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I DIALOGHI DELLA VAGINA
Ritrovare la strada per la felicità

La scoperta della leggerezza dopo un grande vuoto, ritrovare se stessi nonostante l’abbandono. Le nostre lettrici raccontano le scelte e le conquiste sulla via della felicità.

Idealizzare il passato: una consolazione fasulla

Ciao Riccarda,
in genere quando si decide di lasciare andare una persona o una situazione che ci va un po’ stretta è una vera e propria liberazione! Ci si sente spensierate, libere di essere e con tanta energia e voglia di fare (spariscono perfino le rughe!). Per quel che mi riguarda il vuoto arriva dopo… e quella situazione che era diventata insopportabile e opprimente inizia a mancarmi.
A distanza di anni non riesco più a vedere i lati negativi di quella storia ma sento la mancanza di quelli positivi. E’ come se il tempo idealizzasse quel rapporto che non c’è più e quando è il presente a diventare pesante, uso i ricordi del passato per trovare un pò di respiro. Forse quello spazio per noi stesse che ritroviamo solo dopo essere fuggite, dovremmo crearlo sempre.
E.

Cara E.,
mi fido se garantisci che spariscono pure le rughe.
Usare, come dici tu, i ricordi del passato per consolare il presente mi sembra un po’ pericoloso perché il filtro è opaco. Come quando troviamo nell’armadio un maglione datato che ci sembra ancora di moda, ma poi quando lo indossiamo vediamo che di moda non è più.
Succede così anche con quella parte di passato che ci piaceva tanto e che bussa alla memoria per ricordarci che è esistito soprattutto quando il presente è faticoso. Credo sia un falso amico che gioca con la nostra propensione a idealizzare. Niente toglie ciò che è stato, ma quel ciò che è stato dovrebbe farci il piacere di rimanere dov’è e non destabilizzarci, altrimenti non vediamo e non viviamo il nostro oggi che continua a sfuggirci.
Concordo sullo spazio per noi stesse da mantenere sempre, il più è ricordarsi quanto sia giusto e vitale.
Riccarda

Perdersi nell’attesa di una ricompensa che non arriva

Cara Riccarda,
come si misura l’assenza, bella domanda.
Ho convissuto anni con una persona che amavo come non credo sarò capace di amare ancora.
Ho lasciato tutto – paese di origine, famiglia, amici – per seguirla, per agevolarla nel suo lavoro, più impegnativo del mio, anche solo per gli orari estenuanti che comportava.
Ho erroneamente pensato che per quel mio sacrificio lui mi avrebbe ricambiata riempiendo la mia vita della sua presenza, della sua attenzione e della sua dedizione, la stessa che avevo riposto io in lui.
I miei giorni, invece, si sono riempiti di attese.
Usciva il mattino presto e tornava la sera tardi.
Io ero diventata il cane che aspetta a casa il padrone, agognando una carezza. Che arrivava sì..ma distratta…come appunto quella che si dà al cane quando si torna a casa dopo una giornata lunga e faticosa.
Io però non sono un cane. Sono una persona, con esigenze molto più profonde che non il cibo o la passeggiatina fuori per fare pipì.
Mi vergognavo troppo per dire queste cose, che anche ora che le scrivo sembrano così banali.
Il mio mondo girava intorno a lui, per lui. Io, non mi ricordavo più nemmeno cosa mi piaceva fare, tanto mi ero abituata a sentirmi dire che non si poteva “perché lui doveva occuparsi dell’attività” e “non c’era tempo”.
Ma quando ho accettato e accolto la consapevolezza di non essere importante quanto lui lo era per me, mi sono svegliata e ho scelto.
Ho scelto me, e un male che ancora adesso fa male, ma che mi ha ridato la libertà di vivere come piace a me e non in attesa di qualcuno che mi faccia felice.
Perché la mia felicità dipende da me e l’unica assenza che veramente mi può ferire, è la mia.
D.

Cara D.,
lo hai capito da sola: l’assenza di lui era meno grave dell’assenza che tu avevi creato per te stessa rinunciando a tutto e dimenticando cosa ti piacesse fare. Questa è la vera mancanza, quando non ci consideriamo più perchè siamo proiettati verso qualcun altro, quando ci inganniamo pensando che sacrificarsi per lui o lei sia giusto e che una forma di restituzione prima o poi arriverà.
Come dimostra la tua lettera, l’attesa non finisce mai, o meglio, non finisce grazie all’altro che si accorge di noi e allora fa qualcosa. L’attesa e la sua conseguente infelicità, finiscono quando capisci che sei tu a doverti liberare dalla mancanza che, nel frattempo, si è fatta sempre più grande perchè ha fagocitato anche te e le cose che ti rendevano unica.
Ti sei salvata da sola, hai avuto fiducia nella possibilità di uscire da situazioni in cui non esistiamo più, se non di riflesso di qualcun altro.
Riccarda

Più aspettative, più delusioni… e provare ad accettarsi?

Cara Riccarda,
ah… quante aspettative abbiamo verso di loro, illudendoci che con ipersoluzioni si possano cambiare, plasmare, modificare come piace a noi, ma poi cosa rimane dell’uomo di cui ci siamo innamorate?
Le sensazioni di vuoto dopo una rottura sono state diverse per mia esperienza, ma poi ripensandoci bene non era altro che il lascito di cocenti delusioni per non essere stata in grado di trasformarlo a dovere.
La delusione ero io in verità.
Poi, il destino ti fa incontrare chi non si riesce a scalfire nemmeno con la più affilata delle nostre limette per unghie, ed è qui che le nostre insicurezze si trasformano in cambiamento; l’ideale non è quello che ci lascia, ma l’uomo che rimane se stesso, con te, nonostate tu.
C.

Cara C.,
e se ammettessimo che non va bene nè volere cambiare l’altro nè cambiare noi stesse pur di piacere?
Conosco donne stremate dalla fatica nell’uno e nell’altro senso, una fatica di Sisifo perchè a ogni storia è sempre tutto da ricominciare. Se, invece, ci fermassimo a osservare come hai fatto tu, la fatica non avrebbe più ragione di essere: accettiamo l’altro che accetta noi per come siamo. Se davvero avvenisse questo riconoscimento reciproco, non impazziremmo come criceti su una ruota in una folle rincorsa.
Poi, nel tempo, si cambia insieme e ciascuno nel proprio spazio.
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

CHIAVI DI LETTURA
Ferrara violenta: le ragioni di Occhio ai Media

Dal dibattito del 27 febbraio, “Ferrara violenta? La criminalità fra realtà e suggestione”, c’è stata una serie di articoli ed editoriali nei giornali locali sul ruolo della stampa nella propagazione di tensioni interetniche nella nostra comunità.

Le nostre ragioni
E’ chiaro che le tensioni razziali esistono nella società, ma sappiamo anche che i giornali hanno un ruolo molto importante, “citare la nazionalità” è solo una parte del problema e lo diventa ancora di più quando c’è la costante associazione tra stranieri e criminalità.

Diventa molto significativa anche la collocazione, la “giustapposizione” di articoli, i commenti a fianco (quasi sempre di esponenti della Lega Nord) che imprimono connotazioni negative complessive.
Il tutto peggiorato da imprecisioni giornalistiche (“verosimilmente nigeriani”, “ragazzi probabilmente nordafricani”, “4 stranieri in bicicletta”), naturalmente seguite da un fatto negativo anche se non sempre un reato.
Per questo le Associazioni dei giornalisti hanno proposto, con la Carta di Roma, una specie di decalogo sconsigliando alcuni termini ed espressioni che possono mettere in luce negativa i soggetti citati.
Infatti nessuno vuole censurare la stampa – sappiamo che i giornali danno molto spazio a politici xenofobi [vedi il nostro sito occhioaimedia.org screenshot manifestazione 24 settembre, albanese espulso], ma questo ovviamente è il loro diritto: è la politica.

Sappiamo che i problemi della nostra società non sono provocati dai giornali ma il modo con cui sono trasmesse le notizie può influenzare, e molto, la formazione di un pregiudizio razzista. Per questo in molti Paesi europei esistono regole scritte, e non, che si traducono in un linguaggio giornalistico più corretto di quello utilizzato generalmente dai giornali italiani.
E’ un dato di fatto che se si legge di continuo titoli del tipo “tunisino ruba una bicicletta” o “rumena fermata in un supermercato” per citare i più blandi, alla fine nell’etichetta negativa si finisce per coinvolgere migliaia di persone oneste, colpevoli solo di appartenere ad una minoranza etnica e si finisce per associare ad ogni genere di accusa generalizzata intere etnie con la criminalità, con la violenza sessuale, con la prostituzione, con lo spaccio della droga.
Senza contare la de-umanizzazione che alcuni articoli sottintendono, racconti nei quali gli immigrati compaiono come animali piuttosto che esseri umani.

Molti di noi ragazzi hanno origine straniera e siamo stanchi di essere bollati con etichette negative che non ci descrivono ma che, a volte, interferiscono con la nostra vita sociale in questo Paese, che è anche il nostro Paese.

Redazione Occhioaimedia

INSOLITE NOTE
“Spiegazioni improbabili” di Massimiliano Cranchi: nuovo album e concerto a Ferrara

‘Spiegazioni improbabili’ è il quarto album di Massimiliano Cranchi e della sua band, un viaggio lungo sette canzoni con scelte, passaggi, incontri e scontri di vita. La presentazione ufficiale avverrà a Ferrara il 15 marzo alle ore 21.00, presso la Sala Estense, in occasione del concerto di Cranchi e la sua band.
Il disco di Cranchi si lega alla tradizione della canzone d’autore italiana, evidenza rivelata sin dalle prime battute di ‘Spiegazioni improbabili sul metodo’, che cita Francesco De Gregori, proseguendo per strade dove si incrociano, tra gli altri, Francesco Guccini, Paolo Conte.
Il punto più alto del disco è raggiunto da ‘Anna’, un brano eseguito con la brava Valentina Curti, un ritratto tormentato tra pazzia e slanci amorosi. Consapevolezza e rimpianto alimentano un amore vero nascosto in un nome, un abbraccio platonico a se stessi e a chi non ci appartiene.
Massimiliano frequenta Ferrara, la città che ama i cantautori, come le rassegne organizzate dall’associazione ‘Aspettando Godot’, che recentemente ha riportato tra il pubblico artisti quali: Renzo Zenobi, Mario Castelnuovo, Flavio Giurato, i musici di Claudio Lolli e di Francesco Guccini.

La copertina di Spiegazioni improbabili

‘Spiegazioni improbabili’ è il nuovo disco di Massimilano Cranchi o della Cranchi band?
Il progetto si è sempre chiamato Cranchi, ho iniziato a scrivere canzoni voce e chitarra tenendole chiuse in un cassetto, è stato merito – o colpa se vuoi – di Marco Degli Esposti che mi ha convinto e spinto a portarle fuori. I dischi escono a mio nome ma sono suonati pensati e arrangiati da una band. Diciamo che questo disco è più ‘solista’ degli altri perché le canzoni parlano della mia storia personale, tutto qua.
Ora a dir la verità ‘Cranchi’ non so più cosa sia… Io, Io e Marco, una band? L’importante è suonare e continuare a scrivere. Tra parentesi, in ‘Non canto per cantare’ tre canzoni sono state scritte interamente da Marco (testo e musica).

Rispetto al tuo lavoro precedente, ‘Non canto per cantare’ (2015), il nuovo album ha un carattere più autoriale…
‘Non canto per cantare’ è nato come disco corale, David Merighi era appena entrato nella band e avevamo voglia di suonare e creare assieme questo disco che poi ha dato molte soddisfazioni, come il tour in Cile.
Spiegazioni improbabili nasce da una mia esigenza, quella di raccontarmi e trovare delle certezze, naturalmente non ne ho trovate…
Mi sono messo in studio con Marco Malavasi (sonic design studio) e abbiamo cercando di differenziare molto le canzoni con l’obiettivo di trovare per ognuna di esse arrangiamenti e strumenti adatti. Il disco non è suonato solo dalla band ma da molti altri musicisti, tra cui i bimbi della scuola elementare di Sermide che fanno i cori di l’amore è un treno.

I Cranchi

Quali ‘Spiegazioni improbabili’ legano le sette storie che raccontano: la tua città, la donna di vetro, la fatica del gregario, macchinisti impazziti e vari aspetti dell’amore…
Spiegazioni improbabili sul metodo, la prima canzone del disco, intro e collante di tutte le altre. Un viaggio onirico e metaforico che prova goffamente a spiegare come nascono le mie canzoni. ‘La donna di Vetro’ cita De Gregori, il macchinista Guccini e il gregario Paolo Conte, mi hai scoperto…

‘Anna’ è uno dei brani più intensi dell’album, dietro si cela Bertha Pappenheim, scrittrice austriaca divisa tra spazzacamini che corrono nel cervello e impulsi amorosi, impreziosito da Valentina Curti…
‘Anna’ è anche il nome di mia sorella… Ho voluto mantenere la ‘presenza femminile’ che ci accompagna in tutti i dischi: Marta Poltronieri per ‘Caramelle Cinesi’, Francesca Amati per ‘Volevamo uccidere il re’, Maria Roveran in ‘Non canto per cantare’ e ora Valentina. Il tema di ‘Anna O’ mi è molto caro, questa è la seconda canzone che le dedico. La prima, ‘Anna O’, appunto, si trova in ‘Caramelle cinesi’. Probabilmente mi affascina questo amore intellettuale mai consumato, questa catarsi a cui Breuer inizialmente non diede importanza, non solo per Bertha ma per la storia futura della psichiatria. Forse perché simbolo dell’amore non ricambiato per antonomasia. La canzone si sviluppa in un botta-risposta alla fine di una seduta psicanalitica, in cui Breuer, accortosi del ‘pericolo’ dell’innamoramento di Bertha prova a prenderne le distanze, senza riuscire razionalmente a controbattere le frasi appassionate della sua paziente. Penso che anche lui ne fosse innamorato ma troppo rigido per ammetterlo e poi le canzoni non si spiegano… ne potrebbero venir fuori solo spiegazioni improbabili…

Massimiliano Cranchi

Tu hai vissuto e frequenti Ferrara, che rapporto ha la città con gli artisti?
Ne approfitto per ringraziare Pino Calautti di Aspettando Godot, fa un lavoro incredibile per portare il cantautorato di qualità a Ferrara. La città dovrebbe aiutarlo di più! Pino è il vero servizio pubblico. Sempre a proposito di Aspettando Godot, vorrei anche salutare il grande Claudio Lolli, spero un giorno di poterci passare una serata assieme.
A Ferrara abbiamo un grande pubblico e vorrei ringraziarli tutti e dire che vi aspettiamo il 15 marzo in Sala Estense, poi non so dire quali siano i rapporti tra la città e i suoi artisti, anche perché io son straniero. Mi son sempre considerato mantovano in realtà, Ferrara mi ha adottato e ho passato gran parte della mia vita in questa città, è stato un rapporto di amore e odio. Ultimamente andiamo d’accordo.

Massimiliano Cranchi

Una domanda a Pino Calautti, dell’Associazione Aspettando Godot
Parlando di Cranchi e della sua band abbiamo affermato che Ferrara ama i cantautori…
Cranchi Band è sicuramente una gran bella nuova realtà, hanno aperto con successo alcune nostre manifestazioni. L’associazione Aspettando Godot opera da alcuni anni a tutela culturale della storica canzone d’autore italiana, spesso con grandi sacrifici e non sempre con aiuti istituzionali. Ha realizzato molti concerti su tutto il territorio con il cantautore bolognese Claudio Lolli. È organizzatrice della rassegna “Storica e Nuova Canzone d’Autore” di Ferrara, la cui ultima edizione 2016 ha beneficiato del patrocinio del Ministero dei Beni Culturali. Aspettando Godot organizza anche la “Rassegna d’Autore e d’Amore” di Bordighera (patrocinio e sostegno Siae per l’edizione 2016). In pochi anni di attività ha portato in concerto artisti importanti come Eugenio Finardi, Alberto Fortis, Nada, Eugenio Bennato e diversi altri. Alle nostre manifestazioni partecipano appassionati provenienti da tutta Italia.

Fotografie in esterno: Marilena Pellegatti
Foto interno teatro: Davide Rampionesi

Anna – Video ufficiale

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Genitori paralleli

La vita da sempre gioca alla roulette russa. Siamo sei miliardi sulla Terra, distribuiti su una superficie di oltre cinquecentodieci milioni di chilometri quadrati, se uno potesse fare la mappa dei possibili accadimenti nell’arco della frazione di un minuto, scopriremmo non di essere una comunità di destino, ma una comunità di casi imponderabili, di una varietà così molteplice da essere impossibile catalogarli e rappresentarli.

Oltre agli ovuli e agli spermatozoi necessari, qualcuno si è mai chiesto come si nasce su questa Terra Patria? È meglio nascere da una sposa bambina o da un utero in affitto? Da un’inseminazione artificiale o da una violenza subita? La roulette russa della vita prevede anche che si nasca morti, o che si muoia per stenti, fame e violenze poco dopo che si è vista la luce, assaporando da subito la brutalità delle tenebre che solo la vita sa riservare.
Non è che l’amore abita ogni luogo della terra, se così fosse la nostra storia sarebbe un’altra.
“L’amor che move il sole e l’altre stelle”, scriveva il sommo poeta, l’amore è il meccanismo del mondo e di tutta la vita.
Quando si nasce, o si incontra l’amore e l’accudimento dell’amore o la vita è per sempre compromessa. L’amore non ha sesso, quella del sesso è tutta un’altra faccenda.
E neppure ha genere. Allevare è levarti da terra, innalzarti a essere te stesso, a realizzarti, a riempirti i polmoni della vita. A levarti da terra nell’antica Roma era il pater familias, indipendentemente dall’averti generato, indipendentemente dalla tua provenienza, solo con quel gesto e per quel gesto ti rendeva figlio. Non erano previste altre figure, né maschili né femminili, tutto il resto era contorno, ovvero quello che noi oggi chiamiamo famiglia.

Sono tanti i modi in cui ci si realizza attraverso l’amore e la scelta di questi non possono deciderla gli altri per noi. L’amore è libero, diversamente non è.
La natura non ha scritto da nessuna parte che la crescita dei cuccioli è prerogativa esclusiva delle madri, non può scriverlo perché la natura è cieca e altro non è capace che di combinare casi a caso.
È la cultura a vergare le norme. E la cultura la scrivono gli uomini per regolare il loro rapporto con la natura.
Mentre la natura non muta, la cultura sì. E può rivedere le sue fragilità, la sua inadeguatezza, la sua inutilità, quanto la sua inattualità.
La cultura è costume, è usanza e le antropologie della Terra ci conducono per narrazioni di genitorialità ibride, i cui codici infrangono la ripetibilità delle regole, perché le storie degli uomini sono aperte alla varietà dei contesti e delle soluzioni. È il problema del complesso che non accetta di essere dipanato secondo le leggi già date, ma richiede sempre di metterne in campo delle nuove.
E se l’amore pretende la ribalta di due madri o due padri, significa che l’amore può anche questo.

Dalla comparsa dell’Homo sapiens, cinquantamila anni fa, l’evoluzione da fisica e biologica è divenuta sempre più culturale, sociale, intellettuale, e questo da allora è il lato nuovo dell’umanità.
Come scrive Edgar Morin, l’uomo è complesso, è nello stesso tempo genere e sesso, e non l’uno o l’altro, non si tratta di sapere in quale percentuale si è sesso e in quale percentuale si è genere. Si tratta di vedere l’intreccio fra queste due componenti. Ed è proprio per via di questo intreccio che oggi ci è dato di trasformare la società liberandola dalle sue convenzioni, perché altre sono le concordanze e le unioni su cui fondare le nostre esistenze e quelle future.
Cosà accadrà alle infanzie con genitori paralleli, sottratte al triangolo freudiano del padre e della madre? Verrebbe da pensare a infanzie libere, cresciute nell’affetto disinteressato, sottratte alla gabbia dei ruoli e dell’identificazione, ai fantasmi dei conflitti libidici, dei complessi di Edipo e di Elettra.

Quanta pedagogia nera ha prodotto la nostra cultura della genitorialità e dell’infanzia, a quanta liberazione, invece, a quante prospettive di rinascita può aprire la strada una genitorialità non di sesso, ma di genere, una genitorialità parallela.
Dopo secoli di tempeste sulla libertà degli uomini e delle donne, sulla forza del loro amore e sulla felicità delle infanzie, gli oscuri nembi delle nostre culture sembrano iniziare a diradarsi, mentre all’orizzonte prendono a splendere le famiglie arcobaleno.

Ludovic-Mohamed Zahed: Io, primo Imam gay, vi racconto cos’è per me la religione

“Il Corano non dice nulla sull’omosessualità”, al contrario “la sessualità va vissuta come un giardino che ognuno può coltivare a suo piacimento”: dunque “l’importante è stare bene con se stessi e con chi si ha accanto”. La verità è che “il signor Islam non esiste, non gli potete telefonare per chiedergli cosa pensa dell’omossessualità, della democrazia, del ruolo della donna”, esiste invece “un’idea dell’essere musulmani” ed è qui che iniziano le differenze: “non c’è omologazione”.
Tutti concetti piuttosto laici. Ed è proprio così che si definisce Ludovic-Mohamed Zahed, “un Imam laico” e “umanista”: “per me essere un imam non è avere il potere di dire agli altri che cosa è lecito, la vita non è solo questione di cosa è lecito e cosa non lo è”.

Un momento dell’incontro di domenica alla Sala Estense

Zahed è ospite, nel tardo pomeriggio di domenica alla Sala Estense, dell’ultimo incontro del Tag Festival, la tre giorni di cultura lgbt giunta quest’anno alla sua quarta edizione. È venuto a Ferrara dalla Francia per parlare di Islam e omosessualità, lui che è il primo Imam dichiaratamente gay, sposato con un uomo, divorziato e ora in procinto di risposarsi con il suo nuovo comapgno, fondatore dell’associazione Omosessuali Musulmani di Francia (Hm2f) e di quella che lui chiama “moschea inclusiva” a Parigi, aperta a qualsiasi razza e sesso.
Il messaggio che in realtà comunica è quello di un dialogo interreligioso a tutto tondo per la decostruzione dei pregiudizi e degli stereotipi, perché per lui “la religione riguarda il rapporto dell’essere umano con il divino, ma anche fra noi esseri umani”.
Parlando del suo modo di essere Imam cita la Teologia della liberazione: “essere vicino agli ultimi, ai discriminati, al popolo e alle sue cause, mettere in discussione l’essenzializzazione di cosa sia un essere umano, la sua visione in compartimenti stagni”. Divenire “un facilitatore”, questo è il compito di un Imam a suo parere.

Posizioni al quanto fuori del comune, frutto di un percorso di vita travagliato. Di origini franco-algerine Zahed ha iniziato a studiare teologia a 12 anni imparando il Corano a memoria. Poi a 17 anni “ho scoperto di essere omosessuale: ho visto in tv una coppia di francesi, erano gli anni Novanta e si parlava di Pacs. Mi sono innamorato del loro amore”. Nel frattempo la famiglia si trasferisce in Francia a causa della guerra civile e Zahed per alcuni anni vive la propria sessualità “anche in modo abbastanza sfrenato”. A un certo punto però ha capito che non poteva essere “solo l’uno o l’altro”, non gli bastava essere omosessuale o musulmano, e “tramite la componente mistica del buddhismo mi sono riavvicinato all’Islam”.
Anche il coming out non è stato facile: “mio padre o mi ignorava o mi picchiava, mio fratello mi ha spaccato una mandibola, mio zio mi ha minacciato di mandare persone per uccidermi. Non è stata una decisione presa dall’oggi al domani, ma una questione di sopravvivenza”. La fondazione della moschea inclusiva a Parigi è stata anche quella una sorta di coming out verso la comunità più ampia: qui vuole dare risposta a quella “sete di esplorare il mondo da un punto di vista diverso che tanti altri condividono, ma non hanno il coraggio di esprimere” e porta avanti un “percorso di destrutturazione” di quello che reputa essere “l’utilizzo in chiave patriarcale e politica dell’Islam”.

A suo parere non esiste alcuna contraddizione fra omosessualità e spiritualità, nel Corano l’omosessualità non viene citata e anche prendendo in considerazione gli Hadith (aneddoti e detti sulla vita del Profeta, ndr) “ci sono tantissime fonti che parlano di uomini effemminati e donne mascoline”, una testimonianza del fatto che “il Profeta non ha mai rifiutato la diversità”.
Il vero problema secondo Zahed è la “fascistizzazione dell’identità, che comporta un’omologazione, un appiattimento”. Il panarabismo, il nazionalsocialismo, il comunismo, lo jihadismo, i vari nazionalismi che pensavamo di avere sconfitto, sono “tutti fascismi” che prima definiscono “le frontiere, i confini del gruppo” e poi considerano “certi gruppi sociali inferiori perché non rispondenti a determinate caratteristiche”. E per quanto riguarda Daesh: “è un’ideologia suicida, che non ha prodotto nulla su cui costruire un futuro”.
Ma come si può fermare l’espansione dei fascismi nelle nostre società? “La radice dei fascismi è la miseria” materiale, culturale e morale, conclude Zahed. Per estirparla servono “soluzioni economiche, sociali, politiche ed ecologiche”, “è un lavoro difficile e a lungo termine”, ma non bisogna rinunciare alla battaglia per il rispetto dei diritti umani.

Diario di un fotoreporter: l’Umanità tra rifiuti, lamiere e frutta fresca

Qui, a Nairobi, ‘hotel’ è mangiare.

Le attività nascono sulla strada, spesso in senso letterale, con servizio ed accoglienza all’esterno e una sola sala interna.

La struttura è su terra battuta contornata dai rifiuti, siamo in uno slum, con struttura in legno e rivestimento in lamiera ondulata, simile a quella che mio nonno aveva nell’orto. Solo che qui ci costruiscono le strutture delle case.

All’interno ci sono panche e tavoli rivestiti con teli di plastica e sono persone che cucinano, sistemano i prodotti e lavorano accanto a te.

La tanica posta all’ingresso serve per lavarsi. Dosando per bene l’acqua che in Africa è il bene più prezioso.

C’è un via vai di bambini e di donne che lavorano. ‘New Life Hotel’ offre frutta, avocado , mango, banane: la tagliano e la servono in un comodo sacchetto in plastica come take away.

Non c’è nulla, o quasi, ma non ho mai mangiato tra tanta Umanità.

Foto di Diego Stellino

Donne e sport: l’ultracycler Ilaria Corli sfida chi pensa siano due mondi a parte

di Mattia Rizzati

Lo sport va a cercare la paura per dominarla, la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla.
Pierre de Coubertin

C’è molto di questo aforisma decoubertiano nella sfida lanciata da Ilaria Corli, il tentativo di Guinness World Record nella categoria ‘The Longest Triathlon’. L’obiettivo è di percorrere 7.000 km in totale autonomia. Nuotando prima 210 km, partendo da Lido di Volano (Fe) – in questa occasione per motivi di sicurezza sarà accompagnata da un’imbarcazione d’appoggio –  in seguito pedalerà per 5.400 km lungo il perimetro occidentale dell’Europa da Porto san Giorgio a Berlino, per poi ritornare infine a Ferrara, questa volta correndo per circa 1.400 km sulle ciclabili di Germania, Repubblica Ceca e Austria.
Partenza: il prossimo 1 giugno. Arrivo: previsto in Piazza Castello a Ferrara entro la fine di agosto.

Non poteva che essere di Ferrara (città della bicicletta) questa ragazza Ultracycler, laureata in Matematica e Management dello Sport, attualmente frequenta la Facoltà di Scienze Motorie presso l’ateneo estense. E’ istruttrice di triathlon e atletica, si occupa del settore giovanile.
A soli 29 anni vanta già un notevole curriculum sportivo: nel 2013 Barcellona-Ferrara in solitaria, 1.200 km in 6 giorni; nel 2014 Ferrara-Oslo in solitaria, 4.300 km in 30 giorni; nel 2015 Ferrara-Caponord in solitaria, 4.300 km in 30 giorni; infine, nel 2016 ottiene il titolo di prima donna italiana finishernella categoria ‘solo self-supported’ alla ‘Trans Am Bike Race’: competizione di 6.900 km non stop coast to coast dal Pacifico all’Atlantico, attraverso 10 stati degli Usa (33 giorni).

Ilaria racconta delle sue ‘origini’ (2010-2012): “Quando per la prima volta sono salita su una bici da corsa era quella di mio nonno. E’ stato l’anno in cui ho iniziato a praticare triathlon e dei miei primi viaggetti in solitaria. Quell’anno suonavo in un gruppo musicale e ricordo che più di una volta ho raggiunto la mia band sulla mia bici percorrendo 100/150 km da casa. Con la passione per la bicicletta ho iniziato a documentarmi, a guardare video tutorial su internet. Mi sono iscritta a vari forum per cicloturisti, mi sono immedesimata immediatamente con molti di loro. Le mete che più leggevo erano al nord, per la grande rete ciclabile del centro Europa e parallelamente per la cultura ciclistica dei paese anglosassoni. Leggevo molti articoli e blog di viaggi che avevano come meta il Capo più settentrionale d’Europa, meta simbolica di molti ciclisti. Ma i km per me allora erano tanti, non avevo esperienza”.

Ecco perchè i primi viaggi solo (si fa per dire) a Barcellona e Oslo (2013-2014): “La prima scelta di viaggio è stata dunque la Spagna, Barcellona. L’idea di uscire di casa in bici e di arrivare in Spagna mi affascinava molto, ma come prima esperienza ho trovato più semplice imbarcare la bici e percorrere la strada a ritroso. Furono sei giorni durissimi, non avevo trovato il modo di assicurare un portapacchi sull’unica bici da corsa che avevo, così decisi di tenere sulle spalle il mio zaino da circa 8 kg, mi massacrò letteralmente le spalle da non riuscire più a stringere i freni gli ultimi due giorni. Però fu un’esperienza bellissima, di libertà e al contempo una prova con me stessa. Mi pentii di aver scoperto la bici solo così tardi. L’anno successivo mi allenai più duramente e decisi di percorrere le tanto quotate piste ciclabili del centro Europa di Austria, Germania, Danimarca”.

Arriva il momento di realizzare un sogno, un’idea nata nel 2010, parliamo di Caponord (2015): “La scelta della meta di questo viaggio rappresenta la realizzazione di un desiderio che avevo ormai da cinque anni. Mentre i primi due viaggi hanno avuto prevalentemente una connotazione di sfida personale, attraverso questa esperienza ho deciso di condividere il mio percorso di crescita inserito in contesti diversi. L’itinerario rappresenta non solo il simbolo della mia voglia di viaggiare, ma anche l’evoluzione del ciclismo femminile e l’intero movimento cicloturistico negli ultimi anni. Il progetto Caponord è partito infatti da una Ferrara ‘città delle biciclette’, che grazie ai recenti interventi di viabilità ciclabile, permette a sempre più persone di utilizzare un mezzo ecologico per gli spostamenti.”

Ilaria è stata la prima donna italiana  della storia della gara a portare a termine la competizione ‘Trans Am Bike Race nel 2016’:“Questa sfida è stata il passaggio dai lunghi viaggi in solitaria e autonomia al confronto con la competizione ultracycling. Competizione coast to coast di 6.800 km non stop con 65000 metri di dislivello. L’approvvigionamento alimentare, la gestione dei pernottamenti e delle eventuali pedalate notturne, le riparazioni meccaniche e quant’altro concerne la gara, erano a carico dei partecipanti in una totale autonomia”.

Le sfide di Ilaria arricchiscono non solo lei, ma tutti noi, tutti coloro che hanno la fortuna di incontrarla. Il fatto che sia una donna a compiere questo tipo di imprese, le dà una marcia in più: non solo un modello puro, genuino, da offrire all’educazione ai valori dello sport che lei rappresenta, ma anche un esempio per tutti quei settori nei quali la figura femminile viene, purtroppo, ancora oggi non adeguatamente considerata e valorizzata. La tenacia e la determinazione con cui si approccia a queste esperienze è testimonianza di come i limiti siano spesso costrutti mentali, superabili con il lavoro. La resilienza.
Lo sport è un veicolo culturale ed educativo, Ilaria rappresenta un modello di sport pulito, praticato ad altissimi livelli, autentico, genuino. Viviamo in un periodo storico confuso e dispersivo, abbiamo un bisogno disperato di modelli, e lei lo è. Le sue imprese raccontano vicende di sacrificio, superamento delle avversità, confronto, introspezione, crescita, preparazione, cura di se stessi.

Il segreto, come dice Ilaria, è cambiare il punto di vista: “Gli ostacoli non ti fermano ma ti rafforzano, se credi veramente in qualche cosa. Perché superati potrai dire una volta di più “Ce l’ho fatta””.

Leggi anche:
Ilaria Corli pedala sul mondo e prepara la sua sfida estrema: TransAmerica in totale autonomia

Bellini e i belliniani: la collezione dell’Accademia dei Concordi di Rovigo

di Maria Paola Forlani

Promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, la mostra ‘Bellini e belliniani. Dall’Accademia dei concordi di Rovigo’, a cura di Giandomenico Romanelli (catalogo Marsilio) prosegue le esplorazioni sulle trasformazioni dei linguaggi della pittura veneziana e veneta negli anni magici tra Quattro e Cinquecento.

Il più grande rinnovatore della pittura veneziana, di cui ricorre il quinto centenario della morte è, certamente, Giovanni Bellini (Venezia, 1425/30 – ivi, 1516), talvolta detto ‘Giambellino’.
Educatosi nella bottega paterna, egli sente però il bisogno di più ampie conoscenze, di studi approfonditi sui maggiori artisti apportatori di novità rinascimentali, sia su quelli che hanno lasciato tracce a Venezia – come Andrea del Castagno nella Cappella di San Tarasio in San Zaccaria – sia su quelli che operano fuori, da Piero della Francesca a Roger Van der Weyden (che può aver visti a Ferrara) a Mantegna, i rapporti col quale si fanno poi più stretti per il matrimonio di quest’ultimo con la sorella di Bellini, Nicolosia.
Dunque il ceppo da cui proviene e prende le mosse è quello di Jacopo Bellini. Da lui, disegnatore sublime e pittore di vaglia con incarichi ufficiali, nascono Gentile e Giovanni. Ma già il fratello, egli pure Giovanni, è pittore, seppur di non chiarissima sostanza. Anche il figlio di una sorella di Jacopo esercita la professione: si tratta di quel Leonardo che si afferma come miniaturista di gran classe.
Famiglia-laboratorio, quindi anzi due. Gentile, che sale a chiara fama per le sue scene ‘storiche’, cioè i grandi teleri con le vite dei santi e gli episodi di storia veneziana oltre che per la sua attività di ritrattista, erediterà la bottega paterna. Giovanni ne aprirà una in proprio.
La definizione di atelier, o laboratorio o bottega, nasce proprio dal fatto che quella dei Bellini dovette essere un’azienda ben strutturata, ricca di presenze come aiuti, collaboratori, discepoli, allievi e garzoni, il cui ruolo e le modalità di esercizio della comune professione si viene di recente illuminando, anche se ancora persistono incertezze e zone d’ombra che non sempre risulta agevole dissipare. Chi faceva e cosa? Con quale grado di autonomia, con una divisione del lavoro orizzontale o verticale?

Ѐ quello che i curatori e gli studiosi si sono chiesti affrontando la questione proprio dei belliniani, quindi l’insieme del mondo composito formatosi, da dentro o da vicino, attorno al capo bottega, riprendendone, di certo con la sua approvazione e forse collaborazione, moduli, tipologie, strutture compositive, linguaggio, tematiche.
Per la mostra di Conegliano i curatori lo hanno fatto partendo dalle collezioni della pinacoteca annessa all’Accademia dei concordi di Rovigo che, formatasi per generosa donazione soprattutto dei conti Casilini nel primo Ottocento, riflette con fedeltà il gusto e le mode dell’epoca, anche nella riscoperta dei cosiddetti primitivi oltre che agli artisti quattrocenteschi. Una moda che ebbe, proprio a Venezia, tra i suoi più ascoltati seguaci personalità tra loro agli antipodi sociali e culturali, ma convergendo in questo gusto collezionistico, quali Carlo Lodoli e Leopoldo Cicognara.
Ecco allora alle prese con personalità che escono dalla bottega di Bellini, ovvero che questa bottega frequentano per poi affrancarsi, ovvero ancora che utilizzano materiali di laboratorio (schizzi, disegni, modelli, cartoni, spolveri…) per trarre copie o rielaborazioni dai prototipi belliniani.

I nomi sono più o meno celebri oggi, ma non sono nomi da poco, non sono insomma, dei dilettanti che si rivolgono alla pittura, ma personaggi ben inseriti in un mercato che fu florido, articolato e con solidi legami con una committenza di differente composizione e possibilità economiche. Lo si riscontra nei prodotti finiti, con eccellenze e magari qualche caduta qualitativa.
I nomi: Girolamo da Santacroce, Marco Bello, Nicolò Rondinelli, Pasqualino Veneto, Francesco Bissolo, Bernardino Licino. Ma anche personalità della statura di Andrea Previtali o, seppur di certo non belliniano in senso proprio, il grande Palma il Vecchio, fino a Tiziano, che per quella bottega passò traendone tutto il succo che ne poteva spremere. E forse non si può dimenticare che anche Cima da Conegliano e Giorgione e Sebastiano del Piombo rappresentano altri possibili esiti del magistero belliniano.
Nella collezione rodigina spicca la raffinata tavoletta della ‘Madonna con il Bambino’, opera firmata dal maestro Ioannes Belli.
Giovanni Bellini è considerato a ragione, l’inventore di immagini per la devozione privata (Andachtsbilder): un genere pittorico intimo che avrà enorme risonanza nella pittura veneta tra fine del Quattrocento e la prima metà del secolo successivo. In particolare le sue ‘Madonne con il bambino’, così innovative nello stile, anche se tradizionali nel soggetto e nel significato, diverranno i soggetti più replicati da scolari ed epigoni. Dal sapore familiare e coinvolgenti emotivamente, le Madonne belliniane si caricano di una valenza simbolica allusiva al destino del Salvatore: il parapetto marmoreo sul quale il Bambin Gesù viene adagiato anticipa sia il sepolcro che l’altare, evidenziando così metaforicamente la funzione salvifica ed eucaristica di Cristo.
Anche l’Imago Christi, tra i modelli belliniani per la devozione privata ebbe una particolare fortuna compositiva, soprattutto, nel ‘Cristo portacroce’, documentata da una serie di esemplari autografi e dalla ricca produzione degli artisti operanti nell’orbita belliniana. L’esemplare rodigino appartiene alla produzione tarda di Giovanni: la resa morbida della materia pittorica e la trattazione atmosferica della luce sono il risultato delle contaminazioni con i pittori della nuova generazione, in particolare con il tonalismo giorgionesco. Il ritratto di straordinaria umanità che ci restituisce l’artista è teso a concentrare la nostra riflessione sul volto sofferente di Cristo. Lo sguardo intenso, magnetico, con gli occhi arrossati, esprime un dolore interiorizzato e portato con estrema dignità. Superba è la resa della veste candida e luminosa aperta sul collo e increspata sulle braccia.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Che sollievo! La leggerezza che trasforma il vuoto

“Festeggiamo stasera?”
“Festeggiamo”.
A e R, quindici anni di amicizia e stessi appuntamenti con la vita. Si erano trovate una sera a cena, si erano guardate e avevano tirato un sospiro di sollievo: ne erano finalmente uscite, tutte e due avevano lasciato alle spalle due uomini a cui avevano dato troppo.
Lo scarto tra la rottura di una storia e la vera fine, cioè quando non è più niente, è un limbo melmoso di domande, rimproveri, aspettative e fantasie che ha un tempo determinato. Prima o poi scade, finisce e si porta via il grigio e l’inquietudine di cui si nutriva. La vera fine è quando la storia trova il capolinea nella testa perché tutto diventa chiaro.
Di questo stavano ragionando, quella sera, A e R che si erano imbattute in uomini abbastanza simili, propensi alla manipolazione, alla mitologia di se stessi, all’abilità di creare nella donna una forma di dipendenza affettiva che, nel tempo, distrugge l’autostima e l’autonomia.
“Non avrei mai pensato di arrivare a dire che sto meglio senza, ma è così – aveva detto R la cui rottura era più recente – ho finalmente la mente libera dalla sospensione, non sono più in bilico tra qualche suo cenno e l’indifferenza, le mie energie adesso sono tutte per me”.
“Ci sono uomini che alimentano constantemente nella donna l’attesa che poi si risolve in brevi momenti spacciati per grandi concessioni che, a lungo andare, ti fanno veramente perdere la misura di cosa conti in un rapporto – rispose A -, mi chiedo come abbiamo fatto a caderci, abbiamo ceduto a un fantasma, ci siamo subordinate a una sagoma gonfia che per fortuna adesso possiamo vedere per ciò che è. Ma ora godiamoci questo alleggerimento, la liberazione da una zavorra interiore che non c’è più”.
Entrambe avevano vissuto il peso del vuoto creato da qualcun altro, ma che peso ha il niente se non quello delle aspettative deluse? L’assenza come si misura? Con la concretezza delle cose vissute o con l’evanescenza di quelle che non saranno mai?
Ma arriva un momento in cui la pesantezza della perdita diventa sollievo e il vuoto si trasforma in spazio disponibile per tanto altro. Testa e tempo sono complici di questa svolta: capisci che è ora di andare via da quel posto che non è più il tuo, ti trovi in mano le chiavi di un grande archivio che conterrà tutto, persino la malinconia.
E a voi è mai capitato di essere schiacciati da un abbandono per poi scoprirvi sollevati da un male che non c’è più?

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

DIARIO IN PUBBLICO
La lingua degli dèi: calcio, cronaca, stadi

Moderatamente interessato alla questione degli stadi, ancor meno a quella delle priorità romane, mi rifugio nel campo in cui posso avanzare qualche conoscenza: quello della lingua e mi accorgo con grandissimo stupore che i resoconti sportivi fanno parte di quel linguaggio esoterico e specialistico che solo gli iniziati sanno decifrare. Già mi ero messo sulla buona strada assistendo casualmente tra un cambio di programma e l’altro o alla fine dei telegiornali alla voce convulsa e rattenuta del cronista che esplode nell’urlo liberatore o s’affievolisce a sussurro quando l’azione fallisce. Il rantolo raggiunge però soddisfazioni quasi sessuali sul nome dei divi e santi vale a dire quando si devono commentare le imprese omeriche di qualche grande protagonista della battaglia. Umberto Eco da par suo ammoniva che non è solo rifugiandosi nella semiologia più conservatrice ma solo aprendosi ad altre discipline quali l’antropologia culturale o alla sociologia che la scienza dell’espressione linguistica troverà la sua misura. E pensiamo all’operazione di Italo Calvino con il trattamento della materia cavalleresca riportata a casi contemporanei che sancisce la straordinaria trilogia dei Nostri antenati o l’operazione di Ronconi che usò le tecniche più nuove per rendere contemporaneo l’Ariosto. O ascoltare una canzone di Mina.
Ma torniamo alla nostra esegesi critica. Purtroppo il mio discorso s’avvale solo di due giornali e e mi manca il riscontro con la bibbia del commento sportivo; vale a dire La gazzetta dello sport (ricordo Stadio nei miei anni giovanili, questo su pagine color verdino-bigio, mentre La gazzetta appare in rosa). Il più ‘tecnico’ tra gli interventi è l’affascinante (da un punto di vista letterario) articolo di Paolo Negri sulla ‘Nuova Ferrara’ del 26 febbraio.
L’impostazione mistico-religiosa del resoconto dei cronisti sportivi quasi totalmente perseguita da quelli che relazionano sul calcio fa leva soprattutto su due termini: ‘sacrificio’ e ‘sofferenza’ che immediatamente rimandano ad una prospettiva religiosa. Niente di nuovo se si pensa che nell’antichità l’eroe sportivo era simile agli dei e veniva innalzato agli altari con le statue a lui dedicate e con i versi dei più grandi poeti tra cui spicca l’immenso Pindaro con le sue odi Olimpiche o Pitiche. Un assaggio di questa prosa: “Al 42° Schiattarella a Fioccari, appoggio ad Arini che in un fazzoletto conclude mandando la sfera a sfiorare il palo [ …] Alla ripresa il Perugia porta subito il pericolo dopo slalomeggiante iniziativa di Di Chiara: Arini s’immola. […] La Spal concede spazio alla tambureggiante spinta ospite”.
Cercando di sciogliere i misteria linguistico-simbolici. Resta almeno all’umile lettore di che ‘fazzoletto’ si tratta. Nella mia imperdonabile ignoranza ‘la sfera’ che penso forse banalmente essere il pallone va rinchiusa in un ‘fazzoletto’? Reale, simbolico, forse un fazzoletto di terra? Il sacrifico dell’eroe che s’immola è preceduto da un termine che la Crusca dovrebbe ricevere nelle nuove proposte linguistica ‘slalomeggiante’ termine mi pare preso in prestito da un’altra disciplina sportiva.
Mi sciacquo la mente con il bellissimo articolo di Gianni Mura, Ranieri, i sogni, più veri e la differenza con Rocky di cui riferisco una conclusione di altissima qualità, parlando agli sportivi dopo la ferita inferta al grande mister Ranieri: “la gratitudine, più sono alti i conti in banca più diventa piccola e quasi ignorata. Dopo aver sorpassato Cartesio (penso, dunque sogno), consiglio a Ranieri di considerare la partita col Liverpool come una scala Mercalli dell’amore [bellissimo! ndr].
Si ritorna al linguaggio ‘partitico’ con il disinvolto reportage di Emanuele Gamba (La Repubblica 26.2.17). Qui il linguaggio esoterico sfuma nel popolare: “L’effetto fregatura ha in effetti aleggiato a a lungo sullo Stadium [peccato l’assonanza stridente tra ‘effetto’ e ‘in effetti’]. Si parla ancora di ‘patimenti e lentezza’ che portano ‘a una vittoria in carrozza’. Insomma siamo più sul linguaggio barocco-immaginativo che su quello esoterico con apparentamenti del linguaggio popolare ma in realtà raffinati come ‘si è impapocchiato’ ‘una zuccata buona’ fino alla solita allusione semi-sessuale ‘l’impotente’ Laurini e in conclusione al ritorno ad una strepitosa metafora che riporta il testo al suo originale impianto esoterico: “benché per segnare abbia avuto bisogno di una triangolazione con la traversa e le mani dello sfortunato…’
Mi resta solo da riportare un osservazione che già avevo espressa in fb nella felice conclusione della vicenda dello stadio di Roma: Meditazione.
Evviva! La città più bella del mondo e capitale dell”Itaglia’ contemporanea, grazie al cielo si consegna compiaciuta in mano alle curve Sud. Ma vi rendete conto? La magnificentia del lusso decide orgogliosa di darsi un nuovo luogo dove recitare i riti essenziali del panem et circenses. Con orgoglio la sindachina annuncia con sorriso complice che si farà il nuovo stadio. A questo punto resta solo un passo decisivo. Subito siano fatti senatori i tassisti e tifosi mentre il boccoluto padrone delle 5 stelle soddisfatto penserà alla prossima mossa. Trasformarsi nella stessa Virginia così farà meno fatica a governare.

Al centro l’individuo: Legacoop Estense traccia la rotta per coniugare impresa e progresso

Per costruire il futuro non bisogna restare soggiogati al passato, ma salvaguardare i valori positivi sfrondandoli dagli errori. Legacoop Estense intende progredire nel proprio percorso di impresa mantenendo l’individuo al centro del progetto economico, facendo perciò leva su principi quali associazionismo e cooperazione. Sono questi i cardini di una società che si cura del benessere diffuso delle persone e ragiona oltre i limiti perimetrali del territorio e delle convenienze. “Manteniamo la rotta” è l’impegno ribadito da una realtà aziendale di primissimo piano del nostro Paese, che proclama di voler operare (anche controcorrente) al di fuori della logica del mero economicismo.

Il 24 febbraio 2017 segna quindi una tappa significativa per Ferrara e per il futuro del suo territorio. E quello del Teatro “Nuovo” è apparso lo scenario lo scenario più adeguato per ospitare, dopo nemmeno un anno dalla sua fondazione, l’assemblea delle cooperative di Ferrara e Modena, che, nel rinnovarsi proclamano dunque fedeltà ai valori fondativi. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni e la bussola, emblema rappresentativo dell’evento, guida protagonisti e partecipanti verso il concetto di aggregazione, elemento necessario per mantenere “la rotta del cambiamento”.

Francesca Federzoni, Vicepresidente Legacoop Estense, introduce la storyline di questo progetto, descrivendo importanti risultati conseguiti in questi pochi mesi dalla nascita della fusione. Dal 6 marzo 2016 ad oggi il cambiamento è stato continuo, nata come progetto ora è una realtà, una famiglia allargata in un territorio allargato. Degni di nota sono la maggior presenza nel settore servizi alla persona e all’impresa, la presenza femminile media è salita al 40% e molto diversificata nei diversi settori e la stabilità del rapporto patrimonio netto e prestito associato. Nonostante gli investimenti quantificati in 4,5 milioni (nel 2015) in tirocini formativi, tra le note dolenti persiste una diminuzione d’investimento nella formazione, un trend che occorre invertire. Il concorso Bellacoopia è una valida innovazione che certifica il connubio tra cooperazione e sostenibilità con istruzione. Per quanto riguarda la questione ‘giovanile’, la presenza e partecipazione dei giovani è rappresentata da un segno ‘più’, sono infatti 11 le nuove cooperative costituite da essi, con alti profili di studio e che operano in settori innovativi. Oltre all’aumento della produzione del 17,2% sul biennio precedente e ad una riduzione dei costi pari al 11,1%, l’utile prodotto è stato dedicato al patrimonio.
La relazione di Andrea Benini, presidente Legacoop Estense, si apre con il saluto a Giuliano Grandi, presidente Agci e convinto promotore dell’Alleanza. Egli parla di crisi come: “un cambiamento strutturale, di come i soggetti meno colpiti siano le grandi aziende, chi lavora all’estero, ha innovato, chi ha elevato capitale umano e scarsa dipendenza finanziaria. Ma non tutti sono in queste condizioni a Ferrara e Modena. Territori di grande vitalità che in questi anni stanno affrontando situazioni difficili e lottano per mantenere il proprio status.” Continua identificando il disagio sociale dei lavoratori: “La nuova povertà diffusa. Alle persone in povertà estrema, si affiancano i cosiddetti working poors (persone che hanno un’occupazione, ma non riescono a condurre una vita dignitosa) e i giovani disoccupati che non arrivano a fine mese.” E la mancata risposta politica ai problemi: “Il paese non cresce abbastanza e il debito resta alto. La politica sembra avvitata in un conflitto permanente, che impedisce di affrontare i problemi reali e impostare strategie di lungo periodo. Il peso di tasse e burocrazia resta elevato nonostante gli importanti sforzi del precedente Governo.” Ma la finestra che si affaccia al futuro è spalancata e colma di opportunità da cogliere, iniziando da questa nuova associazione con cui sono stati superati i confini provinciali di Modena e Ferrara: “Abbiamo seguito le rotte che legano Ferrara e Modena. La manifattura, il marchio del Ducato Estense e la strada vera, sperando che arrivi presto, la Cispadana.”
L’Emilia-Romagna è la regione più performante d’Italia.” I primi risultati sono sotto gli occhi di tutti: “Abbiamo creato un’unica società di servizi, procedendo all’incorporazione di Lcs e Finpro. Oggi l’azione integrata di Legacoop Estense e di Finpro consente di fornire alle cooperative una gamma maggiore di servizi in termini di qualità e quantità. Si pensi a Sportello Consip a gare, Ufficio studi, Ufficio legale e legalità, Ufficio comunicazione. Stiamo progettando un servizio di “Sos false cooperative.”
Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara, solleva inizialmente alcune problematiche quotidiane che interessano Ferrara, la regione Emilia-Romagna e il paese: “La trasformazione costituzionale che è in atto nel nostro paese necessità della ricerca di un equilibrio. Crisi economica, crisi dei consumi e crisi del debito (Carife), in particolare quest’ultima registra un rapporto fisiologico tutt’altro che agevole, ha determinato un impoverimento ulteriore del nostro territorio.” In tempi come questi la risposta rappresentativa c’è stata: “L’amministrazione comunale ha registrato un taglio del nostro debito di 70 milioni. L’alleanza territoriale che abbiamo costruito è una soluzione notevole e proficua in ottica di rilancio del territorio a livello strategico.” E anche un’opportunità innovativa che può rendere molto competitivo il territorio rispetto agli altri competitor: “Pensiamo alle infrastrutture, che sono il motore delle nostre imprese, la cispadana risolve un problema che è di tutta l’Emilia-Romagna, agevola il sistema logistico.” Dello stesso avviso il sindaco di Modena Giancarlo Muzzarelli: “Parlo di competizione territoriale, invito le forze sociali e istituzionali a guardare oltre i confini amministrativi e valorizzare le relazioni, le sinergie. Strategie comuni e protocolli, che riguardano infrastrutture come la cispadana, non intesa solo come opera dei nostri territori, ma è un’opera strategica per dare futuro all’Emilia-Romagna. L’importanza di una infrastruttura che rivoluzionerà l’area centrale del sistema della regione.”
Martina Bagnoli, Direttrice Gallerie Estensi, illustra il rapporto Economia-Cultura, un’importantissima sinergia e fiore all’occhiello del nostro paese, sfatando il mito secondo il quale li vede agli antipodi: “Molto spesso negli ultimi anni si è parlato della cultura come vero motore trainante dell’economia italiana. Il Sole 24 ore ha quantificato circa 250 miliardi mossi, il 17% del Pil italiano. Questo non è solamente una peculiarità italiana, bensì anche in altri paesi dati significativi raccolti hanno confermato questo trend. Sottolinea: “Discorsi sul Pil e sugli introiti non possono essere l’unico fattore determinante per gli investimenti sulla cultura.”

Concerto per don Franco Patruno

da Maria Paola Forlani

Sabato 11 marzo alla ore 16
Concerto per Franco

del duo Claudio Miotto (clarinetto) e Paolo Rosini (chitarra)
Nell’ambito della mostra di Don Franco Patruno ‘La Libertà di dire, la verità di fare’ presso Casa Ariosto.

Claudio Miotto, diplomato in clarinetto nel 1984 presso il Conservatorio di Musica “G.Frescobaldi” di Ferrara, si dedica all’attività concertistica suonando in diverse formazioni (dal duo all’orchestra sinfonica). Si è perfezionato con Scarponi, Arbonelli e Meloni (primo clarinetto alla Scala di Milano), curando particolarmente il repertorio contemporaneo. Si è distinto in numerosi concorsi nazionali ed internazionali, conseguendo il 1ͦ Premio a Macerata, Barletta, Ancona e Stresa.
Ѐ docente titolare di clarinetto presso gli Istituti Comprensivi “F.De Pisis” e “G.Perlasca” di Ferrara, nell’ambito dei corsi ad indirizzo Musicale.

Paolo Rosini si è diplomato nel 1990 con il massimo dei voti presso il Conservatorio “G.Frescobldi” di Ferrara sotto la guida di Roberto Frosali al Conservatorio di Ferrara e perfezionato con Borghese e Brouwer. Ѐ attivo come solista e in diverse formazioni cameristiche, svolgendo attività concertistica in Germania, Austria, Spagna, Croazia e Cile. Apprezzato compositore ha vinto tra gli altri il 1 ͦ Premio al Concorso Nazionale di Composizione per la Didattica della Musica di Ferrara, il III Premio al Concorso Internazionale Paolo Barsacchi di Viareggio; numerose sue composizioni chitarristiche sono state pubblicate da prestigiose case editrici estere.
Ѐ docente titolare di chitarra presso l’Istituto di Istruzione Secondaria “A.Manzi” di S. Bartolomeo in Bosco (FE) – Scuola Secondaria di I grado ad indirizzo Musicale di Voghiera.

Vicina all’ambiente e ai cittadini: Area-Clara, l’amica virtuosa della porta accanto

Migliorare la qualità dell’ambiente in cui viviamo ottimizzando il ciclo dei rifiuti e promuovendo un sistema virtuoso che coinvolga attivamente i cittadini. Questo l’impegno di CLARA, la società che sta per nascere dalla fusione di AREA e CMV Raccolta, i due gestori del ciclo dei rifiuti che attualmente servono 21 dei 23 Comuni della provincia di Ferrara, con le sole eccezioni di Ferrara e Argenta.

Nell’ottica dei princìpi dell’economia circolare, per CLARA è fondamentale generare consapevolezza oltre che nei cittadini, anche fra soci e dipendenti e agire di concerto con le istituzioni per favorire la creazione di un condiviso modello di sviluppo sostenibile, sostenibile sotto il profilo sociale ed economico. Per raggiungere questo traguardo è indispensabile rendere la collettività cosciente dell’interesse comune in gioco; ed è altresì opportuno premiare i cittadini per incentivare i loro comportamenti, ad esempio garantendo la possibilità di tangibili risparmi sulle bollette.

La consolidata esperienza maturata nei lunghi anni di attività sia di AREA sia di CMV, unitamente alla conoscenza dettagliata delle necessità e delle esigenze del territorio e dei suoi abitanti, costituiscono la base di partenza di CLARA, che si qualifica così già come azienda specializzata e responsabile, impegnata per il progressivo miglioramento delle performance.
Grazie a una evoluta organizzazione del servizio, basato sul sistema di raccolta porta a porta, CLARA punta ad aumentare le percentuali di raccolta e di materiali avviati a recupero, e a ridurre la produzione di rifiuti urbani per raggiungere i massimi livelli di efficienza, minimizzando l’impatto ambientale.

La genesi di CLARA trae avvio nel maggio 2015 dal processo di fusione operato fra AREA e CMV (le due società oggi attive nella gestione e raccolta dei rifiuti rispettivamente nei territori del Basso e Alto Ferrarese). Un percorso intrapreso allo scopo di creare una società capace di rispondere a tutti i requisiti richiesti dalle normative comunitarie, regionali e nazionali per l’in-house, azionalizzare risorse e attività, e apportare maggiori benefici ai cittadini in termini di attenzione e cura dell’ambiente.

Nome e logo di CLARA sono stati presentati ufficialmente a media e cittadini già nel marzo dello scorso anno, l’operatività è imminente: l’assemblea costitutiva è infatti programmata per il mese di marzo 2017.
La nascita di CLARA assicurerà anche notevoli miglioramenti e benefici sia di carattere gestionale che economico per i cittadini: miglioramento delle prestazioni nella gestione dei servizi offerti attraverso l’integrazione e la condivisione in una società unica di know-how, esperienze e competenze appartenenti a entrambe le imprese costituenti; condivisione del modello di misurazione per la “Tariffa su misura” che si traduce in una riduzione dei costi a favore dei cittadini virtuosi e in un miglioramento dell’ambiente, grazie all’incremento della raccolta differenziata e a una corretta gestione dei rifiuti; mantenimento di un soggetto locale preposto al servizio e del controllo pubblico sulla gestione dei rifiuti: i cittadini, infatti, pur relazionandosi con una nuova società potranno contare sull’impegno e sulla qualità dei servizi che hanno sperimentato già con AREA e con CMV, soggetti presenti da anni sul territorio e a loro ben noti e vicini. La prospettiva è la predisposizione di un sistema attrattivo anche per i comuni di Ferrara e Argenta, che favorisca la creazione di un unico bacino provinciale.

Al vertice di AREA oggi c’è il presidente Gian Paolo Barbieri, laureato in sociologia, con master di formazione manageriale nella gestione dell’economia e dell’impresa. Sindaco di Portomaggiore dal 2001 al 2011, ha svolto incarichi di rilievo all’interno di amministrazioni pubbliche anche a livello regionale.
Direttore generale è Raffaele Alessandri, laureato in Ingegneria, ha lavorato al Comune di Codigoro come responsabile dell’ufficio Tecnico municipale, e successivamente al Comune di Cento come responsabile del servizio gas. Dal 2000 entra a far parte dell’azienda CMV Servizi come Direttore Generale. Dal 2009 è direttore generale di AREA. Dal gennaio 2009 è ad AREA S.p.A.

INSOLITE NOTE
“Si vo’ Dio”, i classici della canzone napoletana interpretati da Rosa Chiodo

Quella di Rosa Chiodo è una carriera in ascesa: nel 2013 ha vinto il Festival “Premio Mia Martini – Nuove proposte per l’Europa” di Bagnara Calabra, con il brano “Il tuo respiro” scritto da Saverio D’Andrea, l’anno successivo ha partecipato al Festival della canzone italiana a New York e recentemente si è aggiudicata il premio della critica al Festival di Napoli, oltre ad avere aperto i concerti di Edoardo ed Eugenio Bennato.

Rosa, conosciuta anche con il nome d’arte di Kiodo, ha pubblicato “Si vo’ Dio”, il suo primo EP, in cui propone cinque classici della canzone napoletana e un inedito, avvalendosi di soli due strumenti: il pianoforte e la voce.
L’album trae il titolo da “Si vo’ Dio”, di Salvatore Palomba e Rino Afieri, la nuova canzone con cui ha vinto Il Festival di Napoli – New generation, svoltosi nel 2015 al Teatro Politeama di Napoli. Palomba, collaboratore storico di Sergio Bruni, è l’autore di alcuni classici inseriti nel disco, quali “Carmela” e “Amaro è ‘o bene”, firmati con lo stesso Bruni.

In “Si vo’ Dio”, il pianoforte, suonato da Francesco Oliviero, accompagna la voce di Rosa, che dona passione e cuore all’interpretazione. Nel brano firmato Palomba-Alfieri, s’intravede un piccolo spiraglio di speranza, sufficiente per fare nascere un sorriso: “Certo ce vo’ coraggio oggi a se vulè bene, oggi ca ‘e sentimente, pare ca so’ ‘e passaggio. Ma per ce senti vive oversamente, nun ‘o perdimmo maie chistu coraggio! Si vo’ Dio…”.

Rosa Chiodo
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Gli altri brani dell’EP sono eseguiti al pianoforte da Aldo Fedele, collaboratore storico di importanti artisti tra cui Lucio Dalla, Stadio, Gianni Morandi, Roberto Vecchioni, Ron, Edoardo Bennato.
“Voce ‘e notte” è un classico della canzone napoletana, composto all’inizio del secolo scorso da Edoardo Nicolardi ed Ernesto De Curtis. La canzone racconta di un uomo che dichiara il suo sentimento alla donna amata, anche se lei è già promessa a un altro. Rosa si aggiunge a Lina Sastri, stupenda interprete di una precedente versione al “femminile”; mentre tra i gli artisti uomini citiamo Massimo Ranieri, Peppino di Capri e Claudio Villa.
Oramai non si contano più le incisioni di “Canzone appassionata” (Canzone appassionata), scritta nel 1922. La versione della cantante campana si aggiunge alle tante, buona l’interpretazione guidata al pianoforte da un ispirato Aldo Fedele.
“Carmela” e “Amore è ‘o bene”, i due brani firmati Palomba-Bruni, sono diventati dei classici, anche se abbastanza recenti. La collaborazione tra Sergio Bruni e il poeta Salvatore Palomba creò un sodalizio molto importante per la canzone napoletana, bene ha fatto Rosa ad attingere da questo repertorio, che si presta all’esecuzione al solo pianoforte ed esalta il timbro dell’interprete.

“Passione” è una delle canzoni più conosciute, una struggente storia d’amore scritta da Libero Bovio e musicata da Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente. La versione di Rosa e Aldo Fedele mette l’accento sulle due anime del brano, diviso tra estasi e sofferenza, la voce della cantante sembra più matura della sua giovane età, un complimento se riferito a un brano del 1934, riportato ai giorni nostri dalle note di un pianoforte suonato con… passione.
“Si vo’ Dio” è il primo EP “senza rete” di Rosa Chiodo, dotata interprete di classici napoletani e canzoni che si legano alla tradizione. La voce c’è ed è tanta, il talento, la passione e l’applicazione non mancano, sicura ricetta per rendere al meglio potenza e sensibilità. Ottimi i collaboratori, splendido il repertorio. Se son Rose…

Rosa Chiodo: Se vo’ Dio (video ufficiale)

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’illusione delle “ipersoluzioni”

Quando ostinatamente abbiamo bisogno di risposte, quando trasformiamo le richieste in ‘ipersoluzioni’ come le definisce Paul Watzlawick, andiamo incontro a fallimenti certi.
Le ipersoluzioni raccontate dalle nostre lettrici.

Mettersi un nuovo rossetto, perché no? Basta poco…

Cara Riccarda,
nel tuo articolo ho, purtroppo, ritrovato il mio modo di agire nei momenti di crisi…ma come fare altrimenti? Hai ragione, si ricercano, o meglio si pretendono le ipersoluzioni, spesso delegando a chi è vicino a noi la responsabilità di realizzarle. E immancabilmente ci ritroviamo, mi ritrovo, in situazioni ancora peggiori, in cui io sono sempre più preda dell’ansia (“Le cose non vanno, come mai non vanno? Cosa devo fare? Perché gli altri non reagiscono come vorrei?”) e chi mi è vicino inizia anche lui a barcollare, sovraccaricato dalle mie aspettative e richieste. E talvolta mi si annebbia la vista, e tutto ciò che non è “iper”, perde di importanza, o addirittura, diventa un problema.
Allora, come uscire da questo loop negativo? Una mia amica una volta mi ha detto: “Rompi gli schemi! Mettiti un rossetto rosso, un vestito che di solito non hai il coraggio di mettere, fai qualcosa, anche di piccolo, ma di insolito, e ascolta quello che succede.” A cosa potrebbe servire? Forse, semplicemente e finalmente, a riportare l’attenzione su di me, a restituirmi il piacere e la responsabilità di prendermi cura di me stessa, di trovare le soluzioni e non le ipersoluzioni, che mi si addicono. La risoluzione della crisi, ovviamente, non sarà immediata né semplice, ma intanto si inizia!
Un abbraccio
E.

Cara E.,
hai mai letto Per dieci minuti di Chiara Gamberale? Un libro bellissimo che dimostra quanta ragione abbia la tua amica: qualcosa di nuovo (lei aveva iniziato con lo smalto fucsia) ogni giorno per dieci minuti, può innescare un cambiamento, tra l’altro irreversibile.
La chiosa della tua amica, poi, ti invita a usare non l’occhio, ma l’orecchio interiore per cogliere quel che succede: non basta la vista, quella ci dice solo se il rossetto è meglio rosso o rosa, ma serve un senso diverso, in grado di mandarti quel segnale che solo tu puoi ascoltare e accogliere. Scommetto che funziona, funziona sempre quando evitiamo di smarrirci in mezzo agli altri e recuperiamo un po’ di noi.
Quanto alle iperosoluzioni che ti annebbiano la vista, ormai hai capito che sono una strada presa contromano e a fondo chiuso. La imboccheresti mai? Non credo.
Riccarda

Il meglio per me… e per nessun altro

Ciao Riccarda,
niente di più vero per quel che riguarda le “ipersoluzioni”.
Io ho sempre fatto le cose in funzione della mia aspettativa di crearmi una famiglia, finché un bel giorno ho scoperto che per me non sarebbe stato un percorso semplice.
La mia “ipersoluzione” è stata quella di rinnegare tutto: mi sono convinta che non avevo figli perché non volevo e non perché non potevo.
Questo mi ha portato ad avere atteggiamenti superficiali e a trovare il senso della vita in cose superflue.
Ad un certo punto ho avuto un problema ad un ginocchio (tutto o quasi succede per un motivo) che mi ha obbligato a fermarmi e a bloccare tutte le attività fatte fino a quel momento.
Mi sono così avvicinata allo yoga che mi ha aperto un mondo fatto di consapevolezza, pazienza e serenità interiore.
Non esiste il “non riuscire” ma il riuscire in modo diverso da quel che ci si aspettava, non c’è un “meglio degli altri” ma solo il “meglio di noi stessi”.
Chissà adesso la vita dove mi porterà o dove sceglierò di andare.
El.

Cara El,
parto dalla fine della tua lettera perché in quel ‘chissà adesso la vita dove mi porterà o dove sceglierò di andare’ c’è tutta la meraviglia e non lo spavento di fronte a ciò che non si conosce. Credo che le due prospettive coincidano: che sia la vita a proporti qualcosa o tu a scegliere dove andare non fa differenza, ci sei sempre tu di qua e di là rispetto a un confine sottile che siamo noi a porre, come se la vita non fossimo noi e viceversa. E’ solo un modo di chiamare in terza persona quando facciamo fatica a dire io.
Hai ragione, nulla avviene per caso, o meglio, le cose e le persone, non capitano senza lasciare traccia, nel tuo caso dal ginocchio, allo yoga a una serenità interiore che spero tu non abbandoni.
Quando mi chiederò cosa sia meglio, ricorderò di quanto scrivi: il mio meglio non è detto sia quello degli altri, sarà il mio.
Riccarda

Il coraggio del cambiamento

Cara Riccarda,
credo tu abbia ragione: più chiedi e meno ottieni, ma allora cosa dobbiamo fare? Stare a guardare e non chiedere mai? Aspettare? Accettare? Non so.
Nel corso delle varie storie della mia vita, ho notato un filo comune tra gli uomini. Quando qualcosa non andava, io ho sempre chiesto ma, ripensandoci, ho la netta sensazione di avere sempre ricevuto dei ‘ci proverò’ tanto per farmi stare zitta. Due moine, un gesto carino e poi tutto come prima, altro che ipersoluzione! Forse un cambiamento, anche se sbagliato, eccessivo o fuori tempo, sarebbe stato più apprezzato da parte mia.
Debora

Cara Debora,
peggio del ‘ci proverò’ c’è il ‘vediamo’. Una volta credevo che il ‘vediamo’ fosse solo una frase-fase di transizione verso il cambiamento, invece, è la stasi più mediocre camuffata da una finta accondiscendenza. Chi ti risponde ‘vediamo’ è un vigliacco che ti lascia lì ad aspettare ancora, pur sapendo che non ti darà mai ciò che chiedi, e intanto evita ulteriori discussioni.
Quando, allora, ci si accorge che la richiesta sta diventando ipersoluzione bisognerebbe fermarsi per non peggiorare le cose. Difficilissimo, lo so. Ma ancora più difficile è poi riprendersi dalla degenerazione delle discussioni, dalla radicalizzazione, dai ‘se io..allora tu’, insomma da quelle contrapposizioni che increspano il rapporto ancora di più.
Aspettare? No, andare avanti.
Riccarda

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Roma, 20 2 2009 – 2017 Futurismo 100+8

Da Roby Guerra

Anniversario compleanno 108° per la più importante avanguardia italiana e non solo, ovvero il Futurismo di Marinetti, con il leggendario manifesto fondatore. E continua l’interesse storico culturale per gli inventori dell’estetica scientifica con tacite celebrazioni di carattere soprattutto meramente celebrativo ma anche relativamente innovative, tra il centenario di Boccioni, mostre su Balla, la nuova pubblicazione del Dizionario Aereo di Azari e Marinetti stesso, eccetera, saggi o contributi “revisionisti” vari. Dopo la stagione eroica con capitale Milano, il futurismo continuò nella Capitale e tutt’oggi è Roma il centro propulsivo e aggiornato per l’avanguardia di Marinetti. Se ogni nuovo contributo – diciamo – persino filologico- è il benvenuto e conferma la fine (anche se restano zoccoli duri attardati e ideologici nella sempre attardata cultura italiana) dell’incredibile negazionismo del secondo novecento, continua un negazionismo anche tra gli addetti ai lavori sul presente e il futuro prossimo già certificato dai nuovi futuristi viventi. Ancora recentemente per il 70° anniversario della scomparsa di Marinetti, l’alta pubblicistica editoriale, Armando editore, casa editrice che lanciò Popper e McLuhan in Italia, quando imperversava sopravvalutata certa vulgata gramsciana (al di là di Gramsci che al contrario era a modo suo futurista con anche analisi sorprendenti live sul futurismo italiano) il futurismo contemporaneo è stato certificato. A cura di Antonio Saccoccio, ricercatore ciberculturale di Tor Vergata Università, ancora giovane il primo a metà anni duemila a rilanciare il futurismo su Internet, e del sottoscritto, poeta futurista dagli anni ’80 e tra gli ultimi futuristi ancora del secolo scorso con gli stessi Antonio Fiore Ufagrà e un certo Vitaldo Conte, scrittore e critico d’arte oggi doc proprio sul nuovo futurismo (tutti di Roma tranne Guerra di Ferrara in Emilia), è uscito Marinetti 70. Sintesi della critica futurista che oggi sintetizza la revisione “scientifica” più autorevole per l’avanguardia di Marinetti e la sua in certo senso continuità. Continuità culturale controcorrente e controintuitiva, di grande importanza valoriale quando l’andazzo dei tempi segnala certamente la vittoria solo parziale del futurismo, in ambito soprattutto scientifico, mentre la dimensione estetica altrove e generale appare inquinata da manierismo e mercantilismo eccessivo e quella politico sociale economica – come si sa- testimonia uno sconcertante nuovo medioevo se non neoprimitivismo incombenti. Fu sempre Roma a memorizzare nel secondo novecento buio il futurismo ibernato che continuava aggiornato con la rivista Futurismo Oggi, Enzo Benedetto, Luigi Tallarico e pochi altri. Marinetti 70 ha coinvolto tra gli autori anche i critici d’area stretta più importanti, almeno parecchi. Da G.B. Guerri a G. Agnese, a G. Di Genova, a G. Berghaus e P. Ceccagnoli, allo stesso G. Carpi e diversi altri ben noti, ad esempio R. Campa, ad esempio P. Bruni (del Mibact), si veda elenco completo in fondo link. Fu sempre Roma inoltre nel duemila a rilanciare mediaticamente il futurismo con il celebre blitz della Fontana Rossa (di Trevi) dell’artista futurista vivente Graziano Cecchini, romano doc. Insomma, mentre altrove, l’implosione dei tempi, spesso nega l’avvenire, al massimo copia e incolla soprattutto di un secolo d’avanguardia, il futurismo contemporaneo, erede “diversamente minimale e “elettronico” del futurismo storico, canta digita ancora la memoria del futuro perduto da riformattare e downloadare in nome della rivoluzione informatica e scientifica contemporanea. Nel panorama attuale segnaliamo in Italia alcune eccezioni non a caso affini al futurismo, ovvero e sempre anche a Roma (oltre ad altre città italiane) oltre proprio al gruppo ormai microstorico degli stessi Saccoccio (fondatore) e Guerra e lo stesso Conte, ovvero Netfuturismo (con contaminazioni neosituazioniste e neodada e neopop)…. il Movimento Arte Vaporizzata di S. Balice e altri, la fantascienza connettivista di S. Battisti ed altri. Evidenziamo anche a altrove e a Milano, tra un bordo teorico radicale sociale, il cosiddetto transumanesimo futuribile dei vari R. Campa e S. Vaj (anche qua un romano nell’area, l’architetto E. J. Pilia) e il bordo squisitamente artistico del Metateismo neorinascimentale di D. Foschi.

Qua e là nella penisola certamente altre astronavi dell’avanguardia, tra musica o poesia elettronica, computer o net art, arte postcontemporanea, ma, media o non media, certa arte o certi storici dell’arte sempre distratti o nichilistici autocompiaciuti o peggio esteticamente penosamente corretti, incredibilmente poco aggiornati e preda del solito io minimo liquido dei tempi, se oggi ha un senso ricordare il pluricentenario Manifesto di Marinetti (eufemismo visto che ancora le cronache di regime ci parlano di improbabili resurrezioni di certe aree politiche pseudoprogressiste), ebbene, riassumendo, oltre a ricordare che non tutta Roma è quella miseria politichese che caratterizzano sempre le cronache, ma appunto Capitale del Nuovo Futurismo, la storia attuale dell’avanguardia italiana fondata da Marinetti ha oggi una password oggettiva. Appunto Marinetti 70. Sintesi della Critica Futurista.

INFO

http://www.armando.it/marinetti-70

Jheronimus Bosch a Venezia

Da Maria Paola Forlani

“Che cosa significa, o Hieronymus Bosch, /

Il tuo sguardo attonito, che cosa / il pallore del

Tuo volto? Come se tu / avessi visto svolazzare

dinanzi a te i Lemuri, / gli spettri dell’Erebo!

Per te, io credo, si sono / aperti i recessi / di

Dite impenetrabili / e le dimore del Tartaro:

poiché la tua mano / ha saputo dipingere

bene ogni segreto anfratto dell’Averno”

Domenicus Lampsonius, 1572

Visioni inquietanti, scene convulse, paesaggi allucinati con città incendiate sullo sfondo, mostriciattoli e creature oniriche dalle forme più bizzarre: è questo l’universo di Jeronimus Bosch affascinante ed enigmatico pittore vissuto tra il 1450 circa e il 1516 a ‘s-Hertogenbosch (Boscoducale) in Olanda, ricordato in occasione dei 500 anni dalla morte con due grandi mostre monografiche, rispettivamente nella città natale e al Prado di Madrid.

A questo straordinario artista, Venezia, unica città in Italia a conservare suoi capolavori, dedica a Palazzo Ducale fino al 4 giugno 2017 una mostra, a cura di Bernard Aikema (catalogo Marsilio), di grande fascino per il pubblico e di notevole rilevanza per gli studi, il cui punto focale sono proprio le grandi opere di Bosch custodite in laguna alle Gallerie dell’Accademia – due trittici e quattro tavole – riportate all’antico splendore grazie ad attenti e sapienti restauri.

Fondamentale nella ricostruzione del rapporto di Bosch e Venezia, risulta la testimonianza precocissima di Marcantonio Michiel, conoscitore e critico d’arte, il quale nel 1521, nel descrivere la collezione “lagunare” del Cardinale Domenico Grimani, nomina, accanto a una straordinaria serie di dipinti nord europei, tre opere di Bosch con mostriciattoli, incendi e visioni oniriche: opere che il cardinale alla sua morte, due anni più tardi, lascerà in eredità alla Serenissima Repubblica, insieme ad altre pitture e sculture. Casse piene d’opere rimasero nei sotterranei di Palazzo Ducale fino al 1615, quando un nucleo fu recuperato ed esposto nella residenza dogale.

I restauri effettuati mostrano come due delle tre opere conservate a Venezia – La santa Liberata e inferno e Paradiso –fossero inizialmente destinate a committenze nordeuropee, modificate in seguito per adeguarsi a una raffinata clientela italiana e a un nuovo destinatario: probabilmente proprio il patrizio veneziano Domenico Grimani, cardinale e figlio di Antonio, il 76esimo Doge di Venezia.

La mostra si sofferma sulla figura di Domenico – effigiato in un tondo di Palma il Giovane insieme al nipote Marino e nella bellissima medaglia realizzata dal Camelio – e sui suoi interessi collezionistici, con opere di grande suggestione come alcune statue greche appartenute alla raccolta del nobile veneziano e soprattutto la placchetta argentea con la Flagellazione di Cristo – capolavoro del Moderno commissionato dal cardinale (Kunsthistoriches di Vienna) – e l’eccezionale Breviario Grimani con le sue 110 miniature (1515- 1520 c.), probabilmente il più bello e il più importante tra i manoscritti miniati prodotti nelle Fiandre durante l’estrema fioritura dell’ars illuminandi, in un tempo in cui i libri a stampa erano ormai accessibili e le opere manoscritte una rarità.

Quindi, la tematica del sogno, cara all’entourage di Domenico Grimani.

Personalità di elevata statura e di svariati interessi, dalla filosofia alla teologia, amante della scultura greca antica, di Tiziano, di Raffaello e di Leonardo da Vinci, il cardinale era attratto infatti anche dall’arte delle Fiandre e soprattutto interessato fortemente a quelle visioni oniriche immaginate negli ambienti colti della Venezia dell’epoca.

Il tema del sogno ricorre nel famoso romanzo-visione pubblicato nel 1500 a Venezia da Aldo Manuzio Hypnerotomachia Poliphili e nell’incisione Il Sogno (1506-1507) di Marcantonio Raimondi – tratta forse da un perduto dipinto di Giorgione – con due donne svestite dormienti e vari mostriciattoli.

Secondo il curatore della mostra Bernard Aikema, le immagini oniriche di demoni e mostri in questi casi non deriverebbero da Bosch – Riflettendo semmai il fascino esercitato dalle stampe tedesche di Dȕrer, Martin Schongauer e Luca Cranach il Vecchio, tutti in mostra – ma viceversa la presenze di Bosch in laguna sarebbe la conseguenza di una precisa “moda”, di un interesse già diffuso negli ambienti intellettuali, basti guardare ai piccoli bronzi di soggetto mostruoso e fantastico che decoravano gli studioli del tempo come il calamaio in forma di mostro marino di Severo da Calzetta (1510-1530), attivo nel VI secolo a Padova alla Basilica del Santo, o come il Satiro seduto che beve di Andrea Briosco detto il Riccio.

Così come lo stesso Bosch e molti altri artisti d’oltralpe avrebbero attinto certi personaggi “surreali” dalle grottesche caricature di Leonardo (in mostra anche alcuni bellissimi fogli del corpus grafico leonardesco, realizzati probabilmente da Francesco Melzi, dal Gabinetto dei Disegni e Stampe della Galleria dell’Accademia).

Grimani dunque consapevolmente ricerca opere fiamminghe; consapevolmente vuole Bosch, con le sue panoramiche notturne da incubo e le sue creature mostruose ma anche le sue ambiguità e stranezze; e le vuole – vero principe rinascimentale – per ragioni estetiche, per farne il pretesto di una discussione erudita, l’occasione di un confronto intellettuale come momento di diletto e di formazione per il suo “cenacolo”, così come avveniva con le opere giovanili di Lotto, Tiziano e soprattutto Giorgione.

Trova dunque un itinerario importante con le Fiandre negli ambienti ebraici che frequentava, vicino com’era al sincretismo di Giovanni Pico, tra speculazioni neoplatoniche e cultura giudaica.

In particolare, tra i principali contatti ebraici vi era il suo medico personale Meir de Balmes che, che a sua volta, manteneva stretti rapporti con il più importante editore di libri in ebraico, poliedrico uomo d’affari, con spiccato interesse per le arti figurative, Daniel van Bomberghen, stabilitosi a Venezia intorno il 1515.

Bamberghen sarebbe stato il tramite per gli acquisti neerlandesi del cardinale, con il nipote Cornelis De Renialme, che risulta aver gestito le trattative per le opere rimaste in bottega di s’-Hertogenbosch dopo la morte del pittore, nel 1516.

In mostra, un’infilata di anonimi seguaci del grande artista presenti in laguna ci dà conto della nascita di un mito; così come la diffusione dei motivi boschiani anche nella grafica. Con l’enorme tela di Jacob Isaacz van Swanenburgh si ha la percezione della apoteosi seicentesca di Bosch in patria, mentre nella città dei Dogi sarà Joseph Heintz il Giovane a far rivivere con i suoi “stregozzi” l’universo cupo e onirico, le creature deformi e grottesche di Bosch, in perfetta sintonia con il clima negromantico e gli interessi di molti esponenti dell’Accademia degli Incogniti.

Ma i tempi ormai erano cambianti. Ora questa pittura è puro estetismo, di effetto: non ci sono più messaggi da ricercare e capire, non più retaggi religiosi o morali; la dimensione del sogno lascia il posto al manierismo e alla meraviglia del barocco.

INSOLITE VISIONI
“L’appuntamento”, il cortometraggio di Gianpiero Alicchio ora su YouTube in versione integrale

Gianpiero Alicchio è il regista del cortometraggio “L’appuntamento”, interpretato, oltre che da lui stesso, da Camilla Bianchini, Stella Saccà e Manuel Ricco. Il film ha ottenuto una menzione d’onore al Festival Los Angeles Movie Awards del 2013 e ha vinto il premio per il migliore attore (assegnato allo stesso Alicchio), attribuito dall’American Movie Awards 2014.
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Il 26 aprile 2014 il film di Alicchio è stato proiettato in concorso al Chinese Theatre, nell’ambito della 14° edizione del Beverly Hills Film Festival di Los Angeles. Da quel giorno ne ha fatta tanta di strada, sino ad arrivare al 2017, quando è stato reso liberamente disponibile su YouTube in versione integrale.

Gianpiero Alicchio è nato a Bari nel 1980, si è laureato in DAMS e Comunicazione al Link Campus University di Roma. Ha frequentato corsi di recitazione, regia, produzione e sceneggiatura presso la Link Academy, con la direzione artistica di Alessandro Preziosi. Ha vinto il primo premio al RIFF 2012 di Roma con il trailer del film “Gli occhi di una vita” in qualità di attore. Ha lavorato a Parigi con i registi Jérémy Lopes e Marielle Gautier. È stato protagonista del cortometraggio “Chiara” diretto dal regista americano Drew Walkup. Nel 2013 ha diretto il suo primo cortometraggio “L’Appuntamento”. La sua formazione di attore è legata anche ai laboratori e ai corsi tenuti a Roma da Vincent Riotta e Nikolaj Karpov, a Londra da Bernard Hiller e a Milano da John Strasberg figlio di Lee Strasberg.

“L’appuntamento”, ambientato a Roma, propone in chiave brillante e ironica uno spaccato di oggi sull’incomunicabilità tra i sessi, raccontata attraverso un primo appuntamento tra due coppie di trentenni. La storia nasce dalle esperienze dirette dei protagonisti che hanno unito il loro vissuto al servizio di una vera e propria “prova d’attore”. La sceneggiatura è firmata dallo stesso Alicchio e da Stella Saccà.
Due amici invitano due ragazze a cena e lasciano decidere a loro in quale locale recarsi. La scelta ricade su un ristorante vegetariano abbastanza costoso. I ragazzi cercano di ricorrere alla galanteria per fare terminare la serata in “intimità”, con l’obiettivo di ripetere quanto prima l’uscita, ma al momento di salutarsi la situazione prende una direzione non prevista.
I dialoghi sono scritti con un taglio realistico, con tanto di inflessioni dialettali e imprecazioni tipiche del modo di parlare “di tutti i giorni”. La storia si svolge fra trentenni, ma può benissimo rappresentare altre categorie generazionali.
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Le musiche, di Alex Britti e Marco Guazzone & Stag, accompagnano efficacemente la narrazione e lo spettatore nello svolgersi della trama. La spensieratezza di “Sabato simpatico” di Guazzone & Stag introduce a dovere i contenuti del film, mentre “Oggi sono io” di Britti, con il suo messaggio (politically correct) che invita a essere sempre se stessi in amore, contrasta nettamente con il comportamento dei due protagonisti maschili nei confronti delle donne e anche di loro stessi. Un terzo brano: “Sex sax” dell’Italo-americano Drop the lime (Luca Venezia), ha il compito di “stordire” lo spettatore, per portarlo con il suo ritmo dance e ossessivo a comprendere la direzione (andare al sodo), che i due ragazzi vogliono dare alla serata.

Dopo alcune selezioni nelle rassegne europee, come nel caso del Bootleg Film Festival of Endinburgh in Scozia e del Gijón International Film Festival in Spagna, il film è stato inviato nei festival statunitensi, dove ha ottenuto subito un ottimo riscontro.

Il salto di qualità è venuto grazie alla vittoria ottenuta alla 53° edizione del Globo d’Oro a Roma, dove la stampa estera che opera in Italia, ha premiato “L’appuntamento” come migliore cortometraggio.
La premiere americana si è svolta il 12 maggio del 2013, all’interno del Comedy Festival di Los Angeles, una delle più importanti manifestazioni per questo genere cinematografico. Dopo quella partecipazione, le selezioni nei festival americani si sono moltiplicate comprendendo anche Richmond International Film Festival (Virginia), Love Your Shorts Film Festival – Sanford (Florida), Best Actors Film Festival di San Francisco (dove ha ottenuto una nomination), oltre a quelli già citati.

L’appuntamento (visione integrale):

https://www.youtube.com/watch?v=CGtA7sIpq7E

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Chiedere, chiedere ancora, chiedere troppo

A un’amica che si lamentava del suo uomo, di quanto poco rispondesse alle sue aspettative, ho detto, un po’ distrattamente, più chiedi e meno ottieni. Senza commentare, lei mi ha guardata con un’espressione di delusione come se per gustare qualcosa bisognasse solo attendere in silenzio una manciata di briciole, sperando di saziarsi.
Poi mi sono imbattuta nella lettura di Paul Watzlawick e del suo saggio “Di bene in peggio, istruzioni per un successo catastrofico” (Feltrinelli), che mi ha fatto capire quanto, nelle situazioni di crisi, sia irresistibile chiedere, fino a chiedere troppo.
Watzlawick, filosofo, sociologo, psicologo austriaco le chiama ‘ipersoluzioni’: sono i tentativi di avere subito una risposta, di sapere come va a finire, di andare oltre il presente che ci fa stare male pretendendo una soluzione. Il guaio, come spiega Watzlawick, è che in questi momenti la soluzione richiesta può essere solo iper, troppa, sballata e fuori tempo. Quando ci si intestardisce in una ipersoluzione che pensiamo possa appagare l’inquietudine dovuta a un problema, il fallimento è certo. Più soffriamo e più diventiamo eccessivi, bisognosi di una totalità immediata in cui stare meglio. Ecco che allora, tentando si risolvere il conflitto, si precipita ‘di bene in peggio’, e tutte le strategie falliscono perchè pensiamo che se questa cosa ci fa stare male, il suo contrario ci farà stare bene e, quindi, lo vogliamo ottenere subito.
Watzlawick invita a superare questo dualismo e ad abbandonare la tendenza a radicalizzare, in favore di strade alternative, un tertium che da qualche parte ci sarà. L’aut aut, insomma, chiude alle possibili e inaspettate soluzioni perchè estremizza e non si pone nella posizione del comprendere. Tutto e subito non va bene, è solo una corsa verso la disfatta perchè troppo veloce rispetto ai tempi dell’altro che, di fatto, stiamo travolgendo. Ma nulla pare fermarci, convinti che tanto impegno meriti una ipersoluzione.
A voi è mai successo di cadere nelle ipersoluzioni pensando fossero la strada giusta per ottenere attenzione, amore, presenza o il ritorno di qualcuno che stavate perdendo?

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Il sindaco Tagliani si congratula con Mons. Giancarlo Perego

Da ufficio stampa

Eccellenza Reverendissima la città di Ferrara accoglie con gioia la notizia della Sua nomina ad Arcivescovo dell’Arcidiocesi di Ferrara Comacchio.

 

Abbiamo colto dalle Sue parole il riconoscimento alla bellezza delle nostre zone ma anche tanta attenzione alle problematiche dei malati e di coloro che nella nostra terra hanno maggiore bisogno di speranza: un’attenzione e una vicinanza che ci permetteremo di valorizzare con l’auspicata collaborazione tra il Comune e Vostra Eccellenza.

 

Non le nascondiamo le difficoltà di lavorare in una terra tanto ricca di testimonianze culturali e di bellezze quanto, ultimamente, tormentata da problematiche solo apparentemente di carattere economico ma anche d’identità e di radicata speranza nel futuro.

L’augurio è di avviare un percorso comune, d’impegno e sinergia, per realizzare l’obiettivo di una comunità più coesa e solidale, che metta sempre di più al centro la persona.

Nel portarle i saluti di benvenuto dell’amministrazione comunale e dell’intera città mi permetto di raccomandarle le speranze dei nostri giovani che sono alla ricerca di certezze, di minori precarietà e maggiori punti di riferimento.

Con l’occasione Le manifesto il mio personale desiderio e voglia di costruire insieme a Lei un cammino che, a partire dalle relazioni personali, Le consenta le migliori condizioni per la sua opera pastorale.

 

Buon cammino, caro Vescovo, buon cammino a tutti noi.

Digital Trump

Getty Images/Ringer illustration
Getty Images/Ringer illustration

Si parla molto di Donald Trump, delle sue dichiarazioni, delle sue vecchie e nuove politiche e anche delle sue provocazioni, stravaganze e stramberie. La stampa americana di settore è recentemente molto interessata anche alla presenza che Trump ha, e vuole avere, in rete, ossia alla sua “presidenza digitale” e al diverso orientamento, rispetto all’amministrazione Obama, nella gestione della strategia comunicativa della Casa Bianca.

Arrivato alla presidenza, nel 2009, Barack Obama aveva trovato il sito web della Casa Bianca (vedi) funzionale ma datato, una totale assenza di profili social e la mancanza di canali di collegamento online che potessero far comunicare i cittadini con l’amministrazione. Zero attenzione, insomma, alla possibilità di interloquire con il governo e di riceverne feedback. Da qui la necessità di varare una Casa Bianca 2.0. Detto, fatto, soprattutto grazie alla sua vice digital officer della Casa Bianca, Kori Schulman.

Negli otto anni di mandato Obama è diventato un vero “social media president”, rivoluzionando il modo di comunicare e creando un patrimonio digitale ora messo a disposizione del suo successore. Una grande dimestichezza con YouTube, Twitter e Facebook, in un mondo che ormai non può più prescinderne. Dai live su Facebook dallo Studio Ovale alle risposte ai cittadini su YouTube, dal nuovo sito della Casa Bianca con tanto di blog ed email-list fino alla piattaforma “We the people” (vedi) per inviare petizioni all’amministrazione, le iniziative digitali del 44esimo presidente sono state infinite. Nel 2013 la first lady Michelle ha postato la sua prima foto su Instagram dove oggi conta oltre 7 milioni di follower.

Nel 2015, Obama è sbarcato su Twitter con l’account @POTUS (da President of the United States), seguito da 11 milioni di utenti (oggi ne conta oltre 15) Nel 2016, la Casa Bianca ha debuttato su Snapchat per portare gli americani dietro le quinte dei preparativi per il discorso sullo Stato dell’Unione. Per non parlare delle strepitoso album di immagini dalla Casa Bianca su Flickr o di video su Vimeo. Fotografie spesso molto belle e coinvolgenti. Questa infrastruttura digitale è un immenso patrimonio degli e per gli americani. Su Twitter, ad esempio, @POTUS è stato messo a disposizione di Trump dal 20 gennaio 2017 (giorno di passaggio delle consegne); la pagina manterrà i suoi oltre 11 milioni di follower ma non avrà i precedenti tweet sulla timeline. I vecchi post passerano su un nuovo account, @POTUS44 che fungerà da archivio accessibile al pubblico. Stesso discorso per first lady (i vecchi post confluiranno sul nuovo @Flotus44) e vicepresidente (@Vp44). Il meccanismo è uguale anche per Facebook e Instagram, dove la nuova presidenza avrà accesso a username e url, mantenendo i follower.

L’archivio dell’era Obama sarà visionabile su Facebook.com/ObamaWhiteHouse e Instagramcom/ObamaWhiteHouse. Tutto il patrimonio digitale verrà conservato e gestito dal National Archives and Records Administration: milioni di foto, migliaia di ore di video, le oltre 470mila petizioni inviate sulla piattaforma “We the people” e tutti i vecchi tweet e post sui social, oltre agli account istituzionali personali. Detto questo, ci si è un po’ allarmati quando si è notato che nelle prime settimane di Presidenza Trump la presenza social languiva. L’interlocuzione scarseggiava. Forse era solo un momento di transizione, di riorganizzazione.

Quello che era certo era che al profilo ufficiale Twitter del Presidente si affiancava quello personale, @realDonaldTrump, che si portava con sé ben 25 milioni di followers, che alla pagina ufficiale facebook della Casa Bianca (vedi) si affiancava quella personale (vedi) da cui il nuovo inquilino della Casa Bianca spesso comunicava e comunica direttamente. Il “we the people” sembra non ricevere molte risposte. La regola precedente era di lasciare i profili personali per lavorare solo su quelli ufficiali. Se non altro per evitare confusione. Anche i membri dello staff che se ne vanno devono lasciare account e followers dei profili usati durante l’amministrazione, perché considerati di proprietà del governo americano. Ma Trump ha annunciato che continuerà a twittare dal suo profilo personale @realDonaldTrump. E’ chiaro che anche le sue pagine sono fonte di informazione di rilievo. Contenuti anche più diretti e spesso basati pure su dati e fonti personali. Vedremo come andrà a finire. Da seguire.

Segni e disegni di don Franco Patruno: la mostra del sacerdote che amava le arti

Alle pareti ci sono i ritratti: segni veloci formano un volto, un’espressione, un carattere e, in fondo al foglio, altri segni si condensano in parole sintetiche e rapide, come un riassunto verbale della personalità raffigurata ed elemento che a sua volta completa l’armonia della composizione. “Don Franco li faceva di continuo, questi schizzi – racconta Paolo Volta della galleria del Carbone – andavi a trovarlo nel suo studio di Casa Cini e magari uscivi che lui ti aveva fatto il ritratto con in fondo quella frase, che era un po’ la sintesi della sua idea della persona”.

Don Franco Patruno ritratto da Luca Gavagna a Casa Cini nel libro "Obiettivo Ferrara" (foto libreria EcceLibro di Ferrara)
Don Franco Patruno ritratto da Luca Gavagna a Casa Cini nel libro “Obiettivo Ferrara” (foto libreria EcceLibro di Ferrara)

E’ una carrellata sulla produzione artistica di don Franco Patruno quella messa insieme da alcuni dei suoi collaboratori più stretti per la mostra ‘La libertà di dire, la verità di fare’ che – a dieci anni dalla morte – nella sede museale civica di Casa dell’Ariosto racconta la creatività fervida e incessante del sacerdote e dell’uomo, direttore dell’istituto di cultura e persona colta, artista dal tratto veloce che nell’arte ha trasferito molte sue riflessioni, suggestioni, confronti. Interessato a ogni manifestazione culturale e in modo particolare a quelle pittoriche e di arte visiva, don Franco è a sua volta produttore incessante di opere.
La via Crucis è uno dei temi più presenti e più attinenti alla vocazione religiosa di don Franco, ma anche alla sua profonda capacità di empatia umana. Sofferenza e itinerario verso la morte: un soggetto sul quale Patruno torna anno dopo anno. Il segno denso che racconta questo percorso scandisce le opere esposte in sequenza sulle pareti della sala al primo piano della Casa di Ariosto.
Al piano terra le sale ripercorrono invece le tematiche associate a diverse tecniche. Nella saletta con il camino vicino al cortile sono gli acrilici: tele medie e grandi, dove spiccano segni rossi e tratti vivaci blu, verdi, gialli. “Sembrano vetrate”, commenta ancora il gallerista e amico Paolo Volta. Conferma l’analogia tra queste tele e le opere in vetro Massimo Marchetti, docente di storia dell’arte, collaboratore di don Franco a Casa Cini fino alla sua scomparsa e tra i curatori dell’iniziativa espositiva. “Le vetrate però – sottolinea Marchetti – sono precedenti”, quasi che poi don Franco abbia pensato di progettarne e realizzarne altre e, su quelle tele, abbia dato forma a degli studi.

Patrizia Fiorillo e Francesco Lavezzi davanti alle opere di don Franco Patruno in mostra a Casa dell'Ariosto (foto Giorgia Mazzotti)
Patrizia Fiorillo e Francesco Lavezzi davanti alle opere di don Franco Patruno (foto Giorgia Mazzotti)

Nella prima sala al piano terra che si trova sulla sinistra entrando da via Ariosto ci sono i collage: figure a colori ritagliate, calligrafia fitta fitta che diventa segno e forma e – come supporto – i fogli con i bordi bucherellati che servivano per le vecchie stampanti ad aghi, quelle da collegare ai primi computer. “Don Franco amava la cultura umanistica, ma era attratto e affascinato anche da tutto ciò che è tecnologico e innovativo”, sorride Francesco Lavezzi, capo ufficio stampa della Provincia di Ferrara, che ha affiancato don Franco e don Francesco Fiorini come assistente all’istituto di cultura dal 1985, anno in cui viene costituito, fino al 1997.
I ritratti su una parete della seconda sala affiancano le opere dove parola e scrittura si fanno protagoniste. “Queste elaborazioni su carta sono quasi poesie visive, segni che accompagnano alcuni versi di Mario Luzi”, racconta Patrizia Fiorillo, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Ferrara. Il tratto calligrafico è infatti elemento forte della composizione e in un paio di tele diventa protagonista assoluto. “La centralità del segno, utilizzato come valore scritturale e spaziale – prosegue la professoressa – è presente in ogni sua opera. Nelle illustrazioni della via Crucis il segno fatto con il pastello nero regge tutta la composizione; negli acrilici va verso il paesaggio astratto; nei ritratti diventa un segno morbido e fluido con forte contrasto bianco-nero che evoca la contrapposizione di luce-buio; in alcuni collage il segno diventa calligrafico, quasi una serie di ideogrammi”.

Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli davanti a una tela di don Franco Patruno in mostra a Casa dell'Ariosto (foto Giorgia Mazzotti)
Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli davanti a una tela di don Franco Patruno (foto Giorgia Mazzotti)

La scelta delle opere presenti in questa esposizione la descrive bene il critico Gianni Cerioli nel testo di accompagnamento e nella presentazione della mostra fatta sabato insieme con il dirigente del Servizio dei Musei civici Angelo Andreotti. “Queste opere – dice Cerioli – confermano tutte il ruolo di don Franco Patruno come sapiente sperimentatore di segni”. E ricorda che “don Franco Patruno (Ferrara 1938-2007) rappresenta una delle voci più significative del dibattito artistico, culturale, religioso e civile del secondo Novecento ferrarese. Per questo, nel decennale della morte, l’esposizione vuole ricordarlo a quanti lo hanno stimato e allo stesso tempo farlo conoscere a quanti non lo hanno conosciuto mettendo insieme momenti significativi della sua produzione grafica e pittorica: dai ritratti di grande formato realizzati su carta con il pastello nero, agli Angeli caduti, ai Crocefissi, dai collage materici alle chine preziose”.
L’esposizione è a cura di Maria Paola Forlani, Massimo Marchetti, Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli, con la collaborazione del Comune di Ferrara. Un’antologia di disegni, quadri e collage che Franco Patruno realizza a partire dagli anni ’60 fino a poco prima della sua morte, avvenuta nel 2007.

“La libertà di dire, la verità di fare”, antologica dell’opera di don Franco Patruno, Casa di Ludovico Ariosto, via Ariosto 67, Ferrara. Da sabato 11 febbraio a domenica 12 marzo 2017. Aperta da martedì a domenica ore 10-12.30 e 16-18. Chiuso il lunedì. Ingresso libero.

Maria Paola Forlani accanto a un ritratto di don Franco Patruno in mostra a Casa dell’Ariosto (foto Giorgia Mazzotti)
Massimo Marchetti alla mostra di Casa dell’Ariosto (foto Giorgia Mazzotti)
Patrizia Fiorillo e le via Crucis di don Franco Patruno al primo piano di Casa dell’Ariosto (foto Giorgia Mazzotti)
Collage di don Franco Patruno in mostra a Casa Ariosto, Ferrara, 11 febbraio-12 marzo 2017
Collage di don Franco Patruno in mostra a Casa Ariosto, Ferrara, 11 febbraio-12 marzo 2017

Lettera di un cane qualunque al Signor Sindaco Illustrissimo

da: Fumo

Mi hanno detto che anche il canile dovrà subire la dura regola dell’abbattimento dei costi sociali. Ne sono molto amareggiato perché è stata la mia casa per molti anni.
Ormai, voi umani, siete tragicamente abituati a vedervi ridurre i servizi, ma noi pensavamo ormai di fare una vita da cani e basta. Poveri i cani che ora sono ancora in canile.
Un saluto e un grande ringraziamento a tutte le persone che hanno reso il canile municipale in questi anni un importante punto di riferimento; grazie alla presidentessa, alla direttrice e a tutti coloro che vi hanno lavorato. A molti mancherà una occasione di volontariato per far fare una passeggiata a questi cani infelici; a molti genitori mancherà una occasione per rendere migliori i loro figli.
Ci mancherà la cocomerata d’estata, la festa di Natale. Ci mancherà tutto.
Grazie a voi, io ora per fortuna sono un cane felice.

Vita da cani: prima…
…e dopo

Italia un modello per l’Europa, ma ora i Tribunali per i minorenni rischiano di sparire

Una volta tanto in Italia siamo i primi, i più bravi, tanto che l’Ue ha emanato una direttiva per prescrivere a tutti i paesi membri di seguire il nostro esempio. E non è finita qui: vengono da diversi paesi anche fuori dall’Europa per studiare il nostro sistema e cercare modi di replicarlo. Di cosa stiamo parlando? Della giustizia minorile italiana. Forse l’unico settore del sistema giudiziario del nostro Paese nel quale l’obiettivo è rimasto quello sancito dai Padri Costituenti, che all’articolo 27 della Costituzione hanno scritto: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Ebbene: “l’unico processo che ci viene invidiato in tutto il mondo verrà probabilmente soppresso”. È l’allarme lanciato dal presidente del Tribunale per i minorenni di Bologna Giuseppe Spadaro, intervenuto sabato mattina nella sala del Consiglio Comunale di Ferrara all’incontro ‘Quando i ragazzi sbagliano. L’attenzione dei media, la risposta educativa e giudiziaria’.
(Leggi l’articolo di Simona Gautieri)

Giuseppe-Spadaro
Giuseppe Spadaro

La sua non è affatto una difesa corporativa: entrato in magistratura nel 1990, prima di approdare a Bologna, ha esercitato per più di venti anni nel tribunale ordinario di Lamezia Terme, “poi ho avuto la fortuna di tuffarmi nella giustizia minorile”, dove “puoi realmente incidere”, ma proprio per questo “se sbagli i tuoi provvedimenti possono essere devastanti”. Così si è trasformato da fine giurista, esperto di tecnicismi, in un “giudice-uomo” che sbaglia, ma “sbagliamo perché ci proviamo”.
“Il processo penale minorile è connotato di una valenza educativa”, ha sottolineato Spadaro per far comprendere come la giustizia minorile non possa essere trattata, descritta, considerata come la giustizia degli adulti. Non è un caso che si chiamino tribunali per i minorenni: “il processo non è contro, ma per: per la persona che ci troviamo a giudicare e per la vittima”. “Siamo giudici della persona, non dei fatti”, questa secondo Spadaro è “la rivoluzione”: non valgono i tecnicismi e il distacco da fini giuristi, da principi del foro, ciò che serve è “l’equidistanza, che evoca il concetto di empatia”.

Nella giustizia minorile non ci si accontenta di fornire una risposta sanzionatoria “che a fronte di un errore commesso è imprescindibile, ma da sola non è sufficiente: deve essere accompagnata da un percorso, da occasioni di crescita, da un’opportunità di vita”. Da qui tutta una serie di strumenti extragiudiziari come la messa alla prova e la mediazione penale, strumenti che tra l’altro si sta pensando di utilizzare anche nella giustizia ordinaria. “Il confronto è un momento chiave per chi ha sbagliato e per chi ha subito: quest’ultimo ha l’occasione di dire in faccia al responsabile gli effetti devastanti delle sue azioni e il primo guarda in faccia la sofferenza umana che ha provocato. Di fronte a questo, non c’è pena che tenga”, afferma con forza Spadaro.
Tutto ciò rischia di essere cancellato a causa di “una riforma epocale”, attuata “nel silenzio quasi totale del dibattito pubblico”.

Nel 1908 l’allora Guardasigilli Vittorio Emanuele Orlando dava disposizioni affinché fosse istituita la figura di un giudice specializzato per i minorenni, dando inizio all’esperienza della giustizia minorile italiana. Oggi un altro Orlando, che occupa la stessa posizione, dà il suo nome a una riforma che, per aumentare l’efficienza del sistema giudiziario, prevede la soppressione dei tribunali per i minorenni e delle procure presso i tribunali per i minorenni, a favore di sezioni specializzate presso i tribunali ordinari. È il ddl 2284, “Delega al Governo recante disposizioni per l’efficienza del processo civile”: il provvedimento già approvato alla Camera è ora in discussione alla Commissione Giustizia del Senato.
La stessa riforma, spiega Spadaro, “l’aveva tentata a inizio 2000 il ministro-ingegnere del governo Berlusconi (Roberto Castelli, ministro della giustizia nei governi Berlusconi dal 2001 al 2006, ndr): allora ci furono le barricate, da parte di chi ora ne è fautore”.

Ciò che stupisce è che tale soppressione avvenga nonostante il riconoscimento, appena un mese fa, dei risultati ottenuti dalla giustizia minorile in Italia. Nel documento di sintesi della ‘Relazione del Ministero sull’amministrazione della giustizia anno 2016’, citato da Spadaro sabato mattina, si legge infatti: “Il consolidamento di una cultura che pone i diritti dei minori al centro di tutte le attività processuali che a vario titolo li vedono protagonisti, ha condotto ad eccellenti risultati, come dimostrato dalle recenti rilevazioni statistiche che indicano l’Italia come il Paese con il più basso tasso di delinquenza minorile rispetto agli altri paesi dell’UE ed agli Stati Uniti. Tale effetto è certamente da ricondursi all’efficacia sia programmi di prevenzione adottati, che delle misure trattamentali alternative alla detenzione”.

Spadaro è molto preoccupato, come del resto la quasi totalità degli attori della giustizia minorile – dall’Associazione italiana magistrati minori e famiglia all’Associazione nazionale magistrati, dall’Unione delle camere minorili all’Ordine degli assistenti sociali e degli psicologi, a tutte le maggiori sigle del Terzo Settore – della logica e del messaggio insiti in questo provvedimento: “la logica è spersonalizzare e mandare all’ordinario” e “il messaggio culturale è una visione adultocentrica”. Un aspetto condiviso nientemeno che da Gherardo Colombo: l’ex magistrato del pool di Mani Pulite, che da quando si è dimesso gira per l’Italia incontrando i ragazzi e parlando loro di giustizia e Costituzione. Riferendosi alla riforma Orlando, Colombo ha detto che renderà la giustizia minorile incapace di trattare bambini e adolescenti come tali, ma che li assimilerà agli adulti.
Questa riforma, per far fronte a esigenze organizzative tese a ripianare carenze di risorse negli uffici per gli adulti, rischia di ridurre drasticamente la specializzazione dei giudici chiamati a intervenire in materia civile, amministrativa e penale minorile. Con l’accorpamento ai tribunali ordinari, chiarisce Spadaro, “necessariamente non si potrà più garantire l’esclusività delle funzioni che mi consente di parlare con i servizi sociali come con i ragazzi imputati”: “quando sarò accorpato al tribunale ordinario di Bologna mi occuperò un po’ di più della chiamata del colonnello che mi dice “Guardi che c’è stato un omicidio”, piuttosto che della chiamata dell’assessore che mi segnala un caso di dispersione scolastica”. “Quello che cambierà – continua Spadaro – è l’approccio, l’atteggiamento, la mentalità dei magistrati che verranno accorpati: quando diventerò un giudice del tribunale di Bologna spero che il presidente del tribunale ordinario possa farmi fare solo questo, ma ho i miei dubbi e penso che farò qualcos’altro”. “E’ inevitabile perché le competenze del tribunale ordinario sono una miriade e le risorse e i mezzi e i carichi di lavoro sono tali da non consentire di occuparsi solo di minori: è così lineare questo discorso che non riesco a capire come possa sfuggire”, dice il magistrato amareggiato.

Non è che già ora le cose vadano poi così bene: il sistema di protezione dell’infanzia è duramente provato dai tagli alla spesa pubblica. In Emilia Romagna il tribunale per i minorenni di Bologna, l’unico per tutta la regione, deve operare con solo “il 60%” di copertura del fabbisogno di personale, mentre l’Ufficio di servizio sociale per i minorenni del capoluogo regionale a fronte di 3.115 ragazzi presi in carico (dei quali il 5% residenti a Ferrara e provincia) ha un organico composto da undici assistenti sociali e un solo educatore.
Spadaro ammette che esiste sia un problema di “frammentazione delle competenze” in materia di persona, famiglia e minorenni, sia un problema di distribuzione delle risorse, se “il tribunale per i minori dell’Emilia Romagna opera con sei magistrati e un presidente, per una popolazione di quasi cinque milioni di abitanti, a fronte di ventinove magistrati in Puglia”. Quindi ci sono “ragioni economiche sottostanti che sono vere e proprie ragioni”.

La soluzione giusta non è però il provvedimento che si sta discutendo alla Commissione giustizia del Senato. Quello che gli operatori e le associazioni che operano nella giustizia minorile propongono è un ‘tribunale della famiglia’, peraltro originariamente previsto nel testo della legge poi modificato: “un tribunale che si occupa di tutte le vicende della famiglia”, accorpando le competenze in capo ai tribunali per i minori per “concentrare l’attuale frammentazione che effettivamente arreca un danno” e avvicinarsi “all’utenza e all’avvocatura mandando un magistrato altamente specializzato nei centri maggiori, ridistribuendo così in maniera intelligente l’organico con un costo abbastanza contenuto”. Questa sarebbe una “vera riforma epocale” secondo Spadaro, che ribadisce infine: “quello che conta è mettere al centro non gli adulti, ma il minore, come noi siamo abituati a fare”.

Il giudice dei minori: “Tutti noi siamo vittime e carnefici, in aula servono amore ed empatia”

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“Sono mezzo esaurito, non credo di poter continuare a fare il giudice minorile per molto tempo”, dice ironicamente Giuseppe Spadaro, presidente del Tribunale per i minorenni di Bologna e vero mattatore del seminario sulla giustizia minorile tenutosi sabato alla sala consigliare del Comune di Ferrara. “Sarà che non sono il fine giurista da cui si pretende il distacco assoluto nel giudicare un fatto di reato: sono un giurista di cuore e l’amore e l’empatia devono entrare nella giustizia”, continua Spadaro e il pubblico presente, composto di comuni cittadini, ma anche di tecnici della materia – assistenti sociali, avvocati e giornalisti – applaudono per quasi un minuto al suo intervento. E le sue parole, infatti, lungi dall’avere la freddezza e il distacco dei principi del foro, contengono tutta la preoccupazione per un sistema giudiziario nel quale “c’è qualcosa che non va”: “qualcuno se n’è accorto”, da Amnesty Internatonal all’Unione Europea, che per questo continua a bacchettarci. E se per la giustizia degli adulti le cose non vanno bene, “il sistema è destinato a implodere” afferma Spadaro, il presidente lancia  l’allarme anche per quanto riguarda la giustizia minorile: la riforma Orlando (ddl. 2284), già passata alla Camera e ora ferma al Senato, nella sua brama di rendere più efficiente il processo civile progetta di accorpare i tribunali per i minorenni a quelli ordinari, di fatto abolendoli. (Leggi qui l’articolo di Federica Pezzoli)

‘Quando i ragazzi sbagliano. L’attenzione dei media, la risposta educativa e la giustizia’ è il titolo dell’incontro e del tema parlano, oltre a Spadaro, l’assessora ai Servizi alla persona del Comune di Ferrara Chiara Sapigni, Giorgio Benini dell’Ufficio sicurezza del Comune di Ferrara, Elena Buccoliero, referente dell’Ufficio diritti dei minori del Comune di Ferrara e giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna, e Teresa Sirimarco, direttore dell’ Ufficio servizi sociali per i minorenni di Bologna. Dopo i saluti dell’assessora Sapigni e l’intervento di Giorgio Benini, che sottolinea l’importanza di insegnare ai ragazzi il concetto di responsabilità – “bisogna ragionare con loro sul legame tra azioni e conseguenze che esse comportano: in ogni contesto educativo ci sono delle regole che vanno rispettate” – si entra nel vivo ad affrontare il tema del rapporto tra giustizia e media con Elena Buccoliero e la sua analisi del caso di Carolina Picchio: aveva quattordici anni quando nel 2013 si è suicidata buttandosi dalla finestra della sua camera da letto.

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“Il caso di Carolina – spiega il giudice onorario – è emblematico di come i media, nello specifico la carta stampata, riportino una notizia di cronaca. Diventa Verità solo ciò di cui parlano i giornali”. Carolina si è suicidata il 5 gennaio del 2013 per delle angherie subite dall’ex fidanzato e da altri amici a una festa svoltasi nel novembre del 2012, dove era stata filmata ubriaca. Il video poi era stato diffuso in rete. I giornalisti hanno scritto di “prima vittima del cyberbullismo” e di “femminicidio”, si è passati indifferentemente dal suicidio all’omicidio in una ricerca sempre più spasmodica di etichette e primati. “Perché è così importante arrivare per primi?”, si chiede la Buccoliero: “I primi studi sul bullismo risalgono agli anni ’Settanta e sono nati in Inghilterra e nei Paesi scandinavi, proprio a seguito di una serie di casi di suicidio tra giovanissimi”. Il giudice Buccoliero sottolinea le tante incongruenze e inesattezze operate dai giornalisti nella ricostruzione dei fatti: il nome errato della madre, l’età della vittima, la ricostruzione approssimativa della sua situazione famigliare e del suo probabile disagio psicologico.

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“I giornalisti scomodano, in un primo momento, il clichè della bambina-angelo – continua la Buccoliero – riportando le dichiarazioni del padre e degli amici presenti al funerale che la descrivono come “l’angelo più bello”. Successivamente viene introdotta un’incrinatura a questo ritratto: l’ex fidanzato dice che “aveva un carattere difficile”, gli amici iniziano a parlare di una festa in cui si era ubriacata. La vittima merita pietà solo se la sua immagine risulta pulita, in caso contrario, specie i giovani, pensano che la ragazza “se la sia andata a cercare””. Dall’altra parte però, sottolinea, “il titolo sensazionalistico schiaccia la persona e chi si sente definire ‘mostro’ sul giornale farà maggiore fatica a rielaborare ciò che ha fatto in un’ottica di pentimento”. Di particolare interesse risulta il modo errato in cui i giornalisti hanno riportato la pena inflitta ai minori coinvolti nel procedimento per la morte di Carolina: “Alcuni titoli riportano ‘invece che il processo c’è stata la messa alla prova’. Per alcuni giornalisti la messa alla prova è paragonabile ad una assoluzione, per altri è peggio di una condanna. La verità è che nessuno conosce questo fondamentale istituto del processo minorile” conclude il giudice Buccoliero.

L’istituto della messa alla prova prevede la possibilità di sospendere il procedimento penale a carico del minore con affidamento di quest’ultimo ai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia che, anche in collaborazione con i servizi socio-assistenziali degli enti locali, svolgono nei suoi confronti attività di osservazione, sostegno e controllo volto al suo completo recupero, ed è proprio per far capire la sua importanza che viene proiettato il video “Come rinascere”: intervista fatta a un ragazzo ferrarese che ha brillantemente superato la propria messa alla prova reinserendosi nella società. “Sentivo molto buio dentro di me”, spiega il ragazzo intervistato che parla a voce bassa e muove continuamente le mani, “sapevo di sbagliare e se avessi continuato su quella strada sono sicuro che mi sarei rovinato la vita. Con me ci sono andati giù pensante per farmi capire ciò che stavo facendo. Gli amici ti coinvolgono a fare delle cose, ma devi essere tu a dire no. Il carcere rovina le persone. Quando il mio avvocato mi ha parlato della possibilità di andare in comunità credevo fosse uguale al carcere. Invece qui ho avuto modo di costruire me stesso, conoscere persone che mi hanno aiutato veramente e non come gli amici con cui pensavo solo a divertirmi. Ora ho un lavoro e sono felice”.

L’Ufficio servizio sociale minorenni per l’Emilia Romagna, si occupa dei minori e giovani adulti di qualsiasi nazionalità, residenti o presenti nelle regioni di competenza, sottoposti a procedimento penale da parte dell’autorità minorile dell’Emilia Romagna – spiega la dottoressa Sirimarco, direttore dell’Ussm, ufficio che di raccordo con le autorità di giustizia minorile, magistratura e assistenti sociali, svolge una attività finalizzata al reinserimento sociale dei minori che entrano nel circuito penale. L’Ussm si attiva dal momento della denuncia e accompagna il ragazzo in tutto il suo percorso penale. Per la Sirimarco: “Il reato deve essere visto come un’occasione di crescita. Il minore sbaglia ed è giusto ci sia una sanzione ma bisogna non far mai mancare una possibilità. La messa alla prova può essere strumentalizzata e non solo dagli avvocati: tanti minori fanno finta di essersi ravveduti e pentiti per quanto fatto. Io però non mi scoraggio: se si parla di “processo” è necessario pensare che il pentimento è il risultato di un processo appunto di rielaborazione e costruzione che quasi sempre arriva.Ecco perchè il progetto di messa alla prova deve essere studiato sul reale caso, per non correre il rischio di far fallire il ragazzo che ad essa viene sottoposto. Deve essere un progetto consensuale, adeguato per lo specifico caso in esame e flessibile, cioè modificabile a seconda delle necessità del minore”.

A conclusione del seminario viene proiettato “Mettersi in gioco” un video, realizzato presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, nel quale si assiste alla simulazione dello svolgimento di un procedimento penale a carico di un minore reo di aver ceduto una pasticca di droga alla propria fidanzatina, interpretato proprio da Giuseppe Spadaro. “Mi è venuto semplice interpretare una persona che sbaglia, perchè tutti noi sbagliamo. Noi ci proviamo e sbagliamo. Il processo è vita – conclude Spadaro – chi di noi non ha sbagliato e ha avuto chi lo giudicava, chi lo assisteva e chi lo accusava?”.

L’INTERVENTO
Tagliani: “Investire sulla creatività dei nostri giovani”

Da ufficio comunicazione

In questo frangente, ove la speranza è rimasta solo a denominare sulle carte il capo a sud dell’africa, mi sono fatto convinto che ai menagrami  capaci di demolire con arguzia e tempismo ogni ipotesi costruttiva e di alzare spallucce di commiserazione e sufficienza di fronte a qualsivoglia progetto che non li veda committenti, d ancor meglio protagonisti nella esecuzione,  occorrerebbe imporre, per ogni badilata impegnata a seppellire l’dea altrui,  un’opera forzata di bene: una semina, un innesto, un concreto contributo che illumini sul cosa si vuole e  sul come fare diversamente,  per restituire bellezza e senso a questa nostra comunità.
Non mi accingo certo a questa riflessione spinto dalle quotidiane beghe di bottega, quanto piuttosto  ancora oggi tormentato dalle  vicende locali nelle quali giovanissimi protagonisti hanno toccato l’abisso del matricidio e del parricidio.
Lascio ai genitori come me, alle nostre famiglie  il compito di guardarsi dentro ed osservare i ragazzi, gli adolescenti soprattutto, per insinuarsi fra un “like” ed una risposta assente davanti all’ipad, con uno sguardo od una parola che ci dica “nuovamente connessi”. 
Mi preoccupo invece di rifletter sul modello di sviluppo in queste nostre terre collocate in un angolo di pianura lontana dai fari della via Emilia e dei viali Ceccarini della Romagna, dove i ragazzi, come sempre i più sensibili,  non a torto, si sentono “ ai margini” della crescita economica, ai margini della cultura, in una parola ai margini della vita;  così dinamicamente irresistibile vista sul web dopo una serata al bar del paese.
Per anni noi amministratori abbiamo ritenuto che il nostro dovere fosse quello di portare a Ferrara risorse economiche:  tradotte in strade, ponti, ciclabili, parchi, sagomature di canali, contributi alle aziende e questo era vero e giusto: si è trasformato in lavoro, in sicurezza idraulica, in agricoltura avanzata,  serve ancora, ma oggi non basta più.
Non basta lavorare sull’hardware della nostra comunità ossia le infrastrutture, la sfida nel mondo è nel  software ossia sulla conoscenza : è qui che si vince la competizione per “abitare in centro”.
E’ successo nel mondo dei computer dove sono i produttori di  sistemi operativi ad aver vinto sui produttori di processori e così anche qui saranno le persone, le loro menti, le loro capacità di relazione e di analisi a vincere le distanze ma anche la sfida delle nuove occupazioni .
Non tanto diversa dovette essere la ragione del successo per l’abazia di Pomposa  attorno al mille, così come oggi lo è per le software house indiane, fino a ieri  in polverose e sudice periferie oggi leaders nella competizione globale.
Per questa ragione la candidatura di Comacchio come capitale italiana della cultura, banalmente letta da alcuni come velleitario tentativo di utilizzo strumentale della cultura per la promozione turistica del territorio, è invece, per quanto mi riguarda, un segno importante e lungimirante di guardare oltre.
Certo anche qui hanno giocato e giocano un ruolo  fondi europei, risorse regionali per il restauro di edifici e capanni, ma a nulla servirebbe tutto questo se la cultura, che ti permette di conoscere la storia , la conformazione del tuo territorio, le straordinarie risorse della natura, ma anche i linguaggi per comunicare questa ricchezza, lingue straniere e linguaggi della tecnologia, non divenisse la vera protagonista del progetto.
Lo stesso ragionamento appena accennato su Comacchio  vale per tutto il nostro territorio, i giovani rischiano di rimanere distaccati osservatori della costruzione di nuove arterie di comunicazione,  siano d’asfalto o d’acqua, assai più urgenti quelle telematiche, se in quei contesti non saremo capaci di innestare progetti di sviluppo che sviluppino conoscenza, investano sulle persone, sulle loro idee, la loro fantasia, l’amore per la loro comunità.
Per questo, siccome siamo all’interno di una  programmazione europea e nazionale che tra fondi strutturali e diretti alle “aree interne” ci beneficerà di risorse rilevanti, dobbiamo investire sul nostro software che è l’intelligenza e la creatività dei nostri giovani, sulle scuole, sulla loro formazione, sui sistemi di “connessione”  a distanza fra le persone con i migliori linguaggi di oggi, magari chiedendo ai grandi operatori come Oracle o IBM di collocare a Ferrara scuole di alta formazione.
Se, su altro profilo, alla presidenza del Nuovo Parco Interregionale del Delta fossimo in grado di designare una persona di grande spessore culturale, un uomo capace di rappresentare il desiderio di queste terre e di questi ragazzi di diventare protagonisti della scena europea, dove di luoghi così straordinari non ce ne sono, magari rinunciando alla usuale soluzione standard buona per tutte o tante altre stagioni, daremmo un segnale bello qualcuno comincerebbe a crederci.
Se poi la più grande infrastruttura turistica italiana, ovvero la ciclovia VEN (ezia) TO (rino) incontrasse sul suo percorso un paesaggio straordinario non sarebbe merito nostro, ma se incontrasse una generazione che parla le lingue del mondo, capace di accogliere a Serravalle danesi nostalgici del Mississippi  o a Codigoro un gruppo di artigiani innovativi che realizzano borse con la canapa o mille altre diavolerie e le vendono on line in tutto il mondo, insomma  una realtà “che abita in centro” perchè capace di annullare le distanze e di trasformarla in nuove occasioni di lavoro e di incontro,  allora ciò sarebbe perché ci abbiamo pensato oggi e forse le ferite di Pontelangorino e dintorni ci avrebbero insegnato qualcosa. 
Tiziano Tagliani

FERRARA, EUROPA
Per Marine Le Pen approccio “entre-nous” e immigrati senza diritti né assistenza

di Achraf Kibir

Una Francia liberale, anti-sistema e soprattutto xenofoba: negli ingredienti della ricetta presidenziale di Marine Le Pen annunciati questo week-end a Lione si ritrovano tutti gli elementi tipici dell’estrema destra europea.

La questione immigrazione rappresenta la causa mobilizzatrice che circa quarantacinque anni fa portò in Francia alla nascita del Front National e anche oggi è il tema cardine del programma politico del partito di estrema destra francese. Ciò che emerge dal week-end di apertura delle sue presidenziali a Lione non fa che confermare questo trend. Il Fn infatti non ha alcuna intenzione di cessare la lotta contro ciò che la candidata frontista Marine Le Pen definisce come una “migrazione dilagante totalmente incontrollata”, proponendo un “saldo migratorio annuale” di 10.000 persone unito a una “semplificazione e automatizzazione” delle espulsioni. Nell’ipotesi in cui Le Pen prendesse le redini del paese, gli stranieri illegali sul territorio francese vedrebbero la loro regolarizzazione o naturalizzazione bloccata e la loro espulsione automatizzata. L’abolizione dello ius soli (acquisizione automatica della nazionalità per un bambino nato sul suolo francese da genitori stranieri) resta un pilastro del programma elettorale frontista, così come come lo sono “la fine dell’automaticità del ricongiungimento familiare” e la stretta sul riconoscimento della nazionalità (in particolare quella acquisita ipso facto per matrimonio con cittadino francese). Agli occhi della candidata frontista l’immigrazione rappresenta, così come l’Unione Europea, una “fonte di spesa pubblica cattiva e inefficiente” che è necessario arginare. È sotto quest’ottica che Marine Le Pen vuole eliminare l’assistenza medica “riservata ai clandestini”. Poco importa se l’accesso alle cure per queste persone rappresenta un diritto fondamentale costituzionalmente riconosciuto, che permette di individuare e trattare moltissimi casi di malattia, proteggendo tra l’altro gli stessi francesi.
La priorità frontista è il primato dei francesi. L’obiettivo è quello di creare una suddivisione sociale in base alla cittadinanza normata da una costituzione “corretta”, di cui il Front National ha distribuito qualche fac-simile lo scorso week-end. Il nuovo testo integrerebbe anche “la difesa dell’identità di popolo” e “la lotta contro il comunitarismo” fra i suoi principi. In sostanza: l’“attribuzione prioritaria” degli alloggi sociali tornerebbe ai francesi. Idem per il lavoro, poiché Marine Le Pen conta di applicare una sorta di tassa addizionale su tutti i contratti di lavoro stipulati con cittadini stranieri (ivi compresi gli europei, ha specificato il vice-presidente Florian Philippot presso un’emittente radio francese). Un modus operandi che non risparmierebbe neppure l’ambito sportivo, imponendo ai club professionali un tetto minimo di giocatori francesi all’interno delle proprie rose. Insomma, precisamente “Liberté, Egalité, Fraternité”