Sono un promotore finanziario e leggo tutte le mattine il Sole 24 Ore per dare un’occhiata ai mercati e a notizie che possano essere utili alla mia professione. Così l’altro giorno, spulciando le pagine online del quotidiano, mi capita sotto gli occhi un interessante articolo di qualche anno fa firmato da Riccardo Barlaam che parla di Germania e dell’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, che nel suo libro appena pubblicato aveva scritto: “E’ sorprendente che la Germania abbia dimenticato la storica Conferenza di Londra del 1953, quando l’Europa le cancellò buona parte dei debiti di guerra. Senza quel regalo non avremmo riconquistato la credibilità e l’accesso ai mercati. La Germania non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miracolo economico.”
Fischer rincarava la dose spiegando che, col pretesto del risanamento economico, la coppia Merkel-Schaeuble ha imposto un regime di austerità usando lo spauracchio dei debiti contratti dai paesi area euro. Ha imposto un rigore che ha provocato una deflazione dei salari e dei prezzi che ha di fatto impedito a questi paesi di sviluppare la propria economia per uscire dalla crisi, un ossimoro economico che lo stesso ex ministro definì devastante, finendo per accusare la coalizione tedesca di euroegoismo e di dimenticare con troppa disinvoltura la storia della Germania dal dopoguerra ad oggi. Per Fischer, una posizione, quella tedesca, certamente di comodo. “Se la Bce non avesse seguito le decisioni di Draghi ma le obiezioni dei tedeschi a quest’ora l’euro non esisterebbe più. Il più grande pericolo per l’Europa – scriveva Fischer – attualmente è proprio la Germania.”
Passiamo ai fatti storici che Barlaam, nel suo vecchio articolo, ci riassume: alla Conferenza di Londra del 1953, la Germania, attuale portabandiera europeo di stabilità e rigore che durante lo scorso secolo ha rischiato il default due volte, cioè nel 1923 e nel secondo dopoguerra, con un animo del tutto estraneo all’attuale atteggiamento di rigore assoluto, chiese ed ottenne d’essere aiutata a ripartire proprio attraverso il condono del proprio debito. Poiché è noto che i debiti tedeschi di due guerre mondiali, provocate e perse entrambe, le avrebbero reso impossibile la ripresa economica.
E, leggendo l’articolo, non mi sorprende più di tanto apprendere che tra i paesi che in quella conferenza internazionale decisero di non esigere il conto vi fossero anche l’Italia di De Gasperi, padre fondatore dell’Europa e la Grecia, paese che aveva subito per mano dell’esercito tedesco danni immensi a impianti produttivi, infrastrutture stradali e portuali che ne hanno minato l’economia per sempre (senza dimenticare il pesante tributo di vite umane e di inestimabili opere artistiche) e che in questi anni è uscita con le ossa a pezzi nella missione impossibile di allinearsi ai parametri stabiliti e imposti proprio dalla Germania. Dopo il 1945 la Germania aveva un debito colossale (23 miliardi di dollari di allora) che, tenendo conto del loro prodotto interno lordo (circa la stessa cifra), senza il generoso intervento del 24 agosto 1953 in cui ventuno paesi (Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito, Francia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Sudafrica e Jugoslavia) le avevano consentito di dimezzarne l’ammontare e dilazionarlo in trent’anni, non avrebbe mai potuto pagare.
Di tutto ciò rimane traccia di questa buona disposizione d’animo nella storia recente degli smemorati tedeschi?
Come ricorda sempre Barlaam, l’altro 50% doveva essere restituito dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie ma, a riunificazione avvenuta, nel 1990 il cancelliere Helmut Kohl evitò il terzo collasso tedesco semplicemente opponendosi alla rinegoziazione del debito. E ovviamente Grecia e Italia accettarono di buon grado, consentendo ai tedeschi di “regolarizzare” con 69,9 milioni di euro quanto stabilito dallo sciagurato (per tutti i paesi area euro), e pur ottimo (per i Tedeschi), accordo di Londra, senza il quale avrebbero avuto debiti da rimborsare per altri cinquant’anni.
Tutto quello che non avreste mai pensato possibile e che invece è realmente successo. Ecco la storia della crisi di governo più lunga della Repubblica italiana raccontata punto per punto, con tanto di voto ai protagonisti e alle loro imprese.
Avvertenza ai lettori: nell’ultima settimana ho cominciato e cancellato questo articolo cinque o sei volte. Colpa dei continui corteggiamenti, dichiarazioni, posizionamenti, svolte, incontri, scontri, contratti, prime bozze, ultime bozze, ultimissime bozze, appelli alla piazza e voltafaccia che hanno punteggiato la più lunga crisi di governo della nostra Repubblica. Scrivevo una cosa al mattino e a mezzogiorno era già carta straccia.
Ho deciso di riprovarci, dopo che Cottarelli ha salutato (e tutti a fargli i complimenti: “Ma che signore, che stile quel Cottarelli con lo zainetto sulle spalle”), dopo che l’avvocato Conte con voce un po’ malferma (ma era emozionato o semplicemente atterrito dall’arduo compito?) ha letto/annunciato la lunga lista dei ministri del Primo Governo Giallo-Verde: potevo finalmente mettermi a scrivere. Intendiamoci, non qualcosa di duraturo, di definitivo – ché nelle prossime settimane e mesi ne vedremo di belle e di brutte, di cotte e di crude – ma insomma, almeno dal 1 giugno qualcuno bene o male proverà governarci.
Seconda avvertenza ai lettori: questo che segue non è propriamente un ponderato commento politico. Lo stile? Un strano tentativo, un incrocio tra un editoriale domenicale di Eugenio Scalfari e le pagelle sportive di Gianni Mura. Un elenco, ovviamente incompleto, di temi e protagonisti, con a fianco il voto raggiunto. E, visto che stiamo entrando in tempi di esami, vedrete che siamo assai lontani dalla sufficienza e dalla promozione.
Terza Repubblica: voto 4. Perché questa storia ce l’hanno detta e ripetuta di continuo durante 87 giorni (e sicuramente continueranno), ma abbiamo capito benissimo che quella che andava in scena era l’identica trama della Prima Repubblica. Le stesse furbizie, gli stessi avvertimenti trasversali, il dire Bianco al mattino e giurare Nero alla sera, gli stessi identici forni (aperti, chiusi, riaperti, richiusi) tipici della ingloriosa era democristiana. Per ora siamo fermi alla Prima Repubblica. Con una sola variante: la perdita della riservatezza (di un minimo di mestiere e spesso della decenza), cioè l’avvento dell’impero veloce e volgare di twitter, di facebook, degli hashtag applicati alla lotta politica.
Contratto di governo: voto 4. Stiamo parlando della “grande novità”. Molte bozze, aggiunte, cancellature, ingenuità, sparate, ritirate, e nessun numero concreto (le coperture di spesa, le grandi assenti) per arrivare a 42 pagine controfirmate in calce: un contratto privatistico tra i due leader di Lega e 5 Stelle. “Un ottimo lavoro” a detta loro. Salvini: “Dentro il Contratto ci sono tutti i nostri obiettivi”. Di Maio: “Abbiamo portato al governo il nostro programma elettorale”. Naturalmente non è proprio così. Il contratto, invece di costituire una mediazione, è una sommatoria confusa di impostazioni e promesse spesso divergenti. E tanta vaghezza sui punti dolenti: Europa, Euro, Deficit, Grandi Opere, Immigrazione, Superamento Legge Fornero.
Insomma, più che un piano di governo, il contratto è un mix confuso dei due rispettivi programmi elettorali. I due garanti (Salvini e Di Maio), non a caso Vicepresidenti del Consiglio, hanno apparecchiato e imbandito il la tavola (tanta roba!) e l’hanno messa in tasca all’avvocato Conte. Saranno loro i padroni del “governo del cambiamento”, non il Presidente del Consiglio come vuole la Costituzione. E se i due galli non si troveranno d’accordo? Si rivolgeranno al garante previsto dal contratto? Beh, in ogni caso ce lo comunicheranno con due righe di twitter.
Governo di cambiamento: voto 4. Uno slogan, niente di più. Al principio, appena dopo le elezioni del 4 di marzo, faceva un certo effetto, suonava bene. Ma alla fine, quando al Quirinale Conte ha presentato l’elenco dei ministri, non se l’è sentita di ripetere la formuletta. Del resto, i “nuovi politici” non sono sembrati diversi dalla produzione in serie della classe politica italiana. Dediti all’eterna propaganda, sicuramente più chiacchieroni dei predecessori (anche se Matteo Renzi era un bel campione), più ingenui e inesperti (Di Maio), o più tattici e comizianti (Salvini), ma perfettamente in linea con il peggior costume politico del Belpaese. Ricordate? “Il mio interesse è solo il bene degli italiani”, “Sono disposto a fare un passo indietro”, “Bisogna che (un altro naturalmente) faccia un passo a lato”, “Non ci interessano le poltrone, vengono prima i contenuti”.
Governo del cambiamento? Forse il voto giusto sarebbe N.S. (non classificato). Governo rimandato a dopo l’estate, ma con poca speranza di passare l’esame di riparazione.
Di Maio: voto 3. Dilettante allo sbaraglio, è in assoluto quello che le ha sparate più grosse. E ha rischiato grosso. Designato dominus del Movimento, lo ha trasformato in pochi mesi nel suo “partito personale” (superando il fondatore e Kingmaker, ma inaugurando uno stile compito, perennemente in giacca e cravatta). Dopo una campagna elettorale passata a corteggiare e blandire “i padroni dell’Europa e dei mercati”, la sbornia di voti ricevuti il 4 marzo lo ha portato dritto dritto al delirio di onnipotenza. “Il Presidente del Consiglio? O io o nessuno!” ha ripetuto tutti i santi giorni. “E’ un momento storico!”. Intanto ha tentato di svaligiare tutti i forni a disposizione (trovandoli chiusi o senza pagnotte). Non pago, ha cercato di scavalcare a destra il suo alleato: più sovranista della Lega, più anti-euro di Salvini.
Infine, il suo capolavoro: un tentato (e quasi riuscito) suicidio politico: la richiesta (senza basi giuridiche, senza nessuno sbocco) di messa in stato d’accusa del presidente Mattarella. In calo nei sondaggi, criticato apertamente dai suoi colleghi parlamentari, sommerso dai mugugni via twitter e facebook (chi di spada colpisce…) ha fatto una improvvisa inversione a U. Per salvare la pelle è andato a Canossa dal Presidente della Repubblica. Ha ritirato fuori dal congelatore Conte. Ha implorato il permesso a Salvini per spostare dall’Economia lo scomodo Savona. In cambio la Lega si è preso la maggioranza dei ministeri di peso e la guida di fatto del governo.
Salvini: voto 90. Ho messo quel numero perché “la paura fa Novanta”. Parlo della mia paura, e quella di tanti (spero siano tanti) italiani. Non a caso a Salvini gli elogi più sperticati, anche in queste ultime settimane, gli sono arrivati da Marine Le Pen e Nigel Farage. E’ Lui il padrone di casa, non solo del cruciale e muscolare Ministero dell’Interno, ma di tutto il governo. Il vero conte del castello governativo è Salvini, mentre l’avvocato Conte farà più o meno il maggiordomo.
Ovvio, come politico, come tattico, comunicatore, comiziante, arringatore e capopopolo Matteo Salvini si è dimostrato un cavallo di razza e si merita invece un 10 con lode . Lo hanno capito tutti. E lo ha capito anche lui. Sarà lui a dare la linea, e se qualcuno gli metterà il bastone tra le ruote, farà crollare tutto il castello. Darà la colpa a Di Maio, ai Poteri Forti, all’Europa e andrà alle elezioni a cuor leggero visto che i sondaggi arrivano a stimare la Lega sopra il 30%. Ha forse un unico problema – e la parabola di Matteo Renzi dovrebbe insegnargli qualcosa – che l’eccesso di esposizione mediatica può stancare il pubblico.
Chi sceglierà Matteo Salvini come alleato del futuro? L’usato sicuro Berlusconi e quindi il Centro Destra oppure Il Movimento Pentastellato, novello partner di governo? Salvini non ha fretta di scegliere. Intanto il vento gonfia le sue vele. Se però la Lega alla fine decidesse per la seconda opzione, la mia paura sale. Si impenna come lo spread. Penso a Ferrara, alle elezioni della primavera 2019, a un governo locale stanco e a una sinistra senza un progetto e ripiegata su se stessa. Ma il fosco orizzonte cittadino merita un approfondimento a parte.
L’avvocato e Premier Giuseppe Conte: voto 5. Un assoluto Carneade, un vaso di coccio in mezzo a due vasi di piombo, trovate voi l’immagine più calzante. La sua colpa non è quella di aver taroccato il curriculum – in questo anzi fa tenerezza, mi sembra “un italiano vero” – ma aver accettato (forse per troppa ambizione, ha confessato suo padre) una mission impossible. Come diavolo fai a guidare una macchina se al posto di guida c’è seduto un altro? No, nessuno ce la farebbe, nemmeno l’unico, autentico avvocato Conte, nemmeno quel genio di Paolo Conte.
Mattarella: voto 5. Perché è vero che ha avuto tanta ma tanta pazienza. E secondo il dettato costituzionale, “il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e su proposta di quest’ultimo gli altri ministri”, ha quindi voce in capitolo e può chiedere (molto sottovoce) e ottenere dal premier incaricato che venga cambiato o spostato un ministro indegno o inadatto (l’hanno fatto diversi suoi predecessori), ma Mattarella ha fatto qualcosa di più, di diverso e di grave. E’ entrato a gamba tesa, ha motivato il suo rifiuto al professor Savona con una motivazione tutta politica: i mercati, l’adesione all’Europa, la difesa dell’euro, il pericolo per i risparmi e i mutui degli italiani.
Un arbitro non può entrare in campo, pena l’appannamento del suo ruolo. Certo, Mattarella non è un traditore della Repubblica (infondata, ridicola e risibile la richiesta di impeachment), ma ha comunque esorbitato dalle sue funzioni. Senza contare che – ma sempre in via riservata, a tu per tu con il presidente incaricato – Mattarella avrebbe fatto meglio a opporsi aquello che è stato il vero strappo costituzionale, quello cioè di un governo diretto (e governato) dall’esterno, da due leader politici e dal contratto da loro siglato, non da un Presidente del Consiglio in piena autonomia.
Partito Democratico: voto 4 meno meno. Un voto meritato in campagna elettorale e confermato nei tre mesi successivi. Diviso, rissoso, opaco o addirittura oscuro, alieno ad ogni analisi autocritica, incapace di parlare ai suoi iscritti e agli italiani. Con un ex segretario ancora padrone dei gruppi parlamentari e della maggioranza della Assemblea e della Direzione. Con un reggente che campa alla giornata, in attesa di essere silurato. Con tanti capi e capetti con poco coraggio e pochissime idee. Ma di che parlerà il congresso?
Il partito trova prima l’unità sull’opposizione dura e senza paura. Poi sul voto a favore del governo tecnico di Cottarelli. Poi sull’astensione a Cottarelli: giusto per non rimanere ancora più soli e abbandonati. Poi per fortuna arriva il governo Conte e si può tornare all’opposizione. La base del partito? “Percossa e attonita” mi verrebbe da dire.
E’ brutto ammetterlo, ma il PD sembra vivere uno stallo infinito. Non è solo fuori dai giochi, da ogni gioco, ma è incapace di scegliere a quale gioco giocare, quale idea di Italia e di Futuro promuovere
. Carlo Calenda; voto 2. Potrei dare i voti a tanti altri esponenti del Centrosinistra, tutti ampiamente sotto la sufficienza; un bel 3 a Renzi, un 3 all’ex giovane turco Orfini, un 3 ½ al fido Guerrini, un 3 anche al democristiano Franceschini, un 4 al timido Orlando, un 4 ½ a Del Rio ma solo perché sembra una brava persona.. Un 4 a Grasso, Un 4 anche alla Boldrini, un 3 a D’Alema. E Gentiloni? Diamogli un 5+, solo per la fatica degli ultimi 15 mesi.
Basta, non vi annoio oltre, voglio concentrarmi su Calenda. Sarebbe lui, l’ex Ministro per lo Sviluppo Economico, il nome nuovo, l’astro nascente, il prossimo jolly da giocare in parlamento e nel risiko elettorale. Nel partito non tutti credono in Calenda. Ma non è importante: è lui che ci crede fermissimamente e tanto basta al suo ego. Per questo Calenda lo incontri ovunque e a ogni ora del giorno e della notte: cinguetta sui social, partecipa a convegni ed eventi, rilascia interviste a raffica ai giornali, appare su tutti i canali dell’orbe televisivo. Ha solo un’idea da comunicare (lui la trova strepitosa): smontare il partito (a cui si è iscritto il mese scorso) e fare il “Fronte Repubblicano”, europeista e neoliberista. Il Fronte Repubblicano è la meravigliosa macchina da guerra (sappiamo com’è finita), il grande motore per rianimare il fronte degli sconfitti. Qualcuno dovrebbe dire a Calenda che la sua idea è vecchia e perdente, che non si può confondere il 2018 con il 1948.
Ma Calenda insiste – per questo merita un bel 2 – continua a sognare “un fronte ampio” (altra idea nuovissima!), una destra in doppiopetto che si contrapponga alla destra in jeans, felpa e megafono dei neopopulisti. Qualcuno dovrà spiegarglielo: con una formazione e un mister del genere non c’è partita, si perde di goleada.
N.B. Per motivi di spazio e di tempo l’autore si scusa con i lettori e con i leader rimasti senza pagella.
Il 9 maggio di quarant’anni fa fu trovato il corpo senza vita di Aldo Moro, riverso nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani a Roma.
In questi tempi di commemorazioni abbiamo sentito e risentito la telefonata di Valerio Morucci a Franco Tritto, quel 9 maggio 1978, per indicare il luogo di quello spietato epilogo.
Le indagini condotte dalla commissione parlamentare, presieduta da Giuseppe Fioroni, e le considerazioni più volte espresse da Miguel Gotor, Gero Grassi e dallo stesso Fioroni, portano ad avere seri dubbi su come siano andate realmente le cose. Sintomatiche le parole di Grassi, secondo il quale la mattina del rapimento, 55 giorni prima della sua uccisione, in via Fani “c’erano anche le Br”.
Non è la prima volta che verità storica e giudiziaria non coincidono. È successo anche, per esempio, con l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, del quale restano famose le parole secondo le quali sappiamo chi ha messo le bombe nella lunga e insanguinata storia stragista italiana, “ma non abbiamo le prove”.
Bello e intenso è stato il ricordo di Moro andato in onda su Rai Uno martedì 8 maggio con letture di Luca Zingaretti e un’interpretazione del presidente della Dc di Sergio Castellitto da levarsi il cappello.
Per inciso, un’operazione che ha ascoltato le voci dei suoi studenti universitari di allora e di chi ha seriamente lavorato sulle carte, a differenza di altri programmi televisivi che hanno invece ossessivamente acceso il microfono davanti alle bocche (reticenti, smemorate?) dei brigatisti, grandemente ignari del prezzo che tuttora l’Italia sta pagando a causa di quel colossale errore.
Tutto per sentire Valerio Morucci ammettere davanti alla telecamera che invece del veleggiare trionfante della barca rivoluzionaria sopra un fiume di sangue, il risultato è stato il suo affondamento.
Ma che scoperta!
Al netto di quello che si sa, di quello che non si sa e di ciò che si può solo supporre, col senno di poi si può dire che ad Aldo Moro l’Italia ha preferito la Dc di Giulio Andreotti.
Sulla politica di respiro e disegno, di prospettiva e inclusione democratica, ha prevalso quella del tirare a campare. Lo stesso Andreotti disse una volta di Moro: “La differenza è che lui parla con Dio, io parlo con i preti”.
Così quel tragico e sanguinoso 1978 partorì la Democrazia cristiana del Preambolo e poi gli esecutivi del Caf (Craxi, Andreotti e Forlani), trascinando formule e schemi di governo in evidente stato di decomposizione. Il risultato è stato che il tirare a campare si è tradotto in un acido corrosivo delle fondamenta istituzionali e culturali della Repubblica. Un lento e agonico tirare le cuoia, pertanto, sospinto da una corruzione istituzionale a livelli di metastasi; da una criminalità organizzata con la quale, così pare, si sono fatti accordi inconfessabili per allentare misure detentive e per scopi elettorali; dal sovrapporsi nella politica di destini e interessi personali a quelli generali, col risultato di una classe dirigente perfettamente sintonizzata su quest’orizzonte e incurante delle conseguenze.
Una cieca esaltazione del presente senza domani e uno sfrenato spendere le risorse anche di chi verrà dopo, che ha portato diritto a Tangentopoli e alla fine, impropria, della prima Repubblica. Impropria, perché una seconda non è mai nata, visto che l’asfittico spazio politico italiano non è mai riuscito a dare respiro e gambe a un necessario e ancora urgentissimo processo riformatore costituzionale e istituzionale.
Troppo è stato il tempo perso a contare inutilmente il numero di Repubbliche a Costituzione invariata (articolo più, articolo meno), mentre l’unico ideale sublimato ad alta carica dello Stato è diventato l’interesse personale. “Se diventa ricco lui, lo diventiamo tutti”, si ammetteva spudoratamente plaudendo alla discesa in campo di Silvio Berlusconi, illusoria traduzione in politica del principio dei vasi comunicanti.
Ne è seguita una lunga caimanizzazione della politica, d’altronde già resa una canna al vento dopo gli urti della ‘Milano da bere’ e del ‘così fan tutti’.
Lo capì fin dal primo momento Indro Montanelli.
Una sorta di Adamo Smith in stile Pulcinella, secondo l’antico automatismo: “L’interesse del macellaio finisce per procurarci la bistecca”.
L’unico automatismo prodotto, nei fatti, è una politica senza classe dirigente, perdutamente distante dalla realtà. Basti pensare che nell’agenda di ogni governo da anni a questa parte c’è il problema della legge elettorale.
Ora, oltre al distacco dalla realtà c’è chi rileva quello dalle istituzioni. E ciò che abbiamo visto dal giorno dopo delle elezioni dello scorso 4 marzo ne è la disinvolta messa in scena.
In questo deserto non è esente la sinistra, con l’ultima sua creatura: il Pd.
Dalla sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale del 4 dicembre 2016, pallida copia del tentativo già ulivista per una democrazia competitiva e governante, è stato un susseguirsi di rovesci.
Impietoso, in proposito il giudizio di Gianfranco Brunelli (‘Il Regno’, 6/2018): “Nessuno è stato all’altezza del proprio ruolo e del proprio compito”.
Non il gruppo ex-comunista che, fin dall’Ulivo, ha sistematicamente rifiutato ogni trasformazione del modello partito e mai accettato la messa in discussione della propria leadership interna, col risultato di non salvare nulla della propria storia.
Non Matteo Renzi, che ha preteso di piegare a un ego incontenibile e impaziente un cruciale tornante di modernizzazione costituzionale e istituzionale, che andava ben altrimenti oggettivato e condiviso.
Diversi dicono e scrivono che questo scenario sconfortante non è il prodotto di questi tempi, ma ha origini lontane.
Alcune di queste risalgono a quel tragico 9 maggio 1978.
Una passeggiata immaginaria tra i giardini letterari e i loro riferimenti reali quella fatta domenica (6 maggio 2018) all’interno della bella manifestazione ‘Giardini estensi’ con l’intervento di Giorgia Mazzotti e Simonetta Sandri, che hanno parlato di ‘Natura tra letteratura e realtà: dal Giardino dei Finzi-Contini alla siepe leopardiana’.
Giardini Estensi 2018 a Parco Massari di Ferrara
L’incontro sotto il gazebo al centro di Parco Massari di Ferrara è seguito a quello di sabato con lo scrittore Tiziano Fratus intervistato da Mimma Pallavicini e a quello, nella prima mattina di domenica, con il maestro giardiniere Carlo Pagani.
Tiziano Fratus con Mimma Pallavicini (foto GiardiniEstensi 2018)
Il maestro giardiniere Carlo Pagani (foto Valerio Pazzi)
Pubblico all’incontro sui “Giardini letterari” a Parco Massari di Ferrara
[cliccare sulle immagini per ingrandirle]
“A Ferrara – ha raccontato Giorgia Mazzotti – quello dei Finzi-Contini è il giardino per eccellenza, che tutti cercano o hanno cercato. Questa ricerca fa spaziare tra diversi luoghi verdi della città e finisce per condurre più lontano, fuori anche dai confini regionali”. Da questo riferimento letterario si è quindi avviata la ricerca attraverso gli spazi verdi di ispirazione dello scrittore, partendo dalla casa natale della famiglia di Giorgio Bassani, in via Cisterna del follo 1 a Ferrara, non visitabile né visibile dall’esterno, ma documentata dalle fotografie storiche di Paolo Zappaterra, con il suo cortile interno dominato dalla magnolia, celebrata anche in una delle poesie dell’autore.
L’albero di magnolia nel giardino di casa Bassani fotografato da Paolo Zappaterra
Si prosegue con il giardino della casa della famiglia dei (Finzi)-Magrini [per conoscere la loro storia clicca qui], che tanti elementi biografici ha in comune con i protagonisti romanzeschi, anche se poi completamente ridisegnata nella trama letteraria. Il giardino, tra l’altro, è quello che sarà visitabile in via Mascheraio 14 a Ferrara all’interno della manifestazione ‘Interno Verde’ sabato 12 e domenica 13 maggio 2018.
Altra tappa fondamentale quella del giardino di Palazzo Prosperi-Sacrati, in corso Ercole I d’Este 23, dirimpetto a Palazzo dei Diamanti, dove grazie alle visite organizzate dall’associazione Arch’è presieduta da Silvana Onofri si ritrova il riferimento alla dimora immaginata dal romanzo. Il palazzo, infatti, si può identificare con quello descritto da Bassani come “grande, singolare edificio, assai danneggiato da un bombardamento del ’44, è occupato ancora adesso da una cinquantina di famiglie di sfollati”. A documentarlo durante le belle visite al Giardino del Quadrivio [clicca qui per leggere l’articolo sulla visita] c’è stata anche la testimonianza di Valerio Trevisan, che – durante le occasioni di apertura al pubblico – ha raccontato la sua esperienza di bambino che negli anni ’50 abitava con la famiglia in quel palazzo trasformato in alloggi comunitari, fonte di avventurose scorribande per lui e gli altri numerosi giovanissimi abitanti.
Cimitero ebraico di Ferrara affacciato sulla Mura degli Angeli
Da non dimenticare, infine, l’analogia tra il giardino romanzesco e il cimitero ebraico di via delle Vigne 12, così verde e piacevolmente alberato in maniera quasi selvaggia. Quale altro “intrico selvoso dei tronchi, dei rami, e del fogliame” si vede infatti se non questo, quando si cammina sulla “cima della Mura degli Angeli”? Una distesa verde e boscosa che rimanda proprio a quella indicata sulle pagine romanzesche come “imminente al parco” della dimora dei protagonisti.
Il dialogo, partito da questo riferimento ferrarese, si è quindi allargato a giardini letterari di altri luoghi del mondo attraverso le letture illustrate da Simonetta Sandri anche con l’ausilio delle proiezioni fotografiche, purtroppo impallidite sullo schermo a causa della luminosità circostante. Ecco allora la ricerca de ‘Il giardino segreto’ di Francis Hodgson Burnett di cui si possono ritrovare riferimenti nei parchi di tre differenti castelli inglesi: quello a cui lei fa riferimento nella narrazione che è Misselthwaite Manor nello Yorkshire; quello della dimora natale dove materialmente scrive il libro (Great Maytham Hall nel Kent) e quello usato come location per una delle principali trasposizioni cinematografiche (Highclere Castle nello Hampshire).
Allerton Castle, nello Yorkshire, luogo di ambientazione romanzesca
Great Maytham Hall a Rolvenden in Kent, dove la Burnett scrive “Il giardino segreto”
Highclere Castle nello Hampshire che fa da set al film
Dall’armonico avvicendamento di elementi naturali del giardino anglosassone, si passa in Iran con ‘Il giardino persiano’ raccontato da Chiara Mezzalama e, infine, in Giappone con quello narrato da Banana Yoshimoto ne “Il giardino segreto” con tutta la simbologia dello spazio orientale.
“Giardino segreto” di Francis Hodgson Burnett illustrato da Inga Moore, 2008
Cancello del castello nello Hampshire, set del romanzo
Modi diversi di raccontare giardini, con diverse sfumature di significato metaforico e letterario e riferimenti a spazi verdi che si possono rintracciare nella realtà. Non sono mancati i riferimenti al giardino come luogo di privilegio e protezione, che nel romanzo dei Finzi Contini si pone in contrapposizione con l’Italia fascista che sta fuori, un esterno da dove la tragedia è pronta a irrompere, ma anche nel giardino persiano che nella storia della Mezzalama isola e protegge dall’esterno dove la tragedia è in atto.
Modello di giardino persiano tradizionale
Sede dell’ambasciata italiana a Teheran raccontata nel “Giardino persiano” (foto Chiara Mezzalama)
Perché “Il giardino persiano” è ambientato a Teheran nell’estate 1981, stravolto dalla rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini, dalla crisi degli ostaggi americani, da un buio terrore, dalla povertà e dalla guerra con l’Iraq.
Giardini Estensi 2018 – pubblico a incontro con Giardini letterari per Giorgia Mazzotti e Simonetta Sandri (foto Valerio Pazzi)
Parlando di giardino come luogo lontano da tutto, fonte di protezione e ispirazione, si è quindi arrivati a Villa Ninfa, lo spettacolare parco dove Bassani fisicamente scrive il suo romanzo, uscito nel 1962. In un’intervista pubblicata solo nel 2016, ma realizzata dal giornalista Carlo Figari all’epoca della sua laurea in lettere nel 1979, Bassani ha infatti rivelato che quel luogo rappresenta la vera fonte di ispirazione per descrivere il suo “Giardino”. “I Finzi Contini – confessò Bassani al futuro giornalista – in verità derivano da una famiglia aristocratica romana, i Caetani di Sermoneta, e i luoghi che mi hanno ispirato l’ambientazione del romanzo sono il parco che questi nobili possiedono a Ninfa, vicino a Latina, e l’orto botanico di Palazzo Corsi, dietro le logge di Raffaello a Trastevere”. Il riferimento all’orto botanico e alle frequenti e attente visite fatte con il padre è stato in diverse occasioni riportato anche dalla figlia dello scrittore, Paola Bassani.
Giardini letterari raccontati da Simonetta Sandri e Giorgia Mazzotti (foto Valerio Pazzi)
Pubblico all’incontro di Giardini Estensi 2018 (foto Valerio Pazzi)
Pubblico a Giardini Estensi 2018 (foto Valerio Pazzi)
Da notare che l’incontro si è realizzato all’interno del bel (e pubblico) Parco Massari di Ferrara, che nella trasposizione cinematografica de “Il Giardino dei Finzi Contini” identifica la collocazione dell’ingresso alla dimora nel suo cancello laterale, accessibile da corso Ercole I d’Este 40, riprodotto anche nelle locandine del film dove fa da sfondo al gruppo di Micòl e dei suoi amici.
Locandina del film “Il Giardino dei Finzi Contini” col cancello d’ingresso a Parco Massari
Cancello d’ingresso a Parco Massari di Ferrara nella realtà (foto GM)
Continua con successo la petizione popolare: al sabato e alla domenica si può firmare in piazza presso i banchetti.
Continua con successo la raccolta di 500 firme per richiedere al Consiglio Comunale di Ferrara di discutere e deliberare la realizzazione di uno studio di fattibilità per la ri-pubblicizzazione del servizio di raccolta dei rifiuti. L’iniziativa, lanciata appena dieci giorni fa dalla Associazione Politico Culturale ferraraincomune e dal Comitato Mi rifiuto, ha raggiunto e superato il giro boa, hanno infatti già firmato oltre 250 cittadini ferraresi.
Com’è noto, nel dicembre scorso è scaduta la concessione ad Hera, la stessa Hera che in accordo con il Comune di Ferrara aveva avviato appena pochi mesi prima la discussa e discutibile “operazione calotte”, limitandosi a informare la cittadinanza, senza cioè richiederne democraticamente il parere. Scaduta la concessione siamo quindi in regime di proroga, c’è quindi ancora il tempo di “fare le cose per bene”, cioè di valutare attentamente le varie opzioni per la futura gestione, scegliendo la soluzione più economica (e quindi meno onerosa per gli utenti), la più ecologica ed efficace, la più aderente ai bisogni dei cittadini residenti.
L’opzione di una gestione pubblica partecipata, piuttosto che istruire una nuova gara per la concessione del servizio ad una azienda privata, a noi sembra la strada giusta da percorrere. La stessa strada che altri Comuni, in Veneto Lombardia ed Emilia, hanno già intrapreso con buoni risultati.
La raccolta di firme impegnerà Il Consiglio Comunale a valutare questa opzione, e in ogni caso ad approfondire il tema, valutare attentamente le varie esperienze e i vari modelli esistenti, avviare cioè un serio studio di fattibilità. I risultati – così noi intendiamo la democrazia partecipata – dovranno poi essere presentati e discussi nelle assemblee di quartiere con tutti i cittadini, raccogliendo pareri, obiezioni, suggerimenti.
Aderire all’iniziativa è molto semplice. Tutti i residenti del Comune di Ferrara possono recarsi nei giorni festivi e prefestivi presso i nostri banchetti in piazza: per avere una più completa informazione, esprimere la propria opinione e firmare la petizione popolare. Sabato 4 maggio e domenica 5 maggio, il banchetto è in Piazza Castello (lato Duca D’Este) dalle 10,00 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 19,00. Vi aspettiamo.
Associazione ferraraincomune Comitato Mi rifiuto
E dopo alcuni mesi ritorno a F. – effe puntato – non la città indicata da Giorgio Bassani con questo monogramma, Ferrara, ma a quella ideale, in cui ho passato esattamente metà della mia vita (1954-2017), Firenze.
Già all’uscita dalla stazione (avevo chiuso gli occhi per non vedere e non ricordare le dolci colline di Castello che il treno sfiorava) sono accolto dalla completa distruzione di uno dei luoghi più noti dell’architettura novecentesca, cioè la stazione di Santa Maria Novella, ormai Gotham City, dove il cataclisma provocato dai mostri non ha un Batman che la salvi. Percorro via Cerretani tra tripudi di scarpe e borse. I vecchi ristoranti hanno ceduto il posto a esoteriche gelaterie e uno di essi porta l’insegna di un luogo dove ho studiato per anni: “la Dantesca”! Fendo folle sudaticce e non certo odoranti di mughetto, il fiore di maggio; ascolto scalpiccii di piedi che sortono dalle più impensabili “scarp da tennis” direbbe Jannacci. Come in un ritratto ricordo vecchi alberghi, negozi raffinati che s’accalcavano attorno alla svolta per via Tornabuoni e poi e poi la marea vociante si confonde in un unico balenare di teste e di selfie attorno al Battistero irriconoscibile.
In questo confuso accavallarsi di arte, ‘magnate’, compere si rispecchia non a caso la confusa situazione della politica italiana che non riesce e non vuole organizzarsi in un serio progetto di salvezza nazionale. Il panciuto e affannato mister s’adopera a condurre le sue greggi nei luoghi sacri dell’arte: chissà se ancora potrà risuonare attuale l’invito alla salvezza del mondo proposto da Giotto o da Brunelleschi o dal ‘Devid’, che sovranamente indifferente spalanca l’occhio a guardare con aria perplessa le folle adoranti che gli scrutano i cabasisi per valutarne la virile qualità non capacitandosi della loro piccolezza. L’arte viene dunque mangiata. A morsi. A bocconi. Come una pizza d’asporto senza nemmeno più il decoro di un buon ristorante. E se si fa giustamente un caso della perdita di un dito nello spostamento della Santa Bibiana del Bernini che dire dei fiati, degli umori, dei vapori comprese le puzzette (una fragorosa mi riporta all’oggi transitando in Piazza della Repubblica) che lentamente come le fibre dell’eternit mangiano il nostro patrimonio artistico? Firenze è dunque sulla via del non ritorno? Penso proprio di sì. E l’ombra di questa minacciosa lebbra sta invadendo poco a poco anche le città di provincia, come la nostra. Le mostre inutili, gli ‘eventi’ che servono ormai a diffondere la sbrigativa consapevolezza che un nome di un artista può produrre economia. L’arte a tutti, per tutti, di tutti e senza difese cancella l’arte. Che fare? Ritirarsi sull’Aventino e attendere? Oppure denunciare, riflettere, organizzarsi? Gli amici fiorentini preoccupatissimi assistono allo sgretolarsi dell’influenza dell’associazionismo culturale che pur combattendo perde sempre più terreno.
Del nostro ferrarese non sono più al corrente.
Mi siedo all’antico caffè in piazza del Battistero, che per decenni zuccherava il mio spleen con pasterelle deliziose. L’espresso sbattuto lì con malagrazia da un cameriere nervoso (a Firenze una condizione immutata nel tempo) è un’acqua tinta – direbbe Dante – mentre il conto ovviamente è all’altezza del luogo. M’intenerisce una coppia non giovanissima, forse della mia stessa età. Lei si china sul quadernuccio e annota le sue riflessioni: un raggio di sole nel caos infernale di una piazza degna del Paradiso.
Passo da Seeber, ormai Ibs-Libraccio, e mi rifugio per un attimo tra i bambini-libri mentre attorno e di lontano lo strascinamento dei piedi fa da coro muto (o quasi) al lento sfaldarsi della bellezza.
E’ un atteggiamento da radical-chic? Forse. Ma è pur vero che la denuncia può e deve essere l’ultima difesa contro l’immagine del degrado. Nel suo bellissimo libro Chaim Potok, ‘Il mio nome è Asher Lev’, l’artista che insegna il senso della pittura al ragazzino Asher afferma: “ La pittura di un uomo riflette la sua cultura o è un commento ad essa, oppure è semplice decorazione o una fotografia.” Ecco. In questo mondo infelice è necessario indicare di nuovo come meta ultima la connessione dell’arte con il suo contesto. Oppure contentarci di vivere nel mondo irreale dei social.
Vedo in tv la nipote della mia dea: Laura Morante. E’ spronata dalla Gruber a dire qualcosa sulla politica del Pd. La dice col suo bellissimo e mobile viso. Si vede che è tesa; infatti nella trasmissione sarà annunciata l’uscita del suo primo libro di racconti.
Questo è sì vero coraggio. Non temere l’inevitabile confronto con lei nonostante sia inevitabile. E dopo due bruttissime biografie uscite in questo mesi sulla Morante, una francese di René de Ceccatty, l’altra italiana di Anna Folli, la sfida o l’amore per la parola e nella parola riporta di nuovo un filo di speranza a contrastare l’Altro Mondo: quello della bruttezza e del caos.
Salviamo Firenze, salviamo Venezia e pure Roma se potrà essere possibile.
Anche quest’anno, come è ormai tradizione, nel pomeriggio del 25 aprile 2018 il centro di Ferrara rivive la propria ‘LiberAzione’, grazie un’azione teatrale che quest’anno ha visto coinvolti diversi soggetti accomunati dal riconoscersi nei valori della Resistenza e dalla convinzione che l’arte possa essere un valido strumento per tramandare la memoria.
Oltre al sostegno dell’ANPI Ferrara e del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara, e con il patrocinio del Comune di Ferrara, la compagnia teatrale A_ctuar, l’orchestra della scuola di musica Musi Jam, il Coro delle Mondine di Porporana, il gruppo di lavoro nato all’interno del Centro Sociale La Resistenza di Ferrara ed un gruppo di cittadini di Pontelagoscuro provenienti dalla precedente esperienza del Teatro Comunitario.
Lo spettacolo itinerante ricorda il 24 aprile 1945, giorno dell’entrata in città delle truppe inglesi che sancì il definitivo ritorno alla pace e alla libertà anche per Ferrara.
‘LiberAzione’ perché al centro della scena c’è la ricostruzione attiva e comunitaria della memoria da parte di una comunità. Una liber-azione per ricordare quanto la libertà sia un bene comune che si difende con la partecip-azione.
Il racconto fotografico dell’azione teatrale è di Valerio Pazzi.
Clicca sulle immagini per ingrandirle.
‘LiberAzione’ messa in scena mercoledì 25 aprile (foto Valerio Pazzi)
Accompagnamento musicale a ‘LiberAzione’ (foto Valerio Pazzi)
Un momento della messa in scena nel centro di Ferrara (foto Valerio Pazzi)
Gruppo di attori (foto Valerio Pazzi)
‘LiberAzione’ (foto Valerio Pazzi)
La ‘LiberAzione’ rivive in piazza (foto Valerio Pazzi)
Un momento della rievocazione del 25 aprile (foto Valerio Pazzi)
Le mondine (foto Valerio Pazzi)
I musicisti e il coro (foto Valerio Pazzi)
Rievocazione di ‘LiberAzione’ (foto Valerio Pazzi)
Scene nel centro storico di Ferrara (foto Valerio Pazzi)
Nella vita sono impiegati, manager, avvocati. Poi salgono sul palco e sono comici, istrionici, sorprendentemente coinvolgenti. Sono gli attori della compagnia Teatro21 di Ferrara che sabato sera (21 aprile 2018) hanno portato in scena in sala Estense la loro versione della commedia francese “La cena dei cretini”.
Paolo Garbini nei panni del protagonista con la moglie (Daniela Patroncini) e il medico (Alessandro De Luigi) – foto Valerio Pazzi
La commedia è basata su un’opera teatrale portata in scena per tre anni a Parigi dal regista francese Francis Veber e poi approdata al cinema nel 1998, con il film scritto e diretto dallo stesso Veber che diventa un successo internazionale. Un’ironia basata su una serie di equivoci e di gaffe che si succedono con un ritmo incalzante portato avanti con dialoghi brillanti.
Paolo Garbini nei pani dell’editore protagonista con Alessandro De Luigi nei pani del medico (foto Valerio Pazzi)
Protagonista è l’editore di successo Pierre Brochard, interpretato dal bravo e poliedrico Paolo Garbini. Ogni mercoledì sera il professionista della borghesia parigina organizza una cena con un gruppo di amici, dove ognuno degli invitati deve presentarsi accompagnato da una persona che può essere definita “un perfetto cretino”. E qui entra in scena l’attore Francesco Cositore, applauditissimo nel ruolo davvero esilarante di ‘cretino’, che via via trascina nel disastro tutte le situazioni e le relazioni che vengono a intrecciarsi nel salotto del fascinoso e sicuro di sè padrone di casa.
Francesco Cositore nei pani del ‘cretino’ con Daniela Patroncini (foto Valerio Pazzi)
La comicità sta proprio in questa inversione sottile dei ruoli, che va espandendosi fino alla nemesi finale, dove il burlato finisce per far piazza pulita di tutte le burle, trascinando in difficoltà ognuno dei personaggi più scaltri e sgamati con una sorta di candore catastrofico.
“Cena dei cretini”: Paolo Garbini con Francesco Cositore e Nicola Ferro (foto Valerio Pazzi)
Pierre ha infatti individuato la sua vittima in François Pignon, interpretato da Cositore, nel ruolo di contabile del ministero delle Finanze con la passione di realizzare modellini di monumenti famosi con i fiammiferi. Un inconveniente blocca in casa Pierre proprio la sera della cena e da lì inizia la sequela di incontri tra amici e familiari di passaggio nel suo salotto, che in una notte rivoluzionano tutti gli equilibri presenti, passati e futuri. Teatro stracolmo in sala Estense, con il pubblico che ha partecipato con grande coinvolgimento e applausi a tutto lo spettacolo. La messa in scena è documentata dalle belle fotografie di Valerio Pazzi. La regia è di Catia Gianisella, aiuto regia Alessandra Alberti, audio Alessandro De Luigi, scenografia di Valentino Guzzinati. (gio.m)
Alessandra Alberti a cui è affidato il commento canoro della “Cena dei cretini” ala sala Estense di Ferrara (foto Valerio Pazzi)La scena del vino da offrire all’ispettore del fisco col padrone di casa Pierre-Paolo Garbini e l’amico Juste-Nicola Ferro (foto Valerio Pazzi)L’ispettore del fisco (Giovanni Ricci) accolto dal contabile (Francesco Cositore), Pierre-Paolo Garbini e Juste-Nicola Ferro (foto Valerio Pazzi)Cena dei cretini – sala Estense, Ferrara: Paolo Garbini, Francesco Cositore e Nicola Ferro (foto Valerio Pazzi)Sabrina Bordin irrompe nella scena nel ruolo dell’amante scatenata. Alle spalle Francesco Cositore, Nicola Ferro, Paolo Garbini e Giovanni Ricci (foto Valerio Pazzi)Il cast applauditissimo della “Cena dei cretini” messa in scena dalla compagnia del Teatro21 a Ferrara (foto Valerio Pazzi)
Varie sono state le reazioni al raid targato Usa-Francia-Gran Bretagna della notte tra venerdì 13 e sabato 14 aprile. Anche Ferrara ha visto qualcuno muoversi nella direzione della condanna. Così domenica 15 aprile, alle ore 16, ero lì in piazza municipale a seguire le dichiarazioni di chi si è schierato contro quest’azione.
Piccola premessa. Non posso approfondire qui, in poche righe, tutta la situazione siriana, ma due cose devono essere chiare: sì, sono state usate armi chimiche a Douma e no, non abbiamo la certezza che sia stato Assad, ma molte prove indirizzerebbero a lui la colpa, nonostante la strenua difesa da parte del governo russo. Altra cosa che sappiamo: la guerra in Siria è complessa, ci sono molti attori e sicuramente quello di venerdì non può essere chiamato un ‘bombardamento’ per tante ragioni. Se aggiungiamo che la Francia ha 4000 uomini impegnati in Mali e non ha quasi munizioni a disposizione, mentre la Gran Bretagna dopo la guerra in Iraq non ha fondi per iniziare qualsivoglia conflitto, capiamo che non è cominciata nessuna nuova guerra. Né, probabilmente, comincerà, perché non è negli interessi degli ‘attori’. La guerra civile siriana, infine, dura da ben sette anni e questo non è stato il primo bombardamento di forze occidentali in Siria, e nemmeno la prima volta che si sono usate armi chimiche. La prima volta sono state usate nel 2013: fu bombardata Damasco proprio da Assad, ma nessuno fece nulla.
Ma, lo ripeto, non voglio entrare nella questione siriana. Restiamo a Ferrara.
Domenica alcune sigle, tra le quali Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Partito Comunista Italiano, Usb, Comitato per l’Acqua pubblica, Emergency, Arcigay, Arcilesbiche e Anpi, hanno manifestato per dire il loro no alla guerra. Un’analisi delle parole dette non sarebbe giusta. Forse sono io a pretendere troppo da una discussione, forse il luogo non consono, ma limitare a degli slogan una situazione complessa come la Siria non credo sia corretto.
Avrei voluto sentir parlare un po’ di più dei motivi reali della guerra. Avrei voluto sentire parlare di ‘Pipeline’, ma anche di come il governo di Assad non sia tra i migliori al mondo e di quali prove a riguardo si abbiano. Avrei voluto sentire, al fianco alle critiche verso gli Usa, delle critiche altrettanto severe verso la Russia, la Turchia e lo stesso Iran. Avrei voluto che, visto che si condannava la guerra e si parlava di “movimento pacifista”, la discussione si fosse allargata a tutto il Medio Oriente. Avrei voluto sentir parlare delle armi italiane usate dai sauditi nello Yemen, della peggior crisi umanitaria secondo l’Onu in quest’ultimo paese. Avrei voluto sentire di come questa guerra nello Yemen sia stata fatta per punire l’Iran, di come sia cambiata la linea proprio sull’Iran con l’inserimento di Pompeo a segretario di Stato negli Stati Uniti.
Avrei voluto sentir parlare di commercio in nero di petrolio e del perché questo ‘bombardamento’ sia stato fatto di venerdì: forse proprio per non far avere crolli sul mercato azionario, soprattutto del greggio, e lasciare tre giorni per far ‘rielaborare’ la notizia e far aprire le borse senza sbalzi il lunedì successivo.
Avrei voluto, infine, sentire qualche voce condannare non solo la guerra, ma anche la disinformazione che rischia di trasformarci in tifosi di questa o quella fazione. Avrei voluto sentir parlare di Afrin e di come forse non ci sia stata la denunciata “pulizia etnica”. Avrei voluto, e qui la smetto, sentir parlare qualche siriano, o almeno qualcuno che in Siria, ultimamente, ci sia stato.
Oltre a sentire avrei voluto anche vedere. Vedere più gente. Avrei voluto vedere un pubblico più numeroso, partecipe, coinvolto. Avrei voluto tante, forse troppe cose, da una manifestazione che voleva solo, in fin dei conti, dire che la guerra è uno schifo e che alla fine, a pagarne le conseguenze, sono sempre le popolazioni civili inermi e indifese. E credo che una volta sentito questo, non ci sia stato più bisogno di nulla.
Disegni stilizzati e puliti, architetture riconoscibili, un’impaginazione dove il vuoto dello spazio bianco rende arioso il pieno di una folla di personaggi indaffarati, che a guardarli nel dettaglio rivelano mestieri, tic, abitudini e in molti casi anche precise identità di persone realmente esistenti o esistite, spaziando dall’umarèl al geometra locale per arrivare fino ad Ariosto e al compianto architetto Carlo Bassi.
Mostra di Claudio Gualandi a Ferrara, 7-22 aprile 2018 (foto Luca Pasqualini)
Nelle opere artistiche e grafiche di Claudio Gualandi – un’attività decennale alle spalle per dare bellezza, eleganza e significato ad allestimenti, accessori di moda, prodotti commerciali, ma anche edifici cittadini che sotto i suoi teloni disegnati sono diventati temporanee sculture giganti – vale il principio contrario a quello del romanzo, dove di solito si garantisce che “Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale”. Gualandi i fatti li osserva, le persone le conosce e le cose le studia per poi trasporle con il tratto delle sue matite fini e appuntite di ironia e giocosità, come il guizzo ridente del suo sguardo.
Mostra di Claudio Gualandi negli spazi in centro della galleria del liceo artistico di Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Ora nelle sale in pieno centro storico ferrarese della galleria del liceo artistico Dosso Dossi (via Bersaglieri del Po 25, Ferrara) con il titolo ‘Claudio Gualandi, la mia Ferrara’ è in mostra un ampio campionario delle sue opere, illustrazioni e prodotti di comunicazione.
Pannello descrittivo di oggetti di Claudio Gualandi in mostra (foto Luca Pasqualini)
Nella presentazione di sabato scorso (7 aprile 2018) il critico d’arte Lucio Scardino ha sottolineato come “in questa sua mostra Gualandi non presenta solo i ‘quadri in libertà’ ambientati a Ferrara o vari luoghi d’Italia, dalla Lombardia alla Sicilia, ma anche le illustrazioni su commissione. Ci sono i teli parlanti per il restauro di edifici novecenteschi come è successo per la palazzina dell’ex Mof in corso Isonzo a Ferrara, pannelli e bozzetti che raccontano storie di aziende di alto artigianato, celebrazione di anniversari, promozione di attività di grande distribuzione e commercio”.
Lucio Scardino presenta la mostra di Claudio Gualandi, Ferrara 7 aprile 2018 (foto Luca Pasqualini)
Un omaggio tutto particolare è riservato poi ai ragazzi che stanno studiando in quella scuola come, all’epoca, aveva scelto di fare lui trasgredendo le aspettative del padre che sperava di averlo come successore alle redini dell’azienda di famiglia. Dedicato a quelli che come lui l’arte la praticano, è la scelta di esporre insieme ad opere finite – come la borsa a secchiello di Felisi degna di una influencer a passeggio per le giornate della moda milanese – anche bozzetti ancora allo stadio progettuale.
La borsa a secchiello con il popolo di cittadini in un raffinato bianco e nero di Claudio Gualandi (foto Luca Pasqualini)
Così avviene per il bellissimo, colorato e lungo pannello orizzontale, che crea come un grandangolo dilatato sulla città di Ferrara partendo dal ponte di ferro sul Po di Pontelagoscuro per percorrere le mura ed arrivare al parco urbano Bassani, alla distesa verde di piazza Ariostea e poi a Palazzo dei Diamanti, al Castello estense, al Duomo qui libero nella sua bellezza marmorea con in cielo tutto un popolo di volatili, aquiloni e mongolfiere e, in terra, di ciclisti, sbandieratori e turisti. Il collage di disegni, fotografie e fotocopie di cartoline ritagliate sono il regalo di chi fa il mestiere di comporre le immagini a quelli che a questo stanno dedicando i loro studi e le loro realizzazioni. “Perché non tutto si realizza al computer – racconta Linda Mazzoni, sua compagna di vita e di lavoro – ma nella maggior parte dei casi l’idea prende forma ancora in modo manuale”. (gio.m)
Il pannello di Claudio Gualandi che racconta Ferrara attraverso palazzi e personaggi (foto Luca Pasqualini)
Nel fotoreportage di Luca Pasqualini una carrellata delle opere in mostra.
‘Claudio Gualandi, la mia Ferrara’, galleria del liceo artistico Dosso Dossi, via Bersaglieri del Po 25, Ferrara. Visitabile dal 7 al 22 aprile 2018, tutti i giorni ore 10.30-12.30 e 16-19 con ingresso libero.
Vincitore per sette volte del World Press Photo, uno dei più prestigiosi concorsi di fotogiornalismo mondiale organizzato con cadenza annuale dalla omonima fondazione che ha sede ad Amsterdam, Francesco Zizola è considerato uno dei maggiori fotoreporter contemporanei. Ospite del festival di fotografia ‘Riaperture’ (leggi QUI), in corso a Ferrara durante lo scorso fine settimana e in quello in arrivo, Zizola è stato protagonista domenica scorsa (8 aprile 2018) di un incontro pubblico sul palco dello spazio Grisù, in via Poledrelli a Ferrara, dove ha parlato del suo lavoro, sollecitato dalle domande del giornalista Stefano Lolli. A chiarire l’approccio che contraddistingue la fotografia di Zizola, ci riesce subito la considerazione di Lolli:
Io ti ho detto che le tue sono foto belle, ma tu mi hai corretto dicendo che non sono affatto belle, semmai buone.
“La foto bella – sottolinea Zizola – è quella che compiace il pubblico, ammicca a una realtà lontana e ne costruisce un’altra. Potrebbe essere bella la fotografia che dà corpo alla fantasia, all’immaginazione e alle capacità visionarie di un mondo interiore con poca attinenza coi fatti. Una foto, invece, che funziona da un punto di vista informativo, può essere buona, non bella; attraverso gli elementi che stanno dentro a questo rettangolo bidimensionale crea una sintesi tra la visione del fotografo e un primo grado di notizia. È buona una foto che riesci a leggere e la lettura di questo tipo di foto suggerisce il secondo grado di notizia, quello che trascende i fatti e ne fa un’icona di situazioni che gli esseri umani hanno vissuto e possono vivere. Questo credo che sia un buon servizio a un buon giornalismo.
Francesco Zizola, mostra ‘In the same boat’ per festival Riaperture 2018 all’ex Bazzi – Ferrrara (foto GM)
Cosa serve per essere un buon fotografo?
La capacità di fare una buona fotografia non è scontata, perché riguarda anche lo spessore umano. Il giornalismo esiste perché, sin dagli albori, gli esseri umani avevano la necessità di sapere cose che andavano oltre a ciò che potevano raggiungere con i loro sensi. È un bisogno dettato essenzialmente dalla paura. I graffiti, nelle caverne degli uomini primitivi, erano istruzioni precise trasmesse ad altri esseri umani. Spiegavano cose pratiche – da dove arrivavano i bisonti e come si inclinava l’erba in una certa direzione – fornendo informazioni essenziali per la sopravvivenza. Non è la macchina fotografica che fa il fotografo, ma il contrario; è chi c’è dietro all’obiettivo a fare la differenza. Alcune delle foto che ho fatto e che sono anche in mostra sono fatte con il telefonino. E quando lo dico vedo che le persone sussultano.
Il fotografo Francesco Zizola con Stefano Lolli e Giacomo Brini a Ferrara per il festival di fotografia Riaperture (foto GM)
L’uso del cellulare ha cambiato la fotografia?
Nei quasi 175 anni che sono passati dacché la fotografia è stata inventata noi, il mondo occidentale, siamo stati gli unici a usare le foto per auto-celebrarci, per raccontarci. Di recente, con quell’aggeggio lì, hanno iniziato a farlo anche in tante altre parti del mondo. Oggi, finalmente, la fotografia è usata, letta e prodotta dalla stragrande maggioranza degli esseri umani. In certi villaggi africani che non hanno nemmeno l’elettricità ho visto che ciascuno di loro andava in giro con al collo un sacchetto di cuoio con dentro una schedina Sim chiusa nel cellophane. Il cellulare, lì, ce l’aveva solo una persona, ma le donne grazie a quello e alla Sim potevano spedire la fotografia con le ceste di pomodori prima di mettersi in cammino per venderle a chilometri di distanza. Mandavano la foto e col cellulare qualcuno dall’altra parte dicevano loro se, di ceste di pomodori, ne servivano di più o di meno. L’uso del cellulare con dentro la lente fotografica sta cambiando molte realtà.
Francesco Zizola, mostra “In the same boat” per festival Riaperture 2018, spazio ex Bazzi – Ferrara (foto GM)
Internet e gli smartphone cambiano anche l’approccio all’informazione.
Due anni fa ho fatto una presentazione al ‘National Washington’, negli Stati Uniti, e loro mi dicevano che stanno cercando di capire come fare. Gli abbonamenti e le vendite del giornale stanno crollando. I lettori, per quanto interessati, non comprano più la carta. Io stesso mi rendo conto che leggo la maggior parte delle notizie online. Manca un ricambio generazionale e i vecchi abbonati non sono rimpiazzati da quelli nuovi. Le persone, poi, non si accontentano più della stessa pappa pronta. C’è anche un’esigenza narrativa. La formula che andava prima non basta più. Si è molto più liberi di esplorare la realtà usando più media. Se non ci fosse stato questo cambiamento tecnologico, non avrei portato quelle immagini con movimento e suoni che sono esposte nella mia mostra. Il nuovo pubblico vuole avere più dettagli e in un flusso continuo, in cui è il fruitore, non l’editore o il caporedattore, che decide in quale ordine prendere le notizie. Il mondo è complesso, le persone ne sono consapevoli, e questa complessità va trasmessa.
Francesco Zizola a Ferrara con Francesco Lolli e Giacomo Brini per il festival di fotografia Riaperture (foto GM)
La tecnologia è sempre più sofisticata, ma di foto come quelle di Zizola è difficile trovarne.
Di fotografi bravi ce ne sono tanti. Uno dei miei maestri di riferimento, Henri Cartier-Bresson, diceva che fotografare vuol dire porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore in una frazioni di secondi. Da dire è semplicissimo, per farlo servono l’intelligenza, le cose che leggi, i film che vedi. Bisogna riempirsi ed elaborare; sentire, provare, arrabbiarsi. Senza tutto questo la fotografia non viene fuori. Cioè, la fotografia viene fuori, ma non c’è tutto l’aspetto interiore. Senza questo allenamento, senza questa sensibilità, le cose non le vedi nemmeno se ti passano davanti. La mia disciplina è quella di affinare una visione. Questo non è semplice, e affinare questa dote spesso è causa di grandi sofferenze, soprattutto se hai a che fare con persone che soffrono.
C’è chi dice – fa notare Lolli – che un fatto di cronaca parla da sé, che sia un incidente o una notizia eclatante.
A volte mi capita di fare workshop. Di recente, a uno di questi a Roma, c’era un ragazzo che aveva fatto foto durante una manifestazione dove c’erano stati scontri con la polizia. Era molto coinvolto e orgoglioso di mostrarmi quelle immagini e, mentre me le faceva vedere, mi raccontava le sensazioni che aveva provato: i gas lacrimogeni che gli bruciavano negli occhi mentre scattava, la concitazione. Ma lui stesso, credo, mano a mano che faceva scorrere davanti a me quelle immagini si deve essere reso conto che tutte quelle sensazioni, lì, non c’erano. Ti può succedere di tutto, davanti agli occhi. Ma bisogna saperlo tradurre in una visione più complessa; più complessa è la visione che trasmetti, più l’immagine è buona.
Francesco Zizola con Stefano Lolli a Ferrara per il festival di fotografia Riaperture (foto GM)
Ma di fotografie brutte, tu, non ne fai mai?
La maggior parte delle fotografie sono brutte. Serve un po’ di fortuna, ma per averla, di biglietti della lotteria ne devi comperare tanti. Ci deve essere una costanza nel porsi nel posto giusto al momento giusto. Costanza nel sapere anticipare un movimento, un evento. Perché sai che quella cosa potrebbe succedere. C’è una similitudine tra chi fa fotografia e il cacciatore. Chi caccia conosce le abitudini della sua preda, si predispone controvento nel posto giusto, nella stagione giusta, per poterla catturare con il minore sforzo possibile.
La mostra con le tue fotografie che è allestita nello spazio dell’ex drogheria Bazzi, in piazza Municipio a Ferrara, è dedicata ai migranti.
Girando per il mondo ho potuto vivere le tantissime differenze di trattamento degli esseri umani (documentando dalla fine degli anni Ottanta in particolare le condizioni dell’infanzia in diversi luoghi del mondo, dai figli delle guerre in Iraq, ai piccoli lavoratori dell’Indonesia, ai bambini di Los Angeles, ndr). E ho riflettuto sulla necessità di migrare da parte delle persone per cercare situazioni di vita migliori. Persone che provengono da luoghi molto remoti, rispetto alla nostra presunta centralità sia sociale sia politica. È stato un percorso di condivisione ed empatia.
Una delle foto di Francesco Zizola della mostra “In the same boat” all’ex Bazzi – Ferrara (foto GM)
Nelle fotografie esposte a Ferrara e nel video installato lì, si vedono le persone che salgono senza soluzione di continuità a bordo di una barca.
Sì, sono stato per tre giorni a bordo delle navi di salvataggio di ‘Medici senza frontiere’ e ho partecipato con loro alle operazione di recupero dei natanti in difficoltà, che l’associazione ha ottenuto di poter fare nell’agosto 2015. Negli anni precedenti questo non si faceva: quando le navi venivano avvistate, si metteva la prua in direzione opposta e questi natanti di solito affondavano con a bordo il loro carico di uomini, donne e bambini. Poi c’è stata la grande tragedia del naufragio di quella caretta strabordante di persone (il 18 aprile 2015 un peschereccio con oltre 700 migranti a bordo affonda al largo della costa della Libia, ndr). Così, in quel momento l’organizzazione di soccorso sanitario ottiene di poter operare sia nei salvataggi sia in veste di testimone degli interventi delle navi militari, affinché non potessero più dirigere le prue di questi barconi nella direzione contraria. Adesso hanno deciso che questo non si faccia più, e quindi in decine di migliaia riprenderanno a morire. Ma in quei giorni io ho potuto stare a bordo con loro. Ho visto salvare circa tremila persone. Il video filma un’operazione di salvataggio di un battello da pesca abilitato per portare 30 persone, che si trovava in mare con a bordo oltre 150 persone. Ho fatto video, foto, filmati per cercare di ampliare più che potevo il tentativo di racconto.
Foto di Francesco Zizola esposta negli spazi dell’ex drogheria Bazzi per festival Riaperture – Ferrara, aprile 2018
Come ti ponevi con le persone che avevi intorno e che fotografavi?
Nei momenti più salienti loro pensavano a tutt’altro che a me e io stesso ho dedicato molte ore non a fotografare, ma ad aiutare i volontari nell’assistenza, a distribuire le sostanze energetiche, a scartare coperte, a darle alle persone che salivano. Poi ci sono stati momenti in cui ho raccolto storie, ho fatto ritratti. Se loro non volevano, ho rispettato la loro volontà. Per questo motivo, ad esempio, si vedono così poche donne. Perché la loro religione vieta di essere riprese ed esposte.
Il fotogiornalismo implica che non ci sia manipolazione dell’immagine. Tu che tipo di post-produzione fai?
Fotografare è di per sé un processo manipolativo. C’è una trasformazione dell’energia, che è la luce, in un segnale luminoso. La necessità è quella di mantenere credibilità. E questo fattore non dipende dalla tecnologia, ma dalla cultura delle persone; è un elemento che passa attraverso l’etica. Io uso quella scala che va dal bianco al nero, eliminando tutti i colori. Il fotogiornalismo si distingue all’interno della fotografia per l’introduzione di alcune regole, che sono prima di tutto quelle di non manipolare la realtà; se arrivo che un fatto è già avvenuto, non posso chiedere ai protagonisti di riproporre una scena. Poi non posso con un software eliminare un pezzo di fotografia che non è funzionale e nemmeno aggiungere qualcosa che ho in un’altra immagine. Detto ciò, capita che l’intervento avvenga anche nelle redazioni e all’insaputa del fotografo. Come successe dopo l’attentato di Nassiriya a L’Espresso. Perché, oltre ai fotografi, ci sono anche i foto-editor. Ma in Italia chi manipola e mente spesso viene premiato, perché ha la fiducia di direttori e caporedattori. All’estero, invece, quando ciò viene fuori, l’editore licenzia tutti, dal direttore in giù, per far sì che il suo giornale sia credibile. Perché si ritiene che sia la credibilità a fare la differenza, a rendere un giornale degno di essere letto, cercato, creduto.
Riaperture Photofestival torna a Ferrara da venerdì 13 a domenica 15 aprile 2018, ore 10-19, con 15 mostre in 8 spazi tra chiese dismesse, palazzi in ristrutturazione e negozi chiusi aperti appositamente per l’occasione.
La mostra ‘In the same boat’ di Francesco Zizola è visitabile negli spazi dell’ex drogheria Bazzi, piazza Municipio 18-22, Ferrara. Aperta 6-7-8 e 13-14-15 aprile 2018, ore 10-19
“Questa è una lotta tra una generazione giovane, diversa, femminista, contro una minoranza maschile, bianca, vecchia, disperata, che si aggrappa al potere”. E’ l’incipit di un articolo molto interessante scritto da Jessica Valenti sul Guardian dal titolo ‘Il dibattito sulle armi è una guerra culturale. E i giovani la vinceranno’.
La tesi, molto ben argomentata, è che oggi le contraddizioni di un patriarcato esacerbato dalle impellenze capitaliste stanno deflagrando. Non sfugge più agli occhi di molti, in particolare dei giovani nativi digitali che hanno accesso a molte informazioni provenienti da diverse fonti, l’arroganza di pochi, maschi, bianchi appartenenti a certe élite.
Alla marcia “in difesa della nostra vita” del 24 marzo scorso, organizzata da un movimento di giovanissimi, promossa per rivendicare il diritto a una regolamentazione dell’uso delle armi dopo la terribile strage di adolescenti nella scuola a Parkland in Florida, spiccavano slogan del tipo “Dovrei scrivere il mio saggio universitario, non le mie ultima volontà”, “Le pistole hanno più diritti della mia vagina”, “L’abbigliamento delle ragazze a scuola è più regolamentato delle armi in America”.
Nell’articolo la giornalista riporta che “solo il 3% degli americani possiede metà delle armi che si trovano in America”. E quel 3% non sono chiunque. Secondo uno studio fatto ad Harvard pubblicato su ‘Scientific American’ di questo mese, la persona che con maggiore probabilità accumulerebbe armi negli Usa è un anziano, maschio, bianco proveniente da un’area rurale conservatrice. “Una ricerca allarmante mostra che sono motivati dall’ansia della razza e dalla paura di perdere la loro mascolinità”, continua Valenti e aggiunge: “Uno studio della Baylor University del 2017, ad esempio, ha scoperto che l’attaccamento degli uomini alle armi da fuoco deriva spesso da guai economici e dalla paura di perdere lo status di “capofamiglia” tradizionale”.
C’è un filo ormai, neanche più tanto invisibile, che lega il dibattito sulle armi alle questioni di discriminazioni di genere, razziali e generazionali. Il secondo emendamento della Carta Costituzionale degli Stati Uniti d’America dice che: “Essendo una milizia ben organizzata necessaria alla sicurezza di uno Stato libero, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”. Sembra, alla luce delle tragiche stragi nelle scuole americane degli ultimi 15 anni, contraddire il senso stesso di Stato Libero. Libero per chi?
I cambiamenti delle nostre società ci obbligano a una riflessione profonda. È sempre più evidente che le carte costituzionali su cui sono scritti i fondamenti per una sana convivenza tra le persone che vivono in una stessa comunità non tengono conto della spaventosa accelerazione nel cambiamento sociale. Le leggi, il cui punto di riferimento è sempre la carta costituzionale, oggi sembrano fatte esclusivamente a beneficio di una minoranza di pochi, per lo più maschi bianchi, a scapito di una maggioranza fatta di giovani, bianchi e neri, di femministe/i, la cui diversità di estrazioni culturali diventano un collante e un punto di forza e non più una debolezza. La libertà solo teorica, vessillo del capitalismo, si rivela in tutta la sua fallacia e la democrazia che si fonda su un concetto ideologico di libertà e autodeterminazione, vacilla. Ma questo è un fenomeno solo americano o la contraddizione potente e innegabile della strenua difesa di un concetto di libertà individuale, astratta, neutra e non calata nella realtà di tutti i giorni riguarda tutte e tutti noi e tutte le democrazie occidentali?
“Fotografare, per me, non è stata un’operazione artistica: è stato vivere, una specie di resistenza a quello che stava accadendo nella mia città, a Palermo. Quando fai le foto per la cronaca nera di un quotidiano hai pochi secondi per scattare prima che arrivino calci e pugni. Attimi che servono a mettere a posto cervello e obiettivo. Non si trattava di fare opere d’arte, ma di raccontare che noi stavamo soffrendo, che un governo italiano permetteva questo”. Letizia Battaglia, 83 anni compiuti il mese scorso, ha la vivacità anticonformista di una ventenne, i capelli color verde turchese, dritti a caschetto sotto la frangia che incornicia quel viso che si può vedere nelle foto delle schede biografiche, di solito in bianco e nero. Sabato pomeriggio, invece, nel cortile dell’ex caserma dei vigili del fuoco, a Ferrara in via Poledrelli, la “fotografa della mafia” è apparsa in tutta la sua colorata vivacità, combattiva e tenace con la disarmante sfacciataggine di chi è abituato a scendere in strada, ad andare dritto al punto senza girarci tanto attorno.
Il merito di averla portata in città va agli organizzatori del festival di fotografia ‘Riaperture’, che nel fine settimana appena concluso e anche il prossimo continuerà a invadere Ferrara con quindici mostre allestite aprendo temporaneamente sontuosi palazzi storici accerchiati dalle impalcature, spalancando porte chiuse da decenni e alzando serrande abbassate di negozi. A presentare la fotografa palermitana insieme con il direttore del festival Giacomo Brini è stata la giornalista Daniela Modonesi che l’ha intervistata sul palco allestito nell’area all’aperto di Spazio Grisù.
Letizia Battaglia con Daniela Modonesi e Giacomo Brini a Ferrara per festival di fotografia Riaperture 2018 (foto Giorgia Mazzotti)
Come inizia la professione fotografica di Letizia Battaglia?
“A 40 anni – ha raccontato la fotografa – dopo aver fatto fino ad allora la madre e la moglie, sono andata a Milano, ero inquieta, ho iniziato a fotografare senza saperne molto. Poi a ‘L’Ora’ di Palermo mi hanno chiesto di gestire l’organizzazione fotografica del giornale e sono andata con entusiasmo nella mia città. Lì però ho scoperto la violenza, i corleonesi, la droga, tanti ragazzi che per quella sono morti, gli uomini migliori (giudici, poliziotti) che sono stati ammazzati. Falcone e Borsellino sono stati solo gli ultimi di una lunga fila di eroi. C’è collusione e spesso i poliziotti sono stati uccisi a causa del tradimento di altri poliziotti. Non è vero che c’è un codice d’onore. Tutto sta nei soldi e nel potere, e non importa se per averli c’era da ammazzare donne e bambini. Veniva ammazzato chiunque si avvicinasse alla loro droga, alle loro rapinerie”.
La mostra con le fotografie di Letizia Battaglia – Palazzina Cavalieri di Malta, Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Quali sono i segni che il tuo lavoro ha lasciato in te? Hai detto del sogno in cui bruciavi tutti i negativi delle foto.
“Vivendo quelle cose, mi è venuto da pensare che quelle foto non le volevo più vedere. È chiaro che non posso e non devo distruggere quelle foto. Però la rabbia per ciò che c’era mi ha fatto pensare di bruciare i negativi e ho fatto il video dove in realtà bruciavo le foto. Ma con quelle foto ho raccontato fatti, non menate intellettuali. Palermo non è una città normale, è una città simbolo dove è bello combattere. Quando con il mio compagno di allora, Franco Zecchin, decidemmo di fare una mostra contro la mafia che ancora stava sparando, nessun altro volle partecipare. Siamo andati a Corleone con i pannelli con sopra le foto dei mafiosi corleonesi arrestati e ammazzati. La piazza era piena di gente che si godeva il giorno di festa. Tutt’a un tratto la piazza si è svuotata; siamo rimasti solo noi con le nostre foto. Tutti hanno fotografato quello che ho fotografato io. Dove sono gli altri? Il punto è che i giornali non le chiedono più, quelle foto. Ora, non lo sapete, ma a Palermo c’è un grande processo. Il giudice Nino Di Matteo sta facendo un processo contro lo Stato, perché c’è stato un patto affinché la mafia non uccidesse più. Ma la mafia c’è ancora, c’è ancora il pizzo e c’è la droga. Circola non solo a causa dei nostri mafiosi, ma perché gli italiani fanno un affare con gli spacciatori. Eppure la mafia non è più fotografabile. Sono tutte persone pseudo perbene che dirigono banche, business, non sono più i cafonazzi che sono in galera. La mafia c’è ancora, c’è anche qui, anche se voi non ve ne accorgete”.
Letizia Battaglia sul palco (foto GM)
I programmi di Letizia adesso?
“Il prossimo anno farò una grandissima mostra a Venezia con foto mai viste. Il bianco e nero era una scelta per me, l’ho mantenuto come una necessità anche dopo che è arrivato il colore. Il rosso, il sangue, non me li volevo permettere. Un giorno avevo messo il colore e sono dovuta andare dove c’era un morto ammazzato e poi un altro, che era un bambino: il figlio di quello che avevano ammazzato, ucciso perché aveva visto i killer. La pellicola che avevo era a colori, ma la foto l’ho messa in bianco e nero; per me era più pudica. Nella mostra che farò ci saranno le mie foto che non si sono mai viste e che non si vedono più. L’unica a colori, grande grande, sarà quella di quel bambino. Perché quando si dice che la mafia non tocca i bambini non è vero. Come Giuseppe Di Matteo: fu rapito (23 novembre 1993, ndr) che era un bambino e l’hanno tenuto mesi e mesi sotto terra, poi l’hanno strangolato e bruciato perché suo padre si era pentito”.
L’esposizione di “Fotografie” di Letizia Battaglia, nella palazzina di corso Porta Mare 7, a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Su Facebook vengono censurate foto come quelle della bambina che scappa nuda dal Napalm, in Vietnam.
“Io spero che Facebook o qualcuno di loro vada in carcere. Chi pensa di censurare una bambina in quella situazione perché è nuda, deve avere la testa malata. Come quando hanno detto che non si doveva mostrare il bambino siriano, Aylan, morto annegato sulla spiaggia. La fotografa (la giornalista Nilufer Demir dell’agenzia di stampa turca Dogan, il 2 settembre 2015, ndr) ha fatto bene a scattarla. Quelle foto raccontano più di tanti libri. È importante fare vedere quello che accade. Come nel caso di Andreotti. Non è vero che è stato assolto, come a volte si legge sui giornali: questa è una gran balla. Lui andò in prescrizione, ma la polizia ha cercato nel mio archivio e ha trovato la sua foto insieme con i mafiosi e con Salvo, e io nemmeno sapevo di averla, quell’immagine. Le foto possono servire, anche dopo tanti anni, per raccontare qualcosa. Peccato che non ci sia un archivio, in Italia, dove i fotografi possano depositare i loro lavori”.
Pubblico ad ascoltare Letizia Battaglia, a Ferrara per festival di fotografia Riaperture 2018 (foto GM)
L’attività di Letizia Battaglia adesso.
“A Palermo, le foto, io le sto raccogliendo. Ho fondato il Centro internazionale di fotografia dentro un edificio bellissimo, fatto da un’architetta donna e vecchia come me. Vorrei che fosse una specie di roccaforte di difesa (o forse di attacco). Per fortuna al Comune la mafia non entra, abbiamo il sindaco Orlando. È una città dove avvengono tutte le cose brutte e tutte le cose belle”.
Unica donna – ha commentato Daniela Modonesi – in mezzo a scene di delitti tra poliziotti, magistrati, giornalisti. Cosa ha significato?
“Per diciannove anni, sono stata molto orgogliosa di essere una fotoreporter, fotografa donna, l’unica in quegli anni a fare questo lavoro per un quotidiano. Essere donna, però, con i capelli che non erano verdi, ma sempre un po’ colorati, all’inizio mi ha creato qualche problema. Ricordo ancora con molta rabbia che sulle scene del delitto già transennate facevano passare tutti tranne me. Allora a un certo punto ho iniziato a gridare, come una cretina. Mi ha aiutato molto Boris Giuliani, il capo della polizia, che disse ai suoi che questa signora stava lavorando e andava fatta passare. Il giornale mi pagava per un servizio che doveva essere migliore di quello della concorrenza e io sentivo forte questo senso del dovere”.
“La bambina col pallone” di Letizia Battaglia, Palermo 1980
La Palermo che hai fotografato – ha ricordato l’intervistatrice – è anche quella delle donne e delle bambine. Qual è la situazione a cui sei più legata?
“C’è quella foto lì, della bambina, che poi è diventata la mia foto più famosa. Per spiegarla devo tornare a quando io avevo dieci anni. Fino ad allora ero vissuta a Trieste, perché mio padre era un marittimo, lui girava e noi, la famiglia, lo seguivamo. A Palermo ci sono arrivata che avevo, appunto, dieci anni. Una volta uscii e un uomo si esibì. Mi spaventai e tornai a casa piangendo. Mio padre decise che era meglio che rimanessi chiusa in casa. Allora divenni un po’ matta, una bambina ribelle. A 16 anni volli sposarmi. La bambina che cerco in ogni dove, magra, con le occhiaie scure – l’ho capito dopo molto tempo – sono io. Perché è quell’età che non sei ancora donna e non sei più bambina. È un momento intenso, bellissimo della vita, quando nascono i primi desideri, pensieri. La volta che ho fatto quella foto, trentotto anni fa, avevo incontrato in strada un gruppo di bambini normalissimi che giocavano, non avevano nessun fascino particolare. Poi ho visto la bambina, l’ho fatta andare verso quella porta chiusa, lei ha alzato il braccio col pallone, clic. E quella è diventata la foto per la quale tutti mi conoscono. Mi sono resa conto che ogni volta che incontravo delle bambine così, era come se ritrovassi la pace, la bellezza. Ora vorrei fare un libretto, una cosa a parte, con tutte le mie bambine”.
Letizia Battaglia sul palco a Spazio Grisù sabato 7 aprile 2018 (foto GM)
Oltre alla fotografia c’è l’impegno politico.
“Era il 1985 quando Lanfranco Colombo della galleria Diaframma Canon ha pensato di spedire le mie foto al Premio Eugene Smith, a New York. Io non lo sapevo nemmeno. Poi ricevo il telegramma che sono tra le finaliste. E alla fine vinco, ex aequo, insieme a un’altra donna (l’americana Donna Ferrato). È stata un’emozione enorme! Così ho capito che volevo fare di più. Allora c’erano i Verdi, che difendevano l’ambiente, le piante, erano il nuovo. Mi piacevano molto e con loro entro in Consiglio Comunale. Orlando, nel frattempo, lascia la Democrazia Cristiana e fa una giunta insieme con i Verdi e io divento assessore. Non sapete cosa ha significato per una fotografa con gli zoccoli ai piedi come me! Sono stati gli anni più belli in assoluto. Perché avevo come un potere: di fare, di levare le pietre brutte, aggiustare le strade, mettere le panchine, salvare una ragazza madre, pretendere il rispetto per la gente che era in carcere. Quattro anni importanti, in cui ho fatto cose piccole piccole, ma così importanti per me. Poi fui candidata a deputata e fu un errore. Avevo uno stipendio grandissimo, ma non potevo fare niente. Non ho fatto neanche fotografia. Il fatto è che non sono né una fotografa né una politica, ma una persona che ha cercato di fare il meglio, di mettercela tutta, con questa passione, e ora sono anche contenta di essere bisnonna di tre bambini meravigliosi. È tutto un circolo… Poi leggo che sono la ‘fotografa della mafia’. Ma che cos’è questa storia?! In italiano vuol dire che sei assoldato dalla mafia. Ma ho il mio Centro di fotografia a Palermo, è un periodo bello, ogni giorno dalle 4 alle 6 e un quarto sono là. Insieme con altre persone, tutte giovani, ho già fatto sei mostre. Non è facile, voi di ‘Riaperture’ lo sapete. C’è il sindaco qui? Sindaco, dagli i soldi a loro di ‘Riaperture’, per fare mostre e organizzare cose. Ci vogliono i soldi anche quando tu lavori gratis, perché servono le cornici, i microfoni, le assicurazioni. Questo rende viva la città. Ciao!”.
Grazie, ciao.
‘Fotografie’ di Letizia Battaglia in mostra per Riaperture Photofestival a Palazzina Cavalieri di Malta, corso Porta Mare 9 – Ferrara. Visitabile venerdì 6, sabato 7, domenica 8 e venerdì 13, sabato 14, domenica 15 aprile 2018, ore 10-19.
Quanti di noi ritengono onorevole contrarre dei prestiti per far studiare i propri figli? Negli Stati Uniti il prestito per poter frequentare l’università è una prassi e ci si indebita di molte migliaia di dollari sapendo che in futuro bisognerà restituirli a rate e per decenni. Quindi si spende oggi più di quello che si possiede, ci si indebita per assicurarsi un futuro da ingegnere oppure da avvocato o addirittura da astronauta e scienziato.
A nessuno verrebbe di imporre al buon padre di famiglia di non contrarre un prestito per migliorare le aspettative sul futuro di suo figlio o addirittura di punire quest’ultimo quando lo si scoprisse a varcare la soglia del college.
Agli Stati invece viene imposto il controllo del deficit di bilancio sui conti pubblici facendolo passare per una cosa logica, auspicabile, di buon senso; e si impiega addirittura l’anno solare come termine per rientrare del proprio investimento come se questo possa convergere con l’anno economico.
Un investimento va visto in termini di ciclo economico: il prestito o deficit fatto per lo studio è un investimento che si calcola su un’intera vita umana, un ciclo economico che solitamente dura dall’iscrizione all’Università, passa per la ricerca di un lavoro, fino al miglioramento delle proprie condizioni di vita sociale. Una durata anche di venti o trent’anni.
Una spesa a defict per un investimento in ricerca sul cancro significa aspettarsi un ritorno, in termini di miglioramento delle condizioni di salute, per le prossime generazioni. Spendo quindi oggi e indebito l’attuale generazione – in termini di moneta, cioè nella realtà in termini macroeconomici e di Stati: “non indebito” – per lasciare una vita più lunga e più sana ai miei figli e nipoti. Tito Boeri eventuale ministro delle Finanze forse calcolerebbe la cosa in maniera diversa: vedrebbe la spesa di oggi come un peso per le future generazioni in termini di soldi, perciò raccomanderebbe di non spenderli oggi per lasciarli ai malati di cancro di domani, i quali, ovviamente, sarebbero molto contenti della scelta ed esulterebbero di essere più ricchi finanziariamente anche se malati di cancro.
Anche in termini politici esiste una differenza tra l’anno solare e l’anno politico, che rimarca la differenza di visione tra lo ‘statista’ e il ‘politico’. In Italia viene comunemente attribuita ad Alcide de Gasperi la frase: “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione”.
Del resto queste sono le ricette economiche e le politiche consigliate dal Fondo monetario internazionale, che prima di concedere prestiti si assicura che i soldi prestati non vengano spesi in investimenti improduttivi, come la salute o l’istruzione, ma solo che si possa essere in grado di restituirli con gli interessi. Immaginatevi se tutte le casalinghe cominciassero a ridurre la spesa giornaliera e quindi mettessero a tavola ogni giorno meno pane, pasta, vino e smettessero anche di comprare biscotti e brioches per la colazione. Mangiare di meno, spendere di meno, produrre di meno, lavorare di meno, tutto di meno compreso ovviamente i deficit. A quel punto di più avremmo solo la disoccupazione, i poveri, il numero delle aziende costrette a chiudere.
In realtà l’unica differenza tra la politica economica involontaria e immaginaria della casalinga di Vogh(i)era e quella reale e volontaria del Fmi è la cattiveria di fondo: l’una lo farebbe pensando di far del bene, mentre l’altro per i propri interessi e quelli dei creditori finanziari, che mai coincidono con gli interessi del popolo. La politica, concorde nel guardare all’anno solare, all’elezione prossima e alla punta del naso, legifera per l’occasione spaventando e utilizzando i mostri da tutti temuti: shrek, la notte fonda, la Cina, l’inflazione e l’immancabile debito pubblico.
L’errore quindi, o uno degli errori, nel giudicare la bontà di un investimento, è il lasso di tempo che gli si mette a disposizione per la verifica degli effetti e davvero risulta complicato, se non assurdo, immaginare che la spesa di uno Stato possa essere verificata di anno in anno. Uno Stato spende per sanità, ricerca, benessere dei suoi cittadini e persino quando elargisce pensioni o stipendi non fa altro che aumentare la possibilità di spesa e di richiesta di beni, quindi espande la sua economia piuttosto che contrarla. Lo Stato dovrebbe preoccuparsi di come possano essere creati beni e servizi da comprare con i soldi, non se mettere o meno questi ultimi a disposizione della cittadinanza.
La spesa dello Stato è uno degli strumenti a disposizione per governare l’economia piuttosto che subirla, per controllare e modificare i cicli economici ed evitare boom e crisi, per assicurare un futuro alle prossime generazioni senza distruggere quelle attuali.
Come dice l’economista americano Mark Blyth, “sarebbe difficile pensare che oggi avremmo avuto internet, il we, e lo smartphone senza gli investimenti del governo federale partiti negli anni Sessanta”.
Gli effetti delle politiche e degli investimenti macroeconomici degli Stati, come quelli delle famiglie per i figli, si vedono nel tempo. Chi non investe e non spende rimane al punto di partenza e le generazioni future non raccolgono i frutti dell’impegno e della visione di quella precedente.
A cosa ci hanno portato i valori del controllo del deficit, del debito pubblico, del pareggio di bilancio? Bisogna ricordare che sono valori perseguiti e ottenuti non da oggi, ma dall’inizio degli anni Novanta e che proprio questi hanno portato ai disastri attuali, come la svendita del patrimonio pubblico, la mercificazione dei valori di condivisione, partecipazione e cooperazione. Hanno portato ad avere un popolo che lavora, suda e soffre da solo con sempre meno Stato su cui poter contare e sempre più mercato a cui pagare interessi.
Due grafici per sintetizzare. Il primo del Ministero dell’economia e delle finanze, dove si evidenziano i continui surplus di bilancio dello Stato italiano, maggiori dei suoi competitor europei e realizzati per poter pagare gli interessi sul debito togliendo risorse ai cittadini.
Il secondo, invece, mostra dove vanno a finire sangue e sudore della gente comune (fonte:Oxfam).
“Attendo la bufera”, scrisse don Minzoni poco prima di essere ucciso, consapevole che la sua opposizione al fascismo gli sarebbe costata cara. Ma il sacerdote di Argenta aveva una convinzione profonda: “Spendere la vita per un ideale non è morire, è vivere”. E così è stato.
Da sinistra: Stefano Muroni, Marco Cassini e Valeria Luzi
L’esistenza di don Giovanni Minzoni non è finita il 23 agosto del 1923: quasi un secolo ci allontana da quell’omicidio efferato, don Giovanni Minzoni torna a vivere, a far sentire la sua voce nel film ‘Oltre la bufera’. Ideato da Stefano Muroni, scritto da Marco Cassini in collaborazione con Valeria Luzi e Stefano Muroni, il lungometraggio sarà girato ad aprile in quindici location del territorio ferrarese: a Mesola, al Centro etnografico di documentazione del mondo agricolo ferrarese di San Bartolomeo in Bosco, al teatro Concordia di Portomaggiore, alla pieve di san Vito a Ostellato, a Palazzo Crema a Ferrara. Un film ambientato tra il 1919 e il 1923, con costumi e oggetti scenici originali curati da Luigi Bonanno, il costumista di Giuseppe Tornatore. È la prima grande sfida di Controluce, la società di produzione fondata nel 2017 da Cassini, Luzi e Muroni.
La regia di ‘Oltre la bufera’ è affidata a Marco Cassini, che già ha diretto ‘La notte non fa più paura’ e ‘La porta sul buio’: “Titoli scuri – spiega il regista – perché cercano di analizzare l’animo umano alle prese col buio”.
Perché è importante un film dedicato a Don Minzoni per Ferrara e Provincia? A risponderci è Massimo Maisto, vicesindaco e assessore alla cultura di Ferrara: “Questo film è significativo per tre aspetti. In primis è un film dedicato a una persona che è stata ammazzata perché voleva proporre un’idea di educazione alternativa; non è solo un capitolo della storia, ma un tema ancora molto attuale. In secondo luogo, tra i nostri obiettivi c’è quello di valorizzare la creatività giovanile: conosco da qualche anno Stefano Muroni per la sua attività di fondatore e di formatore del Cpa (Centro preformazione attoriale) e ritengo sia importante sostenere e aiutare i giovani talenti. Infine – insieme a Emilia Romagna Film Commission – stiamo facendo un lavoro per promuovere e attirare produzioni cinematografiche a Ferrara e provincia, come già è avvenuto con Pupi Avati, che ha scelto il nostro territorio per girare una nuova serie televisiva. L’obiettivo è valorizzare le risorse professionali, culturali e ambientali del territorio, per garantirne una maggiore visibilità”.
Quali aspetti della storia mette in luce la personalità di Don Minzoni?
La parola questa volta va ad Anna Maria Quarzi, direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, riferimento per la consulenza storica, grazie ai preziosi materiali custoditi nell’archivio dell’Istituto, tra i quali il famoso ‘Diario’: “Don Minzoni è una figura chiave della nostra storia. Ho trovato molto interessante la proposta di Stefano Muroni, in questo film, di analizzare e mettere al centro la figura dell’educatore, piuttosto di insistere sull’omicidio, che insieme al delitto Matteotti, segna la storia del fascismo. Perché viene ucciso don Minzoni? È proprio la sua opera di educatore che lo rende insopportabile al fascismo. L’educazione dei giovani italiani era uno dei pilastri del regime totalitario di Mussolini: dalla culla ai campi sportivi, poi le divise nere dei Balilla con le esercitazioni ginniche e le grandi manifestazioni. Si trattava di un lavoro capillare sulla popolazione, dalla nascita all’età adulta, per plasmare una mentalità, per formare il ‘fascista perfetto’. Il fatto che ci fosse un sacerdote con un forte ascendente sui giovani – che proponeva cose diverse, come il movimento Scout – era inaccettabile per il regime. Inoltre don Minzoni era un giovane, si interessava alle persone, era riuscito ad organizzare una ‘cooperativa’ bianca dove le donne potevano cucire e lavorare. Gli interessava rendere consapevoli i cittadini. Educava alla libertà”.
Don Giovanni Minzoni
Generosità, impegno, coraggio, tenacia: erano i tratti di un uomo dal grande carisma. Don Giovanni – nella sua parrocchia come in guerra – seppe conquistarsi affetto e riconoscimenti, fra cui la medaglia d’argento al valore militare.
“Conoscevo la storia di don Giovanni Minzoni da quando ero bambino. Non ricordo chi me l’avesse raccontata. Ma sentivo l’esigenza, un giorno, di narrarla, per non perderne la memoria, per non farla svanire nel vento”, osserva Muroni, che vestirà i panni di don Minzoni. “Personalmente non ho mai creduto che possano esistere storie di destra o storie di sinistra. Per me, per noi piccoli cantastorie della bassa, esistono solo storie belle o storie meno belle. Da quando ho iniziato questa avventura ho sempre cercato di raccontare storie belle, che potessero commuovere ed emozionare, e che potessero dare un esempio alle future generazioni. La bellezza, dunque, di cui ne abbiamo tanto bisogno. L’armonia nella drammaticità. La favola che supera la storia”.
E quella di don Minzoni è appunto una “storia bella” che Stefano Muroni ha scelto di narrare per immagini. Chiediamo a lui – ideatore, sceneggiatore e attore protagonista – di raccontarci qualche particolare di ‘Oltre la bufera’, le cui riprese sono iniziate proprio in questi giorni di aprile.
Dove ha trovato l’ispirazione per questo film?
Nessuna ispirazione. Le storie soffiano nel vento. Basta solo mettersi in ascolto. Sono loro che scelgono te. Tu hai solo il dovere e la responsabilità di raccontarle. Mi è successo sempre così, fin da bambino. Così sto facendo, con passione ed entusiasmo.
Da quanto tempo ci state lavorando?
Da due anni, se considero il progetto iniziale, poi la scrittura del soggetto e la ricerca finanziamenti. Personalmente da quasi 29 anni: nulla arriva per caso, ma tutto è il risultato delle proprie esperienze, della propria esistenza su questa Terra.
Perché per lei questo film è importante?
Perché parla di noi, del nostro presente, del nostro vicino futuro. Tratta di un uomo, prima che di un prete, che torna dalla trincea con l’anima mutilata, e cerca di portare gioia e coraggio tra la sua gente attraverso l’educazione dei giovani, con la consapevolezza che sarebbe stato ucciso. Ieri come oggi ci sono persone che scambiano l’educazione per strategia politica. Don Minzoni ebbe il coraggio di dire no a questo sistema violento e denigratorio. Pagando con la vita.
Il coraggio di dire no. Ecco perché è importante questo film, questa storia. Per ricordarci che a volte bisogna dire no, costi quel che costi.
Che cosa può insegnare don Minzoni alle giovani generazioni?
Quella di don Minzoni era una generazione che non possedeva nulla: non aveva soldi per comprarsi le scarpe o una camicia. C’era gente che non vedeva un pasto al giorno. Alcuni avevano perso il marito, o il fratello, o il padre in guerra. Non avevano nulla se non gli ideali. Sia da una parte che dall’altra. Ideali giusti o sbagliati. Ma lottavano per qualcosa. Ecco l’esempio di don Minzoni che ci parla ancora oggi, l’enigma eterno da risolvere: vivere per niente o morire per qualcosa.
Che cosa rappresenta un film come questo per Ferrara?
Intanto un tempo e uno spazio di riflessione sul presente. Ricordarsi che gli estremismi portano inevitabilmente a scontri spesso violenti. E la storia a volte si ripete. Forse non insegna, purtroppo, ma si ripete ancora oggi. Ce lo dice l’attualità. E poi ritorna il cinema a Ferrara, nel ferrarese, fatto da ferraresi, dopo ‘La notte non fa più paura’. Voglio dimostrare che anche qui, nella mia terra, è possibile fare cinema di alta qualità, con la professionalità di gente del posto. E che ‘La notte’ non è stato solo un caso, ma può diventare la regola.
Come vi siete documentati per ricostruire la vicenda storica?
Leggendo tutti i libri storici presenti, i diari, andando al museo di Argenta dedicato a don Giovanni, parlando con Anna Maria Quarzi, con lo storico Giuseppe Muroni, ma anche respirando l’aria dei posti dove ha vissuto il nostro protagonista.
Qual è il rapporto tra storia e finzione? Tra fatti documentati e poesia?
La biografia di alcuni personaggi realmente esistiti non era suffragata dalla sufficiente documentazione, così abbiamo cercato di immaginare alcune loro azioni, rendendo il tutto molto verosimile. La poesia? Ce ne sarà molta, nonostante sia un film anche molto violento. Ma non dico ancora nulla.
Qual è la frase più bella della vostra sceneggiatura?
Secondo me quella che pronuncia don Minzoni al ricreatorio, davanti al popolo argentano: “D’ora in avanti, abbiate il coraggio di dire no!”
Che cosa la spaventa e che cosa la attrae di questa sua nuova avventura professionale?
Non nascondo che la produzione di questo film sia estremamente complessa, ed è la prima volta che mi trovo a ‘maneggiare’ un progetto così importante, sia a livello produttivo che a livello artistico. Senza contare che è un film d’epoca, girato in costume. Ma è questo ciò che mi attrae: la complessità. Se portiamo al cinema un bel lavoro, mi sentirò per la prima volta un ‘adulto del settore’. Per adesso mi sento ancora un ragazzo di cinema.
Una dedica particolare per questo film?
Alla mia famiglia. A Valeria, mia futura moglie. A Marco Cassini. A chi mi ha messo i bastoni fra le ruote, ma non ce l’ha fatta. A chi ha creduto in me e al progetto.
E, soprattutto, alla memoria di Folco Quilici.
“La verità dei fatti”: a parlarne sarà Paolo Pagliaro, ora coautore ed editorialista di “Otto e mezzo” (in onda ogni sera su La7), e in precedenza caporedattore di Repubblica, vicedirettore dell’Espresso e direttore di vari quotidiani locali. L’occasione è il secondo seminario del ciclo “l’Etica in pratica 2018” organizzato a integrazione del corso di Etica della comunicazione e dell’informazione tenuto a Unife dal professor Sergio Gessi. Partecipazione libera per tutti (anche per i non iscritti all’Università). Gli incontri hanno lo scopo di favorire il confronto e la conoscenza, presupposti alla consapevolezza e condizione per un responsabile e attivo esercizio dei diritti di cittadinanza.
Nel dettaglio ecco il calendario completo di EtInPra’18 – Gli incontri si tengono nell’aula magna Drigo del dipartimento di Studi umanistici, in via Paradiso, 12 a Ferrara fra le 10,15 e le 12:
23 marzo – Prologo: Etica, comunità, solidarietà
“Sotto lo stesso cielo”
relatore: Gaetano Sateriale, sindacalista (ex sindaco di Ferrara)
6 aprile – Etica e comunicazione giornalistica
“La verità dei fatti”
relatore: Paolo Pagliaro, giornalista, direttore dell’agenzia Nove colonne, editorialista di La7
13 aprile – Etica e comunicazione ambientale
“Che brutto ambiente! La comunicazione sostenibile tra etica e cinismo”
relatore: Andrea Cirelli, coordinatore scientifico di AccaDueO
20 aprile – Etica e impresa
“Fra cooperazione e vincoli di mercato”
relatore: Andrea Benini, presidente Legacoop Estense
27 aprile – Etica e medicina
“Avere cura”
relatore: Giancarlo Rasconi, medico, direttore sanitario poliambulatorio Caritas
4 maggio – Etica e marketing
“Parole dolci come biscotti”
relatrice: Valentina Preti, copywriter di Alce Nero
11 maggio – Etica e culture
“L’altro”
relatore: Raffaele Rinaldi, direttore associazione Viale K
23 maggio (mercoledì, ore 8,30-10) – Etica e sport
“Vittoria morale: il calcio fra ansia di affermazione e rispetto”
relatore: Luca Mora, calciatore Spezia
25 maggio – Convenzioni e riti fra palco e quotidianità
“La vita in scena”
relatore: Marco Sgarbi, attore-regista, fondatore Teatro Off
Greenstone stava ancora dormendo dalla sera prima quando nel sonno gli parve di sentire una voce familiare che lo chiamava da lontano. Lentamente riemerse dal torpore dei sensi, aprì gli occhi e vide Juan con una caffettiera in mano.
L’indio gli fece un cenno di saluto, «Sir Joseph, buongiorno… Monsieur Verdoux si è svegliato e chiede di voi.»
«Oh bene, vediamo come sta.» Greenstone, ancora intorpidito dal fresco risveglio, si girò verso il paleontologo e lo vide seduto nel suo giaciglio. Jacques Verdoux era pallido, ma l’espressione del viso era distesa e lo guardava mostrando un timido sorriso.
Greenstone contraccambiò il sorriso, si alzò, gli andò incontro e si sistemò al suo fianco.
«Amico mio, come vi sentite? Ci avete fatto stare parecchio in pensiero, sapete?»
«Mi dispiace Joseph, ma non dovete più preoccuparvi, ora sto meglio!», fece una breve pausa e sospirò profondamente, «Decisamente meglio… E suppongo grazie a voi, mio caro amico.»
«No no, non ringraziate me, ringraziate Juan! È lui che ha preparato la medicina che vi ha curato… E a questo punto sospetto anche che vi abbia salvato la vita!» s’affrettò a precisare lo scozzese.
«Dite sul serio Joseph? Ma come avrebbe fatto?»
«Non sono mai stato più serio.» rispose Sewell a voce alta, poi si piegò verso Jacques e fece finta di bisbigliargli all’orecchio. «Pare che il nostro Juan sia uno sciamano!» rivelò.
Jacques Verdoux guardò negli occhi lo scozzese. Vi lesse un’aria vagamente divertita, ma capì che ciò che gli aveva appena detto era vero, quindi si voltò verso Juan.
L’indio in quel momento stava arrivando con due tazze fumanti nelle mani, ne porse una contenente caffè a Sewell, mentre l’altra piena di zuppa la diede al francese.
Jacques prese la tazza e afferrò la mano del ragazzo, «Grazie Juan, a quanto pare ti devo la vita!»
«Monsieur Verdoux, ho fatto soltanto ciò che andava fatto… Sono contento che ora stiate meglio.»
«Ragazzo mio, hai fatto molto di più… Ti sarei grato se mi chiamassi Jacques.»
«Va bene, Monsieur Jacques.»
Il ragazzo tornò verso il fuoco lasciando i due scienziati a conversare tra loro.
Greenstone volle accertarsi meglio delle condizioni del collega. «Come vi sentite di preciso, avete ancora dolore alla schiena?»
«Non direi… No!», Jacques esitava, alzò a fatica un braccio e cercò di toccarsi la zona della ferita ma non vi riuscì, «Sono solo molto stanco, però il peggio è passato. Vedrete, mi servirà solo un po’ di riposo, poi potrò venire con voi a ispezionare quelle rovine. Ci attende un gran lavoro là sotto…»
Greenstone diede un’occhiata alla ferita, sollevò la maglia del francese e rimosse delicatamente la pezzuola. In effetti l’edema del giorno prima sembrava si fosse in parte riassorbito, la lesione non era più purulenta, l’aspetto generale era rassicurante e preludeva a una progressiva guarigione.
«Oggi la situazione mi sembra decisamente migliore di ieri, i buchi dei morsi si sono richiusi e l’infezione sta guarendo.» fu il suo commento.
«A dire il vero mi duole ancora un po’… se penso a quella bestiaccia…» Jacques rabbrividì, la carcassa dell’animale era ancora lì per terra con le innumerevoli zampette ricurve verso l’alto.
Greenstone risistemò le bende all’amico, «Siete a posto Jacques… Sapete che dovremo starcene laggiù qualche giorno e che non sarà una passeggiata. Siete sicuro di potercela fare?»
Jacques Verdoux sbuffò. «Ovvio che diamine! Datemi solo qualche ora per riprendere le forze e vedrete che potrò fare la mia parte!»
Il francese era spazientito, la malcelata e reiterata mancanza di fiducia dello scozzese riguardo la sua capacità di reggere quella situazione lo indispettiva. Cercò di controllare le proprie emozioni, poi disse: «Lo so che siete preoccupato per me, ma ve lo ripeto: se capirò di non potercela fare, non esiterò a farmi da parte, ve lo prometto!»
«Io non voglio che vi facciate da parte, Jacques. Penso soltanto al vostro bene!»
«Mais oui oui, ho capito Joseph… Su ora, datemi una mano ad alzarmi, voglio provare a camminare!»
Sewell lo afferrò per un braccio e lo tirò su, il francese si appoggiò al compagno puntellando le gambe malferme, poi si staccò e fece per camminare ma stramazzò al suolo.
Sewell si chinò a soccorrere l’amico. «Diavolo! Jacques, come state?»
«Bene bene! Non è nulla… Solo che… non mi sento le gambe.»
Greenstone e Juan, accorso in quel momento, aiutarono il francese a sedersi. Lo sistemarono in un angolo accanto al fuoco e rimasero in silenzio al suo fianco.
Per alcuni minuti nessuno riuscì a dire nulla. Jacques aveva un’espressione vagamente stranita, guardava i due compagni come se li vedesse per la prima volta, poi ruppe il silenzio: «Sapete… credo d’essere arrivato al capolinea!»
«Cosa volete dire Jacques?»
«Dico che avevate ragione voi… Non sono più in grado di proseguire, Joseph!» Il francese puntò lo sguardo verso un orizzonte immaginario, poi proseguì: «Ho creduto che la sola forza di volontà mi avrebbe consentito di potervi seguire ovunque, di superare qualsiasi ostacolo… E invece mi sono sbagliato! Il mio corpo mi ha appena parlato… e ha detto basta!»
«Ma forse è solo questione che vi riposiate, l’avete detto prima…»
«Prima non l’avevo capito, ma ora ne sono sicuro… Non potrò venire con voi!»
Anche Juan, rimasto in silenzio fino a quel momento, sentì il bisogno d’intervenire: «Monsieur Jacques, il vostro corpo e il vostro spirito hanno ritrovato una strada comune. Ora siete di nuovo completo e pronto a seguire la strada che il destino vi ha riservato…»
«Juan, ma che sciocchezza è questa?» l’interruppe Sewell, «Noi e Jacques seguiremo la stessa strada, e ce ne torneremo tutti e tre laggiù, dritti dritti verso quelle dannate rovine! Lo sapete Jacques, c’è bisogno anche di voi là sotto!»
Jacques scosse la testa. «Ora siete voi che non volete capire, Joseph! Comunque, per quel che potrò, cercherò di rendermi utile lo stesso. Magari all’accampamento insieme a Pedro.»
Jacques Verdoux parlava in modo insolitamente calmo e distaccato, ma ai due compagni apparve subito chiaro che la sua intenzione di non proseguire sarebbe stata irremovibile. Lo pervadeva una consapevolezza nuova, disillusa e si scoprì risoluto come mai prima di quel momento.
Dal giorno del suo arrivo in Perù, la malattia era sempre stata dentro di lui e lo accompagnava silenziosa, non dava sintomi evidenti, ma lo consumava e lo indeboliva ogni giorno di più. Era solo questione di tempo e, prima o poi, gli avrebbe presentato il conto.
E il momento era arrivato proprio quella mattina, quando sembrava che il peggio fosse passato. Il morso della scolopendra, un banale incidente di percorso, si rivelò invece un colpo fatale per un corpo ridotto allo stremo come quello del francese.
Il fisico di Verdoux non era più in grado di reggere lo sforzo, aveva iniziato a spegnersi, ed egli l’aveva capito.
Erano trascorsi due giorni da quando Jacques Verdoux era stato trasportato dai compagni dalla gola all’accampamento. Fu un’operazione assai delicata e non priva di rischi.
Jacques aveva perso l’uso delle gambe e si era proceduto alla costruzione di una barella di fortuna dove il francese era stato sistemato e successivamente legato per evitargli di cadere. La salita venne affrontata in un punto del pendio relativamente poco ripido e sgombro di ostacoli, in quel punto erano stati fissati nel terreno dei passanti per far scorrere la fune che doveva issare il francese.
I tre compagni di Jacques si divisero i compiti: due in cima a tirare e uno in basso, Pedro che era il più robusto, a spingere la barella sulla quale era stato assicurato il francese. Ci volle quasi un’ora, ma alla fine Jacques fu tradotto in cima senza inconvenienti, a parte tre schiene doloranti e tre paia di braccia indolenzite.
Quella di trasferire Jacques Verdoux all’accampamento fu una scelta obbligata: Jacques non era più autosufficiente, aveva bisogno della costante presenza di qualcuno che potesse assisterlo, e a Pedro venne affidato il compito di affiancare il paleontologo per il resto della spedizione.
Greenstone era tormentato: non era stato in grado di capire se la paralisi alle gambe dell’amico era stata causata dagli effetti del morso della scolopendra o dall’aggravarsi della malattia, oppure se fosse stata la somma di entrambe le cose. Si sentiva in qualche modo responsabile e, anche se si sforzava di non lasciar trapelare le sue emozioni, non riusciva a farsene una ragione. “Se solo fossi stato più attento” continuava a ripetersi.
Era anche consapevole che le condizioni fisiche del compagno difficilmente sarebbero potute migliorare e si preparò al peggio. Questo non gli tolse la speranza che la salute di Jacques potesse stabilizzarsi permettendogli di adattarsi alla sua nuova condizione e di partecipare, nonostante tutto, alle attività del gruppo con il suo prezioso contributo di conoscenze.
In ogni caso quell’evento cambiò, suo malgrado, i piani dello scozzese, facendo slittare di alcuni giorni il previsto ritorno nella caverna.
La mattina del 23 settembre 1884 Greenstone e gli altri membri della spedizione si trovavano nell’accampamento della radura sul margine occidentale della Gola di Valverde, erano intenti nei loro preparativi per l’imminente discesa nella gola e il successivo trasferimento in pianta stabile di due di essi nella caverna, dove sei giorni prima avevano fatto l’eccezionale scoperta delle rovine.
Dialogo sulla morte tra Sewell e Jacques del 23 settembre 1884
Erano circa le tre del pomeriggio, faceva caldo e l’umidità era opprimente. Greenstone era rimasto all’accampamento a occuparsi del francese costretto nel suo giaciglio.
In mattinata i due indios erano partiti diretti al vicino villaggio per procurare le provviste necessarie al prosieguo della spedizione.
Gli scienziati attendevano da un momento all’altro l’arrivo dei loro giovani aiutanti. Per tutta la mattina Sewell e Jacques si erano scambiati poche laconiche battute, il primo aveva occupato gran parte del tempo a riempire di annotazioni l’ennesimo taccuino, mentre il secondo si era immerso nella lettura dell’unico libro che si era portato dall’Europa: ‘Le Confessioni’ di Jean-Jacques Rousseau.
Poi Sewell ripose il suo quaderno ormai pieno zeppo di appunti e finalmente si rivolse all’amico:
«Oggi come vi sentite Jacques?»
«Meglio Joseph, non sento più alcun dolore… È sparito… Come le mie gambe!»
«Le vostre gambe non sono sparite.»
«Ci sono, ma non mi appartengono più… Era meglio se sparivano, almeno Pedro avrebbe un fardello meno ingombrante da spostare.»
«Non parlate così, sono sicuro che prima o poi camminerete di nuovo.»
«Sentite Joseph, amico mio, ormai credo di conoscervi abbastanza bene per capire quando dite la verità e quando mentite, e ciò che avete appena detto non lo pensate… Ammettetelo su!»
«Io non ho nessuna intenzione di mentirvi, voglio solo pensare che la sorte possa ancora riservarci qualcosa di buono… È forse sbagliato?»
«No, non lo è… Però ve lo dico per esperienza: in passato ho mentito sia a voi che a me stesso. Pensavo che così facendo potesse servire a piegare il destino in mio favore, ovviamente mi sbagliavo… Ora è solo la consapevolezza a muovere i miei pensieri, e i fatti mi dicono che non camminerò più! Quindi perché ingannarsi con false illusioni? Del resto non sono affatto triste… Mi vedete triste?»
«No, non lo sembrate affatto. Forse più cinico… con voi stesso, intendo.»
«No ve l’assicuro, non è cinismo… piuttosto realismo! Prima non volevo guardare in faccia la verità. La conoscevo, sapete. Ma mi voltavo dall’altra parte, probabilmente per paura… forse, non so…»
«Io ho sempre ammirato il vostro pragmatismo, la vostra fede nella verità e la tenacia con cui avete portato avanti le vostre idee… Come dimenticare il vostro fervore a sostegno della mia causa… Mi riesce difficile credere che abbiate avuto paura di affrontare la vostra malattia come avreste dovuto.»
«Quando ho appreso della mia malattia, ho inteso la notizia come se il cancro riguardasse un altro uomo. Inoltre il tempo a disposizione si era ridotto all’osso e avevo troppe cose da sistemare per potermi permettere di consumarlo piangendomi addosso. Ma non era paura, credo sia stato stordimento! Mi sono posto l’obiettivo di seguirvi in questa missione a qualunque costo! Tutto il resto l’avevo fatto sparire… Rimuginare sulla malattia sarebbe stata una distrazione inutile…»
«Quando vi incontrai otto mesi fa a Londra, non immaginavo quello che stavate passando, né voi mi avete fatto mai intuire nulla…»
«Cosa c’era da intuire? Quando ci vedemmo ero euforico, eccitato dal vostro progetto. C’era da organizzare questa spedizione… La malattia, come ho detto, era l’ultimo dei miei pensieri, credetemi!»
«Adesso è tutto diverso…»
«Sì, ora è diverso. Non posso camminare e sto perdendo le forze, mi sento ogni giorno più debole e sono diventato un peso per tutti voi. Era proprio questo ciò che temevo di più… Poi, casomai, arriverà la morte! Sapete Joseph, vi sembrerà strano, ma fino a qualche giorno fa non ci avevo ancora pensato… all’idea di morire intendo!»
«Eppure mi avete detto che avevate agito nella consapevolezza di trascorrere i vostri ultimi giorni di vita proprio quaggiù. L’idea della morte dovevate averla fatta vostra ormai!»
«Un’idea romantica… Niente di più lontano dalla realtà!»
«Tutti dobbiamo morire prima o poi. Qualche giorno fa vi dissi che nessuno di noi è al sicuro quaggiù, la nostra vita è in bilico… Io stesso non so cosa mi aspetterà una volta tornato alle rovine.»
«Dimenticate che state parlando con un sicuro condannato a morte…» Jacques sorrise, «Io so per certo che dovrò morire, e che questo avverrà presto!»
«Perdonatemi Jacques, non volevo sminuire la vostra condizione…»
«No no, non scusatevi affatto amico mio! Capisco cosa volete dire, e capisco quanto sia difficile trovare le giuste parole. Il fatto è che in questi casi non ci sono mai parole giuste, perciò non sforzatevi a cercarle! Anche la vita di un bambino è in bilico, sempre, ogni giorno e per tutti i giorni che verranno. Se sarà fortunato diventerà vecchio, ma alla fine morirà, inevitabilmente… È una legge universale!»
«Vero… Mi chiedo solo che senso abbia tutto ciò…»
«Oh Joseph, rischiamo davvero di spingerci in percorsi filosofici che servono soltanto a tenere impegnate le nostre menti ma che in realtà non ci porteranno mai alle risposte che cerchiamo… In fondo, io vecchio ci sono diventato e alla fine dovrei considerarmi tra i fortunati. Evidentemente, ormai, devo essermi giocato tutte le mie carte… Ma forse la risposta sta proprio nella morte… Magari sarà un’esperienza affascinante.»
«Beh Jacques vi dirò, a me l’idea di morire non fa paura, più che altro la trovo un’enorme seccatura ecco… Doversene andare prima di aver finito l’elenco delle cose che si volevano fare, è questa la cosa che più temo, credo… Ma la nostra carne è fragile, basta poco per distruggerla, per imputridirla, veramente poco! Passiamo la maggior parte del tempo a nostra disposizione a curarla per mantenerla in salute, abbarbicati nei nostri corpi, non immaginando che prima o poi ci tradiranno. E in questo senso la morte, a volte, può essere addirittura una liberazione…»
«Una liberazione avete detto? Per caso, mi state suggerendo qualcosa?»
«Che intendete dire?»
Il francese infilò la mano destra nella tasca del panciotto e vi estrasse una piccola Derringer a doppia canna, dalle incisioni dorate e il manico in madreperla. «Ecco qua.» disse, «Era il mio ultimo segreto, vi giuro che non ne ho altri… Avervi detto l’altro giorno che non avevo armi è stata la mia ultima bugia, sebbene non fosse mia intenzione mentirvi…»
Sewell osservò l’arma. «Dall’aspetto mi sembra non l’abbiate mai usata.»
«Beh, se l’avessi già fatto è probabile che non sarei qui a parlarvene. L’ho acquistata un paio di settimane dopo aver saputo del cancro. L’ho considerata una più che valida alternativa a un’eventuale lenta agonia… Spero che possiate capire…»
«Caro Jacques, io non devo capire proprio nulla. Non spetta a me giudicare ciò che deciderete di fare, la vita è vostra ed è solo vostra la scelta! Ma una cosa voglio ribadirla: farò tutto ciò che posso per voi, sono vostro amico e lo sarò sempre, qualsiasi cosa accada…»
In quell’istante Juan e Pedro sbucarono dal muro di vegetazione sul margine ovest della radura, erano carichi di fagotti e sudati fradici.
Giunti all’accampamento, abbandonarono i loro fardelli e si fermarono a bere e a prendere fiato. Greenstone si diede da fare aiutando i due giovani a sistemare i rifornimenti. La visita al villaggio aveva procurato al gruppo di esploratori viveri e provviste per parecchi giorni.
Il Centro di Documentazione di Santa Francesca Romana e l’Istituto Gramsci presentano Lunedi 26 Marzo ore 16,30 presso la Sala del Centro di Documentazione di Santa Francesca Romana via XX settembre 47 Romana, il volume “ DON PIERO TOLLINI – TRA PROFEZIA E CAMBIAMENTO” realizzato con i contributi di Camilla Ghedini, Miriam Turrini, Don Andrea Zerbini. Parteciperà Mons. Gian Carlo Perego Arcivescovo di Ferrara-Comacchio. Coordina l’incontro Roberto Cassoli .
Don Piero Tollini nacque a Besozzo, in provincia di Varese il 12 aprile del 1921. Dopo il diploma dell’istituto Tecnico Commerciale del capoluogo, lavorò per un breve periodo a “La Prealpina” . Su suggerimento di Don Primo Mazzolari, che reggeva la Chiesa di Bozzolo, frequentò il Seminario di Ferrara, ai tempi in cui Vescovo era Monsignor Ruggero Bovelli. Venne ordinato sacerdote il 20 maggio 1952, e successivamente inviato come cappellano nella Parrocchia della Sacra Famiglia e San Martino dal 1954 al 1971 e successivamente parroco a Montalbano dal 1971 al 1988, per poi passare nella nuova parrocchia di Santa Maria del Perpetuo Soccorso a Borgo Punta fino al 1998 . Nel 1998 si ritirò in un appartamento messo a disposizione dalla Diocesi di Ferrara. Tra i suoi maestri riconobbe sempre don Bosco, don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci e padre David Maria Turoldo.
Un libro è stato scritto a più mani, con Camilla Ghedini, Andrea Zerbini e Mirian Turrini. Nel libro si raccolgono i ricordi degli amici, dei suoi parrocchiani e nel contempo è una riflessione sul sua vita, sulla sua esperienza sacerdotale letta nel contesto storico in cui è vissuto, nell’ambito di un difficile periodo storico attraversato da profondi cambiamenti, da qui il titolo “UN PRETE NEL CAMBIAMENTO”.
La città di Ferrara fa capolino tra le pagine di uno dei libri più coinvolgenti di questi anni. In ‘Storia della bambina perduta’ – quarto e ultimo volume della quadrilogia de ‘L’amica geniale’ di Elena Ferrante – a un certo punto la protagonista Elena-Lenù fa riferimento al suo viaggio nella città emiliana per presentare un libro. L’episodio è raccontato nella parte iniziale del romanzo che conclude la serie di quattro.
Presentazione libro nella sala Agnelli della Biblioteca Ariostea, Palazzo Paradiso di Ferrara
Al pagina 77 di ‘Storia della bambina perduta’ si legge: “I tempi avevano quell’andamento. Andò male anche a me, una sera, a Ferrara. Il cadavere di Moro era stato ritrovato da poco più di un mese quando mi scappò di definire assassini i suoi sequestratori. Con le parole era difficile sempre, il mio pubblico esigeva che sapessi calibrarle secondo gli usi correnti della sinistra estrema, e io stavo attentissima. Ma spesso finivo per accendermi e allora pronunciavo frasi senza filtro. Assassini non andò bene a nessuno dei presenti – assassini sono i fascisti – e fui attaccata, criticata, sbeffeggiata. Ammutolii. Quanto soffrivo nei casi in cui all’improvviso mi veniva tolto il consenso. […] Se si ammazza qualcuno, non si è assassini? La serata finì male, Nino fu sul punto di fare a botte con un tale in fondo alla saletta. Ma anche in quel caso contò solo tornare a noi due”.
La misteriosa Ferrante ha quindi probabilmente messo piede a Ferrara, ha avuto modo in quegli anni di frequentarne almeno un po’ le strade, i luoghi d’incontro. Non ci sarebbe stato motivo di citare Ferrara al posto di un’altra città, se non forse per la sua collocazione ideologica ben schierata a sinistra, significativa in effetti per descrivere l’atmosfera che si respirava negli anni di piombo. Il momento storico, nel romanzo, è identificato e circoscritto in modo preciso. Aldo Moro fu sequestrato il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, e il suo corpo senza vita fu ritrovato il 9 maggio successivo in via Caetani. Quindi la visita ferrarese raccontata nel romanzo va collocata intorno alla metà di giugno del 1978. Ma se davvero c’è venuta, in quale veste si è presentata a Ferrara l’autrice che con tanta cura ha sempre tenuto nascosta la sua vera identità? All’epoca poteva avere sui 25 anni, neo laureata, forse scriveva articoli, saggi, o poteva essere impegnata per qualche ricerca. Non può certo esserci stata per presentare un libro firmato come Elena Ferrante, perché questo non l’ha mai fatto, di mostrare il volto associato a quel nome. E, inoltre, il primo libro firmato così risale ad anni molto successivi: è ‘L’amore molesto’ che esce nel 1992.
Articolo del “Sole 24Ore” su Elena Ferrante, 2 ottobre 2016
Le ricerche fatte dal ‘Sole 24Ore’ per dare un’identità reale all’autrice hanno portato a identificarla nella traduttrice dal tedesco all’italiano della casa editrice E/O, che è poi l’editore che ha anche pubblicato tutti i volumi firmati Ferrante dal 1992 a oggi. Così infatti emerge dall’articolo “Ecco la vera identità di Elena Ferrante” di Claudio Gatti uscito sul quotidiano economico-finanziario italiano del 2 ottobre 2016 , che attraverso un’indagine sui flussi di denaro tra chi pubblica e chi scrive attribuisce ad Anita Raja, traduttrice dal tedesco di molte opere in catalogo, la paternità (ma in questo caso sarebbe meglio dire maternità) de ‘L’amica geniale’ e di tutto ciò che è stato stampato a nome di Elena Ferrante. Il primo indizio è comunque una conferma: la casa editrice E/O, così strettamente legata all’autrice, nasce proprio a cavallo di quegli anni di grande tensione del Paese, fondata a Roma nel 1979 dall’ex militante di Lotta continua Sandro Ferri insieme alla moglie Sandra Ozzola, esperta di letteratura russa. A tracciare un identikit di Anita Raja ci pensa invece, senza malizia e prima che vengano fatti questi collegamenti-scoop, l’organizzazione del Festivaletteratura di Mantova, che invita la traduttrice all’edizione del 2014 della manifestazione letteraria e la inserisce tra le schede degli ospiti come “Nata a Napoli nel 1953, si è laureata in Lettere e vive a Roma. Ha tradotto dal tedesco gran parte dell’opera di Christa Wolf. […] Ha altresì tradotto per antologie e riviste testi di Ingeborg Bachmann, Hermann Hesse, Ilse Aichinger, Irmtraud Morgner, Sarah Kirsch, Christoph Hein, Hanz Magnus Enzensberger, Veit Heinechen e Bertolt Brecht, sia di prosa che di poesia. Ha pubblicato innumerevoli articoli e saggi sulla letteratura italiana e tedesca e sui problemi relativi alla traduzione”. Presentandola al pubblico in un incontro del 6 settembre 2014, una delle organizzatrici del festival Annarosa Buttarelli la definisce come “direttrice della biblioteca europea di Roma” nonché “traduttrice senza tradimento della vita di una scrittrice famosa come Christa Wolf”. E la Raja – nell’incontro registrato nell’archivio del sito di Festivaletteratura – parla della traduzione come di una pratica basata su “una forte empatia”, sul “rapporto non tra due persone ma tra due lingue, dove chi traduce deve lasciarsi invadere e pervadere dalla lingua dell’altra, un atto che espande la tua lingua” e che poi nel caso di lei e della Wolf è diventata anche “un’esperienza unica e irripetibile” basata su un rapporto personale, con la frequenza della sua casa di Berlino e di quella natale del Magdeburgo, vedendola “nella sua normalità, vedendo come preparava una torta o come stendeva i panni, così come sbrigava la corrispondenza o lavorava nel suo studio”. “Christa Wolf – dice la Raja – vuole raccontare il versante quotidiano della storia, anche quando ha scritto i suoi romanzi di argomento mitico, come Cassandra e Medea, c’è un forte legame con l’esperienza biografica”, “ha sviluppato un’ossessione per il racconto della quotidianità, per fermare la vita quotidiana, usando una forte alternanza tra discorso alto e basso, citazioni letterarie molto colte e tanto linguaggio orale e modi di dire” con “un’estrema attenzione per il sessismo della lingua”.
Anita Raja prima a sinistra a Festivaletteratura di Mantova (foto Gazzetta di Mantova, 7 settembre 2014)
Potrebbe essere in veste di collaboratrice della casa editrice E/O che la Ferrante è venuta a Ferrara alla fine degli anni Settanta? Improbabile: il nome della Raja compare per la prima volta su opere del catalogo E/O solo quattro anni dopo il rapimento Moro, nel 1982, nel ruolo di autrice 29enne della traduzione dal tedesco e delle note a corredo della pubblicazione di ‘Nozze a Costantinopoli’ di Irmtraud Morgner, poi nel 1984 per la prima traduzione di opere di Christa Wolf (‘Cassandra’ e ‘Premesse a Cassandra. Quattro lezioni su come nasce un racconto’). Da lì in poi è lei che firma tutta la versione italiana dell’opera della Wolf, fatta conoscere qui proprio grazie a questa casa editrice e alle sue traduzioni.
Nel frattempo, però, nel catalogo della casa editrice fa la sua comparsa pure il nome dell’autrice Elena Ferrante, al debutto nel 1992 con ‘L’amore molesto’. La pubblicazione coincide con l’avvio della collana di ‘narrativa italiana’ all’interno di un catalogo fondato inizialmente con l’obiettivo di “far conoscere la letteratura contemporanea dei paesi dell’Est”, e allargato in seguito – come spiegano gli stessi editori nella presentazione online – ad altre letterature. Il nome della Ferrante riappare in catalogo nel 1996 per la seconda edizione de ‘L’amore molesto’ ridato alle stampe dopo l’uscita del film di Mario Martone nel 1995. Del 2002 ‘I giorni dell’abbandono’, seconda opera letteraria firmata Ferrante, poi nel 2003 ‘La frantumaglia’ che è invece un resoconto della sua esperienza di scrittrice, nel 2005 la versione inglese del secondo romanzo intitolato ‘The Days of Abandonment’ per i tipi di Europa Editions (consorella americana fondata dagli stessi proprietari della E/O, ma con sede a New York), nel 2006 il romanzo ‘La figlia oscura’, nel 2007 il racconto per bambini ‘La spiaggia di notte’, nel 2011 il primo capitolo de ‘L’Amica geniale’, seguito nel 2012 dal secondo ‘Storia del nuovo cognome’, nel 2013 dal terzo ‘Storia di chi fugge e di chi resta’ e nel 2014 dal quarto e ultimo ‘Storia della bambina perduta’.
Ormai entrata nel turbine del coinvolgimento, la possibilità di un passaggio a Ferrara della Ferrante riesce ad accalorare me, così come accalora l’amica di letture con cui ho percorso uno dopo l’altro i suoi romanzi in una rete di collaborazione che ci ha fatto mettere insieme i quattro volumi tra regali, acquisti e prestiti.
I quattro volumi della serie ‘L’Amica geniale’ (foto Giorgia Mazzotti)
Quello sperimentato in prima persona da chi è rimasto conquistato dalle vicende de ‘L’Amica geniale’ è l’effetto a cui gli americani hanno dato il nome di ‘Ferrante fever’, una sorta di slogan e hashtag lanciato da una piccola libreria degli Stati Uniti e poi reso ufficiale con la produzione del film-documentario che ha questo stesso titolo, diretto da Giacomo Durzi, uscito nelle sale nell’autunno 2017 e ancora visibile sui canali di Sky. Il film dà voce alle testimonianze entusiastiche raccolte soprattutto negli Stati Uniti anche da parte di noti scrittori americani e fa sentire meno soli nel proprio entusiasmo che invece qui – nella ristretta cerchia delle persone che frequento – ha finora avuto esiti alterni. Tra i sei amici e familiari che conosco che hanno letto ‘L’amica geniale’ sono solo tre (inclusa me) e l’hanno amata così tanto, mentre altrettanti (inclusa mia madre) ne sono stati quasi urtati, trovandola troppo avvezza a rovistare nel torbido dei sentimenti interiori e nella realtà cruda che circonda i personaggi di una Napoli piena di ombre dal sapore neo realista.
Una delle foto di Giuseppe Di Vaio su The Guardian sulle tracce dei luoghi de ‘L’Amica geniale’ di Elena Ferrante
Diventa allora quasi commovente scoprire quanto si siano appassionati i nostri compagni di lettura statunitensi. Un interesse testimoniato anche attraverso le recensioni pubblicate da autorevoli testate giornalistiche. Su ‘The Guardian’ la rubrica ‘The Little Library café’ firmata da Kate Young si è adoperata persino per rintracciare e realizzare le ricette di alcuni dolci citati nel primo e nel terzo volume della serie (i dolci napoletani al pistacchio nell’articolo pubblicato il 22 ottobre 2015 e le frittelle fiorentine in quello del 21 gennaio 2016). Per non dire dell’interesse turistico-geografico con una sorta di guida ai luoghi in cui la storia è ambientata. Il New York Times prima (14 gennaio 2016) e lo stesso The Guardian poi (7 novembre 2017) si prendono la briga di dar corpo alle immagini napoletane evocate nei libri con tanto di mappa geografica del rione e delle vie della città frequentate dai personaggi romanzeschi. The Guardian affida al fotografo partenopeo Giuseppe Di Vaio un intero reportage in giro per i quartieri di Napoli a immortalare i luoghi che possono corrispondere a quelli narrati: il tanto nominato “stradone” del rione Luzzati, la scuola elementare che potrebbe essere quella frequentata da Lila e Lenù, una pasticceria e un bar che danno forma e colore a quelli descritti sulle pagine, persino il famigerato tunnel di via Gianturco che le due amiche nel primo romanzo imboccano di nascosto da sole per andare nel centro di Napoli.
‘The Guardian’: la ricetta delle frittelle ispirata da ‘L’Amica geniale’, 21 gennaio 2016
A Ferrara che mappa di ipotetico passaggio potremmo tracciare? Tra gli anni Ottanta e Novanta c’erano Spazio Libri come libreria impegnata, il Centro documentazione donna-Cdd tra i centri donna italiani di più lunga tradizione (nato nel 1980 e ancora più che mai attivo), le sale delle biblioteche comunali, Feltrinelli che però apre la libreria ferrarese soltanto nel 1994, e poi diversi circoli. Potrebbe essere venuta in uno di questi posti l’autrice ancora sconosciuta per parlare dei libri che traduceva?
Il più accreditato potrebbe essere il Centro documentazione donna, da sempre attento a scrittrici di nicchia e sicuramente in linea con i temi e l’approccio letterario di un’autrice come la Wolf. La pista, però, va esclusa. La presidente del Cdd ferrarese Luciana Tufani racconta: “Gli editori della E/O hanno partecipato a nostre iniziative, ma non abbiamo mai avuto ospite Christa Wolf o la sua traduttrice, mentre ebbi occasione di incontrarle entrambe andando appositamente a Torino in occasione del Salone del libro (nel 1997, ndr)”. La sala Agnelli della Biblioteca Ariostea, in via Scienze 17 a Ferrara, potrebbe invece essere benissimo la famosa “saletta” a cui si fa riferimento nel romanzo, luogo possibile di presentazione e dibattito riservato perlopiù a incontri con gli autori e le autrici; ma non risulta che siano passate di qui Wolf o Raja. Durante il festival Internazionale a Ferrara (organizzato in anni recenti, dal 2007 ad oggi) la sala di Palazzo Paradiso è stata più volte riservata a momenti di riflessione sul tema della traduzione dei testi. Raja-Ferrante potrebbe esserci venuta anche solo come partecipante, professionalmente interessata all’argomento, e – al momento di scrivere il romanzo – la visita può averle dato lo spunto per citare il passaggio ferrarese, ambientandolo a quel punto in tutt’altra epoca. Il mistero rimane. Ma a ben vedere è il ventaglio di possibilità che intriga il lettore, già conquistato dai testi coinvolgenti, introspettivi e impudicamente intimi di questa scrittrice. E l’incognita – come è accaduto per l’identità misteriosa dell’autore – facilita l’elucubrazione, induce a far spaziare a tutto campo la mente in virtù di quell’intimità così forte che si crea nel corso delle oltre 1.700 pagine de ‘L’Amica geniale’.
Prima gli Italiani. Dal quattro di marzo populisti e sovranisti sono la nuova religione, oltre il cinquanta per cento del paese.
Il credo nell’Io e Mio assoluti, Qui e Ora e in ogni luogo dello stivale, il popolo di santi, poeti e navigatori, il culto del popolo sovrano, del cittadino primus inter pares è la nuova confessione a cui tutti si dovranno convertire.
Se mai abbiamo temuto uno Stato confessionale, ora è giunto il suo momento, è la stagione della nuova religione che celebra il popolo sovrano, il popolo che comanda, la religione che deve pervadere di sé ogni angolo del paese, ogni sinapsi dei cervelli di questa nazione.
Gli Unti dal Signore hanno ceduto la scena agli Untori, se non sei un fedele del nuovo culto, sei un paria, un reprobo, un nemico del popolo.
Un popolo di cittadini molto post millesettecentottantanove che va all’assalto delle casse dello Stato per rivendicare il diritto naturale al reddito di nascita, passando così dai vitalizi della casta ai vitalizi dei cittadini, perché l’uomo in natura nasce pagato, poi è la politica che lo corrompe, fregandogli il suo malloppo guadagnato per diritto di nascita.
È sempre la solita storia di Giangiacomo, che si nasce buoni in natura, e poi è la società che ci corrompe, non c’è società che si salva, ma si può sempre recuperare la purezza se si è sovrani a casa sua.
Ci aspettiamo la nazionalizzazione delle banche e l’esproprio di tutti i ricchi, una società senza classi, tutti cittadini a reddito o rendita di nascita.
Fuori tutti gli altri, a partire dall’Europa che è solo un accidente geografico e pertanto non può vantare pretese. Per la moneta non c’è bisogno dell’euro, se ci sono i bitcoin che promettono rendite favolose, ci potrà anche essere l’Italo, la moneta fai da te, perché il ritorno alla lira sarebbe un deja vu, Italo è più creativo e fa più sovranità popolare.
Noi poi in quanto ad autarchia e a sovranità popolari abbiamo a nostra disposizione la memoria di un glorioso ventennio di fasti littori da cui attingere e c’è già chi è pronto a dare una mano.
Il lavoro non ci sarà più non perché ci siamo liberati dalla condanna biblica del lavoro, ma perché è il lavoro che si è liberato di noi, di noi non ne ha più bisogno.
Non è che il lavoro è un vecchio arnese destinato a scomparire, che ha finito di sfruttare uomini e donne, semplicemente ha trovato come sfruttarli meglio di prima, con il lavoro sottopagato, con il lavoro in nero, schiavizzando la mano d’opera degli immigrati.
Allora, mettiamoci in salvo almeno noi con il nostro reddito di nascita, chiudendo le frontiere, circondando di filo spinato ad alta tensione le nostre coste, così in casa nostra non ci sarà più nessuno da sfruttare. Non è chiudere gli occhi, e solo allontanare per non vedere. Cosa c’è di male? Deglobalizziamoci in nome della localizzazione estrema, l’Italia agli Italiani e tutti gli altri fuori.
Gli immigrati a casa loro, a casa loro li possiamo anche aiutare, così loro, da casa loro, in cambio ci pagano il reddito di nascita. Mica vorranno venire a fare le colonie qui da noi, che la colonia la facciano là da dove sono venuti.
Perché combattere il sistema? Roba di cinquant’anni fa! Facciamoci piuttosto il capitalismo di casa nostra, ognuno per sé tutti per uno.
Destra, sinistra, antifascismo litanie d’altri tempi. L’economia oggi corre sul digitale, nell’accumulo delle ricchezze non ce n’è per tutti. Ma non preoccuparti perché se anche nella corsa resterai ultimo per tutta la vita, l’importante è che resti nel tuo guscio con il tuo reddito di nascita garantito. Non pretenderai mica una vita di realizzazione? Non pretenderai mica di correre, se le gambe per correre non ce le hai! E poi, diciamocelo, la felicità, la felicità vera è decrescita. La felicità è non desiderare, la felicità è non avere bisogno, desiderio e bisogno il reddito di cittadinanza li sconfigge alla nascita.
La felicità è qui, lontani da ogni invasione, da ogni cultura che non sia il tuo rassicurante, conosciuto folk. Vuoi scherzare? La parola d’ordine d’ogni novax che si rispetti è “no contaminazione”!
Il 16 marzo ritornano vecchie ferite che, purtroppo, fanno sempre meno male. Quanto ha inciso la dicotomia Est-Ovest nel caso del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro? Il libro di Giovanni Fasanella ‘Il puzzle Moro’ ne indaga le oscurità nei giorni in cui si ricordano i 40 anni del triste evento che è rimasto nella memoria dei più anziani, mentre è completamente oscuro ai più giovani. Un momento della nostra storia relegato all’oblio e molte volte raccontato, incredibilmente, dai protagonisti della parte sbagliata che come in tanti altri casi, nel nostro Paese, contribuiscono a tenere alta la cortina di fumo.
Un libro che oggi mi piace mettere in relazione a un altro di qualche anno fa: ‘La sfida totale: equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali’ di Daniele Scalea, perché tratta di geopolitica e quindi proprio dell’eterno conflitto tra Est e Ovest. Un conflitto che spiega, costruisce e mantiene gli equilibri mondiali, giustifica le azioni, le uccisioni, le guerre e anche le condizioni della pace.
Gli assetti geopolitici mondiali non cambiano mai. Qualche nemico occasionale durante la strada del tempo si aggiunge, ma i protagonisti sono sempre gli stessi e, visto dalla nostra parte, il nemico è sempre l’Unione Sovietica che, seppur scomparsa da qualche decennio, viene tenuta in vita nell’immaginario occidentale proprio perché garantisca sia il conflitto sia la pace.
La Russia (nella continuazione dell’Unione Sovietica) deve contrapporsi all’idea della libertà occidentale, essere a tratti l’impero del male, la sobillatrice dei conflitti europei, la distributrice di gas nervino e di attacchi informatici tendenti al sovvertimento della pax americana post seconda guerra mondiale.
Certo, guardando sulle mappe aggiornate, l’Unione Sovietica non esiste più ma il mondo occidentale continua a ragionare come se invece esistesse ancora. Lo capiamo in Siria, quando si fatica a trovare un accordo che indirizzi tutti alla pace, ma ancor meglio lo vediamo nelle trame delle spie russe su suolo britannico, laddove la premier May è pronta a ricevere pieno appoggio da parte degli Usa, della Germania, della Francia e ovviamente dell’Italia. Trame per le quali non è consentito avere prove che gli stessi russi chiedono, ma che dovrebbero essere rese chiare agli ‘alleati’ occidentali e magari anche alla gente comune, soprattutto dopo che gli stessi inglesi hanno giurato di avere prove inconfutabili trascinandoci nella guerra all’Iraq che, tra le altre cose, ci ha regalato anni di guerra ai fanatici dell’Isis.
Le scuse di Blair, in ogni caso, sono state ampiamente accettate dal mondo, digerite e dimenticate mentre ci si appresta, magari, a ricevere un giorno quelle della May dopo che ci avrà condotto, chissà, ad una guerra nucleare. Putin continua a essere presentato all’immaginario collettivo come il successore di Stalin e come se la sua politica estera fosse impregnata di quel Niet tipico dell’epoca delle spie venute dal freddo. Certo non possono esserci dubbi sulle sue colpevolezze visto che è al potere da 17 anni, mentre la Merkel solo dal 2005, e non giova sapere che non è stato lui ad affamare la Grecia e distruggere le economie dei paesi del sud Europa. Lui è l’Est e noi l’Ovest, il resto sono congetture e filosofie del terrore.
E’ un fatto, comunque e fuor di metafora, che non riusciamo a uscire da quel circolo vizioso per cui è da una parte necessario vivere con la sindrome della contrapposizione Est/Ovest e dall’altra accettare che la Russia sia semplicemente un partner commerciale. Magari un Paese con una cultura millenaria, anello di congiunzione, piuttosto che motivo di contrapposizione, tra Oriente e Occidente. Un Paese intento molte volte a difendersi e a fare i suoi interessi politici, economici e strategici, come in fondo fanno tutti e quindi nell’alveo delle cose possibili.
Nel caso agli onori della cronaca di questi giorni la Gran Bretagna, come dicevamo, offre prove inconfutabili della colpevolezza russa o sovietica, insomma dell’Est. Più o meno come le cople attribuite a Gheddafi, quando anche noi Italia ci siamo precipitati a seguire la Francia, pur contro i nostri stessi interessi, che ci hanno poi regalato il disastro Libia. Il tutto consegnato serenamente alla storia anche dopo aver scoperto che dietro quei bombardamenti c’erano gli interessi petroliferi e geopolitici di Francia e Inghilterra. E per gli stessi interessi, forse e magari non nostri ma dell’Occidente tutto (dicono), abbiamo appoggiato la Turchia che diceva di bombardare l’Isis ma intanto gli comprava il petrolio e bombardava i Curdi oppure, più vicino temporalmente, abbiamo condiviso la missione francese in Mali.
Moro e la Siria, Mattei e la Libia. Giochi di geopolitica non più alle nostre spalle, ma alla luce del sole, verità inconfutabili senza prove da mostrare al mondo, ma con scuse successive, brigatisti che raccontano le loro verità in conferenze pubbliche e istituzioni che garantiscono libertà di espressione e interessi. Di chi?
Gli Stati Uniti sono in guerra un po’ in tutto il mondo, arrivano da terra e da cielo, ma soprattutto da televisione e giornali come una volta l’Inghilterra delle regine arrivava dai mari. Quando arrivano lasciano basi militari a difesa del loro interesse vitale: la supremazia del dollaro, che deve rimanere moneta di riferimento internazionale in quanto alla base della sua sopravvivenza. Da qui la necessità di intervenire e di controllare che la Russia (che pensa o dice ancora essere Urss) non si allarghi e che l’Europa non capisca o pensi di potersi sottrarre all’ombrello americano.
I due libri, di Farinella e Scalea, si incrociano e dettano le trame, letti di seguito potrebbero dare delle risposte, se mai le volessimo e ci ritenessimo capaci di gestirle.
Nel frattempo c’è una guerra perenne per mantenere gli equilibri, una corsa alle armi mai sopita e che dà linfa anche alle nostre esportazioni, quasi 8 miliardi nel 2015 e 14,6 miliardi nel 2016, a dimostrazione che la strategia funziona. Per chi e fino a quando?
Una guerra fredda continua, nonostante il crollo simbolico del muro di Berlino, alimentata da annunci, rivoluzioni colorate mal riuscite e persino soldati occidentali mandati nei Paesi Baltici in esercitazioni al limite della paranoia. Risposte vecchie a scenari nuovi!
E dunque adesso, a ridosso della commemorazione di un nostro lutto nazionale che pretenderebbe verità e che affonda le sue radici, forse e chissà, anche nelle assurde contrapposizioni tenute (ancora) in vita da interessi indegni, siamo costretti a rispolverare l’agente 007 e i piani anti-invasione della Russia. Di cui, del resto, è chiara l’ingerenza nei nostri affari nazionali. Siamo sovrastati dalle loro basi sul nostro territorio, alzano i dazi contro di noi, attentano alle nostre istituzioni repubblicane e il Kgb non ci lascia in pace come invece fanno Cia e Fbi. Per finire, i nostri partiti politici sono ancora costretti, per essere accreditati al mondo civile, a presentarsi al Cremlino per rassicurare il tiranno sulle loro intenzioni.
“Ci rifiutiamo di imparare nella paura, ci rifiutiamo di vedere trasformate le nostre scuole in delle prigioni. Non accetteremo nulla che non sia la comprensione che è necessario agire per il controllo delle armi e se sarà necessario faremo vergognare i nostri politici nazionali per non essere in grado di proteggerci”. Non si arrendono questi giovani, il grado di consapevolezza che hanno raggiunto è straordinario, sono davvero bravi!
Vedono bene, non sono più ingannabili e anche noi vediamo meglio, grazie alle loro parole. “Non è una questione partigiana, non c’è nulla di partigiano sui grandi temi della vita o della morte, tutto ciò riguarda le armi e la moralità di questo paese. Quando i nostri capi ci dicono che la soluzione è nell’avere ancora più armi allora abbiamo un problema morale nella Casa Bianca. Quando i nostri politici tengono in conto il denaro sporco dell’Nra più della vita dei nostri bambini allora abbiamo un problema morale dentro al nostro Congresso. […] Quando derubrichiamo le morti dei ragazzi a effetti collaterali allora abbiamo un problema morale nel nostro paese!”, ha proseguito uno di loro parlando alla folla radunata per la marcia del 14 marzo davanti alla Casa Bianca. Che coraggio e che determinazione!
Esattamente il giorno dopo la marcia degli studenti negli Stati Uniti, il 15 marzo da noi in Italia, ancora il 14 in Sud America, in Brasile viene freddata con cinque colpi di pistola Marielle Franco, consigliera municipale di Rio De Janeiro. Donna, lesbica, attivista politica, nera, paladina dei poveri e dei diversi e in migliaia scendono per strada. Una delle più imponenti manifestazioni spontanee di questi ultimi anni. L’infame assassinio di Marielle viene definito un’esecuzione, si vocifera la responsabilità sia della polizia militare che aveva incarico di mantenere la sicurezza nella favelas e che proprio Marielle il giorno prima aveva accusato di essere responsabile di violenze inaccettabili. (Leggi QUI l’articolo di Valerio Petrano)
Lo stesso giorno viene assassinato un noto ambientalista in Amazzonia, Paul Sergiò, che si batteva per i diritti delle popolazioni indigene. Il suo avvocato ha accusato gli agenti locali della Polizia Federale di essere coinvolti, forse loro stessi gli assassini.
Come spesso accade in questi casi i leader politici assicurano che si farà giustizia, che ci sarà un’indagine, che si accerteranno i responsabili, ma queste parole non convincono più. Non basta perseguire i responsabili materiali di queste morti, non sono si possono derubricare a morti collaterali, non sono morti per mani di pochi cattivi.
Qui c’è un intero sistema che è malato e coloro che occupano posizioni di potere e decisionali, democraticamente eletti, se non sapranno sottrarsi alla dittatura del sistema potrebbero essere considerati collusi e corresponsabili.
La velocità della circolazione delle notizie ci sta permettendo di mettere insieme fatti che apparentemente non sembrano avere una radice comune che invece hanno: l’enorme ricchezza concentrata nelle mani di pochissimi (studio Oxfam: 1% dei più ricchi possiede più del 99%), per lo più maschi bianchi attempati, e l’ insopportabile e ingiusta disuguaglianza sulla quale si fonda questa ricchezza. È globale la presa di coscienza.
“Gli adulti ci hanno deluso”, conclude il giovane dal palco “tutto questo ora è nelle nostre mani e se gli eletti ci ostacoleranno sulla via del cambiamento, li cacceremo e li rimpiazzeremo noi stessi. Enough is enough!”
Oggi ho un grande speranza: questa generazione non arretrerà e noi donne con loro.
Roberta Trucco
Chi siamo Il gruppo Molecole è un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, scoprire e dialogare con altre molecole positive e provare a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento. Nasce agli inizi del 2016 a Casanova Staffora, dall’esigenza di supportare le persone nell’esplicazione delle proprie potenzialità e successivamente costruire processi di associazione e interazione, poiché ogni molecola, aggregandosi, potrebbe generare un corpo finito ed operante, una parte viva e attiva della società, diventando elemento di speranza e di pressione.
Il gruppo si riunisce ogni due mesi presso la sede di Ce.L.I.T. a Santa Margherita di Staffora (provincia di Pavia) ed è aperto a contributi e collegamenti con altre esperienze analoghe.
Sono state le proiezioni di ‘9/11’, il film con Charlie Sheen e Whoopi Goldberg che narra i tragici eventi dell’11 settembre da un punto di vista inedito, e quella del film ungherese “Sing” ad aprire ieri sera – venerdì 16 marzo 2018 – al Cinepark Apollo il Ferrara Film Festival, terza edizione della rassegna di anteprime cinematografiche internazionali, ma anche di incontri tra professionisti del cinema e di confronti con le realtà produttive e artistiche. In mattinata gli organizzatori hanno presentato l’evento, organizzato dalla società Perpetuus con il patrocinio del Comune di Ferrara.
Ferrara Film Festival 2018, selfie dei protagonisti Massimo Zeri, Martin Guigui, Maximilian Law, Giorgio Ferroni e Giovanni Moriconi
Alla conferenza stampa ospitata nella sala dell’Arengo del Municipio di Ferrara il direttore della manifestazione Maximilian Law ha spiegato come è nata l’iniziativa.
Ferrara Film Festival, pubblico al cinema Apollo, 16 marzo 2018 (foto Valerio Pazzi)
“Da Los Angeles, che è la città del cinema dove vivo e lavoro – ha detto Law – cinque anni fa ho avuto una visione, quella di portare un pezzo di Hollywood nella mia città natale, Ferrara, dove da bambino è iniziata la passione e l’ossessione per fare cinema. Grazie alle istituzioni di Ferrara ho potuto così dare l’opportunità a film-maker provenienti da tutto il mondo di mostrare i loro lavori in questa meravigliosa città”. Sono quindi intervenuti il vicedirettore del festival Giorgio Ferroni, l’assessora comunale alla Pubblica istruzione Cristina Corazzari, il regista del film di apertura Martin Guigui, il direttore tecnico che si occupa delle relazioni con Oriente Giovanni Moriconi, il presidente del Comitato provinciale Unicef Gianni Cerioli, il direttore della fotografia Massimo Zeri.
Ferrara Film Festival 2018: vice direttore Giorgio Ferroni, assessora Cristina Corazzari e direttore Maximilian Law (foto Valerio Pazzi)
Ferrara Film Festival porta a Ferrara 27 anteprime cinematografiche con proiezioni dal 16 al 24 marzo 2018 al cinepark Apollo (piazza Carbone 32, Ferrara) con ingresso a pagamento con questo calendario: venerdì 16 (ore 20), lunedì 19 (ore 20 e 22.30), martedì 20 (ore 20 e 22.30), mercoledì 21 (ore 20 e 22.30), giovedì 22 (ore 17.30 e 20), venerdì 23 (ore 17.30 e 20) e sabato 24 marzo 2018 (ore 16, 17.30 e 20). Domenica 25 marzo alle 18 le premiazioni in sala Estense (piazza Municipio 14) con ingresso libero per assistere alla consegna dei tredici Dragoni d’oro che verranno alle diverse categorie filmiche in gara.
Ferrara Film Festival 2018: presentazione in Municipio, 16 marzo 2018 (foto Valerio Pazzi)
Ferrara Film Festival 2018: selfie dei protagonisti e organizzatori (foto Valerio Pazzi)
Ferrara Film Festival 2018: Giorgio Ferroni, Gianni Cerioli, Maximilian Law, Martin Guigui (foto Valerio Pazzi)
Ferrara Film Festival 2018: Maximilian Law, Martin Guigui, Giovanni Moriconi, Massimo Zeri (foto Valerio Pazzi)
Da Valerio Petrano, collaboratore residente in Brasile
Mercoledì 14 marzo è stata assassinata a Rio de Janeiro la consigliera comunale Marielle Franco, assieme al suo autista Anderson Perdo Gomes. Al momento non si hanno certezze su chi sia il mandante, ma è molto probabile che le ragioni siano l’impegno da attivista di Marielle e le proteste portate avanti su tutto il territorio.
Alle 21.30 del 14 marzo (ora locale), mentre Marielle Franco, consigliera comunale di Rio de Janeiro, tornava da una manifestazione a favore dei diritti delle donne di colore, una macchina si è accostata alla sua in zona Estácio, in pieno centro, e dal suo interno sono partiti una pioggia di proiettili in direzione di Marielle, rimasta uccisa sul posto insieme al suo autista.
L’assassinio ha subito suscitato reazioni nelle diverse istituzioni: dal presidente Tamer e l’ex presidente Lula sono venute immediatamente condanne per l’accaduto. Human Rights Watch ha commentato l’accaduto parlando di “Impunità che esiste in Rio de Janeiro” e “sistema di sicurezza fallito”. Amnesty International ha invocato un’inchiesta. Le parole dell’ex presidente Luiz Inácio Lula Da Silva sono un misto fra cordoglio e denuncia, adombrando che possano essere state le forze dell’ordine stesse a orchestrare l’assassinio: “Se foi a polícia fica muito mais fácil descobrir” (se è stata la polizia sarà ancora più facile scoprirlo). Marielle aveva denunciato sui social network l’azione della polizia nella favela di Acari. Le indagini verranno portate avanti dalla polizia provinciale che, inusualmente, ha rifiutato l’aiuto della polizia federale offerto dal presidente Tamer, rimanendo gli unici ad investigare su un delitto che vede proprio la polizia provinciale fra i sospettati.
Marielle Franco
Marielle Franco, 38 anni, ha da sempre militato come attivista. Nata in una favela di Rio è cresciuta a contatto con la violazione dei diritti umani portata dalla miseria e dalla violenza delle forze dell’ordine. Sensibile ai temi della violenza sulle donne, soprattutto se in condizioni di povertà, molto spesso donne di colore, degli abusi della polizia e della precarietà della vita nelle favelas. Dal 2006 era impegnata in politica e dal 2016 era consigliera comunale per il gruppo ‘Mudar è possível’ (Psol e Pcb), il quinto candidato più votato. Il suo schieramento da tempo porta avanti inchieste contro la corruzione nelle istituzioni.
L’Onu aveva provato a mettere in allarme le autorità brasiliane su minacce di morte indirizzate a diciasette attivisti, tra cui Marielle, senza però ricevere alcuna risposta.
In queste ore si sta indagando sulla possibilità che ci fosse una seconda macchina di copertura, appostata per due ore sotto casa di Marielle. La polizia è stata in grado di identificare la targa dell’auto. Al momento non ci sono altre notizie rilevanti riguardo le indagini.
Esther Kinsky è l’autrice del romanzo ‘Hain’, ambientato anche a Ferrara e Comacchio, che sta avendo un’eco straordinaria fra i critici di lingua tedesca: tanto che, notizia di ieri, è stata insignita dell’importantissimo Deutscher Buchpreis 2018 (Premio di Letteratura tedesca 2018). Il testo sarà prossimamente disponibile anche in italiano. Pochi giorni fa, anche grazie al legame che sente con la città e il territorio estense, fra terra e acqua, ha accettato di rispondere ad alcune domande per Ferraraitalia.
E’ difficile definire il suo libro dal punto di vista letterario. E’ un romanzo, un libro di viaggi, un diario o un volume di racconti? Lei stessa lo definisce, nel sottotitolo, un “Geländeroman”. Come dobbiamo interpretare questa definizione e come possiamo tradurla in italiano, forse come romanzo del paesaggio’?
In tedesco potrei definire chiaramente la differenza tra Landschaft, paesaggio, e Gelände, terreno. Gelände è una parola più aperta, con più significati e forse potremmo renderla meglio con il termine luogo, ma ciò di cui sto realmente parlando è la lettura, l’interpretazione soggettiva di un luogo, che conserva tracce di qualcosa che è successo. In francese c’è l’espressione ‘recit‘ che, così come Gelände rispetto a paesaggio, è un termine più aperto. Per quanto riguarda il genere letterario, ogni volta che leggo la traduzione ‘romanzo’, tutto in me si ribella, anche se queste sono solo convenzioni.
Però bisogna ammettere che nelle tre parti in cui è diviso il libro viene raccontata un’unica storia che le comprende tutte e tre, si tratta quindi di un unico percorso, pur con sentieri e deviazioni, che si snoda attraverso i temi di perdita e lutto. Questo giustifica questa definizione di genere.
Sicuramente non è un diario e non sono neanche racconti. Piuttosto direi che nel libro ci sono temi fondamentali, strettamente uniti nelle loro motivazioni profonde più che in avvenimenti precisi. Gli uccelli, come l’airone per esempio, giocano un ruolo importante, e infatti il tema degli uccelli si dipana attraverso tutto il libro, così come quello delle necropoli.
Anche il titolo tedesco, ‘Hain’, non è facile da tradurre in italiano. Nei vocabolari troviamo il termine “boschetto”, ma questa parola esprime davvero il senso del tedesco Hain? Come mai ha scelto questo titolo, che fa pensare molto più al romanticismo che al neorealismo? Hain è una parola antica, che non definisce soltanto un piccolo bosco, ma che richiama un’atmosfera legata a miti e rituali del passato.
Il libro ha come motto principale una citazione della ‘Grammatica filosofica’ di Wittgenstein, che esprime meravigliosamente il mio tema della lettura del mondo attraverso i suoi segni visibili, ed in questo tema si si infiltrano sicuramente associazioni con il romanticismo, le cui tracce mi interessano sempre.
Parlare di romanticismo tedesco crea sempre molta confusione, perché l’appropriazione borghese e reazionaria di questo termine, e la sua volgarizzazione, hanno sempre gettato una pessima fama su molti aspetti che sono invece rivoluzionari.
La traduzione “boschetto” mi piace però, anche perché la scena centrale della seconda parte del libro, la scoperta di piccoli uccelli morti, si svolge proprio in un boschetto. Nel mio immaginario in queste scene il boschetto di oggi si trasforma lentamente in quello antico, anche se forse non riesco a esprimere bene a parole questo concetto. Comunque per me non sussiste nessuna reale contraddizione tra romanticismo e neo-realismo.
In tutti i suoi libri, soprattutto nelle poesie, al centro dell’attenzione sono luoghi dimenticati e perduti. In poche parole: sembra che non le interessino i tramonti lirici, ma molto di più le atmosfere brumose. Ma, soprattutto, lei ha un occhio particolarmente attento ai cespugli ai bordi dei fiumi o delle ferrovie, alle zone industriali, in breve agli angoli ‘sporchi’, ai luoghi “con cui nessuno vuole avere niente a che fare”, per dirla con le sue stesse parole. E’ giusta questa interpretazione?
Sì, mi interessa molto di più ciò che è ai margini, rispetto al centro. Nelle città di oggi, con i loro centri supercontrollati e snaturati da una pesante massificazione tesa solo al profitto, si è sviluppata una dinamica per cui tutte le cose più interessanti sono state spinte verso le periferie, per questo i margini sono più interessanti del centro.
Io sono nata sulle rive di un fiume e i margini mi hanno sempre interessata, perché il fiume stesso è definito dai suoi argini, dai suoi limiti; attraverso la discontinuità dei suoi margini, lo specchio d’acqua diminuisce, aumenta, si libera, divora lo spazio; questa è una dinamica che sfida il controllo.
A me interessano luoghi che contengano tracce, come ho già accennato, ma che sviluppino anche una propria, peculiare vita. Direi che questo è il punto fondamentale.
Uno dei termini più importanti per me è diventato Gestörte Gelände, terreni disturbati, un termine mutuato dalla storia naturale, che definisce così quei terreni che sono stati sovrasfruttati dall’uomo, che presentano tracce di interferenze umane, ma che tuttavia lottano contro queste tracce, sviluppando una flora ed una fauna del tutto peculiari.
Naturalmente spesso accade che i terreni abbandonati siano anche l’unico rifugio rimasto a quelle persone per cui è andato perduto il diritto a un proprio, legittimo spazio.
Mi riferisco per esempio a un boschetto a est di Budapest dove si sono rifugiati i senzatetto, ma anche agli insediamenti provvisori dei Rom intorno alle grandi città, ai molti che sono senza più patria: non parlo solo dei senza tetto, perché l’essere senza patria è uno stato di emarginazione in sé e questo è quello che mi interessa.
I tre capitoli del libro prendono il nome da luoghi italiani: Olevano, nella provincia laziale; Chiavenna, nel Nord della Lombardia, direttamente al confine con la Svizzera; e Comacchio, nel Delta del Po a est di Ferrara. Cosa lega questi tre luoghi?
Sono tutti luoghi che svolgono un ruolo determinante in ogni rispettiva parte del libro. Olevano è la scena dominante nella prima parte, nella seconda Chiavenna è il punto di partenza dei ricordi, per questo volevo che fosse una città di confine. Comacchio è invece un luogo che non si sa se appartenga alla terra o all’acqua, uno stato di indefinizione per me essenziale nell’ultima parte.
Il luogo più significativo in realtà è Spina, che si trova nella prima parte, ma non volevo dirlo chiaramente perché si tratta di una necropoli e avrebbe dato a tutto il libro un’atmosfera completamente diversa.
Una parte del suo libro è dedicata anche a Ferrara e in una frase lei afferma che: “Ferrara non si fa capire troppo facilmente”. Perché per lei Ferrara è una città che non si fa capire facilmente?
Ferrara è per me una città piena di misteri, ha qualcosa quasi di ottomano, si ha la sensazione che dietro queste facciate si dispieghino mondi che a coloro che passeggiano per le strade rimangono completamente nascosti.
Quando passeggiavo per le strade di Ferrara, mi venivano in mente i film di Satyait Ray, quegli sguardi dalle finestre piccole, strette e perfino sbarrate che davano sulla strada, mi immaginavo addirittura che le persone guardassero me in questo modo, che mi vedessero come ‘la straniera’ che passava nel vicolo. È una città dai confini netti dentro e fuori, esattamente come nei film di Ray, dove tutto ciò che è esterno è straniero.
Sicuramente il mio sguardo sulla città è stato condizionato da ‘Il giardino dei Finzi Contini’, il romanzo di Giorgio Bassani, che è un libro pieno di misteri, ma devo anche dire che mi ha sempre interessata il fatto che Ferrara fosse la città italiana che a Goethe non era mai piaciuta. Si ha quasi la sensazione che nel suo ‘Viaggio in Italia’, Goethe avesse paura di Ferrara, naturalmente non lo ha mai ammesso, ma è tuttavia incredibile come egli si sia espresso contro questa città. Io credo che non l’abbia capita.
E spesso ho la sensazione che la gente del Nord Europa abbia bisogno, quando visita la Bassa Padana, dei tesori artistici e del significato culturale dei luoghi per riuscire a entrare in relazione con loro, mentre ha poco amore per questo paesaggio spesso nebbioso e nordico, con la malinconia della pianura che circonda Ferrara, mentre è proprio per questo che trovo questa città così affascinante, anche se dovrò visitarla ancora tante volte prima di riuscire a farle rivelare tutti i suoi segreti.
Ma va bene così, niente batte la curiosità insoddisfatta.
Nel capitolo che riguarda Spina lei scrive che qui ci si trova di fronte ad un “paesaggio, o all’assenza di un paesaggio”. Può spiegarci?
L’area intorno a Spina, questa terra strappata all’acqua, al Delta del Po, è fortemente segnata dall’intervento dell’uomo. Tutto ha qualcosa di molto funzionale, quasi brutale. Tutto il terreno è sfruttato, ma si percepisce che qui c’era qualcosa di originariamente diverso. Come un altro elemento. Quest’area non è ancora un ‘paesaggio’, direi, ma è sicuramente ‘un luogo’. Credo che a volte si perda troppo tempo a cancellare i segni del passato, mentre parallelamente se ne inseguono le tracce attraverso la meticolosa ricerca dei reperti archeologici. Questa, per lo meno, è la mia sensazione.
L’opera di Giorgio Bassani è citata più volte nel suo libro. Lei cerca, come tutti i turisti che si interessano di letteratura, il famoso giardino dei Finzi Contini e, come tutti gli altri, non lo trova. ‘L’airone’ assume addirittura un ruolo centrale nella sua esplorazione del Delta. L’opera di Bassani è significativa anche per il suo modo di scrivere?
Io ammiro la scrittura di Giorgio Bassani: ha una tale sintonia con la gente, una tale comprensione per i dilemmi umani che mi coinvolge sempre. Al tempo stesso i suoi sono anche romanzi e racconti storici: nessun trattato sul giudaismo tra le due guerre mondiali mi ha insegnato tanto quanto ‘Il Giardino dei Finzi Contini’ e nessun saggio sul dopoguerra in Italia tanto quanto ‘L’airone’ di Bassani.
Per me ‘L’airone’ è forse il testo più importante di Bassani, perché sono gli elementi che colpiscono i sensi a dominare la scena: i colori del cielo, l’odore dell’aria, è tutto un mondo di sensazione e ricordo, un dramma straordinario che si svolge contemporaneamente nei pensieri e nel corpo.
Come lettrice ho quasi la percezione che tutto il Delta del Po scorra dentro di me, che la lettura stessa si impadronisca di me ogni volta, ancora e ancora.
Questo mi fa sentire in sintonia con Bassani, ogni volta è così, ma io ho uno stile di scrittura molto diverso e inoltre ho letto i suoi libri nella traduzione tedesca, con solo occasionali digressioni nell’originale, quindi non possiamo parlare di influenza diretta.
Ma di grande ammirazione sì, in ogni caso.
Si ringrazia Emilia Sonni per la traduzione dell’intervista
“E fai l’estetista e fai il laureato
E fai il caso umano, il pubblico in studio
Fai il cuoco stellato e fai l’influencer
E fai il cantautore ma fai soldi col poker
Perché lo fai?”
Così cantano gli Stato Sociale, band bolognese ‘rivelazione’ – come si dice spesso – di questo Sanremo 2018, un po’ per la loro musica un po’ per le loro esibizioni, fra denuncia sociale e ‘vecchie’ che ballano. Rivelazione per il grande pubblico televisivo della kermesse, ma non per occhi e soprattutto orecchie più esperti: quelli della KeepOn LIVE Parade, la classifica – mensile e annuale – di qualità relativa alla musica del vivo scelta e votata dai gestori e direttori artistici dei live club che aderiscono al Circuito KeepOn LIVE.
Nulla di nuovo: l’edizione del 2000 ha visto per esempio in gara Subsonica, approdati sul palco dell’Ariston direttamente nei big grazie a un numero esorbitante di live accumulati durante il loro tour. È capitato anche con i Perturbazione e i Marta sui tubi. Il secondo posto de Lo Stato Sociale, in gara tra i big dopo anni di gavetta e con i numeri dei palazzetti sold out dalla loro, è stato un piccolo grande successo per quella musica che nasce nei club, che si costruisce di data in data per tutta la penisola, spesso senza avere alle spalle network radiofonici e/o talent. Quella musica per la quale lo staff di KeepOn LIVE, il primo circuito nazionale che promuove e sostiene la cultura della musica italiana originale dal vivo, non passa ‘Una vita in vacanza’.
289 club aderenti al circuito, 605 concerti settimanali con 1378 artisti coinvolti e un totale di pubblico di sei milioni e mezzo di persone. A questi numeri vanno poi aggiunti quelli dei festival: 60 rassegne in 15 regioni da Nord a Sud, con 890.000 presenze, 2.892 musicisti, 504 tecnici e 3.983 figure retribuite. Questi gli highlights del 2016 (quelli del 2017 saranno disponibili a giugno – ndr): cifre di tutto rispetto che confermano quanto ci sia “voglia da parte delle persone di tornare a conoscersi dal vivo e provare esperienze. La sfida è spostare questa curiosità in modo diffuso anche ai locali ed eventi medio piccoli, mentre spesso rimane appannaggio dei grossi eventi”. A parlare è Federico Rasetti, ferrarese, direttore di KeepOn LIVE.
Federico Rasetti
Federico, cos’è KeepOn?
KeepOn è un progetto sociale nato tredici anni fa per sostenere la musica dal vivo partendo dalle fondamenta, i palchi dove le band si esibiscono, spesso ancora prima di incidere un disco. Con la crisi del disco, la digitalizzazione e la smaterializzazione della musica, il palco rimane una delle fonti di introito più importanti per gli artisti, ma al di là di questo il palcoscenico di fatto è il luogo dove l’artista espone le sue opere ed esercita – attraverso la musica – un diritto umano che tutti abbiamo, quello di espressione. Ecco perché la musica live originale va tutelata.
KeepOn riunisce e rappresenta i locali e i festival dove si programma prevalentemente musica dal vivo italiana originale, dagli artisti più famosi alle band emergenti, anzi, per queste ultime le attività del circuito hanno ha ancora più valore perché è esibendosi nei live club che fanno la famosa ‘gavetta’. Se togliamo i piccoli locali dove i musicisti si esprimono e possono crescere andiamo a tagliare le gambe a una grossa fetta di creatività e di espressione. Basta pensare a quanto le esibizioni nei locali sono state un percorso tipico dei cantautori e band italiane: da Guccini a De Gregori fino a Levante, Calcutta e gli Afterhours.
Un locale come può aderire al vostro circuito?
I criteri fondamentali per poter aderire a KeepOn sono: dare maggior spazio possibile alla musica live originale, avere un palco e un impianto audio residenti. L’obiettivo è diventare da settembre una vera e propria associazione di categoria. A oggi siamo un circuito inclusivo, ma qualificante, perché se a un locale manca uno dei criteri di adesione facciamo il possibile per aiutarlo a migliorarsi e poter entrare, per esempio li aiutiamo ottenere impianti a prezzi convenzionati attraverso sponsorship con i nostri partner tecnici. Offriamo loro anche rappresentanza europea, facendo parte di una associazione di circuiti simili: Live DMA, che riunisce 17 circuiti nazionali in 13 paesi per un totale di circa 2.500 locali e festival.
Come avviene concretamente questo sostegno? E perché avete deciso di aderire alla rete DocServizi?
La mission di KeepOn è sostenere e aiutare i locali piuttosto che i singoli artisti perché è difficile far suonare gli artisti se non si hanno sale dove farli esibire. Paragonando la musica originale ai film d’autore, è un pò come se cercassimo di aiutare dei cinema d’essai. Agiamo quindi su due livelli per aiutare i gestori, che di fatto sono veri e propri imprenditori culturali che si assumono un rischio programmando musica originale piuttosto che cover band o dj set (anche questi in realtà in crisi).
Da una parte interpretiamo un ruolo di rappresentanza istituzionale, facendo azione ‘lobbistica’, massa critica, nei confronti delle istituzioni locali e nazionali, ma anche a livello europeo tramite Live DMA. Dall’altra parte – e questo ci differenzia rispetto agli altri circuiti europei, è la nostra specificità – agiamo sul versante privato per attivare e facilitare collaborazioni, sponsorship, convenzioni.
Creiamo poi occasioni di formazione e networking, come al KeepOn LIVE Club Fest, un vero e proprio meeting di settore dove tutti i professionisti Italiani – e anche europei – della musica dal vivo si riuniscono insieme a Live Club e Festival per eventi di formazione, scambio buone pratiche e incontro di domanda/offerta fra agenzie di booking e promoter locali.
Inoltre aiutiamo i gestori sul lato della promozione: abbiamo una rivista, KeepOn Magazine, e la Live Parade, la classifica mensile curata dai direttori artistici che ogni mese segnalano la migliore band, la migliore nuova band e il miglior performer che hanno ospitato sui loro palchi. E’ una classifica importantissima e le majors così come le etichette indipendenti cominciano ad accorgersene: c’è una giuria ampia e qualificata che giudica non un disco, ma l’impatto delle performances dal vivo. Brunori, Afterhours, Calcutta, The Giornalisti, solo per farti alcuni esempi erano tutti stati segnalati nella nostra live parade prima di diventare famosi.
Per quanto riguarda Doc Servizi: è il giusto ambiente per regolarizzare contratti e servizi e garantire così la legalità nel settore, inoltre offre una rete molto ampia di contatti. Entrando nella rete di Doc abbiamo avuto l’opportunità di elevare il valore di tutto il Circuito e iniziare a lavorare per promuovere i concetti di legalità e lavoro in regola in tutta la penisola. Il lavoro nero è una grossa piaga in questo settore, l’obiettivo di Doc è contrastarlo per portare più sicurezza sopra e attorno ai palchi, oltre a creare la consapevolezza che vivere e lavorare di musica è possibile e lo si può fare con tutte le tutele di qualsiasi altra professione.
E tu Federico come sei arrivato a KeepOn?
Da appassionato di musica, mentre frequentavo l’università, ho iniziato a lavorare il commesso in un negozio di strumenti. E’ partito tutta da lì fra i clienti c’era il titolare di un’azienda di webmarketing presso la quale, successivamente, iniziai a fare uno stage. Quando mi riconobbe mi volle conoscere meglio e scoprii che era un musicista jazz e titolare anche di un’agenzia di booking: mi propose di organizzare i concerti della sua band. Lì imparai a fare l’agente booking e decisi di buttarmi completamente in questo mondo. Iniziai a collaborare con le realtà culturali di Ferrara come Arci, Ferrara Sotto Le Stelle e il Festival di Internazionale e frequentai un corso a Roma in produzione discografica e organizzazione eventi live al seguito del quale fondai un’agenzia di booking dedicata agli artisti emergenti e dove conobbi Piotta – una persona di un’intelligenza fuori dal comune – che aveva bisogno di qualcuno che gli curasse i live ed iniziai così a lavorare con molte altre band come Africa Unite, Perturbazione, Linea 77, Cisco e molti altri. Nel frattempo fondai una mia agenzia dedicata agli artisti emergenti e continuai a curare le competenze in marketing e comunicazione con un master e un successivo lavoro presso una grossa compagnia di assicurazioni e banking con sede a Bologna. Grazie ad un contatto della mia agenzia conobbi KeepOn che in quel momento cercava una risorsa che tenesse i rapporti con tutti i locali italiani: ci siamo sposati e non ci siamo più lasciati. In questa realtà per la prima volta ho avuto l’opportunità di unire passione per la musica, sull’organizzazione di eventi e competenze più ‘aziendali’, come per esempio sul versante del marketing e delle sponsorship.
So che con DocServizi sei dietro le quinte anche di Internazionale a Ferrara…
Mi occupo della direzione del personale: in poche parole seleziono formo e coordino il personale di staff – tranne i professionisti della produzione, tecnici ed elettricisti – circa 120 persone. E’ un lavoro e un team che adoro!
Torniamo a KeepOn e ai locali live. Quali sono a vostro avviso i problemi principali di questo settore?
Le problematiche più sentite che ci riferiscono locali e Festival sono tre.
La prima riguarda la riconoscibilità dei locali di musica dal vivo: spesso i Live Club vengono scambiati per pub comuni perché fanno somministrazione di bevande e cibo e non vengono riconosciuti come luoghi di cultura per questa parte commerciale del loro lavoro. Il fatto è che proprio questa fonte di introiti rende sostenibile il loro programmare band di musica dal vivo originale, che comporta per altro diverse spese, dalla Siae all’Enpals, al giusto compenso per musicisti e tecnici audio e di palco. Stiamo lavorando molto su questa percezione errata, soprattutto per farla capire agli Enti locali perché agevolino questi locali che non sono discoteche, ma luoghi dove c’è inclusione e aggregazione sociale, dove si fa cultura, luoghi di espressione e scambio di idee.
La seconda, che in parte deriva da quanto ti ho appena detto, riguarda proprio i rapporti con gli enti locali per quanto riguarda permessi, regolamenti ed altri aspetti. Proprio perché a volte non c’è una conoscenza vera e propria del settore musicale e delle tipicità che ha. KeepOn si affianca ai gestori per far capire all’ente locale che c’è una rete, a livello nazionale ed europeo, per fare massa critica, come ti dicevo prima.
Il terzo, sul quale ci stiamo interrogando molto anche a livello europeo, riguarda il ricambio generazionale: si fa fatica a capire i trend che hanno, per esempio, i millennials, il target 18-25, e quindi diventa difficile capire che programmazione fare per andare incontro ai loro gusti. Quelli della mia età, che hanno più di 30 anni, vanno meno ai live: lavoro, famiglia, si arriva spesso troppo stanchi per andare ai concerti, che iniziano sempre più tardi. Nonostante questo, sembra che la fascia 25-35 sia ancora lo zoccolo duro, perché rappresenta la maggior parte del pubblico dei locali e dei festival.
Federico, so che ti metto in una posizione scomoda e me ne assumo tutta la responsabilità: ci puoi fare una sorta di play list dei locali del vostro circuito? Quali sono?
La programmazione dei nostri locali è molto varia: escludendo il punk, il jazz e il dj set, per il resto trovi tutto. Una buona notizia per l’Emilia Romagna: è la regione con più club aderenti al circuito.
La domanda su quali locali mettere in play list è effettivamente scomoda – scherza Federico – per quanto riguarda Ferrara, c’è il Black Star, nella zona di San Giorgio, mentre come festival non posso non menzionare naturalmente Ferrara sotto le stelle. Se poi vogliamo citarne solo alcuni fra i tanti aderenti da Nord a Sud, partendo da quelli più vicini: in regione, a Bologna, c’è il Locomotiv, mentre a Este c’è l’I’m Lab. A Torino il Cap10100, ora chiuso, col quale grazie a KeepOn stiamo facilitando i rapporti col Comune; La Latteria Molloy e il Festival Albori a Brescia; il Magnolia e l’Ohibò a Milano; il Karemaski ad Arezzo; il Lanificio 159, Na’Cosetta, L’Asino che vola e il Monk a Roma; l’Hart a Napoli; l’Off a Lamezia Terme; il Morgana a Benevento e I Candelai a Palermo.
Sul nostro sito comunque si può trovare l’elenco completo, per tutti i gusti e le provenienze.
A Ferrara la bicicletta non è un mezzo per spostarsi da un posto all’altro, è uno stile di vita, si potrebbe quasi dire: dimmi come pedali e ti dirò chi sei… un ferrarese!
Ferrara in tutto il mondo è ‘la città delle biciclette’, ma forse non tutti sanno che la città del Rinascimento vanta anche un altro primato su due ruote: la si potrebbe chiamare anche la città del Giro d’Italia.
Ferrara, infatti, ha ospitato il primo arrivo di una tappa a cronometro nella secolare storia della corsa rosa. Correva l’anno 1933, il giorno erra il 22 maggio, 13esima tappa da Bologna a Ferrara a cronometro individuale. Un anniversario importante, se consideriamo che quella leggendaria frazione, celebrata dai grandi suiveurs, primo fra tutti Orio Vergani, vide primeggiare un grandissimo campione come Alfredo Binda, trionfatore quell’anno del suo 5° Giro d’Italia: un record che appartiene soltanto a 3 campionissimi: Binda, Fausto Coppi e Eddy Merckx.
Quest’anno Ferrara sarà di nuovo protagonista della 13esima tappa del Giro: non l’arrivo ma la partenza, il 18 maggio 2018.
Mentre ci si prepara per questo importante appuntamento ciclistico, questo weekend la città e il territorio sono stati invasi da due ruote d’altri tempi, grazie alla ciclostorica La Furiosa, da quest’anno all’interno del circuito Giro d’Italia d’Epoca. La Furiosa nasce dal desiderio di rivivere le emozioni, le sfide con se stessi tipiche del ciclismo dei tempi passati. Su strade secondarie, alcune bianche per sfidare non i compagni d’avventura ma se stessi e nel caso anche il tempo avverso, su biciclette che hanno fatto la storia del ciclismo degli anni passati attraversando le campagne degli Estensi. Il percorso di 60 chilometri porta alla scoperta del territorio e delle Delizie Estensi, antiche dimore estive della nobile famiglia ferrarese. Al ristoro speciali “integratori” vi aspettano: salame ferarese, salamina da taglio, affettati vari, torte di zucca e di asparago, formaggi, pane ferrarese il tutto accompagnato dal tipico vino della sabbie.
Ecco alcune immagini scattate dal nostro Valerio Pazzi (clicca sulle immagini per ingrandirle).
Ferrara città delle biciclette
Luciano Boccaccini, scrittore e speaker al Giro d’ Italia negli anni ’80 per La Gazzetta dello Sport, e Michela Moretti Girardengo, pronipote del grande campione
Partenza!
Ferrara città delle biciclette
Michela Moretti Girardengo e Michela Piccioni, vice presidente del Giro d’Italia d’Epoca
Tornando al pozzo non ebbero imprevisti. Il solo vero ostacolo fu una condizione fisica portata al limite, perché tutti e tre erano ormai stremati dal freddo e soprattutto dalla fame. Per tutta quella giornata passata sotto la montagna avevano potuto nutrirsi soltanto con una piccola razione di manioca dolce a testa, e questo stava minando la loro resistenza.
Il più provato era di certo Jacques Verdoux, la cui salute si assottigliava di ora in ora. Dal momento in cui il francese aveva rivelato la sua malattia, Sewell lo teneva d’occhio in maniera discreta ma costante ed era seriamente preoccupato, s’aspettava che l’amico potesse avere un crollo improvviso. E tuttavia si sforzava di non fargli pesare i suoi timori, anzi, non perdeva occasione di sdrammatizzare la situazione con la tacita complicità di Juan, che, senza farlo notare, si prodigava in ogni maniera per alleviare le fatiche del vecchio scienziato.
Durante il cammino, la parte più difficile fu superare il ripido dislivello nel quale era caduto lo scozzese. La corda che l’indio aveva saldamente fissato alla roccia in alto era lì ad attenderli.
Juan, con l’agilità di un gatto, fu il primo a salire. Una volta giunto sopra, issò l’equipaggiamento che gli altri due da sotto avevano imbracato. Toccò poi a Greenstone che con qualche impaccio riuscì comunque ad arrivare in cima. Per ultimo rimase Verdoux, per lui venne preparata un’imbracatura da assicurare alla vita e alle braccia, poi non restò che farsi sollevare di peso dai due compagni che, non senza difficoltà, alla fine lo tirarono su.
Quando i tre esploratori uscirono dalla grande breccia della parete rocciosa, nella gola le ombre della sera avevano ormai oscurato tutto quanto, obbligandoli a lasciare le lanterne accese. Ci volle un’altra mezzora per arrivare al pozzo. Proprio lì, un centinaio di iarde più su, Pedro li attendeva con una certa apprensione. Per tutto il giorno non aveva mai abbandonato la sua posizione accanto al verricello, aspettando un segnale dal basso che tardava ad arrivare.
Poi, all’improvviso, il segnale arrivò e la campanella fissata alla carrucola cominciò a tintinnare: fu Sewell a tirare la corda, annunciando a Pedro che erano finalmente tornati dall’escursione e attendevano di ricevere le provviste.
Greenstone agganciò alla fune un foglio di carta con le consegne per Pedro. Issata la corda, l’indio lo lesse attentamente eseguendo alla lettera tutte le istruzioni dello scozzese. Quando ebbe finito, se ne tornò alla tenda dove s’accinse a trascorrere il resto della nottata.
I compagni in fondo al pozzo s’addormentarono molto più tardi: nonostante la stanchezza generale, l’adrenalina accumulata a causa delle incredibili scoperte di quel giorno venne smaltita soltanto a notte fonda, dopodiché s’abbandonarono a un sonno pesante e senza sogni.
Il mattino seguente Juan, svegliatosi come sempre prima degli altri, sistemò arnesi ed equipaggiamento negli zaini e preparò le provviste per l’imminente ritorno in caverna. Greenstone aveva previsto di rimanere là sotto almeno un paio di giorni, tanto sarebbe bastato, secondo lo scozzese, per iniziare a perlustrare tutta la zona intorno al tempio. La cosa non rendeva felice il ragazzo, che avvertiva il lago sotterraneo come una sorta di minaccia incombente, non sapeva spiegarne la ragione, così pensò bene di tenersi quegli strani pensieri per sé.
Autodisciplina, buoni riflessi e un’intelligenza brillante facevano di Juan un aiutante efficiente e fidato. Nulla traspariva del suo stato d’animo, nemmeno nelle situazioni estreme perdeva il controllo e la freddezza che lo contraddistinguevano. Era un ragazzo forte e coraggioso, dalle indiscusse capacità e sempre pronto ad assolvere qualsiasi compito con diligenza e precisione. Proprio per questo, Greenstone lo apprezzava sempre di più e stava imparando a fidarsi dell’indio in modo quasi incondizionato. Nel tempo, la condivisione di tante avventure e pericoli di ogni genere avrebbe trasformato Sewell e Juan in due inseparabili compagni di viaggio. Quello che era nato come un semplice rapporto di lavoro tra un padrone e il suo aiutante sarebbe diventato un profondo legame d’amicizia. Un’amicizia reciproca e sincera, anche se, all’apparenza, nessuno dei due manifestò mai l’intenzione d’abbandonare il ruolo che si era dato dal giorno del loro primo incontro.
Quella mattina, tuttavia, accadde un fatto che segnò in modo determinante il resto della missione.
L’orologio di Sewell faceva le nove e cinque, e lui e i suoi due compagni erano pronti a incamminarsi nella gola per il ritorno in caverna. Ognuno di loro si caricò sulle spalle il proprio fardello costituito dallo zaino e dal resto delle attrezzature necessarie per il nuovo bivacco.
All’improvviso Jacques Verdoux urlò. Sewell e Juan si girarono e lo videro cadere in ginocchio in una smorfia di dolore e accasciarsi a terra su un fianco.
In un attimo Sewell gli fu sopra, «Che è successo Jacques?… Cosa avete?»
Il francese aveva gli occhi sbarrati, con lo sguardo supplicava aiuto ma non riusciva ad articolare nessuna parola. Poi con uno sforzo disperato sussurrò: «Vi prego Jo…Joseph, aiuta…temi, toglietelo… mon Dieu… vi prego toglietelo!»
Sewell intuì qualcosa e immediatamente liberò il paleontologo dello zaino, poi, aiutato da Juan, gli tolse il pastrano e la camicia.
In quell’istante vide la causa della disperazione dell’amico: un enorme chilopode era penetrato nella camicia attraverso la parte posteriore del colletto ed era rimasto schiacciato, probabilmente quando Verdoux si era sistemato lo zaino sulle spalle. Prima di morire però aveva affondato le forcipule nella carne del suo ospite, inoculando tutto il veleno che aveva.
Il biologo tolse la carcassa della bestiaccia dalla schiena del francese, poi si rivolse a Juan: «Maledizione! Juan non si parte più! Prepara un giaciglio e accendi un fuoco! Dobbiamo evitare che Jacques abbia un collasso… Nelle sue condizioni sarebbe fatale!»
Nell’arco di pochi minuti, le tossine del veleno sarebbero entrate nell’organismo dell’uomo, provocando i primi danni al sistema nervoso centrale, poi via via al sistema linfatico già minato dalla malattia.
Il francese fu cautamente adagiato su un giaciglio di fortuna accanto al fuoco. I sintomi cominciavano a comparire e si sommavano in modo preoccupante: Jacques era ormai in stato confusionale, la schiena era rigida, il collo e le braccia s’erano gonfiate mentre un esteso edema rossastro era comparso sulla schiena attorno al morso.
il morso
In genere, il veleno della scolopendra gigantea non è mortale per un essere umano, ma può recare danni permanenti come necrosi dei tessuti con conseguente infezione. Il morso poi era stato inferto in una parte del corpo relativamente vicina agli organi vitali, il che complicava non poco la situazione.
la testa della scolopendra e le forcipule velenose
Greenstone ordinò a Juan di farsi calare da Pedro la bottiglia di cachaca che si trovava nella tenda assieme alle altre provviste. Praticamente alcool puro che il capo villaggio aveva donato allo scozzese nel giorno del suo arrivo ad Auzangate.
Era la cosa che più si avvicinava a un disinfettante, e sarebbe servita proprio per sterilizzare la ferita qualora fosse diventata purulenta.
Nell’immediato si rese necessario tenere il francese al caldo, per questo fu messa a bollire dell’acqua che venne versata dentro alcuni otri in pelle. Gli otri furono poi sistemati attorno al corpo di Jacques che Sewell si premurò di avvolgere con un pesante panno di alpaca.
Era solo un espediente improvvisato ma servì allo scopo: Sewell sapeva che in quel momento il rischio maggiore era rappresentato dalla pressione del sangue che, per effetto del veleno, poteva alzarsi in modo incontrollato. Così pensò che l’unica misura per cercare di contrastare una simile eventualità era quella di alzare in qualche modo la temperatura corporea dell’amico.
Frattanto Jacques dava segnali di ripresa riacquistando di nuovo lucidità, con lo sguardo cercò lo scozzese e provò a parlare: «Joseph… ho sentito una fitta lancinante alla schiena… Un dolore mai provato! Ora mi sento bruciare tutto… Cosa m’è successo?»
«Siete stato morso Jacques…»
«Un serpente?»
«Nessun serpente! Ve l’ho detto Jacques, qua sotto non ci sono serpenti! Siete stato morso da una scolopendra!»
«Un centopiedi m’ha fatto questo?»
«Se volete chiamarlo così… Comunque un centopiedi corazzato lungo quasi un piede e mezzo, con due uncini da un pollice impregnati di un veleno molto potente… Direi di sì!»
Sewell fece qualche passo, si chinò e raccolse l’animale stecchito per mostrarlo a Jacques, «Eccolo! Che ve ne pare?»
«Mon Dieu! C’est horrible!» esclamò il francese inorridito.
Sewell non avrebbe voluto impressionare il povero Jacques, ma lo fece comunque. Faceva parte del suo carattere, amava la sua professione e si appassionava a qualsiasi creatura gli capitasse tra le mani, e più un animale appariva terrificante e pericoloso più ne era attratto. Se mai avesse potuto addomesticare i ragni, gli scorpioni e le scolopendre dell’Amazzonia, l’avrebbe fatto con entusiasmo.
«Non è orribile, è la natura che ci circonda!» Si sedette di fianco all’amico esternando il resto delle sue elucubrazioni: «Noi quaggiù siamo i veri intrusi, i mostri. Tutti gli esseri che ci circondano sono i figli naturali di quest’ambiente, vivono per riprodursi in armonico equilibrio gli uni con gli altri. Uccidono per mangiare o per non essere mangiati, perfettamente inseriti in un ciclo vitale che vede preda e predatore indissolubilmente legati l’una all’altro e viceversa.»
Jacques non smise di fissare l’animale morto nelle mani dello scozzese, probabilmente non l’ascoltava nemmeno. Sewell non sembrò accorgersene e proseguì: «Credo che questa scolopendra si sia nascosta nelle pieghe della vostra coperta durante la notte, è un predatore notturno… Poi stamane, durante i preparativi, ve la siete presa addosso! Purtroppo, schiacciandola, avete innescato la sua reazione di autodifesa…»
«Capisco… Joseph… ma… non mi sento più le mani… e nemmeno le gambe!», lo sguardo atterrito di Verdoux incrociò quello dell’amico, «Che mi sta succedendo? Ho freddo…»
Sewell gettò in terra la scolopendra morta e si avvicinò al francese, gli esaminò le mani e con delicatezza lo girò sul fianco per osservare la ferita. Gli arti di Verdoux si erano irrigiditi e sembravano rattrappiti. Sulla schiena i fori provocati dal morso della bestia s’erano allargati e, con ogni probabilità, di lì a poco avrebbero iniziato a suppurare. Con una pezzuola imbevuta di cachaca lo scozzese disinfettò accuratamente la ferita, dopodiché la bendò con una fasciatura pulita.
Jacques Verdoux iniziò a lamentarsi con insistenza, il dolore si era diffuso dalla schiena alle spalle e al collo, poi alle braccia e alle gambe, era un dolore paralizzante.
Il respiro si fece frequente e pesante. Era chiaro che stava peggiorando. Sewell gli prese il polso, i battiti erano accelerati e c’erano evidenti sintomi di una crisi in arrivo.
Purtroppo, almeno per il momento, non restava altro da fare che confidare nella tempra del francese. Sperando che il suo organismo potesse resistere in qualche maniera all’azione distruttiva del veleno. Si trattava però di un paziente già indebolito da una grave malattia e la speranza di Sewell che l’amico potesse cavarsela era ridotta al lumicino.
Verdoux tremava, aveva la vista offuscata ma manteneva una certa lucidità. Dopo qualche minuto di silenzio afferrò la mano dello scozzese, la presa era debole come la voce, «Joseph, vi avevo detto che non sarebbe stata la malattia ad abbattermi… ma qualche altra cosa…»
«Amico mio, so dove volete andare a parare, ma non lo sarà nemmeno una dannata scolopendra. Siatene certo!» Sewell cercò di convincere più se stesso che il compagno, «Su Jacques, cercate di stare tranquillo… Io e Juan ci prenderemo cura di voi finché non starete meglio. Siete in buone mani.»
«Lo so Joseph, ma sarei più tranquillo se non avessi questo dolore… Credetemi, è quasi insopportabile, toglie il respiro… Datemi la mia bottiglia per piacere!»
Sewell era indeciso, non sapeva se in quelle condizioni l’azione del laudano mescolato all’assenzio potesse creare più danno che beneficio. Alla fine scelse d’accontentare l’amico.
Jacques iniziò a bere l’assenzio a piccoli sorsi. Sewell volle fargli compagnia versandosi due dita di cachaca in un gotto, ma anche un bevitore esperto come lui dovette ammettere che quell’intruglio alcolico era veramente difficile da buttar giù.
Alla fine Jacques s’addormentò, il respiro era lento e profondo, Sewell gli controllò ancora il polso che stavolta batteva in modo regolare.
Poco più tardi la situazione del paziente parve stabilizzarsi. Probabilmente le proprietà oppiacee del laudano stavano dando i loro effetti regalandogli, anche se per un tempo limitato, un po’ di sollievo.
Sewell fissò la fiaschetta di cachaca che teneva in mano e si chiese come diavolo facevano i Chamboa brasiliani a bere quella roba infuocata come fosse acqua.
In quell’istante Juan si avvicinò, «Sir Joseph, sembra che Monsieur Verdoux stia un po’ meglio…»
«Adesso sì, poi vedremo… La battaglia che sta combattendo sarà lunga. Per oggi dovremo restare qua e occuparci del professore… sperando che possa farcela…»
«Sir Joseph, è appunto di questo che volevo parlarvi.» Fece una pausa, aspettando che lo scozzese focalizzasse tutta l’attenzione su di lui, «Vi chiedo il permesso di salire all’accampamento. Io e Pedro conosciamo delle erbe in grado di curare Monsieur Verdoux dagli effetti del veleno… Le possiamo trovare nella giungla, poi dovremo farle bollire e prepararle… Se tutto va bene questa sera potremo dare la medicina al professore, e domattina vedrete che starà meglio!»
Sewell lo guardò a lungo con un’espressione di finta disapprovazione, poi disse: «Juan, non finisci mai di stupirmi! Mi chiedevo che cosa mi sarei dovuto inventare perché queste ore d’attesa non mi facessero sentire inutile», fece un sospiro. «Ok, vai pure!»
Il ragazzo si congedò in fretta: prese con sé zaino, coltello e una borraccia, fece un cenno di saluto e s’avviò.
Sewell lo vide correre e sparire nella gola, si voltò verso l’amico addormentato e disse: «Caro collega, ora siamo rimasti solo voi ed io… Speriamo che il nostro Juan sappia il fatto suo!»
Jacques Verdoux si svegliò intorno a mezzogiorno.
Sewell stava scrivendo nuovi appunti sull’eccezionale ritrovamento del giorno prima quando sentì l’amico che riprese a lamentarsi. Il francese era pallido e madido di sudore, Sewell gli asciugò la fronte e s’accorse che aveva la febbre alta. Gli fece bere dell’acqua fresca e gli controllò la schiena: l’animale l’aveva morso tra le scapole, e proprio la parte superiore della schiena, fino alla nuca e le spalle, appariva sempre più gonfia e livida. I due fori provocati dall’affondo delle forcipule s’erano ulteriormente allargati lasciando intravedere la carne purulenta, da essi iniziava a fuoriuscire del pus giallo e denso, segno inequivocabile dell’incedere dell’infezione.
Sewell cercò di ripulire e disinfettare la ferita con i pochi mezzi che aveva a disposizione. Poi si rese conto che Jacques non avvertiva più alcun dolore, e la cosa lo preoccupò ulteriormente perché significava che il francese stava perdendo sensibilità. Si fece strada in lui il sospetto di un imminente processo necrotico dei tessuti colpiti dalle tossine.
Quel pomeriggio Sewell vegliò l’amico senza sosta, gli diede conforto nei brevi momenti di lucidità e si premurò di controllare costantemente che le sue condizioni non peggiorassero. Tuttavia le ore passavano e le speranze di salvare il francese si affievolivano sempre di più.
Era già buio quando Juan tornò.
Erano circa le sette di sera e Sewell lo vide arrivare dal fondo della gola tutto trafelato, portava lo zaino sulle spalle ed aveva il viso sporco d’erba e terra mescolate a sudore.
«Allora, hai la medicina?»
«Sì professore, ho tutto nello zaino!»
L’indio posò lo zaino a terra e tirò fuori due vasi di terracotta sigillati da un coperchio, uno lo porse allo scozzese, «Questo servirà come scorta, tenetelo voi Sir Joseph… potrebbe essere prezioso.»
Sewell l’afferrò senza minimamente immaginare cosa potesse contenere. Intanto Juan si mise subito all’opera: s’accovacciò a fianco del francese, aprì il secondo contenitore estraendovi un unguento arancione che applicò sulla ferita in grande quantità, infine coprì il tutto con un panno pulito. Quando ebbe finito si sfilò la borraccia che teneva a tracolla poggiandola sulla bocca di Jacques, che, mezzo assopito, iniziò lentamente a deglutirne il contenuto.
Juan e Sewell si guardarono negli occhi senza dire una parola, poi Jacques, quando ebbe finito di bere, tossì un paio di volte e si riaddormentò. Sewell l’osservava con attenzione e gli parve che avesse finalmente un’espressione serena, non tormentata come durante tutto quel lungo pomeriggio d’attesa. Intimamente temeva che potesse trattarsi solo di un’illusione dettata dalla speranza, ciononostante non gli rimase che aggrapparsi a quest’ultima.
E comunque, ora Jacques dormiva un sonno profondo, un sonno che si sarebbe protratto ininterrottamente fino all’indomani.
Sewell si voltò verso Juan, aveva ancora in mano il vaso di terracotta che l’indio gli aveva consegnato.
«Che cos’è?» chiese guardando il contenitore, «Juan, adesso raccontami cosa c’è qua dentro… Vorrei capire anch’io che roba è questa!»
Il ragazzo si sistemò accanto al fuoco, prese l’altro vaso e lo aprì.
«Sir Joseph, abbiamo cercato le piante che ci servivano nella foresta intorno alla radura e le abbiamo trovate tutte…» disse. «Sentite, l’odore è quello del camote!»
Sewell ne annusò il contenuto, «E’ vero! Sembrerebbe camote… Invece?»
«E’ una miscela di una dozzina di piante diverse… Ogni pianta ha una proprietà specifica. La combinazione di queste proprietà deve essere eseguita secondo un preciso rituale sciamanico. Noi ci siamo attenuti al rituale e abbiamo creato la cura per Monsieur Verdoux.»
«Stai parlando per enigmi Juan, io voglio sapere cosa c’è in questa miscela. Se la medicina dovesse rivelarsi efficace devo capire come posso riprodurla.»
«Professore, non potete… Solo uno sciamano può farlo!»
Sewell fissò il ragazzo con sorpresa, «E tu lo sei?»
«Sono un curandero!»
Juan comprendeva le perplessità dello scozzese e decise di spiegare con chiarezza ciò che fino a quel momento aveva soltanto accennato. «Ho appreso l’arte delle erbe quando vivevo alla missione, a Marquena. Ero ancora un bambino ma imparavo velocemente… C’era un vecchio guaritore nel villaggio, era lo sciamano e diceva che sarebbe morto presto. Mi scelse come suo apprendista e mi volle insegnare i suoi segreti. A me piaceva ascoltarlo e imparai molte cose… Ciò che diceva era vero, infatti poco tempo dopo morì.»
Greenstone fu affascinato dal racconto del ragazzo appena ventenne che gli stava di fronte, e intanto si domandava quali e quanti altri segreti gli avrebbe rivelato nei giorni a venire.
«Professore, io vi posso elencare le piante che ho usato… Ma la loro preparazione dovrete eseguirla voi stesso, e lo farete soltanto se sarete disposto ad accettarne il rituale. Io vi dirò come fare quando sarà il momento. Accettate?»
«Accetto!»
Per la prima volta Greenstone ebbe l’impressione di parlare con l’indio da pari a pari, senza le distanze dovute ai rispettivi ruoli. Questo non lo infastidì affatto, anzi, scoprì d’esserne lieto. Lieto di avere al suo fianco una persona di così grande affidabilità e inaspettatamente così interessante, ma soprattutto una persona che aveva imparato ad ammirare.
Juan, dal canto suo, ricambiava la stima dello scozzese dimostrandosi sempre fedele e rispettoso del suo ruolo, in fondo era stato assunto per eseguire degli ordini e gli andava bene così.
L’indio iniziò a elencare le piante che aveva raccolto, Sewell intanto aveva estratto un taccuino dal suo zaino e si mise a scrivere. La miscela di erbe era composta da parecchi estratti vegetali ricavati da piante, o meglio, da parti di esse, come radici, foglie e fiori. Avevano nomi che provenivano dalla lingua quechua, poi tradotta in spagnolo: maraka, choqueta, asmachilca, retania, cola de caballo, cachalagua, sanguinaria e soprattutto la guayacana. Nomi che per lo più suonavano sconosciuti alle orecchie di Greenstone, ma che le popolazioni locali ben conoscevano. Solo la valeriana e l’eucalipto gli erano familiari, ma erano anche i due ingredienti più marginali, poiché la loro funzione era calmante e tonificante, non curativa.
Sewell ne scrisse l’elenco specificando le proprietà terapeutiche per ognuna di esse. Riempì parecchie pagine di appunti, poi, resosi conto che per il momento Juan non gli avrebbe rivelato nulla riguardo la loro preparazione, ripose il taccuino tra le sue cose.
Più tardi, i due mangiucchiarono un po’ di provviste sorseggiando del caffè d’orzo. Dopo il pasto Sewell andò a controllare Jacques, lo vide tranquillo che dormiva profondamente e gli toccò la fronte: la febbre era scomparsa. Alla fine lo scozzese e l’indio decisero di mettersi a riposare, confidando che il giorno seguente fosse foriero di buone notizie.