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L’Emilia crocevia della droga, anche Ferrara nella rete del narcotraffico

“Rimanendo invariato l’attuale trend ci porterà a mercati nei quali, progressivamente, i beni ed i servizi che acquisteremo ed il lavoro che avremo, ci saranno, in larga parte, forniti dalla emanazione di associazioni criminali. Dunque, il rischio è che la nostra democrazia liberale si trasformi in democrazia criminale, nella quale, le persone oneste che vogliono mettersi sul mercato ed iniziare una qualsiasi attività economica parteciperanno ad una gara truccata”.
Democrazia criminale: dovrebbe essere un ossimoro. Eppure è l’allarme lanciato nell’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia a inizio 2018. Basta riflettere solo un momento sulla capacità corruttiva che una liquidità “quasi illimitata” può garantire. Una liquidità assicurata dal narcotraffico, come sostiene l’ultima relazione della Commissione parlamentare antimafia (febbraio 2018): “l’economia illecita delle mafie si alimenta in primo luogo dei lucrosi proventi del narcotraffico”. Secondo i dati 2016 di Unodc – United Nations Office on Drugs and Crime – il giro di affari del narcotraffico supera i 560 miliardi di euro a livello globale e in Italia i 30 miliardi di euro, circa il 2% del Pil nazionale.

Ma cosa c’entra la ridente, benestante Emilia Romagna con questi loschi scenari del crimine internazionale? C’entra perché, come ha dimostrato il processo Aemilia conclusosi lo scorso ottobre, i nostri territori ormai sono ‘fortini’ conquistati alle organizzazioni mafiose e Bologna è “crocevia dei traffici di droga”.
‘Bologna crocevia dei traffici di droga’ è il titolo di un dossier, a cura di Libera Bologna e Libera Informazione, uscito nello scorso maggio, che evidenzia alcuni dei maggiori cambiamenti avvenuti negli ultimi anni. Il settore del narcotraffico, insieme a quello dei giochi e delle scommesse illegali, è una delle attività economico-criminali ad alta complessità organizzativa. Inoltre la portata degli interessi in gioco è tale da far prevalere, tra camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra, la convenienza di una spartizione concordata dei profitti illeciti piuttosto che puntare a posizioni monopolistiche che potrebbero determinare situazioni di contrasto” (fonte: relazione della Direzione investigativa antimafia al 1° semestre del 2016). Infine si è creata una sinergia tra diverse organizzazioni criminali con ramificazioni internazionali per la gestione delle fasi di approvvigionamento delle droghe che rende ancora più complesse le attività investigative. Per esempio, la ‘ndrangheta vive di rendita, non organizza neanche più i trasporti: è un broker. Le poche volte in cui sono direttamente gli ‘ndranghetisti a comprare, le condizioni sono di assoluto favore: possono pagare dopo oppure non pagare il carico se viene sequestrato, due privilegi enormi per il narcotraffico, perché si azzera il rischio d’impresa. È accertato poi che la ‘ndrangheta, per ridurre i rischi di sequestro della merce nei porti calabresi, sottoposti a pressanti controlli delle forze di polizia giudiziaria, si avvale sempre più di gruppi criminali stranieri che controllano le aree portuali di altre regioni italiane. Quali sono? Per esempio l’Emilia Romagna, dove c’è una nuova rotta marina tracciata dalla criminalità organizzata albanese: tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre 2017, in due distinte operazioni antidroga effettuate dai Carabinieri, sono state sequestrate complessivamente oltre 5 tonnellate di marijuana trasportate su gommoni e scaricate lungo il litorale di Ferrara e di Ravenna. Insomma, la costa adriatica romagnola, dopo quella pugliese e marchigiana, sta diventando di particolare interesse.

Premettendo che i sequestri operati dalle forze di polizia territoriali rappresentano, mediamente, una percentuale di circa il 15-20% del totale delle droghe immesse sul mercato nazionale, questi sono i dati dei sequestri di stupefacenti (sia pure provvisori) effettuati nella prospera Emilia Romagna nel 2017: 15.334,09 kg. Un dato decuplicato rispetto solo all’anno prima. E nel 2018, stando ai primi dati ‘in lavorazione’ alla Direzione Centrale per i servizi antidroga, “la situazione in regione sul narcotraffico è destinata a peggiorare e non si vede, allo stato attuale, nessuna ragionevole iniziativa per arginare un fenomeno criminale così devastante”. A scriverlo, nel dossier di Libera Bologna, è Piero Innocenti, ex dirigente della Polizia di Stato, direttore del Servizio Affari Internazionali e Servizio Operazioni Antidroga della Dcsa.
A Bologna nel 2017 alla data del 1 ottobre sono 1.281,835 i kg sequestrati, di cui circa 30 kg di cocaina, 12 kg di eroina e la parte restante di hashish (oltre 900 kg) e di marijuana. Sul dato del 2017 incidono però notevolmente i sequestri avvenuti sulle coste di Ravenna, di Ferrara e nel territorio di Parma: tre ingenti quantitativi di marijuana in buona parte di provenienza albanese per complessive 12,5 tonnellate circa destinate ai ‘rifornimenti’ di altre piazze.
E, infatti, se il primato 2017 spetta alla provincia di Parma con 8.323,390 kg di merce sequestrata, di cui 8.153 kg di marijuana, intercettati a febbraio, e la seconda posizione va a Ravenna con 2.561,541 kg – in prevalenza di marijuana (2,4 ton) ma anche 5,5 kg di eroina, 4,5 kg di cocaina e 236 piante di cannabis – la ‘nostra’ Ferrara si colloca al terzo posto con 2.243,621 kg di cui circa 1 kg di eroina, poco più di mezzo chilogrammo di cocaina, 912 piante e 147 persone denunciate all’autorità giudiziaria, di cui 71 stranieri (il 48%).

Cosa fare poi di questa enorma quantità di denaro a disposizione? Una volta soddisfatte le esigenze di finanziamento delle attività criminali tout court, le mafie hanno la necessità di ripulire i fondi illeciti per ricollocarli nell’economia legale, e parallelamente, quella di occultarne la provenienza delittuosa. L’ammontare delle segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio trasmesse alla Unità di Informazione Finanziaria (UIF) da parte di intermediari, professionisti ed altri soggetti obbligati nelle sole province dell’Emilia Romagna per l’anno 2017 è stato il seguente: Bologna 1.502; Modena 991; Reggio Emilia 830; Parma 804; Rimini 622; Ravenna 470; Forlì Cesena 482; Piacenza 382. Ferrara, questa volta, è fanalino di coda con 255 segnalazioni.
Le modalità di infiltrazione nell’economia legale sono diversificate. Accanto alle imprese mafiose, sorte ab origine da fondi illeciti, esistono e hanno ormai un ruolo di canale di riciclaggio privilegiato, soprattutto al Centro-nord, le imprese a partecipazione mafiosa, cioè quelle che pur essendo nate nel rispetto della legalità hanno visto in seguito una compartecipazione criminosa oppure hanno acconsentito all’entrata nella compagine sociale di ‘soci occulti’. C’è poi il settore degli appalti pubblici: l’organizzazione non si serve della forza intimidatoria di uomini armati, ma ricorre all’enorme quantità di denaro accumulato per foraggiare funzionari compiacenti e per pagare l’assistenza di soggetti che non appartengono direttamente al sodalizio criminale, ma che rivestono ruoli chiave nelle società, nella finanza e nel commercio. Aemilia docet.
Oggi inoltre la criminalità organizzata può giovarsi di opportunità e tecniche di riciclaggio mai sperimentate nel passato, favorite soprattutto dall’integrazione dei mercati, dalla liberalizzazione della circolazione dei capitali e dalle potenzialità offerte dal web: le valute virtuali, come per esempio bitcoin, forniscono un nuovo strumento di riciclaggio per i criminali, consentendo loro di far circolare e conservare fondi illeciti, nell’assoluto anonimato. Urge una regolamentazione legislativa del settore, possibilmente a livello internazionale, anche e soprattutto penale.

Ecco che dall’economia si passa alla democrazia. Dalla democrazia liberale alla democrazia criminale. E allora la domanda diventa: quanto il narcotraffico incide non solo a livello economico, ma anche a livello di democrazia?
E la risposta la si può leggere ancora nella relazione della Dna: “la partita del contrasto al narcotraffico rimane decisiva. Non solo perché è indispensabile frenare e contenere un fenomeno, quello della diffusione degli stupefacenti, che ha riflessi assai rilevanti su beni di primario rilievo costituzionale quali la salute e l’ordine pubblico”, ma perché “contrastando il narcotraffico, in modo adeguato, si prosciuga la principale risorsa finanziaria delle grandi organizzazioni criminali e, fra queste, di tutte le mafie e di vari sodalizi terroristici […] si diminuisce la forza, l’efficienza, la capacità criminale, la capacità corruttiva, in una parola, la ricchezza, di tali organizzazioni e di tutta la complessa filiera che vi gira intorno”.

Per leggere il dossier ‘Bologna crocevia dei traffici di droga’ clicca QUI

Di narcotraffico in Emilia Romagna si parlerà lunedì 26 novembre alle ore 21 a Factory Grisù nell’incontro “Droghe: tra narcotraffico e spaccio in Emilia-Romagna” organizzato da Libera Ferrara.
Clicca QUI per visualizzare la locandina dell’iniziativa e QUI per la pagina fb dell’evento

Dal bagno alla stanza da letto la strada non sempre è breve

Il water-closet così come lo conosciamo oggi è stato inventato intorno al 1885, quando Thomas Crapper aggiunse alla tazza lo sciacquone. Un’invenzione rivoluzionaria in quanto l’acqua permetteva di pulire il gabinetto consentendo di liberarsi in modo efficiente di materiali ad alto contenuto batterico che altrimenti avrebbero potuto favorire l’insorgenza e la diffusione di malattie e infezioni. Come non ricordare che tutto questo, nell’indimenticato film ambientato nel medioevo “Non ci resta che piangere”, terrorizzava il compianto attore napoletano Massimo Troisi.

Per noi occidentali, europei e nord americani, rappresenta una realtà scontata e i più giovani, e più abituati alle comodità della nostra vita moderna, faranno molta fatica ad immaginare che circa 4,5 miliardi di persone non hanno ancora accesso alla toilette. In realtà, fuori dal cerchio magico, l’accesso all’acqua è una realtà fatta di file e di lunghe passeggiate e il problema è particolarmente acuto nel continente africano. Più della metà della popolazione di Eritrea (76%), Niger (71%), Ciad (68%) e Sud Sudan (61%), ad esempio, non ha accesso a servizi igienici di base. In altre parole defecano all’aperto.

Anche in India si vive lo stesso dramma, rappresentato tra l’altro in un film bolliwoodiano dal titolo “Toilet: a love story”. In questo caso un dramma dovuto più a scelte legate alla tradizione che alle possibilità economiche. Costume indiano vuole, infatti, che gli escrementi in casa ne deturpino la purezza per cui meglio andare per campi e magari di notte.

In Africa il problema è un po’ più variegato e sotto certi aspetti ci interessa anche di più dovendo convivere con i suoi flussi migratori. Nel 2015 l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha classificato il Ghana come settimo paese più sporco del mondo, e questo dovuto proprio alla pratica della defecazione all’aperto. Secondo David Duncan, responsabile di Wash (Water, Sanitation and Hygiene) nell’ufficio dell’Unicef in Ghana, la maggior parte delle persone nelle tre regioni del Nord del paese non vede un bagno come una necessità perché la defecazione all’aperto è una pratica diffusa da generazioni.

In ogni caso, al di là di tradizioni o sentimenti, l’accesso all’acqua e alla toilette vanno di pari passo con il dramma della mortalità per malattie dovute alla carenza di igiene. Secondo i dati dell’Unicef e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità l’accesso all’acqua in questo continente avviene come da tabella di seguito:

Regione Da fonte: gestita in modo sicuro di base limitata Non controllata Da acque di superfice
Middle East and North Africa 77% 16% 4% 2% 1%
Eastern and Southern Africa 26% 28% 18% 16% 12%
West and Central Africa 23% 40% 10% 20% 7%

che rapportato a quanto succede dalle nostre parti dà l’idea del dramma

Regione Da fonte: gestita in modo sicuro di base limitata Non controllata Da acque di superfice
North America 99% 1%
Western Europe 96% 3% 1%

Secondo il World Economic Forum, l’acqua rappresenta un rischio globale tra i più importanti a livello mondiale anche dal punto di vista economico. Infatti stima che ogni anno si perdono 260 miliardi di dollari a causa della mancanza di acqua di base e di servizi igienico-sanitari. Per il Ghana, che abbiamo citato sopra, il costo fu stimato nel 2012 dalla Banca Mondiale in 79 milioni di euro l’anno. Un accesso universale a questi servizi porterebbe invece benefici per quasi 18,5 miliardi di dollari.

Garantire l’accesso all’acqua, scrive il W.e.f, ha profonde conseguenze. Per ogni dollaro investito in acqua e servizi igienico-sanitari, c’è un ritorno di 4 dollari dovuti a costi sanitari più bassi, maggiore produttività e meno decessi.

Ma passiamo alla buona notizia.

Bill Gates, l’inventore del Dos prima e del Windows dopo, ha presentato a Pechino il water del futuro, che funziona senza acqua né fognature. La ‘Reinvented toilet’ grazie a una reazione chimica trasforma i rifiuti umani in acqua pulita, elettricità e fertilizzante. Per il progetto la Fondazione Bill e Melinda Gates ha stanziato 200 milioni di dollari in sette anni, meno di 30 milioni l’anno.

L’idea della fondazione è di destinare questo water in particolare ai paesi poveri dove le scarse condizioni igienico-sanitarie uccidono ogni anno quasi mezzo milione di bambini di età sotto i cinque anni, dice la pubblicità.

Certo sapere che meno di 30 milioni l’anno in ricerca potrebbero salvare la vita a milioni di bambini africani e creare migliori condizioni igieniche e di vivibilità in un intero continente dovrebbe far venire i brividi. Pensare a quanto la tecnologia stia andando avanti, a quanto il futuro sia già alle porte, al fatto che forse siamo già noi il futuro dovrebbe porci domande molto intriganti, sollevare dubbi riguardo al nostro modello di sviluppo e persino avanzare accuse rivolte ai padroni del progresso.

Mentre milioni di bambini, donne e uomini soffrono e muoiono per malattie legate alle condizioni igieniche scopriamo che modesti investimenti potrebbero risollevare le loro sorti. Abbiamo la tecnologia per andare avanti ma rimaniamo ancorati a concetti vecchi come l’attesa dell’iniziativa privata, della carità e dei tempi del ricco uomo d’affari.

Discutiamo su che tipo di politica dobbiamo applicare nei confronti dei migranti ma non ci chiediamo come aiutarli davvero e questo perché la risposta passa sempre dagli interessi economici nonostante sia anche provato che a far stare bene l’Africa ci si potrebbe anche guadagnare. Si guadagnerebbe di più portando sviluppo e donando condizioni migliori di vita attraverso il progresso tecnologico piuttosto che essere costretti ad inviare aiuti, cibo e medicine.

Ma se il dibattito fosse approfondito si rischierebbe di scoprire che le spese degli aiuti sono a carico della collettività mentre i guadagni dello sfruttamento a beneficio di azionisti di multinazionali, petrolieri, finanzieri e grandi società (mi permetto di consigliare la lettura di “Confessioni di un sicario dell’economia. La costruzione dell’impero americano nel racconto di un insider” di John Perkins).

Il punto, come sempre, è che noi (gente comune con molto cuore e pochi soldi) ci guadagneremmo mentre tutti gli azionisti che operano, a volte inconsapevolmente, in questi Paesi e in compagnia dei Paesi occidentali che trovano più comodo sfruttare (vedi Francia) che cooperare, ci perderebbero.

Che sforzo sarebbe stato per uno Stato investire 30 milioni all’anno per creare un oggetto salva vite del genere? E forse ci sarebbero voluti anche meno di 7 anni se avessero partecipato tutti insieme i paesi europei. Avrebbero creato ricchezza anche da noi, pagando ricercatori e dando contributi alle università e si sarebbero meritati quel premio Nobel 2012 per la pace che ad oggi risulta un po’ “rubato”, viste le troppe partecipazioni ad interventi armati e la continua vendita di armi all’estero.

Da una parte gli stati africani non possono spendere perché hanno debiti da ripagare, non hanno personale specializzato né un sistema per poter arrivare ad invenzioni di tale portata. Dall’altra la ricca Europa dell’euro non può spendere per le regole di Maastricht e di Lisbona che impongono austerità, anche questa per ripagare i debiti. L’Africa accomunata all’Europa, entrambe carenti di sovranità, entrambe avviluppate nell’incubo del debito mentre aspettano l’autorizzazione alla sopravvivenza, allo sviluppo, al progresso.

Sempre di più il nostro futuro dipenderà da un ricco privato, da una multinazionale o da qualche lobby. Questo è il mondo senza sovranità, ovvero senza la possibilità di decidere in autonomo la propria evoluzione oppure attraverso libere istituzioni, rappresentate da persone liberamente elette dai popoli. Un mondo privato dello spazio dove poter esercitare la democrazia, globalizzato d’imperio, finanziarizzato per legge, povero e senza futuro per scelta.

BORDO PAGINA
Wall Street 2019, intervista al Maestro d’Arte Daniele Carletti da Ferrara

Protagonista sempre raffinatissimo tecnicamente (una neometafisica o neopop anche molto molto Personal…) di lunga data a Ferrara e non solo, il Maestro d’arte Daniele Carletti ha appena pubblicato Wall Street 2019, Asino Rosso ebook, sorta di microcatalogo web, tra opere e rassegna stampa fin dagli anni novanta, impreziosita dalla cover con il grande Pavarotti (con dedica) conosciuto a suo tempo per la sua partecipazione a ‘Pavarotti International’.
Carletti vanta mostre anche in Usa, Francia e in Italia (Artisti in Fiera, Torino 2002) e numerose altre città (ai tempi di Don Patruno, Casa Cini a Ferrara).
Una presenza ancora recente e costante nella Galleria d’Arte Il Rivellino, curata dal ben noto Emidio De Stefano, e diverse iniziative, stage per giovani artisti e anche diverse mostre collettive.
Soprattutto in questo 2018, dopo una certa assenza per questioni extra artistiche, è ritornato alla ribalta su scala nazionale partecipando a Lucca (Villa Bottini) a un importante edizione del Festival del Nuovo Rinascimento a cura del fondatore e curatore Davide Foschi, gruppo in cui è coinvolto attualmente e in forte progress nella cultura italiana nuova e creativa (non solo Arte, una visione neorinascimentale 2.0 di speciale effervescenza).

Maestro, un suo nuovo percorso artistico di ampiezza nazionale, neorinascimentale come focus del festival, un approfondimento?
Lucca è stata una grande opportunità. Ringrazio innanzitutto il curatore Davide Foschi e tutto il suo staff che mi hanno permesso di poter esporre e confrontarmi con gli altri artisti del nuovo rinascimento. Esperienza questa importante che allarga il mio percorso artistico.

Daniele, una ormai lunga e nota carriera come artista, uno zoom autobiografico?
Il mio percorso artistico parte nel 1992, dopo avere svolto esposizioni importanti in buona parte del territorio nazionale e non. Ad oggi con l’esplosione di Lucca mi ha ulteriormente stimolato alla ricerca di nuovi orizzonti.

Daniele Carletti, l’arte contemporanea oggi, come la vedi?
Molte sono le espressioni artistiche oggi, facilitate da supporti tecnici infiniti. In questa società apparentemente libera ma appannata da falsi valori ,l’artista contemporaneo, ha il dovere di rilanciare con il proprio lavoro, un messaggio forte e di scuotere gli stati d’animo dell’osservatore, è ribadire con forza il suo valore sociale.

Daniele… Lucca neorinascimentale… e Ferrara?
Due città apparentemente uguali, ma con qualche differenza. Lucca città aperta alle opportunità e preparata con occhi di riguardo verso artisti, poeti e scrittori che hanno accolto il nuovo rinascimento. Ferrara purtroppo ancora no.

Info
Ferrara Italia Festival del Nuovo Rinascimento, Lucca, 2018
Ferrara Italia eBook Asino Rosso – Wall Street 2019 (2018)
Mondadori eBook

Rassegna della storica e nuova canzone d’autore: musica come impegno ed emozione

Storie che ti portano in viaggio nel tempo e nello spazio attraverso parole e musica: sono quelle che entrano nella testa e nel cuore con la Rassegna della storica canzone d’autore, a Ferrara per la sua settima edizione, andata in scena nella sala Estense di Ferrara nelle serate di venerdì 2 e sabato 3 novembre 2018. E non poteva essere altrimenti per questa carrellata di concerti all’insegna di uno dei cantanti più impegnati nella musica d’autore come Claudio Lolli e il suo album ‘Aspettando Godot’ che dà il titolo all’associazione che, per il settimo anno, è riuscita a organizzare queste serate musicali ferraresi con grandi nomi che negli anni sono diventati meno presenti sulle scene e anche con nomi di talenti emergenti.

Ad aprire le due serate il gruppo dei Cranchi composto da musicisti trentenni che vivono tra Mantova e Ferrara. Tra gli altri, i Cranchi hanno presentato un brano originale intitolato proprio “Ferrara” [clicca sul titolo del brano per ascoltarlo], dove ci si immerge tra la Darsena e corso d’Este, Savonarola ed Ariosto.

Capace di conquistare cuore e orecchie del pubblico Beatrice Campisi, cantautrice di origini siciliane che dà il meglio di sé nell’esecuzione di un brano tutto in dialetto siciliano, come “Luna Lunedda” [clicca sul titolo del brano per ascoltarlo].

Una piccola riscoperta Max Manfredi, apprezzato anche da Fabrizio De Andrè, che con le sue canzoni spazia dal porto di Atene alla stazione ferroviaria di Asti facendo ironia sulle strane suggestioni che possono uscire da un inceppamento del tele-indicatore a palette. Così l’errore finisce per indicare come destinazione del viaggio un surreale ed esotico “Kukuvok” che magari era solo un domestico Sanremo.

Travolgente, infine, Francesco Baccini, che rivela non solo le note capacità trainanti e pop, ma anche un risvolto critico e impegnato.

Proprio la verve dissacrante di Baccini, si capisce così, ha contribuito a renderlo una voce inaspettatamente scomoda e quindi sempre meno presente sulle scene, dal momento in cui – come ha raccontato con la consueta ironia – ha fatto un album dove faceva letteralmente nomi e cognomi (da “Giulio Andreotti” a “Renato Curcio”).

La seconda serata della Rassegna – sabato 3 novembre 2018 – si è aperta con il cantante-mattatore Leonardo Veronesi.

Ad accompagnare sul palco Veronesi due ottimi musicisti e la coppia di performer usciti dalla scuola di danza di Silvia Bottoni, a commentare visivamente i brani dell’album “Non hai tenuto conto degli Zombie”.

Occhi e orecchie sono così appagati dallo spettacolo con Silvia Marcenaro concentrata al violino ed Eugenio Cabitta alla chitarra.

Di grande impatto il duo che si presenta in scena come Canzoni da Marciapiede, formato dalla cantante Valentina Pira e dal pianista Andrea Belmonte.

Il duo ha fatto ascoltare in particolare un brano composto proprio a Ferrara, “16 luglio 1809” [clicca sul titolo del brano per ascoltarlo], dedicato all’insurrezione dei contadini negli anni della dominazione francese. Con ritmi epici e impegno sociale, la canzone riporta in auge la forza e il coraggio dell’impegno di chi decide di opporsi all’oppressione a costo della sua stessa vita: seimila persone che marciano dalla campagna verso la città, provati dalla carestia e decisi a protestare contro le tasse che li affamano e li schiacciano, come è il caso della terribile tassa sul macinato.

Un capitolo a sé Giorgio Conte, musicista e cantante con quella voce roca e accento piemontese, capace di fare un’autoironia esilarante sul fatto che ogni volta la sua fama sia ricondotta a quella del noto fratello Paolo Conte, con errori o aggiunte buffe, tipo quando la titolare di un bed&breakfast si raccomanda di salutare da parte suo anche l’assonante Carlo Conti.

Molto coinvolgente – oltre ai testi – l’accompagnamento musicale dei fenomenali Alberto Parone alla batteria e al basso vocale, Bati Bertolio alla fisarmonica e alle tastiere a fiato e Alessandro Nidi al piano.

Anche testi semplici come quello di “Stringimi forte, abbracciami/Stringimi un po’ di più” [clicca sul titolo del brano per ascoltarlo] finiscono per diventare davvero un abbraccio che avvolge tutto il pubblico in un’emozione collettiva grazie alla musica travolgente e alla capacità di coinvolgere il pubblico a fare da sostegno canoro.

Musica che diventa narrazione poetica, infine, quella di Mario Castelnuovo, che in occasione di questa tappa ferrarese ha presentato anche il suo secondo romanzo “La mappa del buio” in un’affollata e attenta sala della caffetteria del Castello Estense.

“Stella del Nord” di Goran Kuzminac la canzone con cui Castelnuovo ha aperto il suo concerto ferrarese  [clicca per ascoltarlo], per chiudere con il lungo racconto “Michel” del cantautore recentemente scomparso Claudio Lolli, a cui appunto è stata dedicata la rassegna. In scena al suo fianco Giovanna Famulari al violoncello e Stefano Zaccagnini alla chitarra.

Pubblico partecipe in un’atmosfera che sa sempre sorprendere con brani noti e piccole rivelazioni inaspettate per una Rassegna che sarebbe bello potesse continuare a portare a Ferrara cantanti da riscoprire e un impegno a cui non bisognerebbe mai rinunciare né sul piano degli interessi del tempo libero né su quello della vita di ogni giorno.

Foto-servizio è di Luca Pasqualini. Clicca sulle singole foto per ingrandirle

Pubblico sabato 3 novembre 2018 (foto Luca Pasqualini)

Serata di venerdì 2 novembre 2018 (foto Luca Pasqualini)

Beatrice Campisi coi suoi musicisti (foto Luca Pasqualini)

Max Manfredi dietro le quinte (foto Luca Pasqualini)

 

 

Ferraraitalia al Lucca Comics & Games

E’ calato il sipario sul Lucca Comics & Games 2018, forse la massima kermesse europea del settore, che è arrivata quest’anno alla sua cinquantesima edizione.

Tantissimi gli ospiti di caratura internazionale che hanno contribuito a decretare anche quest’anno il successo della manifestazione che dal 31 ottobre a l 4 novembre ha invaso le strade di Lucca. Il nome che spicca su tutti è sicuramente quello di Leiji Matsumoto, papà di Capitan Harlock, Yellow Kid Maestro del Fumetto 2018, a cui Lucca ha dedicato una mostra, con suoi disegni originali, e che ha posato le impronte nella Walk of Fame di Lucca Comics & Games.

251 mila le presenze registrate nei cinque giorni di kermesse, superando il dato del 2017, con oltre 2.000 eventi, più di 700 espositori e 102 location.
Ecco il fotoreportage del nostro Valerio Pazzi

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Destra e sinistra, dall’analogico al digitale e ritorno

In questa società liquida, magistralmente descritta da Bauman nei suoi libri, anche i partiti le cui origini risalgono al secolo scorso sono diventati liquidi, almeno quelli del campo progressista. In questa liquidità sociale la destra, invece, resta ancorata alla solidità della presenza sul campo, alla vicinanza fisica alle persone, al presidio del territorio. Hanno ascoltato gli umori delle persone e li hanno tradotti secondo la loro impostazione ideologica.
Mentre i partiti liquidi si ritiravano dal campo, loro sono rimasti, da qui il crescente consenso della destra. Insomma, è un po’ come nel passaggio dall’analogico al digitale: la sinistra è passata al digitale, la destra è rimasta all’analogico. Sembra, dunque, che in questo mondo liquido e digitale ci sia ancora molto bisogno di solidità, di presenza fisica, di vicinanza, di analogico. La destra lo ha capito e ha capitalizzato il consenso.
Diverso il discorso sul M5S. Nasce digitale, riempie prima le piazze virtuali del web, poi quelle reali delle città e torna nel mondo virtuale rivolgendosi prevalentemente ad un elettorato giovane, appunto la generazione digitale. Ogni tanto Beppe Grillo ha bisogno di radunare il popolo del web nelle piazze reali perché questo serve al movimento per tenere il polso al suo elettorato. E così via in un’andata e ritorno dal digitale all’analogico.

Il Pd e gli altri satelliti di sinistra, invece, hanno smobilitato sia nell’analogico che nel digitale. Ora, dopo la sconfitta, sembrano tentare di recuperare nell’uno e nell’altro campo, ma il ritardo accumulato nella conoscenza dei meccanismi di funzionamento digitale e l’essersi disabituati alla presenza in quello analogico sul terreno reale li fa essere in affanno, persino invisibili. Il massimo che riescono a fare e organizzare, male, flash mob, confondendo il flash con l’improvvisazione. Molto meglio quelli organizzati dal M5S che li ha inventati. E così si espongono ad un costante flash… flop che gratifica solo gli organizzatori. Tutto ciò, a mio parere, è il risultato di una chiusura nei palazzi del potere, soprattutto da parte del Pd partito di governo, con la convinzione di avere come missione prioritaria quella di stare all’interno delle compatibilità imposte dall’Europa sposando una logica più finanziaria che attenta allo stato sociale su cui l’Europa unita è nata per garantire pace e stabilità. Se si smantella lo stato sociale; non si fa una politica occupazionale seria, ma anzi si aboliscono le garanzie per un lavoro stabile; non si prevede una politica economia e industriale di lungo periodo; si smantella il sistema previdenziale allungando l’età pensionabile e quindi impedendo l’ingresso di forze giovani nel mondo del lavoro; si approva una legge Costituzionale sull’obbligo del pareggio di bilancio, come espressione lampante di una scelta di campo precisa dalla parte dei conti economici più che delle persone in carne ed ossa, è evidente che si è alzato un muro tra sé e la vita reale delle persone. Per lo meno della maggioranza delle persone. Perché tutto ciò a Confindustria e alle banche, invece, andava benissimo.

La conferma la si trova nelle nostre città. Basta fare un esperimento per rendersene conto: girate per le città e fate un censimento di quante sezioni dei partiti di sinistra trovate e quante di queste sono aperte come luogo di socialità. Una volta le sezioni di partito erano aperte tutti i giorni, soprattutto quelle dei partiti più grossi, Pci in testa. I compagni si ritrovavano a giocare a carte, a discutere, incontravano i dirigenti, scambiavano opinioni. Oggi non è più così. È più facile che troviate aperta una sezione della Lega, o che vi imbattiate, per quanto non possa piacervi, in gruppi di cittadini che cercano di presidiare il loro territorio contro il degrado (non chiamatele ronde, anche se la sinistra preferisce le etichette alla comprensione dei fenomeni) piuttosto che una sezione di uno qualsiasi dei partiti di sinistra, Pd in testa che in teoria dovrebbe essere quello con più risorse economiche da potersi permettere qualche sezione.

Disastri naturali campanello d’allarme per un’umanità che non ascolta

Il rumore del torrente che diventa rombo, un’anomala aria calda, pesante, umida che porta l’odore intenso di terra smossa, una pioggia battente che insiste senza tregua. E il livello di quell’acqua che sale, sale rapidamente a vista d’occhio mentre il fluire assume una potenza furiosa e travolge tutto ciò che trova sul suo percorso, precipitando a valle, assumendo sempre più velocità e portata. Erode argini, ruba spazio ai prati e ai campi, si innalza in onde spaventose che qualche passante guarda affascinato come fosse uno spettacolo allestito per quella sera.
Poi cominciano a passare gli alberi divelti con le zolle in cui erano ben piantati e i tronchi che galleggiano seguono la furia dell’acqua sembrando tante navi fantasma su quella superficie liquida che ormai non conosce limiti. E dopo la notte insonne a fissare il livello che non smette di salire, arrivano i conti del day after, come in quei film post apocalittici dove il paesaggio non è più lo stesso e non sarà mai come prima.
La montagna che si vedeva e respirava aprendo le finestre la mattina, appare tristemente spelacchiata dopo lo schianto di moltissime piante, perdendo la sua identità e disorientando chi si riconosceva in essa; frane sulle arterie di comunicazione, allagamenti e crolli di tetti e caseggiati più vetusti, cumuli di detriti depositati sulle strade, cambiano anche l’aspetto urbano. Mentre squadre di operatori e volontari danno il meglio del volto umano, di quella solidarietà e partecipazione fattiva di cui c’è estremo bisogno, instancabili, presenti, rassicuranti. Ma questo non è un film e la realtà supera per certi versi di gran lunga la fantasia. E se non si parla della montagna, è il mare il protagonista di altrettanti cataclismi con maremoti, tsunami e tempeste che invadono e colpiscono coste e litorali lasciando dietro di sé relitti e devastazione.

Alluvioni, terremoti, eruzioni, ondate di calore, drastici cambi climatici: non siamo mai completamente pronti ad affrontare questi eventi perché, come scriveva Seneca, “Nessuna cosa privata e pubblica è stabile: il destino corre veloce e imprevisto per gli uomini e per le città. Proprio mentre tutto è calmo e placido sorge il terrore […]. Quante volte le città dell’Asia, le città dell’Acaia crollarono per un solo tremito della terra? E quanti paesi in Siria e in Macedonia furono inghiottiti dal suolo? […] E non soltanto cadono le opere innalzate dall’ingegno dell’uomo: si disgregano giogaie di montagne, si abbassano intere regioni, si trovano esposte alle onde terre che prima erano lontane anche al cospetto del mare e del fiume […]. Un qualsiasi accidente può togliere te alla patria o la patria a te, può gettarti nella solitudine di un deserto e fare il deserto in un luogo dove ora c’è la folla”.
L’Italia è un Paese fragile, esposto per sua conformazione – e troppo spesso per l’errato intervento umano – a terremoti e disastri idrogeologici e altre situazioni di rischio, per il 77% conseguenza diretta dei cambiamenti climatici, come ci ricordano i dati Unisdr, l’agenzia delle Nazioni Unite per la riduzione dei rischi catastrofe, la quale rileva anche come le catastrofi naturali siano triplicate negli ultimi 30 anni. Nessuno può negare che i segni di rapidi cambiamenti in atto siano ormai evidenti e se teniamo conto delle recenti dichiarazioni dell’Economist, condivise dagli scienziati, le prospettive diventano ancora più catastrofiche. Il Mediterraneo, scrive la prestigiosa testata, scomparirà riducendosi a una pozzanghera d’acqua. Nascerà un solo continente abnorme, l’Eurafrica, una massa di terre emerse. In alternativa al corrugamento della crosta terrestre – e sarà ancora più spaventoso – nascerà una catena montuosa alta come l’Himalaya e le Alpi non saranno che minuscoli contrafforti. Un mondo che emerge dagli studi geologici del movimento delle placche terrestri. Altre ipotesi portano a considerare una frattura asiatica che spaccherà in corrispondenza di India e Pakistan oppure finiremo tutti a Nord, a ricreare un maxicontinente dove ora regnano solo iceberg. Se consideriamo proiezioni possibili riferite all’Italia, Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, lancia un grido d’allarme: il nostro Paese è a rischio desertificazione nell’arco di un secolo, con la Pianura Padana come il Pakistan e la Sicilia deserto africano.

Questo lo scenario, se non applicheremo subito gli impegni dell’accordo di Parigi sul clima. Nel frattempo, le coste del Mediterraneo si stanno avvicinando l’una all’altra di due centimetri all’anno, i cataclismi diventano frequenti, irrompono nella nostra vita quotidiana e richiedono sempre più preparazione nella gestione dell’emergenza. I nuovi obiettivi tassativi del millennio e dello sviluppo sostenibile evidenziati dall’Unisdr devono indurre tutti gli Stati e la comunità internazionale a collaborare a uno sviluppo in funzione dei rischi, affrontando seriamente le tematiche della comprensione dei rischi di disastro, il potenziamento della governance dei rischi stessi, l’investimento per la riduzione del rischio ai fini della resilienza, il miglioramento nella preparazione alle catastrofi, la capacità di dare risposte efficaci e realizzare pratiche di ‘Build Back Better’ nelle fasi di recupero, ripristino e ricostruzione.

Giardini rubati negli scatti di Paolo Zappaterra per una Ferrara lunare e nascosta

“Giorgio Bassani non era simpatico, come non lo sono io; era un originalissimo, un anticonformista, quando io l’ho letto mi sono detto ‘qua ci siamo’”. Non ti annoi mai quando parla Paolo Zappaterra. Ti spiazza e ti accorgi che hai teso i muscoli e stai in guardia, come sul tappeto davanti al maestro di Ju-Jitsu. Forse è per ciò che intorno a questo fotografo coi baffi e i capelli bianchi ci sono sempre tanti giovani. Così è avvenuto martedì sera per la serata intitolata ‘Giardini trasparenti’, dedicata alla visione dei suoi scatti realizzati a partire dagli anni Settanta e conservati su diapositive mai presentate in pubblico. Organizzata dai ragazzi dell’associazione IlTurco, l’iniziativa fa parte del festival ‘Itacà migranti e viaggiatori’, manifestazione unica a livello nazionale, che da dieci anni si dedica al turismo responsabile e che per il terzo anno approda anche a Ferrara (da martedì 23 a sabato 27 ottobre 2018).

Tra gli eventi in programma c’era appunto la visione di queste immagini realizzate da Zappaterra “infilandosi nei portoni lasciati aperti, citofonando agli sconosciuti, cercando i balconi giusti su cui salire per catturare in un’immagine l’anima verde di una città solo apparentemente rossa di muri e mattoni”.
Cosa sono queste foto di giardini proiettate sul foglio bianco appeso nel cortile dell’associazione IlTurco, nella viuzza omonima dentro al cuore vecchio e scrostato di Ferrara? Le guardi e stringi gli occhi per capire, cercando di mettere a fuoco quello che lui cerca di stanare, quello che c’è e quello che manca. L’atmosfera è quasi carbonara nel cortile chiuso da muri di mattoni a vista, con la grande luna velata di foschia che fa da spot a questo un evento notturno e pieno di suggestione. Spiega il fotografo: “Sono voluto andare a fondo, cercare Ferrara oltre lo stereotipo del duomo e del castello, ho voluto aprire le porte che erano chiuse. È un atto d’amore per la mia città”.

Parlando con Paolo Zappaterra ho sempre l’impressione che la sua visione del mondo si basi sull’essere ferraresi o non esserlo. Un’idea che trova conferma mentre il video su Bassani non parte subito e la colpa viene data al giovane assistente teutonicamente biondo “che ha un nome stranissimo sctrinzantzag che non riesco a pronunciare”. Poi quando la padrona di casa Licia Vignotto presenta l’iniziativa, Zappaterra le chiede se può cercare di tramutare la sua nordica erre moscia in una esce e magari in una grassa elle ferrarese.

Alcuni non possono fare a meno si invocare il nome di dio, lui evoca sempre quello di Ferrara: nelle parole, negli spazi, nelle inquadrature, come se non potesse avere altro io di questa città. Incalzato, chiedendogli del suo rapporto con Ferrara – però – prende le distanze pure da questo, dicendo che lui ha origini romagnole.



Dopo la proiezione del video con la sequenza di foto tutte dedicate ai luoghi ferraresi legati a Bassani e alle sue poesie, Zappaterra chiede: “Lo conoscete Bassani, ragazzi?”. E davanti al silenzio della platea allarga le spalle: “Allora non è poi così famoso”. Poi spiega: “La curiosità è importante da matti, non basta trovarsi tutti le sere a bere e chiacchierare. Fanno i film e dentro ci mettono Berlusconi. Che ce ne frega di Berlusconi a noi?! La democrazia si regge sulla partecipazione, non si può accettare tutto quello che ci propongono. Noi siamo nati unici, non possiamo seguire quei percorsi che altri hanno deciso per noi, perché questo porta alla farmacia, agli psicofarmaci. Non dovete lasciare che vi incanalino”.

Pungente ma poi pieno di slanci, come nelle sue riprese fotografiche a caccia di dettagli sfuggiti, Zappaterra si lascia alla fine andare. E al pubblico, che ha un po’ provocato e strattonato, confessa: “Con voi giovani io faccio benzina tutti i giorni; più uno è giovane, più dentro ha speranza, ha il fuoco”. E i ragazzi che evidentemente lo conoscono e apprezzano, gli rispondono con i loro diversi accenti di studenti fuori sede, ammaliati dalla sua dialettica volutamente provocatoria come da questa città lunare e inafferrabile che rimbalza dai suoi “Giardini trasparenti” per cercare di raccontare quello che sfugge, quello che si rifugia negli angoli, nell’ombra.

Un’altra occasione per guardare Ferrara da un punto di vista inedito la offrirà l’iniziativa MigranTour Experience Ferrara: una visita nel centro della città estense con il ruolo di guida affidato ai cittadini stranieri che ci vivono e che la mostreranno secondo i loro punti di riferimento. I migranti-ciceroni saranno affiancati da una guida ferrarese, che potrà inquadrare i luoghi indicati anche da un punto di vista storico-artistico. L’appuntamento, in programma nella mattinata di sabato 27 ottobre 2018 alle 11, è gratuito ma solo su prenotazione (con email all’indirizzo camelot@coopcamelot.org) per la giornata finale della tappa ferrarese del festival ‘Itacà – migranti e viaggiatori’.

Sprofondo nord: anche sul Trentino si abbatte la valanga leghista

Terremoto politico in Trentino Alto Adige, dove si è votato per il rinnovo del governo delle due province autonome di Trento e Bolzano. In Trentino la destabilizzazione, rispetto lo status quo che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni, preceduti da una lunga fase presidiata dall’inamovibile feudo di potere democristiano, è stata totale: la Lega ha fatto man bassa di consensi e il suo leader, il deputato e attuale sottosegretario della Sanità, Maurizio Fugatti, ha raccolto il 46.7% delle preferenze correndo con ben 9 liste di sostegno, lasciando alle spalle Giorgio Tonini (25,4), candidato Presidente del Pd e più volte parlamentare, con un abissale margine di distacco. Regge bene il Patt, partito autonomista, anche se la sua corsa solitaria non è stata d’aiuto. Il Trentino vira a destra (o verso il centro-destra, dice qualcuno per edulcorare la pillola). Il dato emerso dalle urne resta significativo non solo in termini di leadership politica, quanto come indice di cambiamento epocale socioculturale da valutare attentamente e monitorare nel tempo.
Uno scossone c’è stato anche in Alto Adige, dove la solidissima Sudtiroler Volkspartei, tradizionale forza trainante locale perde due consiglieri e non raggiunge il 40%, pur rimanendo primo partito. Sfonda invece, in modo del tutto inatteso, la lista guidata dall’ex pentastellato imprenditore Paul Koellensperger, con una civica costituita quasi in sordina solo un mese fa e lontana, nelle previsioni, all’exploit che ha colto tutti di sorpresa. Qui la Lega è terzo partito e fa il suo ingresso nel bolzanino con un buon risultato. Un segnale di ‘italianizzazionedel voto in un territorio che storicamente si è sempre orientato verso modelli nordeuropei a matrice austriaca e tedesca perché il senso di identificazione ha sempre portato a questo.

Per molti è storia di una morte annunciata. Le cause: litigiosità, frammentarietà, poca lungimiranza delle forze alleate di sinistra, affermano gli elettori delusi. Ma la conclamata nettezza dei risultati dei due blocchi a confronto lascia lo sbigottimento in un Trentino che si risveglia il giorno dopo toccato nel profondo, stravolto nel suo percorso lineare e perciò rassicurante, messo in discussione negli indirizzi strategici che riguardano ogni aspetto della sua lunga vita di terra di centrosinistra.

Voto di pancia sulle ali dell’acrimonia, la protesta, l’insoddisfazione? Voto che costituisce il riflesso della lunga onda delle elezioni politiche nazionali? La storia di questa regione è lunga e non scevra da profonde tribolazioni, come tutte le terre di confine, con le influenze, le peculiarità culturali e le responsabilità che investono le ‘terre di mezzo’. Una terra autonoma a statuto speciale, sospesa tra il mondo mediterraneo e il Nordeuropa, importante snodo tra Italia e Mitteleuropa, che ha sempre viaggiato su binari propri perché le è stata storicamente riconosciuta e conferita la proprietà di legiferare nella specificità del territorio, e lo ha sempre fatto bene.
Gente di montagna, abituata all’accoglienza, alla solidarietà, all’aggregazione, alla cooperazione perché la vita nella valli non era facile, l’ambiente impervio e le risorse da utilizzare in comune, perché ‘insieme era meglio’. Questi tratti sono rimasti nel tessuto sociale, perché non è facile sbarazzarsi della propria storia, del proprio passato e delle intime vocazioni di una popolazione, anche se atrofizzati, spesso inespressi, fuorviati e contaminati dalle ondate esterne di ostilità e chiusura verso ciò che si teme, nascosti per la vergogna di dover ammettere di essere controtendenza, manifestati con circospezione e cautela. Voglio credere che l’orgoglio dei trentini non venga accantonato e che quello che inizialmente era un ‘canto delle sirene’ o il timido soffio del ‘pifferaio magico’, trasformatosi ora in un forte vento travolgente generale, non affossi definitivamente quei valori e quelle azioni che hanno sempre accompagnato la gente comune, in buonafede, desiderosa di promuovere benessere e giusto progresso per le comunità. “E ora espugniamo la Toscana”, ha dichiarato subito tra il serio e il faceto Matteo Salvini, in una delle sue battute, neanche tanto battute, dopo il voto trentino. Spero nessuno si stia sentendo terra di conquista…

Le bravate leghiste nella Ferrara distratta

Ho dedicato all’osservazione e alla decifrazione di Ferrara ben quattro lunghi anni di scrittura e documentazione fotografica. Ne è venuto fuori un reportage strampalato, d’accordo, ma quello che ho appreso, in questi anni, è quanto, al di là delle continue e meritevoli occasioni di dialogo offerte dalla città, sia lo spazio pubblico a parlarci delle nostre condizioni odierne. Ed è in grado di farlo con una sincerità che abita tra le maglie, che va scrutata nei gesti, nell’apparenza, per essere poi tradotta, con abnegazione e fatica.

Ebbene, questa volta l’occasione per interrogarci sulla città viene da una serie di filmati che girano in rete dal 16 ottobre scorso. Ritraggono alcuni leghisti ferraresi, i quali strumentalmente radunano clochard nel centro storico, li prendono in via Beretta convincendoli, con vaghe promesse d’aiuto, a seguirli davanti alla sede dell’arcivescovado.
Le persone in questione sono in evidente difficoltà psico-fisica e il chiaro intento dei leghisti è usarli per attaccare il vescovo Perego, l’amministrazione, e strizzare l’occhio all’elettorato di questa città in qualità di partito d’ordine, del ‘fare’ a favore esclusivo e indistinto degli ‘italiani’.
Se si osservano i filmati con cura, si capisce che il raid dei leghisti è un’operazione elettorale a sfondo razzistico e discriminatorio, fondata cioè sulla dicotomia italiano-straniero. E non c’è dubbio che l’operazione si annidi negli interstizi lasciati aperti da una politica per troppo tempo realmente distante dai problemi della gente comune.
Tuttavia la scena finale, proprio lì, sul corso intitolato ai martiri della libertà, è squallida e umiliante per tutti. E parla di noi.

“Questa gente continua a dormire nel centro di Ferrara e nessuno muove un dito”, dice il leghista rubicondo e tarchiatello, protagonista dei filmati. Ma al di là dei proclami, si intuisce che il problema vero è la visibilità dei clochard, il fatto che siano nel salotto buono e deturpino, con la loro presenza, il decoro dei luoghi cittadini.
Il vero consenso, beninteso, verrà dalla semplice cacciata dei barboni: si tratta della politica di breve raggio a cui i leghisti ci hanno abituato, quella di allontanare i problemi, non certo di risolverli con dignità.
La preoccupazione per le sorti dei ‘senza tetto’, poi, non è che mera finzione scenica al punto che, in un attimo di lucidità sospettosa, uno dei protagonisti, il clochard-panettiere, colto da dubbi, si arresta, lancia le sue coperte sul marciapiede e chiede: “Aspetta, perché io non capisco, questa è una tua cosa che ci tieni veramente o la fate per…”. In un altra ripresa lo stesso clochard-panettiere dirà: “Sai cosa mi fa incazzare: che stiamo dando spettacolo!”. Oppure sempre più consapevole della strumentalizzazione: “Vi siete divertiti stasera? Avete passato una serata differente?”.

Insomma, i filmati sono in rete e ognuno ne potrà trarre le proprie conclusioni.

Quello che vorrei fare qui, dicevo in principio, è isolarne lo sfondo. E sullo sfondo di questi filmati, nello spazio in cui la pagliacciata prende forma, si scopre una città distratta.
Mi interessa, dell’accaduto, la città gremita di gente del mercoledì sera, mi interessano i passanti, la folla vociante della movida a pochi passi. Si tratta di una città svagata e impolitica come il resto del Paese, che magari osserva incuriosita la scena e procede con una disarmante indifferenza. Nessuna attenzione, nessun coinvolgimento, a parte una donna che chiede se sono autorizzati a filmare delle persone in evidente difficoltà e viene per questo zittita dai leghisti con slogan preparati ad arte.
Anzi, ad aggiungere amarezza all’immagine, c’è lo schieramento di forze dell’ordine, il quale a sua volta manda un messaggio chiaro. Già, quella presenza sproporzionata, dispiegata grazie alle telefonate fatte in diretta video dal tozzo e rubicondo leghista, ci dice che non c’è nulla di cui preoccuparsi, che lo Stato è lì con ‘loro’, col raid xenofobo e strumentale, di ordine e pulizia cittadina. L’igiene è salva.

Forse allora è da questo sfondo notturno che occorre ripartire. Sì perché qualsiasi spazio pubblico vissuto da semplici estranei può trasformarsi in uno spazio privato, in uno spazio chiuso, ideale per la sospensione dei diritti e per i soprusi. E oggi a Ferrara i leghisti si muovono negli spazi pubblici come fossero a casa loro. La disinvoltura, l’uso di strumenti istituzionali e mediatici, lo sprezzo ostentato, non possono che esser generati dalla certezza di non essere mai massicciamente contestati nei loro arbìtri da chi li circonda.

Da qui l’invito a tutti quelli che hanno a cuore la città, a lavorare per costruire una città fieramente antifascista in ogni sua piega, in ogni piazza e vicolo. Questo potrebbe essere il proposito più importante dei prossimi decenni. Fare di Ferrara una città aperta, in cui lo spazio pubblico sia tutelato anche attraverso l’attenzione e il coinvolgimento di ogni singolo cittadino.
Fare politiche per radicare le persone, affinché il corpo della città sia quanto di più simile a un unico luogo di cura reciproca, di partecipazione e relazione, perché la vera sicurezza è sapere di non essere soli tra estranei, ma circondati da con-cittadini. Questo aiuta e facilita enormemente, benché gravemente sottodimensionate, anche il lavoro delle forze dell’ordine.
Se il tempo delle deleghe è concluso e direi fallito del tutto, e se il pericoloso allineamento tra pratiche di repressione e rigurgiti fascisti in Italia non è mai stato così vergognosamente ostentato, allora la prima difesa della città viene dal civismo diffuso, dalla coesione sociale, che costringe alla trasparenza, spegne la violenza e assicura diritti.

Vigliacchi

Il foro nel vetro

Il pallino rinvenuto in casa

Questa notte qualcuno ha sparato un piombino contro una delle finestre dell’abitazione di Raffaele Rinaldi, direttore dell’associazione Viale K, attiva da anni nell’accoglienza dei senzatetto e dei migranti. E’ un evidente atto di intimidazione che impone una risposta forte, chiara e immediata dalla città (non avvezza a questo genere di barbarie), dalle sue componenti associative, dalle istituzioni che la rappresentano.
Se qualcuno pensa di trasformare Ferrara in un Far West sappia che troverà questo giornale in prima fila a contrastarlo
A Raffaele, con un fortissimo ideale abbraccio, esprimiamo la nostra piena e totale solidarietà. Siamo con te

DIARIO IN PUBBLICO
Ma i comunisti han sempre fame di bambini

Non inganni la seriosità con cui ho svolto il ‘tema’ della Storia nell’ultima puntata di ‘Diario in pubblico’. Il tempo che viviamo e non certo il ‘disio d’onore’ mi hanno indotto a qualche nota accademica necessaria di fronte alla minaccia dell’abolizione all’esame di maturità della traccia di Storia. Pericolo rientrato? Non so. In questi tempi agitati dai Dioscuri gialloverdi escono continui proclami e immediate ritrattazioni, mentre caterve di bene informati tendono a spiegarci ciò che forse loro stessi non hanno ben chiaro o non hanno capito; come del resto gli stessi Dioscuri.

Cominciamo tuttavia con una immagine consolatoria apparsa su un quotidiano cittadino. Una coppia scende dallo Scalone di Palazzo Comunale, dopo essersi sposata, accompagnata non solo da parenti e amici, ma dai loro fidi pelosi. Lo trovo confortante e amicale.
L’amicizia tra umani e pelosi è un segno di civiltà.
Altrettanto se non più confortante la splendida iniziativa di Monumenti Aperti, la presentazione di diciotto monumenti, novecenteschi in gran parte, spiegati da ragazzi e bambini che, ottimamente preparati dai loro insegnanti, hanno fatto da guide a un flusso ininterrotto di visitatori che hanno affollato quei luoghi. Ho assistito alle presentazioni fatte a Casa Minerbi. Solo qui, in due giorni, 1150 visitatori, e 100 rimandati per eccessivo affollamento, sono stati intrattenuti da piccoli Giorgio Bassani e Giuseppe Dessì che si sono alternati mostrando ottima preparazione e capacità di spiegazione, ma soprattutto assimilazione di ciò che gli insegnanti hanno loro comunicato.
Poteva mancare la polemica? No certo! In questo caso innescata dal portavoce di Fdl Mauro Malaguti che così scrive su un quotidiano cittadino:
“Sabato e domenica scorsi, c’è stata l’iniziativa ‘Monumenti aperti’ in cui si potevano visitare palazzi del ‘900 solitamente chiusi al pubblico. Una iniziativa che mirava a riscoprire un patrimonio architettonico poco conosciuto, con l’opera divulgativa assicurata dagli studenti delle scuole elementari e secondarie di primo grado, che dovevano guidare il pubblico in un percorso di valorizzazione dal punto di vista turistico del nostro patrimonio architettonico e culturale del Novecento, in un programma che prevedeva di approfondire l’evoluzione e la nascita delle correnti artistiche […] Eppure, in tale ‘programma’ i ragazzini di 8-10 anni si sono prodigati, evidentemente ben istruiti, nel recitare anche le aberrazioni della dittatura fascista che, credo, poco abbiano a che vedere con arte e tecniche architettoniche. Per altro, proprio il 16 ottobre ricorre il giorno del rastrellamento nel ghetto ebraico di Roma, ed è sacrosanto ricordarlo, magari nelle opportune sedi e non per bocca di bambini di 8 anni. […] Ennesimo episodio, evidentemente, in cui la sinistra non perde l’occasione per infarcire una iniziativa di stampo culturale con i richiami storici che più gli sono congeniali, evitando accuratamente ogni riferimento contestuale gli sia sgradito […]”.

Non mi sarei permesso di riportare questa sgradevole protesta se l’evidente faziosità con cui è stata scritta non m’inducesse a controbattere come del resto ha fatto un lettore sulla ‘Nuova Ferrara’. Ma davvero si può pensare che i giovani protagonisti di questa ottima iniziativa siano stati indottrinati dai cattivi comunisti che mangiano i bambini? O che gli insegnanti diretti dal Minculpop ferrarese avessero così ben indottrinato i poverini, inducendoli a pericolose dichiarazioni politiche e ad altrettante dimenticanze ‘dell’altra parte’. Ormai la disconnessione tra parole e pensiero induce a sostenere affermazioni che se non avessero un risvolto etico potrebbero apparire ridicole. Proprio sicuro il signor Malaguti che ai bambini di 8 anni (in realtà le guide quasi tutte erano di 12-13 anni) non si possa spiegare la Storia? E che non abbiano diritto di sapere che nelle carceri di Ferrara, ora sede del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah venisse rinchiuso Giorgio Bassani perché ebreo? E che a Ferrara, se ci fossero stati reperti sulle foibe e sulle atrocità commesse dai titini, gli insegnanti non avessero compiuto con eguale competenza e serietà il compito che si erano ripromessi di fare? Fossi in loro, a qualsiasi credo politico appartenessi, mi risentirei della nota del solerte politico.

Altrettanto significativo della piega politica a cui ormai rivolgiamo ogni pensiero, compreso quello delicatissimo e assai complesso della nozione di cultura in una città che si fregia del titolo di ‘città della cultura’, il fondo apparso in un quotidiano cittadino. Leggo infatti l’editoriale del ‘Resto del Carlino’, Cronaca di Ferrara del 14 ottobre 2018. Una piccata protesta per l’accoglienza riservata alla mostra in Castello della collezione Cavallini-Sgarbi; protesta che, secondo l’estensore, “smaschera, al di là delle positive intenzioni di Tagliani, la reale ostilità del mondo culturale ferrarese ufficiale non solo per gli Sgarbi – visti come un corpo estraneo – ma anche per quella straordinaria mostra, a mala pena tollerata. Insomma, una figura un po’ da provinciali nei confronti di due personaggi, magari ingombranti e sopra le righe rispetto allo standard ferrarese, ma protagonisti assoluti della scena culturale, artistica, politica e mediatica italiana”. Non esprimo giudizi sulla mostra – non è qui né il caso né l’intenzione, ma resto assai stupito che l’estensore della nota poco ricordi (o conosca) dello “standard ferrarese” culturale. Forse sarebbe ingeneroso ricordargli le strepitose mostre organizzate da Farina ai Diamanti che portavano a Ferrara le più audaci proposte del mondo contemporaneo o le compagnie più all’avanguardia nel rinnovato teatro comunale poi dedicato ad una delle figure più importante del Novecento culturale: il maestro Abbado. Quindi non sarei così sicuro che lo standard ferrarese sia così provinciale come si vorrebbe far intendere. Un pochino di conoscenza da parte dell’editorialista della storia culturale ferrarese avrebbe evitato un imbarazzante – per lui – giudizio.

Attendo la macchina che mi porterà a Mantova per presentare il bellissimo volume scritto da Andrea Emiliani su Canova ambasciatore del Papa che si reca nel 1815 a Parigi a recuperare le opere d’arte trafugate da Napoleone. Accanto a casa arrivano gli studenti per prendere il bus. Ogni parola è condita col termine forse più diffuso oggi in Italia: c…o, disinvoltamente usata da ragazzi maschi, ma soprattutto femmine che, intendo le ragazze, lo intercalano con la frase “non rompermi i c…i”, quasi un’invidia freudiana per l’organo sessuale maschile. Del loro organo non c’è traccia tra un battere il cinque e abbracciarsi come fanno i giocatori. Mi spiace che vivendo al Nord non venga usato il termine più gentile ‘minchia’ forse sconosciuto a questa eroica gioventù.
Giungiamo a Mantova dopo un’avventurosissima traversata perdendo a ogni svolta la strada e andando dalla parte opposta indicata dal severo tom tom.
Poi il premio. La squisita direttrice dell’archivio in nostro onore estrae dalle segrete stanze dell’edificio la bozza della lettera che Baldassar Castiglione scrisse a Leone X. Un tesoro acquisito dallo Stato l’anno scorso e che qui è stato depositato.
Ci troviamo di fronte al documento che sancisce l’istituzione della cura delle opere d’arte.
Consolati, dopo averla accarezzata, ovviamente con i guanti bianchi, cominciamo il nostro lavoro. Culturale, mi si permetta.

Chi ha dormito nel mio letto?

Chi ha dormito nel mio letto?

Chi ha bevuto dal mio bicchiere, chi ha mangiato nella mia scodella, chi si è seduto sulla mia poltrona? Chi ha usato il mio spazzolino. Chi ha fumato la mia pipa. E soprattutto (quella cosa lo faceva veramente imbestialire) chi ha dormito nel mio letto.
Tutte le notti era la stessa storia.

Piano, ragioniamo, mi chiamo Guido Torelli e questa è la mia casa, di mia esclusiva proprietà, me l’ha lasciata mio zio. Sono figlio unico, niente moglie e niente figli. Cioè a dire che nessuno, dico nessuno, può vantare un qualche diritto sulla mia bellissima casa. Ora, date un’occhiata ai catenacci, alle chiavi (ma chiavi sul serio, non delle yale da due soldi), controllate le sbarre di ferro, le inferriate doppie, i cancelletti di maglia d’acciaio davanti alle portefinestre; insomma, credetemi, in casa mia non entra nemmeno un topino, figuratevi un ladro, un intruso, un vagabondo. Eppure non si riesce a stare in pace. Tutte le notti è la stessa storia.
Ma non era un problema solo del fu ingegner Guido Torelli. Gli altri la pensavano esattamente come lui. Anche gli altri, una trentina o qualcuno in più, gridavano, minacciavano, sbattevano i piedi. Ognuno protestava il suo sacrosanto diritto sul proprio bicchiere (e tutti il medesimo bicchiere), e sulla scodella, la poltrona, lo spazzolino da denti, il vecchio letto di noce. Al numero civico 43 di via Fondobanchetto tutte le notti c’erano discussioni. E non era la solita animata, rissosa, tipica assemblea di condominio, vi giuro, era mille volte peggio.

Fino a mezzanotte filava tutto liscio. Era una zona tranquilla della città, la più antica, il cosiddetto “castrum bizantinum”. Ma ecco, a mezzanotte in punto, l’ora canonica dei fantasmi, iniziava la baraonda. Che durava per ore. Le voci si spegnevano, di colpo, solo con il primo raggio dell’aurora.
Se pensate che tutti i fantasmi, tutte le anime dei trapassati, siano presenze diafane, timide e discrete, malinconiche e amanti del silenzio, siete fuori strada. Questo non era comunque il caso dei proprietari della casa di via Fondobanchetto 43. La quale casa, dall’anno di costruzione ad oggi, era stata ripetutamente oggetto di atti di successione, e donazioni, compravendite, addirittura di un paio d’aste giudiziarie a seguito del fallimento del proprietario.
Non si scappa, de jure tutti i fantasmi inquilini erano titolari del medesimo titolo di proprietà. Il punto era fargli capire che tale titolo, esclusivo fin che si vuole, poteva e doveva essere esercitato in comunione con tutti gli altri aventi diritto. Macché, abituati in vita a disporre di quel bene – dico la casa e tutto ciò in essa contenuto – in modo totale, senza restrizioni di sorta, non gli entrava in testa che il loro nuovo status imponeva un diverso comportamento.

Io, vivo e vegeto se dio vuole, visitando per conto di una stimata agenzia immobiliare la casa infestata (così era rinomata per quel fastidioso baccano notturno e per questo preciso motivo non trovava punto un acquirente) mi sono apposta trattenuto oltre il tramonto, per tutta la notte, fino all’alba. Per spiegare la situazione. Per farli ragionare. Sono un buon parlatore, un ottimo agente, ma non c’è stato verso. Allo scoccare della mezzanotte, non un minuto più tardi, una donna dalla voce stridula si è messa a gridare come un’ossessa: Chi ha mangiato nel mio piatto? Alla sua, si è sovrapposta la voce per me irriconoscibile dell’ingegner Torelli (da vivo ci frequentavamo, era persona mite e dai modi cortesi) sbraitando: Chi ha bevuto dal mio bicchiere? E una terzo, totalmente fuori di sé: E chi ha dormito nel mio letto?
Niente. Non mi hanno fatto nemmeno parlare.

 

Cover: via Fondobanchetto Ferrara – foto dell’autore

Gemellaggio Ferrara – Riace
La lettera aperta della società civile e del mondo del volontariato sociale

A Ferrara – lo scrivevo qualche giorno fa –  continuano i contatti sottotraccia, i messaggi incrociati, le proposte di alleanze elettorali. Qualcuno comincia già a fare il nome del “candidato ideale”: chissà se per lanciarlo o per bruciarlo. Ma è proprio questa la politica? Forse la politica vera, quella fatta di contenuti, di idee, di proposte, magari anche di provocazioni, abita altrove: sempre a Ferrara, ma nel vivo della società, lontano dalle piccole strategie dei partiti e degli schieramenti politici. Basta guardarsi intorno; la città è tutt’altro che addormentata, anzi, è una città che si interroga sul nuovo, si riunisce in assemblea, parla, discute, chiede, propone. Gli esempi virtuosi sono davvero tanti.

Un bell’esempio, molto significativo – nuovo nel merito ma anche nel metodo –  andrà in scena tra un paio di giorni. Lunedi 22 ottobre il Consiglio Comunale di Ferrara, per la prima volta nella sua storia, si troverà a discutere una proposta di delibera di iniziativa popolare. Il testo, che reca la firma di 955 cittadini, chiede di istituire un tavolo partecipato per produrre uno studio di fattibilità finalizzato alla ripubblicizzazione del Servizio di Raccolta dei Rifiuti. Vedremo come andrà a finire.

C’è però un’altra iniziativa, direi clamorosa, che circola in queste ore nelle vene della società ferrarese. Simbolica? Certo, ma tutta politica, che chiede a Ferrara di compiere una precisa scelta di campo. Un gran numero di gruppi, associazioni di volontariato, sindacati, movimenti ed  enti laici e di ispirazione cattolica, sindacati, ong, cooperative sociali (l’elenco, già nutritissimo, è destinato ad allungarsi nelle prossime ore) ha sottoscritto una lettera aperta  indirizzata al Sindaco di Ferrara, alla Giunta e al Consiglio Comunale.  Chiedono di fare qualcosa  per salvare “il modello Riace”: dare la cittadinanza onoraria al Sindaco Mimmo Lucano e di gemellare la Città di Ferrara con il Comune di Riace.

In cosa consista il “modello Riace” si può dire in poche righe. Ed è un racconto che assomiglia a una favola. C’era una volta un sindaco, una persona normale – non un intellettuale, o un politico di rango, o un capopopolo –  a cui viene un’idea normale, tutt’altro che “rivoluzionaria”. Ha visto che anche a Riace arrivavano profughi, disperati, richiedenti asilo. E ha visto diminuire anno dopo anno gli abitanti del paese, le tante case vuote, i campi lasciati andare alla gramigna. Nasce così, dal riempire di vita il vuoto di un paese morente, dall’inversione del circuito tra una (secolare) emigrazione e una dolente (nuova) immigrazione, un modello di accoglienza e integrazione che ha fatto il giro del mondo, ricevendo premi e riconoscimenti internazionali.

Ora la favola si è spezzata. Qualcuno ha deciso di “rompere la favola” –   non è un reato previsto dal codice penale ma se vi è capitato di essere stati bambini sapete bene che si tratta di un peccato mortale. Mimmo Lucano, indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per abuso d’ufficio, è stato sottoposto prima agli arresti domiciliari e quindi allontanato (ma perché?) dal suo paese. Intanto con una circolare il Ministro dell’Interno (di cui ora non ricordo il nome) ha deciso di smontare pezzo per pezzo il modello Riace, tagliando tutti i fondi al Comune e sloggiando i “clandestini”. Siamo così al colpo mortale. Se l’esperienza di Riace era un modello riuscito di umanità e convivenza, il suo azzeramento suona come un monito (e una minaccia) per tutti gli immigrati e per coloro – Chiesa compresa – che in tutta Italia si adoperano per l’accoglienza, il dialogo, l’integrazione.

Forse Domenico Lucano è colpevole di “disubbidienza civile”. Seguendo la sua coscienza ha disobbedito a norme ingiuste in nome di leggi superiori: il dettato della nostra Costituzione, la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, le leggi non scritte del diritto naturale. Solo per questo merita la Cittadinanza Onoraria di Ferrara. Ma in gioco c’è molto di più, salvare cioè quella straordinaria esperienza di umanità e solidarietà, salvare un paese come Riace che era tornato a vivere e che ora rischia di morire del tutto, tendere la mano ai nuovi arrivati come ai vecchi abitanti di Riace. Decidere di gemellare Ferrara con Riace non è quindi un semplice segno di vicinanza, ma comporta l’impegno a sostenere concretamente le tante iniziative – economiche, sociali, culturali –  che in questi anni erano fiorite a Riace. Se il governo italiano ha azzerato i fondi, quell’esperienza potrà continuare grazie al sostegno di Ferrara, delle sue istituzioni come della sua cittadinanza. Ferrara e tutte le città che vorranno seguire questa strada.

Il Sindaco, la Giunta, il Consiglio Comunale di Ferrara riceveranno a breve la Lettera Aperta. C’è da sperare che ne facciano motivo di attenta riflessione. Questa volta il gemellaggio non sarà l’occasione di piacevoli e spensierati viaggi in comitiva, ma qualcosa di molto impegnativo. Un impegno che tanti ferraresi sono pronti ad assumersi in prima persona: “Per favore, non rompeteci la favola”.

 

Continuano ad arrivare le adesioni alla Lettera Aperta. Dal GAD-Gruppo Anti Discriminazioni (che ha lanciato la proposta) alla Cgil, dalla Rete per la Pace ad Arci a Unicef,  da Pax Christi al Arcigay, dal CISV alla Coop. Meeting Point. Tantissime le associazioni:  Viale K, Cittadini del Mondo, Ferraraincomune, Orto condiviso, Filippo Franceschi. Papa Giovanni XXIII …

 

Sessantotto, le pagine dell’anno che ci ha cambiato la vita

Il titolo del libro allude alle favole, ma la storia che Maura Franchi e Augusto Schianchi ci raccontano ha molto a che fare con le nostre vite e la realtà dell’Italia di ieri e di oggi: con “C’era una volta il ’68, prima e dopo” (Rubbettino editore) gli autori (entrambi docenti all’Università di Parma) conducono una ricerca – e coerentemente sviluppano una riflessione di alto profilo – sui presupposti che hanno originato il movimento che ha squassato tutto il mondo occidentale, e ne valutano gli effetti attuali.

A base della rivolta indicano “un vago senso della giustizia sociale” saldato a “un forte desiderio di libertà”. Ricordano le gesta di una generazione “che pensava davvero di fare storia”, e che in parte, nel bene nel male, c’è riuscita. “Non era una domanda di sicurezza né tantomeno di benessere a guidare le attese future, ma un generale bisogno di una verità diversa che consentisse di descrivere il mondo con un linguaggio originale”.
Ecco perché anche semplici marcatori di stile, come il vestiario e gli atteggiamenti, risultavano fondanti dell’identità di quella generazione. La giovinezza era un valore in sé perché si contrapponeva all’obsolescenza della tradizione. E così la contestazione del principio di autorità significava il rifiuto di accogliere la lezione e i valori dei padri. Lo stesso impulso si traduceva nel respingimento del nozionismo scolastico, nell’esaltazione della democrazia diretta priva di capi e fondata su ascolto, partecipazione ed egualitarismo…
La strenua difesa dei diritti civili e l’insofferenza verso qualsiasi forma di gerarchia sono il collante che tiene insieme un movimento in sé variegato, al punto da esplodere negli anni seguenti in tanti rivoli orientati verso differenti approdi. Ma, appunto, quella che si può definire spinta alla libertà è il legame forte che tiene salda l’unione fra le giovani generazioni protagoniste della fase nascente di un movimento che, già agli albori del ’68, comincerà ad essere percorso da aneliti contraddittori, come la simultanea esaltazione del collettivo e insieme della soggettività; la domanda di partecipazione e la strenua difesa della libertà individuale, il noi e l’io.

A consentire l’affermazione del protagonismo di quella generazione, e il tentativo di compiere un salto in avanti, è il potente sviluppo economico che l’Italia conosce nel decennio precedente. Giovani e donne sono i principali protagonisti della fase nascente della nuova stagione, che lascerà tracce incancellabili nei decenni seguenti.
Il cinema, la musica, la narrativa non solo accompagnano ma spesso trascinano, con la loro forza evocativa e suggestiva, la marcia verso il cambiamento. Le avanguardie intellettuali, che si esprimono attraverso le poliedriche forme dell’arte, accendono la luce che rischiara il movimento, di cui il libro traccia i più significativi passaggi.

Tra le positive eredità che il ’68 ci consegna, Franchi e Schianchi indicano l’universalizzazione dei diritti, l’autodeterminazione degli individui (in particolare in riferimento agli stili e alle condotte di vita), la trasformazione dei modelli familiari e dei rapporti di coppia, la liberazione dai tabù sessuali, la spinta verso modelli inclusivi (specie nell’ambito del sistema scolastico ed educativo), la tutela di diritti fondamentali quali la salute e la parità di genere, la ricerca e la creazione di canali di controinformazione, il rifiuto dell’autoritarismo.
Fra le negative ricadute, gli autori indicano anche l’attuale deriva populista, intesa come moderna e deviata riproposizione dell mito della democrazia diretta. In ogni caso, affermano, “il 68 segna un prima e un dopo, per cui niente resta più com’era”.

Il volume di Maura Franchi e Augusto Schianchi “C’era una volta il ’68. Prima e dopo” sarà presentato domani alle 17 all’Istituto di Storia contemporanea di Ferrara, in vicolo Santo Spirito 11. Interverranno l’autrice Maura Franchi, Fiorenzo Baratelli direttore dell’istituto Gramsci di Ferrara. Introduce Sergio Gessi direttore di Ferraraitalia

APPUNTI SUI POLSINI
Il nuovo sindaco di Ferrara? Speriamo che sia femmina

Mancano ormai meno di sette mesi alle elezioni, in Europa, ma anche a Ferrara. In un clima sempre più confuso, e che presto diverrà rovente, c’è per ora una sola cosa certa: non saranno elezioni normali. C’è un terremoto in atto e in tanti prevedono un cataclisma.
A Ferrara significa che, per la prima volta in settanta e più anni di storia repubblicana, il governo della città appare contendibile. Di più: per la prima volta il Centrodestra, e segnatamente la Lega, sembra essere la grande favorita alle amministrative di maggio. Viva l’alternanza? Purtroppo non si tratta di una Destra moderata, ma di una formazione con valori e umori estremi, decisa a ‘ruspare’ via le molte buone cose che una città civile e democratica ha costruito dal Dopoguerra a oggi. Per questo, quale che sia il giudizio anche critico sulla giunta uscente, la vittoria di Alan Fabbri e di Naomo Lodi segnerebbe per Ferrara un drammatico passo indietro. Quanto indietro lo lascio alla fantasia dei lettori.

Mentre ascolto la preoccupazione di tante persone impegnate nel sociale, incominciano ad arrivare le voci (ancora sommesse) di alcuni che, nel frastagliato campo della Sinistra, stanno pensando a nomi, liste, alleanze per arrivare a maggio con le carte in regola per contendere alla Lega e ai suoi alleati il futuro governo della città. Va bene, siamo ancora all’inizio, la campagna elettorale non è ancora incominciata, ma posso confessare tutta la mia delusione?
Pare che il problema, l’unico problema – fuori e dentro il Pd – sia individuare un ‘nome buono’, il personaggio ‘attrattivo’, il capolista potenzialmente vincente. Anche sui media locali si rincorrono nomi e profili, candidature offerte o rifiutate. Come se tutti avessimo introiettato la medesima filosofia: che in politica si vince solo con ‘un uomo solo al comando’.
Non sento invece parlare, discutere, proporre contenuti concreti, un cambio di passo nelle scelte politiche locali, una idea nuova (di Sinistra) per la Ferrara futura. Come se per vincere bastasse la strenua difesa dell’esistente e lo spauracchio di una Ferrara in mano alla Destra. Invece, oggi più che mai, “far quadrato” attorno a un leader non basterà. Dentro quel “quadrato” bisogna metterci qualcosa.

Ma vogliamo parlare del candidato possibile per l’area progressista? Non mi va di partecipare al giochino del totonomi, registro però anche in questo campo il conservatorismo, una specie di senescenza della classe politica locale. Di tutti i nomi proposti o ventilati, politici o esterni, nessuno si è sognato di fare il nome di una donna.
Servirà allora un ripasso di storia patria. Andando indietro negli anni – nei decenni, anzi, nei secoli – Ferrara ha avuto solo una volta un Primo Cittadino donna. Se volete levarvi una curiosità, cercate “Sindaci di Ferrara” su Wikipedia e date un’occhiata a quel lunghissimo elenco di personaggi illustri: da un certo Guido (Console di Ferrara dal 1105) a Antonio Montecatini (Giudice dei Savi 1598), da Giovanni Roverella (Confaloniere 1831) a Anton Francesco Trotti (Sindaco dal 1867 al 1870), da Michele Rinaldi (Regio Commissario 1919-20) a Renzo Ravenna, Podestà di Ferrara dal 1926 e allontanato nel 1938 dopo le ignobili leggi razziali.
Nel dopoguerra la lista degli uomini reggitori della città continua, da Giovanni Buzzoni (1946-48) fino al sindaco in carica Tiziano Tagliani. Con un’unica eccezione, e non di poco conto, perché Luisa Gallotti Balboni, sindaca dal 1950 al 1958, antifascista e in seguito Senatrice della Repubblica, non fu solo l’unica sindaco donna di Ferrara, ma anche la prima sindaca di una città capoluogo di provincia in tutta Italia.
Se per vincere la Destra non serve sostenere le vecchie politiche ma occorre pensare e proporre il nuovo, cominciare da una candidata sindaca sarebbe finalmente un buon segno.

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DENTRO E FUORI: LA CITTA’ E IL SUO CARCERE
Il Galeorto di Ferrara

di Domenico Bedin

L’ottava porta si chiude dietro di me ed entro nell’area pedagogica dove durante l’anno scolastico si tengono le lezioni delle varie scuole. C’è un assembramento di detenuti inconsueto. Cerco di capire e riconosco gli alunni della scuola di agraria. Mi vengono incontro eccitati: stanno sostenendo l’esame orale per la maturità. Sono sorridenti, tutto sta andando bene. Mi chiamano dall’aula d’esame perché il commissario vuole congratularsi per l’attività dell’orto che ha permesso agli studenti di esercitarsi praticamente tutti i giorni. Gli insegnanti si congratulano per l’impegno e i buoni risultati ottenuti dai detenuti esaminati. Mi chiedono di parlare del “famoso” Galeorto.
L’idea è nata da una richiesta degli stessi detenuti che già in passato coltivavano un pezzo di terra all’interno del grande muro di cinta. Ma mancava l’acqua e il terreno era catalogato come area di riunione per le emergenze e perciò si smise di seminarlo.
Tre anni fa invece la direzione ha individuato un nuovo grande appezzamento di circa 6.000 mq. Un gruppo di amici ha offerto la possibilità di scavare un pozzo artesiano. E’ nata così l’idea del Galeorto. La Casa Circondariale ci mette il terreno, l’Associazione di volontariato sociale Viale K lo prende in comodato e realizza il pozzo e dissoda il terreno; procura le piantine, i semi, i concimi eccetera; e soprattutto associa i detenuti che desiderano coltivare l’orto. I detenuti-ortolani vengono assicurati come soci volontari di Viale K e producono gratuitamente gli ortaggi da mettere a disposizione delle varie sezioni del carcere.

Piantine, erbe infestanti e cappelli di paglia
Così una quindicina di ortolani dalle 9 alle 11 e dalle 13 alle 15 può dedicarsi a turno alla zappa. Subito c’è la richiesta di un secondo orto per una sezione speciale. Si parte subito e in poco tempo si ottiene una striscia coltivata con ordine e una buona professionalità. Gli ortolani-studenti scendono con il professore di agraria che indica loro metodologie e distinguono una parte di terreno che diventa sperimentale. Assisto a discussioni interessantissime sui diversi prodotti da seminare o trapiantare, sull’orientamento dei filari riguardo al sole. E sull’uso più corretto dell’acqua e dei concimi, sulle malattie e gli insetti o le erbe infestanti… procuro dei cappelli di paglia perché non si prendano un’insolazione.
Nascono contrasti tra i detenuti Rumeni e Magrebini circa le date della semina e della raccolta, gli uni vogliono le verze e i cavoli gli altri le spezie i peperoncini. I nostri meridionali supportati dagli agenti preferiscono le cime di rapa. Io opto per le fragole. Dalle discussioni nasce la consapevolezza che in ogni angolo del pianeta ci sono usi e tradizioni e tempi diversi per coltivare l’orto legati ai climi e ai gusti di ciascuno.
Alla fine ci troviamo tutti d’accordo sul piantare quello che una ditta di piante da orto ci regala! Gli insegnanti poi stabiliscono i tempi e gli usi legati al nostro territorio. Comunque è assodato che le verze, le rape e i cavoli li mangiano quelli del nordest Europa. Meno male che le patate e i pomodori mettono tutti d’accordo. L’anno passato è avvenuto un fatto strano. A grande richiesta ho procurato semi di peperoncino calabrese (anche questo amato dagli agenti). Seminati con grande attesa sono spuntate piantine strane che nessuno riconosceva, ciascuno faceva pronostici e riconosceva un tipo particolare di peperoncino. Un giorno mi chiamano e troviamo una campetto fiorito tra le zucche e le fragole; non erano peperoni ma fiori coloratissimi. Tutti hanno convenuto che ci stavano proprio bene e che i fiori sono molto belli anche in carcere.

Il Galeorto si espande, evade, e arrivano le Zucche Violine
Ma il Galeorto si estende anche oltre il muro grande di cinta. E’ avvenuto proprio così. Una mattina passeggiavo col Direttore del carcere nel corridoio che dà verso l’esterno e stavamo valutando come estendere anche ai detenuti ‘semiliberi’ (o con l’art 21) che stanno nella parte esterna della Casa Circondariale una attività che li coinvolgesse e facesse loro guadagnare qualcosa. Alcuni detenuti ‘lavoranti’ stavano sfalciando il grande prato che come un anello circonda tutto il carcere. “ Facciamone un orto grande. Saranno almeno tre ettari”. Il Direttore mi ascolta, tace e sorride, poi con aria convinta mi dice di fare domanda al Prap. Nasce così la coltivazione di Zucche Violine nel terreno “inercinta” : tra la rete di confine del carcere e il l’ultimo grande muro. La Zucca Violina, sia detto per inciso, serve ai ferraresi per fare i famosi Cappellacci di Zucca. Gli Estensi ne andavano ghiotti e ne erano fieri.

Dentro e (appena) fuori: due orti per avviarsi verso una nuova vita
I lavori di dissodamento, di allacciamento al canale di irrigazione, di ‘paciamatura’ e trapianto di 3.000 piantine di zucca ci fa arrivare praticamente a Luglio. I più ottimisti ci dicono che sarà un fallimento: – troppo tardi e troppo caldo quest’anno! Ma le piantine “si tengono” e, anche se un po’ in ritardo, a settembre riusciamo a vendere zucche a mezza città. Le zucche del Galeorto. Ci hanno lavorato tre detenuti che ormai hanno finito di scontare la pena. Hanno guadagnato anche qualche soldo tramite un tirocinio formativo e uno di loro, rimasto senza famiglia, ormai vive presso una delle comunità gestite dalla associazione Viale K. Logicamente fa l’ortolano.
Per sostenere il Galeorto ho fatto il trattorista riscoprendo la mia ancestrale vocazione contadina, ma immediatamente, si sono aggiunti alcuni volontari che danno continuità a questo progetto che sta diventando sempre più strutturato.
All’interno del carcere si coltiva gratuitamente per stare impegnati e fornire di verdura fresca un po’ tutti i detenuti che lo desiderano, all’esterno invece si lavora per dare una possibilità economica e mettere alla prova quelle persone che si preparano ad uscire a breve dal carcere.
L’associazione Viale K svolge ormai da venti anni un lavoro di accoglienza dei detenuti che usufruiscono di misure alternative al carcere e spesso li ospita anche dopo la scarcerazione. Si tratta di un lavoro fatto di relazioni che si intessono partendo da colloqui e attività che si svolgono prima di tutto in carcere e che poi si estendono nelle varie comunità di accoglienza che Viale K gestisce nel territorio ferrarese.
La maggior parte di loro, dopo un periodo di permanenza in comunità, trova la propria strada e se ne va. Alcuni invece rimangono, impegnandosi nelle varie attività dell’associazione, secondo il bisogno e le capacità di ciascuno. Alcune volte qualcuno ricade nei vecchi errori, o più semplicemente torna in carcere per scontare reati vecchi, ma la relazione ed il contatto rimangono. Ci si occupa soprattutto dei più giovani senza possibilità famigliari.

Invece di andare avanti, si sta tornando indietro
Speravamo che queste esperienze che ormai in tante parti d’Italia si stanno realizzando in una bella collaborazione tra amministrazione carceraria e terzo settore trovassero finalmente conferma e nuovo slancio nella nuova legge che doveva regolare la materia del trattamento alternativo al carcere.
Tutto si è bloccato con il nuovo governo che purtroppo ha deciso di andare in tutt’altra direzione, verso una detenzione punitiva e chiusa. Si sta però andando contro la storia e soprattutto contro l’esperienza consolidata in questi anni che dimostra che la corresponsabilità di vari soggetti nel trattamento della pena e la valorizzazione delle misure alternative produce un grande risultato sia nel recupero, sia, di conseguenza, sul piano della sicurezza sociale.

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
Scrivere, verbo al femminile

di Irene Lodi

Concita e le altre. Fra le molte protagoniste di Internazionale, uno spazio particolare va dedicato alle scrittrici che hanno incontrato il pubblico nella tre giorni ferrarese. Venerdì pomeriggio gli appuntamenti di letteratura al femminile, introdotti dalla psicanalista Chiara Baratelli, sono stati inaugurati da Concita de Gregorio, che ha presentato in Sala Estense “Chi sono io?”. Il filtro della macchina fotografica è stato parte integrante del lavoro della scrittrice, che ha raccontato proprio insieme a una delle fotografe, Silvia Camporesi, come mai si siano concentrate sull’autoritratto e sull’immagine. “Non sentirsi mai a proprio agio – ha detto De Gregorio – è una condizione che ti mantiene vigile. Ha dei vantaggi: non ti fa mai abituare o distrarre, ti fa mettere a fuoco meglio quello che vedi, ti fa sentire dentro e fuori dalle situazioni”. L’appartenenza e la non appartenenza alle cose, alle persone, dunque, è stato il motore del libro, che è una raccolta di storie e una riflessione sullo sguardo: quello degli altri e il proprio. Perché osservarsi ed essere viste, per le donne è una questione cruciale. Una autoanalisi, quella femminile, che parte spesso dai momenti di fragilità: “Quando siamo felici non ci facciamo caso – ha concluso la scrittrice – quando c’è qualcosa che non va, invece, pesa molto. Quando tutto è al suo posto, un momento che dura poco, non si nota: l’ordine però è un nostro tentativo di controllare ciò che succede, quando la regola è il disordine”. Caos e cosmos si contrappongono e si fondono, in un gioco di riflessi che consente di scrutarsi dentro.

Gli spunti narrativi sono continuati nella presentazione de “Le assaggiatrici”, vincitore del premio Campiello, di Rosella Postorino. “Gli esseri umani hanno questa ostinata tensione per la sopravvivenza – ha affermato l’autrice – è la loro più grande risorsa, ma è allo stesso tempo anche una condanna, e il male nasce da questo: per sopravvivere siamo disposti a qualunque compromesso, siamo disposti a giustificare qualunque azione per la volontà di sopravvivere”. Il suo è un libro di relazioni e di persone “normali”, e la sua è una penna che intriga grazie alla schiettezza:”Volevo raccontare una persona qualsiasi, una che non ha scelto di diventare nazista, non aveva neanche l’età per votare quando Hitler è salito al potere. Rosa si trova in quella situazione, non ne è causa”. Dalla vita di Rosa Sauer parte una riflessione politica: “Chiunque cresca in un sistema oppressivo, che sia un sistema totalitario, un clan mafioso, una famiglia tirannica, è vittima di quel regime, anche se ne diventa complice”, ha detto Postorino, “Questi regimi non solo hanno la colpa di coercire, ma anche di togliere l’innocenza a chi ne è parte, rendendolo sempre più parte del sistema”. Le assaggiatrici è anche un libro intrinsecamente legato al cibo, che diventa metafora del ciclo vitale, un ciclo continuo, che non si ferma davanti a niente: “La vitalità del mondo che continua nonostante tutto può contagiarci, ma ci fa sentire tutta la nostra piccolezza, tutta la nostra miseria – ha concluso – Le persone continuano anche durante l’orrore della guerra, anche nel dolore, a stringere amicizie, ad avere voglia di ridere, a fare l’amore, a essere umani”.

Un altro libro che torna a parlare di amore è quello di Daria Bignardi, Storia della mia ansia, presentato sabato pomeriggio in Sala Estense. “L’amore è una cosa semplice e banale – ha esordito l’autrice ferrarese – ma non così decodificata. Viene relegato, soprattutto in letteratura contemporanea, in spazi marginali, è difficile che si stia su temi semplici, come quello della pienezza e della totalità dell’incontro. Il tema mi interessava: è impossibile l’incontro autentico e assoluto, ma nonostante questo continuiamo a innamorarci e a parlare d’amore”. Sono poche le persone in grado di accettarne la relatività, secondo Bignardi, mentre per tutto il resto riusciamo a scendere a patti con i compromessi nella nostra lettura del mondo. Anche il tema della corporeità e della concretezza si ritrova in questo romanzo: “In tutto ciò che scrivo ci sono vita, morte, incidenti, malattie, tutto quanto riguarda il corpo – ha concluso la scrittrice – perché questi momenti rappresentano la realtà che irrompe nel quotidiano, il senso implacabile e devastante della realtà, ma a volte anche la pienezza della realtà, una sensazione che a volte perdiamo”.

Dalla letteratura ai social l’onda lunga dell’odio

Basterebbe un’affermazione di Baudelaire per definire l’odio: “L’odio è un veleno prezioso più caro di quello dei Borgia; perché è fatto con il nostro sangue, la nostra salute, il nostro sonno e due terzi del nostro amore.” Perché l’odio è legato all’amore, separato da esso da un confine così labile da permettere a volte una sorta di scambio osmotico. Due sentimenti estremi, totalizzanti, dei quali l’uno può sfociare talvolta nell’altro con una deflagrazione altrettanto potente.

L’odio rappresenta il più elevato, definitivo impedimento allo sviluppo della compassione e della felicità, anche quando qualcuno si appella al ‘sano odio’ come tentativo di mediazione e disonesta giustificazione di questo sentimento di per sé nefasto. L’odio non patteggia attribuendosi aggettivi moderati perché, per definizione, è un sentimento eccessivo, morboso, catastrofico. Oggi, forse, non abbiamo il tempo di soffermarci sul valore delle relazioni umane, ma continuano a sopravvivere i sentimenti forti, intensi, struggenti, passionali che animano i gesti, i pensieri, le giornate. L’odio di oggi, sempre più spesso si mantiene in vita artificialmente sui social, alimentato e incrementato dal potere e dagli spazi che l’web garantisce, protetto dall’anonimato e dalla possibilità di esercitare la sua vigliacca funzione. Il popolo degli haters si nutre di risentimento estremo, calunnia, accusa, illazione, fakenews, attacchi gratuiti, nascosto sotto fantasiosi nickname avvelena le discussioni con discorsi e interferenze improntati all’odio violento, privo di fondamento, inquina iniziative, provoca ulteriore odio con il suo disprezzo. L’epidemia dell’odio sembra quasi rispondere a una necessità fisica, un istinto che trae soddisfazione e appagamento dall’attacco verbale, violento tanto quanto un’aggressione fisica, addentando la vittima di turno fino ad annientarla. Un odio travestito spesso da capacità dialettica, acutezza di argomentazioni e soprattutto dalla rivendicazione del diritto alla legittima libertà di espressione e manifestazione di pensiero.

In letteratura l’odio nasce spesso da profonde ferite che fomentano un atteggiamento di oscura incontrollabile avversione nei confronti di chi o cosa è responsabile della sofferenza. Questo sentimento viscerale devastante diventa epidemico perché l’odio non può che generare odio: diventa contagio, lievita, fermenta, si moltiplica come la peste bubbonica. Nel romanzo ‘Cecità’ del 1995 Jose Saramago lo descrive molto bene quando parla della diffusione generale della cecità che colpisce l’umanità, una condizione che rappresenta l’indifferenza che sfocia nell’odio tribale violento da parte di gruppi malvagi che esercitano prevaricazione e sopraffazione cruenta sui più deboli. “Secondo me non siamo diventati ciechi”, afferma la protagonista, unica indenne alla perdita della vista, “secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono”. La prima figura emblematica legata all’odio è Caino, personaggio biblico archetipo del fratricidio, diventato la quintessenza di tutti i mali oscuri.
Anche Dante, nel Canto VIII dell’Inferno ha riservato un posto particolare a coloro che in vita hanno coltivato e nutrito l’odio. Li troviamo immersi in una mefitica e densa palude, una bolgia chiassosa di disperati costretti a dilaniarsi fra loro. Tra loro c’è anche il fiorentino Filippo Argenti – così denominato perché soleva boriosamente ferrare il proprio cavallo con ferri d’argento – la cui famiglia pare avesse incamerato i beni di Alighieri, sottoposti a confisca. L’uomo, immerso nella brodaglia fangosa si morde e si lacera nella sua solitudine.
Pagine che trasudano odio sono quelle del romanzo ‘A sangue freddo’ (1966) di Truman Capote, l’atroce storia vera di due ragazzi che sterminano quattro membri della famiglia Clutter senza motivo evidente. Il primo romanzo-reportage nella storia della letteratura. Lo scrittore si trasferì a Holcomb, Kansas, la cittadina che era balzata agli onori di cronaca per quel fatto sanguinoso, e raccolse tracce e informazioni minuziose sull’accaduto: una famiglia di agricoltori benestanti che improvvisamente, senza precedenti e motivi, viene strappata dalla sua dorata e monotona realtà da due giovani in preda a un odio gratuito e devastante, Perry Edward Smith e Richard Eugene Hickock, che verranno arrestati proprio mentre Capote si trova a indagare sul luogo. ‘Passaggio in India’ (1924), di Edward Forster, racconta di un’India che deve fare i conti con la colonizzazione britannica. Siamo a di Chandrapore, dove gli indiani occupano la parte bassa della città e la Cittadella che domina è riservata agli Inglesi. Il giovane medico musulmano, dr. Aziz, si trova accusato ingiustamente di violenza nei confronti dell’inglese Miss Adela Quested, la quale sosteneva che il fatto fosse avvenuto in occasione di un’amichevole gita alle grotte di Marabar. Nel romanzo è costantemente presente il binomio Io-L’Altro in un’incessante contrapposizione e opposizione, una conflittualità palese che genera odio: Oriente/Occidente, Inghilterra/India, uomini/donne, cristiani/indù. La diversità sociale, culturale, politica e religiosa tra colonizzatori e colonizzati che vivono ciascuno nel proprio mondo chiuso, genera un clima di disprezzo che versa in un odio sordo, spesso sottaciuto ma molto vivo, ancora lontano dalla dottrina della non-violenza di Gandhi, che sarà successivamente il vero e autentico momento di riscatto per l’India e gli indiani.

Il grande scrittore russo Lev Tolsoj sosteneva che le uniche cose che legano gli uomini sono la lotta per l’esistenza e l’odio, quasi che fossero le uniche due grandi forze cosmiche capaci di tenere viva interiormente l’umanità. L’odio è la fucina della vendetta ma, come sosteneva tristemente e realisticamente Arthur Schnitzler, quando l’odio diventa vile, si mette in maschera, va in società e si fa chiamare giustizia.

Cose da matti

Scarse risorse, soluzione lontana. La rassegnata inerzia del presidente dell’Ausl, Claudio Vagnini, che traspare nelle dichiarazioni riportate da Estense.com in risposta a una denuncia dei sindacati, avrebbe certamente creato scandalo e magari fatto scattare una richiesta di sue immediate dimissioni se il riferimento fosse stato a una struttura sanitaria di servizio e accudimento destinato a cittadini “normali“.
Ma siccome è di San Bartolo che si tratta – residenza pubblica, ma destinata ai matti – ed è lì che, secondo l’esposto, circolano topi nei locali di cucina, bisce e scarafaggi in ogni anfratto, cimici e zanzare che non danno tregua ai degenti, ecco allora che tutto si smorza e s’attenua…
I matti e i cosiddetti sani sono ancora separati da un solido steccato di pregiudizi che relega i primi nel limbo della sostanziale indifferenza, nonostante decenni di battaglie per restituire la dignità di esseri umani a quelle donne e a quegli uomini che soffrono di disturbi psichici.
E poco conta che a San Bartolo, con i malati di mente, a patire gli effetti di una situazione da film dell’orrore ci siano anche medici, infermieri e personale di servizio: come si suol dire, chi sta con i matti tanto sano non è nemmeno lui. E dunque, pazienza.

Tutto questo proprio alla vigilia del ritorno nella civica pista ferrarese (ad opera del Centro teatro universitario) del prode Marco Cavallo, emblema in cartapesta della rivoluzione psichiatrica di Franco Basaglia che, esattamente quarant’anni fa, culminava con una legge – la 180 – che ha ribaltato la concezione di malattia mentale fino ad allora imperante e portato all’abbattimento dei muri fisici e culturali che cingevano i manicomi, e poi alla loro definitiva chiusura.

Oggi a Ferrara si compie un atto di vigliaccheria sociale. E paradossalmente avviene nella città che al dottor Antonio Slavich, stretto collaboratore di Basaglia, qualche anno fa conferì il premio Ippogrifo, a testimoniare la gratitudine della comunità verso “colui che seppe umanizzare i luoghi di cura e il rapporto con i malati e che in ogni circostanza, nella professione e nella vita, rifiutò le sbarre come soluzione ai problemi e si oppose ai ghetti come luoghi in cui rinchiudere il disagio e la sofferenza”.
Ma i tempi cambiano. E cambia il vento.

I profeti dello spread

Forza Italia (almeno quel che ne resta) e Partito Democratico (almeno quel che ne resta) a far fronte comune contro questo governo di irresponsabili e fascisti.
Allarmi! Allarmi! La democrazia è a rischio! Tutti sull’Aventino per protesta… anzi no!
“Anzi no… Perché mai tacer quando tutti i media stanno dalla nostra parte? Quando ogni santo giorno, da mattina a sera, televisioni, radio e giornali ospitano e pubblicano fior di esperti e opinionisti e politici e giornalisti a parlar male e a criticare ogni azione e ogni parola di questo infausto governo?
Anzi no… stiamo sul pezzo! Non sia mai che la gente – e pure quegli stupidotti (tanti) che questa assurda maggioranza l’han votata – finalmente si convinca. Si renda conto del tremendo rischio che sta correndo”.
Bene, di quale rischio stiamo parlando?
Rischio per la democrazia? Capirei che si parlasse di rischio per la democrazia se adesso fossimo in democrazia.
Ma è vera democrazia un paese in cui il governo non possa decidere in piena autonomia la propria politica economica e sociale perché posto sotto ricatto dai mercati finanziari internazionali?
Rischio di fallimento del paese?
Ma come può l’Italia fallire se tuttora siamo uno dei paesi più ricchi al mondo. Un paese in cui, nonostante tutto, il risparmio privato (contrariamente rispetto all’estero) è uno dei maggiori al mondo.
E allora, con queste premesse, perché l’Italia è finita nell’occhio del ciclone? Perché è diventata bersaglio dell’Unione Europea? Perché lo spread sale minacciosamente?
Ma poi, cosa diavolo è questo spread, e perché le agenzie di rating ci stanno prendendo di mira?

Esponenti illustri di Forza Italia parlano di rischio per la democrazia e di deriva sovranista. Intanto il buon Silvio va a trovare il suo caro amico russo Vladimir, che proprio democratico non è, e un po’ sovranista sì.
Quelli del Pd, renziani in testa, si augurano che questo governo mandi in malora il paese. Se lo augurano per rinfacciarlo poi al popolo ignorante e beduino, colpevole di non aver capito nulla. Se sapessero, quelli del Pd, che sono proprio loro a non aver capito nulla della gente.

Il fatto, a me pare, è che in questo marasma generale nessuno voglia sprecarsi per cercare di capirci qualcosa. È più facile fare il tifo. Prendere per buono ciò che ci fa più comodo.
Lo fanno i partiti, i politici, lo fanno le persone. Ma la cosa più grave è che lo fanno pure i giornalisti. Non dubito che molti di loro siano in buona fede, questo però non aiuta, anzi.

Tutti noi guardiamo sempre la tv e qualche volta leggiamo i giornali. Ascoltiamo con attenzione ciò che ci dicono e leggiamo ciò che scrivono. Adesso cerchiamo di ripassare le informazioni che ci arrivano e con esse proviamo a immaginare questa scena: un tizio che arringa la folla sul pericolo rappresentato da barboni e mendicanti, mentre tutto intorno la gente intenta ad ascoltare non s’accorge che distinti signori in doppio petto e scarpe firmate stanno sfilando a ognuno dei presenti il portafogli. Il paradosso è che anche quelli che se ne accorgono fanno finta di niente perché indotti a credere che, se i soldi te li porta via uno che veste elegante, certamente dietro ci deve essere un motivo ragionevole e inevitabile.
Ebbene, se i signori distinti ed eleganti fossero le banche?

Chiediamoci anche il perché, nei vari dibattiti che tutti i giorni infiammano i talk show televisivi, esperti economisti, giuristi, sociologi, e chi più ne ha più ne metta, che dissertano e pontificano su economia e finanza, non pongano mai in discussione i criteri di calcolo dei tassi d’interesse sul debito, men che meno i meccanismi reali che stanno dietro il fenomeno dello spread. Ovvero non si chiedano mai quale sia la sua vera ragion d’essere, o perché debbano esistere le agenzie di rating.
Ciò che costantemente si sente sono continue discussioni sullo spauracchio del suo innalzamento e delle conseguenze che questo comporterebbe sulla gente. Terrorismo istituzionalizzato.
Si dà per scontato che il meccanismo dello spread sia lecito e inevitabile. Che non sia invece frutto di speculazioni della finanza. Che sia normale che queste famose agenzie di rating, col potere di declassare l’economia di un intero paese e, guarda caso, appartenenti a grandi multinazionali finanziarie private, abbiano di fatto il diritto di influenzare le decisioni politiche di un governo.

Le parole sovranista e populista sono diventate bestemmie da scandire in ogni dibattito. Si pensa ai vari Le Pen, Orban, fino al Salvini nostrano. Disprezzabili esempi di politiche di chiusura e isolamento, di tendenze antidemocratiche, di ideologie razziste? Probabilmente sì, o forse non esattamente. Questi tizi non stanno simpatici neanche a chi scrive, ma dobbiamo seriamente preoccuparci? Davvero crediamo all’approssimarsi di nuovi Hitler o Mussolini? Davvero siamo così condizionati da decenni di asservimento al modello corrente da non vedere che già da tempo non godiamo più delle nostre libertà?

Ma concettualmente cosa significa il tanto temuto sovranismo? Magari riappropriarsi della sovranità del proprio paese, del proprio potere decisionale. Senza rendere conto a enti stranieri privati che tutto hanno a cuore fuorché il benessere del cittadino.
E cosa significa il tanto vituperato populismo? Magari rivendicare una politica più attenta al suo popolo, alla sua gente, quindi alla risoluzione dei suoi problemi e dei suoi bisogni. E magari non ossequiosa di banche estere e nemmeno sotto ricatto di speculatori finanziari stranieri. Cosa c’è di così sbagliato in tutto ciò?
Dall’Enciclopedia Treccani.
“Sovranismo: posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione”.
“Populismo: movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria, un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate”.
Tutto questo merita davvero lo sdegno e l’insofferenza del mondo intellettuale? Non sarebbe forse meglio capirne le ragioni profonde senza preconcetti?

Nasce il sospetto che certa intellighenzia, quella con il pass d’accesso ai principali media istituzionali, si sia definitivamente appiattita all’establishment. Che il modello dominante e ormai straripante, quello dell’economia finanziaria globale, sia considerato sempre più un totem inattaccabile e imprescindibile. Che quei pochi pensatori – di fatto relegati ai margini, se non addirittura esclusi da ogni dibattito pubblico – che osano metterlo in discussione siano soltanto poveri utopisti, sognatori patetici, come tanti Don Chisciotte, o magari pericolosi sobillatori anti-sistema alla Guy Fawkes. Tutto fuorché gente con cui confrontarsi e discutere.
Così assistiamo come degli intrusi – e con un misto di fastidio e apprensione – alle performance dei primi, quelli pro-sistema, che dialogano comodamente tra loro dalle poltrone dei salotti televisivi, amabilmente accolti da giornalisti compiacenti, tutti intenti a mettere a proprio agio i loro ospiti.
Intanto, il solco tra questi autorevoli esperti, convinti portavoce del modello dominante, e la gente semplice diventa sempre più profondo e incolmabile.

Paragonano l’Italia alla Grecia, senza considerare il fatto che l’Italia è un paese ricco, mentre la Grecia era ed è rimasto un paese povero. Lo fanno senza denunciare l’assoluta ingiustizia subita dai greci, depredati da un giorno all’altro dei loro risparmi per ingrassare le casse già grasse di banche estere ‘amiche’ e dei loro azionisti (soltanto speculatori spacciati per benefattori).
Ci mettono in guardia da catastrofi imminenti, ci minacciano e ci impauriscono riempendosi la bocca con lo spettro di uno spread alle stelle e di una condanna senza appello delle agenzie di rating. Lo fanno con aria saccente e si sognano bene dal mettere in discussione l’eticità e la legittimità di codesto spread e di codeste agenzie. Lo fanno senza chiedersi assolutamente se questi meccanismi voluti e generati da una finanza speculativa in netto contrasto coi bisogni del cittadino non siano invece una forma di vera e propria aggressione all’autonomia decisionale di un paese. Tutto ciò non fa onore a questa genìa d’intellettuali, politici e giornalisti trasformati in sibille dell’Apocalisse, in profeti dello spread.

Per capirci qualcosa:
Di seguito gli approfondimenti di Guido Grossi (giurista esperto di economia e finanza), Marco Bersani (filosofo esperto di dinamiche sociali), Nando Ioppolo (avvocato ed economista).

Il furto del debito pubblico
Perché non ti fanno ripagare il debito
Cos’è lo spread?

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
La destra: donna e sovrana

Quando si parla di estrema destra spesso ci vengono in mente immagini di ragazzi ben piazzati, con capelli rasati e facce seriose. Questo è lo stereotipo che ci ha consegnato il Secolo breve. Il nuovo millennio o, per meglio dire, gli ultimi anni ci hanno fatto conoscere, invece, un lato diverso dei movimenti reazionari, sovranisti e populisti. L’immagine che sta emergendo oggi nella destra è quella di donne emancipate, divorziate, omosessuali, sicure di sé, che portano avanti dei valori legati a domande alle quali il femminismo progressista non ha saputo dare risposte e che, a ben vedere, come ha affermato Ida Dominijanni durante il festival di Internazionale 2018 a Ferrara, si scontrano con la misogenia intrinseca alla sinistra.

  • Dalle ‘donne’ di Berlusconi all’ascesa delle leader

I quattro governi Berlusconi che si sono avuti in Italia dal 1994 al 2011 hanno segnato sicuramente dei cambiamenti radicali da quella che era la politica della prima Repubblica a quella che sarà la seconda. Tra questi sicuramente il ruolo della donna e l’immagine che si dà di essa all’interno della politica cambia radicalmente nel tempo, unitamente a una ascesa del femminile all’interno di tutti i compartimenti della società. Il modus operandi dell’ex premier però è stato spesso criticato perché accusato di non badare alla capacità, ma all’aspetto fisico della candidata. Questo si innesta in un più ampio cambiamento della figura della donna sempre attuato da Berlusconi sin dagli anni Ottanta con l’avvento della tv commerciale.

Comunque sia, ecco fare la propria comparsa tra le file di Forza Italia e PdL varie donne che riescono a ritagliarsi ruoli di prestigio. Potremmo citare: Stefania Prestigiacomo, Ministro in ben tre governi Berlusconi; Mariastella Gelmini, Ministro dell’Istruzione e firmataria di una legge sulla riforma universitaria molto criticata nell’ambiente accademico; Mara Carfagna, Ministro per le Pari Oppurtunità, prima show-girl, modella e Miss Cinema 1997; fino alla più discussa Nicole Minetti. Su quest’ultima si è scritto moltissimo sul come sia arrivata in politica e sul coinvolgimento nel caso Ruby, ma una cosa è certa: la sua candidatura alle regionali del 2010 con un posto ‘blindato’, fu fortemente voluta dal cavaliere.

Tra tutte le donne dei governi Berlusconi, però, una solo si innesta nel discorso di “donne sovrane” ed è riuscita a emergere e a diventare segretaria di Fratelli d’Italia. E’ Giorgia Meloni. Ministro del quarto governo Berlusconi a soli 31 anni, oggi è la leader di un partito che si richiama ai valori della ‘fiamma tricolore’, tra le cui file è cresciuta. Incarna in sé i valori della donna moderna sovranista: difende le conquiste femminili avute nei decenni passati da un’”islamizzazione” che le metterebbe a rischio, porta avanti battaglie sulla famiglia tradizionale, pur non essendo sposata e avendo una figlia. Proprio l’essere oramai un capo carismatico le consente da un lato di partecipare ai Family day e attaccare un ‘complotto’ che vorrebbe l’imposizione della teoria gender, ma anche di difendere gli stessi omosessuali, le donne e le libertà occidentali proprio da un ‘nemico’ che la sinistra ed i progressisti non riescono a gestire secondo le femministe di destra: l’islam e la sua deriva radicale.

  • Paese che vai, sovrana che trovi

Come Giorgia Meloni in Italia, così anche nel resto d’Europa l’ondata del femminismo più o meno ‘nero’ da anni ha preso piede. Ecco solo alcuni dei nomi più famosi delle donne al potere di movimenti.

Marine Le Pen e il nuovo nazionalismo francese
Ha preso il partito del padre e lo ha quasi portato alla guida del paese. Ha divorziato per ben due volte, ha un compagno e tre figli. Il suo carisma le ha fatto guadagnare fiducia soprattutto nell’elettorato giovanile della società francese. Pur essendo alla guida di un partito reazionario, non ha mai presenziato a una manifestazione anti-Lgbt, proprio perché tra la popolazione giovanile i matrimoni tra coppie dello stesso sesso non vengono visti come un problema. Anche lei ha incarnato su di sé i valori del nuovo femminismo che nella difesa delle libertà acquisite si lega alle ideologie di destra contro il ‘nemico’ islamico.

Beata Szydło e la destra cattolica polacca
Lei è arrivata a essere Primo Ministro in Polonia, con un governo conservatore e di stampo cattolico alla guida del partito Prawo i Sprawiedliwość. Le battaglie di questa donna l’hanno portata a essere tra i firmatari della legge antiabortista da molti definita come un grandissimo passo indietro nei diritti delle donne che prevede il divieto di interrompere la gravidanza anche nel caso di gravi malformazioni del feto.

Alice Weidel, l’omosessuale filo-nazista
Dire che il suo è un caso più unico che raro sarebbe comunque poco per descrivere la posizione della leader dell’Afd, partito dichiaratamente filo-nazista, che tanto sta facendo discutere in Germania. Secondo le sue parole è di destra proprio perché omosessuale e non “nonostante”. Si è espressa in riferimento alle libertà e, oltre ad affermare che l’Afd difenderebbe i diritti degli omosessuali, accusa i partiti tradizionali di essere troppo morbidi e vieterebbe volentieri il burka perché “simbolo sessista di un’apartheid tra donne e uomini”.

Theresa May e i problemi anglosassoni
A lei è stato affidato l’arduo e durissimo compito di traghettare la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea. La Brexit le sta costando il suo posto di Primo Ministro a causa delle spaccature interne ai Tory, ma di sicuro rimane un esempio per le donne conservatrici inglesi e non solo.

Anke Van dermeersch e il belgio sovranista
È tra i leader del partito Vlaams Belang, coloro che difendono i fiamminghi all’interno dello stato belga. Il suo partito in passato è stato tacciato di essere razzista e solo ultimamente ha provveduto a cambiare parti del suo programma, passando da partito di destra radicale a una destra conservatrice. Senatrice, ex modella, di sicuro in lei si possono rivedere le donne che guardano con fascino alla destra più radicale e meno avvezza alle discussioni.

È evidente come il trait d’union che collega queste donne sia, come già detto, l’essere diventate il punto di riferimento di un movimento che non riesce a riconoscersi più in chi – sbagliando – ha interpretato il multiculturalismo come solo il parlare di diritti, senza interrogarsi sulle sfaccettature più profonde. Soprattutto per quanto riguarda quegli aspetti religiosi dell’Islam più controversi, che spesso il progressismo fa finta di non vedere in nome di quel relativismo culturale che troppo spesso si trasforma in giustificazione a oltranza verso ogni tipo di comportamento, voltandosi altrove di fronte ai problemi e alle domande più scomode delle femministe del ventunesimo secolo. La sfida è aperta e una riflessione ulteriore bisogna intraprenderla guardando nuovamente all’Italia: oltre ad avere l’unico segretario di partito donna tra i partiti in Parlamento, la destra è stata la prima ad aver portato una persona di colore nel senato italiano. Qualche domanda i progressisti dovrebbero farsela.

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Il ponte Morandi bene comune

di Roberta Trucco

A due mesi dal crollo del ponte Morandi Genova scenderà in piazza. La manifestazione si terrà il 13 ottobre alle ore 17 in piazza della Vittoria. È un’iniziativa che nasce dal basso, dai cittadini e da loro è stata chiamata ‘Riprendiamoci Genova’ (clicca QUI per scaricare la locandina dell’iniziativa).
Gli organizzatori, Camilla Ponzano di Riprendiamoci Genova, Andrea Acquarone di Che l’inse! e Filippo Biolé di EmerGente, scrivono nel manifesto: “Presi dalla vita di tutti i giorni, dai nostri fatti privati, ci siamo dimenticati di essere una città, una comunità, un popolo, che può e deve far sentire la sua voce. E pretendere di essere ascoltato […] No bandiere, no partiti, no grida e tifo da stadio, bensì: cittadini responsabili, impegno, idee, partecipazione, proposte e dialogo, sotto l’unica bandiera che ci unisce tutte/i, quella di Genova”.
Parole che mi risuonano dentro e che mi spingono a condividere ora quanto scrissi a pochi giorni dal crollo, probabilmente per elaborare il lutto. Abbiamo bisogno di noi. Non solo il ponte va ricostruito ma anche il dialogo tra diversi e all’interno delle comunità.

Agosto 2018
Sono partita per le vacanze nella dolorosa giornata del crollo del Ponte Morandi, partita con il cuore pesante per la tragedia annunciata che si è portata via tante vite giovani. Ero passata su quel maledetto ponte il giorno prima e, come molti altri genovesi, mi sento una sopravvissuta. Ho provato per giorni un misto di rabbia e di senso di colpa. Ogni volta che lo attraversavo ero inquieta. Quell’inquietudine oggi so che era autentica, non era il frutto di una fantasia un po’ paranoica, ma realmente un campanello d’allarme a cui avrei dovuto dare ascolto. Era il buon senso che bussava alla porta.
Sapevamo tutti delle continue manutenzioni. Da almeno un ventennio si parlava dell’aumento del traffico e del fatto che quel ponte non era stato progettato per sostenere un carico in continuo aumento. Negli ultimi anni nelle ore di punta quel ponte era sempre intasato, una lunga coda di tir e auto che procedevano a passo d’uomo. Se capitava di essere intrappolati lì per ore, convivere con l’ansia diventava un’impresa, credo per tutti. Un caro amico francese, che è venuto con la sua famiglia a trovarci, il giorno del crollo mi ha scritto per sapere come stavamo e mi ha raccontato che sia all’andata che al ritorno, alla fine del ponte, ha scherzato con il figlio dicendo “è andata bene, siamo dall’altra parte”. Un’amica giornalista che doveva essere intervistata dalla Bbc ha chiesto a diversi amici di dirle cosa rappresentava quel ponte per noi. Per molti era la via di casa al ritorno dalle vacanze, per molti il simbolo dell’orgoglio genovese, il nostro ponte di Brooklyn. Per me quel ponte era disagio, senso d’insicurezza, che da quando sono madre sento nel profondo. Sono una donna fortunata, ho una bella famiglia, una vita agiata e certo non mi posso lamentare, ma osservo sempre di più il declino della nostra civiltà. Abbiamo costruito ponti, ma non abbiamo educato alla convivenza tra diversi, al rispetto delle differenze, a partire da quelle di genere. Abbiamo scambiato l’omologazione per eguaglianza e con il passare del tempo ci siamo trovati immersi in un sistema capitalistico che ci alleva ‘come galline da batteria’. Le relazioni, la cura reciproca, la cura dell’ambiente, abbiamo abbandonato tutto nelle mani di Istituzioni e Servizi senza un volto, ma sappiamo bene che la cura è legata indissolubilmente al volto di chi la pratica: lo impariamo alla nascita nel primo incontro con il volto materno. Ci ritroviamo in un sistema malato, che ammorba le nostre coscienze.

Quel ponte per me rappresenta le contraddizioni del nostro sistema, un ponte necessario alla nostra comunità, un ponte che unisce la città divisa in due dalla val Polcevera, che unisce la nostra regione e l’Italia alla Francia, ma che nella furia della crescita sempre più rapida non ha tenuto conto dei tempi della cura e delle relazioni, subordinandole al profitto. Noi donne e madri lo sappiamo, il bene comune non è un progetto che si può costruire a tavolino, con formule matematiche, seguendo le logiche del profitto, ma deve tenere conto delle persone, delle relazioni e delle contingenze di ogni momento della vita. È venuto il tempo di dire che abbiamo bisogno di noi e delle nostra capacità di fare comunità.

ECOLOGICAMENTE
Acqua e innovazione

Il settore dell’acqua continua ad essere di grande interesse industriale e soprattutto di grande importanza ambientale, però le contraddizioni continuano a produrre gravi criticità strutturali e la situazione delle infrastrutture idriche e della gestione dell’acqua rimane fortemente penalizzata. Negli ultimi anni molti risultati positivi e un segnale decisivo di cambiamento sono stati prodotti da una forte regolazione con cui l’Autorità ha saputo realizzare e coordinare, dopo i primi anni di avvio, il settore con grande credibilità e autorevolezza, non solo autorità. Anche le Istituzioni stanno rafforzando le loro politiche ambientali per mezzo di progetti di crescita, e non più solo programmi di speranza, così come alcune aziende dei servizi pubblici ambientali hanno prodotto una forza e una capacità tecnologica molto superiore rispetto al passato. Molti investimenti si stanno facendo e cresce la capacità di reazione e innovazione nel ciclo dell’acqua (soprattutto grazie al nuovo metodo tariffario) e le aziende di prodotti e di servizi hanno mantenuto alto il presidio di offerta qualificata. Ma non basta.

Serve un approccio moderno e sostenibile al problema della qualità verso una sostenibilità economica circolare che deve fare riferimento alla qualità dei corpi recettori, sia in senso generale, sia in funzione della specificità degli usi; bisogna incentivare la riduzione degli sprechi, migliorare la manutenzione delle reti di adduzione e di distribuzione, ridurre le perdite, favorire il riciclo dell’acqua ed il riutilizzo delle acque reflue depurate. Di recente si rilevano tendenze nel settore innovazione di grande importanza e si registra un crescente interesse, sia a livello istituzionale che a livello produttivo, verso tecnologie di trattamento appropriate e sistemi/ tecniche volti ad una riduzione dei consumi, alla razionalizzazione (contemplando anche le opzioni di recupero e riutilizzo) dei flussi idrici e al recupero di materia nell’ambito dei processi produttivi. Però serve di più: dalla digitalizzazione del settore, allo smart metering, ai nuovi contatori (di cui scontiamo ancora una carenza normativa), al monitoraggio del microbiologico, alla riduzione dei consumi energetici e alla risoluzione del problema fanghi. L’innovazione sarà di grande aiuto. Serve però lo sviluppo di una cultura economica dei servizi pubblici ambientali, una maggiore attenzione sia a livello di costi che soprattutto di prezzi e dunque di tariffe. Serve un percorso di civiltà, ma anche il necessario sviluppo di una cultura economica del settore.
Se ne parlerà dal 17 al 19 ottobre a Bologna ad Accadueo (www.accadueo.com).

Amaro lucano

Veniamo a sapere da stampa e tv che il sindaco di Riace, Domenico Lucano, è messo agli arresti domiciliari, il 2 ottobre scorso, perché la magistratura gli contesta alcuni reati, fra i quali l’affidamento diretto del servizio di raccolta rifiuti, invece di una gara d’appalto, e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Immediatamente interviene sulla vicenda lo scrittore Roberto Saviano in difesa del sindaco e di un modello di accoglienza e integrazione dei migranti, indicato come esemplare per il suo alto valore umano.
Alla voce di Saviano si aggiungono quelle di autorevoli firme e di parte della sinistra, del mondo ecclesiale, associazioni, persone. Si moltiplicano le manifestazioni a sostegno del sindaco e in difesa di quel modello d’integrazione sociale, posto sotto attacco da un clima ormai irrespirabile di intolleranza, la cui fonte è riconducibile alle politiche del governo del cambiamento e, in primo luogo, al ministro dell’Interno, Matteo Salvini.
Il cartello con la scritta: “Il mondo lo adora, l’Italia lo arresta”, issato durante la manifestazione a Riace sotto casa del sindaco, il 6 ottobre, esprime bene la sintesi di questa ondata di protesta.
Un attacco, questo è uno dei punti, cui presterebbe il fianco anche la magistratura, con il provvedimento emesso nei confronti di Lucano.
Qui si apre un primo punto della questione: se, come si legge ovunque, fra il giudice per le indagini preliminari e la procura di Locri non c’è accordo su quali reati siano effettivamente da contestare a Domenico Lucano, tanto che lo stesso gip avrebbe scritto che l’indagine condotta da procura e Guardia di Finanza presenterebbe “congetture, errori procedurali, inesattezze”, questo significa in effetti che un problema c’è.
Allo stesso modo, sono sbalorditive le dichiarazioni rilasciate a caldo da un ministro dell’Interno che, senza alcuna sentenza, apostrofa il comportamento di un rappresentante delle istituzioni, sulla base di un’indagine giudiziaria in corso e su cui gli stessi livelli della magistratura devono chiarirsi su quanti e quali reati sarebbero stati commessi.
Il problema numero due è che lo stesso ministro sovrappone continuamente il livello istituzionale con quello di leader politico, per cui non è più chiaro quale sia l’azione di governo e quale la campagna elettorale.
E se questo comportamento è per molti normale, significa che decenni di analfabetismo istituzionale di chi si è ritenuto classe dirigente stanno purtroppo presentando un conto salatissimo.
Desta tuttavia non meno stupore il moltiplicarsi di manifestazioni a sostegno del sindaco calabrese. Non tanto per l’espressione di solidarietà e affetto nei confronti di una persona che è il simbolo di un modello civico da togliersi il cappello, in una terra, la Locride, infestata dalla piaga della criminalità organizzata, quanto perché – così si è sentito da più parti – quel modo di agire va difeso senza se e senza ma perché a fin di bene.
Perché, in ogni caso, è un esempio di convivenza, come ha detto Saviano, studiato in tutto il mondo.
Ci può essere tutto il consenso che si vuole su quel “a fin di bene”, ma siamo sicuri che un rappresentante delle istituzioni possa non rispettare le leggi, sia pure per uno scopo sacrosanto?
Perché se il sindaco di Riace non rispetta le leggi, per quanto contestabili esse siano, è un attacco a un esempio di civiltà, mentre se il sindaco di Verona decide di non rispettare la legge che riconosce il diritto di aborto è un oscurantista?
Se si esce dallo stato di diritto, al quale tutti i cittadini decidono di sottostare compresi tutti i livelli istituzionali (nonostante i pessimi esempi, proprio istituzionali, ai quali abbiamo assistito negli anni), chi può ergersi a giudicare se il mancato rispetto della legge è “a fin di bene”?
E’ forse la volonté générale di Jean Jacques Rousseau che, molto prima della Piattaforma dei Cinquestelle, gli studiosi hanno additato come l’anticamera dei poteri assoluti, perché, prima o poi, qualcuno pretende di parlare e agire in nome e per conto del popolo?
Se poi si ammette che per governare le regioni del Mezzogiorno o si forza la mano oppure è impossibile raggiungere risultati di buona amministrazione, non si finisce per esprimere la condanna che il Sud Italia sia un irrimediabile Far West?
E tutti gli altri sindaci calabresi, siciliani, campani e pugliesi, che ogni giorno, tra milioni di difficoltà, cercano di fare del loro meglio, facendo i salti mortali pur di rispettare un quadro normativo che, in più di un caso, pare scritto da chi ha problemi con l’alcol?
Per non dire di chi, in tanti, hanno dato la loro vita perché, come direbbe il commissario Montalbano, chi di dovere sapesse che anche in Italia “tanticchia di legge c’è; tanticchia, ma c’è”.
Ognuno è libero di intonare la canzone che vuole, ci mancherebbe, ma cantare “O bella ciao” sotto le finestre di Lucano si rischia un’operazione di assuefazione rispetto a un contesto su cui occorrerebbe fare dei distinguo.
Se Resistenza e partigiani giustamente si ribellarono, lo fecero nei confronti di un regime che era totalmente altro rispetto a un sistema di garanzie democratiche. Qui, grazie al cielo, le garanzie democratiche, per quanto minacciate, esistono ancora e ogni sforzo andrebbe fatto per conservarle e, se possibile, rafforzarle.
Nella sala dei Nove di Palazzo Pubblico a Siena (cioè la sala di chi governava la città) c’è il grande, stupendo, affresco di Ambrogio Lorenzetti del Cattivo e del Buon Governo.
Nella parte del Cattivo Governo il tiranno è seduto in trono e sotto di lui c’è la Giustizia, legata e costretta ai piedi del potente.
La tirannide – questo l’eterno e geniale monito – avviene quando il governante si pone sopra la giustizia, la legge.
La conseguenza è che tutto cade in rovina.
Sulla parete di fronte, chi governa è raffigurato sullo stesso piano delle virtù, fra le quali c’è la giustizia, e il simbolo del suo comando è portato con una corda da una schiera di cittadini.
Così, nella città e nei campi del Buon Governo regna su tutti la securitas.
Il capolavoro di Lorenzetti è un insuperato avvertimento rivolto a chi aveva in mano le redini di Siena. Una sorta di Cappella Sistina laica, se si pensa all’analogo monito che Michelangelo osò lanciare col suo strabiliante Giudizio Universale ai cardinali nell’aula in cui, ancora oggi, eleggono il papa della Chiesa cattolica.
Bisognerebbe organizzare delle visite guidate al meraviglioso affresco senese (altro che i secoli bui del Medioevo), per chi avesse ambizioni di classe dirigente.
Dunque, occorrerebbe decidersi se si vuole stare dentro lo stato di diritto, se cioè si preferisce la forza della legge – per quanto imperfetta e riformabile – alla legge della forza.
Indipendentemente dalle migliori intenzioni.
Dopodiché l’auspicio di tutti è che, nel caso concreto, il sindaco Domenico Lucano possa dimostrare di avere operato per il bene comune e nel rispetto della legge, perché se si inizia a scindere le due cose la storia dimostra che sono guai.
D’accordo che Ennio Flaiano definì la situazione italiana “grave ma non seria”, ma non sarebbe male astenersi dall’inseguire chi in questi anni ha dato il pessimo esempio di agitare le tifoserie per contestare un potere dello Stato – la magistratura – perché non eletto dal popolo.
Se è interesse di tutti che il modello di Riace possa continuare a essere un punto di riferimento, lo è altrettanto il rispetto della legge.

La libertà di stampa non è una fake news

“Per fortuna ci siamo vaccinati anni fa dalle bufale, dalle fake news dei giornali, e si stanno vaccinando anche tanti altri cittadini tanto è vero che stanno morendo parecchi giornali […] nessuno li legge più perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà”. Parole del vice-premier Di Maio in una diretta facebook del 6 ottobre 2018.
Verrebbe istintivo ricontrollare la data, perché argomentazioni di tale contenuto rappresentano rigurgiti di un passato tristemente noto, che evoca controllo, limitazione, censura nei confronti delle voci fuori regime. Ci si sta avviando verso una china che preoccupa e si intravvede un atteggiamento ossessivo verso il mondo dell’informazione e della stampa che squalifica i giornali e suggerisce di imbavagliare coloro che dell’informazione e della comunicazione hanno fatto una seria professione. Il Governo sta già pensando a provvedimenti penalizzanti come la prospettiva di aumentare l’iva per la stampa e la pubblicità viene passata per immorale, suggerendo velatamente che non è altro che un escamotage delle aziende per comprare i giornalisti, chiaro monito a quelle aziende a partecipazione statale che potrebbero trovarsi a fare i conti con tutto questo. Una forma di nuovo oscurantismo che rifiuta le linee di pensiero delle opposizioni e nega la possibilità di dialogare a più voci.

Ma si può cominciare a parlare di limitazione della libertà di stampa già ai tempi di Johannes Gutemberg (1394-1468), quando si assiste a un eccezionale aumento delle pubblicazioni e della loro circolazione, sottoposte a controllo da parte delle autorità. Nel 1501 papa Alessandro VI (1431-1503) introduce con bolla la ‘censura preventiva’, decretando il divieto di stampare senza autorizzazione delle autorità religiose e nel 1564 il provvedimento viene completato con un Indice dei Libri proibiti. In Inghilterra la censura preventiva è istituita nel 1531 da Enrico VIII e superata solo nel 1644, con la Seconda Rivoluzione, rendendo giustizia alla libertà di pensiero e alla sua divulgazione. Il primo quotidiano della storia viene pubblicato a Lipsia nel 1660, epoca in cui i periodici esistenti erano semplici strumenti in mano ai potenti, che attraverso essi esaltavano la propria immagine. Cronaca e politica erano del tutto assenti e gli argomenti a contenuto culturale erano appannaggio di un pubblico elitario. Occorrerà arrivare alla Rivoluzione francese per riservare al diritto di stampa il posto che merita e riconoscerlo nell’art. 11 della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del Cittadino (1789). Due anni più tardi, la stessa dichiarazione verrà pronunciata nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, dove la stampa libera viene identificata dai leader rivoluzionari come uno degli elementi prioritari di lotta.

In Italia la libertà di stampa viene riconosciuta nell’art. 28 dello Statuto Albertino del 1848 e le lotte per il pieno diritto a questa libertà continuano per tutto il diciannovesimo secolo, mentre il numero dei quotidiano e dei lettori cresce. Questo percorso si interrompe nel ventesimo secolo con i regimi totalitari di triste memoria. Il rapporto tra stampa, informazione e potere conserva in questi regimi un carattere ambivalente: se da un lato la stampa rappresenta un utile strumento di raggiungimento e conquista delle masse, dall’altro può essere fonte di critiche e quindi va controllata e manovrata. Mussolini mette fuori legge i giornali di opposizione e irregimenta le principali testate. Nel 1930, per ordine di Hitler, in Germania vengono messi al rogo i libri definiti ‘culturalmente distruttivi’ e si assiste all’esilio di molti autori. Anche nell’Unione Sovietica viene istituita una censura ferrea che mira al controllo da parte del regime e all’eliminazione di ogni traccia di dissidenza. Nel 1929 viene creata una lista nera delle pubblicazioni e degli autori nemici del popolo e nel 1935 si contano più di 24 milioni di libri distrutti e dati alle fiamme.

Al termine della Seconda guerra mondiale la libertà di stampa è solennemente sancita dall’Onu nell’art. 19 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo (1948): “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, questo diritto include la libertà di sostenere opinioni senza condizionamenti e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo ai confini”. Una descrizione chiara, precisa e inequivocabile, frutto di tante lotte e conquiste, presente anche nell’art. 21 della nostra Costituzione Italiana. Attualmente, le ombre gettate sull’informazione ripropongono il dibattito sulla libera circolazione delle idee e delle manifestazioni di pensiero, fondamento dello Stato di Diritto e di una società democratica. “Dove la stampa è libera e tutti sanno leggere, non ci sono pericoli” affermava Thomas Jefferson. Preferisco condividere senza esitazione quest’affermazione che trovare accettabile quanto Benito Mussolini espresse sul ruolo della stampa: “ La stampa più libera del mondo intero è la stampa italiana. Il quotidiano italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime; è libero perché nell’ambito delle leggi del Regime può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione.”