vita mescolato con una bizzarra natura filosofica dei suoi simpatici personaggi.
Una valigia di ricordi e pensieri sparsi, pezzi di vita di un simpatico squattrinato all’epoca dell’Unione Sovietica, con le sue abitudini, qualche ubriacatura e molte critiche alle stranezze e alle miserie del regime. Il tutto filtrato da un incredibile e coinvolgente humour. “Questa valigia”, commenta Laura Salmon nella postfazione, “così personale e unica, diviene una metafora della diasporica condizione umana. … Rispetto al tempo siamo tutti emigranti. Tutti emigriamo nella nostra giovinezza, da un passato fatto di persone, di immagini, di episodi e sentimenti che il ricordo ha la forza di resuscitare e immortalare. A dispetto della falsa sicurezza che ci ispira la fisicità dei luoghi, il tempo cancella inesorabile la fisionomia delle case, dei quartieri, delle città”. Uno scrittore originale, un  “dissidente dalla vita”, dotato di un atteggiamento di vita amaro e dissipatore, che nella sua immensa bravura ricorda Carver e Cechov. Da leggere.

S1113-3ergej Dovlatov, La valigia, Sellerio editore, 2014, 191 p.

ALTRI SGUARDI
La rivoluzione del museo del ministro Franceschini: eclissi o rinascita della cultura?

di Maria Paola Forlani

La religione dell’arte ha i suoi proseliti e i suoi luoghi di culto: i musei. Destinati a ospitare la bellezza, essi stessi divengono spesso belli ancor più delle opere che ospitano, non solo per l’insieme delle collezioni, ma per il connubio delle stesse con l’architettura, la luce, lo spazio, la decorazione e l’atmosfera dell’ambiente.

Bilbao
Il museo Guggenheim di Bilbao

Questa capacità dominante dell’architettura, o comunque del luogo, è stata particolarmente percepita nell’epoca contemporanea, dando luogo alla costruzione di edifici nei quali il progetto architettonico prevale sulle opere che contiene. L’esempio lampante tra molti è il Museo Guggenhem di Bilbao di Frank Gehry.
Tra i musei del passato però, la cui qualità architettonica peraltro è sempre rilevante, ve ne sono non pochi il cui fascino non proviene solo dall’architettura o solo dalle opere, bensì dal felice rapporto fra contenitore e contenuto. L’importanza delle modalità espositive è sempre stata sentita e lo è sempre di più. Sta anzi divenendo una disciplina a sé stante e nel visitare un’esposizione non si giudicano più soltanto le opere esposte, ma anche, talvolta soprattutto, il modo in cui sono esposte. Autore (o autori), regia (o sceneggiatura) e scenografia assumono quindi pesi quasi equivalenti, in un’esposizione o nell’allestimento di un museo come in uno spettacolo teatrale.
Luoghi di contemplazione, i musei risentono dell’aura mistica di luoghi in qualche modo sacri: cattedrali dell’arte, monasteri di bellezza. E nei casi frequenti in cui essi sono stati in origine abitazioni di collezionisti o di artisti riescono a documentarci anche una condizione di vita perduta, assumendo uno straordinario significato storico ed evocativo che sarebbe pressochè impossibile ricostruire. Il museo spesso, è stato detto, è l’orfanotrofio delle opere d’arte, nate per altre destinazioni e a queste sopravvissute, qui trovano protezione e visibilità. Malgrado questo traumatico cambiamento di vita, talora esse riescono a ristabilire con il nuovo ambiente un armonioso quanto miracoloso rapporto e a ricostruire l’aura del luogo di provenienza, palazzo, chiesa, casa, atelier e così via. Non a caso spesso erano e sono edifici storici a venire adibiti a musei.
Il convegno “La “rivoluzione del Museo” tra eclissi e rinascita della cultura?”, tenutosi all’edizione appena conclusa del Salone del Restauro nell’ambito del progetto internazionale “La città dei musei” (a cura di Letizia Caselli), ha posto il problema di come il museo dinamico possa essere proteso alla ricerca.
Il progetto “La città dei musei. Le città della ricerca” presentato nel 2015, si propone di affrontare in modo costruttivo e propositivo l’argomento della ricerca nei musei con alcuni puntuali riflessioni. La recente riforma Franceschini ha riorganizzato il sistema museale italiano dal punto di vista amministrativo e giuridico con la costituzione di venti musei autonomi e di una rete di diciassette Poli Regionali che dovrà favorire il dialogo continuo fra le diverse realtà museali pubbliche e private del territorio, ma ha affondato le radici in problemi complessi e di lunga data.
Una riforma che ha suscitato non poche reazioni e perplessità, quando non di aperta contrarietà, sia da parte di esperti della cultura italiana sia di alcune componenti degli stessi apparati ministeriali.
Le ‘antiche’ e diverse questioni riguardano innanzitutto il ruolo, la funzione e lo status effettivo dell’istituto museale, la sua autonomia scientifica e formativa, in un momento di debolezza e cambiamento del concetto tradizionale di cultura e delle categorie culturali e in un contesto di risorse drasticamente ridotte, personale scientifico insufficiente, terziarizzazione spinta, non solo dei servizi, ma anche della produzione culturale.

Img14911207

Ѐ necessaria una nuova visione. Visione in cui istituzioni, università e musei dovranno innanzi tutto formarsi e formare per poter affrontare una realtà che richiede figure diversamente formate rispetto a quelle di oggi e nella quale vanno declinati e focalizzati modi specifici di ricerca, poi condivisi tra paesi diversi, in allineamento con le tendenze che si stanno affermando nelle principali città europee, anche in funzione di finanziamenti e progetti concreti.
Tuttavia il convegno “La “rivoluzione del Museo” tra eclissi e rinascita della cultura?” ha risentito, nel dibattito e nelle relazioni, proprio di tutte le ambiguità della nuova riforma e della pesante alleanza con il privato per il recupero di nuove risorse, auspicate dal Ministro come ‘unica salvezza’ del patrimonio artistico. In realtà le sedicenti verità sui privati, spesso privi di finalità umane e di vera crescita, si scontrano con il metro della Costituzione. L’articolo 9, e i suoi nessi con gli altri principi sui quali è stata fondata la Repubblica, ha spaccato in due la storia dell’arte, rivoluzionando il senso del patrimonio culturale. La Repubblica tutela il patrimonio per promuovere lo sviluppo della cultura attraverso la ricerca (art.9) e questo serve al pieno sviluppo della persona umana e per la realizzazione di un’uguaglianza sostanziale (art.3).
Oltre al significato universale del patrimonio, questo sistema di valori ne ha creato uno tipicamente nostro: il patrimonio appartiene a ogni cittadino – di oggi e di domani, nato o immigrato in Italia – a titolo di sovranità, una sovranità che proprio il patrimonio rende visibile ed esercitabile. Il patrimonio ci fa nazione non per via di sangue, ma per via di cultura e, per così dire, iure soli: cioè attraverso l’appartenenza reciproca tra cittadini e territorio antropizzato. Perché questo altissimo progetto si attui è necessario, però, che il patrimonio culturale rimanga un luogo terzo, cioè un luogo sottratto alle leggi del mercato. Il patrimonio culturale non può essere messo al servizio del denaro perché è un luogo dei diritti fondamentali della persona. E perché deve produrre cittadini: non clienti, spettatori o sudditi.

La conoscenza è l’unica medicina capace di curare, fermare, forse vincere questa epidemia di disumanizzazione. Nella nuova riforma Franceschini il dominio dei privati è destabilizzante, i nuovi direttori, come reali ‘dittatori’ senza nessun approccio reale con le sovrintendenze (ormai sparite), creano fantasmi nei collaboratori silenziosi, i più giovani sono privi di possibilità di entrare come veri protagonisti di una vera collaborazione o ‘ricerca’ retribuita, ma restano sudditi senza possibilità di uno spiraglio di un lavoro in prospettiva.
I privati hanno creato, spesso, vere dispersioni di capitali e oltraggi architettonici ormai incurabili. Mi riferisco alle violenze strutturali della dimora del conte Vittorio Cini, in via Santo Stefano a Ferrara, che ha perduto i suoi contorni medioevali per la bramosia di ‘ipotetici’ acquirenti della diocesi che hanno trasformato un luogo di cultura e d’arte in un ambiguo ‘condominio’, mentre le biblioteche e la collezione d’arte sono scomparse.

ELOGIO DEL PRESENTE
Una generazione in salita

Con un titolo emblematico, “Generation Uphill”, l’Economist del gennaio scorso segnalava le difficoltà di una generazione che nonostante le opportunità – impensabili per le precedenti – rischia di vedere disperso un patrimonio di intelligenza e di risorse. In tutto il mondo sono 1 miliardo e 8 milioni i giovani tra i 15 e i 30 anni, circa un quarto della popolazione totale. Anche se le differenze tra i paesi sono ovviamente rilevanti la loro situazione è straordinariamente simile: sono cresciuti nell’era degli smartphone e all’ombra di un disastro finanziario globale; vivono la difficoltà di ottenere una buona istruzione, un lavoro stabile, di avere una casa e di farsi una famiglia.
Per certi aspetti i giovani non sono mai stati così bene: vivranno più a lungo rispetto a qualsiasi generazione precedente. Sui loro smartphone possono trovare tutte le informazioni immaginabili, godono di libertà che i loro predecessori avrebbero a malapena potuto immaginare. Sono anche più scolarizzati, i punteggi medi sui test di intelligenza sono aumentati da decenni in molti paesi, grazie a una migliore nutrizione e all’istruzione di massa.
Eppure, gran parte del loro talento è sperperato. Nella maggior parte dei paesi hanno almeno il doppio delle probabilità di essere disoccupati. Oltre il 25% dei giovani residenti in paesi a reddito medio e il 15% dei residenti nei ricchi sono fuori dall’istruzione/formazione e dall’occupazione. L’istruzione è diventata così costosa che molti studenti sono costretti ad accumulare debiti pesanti per ottenerla, d’altra parte il mercato del lavoro in cui stanno per entrare non è mai stato così competitivo. Anche la casa è costosa, soprattutto nelle grandi città globali dove le opportunità di lavoro sono migliori.
Per entrambi i sessi il percorso verso l’età adulta, dalla scuola al lavoro, al matrimonio e ai figli, è diventato più lungo e complicato. Molti giovani oggi studiano fino a 25 anni e formano famiglie più tardi in attesa di posizioni più stabili e sicure. Purtroppo, l’orologio biologico non si adatta a queste esigenze della vita lavorativa e le conseguenze sulla natalità sono pesanti.
Inizia ad emergere un conflitto inedito tra generazioni. Da sempre gli anziani hanno sostenuto finanziariamente i più giovani, all’interno delle famiglie i trasferimenti intergenerazionali scorrono quasi interamente dai nonni ai nipoti. Ma nei paesi ricchi il flusso ha già iniziato ad invertirsi, per i vincoli della spesa pubblica in larga parte dedicata alle pensioni e all’assistenza sanitaria.
Le democrazie faticano ad ascoltare i giovani e questi votano sempre più raramente. Solo il 23% degli americani di età compresa tra 18-34 ha partecipato alle elezioni del 2014, rispetto al 59% degli over 65. Nel 2015 in Gran Bretagna ha partecipato alle elezioni solo il 43% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, mentre ha votato il 78% degli over 65. In entrambi i paesi il partito favorito dagli elettori più anziani ha ottenuto una vittoria evidente. I giovani esprimono del resto un forte interesse per cause politiche, ma una mancanza di fiducia nei partiti politici. Sempre secondo i dati dell’Economist, in tutti i paesi i giovani sono delusi: solo il 10% degli intervistati cinesi ritiene che le prospettive di carriera dei giovani si fondino sul lavoro o le qualità personali e non sui legami derivati dalla posizione familiare.
Tutti i paesi, quindi, hanno bisogno di porsi il problema delle opportunità di futuro per i giovani. Se ciò non accadesse, i talenti un’intera generazione potrebbero essere sprecati.

Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

INTORNO A NOI
Il mondo del lavoro in un concorso: Libération in supporto ai giovani

laurefissore9Anche quest’anno si svolge il concorso lanciato dal quotidiano francese Libération dedicato ai giovani artisti. Se parlate francese quanto basta, avete meno di 30 anni e un progetto nel cassetto legato alla fotografia, a un’immagine o a un reportage dedicati al mondo del lavoro, questo annuncio fa al caso vostro. “Sguardi sul lavoro” e il suo mondo, è il tema del concorso lanciato dall’Apaj (Association pour l’aide aux jeunes auteurs, sito) per documentare la vita lavorativa di ogni giorno, negli uffici, nei campi, nelle miniere, nelle fabbriche.
Ci sarà allora chi è avvolto dalla routine o, al contrario, chi è totalmente appagato dal lavoro che ama, come un artigiano, un pittore, un artista, un ricercatore. Oppure chi non ha scelto ma è stato costretto a imboccare una certa carriera. Ci saranno i colori dei mercati o dei negozi, dei souk, dei fioristi o dei fruttivendoli. Si potrà immortalare il rapporto con le macchine, con gli utensili, con i computer e le calcolatrici, gli animali, gli altri. A voi scegliere.
A valutare una grande giuria composta dallo scrittore francese, membro dell’Académie Française, Erik Orsenna, da David Caméo, direttore del Museo parigino des Arts Décoratifs, da Irène Omélianenko, di France Culture, oltre che da importanti reporter e giornalisti di Libération. Le categorie sono quattro: “testo” (un reportage in formato word di 4 pagine, 6000 caratteri spazi compresi con almeno una fotografia), “quaderni di viaggio” (una serie di almeno 10 disegni, massimo 20, in formato jpg, larghezza 1024 pixel, ma anche pdf), “fotografia” (una serie di almeno 10 immagini, 20 massimo, formato jpg, larghezza 1024 pixel) e “suono” (reportage o creazione audio di almeno 4 minuti da mettere in soundcloud, inviare il link).
Si può partecipare a più categorie, inviando il tutto a f.drouzy@liberation.fr. I termini per l’invio? Il 6 giugno per la categoria “testi”, il 12 settembre per le altre. La giuria si riunirà a fine ottobre e la consegna dei premi, con relativa esposizione dei lavori finalisti, avverrà nel mese di Dicembre. I premi? 8 borse intitolate a “Erwan Donnelly” (giovane autore scomparso prematuramente), di 1200 euro per i primi e di 800 per i secondi. A essere privilegiati saranno a scrittura, la sensibilità, lo stile, il senso dell’umorismo, l’originalità, la sincerità. Provare per credere.

Fonte Immagini: Libération

Per vedere i termini del concorso clicca qui

ECOLOGICAMENTE
Trivelle sì, trivelle no, forse non è solo questo il problema

Le trivelle servono per perforare estraendo del materiale e creando un pozzo. Questa tecnologia viene usata anche nel campo degli idrocarburi e anche in mare: le cosiddette trivellazioni offshore.
Il 17 aprile ci sarà un referendum per eventualmente abrogare la richiesta di autorizzazioni per trivellare entro le dodici miglia marine e realizzare delle piattaforme per recuperare idrocarburi con concessioni per tutta la durata del giacimento. Il referendum è stato promosso da nove regioni (inizialmente le regioni erano dieci: Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. L’Abruzzo si è poi ritirato).
La data non permette di fare il referendum insieme alle elezioni amministrative: qualcuno sostiene e che così si ostacola il quorum. Il referendum è previsto dall’articolo 75 della Costituzione: può essere proposto da 500 mila elettori o da almeno cinque Consigli Regionali per abrogare, totalmente o parzialmente “una legge o un atto avente valore di legge”. Dopodiché, prima di arrivare al voto vero e proprio, i quesiti devono passare una serie di controlli tecnici e devono essere dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale.
Io mi limito a chiedermi se sappiamo cosa siamo chiamati a valutare o se, invece, ci ritroviamo nella situazione di mancata o parziale informazione già vissuta con il passato referendum sull’acqua.

Il quesito è relativo alla durata delle autorizzazioni per le esplorazioni e le trivellazioni dei giacimenti in mare già rilasciate: abrogazione dell’articolo 6 comma 17 del Codice dell’Ambiente [vedi]. Il comma in questione prevede che le trivellazioni per cui sono già state rilasciate delle concessioni non abbiano una scadenza. Il referendum vuole, invece, limitare la durata delle concessioni alla loro scadenza naturale, chiudere dunque definitivamente i procedimenti in corso e evitare proroghe. Sembra una questione marginale, ma in verità si tratta di questione di fondo che ci riporta alla politica energetica nazionale dei prossimi anni.
Il tema petrolio è complesso e non si può certo affrontare in un articolo, come anche la complessa politica energetica nazionale. Alla base anche una questione di rapporti tra governo centrale e regioni. Il Piano delle Aree, introdotto dal decreto Sblocca Italia definisce quali siano le aree in cui avviare dei progetti di trivellazione con uno strumento di pianificazione e razionalizzazione che prevedeva la partecipazione attiva delle regioni. Il Piano è però stato abrogato dal governo nella legge di stabilità. Un conflitto di attribuzioni. Tutto chiaro? Non credo. Non a caso viene anche definito il referendum dell’assurdo. Un’opportunità persa.
Persa la grande occasione di discutere di politica energetica e di fonti rinnovabili. Azzardo un’ipotesi: se il quorum viene raggiunto si deve ripensare la politica del petrolio. La strategia energetica nazionale si basa su 700 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) di riserve di idrocarburi ritenute insufficienti. Ma forse il problema non si risolve trivellando il mare.

Credo che non andranno a votare in molti e dunque che si sia soprattutto persa la grande occasione di valorizzare uno strumento democratico di partecipazione come il referendum (come già accaduto per l’acqua pubblica). Peccato. Se però in molti voteranno si valorizzerà un diritto.

VIDEOCONFERENZA
Tra crisi dei partiti e semplificazione mediatica della politica ecco l’avanzata populista

Un vizio che conquista: è il populismo. Un vizio che ha antiche radici, un modo di pensare, di parlare, di agire, oggi sempre più diffuso nelle dinamiche politiche italiane e non solo. “Populismo, un vizio che conquista: la politica dei pifferai” è stato il titolo scelto per il terzo appuntamento della rassegna Chiavi di Lettura, il ciclo di conferenze organizzato da Ferraraitalia in Biblioteca Ariostea.
Relatori dell’evento: il sociologo Fiorenzo Baratelli, direttore dell’Istituto Gramsci, e gli esperti di comunicazione Luca Foscardi (fondatore di Dinamica Media) e Michele Travagli (fondatore di Kuva), moderati dalla giornalista di Ferraraitalia Ingrid Veneroso.

Una parola, ‘populismo’, che il linguaggio politico odierno rischia di “banalizzare come già fa con altri termini”, ha spiegato da Baratelli in apertura. E’ importante ricordare che “il populismo ha accezioni sia positive sia negative, è letteralmente la parola del popolo e per questo non ha etichette né di destra né di sinistra”. Per questo è un termine e un fenomeno che va analizzato “all’interno del contesto democratico – ha continuato Baratelli – poiché il populismo stesso nasce dentro la democrazia”.
Perché oggi il populismo è così in voga? Secondo il direttore del Gramsci le cause sono principalmente la crisi dei sistemi di mediazione politica (sfociata nella crisi dei poteri e dello Stato-nazione) e gli effetti della globalizzazione: “siamo entrati nella democrazia del pubblico”, inteso naturalmente come audience dei mezzi di comunicazione di massa, e come in circolo vizioso questo ha accresciuto ancora di più la mediatizzazione, la personalizzazione e la banalizzazione del discorso politico.
Una dinamica che si può invertire solamente grazie ad un maggior funzionamento delle istituzioni e della classe politica ma, soprattutto, in seguito alla ricostruzione di un’opinione pubblica oggi “spappolata e incapace di riorganizzassi”, ha detto Baratelli. E questo può avvenire solo restituendole uno spazio pubblico in cui i cittadini si possano di nuovo formare le proprie opinioni in maniera consapevole e non seguendo, appunto, l’uomo forte, il pifferaio di turno.

Chi la comunicazione politica la vive da vicino da anni è Luca Foscardi, che ha individuato una delle cause principali della recente grande ondata populista nell’altissimo tasso di analfabetismo funzionale: “in Italia sfiora il 35% della popolazione”. Inoltre l’esperto di comunicazione ha segnalato il “grande cambiamento delle dinamiche e dei focus dei media che, contemporaneamente alla crisi dei partiti, a partire dai primi anni Novanta ci ha fatto assistere a una crescente mediatizzazione della politica. Politici come Renzi e Berlusconi – ha continuato – sono due grandi artisti, interpreti del proprio tempo, hanno avuto e continuano ad avere così tanto successo mediatico perché abili a dettare l’agenda politica”.
Dove stiamo andando quindi? Foscardi ha concluso ricordando a tutti che oggi viviamo “in una campagna elettorale permanente, governata da un’esigenza sempre maggiore di comunicare da parte della politica, l’azione senza la comunicazione non funziona più, oggi quello che si fa va comunicato immediatamente, altrimenti è come non averlo fatto”.

“E’ sbagliato accostare sempre il populismo alla democrazia”, ha affermato Travagli, ammettendo poi che “siamo noi esperti di comunicazione in primis a dover semplificare le cose”, soprattutto in un mondo dove “tutto cambia così velocemente da non riuscire a starci dietro”. Travagli ha sottolineato anche come, in questa veloce evoluzione, stia cambiando la genetica stessa del mondo del lavoro: un esempio emblematico è il caso di Pizza Bo, la start-up di recente ‘trasferita’ dal capoluogo emiliano a Milano.
“Siamo tutti complici di questa enorme semplificazione politica” ha concluso Travagli, indicando come unica vera soluzione all’avanzata populista il “rivoluzionare completamente le scuole, ripartire proprio dalle basi, dalle radici, perché non è più possibile basarsi su modelli scolastici arretrati e ancora ottocenteschi”.

Guarda il video integrale dell’incontro “Populismo, un vizio che conquista: la politica dei pifferai”

EVENTUALMENTE
Alla Pinacoteca di Brera Raffaello e Perugino dialogano sullo Sposalizio della Vergine

di Maria Paola Forlani

Primo-dialogo-Raffaello-e-Perugino-attorno-a-due-Sposalizi-della-Vergine
La locandina

La mostra “Primo dialogo, Raffaello e Perugino attorno a due Sposalizi della Vergine” dà il via a una nuova epoca per la Pinacoteca di Brera che, sotto la direzione di James Bradburne, mette fine alla pratica delle grandi mostre e inaugura una serie di appuntamenti volti alla valorizzazione della collezione permanente.
L’eccezionale prestito a Brera dello “Sposalizio della Vergine” di Perugino, proveniente dal Musée des Beaux-Art di Caen, e la sua collocazione accanto allo “Sposalizio della Vergine” del giovane Raffaello (capo d’opera della pinacoteca milanese) si presentano fino al 27 giugno 2016, per la prima volta nella storia, in un confronto unico.

Ai due capolavori è stata accostato poi un terzo Sposalizio della Vergine: quello dipinto da Jean-Baptiste Wicar nel 1825. Da quest’ultima versione nasce l’incipit narrativo di tante storie diverse: quella di un grande maestro (Perugino) e del suo talentuoso allievo (Raffaello), quella di un capolavoro sottratto alla sua patria e della fortuna in terra francese del suo autore, e infine quella del Santo Anello, che secondo la tradizione l’apostolo Giovanni avrebbe ricevuto dalla Vergine in persona, divenuto sacra reliquia fu l’oggetto per cui nei secoli si scatenarono agguerrite passioni municipali e nacquero grandi capolavori.

“Lo Sposalizio della Vergine” è la prima opera di Raffaello datata e firmata, della quale il pittore, poco più che ventenne, ha quindi pienamente riconosciuto la paternità. È anche la prima nella quale siano riconoscibili le derivazioni e, al tempo stesso, l’autonomia.
La composizione nasce da un’idea di Perugino: un gruppo di personaggi, divisi in due schiere, davanti a un vasto spiazzo chiuso sul fondo da un tempio a pianta centrale.
Il precedente peruginesco più noto è la “Consegna delle chiavi” della Cappella Sistina (1482). Ma i rapporti, più che con questo affresco – che Raffaello non poteva avere visto direttamente, non essendo ancora andato a Roma, ma poteva conoscere solo attraverso i disegni del maestro – devono essere stabiliti con lo “Sposalizio della Vergine”, che Pietro Vannucci, detto il Perugino, aveva dipinto poco prima: l’opera era stata commissionata dalla confraternita di San Giuseppe per la Cappella del Santo Anello nel Duomo di San Lorenzo a Perugia, perciò il giovane allievo e collaboratore doveva averla visto nascere giorno per giorno.
Le somiglianze sono indubbie, iniziando dalla forma della tavola, verticale e arcuata. In ambedue i casi il sacerdote, al centro, sostiene i polsi degli sposi mentre Giuseppe infila l’anello nel dito di Maria. Dal lato del primo sono gli uomini (uno dei quali spezza la bacchetta non fiorita), dall’altro le donne; tuttavia le posizioni degli uni e delle altre sono speculari. La piazza è pavimentata a scacchi, in modo da indicare, con esattezza geometrica, la prospettiva, secondo la tradizione fiorentina. Al tempio poligonale si sale mediante una scalinata e si accede da una porta, mentre, al di là, un’altra porta lascia vedere una porzione di cielo e di paesaggio.

due-sposalizi
I due capolavori a confronto

In realtà però i due quadri sono profondamente diversi.
Raffaello interpreta e trasforma il modello creando una composizione non soltanto originale, ma molto più moderna di quella di Perugino, e soprattutto di maggior valore artistico, perché l’opera d’arte nasce non dalla scelta di un certo soggetto, ma dal modo in cui esso è reso a seconda della personalità dell’autore.
L’elemento determinante è il tempio, che Perugino immagina ottagono, con un prònao su quattro lati, del quale, senza ragione compositiva, taglia la cupola con il limite della tavola: un tempio massiccio, statico, che chiude lo spazio come un fondale scenico.
In Raffaello il tempio ha sedici lati, così da equipararsi quasi a una pianta circolare, ha una peristasi di archi sostenuti da colonne e la cupola, libera, riprende coerentemente la forma della cornice. Ha una certa somiglianza con il Tempietto di San Pietro in Montorio che il Bramante proprio in quegli anni sta elevando a Roma.
Anche senza accettare la tesi del Vasari per la quale esisterebbe una parentela (che non risulta da nessun documento), vi sono certo rapporti di amicizia fra il giovane Raffaello e l’anziano Bramante, ambedue urbinati; perciò Raffaello, anche senza aver visto direttamente l’edificio bramantesco a Roma, può averne conosciuto i progetti.
Da Bramante, Raffaello riprende l’idea cinquecentesca dell’edificio centrale intorno a cui ruota lo spazio.
Il tempio si alleggerisce innalzandosi sugli scalini e articolandosi perimetralmente con il porticato (entro il quale circola l’aria) raccordato al nucleo principale con eleganti volute.
La sua forma (coordinata per elementi salienti successivi, alla cupola), stagliandosi contro il cielo terso e trasparente, fa sì che lo sentiamo non come fondale, ma come centro di uno spazio che gli si estende egualmente intorno, di qua come di là e ai lati.
A ciò contribuisce in gran parte la pavimentazione della piazza, le cui linee prospettiche coincidono sul davanti con ciascuno spigolo della base poligonale formata dai gradini.
La convergenza ottica, dovuta alla prospettiva, fa sì che queste direttrici fondamentali sembrino non parallele fra loro, come sono nella realtà immaginata dal pittore, ma disposte a raggiera in concomitanza con i lati del tempio, che tanto più ne ricava centralità. Con questa impostazione sono coerenti anche le figure in primo piano, le quali facendo perno sul sacerdote si dispongono secondo due semicerchi, uno aperto verso lo spettatore, l’altro verso il tempio. Sono figure sciolte negli atteggiamenti, forse ancora un po’ leziose per la lieve inclinazione delle teste di origine peruginesca. Ma se ne riscattano se considerate nella complessa composizione, ossia inserite in uno spazio razionale, dominato dalla luce chiara, non immemore di Piero della Francesca, una luce che conferisce alla tavola un senso di serena meditazione sul fatto sacro.

BORDO PAGINA
Sognare lo spazio attraverso la musica

La lombarda Elena Cecconi è una donna con lo spazio in testa. E’ infatti uscito recentemente il suo ultimo album “Sognando lo Spazio” per Urania Records, diretta di Noemi Manzoni, in collaborazione con il noto pianista inglese Tim Carey. Lavoro particolare e atipico, secondo lo stile della musicista nota a livello internazionale nell’ambito della musica contemporanea, con all’attivo concerti in tutto il mondo, per esempio in Usa nel 2015.
Elena Cecconi, inoltre è art director dell’Associazione culturale e futuribile Space Renaissance, fondata dall’ingegnere umanistico Adriano Autino e che in Italia può contare su promotori quali Gennaro Russo e altri gravitanti da anni nell’area dell’Agenzia Spaziale Italiana.
Musica, spazio e futurismo nell’accezione anglosassone indicano così il percorso musicale specifico della Cecconi, di matrice classica, reinventata secondo direzioni originali e tutt’uno con l’azione culturale di Space Renaissance. Elena ha dichiarato in una recente intervista il Blog della Musica: “Il cd “Sognando lo Spazio” con il pianista inglese Tim Carey, vuole essere  percorso della mente e delle emozioni. Attraverso brani stilisticamente diversi, evocando mondi e soggetti lontani dalla nostra quotidianità, eppure così vivi e vicini alla nostra vita psichica. Attraverso i brani mi ripropongo di avvicinare le persone ed il grande pubblico alla musica in generale, e alle tematiche di Space Renaissance in particolare”. “Casta Diva” dalla Norma di Bellini apre il viaggio con un’invocazione alla luna e poi ci si inoltra attraverso il mondo delle creature mitologiche di “Prelude à l’après-midi d’un faune” di Debussy e la drammaticità del mondo antico di “Chant de Linos” di Jolivet. Attraverso il linguaggio musicale Elena ci narra la nostra appartenenza al cosmo.  Il racconto continua con Undine, creatura acquatica e quindi in qualche modo aliena: folclore germanico, rievocata con fascino, dal linguaggio romantico di Reinecke. Infine una sorta di trilogia che guarda allo spazio: “Dreaming land” di Paola Devoti, composto per Space Renaissance; “Moon slow” di Howard Buss dedicato alla stessa Elena; “Across the stars” di John Williams, da Star Wars. Questi tre brani entrano l’uno nell’altro con un linguaggio colto e moderno, ma anche semplice e comprensibile. Musica percussiva con elementi jazz e futuristici.
Questo concept album dunque ci parla del “rapporto dell’essere umano con ciò che è alieno da noi”, continua Elena: la Luna invocata di Norma, ma anche quei riflessi lunari densi e ammalianti pennellati da “Buss in Moon slow”. La Terra dei Sogni di Devoti che guarda alle stelle e Williams che, infine, le stelle ce le fa attraversare con la magia del suo brano evocativo: “siamo già altrove….nello Spazio e nel Futuro!”, conclude la musicista lombarda.

Più nello specifico, il sound di  Elena Cecconi, potenziato virtuosamente da Carey, attraversa una certa matrice contemporanea, tra la musica cosmica del tedesco Klaus Schulze e lo stesso Glenn Gould, e presenta nello stesso tempo una sorta di minimalismo come nuovo pop virtuoso e postclassico. Dai numerosissimi lavori di Schulze, per esempio, a parte la naturale sincronia siderale, ricordiamo l’album “X” con minisinfonie esplicitamente dedicate a scrittori e filosofi a modo loro metamusicisti (Nietzsche, Trackl), e un neoromantismo tedesco che avvicina lo stesso Schulze al “citazionismo” di Reinecke performato dalla Cecconi. Dell’avanguardistico Gould citiamo le celebri elaborazioni di Mozart.
Nel disco la cover di John Williams da “Guerre Stellari” segnala una certa ormai ‘antitradizione’ nella musica pop al quadrato – dagli stessi tedeschi Tangerine Dream e i primi Kraftwerk agli stessi (pur in modulazioni diversissime) Brian Eno (Music for Films”, “Music for Airport” e”Apollo”) e il francese J. M. Jarre – sia certo ‘sperimentalismo’ comunicativo (echi anche del jazz “matematico” di A. Braxton), che mirano a creare veri e propri soundtrack del nostro tempo informatico e spaziale. Tale spartito significante verso l’”assoluto” nuovo è rievocato da un lato nello specifico dai brani di  Debussy e Jolivet,  espanso nella peculiarità femminile in quello del Bellini  lunare, amplificato dal tributo di H. Buss e dagli “spaziogrammi” inediti di P. Devoti; dall’altro affiora il grande archetipo di Pitagora stesso e della musica come cosmo vibrante, segno per eccellenza dello spirito umano, quasi riconnettendosi al volo di Space Reinassance, come catturare il suono ritmico delle cosiddette Stringhe della Fisica contemporanea.

Info su www.elenacecconi.it e http://www.elenacecconi.it/1/curriculum_it_en_2536301.html

 

L’EVENTO
Il Paesaggio percepito, un nuovo modo di pensare i luoghi

a cura dell’Associazione ferrarese di promozione culturale Korakoinè

Il paesaggio è la grande opera, monumentale e collettiva, entro cui scorre il filo della storia. In esso, fin dai tempi più antichi, natura e cultura si sono intrecciate, disegnando un gigantesco mosaico in cui si riflette l’abitare umano, fatto di necessità e sopravvivenza, di abilità e ingegno, di una tenace e operosa volontà di incidere e modellare il proprio ambiente di vita.

Tale consapevolezza è diventata valore fondamentale con la Convenzione Europea del Paesaggio del 2000 (ratificata nel nostro Paese qualche anno dopo), che afferma e tutela una nuova idea di bene paesaggistico, identificando in esso quella “parte di territorio così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azioni di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”.

Questa nuova concezione del paesaggio, che apre le porte a nuove riflessioni sull’abitare i luoghi, sarà approfondito dalla geografa bolognese Paola Bonora, nell’incontro dal titolo “Il paesaggio percepito. Un nuovo modo di pensare i luoghi. L’approdo alla Convenzione Europea del Paesaggio“, in programma a Palazzo Bonacossi il 6 aprile prossimo alle 17.15, organizzato dall’Associazione culturale Korakoinè. Come scrive Bonora in una delle sue più recenti pubblicazioni, questa prospettiva è straordinariamente interessante perché“ pone al centro il senso di appartenenza degli abitanti che sono chiamati a partecipare alla costruzione della qualità della vita collettiva e dei territori”.

E’ un approccio che stravolge l’idea stessa di paesaggio: non più inteso soltanto come i ristretti spazi di pregio e di eccellenza, ma “territori nella loro interezza, senza distinzioni estetiche o di eccezionalità”. Diventano così “paesaggio” anche i luoghi della vita quotidiana e con essi quelli degradati e delle periferie, in quanto contesti di vita e di storia delle popolazioni locali. Alla base di questa rinnovata ed estesa definizione di paesaggio, c’è il riconoscimento che ogni individuo e ogni comunità possiede un legame identitario con il proprio paesaggio, e la comprensione che ciascuno “porta in sé dei paesaggi di elezione legati a sentimenti di appartenenza, condivisione, emozione”, al di là dell’aggiuntivo valore estetico.

Questa idea, in cui il paesaggio sembra diventare finalmente un bene di tutti, implica un profondo cambiamento di rotta nella cultura del vivere comune e nelle politiche di governo dei territori. Esige, come afferma la geografa, anche una nuova convinzione: quella di sentire che le risorse fondamentali per le nostre società “non sono soltanto i costrutti materiali o i servizi”, ma ugualmente preziosi sono “le atmosfere, le percezioni, gli stati d’animo e le tensioni emotive”; tutto ciò che il paesaggio continua ancora ad assicurarci.

Nel corso dell’incontro sarà proiettato il documentario “Quando il Po è dolce” di Renzo Renzi, con la collaborazione
di Sergio Zavoli, 1951. Il filmato fornisce un quadro delle condizioni di vita nelle Valli del Delta negli anni del dopo-guerra: dai bunker tedeschi nel Bosco della Mesola usati come abitazioni, all’analfabetismo dilagante, al lavoro scarso e mal pagato, e ai curiosi aspetti di costume, come quello di sposarsi dopo la nascita dei figli e soltanto quando si era in grado di mantenerli.

*Il filmato è stato concesso dal Centro di documentazione cinematografica del Delta del Po.

Paola Bonora è stata docente ordinario di Geografia e comunicazione del territorio, alla Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Bologna. E’ membro del Comitato scientifico della società dei territorialisti, Onlus che promuove la valorizzazione dei luoghi come base della conoscenza e dell’azione territoriale.

Conferenza pubblica “Il paesaggio percepito. Un nuovo modo di pensare i luoghi. L’approdo alla Convenzione Europea del Paesaggio” organizzata dall’Associazione ferrarese di promozione culturale Korakoinè
Luogo: Palazzo Bonacossi, Via Cisterna del Follo 5, Ferrara
Orario: 17.15

delizie-estensi-karakoinè

Leggi anche
Delizie estensi, un itinerario culturale nelle terre del Po

La scheda su Karakoinè

LA SEGNALAZIONE
A Ferrara Off impronte corporee per lasciare traccia delle metamorfosi della vita

Si può fermare la trasformazione, la metamorfosi della vita? Si può fissare in modo artificiale uno stadio o uno stato dell’esistenza, un pensiero, un ricordo? Se sì, quale sceglieremmo e quale significato avrebbe quella traccia?
“Le età della vita. Tracce di metamorfosi” è il progetto di ricerca creativa che Stefano Babboni intraprende per questo aprile 2016 durante la propria residenza artistica nello spazio bianco dell’Associazione Ferrara Off. Un progetto e una ricerca ai quali tutti coloro che lo desiderano sono invitati a partecipare e a dare il proprio contributo, attraverso i laboratori (divisi in fasce d’età) e gli incontri che per un mese circa trasformeranno lo spazio bianco inaugurato a fine 2015 in vero e proprio atelier aperto al pubblico.

moto continuo
moto continuo. 250×220 impronta corporea e fusaggine su cotone anno 2007

Cresciuto “nella patria degli anarchici, ereditandola tutta”, mi dice al telefono sorridendo, dalla sua Carrara si è poi trasferito in Emilia Romagna e vive e lavora tra Bologna e Ferrara. Stefano è un danzatore classico e contemporaneo e un tanguero, un educatore e un artista visivo: tutti tasselli che si riflettono e si compenetrano l’un l’altro andando a formare il suo processo creativo. Dal 2005 ha iniziato a realizzare quelle che lui definisce “azioni corporee su tele”: un tentativo di ri-appropriarsi di presenze, di fissare la “permanenza”. Stefano stende sulle tele trattate con fondi bianchi smaltati una sostanza chiamata fusaggine, cioè legno di salice carbonizzato. Il corpo poi si adagia a terra lasciando la sua impronta in negativo e successivamente, mediante un procedimento in togliere, vengono asportate alcune tracce o ritoccati alcuni particolari, per creare maggiori contrasti tra zone bianche e zone scure. Terminato questo processo in levare, vengono applicati fissativi.
Il suo lavoro che si muove su diverse soglie, tra tangibile e intangibile, visibile e invisibile, pensiero e materia: è “un lavoro di passaggio tra la vita e la morte, rendere esistenziale la morte come passaggio vitale e non concepirla come una fine, una finitezza, ma anzi come un inizio, come l’infinito della vita. La vita non è fatta di sola materia e io cerco di rendere visibile questo: il passaggio vitale della morte”.
L’ho intervistato alla vigilia dell’inizio di questa nuova avventura a Ferrara Off.

Stefano tu sei artista visivo e danzatore: come si compenetrano i due mondi, i due linguaggi artistici? Cosa c’è della danza nelle tue opere corporee e cosa c’è delle tue opere corporee nella tua danza?
La pittura è quello stadio di conoscenza della fantasia e dell’intelletto, dell’intangibilità da rendere tangibile attraverso l’opera d’arte che rimane nel tempo; invece la danza è l’arte che si compie concretamente attraverso il corpo, la persona e la sua esistenza, per vedere la danza bisogna vedere la persona, l’artista. Nella pittura si vede concretizzato il pensiero dell’artista, non l’artista stesso; nella danza è il contrario: c’è il movimento intangibile che non può essere fermato, che non si fermerà mai, che esiste solamente nel momento in cui il danzatore, corpo reale ed esistente lo crea, poi non esiste più.
Nel mio lavoro cerco di accostare queste due realtà: far vivere insieme il pensiero e il corpo, creando come opera d’arte il corpo stesso attraverso una matrice, non una sua riproduzione attraverso la pittura, e nel momento in cui si compie questa azione corporea diventa danza.

Come sei arrivato a questa tecnica pittorica?
È una tecnica allo stesso tempo antichissima e contemporanea. L’uso della cenere e della povere di legno carbonizzato risale penso ai graffiti rupestri, quando già c’era la necessità di lasciare un segno della propria esistenza. L’altra componente, quella contemporanea, sono le antropometrie di Yves Klein, nelle quali l’artista dipingeva il corpo delle modelle e le adagiava su fogli di carta lunghissimi. Il contributo fondamentale però è stato quello di Giovanni Manfredini, che lavora in togliere: lui annerisce con nerofumo da lampade a petrolio tavole preparate con la perlite e poi crea l’impronta del suo corpo. Io faccio più o meno la stessa cosa, ma lavoro con tele nude e stendo fusaggine, cioè legno arso, realizzando delle sindoni. L’effetto è diverso perché la mia matrice materica è molto più terrosa.

Parliamo di “Le età della vita. Tracce di metamorfosi”, allo stesso tempo una residenza artistica e un progetto partecipato di creazione…
Oltre che artista, faccio anche l’educatore, quindi per me è importantissimo pormi in relazione con gli altri e mettere la mia opera al servizio degli altri. Ho lavorato con bambini di tutte le età, con i ragazzi delle superiori insegnando danza, con gli adulti ai quali insegno tango. Con questo progetto ho deciso di metterli insieme tutti per poter ognuno raccontare la propria metamorfosi, il proprio stadio di esistenza, e per poterli mettere a confronto fra loro e con il pensiero di ognuno.

I laboratori sono strutturati per età (6/11, 12/20, 21/64, over 65) e ciascuno prevede tre incontri, ci spieghi quale sarà il tuo approccio?
In questi tre giorni proveremo a riconoscere e superare l’illusione, l’illusione che può dare la materia nella sua finitezza, comprendere il fatto che la nostra naturale deformazione è costruire contenitori finiti, quando si parla della società, della materia, ma anche di pensieri e ricordi. Tenteremo di andare oltre l’invenzione.
Il primo giorno gli argomenti di indagine saranno la memoria e la vista, i mezzi saranno il corpo e la scrittura: vedere lo spazio in cui siamo, dare un nome a quello che vediamo e provare attraverso quel nome a richiamare accadimenti fisici o meno nella memoria. Quindi fare una specie di ricostruzione della memoria attraverso la vista e al tempo stesso crearne una, iniziare a immaginare di vivere le stesse azioni che la persona ricorda in quello spazio. I partecipanti possono dire o non dire qual è l’accadimento, ma sono indotti a riprodurlo fisicamente con il corpo e con la scrittura, scrivendo parole per loro significative di quel ricordo, che poi verranno assemblate a creare frasi. Avremo, infatti, due quaderni a disposizione: il primo sarà la tela, impareremo a fare un’imprimitura di una tela, il secondo sarà di carta per fissare pensieri, nomi di ciò che faremo, direzioni di movimento. Ciò che mi preme passi è che anche il pensiero è una cosa concreta.
Il secondo giorno parleremo di possibile e impossibile: andremo a fondo sulla memoria che è diventata un’immagine e proveremo a trasformarla. Nel primo giorno ne avremo vissuto le conseguenze emotive, nel secondo incontro proveremo a risolverla in senso positivo per la persona: cercheremo una strategia di trasformazione emotiva delle parole e dei gesti.
Terzo incontro: nel corpo e nel pensiero il gesto visibile e in permanente. In altre parole l’impronta corporea, che le persone arriveranno a produrre dopo tutto il processo degli incontri precedenti. Avranno la consapevolezza che la traccia che lasciano di sé in realtà non è altro che un’impronta sulla polvere non permanente: noi decidiamo chimicamente di renderla permanente attraverso lacche fissative. Questo sarà un gesto di responsabilità, la persona fisserà permanentemente qualcosa che non si può fissare: la nostra vita. Esiste il gesto corporeo, esiste l’immagine che noi vediamo riflessa nella tela, ma potremmo passarci sopra distruggendola, sarebbe comunque esistita e continuerebbe a esistere nella memoria, ma la necessità di concretizzarla e renderla visibile per più tempo e per gli altri ci porta a doverla fissare con un agente chimico, con un gesto del quale ci si prende la responsabilità. Anche per questo non tutte le immagini verranno fissate, alcune verranno distrutte.
Ti posso anticipare che con i bambini l’esperienza esistenziale sarà ludica, passerà attraverso il gioco, l’invenzione di storie e la scrittura di canzoni, senza contare quanto per loro sia divertente l’imbrattarsi con una tela.

Per finire la domanda forse più difficile o forse la più semplice: cosa cerchi e cosa ti aspetti da questa esperienza?
Cerco conoscenza, il senso del conoscere più che il senso del sapere e, più che aspettarmi qualcosa, spero che lasci alle persone che faranno questa esperienza una possibilità in più di salvarsi, che faccia loro intravedere la possibilità di salvarsi.

A Ferrara Off aprile sarà un mese “In itinere”, nel quale l’associazione aprirà le porte al pubblico e gli offrirà l’occasione di sbirciare dietro le quinte del processo di creazione artistica: non solo con la residenza artistica e i laboratori di Stefano, ma anche con le prove aperte dei lavori di fine stagione degli allievi di Roberta Pazzi e Caterina Tavolini

Info su “Le età della vita. Tracce di metamorfosi”
Info su “In itinere”

La SEGNALAZIONE
Parma nel Cinquecento: la scuola di Correggio e Parmigianino

di Maria Paola Forlani

Fino al 26 giugno rimarrà aperta a Roma alle Scuderie del Quirinale la mostra “Correggio e Parmigianino. Arte a Parma nel Cinquecento”, a cura di David Ekserdjian (catalogo SilvanaEditoriale): attraverso più di cento capolavori per la prima volta vengono messi a confronto i due grandi artisti emiliani, uno il pittore degli affetti, l’altro sofisticato intellettuale.

Correggio, cittadina della Pianura Padana, è stata per lunghi secoli, dal XII al XVII, feudo della nobile famiglia che da essa trae il nome. Seppur non paragonabile certo ad altri grandi centri italiani (da Milano a Venezia, da Mantova a Ferrara, da Firenze a Roma), era capitale di uno Stato e sede di una piccola corte che, fra Quattrocento e Cinquecento, ha assunto una propria importanza culturale, sotto la guida del conte Gilberto e soprattutto per la presenza della moglie, la nobile poetessa Veronica Gàmbara (1485 – 1550): colta, intelligente, seguace del petrarchismo di Bembo, ammirata da letterati illustri contemporanei, quali Ariosto, Bernardo Tasso o Pietro Aretino, abile reggitrice dello stato dopo la morte del marito.
Qui, sul finire del Quattrocento, è nato il più importante pittore emiliano del medio Rinascimento, Antonio Allegri (Correggio, Reggio Emilia, 1489 c.-1534), noto come il Correggio, piuttosto che con il nome vero o con quello di Antonio Laetus, che ne è la traduzione latina secondo l’uso umanistico. Dopo i primi rudimenti appresi da mediocri maestri locali, Correggio si reca a Mantova, dove si suppone che possa essere stato giovanissimo allievo di Mantegna: nel 1506 morto il grande pittore si trova a lavorare, appena diciasettenne, nella decorazione della cappella funebre del maestro.
Dalla scuola di Mantegna Correggio apprende l’amore per l’antichità classica e per il mito, che interpreterà però in maniera del tutto diversa. Tempera la solennità del maestro con la dolcezza emiliana che gli deriva da Francia e da Costa ed estende le sue conoscenze alle opere di Leonardo e di Giorgione, delle quali comprende non soltanto il significato atmosferico, ma anche, e soprattutto, la concezione moderna del rapporto fra uomo e natura.
Anche se mancano prove documentarie, oggi la critica è concorde nel ritenere che nel 1518 si sia recato a Roma: senza la visione diretta della volta della Cappella Sistina e delle Stanze Vaticane non si spiegherebbero, né concettualmente né formalmente, le maggiori creazioni correggesche posteriori a questa data.
La delicatezza della gamma cromatica e la fresca naturalezza del comporre, sempre variata, si evincono fin dalla sua prima produzione nella quale si dedica a temi religiosi: splendida la “Madonna Barrymore” e il “Noli me tangere” con un magnifico paesaggio agreste sul fondo. Il “Martirio dei quattro santi” è di una drammaticità icastica; affronta temi mitologici e presto s’impone con ritratti mondani. Seguono le grandi imprese pittoriche, come la decorazione della Camera della Badessa nel Convento di san Paolo. Nel verde della cupola si aprono occhi ovali, al di là dei quali, contro l’azzurro del cielo, alcuni putti giocano con elementi venatori.
La piccola Camera della Badessa, pur partendo da uno spunto religioso, è un ambiente eminentemente profano, adatto all’intellettualismo correggesco, comprensibile a pochi eletti. Tuttavia anche quando, nelle cupole di San Giovanni Evangelista e del Duomo di Parma, il Correggio affronta temi sacri in spazi vasti, persegue ugualmente nella mutata la scala proporzionale il proprio ideale di bellezza.

La mostra si apre con le monumentali ante d’organo di Santa Maria della Steccata di Parmigianino, a cui seguono due sale dedicate agli esordi giovanili dei due pittori.
Francesco Mazzola, detto il Parmigianino (Parma, 1503 – Castelmaggiore, Cremona, 1540), spirito inquieto come altri artisti del suo tempo, si forma nella città natale sulla grande arte del Correggio, più che su quella modesta dei suoi primi educatori, gli zii Michele e Pier Ilario. All’ariosa, luminosa, esuberante pittura del maestro, il giovane Parmigianino sostituisce però una ricerca di stilizzazione, che condurrà sempre avanti fino alle ultime creazioni. Indicativo è l’“Autoritratto allo specchio”. La scelta dello specchio circolare convesso, deformante, è un mezzo per togliere alla propria immagine la luce proveniente dalla finestra che si intravede in alto a sinistra. Forse ha ragione il Vasari quando dice che lo fece “per investigare le sottigliezze dell’arte”, tenendo però presente che non si tratta di una semplice esercitazione accademica, di un pezzo di bravura, ma del tentativo di trovare una strada che conduca fuori dalle “secche” del classicismo.

Nel percorso della mostra, in un continuo confronto dei due artisti, ecco la bellissima “Fuga in Egitto con San Francesco” di Correggio: sorprende lo straordinario gioco di luci che piovono su Giuseppe, il bambino e Maria, mentre Francesco inginocchiato appena emerge dal buio con la testa e le mani. Si riverbera la luce, in altra chiave, nella “Madonna di San Zaccaria” di Parmigianino. Entrambe le composizioni sono di una superba maestria, ma quest’ultimo quasi sembra sfondare la tela con la grande figura di vecchio in primo piano di forza michelangiolesca.
“Antea” è uno dei più superbi ritratti del Rinascimento per la compostezza del volto e la sontuosità dell’abito, mentre l’enigmatica bellezza della “Schiava Turca”, dal sorriso malizioso e ironico – immagine icona della mostra – il cui sguardo tranquillo incontra quello dell’osservatore. Entrambi sono due straordinari capolavori di Parmigianino.
Seducente per l’esibita sensualità, è la “Danae” del Correggio, parte dell’ultimo ciclo dedicato agli “Amori di Giove”. Viene spontaneo il paragone con quella più tarda di Tiziano che deriva da questa. I due autori compongono il quadro in maniera simile, eppure giungono a conclusioni del tutto diverse. Mentre in Tiziano la bella donna nuda giace distesa sul letto, attendendo con calma l’unione col dio, qui la giovane, appoggiata ai cuscini, si solleva, seguendo con gli occhi lo svolgersi dell’evento straordinario, il sorriso sulle labbra, le membra mosse, quasi nervosamente vigili, mentre si accinge a ricevere la pioggia d’oro.

Un’ampia selezione di opere su carta mette in evidenza la profonda diversità dell’approccio alla pratica del disegno da parte dei due artisti: quello sostanzialmente funzionale di Correggio è accostato alla produzione più ricca e varia di Parmigianino, artista mosso da un bisogno ossessivo di disegnare.
Bellissimo il dialogo silenzioso tra due piccoli dipinti, il primo un olio su tavola “Matrimonio mistico di Santa Caterina con San Giacomo Minore”, opera del Parmigianino che arriva dal Louvre di Parigi, posto accanto all’olio su tavola del Correggio “Matrimonio mistico di santa Caterina”, arrivata dal Museo di Capodimonte di Napoli,.
Imponente il monumentale olio su tela (3x2m), “San Rocco con il donatore Baldassarre della Torre da Milano”, dipinto dal Parmigianino per la Basilica di San Petronio a Bologna nel 1527. Nella biografia di Parmigianino, Giorgio Vasari afferma che questa pala d’altare fu la prima opera intrapresa dall’artista a Bologna.
La “Conversione di Saulo” databile al 1527, proviene dal Kunsthistoriches Museum di Vienna. L’esattore romano Saulo è appena caduto da cavallo quando uno squarcio luminoso nel cielo segna la sua illuminazione divina e conversione al cristianesimo. Il protagonista, sguardo estatico, è semisdraiato con le braccia spalancate, di cui una appoggiata al suolo, le gambe divaricate con il cavallo bianco che lo sovrasta. Un cavallo che sembra un’apparizione fantastica, del tutto irreale, nella raffinata stesura grigio-argentea con cui si offre alla luce, nella tensione della testa che si staglia sul grigio del cielo, imbrigliata dal prezioso nastro d’oro che cade serpeggiante lungo il collo.

LA SEGNALAZIONE
“L’etica in pratica”: a Unife un ciclo di seminari per conoscere, capire e riflettere

da: ufficio comunicazione ed eventi Unife

Appuntamento il 1° aprile sul tema “Etica e Comunicazione televisiva”.

“L’etica in pratica”. E’ questo il titolo del ciclo di seminari organizzati da Sergio Gessi, docente di Etica della comunicazione e dell’informazione dell’Università di Ferrara, che si terranno ogni venerdì fino al 27 maggio dalle ore 10.15 alle ore 12 nell’Aula Magna Drigo del Dipartimento di Studi umanistici, (via Paradiso, 12).
Prossimo appuntamento domani, venerdì 1° aprile, sul tema ‘Etica e comunicazione televisiva’ con relatrice Dalia Bighinati, giornalista e autrice, direttrice di Tg Telestense, che parlerà di “La vita in onda, ‘una patente per fare tv’?”.
“Il ciclo – spiega Sergio Gessi – ha preso il via il 18 marzo con il prologo del sociologo Fiorenzo Baratelli su democrazia e principio di uguaglianza e si concluderà il 27 maggio con una riflessione sul binomio ‘essere-avere’ di un altro sociologo, Bruno Turra. Nel corso degli incontri l’etica sarà analizzata in riferimento al concreto svolgimento di attività professionali di forte impatto comunitario, valutando per ciascuno gli specifici aspetti comunicativi e relazionali, secondo la più ampia concezione del termine ‘comunicazione’. Gli ambiti scandagliati sono quelli dei media (giornali e tv), della produzione e dei consumi (impresa e pubblicità), delle organizzazioni e delle aggregazioni sociali (politica e web), della ‘presa in cura’ (medica e ambientale)”.

Ecco il calendario del prossimi appuntamenti:
8 aprile – Etica e comunicazione ambientale. “Salvaguardare la casa comune”. Relatore: Andrea Cirelli, coordinatore scientifico di H2O, cultore di Etica della comunicazione all’Università di Ferrara (al polo Adelardi, aula A1)
15 aprile – Etica e comunicazione pubblicitaria. “I venditori di sogni”. Relatrice: Maura Franchi, sociologa dei consumi, docente ordinario all’Università di Parma
22 aprile – Etica e comunicazione nel web. “Miliardari per caso? Intuito e strategia nelle storie di successo del web 2.0”. Relatore: Rudy Bandiera, blogger, giornalista, consulente web, insegna “Teorie e tecniche di digital public relation” all’Università di Venezia e Verona
29 aprile – Etica e comunicazione giornalistica. “Le notizie al tempo dei bit”. Relatore: Marco Zavagli, giornalista, direttore di Estense.com
6 maggio – Etica e comunicazione d’impresa.“Il dovere della trasparenza nei confronti del cittadino-utente”. Dialogo-intervista con Paolo Bruschi, direttore Risorse umane e relazioni esterne di Poste italiane
13 maggio – Etica e comunicazione medica.“Normalità e devianza tra linee d’ombra e stigmatizzazione”. Relatore: Luigi Grassi, direttore del dipartimento di Scienze biomediche e Chirurgico specialistiche dell’Università di Ferrara, presidente della Società italiana psichiatria di consultazione
20 maggio – Etica e comunicazione politica.“La tacita restaurazione degli anni Ottanta”. Relatore: Paolo Morando, giornalista, autore di “Dancing days 1978-1979. I due anni che hanno cambiato l’Italia” e “’80. L’inizio della barbarie”
27 maggio – Conclusioni: etica e società.“Egoismo proprietario o solidale compartecipazione? Un altro mondo è possibile”. Relatore: Bruno Vigilio Turra, sociologo, fondatore dell’associazione Sistemi umani

Per informazioni: Carlotta Cocchi – 0532/293554 – 338/6195391

IL FATTO
Il caso del clarinettista multato in stazione finisce al Parlamento europeo

Finisce al Parlamento europeo il caso di Marco Fusi, clarinettista di fama internazionale multato in un sottopassaggio della stazione ligure di Bordighera, mentre per ingannare il tempo suonava all’aperto nell’attesa di esibirsi in un concerto. Duemila euro di sanzione in base a un regio decreto del 1931 ormai decaduto che prevede l’iscrizione a uno specifico registro per poter suonare. Nell’ammettere l’errore il sindaco Giacomo Pallanca e la polizia municipale hanno portato la multa a 5mila euro per accattanaggio e vendita illegale di materiale audiovisivo. Insomma un servizio all’arte e agli artisti nel paese della cultura. L’episodio, accaduto alla metà di marzo, si è consumato davanti agli occhi di due giornalisti che con la loro testimonianza hanno dato manforte a Fusi nella contestazione delle accuse contenute nella sanzione. Da lì all’interrogazione al parlamento europeo, dove tra l’altro il musicista si è esibito nel 2012 nell’ambito dello spettacolo “Eclisse della Democrazia” con Vittorio Agnoletto, è stato breve. In meno di una settimana quattro deputati, Barbara Spinelli, Curzio Maltese, Marie Christine Vergiat e Eleonora Forenza, hanno ravvisato nella multa una “palese violazione della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” il cui articolo 19 tutela la libertà di espressione in ogni sua forma, compresa quella artistica, della Cedu (Convenzione europea dei diritti dell’uomo) e della Carta di Nizza (Carta dei diritti della UE). Un tris del diritto, che nella libertà di espressione, inclusa quella artistica, ha uno dei suoi fondamenti. Portata l’attenzione sul caso Fusi, i parlamentari hanno chiesto all’Europa quali iniziative intenda assumere nei confronti della vicenda. “Mi auguro che questa storia – dice il clarinettista – serva ad aprire una riflessione a favore di un movimento di opinione in difesa dell’arte e della musica che sono libertà d’espressione”.

boccioni-mostra-milano

LA SEGNALAZIONE
Alla riscoperta di Umberto Boccioni, il futurista

di Federico Di Bisceglie

Nei primi anni del Novecento la storia dell’arte mondiale fu caratterizzata da una serie di movimenti ideologico-artistici che influenzarono tutto il corso degli eventi successivi: le avanguardie.
Sono avanguardie artistiche il Cubismo, con i due principali esponenti riconosciuti in Braque e Picasso, il Surrealismo, l’Espressionismo, ma il movimento avanguardistico per eccellenza, il più complesso e più ‘estremo’ fu il Futurismo. Filippo Tommaso Marinetti il 20 febbraio 1909 pubblica il manifesto del movimento futurista sul giornale francese “Le Figaro”, esponendo in undici punti una serie di idee e progetti che saranno destinati a mutare profondamente la visione del mondo e a diffondere le idee futuriste fra le persone.
Il Futurismo è sostanzialmente una frattura radicale con il passato, sia dal punto di vista ideologico che dal punto di vista pratico. Ciò che l’avanguardia futurista esalta maggiormente è l’idea del dinamismo e del ‘nuovo’, frutto di una società in progressivo mutamento, che ambisce a qualcosa di diverso rispetto alle idee del passato, che secondo i futuristi ingabbiano la progressione dell’umanità. Secondo la concezione futurista la frenesia della città rappresenta in maniera autentica la condizione dell’uomo, ne delinea gli aspetti migliori. Secondo il manifesto dell’architettura futurista, stilato da Antonio Sant’Elia nel 1914, la figura dell’architetto deve essere profondamente cambiata e i materiali impiegati devono essere: cemento armato, legno, vetro, e quindi porsi in netta contrapposizione con l’architettura e le forme dei palazzi antichi. Il più rivoluzionario dei manifesti futuristi è però quello sulla pittura, stilato nel 1910 da Carlo Carrà, Giacomo Balla, Gino Severini, Luigi Russolo e Umberto Boccioni. Proprio lui è in assoluto il più produttivo e il più radicalmente futurista tra i firmatari, sebbene la sua produzione artistica sia limitata alla durata di dieci anni.

Boccioni
Umberto Boccioni

Le tappe della formazione e della realizzazione artistica di Umberto Boccioni sono diverse e talvolta non nettamente riconoscibili. La mostra “Umberto Boccioni (1882-1916): genio e memoria”, organizzata a Palazzo Reale a Milano in occasione del primo centenario della morte del pittore futurista (dal 23 marzo al 10 luglio), ripercorre le tappe della vita dell’artista prematuramente scomparso a causa di una caduta a cavallo nel 1916, attraverso l’esposizione di quasi 300 opere. Quelle di produzione giovanile, all’interno delle quali sono riscontrabili gli stilemi tradizionalmente riconosciuti futuristi, e quelle di produzione più tarda, che denunciano una tendenza alle caratteristiche di opere ascrivibili al cubismo. Frutto di un progetto di ricerca curato dal Gabinetto dei Disegni della Soprintendenza del Castello Sforzesco, la mostra è prodotta e organizzata da Castello Sforzesco, Museo del Novecento e Palazzo Reale, con la casa editrice Electa.
Questa esposizione costituisce un’importante manifestazione culturale, per approfondire e riscoprire le radici di un movimento e di un’artista assolutamente fondamentale per la storia dell’arte. Un’occasione unica per scoprire i più importanti dipinti e sculture dell’artista, ma anche dei principali protagonisti della cultura a lui contemporanea, insieme a un’eccezionale selezione di 60 disegni di Boccioni provenienti dal Castello Sforzesco di Milano, che rappresentano il vero cuore dell’esposizione. Inoltre in mostra si potranno ammirare opere provenienti da importanti istituzioni museali e collezioni private di tutto il mondo, tra cui la Pinacoteca di Brera, le Gallerie d’Italia di Milano, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la Peggy Guggenheim Collection di Venezia, il Metropolitan Museum of Art di New York, e la Getty Foundation di Los Angeles, il Musée Picasso e il Musée Rodin di Parigi, il Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Tutte le info sul sito di Palazzo Reale

NOTA A MARGINE
Edward Hopper: il pittore della solitudine in mostra a Bologna

Le luci all’interno della sala cinematografica trasmettono un clima di piacevole tepore. Gli spettatori, seduti in comode poltrone rosse, fissano lo schermo davanti a loro, ma noi non riusciamo a capire cosa osservano, quale pellicola venga mostrata. Poco più in là, visibile ai nostri occhi, ma separata dalla sala da un muro e da una colonna lavorata che divide nettamente la scena, una maschera scruta dentro di sè. Bionda e slanciata, sembra avere gli occhi chiusi e, con gesti accentuati, scenici, posa per chi la osserva, ignorandolo.
hopper2La gestione degli spazi e le caratterizzazioni dei personaggi hanno attribuito a Edward Hopper la fama di pittore della solitudine americana. La scena descritta rappresenta un’opera del 1939,”New York Movie”, ed è un esempio di quella che sarà gran parte dell’arte del pittore.
Nato a Nyack, località nello Stato di New York, alla fine dell’Ottocento, trascorre la sua vita privata con la stessa regolarità con cui affronta quella artistica. Durante il suo periodo in Europa e l’obbligatorio soggiorno parigino, non si lascia tentare dalla vita sregolata dei suoi colleghi. La Parigi dei primi del Novecento è una città in continua mutazione, voluttuosa e viva, che vede tra i suoi più illustri cittadini Pablo Picasso, Gino Severini e Amedeo Modigliani, e il giovane artista americano avrebbe potuto essere facilmente risucchiato dal vortice degli artisti maledetti. Apprende molto, la formazione ricevuta dai suoi studi in quegli anni caratterizza le sue prime opere, nelle quali sono presenti lo stile degli espressionisti, le figure di Degas e i colori di Manet, ma da questi si distacca durante il primo periodo del rientro in America, in cui emerge quella che sarà la sua identità, immutata fino alla fine dei suoi giorni. Fondamentale la conoscenza, che porta al matrimonio, con l’artista Josephine Nivison, pittrice che ha avuto meno successo del marito, a cui ha fatto da manager, da musa e da compagna.
Edward Hopper si ritrova coinvolto in un processo artistico essenziale per la storia della sua patria. Fino ai primi del Novecento, infatti, non si poteva parlare di una vera e propria arte americana, gli artisti si trasferivano in Europa, vivevano a Parigi per qualche anno e, al loro rientro, aprivano Accademie in cui primeggiava lo stile tipico europeo, lontano dall’arte folcloristica fino ad allora rappresentativa del territorio americano. Tornato a New York, Hopper si focalizza proprio su questo concetto nazionalistico, mostrando nelle sue opere la realtà americana.
imagePonti, case in stile vittoriano, appartamenti cittadini, ferrovie sono solo alcuni degli elementi da lui ritratti, emblema della contraddizione tra civilizzazione e natura, tra ciò che l’uomo aveva costruito e quello di cui la natura voleva rimpadronirsi. Per questo case immerse nei campi assumono aspetti del paesaggio che li circonda, le mura si colorano con i toni della terra e l’azzurro tenue del cielo conquista le tegole dei tetti.
Lo spettatore osserva queste contrapposizioni da una prospettiva nuova, come se ciò che viene raffigurato fosse il frammento di un’immagine, qualcosa guardato da un treno in corsa. Lo scopo è far sentire spaesato chiunque guardi le opere.
Diverse sono le rappresentazioni degli interni, in cui appaiono le figure umane. Assorte, spesso annoiate, distratte da qualcosa al di fuori del dipinto, che seguono con lo sguardo, lasciando allo spettatore la sensazione di essere un voyeur. Hopper rappresenta donne in momenti di intimità, senza lascivia e senza l’intento di renderli oggetti sessuali. E’ lo studio della natura umana, esseri forti e fragili al contempo, come “Una donna al sole”, intenta a fumare una sigaretta accanto ad un letto disfatto, esposta al sole, pensosa e malinconica. Anche vestite, rappresentate in luoghi di ritrovo come caffè, ristoranti o teatri, le figure di Hopper restano misteriose, con la mente altrove, lasciando che il corpo esibisca la loro semplice presenza fisica.
In tutte le situazioni lo spettatore non è invitato a partecipare ai momenti rappresentati, è l’osservatore silenzioso di parte della scena, osserva i personaggi, ma non quello che ne cattura l’attenzione, come se le finestre fossero quadri all’interno del quadro stesso, rendendo le figure osservate spettatori, a loro volta, di qualcosa che a noi è negato.
Più volte nella sua carriera, il pittore americano ha affermato la difficoltà nel dipingere contemporaneamente un ambiente interno e un esterno, perché per creare una rappresentazione del reale si deve conoscere con attenzione ciò che si vuole mostrare. Così riaffiora alla memoria una casa del suo quartiere, gli alberi che osservava da bambino attraverso una finestra, una delle città in cui ha vissuto.
Lo studio degli spazi gli ha permesso di realizzare i doppi ambienti, fatti di interni ed esterni, grazie alla tecnica della parete penetrabile: vetrate immense che dividono lasciando la scena visibile. In alcune opere lo spettatore deve concentrarsi su ciò che guarda per poter vedere questo muro invisibile, posizionato con una prospettiva tale da sembrare inesistente: in realtà stiamo osservando la scena proprio spiando attraverso la vetrata. In altri quadri, l’enorme elemento separatore diviene oggetto fondamentale per la scena, così come nel celebre “Nottambuli”, del 1942, in cui tre persone, sedute al bancone di un bar situato all’angolo di una via, si perdono nei loro pensieri, osservati a distanza dallo spettatore voyeur, escluso dalla scena.
1280px-Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942Nell’arte di Hopper tutto è contrasto: le grandi città, opposte ai piccoli borghi di campagna, donne e uomini, che condividono gli spazi senza che le loro singole identità si tocchino mai, assenti e inespressivi anche nello stessa camera da letto, natura e civiltà. Anche con temi così contrastanti tra loro, le opere non si mostrano mai schierate o politicizzate, l’obiettivo di Hopper, che lui stesso dichiarò irraggiungibile per le sue capacità, era mostrare la realtà nella sua accezione più pura, eliminando ogni tecnica artificiale. Il suo desiderio era realizzare un’opera che shoccasse gli spettatori per la sua rappresentazione così perfetta da sembrare viva.
Le opere dell’artista considerato tra i più importanti del XX secolo, colui che raffigurava la solitudine americana, da oggi sono in mostra al Palazzo Fava, fino al 24 luglio, in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York. Sono esposte più di sessanta opere, partendo dagli acquerelli parigini fino agli scorci americani realizzati olio su tela, che doneranno una visuale completa della sua concezione artistica e del percorso creativo. La mostra “Edward Hopper”, curata da Barbara Haskell, responsabile della sezione dipinti e sculture dell’istituzione museale americana, e Luca Beatrice, è organizzata in sei sezioni cronologiche che raggruppano i temi centrali dell’arte di Hopper, tra ambigui personaggi e ambientazioni quasi cinematografiche.

Sito ufficiale della mostra

ALTRI SGUARDI
Alba, dolce e creativa alba

La brezza all’alba ha segreti da dirti. Non tornare a dormire. (Rumi)

IMG_5491Ferrara è bella questa mattina, particolarmente bella. Si risveglia in un’alba avvolta di rosa, quasi petali leggeri cadessero dal cielo, una lacrima di un giovane angelo commosso davanti a tanta bellezza. Sembra una bella addormentata distesa su petali lilla che dolcemente apre gli occhi dopo un lungo sonno. Forse Lucrezia sta vegliando sulla città, con la sua divina eleganza. Forse Ercole si compiace della leggerezza dei passi sui ciottoli di una delle vie più misteriose e avvolgenti d’Europa, che come per magia (e che onore) porta proprio il suo nome. Magari Borso guarda all’ingiù, compiaciuto di tante stradine brulicanti di musica, di poesia e di pensieri, di voltini antichi che avvolgono i turisti, di piccioni che zampettano alla ricerca di bambini che ormai non danno più loro alcun chicco croccante di granoturco. Certo che stamane Ferrara è davvero bella.

Dalla bianca tenda ricamata si intravvedono i tetti addormentati, le nuvole si confondono con quei ricami leziosi e preziosi, preziose esse proprio come loro. In un lungo abbraccio senza fine, quei pizzi e quel cielo rosato si perdono all’orizzonte. Quasi si confondono. Si avvicina la primavera, i peschi sono già in fiore, rosa anch’essi, l’erba spunta irrispettosa e cristallina fra le pietre antiche. Il campanile della cattedrale, alto, elegante e meravigliosamente diritto, saluta il cielo, come ogni mattina, nebbia o non nebbia, sole o pioggia, vento o sereno, da lontano mi da il benvenuto. Ancora, sempre, ogni volta che rientro. Immancabile, puntale, sicuro, certo. Rosa. Sempre. Il solito piccione curioso si affaccia sul davanzale di marmo, sembra aver dimenticato le poche lucciole che ieri sera cercavano spazio. Il rumore dei vetri svuotati dai cassonetti sembra un tintinnio lontano, non da fastidio, in fondo è una sveglia allegra dopo una notte baldanzosa che, nella via, ha salutato amici che se ne tornano a casa. Dopo una bella e profumata birra artigianale e qualche spensierata chiacchiera in più. Gioia, poca noia. Aromi.

IMG_5489

Tutto profuma di rosa. Il cielo, il letto, le lenzuola, il divano, la camicia da notte, il balcone. Tutto sa di bello, tutto sa di felicità. Sono io o questo cielo? Magari lo siamo insieme, felici. L’ultimo lampione si è appena spento, piano piano, lasciando spazio alla luce del sole. Ora lui non serve più, almeno fino a un’altra notte, quella che, preceduta da un altrettanto splendido tramonto rosa, lascerà spazio ai sogni. Buongiorno Este, buongiorno città che necessiti di una piccola sveglia, buongiorno storia, anche la mia.

Che il rosa vi avvolga.

Fotografie di Simonetta Sandri

ECOLOGICAMENTE
La pianificazione urbana per rispondere alla sfida del cambiamento climatico

“Le città italiane alla sfida del clima”: è il titolo di un recente dossier di Legambiente, elaborato in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. L’aspetto più interessante sta nel fatto che propone nuove strategie e politiche di adattamento per rispondere all’emergenza climatica. Nell’ultimo quinquennio, infatti, si sono registrati in molte città impatti rilevanti legati a fenomeni atmosferici estremi: allagamenti, frane, esondazioni, con danni alle infrastrutture o al patrimonio storico. Richiamo alcuni passaggi del rapporto.

I cambiamenti climatici in atto richiedono nuove forme di risposta alle emergenze e ai pericoli che incombono anche sulle nostre città. Nuove forme di pianificazione e di gestione delle aree urbane sono necessarie per mettere in sicurezza i cittadini e ridurre gli impatti sui quartieri e sulle infrastrutture dei centri urbani. Secondo gli esperti, infatti, saranno proprio le aree urbane a pagare i costi sociali maggiori del ‘global warming’ in particolare nell’area del Mediterraneo. Le città sono il cuore delle sfida climatica in tutto il mondo perché è nelle aree urbane che si produce la quota più rilevante di emissioni ed è qui che l’intensità e la frequenza di fenomeni meteorologici estremi sta determinando danni crescenti, mettendo in pericolo vite umane e provocando gravi danni a edifici e infrastrutture.

In Italia sono diverse le ragioni per cui l’adattamento al clima deve diventare una priorità nazionale. L’81,2% dei comuni è in aree a rischio di dissesto idrogeologico, con quasi 6 milioni di persone che vivono in zone a forte rischio. Le città quindi devono poter affrontare la sfida dei cambiamenti climatici, dell’aumento dei fenomeni meteorologici estremi e degli impatti sociali che, proprio nelle aree urbane, determinano conseguenze spesso drammatiche. Per riuscire in questo intento e ridurre rischi e impatti, occorre attuare strategie di adattamento mirate, gestite a livello nazionale e locale.
Per Legambiente una politica idonea deve prevedere l’elaborazione di Piani Clima delle città, cioè di uno strumento che consenta di individuare le aree a maggiore rischio, di rafforzare la sicurezza dei cittadini anche in collaborazione con la Protezione Civile, in modo da elaborare progetti di adattamento di fiumi, delle infrastrutture, dei quartieri.
Gli esempi di interventi di adattamento raccontati in questo dossier (da Copenaghen a Bologna, ad Anversa) dimostrano come sia possibile realizzare progetti capaci di dare risposta ai rischi climatici in una prospettiva di miglioramento della vita nelle città: mettendo in sicurezza un fiume, restituendo spazi alla natura e alla fruizione dei cittadini, creando quartieri vivibili, anche quando le temperature crescono, grazie agli alberi e all’acqua, a materiali naturali che permettono di ridurre l’effetto isole di calore. L’adattamento al clima è la vera grande sfida del tempo in cui viviamo. Per vincerla, dobbiamo rendere le nostre città più resilienti e sicure, cogliendo l’opportunità di farle diventare anche più vivibili e belle.

Il dossier riporta le informazioni raccolte nella mappa interattiva relative ai danni provocati in Italia dai fenomeni climatici dal 2010 a oggi, con particolare attenzione alle città. Nella mappatura, a ogni episodio sono associate informazioni che riguardano sia i danni che gli episodi precedenti avvenuti nello stesso comune, per contribuire a chiarire i caratteri e l’entità degli impatti provocati, individuare le aree a maggior rischio, registrare dove e come i fenomeni si ripetono con maggiore frequenza per cominciare a evidenziare, laddove possibile, il rapporto tra accelerazione dei processi climatici e problematiche legate a fattori insediativi o infrastrutturali nel territorio italiano.

More info: www.planningclimatechange.org/atlanteclimatico

Per leggere il rapporto clicca qui

NOTA A MARGINE
Con don Ciotti e Libera per costruire ponti verso un futuro di legalità

Dagli oltre 30.000 di Messina agli 8.000 di Reggio Emilia. Oltre 350.000 persone si sono ritrovate ieri in piazza in diverse città d’Italia, per celebrare da Nord a Sud la XXI Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti di tutte le mafie, quest’anno intitolata “Ponti di memoria. Luoghi d’impegno”: per costruire un’Italia che non si limita a dire cosa non va ma si mette in gioco per farle andare. Da Messina, scelta perché il paese ha bisogno non di grandi opere, ma di “ponti che allargano le coscienze e traghettano le speranze”, a Reggio Emilia, la città dei fratelli Cervi e del processo Aemilia, perché è necessaria “l’opera quotidiana di cittadini responsabili” per tradurre “la speranza di cambiamento in forza di cambiamento”. Tutti insieme, dalle 11 in poi per 40 minuti, hanno letto l’elenco di circa 900 nomi di padri, madri, figli, figlie, fratelli e sorelle uccisi dalle mafie nella storia dell’Italia. A Messina nella lettura si sono alternati giovani e famigliari, un ponte di memoria fra adulti e nuove generazioni. Contro “l’anestesia delle coscienze”, “la caduta del senso etico”, una memoria “non di circostanza”, ma “condivisa”, come ha affermato don Luigi Ciotti aprendo il suo discorso, che “non si limita a ricordare le vittime innocenti, ma si impegna a realizzare gli ideali per i quali sono vissute”. Ponti per il futuro costruiti con ideali e parole: scuola, cittadinanza, inclusione, partecipazione, dignità, responsabilità e libertà.

presidio giuseppe francese
I ragazzi del Presidio studentesco Giuseppe Francese di Ferrara a Reggio Emilia

“Nessun ragazzo sia escluso dalla scuola”, una scuola che deve fornire “la competenza alla cittadinanza”, per imparare a “riconoscersi uguali cittadini e diversi come persone” e a comprendere come “la libertà sia il più prezioso dei doni e la più esigente delle responsabilità”. Responsabilità, impegno e partecipazione, perché “le mafie non sono un corpo estraneo, sono i parassiti” che distruggono la nostra società. Noi stessi li alimentiamo, quando non denunciamo un sistema che non rispetta la dignità di milioni di persone, siano esse alle prese con la povertà materiale e culturale, di diritti e di valori, con il ricatto delle mafie e del lavoro nero, o siano gli immigrati “oggetto di accordi umilianti come quello fra Europa e Turchia, frutto dell’ipocrita distinzione tra profugo di guerra e migrante economico – ha denunciato don Ciotti – come se la guerra non fosse combattuta soprattutto con armi economiche e non fosse essa stessa fonte di profitto”. E poi c’è la dignità dell’ambiente in cui viviamo, una questione che secondo don Ciotti riguarda “il bene comune”, non “gli orientamenti personali”: a proposito delle trivellazioni e del referendum del prossimo 17 aprile ha parlato di “diritto delle popolazioni a opporsi allo scempio della propria terra”.
Un’altra parola per costruire ponti è “inclusione”, che “sta alla base della democrazia”. “Le mafie e la corruzione non troveranno spazio in comunità solidali, inclusive”, se “insieme sapremo vincere l’egoismo, l’indifferenza, l’opportunismo”, definiti da don Ciotti “i peccati più grandi della nostra epoca”.
Un ricordo agli amministratori, ai magistrati e alle forze di polizia che fanno il proprio dovere con coraggio, ai giornalisti che raccontano l’Italia che resiste e che si impegna, a Ignazio Cutrò e a Tiberio Bentivoglio, che con la loro testimonianza di dignità sono diventati parole di carne, ai “giovani dell’area penale della giustizia minorile”, che devono essere aiutati “a prendere coscienza delle proprie responsabilità”. Infine il richiamo alla Costituzione come “primo testo antimafia del nostro paese”, “bisogna amarla e applicarla”, “dobbiamo farla diventare costume e cultura”. In essa sono sanciti i “diritti sociali” senza i quali non si possono esercitare i diritti politici e civili.
Don Ciotti però non ha omesso le preoccupazioni che intralciano la costruzione di questi ponti di memoria, di impegno, di libertà: sull’iter della legge istitutiva del 21 marzo, che ha appena passato la prima lettura in Senato, e riguardo i beni confiscati, “uno strumento non usato in tutte le sue potenzialità”. Per giocare questa partita decisiva “occorre un’agenzia nazionale più attrezzata”, “un maggior coinvolgimento degli enti locali”, “occorre evidenziare il valore etico e sociale” delle esperienze di riutilizzo sociale e rimettere al centro “il problema delle aziende: il grande fallimento di questi anni”.

Il 21 marzo a Ferrara
Anche a Ferrara il 21 marzo è iniziato con il nome di una vittima innocente delle mafie: Roberto Mancini. Mancini, come ricordato dal referente del Coordinamento provinciale di Ferrara di Libera Donato La Muscatella, è morto nell’aprile 2014, a 53 anni, per cause di servizio: è l’investigatore che con le sue indagini, all’inizio degli anni Novanta, ha anticipato di 15 anni Gomorra e la Terra dei Fuochi. Da quelle indagini alla fine è stato avvelenato.
A Ferrara questo 21 marzo si è parlato di ecomafie, dei nuovi strumenti per combatterle e di come riconoscerne i primi sintomi, con l’incontro “A munnezza è oro. Una strage silenziosa. Società civile e diritto nel contrasto alle ecomafie” – presso il dipartimento di Giurisprudenza – e la presentazione del libro di Daniela De Crescenzo “Così vi ho avvelenato. Il grande affare dei rifiuti tossici raccontato da un boss della camorra” (Sperling and Kupfner) alla libreria Feltrinelli. Entrambi gli eventi sono stati organizzati in collaborazione da Comune di Ferrara, Coordinamento Provinciale di Ferrara di Libera, Laboratorio MaCrO del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, Regione Emilia Romagna e Avviso Pubblico – Enti Locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie.
Alessandro Bratti, presidente della commissione parlamentare ecomafie – che quest’anno compie vent’anni, come la legge sulla confisca e il riutilizzo sociale dei beni della criminalità organizzata – nel suo intervento ha sottolineato la stretta connessione fra ecomafie e corruzione e come i reati ambientali rappresentino un vulnus non solo per l’ambiente, ma anche per la salute e l’economia di un territorio. E non è detto che il territorio sia solo quello campano. La distrazione di risorse economiche dall’economia legale e la creazione di una competizione distorta, sbilanciata a favore di chi non rispetta le regole, per non parlare degli enormi introiti che poi vengono riciclati in altre attività, sono tutte conseguenze dei fenomeni di “illegalità ambientale”, termine secondo Bratti preferibile al più evocativo ‘ecomafie’, che coinvolgono tutto il nostro paese. Gli eco-reati, come il traffico e lo smaltimento illegale di rifiuti, sono un vantaggiosissimo business per i clan; anche per questo c’è ormai una vera e propria internazionalizzazione, con direttrici che portano soprattutto verso Cina, Albania e Romania.
Bratti ha spiegato poi come ad aver favorito l’illegalità sia stato anche il fenomeno dei “commissariamenti”: agendo in deroga alle leggi ordinarie, la gestione del ciclo dei rifiuti è avvenuta “in regime emergenziale”, per esempio con affidamenti diretti senza gare. E questo non ha giovato alla trasparenza e alla legalità. Per quanto riguarda l’amministrazione, l’onorevole ha puntato il dito contro “la gestione clientelare del consenso”, attraverso “assunzioni nelle società” per la gestione della raccolta e dei trasporti dei rifiuti.

copertina ecomafie
La copertina del libro

Anche alla Feltrinelli si è parlato della pervasività geografica degli eco-reati. Non si tratta solo del fatto che i rifiuti smaltiti illegalmente venivano dalle imprese del Nord Italia. Daniela Di Crescenzo, autrice di “Così vi ho avvelenato”, ha rivelato che in realtà “non possiamo sapere fino in fondo dove siano finiti i rifiuti”. Il suo libro si basa sulle rivelazioni del pentito di Camorra Gaetano Vassallo, che racconta come in molti casi non avesse mai visto il materiale da smaltire, ma avesse “solo venduto la bolla”, cioè “la ricevuta delle spese di smaltimento”. Per Daniela il veleno dei rifiuti è anche il veleno morale della corruzione, che contagia e contamina le coscienze di amministratori, tecnici, imprenditori, “tutto per denaro”. “In Campania come in Veneto” il meccanismo è lo stesso, ha affermato Bratti. E ora, concordano i due, con “500 milioni circa messi a disposizione del sistema”, il rischio è che si crei un nuovo business: “quello delle bonifiche”. In altre parole “il rischio è che oggi bonifichino le stesse persone che prima hanno inquinato”, ha detto Di Crescenzo.
Tuttavia qualcosa è cambiato: dal maggio 2015 con la legge n°68 il Parlamento ha introdotto i reati ambientali nel Codice Penale e il bilancio fra guadagni e rischi delle attività illegali nel settore ambientale non è più così vantaggioso. La legge è un “passaggio importante”, perché fattispecie come inquinamento e disastro ambientale, abbandono illecito e impedimento del controllo, sono ora punibili penalmente e perché si è dato “specifico rilievo alle connessioni fra criminalità organizzata e crimini ambientali”, ha spiegato Costanza Bernasconi di Unife. Anche gli interventi di Giuseppe Battarino, consulente della Commissione Parlamentare Ecomafie, e di Antonio Pergolizzi, dell’Osservatorio nazionale ambiente e legalità di Legambiente, si sono focalizzati sulla nuova legge sugli eco-reati del maggio 2015. Pergolizzi ha parlato di “strumenti più efficaci per perseguire questi crimini odiosi”, come dimostra anche il dossier che verrà presentato proprio oggi da Legambiente sui “primi dieci mesi di applicazione” delle nuove norme: i numeri parlano di “1000 notizie di reato” e “784 prescrizioni” comminate.

A margine delle iniziative, abbiamo chiesto all’onorevole Bratti – che riveste anche la carica di presidente degli Ecologisti democratici ed è coordinatore dei parlamentari Ecodem – un commento sul referendum sulle trivellazioni, al quale anche don Ciotti aveva accennato in mattinata durante la manifestazione di Messina. La sua posizione è netta: “noi riteniamo che questo sia un referendum assolutamente inutile e fuorviante, perché che vinca il sì o che vinca il no, il giorno dopo non succede assolutamente nulla. Detto questo, dato il valore simbolico insito in ogni referendum, riteniamo si debba andare a votare ed esprimere il proprio voto. Però deve essere chiaro che questo referendum non cambia, se non di pochissimo, lo sfruttamento delle risorse fossili autoctone. Il tema vero è la rivisitazione della strategia energetica nazionale”.

Il 21 marzo a Reggio Emilia e a Ferrara (clicca sulle immagini per ingrandirle)

Libera Reggio
La manifestazione di Reggio Emilia
Libera Reggio
La manifestazione di Reggio Emilia
Libera Ferrara
L’incontro a Giurisprudenza
Libera Ferrara
La presentazione alla Feltrinelli

Leggi anche
Ponti di giustizia e legalità

Guarda il video della piazza di Messina

LA LETTERA
Intervento della polizia all’Ipsia Ercole d’Este: parlano gli studenti

da: studenti tutor Ipsia Ercole d’Este

IMG-20160319-WA0001Cari lettori,
noi studenti dell’IPSIA siamo consapevoli di ciò che è accaduto, e non intendiamo assolutamente minimizzarne la gravità. Tuttavia, noi tutor, parlando a nome di tutta la scuola, riteniamo di doverci dissociare da quanti pensano che l’IPSIA sia un luogo adibito allo spaccio e privo di regole: infatti quanto è accaduto rappresenta l’eccezione e non certo la regola!
Noi non siamo né migliori né peggiori dei ragazzi delle altre scuole, siamo ragazzi che credono in loro stessi, nelle loro capacità e progetti futuri, e che ogni giorno affrontano la scuola con serenità e dedizione.
Nessuno di noi è depositario di certezze, nessuno di noi giudica gli altri e nemmeno vuole essere giudicato secondo degli stereotipi che non hanno nessuna base.
Cari lettori, quanti di voi ragionano secondo gli stereotipi? Quanti di voi si mettono in discussione e conoscono la realtà di ogni singola scuola? Siete sicuri che noi rappresentiamo il degrado? Sinceramente noi, i 287 alunni dell’IPSIA, rispondiamo di no.
Noi pensiamo invece che non bisogna nascondere i problemi, ma affrontarli con determinazione e tramite questi crescere e dimostrare tutti i nostri punti di forza, che grazie alla scuola abbiamo la possibilità di esprimere.
Purtroppo però, come sempre accade, non fa notizia il nostro entusiasmo, il nostro impegno quotidiano e la nostra creatività. Fa più rumore un albero che cade, di una foresta che cresce.
Dopo avervi suscitato dei dubbi ed esserci messi in discussione, lo scopo di queste parole è di farvi conoscere il nostro lato migliore. Il bello di fare tante attività che ci permettono di diventare, prima che studenti, cittadini consapevoli, inseriti nella società, e futuri lavoratori in un mondo che purtroppo ha dimenticato la dignità del vero lavoro.
Per questo vogliamo riportare solo alcune delle attività che nel nostro Istituto sono state svolte nel corrente anno scolastico durante la pausa didattica (tra il primo e il secondo quadrimestre): promozione servizio civile, incontro con l’AVIS per sensibilizzare sul tema dellla donazione, corso sulla sicurezza in preparazione all’alternanza scuola-lavoro; incontro con i carabinieri e con la polizia per discutere rispettivamente di legalità e di prevenzione al bullismo (che secondo un altro stereotipo diffuso sarebbe appannaggio della nostra scuola); incontro con la Caritas per sensibilizzare alcune classi al volontariato; progetto ADMO (donazioni di midollo osseo); laboratori teatrali e proiezioni di film; sfilate e tante altre attività.
Ci auguriamo che questi aspetti positivi della nostra scuola ottengano la stessa visibilità che fino ad ora ha riguardato solo quelli negativi.

LA BELLEZZA CI SALVERÀ
Visitare Cuba… in attesa di un’altra Rivoluzione

I nostri mesi invernali sono ideali per visitare I’area Caraibica.
Piove a tratti e con intensità, siamo ai tropici, ma quando i giorni sono soleggiati si possono toccare i 35°, ottimi per un fantastico bagno nel Mar Caraibico.
Cuba è l’umanità carnosa che conosciamo, è la vegetazione che deborda, è il ballo e il canto, è ‘el ron’ (o rum), i cocktail sulle auto americane, è il coloniale e il barocco, il sole, il mare, l’Hemingway Special e la Revolucion o, perlomeno per chi vuol vedere, quel sogno drammaticamente infranto che ha ubriacato diverse generazioni e alimenta ancora qualche nostalgico – molti italiani – che si aggira per L’Avana nel nome del Che e di Fidel. Cuba è unica nell’universo caraibico per quel clima decadente che si respira per le vie di L’Avana. Palazzi oggi fatiscenti che lasciano immaginare una città superlativa e ricca al tempo della borghesia e dei mercanti di tabacco, di caffè, della canna da zucchero, coltivate da quei diversi milioni di schiavi neri forzatamente imbarcati dall’Africa.
Cuba ha capi orgogliosi, ma è rassegnata nella gran parte della popolazione: è in ginocchio, ha un’economia senza finanza e con nessun punto di forza, salvo il turismo per stranieri, che però può contare su pochissime strutture accettabili di ricezione. Minima la conoscenza dell’inglese (ostacolato), si parla solo spagnolo quindi un italiano si arrangia, ma sempre lì si finisce: “come va con il modello Fidel?” Con molta diffidenza e riluttanza i cubani ne parlano, senza dimenticare che fra canti, musica, danze in ogni angolo, ci troviamo nel pieno di una dittatura comunista, che opprime gli oppositori con i metodi usuali.
Viaggiare attraverso Cuba in auto è piacevole, gli autisti negoziano i costi dei percorsi e potete scegliere fra auto americane Dodge, Chevrolet, Ford, Pontiac dal ‘50 fino al ‘58 (con nuovi motori Hyunday, Mitshubishi). Le buche non vengono chiuse, il vero dramma dei driver è che rischiano i semiassi ogni volta che escono, mentre sul ciglio stradale troneggia martellante la propaganda politica del Che e di Fidel: “El pueblo unido jamás será vencido”.
Le vallate delle piantagioni del tabacco, un vero paradiso naturale, ospitano in condizioni per noi europei perlopiù inaccettabili, una popolazione all’apparenza serena; i mezzi di locomozione più popolari sono i piedi, il calesse, il cavallo. Le case dell’interno sono estremamente povere e contrastano con quelle eleganti del quartiere abitato dalla nomenclatura di L’Avana, l’area Miramar: pulita, ariosa con ville e parchi destinati ai politici locali e agli ospiti internazionali.
Trinidad deve essere visitata: un gioiello di città con cinquecento anni di vita, con case coloniali barocche intorno alla Plaza Mayor e dove, dalle finestre aperte, si possono ammirare con invidia arredi coloniali e liberty quasi fossero negozi di antiquari illuminati dai meravigliosi lampadari con cascate di gocce di cristallo.
I musei sono chiusi, tranne quello della Rivoluzione, dove si celebra la vittoria nella Baia dei Porci.
Le verdi campagne a fianco delle strade sono ricchissime d’acqua, ma non sono coltivate. I cubani ci dicono che se uno lancia un seme dopo un giorno già cresce qualcosa, ma nessuno è incoraggiato a coltivarle.
Un universo multietnico che oggi pare viva un’integrazione felice in un equilibrio sperimentale fra bianchi, di colore, mulatti, meticci e i pochi Indios salvatisi dall’occupazione spagnola.
I cubani, liberati dalla dittatura di Batista nel 1959 dalla rivoluzione castrista, sono stati poi costretti dallo stesso Castro in una camicia di forza con la quale non è consentito conoscere il mondo e che oggi intrappola e condanna al silenzio la generazione digitale.

cuba

Un paese purtroppo orientato verso un destino incerto e senza obiettivi, a meno che qualcosa non succeda.
Ed ecco apparire Obama e la soluzione, a poche miglia marine verso la Florida, nel passato via di fuga dei perseguitati da Castro e oggi orizzonte di nuove opportunità, ma che viaggiano in direzione opposta. Da ieri, per la prima volta dopo 88 anni, un Presidente Usa è in visita nell’isola caraibica, per una tre giorni di carattere politico e…commerciale: una compagnia alberghiera americana ha appena firmato un accordo per la gestione di tre strutture a L’Avana.
Le diverse sfumature con le quali i cittadini cubani vivono le aspettative, nell’attesa di una seconda rivoluzione, non limitano il loro guardare verso Nord, verso quella terra a stelle e strisce che potrebbe rappresentare la nuova frontiera per intraprendere un nuovo cammino e realizzare nuovi sogni in una nuova rivoluzione che, è un augurio, non li spogli di una cultura secolare e di una identità originale.
Ci hanno detto “la teoria della rivoluzione è una cosa, la pratica purtroppo è diversa”.
Cuba è affascinante, visitatela subito. Miami è troppo vicina.

L’INTERVENTO
La casa del sisma: gli avvocati della famiglia Zaniboni rispondono al sindaco di Vigarano

Da avvocato Giovanni Govi e avvocato Valerio Guazzarini

La famiglia Zaniboni, per il tramite dei propri legali Avv.ti Giovanni Govi e Valerio Guazzarini, tiene a formulare alcune fondamentali precisazioni rispetto ai contenuti dell’articolo relativo al contenzioso in essere con il Comune di Vigarano Mainarda ed alle dichiarazioni del Sindaco e funzionari comunali ivi riportate.
In primo luogo, si tiene a rimarcare che la condizione di inagibilità dell’intero immobile di proprietà Zaniboni è stata, in primis, attestata dai Tecnici della Protezione Civile, come inequivocabilmente emerge dal contenuto della scheda Aedes n. 11 del 4/7/2012, ove, per l’appunto, tali Tecnici (anche evidenziando la completa accuratezza della verifica dai medesimi condotta) si esprimono in termini di inagibilità dell’intero edificio per alto rischio strutturale.
Dunque, i Tecnici della famiglia Zaniboni – peraltro qualificatissimi esperti che hanno redatto perizie e formulato valutazioni sotto la propria responsabilità – in sostanza si sono espressi in linea con quanto era già stato accertato dalla Protezione Civile.
S’aggiunga che in conformità con quanto attestato dalla Protezione Civile si è anche recentemente espresso il Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Ferrara che, in esito a sopralluogo del 18/01/2016, ha confermato come l’intero fabbricato in questione sia, nella sua interezza, non fruibile proprio a causa delle “lesioni diffuse alle strutture” derivanti dalle scosse sismiche verificatesi durante il terremoto del 20 – 29 maggio 2012.
Dunque, il Comune, con il diniego di contributi e la revoca dell’Ordinanza di sgombero (ossia con gli atti impugnati innanzi al TAR nel giudizio tutt’ora in corso), ha ritenuto di basarsi sugli asseriti (e contestati) esiti di quell’unico sopralluogo svolto – in pochi minuti e senza particolare approfondimento – dall’Ufficio Intercomunale.
Ciò, quando, invece, tutti i sopralluoghi e le verifiche analitiche e circostanziate condotte dagli altri tecnici (ossia, tanto da quelli incaricati dalla proprietà, quanto da quelli della Protezione civile e dal Comando dei Vigili del Fuoco) hanno portato all’accertamento dell’inagibilità dell’intero immobile per gravi lesioni alle strutture.
Quanto, poi, allo stato del contenzioso, si tiene a ribadire come, ad oggi, si siano avuti soltanto pronunciamenti relativi alla c.d. “fase cautelare”, non essendosi ancora giunti ad una disamina nel merito da parte del Tar (innanzi al quale la causa tutt’ora pende).
In proposito, fermo che nel caso di specie risulta sussistere un gravissimo pregiudizio per la famiglia Zaniboni (atteso che l’inagibilità della propria abitazione incide anche sui diritti – costituzionalmente garantiti – alla casa ed all’incolumità), v’è, comunque, da evidenziare che il Consiglio di Stato, nell’Ordinanza con cui si è esclusivamente pronunciato in via cautelare, ha rilevato che “il provvedimento di diniego dei contributi comporta un danno di natura patrimoniale”.
Ciò, dunque, con la conseguenza che, ove le ragioni della famiglia Zaniboni vengano accolte nel merito, incomberà sull’Amministrazione comunale l’obbligo di risarcire il ricorrente della somma di € 917.637,45 oltre iva (corrispondente ai contributi negati), oltre ad interessi e rivalutazione, ed oltre ad ulteriori danni subiti e subendi anche sotto il profilo morale, esistenziale, biologico e psicofisico.
In proposito, si deve, altresì, rimarcare che la richiamata Ordinanza del Consiglio di Stato riconosce la rilevanza dell’accertamento tecnico per la cui ammissione rimanda al TAR.
Il che è, in verità, in linea con la richiesta di Consulenza Tecnica d’Ufficio formulata da parte Zaniboni sin dal ricorso introduttivo al TAR.
La famiglia Zaniboni, infatti, sin dal primo atto del contenzioso in essere, ha richiesto che lo stato della propria abitazione (e, dunque, il livello di danno e l’inagibilità della stessa) vengano, per l’appunto, constatati da un tecnico nominato dal TAR e, dunque, da un tecnico che dovrà essere super partes.
V’è, dunque, non solo la disponibilità all’effettuazione di ulteriori verifiche (per quanto le risultanze degli accertamenti svolti dalla Protezione civile, dal Comando dei Vigili del Fuoco e da tutti i tecnici incaricati dalla Proprietà, siano conformi nell’attestare la richiamata inagibilità dell’intero immobile), ma nuovi accertamenti sono addirittura auspicati, purché condotti da tecnici effettivamente obiettivi.
Quanto, poi, ai riferimenti alle richieste di sopralluogo dei tecnici della Regione – tecnici attivati dal Comune – si precisa che di tali richieste due non sono state accolte per insufficiente preavviso e per sussistenza di precedenti impegni della famiglia Zaniboni.
L’ultima richiesta di sopralluogo, invece, è stata declinata in considerazione della circostanza che, nelle more, è avvenuto il deposito, presso la Procura della Repubblica di Ferrara, di una denuncia da parte della sig.ra Zaniboni e dunque, nella consapevolezza che la ridetta denuncia avrebbe potuto minare la serenità dei funzionari regionali che si fossero espressi, ritenendo opportuno rinviare ogni ulteriore accertamento in attesa degli accertamenti della Magistratura.
Tanto posto, e pur con tutte le riserve del caso, prendendo atto delle recenti esternazioni del Sindaco circa il fatto che la “prima preoccupazione” dello stesso Sindaco sarebbe la “sicurezza”, la famiglia Zaniboni tiene a evidenziare nuovamente la propria disponibilità all’effettuazione di un sopralluogo da parte dei tecnici regionali, ovviamente in contraddittorio con i propri tecnici.
Disponibilità che viene rinnovata nell’auspicio che ciò finalmente conduca ad una definizione rapida ed obbiettiva della vicenda e, dunque, non determini ulteriori ingiustizie a carico della famiglia Zaniboni.
Ciò, sempre fermo che l’inagibilità dell’immobile già risulta dalla documentazione tecnica da tempo in possesso del Sindaco (documentazione, come ricordato, proveniente dalla Protezione Civile, dal Comando dei Vigili del Fuoco e dai numerosi tecnici incaricati dalla Proprietà) e, dunque, sempre fermo il dovere del Sindaco di prendere atto di tali risultanze (ed, in proposito, si rimarca che anche il Consiglio di Stato, nella citata Ordinanza, tiene a richiamare i “poteri” – con i connessi doveri – “sindacali a tutela della pubblica incolumità”).
D’altro canto, tale rinnovata disponibilità viene ad essere esternata anche in considerazione della circostanza che il Sindaco, sul quotidiano on –line “Estense.com” , ha, comunque, pure dichiarato “l’attiguo fienile, che è ufficialmente inagibile e riceverà i fondi per il ripristino” .
Anche se, in verità, nel caso di specie, come abbondantemente documentato, ciò che viene definito “fienile” è, a tutti gli effetti, parte dell’unica abitazione, le riportate affermazioni del Sindaco costituiscono una novità che ci si augura possa essere un primo passo verso il riconoscimento alla famiglia Zaniboni di tutto ciò che alla stessa spetta.

IL FATTO
Clara, la nuova frontiera della raccolta dei rifiuti in provincia di Ferrara

Si chiamerà “Clara – Servizi Ambientali per il Territorio” la Newco nata dall’unione delle società Area Copparo e Cmv, le due multiutility in-house specializzate nella raccolta rifiuti e servizi, che conta fra i soci 22 comuni della provincia di Ferrara. Nome, logo e sede sono stati svelati ieri mattina in conferenza stampa in comune a Copparo; al tavolo dei relatori il sindaco di Cento, Piero Lodi, e quello di Copparo, Nicola Rossi, l’amministratore unico di Cmv Raccolta, Nicoletta Bologna, e Gian Paolo Barbieri, attuale presidente di Area.
“Abbiamo voluto svelare logo e nome con sei mesi di anticipo rispetto alla chiusura della procedura di fusione fra le aziende – ha spiegato Barbieri – per dare la possibilità ai nostri utenti di abituarsi al nuovo nome, per imparare a conoscerci.”
Azzurro e verde, il logo della Newco riprende i colori che hanno caratterizzato per tanti anni le due aziende e diventa il marchio di una nuova realtà del territorio che non intende perdere il contatto con i cittadini.
“In rappresentanza di tutti i comuni soci di Cmv sono felice di poter dire che questa giornata è un punto di approdo, per il duro lavoro fatto in questi mesi, ma è anche un nuovo inizio – ha spiegato il sindaco Lodi – Con la nascita di Clara si apre una nuova dimensione geografica e politica: geografica perché tutti i comuni del ferrarese, eccetto Ferrara e Argenta, entrano a far parte di una stessa realtà territoriale che fornisce ai cittadini interessati un interlocutore unico, più forte e credibile. Con la nuova società facciamo un grande passo avanti verso la semplificazione, superiamo i campanili unendo luoghi e prassi per dare ai nostri cittadini una maggiore efficienza di governance. Diventiamo infatti più grandi, ma non perdiamo affatto la nostra identità locale”.
A fare eco il sindaco di Copparo: “E’ l’inizio di un nuovo percorso che sconvolge un po’ il punto di vista culturale che avevamo della raccolta dei rifiuti: si focalizzerà sul cercare la migliore risposta possibile delle comunità di riferimento. Il prossimo step sarà riuscire a creare un’azienda in grado di fare del rifiuto una risorsa. La nostra volontà è migliorare la vita e la salute dei cittadini, ma anche riuscire ad abbattere le tariffe, dopo un momento di investimento necessario sono sicuro che ci riusciremo”.
Concorda con il beneficio che la fusione porterà alla comunità anche l’amministratore unico di Cmv Raccolta, Nicoletta Bologna. “Questo percorso fatto assieme sarà assolutamente positivo per i cittadini, stiamo lavorando per questo.”
“Anche se l’iter di fusione non è ancora terminato – ha concluso Barbieri – noi stiamo interagendo e lavorando già come una sola azienda, con incontri settimanali per procedere unitariamente su tutti i fronti e le idee chiare rispetto a quello che sarà. I prossimi passi saranno innanzitutto la consegna dei bilanci consuntivi 2015, necessari per il riparto delle quote, poi la conclusione del confronto con i sindacati, per gli aspetti legati al progetto di fusione dal punto di vista della gestione dei nostri lavoratori, infine il voto del progetto di fusione in tutti i consigli comunali interessati. A settembre avremo quindi l’atto formale di fusione e la nascita di Clara.”
Il Consiglio di Amministrazione sarà composto da un rappresentante ex Area, uno ex Cmv e uno di Comacchio, visto che è atteso l’ingresso nella in-house anche del comune costiero. I nominativi dei membri del Consiglio saranno indicati dai soci.
La sede principale sarà a Copparo, nella struttura dell’ex caserma dei Carabinieri, di fianco alla sede del Municipio: l’edificio è in disuso e sarà oggetto di una ristrutturazione importante, così come potrebbe essere inglobato nel progetto la palazzina dell’ ex dispensario dell’AUSL, per la cessione del quale sono in corso serrate trattative.
“Resteranno operative le due sedi attuali, tutti gli sportelli per l’utenza e i servizi di call center – ha rassicurato infine Barbieri – Clara si presenta ai cittadini come un’azienda maggiormente efficace e competitiva, con un bacino di 120.000 clienti domestici e 13.500 aziende su un territorio di quasi 2.000 chilometri quadrati di superficie, ma vicina agli utenti”.

LA SEGNALAZIONE
Unlearning, il film documentario di Lucio Bassadone, fa tappa al Ferrara Sharing Festival

da: ufficio stampa Sedicieventi

Non poteva essere altrimenti! Farà tappa anche al Ferrara Sharing Festival il tour di Unlearning, film documentario di Lucio Bassadone che racconta il viaggio di una famiglia italiana alla scoperta di nuovi modelli di vita basati sulla sharing economy.

Reduce dal successo nei maggiori festival di documentario italiani e internazionali e dopo la prima proiezione di gennaio, la pellicola sarà nuovamente proposta al pubblico del cinema Boldini sabato 21 maggio alle ore 17.30.

L’iniziativa, organizzata tramite Movieday (piattaforma web che consente a chiunque di proporre proiezioni in alcune sale cinematografiche) si inserisce in un più vasto calendario di appuntamenti culturali e musicali, promossi in collaborazione con Arci Ferrara. Fra questi, il Primo Festival Musicale delle Produzioni dal basso, ideato da artisti che hanno prodotto le proprie opere grazie a piattaforme sharing e ad altre forme di condivisione e autoproduzione.

Da oggi ed entro il 14 maggio, è necessario prenotare online (http://www.movieday.it/event/event_details?event_id=311) il biglietto per Unlearning , per raggiungere il quorum minimo di partecipanti che permette la conferma dell’evento. Il film è un appassionante racconto di una famiglia in viaggio che accetta di mettere in discussione il proprio modo di vivere sperimentando modelli alternativi basati sul baratto: dal Woofing (ospitalità in cambio di lavoro in fattorie biologiche), al WorkAway (ospitalità in cambio di sostegno a progetti di strutture indipendenti nel mondo dell’arte, della cultura e dell’educazione), dall’Home Excange (scambio di appartame6292e85c-d647-4bb5-a0d0-af311a1b12cbnto) al Couch Surfing (“scambi di divano”, ospitalità con altre famiglia). Tutti temi dibattuti e di grande attualità che verranno approfonditi, insieme a molti altri argomenti, nei giorni del Ferrara Sharing Festival. La rassegna, organizzata da Sedicieventi con il patrocinio del Comune di Ferrara e la direzione artistica di Davide Pellegrini (Presidente Aise Associazione Italiana Sharing Economy), chiamerà a raccolta cittadini, Istituzioni ed esperti del settore all’insegna del claim Condivido Pienamente!

L’appuntamento è dal 20 al 22 maggio 2016 nel capoluogo estense: vi aspettiamo!

www.sharingfestival.it
Facebook, Twitter e Instagram: @SharingFestival