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Scuola, nn ci sn tt i sold

Nel Consiglio dei Ministri di ieri si doveva fare chiarezza sulla paradossale vicenda degli scatti di anzianità che ha coinvolto il personale della scuola.
Sto parlando del caso dei pochi spiccioli finalmente assegnati con anni di ritardo solo a una parte di persone, soldi sottratti però dal fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa, successivamente trattenuti dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, quindi provvisoriamente restituiti in busta paga (domani… chissàchilosa, ma oggi per l’opinione pubblica il problema è risolto grazie all’intervento del segretario diffeRENZIato).
Il comunicato stampa che dovrebbe spiegarci nel dettaglio la decisione del Governo (cinguettata qualche giorno fa con gran entusiasmo sia dal Presidente del Consiglio che dai Ministri Carrozza e Saccomanni) non assomiglia per niente ad un canto di usignolo.
Al contrario è un esempio di politichese contorto che anche Raymond Queneau avrebbe definito: “Esercizio di CaricaScaricaBarile”.
Ecco il comunicato stampa del Ministero copiato dal sito del Governo:
“Il Consiglio dei Ministri ha approvato, su proposta del Presidente, Enrico Letta, e dei ministri dell’Istruzione università e ricerca, Maria Chiara Carrozza, dell’Economia e Finanze, Fabrizio Saccomanni, e della Pubblica amministrazione e Semplificazione, Gianpiero D’Alia, un decreto legge in materia di retribuzioni per il personale della Scuola che demanda ad un’apposita Sessione negoziale avviata dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il riconoscimento dell’anno 2012 ai fini della progressione stipendiale del personale della Scuola (docente, educativo ed ATA). Nelle more della conclusione della sessione al personale interessato verrà mantenuto il trattamento economico corrisposto nell’anno 2013. La procedura negoziale per il recupero dei mancati scatti è stata già utilizzata per gli anni precedenti al 2012 e viene finanziata con risparmi e risorse rinvenienti dal settore scolastico senza alcun onere aggiuntivo per il bilancio dello Stato. Il decreto prevede altresì, come già annunciato, che non venga comunque effettuata alcuna azione di recupero delle somme attribuite al personale della Scuola per progressioni stipendiali nell’anno 2013. Viene inoltre prevista, per l’anno 2014, la non applicazione al personale della Scuola, con riferimento alle progressioni stipendiali correlate all’anzianità di servizio, del limite ai trattamenti economici individuali introdotto dall’art. 9, comma 1, del decreto legge n. 78 del 2010, nella considerazione che, a legislazione vigente, la predetta annualità per il comparto scuola è già utile ai fini delle progressioni stipendiali.”
Dopo anni di abitudine a letture così contorte mi sembra di aver capito il contenuto del comunicato.
Ho sempre pensato che quelli bravi potrebbero riuscire a scrivere le cose in maniera semplice, se solo lo volessero.
Evidentemente, certi politici o non sono bravi o non desiderano la chiarezza.
È “chiaro” che anche la scelta di “non essere chiari” ha il suo bel motivo che, per il mio modo di vedere, ha a che fare con la coerenza.
Infatti più si è chiari, più individui potranno capire. Ma se più cervelli possono capire ci saranno più coscienze che potranno osservare. E se molti soggetti possono osservare allora tante persone potranno giudicare… giudicare anche la coerenza tra il dire, il fare e il “normare“.
Per esempio, lo scrittore e filosofo francese Albert Camus scriveva: “Quelli che scrivono con chiarezza hanno dei lettori, quelli che scrivono in modo ambiguo hanno dei commentatori“.
Mi aspetto quindi che il Ministro dell’Istruzione, nella prossima pubblicazione, per essere più vicino ai gggiovani e per avere più commentatori, potrebbe addirittura optare per questo tipo di linguaggio:
“X te ke aspttv 1 cmbiamnt nll skuola, scordatl!!!
Nn ci sn tt i sold xke li spndiam x F35; cmq i $ ke ti diam, li prndiam anke qll dll vstr task e da $ dl Fnd x Mglrmnt Offrt Frmtv dll skuole.
T.V.B. anz T.V.1.B.3mendo.
Kiara Krrzz”

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“Le vie del Sacro” nella Roma di Francesco

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Una nomade tibetana

Il matrimonio tra il Centro di Produzione culturale la Pelanda del Testaccio e la fotografia non solo è ben riuscito, ma è un trionfo, quando di mezzo ci si mette la religione. Anzi le religioni. La mostra ‘Le vie del Sacro’ di Kazuyoky Nomachi, in programma fino al 4 maggio, è una delle proposte più azzeccate nella Roma di Francesco, il papa ‘pigliatutto’. E’ un piacere camminare lungo i corridoi, dove da rastrelliere semicurve di metallo e legno pendono gli scatti del fotografo documentarista giapponese, 68 anni, protagonista di una lunga avventura professionale intorno al mondo durante la quale è rimasto affascinato dai riti di preghiera delle popolazioni incontrate lungo il viaggio. L’occhio di Nomachi rimane prigioniero e cattura la spiritualità degli uomini fotografati in Africa, Asia, America del Sud, nel Sahara, in Etiopia. Lungo il Nilo e sulle rive del Gange, in Tibet, alla Mecca e sulle Ande. Le immagini restituiscono miriadi di fedeli inchinati per osannare Allah, giovani guerrieri dipinti di bianco in omaggio agli dei, donne velate e commosse, visi rapiti dall’estasi, che offrono occhi offuscati dalle lacrime sullo sfondo di paesaggi fumosi, antri biblici, illuminati dai falò o da una luna gigante, impossibile da addomesticare. Così tanto da intimorire. Chi guarda, con occhi e cuore, si addentra in altri mondi. Apre lo sguardo su paesaggi primordiali, tasta il polso al rapporto tra uomo e la natura, solo i pazzi, i presuntuosi e gli ignoranti non cadono sulle ginocchia di fronte a madre terra, mancandole di rispetto. Ecco il ‘sacro’. Anche l’uomo più moderno, recalcitrante verso la religione e i suoi dogmi, è costretto a cedere a ‘geo’, ai suoi capricci e alle sue rivendicazioni. Perlopiù giustissime. E’ lei la più forte. Nell’offesa, nelle sue conseguenze e nel suo imbizzarrirsi.

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La mostra “Le vie del Sacro” resta aperta sino al 24 maggio

A questo proposito l’obiettivo di Nomachi, che ha la sua prima antologica in Occidente, si fissa su tre giovani dal volto color caffè tostato, sorridenti e dal naso camuso, quasi la ‘raza’, tutti e tre vestono un copricapo a tamburello nero e giacche scure dalle maniche cucite con motivi tali da farle sembrare ali di condor. Un uccello leggendario. Ragazzi e credenze, riti e leggende si riversano nell’ex mattatoio, trasformato da luogo di sangue in casa della cultura, dove hanno sede anche una parte del Macro, il museo di arte contemporanea di Roma, la scuola di Musica Popolare e parte delle aule della facoltà di Architettura di Roma Tre. L’architettura industriale incontra le arti, diventa bella, tranquilla e alternativa in una città, attraversata da masse di disperati, homeless e disoccupati che dormono nella sporcizia, in angoli nascosti e impensabili di una metropoli storicamente irripetibile, schizofrenica, sporca e in caduta libera.

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Entra la Corte

Stavamo in pensiero.
Una volta uscite nella serata di lunedì 13 gennaio le motivazioni della Corte Costituzionale che ha cassato, in parte, il Porcellum, quali sono le onde sulla politica e, in particolare, sulle tre proposte di legge elettorale di Renzi?
Se lo è chiesto Roberto D’Alimonte sulle colonne del Sole 24 Ore (martedì 14 gennaio).
Seguiamo il ragionamento, perché il professore non è mica un patacca qualsiasi.
La Corte avrebbe bocciato “quel” premio di maggioranza, frutto della fantasia sfrenata di un odontoiatra sposatosi con rito celtico, non qualsiasi premio.
Così non sarebbero, sulla carta, fuori luogo la proposta del segretario Pd del Mattarellum modificato, ribattezzato “Matteum” dal maestro Sartori, e quella sul modello dell’elezione dei sindaci.
Nel primo caso la vecchia legge in vigore prima dell’era Calderoli, attribuiva il 75% dei seggi con sistema maggioritario in collegi uninominali: il più votato si prendeva il seggio e tutti gli altri a guardare.
Ora la proposta del sindaco di Firenze prevede che la rimanente quota del 25% dei seggi, prima aggiudicata con metodo proporzionale, sia trasformata in premio di maggioranza da aggiudicare a chi vince fra i primi due.
Sarebbe salva anche la disproporzionalità contenuta nel doppio turno di lista (il modello sindaci), perché il premio che garantisce il 55% dei seggi in Parlamento va a chi al primo turno di aggiudica il 50% più uno dei voti. Quindi non un premio concepito sul modello dell’Asso che fa scopa.
In sostanza i giudici della Corte avrebbero voluto semplicemente circoscrivere le distorsioni fra voti e seggi, senza arrivare a fissare dei veri e propri paletti.
E così rimarrebbe sul tavolo pure la terza proposta, cucita sul modello spagnolo: un sistema proporzionale, sì, ma su collegi talmente piccoli da assegnare i seggi in palio ai vincitori e pochissimi altri. Proporzionale con effetti maggioritari.
L’altro tema è quello delle liste bloccate. Si poteva pensare che l’istituzione a guardia della Costituzione le avesse proibite tout court. E invece così non è stato, perché “il divieto – scrive D’Alimonte – è limitato alle liste bloccate lunghe”.
Perciò, anche da questo punto di vista, resterebbero in gioco tutte e tre le proposte renziane: vanno bene collegi uninominali, alla Mattarella o altri, e va bene il modello spagnolo basato su collegi piccoli.
A questo punto il tema non sarebbe più giuridico ma politico, anche se non manca chi ha fatto notare che il modello sindaci, se tale e quale, implicherebbe la bazzecola del cambio della Costituzione, perché i primi cittadini sono ad elezione diretta, mentre se lo sguardo è rivolto a Madrid andrebbero completamente ridisegnati tutti i collegi elettorali dello Stivale, che non è operazione che si fa in due e due quattro.
In ogni caso, Renzi ha detto che per lui questo o quello pari sono, purché si faccia presto (ma guai a chi pensa che abbia Letta nel mirino).
A Berlusconi piace quello spagnolo, almeno per il prossimo quarto d’ora, mentre ad Alfano veste di più il modello sindaci.
Una cosa la dice chiara e tonda il professor D’Alimonte, in un contesto diventato nel frattempo tripolare (Pd, Forza Italia più Ncd e Cinque Stelle fino a prova contraria si equivalgono): “occorrono sistemi di voto che trasformino la minoranza relativa dei voti in maggioranza assoluta”. Altrimenti, si potrebbe continuare, il paese non lo governa più neanche il mago Otelma in persona.
Anche se Gianroberto Casaleggio (chi?) ha già fatto sapere che a lui andrebbe bene il suino macellato dalla Corte e cioè un proporzionale puro che, tra l’altro, sarebbe già pronto.
È la sortita di uno che prima di tutto avrebbe bisogno di un barbiere, come avrebbe sentenziato mia madre, o un campanello d’allarme?

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La natura come modello per il nostro benessere

Vuoi innovare? Chiedi alla natura! La risposta a molte domande la fornisce la biomimetica, studio consapevole dei processi biologici e biomeccanici della natura, come fonte di ispirazione per il miglioramento delle attività e tecnologie umane.

La natura viene vista come modello, misura e guida alla progettazione degli artefatti tecnici. Un’esempio concreto? Il velcro è uno straordinario frutto della biomimetica. Fu inventato nel 1941 dall’ingegnere svizzero George de Mestral, ispiratosi ai piccoli fiori che si attaccavano saldamente al pelo del suo cane ogni volta che lo portava a passeggio. Analizzandoli al microscopio, de Mestral notò che ogni petalo presentava alla sommità un microscopico uncino, capace di incastrarsi praticamente ovunque trovasse una appiglio naturale. Fu così che dall’osservazione di questo fenomeno nacquero le strisce di velcro che tutti noi conosciamo: semplici strisce in nylon combinate, una in tessuto peloso e una munita di tanti piccoli uncini che si attaccano saldamente all’asola, riproponendo il meccanismo di “cattura” osservato in natura.

Il termine biomimicry, entrato nel dizionario solo nel 1974, indica il trasferimento di processi biologici dal mondo naturale a quello artificiale: “mimando” i meccanismi che governano la natura, l’uomo può infatti trovare la soluzione ad innumerevoli problemi.

Le applicazioni di questo principio (vedi) sono molte ed affascinanti. Si può in un certo senso affermare che il primo ad applicare la biomimetica fu Leonardo, che nei suoi studi sulle macchine volanti prendeva ad esempio il volo degli uccelli.
La prima vera applicazione della biomimetica fu il tetto del Crystal Palace di Londra, costruito su progetto dell’architetto e botanico Joseph Paxton a metà del XIX secolo ed ispirato ad una pianta appartenente alla famiglia delle meravigliose ninfee, la Victoria Amazonica. L’edificio, purtroppo distrutto da un incendio negli anni Trenta, venne dotato di una struttura estremamente leggera, che massimizzava l’esposizione al sole proprio grazie all’esempio delle foglie di ninfea.
Un gran numero di applicazioni ispirate alla natura è già stato tradotto in applicazioni tecniche ed è commercialmente disponibile, come il velcro, le superfici autopulenti ispirate alle foglie di loto (Nelumbo nucifera) e gli adesivi strutturali, sviluppati a partire dal geco e dalle valve di alcuni molluschi.

L’assunto base della biomimetica è che tutti i sistemi naturali rispettano alcuni principi fondamentali: funzionano secondo cicli chiusi: non esiste il concetto di rifiuto; si fondano su interdipendenza, interconnessione, cooperazione, processi che sono alla base di tutti i sistemi viventi; funzionano ad energia solare; rispettano e moltiplicano la diversità.

Online, all’indirizzo www.asknature.org, si trova un sito davvero innovativo, coinvolgente, creativo che, in un inglese divulgativo (e in italiano grazie al traduttore automatico di Google), si rivolge alla comunità di biologi, studiosi, imprenditori e navigatori tout court, curiosi di saperne di più su questa disciplina.

L’ideatrice di www.asknature.com, sito no profit che si sostiene grazie al contributo di sponsor privati, è la studiosa Janine Benyus, che ha approfondito e divulgato efficacemente questi temi.
In pratica i biomedici sono degli imitatori della natura che, come afferma la Benyus, ricordano che quello che noi uomini abbiamo bisogno di disegnare, costruire, realizzare viene fatto quotidianamente e con grazia da tanti organismi viventi. Un esempio? Nelle Galapagos esiste uno squalo che riesce a tenere lontani i batteri grazie a una particolare disposizione architettonica di dentelli sulla sua superficie esterna. Ebbene, l’architettura di questi dentelli è stata riprodotta per rivestire le pareti degli ospedali e tutelare i pazienti.
Sul sito è possibile trovare un repertorio di strategie per prodotti bioispirati a quanto fanno serpenti, farfalle, piante, cellule, batteri con immagini e una grafica che sorprende, cattura e spinge a saperne di più. Un modo diverso per tuffarsi nell’Ambiente in cui viviamo.

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Viva Scilipoti

Confesso pubblicamente: mi manca Scilipoti, mi manca il suo agile fisico, alla Berlusconi per intenderci, mi mancano le sue battute argute e profonde, il suo incedere elegante, la sottile intelligenza politica che esaltava ogni passaggio da un partito all’altro, la sua fermezza ideale, l’incorruttibile e pertinace rigore nell’allontanare, novello Ulisse, qualsiasi sirena incantatrice: Scilipoti era l’Uomo. D’accordo, adesso lo hanno sostituito con Brunetta, ma volete mettere Scilipoti con Brunetta? E’ vero: entrambi sono stati e sono, due alti – in senso metaforico, s’intende – sostenitori del cavaliere, il quale dovrebbe essere agli arresti domiciliari oppure a pulire i cessi cittadini, ma rimane libero, il presidente della Repubblica gli ha concesso un’amnistia ad personam, istituto giuridico introdotto dallo stesso Berlusconi, per il quale ognuno si fa le leggi che gli servono (questa, afferma, è la vera democrazia). Ma torniamo al duo Scilipoti-Brunetta. Dicevo: volete mettere Brunetta con Scilipoti? Può fare qualsiasi cosa lo zazzeruto Brunetta, qualsiasi cose ma non arriverà mai all’altezza di Scilipoti. Il lettore stia attento, nell’autore non esiste la minima ironia quando usa l’aggettivo “alto” o il sostantivo “altezza” riferiti ai due grandi uomini politici, la cui statura morale è ben maggiore della loro prestanza fisica. Oh che! Non abbiamo forse avuto un re, il quale fece abbassare il minimo di statura dei soldati italiani, portandolo alla sua altezza? In un passaggio di “Addìo alle armi” Hemingway racconta che quando al fronte della prima guerra mondiale passava una grande auto vuota, tutti sapevano che dentro c’era Vittorio Emanuele III. Ora accade la stessa cosa: quando vedete giungere a Montecitorio o a Palazzo Grazioli una grande auto blu vuota non si abbiano dubbi, dentro c’ è l’incomparabile Brunetta, ma noi che non perdiamo mai le speranze attendiamo di vedere uscire dalla macchina ufficiale blu o nera l’amato amabile Scilipoti, che Dio lo benedica!

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Le panchine dell’indifferenza

C’è una recente espressione dell’atomizzazione e dello sfrangiamento del tessuto del nostro vivere comunitario. Mi riferisco a quel curioso modello di panchine semicircolari, peraltro esteticamente gradevoli, che da un po’ di tempo popolano alcuni parchi o stazioni ferroviarie.
Il restyling non pare il frutto di un semplice capriccio di design, ma sembra studiato apposta per assecondare quella pulsione alla parcellizzazione che accompagna le nostre esistenze.
Eppure le panchine sono luogo topico. Pensiamo a quanti letterari e reali incontri hanno ospitato, fungendo da inatteso e imprevisto strumento di incontro, socializzazione, magari innamoramento…
Ma le nuove panchine arquate non sono concepite per la convivialità e consentono ai frettolosi occupanti di sedersi senza quasi osservarsi, sfuggendo gli uni allo sguardo degli altri, garantendo persino su un emblema della promiscuità – quale è la panchina – il rispetto della privacy. E anche ai più inclini alla socialità, esemplari ormai rari in via di estinzione, impongono ugualmente un altero distacco.
Peraltro l’efficacia del nuovo design delle panchine si sublima in un coerente effetto collaterale: rendere impossibile – o quantomeno disagevole – l’improprio utilizzo della panca da parte di chi volesse farne giaciglio. O forse l’effetto dissuasivo più che collaterale è voluto e del tutto intenzionale.
Di certo c’è che in queste sedute a semicerchio si può stare gli uni accanto agli ignorandosi. E farlo senza neppure lo sforzo di distogliere l’attenzione, perché un previdente progettista ha provveduto a regalarci una soluzione che evita l’imbarazzo avvertito quando si è forzati a ostentare indifferenza. Così tutto fluisce in una ‘spontanea’ non considerazione di chi ci sta accanto, come usualmente avviene fra moderni dirimpettai.
Insomma un bel ritrovato della modernità in perfetta sintonia con le nostre solitudini.

Psiko-SkaFest

Ferrara museo a cielo aperto con i muri di Psiko, Don Bro, Mambo e gli altri writer

Dietro i murales batte un cuore, anzi, tanti cuori votati all’arte. Disegni, scritte e colori che aprono squarci di fantasia su molti muri di Ferrara sono realizzati da un gruppo di ragazzi della città che anno dopo anno sono stati affiancati da writer e artisti affermati, provenienti da tutt’Italia.
A raccontarlo è Psiko, nome d’arte di Paolo Garola, che a Ferrara da diversi anni collabora con il Comune, Area giovani, per portare avanti un’idea: quella che dipingere in strada non è un crimine, ma può anzi diventare un’occasione di esprimersi cercando nello stesso tempo di dare un tocco di bellezza in più alla città. Gli angoli più anonimi e le pareti grigie, secondo lui, possono diventare quasi un’istigazione allo sfregio. E allora murales, graffito, lettering o disegno che sia e che ci va sopra – quando è bello – diventa una forma di piacere per gli occhi e, nello stesso tempo, qualcosa che spinge a non imbrattare.
Psiko è nato e cresciuto a Torino, ma dopo i vent’anni arriva a Ferrara, dove ha i nonni materni. “Fin da bambino – racconta – mi piaceva disegnare. Per me è un bisogno, più ancora che una passione”. Così la sua esperienza di writer nel capoluogo piemontese se la porta tutta qui, conosce i referenti di Area giovani che gestiscono attività e spazi del Comune e insieme a loro parte il progetto “Graffi a Fe”. E’ il 2007 e l’iniziativa coinvolge i ragazzi che hanno questa voglia di disegnare e scrivere sui muri, mette a loro disposizione vernici, ma soprattutto pareti pubbliche fuori dal centro storico, dove fare arte senza sfregiare monumenti o palazzi privati.
Adesso Psiko ha 32 anni e fare arte è diventato un po’ un mestiere. Insieme ad altri ragazzi del gruppo di Area giovani ha fondato l’associazione culturale Articiok, parola in dialetto ferrarese (= carciofo) e che richiama il concetto di arte con un suono scoppiettante. Psiko è il presidente di Articiok, il vicepresidente è Elvis ‘Mambo’ Pregnolato, classe 1973, e segretario è Don Bro, coetaneo di Psiko. “L’associazione – spiega il presidente – in realtà non ha scopo di lucro e ci serve per partecipare a iniziative collettive, concorrere a progetti o bandi in modo da coprire almeno le spese vive, mentre portiamo in giro l’attività che amiamo”.
Ognuno di loro, poi, la vita se la guadagna cercando di farci stare dentro il proprio talento artistico. Mambo, ad esempio, dipinge scenografie per un’azienda di Modena che allestisce parchi di divertimento; Don Bro fa tatuaggi con una tecnica molto particolare e curata; Psiko dipinge opere su commissione, fa scenografie e quando ha un po’ di tempo mette a frutto l’altra sua passione, che è quella della cucina.
Oltre a questo gruppetto storico, Articiok mette insieme altri nomi di writer ferraresi: il più giovane è Mendez, studente 19 enne del Dosso Dossi; poi ci sono Esc, 23enne di Portomaggiore appena uscito dall’Accademia di belle arti di Bologna; Andrea Amaducci, che è vicepresidente dell’associazione culturale non profit Grisù di Ferrara.
Graffiti, disegni sui muri e firme personalizzate (lettering) per Psiko sono il collante di generazioni, stili e persone diverse che diventano parte di un progetto ambizioso: fare della città un museo a cielo aperto. Ecco allora che si può girare per Ferrara, rimanendo ai margini della zona monumentale e storica, per scoprire una piccola antologia di arte contemporanea. C’è Cristiano ‘SirTwo’ Luparia, classe 1972 di Milano, specializzato in lettere tridimensionali che ha lasciato una sua opera su un edificio del parco dell’Itis Carpeggiani; i Tdk che a Milano fanno writing dagli anni ’80 e che hanno contribuito al murales con i pugili del Palapalestre di Ferrara insieme a Mambo; il ferrarese Don Bro che sul Palapalestre firma la gigantografia dell’arbitro e all’Itis Carpeggiani il volto di Cavour; Psiko pittore dei bambini affacciati sule pareti della scuola elementare Don Milani; Made Ead, classe 1972 di Padova, autore del ritratto di Garibaldi sull’edificio visibile sul retro dell’Itis Carpeggiani; sempre all’Itis ci sono Psiko per il lettering sotto a Mazzini, Erik per quello sotto a Cavour e Mendez sotto a Garibaldi; Esc che sul Palapalestre ha fatto i podisti e Macs il giocatore di basket; Andrea Amaducci che firma la striscia con l’incontro tra una ragazza e un ragazzo sul retro del Palapalestre; Mambo il personaggio di Doc tra il sottomura e il parcheggio ex Mof in Rampari di San Paolo; sempre vicino all’ex Mof i bambini dark sul retro sono dell’Incubatore, Calinda l’artefice del personaggio con il volto che si disfa e un diamante tra le mani, mentre è di Esc il totem con il rubinetto aperto.
Il museo a cielo aperto non si ferma qui. Spray e creatività sono pronti a ripartire in primavera per dare colore e forme ai muri della palestra del liceo Ariosto, via Arianuova 19, mentre a marzo ci sarà una collettiva al teatro Concordia di Portomaggiore con arte, musica, proiezioni. Perché quello che conta è l’unione delle diverse forme di creatività, tanti talenti da tirare fuori e mettere in piazza.

Il simbolico in frantumi e il vuoto che abbiamo dentro

Viviamo in un tempo in cui, come diceva Sartre, il cielo sopra le nostre teste è vuoto.
Un vuoto lasciato da Dio, dal padre e dall’Ideale, un vuoto che si situa come fondamento dei nuovi sintomi contemporanei, in cui spesso gli oggetti come cibo, droga, alcool o gioco cercano di colmarne illusoriamente l’effetto della mancanza.
Assistiamo oggi ad una caduta dell’ordine simbolico che si manifesta in diversi ambiti: dalla scuola alla famiglia, alla società civile. Le giovani generazioni faticano in tal modo a trovare punti di riferimento solidi e facilmente identificabili.
Anche i social network, tra cui Facebook è il più conosciuto, contribuiscono ad una sorta di svuotamento dell’aura mitica che era presente attorno a certe figure che potevano essere assunte dai giovani come modelli di identificazione.
Molti personaggi dello spettacolo, che un tempo potevano assolvere tale scopo, ora scrivendo su Facebook della loro vita quotidiana si rendono umani, troppo umani e come tali non appetibili come modelli, svuotati del loro significato.
Persino l’ordine del Sacro è investito da un generale processo di de-sacralizzazione, anche se questo processo si presenta nella forma di avvicinamento alle persone. Lo stesso Papa possiede una pagina su Facebook che raccoglie commenti di migliaia di persone che in questo modo possono lasciare una loro traccia e avere l’illusione di dialogare con un’istituzione un tempo irraggiungibile. Tutto ciò produce un appiattimento, una riduzione della distanza, invece necessaria per strutturare il soggetto.
Alla tv la pubblicità del libro con le figure di Papa Francesco da colorare riflette proprio questa assenza di distanza e caduta del simbolico. Tutto è, in qualche modo ridotto ad oggetto da commercializzare e da comunicare con efficacia. L’efficacia della comunicazione sembra essere il criterio principale.
In un’epoca in cui si perde la dimensione dell’ordine simbolico e la funzione normativa del grande Altro, termine con cui Lacan si riferiva al ruolo della dimensione simbolica, il soggetto appare disorientato, spaesato, confuso, alla ricerca continua di paletti a cui appigliarsi.
In tale orizzonte anche la strutturazione del proprio desiderio risulta difficile, ragione per cui i giovani faticano a trovare la “propria strada” e, prima ancora, si perdono nella incapacità di cercarla.

Ascolta il commento musicale: Giorgio Gaber, I padri miei (i padri tuoi)

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.

baratellichiara@gmail.com

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L’energia va dove tira il vento. Futuro nelle rinnovabili, presente nel fossile

Tira buon vento dalla Spagna. Secondo il rapporto preliminare della Red eléctrica de España (Ree), compagnia che opera nel settore dell’elettricità nello stato iberico, nel 2013 l’eolico è risultato per la prima volta la principale fonte di energia elettrica. “Durante il 2013 sono stati superati i massimi storici di produzione di energia eolica”, afferma il rapporto. “A gennaio, febbraio, marzo e novembre l’energia del vento è stata la tecnologia che ha reso il più grande contributo nella produzione totale di energia del paese”. E che ha superato anche il nucleare, coprendo il 21,1% della domanda energetica. Anche se l’energia fornita dal nucleare si assesta di pochissimo più in basso, al 21%, è il tasso di crescita delle rinnovabili che aumenta, mentre l’atomo cala: nel 2012 il rapporto era del 18,1% dell’energia totale prodotta dall’eolico e del 22,1% dal nucleare.
Altra buona notizia riguarda le emissioni di gas serra in Spagna, calate del 23,1%. Il merito di questa svolta verde è da attribuire anche alle altre energie rinnovabili, come il solare, il fotovoltaico e il termico, che arrivano a coprire ben il 49,1% della capacità installata nel paese.
A livello territoriale, a trainare è la comunità autonoma della Navarra, che nella produzione di energia elettrica di origine eolica è passata dallo 0% del 1996 all’oltre 70% del 2013.
La produzione di elettricità da fonti fossili è invece in forte declino. Rispetto al 2012, il contributo dalle centrali a gas è sceso del 34,2%, quello dalle centrali a carbone del 27,3% e quello dell’energia nucleare dell’8,3%.
Se la situazione della Spagna fa sperare in un futuro meno inquinato, a che punto siamo con le energie cosiddette pulite in Italia? Secondo i dati finora disponibili, nei primi sette mesi del 2013 le rinnovabili hanno coperto il 35,9% della richiesta elettrica e il 40,5% dell’offerta. In calo il termoelettrico, mentre il fotovoltaico, con quasi il 20% in più di produzione sul 2012, ha soddisfatto il 7,4% della domanda. Per quanto riguarda l’eolico, questo ha garantito il 5,9% della produzione elettrica italiana, consentendo di soddisfare i fabbisogni di oltre 5,2 milioni di famiglie, e facendo registrare un incremento di oltre il 31,1% rispetto allo stesso periodo del 2012.
Il nuovo regime di incentivazione per le energie rinnovabili messo a punto dal governo nel 2012 si propone di superare gli obiettivi comunitari di produzione elettrica verde fissati al 26% e di portarli al 35% entro il 2020. Tuttavia le strategie energetiche dei nostri parlamentari non convincono gli operatori del settore, che lamentando tagli ai sussidi significativi, soprattutto riguardo all’eolico, e considerano il provvedimento “assolutamente penalizzante per la fonte eolica ritenuta una grande opportunità a livello mondiale”.
Anche se su più fronti si sostiene che il futuro del mondo sia nelle rinnovabili, la fonte di energia che è cresciuta di più nel mondo nel 2012 è stata il carbone, che è il combustibile fossile più pericoloso da estrarre e più dannoso per l’ambiente, con il 43% delle emissioni totali. Con una stima di crescita dei bisogni energetici mondiali entro il 2030 di oltre il 60%, la sfida tra energie pulite e combustibili fossili si prospetta sempre più accesa.

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L’oro del Pci, il tesoriere Sposetti: soldi al Pd? Con noi c’entra nulla

Finite le feste e traguardato il nuovo anno, abbiamo ripreso il nostro viaggio all’interno delle fondazioni, alla ricerca dell’oro del Pci. E siamo riusciti a intervistare il potente senatore Ugo Sposetti, tesoriere dei Democratici di sinistra, partito in liquidazione dal 2007, nonché presidente nazionale della fondazione che ancora ha in pancia il patrimonio che originariamente fu del Pci. A palazzo Madama, nel 2013, Sposetti è stato eletto nelle liste del Pd.

Senta Sposetti, ci aiuti a capire la ‘ratio’ delle fondazioni. Nel 2007, quando sono state costituite, c’era l’esigenza di mettere in sicurezza il patrimonio dei Ds…
La interrompo subito. Il problema non era la messa in sicurezza. Ma mi faccia fare un passo indietro, così la storia parte dall’inizio. Quando sono diventato tesoriere nazionale dei Ds, nel 2001, mi sono messo le mani nei capelli per la quantità di debiti accumulati. Superata la prima fase di stordimento abbiamo cominciato a ragionare su un modello di gestione della politica che tenesse finanza e patrimonio fuori dal partito. Il sistema tedesco ci è sembrato quello adatto: separazione dal partito del transito di denaro e della formazione politica. Poi c’è stata una fase confusa, coincisa con l’elezione di Prodi a palazzo Chigi. E mentre si sviluppa la riflessione arriviamo al 2007…
E nasce il Pd…
No, il proprietario muore.
Diciamo che c’è la fusione fra Ds e Margherita…
La fusione non c’è mai stata: se ci fosse stata la fusione ci sarebbe stato anche il passaggio del patrimonio. Il Pd è un soggetto nuovo.
Formalmente, ma di fatto è l’unione dei due partiti.
Le proprietà sono regolate dal codice civilistico. Quel che è successo è che i Ds sono scomparsi senza lasciare eredi. Così le persone nominate curatrici dei beni si sono dotate dello strumento della fondazione per gestirli. Intendiamoci, non s’è inventato niente di nuovo: è il modello adottato e praticato dalla Chiesa…
Insomma, lei parla di proprietario; ma quei beni erano il frutto del lavoro, dei contributi, delle sottoscrizioni di migliaia e migliaia di militanti, un’eredità che risale sino ai tempi del Pci, frutto dell’impegno di generazioni…
Ma il Pd è un’altra cosa.
Sarà anche un’altra cosa, ma la maggior parte dei militanti dei Ds ha continuato a sviluppare la propria opera all’interno di questa formazione politica e oggi credo abbia qualche titolo per rivendicare quel patrimonio.
Nessuno rivendica nulla, sono solo i giornali a fare rivendicazioni.
A me risulta altro: si avverte un diffuso malcontento. In ogni caso nei passaggi fra Pci e Pds e poi fra Pds e Ds ci si era regolati diversamente…
Quelli erano passaggi interni, mutazioni nell’ambito dello stesso partito.
Quindi lei non avverte alcun debito morale nei confronti di quei militanti?
Io in debito? Assolutamente! Anzi, vanto un credito per tutto quello che ho fatto. Oltretutto il Pd ha 1.800 sedi, mi pare possa essere soddisfatto.
Sedi per le quali paga gli affitti, peraltro, sia pure a canoni calmierati…
Giusto per garantirci le spese di manutenzione, la copertura degli oneri tributari, i costi di messa a norma…
Provo a seguirla nel suo ragionamento e di conseguenza le domando: se la nascita delle fondazioni non era funzionale a una temporanea messa in sicurezza del patrimonio degli ex Ds, qual è lo scopo?
Lei vada a vedere sui siti delle fondazioni la ricchezza delle iniziative culturali e l’articolazione dei programmi svolti.
Per la verità a Ferrara, decisamente, non è così.
Non è mica colpa mia se a Ferrara non fanno iniziative.
E lei non può fare nulla in casi come questo? Non ha un potere di indirizzo sulle fondazioni che derogano degli obiettivi statutari?
Proverò con una moral suasion…
Comunque lei ci sta dicendo che lo scopo delle fondazioni è svolgere attività culturale per la diffusione dei valori politici della sinistra, come è scritto anche negli statuti. Giusto?
Esattamente.
E di quel che fate, di come impiegate i fondi, di come gestite il patrimonio a chi rendete conto?
Sui siti delle fondazioni pubblichiamo regolarmente i bilanci.
Sarà così ma non ovunque, non a Ferrara quantomento.
Lei è incappato in Ferrara, che ci posso fare? Ma guardi un po’ in giro la situazione.
Verificherò. Comunque dare visibilità ai conti economici è doveroso, ma la rendicontazione dovrebbe essere più ampia e complessiva, in termini di bilancio sociale come si usa dire ora…
Lei ha ragione. Queste cose funzionano se c’è trasparenza e partecipazione.
E comunque lei conferma che il tema dello scioglimento delle fondazioni non è all’esame…
Per lasciare il patrimonio al Pd? Non c’entra nulla.
Quindi lei esclude la possibilità che un giorno le attuali fondazioni possano diventare lo strumento che gestisce, esternamente al partito, il patrimonio del Pd, così come a suo tempo avevate immaginato per i Ds?
Qual è la formula gestionale che ha in testa Renzi? Lei lo sa?
Io no. Ma lei potrebbe chiederlo direttamente a Renzi.
La saluto…
Qualcuno sostiene che siate il vecchio che vuole condizionare il nuovo…
Ma Sposetti non risponde. Ormai è già lontano. Lontano come il giorno in cui al Corriere della Sera manifestava propositi opposti a quelli attuali: «La prossima settimana – asseriva rispondendo all’intervistatrice il 16 dicembre 2007 (leggi) – manderemo una circolare a tutte le sezioni e federazioni per spiegare come archiviare, nel momento in cui passerà al Pd, il nostro patrimonio. E scatterà la fase operativa». Una fase operativa mai scattata e ora rinviata ‘sine die’, con una formula che lascia intendere un’archiviazione senza possibilità di appello.

8 – CONTINUA

nunzia-de-girolamo

Nunzia vobis, gaudio magnum

Quando si accendono i riflettori su fatti di corruzione e di cattiva politica scatta immediata l’accusa nei confronti dei magistrati e di chi si scandalizza per l’ennesima vergogna pubblica: giustizialisti, moralisti! E’ un radicato e diffuso ‘carattere nazionale’ reagire in questo modo. Anziché guardare la luna dello scandalo, si concentra il fuoco sul dito che la indica… Un altro tassello di questo ‘carattere nazionale’ è la (voluta e interessata….) confusione tra etica politica e reato penale. Tutti i partiti, a fronte di un loro dirigente coinvolto in qualche inchiesta evitano di esprimere una posizione nascondendosi dietro la frase: aspettiamo l’esito delle decisioni della magistratura.
Bisogna però riconoscere che esiste una differenza importante tra la destra berlusconiana e il Pd. Quest’ultimo non reggerebbe la presenza di un segretario condannato in modo definitivo per un reato gravissimo (e in attesa di processi per reati altrettanto gravi….) come, invece, succede per Forza Italia (ma anche per i ‘diversamente’ berlusconiani del Ncd). E, va ricordato, che alcuni personaggi del Pd furono costretti alle dimissioni da ruoli importanti prima della conclusione delle inchieste giudiziarie: Delbono, Marrazzo e altri. Ma, proprio per questo, non si giustifica la permanenza al governo di ministri implicati in vicende che hanno a che fare con un corretto e normale comportamento etico. Mi riferisco alle ‘relazioni pericolose’ del ministro Cancellieri; alle responsabilità del vice presidente Alfano sul ‘caso Shalabayeva’, confermate dall’ex prefetto Giuseppe Procaccini, capo di gabinetto e unico capro espiatorio della vicenda. In quest’ultimo caso, siamo di fronte ad un ministro che ha detto il falso in Parlamento: un atto che in America costerebbe la fine di una carriera politica.
Ora è venuta alla ribalta la spregiudicata gestione del proprio potere personale del ministro Nunzia De Girolamo. Non c’è bisogno di attendere la fine dell’inchiesta o dire che non è (ancora…) indagata ufficialmente. Materiale per chiedere le sue dimissioni ne esiste a volontà. E non riguarda solo il turpiloquio (a conferma, però, di come la gestione di un potere senza etica annulli in fretta la differenza tra il ‘maschile e il femminile’….), ma bastano le testimonianze registrate dei suoi ‘protetti’ e ‘promossi’. Per esempio, rileggiamo queste frasi di Michele Rossi, l’attuale direttore generale dell’Asl di Benevento, in cui assicura in ginocchio la propria fedeltà all’allora deputata De Girolamo: “Non resterei qui all’Asl un secondo in più se non per te e con te. La nomina l’ho chiesta a te, tu me l’hai data ed è giusto che ci sia un riscontro”. Intanto, emerge dall’inchiesta un favore da un milione di euro che Rossi avrebbe elargito ad un amico (imprenditore) vicino al Pdl.
Conclusione. Per la politica il giudizio etico (che riguarda la probità sostanziale dei comportamenti e non la loro legittimità formale) deve venire prima di una sentenza penale. Inoltre, la si smetta di giustificare sempre l’ultimo scandalo con l’altra frase tipica del nostro ‘carattere nazionale’: così fan tutti!

Ascolta il commento musicale: Gianni Morandi, In ginocchio da te

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara. Passioni: filosofia, letteratura, storia e… la ‘bella politica’!

disperazione

Storia di ordinaria disperazione

Francesco per 15 anni aveva fatto il funzionario in un’associazione di categoria, ogni giorno si recava nei in ufficio ed ogni sera, o quasi, presenziava alle riunioni cercando di convincere gli associati delle iniziative in corso. Ogni giorno era alla costante ricerca di elementi che gli permettessero di fare un lavoro e di credere in ciò che faceva. Poi un giorno accadde una cosa imprevista, nella sua città furono evidenziate risorse energetiche di grande rilevanza, “finalmente potrò mettere in atto le mie competenze”, pensò Francesco e si mise all’opera da subito… Non sapeva il giovane funzionario che questa era l’occasione che attendevano alcuni suoi colleghi per metterlo in difficoltà, forse era gelosia delle sue presunte capacità, forse semplicemente era l’incomprensione per un modo nuovo di lavorare, l’unica certezza fu che il giovane decise di dimettersi e di abbandonare il buon lavoro ben retribuito. Si prese un periodo di riflessione per valutare le nuove opportunità che gli si potevano presentare, alla fine decise che poteva avere la propensione per diventare un piccolo imprenditore, cosi di fretta e furia si recò dal commercialista e si mise all’opera per aprire una nuova attività imprenditoriale dove la sua fantasia e le sue conoscenze tecniche potevano creare ottime opportunità di guadagno.
Fu cosi che Francesco divenne un imprenditore di successo, i suoi fatturati crescevano di anno in anno, finalmente libero da condizionamenti della “politica” poteva fare le scelte che più si addicevano alle strategie aziendali, finalmente poteva togliersi quelle soddisfazioni che il precedente lavoro gli aveva negato, al bar con gli amici nel giustificare le sue scelte amava dire con passione “cari miei la libertà non ha prezzo e i fatti mi stanno dando ragione”.

Poi, improvvisamente, ad un età in cui si dovrebbe pensare alla pensione e con essa immaginare una vita serena fatta di tempo da passare con la famiglia e con gli amici, improvvisamente e pericolosamente negata da una parte della politica, è sopraggiunta la peggior crisi che il nostro paese ricordi. A causa di questa situazione Francesco ha perso alcuni clienti ed alcune commesse importanti, giorno per giorno le sue capacità finanziarie venivano erose da tasse, imposte, impegni bancari e recupero crediti, ma non si è arreso, ha accettato di lavorare in nero per un’altra azienda nella speranza di ricominciare una volta che le nebbie della crisi si fossero diradate, ma, purtroppo, l’azienda per cui lavorava è entrata in difficoltà e non è riuscita a pagare le sue spettanze, allora ha dovuto rivolgersi a finanziarie ed ha iniziato un percorso di indebitamento, non erano pesanti i suoi debiti, corrispondevano all’incirca a quanto avrebbe dovuto incassare dal suo datore di lavoro, i mesi passavano e la luce in fondo al tunnel invece di avvicinarsi si allontanava sempre più. Giovanna era la moglie di Francesco, aveva 65 anni, era stata una brava dipendente pubblica (di quelle che con il sudore quotidiano mandano avanti la scassata macchina dello stato) ed aveva (si direbbe fortunata lei) raggiunto una misera pensione di circa 850 euro che, fin quando Francesco aveva mantenuto il suo lavoro, consentiva ai due una vita dignitosa, ma che ora non bastava più. Di dignità, però i due coniugi, ne avevano persino troppa, al punto che per vergogna o per riservo avevano deciso di non avvalersi degli ausili che i servizi sociali potevano loro offrire. Giorno dopo giorno l’angoscia si impossessava delle loro menti, non riuscivano a pagare l’affitto di casa e i contributi e faticavano a comprarsi il minimo per sopravvivere, forse non se ne rendevano conto ma stavano scendendo inesorabilmente verso gli inferi di una vita a cui non si riesce a dare una spiegazione. Fino a quella brutta mattina, quando, forse si sono guardati in faccia, forse hanno pianto un po’ sulle loro disgrazie e poi hanno preso una decisione, hanno scritto un biglietto di scuse per il gesto che si accingevano a fare, si sono recati nel loro garage e, nell’illusione o nella certezza di porre fine alle loro sofferenze si sono impiccati. Poche ore dopo Massimo (fratello di Giovanna) dopo essere stato avvisato dell’accadimento, si è recato nell’appartamento dei due congiunti e dopo averli visti ha iniziato a fuggire verso la campagna con il preciso intento di raggiungere la sorella tra i disperati che si sono tolti la vita, cosi dopo una lunga corsa in auto si è fermato in quello che riteneva fosse il posto giusto e si è sparato nella tempia.

Questa terribile storia è certamente frutto della fantasia di qualche malinconico narratore, ma è anche frutto della realtà che ci circonda, è frutto di un imbarbarimento dei costumi che ha portato questa società dapprima agli arricchimenti facili, e poi, una volta che il “gioco” non ha più retto, nel crollo ha rovinosamente travolto i deboli, ha impoverito pesantemente la classe media e non ha dato a tutti prospettive per un futuro nemmeno migliore ma quantomeno credibile e percorribile. Questa storia frutto di fantasia dovrebbe contribuire a farci riflettere sui modelli di società che vogliamo costruire, dobbiamo dapprima vergognarci e poi scusarci se il nostro egoismo ci fa volgere lo sguardo altrove quando ci scontriamo con i nostri fantasmi e impone di impegnarci per imparare dagli errori a costruire un futuro migliore.

fossadalbero

Turismo lento fuoriporta alla riscoperta delle tradizioni, un modello per fare rete

Sfogliando la rivista “Arcobaleno d’Italia” delle Proloco italiane sono stato indotto a riflettere su quello che mi è parso il cuore di questa associazione, con oltre seicentomila soci, che fa proprio un sentire radicato e diffuso nei tantissimi territori del nostro bellissimo Paese e cioè “il sentimento è l’unica grande risorsa per costruire il nostro futuro”.
Percorrendo alcuni itinerari nella nostra Regione abbiamo appreso che la nuova presidenza emiliano romagnola di Proloco, con un imprenditore centese, sta progettando due importantissime iniziative/evento.
La prima, con il modello di sistema a rete lungo il fiume Po, è inserita nell’Expò di Milano del 2015 e vede il coinvolgimento di un centinaio di Proloco (Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna); la seconda, fa riferimento alla linea Gotica (Toscana, Romagna, Marche); entrambe hanno l’intendimento di unire in filiera le specificità delle terre italiane.
Un ruolo ed una funzione, quindi, di salvaguardia dei patrimoni culturali che l’Unesco ha attribuito anche come espressione viva di valori connessi al capitale antropologico.
Ed è proprio di questo nuovo contesto che anche nel ferrarese si sta sviluppando un cambio di passo delle Proloco con una attenzione al turismo lento dei “ fuori porta”, seguendo: i percorsi delle delizie estensi, del grande fiume Po e del suo delta, i premi letterari e i dialetti, i carnevalingiro e l’enogastronomia, gli ambienti rurali e le tradizioni storiche.
Nelle proloco estensi c’è, oggi, la volontà di fare rete fra di loro, con nodi forti su Mesola-Codigoro, Portomaggiore-Argenta, Cento, la destra Po, Copparo-Migliarino e il tratto del Volano, Bondeno, in un modulo a corona per dare capillarità e generare una catena di valore  per l’intero progetto.
Questo indirizzo è già stata intrapreso con convinzione nei territorio confinanti. Alcuni mesi fa, nel corso principale di Rovigo, negli oltre 30 gazebo allestiti albergavano le immagini di luoghi, borghi e angoli del Polesine.
Sindaci, presidenti di Proloco, imprese eccellenti, erano a rappresentare, a valorizzare e a promuovere pezzi di territorio facendo sistema. Abbiamo visto moltissima gente, e non solo polesani, anche qualcuno che parlava un altro dialetto e un’altra lingua; non è poco, anzi questo è marketing territoriale.

Ora anche da noi le istituzioni locali, le aziende di promozione turistica e gli uffici del turismo dovranno farsi interlocutori e co-attori con le tantissime proloco.
La nostra Regione ha compreso bene il ruolo e le funzioni di questa grande associazione di promozione sociale e, al riguardo, sta maturando la volontà di offrire una nuova legislazione e anche canali progettuali con l’Unione europea.
Siamo certi che anche altri sapranno cogliere questo opportunità, per dare la dovuta rilevanza a questi stakeholders dell’accoglienza, così ben organizzati, radicati e sempre di più sentinelle della nostra cultura.

rifiuti

Primo, ridurre la produzione dei rifiuti

Si sente forte l’esigenza di riferimenti strategici perché nei prossimi anni i principi di sussidiarietà, le necessarie politiche industriali di settore e soprattutto una chiara impostazione di sviluppo e di miglioramento ambientale sono esigenze inderogabili.
La prevenzione e la riduzione della produzione dei rifiuti, prima ancora del riutilizzo, riciclaggio e recupero energetico, sono i temi su cui si ritiene doversi maggiormente impegnare, ma permane tuttavia ancora carenza di visione strategica e di chiara regolazione; così come i principi di autosufficienza, di responsabilità condivisa, di prossimità e di gestione integrata restano ancora indefiniti nella esigenza di una necessaria fase di ristrutturazione (sia normativa che gestionale).

E’ urgente la definizione di una nuova politica industriale nel settore dei rifiuti. In particolare:
1* la modifica delle produzioni nel senso della diminuzione dei rifiuti e dell’incremento della riciclabilità dei prodotti (in accordo con principi europei di “responsabilità allargata”) introducendo il concetto di “ciclo di vita LCA” nella politica in materia di rifiuti
2* la valorizzazione del tasso di recupero di materia (prima) e di energia (poi) incorporata nei rifiuti, mediante incentivazione e sviluppo delle raccolte separate, del mercato delle materie secondarie e integrazione dei sistemi di raccolta e gestione con le ulteriori forme di trattamento
3* le attività di ricerca tecnologica, sia nel settore industria che nell’agricoltura, in grado di produrre innovazioni positive, a favore della chiusura dei cicli; orientamento del sistema produttivo verso beni ad alto tasso di riutilizzabilità/recuperabilità e a bassa nocività di smaltimento, privilegiando l’adozione di tecnologie e materiali a ridotto consumo di risorse ed energia di trasformazione;
4* la creazione di interventi diversificati (come le filiere corte) ai vari livelli della distribuzione, dal produttore, al grossista, al negoziante, al singolo consumatore, in modo tale che siano possibili interventi efficaci a livello di città e di bacino provinciale.

In particolare è opportuno ricordare la ormai lontana direttiva europea 2008/98/CE del 19 Novembre 2008 che essendo stata pubblicata il 12 dicembre 2008 impegnava tutti gli Stati Membri che entro 24 mesi debbono recepirla (termine ultimo era il 12 dicembre 2010), in sintesi:
E’ confermato il principio del “chi inquina paga”:
introduce l’importante principio della “responsabilità estesa del produttore”,
viene posta enfasi sulla prevenzione dei rifiuti.
La gerarchia dei rifiuti viene rivista e ampliata. a) prevenzione; b) preparazione per il riutilizzo; c) riciclaggio; d) recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia; e) smaltimento.
Su questa fondamentale strategia di sostenibilità ambientale è richiesto da tempo un impegno delle istituzioni e della collettività verso una serie di obiettivi importanti e nello stesso tempo necessari; tra questi determinanti sono quelli che tutti (da chi produce, a chi consuma, a chi amministra, a chi gestisce) devono assumere per ottenere un sistema integrato (autosufficienza, responsabilità condivisa, prossimità, gestione integrata, etc).
Siamo in grave ritardo.

Volta la carta e la scuola riparte

Volta la carta” è una ballata tradizionale che il cantautore Fabrizio De Andrè ha provato ad adattare e ad orchestrare (in Rimini, 1978).
La scuola riparte” è uno slogan stagionale che il governo Letta ha provato ad inventare e a pubblicizzare (in Roma, 2013).
Volta la carta e la scuola riparte” è una filastrocca contemporanea che ho provato ad assemblare e a scribacchiare (in Ferrara, 2014).
“Un esempio di surrealismo popolare” è la definizione che Massimo Bubola, collaboratore di De André, ha provato a dare della canzone di Fabrizio.
Io prenderei a prestito la stessa definizione per attribuirla anche allo slogan di Enrico.
La filastrocca che segue può essere letta o cantata sulle note di “Volta la carta”; non sono pratico di accordi ma credo si possa musicare in “FA di più anche se poi ti DO di meno”.

C’è un governo di intese allargate 
dona milioni alle scuole private,
a noi toglie ma non restituisce
volta la carta, ci sono le bisce.
Centouno bisce che stanno nascoste
volta la carta ma non trovi risposte. 
Nella scuola, cammini, trascini anche se non ci riesci più 
docente, bidello od impiegato, a te nessuno considera più
docente, bidello od impiegato, a te nessuno considera più.
Quando ognuno fa la sua parte
volta la carta “la scuola riparte”,
“riparte”, è un modo di dire
volta la carta, c’è da investire.
A investire ci vuol del coraggio 
un po’ di più che in un atterraggio.
I precari, alle sei di mattina, sono già pronti e si tirano su
l’assunzione gli hanno promessa, volta la carta e non c’è più 
l’assunzione gli hanno promessa, volta la carta ma non c’è più.
Non tormentarti con i perché
ecco tieni un bel tablet per te,
per te che non fai molte domande
volta la carta, la scuola si espande.
Si espande se si dematerializza
Volta la carta c’è chi normalizza.
Il personale, messo in cantina che piange, che grida anche laggiù
se il questionario è la medicina vuol dir che non ascoltano proprio più
se il questionario è la medicina vuol dir che non ascoltano neanche più.
C’è meritocrazia su questa carrozza
attenti però questa cosa ci strozza,
ci strozza se non c’è l’uguaglianza
volta la carta, ho già mal di panza.
Mal di panza ché non siamo zerbini
riescono a pensarli questi bambini?
Il Ministro cinguetta leggero, si veste di buono, parla da Fazio 
chiama le leggi “La scuola riparte”, volta la carta e per noi non c’è spazio
chiama le leggi “La scuola riparte”, son sempre quelli che pagano il dazio.

transenne-natalizie

Transenne

Avendo trascorso per intero le ultime festività a trastullarmi in occupazioni propedeutiche all’insorgenza di malattie cardiovascolari, cioè a dire a mangiare come un ludro, non ho avuto occasione di frequentare il centro storico di Ferrara. Così, proprio ier l’altro ho portato i miei quattro chili in più a fare un giretto per la città. I quali quattro chili sono rimasti fortemente impressionati, devo dire, quando, proprio davanti al grifo in pietra rossa che osservava il tutto con l’aria paziente di chi ne ha visti di tutti i colori nella sua quasi millenaria vita, hanno intravisto l’abete che troneggiava ancora in un angoletto di piazza Duomo. Circondato tondo tondo di vezzose riproduzioni in chiave futurista della slitta di babbo Natale, affettuosamente soprannominate transenne zincate dalla popolazione autoctona, e graziosamente agghindate con festoni luminescenti bianchi e rossi, familiarmente detti catarifrangenti, vieppiù impreziositi dalle scritte criptiche “Comune di Ferrara – U.O. Mobilità e Infrastrutture”. Che, tradotte dal linguaggio babbonatalesco, costituiscono un caloroso messaggio di saluto ai tanti turisti in visita: ‘Benvenuti nel centro storico della città Patrimonio dell’Umanità, piaciuto l’ambaradan?’
I sofisti sempre a caccia del pelo nell’uovo potrebbero magari trovare stridente o, per dirla ancora più grossa, intollerabile il contrasto fra le superbe architetture rinascimentali della piazza e l’essenziale corona ferrea che rinserrava la sparuta pianta; ma le due cose ben rappresentano lo spirito pratico dei ferraresi, che sono gente che, venendo dalla campagna, è abituata a badare al sodo e non sta tanto lì a spaccare il capello in quattro: l’importante è che sotto le Feste ci sia il suo bell’albero di Natale a farci la sua porca figura in piazza, come tradizione comanda, il resto son puttanate. Filosofia di vita evidentemente apprezzata dal nuovo vescovo della città, che pure nel recente passato non aveva mancato di rimarcare con asprezza taluni aspetti di degrado presenti proprio davanti alla cattedrale, e che stavolta non ha invece avuto nulla a che ridire.
Il che significa che il presule si è già perfettamente integrato nel caloroso clima casereccio che si respira a Ferrara. Buon post-Natale ai lettori dai miei quattro chili in più, forse cinque.

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Memofilm, il cinema che fa bene alla salute. Cortometraggi contro l’Alzheimer

Il cinema fa bene alla salute. Non è un modo di dire, ma il risultato di una ricerca scientifica documentata con un volume e un dvd in uscita mercoledì 15 gennaio. L’opera che documenta questa esperienza si intitola “Memofilm, la creatività contro l’Alzheimer”, edizioni Mimesis, ed è il frutto del lavoro portato avanti sul campo con persone malate di demenza. Cinque anni di sperimentazione dimostrano che le emozioni non solo ci fanno sentire vivi, ma sono fondamentali per combattere lo stato di apatia, distacco e perdita di identità tipico delle malattie degenerative. Ricordi, passioni, turbamenti tengono aperto il flusso vitale, fermano il tempo e allontanano l’avanzata e il peggioramento dell’Alzheimer. Quel senso di benessere che ci lega alle persone che amiamo insieme con la forza dei ricordi affettivi ed emozionanti si rivelano capaci di tenere a bada il male di cui soffrono 5 persone anziane su 100 e contro il quale non esiste alcuna terapia farmacologica.
L’idea nasce dall’esperienza personale di Eugenio Melloni, sceneggiatore che vive a Ferrara dove ha ambientato La vita come viene diretto da Stefano Incerti con protagonisti Valeria Bruni Tedeschi e Alessandro Haber e che ha firmato la sceneggiatura del primo cortometraggio in 3D girato da Wim Wenders, Il volo, del 2010.
A fare accendere la lampadina che dà il via a questo lavoro, per Melloni è il dramma di un’esperienza personale. “Mio padre – dice – era ammalato e non riusciva a ricordare neanche che mia madre era morta. Dopo averglielo ripetuto giorno dopo giorno, abbiamo deciso di fare un film. E abbiamo scoperto che funzionava. Oltre ad avere una maggiore consapevolezza della realtà che lo circondava, per lui sono diminuiti anche i disturbi di comportamento”.
L’uso del film come terapia conquista Giuseppe Bertolucci, regista e sceneggiatore in tante opere anche al fianco del fratello Bernardo, nonché direttore della Cineteca di Bologna. E’ così che il lavoro diventa un progetto con un’équipe, capitanata da Eugenio Melloni affiancato da Luisa Grosso con il patrocinio della Cineteca, la collaborazione della Fondazione Giovanni XXIII e il supporto finanziario di Unipol.
Le persone anziane afflitte da forme di demenza hanno il problema della memoria che svanisce, piombano nell’impossibilità di ricordare cose che riguardano il loro quotidiano, ma anche i fatti salienti della loro vita, nomi e identità di familiari e persino di se stessi. Il Memofilm è un cortometraggio di circa venti minuti dentro al quale sono raccolti i ricordi legati alla persona malata, brevi interventi di familiari, fotografie che documentano momenti importanti della sua vita, musica e passioni legati alla sua identità. Il film serve al malato di Alzheimer per ricordare chi è, per continuare a dare un senso ai luoghi e alle persone intorno a lui. La visione quotidiana di quel breve filmato punta a far questo; e ci riesce. “Netti miglioramenti nella patologia sono stati riscontrati in 9 casi su 13”, dice con orgoglio Melloni.
E ora volume e dvd in arrivo in libreria serviranno a estendere l’esperienza. Una sorta di manuale per l’uso per riprodurre questa terapia cinematografica su misura per ciascuna persona. Spezzoni di vita, immagini del passato, interviste al malato e ai parenti che servono a stare meglio e a combattere la degenerazione. Magari con il coinvolgimento di associazioni, enti locali, istituzioni che potrebbero fare loro il progetto e introdurlo anche sul territorio. “La nostra équipe – assicura Melloni – è pronta ad affiancare chiunque voglia realizzare un cortometraggio personalizzato per una persona che soffre di questo male”. In fondo al libro l’indicazione: “Si consiglia di somministrare il Memofilm ogni giorno, anche più volte al giorno. Il Memofilm non ha controindicazioni, ma è raccomandato il coinvolgimento di almeno un professionista”.

I film a tema: “50 volte il primo bacio”, “Risvegli”

treno-pendolari

Tornando a casa

Da qualche tempo, chi si trova ad attraversare il settore arrivi e partenze della stazione ferroviaria di Roma Termini, nel pomeriggio di un giorno feriale, incontra un gran numero di persone in attesa di fronte alla testa dei binari centrali. Sono i pendolari, che aspettano di sapere da dove partirà il treno regionale che li riporterà a casa. I loro sguardi scrutano con un misto di impazienza e rassegnazione i tabelloni elettronici, fino al momento in cui alla destinazione e all’orario (spesso indicativo), si aggiunge finalmente il numero del binario. Allora, con una manovra fulminea, degna di uno squadrone di cavalleria napoleonica, i viaggiatori che hanno ricevuto la rivelazione si staccano dalla massa e muovono verso il proprio treno, sperando di trovare un posto a sedere.

Spesso bisogna raggiungere uno dei lontani binari esiliati in fondo a quelli “normali” per far posto alle “frecce”. Cinquecento metri da percorrere a passo molto svelto, anche perché non è infrequente che il tempo a disposizione, tra l’“apparizione” del binario e la partenza del treno non superi i venti minuti. Eppure abbiamo visto persone solidali e dignitose, che raramente perdono la pazienza nonostante la stanchezza e i disagi; nemmeno quando i convogli sono – e accade spesso – molto o troppo affollati. Trenitalia, dal canto suo, vive da tempo una sorta di fascinazione futurista per l’alta velocità e sembra interessata soprattutto a stabilire nuovi record “casello-casello”. Poco si cura, la nostra “compagnia di bandiera” del trasporto locale, delle cui inefficienze accusa, non sempre a torto, le regioni. Resta il fatto che lo stato delle cose peggiora ogni anno come testimonia il recente rapporto di Legambiente “Pendolaria 2013” (vedi). Nel nostro Paese si invoca spesso la certezza del diritto; per i pendolari di Roma Termini non c’è più nemmeno quella del binario.

Ascolta il commento musicale: Bruce Springsteen, “Downbound train”

Mother-Primary

Tecnologie da indossare, ma la ciber-mamma no!

Tecnologie intelligenti da indossare come capi di abbigliamento: reggiseni che ci informano se mangiamo troppo; bracciali che ci dicono quanto abbiamo camminato e se abbiamo dormito abbastanza, auricolari che ascoltano il battito cardiaco, astine nel colletto che segnalano se la postura è corretta, fascia che registra i parametri biomedici, guanto con sensori a ultrasuoni per vedere all’interno del corpo. Una serie di dispositivi promette di migliorare l’efficienza, come gli occhiali per controllare le mail e connettersi alle app; i servizi, come le lenti a contatto in cui vengono proiettate le informazioni richieste e le mail, previsioni del tempo, mappe stradali, e altro; le prestazioni, come il dispositivo Golfsense che migliora lo swing registrando velocità e direzione; il tempo libero, come la felpa Kinect, una piattaforma di gioco indossabile e lavabile; il benessere, come la biancheria intelligente che consente di monitorare il sudore; la forma fisica, come l’occhiale da piscina che registra il battito e invia il feed back sulle lenti; la sicurezza, come la bici che avverte il pronto soccorso in caso di caduta. Le tecnologie rispondono soprattutto all’esigenza di ridurre l’ansia, ad esempio il vestito Mimo, per neonati, analizza le attività vitali del bambino durante le ore di riposo e non solo.
L’elenco degli oggetti è già molto ricco: il mercato delle tecnologie indossabili passerà da 1.4 miliardi di dollari nel 2014 ai 19 miliardi del 2018: saranno 50 milioni gli aggeggi connessi a internet nel 2020. Gli strumenti per il fitness negli Stati uniti hanno raggiunto 854 milioni di dollari nel 2013 e arriveranno a 1 miliardo questo anno.
Dal bioritmo alla gestione degli appuntamenti, dal gioco, ai servizi: il nostro corpo diventerà la piattaforma digitale in grado di scambiare dati, di raccogliere e distribuire informazione nelle più diverse direzioni. Alcune di queste tecnologie diventeranno presto irrinunciabili per tutti, o quasi.
Migliorano il benessere o condizionano ogni nostra azione? Sono in grado di indirizzarci verso le migliori azioni o eliminano ogni libero arbitrio? Ovviamente nessuna delle due cose. Certo, si apre un nuovo scenario per la vita quotidiana.
Una cosa mi ha lasciata davvero sgomenta: Mother, una sorta di Barbapapà in plastica bianca, con un claim che recita “la mamma sa tutto” ed è venduto a 199 dollari. L’aggeggio, connesso a un sensore, controlla la temperatura della camera del bambino, se ha dormito abbastanza, se qualcuno è entrato in casa. Ma l’apparecchio, in realtà, è rivolto ad adulti; vede tutto: se abbiamo preso le pillole, perfino quanto tempo abbiamo impiegato a lavarci i denti. Rafi Haladjian, l’ideatore, presenta Mother come una mamma 2.0, come una mamma vi conosce e sa tutto di voi, senza avere bisogno di domandarvelo, ha le proprietà di una mamma reale, ma è programmabile e non può sbagliare!
Aiuto! Per tanta intrusione, non bastava la mamma vera?

Ascolta il commento musicale: Alberto Camerini, Rock’n roll robot

Maura Franchi (Sociologa, Università di Parma)
Laureata in sociologia e in scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Marketing del prodotto tipico, Social Media Marketing e Web Storytelling. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.

maura.franchi@unipr.it

dino-tebaldi

L’originale e prodigo Tebaldi: scrittore, maestro degli zingari e dei detenuti

DINO TEBALDI
(decennale della morte)

Redattore della “Gazzetta Padana” e poi del settimanale “Voce di Ferrara”, insegnante elementare, maestro per zingari (dei quali ha studiato la lingua), insegnante di alfabetizzazione alla lingua italiana per detenuti stranieri nelle carceri di Ferrara e redattore di “Arginone”: bimestrale riservato ai detenuti e frequentatori della biblioteca carceraria, Dino Tebaldi (1935-2004) è stato un originale esemplare (così come molte delle sue pubblicazioni) di testimone del “tempo” ferrarese. La caratteristica, quasi la vocazione, sociopopolare dei suoi testi e del suo impegno umano e professionale non può che distinguerlo da coloro che sanno solo, affermava Tebaldi: «sbraitare, inseguire effimeri allori, per poi stringere tra le mani, alla fin fine, un pugno di mosche».
I suoi numerosissimi libri, apparsi talvolta per conto di editori locali e altre volte “tirati” in rare edizioni numerate fuori commercio, spaziano fra la critica e cronaca storico-letteraria e di costume, la narrativa e la didattica. La sua scrittura, pervasa di sottile ironia e di garbo descrittivo, rispecchia quell’entusiasmo conoscitivo e quella serenità interiore di cui solo gli uomini saggi sono depositari. Dino Tebaldi era una sorta di Diogene contemporaneo munito di computer portatile, che utilizzava la sua premeditata “distanza” dal caos quotidiano per osservare meglio la realtà che lo accoglieva e che archetipicamente gli apparteneva.
Una delle sue pubblicazioni fondamentali è il corposo tomo Ferrara. Le strade del silenzio. Lo splendido volume di 320 pagine, con 250 fotografie e 75 piante urbane, è suddiviso in due parti, la prima: Storia urbana, indaga sulla evoluzione urbanistica e architettonica (dalle “radici” passando attraverso le celebri “addizioni” e, scherza l’autore, le deprecabili “sottrazioni”) della città, la seconda: Strade del silenzio, percorre le vie e le piazze raccontandone vicende e atmosfere. Commenta Carlo Bassi in una delle prefazioni: «È la forma irripetibile del loro spazio delimitato da quelle cortine edilizie; è il loro rapportarsi con altre strade mediante incroci disegnati e segnati e dimensionati in modo particolare e rivelatore; è il loro collegarsi con altri spazi viari analoghi a formare sequenze di luoghi; […] è l’odore che essi possiedono e trasmettono, il quale, insieme al colore proprio delle loro parti, dei loro intonachi, dei loro marciapiedi, tende a coinvolgere in modo più sottile e sofisticato aspetti della nostra sensibilità […]; è l’aria che circola in essi e fa bianco l’azzurro del cielo che li copre; è il suono delle voci e dei rumori e dei silenzi che in essi si rincorrono, turbandoci e acquetandoci».
La sterminata produzione di Dino Tebaldi (oltre cinquanta pubblicazioni fra volumi, volumetti e plaquettes) annovera fra i tanti i seguenti titoli: Omaggio a Corrado Govoni (1973), G. Ungaretti. Nel paese delle acque (1976), Ferrara 1920. Una stagione poetica (1980), Il dialetto ferrarese nella scuola elementare (1982), Amori impossibili (1984), Morire a Carlopago (1985), Pronto, ma chi è? (1986), Una didattica per alunni che viaggiano (1989), Ferrara. Le strade del silenzio (1991), Il Palio di Ferrara (1992), La cerchia intorno (1993), Il Cardinale non volle (1996), Dietro le sbarre (1998).

Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013

carofiglio

Un viaggio in precario equilibrio sul bordo delle cose

Un viaggio che inizia come una spinta e finisce ritrovando un senso, da cui ripartire nuovamente. Il romanzo di Gianrico Carofiglio Il bordo vertiginoso delle cose (Rizzoli) è un viaggio alla ricerca di contatti che hanno fatto parte del passato del protagonista, Enrico Vallesi, uno scrittore che non ha più un presente, tanto meno un futuro. C’è stato un passato di successo e di fama, di passioni e persone che, in qualche modo, Enrico riuscirà a recuperare: l’amica Stefania molto diversa perché cambiata dalla vita, la professoressa Celeste intatta nella stessa bellezza di un tempo, il fratello Angelo non così lontano come può essere un fratello che non si vede da anni, il compagno di scuola e di lotta Salavatore andato per sempre.
Ogni passo di questo viaggio di ritorno alla terra d’origine è solo apparentemente un vagare: i luoghi e gli uomini, anche quelli senza nome, servono a racimolare frammenti di un io piuttosto a pezzi. La direzione imboccata è una traiettoria che nasce dal ricordo molto vivido – anche per il lettore – e cosciente e dalla volontà inquieta di riappropriarsi della vita. I passi procedono, ma i pensieri li precedono, l’ansia è spesso compagna di viaggio.
Molti nodi sofferti di Enrico vengono affrontati e sciolti nella Bari che da tempo non frequenta più e che contiene radici, ricordi, adolescenza, violenza, lotta politica, primo amore. Enrico cerca e incontra, non tutto è per caso e ciascun incontro va verso quel senso. “Ci sono momenti nella vita di una persona in cui certe condizioni maturano. A quel punto basta un incontro casuale, come il nostro. A volte, poi, parlare con uno sconosciuto è più semplice, hai meno spiegazioni da dare”. Sono le parole di un professore con cui Enrico passa qualche ora e con cui si trova a raccontarsi, ad ammettere il proprio stallo, le scorciatoie del fallimento. Di fronte a tale autocommiserazione e a alla costante proiezione nel passato, il professore lo invita a immaginarsi fra vent’anni, a immaginare il rischio di non sopportare le parole che quel vecchio potrà dire a se stesso. Gli occhi di Enrico, allora, diventano umidi “senza preavviso” e di altre parole non c’è bisogno. Il professore è l’esempio di come le parole inutili debbano lasciare il posto a risposte precise e dirette, quelle di cui Enrico è alla ricerca.
Enrico cammina, si sposta, fa domande agli altri, vuole capire, ricostruire, scoprire e ritrovare, anche l’amore. Ritrova Stefania, un cara amica il cui ricordo aveva filtrato un’immagine che non combacia più con la donna che ha di fronte. Enrico ci prova a indossare con lei la maschera della cordialità, dell’apparenza, della “posizione stazionaria” su cui sembra non si abbia nulla di particolare da dire. Ma con Stefania non funziona, lei sa fare le domande giuste e arriva là dove Enrico si è nascosto, dove lo tiene inchiodato il blocco con la scrittura. La ragazzina che Enrico ricordava spontanea, è una donna sopravvissuta a una malattia devastante, è una donna che sa parlare di sè con l’immediatezza di chi ha imparato a sfrondare molto, forse tutto per diventare “meno prudente” e “meno dogmatica”. È la sua conquista, oggi può permettersi di dirlo.
Il viaggio non è ancora finito. Di Celeste Enrico si era invaghito al liceo, era la supplente di filosofia. Grande fu l’attrazione per quella giovane professoressa così bella e poco ortodossa che faceva volare in alto la mente. Fu per lei un amore quasi primitivo, fortissimo e doloroso per ciò che Enrico in seguito scoprì di lei, per il distacco e le sue conseguenze.
Sono passati tanti anni e, nella Bari che Enrico sta attraversando, Celeste è una docente universitaria, non è difficile individuarla. I pezzi stanno andando al loro posto, quasi da soli, se non fosse per quella sensazione fisica, “una vera tensione schizofrenica dei muscoli” che ancora trattiene Enrico, un ultimo impedimento che lo spinge di qua e di là in direzioni opposte, quella del passato e quella del presente, la retromarcia contro lo scatto in avanti verso Celeste. Anche quando la scelta è così vicina e la vediamo lì che basta poco, una direzione contraria si mette di mezzo e fa ombra. Il viaggio di Enrico è approdato alle porte dell’università dove Celeste è impegnata in una sessione di esami, Enrico è nei corridoi, può ancora andare via o andare avanti. Prima di incontrarla, lo sguardo si posa su un biglietto letto per caso in una bacheca: a noi preme soltanto il bordo vertiginoso delle cose, quel limitare di equilibrio, quella vertigine che ancora ti permette di scegliere se buttarti o no.

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Limerick e la decrescita infelice

DUBLINO – Happy new year Ireland. Giornate grigie che finiscono in un attimo, nuvole basse, pioggia e flooding alerts. Tempo per starsene a casa, annoiarsi su internet, al limite chiacchierare davanti alla stufa in un pub, una buona stout in mano. I banshee e il loro lamento sono solo leggende ma non si sai mai, e fuori dalla città sai che ti aspetta l’inverno irlandese. Panorami da cartolina in questa stagione cambiano faccia, diventano colline sassose e campi battuti dal vento. Il verde dell’isola di smeraldo assume toni scuri. Foschia e vegetazione che non cresce oltre il metro, as nature intended.
Giornata ideale per una gita fuori porta quindi, e la N20 che da Cork ti porta a Limerick a gennaio più che una promessa sembra una minaccia: 98km che tagliano l’Irlanda rurale, la food valley locale del burro, del latte, dei salumi e formaggi. Strada a “scorrimento veloce” che collega i grossi centri agricoli di Mallow e Charleville, in altri punti si restinge su una corsia. Sterpaglie e cottages a bordo strada. Tempo di percorrenza indefinito. Dipende dal traffico ed anche un po’ dal culo: se ti trovi davanti un trattore o un calessino stile tris condotto da un paio di ragazzini – si entra nelle midlands, le zone dei Tinkers, i gitani Irelandesi, e tutto e possibile – sit back and relax. Potresti averne per un po’.

La voce di Dolores O’Riordan, cantante dei Cranberries, è la musica ideale per accompagnarti in questo viaggio. Ode to my family il pezzo forte (ascolta). Le immagini quelle di Angela Ashes, per chi ha visto il film, tratto dal romanzo autobiografico di Frank McCourt. Entrambi di Limerick. Più o meno. Sicuramente più attuali che mai.
Perché non si arriva in un posto facile facile. Sei nelle Midlands, e qui la crisi ha colpito pesante. Ne vedi gli effetti reali. Limerick, terza citta’ della repubblica, 90.000 anime circa sulle sponde del fiume Shannon, si ritrova una percentale di disoccupazione attorno al 23%, il tasso di abbandono scolastico più alto d’Irlanda e quartieri popolari realmente degradati e no-go come la nota area di Moyross.

Come se tutto ciò non bastasse il colpo di grazia alla città ha provato a darlo Dell Computer nel 2008. E ci sono quasi riusciti. Riorganizzazione e trasferimento della produzione, 1900 dipendenti a casa. Goodbye and Good luck. L’indotto locale che viene giù come un domino. Non pochi negozi del centro abbassano le saracinesche. Tutto un fiorire di cartelli for rent e for sale. Tiene botta la grande distribuzione anonima. Grandi magazzini tra angoli di città che ricordano l’America delle grande depressione. Alberghi di lusso per americani e beggars per la strada. Il settore edilizio che si ferma, con esso I progetti di rinnovo della città. Decrescita decisamente infelice.
Uno spaccato di Irlanda contemporanea, ed una città che nonostante tutto mantiene una bellezza dura, un rapporto inscindibile col fiume Shannon. Proprio su un isolotto dell’estuario nasce e si sviluppa attorno all’800 il primo nucleo urbano di origine vichinga, successivamente passato sotto controllo Inglese , dove sorge l’imponente King Johns Castle fatto costruire nel 1200 da Giovanni Senzaterra. Non a caso l’area viene chimata Englishtown. A cento metri di distanza l’altrettanto grande ed antica St. Mary Cathedral. Il diavolo e l’acqua santa fianco a fianco. Sull’altro lato del fiume Georges quay. Ristorantini e bars, tavolini all’aperto, le poche vie del centro rinnovate con negozi e attività salvatesi dal disastro economico (l’area di Irishtown). Nemmeno 10 minuti a piedi e ti ritrovi nelle zona di Newtown Pery – che assieme a Englishtown e Irishtown forma il centro cittadino – tra quello che rimane degli imponenti edifici georgiani che caratterizzavano la città ad inizio ‘800. Le strade sono quelle di Mallow street, O’Connell street, Pery street, The Crescent. Specchio di una grandezza passata, di quando il porto sullo Shannon era tra i piu importanti dell’Isola, commercio febbrile e navi che esportavano senza sosta i prodotti della food valley.

Come nel romanzo di Frank McCourt, dove la lista dei debitori della strozzina viene gettata e cancellata nelle acque dello Shannon, mi piace vedere il lato positivo di questa città. In particolare il panorama artistico vibrante e sempre in evoluzione, Limerick rimane sede dell’Irish Chamber Orchestra, dell’Irish World Music Centre, dell’Hunt Museum e Belltable Arts Centre. Nominata City of Culture per il 2014 vi è un calendario ricco di attività ed eventi (vedi). Ed accanto a spazi istituzionali non è raro vedere sottoscala di palazzi che diventano spazi espositivi per designer e giovani artisti. Voglia di sfidare la crisi e riemergere, come e dove si può. Chissà, forse senza troppe polemiche su permessi ed autorizzazioni varie.
A gennaio fa buio presto. E ora di rientrare. Un gruppo di ragazzi in tuta ti chiede una Fag (sigaretta). Meglio dargliene due con un sorriso in faccia, cosi tanto per non correre rischi. Dall’aeroporto internazionale di Shannon arriverà l’ennesima comitiva di yankees in cerca delle loro radici. Per loro percorso differente: Hilton Hotel, Bunratty Castle e ricostruzioni storiche con uomini in calzamaglia 365 giorni all’anno, gita ai laghetti di Killarney. Atmosfere alla Walt Disney. Le luci della città si accendono, riflettono nel fiume i nuovi palazzi di vetro venuti su come I funghi negli anni del boom. Guai a farsi mancare il proprio Palazzo degli Specchi, anche qui competizione tra città per vedere chi c’e l’ha più lungo. Luci che promettono una notte tipicamente Irish di birre e danze, mentre lo Shannon ti scompare alle spalle e torni a casa sulle note dei Cranberries.

Ascolta il commento musicale 

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Viaggio in Irlanda. Ho sentito battere il cuore irish

Potrei dire soltanto terra, pascoli verdi, rocce, vento e mare. Sole, anche, e acqua che rispecchia alberi e cielo. Ma il viaggio non finisce qui, l’Irlanda è tutto questo e anche di più, è la semioscurità di un pub, la fila degli studenti in divisa all’uscita dalla scuola, la prateria con la luce cangiante, il sole nel fiordo, l’odore pungente e acre degli allevamenti nelle fattorie dietro la main street a Moate, è la pinta di Guinness, il salmone affumicato e il pane scuro, il whistle e il bodhran, le pietre dei recinti nell’isola di Aran, le scogliere a Cliff’s Moher…
Ho sentito battere il cuore irish nella solitudine delle valli rocciose del parco del Burren, nella pioggia a Sligo, sulle rive dello Shannon a Clonmacnoise. Un battito che proviene da fattorie isolate dove non si vedono quasi mai gli umani, che si moltiplica in milioni di pulsazioni fra la gente che affolla Dublino in una serata tiepida e rarissima, che risuona all’unisono col respiro dell’Atlantico nella baia di Galway il mattino presto.
Per me in Irlanda va più volentieri chi sa entrare in intimo contatto con la natura nella sua forma ancora non contaminata dalle follie turistiche, chi si fa conquistare dalla sua bellezza fiera e non ostentata, semplice.
Meglio se si è un po’ malinconici, di quella malinconia sottile che fa pensare, che fa vivere gli istanti, che riporta indietro nel tempo, come può accadere davanti ai resti del castello di Kinvarra. Io sono così, e il mio viaggio l’ho vissuto ascoltando il cuore irish.

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“La finestra sul cortile” e i “commenti musicali”, novità di ferraraitalia

La “finestra sul cortile” e i “commenti musicali” sono le due novità che ferraraitalia propone ai propri lettori in questo primo scorcio di 2014.

La finestra sul cortile è una nuova sezione, alla quale si accede dalla colonna di destra (accanto alla vetrina degli articoli principali), nella quale trovano spazio due rassegne. Quella dei comunicati stampa è la vera innovazione: da qualche giorno (i più attenti lo avranno già notato) pubblichiamo tutti i dispacci che gli uffici stampa accreditati (quelli di istituzioni, enti, associazioni) quotidianamente ci inviano. Lettere e interventi dei lettori erano già presenti da qualche settimana, e ora trovano qui la loro nuova collocazione.

Crediamo in questo modo di rendere un utile servizio pubblico. I comunicati stampa vengono riportati integralmente, senza modifiche redazionali, secondo la formula del “riceviamo e pubblichiamo” e corredati dal materiale fotografico che li accompagna. In questa maniera diamo visibilità all’attività di Comune, Provincia, Regione, rappresentanze di categoria, enti vari, associazioni, fornendo al contempo a voi lettori informazioni significative e la possibilità di valutare in che maniera tali soggetti rappresentano se stessi, attraverso la loro autonoma produzione comunicativa, senza alcun filtro né intermediazione.

Ferraraitalia, nel confermare la propria preminente vocazione al commento e alla riflessione, apre idealmente questa “finestra sul cortile” e crea un ambito ad hoc per recepire anche le autonome elaborazioni di punti di vista esterni e offrire un libero spazio di intervento ai cittadini e alle loro rappresentanze collettive.

I “commenti musicali” sono, al contrario, una modalità parallela di espressione del nostro punto di vista. Accompagneremo, come per esempio già abbiamo fatto con la riflessione su Coop Estense, ad alcuni articoli un brano a tema intonato all’argomento affrontato o al taglio critico proposto, confidando così di offrire un ulteriore stimolo ai lettori: un modo per creare un doppio livello di lettura attraverso la suggestione aggiuntiva di testi e note.

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Le belle parole della brutta politica

Lo svarione sul recupero degli scatti di anzianità al personale della scuola è un ennesimo esempio a conferma che l’Italia è ormai un caso serio. Almeno politica e istituzioni lo sono di sicuro.
Il problema pare sempre lo stesso: un groviglio talmente attorcigliato di questioni su ogni tema, da sembrare l’esito premeditato di uffici complicazioni affari semplici che paiono al lavoro, indisturbati, da sempre.

Come si legge sui giornali, la questione “scatti” risalirebbe a quando il governo Berlusconi volle congelare gli aumenti 2010, 2011 e 2012, nell’ambito del perenne problema del taglio alla spesa.
Una complicata trattativa governo-sindacati trovò un accordo: una quota dei risparmi ottenuti con la riduzione degli organici della scuola andava destinata al personale, nel nome della valorizzazione bla bla.

In questo modo nel 2010 le risorse sono finite nelle tasche degli insegnanti.
L’anno successivo, con decorrenza 2012, i soldi non sono bastati e per coprire la spesa si è dovuto ricorrere al fondo per gli istituti.
Intanto a palazzo Chigi c’era Mario Monti perché, si sa, in Italia i governi si succedono alla velocità di una staffetta quattro per cento su una pista di atletica.
Per il 2012, decorrenza 2013, il testimone passa al frazionista Enrico Letta, il quale, a trattativa in corso, decide di prorogare il congelamento delle anzianità per un altro anno.
Così le somme pagate nel frattempo da aprile 2013, un centinaio di euro al mese, in una situazione di vuoto normativo hanno trasformato gli insegnanti in debitori verso lo Stato.

Da qui la decisione, nel novembre dell’anno appena terminato, di trattenere i 150 euro dalle buste paga.
Non proprio un campionato mondiale di eleganza, quindi.
Poi, come noto, lo scambio negli ultimi giorni delle dichiarazioni fra i ministri Maria Chiara Carrozza e Fabrizio Saccomanni.
E qui non c’è bisogno di scomodare il galateo istituzionale per ricordare che frasi come: “Se i soldi li trovi nei risparmi di spesa nel tuo ministero bene, altrimenti non venire a chiederli a me”, di solito non si addicono ad un governo-squadra, innanzitutto legato da reciproca stima.

Comunque, al prezzo di un’ennesima figuraccia, è stata messa la solita pezza e i prof avranno le loro buste paga immacolate, anche se qualche dubbio, secondo alcuni, permane per il personale ata.
Nessuno, a quanto pare, che a questione chiusa si faccia una domanda.
Scatti di anzianità?
Possibile che con tanto vociare al vento di merito e di società meritocratica, stiamo ancora parlando di aumenti di stipendio solo perché, come cantava Luigi Tenco, “Un anno dopo l’altro, il tempo se ne va”?

Probabilmente non si contano più le dimostrazioni di power point di esperti e studiosi, per sostenere che se si vuole riformare davvero la pubblica amministrazione in questo paese scassato, bisogna correlare i premi con i risultati. Invece noi continuiamo imperterriti nel 2014 dopo cristo, a mortificare talenti, intelligenze e impegno, con parametri feudali come parentele, amicizie, raccomandazioni e carte d’identità.

Perché a noi il record mondiale della burocrazia più complicata, stupida e anche utile muro di gomma, non ce lo toglie nessuno.
In Italia, politica e, pure, sindacato, hanno storicamente sulla propria coscienza il problema di una pubblica amministrazione che invece di essere un servizio è un’enorme tengo famiglia e noi siamo ancora qui che parliamo di scatti di anzianità.

Tra l’altro in un settore, la Scuola, che tutti sbraitano strategico per il paese, i giovani, la competitività, la sfida globale della conoscenza.
Vengono in mente le parole di quel tale che si congratulò col prete per l’omelia: “Belle parole padre. Non che io creda ad una sola cosa che lei ha detto, ma belle parole padre”.

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Il motto del ‘silentium’ e l’elogio della ‘pavonite’

Pentito ma non confuso vorrei chiudere il tormentone del “Fassina chi?” appellandomi all’ottimo articolo di Filippo Ceccarelli su ‘la Repubblica’ di ieri, dal titolo assai indicativo: “Di Battista chi? La battuta è un virus e lo sberleffo dilaga tra Twitter e vignette”. A mia parziale scusa nell’aver insistito tanto sull’argomento è che intendevo forse ingenuamente aprire perlomeno una discussione con l’assessore Marattin e/o almeno con l’amico Simone Merli che so renziani della prim’ora. Purtroppo solo il monastico “silentium” è stata la risposta alle mie sempre rispettose provocazioni. Vabbè! Si vede è quello che si merita in politica il “Venturi chi?” Che per fortuna non si applica al campo culturale… Almeno per ora secondo la strategia del Palazzo.
Tuttavia mi pento (ma lo rifarei) proprio appellandomi all’analisi lucidissima di Ceccarelli che rifacendo la storia dell’insulto-provocazione ne traccia i risultati: “… si è portati a ritenere che il motore e neanche troppo segreto del ‘Chi?’ è il fastidio. Ma per essere innescato al meglio, tale stato d’animo deve combinarsi con una grande considerazione di sé, leggi pure narcisistica e carburarsi con una spontanea vocazione al dileggio, sia pure del genere affabile-autoritario in voga nel XXI secolo”. Trovo l’analisi perfetta e coinvolgente. Il narcisismo (che anch’io frequento nella mia produzione critica e da me denunciato come “pavonite” che se dichiarata è senz’altro meno ipocrita della falsa umiltà). Quello che trovo -come ho detto sin dal primo intervento- poco eticamente (da vecchia scuola) riprovevole è il dileggio: atteggiamento di cui sono immune. E di questo chiedevo ragione ‘in dialogo’. Perché allora il ‘silentium’ secondo la più praticata esperienza dell’Accademia? Perciò dichiarando chiusa la vicenda che una carissima amica renziana e a cui voglio molto bene, Maria Grazia Bertaso, vorrebbe concludere come una “questione di lana caprina” faccio mie le parole di Ceccarelli che si rifanno anche alla bella analisi di Ilvo Diamanti di cui ho dato ragione: “… il ‘giochino’, motto superbamente matteiano, colpisce, ha successo, e si propaga perché va diritto al cuore di quest’epoca post-ideologica che, fertilizzata a colpi di talk-show e di reality, consuma, digerisce e volge in scarti comunicativi e bulleschi qualunque opinione, sentimento e virtù. In altre parole: chi si sente ormai arrivato, popolare, superiore, ha il diritto non solo e non tanto di maltrattare gli avversari, ma li dichiara del tutto sconosciuti, quindi inesistenti, e per taluni addirittura morti”. E su tutto calerà il silentium!

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Lo spread al pomodoro

Sotto le ultime luci azzurrine di Natale, mentre sto recandomi all’agenzia di viaggi per predisporre la partenza verso l’amata Siberia, dove conterei di stabilirmi definitivamente lontano dal rumore e dal cicaleccio fastidioso della politica italiana, incontro un vecchio amico, comunista d’antan quando ancora i comunisti non si vergognavano di mostrare la loro tessera, ormai sgualcita, con la falce e il martello, il quale tempo addietro ebbe a dirmi, felice, finalmente siamo al governo. Come?, gli avevo chiesto, e lui, convinto, siamo al governo. Gli risposi che forse non aveva capito, ché, al governo, c’era gente che si diceva di sinistra ma che a una politica veramente di sinistra non aveva mai pensato, oltretutto impegnata com’era a cercare nuovi pateracchi con gli ex avversari, tutte persone ideologizzate che mai avrebbero abdicato alla educazione e alla cultura ricevute, e poi – gli avevo detto – sono tutte persone anticomuniste nel profondo dell’animo, con gente come te si pulisce… Poi l’amico non l’ho più visto per parecchio tempo, fino ad alcuni giorni fa.

Lo guardo e mi accorgo che ha un’aria avvilita. Che cos’hai? Gli chiedo. E lui: avevi ragione tu, pensavo che avessimo finalmente battuto Berlusconi, invece il dittatorello, che dovrebbe essere o in carcere, o agli arresti domiciliari, o a spazzare i cessi della città, è sempre lì che condiziona, comanda, strapazza gli avversari di governo, umilia gli italiani. Non soltanto Berlusconi, sono avvilito per quello che sta facendo lo strano esecutivo nazionale, che non rappresenta più alcuna forza politica, eppure ha la forza e il coraggio, nello stesso momento in cui annuncia di averle tagliate, di aumentare le tasse, basta Imu ha detto Letta, mentre ordinava di raddoppiarla, e poi ha permesso che aumentassero il prezzo dei trasporti, delle poste, delle sigarette, del pane, sì del pane, delle autostrade, dei giornali, del carburante, con una spinta d’autoritarismo di destra reazionaria, è riuscito a far pagare l’aumento del costo della vita, giunto a limiti insopportabili…

Lo interrompo: però, gli dico, lo spread è sceso al minimo storico. E’ vero, fa lui, domani mi faccio preparare un bel piatto di spread al pomodoro, sì, vado subito, hai ragione, corro da mia moglie! Lo vedo fuggire veloce. Povero ex comunista, mi viene da piangere pensando a quanti sacrifici ha fatto nella sua vita rincorrendo il sogno di una società più giusta. Gli sta bene, penso, così impara ad avere dei sogni.

Non è un Paese per insegnanti

Solo Joel e Ethan Coen riuscirebbero a cogliere tutto il paradosso desolante, la trama fumettistica, il teatrino assurdo e anche la violenza gratuita che sta caratterizzando la vicenda riguardante la restituzione di 150 euro mensili imposta agli insegnanti.
Solo i fratelli Coen riuscirebbero a trasformarla in una fra le loro sceneggiature più incredibili per un film che immagino avrebbe un titolo memorabile: “Non è un paese per insegnanti”.
Il provvedimento che blocca, ancora una volta, gli scatti di anzianità del personale della scuola si conosceva da settembre; la nota del Ministero che anticipa la restituzione in busta paga è del 27 dicembre ma solo ieri, 8 gennaio, i principali quotidiani hanno lasciato un po’ di spazio per la notizia.
Guarda caso, dopo poche ore, il problema sembrava risolto magicamente da un incontro tra Letta, Carrozza e Saccomanni.
E poi tutti a cinguettare tranquillamente, a far dichiarazioni in pompa magna, a farsi intervistare sulla rete nazionale, a far proclami sulla Costituente.
Francamente non condivido le dichiarazioni e nemmeno le rassicurazioni.
Sinceramente non capisco i toni soddisfatti ed i contrasti artefatti.
Onestamente non comprendo i falsi litigi ma neppure i finti prodigi.
“Il merito è del Pd”, fa capire Davide Faraone responsabile del settore scuola del partito.
Caro Davide, aiutami a capire… il Pd del segretario Renzi sarebbe riuscito a cambiare quello che il Pd del presidente Letta aveva deciso e anche quello che il Pd del ministro Carrozza conosceva bene.
Ci vuole del coraggio a prendersi il merito di tutto questo; prima bisognerebbe prendersi tutta la responsabilità, che vuol dire prendersi la colpa di una vicenda semplicemente indecente.
Premesso che dobbiamo ancora sapere dove prenderanno i soldi per l’operazione e che non sappiamo ancora se questa vicenda riguarderà anche il personale che avrebbe dovuto vedersi riconosciuti gli scatti nel 2012 e nel 2013, vorrei chiarire che lo scorso anno il ministero, per pagare in ritardo i legittimi scatti di anzianità riconosciuti a parte del personale della scuola, ha sottratto i soldi alla scuola stessa, riducendo drasticamente in tal modo il Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa.
Non sarà che magari adesso qualcuno si aspetta che gli insegnanti debbano ringraziare per l’interessamento?
…dopo che si sono sentiti chiedere indietro i soldi percepiti in ritardo ed in malo modo?
…dopo che si sono visti riconosciuto in ritardo qualcosa che non sembra essere più un diritto?
…dopo qualche euforico cinguettio di smentita?
Conosco una sola parola che mi aiuta a sintetizzare un consiglio ai responsabili di questa squallida vicenda: “Vergognatevi!”

A corredo consiglio la lettura di “Insegnanti scattanti” (vai) di Massimo Gramellini e di “Governo cialtrone con la scuola” (vai) di Piergiorgio Odifreddi.