Le telecamere di “Sereno Variabile” tornano a inquadrare la provincia di Ferrara, a conferma di un connubio ormai consolidato con il nostro territorio che già aveva ospitato la troupe televisiva nel febbraio e nel settembre dello scorso anno.
Domani (18 ottobre) la puntata del celebre e longevo programma di viaggi e turismo di Raidue condotto da Osvaldo Bevilacqua, sarà incentrata sui comuni di Comacchio e Argenta, protagonisti di una singolare sfida in cui dovranno mettere in mostra le proprie eccellenze e proporre il meglio delle rispettive offerte turistiche. Cultura, enogastronomia, tradizioni, eventi, natura, sport: questi e molti altri i temi che verranno trattati. E ogni comune dovrà giocare le proprie carte migliori.
Vista anche la concomitante sagra, Comacchio punterà sulla tradizione gastronomica legata all’anguilla, sulle escursioni a bordo delle tipiche imbarcazioni locali e sulla bellezza dei fenicotteri; di contro Argenta opporrà la bellezza naturalistica delle sue Valli, i suoi Musei (Museo delle Valli, Museo della Bonifica e Museo dell’Oasi di Campotto) e le attività di dog therapy dell’associazione “ChiaraMilla”. Nel corso della puntata Bevilacqua sarà accompagnato da tre persone della zona che seguiranno i set e che daranno la loro amichevole valutazione sulle proposte presentate, decretando così il vincitore della sfida. Fra i personaggi coinvolti anche Carl Willhelm Macke, cronista tedesco innamorato di Ferrara ove ha preso casa e soggiorna qualche mese all’anno, presidente dell’Associazione Giornalisti aiutano giornalisti”collaboratore e corrispondente per Ferraraitalia da Monaco di Baviera. La troupe della Rai già da da qualche giorno è al lavoro per le riprese della puntata, la messa in onda è alle 17,10 di domani su RaiDue.
Buenos Aires, 2011, piena crisi economica. In mezzo a tanta folla, c’è chi vive isolato, alienato, solo, perso in un mondo virtuale, quello della rete (una rete in cui ci si può anche perdere), in una città triste perché volta le spalle al suo fiume. Una città alveare, architettonicamente inquietante (parallelismo interessante tra architettura e vita, tra monolocali e amori), infestata dai cavi, da una tecnologia wireless che connette tutti continuamente e ovunque, da linee cellulari che hanno sostituito la complessità della lingua con un linguaggio contratto e primitivo tipico dei telegrafici messaggi sms.
La locandina del film
Non ci si parla, non ci si comprende, non ci si ascolta, non ci s’incontra se non virtualmente, si è distanti, lontani, se pur materialmente, talvolta, così vicini. Vite isolate come enormi e mastodontici isolati, grigie, tristi, diverse, parallele.
In questo ambiente un po’ desolante, si ritrovano i due protagonisti, Martin (Javier Drolas), fobico web designer che prova a uscire dal suo isolamento voluto, e Mariana (Pilar Lopez De Ayala), appena uscita da una lunga storia d’amore, architetto senza lavoro con una vita totalmente caotica, come l’appartamento in cui si rifugia.
Martin e Mariana vivono in edifici opposti sulla stessa strada, ma non si sono mai incontrati.
Una scena del film: ci si cerca tra la folla
Percorrono gli stessi luoghi, ma non si sono mai accorti l’uno dell’altra. Malinconici, entrambi attendono di aprire una finestra “illegale” sul lato cieco degli edifici in cui vivono (i medianeras sono queste facciate alle quali sono appesi manifesti pubblicitari bruttini) che gli permetta un nuovo sguardo sul mondo, una nuova prospettiva, un nuovo affaccio, un nuovo respiro. Attendono impazienti quella finestra, quello sguardo che li porti a contatto con chi stanno più o meno consapevolmente cercando.
Una scena del film: Wally
Mariana cerca il suo Wally, il personaggio dalla maglia a righe che non trova, fin da ragazzina, nel suo fumetto preferito. Allestisce vetrine di negozi con manichini con cui ha un rapporto morboso, è claustrofobica. Martin farfalleggia qua e là, lavora con il suo psichiatra, va a improbabili appuntamenti al buio. Il destino vuole, però, unire questi due animi solitari. Alla fine. Entrambi, insomma, sono single e sociopatici. Tristi come i palazzi della città e la loro medianera, ma fatti per piacersi e stare insieme.
Un poema visivo legato alla relazione tra individui e spazio architettonico, un forte racconto interiore di chi cerca libertà, comprensione e amore, la ricerca di un senso a una vita persa nel cemento e nel metallo. Un film sulla solitudine moderna e la voglia di sopravviverle.
Medianeras di Gustavo Taretto, con Javier Drolas, Pilar López de Ayala, Inés Efron, Rafael Ferro, Germania-Spagna-Argentina, 2014, 95 mn.
Incontro Alberto Amorelli e Matteo Bianchi dell’associazione Gruppo Tasso, molto conosciuta nel territorio ferrarese. Ci troviamo in biblioteca Ariostea, loro ‘buen retiro’, per fare quattro chiacchiere.
Il nome, innanzitutto. Tasso è un riferimento preciso alla scelta del poeta in antitesi perenne ad Ariosto; c’entra la sua contemporaneità, il suo essere prototipo del letterato, un innovatore del suo tempo, ben diverso dalla figura di cortigiano? M. C’entra la volontà di creare qualcosa che avesse come cifra uno dei simboli di Ferrara e che non riprendesse necessariamente il culto di Ludovico Ariosto. Elemento che è stato sfruttato anche nel logo, creato dall’effigie di un tasso con una corona di alloro, quasi a dare un significato di sapienza irriverente, a non prenderci troppo sul serio. In realtà il gruppo è di fatto una associazione di persone con competenze, passioni e interessi affini ma anche molto diversi. Ci siamo quindi trovati con un grado zero di competenze, accomunati da una fortissima spinta aggregativa. La cifra del nostro gruppo è l’eterogeneità, che ne è anche la forza: il risultato è la formazione di un gruppo di autori e poeti che hanno voglia di dire la loro, di confrontarsi e ovviamente in cui ognuno potesse esprimersi.
Di cosa vi occupate all’interno del gruppo? A. Creiamo eventi di diverso tipo. Uno di questi è GialloFerrara, nata dalla necessità di capire come si potesse dare uno scatto di originalità che connettesse letteratura ed eventi, e creare curiosità intorno alla letteratura che si è svolta lo scorso luglio. E l’occhio è caduto sulla letteratura gialla per diversi motivi: è molto seguita, molto letta, è popolare, va a pesca nella vita di tutti i giorni senza necessariamente fermarsi alla soluzione di un enigma; è una sorta di abito che può veicolare altri concetti. Carlo Lucarelli e Agatha Christie, Hercules Poirot e Sherlock Holmes sono alcune delle nostre fonti di ispirazione creativa.
Come è stato articolato GialloFerrara? A. Dall’11 al 13 luglio sono state preparate conferenze, improvvisazioni in piazza, piccoli flashmobs che hanno avuto un buon impatto sul pubblico; e poi eventi in Biblioteca Ariostea e presso La Feltrinelli con 16 moderatori d’eccezione che sono rinomati giallisti, tra cui Maurizio De Giovanni, Lorenza Ghinelli, Marcello Simoni. E poi Romano De Marco e Gianluca Morozzi, che torneranno a trovarci l’8 novembre in occasione del bis dell’evento. E per festeggiare il ventennale de La Feltrinelli, con cui abbiamo in programma una collaborazione che durerà tutto il mese di novembre; logistica e nomi sono stati concordati insieme a Erika Cusinatti, direttrice del punto vendita; per il quale ci occuperemo sia della direzione artistica che dell’organizzazione logistica che prende spunto da Rinascimento – nuovo stile di comunicazione, media ed eventi interno dell’associazione, composta da Irene Lodi, Silvia Franzoni, Ciro Patricelli, Annalisa Bertasi e Matteo (Bianchi, n.d.r.); e dall’altro della messa a punto materiale e pratica, della messa in scena che coinvolge la città. Da un punto di vista pubblicitario già nel corso di questa edizione sono stati utilizzati i social, abbiamo creato account Twitter a Instagram per postare aggiornamenti sull’evento, cosa che si ripeterà.
Il giallo quale genere letterario tipicamente si sposa bene con il tema della cucina: il colpevole che viene svelato durante la “tavolata” catartica, penso anche alla tragicomica cena rivelatrice di Rocky Horror Picture Show, in cui tutte le magagne vengono alla luce… M. Sempre all’interno del grande pentolone di Giallo Ferrara ci sono le cene con delitto, che puntano a un grado zero tra creatore e creazione, tra divertimento e spremitura di meningi. Sono vere e proprie cene la cui trama è rielaborata da Alberto (Amorelli, ndr) in base a materiali interessanti trovati in rete, plot modificati in base a luoghi, persone e fatti desiderati. Ogni tavola è composta di partecipati alla cena e semiprofessionisti nelle vesti di detective, ognuno dei quali doveva dare indizi e spunti, mettere la pulce nell’orecchio, dare una precisa direzione, coinvolgendo i partecipanti anche attraverso rappresentazioni estemporanee. E ognuno di loro indossava qualcosa di giallo: un foulard, una maglietta… gli ingredienti di fondo erano l’atmosfera spiritosa e il brano da amalgamare, letteralmente, cercando la soluzione del mistero e trovando il colpevole.
Abbiamo spaziato tra Tasso, Ariosto e giallisti italiani contemporanei. Qualche altro nome che sarà protagonista di un vostro prossimo progetto? M. Corrado Govoni, di cui ricorrerà il cinquantesimo anniversario di morte il 24 giugno 2015. In quel giorno è già programmato, in Sala Agnelli presso la Biblioteca Ariostea, un convegno di studi govoniani, e in cui sarà presentata la pubblicazione di Angelo Andreotti e Matteo Bianchi dal titolo “Govoniano. Annuario di poesia comparata e critica letteraria”, Edizioni L’Arcolaio; questa parte propedeutica si concluderà con un reading teatralizzato che si svolgerà a Tamara, paese natale del poeta. Nel mese di maggio poi sono previste lezioni sulla poetica govoniana a due voci, con Alberto (Amorelli, ndr).
I giovani scrittori del Gruppo del Tasso
La poesia è un’altra costante che ritorna, insieme al giallo, all’interno del Tasso… A. Per un altro nostro progetto, intitolato 24 ore della poesia, che abbiamo proposto a marzo 2013, ci siamo ispirati al popolarissimo programma di cucina Master Chef per titolare il vincitore di una gara di improvvisazione poetica, un contest a tema: il Master Poet. Quindi come vedi il tema della popolarità ritorna! Durante tutta la giornata di venerdì e sabato poi chiunque poteva proporre ad alta voce stralci delle poesie preferite, in qualunque lingua. L’aspetto musicale è affascinante e delicato, è quel collegamento tra poesia ed evocazione. Ognuno ha potuto esprimere liberamente se stesso, e nel farlo ha reso pubblica una sua passione letteraria condividendola con altre persone. Sempre in Ariostea poi nel corso del 2012 era di scena la rassegna di poesia contemporanea In gran segreto.
Una idea che avete in mente e che vorreste realizzare. M. Il 2016 sarà il cinquecentenario della prima edizione dell’Orlando Furioso.
Sarebbe fantastico calare tutta la città in una atmosfera d’altri tempi. Nel Rinascimento, magari, epoca grande in cui esplode la bellezza estense, usufruendo, questo è il sogno, del patrimonio culturale che è rimasto: costumi, musica, storia, immaginario. Mi piace pensare a scenari onirici, momenti tra rievocazione e messa in scena della vita dell’Ariosto e scene tratte dalle sue opere… che so, Astolfo che se ne va in sella al suo cavallo, diretto verso una luna di carta. Oppure, nella contrada di San Giovanni, di trampolieri con maschere di fiamme in pelle che vagano per le strade…
A. Piuttosto che mettere gente in costume davanti alle vetrine, vestire le vetrine stesse per calare nell’epoca. In fondo è già stato fatto una volta: durante la Giostra del Monaco, manifestazione della contrada di San Giacomo, sono state battute le monete del Duca. Questo non è che un piccolo esempio delle potenzialità che potrebbero definire una manifestazione e realizzare quello che abbiamo in mente. Creare, riprendendo il titolo di uno dei miei libri preferiti una vera e propria festa mobile.
“È importante che tu mantenga la capacità di esperire, che ci siano cose che ti stupiscano, che ti possano scuotere. È importante che non ti colga la terribile malattia dell’indifferenza”. Nel libro di Ryszard Kapuściński “Il mondo in un taccuino”, così traboccante di sagge meditazioni, di osservazioni precise e di autocritiche annotazioni di diario, ho trovato questo imperativo di vita, che per i giornalisti dovrebbe addirittura essere qualcosa come il primo comandamento del loro mestiere.
Se si vuole presentare la fotografa e scrittrice ‘nomade’ Monika Bulaj, non può mancare il nome di questo grande reporter internazionale polacco deceduto due anni fa. Lei stessa lo cita sovente e, se si scorrono le sue immagini, si avverte in continuazione quanto lei sia stata segnata dalla visione del mondo e dall’ethos professionale del suo connazionale polacco. Ma Kapuściński non è sicuramente l’unico maestro o l’unico modello di Monika Bulaj. Altri nomi devono essere citati. Tra i fotografi, il brasiliano Sebastiano Salgado, l’italiano Luigi Ghirri e specialmente la spagnola Cristina Garcia Rodero, ma forse anche registi come Andrej Tarkovskij e Theo Angelopoulos.
Modelli per il suo stile di scrittura sono tra gli altri, lo scrittore svizzero Nicolas Bouvier con le sue leggendarie annotazioni su un viaggio in Afghanistan e Iran (“L’esperienza del mondo”), Zbigniew Herbert, uno dei più grandi scrittori di viaggio del XX secolo, e Paolo Rumiz del quotidiano italiano La Repubblica, insieme con il quale Monika Bulaj ha intrapreso anche alcuni grandi viaggi attraverso l’Europa e fino a Gerusalemme. Due libri sono qui da segnalare: “Gerusalemme perduta” e il libro sull’Italia di Rumiz, mai abbastanza lodato, “La leggenda dei monti naviganti”, ai quali Monika Bulaj ha collaborato come fotografa. Ed è un caso che leggendo i suoi libri e osservando le sue immagini mi venga sempre in mente anche il nome di Joseph Roth, il grande ebreo in cammino lungo i confini di questo “angolo d’Europa maltrattato e disdegnato”, come egli scrive nelle sue annotazioni di un viaggio attraverso la Galizia.
Kapuściński però gioca forse un ruolo del tutto particolare, semplicemente perché egli, per la prima volta durante gli anni del comunismo, con i suoi straordinari reportage dall’Africa e dal Medio Oriente, ha aperto a Monika Bulaj, come a molti altri polacchi, una finestra sul mondo.
Anche lui aveva questa indomabile curiosità verso il mondo e verso gli uomini sconosciuti e verso le loro religioni, i riti, le feste e le danze. Effettivamente contro “la terribile malattia dell’indifferenza” da lui deplorata, Monika Bulaj appare essere altrettanto invidiabilmente immune come contro la caccia allo scoop, all’effetto, allo scandalo, che è così distruttiva nella nostra cultura del percepire. Da Kapuściński ella ha preso forse anche quell’umiltà discreta e il rispetto per l’altro, senza i quali non si potrebbe mai conquistare la fiducia degli uomini di cui si scrive o ai quali, come nel suo caso, si vorrebbe talvolta arrivare molto vicino con la macchina fotografica. E’ molto importante per comprendere il suo lavoro, come una volta lei stessa ha dichiarato in una conversazione, che tanto in qualità di fotografo quanto di ‘travel writer’ si gioisca del proprio lavoro e dell’incontro con lo straniero e con l’altro. Di nuovo anche qui emerge la vicinanza a Ryszard Kapuściński, che in uno dei suoi ultimi discorsi ha definito l’incontro con l’altro come una “delle più grandi sfide del XXI secolo”.
Monika Bulaj è nata a Varsavia, andava a scuola quando ancora c’era il comunismo, ma ha concluso a Varsavia i suoi studi universitari in storia, antropologia e filosofia quando già il muro di Berlino era caduto. “Avevo alle mie spalle la grande cultura polacca”, ha detto una volta in un colloquio, “ma intorno a me c’era anche il grande vuoto del presente comunista”.
Un pastore nomade Sheva
Il fatto che fotografie con motivi provenienti dal mondo ebraico e anche dalla cultura dei Rom e dei Sinti, completamente spinti al margine dell’Europa, giochino un ruolo così importante nel lavoro di Monika Bulaj, lo si deve anche alla sua origine polacca o, per esprimersi in maniera un po’ più generale, alla sua provenienza dall’Europa orientale. Da bambina, e poi più tardi negli anni della formazione scolastica e universitaria, ha conosciuto il forte antisemitismo polacco, quello comunista così come quello di alcune parti della Chiesa cattolica. La sua particolare curiosità per una cultura che i nazisti volevano estirpare e che negli anni comunisti della Polonia è stata rimossa, spesso anche apertamente combattuta, ha forti radici biografiche, da lei apertamente rivelate in un suo racconto sulla casa della nonna. E oggi è il razzismo contro i Rom, che va diffondendosi in quasi tutti i Paesi dell’Europa orientale, ma anche occidentale, che l’ha motivata a svolgere le sue ricerche fotografiche negli accampamenti Rom della Slovenia, della Slovacchia o in Italia.
Dal 1993 vive in Italia, prima a Bergamo, ora a Trieste. I suoi primi viaggi fotografici, sempre connessi con forti interessi antropologici, risalgono alla metà degli anni Ottanta. Per il suo progetto “Genti di Dio” è stata in viaggio vent’anni e se si osservano le sue foto, si intuisce a quali disagi, ma anche a quali gioie, queste escursioni in villaggi e comunità, spesso situati ben lontano delle principali vie di comunicazione, siano legate. Nel testo d’introduzione al libro Monika Bulaj, facendo una sintesi dei suoi molti viaggi, scrive: “A piedi, in bicicletta, su slitte, trattori, barconi, ho imparato a indagare i limiti dei mondi di fede, a rallegrarmi quando arrivo tra persone nuove e, contemporaneamente, a essere impaziente di parlare con i vecchi prima che scompaiano, insieme ai loro ricordi”.
E’ così, si deve essere entrambe le cose, paziente e impaziente, se ogni volta nuovamente ci si mette in cammino, come fa Monika Bulaj, verso i confini dell’Europa o verso i luoghi dimenticati degli altri continenti, alla ricerca delle “antiche religioni che stanno per sfaldarsi”, come scrisse Benjamin, e degli uomini che in esse cercano ancora un sostegno, e forse anche lo trovano. Pazienza e impazienza, un soffermarsi meditativo e talvolta anche un ritmo rapidissimo mi sembrano essere caratteri tipici dei suoi lavori. Alcuni scatti sono ad esempio focalizzati in modo molto nitido su persone anziane, sui cui volti si possono leggere innumerevoli storie provenienti da una vita lunga, faticosa, vissuta da qualche parte ai confini dimenticati dell’Europa. Se il fotografare, come ha scritto lo scrittore inglese John Berger, è un altro modo di raccontare, allora qui siamo circondati non solo da immagini ma da innumerevoli racconti.
Nel mio primo incontro con Monika Bulaj, lei portò una lista di Paesi nei quali aveva fotografato negli ultimi anni: Bielorussia, Albania, Ucraina, Polonia, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Serbia, Macedonia, Turchia, Grecia, Siria, Etiopia, Israele, Italia, Azerbaigian, Libia, Marocco e Iran. Un panorama di Paesi che in un primo momento mi ha lasciato, come mitteleuropeo conservator-stazionario, semplicemente senza parole. E poi mi mostrò, per ciascuno dei Paesi nominati, una quantità enorme di fotografie, la cui mole è impressionante tanto quanto la qualità, la scelta dei motivi o, se si vuole, il messaggio. Ma non è importante far notare qui la quantità del lavoro di Monika Bulaj.
Molto più significativo e decisivo per la comprensione delle immagini è mettere in risalto l’irrinunciabile credo che guida il suo nomadismo fotografico. Una volta in una conversazione ha descritto così la sua comprensione del lavoro da fotografa: “A me piacciono le situazioni nuove. A tutti posso sempre consigliare il massimo dell’attenzione, il massimo rispetto, la massima umiltà e gioia. In questo modo la fotografia può diventare anche un’esperienza spirituale. Essere una brava fotografa non dipende dall’attrezzatura tecnica che uno si trascina dietro nelle proprie ricerche. Ben più importante è lo sguardo, una grande pazienza ma poi anche un agire estremamente veloce”.
L’enumerazione di Paesi e regioni che negli anni passati Monika Bulaj ha visitato e in cui ha scattato le sue foto, mostra già quanto poco stanziale sia, benché già da alcuni anni viva in Italia. Monika è un po’ polacca, un po’ italiana, europea? Forse di più, è una ‘nomade’. “I Polacchi”, ha scritto una volta Zbiegnew Herbert, sono fondamentalmente “un popolo veramente dinamico e proprio dalla loro storia esageratamente incitati al nomadismo”. In questo senso, se allora proprio si vuole, si può forse dare a Monika Bulaj l’etichetta di una “polacca nomade”, ma soprattutto una nomade che attraversa confini non solo geografici, con macchina fotografica e taccuino.
Lo scopo di questo articolo è che ci sia una reale informazione sulla qualità dei cibi e sulla consapevolezza di ciò che mangiamo, poi ognuno è libero di vivere la propria vita.
Comincio con un breve racconto: l’ingegnere francese André Simoneton, gravemente ammalato e senza speranza di guarigione, riacquistò la salute con il vegetarismo. Era un esperto in elettromagnetismo, e negli anni ’30 e ’40 collaborò allo studio della vibrazione degli alimenti utilizzando i lavori di altri importanti ricercatori. Ogni alimento, come ogni essere vivente, oltre ad avere un potere calorico (chimico-energetico) ha anche un potere elettromagnetico (vibrazionale). Servendosi di apparecchiature scientifiche, misurò la quantità di onde elettromagnetiche degli alimenti, classificandoli in base a queste (A. Simoneton, “Radiations des aliments”).
La composizione degli alimenti
LE CELLULE
Le cellule sono l’elemento fondamentale di cui sono composti tutti i tessuti di un organismo, sia esso umano, animale o vegetale. E’ una singola unità di materiale vivente capace di autoriprodursi. Una cellula assomiglia ad un uovo e si compone di: nucleo, la parte centrale adibita alla riproduzione e all’accrescimento della cellula; citoplasma, elemento che consente alla cellula di contattare ed interagire con l’ambiente esterno, è infatti in grado di irritarsi, contrarsi, assorbire, espellere e respirare. Nel citoplasma si trovano corpuscoli di varia forma e volume che fanno parte del sistema vivente della cellula (mitocondri, ecc.).
ACIDO/BASICO – IL COMPROMESSO VITALE
Tutte le reazioni che definiscono le condizioni essenziali di un ambiente in cui la vita sia possibile, si svolgono nell’ambito di determinati valori, tra questi il più importante è il rapporto acido/basico. All’interno del nostro organismo questo rapporto dovrebbe sempre rimanere costante, si possono però creare delle condizioni troppo acide (per eccesso di potassio) oppure troppo basiche (per eccesso di sodio).
Per misurare il rapporto acido/basico viene utilizzato un termine di paragone chiamato pH. Nel campo medico, il pH viene utilizzato per misurare i liquidi organici ed in particolare il sangue, la saliva e l’urina. Questi liquidi vengono definiti:
– ACIDI, quando il pH è compreso tra 0 e 7,06;
– NEUTRI, quando il pH è uguale a 7,07;
– BASICI o ALCALINI, quando il pH è compreso tra 7,08 e 14,14.
CONOSCERE LE CALORIE, COSA SONO E COME SI MISURANO
La dietologia ufficiale insegna che quando un cibo viene ingerito, viene dapprima triturato nella bocca, poi scomposto nei suoi elementi fondamentali e quindi assorbito dall’organismo. A questo punto subisce, ad opera dell’ossigeno, un’ulteriore trasformazione chimica (ossidazione) che produce calore, come se l’organismo ‘bruciasse’ in tanti piccoli fuochi i prodotti ingeriti.
Il calore (energia termica o calorie), che un alimento è in grado di produrre, può essere misurato con una speciale apparecchiatura di laboratorio. Tale misura viene espressa in calorie (unità di energia termica). Una caloria corrisponde alla quantità di calore capace di far aumentare di 1° C la temperatura di 1 litro d’acqua.
Le calorie fornite dai principi nutritivi sono le seguenti:
1 grammo di proteine produce circa 4,5 calorie,
1 grammo di grassi produce circa 9 calorie,
1 grammo di carboidrati produce circa 3,75 calorie,
1 grammo di alcool etilico produce circa 7 calorie.
Ma il concetto di caloria è incompleto ed ingannevole. Sappiamo che la dieta ufficiale ci dice quante calorie vengono fornite da un certo alimento ma NON ci informa affatto di quante calorie il corpo deve consumare per poterlo digerire, assimilare e liberarsi dalle tossine derivate da tali processi. Pertanto il concetto di caloria è incompleto e molto ingannevole. Un pezzo di carne, ad esempio, che teoricamente fornisce circa 4,5 calorie al grammo, ne consuma probabilmente altrettante nelle tre ore necessarie per la sua digestione ed assimilazione. Questo spiega perché alcune diete si basano sulla carne per far dimagrire.
Il dr. G. Wilson (“A new slant to diet”), ha verificato che un alimento introdotto nel corpo umano, si trova in un ambiente assai diverso da quello in cui viene bruciato per valutarne le calorie. Questa verifica è stato fatta misurando il flusso di energia nervosa nel corpo, prima e dopo pasti composti di vari tipi di alimenti.
Si è così riscontrato che certi alimenti costringono il corpo ad un grande dispendio di energia per poterli utilizzare. Questa manifestazione energetica ha portato a credere che gli alimenti in oggetto accrescano l’energia corporea, mentre è vero il contrario: terminati i processi digestivi ed assimilativi, il corpo si ritrova con le riserve energetiche diminuite.
Il rapporto tra alimentazione e tumori
E’ un diffuso luogo comune: mangiare più frutta e verdura fa bene alla salute. Ora, una vasta ricerca rivela che non solo ciò è vero, ma che chi fa una dieta vegetariana ha anche meno probabilità di ammalarsi di cancro rispetto a chi fa una dieta a base di carne. Non è la prima volta che un’affermazione di questo genere proviene dalla comunità scientifica internazionale: la novità, tuttavia, è che non c’era mai stato uno studio così ampio e prolungato nel tempo sulla questione. I risultati sono impressionanti: i vegetariani hanno il 45 per cento di probabilità in meno di ammalarsi di cancro del sangue e un 12 per cento in meno di ammalarsi di qualsiasi tipo di cancro, rispetto a coloro che fanno una dieta carnivora.
Pubblicato sul British Journal of Cancer e ripreso oggi con grande rilievo dalla stampa nazionale britannica, lo studio ha seguito lo stato di salute di 61 mila persone nel corso di 12 anni. “Ricerche precedenti avevano indicato che la carne può aumentare il rischio di cancro all’intestino, cosicché i nostri risultati sono apparsi plausibili da questo punto di vista”, dice al quotidiano Guardian di Londra la dottoressa Naomi Allen, ricercatrice del Cancer Research della Oxford University e co-autrice del rapporto. “Ma non sappiamo perché il cancro del sangue ha un’incidenza più bassa nei vegetariani”. La differenza, un 45 per cento di probabilità di ammalarsi in meno, è enorme, e riguarda sia la leucemia che altri tipi di cancro del sangue. Non solo, ma chi si nutre di verdura, frutta e pesce, evitando la carne, ha anche il 12 per cento di rischio in meno di ammalarsi di qualsiasi altro tipo di tumore, afferma la ricerca.
“Sono dati significativi”, osserva la dottoressa Allen, “anche se vanno presi con un po’ di cautela poiché si tratta del primo ampio studio di questo genere in materia. Abbiamo bisogno di farne altri e di saperne di più. Per esempio dobbiamo scoprire quale aspetto di una dieta a base di verdura, frutta e pesce protegge dal cancro. E dobbiamo stabilire quanto influisce positivamente una dieta vegetariana, così come quanto influisce negativamente una a base di carne”. Lo studio fa parte di un progetto internazionale a lungo termine chiamato “European prospective investigation into cancer and nutrition”, che andrà avanti, ad Oxford e in altri centri di ricerca sul cancro.
Altri studi hanno comunque già dimostrato che mangiare carne, o perlomeno mangiarne troppa, può essere nocivo. Non solo per la salute degli umani, tanto per cominciare, ma pure per quella del pianeta: l’anno scorso un rapporto della Commissione dell’Onu sul Cambiamento climatico ha esortato a rinunciare alla carne almeno una volta alla settimana poiché la produzione di carne, ovvero gli allevamenti di bovini, produce da sola un quinto delle emissioni di gas nocivi. Un rapporto della World cancer research fund, due anni or sono, ha raccomandato di non mangiare più di 300 grammi di carne alla settimana a causa del rapporto tra una dieta altamente carnivora e il cancro all’intestino. E nel 2005 uno studio finanziato dal Medical research council britannico e dalla International agency for research on cancer, ha riscontrato che mangiare due porzioni di carne al giorno, l’equivalente di un panino con la pancetta e di una bistecca, aumenta del 35 per cento il rischio di cancro all’intestino.
Il problema non si limita al consumo di carne per quanto riguarda il maltrattamento degli animali, ma comprende anche la produzione di latte e uova a livello industriale. Ad esempio, i metodi usati per far produrre più latte alle mucche o le condizioni in cui sono costrette a sopravvivere le galline ovaiole, considerate vere e proprie macchine da produzione e non esseri viventi, e di come venga tagliato il becco ai pulcini per evitare che crescendo si feriscano tra loro, visto gli stretti spazi in cui sono ammassati.
Certo, è sbagliato fare crociate contro chi non vuole passare ad essere vegetariano o vegano, non deve per questo essere condannato, si rischia di entrare nell’estremismo: ho letto commenti di vegani convinti che tanto sbandieravano l’amore per gli animali, scagliarsi con rabbia e odio verso chi non lo è. Le abitudine alimentari rientrano in un più vasto quadro culturale, e per questo motivo sono difficili da modificare.
Consigli per una sana alimentazione
Il passo migliore credo sia quello di orientarsi sempre di più verso l’acquisto di prodotti biologici, ottenuti con il rispetto verso l’ambiente e gli animali. E confermo anche che la cucina vegana è molto più varia della tradizionale, vengono utilizzati cereali, legumi ed altri prodotti di cui la maggior parte delle persone non conosce nemmeno l’esistenza (qui una lettura consigliata, A. Taum, G.P. Vanoli, “Guida alla salute naturale”).
Ogni alimento ha delle proprietà nutrizionali buone ma anche delle controindicazioni. Ogni alimento, mangiato in eccesso, causa problemi a non finire: dalle intolleranze, alle allergie, ai malori di stomaco, alle tossine. E questo vale per ogni alimento, verdura, frutta, carne, formaggi e così via.
Domani (17 ottobre) sarà la Giornata internazionale per lo sradicamento della povertà così proclamata dall’Assemblea generale delle Nazioni unite nel 1992, dopo che, il 17 ottobre 1987, più di centomila persone si erano riunite al Trocadéro di Parigi (dove era stata firmata la Dichiarazione universale dei diritti umani, nel 1948), per ricordare le vittime della povertà estrema, della violenza e della fame. Da allora, e quindi da oltre vent’anni, si celebra ogni anno.
La povertà è stata definita come “una condizione umana caratterizzata da prolungata o cronica privazione delle risorse, delle capacità, delle alternative, della sicurezza e della necessaria possibilità di godere di adeguati livelli di stile di vita e di altri diritti civili, culturali, economici politici e sociali” (United nations committee on social, economic and cultural rights, 2001). Durante questa giornata, s’intende quindi promuovere la consapevolezza della necessità di sradicare la povertà e la miseria – terribili e inaccettabili piaghe – in tutti i Paesi del mondo, in particolare in quelli via di sviluppo, il primo degli Obiettivi del millennio, da raggiungere entro il 2015. Per fare questo, bisogna concentrarsi seriamente sulla condizione dei bambini (e delle famiglie che vivono in povertà) e sul bisogno di realizzare i loro diritti alla sopravvivenza, alla salute e all’educazione, a un ambiente protettivo che li tuteli da sfruttamento e abusi.
In questo giorno vanno ascoltati tutti, bambini, giovani, genitori e persone che lavorano con loro per capire cosa fare realmente poter fare per sradicare la povertà e l’esclusione.
Secondo le ultime stime Istat, in Italia, nel 2013, il 12,6% delle famiglie è in condizione di povertà relativa (per un totale di 3 milioni 230 mila) e il 7,9% lo è in termini assoluti (2 milioni 28 mila). Le persone in povertà relativa sono il 16,6% della popolazione (10 milioni 48 mila persone), quelle in povertà assoluta il 9,9% (6 milioni 20 mila).
Questa parola ‘povertà’’ ci sembra d’altri tempi, parte di un vocabolario vecchio e obsoleto, legata a un documentario o a un film in bianco e nero, quando l’Italia usciva dalla guerra o quando i migranti salivano sulle navi per cercare fortuna lontano.
Eppure, oggi, anche in Italia si può essere poveri con un telefonino in tasca, con un bel televisore o un super tecnologico computer sulla libreria di casa. Basta non avere abbastanza per provvedere autonomamente a sé e alla propria famiglia. E questo è spesso il caso, anche nel nostro bel Paese. La nozione di povertà sicuramente varia, per definizione e percezione, e alcuni possono pensare che quella di un italiano non sia comparabile a quella di un abitante di un paese in via di viluppo. Ma, se non si ha una vita dignitosa, il concetto è, alla fine, esattamente lo stesso. La miseria di un Terzo mondo che compromette la sopravvivenza non cambia la sostanza del problema di coloro che vivono in povertà nei paesi più industrializzati, non così poveri da non potere soddisfare i bisogni primari, ma costretti, comunque a vivere di stenti e umiliazioni. A questi si aggiungono i barboni, i senzatetto, i disoccupati cronici, gli immigrati non integrati. Massimo Livi Bacci, Professore di Demografia presso l’Università di Firenze, scrive che “il grado di civiltà della società si misura anche dalla capacità di distribuire la ricchezza e di attenuare gli effetti negativi delle disuguaglianze”.
Non possiamo che essere d’accordo. Il 17 ottobre, dunque, riflettiamo anche su questo.
Credo di non sbagliare se affermo che le nozioni di statistica in possesso della stragrande maggioranza degli italiani non vadano oltre l’acuta osservazione del grande poeta romanesco: se tu mangi un pollo ed io no, in termini statistici possiamo affermare che abbiamo mangiato mezzo pollo a testa, anche se a me, per esempio, il pollo non piace proprio. Detta così è la sacrosanta denuncia di un imbroglio, spesso tentato per turlupinare chi ha di meno e convincerlo di essere parte di un mondo di cui invece al massimo può percepire solo vaghi e distanti bagliori. D’altra parte la media aritmetica (tanti polli diviso tante persone) è il solo modo, necessariamente approssimativo, per esprimere con un unico numero la sintesi di una realtà molto più complessa. Se devo stabilire se in Italia si consumino più o meno polli pro capite che in Germania il consumo medio è probabilmente lo strumento più adeguato. Il problema quindi non è il numero, ma l’uso che se ne fa.
Per avere un’immagine più completa e realistica ho però bisogno di possedere altre informazioni. Se associo al consumo di polli il reddito delle persone, svelo immediatamente ogni possibile imbroglio, perché risulterà chiaro che il consumo è funzione della condizione economica; solo che al posto di un unico numero ne avrò una serie di lunghezza uguale al numero di classi di reddito considerate. Volendo poi tenere conto di un altro fattore, per capire ad esempio nelle diverse fasce di reddito come varia il consumo con al variare dell’età delle persone, il numero di dati che devo calcolare aumenta. Non basta più un elenco di numeri, ma serve una tabella, ad esempio con le classi di reddito sulle righe e quelle di età sulle colonne, che contiene N X M valori (dove N indica il numero delle classi di reddito e M quello delle classi di età. Volessi aggiungere un altro parametro, ad esempio il sesso, avrei bisogno di un’ulteriore dimensione, ottenendo così una specie di cubo e così via. Superate le tre dimensioni gli esempi geometrici risultano ostici, ma si può andare avanti a piacimento.
In sostanza, più la mia conoscenza della realtà vuole essere precisa, tanto più grande è il numero di dati che mi occorrono per rappresentarla. Non c’è niente da fare. Si consiglia pertanto di diffidare a priori di chiunque cerchi di convincerci di qualsiasi cosa relativa a fenomeni di un certa complessità esclusivamente esibendo quattro numeri.
C’è poi un altro problema, sul quale nemmeno Trilussa ci può aiutare: come si fa infatti a procurarsi tutti i dati che servono? Per alcuni, tipo quelli anagrafici ed economici, è relativamente semplice perché esistono organismi pubblici, nazionali ed europei come ad esempio l’Istat o Eurostat, che hanno il compito di calcolarli con una certa periodicità. La loro natura pubblica rappresenta, fino a prova contraria, un indice di affidabilità in quanto ad accuratezza ed assenza di forzature. Occorrerà semmai approfondire bene il significato preciso di ciascun dato, che spesso è riconducibile a definizioni standard a volte di difficile comprensione per i non specialisti. Il rischio altrimenti è quello di usare dei numeri corretti che però descrivono un fenomeno in parte diverso da quello a cui si è interessati. Volendo essere pignoli, ma a volte è necessario, bisognerebbe sempre cercare di capire con quali metodologie sono stati calcolati e partendo da quali fonti primarie.
Se le informazioni che servono non sono state calcolate da nessun ente affidabile bisogna procurarsele in qualche altro modo. Il metodo più semplice è quello di chiedere l’informazione desiderata a tutti diretti interessati; portando così a termine un’indagine di tipo esaustivo. La cosa, come si può ben immaginare, funziona solo se il numero di persone coinvolte è piccolo e se il richiedente ha, per qualsiasi motivo, buone probabilità di ricevere una risposta. In tutti gli altri casi questo metodo risulta impraticabile.
Esistono a tale proposito due tipi di approcci, il primo prevede l’utilizzo di metodi a campione e l’altro, disponibile solo da pochissimo, consente di ricavare le informazioni desiderate, rigorosamente in forma anonima, dai dati raccolti per altri scopi da soggetti quali, ad esempio, gli operatori telefonici, i gestori di catene della grande distribuzione, le aziende ferroviarie, le compagnie aeree, ecc. Lavorando su grandi moli di dati è a volte possibile ricavare alcune informazioni, che pure non sono direttamente disponibili, in via totalmente induttiva, associandole alla presenza di marcatori caratteristici che sono invece noti. Ovviamente in questo caso la qualità dei dati ottenuti è intrinsecamente più bassa di quella che si avrebbe con una misura diretta. Questi metodi, per poter essere utilizzati in modo lecito, devono lavorare su dati che non siano riconducibili a persone fisiche identificabili: il garante della privacy ha il compito di vigilare su questo delicatissimo aspetto.
Sui campioni ci sarebbe tantissimo da dire. Basti solo osservare che la definizione stessa di campione è al limite contraddittoria. Un campione è infatti “buono” se è rappresentativo di una determinata realtà e consente perciò di misurarne indirettamente qualche caratteristica sconosciuta. E’ evidente che questa rappresentatività non può essere direttamente verificata a priori: se lo fosse conoscerei infatti anche la caratteristica che mi interessa. A definire campioni che siano ragionevolmente utilizzabili si arriva perciò attraverso qualche calcolo statistico che aiuta a capirne la dimensione minima e, soprattutto, molta esperienza specifica. Naturalmente, dato che la bontà effettiva di un campione, che vuol dire in pratica verificare che la caratteristica che mi interessa misurare sia legata nel modo ipotizzato alle altre note che sono state utilizzate per la sua composizione, può essere accertata solo a posteriori, spesso capita che in presenza di importanti cambiamenti di ordine sociale, fatti eclatanti che abbiano inciso sulle convinzioni consolidate delle persone, ecc., le regole fin lì utilizzate per il suo confezionamento risultino essere sbagliate. Il tormentone di ogni elezione fra previsioni, exit poll e proiezioni ne è la prova inconfutabile.
Anche qui, di conseguenza, meglio diffidare di chi si presenta armato da sfilze di cifre sostenute da pochi e confusi (o troppo semplificati) ragionamenti. I dati sono utili solo se si possiede una sufficiente conoscenza di un argomento, che consenta di comprenderne il significato.
Al termine di questo elenco di considerazioni senz’altro banali per molti un piccolo aneddoto. L’altro giorno, 13 ottobre 2014, due dei quattro computer fissi che ho a casa hanno smesso di funzionare quasi in contemporanea: uno si è bloccato, senza volerne sapere di ripartire, l’altro rifiutava di accendersi, nonostante funzionasse benissimo fino a qualche giorno prima. La probabilità di un evento del genere, uguale al prodotto delle probabilità di guasto di ogni singolo computer (diciamo una volta ogni 2 anni), è talmente bassa da far pensare ad un’azione intenzionale da parte di qualcuno che mi vuole male (cioè ad un complotto), agli effetti collaterali dell’attività di un potere forte che se ne frega dei danni provocati (una sovratensione nella rete elettrica Enel) o ad un segnale sovrannaturale (l’effetto di un fulmine, di quelli con l’indirizzo del destinatario). Dopo le opportune verifiche e riparazioni è risultato che non si trattava di nulla di tutto questo: due banalissimi guasti fra loro del tutto indipendenti. Come a dire: non è vero che a pensar male si indovina sempre. E’ solo una questione di probabilità.
“Siamo partiti in un giorno di pioggia, cacciati via dalla nostra terra, che un tempo si chiamava Italia e uscì sconfitta dalla guerra, hanno scambiato le nostre radici, con un futuro di scarpe strette e mi ricordo faceva freddo, l’inverno del ’47 “. Queste sono le prime strofe del brano “Magazzino 18” di Simone Cristicchi, che dà il titolo anche allo spettacolo teatrale attualmente in scena nei teatri Italiani e istriani.
Le tappe del tour che terminerà nell’aprile 2015
Il 4 ottobre il musical-civile scritto da Simone Cristicchi e da Jan Bernas, con la direzione del Maestro Valter Savilotti della Fvg Mitteleuropa orchestra e la regia di Antonio Calenda, ha iniziato la sua seconda stagione, che terminerà ad aprile 2015 al Teatro Biondo di Palermo. In Emilia Romagna lo spettacolo sarà rappresentato il 14 novembre al Teatro Masini di Faenza, il 15 novembre a Bellaria (RN) al Teatro Astra, il 16 novembre al Teatro della Rocca a Novellara (RE), il 6 febbraio a Cento (FE) all’Auditorium C. Govoni e dal 19 al 22 marzo all’Arena del Sole di Bologna. Dato il successo, vengono aggiunte continuamente nuove date.
Il musical, così come la canzone, trae spunto da quello che è diventato un luogo simbolo di quell’esodo: il magazzino numero 18 del Porto Vecchio di Trieste, dove furono stoccate le masserizie dagli esuli, che abbandonarono le terre cedute nel 1947. Questo luogo diventò così un enorme catasta di masserizie, con una miriade di oggetti suddivisi per tipologia, classificati con nomi e numeri, che testimoniano ancora oggi la tragedia di un popolo sradicato dalla propria terra. Tavoli, sedie, armadi, specchiere, cassapanche, attrezzi da lavoro, ritratti, giochi, fotografie in bianco e nero, quaderni e libri di scuola, oramai sono dimenticati e pieni di polvere.
Furono circa 250.000 le persone che dopo la firma del trattato di pace di Parigi del 1947 e il memorandum di Londra del 1954, abbandonarono tutti i loro beni e imballarono le poche cose, che riuscirono a portare via, preferendo andare verso l’Italia.
L’esterno del magazzino 18 a Trieste
La struggente canzone di Simone Cristicchi tocca corde molto sensibili per chi ha vissuto questo dramma. Bisogna inoltre riconoscergli il merito di essere riuscito a coinvolgere l’opinione pubblica. Il testo della canzone, apparentemente semplice nella sua espressione, supera l’argomento specifico, proiettando chi lo ascolta in una situazione che potrebbe essere benissimo riportata ai giorni nostri. Magazzino 18 è un luogo della memoria, che si è dimenticato, dove però possiamo inoltraci idealmente per cercare le nostre radici e soprattutto per evitare che drammi simili si ripetano ancora: “… sono venuto a cercare mio padre, in una specie di cimitero, tra masserizie abbandonate e mille facce in bianco e nero, tracce di gente spazzata via, da un uragano del destino, quel che rimane di un esodo, ora riposa in questo magazzino”.
Cristicchi all’interno del Magazzino 18 di Trieste
Gli oggetti hanno sempre un forte potere evocativo, portano i segni di chi li ha posseduti e utilizzati. Cristicchi ha spiegato che nel momento in cui è entrato in quel deposito, che contiene ben duemila metri cubi di masserizie, ha percepito la grandezza di quella storia e si è stupito di come non fosse conosciuta in Italia. Quando ne è uscito, ha sentito come se quei mobili gli avessero parlato. In quell’occasione gli fu regalata una sedia e sotto la seduta c’era ancora ben leggibile il nome del proprietario. Da quel momento ha iniziato la ricerca sull’esodo insieme a Jan Bernas, con cui ha scritto il musical, dopo aver letto numerosi testi ed avere parlato con tanti esuli e residenti istriani. Dal 1947 in poi, le famiglie in fuga dalle terre cedute alla Jugoslavia lasciarono le loro cose in deposito, con l’idea di venire a riprenderle, una volta ricostruita la propria esistenza. Molte persone sono ritornate a riprendersi ciò che era loro, molte altre invece non si sono fatte più vive. Fino al 1978 al Porto Vecchio c’era ancora un ufficio distaccato della Prefettura che attendeva il ritorno dei legittimi proprietari. Dal 1988 tutti questi beni sono affidati all’Irci, l’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata. Una parte del contenuto del magazzino sarà destinato al nuovo Museo dell’Irci, mentre per il restante materiale deve ancora essere presa una decisione. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un simbolo di un “tempo bloccato”.
Il cantautore italiano Simone Cristicchi
In questi giorni su Facebook l’artista romano è impegnato perché la ripresa televisiva di “Magazzino 18” venga riproposta su Rai 1 nel giorno della memoria, il 10 febbraio 2015, in prima serata e non a tarda notte come è accaduto quest’anno.
Il brano di Simone Cristicchi fa parte del suo recente disco intitolato “Album di famiglia”, di cui vi consigliamo anche la canzone “Cigarettes”, che nel finale propone un breve recitato di Nino Frassica. Si tratta di un brano molto attuale, forse anche qualcosa di più: “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri… molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti…”. Questo testo che risale al 1912 è tratto da una relazione dell’Ispettorato del congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati uniti d’America.
Balzac! Cercasi un Balzac disperatamente per raccontare le dinasty del nostro tempo. Con un profluvio di figli nati da diverse mogli e fidanzate e conseguenti crolli in Borsa, posizionamenti strategici in ad mentre la torta sembra non corrispondere all’appetito dei convitati. Ultimo straordinario racconto quello del proprietario di Luxardo Luxottica tra le poche industrie solide del nostro Paese. Qui si compiono saghe e tragedie (poco greche) con bi-matrimoni: il tempo di sposarsi poi di divorziare, fare figli con altre/altri indi risposare la signora che a sua volta ritorna onusta di prole. E tutti devono entrare in ditta: cuore di mamma e di papà. Peccato che l’imparzialità dimostrata da Del Vecchio nel distribuire per sei il patrimonio in parti uguali –ma, per carità! che i pargoli stiano lontani dalla ditta- s’incrina poi con le ambizioni di mamma a cui spetta la “legittima”.
Crolla il titolo in Borsa poiché sembra che gli investitori amino poco le aziende familiari come ben ha dimostrato il torvo Marchionne, ormai indissolubilmente legato per l’immagine a Crozza, nell’operazione Fiat che non c’è più e nel conseguente titolo Fca (honny soit qui mal y pense!) Fiat Chrysler Automobiles, siglato con viso d’angelo da Elkann che suona la campanella. Un immaginario assai folto di pretendenti al trono. La saga di B. aveva aperto la strada tra alcuni figli destinati a proseguire l’operato politico del babbo, altri a lavorare col Milan e altri ancora apparentemente renitenti a ruoli prestabiliti. Invano Dante blaterava a suo tempo quanto fosse stolido obbligare i figli a seguir le orme dei padri. Ma si sa Lui era menagramo e invidioso delle fortune altrui.
Così al povero Renzi ancora una volta viene imputata la colpa d’aver tentato il bravo ad della Luxardo Luxottica per affiliarlo al suo partito.
Ciò che mi preme sottolineare non è tanto il riflesso etico provocato da un serial talmente avvincente da far impallidire la perfida Alexis di “Dallas” (come eravamo ingenui ai nostri tempi nel dividere così drasticamente il bene dal male. Ormai lo fa solo “Un posto al sole”) quanto la perversione giornalistica che s’impadronisce dell’argomento e gli dedica lo stesso spazio dell’emergenza di Genova proponendo un involontario parallelo tra “angeli del fango” un appellativo sbagliatissimo per queste persone. Che angeli! Uomini e donne che sanno di sudore e di fatica e che propongono appunto l’immagine della meglio gioventù (che sa rispondere con dignità al genovese G.) e la jeunesse dorée forse anch’essa inconsapevole di un destino.
Così l’urgenza di uno scrittore che potesse robustamente raccontare queste vicende ( se proprio andasse male al posto di Balzac andrebbe bene Zola) si trasforma in un quesito etico che sembra ulteriormente soffocato dal delirio della parola ormai dissociata dalle cose: religiosi che fanno paragoni tra scelte di vita e l’Ebola, Un G. che scuotendo la canuta chioma nel solenne spazio di un luogo sacro per le memorie promette sfracelli e rivoluzioni a ogni piè sospinto e invita d andare a spalare il fango non solo a Genova ma anche nei palazzi del potere. Vladimir Luxuria che va a cena da B.( tartufi e chiacchere politiche) e che per far la spiritosa umilia il movimento dei diritti civili dichiarando che il signore di Arcore dopo tante donne fa bene interessarsi ai problemi dei gay. O all’esternazione di non so quale patron messo ai vertici sportivi che parla di scimmie e di banane a proposito di giocatori “negri”.
Ma che ne sanno tutti costoro ma anche i loro narratori di cosa sia la potenza della parola che resterà quando di loro nessuno si ricorderà più?
Il più grande eversore della lingua e della narrativa italiane l’immortale Carlo Emilio Gadda ce l’aveva col Foscolo e con tutta la retorica patriottarda che l’uso ossessivo della sua poesia era servita fino alla Grande Guerra a esaltare la figura dell’eroe ( e cosa non sono ora i personaggi qui descritti se non gli eroi del nostro tempo?) Scrisse perciò un pamphlet che venne recitato alla radio nel 1959. Memorabile così come memorabili i commenti alle poesie foscoliane. Uno per tutti Riferendosi ai versi del poemetto “Le Grazie” e all’invito che vi si rivolge a Canova di entrare nel tempio eretto per custodirvi quelle dee così scrive: “L’inizio è una sciarada “Entra e ad-ora”: che bel verso! Ma chi entra nel tempio dove è il gruppo in marmo di queste tre femmine abbracciate “ed ad-ora” cioè s’inginocchia a mani giunte, si trova con la faccia adorante all’altezza del culo delle Grazie”.
Così come il matto sull’albero nell’”Amarcord” felliniano che urla “Voglio una donna!!!” anch’io urlo “ Voglio dell’etica!!!”
E se provassimo a darci una mossa, a sentire il dovere ognuno di fare la propria parte?
Perché questo paese seduto non inizia ad alzarsi in piedi? A darsi una scossa, a destarsi?
A noi non serve una spending review, a noi servirebbe una ‘rousing review’. In poche parole la sveglia! Destarsi! Muoversi!
Non passa giorno che non ci si debba stupire per le cose che non vanno e per le quali sarebbe sufficiente un pizzico di buona volontà per migliorarle. Ma nessuno si fa carico, neppure di denunciarle, tanto non è problema suo, e così tutto si trascina nel tempo, diventa consuetudine fino a divenire norma, non scritta, ma ‘norma’.
E siccome telefonando a uffici tipo ‘relazioni con il pubblico’ o chiedendo spiegazioni di persona è come sbattere contro un muro di gomma, non resta che condividere con il maggior numero di persone possibile cosa ti accade, con la speranza che qualcuno si accorga che forse, guarda caso, si potrebbe anche cambiare.
Conoscete il contrassegno per auto che facilità la mobilità dei portatori di handicap? Ebbene che non vi capiti di smarrirlo o che addirittura ve lo rubino, perché c’è anche chi fa questo.
Nella sfortunata ipotesi che tutto ciò vi accada e siate costretti a chiederne un duplicato, non è che ve lo consegnano subito, avendo già tutti i dati necessari alla pratica, visto che almeno una volta ve lo hanno rilasciato. No, dovrete attendere almeno un mese. E nel frattempo? Peggio per voi, non potrete usare l’auto, come se in quel mese la vostra condizione di disabile fosse sospesa. Incredibile. Quando basterebbe che vi rilasciassero un permesso provvisorio. No. Pare impossibile da fare. Cosa lo impedisca devo confessare che non riesco ancora a comprenderlo. E questo succede a casa nostra, in questa nostra città.
Se poi avete bisogno del laboratorio di Anatomia Patologica per una citologia urinaria su tre campioni, siete costretti a farvi Ferrara-Cona avanti e indietro per ben quattro volte. Perché?
Perché ognuno dei tre campioni va consegnato singolarmente al laboratorio ogni giorno e in fine l’ultima volta per ritirare il referto delle analisi.
Eppure una soluzione molto semplice ci sarebbe. Basterebbe consegnare il tutto all’Asl di via Cassoli, la quale provvederebbe a farli pervenire al laboratorio di Cona. Lo stesso referto delle analisi potrebbe essere ritirato in via Cassoli, facendo risparmiare almeno un viaggio a Cona per questa specifica necessità.
A Padova, che non è all’estero, l’azienda universitaria ospedaliera, né più né meno come la nostra, fornisce appositi contenitori che consentono di consegnare i campioni delle urine una volta sola e tutti insieme.
E siccome tutti ormai abbiamo il fascicolo elettronico, che dovrebbe far risparmiare carta e tempo, il referto delle tue analisi potrebbero caricartelo lì, come la logica vorrebbe. No, nel tuo fascicolo elettronico personale non ce n’è neppure l’ombra, se lo vuoi devi andartelo a prendere a Cona.
Aggiungete a questo che la vostra patologia vi esenta dal pagare il ticket, la prescrizione del vostro medico riporta il vostro codice esenzione. Sarebbe sufficiente presentarlo allo sportello del laboratorio perché tutto sia risolto. No. Troppo logico e normale. Il laboratorio vuole il foglio rilasciato da una delle casse dell’Asl. Così siccome in mano avete solo la prescrizione del medico, siete costretti a farvi la fila per non pagare e per sentirvi dire che al laboratorio dovrebbe essere sufficiente la sola prescrizione medica. Ma evidentemente tra amministrazione e operatori non corre una buona comunicazione, infatti tutte le volte è la stessa storia.
Perché tutto questo? Insipienza? Indolenza? Tram tram? Incompetenza?
Noi siamo il paese dove l’uso dei ‘digital device’ è per molti ancora un arcano, dove l’uso della carta si moltiplica insieme alla burocrazia. Dove spesso e volentieri è l’utente al servizio dell’azienda pubblica e non viceversa, dove lavoro e tempo si sprecano nelle attese estenuanti di appuntamenti ad orario regolarmente elastico, dove lo spirito di coda si stempera nell’aritmetica del tagliando con il numero del tuo turno. Forse mettere mano a queste tante piccole cose quotidiane, varrebbe più di qualunque spending review, di qualunque taglio alla spesa pubblica.
Molto probabilmente da tagliare c’è tanta nostra disorganizzazione, tanto nostro lasciar correre le cose così come sono, all’italiana, ma anche alla ferrarese.
I disturbi alimentari (anoressia, bulimia e obesità) sono in aumento e il loro esordio si è abbassato anche a fasce di età molto piccole. Per questo si rende indispensabile un lavoro di prevenzione e sensibilizzazione soprattutto nelle scuole.
La psicoanalisi legge l’anoressia e la bulimia come patologie dell’amore e non dell’appetito, come malattie del cuore e non dello stomaco. Sono solitamente il segno di una separazione difficile dalla famiglia di origine. La posizione di rifiuto del cibo mira ad introdurre una separazione dall’incollamento all’altro. Vi è una continua oscillazione tra desiderio di essere autonomi e paura dell’abbandono. Il vomito stesso, quando presente, ha il significato di introdurre uno iato tra sé e l’altro, unico spazio a volte in cui il soggetto riesce a “dire la sua”.
I disturbi alimentari rappresentano una sofferenza che disorienta: sono patologie che coinvolgono tutto l’ambiente familiare e sviluppano una costellazione emotiva complessa e contraddittoria. Figli che o non dicono nulla o dicono tutto, genitori che esprimono nei confronti dei figli sentimenti contrastanti e ambivalenti.
È evidente il potere del rifiuto che costringe i genitori a ruotare attorno al sintomo generando in realtà in questo modo l’effetto opposto. Come afferma Lasegue nel 1873: “L’eccesso di insistenza provoca un eccesso di resistenza. Una sola concessione li farebbe passare dallo stato di malati a quello di bambini capricciosi”.
Un genitore in preda all’angoscia parla così della figlia malata: “Non so più come comportarmi, le parole del medico non hanno avuto alcun effetto su di lei, ma su di me sono state tremende”. La comparsa di tali sintomi produce nella famiglia una sorta di anestesia inizialmente, nel senso che può accadere che nessuno dei componenti della famiglia si accorga del dimagrimento eccessivo della figlia o del figlio, che sono comunque abili a nascondere la magrezza via via raggiunta sotto abiti sempre più larghi.
L’anoressica – bulimica chiama in causa non tanto l’altro della domanda, ma l’altro del desiderio, cioè è come se dicesse all’altro: “Dammi quello che sei a partire da ciò che io sono per te”. Il soggetto fa di sé una mancanza per essere per l’altro una presenza. Scarnifica il proprio corpo per scavare una presenza nell’altro e testare così il segno d’amore nell’altro, ovvero verificare quanto l’altro sia disposto a perderlo.
Occorre evitare che il sintomo diventi il fulcro della politica familiare, il detentore del potere. I disagi alimentari sono segno di una comunicazione interrotta, di un non detto, di ciò che il soggetto non ha potuto o non è riuscito a dire. Una madre dice in terapia:”Mia figlia è un muro, fa quello che vuole, non rende più conto di niente a nessuno protetta dall’immunità della sua malattia che mette tutti noi a tacere”. Padre e madre temono sempre di sbagliare e sono perennemente alla ricerca di una causa. In realtà non c’è mai un’unica causa, ma una serie di condizioni concorrono a produrre tali disagi, disagi che sono profondi e di cui il copro si fa teatro.
L’anoressia-bulimia è l’ultima spiaggia, un tentativo disperato di non crollare del tutto nel baratro della depressione. Nella cura solitamente le madri sono più portate a chiedere sull’urgenza, mentre i padri sono più lenti nel prendere posizione davanti al terapeuta, più dubbiosi e hanno l’esigenza di razionalizzare. I fratelli se presenti vanno accolti, perché spesso soffrono in silenzio, per paura di occupare un proprio spazio.
Non c’è mai una risposta universale alle domande dei genitori, ogni caso è una storia unica e particolare. Va interrogata la posizione del soggetto rispetto alle logiche familiari e va costruito un percorso di cura su misura del soggetto sofferente.
Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali. baratellichiara@gmail.com
Da BERLINO – In questi giorni in cui la transgender Vladimir Luxuria, nota figura televisiva ed esponente della sinistra italiana, fa visita al decaduto e nient’affatto “diversamente eterosessuale” Silvio Berlusconi, triste satiro della ahimè decadente Italia, partecipo alla conferenza non senza sorpresa piuttosto interessante di Shaka McGlotten presso l’Institute for Cultural Inquiry.
Vestito (o meglio vestita) in una giacchetta di pelle che espone il suo corpo muscoloso e tatuato, pesante maquillage e tacchi a spillo, Shaka McGlotten insegna Gender Studies alla prestigiosa Suny, la maggiore università pubblica della East Coast, e con fare gentile illustra la “via del drag queen” come un metodo radicale e certamente non rivolto a tutti per combattere quello che Foucault chiamava il “fascismo in ciascuno di noi” ovvero ciò che si materializza come amore per il Potere – più spesso anche solo il potere (minuscolo se non meschino).
Tra ironia, disincanto e passione civile McGlotten ha analizzato alcune figure di “drag queen” che sfruttano la loro figura e senz’altro la loro presenza scenica per proporre una forma di lotta politica che si incrocia con “live performances” non diversamente da come la scena inglese ospitava la musica Punk come controcultura o, più recentemente, in tutt’altra modalità Borat di Shasha Baron Cohen.
Vanno notate soprattutto due figure attive sulla scena israelo-palestinese che contestano il “machismo” tanto del “soldato oppressore” israeliano quanto quella del “civile resistente” arabo – ciascuno veicoli di una versione stereotipata, rigida e aggressiva di “mascolinità,” di cui chiara rappresentazione sono sia la politica nazionalista di Netanyahu sia il drammatico terrorismo praticato delle varie fazioni arabe.
Da un lato è stata ricordato (o ricordata) Rafaat Hattab di origine araba che in diversi spettacoli teatrali ha attaccato l’omofobia virulenti nella società israeliana presentandosi come “The bride of Palestine” che canta un inno libanese di resistenza sotto la minaccia armata di un uomo con la pistola che poi le spara.
Un’altra importante performance è quella di Liad Hussein Kantorowicz vestito (o vestita) da “domina,” con un certo gusto fetish e para-nazista, che “comanda” un ingenuo e mite cittadino israeliano che cosa e come votare, denunciando quindi l’aspetto grottesco della presunta “unica democrazia” del Medio Oriente, non certo contestandone la democraticità formale bensì esponendone il carattere morbosamente ambiguo, quando, come nota McGlotten, il servizio segreto interno (il famigerato Shin Beth) afferma che difenderà il carattere “ebraico” di Israele “ad ogni costo,” suggerendo così che anche persino la “democrazia” possa venire annoverata tra i possibili “costi.”
Si tratta di una forma di lotta politica che forse non può avere una ricaduta pratica effettiva per la maggior parte della popolazione civile ma di cui andrebbe colto e apprezzato il
carattere irrisorio, irriverente e anticonvenzionale come rimedio, magari solo temporaneo, per una vita politica, specialmente quella italiana, che non galleggia più semplicemente sull’ipocrisia ma se ne nutre.
“Per quel che ne so è la prima volta che un sindacato attribuisce al sistema monetario attuale una significativa responsabilità per la mancanza di lavoro e l’aumento della disoccupazione”. Claudio Bertoni, uno degli storici animatori del ‘Gruppo cittadini per l’economia’ di Ferrara, saluta con entusiasmo l’iniziativa della Uil, che oggi in conferenza stampa ha sostanzialmente annunciato di abbracciare le tesi da loro propugnate con tenacia ormai da un paio d’anni. Si tratta delle proposte formulate dagli economisti Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi per contrastare la crisi con l’immissione sul mercato monetario di un’ingente quantità di liquido, attraverso certificati di credito fiscale, l’emissione di Bot a valenza fiscale e la creazione di un sistema di banche pubbliche attualmente inesistenti in Italia. “Proposte non nostre ma che abbiamo fatto nostre e sostenuto dopo accurati studi”, ribadisce Bertoni. Il quale spiega che “la validità sta innanzitutto nella possibilità di ridare liquidità al sistema senza dover per forza uscire dall’eurozona e senza violare i trattati”.
“Si tratta di proposte serie – sottolinea – eppure fino ad ora derise da molti, perché non lette e non capite. Ma a questo coro di incomprensione già in passato avevano fatto da contrappunto significativi apprezzamenti come quelli espressi da valenti studiosi come Stefano Sylos Labini e Giorgio Ruffolo nel libro ‘Il film della crisi’ edito da Einaudi”.
Il paradosso attuale è quello di un’economia che soffre non per mancanza di prodotti o di manodopera, ma per mancanza di denaro nelle mani di aziende e famiglie. “La soluzione proposta è quella di dare ai cittadini e agli imprenditori più potere di acquisto sostanzialmente attraverso una forte riduzione degli oneri fiscali”.
Vale sempre la pena chiedersi come ci vedono gli altri in base ai nostri comportamenti, o alle nostre leggi. In particolare nel rapporto con culture differenti. Il tema “Inclusione dell’alunno straniero e della sua famiglia” è stato affrontato di recente nel convegno Cisl, organizzato a Ferrara a settembre. L’accento è stato posto sulla scuola come luogo di integrazione, che mette faccia a faccia lingue differenti, giustappone storie da angoli agli antipodi del mondo; si avvale (nei casi migliori) di insegnanti in grado di gestire un avvicinamento, di far sentire a casa, e soprattutto ugualmente amati e accettati, i bambini.
Locandina del documentario
Tutto l’opposto da ciò che viene narrato nel documentario “Container 158” di Stefano Liberti ed Enrico Parenti. Presentata all’interno della rassegna “Italieni” all’ultima edizione di Internazionale, la pellicola racconta la vita del cosiddetto “villaggio attrezzato” di via Salone alla periferia di Roma, abitato da più di un migliaio di persone di etnia Rom – provenienti da Montenegro, Serbia, Bosnia e Romania – che di fatto costituisce l’unico sistema di ghettizzazione in tutta Europa , forma ovviamente condannata dalla Comunità europea, e mette in risalto le difficoltà e la sostanziale chiusura che i bambini si trovano a dovere affrontare in una scuola che tutto sommato sembra non volerli, tra pretesti per cacciarli una volta per tutte e nessuno ‘ius soli’ che rivendichi la loro appartenenza al luogo che per loro è Casa. Vincendo ancora una volta sui diritti umani di base, ignorando bambini che, seppur nati in Italia, non hanno cittadinanza né riescono a parlare correttamente l’italiano, non facendo altro che aumentare il divario invece di fornirgli gli strumenti necessari per sentirsi persone di pari dignità e diritti rispetto a chiunque altro e, di fatto, facilitando l’esclusione da un sistema che per sua costituzione dovrebbe impegnarsi a fare l’esatto opposto, non omologando ma accettando e includendo.
Che insieme all’attenzione e all’affetto sarebbe il compito più importante dell’insegnante, il quale dovrebbe di fatto insegnare a ragionare con la propria testa e a non mettere un muro tra quello che conosciamo – o più spesso crediamo di conoscere – e quello che non arriva dall’orto di casa e che quasi sempre prendiamo per ‘buono’, incondizionatamente. Quello che ci viene dato come regola dal primo giorno di scuola. Quello che tutti si aspettano che noi facciamo. Quello che non necessariamente corrisponde a un concetto di buono e giusto solo perché è scritto o detto da baroni universitari, da sedicenti professionisti, dalla maggioranza. Quello che insegnava a fare il professor Keating dell’”Attimo Fuggente”, che qualunque studente vorrebbe incontrare almeno una volta nella vita, come è successo agli studenti che, venerdì scorso, hanno manifestato da nord a sud per chiedere, tra le altre cose, istruzione libera e gratuita per tutti, diritto di cittadinanza, maggiore coinvolgimento del governo nella riforma sulla scuola, esulando dalla spicciolata di temi che erano stati proposti dall’alto e ponendo l’accento su altri non suggeriti esplicitamente dal governo. Evocando un gesto di presa di coscienza ormai iconografico e salendo in piedi sui banchi, esattamente come nel film esortava a fare Robin Williams a un giovanissimo Ethan Hawke e ai suoi compagni, esortando i suoi studenti a cambiare sempre punto di vista, a dubitare del mondo e a chiedere rispetto, oltre ad imparare ad averne nei confronti di chiunque. A essere persone vere e autonome prima ancora che pacchetti standard di dati sterili, i Pink Floyd ci avevano già messo una pulce nell’orecchio con “Another Brick in the Wall”.
Entrambi i casi aiutano però a fare uscire i lati buoni e utili del web: con gli hashtag di Twitter (#entrainscena, #100 e #labuonascuola) utilizzati dagli studenti che postano riflessioni e iniziative; e con il sito di Occhioaimedia.org, gruppo di associazioni che studiano il tema della mala comunicazione sui vari rapporti tra culture, sui sempreverdi temi del razzismo, del classismo, del pregiudizio sistematico. Cercando di costruire un varco tra quei mattoni ammassati da sistemi sbagliati.
Adesso è ufficiale. Nella nuova squadra di governo della Provincia entrano Fabrizio Toselli, sindaco forzitalico di Sant’Agostino, e Marco Fabbri, primo cittadino pentastellalto di Comacchio. Il neo presidente Tagliani (Pd, giusto per rammentarlo: in questa commistione ci si confonde…) ha conferito oggi le deleghe, coinvolgendo ben otto dei dodici eletti nel Consiglio provinciale. A Toselli è stata attribuita la responsabilità su politiche del lavoro, formazione professionale e attività produttive; a Fabbri quella sul turismo. Dei sindaci che fanno parte del Consiglio l’unico a non avere deleghe è Alan Fabbri: il primo cittadino leghista di Bondeno ha appena ricevuto l’investitura come candidato per il centrodestra alla presidenza della Regione Emilia Romagna da Berlusconi in persona, e nominarlo come sodale in quella che un tempo si sarebbe definita “giunta” deve essere parso troppo persino a Tagliani (che comunque ne ha propiziato l’elezione includendolo nella lista “senza frontiere”). Gli altri cavalieri delegati della tavola rotonda sono invece di fatto “assessori”, anche se ufficialmente non si chiamano così. Perché, ci spiegano, il loro è un ruolo tecnico, puramente amministrativo. Ma allora, perché i designati sono dei politici e non dei tecnici?
La considerazione sorge spontanea. Dal “tutto è politica” degli anni Settanta, all’attuale “è solo gestione amministrativa” sciorinato anche a proposito delle funzioni della nuova giunta provinciale, corre un abisso. Si scivola dagli eccessi di allora alla mistificazione di oggi. Da una parte c’era il debordante entusiasmo ideologico che portava a considerare di ogni azione il riflesso pubblico e la valenza sociale, sino ad annientare la sfera privata; dall’altra parte eccoci ora al ripiegamento di basso profilo che tende a celare con ipocrisia la reale valenza di scelte impegnative per la collettività, che in quanto tali hanno indiscutibilmente un rilievo comunitario e dunque politico.
Non si può negare che chi esercita funzioni di governo svolga una funzione di natura politica, poiché gli orientamenti e gli indirizzi assunti non sono neutri: perseguono una visione e assecondano un disegno di sviluppo che non è necessitato, ma rappresenta una possibile opzione fra tante alternative praticabili: politica, dunque. Perché la politica è precisamente scelta, fatta sulla base di un orientamento, di una prospettiva.
D’altronde, se non fosse così, perché designare politici a svolgere tali compiti? I nuovi “assessori” della “giunta” provinciale mica sono tecnici! Negare questa evidenza e ridurli a esecutori di compiti meramente gestionali significa strumentalmente sminuirne il ruolo e la funzione svolta per avere meno intralci, meno opposizioni, meno inciampi. Rendere apparentemente neutre e inevitabili le scelte che si compiono equivale, in un certo senso, a blindarle, rendendole inattaccabili.
L’abile operazione mirabilmente condotta dal sindaco-presidente Tagliani, che ha riunito nella “giunta” provinciale centrosinistra, centrodestra e Movimento 5 stelle, ha proprio questo segno ed è un capolavoro di stampo democristiano. La tecnica è antica e consolidata: cooptare il dissenso (reale e potenziale) inglobandolo nella cabina di regia per poter esercitare l’arte politica e governare incontrastati.
Il fatto è da qualche tempo conclamato, tra il circolo Delta Po di Legambiente e la giunta 5stelle di Comacchio l’intesa è tramontata. Sono bastati due anni e mezzo di governo per arrivare alla frattura e oggi l’associazione ambientalista sembra essere la più vitale delle forze d’opposizione. A detta di Legambiente, il nodo del problema sta nel mancato rispetto del patto siglato con l’allora aspirante sindaco Marco Fabbri, che guadagnò al ballottaggio oltre il 70 per cento dei voti. Una vittoria schiacciante dettata dal desiderio di cambiare registro e, in alcuni casi, dalla volontà di dare fiducia ai giovani. “Il patto impegnava il sindaco a non consumare il territorio, ma qualcosa nell’arco di un paio d’anni è cambiato radicalmente nella gestione, anche se il sindaco insiste nel negarlo”, precisa Marino Rizzati, presidente del Circolo Delta Po. “Legambiente, mi preme ricordarlo, non è forza politica ma di opinione, non siamo in Consiglio comunale per statuto e per scelta, ciò nonostante non possiamo prescindere da quanto accade”.
Chi vive nell’area del Delta, ricorda, sa di abitare in una terra “in progress”. “Il territorio si modifica continuamente, l’uomo cerca di governarlo, ma deve tenere conto di varianti e cambiamenti climatici prodotti dagli elementi naturali. Piogge torrenziali, vento, mareggiate sono cose conosciute – continua – Abbiamo speso milioni di euro tra commissioni europee, regionali, provinciali, master plan del Parco del Delta del Po per capire cosa dobbiamo fare, lo sappiamo, ma non lo facciamo”. Un esempio? Se non si prende il problema con la dovuta serietà in futuro la costa andrà sott’acqua. “Criticità a parte, c’è da dire una volta di più che viviamo in una zona di grandi ricchezze naturali, bisogna evitare di esaurirle come sta accadendo – continua – L’Amministrazione dimostra di non conoscere né di capire, o semplicemente non vuole capire, l’importanza di decelerare su quello che potrebbe rivelarsi un finto sviluppo urbanistico, anzi un boomerang per il territorio”.
Al centro delle preoccupazioni degli ambientalisti ci sono le tre delibere sul futuro urbanistico di Comacchio votate dalla maggioranza l’11 settembre nella solitudine dell’aula abbandonata dall’opposizione. La decisione prevede accordi diretti tra il Comune e i privati, che puntano alla realizzazione di 190 ettari quadrati di campeggi, una fetta di costa piegata “allo scellerato progetto di ulteriore consumo di territorio già programmato attraverso il Piano Territoriale del Parco del Delta del Po approvato dalla Provincia di Ferrara”, sostiene il circolo. Come dire: il partito del mattone passa alle strutture leggere, ma gratta gratta la musica è la stessa. “L’allarme non è legato ai campeggi quanto alle regalie concesse dall’Amministrazione ai costruttori, che magari negli anni potranno spostare volumi edificabili dei quali già dispongono in termini di realizzazione in altre aree all’interno delle strutture turistiche – dice – La normativa del parco prevede progetti a comparto, penso all’area che va da Porto Garibaldi alla Romea fino alla Fattoria. Alcuni imprenditori per rivalutare un’area staranno al progetto, ma non credo faranno mai gli agriturismi promessi e chi ha più forza economica guadagnerà maggior territorio. Probabilmente esistono già impegni di cui non sappiamo nulla”.
Secondo Rizzati il tradimento dei 5Stelle sta nella retromarcia ingranata sulla gestione comunale. Dopo due anni e mezzo di attacchi al Pd ora fanno parte del Listone, sono alleati degli ex nemici e forse, senza neppure sconfinare nella fantapolitica, in prossimo futuro saranno fuori dal movimento di Grillo, magari uniti in una lista civica appoggiata dai democratici ferraresi. “Quanto sta succedendo è contrario agli indirizzi del Movimento e alle sue linee guida – continua – I nostri grillini avevano assicurato una variante al Prg entro 100 giorni dal loro insediamento, l’obiettivo era mettere in stand by ogni manovra che comportasse il consumo del territorio, si erano anche impegnati per mettere a punto il Piano strutturale comunale (Psc), ma oggi la loro politica è cambiata, non siamo i soli a dirlo”. E ancora: “La storia si ripete, anche Pierotti quando si candidò sindaco promise che non si sarebbe più posato neppure un mattone – continua – dopo un paio d’anni modificò la giunta nella quale erano presenti movimenti civici, per sostituirne i rappresentanti con i politici, così fa anche Fabbri”.
Il cambiamento ha due facce, politico e amministrativo. “Quando abbiamo chiesto al sindaco se fosse al corrente della decisione dell’allora presidente uscente della Provincia Zappaterra di cancellare l’articolo sulla tutela paesaggistica e quelli relativi alla materia idrogeologica, ha risposto che si sarebbe informato. E’ stato elusivo – spiega – Abbiamo capito che gli stava bene, forse discutendo di idrovia con la Provincia sono nate simpatie inaspettate”. Ci sono poi altri nodi dolenti sullo sviluppo. “Penso alla questione legata agli impianti strutturali, depuratori e strade – conclude – Prima di costruire bisogna adeguarli come prevede la legge e pensare anche al mare, quest’anno le cose non sono filate lisce, noi i dati li abbiamo, e non si può continuare a dare la colpa dell’inquinamento delle acque alle porcilaie di altri paesi vicini”.
Critico sulla futura pianificazione della costa anche Davide Michetti dell’Onda. “Quelle delibere hanno dato il via a una speculazione senza senso, ma sono talmente fatte male da prestarsi ai più differenti ricorsi. A Comacchio non c’è bisogno di una distesa infinita di campeggi, ma di cose di rilevanza pubblica come a un talassoterapico a un parco acquatico – dice – Che faremo, tra 10 anni ci lamenteremo dei troppi campeggi come è successo per l’eccesso di case? Già quando fu presentato il piano di stazione di Parco di Comacchio, sembrava fatto su misura per le esigenze di pochi”. Nel frattempo attende una risposta scritta a una sua interrogazione circa il dossier su presunti abusi edilizi di Tomasi costruzioni segnalato dal geometra Loris Rossetti al Comune e respinti al mittente dall’imprenditore. Per ora nessuna risposta. “Anche questo fatto, desta qualche perplessità sul comportamento politico amministrativo della giunta – conclude Rizzati – le risposte di fronte a certi quesiti sono doverose, soprattutto se la tua linea programmatica le mette tra i primi posti nella scala di valori”.
Treno treno delle mie brame, qual è il più bello del reame? Sicuramente lui, sempre e solo lui, l’Orient Express, il treno della magia, dell’amore, del sogno, del mistero, della storia. Lui che partì per la prima volta 130 anni fa, il 4 ottobre 1883, dalla Francia alla Romania, passando per Vienna. Era la prima volta che quel treno sbuffava e cigolava, ma era anche la prima volta che una macchina su rotaia attraversava l’intera Europa, correndo dritta verso Oriente. Nella rumena Giurgiu, i passeggeri erano trasportati attraverso il Danubio via nave fino in Bulgaria, per poi prendere un altro treno per Varna, da dove completavano il viaggio per l’antica Costantinopoli in traghetto.
Un altro percorso cominciò a essere usato nel 1885, raggiungendo Costantinopoli per ferrovia da Vienna a Belgrado e Niš, poi su carro fino a Filippopoli, in Bulgaria, e di nuovo su ferro fino a Costantinopoli. Nel 1889 si completò la linea ferroviaria diretta. I favolosi anni Trenta conobbero l’apice del successo dei servizi di questo favoloso treno, con vari collegamenti in funzione allo stesso tempo: l’Orient Express (che univa Parigi a Istanbul – Costantinopoli prese questo nome nel 1923 – , via Strasburgo, Monaco, Vienna, Budapest e Bucarest), e il Simplon Orient Express (il collegamento con l’Italia fu possibile dal 1919, a seguito dell’apertura del tunnel del Simplon – da cui il nome del treno che copriva quella tratta, che univa Calais e Parigi a Istanbul e Atene via Losanna, Milano, Verona, Venezia, Trieste, Zagabria, Belgrado, Sofia e Salonicco).
In questo periodo di massimo splendore, l’Orient Express divenne famoso per lusso, confort e raffinata cucina. Era frequentato da reali, nobili, diplomatici e ricchi uomini d’affari. La storia del treno più famoso di tutti i tempi, il più romantico, che ha ispirato per generazioni il cinema e la letteratura si intreccerà con un secolo di storia politica europea. La Prima Guerra mondiale si concluse, infatti, a bordo di esso. L’armistizio venne firmato nella carrozza 2419 dell’Orient Express, in sosta presso Compiègne in Piccardia, nel nord della Francia. Il generale Ferdinand Foch impose ai tedeschi sconfitti pesanti risarcimenti e sanzioni, di fatto creando uno dei motivi dell’ascesa al potere di Adolf Hitler. La carrozza 2419 fu conservata in un museo parigino fino al 1940, quando la marcia di Hitler su Parigi si concluse con la resa francese firmata proprio a bordo di questa carrozza, riportata a Compiègne in segno di sprezzo, per essere distrutta subito dopo.
Il genio creativo di Agatha Christie ha poi ambientato il suo romanzo “Assassinio sull’Orient Express” su una carrozza della tratta Simplon Orient Express.
Gli storici ed eleganti vagoni, dagli arredi e dai decori lussuosi e curati, hanno ospitato storie di membri di famiglie reali e borghesi, sono state bombardate, sono rimaste intrappolate in bufere di neve, sono state teatro di romantiche storie d’amore, hanno accolto scrittori e poeti che hanno tratto grande ispirazione dalla raffinatezza dei luoghi e dei profumi. Quei luoghi di indimenticabili avventure, romanzi, film, ci riportano alla mente Dracula di Bram Stoker (mentre Dracula fugge dall’Inghilterra via mare, la cabala che ha giurato di ucciderlo arriva a Parigi a bordo dell’Orient Express, precedendolo a Varna), “Il treno d’Istanbul”, di Graham Greene, la versione del 2004 de “Il giro del mondo in 80 giorni” (un comico inglese, ex Monty Python, Michael Palin che lascia Londra a bordo dell’Orient Express per ripercorrere le tappe del viaggio di Phileas Fogg), la fuga di James Bond in “Agente 007, Dalla Russia con amore”, l’episodio 8 della serie animata “le nuove avventure di Lupin III, intitolato, appunto, “L’Orient Express”.
Un sogno del passato, t’immagini Mata Hari passeggiare per i corridoi, spie che cercano di carpire inconfessabili segreti, contesse russe e austriache con vistose pellicce, grandi cappelli e lunghe sigarette, alti ufficiali che rientrano dalle colonie, profumi intensi e conturbanti che fanno girare la testa, colori accesi che ti lasciano senza parole, lunghe collane di perle e spille un po’ frou frou. Tutto questo mentre dalle tendine bianche leggere e ricamate, entra, con delicatezza, il venticello leggero della sera.
Anche noi per un attimo siamo lì, quasi trasportati da un’incredibile macchina del tempo che ci fa dimenticare tutti i problemi quotidiani. Quell’atmosfera d’altri tempi ci riporta all’odore del cognac e del brandy, alle passioni amorose che si nascondevano dietro le porte, alle chiacchiere e ai pettegolezzi davanti ai bicchieri di cristallo, alle rose offerte alle belle dame, alle parole sussurrate, ai paesaggi di brughiere e colline che scorrevano lentamente sotto gli occhi attenti dei fortunati viaggiatori.
Oggi il percorso rimane lo stesso, c’è chi dice che il fascino sia rimasto immutato, chi lo trova un po’ decadente e spento. Noi lo sogniamo come allora, e come allora lo vogliamo immaginare. Perché quando andremo (perché ci andremo, un giorno), ci perderemo nel passato. Come spesso facciamo, da perfetto viaggiatore-sognatore.
“I sudditi sono coloro che si lamentano senza fare nulla, i cittadini lavorano per far andar meglio le cose”: questa è l’interpretazione che Gherardo Colombo ha dato del primo articolo della nostra Costituzione nella serata di dibattito con Tiziano Tagliani e Daniele Lugli Il rispetto della legalità come responsabilità diffusa. “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, secondo l’ex pm milanese questo significa che il nostro Paese può essere veramente una democrazia e una repubblica “se tutti i cittadini lavorano” perché lo sia. Ecco qual è il nesso fra legalità e responsabilità, entrambe parole di per sé astratte, perfino ambigue, se non sostenute da un principio etico: Colombo fa l’esempio delle leggi razziali o della responsabilità di un soldato di fronte agli ordini di un superiore, momenti in cui molti si sono posti o avrebbero dovuto porsi il problema del significato vero e sostanziale di queste due parole. Ma qual è dunque questo principio che sostanzia la forma della legalità e della responsabilità? Di nuovo arriva in soccorso la nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3). È bene sottolineare che la responsabilità, appunto, non è dello Stato, ma della Repubblica, cioè di nuovo dell’insieme dei cittadini. Dunque non solo legalità e responsabilità, ma anche solidarietà.
Ha ragione perciò Colombo quando dice di non essere d’accordo con il detto che “il pesce comincia a puzzare dalla testa”: il problema della credibilità delle nostre istituzioni e del rapporto che queste hanno con noi cittadini deriva in parte anche da come e a chi noi diamo il nostro consenso. Essere cittadino responsabile significa libero nelle proprie scelte anche perché consapevole delle conseguenze che queste avranno. Ed ecco l’ultimo, non certo per importanza, termine dell’equazione: la libertà.
Per riunirli tutti questi termini, legalità, responsabilità, solidarietà, libertà, è necessario uscire finalmente dalla visione miope dell’esclusivo interesse individuale e rendersi conto che questo è solo una parte di un interesse collettivo, che proprio in quanto comune è anche di ciascuno. Qui però le istituzioni devono fare un passo in più: devono sempre porsi al servizio di questo bene comune.
Quello che serve è dunque un cambiamento culturale perché si arrivi finalmente a stigmatizzare socialmente i comportamenti contrari al nostro bene comune. Tale cambiamento non può arrivare dall’alto con leggi e riforme, la soluzione è investire nell’educazione e nella formazione di competenze sempre nella consapevolezza che si tratta di un lavoro molto duro e molto lungo, come tutte le cose che vale la pena fare.
Promuovere la lettura attraverso le pagine social, le communities dedicate ai libri, i profili Twitter, youtuber, blog e forum. Parte domani (15 ottobre) la seconda edizione del Social Book Day, ideato e sostenuto da Libreriamo [vedi]. Iniziativa interessante, simpatica e lodevole, oltre che estremamente creativa.
Si può partecipare su Facebook e su Twitter, e non solo. Bastano una frase personale, un pensiero, una citazione del proprio autore preferito, un invito a sostegno della lettura e dei libri e in cui sia sempre presente l’hashtag .
E’ bellissimo leggere, si entra in altri universi, talora paralleli, talora completamente diversi. Si può sfuggire alla realtà, inventarsi un mondo nuovo, vivere un’altra vita.
Penso leggere sia una delle più belle avventure, che sia così straordinario entrare in altre dimensioni, estraniandosi da questa, a volte così difficile. I personaggi siamo noi, possiamo immaginarne storie e finali, passeggiare con loro. Spesso si legge per sopravvivere, per viaggiare con la fantasia quando non se ne hanno i mezzi materiali, per sognare e pensare diversamente dagli altri. Quasi un navigare solo con le proprie idee in poppa.
E’ meraviglioso entrare in libreria, accarezzare le pagine, sentire il profumo della carta dei volumi nascosti fra gli scaffali. I libri sono anche specchi, l’ombra di un vento che ci soffia parole tra i capelli spettinati e ribelli. Un alito leggero che ci accompagna.
Domani lasciate anche voi la vostra impronta. Condividete il libro più bello che avete letto, i pensieri dei vostri autori preferiti, le scene e i paesaggi che vi hanno fatto sognare. Allora leggiamo e compriamoci tanti libri. Domani e non solo…
Parlare di arte e di bellezza non è solo piacevole, ma anche utile e addirittura salvifico, soprattutto in periodi come questi, dominati da eventi tragici e problematici che ci investono di preoccupazioni e percezioni tutte negative. Saper leggere l’arte e il bello, possono aiutare ad innalzarsi ad un livello più alto e nobile, proprio dello spirito umano. Non è quindi una cosa ‘per persone colte’ o per i soli studenti dei licei e delle Accademie d’arte, ma allo stesso tempo non è un’operazione scontata, come in tutte le cose occorrono gli strumenti giusti.
La copertina del libro
E’ per fornire questi strumenti che Maurizio Villani e Paola Marescalchi, per molti anni insegnanti presso il Liceo classico Ludovico Ariosto, hanno scritto e di recente pubblicato “Filosofia dell’arte”, un caso unico nel panorama editoriale italiano. Presentato il 30 settembre alla Biblioteca Ariostea di Ferrara, il libro è già alla seconda edizione e sarà in libreria a partire dall’8 gennaio, acquistabile on-linesul sito della Libreria Filosofica già dal 1 dicembre [vedi].
Prima di ripercorrere la sintetica e agile presentazione che i due autori hanno proposto al pubblico dell’Ariostea, ricca di citazioni e immagini esemplificative, riportiamo qui il colloquio avuto a margine con ferraraitalia:
Quali prevedete saranno i vostri ipotetici lettori?
“Una volta si diceva le persone colte, anche se non sappiamo se sia un genere antropologico ancora esistente. Battute a parte, abbiamo avuto dei segnali di interesse da parte delle Accademie d’arte perché il nostro libro va a colmare un’area scoperta, non ci sono cose del genere sul mercato italiano.”
Se doveste presentare il vostro libro in due parole, cosa direste?
“Il libro vuole essere un’introduzione alla Filosofia dell’arte. Non è né una storia dell’arte, né un libro di filosofia. Ha una natura mista, ambivalente, e questo si spiega con la sua origine.”
Qual è dunque l’origine di questo lavoro?
“C’è una storia abbastanza lunga e travagliata dietro a questo libro, perché era nato per essere tutta un’altra cosa: doveva essere un manuale di liceo, quando si era ritenuto che i licei artistici dovessero avere un programma di filosofia ad hoc. Nel 2009, incominciammo a lavorare in quella prospettiva, con l’idea di pubblicare per il 2011. Quel progetto di riforma del licei saltò completamente, sostituito dalla riforma della ministra Gelmini. A quel punto, ci siamo chiesti se quel materiale sarebbe potuto servire per una pubblicazione, non più di tipo scolastico ma destinata al mercato in generale. L’editore Mario Trombino della Diogene Multimedia [vedi] ci ha molto sostenuto e abbiamo accettato la scommessa. L’abbiamo naturalmente rivisto e adattato, ma l’impostazione originaria è rimasta.”
Presentazione alla Biblioteca Ariostea, da sinistra Marescalchi, Sansonetti (conduttore), Villani
Nell’introdurre il libro, Villani spiega che l’impianto sistematico è scandito dai setti grandi paradigmi interpretativi del pensiero sull’arte: il primo, il più importante perché il più duraturo, è l’arte come mimesi, come imitazione della natura, che ebbe origine nel pensiero greco e che ha dominato incontrastato per duemila anni. Altro paradigma importante è quello romantico dell’arte come costruzione (Kant) e dell’arte come creazione (Hegel): l’idea di Hegel, e dei romantici in generale, è che l’arte sia creazione, l’artista è visto come un genio, assimilabile a Dio, nella sua capacità di creare dal nulla un mondo completamente nuovo, il cui influsso credo sia ancora largamente presente nel modo di pensare di oggi. Altri due personaggi, sempre inseriti nel contesto romantico, e per molti versi comparabili, sono Nietzsche e Schopenhauer: del primo l’idea dell’arte come gioco, del secondo l’arte come forma di conoscenza della verità, necessaria per innalzarsi al di sopra del piano del mondo come rappresentazione.
Poi il professore passa rapidamente in rassegna lo sviluppo storico del rapporto tra l’arte e il bello. Nella cultura tra ‘800 e ‘900 non c’era alcun dubbio, ciò che rendeva artistica un’opera per i romantici era la bellezza. In realtà, se si approfondisce, si riscontra che, dall’antichità in avanti, la concezione del bello non è univoca: c’è il bello come manifestazione del bene in Platone, il bello come manifestazione del vero in Heidegger (“Nell’opera si attua la storicizzazione della verità”, Heiddeger), come simmetria, e così via fino ad arrivare al Novecento con le Avanguardie artistiche che portano addirittura alla dissoluzione del bello come criterio estetico.
“Orinatoio”, Marcel Duchamp, 1917“Campbell soup can”, Andy Warhol, 1962
Da Duchamp a Warhol, dall’”Orinatoio” alla “Scatola di zuppa Campbell”, succede che l’arte rompe con tutti i canoni della tradizione, ponendo alla filosofia la sfida enorme di riformulare nuove categorie estetiche e ricostruire un sistema interpretativo. Su questo dato di fatto si muovono, per esempio, i pensatori della scuola di Francoforte (da Benjamin ad Adorno). Famosa è la tesi del sociologo Bauman, secondo il quale il concetto di bello estetico ha avuto uno slittamento, passando dall’esperienza dell’arte all’esperienza della “ricerca del piacere e del consumare”, e che quindi colloca lo svuotamento dell’estetica nel passaggio della società contemporanea alla società consumistica. Altro pensatore interessante in questo senso è Coleman Danto, un filosofo americano, morto di recente, nel 2013. Partendo da Duchamp e Warhol, osserva che l’unico sistema categoriale per la comprensione di queste forme di espressione artistica è quello della filosofia, che diventa la chiave interpretativa dell’arte contemporanea, l’unica possibilità per permettere allo spettatore di capire le opere.
Da destra Paola Marescalchi e Maurizio Villani
Nel libro le medesime tematiche vengono affrontate da Marescalchi da un punto di vista complementare, quello dell’arte. Con un’acrobazia spettacolare Marescalchi fa dialogare le opere classiche di Mirone e Zeusi Parrasio con quelle iperrealiste di Duane Hanson, Estes, Wateridge e Ron Mueck, dimostrando che il paradigma classico dell’arte come imitazione non sia svanito, anzi. Plinio e il vecchio e Boccaccio, assertori del “bello perché sembra vero” tanto da portare l’occhio ad ingannarsi, non si sarebbero mai immaginati che sarebbe arrivato un momento nell’arco del Novecento, in cui il visivo senso degli uomini sarebbe stato colto veramente in inganno.
Iris, Fidia (447-442 a.C.)“Turisti”, D. Hanson, 1970
Questo succede con le opere degli iperrealisti americani, come i “Turisti” (1970) di Duane Hanson, sculture a grandezza naturale, dotate di tutti gli accessori come scarpe, occhiali e vestiti, opere impressionanti che, ad una prima occhiata, traggono lo spettatore veramente in inganno. Stesso discorso per “The architect’s house” di Wateridge (2009) o “In bed” di Ron Mueck (2005), e per la pittura le “Cabine telefoniche” di Estes (1967), dipinto a olio su tela che riproduce esattamente ciò che vede, partendo da una fotografia. Le opere appena citate non sono presenti nel libro perché Marescalchi dichiara di aver privilegiato solo le cose che le piacciono, e l’iperrealismo non è tra quelle. Ma l’iperrealismo si prestava bene ad introdurre in modo sintetico tutta la parabola della filosofia dell’arte, dalla cultura classica a quella contemporanea.
“Telephone Boots”, R. Estes, 1967“In Bed”, Ron Mueck, 2005“The architect’s house” , J. Wateridge, 2009
Il confronto prosegue, e Platone, Aristotele, Hegel, Schopenhauer, Nietszche, Freud si trovano a dialogare con Fidia, Giotto, Picasso, Munch, De Chirico, Warhol, mostrando le molteplici sfaccettature del rapporto tra arte e natura, i suoi possibili ruoli nel mondo umano (dall’arte come forma di conoscenza all’arte come espressione della psiche) e il legame tra l’arte e il bello, fino a toccare una domanda più che mai attuale: cos’è “arte” e cosa non lo è?
M. Villani, P. Marescalchi, “Filosofia dell’arte”, Ed. Diogene Multimedia, Bologna, 2014, pp. 274
Maurizio Villani ha insegnato Storia storia e filosofia al Liceo Classico Statale “Ludovico Ariosto” di Ferrara, attualmente è professore di Storia della filosofia presso l’istituto superiore di Scienze religiose di Ferrara e membro del Consiglio direttivo della Società filosofica italiana.
Paola Marescalchi ha collaborato con Renato Barilli presso la cattedra di Storia dell’arte contemporanea (Università di Bologna) ed ha insegnato Storia dell’arte al Liceo classico statale “Ludovico Ariosto” di Ferrara.
Perché ragionare di “buona Scuola”, come il primo ministro Renzi ha intestato il proprio progetto di intervento sul sistema scolastico del nostro Paese?
Innanzitutto perché aggettivi qualificativi come ‘buono’ nella realtà non qualificano proprio nulla, se non un sentire individuale, se mai anche condiviso, ma che non sfugge alla soggettività di chi lo esprime.
In secondo luogo perché la ‘scuola’ non è cosa che possa essere trattata senza ragionare sulle cause ultime, vale a dire sul servizio che oggi l’istruzione è chiamata a fornire alla comunità.
Scuola significa gran parte della cultura nostra e delle future generazioni, vuol dire il patrimonio di saperi che ci accompagnerà per tutta la vita, quel bagaglio di conoscenze che ci rende e renderà i nostri giovani cittadini attivi.
Scuola è termine che non ha più nulla in comune con il significato che i greci attribuivano alla parola ‘scholé’, tempo libero, noi potremmo anche interpretarlo, forzando un poco e perché ci piace, come tempo liberato, tempo in cui ognuno attraverso l’istruzione si affranca dalla schiavitù dell’ignoranza.
Per la nostra tradizione ‘scuola’ è il luogo deputato all’istruzione per eccellenza. Ecco ‘l’istruzione’, la parola chiave, perché di questo si tratta. E se ‘buona’ si deve dire, dunque sia la “buona Istruzione”. Allora dovremmo interrogarci intorno a cosa è una buona istruzione.
Intanto chi stabilisce qual è un’istruzione buona e cos’è l’istruzione cattiva?
Se sappiamo guardarci attorno ci rendiamo subito conto che la possibilità di decidere in merito da tempo ci è sfuggita di mano. Sempre più gli Stati del mondo, tra la fine del secolo scorso e gli inizi di questo, sono stati defraudati della loro autonomia. Del resto le stesse proposte di nuovi saperi, contenute nel progetto del governo, ricalcano le ricette imposte dalla globalizzazione dei mercati, dal ‘coding’ all’economia.
Semplicemente perché la crescente società ‘civile’ globale è andata sviluppando sulla Terra forme di scolarizzazione che sono la fotocopia le une delle altre, mentre i tradizionali ‘Stato-nazione’ hanno perso potere anche sul versante dell’istruzione dei loro cittadini.
Ciò è accaduto senza che ce ne accorgessimo, ma nella storia dell’educazione, che è oggetto fragile e delicatissimo, sono sempre state le ideologie a prevalere su ogni altra considerazione. Così negli anni quello che è stato sfacciatamene contrabbandato come spirito riformatore senza riforme, altro non era che l’assecondare i cambiamenti imposti dalle concezioni neoliberali del libero mercato e dell’economia dei consumi, adombrando il valore dei diritti umani e il ruolo che l’istruzione, la buona istruzione, gioca per la loro affermazione e tutela.
Anziché servire i diritti di ogni singolo uomo e di ogni singola donna, l’istruzione è stata monopolizzata e manipolata per costruire una società mondiale ad un’unica dimensione: quella del mercato, della competizione, della crescita economica e del consumo.
Tramontate le forme tradizionali della educazione nazionale che tendevano a formare cittadini leali e patriottici, emozionalmente legati ai simboli dello Stato, si è passati alla assoluta fedeltà ai mercati e alla loro dipendenza.
Nel frangente, il diritto delle persone ad autodeterminare la propria vita, a vivere l’esistenza che desiderano, come direbbe l’economista Amartya Sen, si è eclissato.
Non è questo il tema primo con cui ogni discorso sull’istruzione oggi dovrebbe iniziare?
Di un’istruzione intesa al servizio delle persone e non del mercato come neppure dello Stato, ma grande strumento di scelta per la propria esistenza e per il bene delle esistenze degli altri. Si può ancora continuare a tradire il significato vero della scuola come luogo deputato all’istruzione per eccellenza?
Vogliamo finalmente porre al centro le persone, i giovani in carne e ossa? Questa è l’occasione che, a meno di virate dell’ultimo minuto, “la buona Scuola” del governo ha perso insieme a quel millantato aggettivo qualificativo che proprio ‘buona’ come promette non può essere.
Intanto nel mondo c’è chi non si arrende. Chi pensa che sia possibile un modello globale di scuola al servizio dell’uomo. Una scuola della buona istruzione che insegni agli studenti come vivere a lungo, condurre un’esistenza felice, tutelare l’ambiente che ospita le nostre esistenze e combattere le diseguaglianze sociali. Come fare della globalizzazione non la prigione delle nostre vite, ma una grande occasione di libertà, di partecipazione ad una comune e condivisa cittadinanza planetaria.
Su questo sono impegnati gruppi, associazioni, organizzazioni nel mondo come l’Human rights education network, United nations’ cyberschoolbus, World wildlife fund’s education programs, Earth charter initiative, North american association for environmental education, il Globe program e altri ancora.
È sufficiente visitare i loro siti internet per rendersi conto che non si tratta di sogni ad occhi aperti, ma che un’altra scuola, la scuola della ‘buona Istruzione’ è possibile.
La democrazia odia la perfezione e ama la perfettibilità. Per questo attribuisce importanza al metodo dell’ascolto, del dialogo, della mediazione, dell’apprendimento individuale e collettivo permanente. La democrazia è il regime che sostiene gli individui nell’organizzare le loro vite e le loro scelte come meglio preferiscono. La democrazia richiede qualità diffuse che gli antichi chiamavano virtù: onestà, competenza, fiducia, solidarietà, verità.
La differenza epocale introdotta dalla democrazia moderna, laica e plurale è che queste virtù sono sempre a rischio, perché il regime democratico non è autoritario, paternalistico o pedagogico. Culture, religioni, ideologie, gruppi, associazioni, individui, sono tutti alla pari. La vita quotidiana di una società democratica è una fatica di Sisifo continua. Il masso del bene comune che si spinge in alto, può essere in ogni momento precipitato in basso da controspinte negative. Ma anch’esse sono legittime e normali. Una buona società e una cultura civica sono il risultato di inclusione e connessione fra le varie soggettività che abitano la polis. Ma si tratta di un processo precario perché la democrazia deve tenere in equilibrio due spinte che rischiano, in ogni momento, di lacerarla: la sua innata e originaria logica espansiva e universale; e la continua differenziazione prodotta dalla società degli individui che si basa sul rispetto dell’unicità e dell’originalità di ogni uomo e ogni donna. Uguali ma diversi. Il collante tra queste spinte è la coscienza del limite e del rispetto del valore dell’altro e della reciprocità.
Questa rapida sequenza di concetti e principi mi è venuta alla mente leggendo il messaggio pastorale del vescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri. Affermazioni apodittiche; linguaggio truculento; visione demonizzante della modernità; negazione della libertà di scelta; idea della donna come persona irresponsabile e colpevole. Insomma, monsignor Negri esibisce su ogni tema che affronta uno stile aggressivo, non interessato al dialogo, ma solo a dire (stavo per scrivere comandare…) agli abitanti della polis democratica e laica come si deve vivere rettamente e quali sono i principi e i valori assoluti e indiscutibili da rispettare.
Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci
Davvero divertente e interessante, questo libro dall’insolito formato rettangolare edito dalla Scuola di scrittura Omero di Roma. Insolito e originale non solo per la sua forma, ma anche, e soprattutto, per il contenuto: 180 strisce dei Peanuts di Charles M. Schultz accompagnate da rapidi e brillanti consigli di scrittura da parte di autori come Ray Bradbury, Ed McBain, Clive Cussier, Sidney Sheldon, Danielle Steel, Cherie Carter-Scott, Catherine Ryan Hyde o Fannie Flagg, per citarne solo alcuni. Tutti dialogano con Snoopy, lo consigliano, lo seguono, gli danno opzioni, spunti e suggerimenti, lo aiutano e l’accompagnano nella difficile quotidianità della scrittura.
Questo simpatico “manuale” andrebbe letto da tutti, giornalisti e scrittori in erba (ma anche da quelli più esperti), da chiunque si appresti ad affrontare la temuta e misteriosa pagina bianca.
Divertente e istruttivo allo stesso tempo, potrebbe essere facilmente usato come testo d’insegnamento e orientamento in qualsiasi scuola di scrittura.
La prefazione al libro è di Monte Schulz, il figlio del creatore delle famose strisce dei Peanuts, che racconta come il padre amasse i libri e la letteratura, con i suoi oltre tremila volumi che ricoprivano le pareti del suo studio e cataste accumulate sulla scrivania, in attesa di essere lette.
Il dono del talento di un artista e la sua responsabilità, secondo Charles, consistevano nel dover esprimere la bellezza e il dolore del mondo per tutti quello che non riuscivano a farlo. Si legge per ascoltare le voci degli altri e imparare, anche da esse. Schulz scriveva ascoltando Brahms, Beethoven o un qualsiasi cantante country. E in quell’ambiente fatto di parole e note aveva inventato Snoopy, Charlie Brown e gli altri. Un sogno che sarebbe diventato realtà.
Snoopy arrampicato di fronte alla sua macchina da scrivere, sulla sua famosa cuccia sotto il cielo vigile, è un’immagine costante e ispiratrice: il simpatico bracchetto, come molti di noi, è sempre alla ricerca delle frase, della parola, del paragrafo, del racconto, della storia, insomma dell’illuminazione. E mostra la vera determinazione dello scrittore, il suo impegno costante a cercare parole, personaggi, idee, situazioni e momenti giusti. Allora, anche lui ha bisogno di consigli, di un tutor illuminato, come si direbbe oggi.
Partendo dalla storica e indimenticabile “era una notte buia e tempestosa”, Daniel Steel ricorda a Snoopy che scrivere è un lavoro davvero duro e faticoso, scrivere bene ma anche scrivere male. Un mestiere spesso stressante per la sua incertezza, accompagnato dalla paura, dall’eccitazione, dalla fantasia ma anche da tanta disciplina. Vi sono dolore e sofferenze nell’avventura dello scrivere ma il senso di vittoria e di sopravvivenza possono essere davvero molto entusiasmanti. Come fare una lunga maratona o scalare una montagna. Snoopy potrebbe scegliere un’altra carriera, ma Danielle dubita che lui, come lei, lo farebbe mai. Allora Sidney Sheldon consiglia Snoopy di lavorare molto sull’idea del suo romanzo, perché sia avvincente e brillante, Cherie Carter-Scott gli suggerisce le dieci regole per scrivere bene (quasi un manuale di sopravvivenza, perché il nostro libro deve aiutare qualcuno in qualcosa), Catherine Ryan Hyde gli consiglia di studiare bene il suo spazio di mercato editoriale e di accettare l’idea che le sue probabilità di successo sono in po’ di più di quelle della lotteria, ma non troppo. E poi c’è Fannie Flagg, che ricorda come scrivere non abbia nulla a che fare con le lauree, il vocabolario o l’analisi delle frasi ma semplicemente con il grande desiderio di raccontare una storia. Questa storia però, dice John Leggett, deve svolgersi in un luogo preciso. Ci dobbiamo ritrovare li, insieme al lettore, vivere con lui e i personaggi, sentendosi accaldati, assetati e sudati se siamo in Honduras o infreddoliti se siamo in Alaska. Dobbiamo vedere il sole cuocere la sabbia e le piazze, il vapore alzarsi dalla terra accaldata, la nebbiolina a alzarsi e far cadere goccioline sui nostri vestiti. Dobbiamo essere lì, tutti insieme. Per mano. Perché scrivere, ricorda J.F. Freedman in chiusura del volume, “è il miglior lavoro che io conosca, perché ti permette di aver il controllo completo di quello che fai e puoi davvero creare qualcosa dal niente”. E questo, aggiungo io, è un potere meraviglioso, unico, un dono, quasi magico. Davvero fortunato chi sa (e può) farlo.
Guida di Snoopy alla vita dello scrittore
A cura di Barnaby Cornad e Monte Schulz, traduzione di P. Restuccia, Omero Editore, 2012, 200p.
Come andrà a finire la trattativa sulla Thyssenkrupp nessuno lo sa, mentre ci si arrovella e ci si divide sul jobs act, altri 550 lavoratori – che dovrebbero godere (se presi singolarmente) dell’art.18 – stanno ugualmente perdendo il loro lavoro, a dimostrazione che il problema non è esattamente quello così ideologico delle tutele, ma è molto più ampio, una politica industriale latitante da anni, anche per colpa sindacale e politica, mancanza totale di politiche per lo sviluppo, crisi economica universale da cui si fatica a trovare la giusta ed equa soluzione, industriali poco inclini ad investire ma invece molto inclini a spostare le produzioni in zone più favorevoli dal punto di vista delle relazioni industriali, e sostanziale incapacità di chi governa politica ed economia di fare programmi a medio termine che vadano oltre le propaganda ma che siano capaci di creare sviluppo.
Consapevole di dire una cosa impopolare aggiungerò che questi 550 lavoratori della Thyssenkrupp hanno dalla loro una piccola, forse impercettibile, fortuna, che forse non salverà i loro posti di lavoro, ma che, certamente, dà a loro una visibilità mediatica, pertanto invito tutti noi, mentre leviamo il nostro grido di protesta per salvare i posti di lavoro alla Thyssenkrupp di pensare anche a tutti quei lavoratori invisibili ai più, dipendenti di piccole aziende che stanno fallendo, artigiani e commercianti e lavoratori autonomi che dopo aver fatto i salti mortali per resistere si devono arrendere alla mancanza di una prospettiva, senza, peraltro, avere alcun tipo di salvagente, se non i pochi risparmi, probabilmente erosi dalla resistenza e dalla cocciutaggine tipica dei piccoli imprenditori.
Però i nostri media ci fanno vedere sopratutto il premier che inaugura stabilimenti tipo, che si interfaccia con imprenditori di successo mentre, purtroppo, il resto del paese sta affogando tra debiti, tasse, gabelle e mancanza di prospettive.
Proviamo quindi a mettere in moto il nostro pensiero e riflettiamo su cosa vorremmo che la politica facesse e proviamo a non rinchiuderci nel nostro privato, a non abbandonarci alle nostre malinconie, perché è solo in questo modo che – tutti insieme – potremmo indurre chi ci governa a togliersi gli sfavillanti abiti e indossare vesti più umili, adatte ad ascoltare anche i più deboli e coloro che, da sempre, sono tartassati.
Liberatela. Piazza Savonarola è assediata dalle auto. Prigioniera innanzitutto dei taxi: a volte, come questa mattina, più che per il fabbisogno di Ferrara sembrano calibrati per quello della stazione di Roma! Fra vetture pubbliche, auto di servizio, autorizzati (non si sa a che titolo) e avventori vari capita di contare una ventina di veicoli, in uno spazio di 40 metri per 40 all’ombra del monumento più prezioso.
Dovrebbe essere il salottino buono della città questo, incastonato fra i gioielli degli estensi. Invece il povero Savonarola dall’alto della sua statua ci biasima sdegnato, dovendo respirare ancora fumi: non quelli esalati dalle fascine del rogo, ma quelli delle marmitte delle vetture che insensatamente gli ronzano attorno. Un’ingiusta condanna per lui e per noi.
Siamo seri: qualcuno pensa davvero che davanti al castello serva la compresenza di otto-dieci taxi? Magari! Vorrebbe dire che la città s’è svegliata dal torpore. Invece gli autisti stanno lì a fare filò: e grazie! è più piacevole farlo lì fra i monumenti che altrove… Ma mica si devono spedire in periferia. Basterebbe traslocarli in corso Porta Reno o nei pressi dei giardini di viale Cavour, nel raggio di un centinaio di metri le alternative ci sono. Qual è il problema?
Pur senza citarli direttamente, il vescovo di Ferrara monsignor Luigi Negri nel suo messaggio pastorale, con il consueto raffinato eloquio, stavolta si scaglia ‘ex cathedra’ contro aborto, fecondazione eterologa ed eutanasia.
Le cose che spaventano sono due: il richiamo a una verità assoluta, indiscutibile (il terribile dogma) e i toni da crociata. Il vescovo parla di “ultima radicale sfida che riceviamo dal nostro tempo di fronte alla quale dobbiamo insorgere come un solo popolo, quello dei cristiani”. E aggiunge: “Io non ho paura a parlare di battaglia quando la battaglia, come nel nostro caso, è espressione di amore alla Verità che è Dio, al bene, al bello e al giusto. Non ho paura di dire che la Chiesa o combatte questa battaglia per la verità e per la salvezza della vita umana – anche nei suoi aspetti fisici – o, umanamente parlando, finirà per schierarsi con i colpevoli di questo delitto contro Dio e contro l’umanità”.
Alla scienza e alla laicità del pensiero – che traggono impulso dalla ricerca e dal libero intelletto – monsignor Negri contrappone la verità divina, rivelata e dunque statica e incontestabile. E a sua difesa schiera la Chiesa e il popolo dei cristiani.
Il vescovo conia una metafora ardita. “In tutto il mondo c’è il pericolo dell’Ebola, ma credo che questo contagio si potrà fermare; non so però se si potrà fermare il contagio di un’’Ebola culturale, ‘spirituale’ e delle ‘coscienze’ che tenta di distruggere l’umanità in noi ed accanto a noi. La sua forza sembra invincibile e condiziona pesantemente la nostra vita quotidiana, togliendola dai sentieri della fede”. Monsignor Negri, a sostegno del proprio dire, fa riferimento “al grande filosofo tedesco” Robert Speamann e a ciò che egli definì “sentieri oscuri del nulla”.
Tanto per capire di chi si sta parlando, Speamann asserisce che “la verità è una sola e non si basa sulla reciprocità. L’uomo è capace di verità perché senza di essa, intesa oggettivamente, non si riesce a rendere ragione dell’esperienza. Al fondamento di questa garanzia c’è Dio”.
La verità è in Dio, dunque la verità è dogma: verità oggettiva, rivelata che non ammette dubbi.
E’ chiaro quale terribile spettro evochi questa impostazione. Sono affermazione e riferimenti che prefigurano lugubri scenari, quelli – per restare al gioco delle allegorie – di nuovi roghi culturali.
Noi invece abbiamo a cuore un altro paradigma, quello di scientificità coniato dal filosofo Karl Popper, secondo il quale verità è ciò che transitoriamente appare tale sulla base del criterio di verificabilità. In questa prospettiva, conoscenza e progresso procedono sulla base di congetture (ipotesi) e confutazioni (negazioni della validità dell’ipotesi, cioè della verità temporaneamente affermata, che scaturiscono da continue verifiche del postulato).
Così procede la scienza, così si sviluppa la conoscenza. In un sapere fluido, non cristallizzato. Ciò che è vero oggi può essere negato domani sulla base di nuove scoperte e nuove acquisizioni, in considerazione delle evidenze che un continuo, incessante percorso di ricerca, condotto senza preconcetti, potrà rivelare nell’infinito cammino del progresso intellettuale.
E’ un modello, questo, che allude a una società aperta al confronto, al dialogo, permeabile ai differenti punti di vista, orientata alla definizione di soluzioni condivise a problemi comuni. Con Gustavo Zagrebelsky ci schieriamo dalla parte del dubbio, non per negare la verità ma per cercare senza pregiudizi di avvicinarsi ad essa.
Il 14 Ottobre, il bellissimo e magico Hermitage (o Ermitage) di San Pietroburgo celebra i suoi 250 anni con un evento cinematografico unico e spettacolare, trasmesso nelle sale italiane. La proiezione avrà luogo solo quel giorno, a Ferrara sarà al Cinema Apollo alle ore 21.
La locandina
250 anni, tanti, ma allo stesso tempo così pochi per arrivare a contenere tanta bellezza. È, infatti, il 1764 quando la zarina Caterina II acquista 225 dipinti della raccolta d’arte di un mercante berlinese: nasce così, in pieno secolo illuminista, il primo germe dell’Hermitage, il museo russo che rappresenta una delle mete più amate dei viaggiatori di tutto il mondo. La zarina lo immagina come un luogo isolato, un eremo non lontano dalla Prospettiva Nevskij e con una magnifica vista sul fiume Neva: in francese ‘un petit ermitage’ dove godersi momenti di rigenerante riposo, circondata solo da pochi amici intimi e da opere d’arte. Il tour del film di Margy Kinmonth (regista pluripremiata anche per altre opere sulla storia del Teatro Mariinsky e sul balletto e l’opera russe) guiderà gli spettatori alla scoperta di alcuni dei tre milioni di pezzi conservati nel sontuoso scrigno di San Pietroburgo. Da quel 1764, infatti, la collezione si è allargata enormemente: la zarina Caterina non mancava di allargare pian piano la preziosa raccolta, man mano che se ne presentava l’occasione. Né furono da meno gli altri zar della dinastia Romanov, che anno dopo anno arricchirono la collezione aprendola al pubblico a metà Ottocento, quando per le vie della città si incontravano i grandi scrittori russi, Pushkin, Gogol, Dostoevskij, Tolstoj e Cechov. Così, passeggiando per le sue belle, luccicanti e sontuose sale, l’Hermitage è un vero tuffo nel passato, un concentrato di meraviglie che ha visto passare ricevimenti, momenti storici e rivoluzioni che ci fanno essere quello che siamo oggi.
Qui la città di San Pietroburgo viene chiamata la Venezia del Nord, e l’impressione di essere a Venezia a volte c’è davvero: i colori del crepuscolo, i canali, i ponti, la luce che si riflette nell’acqua, la sensazione di attraversare la storia, di esservi immersi a ogni piccolo passo, di vedere personaggi misteriosi, principesse, principi e, perché no, anche fantasmi.
“Madonna Litta”, Leonardo“Amore e Psiche”, Canova
L’Hermitage parla italiano, non solo per i suoi Bartolomeo Rastrelli (che lo ha progettato fra il 1754 e il 1762 per la zarina Elisabetta), e Giacomo Quarenghi (al quale Caterina II, succeduta a Elisabetta diede ordine di costruire il teatro dell’Ermitage il teatro di corte che venne completato nel 1787), ma anche per i corridoi che sembrano quelli del Vaticano (scoprirò che la zarina aveva dato ordine di copiarli), i quadri di Leonardo da Vinci (qui c’è la “Madonna Benois” dipinta fra il 1478 e il 1482 e la “Madonna Litta” del 1590), le sculture di Giacomo Canova (qui si trovano quattro sue sculture fra le quali la bellissima “Amore e Psiche”), di Michelangelo“Ragazzo accovacciato”, Michelangelo(attribuito a lui il “ragazzo accovacciato”) e, infine, per il gemellaggio fra la città e Venezia (la Fondazione Ermitage Italia si trova ora nella città lagunare, dopo il trasferimento non privo di polemiche dalla nostra Ferrara, che, lasciatemi dire, non ha saputo cogliere l’opportunità di un tale gemellaggio). L’amore per l’Italia si respira nelle stanze ma anche nella città. E anche in altre città della Russia. La bellezza si parla con la bellezza, nessun miglior linguaggio per intendersi.
Ma in questo anniversario, godiamoci questo posto da sogno. Noi ci siamo andati recentemente. Eccovi allora alcune belle immagini, che vogliamo condividere con voi, cari lettori.
Buona passeggiata, allora, e fate buoni sogni…
A tutti capita di pensare al futuro e quasi sempre lo viviamo con l’ansia dell’incognito. Cosa sarà di noi? Molti economisti, politici, intellettuali, spesso si sono misurati su questo tema. Proverei a parlarne anche io, senza la presunzione di avere certezze. Solo per dare qualche spunto di riflessione.
In una sintesi parziale e personale direi che siamo a questo punto: è cresciuta la popolazione (e con questa l’immigrazione e il razzismo), sono aumentate le diversità sociali e culturali, sono cresciuti i problemi di alimentazione e sofisticazione (vedi alimenti transgenici), è cresciuto il degrado ambientale e metropolitano (industrializzazione, urbanizzazione, criticità nei trasporti), vi è stata dispersione delle risorse idriche e naturali, con conseguente cambiamento del clima (catastrofi atmosferiche), ma soprattutto è aumentato lo squilibrio ricchezza-povertà e la disuguaglianza sociale.
Stigliz, nel suo libro “La globalizzazione e i suoi oppositori”, ci ha ricordato che la globalizzazione ha creato una società civile globale, ha migliorato le condizioni di salute e il tenore di vita, ha cambiato il modo di pensare della gente, ha servito gli interessi dei paesi industrializzati, ma non ha funzionato per molti poveri del mondo, ha determinato problemi all’ambiente, ripercuotendo l’instabilità a livello globale.
In generale, mi pare dunque che i principali trend di mutamento ci abbiano portato grandi rivoluzioni nel campo dei valori e nella produzione di simboli. La gestione dei sistemi tramite il sapere è stata sostituita da subsistemi interdipendenti a livello globale; i rapporti virtuali hanno vinto sui rapporti fisici. Questo, in contrasto con la crescita della creatività e della dimensione estetica. Nonostante il tempo libero abbia prevalso sul tempo di lavoro (anche se non ci sembra) e sia aumentata la consapevolezza che la qualità della nostra vita sia diventata una priorità. In fondo i nuovi valori emergenti sono diventati l’affettività, la soggettività, l’etica, l’affidabilità, l’estetica, anche se in contrasto tra loro.
Pesanti sono a proposito le riflessioni di Jacques Attali nel suo libro “Breve storia del futuro”, di cui ho sintetizzato alcuni passaggi: l’uomo di domani percepirà il mondo come una totalità al proprio servizio; vedrà l’altro come uno strumento per la propria felicità; un mezzo per procurarsi piacere e denaro. Non penserà più a preoccuparsi per gli altri: perché dividere se si deve combattere? Nessuno penserà più che la felicità altrui gli possa essere utile. La maggior parte non avrà più un posto di lavoro fisso. Per i più giovani viaggiare sarà il segno del progresso verso l’iperclasse. Delocalizzazione delle imprese ed emigrazione dei lavoratori ridurranno i redditi. La precarietà e la slealtà diventeranno la regola. Le leggi verranno sostituite con dei contratti, la giustizia con l’arbitrato. La fine della libertà, in nome della libertà.
In contrapposizione, i valori della società industriale sono diventati la massimizzazione della efficienza e della produttività, l’accentramento delle informazioni e del potere, la sincronizzazione dei tempi di vita e di lavoro, le economie di scala e la parcellizzazione delle mansioni, ma soprattutto la disoccupazione. Insomma, abbiamo rafforzato valori antagonisti. Lo sviluppo tecnologico ha accresciuto le disuguaglianze.
In un accennato ciclo dei fondamentali atteggiamenti intellettuali, siamo così passati dalla teologia e dal razionalismo, all’empirismo, al relativismo, allo scetticismo e al cinismo. Insomma ci siamo impegnati a farci del male.
Sennet nella “Cultura del nuovo capitalismo” ci ricorda che l’etica del lavoro sta cambiando e che tendono a scomparire i confini tra politica e consumo. Bisogna agire a breve, e nel breve, perché l’uomo deve essere flessibile (il “saper fare” moderno, l’artigiano della modernità). Ai lavoratori viene chiesto di comportarsi con maggiore flessibilità, di essere pronti a cambiamenti con breve preavviso, di correre continuamente qualche rischio, di affidarsi meno ai regolamenti e alle procedure formali.
Vorrei però credere anche che il pensiero positivo (senso dell’essere e progresso mentale) potrà vincere. Credo nello sviluppo della mente, della tecnologia multimediale come strumento di comunicazione per i diritti all’informazione, alla libertà individuale e al rispetto dei vincoli del collettivo, ai progressi della medicina, alla flessibilità nell’istruzione e nel lavoro (anche nella sua destrutturazione spaziotemporale).
In fondo anche Bauman (“La società individualizzata”) crede nella progressiva individualizzazione della società contemporanea, nonostante permangano sentimenti di paura per i singoli, apatia politica e paura di abbandono. Tocca a noi riprendere la vecchia arte di mantenere legami e valori. Insomma proviamoci.