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Tre giovani cantanti ferraresi all’Ariston per le finali nazionali
di una voce per Sanremo

Alice Guerzoni ferrarese di 29 anni, Denis Mazzini 21 anni di Portomaggiore e Noemi Ragazzi 18enne di Bondeno sono i giovani cantanti ferraresi che sfideranno un centinaio di promesse canore provenienti da tutta Italia al centro Roof dell’Ariston di Sanremo, per le semifinali e finali nazionali di “Una Voce per Sanremo 2014 – sezione editi”. L’obiettivo e quello di piazzarsi nei primi 15 che darebbe loro la possibilità di tentare il passaggio alla fase delle selezioni di Sanremo Giovani. L’associazione ferrarese Merkaba Eventi mandataria del concorso per Emilia e Veneto ha selezionato durante il tour invernale 13 talenti, che si dovranno presentare alle ore dieci all’Ariston, per compiere le procedure amministrative laddove successivamente sarà comunicato l’ordine di entrata dei partecipanti e in seguito (dalle ore 11 alle ore 20) si aprirà la competizione. I semifinalisti presenteranno un brano edito in lingua italiana, della durata massima di tre minuti e mezzo, poi, il giudice unico Grazia Di Michele – vocal-coach della trasmissione Amici di Maria De Filippi – elencherà i nomi dei 30 cantanti finalisti. Alle ore 21 i ragazzi riproporranno la canzone e tre ore dopo si svolgerà la cerimonia di premiazione che stabilirà ufficialmente chi saranno i 15 cantanti nominati a partecipare, tramite la casa discografica “Bao Bello Music” di Fabio Ciacci, il “patron” della manifestazione, alle selezioni discografiche “giovani” per la 65esima edizione Festival della Canzone Italiana di Sanremo.

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Alice Guerzoni di Ferrara
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Noemi Ragazzi di Bondeno
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Denis Mazzini di Portomaggiore
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Il ferrarese Denis Mazzini con Mimmo Turone
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Martina Berneschi (assessore di Portomaggiore), Noemi Ragazzi e la vocalist Iskra Menarini

L’INTERVISTA
Rinaldi tra Don Chisciotte, Gramsci e Sancho Panza: “Al fondo di tutto c’è la persona”

Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani
 e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
 siamo i “Grandi della Mancha”,
Sancho Panza… e Don Chisciotte! (Don Chisciotte, Francesco Guccini)
Sono fortunata, è un pomeriggio tranquillo nell’ufficio di via Mambro, da dove Raffaele Rinaldi coordina i servizi dell’Associazione Viale K, con cui collabora dal 2002 e di cui è direttore dal 2012. Raffaele ha tempo per quella che diventerà una lunga chiaccherata ed è di buon umore perché in mattinata sono passate a salutarlo alcune persone che sono state al centro di accoglienza e ora, passo dopo passo, stanno riemergendo da quella che lui chiama la “Ferrara di sotto, una Ferrara che non vede nessuno”.
Inizia così la nostra conversazione, e subito mi rendo conto che Raffaele nutre una passione profonda per ciò che fa, a differenza di molti ha trovato non un modo ma il suo modo di contribuire alla costruzione di una società fondata sulla persona: “Il fondamento di tutto è la persona, ognuno nel suo lavoro è chiamato a umanizzare il mondo”. Per questo la prima cosa di cui mi parla è proprio il suo lavoro: “E’ vedere i numeri, le statistiche diventare carne e ossa, uomini, donne, famiglie, giovani coppie, la faccia scavata dall’angoscia di cadere in uno stato di povertà, oppure di non riuscire più a risalire la china. Vedo volti, ascolto storie, biografie, non c’è spazio per l’omologazione. Il problema si pone dopo aver dato loro un pasto caldo e un posto dove dormire, cosa faccio ora? Bisogna lavorare sulla promozione della persona, ma prima la devi riconoscere come persona: non c’è la categoria degli immigrati, quella dei poveri, devi saper guardare in faccia le persone per accorgerti veramente della profondità del disagio”.

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Raffaele Rinaldi direttore dell’associazione Viale K

La sua collaborazione con l’associazione di don Bedin è cominciata quando ha raggiunto la sua famiglia a Ferrara dalla Puglia, più precisamente da Monte Sant’Angelo. Chiuso lo stabilimento petrolchimico di Manfredonia, il papà fra Milano, Marghera, Gela e Ferrara – queste le possibili mete messe a disposizione dall’azienda – sceglie quest’ultima perché “è una città a misura d’uomo e l’Emilia è una regione accogliente”. Raffaele si paga la specialistica di filosofia con un lavoro stagionale allo zuccherificio, con la speranza di diventare insegnante. Nel frattempo continua l’esperienza di volontariato che ha già iniziato in Puglia. “Quando hai deciso che questo sarebbe stato il tuo lavoro?”, gli chiedo. “Quando il responsabile è stato trasferito nella nuova struttura di Sabbioncello don Domenico mi ha accennato alla possibilità di prendere il suo posto. Devo essere sincero, prendermi la responsabilità di coordinare le strutture, mettermi in contatto con le istituzioni, con i servizi sociali, non mi sembrava ancora alla mia portata. Poi la cosa ha preso piede e mi ha appassionato, soprattutto quando mi sono reso conto che non è solo questione di assistenza, si tratta di costruire dei percorsi per fare in modo che, insieme o dopo l’accoglienza, si possano dare ai ragazzi gli strumenti per riuscire a venire fuori dalle situazioni di bisogno. E questo lo puoi fare solo insieme alle istituzioni”. La cosa più stimolante per Raffaele sembra essere “rispondere ai bisogni che di volta in volta arrivano dal territorio articolando la prassi della solidarietà: noi rispondiamo al bisogno della persona, non alla categoria”.
Tante le fonti da cui trae l’ispirazione per questo suo impegno quotidiano: il personalismo comunitario di Mounier, per cui esistono una trascendenza verticale e una “trascendenza orizzontale”; Dante, che non reputa gli ignavi degni neppure dell’Inferno, “sciaurati, che mai fuon vivi”; Gramsci, per il quale “chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano”. E poi l’articolo 3 della Costituzione, che al comma 2 recita “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica”. “La lotta alla povertà – chiosa Raffaele – non può essere lasciata al buon cuore delle anime belle, bisogna restituire libertà alle persone escluse, dando loro dignità, ognuno deve potersi esprimere e partecipare alla vita della comunità: se io non ho diritti, come posso partecipare?”. Infine il Vangelo, in particolare la parabola del buon samaritano: “la domanda – mi spiega Raffaele – non è chi è il mio prossimo, ma a chi tu ti fai prossimo: non è tanto avvicinarsi a chi ti è lontano, ma non allontanarti da chi ti è vicino, chinarti su quei volti, e accompagnarli in un percorso di vita”.
Ora, gli dico scherzando, passiamo alle domande difficili: cos’è per te la povertà oggi? “È non saper riconoscere la povertà come tale, ma soltanto come disordine dell’arredo urbano. Non c’è più la persona: nell’odierna cultura dello scarto se lavori e produci bene, altrimenti non sei niente, anzi devi toglierti dai piedi perché dai fastidio. Danno fastidio i senza fissa dimora che dormono sulle panchine, ma non per la loro situazione, perché sono brutti da vedere. Viviamo in una bolla di sapone, bella ma effimera, abbiamo perso l’esperienza della relazione. Come diceva don Tonino Bello, la povertà è il sacramento delle nostre miserie, cioè non la vogliamo vedere perché rimanda alla miseria che abbiamo dentro”. Per non parlare poi della strumentalizzazione della povertà: “La cultura dello scarto, come la chiama Bauman, produce una rappresentazione sociale dei poveri, degli immigrati fondata sulla paura per raccogliere consensi e distrarre dai veri problemi come il lavoro o la giustizia sociale”.
Le ultime domande sono per la sua esperienza politica come candidato di Sel, a maggio scorso alle amministrative e ora alle regionali. “Ho sentito parlare Nichi Vendola negli anni ’80 quando non ero ancora maggiorenne e il progetto di Sel mi è piaciuto in quanto marca molto sul discorso della giustizia sociale, un’alternativa per la costruzione di un welfare forte, ma fino a quando mi hanno chiesto di candidarmi sono rimasto solo un simpatizzante”. “Il mio lavoro ha già una sua forte dimensione politica, quello che vorrei fare è dare un contributo per ottenere il passaggio dalla carità alla giustizia, non più dare qualcosa per carità quando spetterebbe per giustizia. Vorrei che questa fetta di popolazione di cui mi occupo avesse una voce nelle istituzioni, perché il terzo settore può dare un grande contributo alla costruzione di una società più giusta, anzi lo sta già facendo”.

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Il Don Chisciotte di Salvador Dalì

Secondo Raffaele il punto da cui partire è il passaggio dall’assistenza al “welfare generativo” cioè “l’assistenza non come un costo, ma come un investimento sulle persone che poi con le loro capacità e per quello che sono in grado di fare a loro volta fanno qualcosa per gli altri, restituiscono l’aiuto offerto loro. Ad esempio attraverso micro-comunità che possano avere una funzione di incubatori, moltiplicatori, delle capacità e della solidarietà”. Ma Raffaele non è solo un utopista, un idealista alla Don Chisciotte, personaggio che pure ama molto, in lui c’è anche un sano realismo alla Sancho Panza, che sicuramente gli deriva dal suo lavoro. Quando parla della “macchina della politica” afferma, citando don Milani, che “è inutile avere le mani pulite se le tieni in tasca”, e aggiunge “in politica devi operare delle scelte difficili, si fa presto ad andare fuori in piazza, il difficile poi è cambiare le cose da dentro il sistema: le scelte, gli sbagli, le alleanze, però stai dentro il gioco della politica e non ti puoi sottrarre”. Insomma “le impennate utopiche” vanno bene, ma poi si ha a che fare con la sofferenza reale qui e ora: “I bei sogni senza politica rimangono miraggi, e la politica senza sogni è solo amministrazione. La politica, pur se difficile e deludente a volte, rimane l’unica strada per realizzare quei progetti a servizio dell’uomo”.

L’OPINIONE
Le belle bandiere
e gli ideali
che meritano rispetto

Ieri, nel guardare le immagini in televisione della bella manifestazione sindacale, il mio animo profondamente malinconico, per un attimo, ha rivissuto altre manifestazioni altrettanto partecipate, ho cantato con il silenzio del pensiero canzoni di lotta operaia, ho alzato il pugno sinistro chiuso ed ho aperto e sventolato la mia bandiera rossa… E’ vero, noi ex comunisti siamo così, nonostante tutto ci emozioniamo nel vedere un popolo unito in una missione di lotta, nel vedere le bandiere rosse sventolare all’unisono, si, lo ammetto, anche io, malinconicamente, lascio correre la mia anima all’emozione. In fondo non c’è niente di male, anzi, è bello essere parte di una storia condivisa ed avere condiviso con tanti compagni momenti di lotta, quindi al bando tutti coloro che guardano ciò con il disgusto del ben pensante borghese e radical chic. Poi, però, con il raziocinio dei miei 58 anni, con il peso sulle spalle della crisi economica che ha distrutto le mie certezze e che ha minato le mie residue speranze, ho lasciato in disparte la passione, ho ridotto le mie emozioni ed ho lasciato spazio ai numeri della razionalità.
Così, dopo gli attimi di pura irrazionalità mi sono ritrovato ad analizzare freddamente quanto vedevo, ma quanto, sopratutto, ascoltavano le mie orecchie, ed allora, solo allora, ho compreso che l’elemento scatenante le mie emozioni erano le stesse parole usate negli anni, gli stessi slogan, e, quasi, gli stessi visi incazzati (aggiungo giustamente incazzati), ed è stato nel duro risveglio alla realtà che ho veramente compreso la mia distanza da ambedue le manifestazioni che si sono svolte ieri, da una parte quella marea di compagni che chiedevano, magari usando parole desuete, solo di modificare un decreto pur necessario, e dall’altra quella sorta di manifestazione autocelebrativa del leader che vuole cambiare il Paese, ma che, sino ad ora, è riuscito solamente a convincere parte degli italiani che lo ha cambiato attraverso i suoi spot proclami.
Nella mia totale solitudine e senso di abbandono ho compreso come sia davvero giunto il momento di cambiare, rendendole più aderenti alla realtà odierna, le regole del lavoro, come sia necessario che tutti, e sottolineo tutti, partecipino alla stesura di una politica industriale di largo respiro, e che segni una strada da seguire per dare all’Italia ed ai suoi cittadini provati, uan prospettiva di crescita, che sia ormai urgente che persino il sindacato analizzi meglio il proprio ruolo modificando messaggi e linguaggi, proprio per evitare di essere schiacciati da questo nuovo leader schiacciasassi che vuole lasciare vittime sul suo percorso. Ora non so esattamente cosa si debba fare, ma certamente, dopo la manifestazione di ieri, il nostro segretario, premier, non può più irridere un sindacato che fa il suo mestiere (magari usando metodi e parole superate) ma sopratutto non può fingere che tutti quei suoi concittadini hanno deciso di andare a Roma a manifestare il proprio dissenso, sopratutto non può farlo utilizzando la comunicazione tipica del tycon di Arcore (lui ha a cuore 60 milioni di italiani non un milione), è giunto il momento in cui Renzi debba dimostrare di essere un vero leader e non solo un bravo piazzista, deve comprendere le ragioni della piazza e incontrare i suoi rappresentanti per vedere di trovare un compromesso al rialzo alla sua legge delega.
Vedremo se tutto ciò accadrà, vedremo nelle prossime settimane, l’unica certezza è che questo orso cinquantottenne ormai è orfano di quello che per tanti anni è stato il partito per cui ha lavorato nel tempo libero. Ma non è solo.

Arzèstula, evocando il futuro anteriore dal limitare del bosco

San Vito, 22 novembre, di nuovo verso Bologna (seconda parte) by Wu Ming 1

Agguato di un predone solitario, nascosto tra gli arbusti della pieve di San Vito. Due centimetri più a destra e mi avrebbe spaccato il naso, ma già mi spostavo all’indietro e il bastone mi ha sfiorato. Ci aveva messo tutta la forza, e ha perso l’equilibrio.
L’ho visto cadere male e battere un gomito su un sasso.
Ouch! – ha fatto, come nei fumetti che trovi nei fossi, mezzi sciolti. Storie imputridite. Ho trovato anche mazzette di euro. Consumate, e comunque inutili. Almeno qui.
Si è rimesso in piedi, ora mi fissa curioso. E’ magro (chi non lo è?), ha occhi verdi e capelli incolori. I cenci che indossa mi ricordano qualcosa. Li riconosco: divisa e pastrano da
carabiniere.
– Non sei di queste parti, si vede.
– E da cosa? Io sono nata qui, anche se adesso vivo lontano.
Sente la voce e come coniugo il verbo, s’illumina: – Ah, ma sei una donna! Non si capiva mica!
Alzo il cappuccio e abbasso la sciarpa. Vede che ho una certa età, vede le rughe e il suo sorriso un po’ si attenua, ma non scompare.
– Vivi lontano? E cosa sei tornata a fare?
– Potrei risponderti che sono affari miei. – rispondo, ma lieve, senza metterci ostilità.
Ridacchia. – Sarebbe più che lecito. E se ti chiedo come ti chiami? Va bene anche un nome qualsiasi.
Gliene dico uno, il mio. Mi porge la mano, la stringo, è fredda.
– Io sono Matteo. – mi dice.
– Sei un predone, Matteo?
Moche moche! Io pensavo che c’eri tu, predone! Proprio perché non ti ho mai vista prima.
– Sono solo una che passa.
– Viaggi da sola. Non hai paura?
– Come tutti. Né di più, né di meno. Ma tu cosa facevi tra i cespugli?
– Andavo di corpo. – risponde pronto, senza esitare. – O meglio, non avevo ancora cominciato. E adesso m’è andata indietro.
Comunque, tornerà. – E ride ancora, stavolta più sonoro.
Per un po’ stiamo in silenzio. Ci guardiamo intorno. Lungo via Ferrara non più asfaltata, i platani sono immensi. Grandi rami che nessuno ha più potato s’intrecciano ovunque e formano un tetto, là in alto. La vecchia statale sembra ormai una galleria. In basso, qualcuno continua a estirpare le erbacce, sposta i rami caduti, riempie le buche più grosse. La carreggiata è sassosa ma percorribile.
– Già che ci sono ti chiedo un’altra cosa, prometto che non ti fa incazzare, va bene?
Gli offro un cenno d’assenso.
Bon. Cosa fa il governo? Ce n’è ancora uno, dove stai tu?
– No. Lo spettro del governo è sempre a Sud.
– Lo immaginavo. Qui si fa viva solo la Commissione. – L’ex carabiniere che credevo un bandito alza le spalle. – Ci aiutano, per modo di dire. Vai a capire il perché.
– Lo fanno in cambio dei servizi che rende il governo. Dormi dentro la chiesa? – gli domando.
– Dormo dove decidono i piedi. E cos’è che fa il governo, esattamente?
– Pattuglia le coste, i confini d’Europa. Lo Ionio, il Tirreno… Ferma e respinge gli illegali.
– Cioè li ammazza. Io lo so come vanno certe cose, c’ero in mezzo. – E a questo punto ci vorrebbe una pausa, un momento pensoso, ma l’uomo tira diritto: – Pazzesco, c’è ancora qualcuno che vuole venire in ‘sto pantano?
– Parti d’Italia tirano avanti, e comunque in Africa è peggio. Ma sai, molti non lo fanno per fermarsi qui, è che l’Italia è l’anello debole. Loro arrivano, se ci riescono, e salgono, se ci riescono.
Vanno su in Europa.
– A far che? C’è ancora del lavoro? – mi chiede.
– Penso di sì, qualcosa del genere.
Poi una domanda la faccio io: – Ogni quanto si fa viva la Commissione? Sono giorni che attraverso la provincia e non ho ancora visto un funzionario.
– Dipende. Arrivano in elicottero. Sono gli unici ad avere carburante. Alcuni sembrano cinesi.
In elicottero? In questi giorni ho visto alianti e deltaplani, ho visto mongolfiere e perfino un dirigibile, ma nessun elicottero, mai. E col rumore che fanno, non mi sarebbero sfuggiti.
Forse, ho pensato ad alta voce, perché Matteo ribatte: – Ne arrivano, ne arrivano. Atterrano nelle piazze dei paesi, consegnano le razioni, fanno riunioni coi consigli comunali…
– Consigli comunali? Sono ripartite le elezioni?
– Beh, per modo di dire… I commissari non volevano, ma la gente s’organizza. Io lo so bene, son consigliere pure io.
– Ah, sì? E di quale comune?
– Gambulaga.
– Non faceva comune, ai miei tempi.
– Tutto cambia. Soprattutto i tempi. Hai qualcosa da mangiare?
Nella sacca ho le rane pescate ieri. Sono tante, le ho cotte allo spiedo, carne sciapa ma croccante. E ho un mazzo di radicchio selvatico. Matteo mi mostra una borraccia amaranto. – C’è anche da bere. Acqua pulita, depurata con l’allume della Commissione.

E così mangiamo insieme, sul limitare del boschetto dietro la pieve.
– Tira vento. – dico. – Perché non entriamo in chiesa?
– E’ pericoloso, là dentro. C’è Dio. Qui fuori siamo al sicuro.
Accetto la risposta, senza chiedere ulteriori spiegazioni.
– Stai tornando a casa tua? – domanda Matteo. Il consigliere comunale che stava per uccidermi ha voglia di parlare.
– Sì. Vicino a Bologna. Casalecchio.
– Fino a Casalecchio a piedi?
– Dopo Ferrara circola qualche mezzo. E tanti cavalli. Chiederò un passaggio, come per venire qui. In un campo ho visto mongolfiere ancorate. Vedrò se si possono usare, sarebbe ancora meglio.
– Non c’è più nessuno che spara ai palloni?
– Penso di no. Succedeva solo ai primi tempi.
– E hai soldi per il passaggio?
– Quelli ormai servono a poco. La Commissione li cambia in voucher, ne ho qualcuno. Per un po’ ci concentriamo sul cibo, le mandibole lavorano, la lingua mescola, si attivano i succhi gastrici.
– Per Ferrara sei passata?

Il sogno di qualche notte fa. Città irreale. In mezzo alla nebbia scura di una mattina d’inverno, un fiume di gente passa sulle Mura e sono davvero tanti, più di tutti i morti di ogni tempo. Tengono bassi gli sguardi e ogni tanto sospirano. Cavalcano il
Montagnone e poi giù per Alfonso d’Este, fin dove il Po di Volano passa sotto il ponte. Vedo uno che conoscevo, e lo chiamo: “Rizzi! Tu eri con me a Udine, davanti al monumento ai caduti. Il cadavere che hai sepolto nell’orto ha cominciato a buttare le gemme? Secondo te farà i fiori, quest’anno? Oppure la ghiacciata ha rovinato il giardino? Mi raccomando, tieni lontano il cane. Quello scava, gli uomini gli piacciono!”
– …per Ferrara sei passata? Io non ci vado da otto anni, e sono solo venti chilometri.
– Sì, ma non mi sono fermata. Mi hanno detto che è pericolosa.
– L’ultima volta che ci sono stato, – riattacca Matteo – la Crisi era molto recente. Al mercato nero, benzina ne trovavi ancora, e sono andato in motorino a vedere il Petrolchimico. Era tutto un viavai di funzionari della Commissione, capirai, tutte quelle sostanze tossiche, pronte a sversarsi e far morire tutto… Gli impianti reggevano, e ho sentito che resistono ancora oggi. Un po’ di produzioni erano già dismesse prima della Crisi, e quella
volta mancavano già un tot di silos, pieni di ammonio o non so che. Portati via, chissà dove.
– In Africa, mi sa.
– Eh, già. – dice, ma non aggiunge nulla.
Seguono minuti di pace, dai pori essuda la stanchezza, i muscoli spurgano tossine, e anche la mente si ritempra. La vista si aguzza e le orecchie cessano di ronzare. Il compagno di pranzo mi lancia occhiate, ma sono io la prima a riprendere il discorso.
– Hai detto che qui la gente si organizza. Raccontami: cosa fa un consiglio comunale?
Bah. – dice in un piccolo scoppio. – Non molto. Decide come distribuire gli aiuti, raduna i volontari per estirpare le erbacce dai campi… Scrive ai parenti dei morti… Io facevo il carabiniere, si vede, no? Quando è scoppiata la Crisi ero a Cosenza. Per tornare
ho preso un treno come quelli che vedevi nei documentari, tipo in India, con la gente anche sul tetto… Ci ho messo due giorni, si fermava in paesini che non avevo mai sentito nominare… Tu che lavoro facevi?

L’altro sogno ricorrente. Ho ventotto anni, sto scrivendo il mio primo romanzo. Racconta la vita di giovani seminaristi negli anni del Concilio Vaticano II. I loro amori proibiti, le dispute
teologiche, i loro conflitti, la morte di uno di loro. Vengono da famiglie contadine, devote ma non troppo, e devo dipingere uno sfondo di religiosità popolare. Mi serve la dimensione
“antropologica” dei cambiamenti avvenuti allora. In realtà sto prendendo due piccioni con una fava, perché uso i materiali della mia tesi di laurea. Non si butta mai via niente.
Nel sogno, chissà perché, incontro le persone intervistate tre anni prima. Mi raccontano tutto, di nuovo, da capo, contente come sono di vedermi. Mi congedo da loro soddisfatta, conscia che sarà un bel libro, poi… Scopro che, dietro di me, ogni volta arranca lei, la Storica. Morde la mia polvere, ma sono sempre io. Ho ancora venticinque anni e sono indietro con la tesi. Arrivo tardi e nessuno vuol più parlare con me, perché sono gia stata li.
– …lavoro facevi?
– La scrittrice. – rispondo a Matteo.
– La scrittrice? E cosa scrivevi?
– Romanzi. O almeno li chiamavano così.
– Romanzi. – E si ferma a pensare. – Ne leggevo anch’io, ma scritti da donne mi sa di no. Leggevo polizieschi, roba così.
– Sì, prima della Crisi andavano molto. Ma oggi, chi li leggerebbe?
– E’ vero. Adesso cosa fai?
Le parole precedono il pensiero: – Faccio ancora la scrittrice, in un certo senso, però non scrivo più.
– Che strana frase. Cosa vuol dire?
– Che oggi non scrivo: vedo.
– In che senso?
– Il futuro. Vedo il futuro.
Pausa.
– Sei… com’è che si dice… un’indovina?
– Non so se è quella la parola.
– Però vedi il futuro. E’ per quello che hai evitato la randellata?
E allora sai dirmi cosa ci aspetta?
– No. No a entrambe le domande. Non mi occupo di futuro spicciolo.
– “Spicciolo”. Tu parli e io non ti capisco. E che strano verbo, “occuparsi”… Non lo sentivo da un sacco di tempo.
– Sì, mi occupo di qualcosa. Del futuro anteriore. Quello che viene dopo il futuro spicciolo. Lo vedo e lo racconto.
– A chi?
– Ho una famiglia, e molto numerosa. Racconto il futuro anteriore, insieme lo vediamo, e tutti stiamo meglio. Dipendono da me, e sto tornando da loro.
– Mi sembra giusto. – commenta. – Insomma, ti sei presa, mmm, una vacanza. Lo so che la parola non è quella, voglio dire che avevi bisogno di staccare un po’, di vedere il posto dove sei nata, è così?
La semplicità che era difficile a dirsi.
– Sì. E’ proprio così. – Poi, saltando mille passaggi: – Ti ricordi come si dice in ferrarese “cinciallegra”?
Matteo non sembra sorpreso. Tace, si concentra. Guarda i rami degli alberi e il tetto della pieve. Si alza in piedi, beve un sorso dalla borraccia e cammina in tondo, lento. Lentissimo. Io non ci sono più, è perso nei ricordi d’infanzia. Nemmeno i suoi, probabilmente: quelli di sua madre. Quelli di sua nonna, e più in là. Infine si blocca e spalanca gli occhi. Punta in alto l’indice della destra, rigido e diritto come l’asta di una bandiera. Si gira verso di me ed esclama:
Arzestula! Ma perché me l’hai chiesto? C’entra col futuro anteriore?
E in quel momento la sentiamo, l’Arzèstula, e la vediamo anche, sul ramo di un frassino spoglio dietro la pieve. Gialla e nera, perfetta nella forma, struggente meraviglia dell’Evoluto.
Restiamo a bocca aperta, qui, adesso.

Racconto apparso nell’antologia “Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile.” A cura di Giorgio Vasta, Minimum Fax, Roma 2009.
© 2009 by Wu Ming 1, [vedi]

L’INTERVISTA
Il Made in Italy nel Cinquecento,
svelato dalla ferrarese Federica Veratelli

Il Made in Italy non è cosa dei nostri giorni. Al contrario, il prestigio di cui gode oggi, ha radici ben più antiche delle case di moda e design che oggi affollano i mercati internazionali.
Le produzioni italiane di lusso erano infatti conosciute al di fuori dello stivale già in epoca rinascimentale. Abiti, gioielli, mobili, armi, strumenti, libri, dipinti, sculture e tanto altro ancora usciva dal nostro territorio e si diffondeva soprattutto al Nord, grazie all’infaticabile opera dei mercanti italiani.

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La copertina del libro

Questi scambi economici, ma anche diplomatici, che tanto ci raccontano della nostra storia di allora e di oggi, sono illustrati in un ricco volume dal titolo “À la mode italienne. Commerce du luxe et diplomatie dans les Pays-Bas méridionaux. 1477 – 1530”, scritto dalla ferrarese Federica Veratelli ed uscito per la prestigiosa casa editrice universitaria francese Septentrion.

Federica Veratelli, storica dell’arte attualmente residente a Parigi, nei giorni scorsi è stata invitata dall’Istituto di studi rinascimentali di Ferrara a presentare, per la prima volta in città, il frutto delle sue ricerche…
“Il mio lavoro negli Archivi dipartimentali del Nord di Lilla è durato quattro anni. Quando sono arrivata là, su incarico dell’Università di Valenciennes et du Hainaut-Cambrésis e della Regione Nord-Pas de Calais, ho trovato una città piovosa e degli archivi molto tetri: mi sono subito detta che non ce l’avrei mai fatta!”.

federica-veratelliQuel che la studiosa si è trovata davanti da spogliare, è stata una mole immensa di registri contabili, ricevute, inventari, lettere, nelle lingue utilizzate nei Paesi Bassi a cavallo tra Quattro e Cinquecento, tra cui il Francese antico, il Fiammingo, l’Italiano e il Latino…
“Gli archivisti che custodiscono il celebre fondo della Chambre des comptes de Lille, ovvero la contabilità centrale dei duchi di Borgogna e d’Asburgo, mi hanno dovuto insegnare a leggere, perché la scrittura dell’epoca è per noi pressoché incomprensibile. Il loro consiglio è stato: procedi lettera per lettera. Potete immaginare lo sconforto avendo davanti tutto quel materiale. Dopo un anno però ho imparato piano piano a trascrivere i documenti e a comprendere l’importanza di quel fondo per la storia del nostro Paese in ambito europeo durante il Rinascimento”.
Ed oggi Veratelli è diventata una delle principali referenti dell’archivio per l’interpretazione delle lettere e delle minute diplomatiche cinquecentesche.

Secondo i documenti che hai studiato, quali erano gli oggetti italiani maggiormente richiesti all’epoca?
C’erano varie richieste: si va dai tessuti preziosi, probabilmente l’articolo più richiesto tessuti grezzi o lavorati (provenienti da Firenze, Lucca, Genova) per confezionare abiti lussuosi, da cerimonia o per uso privato, e per arredare gli ambienti privati (foderare i cuscini, tende, tutto l’addobbo per il letto, lenzuola e profumi compresi, etc.), alle candele benedette direttamente dal Papa, ai cofanetti lavorati con la tecnica della pastiglia provenienti da Venezia, ai cavalli e a tutto l’equipaggiamento equestre per le cerimonie e per la guerra (armi comprese), gioielli, in misura minore dipinti e sculture perché più rari’.

Dalle tue ricerche, puoi trarre qualche conclusione su come sono cambiati il gusto e la moda da allora ad oggi? E in che modo quegli oggetti hanno influenzato i nostri gusti attuali?
Questa ricerca ha evidenziato come fosse ricca e variegata la richiesta di prodotti made in Italy fuori d’Italia presso le corti europee, e come questi fossero già riconosciuti e apprezzati come tali, e distinti da altri oggetti o prodotti importati invece dalla Spagna o dalla Germania, o da culture extra-europee. Direi che già si può osservare, a questa altezza cronologica, dalla seconda metà del Quattrocento in poi, un vero e proprio gusto per il made in Italy che si sarebbe protratto in seguito, fino a, senza esagerare, ai giorni nostri, con qualche pausa storica più o meno corta. Questo dimostra che sin da allora l’Italia pullulava di know-how che sapeva valorizzare, esportare e vendere ai sovrani stranieri, e che costituiva uno dei nostri tratti più distintivi. Un valore che ci distingue ancora oggi nel mondo e dobbiamo continuare a valorizzare in Patria e fuori.

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Mostra “Memling. Rinascimento fiammingo”, Scuderie del Quirinale, Roma

Federica Veratelli è anche tra i collaboratori del percorso espositivo della mostra “Memling. Rinascimento fiammingo”, in corso alle Scuderie del Quirinale a Roma (fino al 18 gennaio 2015). Si è inoltre occupata della realizzazione di un saggio in catalogo e di alcune schede, assieme al curatore, Till-Holger Borchert, conservatore del Museo di Bruges e uno dei massimi esperti di pittura fiamminga, che le ha chiesto di contribuire con alcuni documenti sui committenti italiani di Hans Memling, emersi durante le sue ricerche, che hanno permesso di identificare dei ritratti, e dunque di associare una storia d’immigrazione ad un volto.

A questo proposito, il 29 ottobre alle 18,30 a Roma, Federica Veratelli terrà un incontro su “Lusso e diplomazia. I clienti italiani di Hans Memling”, la vita, le attività e le carriere di mercanti, banchieri, agenti e diplomatici italiani installati nelle Fiandre alla fine del Quattrocento. Uno spaccato sorprendente, ricostruito a partire da documenti d’archivio inediti, sulla vita dei committenti di Hans Memling, tra cui spiccano alcuni membri della famiglia fiorentina dei Portinari (Tommaso, Folco e Benedetto).

Foto di Davide Pedriali
Per saperne di più [vedi]

LA STORIA
Filiera cortissima e vendita diretta, la rivoluzione della Corte dei Sapori

Una famiglia eccezionale, madre, padre e quattro fratelli. Un’attività iniziata cinquant’anni fa dal nonno Francesco. Un grande senso dell’innovazione e il coraggio di cambiare per adattarsi alla contemporaneità. Questi gli ingredienti del successo dell’Azienda agricola Corte dei Sapori di Volania di Comacchio, che ha sviluppato negli ultimi anni una virtuosissima filiera corta che va dall’allevamento di bovini alla coltivazione dei foraggi per il nutrimento, dalla lavorazione alla vendita diretta delle carni, dalla coltivazione di ortaggi come asparagi, zucche e pomodori alla trasformazione in sott’oli e conserve. Hanno un loro punto vendita in azienda, riforniscono gruppi d’acquisto in città, partecipano a sagre e mercati. Li potremo incontrare anche quest’anno a Ferrara, alla 64° Giornata del Ringraziamento organizzata da Coldiretti, che si terrà sabato 8 e domenica 9 novembre in p.zza Trento Trieste.

Da allevamento tradizionale, dedito soltanto all’allevamento e alla vendita del bestiame, l’azienda si trasforma quando subentrano i giovani figli Danilo e Matteo.

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L’allevamento

Chiediamo a Danilo Bassi di raccontarci che cosa ha comportato il salto da allevamento tradizionale ad azienda innovativa, premiata nel 2012 con l’Oscar Green.
All’inizio io e mio fratello avevamo semplicemente aumentato il numero di capi di bestiame e introdotto anche pecore e maiali, ma questo non bastava: il mercato dei bovini variava da un anno all’altro, il costo dei capi è altissimo e capitava che i commercianti non pagassero, da qui la voglia di effettuare una svolta e diventare più indipendenti.

 

 

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La nuova stalla

Nel 2010 abbiamo messo su la macelleria, laboratorio e negozio, e abbiamo imparato il mestiere. Ora abbiamo tutto qui in azienda, dalla coltivazione del mangime all’allevamento degli animali, dalla macelleria al negozio; abbiamo accorciato la filiera e siamo molto contenti perché possiamo controllare personalmente e gestire tutto, l’allevamento, la produzione, la vendita diretta.

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Il punto vendita in azienda

Abbiamo inaugurato il negozio l’8 dicembre 2010 e iniziato così una nuova catena agricola, che comincia e finisce tutta nei nostri 40 ettari di proprietà. Ora ci lavoriamo tutti, ognuno con le proprie mansioni: mio fratello Matteo gestisce l’allevamento e i terreni, io il negozio e la lavorazione delle carni, mia mamma, mia sorella Sara e mia cognata sono le addette alla preparazione delle carni e alla vendita diretta, mio padre Luigi dà una mano a mio fratello per l’allevamento e si dedica alla preparazione e conservazione ortaggi.

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La mamma e la sorella Simona preparano le carni

Oltre ad aumentare la produzione e puntare alla vendita diretta, Danilo e Matteo hanno ammodernato le strutture, installando un impianto fotovoltaico che soddisfa interamente il fabbisogno energetico dell’azienda e acquistando un tunnel per la conservazione del foraggio. Proprio per questa conversione (filiera corta, lotta integrata, vendita diretta, fotovoltaico, tunnel) che testimonia la volontà di procedere in senso ecologico e sostenibile, vengono premiati nel 2012 con l’Oscar Green, un premio che la Coldiretti conferisce ogni anno all’impresa agricola più innovativa del territorio.

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Danilo allestisce il banco

Come sta andando il vostro negozio?
Sta andando bene, perché la gente sta riscoprendo la passione per le cose genuine e vuole sapere quello che mangia. Quando vengono qui possono verificare con i propri occhi come lavoriamo, vedere come alleviamo gli animali e come vengono nutriti. Non sarebbe stata la stessa cosa se avessimo aperto il negozio in un paese, lontano dall’azienda. Avere coltivazione, azienda e negozio nello stesso luogo è sinonimo di massima trasparenza tra produttori e clienti finali.

 

 

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I sott’oli alla zucca

Oltre al negozio, avete attivato anche altre tipologie di vendita diretta come la fornitura a gruppi d’acquisto e la presenza a sagre e mercati…
Sì, oltre ad avere il punto vendita di Campagna Amica qui in azienda e rifornire il ristorante di nostra sorella Simona (La tagliata del Lido degli Estensi), serviamo due gruppi d’acquisto di Ferrara (Parchino Schiaccianoci e Gas Kappa), siamo ospiti fissi al mercato contadino di Alfonsine, facciamo alcune sagre in zona come quella dell’Anguilla di Comacchio o come la Giornata del Ringraziamento in p.zza Trento Trieste a Ferrara, che quest’anno sarà l’8 e 9 novembre. In più, da due anni, riforniamo con i nostri prodotti le botteghe di Campagna Amica di Faenza e Lugo.

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Il banchetto della Corte dei Sapori a “Cibi d’Italia”, Roma 2012

Come mai una collaborazione con le botteghe di Faenza e Lugo, che non sono proprio a due passi?
Questa è una storia bellissima che va molto oltre l’aspetto commerciale. La collaborazione con le botteghe risale al settembre 2012, quando abbiamo partecipato a “Cibi d’Italia”, primo Festival nazionale all’aperto dei cibi e delle tradizioni del Made in Italy agroalimentare, organizzato al Circo Massimo di Roma dalla Coldiretti. Eravamo in tantissimi, produttori agricoli, allevatori e pastori giunti da tutte le regioni italiane, noi rappresentavamo la provincia di Ferrara, il nostro vicino di stand dalla provincia di Imola, si trattava di un produttore di Faenza, Mengozzi. Durante quei quattro giorni intensi ed entusiasmanti, ci siamo conosciuti ed è nata un amicizia.

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Sara Bassi spilla il vino alla spina di Tarroni

Da lì abbiamo fatto visita alle rispettive aziende ed è nato l’accordo di scambiarci i prodotti e venderli ognuno nei propri punti vendita, il mio qui a Volania, il suo in centro a Faenza e a Lugo: lui mi avrebbe rifornito dei suoi trasformati, succhi di frutta e marmellate prodotti con la sua frutta, io l’avrei fornito dei miei salumi, formaggi e vasetti di sughi pronti e sott’oli. E così è stato, da allora ci riforniamo a vicenda ed è nato un bellissimo rapporto. Sempre grazie a loro abbiamo conosciuto un giovane produttore di vino biologico di Riolo Terme che ha una cantina sua (Tarroni), e ora ci riforniamo da lui per il vino che vendiamo alla spina.

Insomma, non vi fermate mai… altri progetti?
A dire il vero, sì. Ci piacerebbe attrezzarci per la vendita della carne anche in sagre e mercati, acquistando un furgoncino frigo attrezzato, di quelli con il banco: ora possiamo vendere solo i nostri salumi, i formaggi e i trasformati, per noi vorrebbe dire molto poter vendere anche la carne, il nostro prodotto per eccellenza. Ma prima occorre trovare posto in altri tre o quattro mercati fissi, perché comprare il furgone freezer significa fare un grosso investimento, occorre prima trovare una certa continuità con le vendite.

Siete già attivi in questo senso, avete già dei contatti?
Sì, ci stiamo attivando ora per Comacchio, Ferrara e Ravenna. A Ravenna però non possiamo rientrare tra i produttori del mercato contadino perché non siamo della provincia, ma potremmo avere il posto nel mercato normale, essere invitati per sagre ed eventi, partecipare ai mercati estivi che si svolgono a Cervia, Lido Adriano, ecc.

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Il salame di 2,20 m., premio della lotteria

So che ogni anno, l’8 dicembre, fate la festa per l’anniversario dell’apertura del negozio, possiamo invitare anche i nostri lettori?
Certo, quest’anno si svolgerà domenica 7 dicembre e siete tutti invitati in azienda dove allestiamo una piccola sagra coi nostri prodotti. Quest’anno avremo anche una novità: sarà presente il nostro nuovo produttore di vino biologico che proporrà degustazioni abbinandole a ciò che prepariamo, porchetta, salsiccia alla griglia, salumi e formaggi. Poi una sorpresa: chi vince la lotteria si porta a casa un salame lungo 2,20 metri, completo di tagliere in legno fatto su misura!

Per saperne di più visita la pagina Facebook dell’azienda [vedi] e le pagine relative nel sito Agrizero [vedi]

LA RICORRENZA
Ode alla pasta,
nel mondo si festeggia

Il 25 ottobre, si festeggia la giornata mondiale della pasta, simbolo dell’Italia, ma anche di ritrovo tra amici e in famiglia, di pranzo della domenica. Parte delle nostre radici.
L’amiamo, la prepariamo, la compriamo, la mangiamo, l’abbiamo mangiata in tutti i modi, vista in tutti i film, con i nostri Totò, Peppino, Alberto, Sofia, Marcello e Aldo.

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Sofia Loren

C’è chi dice che furono gli arabi del deserto i primi a essiccare la pasta per garantirne una lunga conservazione, poiché nelle loro peregrinazioni non avevano sufficiente acqua per prepararla ogni giorno (dando così vita ai cilindretti di pasta forati in mezzo per permettere una rapida essiccazione). Chi sostiene questa tesi, si basa sul più antico libro di cucina di ‘Ibn ‘al Mibrad (del IX secolo), in cui appare un piatto molto comune tra le tribù beduine e berbere, ancor oggi conosciuto in Siria e in Libano: si tratta della rista, maccheroni essiccati conditi in vario modo, consumati soprattutto con le lenticchie. La rishta che ho conosciuto io, sono le leggere (e buonissime) tagliatelle cotte al vapore dell’Algeria o della Libia, qui accompagnate da agnello, ceci e cipolle. Gustoso.
Qualcun altro, e soprattutto la tradizione, attribuisce a Marco Polo, l’introduzione della pasta in Italia, di rientro da un viaggio nella misteriosa, ricca e lontana Cina. Tuttavia, molti documenti rivelano l’esistenza della pasta in Italia prima del viaggio del celebre veneziano. Tra questi, un testo del 1154, una sorta di guida turistica dove il geografo arabo Al-Idrin menziona un “cibo di farina in forma di fili” chiamato triyah che si preparava a Palermo. Un’altra testimonianza risale a un testo del 1244, una sorta di certificato in cui un medico di Bergamo assicura guarigione al suo paziente a patto che non si cibi, tra gli altri alimenti, nemmeno di pasta. Interessante.
Nel 1279, poi, in un documento del notaio Ugolino Scarpa, si trova la parola “macaronis”. La confusione intorno al termine dura fino al ‘700, quando i napoletani se ne appropriano definitivamente e i maccheroni diventarono il loro vero manifesto: cibo semplice per i poveri ma di regale qualità, quasi a voler sottolineare la supremazia della grande fantasia dei poveri che acquistano così una profonda dignità. Fantastico.
Goethe, nel suo Viaggio in Italia, quando arriva a Girgenti racconta: “Non essendoci alberghi di sorta, una brava famiglia ci ha alloggiati in casa propria (…). Una portiera verde ci separava con tutto il nostro bagaglio dai padroni di casa, affaccendati nello stanzone a preparare maccheroni, e maccheroni della pasta più fine, più bianca e più minuta. Questa pasta si paga al più caro prezzo, quando, dopo aver presa forma di tubetti, vien attorta su se stessa dalle affusolate dita delle ragazze, in modo da assumere forma di chiocciole. Ci siamo seduti accanto a quelle graziose creature, ci siamo fatti spiegare le varie operazioni e apprendemmo così che quella specie di pasta si fa del frumento migliore e più duro, detto “grano forte”. Stupefacente.

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Totò alle prese con una bella spaghettata

La pasta non entrò subito nelle mense dei ricchi, anche perché veniva mangiata con le mani (cosa che avviene ancora oggi in molti paesi del Nord Africa). Poi, all’inizio del XVIII secolo il napoletano Gennaro Spadaccini, ciambellano di corte, utilizzò una forchetta a 4 punte. Da allora la pasta entrò negli ambienti aristocratici e iniziò a fare il giro del mondo. Miracoloso.
Oggi la pasta è adattata, cambiata, colorata, levigata, lavorata e, infine, festeggiata. Si trova in cima alla piramide alimentare come alimento completo, appagante, semplice da preparare, economico, allegro e salutare. Unico.
Anche il grande Aldo Fabrizi s’interrogava sulle sue origini, ecco cosa scriveva…

Chi sarà stato?
Ho letto cento libri de cucina.
de storia, d’arte, e nun ce nè uno solo
che citi co’ la Pasta er Pastarolo
che unì pe’ primo l’acqua e la farina.

Credevo fosse una creazione latina,
invece poi, m’ha detto l’orzarolo,
che l’ha portata a Roma Marco Polo
un giorno che tornava dalla Cina.

Pe’ me st’affare de la Cina è strano,
chissà se fu inventata da un cinese
o la venneva là un napoletano.

Sapessimo chi è, sia pure tardi,
bisognerebbe faje… a ‘gni paese
più monumenti a lui che a Garibardi.

(Aldo Fabrizi, “Ricette e considerazioni in versi”)

Buona festa della pasta, allora. E buon appetito. A tutti voi, vicini e lontani.

LA PROVOCAZIONE
Fantacronaca
di un’insubordinazione elettorale: “Nessuno di voi”

E’ più facile vincere alla lotteria o cambiare le cose con il voto? Un Paese senza nome. Una città senza nome. Una giornata di elezioni amministrative. Ma qualcosa non va per il verso giusto. La gente non va al mare, non diserta i seggi. Vota in massa, ma vota scheda bianca.

L’apparato governativo è in allarme e sospetta l’esistenza di un complotto: “si tratta di una congiura anarchica o di sconosciuti gruppi estremisti” si affrettano a dichiarare agli organi di informazione “un’azione finalizzata al sovvertimento dell’ordine pubblico e alla destabilizzazione” ripetono con fermezza. Il Governo decreta, inizialmente, lo stato di assedio della città e, successivamente, non riuscendo a piegare la resistenza civile della popolazione, la abbandona e trasferisce la capitale altrove. La previsione che la città cada in preda al caos non si verifica, grazie al senso di responsabilità dei cittadini.

Questo descrive José Saramago nel suo “Saggio sulla lucidità” del 2004. Un’utopia, forse un sogno dello stesso Saramago.

E’ possibile immaginare uno scenario simile in occasione delle elezioni regionali dell’Emilia Romagna, in programma il prossimo 23 novembre? Possibile sì, decisamente improbabile.

Questa riflessione parte dalla convinzione che si otterrebbero cambiamenti più efficaci se i cittadini votassero scheda bianca o rifiutassero esplicitamente al seggio la scheda elettorale. Per molti, tradizionalmente rispettosi del nostro sistema democratico, sarebbe una scelta dolorosa, sofferta ma consapevole e dettata dalla necessità di dare una svolta e cambiare veramente la nostra classe politica. Quali possibilità infatti abbiamo oggi di cambiare l’attuale sistema con il nostro voto?

E’ ingenuo votare un candidato perché “è una brava persona”: il candidato non può prescindere dal partito (o movimento o lista) di cui fa parte, con tutti i suoi limiti e le sue criticità. Decontestualizzando il candidato, la persona, dal grande contenitore in cui è inserito, si cade in un banale errore di inconsapevolezza, non riconoscendo i diktat e le regole del contenitore stesso, alle quali questa persona dovrà sottostare.

Analizziamo allora i tre principali contenitori i cui leader populisti, che condividono l’opportunismo e la demagogia di stampo televisivo, sono sempre in scena con tweet, declami, urla, slides, fotografie, mentre salutano e abbracciano la folla, senza mai rispondere a una vera domanda.

Il Partito Democratico da anni sta portando avanti una politica economica che si è dimostrata nei fatti fallimentare: il partito ha votato a favore di tutti i trattati che impongono l’austerità all’Italia con privatizzazioni dei beni pubblici e tagli alla spesa. Ma non si può dichiarare di voler difendere il lavoro se non si inizia ad investire e creare occupazione. E’ desolante uno Stato caritatevole che conforta i lavoratori con pochi spiccioli (80 euro) tolti dalla bocca di altri; uno Stato deve essere imprenditore, deve investire e difendere i beni pubblici (sanità, istruzione, trasporti, acqua, energia, casa, sicurezza). Purtroppo il Pd non è il partito che dichiara di essere, ma si inserisce nella lunga tradizione trasformista di stampo giolittiano che ha sempre caratterizzato la sinistra italiana. Non c’è nulla di cui stupirsi, la storia inevitabilmente si ripete.

Forza Italia, se ancora esiste come partito, è troppo impegnato a salvarsi dal fallimento totale per capire quale politica economica perseguire: al governo ha sostenuto i trattati europei e ha votato per il pareggio di bilancio in Costituzione, all’opposizione si è dichiarato partito “anti-euro” e “anti-austerità” ma negli ultimi tempi, dopo il famoso patto del Nazareno, è diventato il più fedele alleato del Pd di Renzi. Non sarà di certo questo partito, che in tanti anni di governo non è riuscito a difendere l’industria italiana e la piccola e media impresa, a poter rilanciare l’occupazione in Emilia Romagna.

Il Movimento 5 Stelle è un fenomeno particolare: sono numerose le posizioni critiche verso l’attuale politica economica e monetaria, ma l’eterogeneità del movimento e l’opprimente e angosciosa presenza delle direttive che provengono via blog dal suo vertice (Grillo-Casaleggio) non consentono l’adozione di una linea politica precisa ed efficace, facendo scadere la discussione sotto i frazionamenti e la schizofrenia interna al movimento stesso.

Gli altri partiti non sono una realtà in grado di impostare una precisa azione di governo e molto spesso ricadono in un autocompiacimento e narcisismo tipico di una mentalità elitaria, autoreferenziale e salottiera.

Quindi nessuno, nella situazione attuale, può rappresentare un vero cambiamento che possa creare subito occupazione e dare impulso alla nostra economia.

E’ “antipolitica” non dare ragione a chi sostiene che “il voto è un diritto e un dovere”?

Anni fa il giornalista Paolo Barnard scrisse: “Il voto, così come inteso nel dettato costituzionale dei Paesi come l’Italia, non è libero. […] Non è libero perché offre al cittadino una sola scelta, e non l’altra scelta, che sarebbe in assoluto la più importante”. Questo viscido meccanismo rende quasi impossibile sbarazzarsi del Potere vigente che continua ad autoalimentarsi, voto dopo voto.

Votando possiamo semplicemente confermare il sistema partitico disponibile, scegliendo all’interno di una gabbia di partiti oltre alla quale non c’è nessuna possibilità e dalla quale non ci viene data possibilità di uscire. Non possiamo fare l’azione cruciale, perché non ci è permesso, cioè sfiduciare l’intero sistema partitico disponibile, per fare spazio ad altro.

La scheda bianca, ora capite, dovrebbe avere il significato di una casella aggiuntiva sulla scheda elettorale: ‘nessuno di voi’. E a questa scelta di non voto dovrebbero corrispondere un numero in meno di politici eletti. Il cittadino non può essere costretto a votare “il meno peggio”, non può essere costretto a scegliere fra “schifo” e “miseria”.

Il cittadino deve riappropriarsi della sua lucidità, quella di cui parla Saramago, riempiendo le urne elettorali con 50.731.312 (*) di “nessuno di voi”, lasciando un Parlamento temporaneamente deserto. Per poi ripartire con una politica più sana e seria.

(*) italiani attualmente aventi diritto al voto

Davide Bregola, i ‘Racconti Felici’ di un ex nomade psichico

Con “Racconti Felici” (Sironi editore, 2003) Davide Bregola approda meritatamente sul palcoscenico letterario nazionale, dopo la ‘felice’ avanguardia con Nomade Psichico (Mantova), da cui recupera il racconto ‘lungo’ “La lenta sinfonia del male”. Bregola, originario di Ferrara (Bondeno) è tra i nomi più interessanti della scrittura padana contemporanea, tra gli eredi della svolta postmoderna di un certo Tondelli.
Le caratteristiche essenziali di Bregola, già esplicite fin dagli esordi (“Overdrive Interstellar”, di taglio neofuturista), vale a dire una scrittura non convenzionale né lineare, ma a zig zag, per salti quasi ‘quantici’, sulla scia appunto postmoderna, decollano con “Racconti Felici” in un volo letterario di affascinate bellezza glaciale…
Sia gli echi futuristici, magari via Soffici, che quelli meno ostici (Zavattini), finanche agganci formali con l’italiano Baldini o l’inglese McEwan, trasmettono la parola dell’era elettronica e spaziale da frequenze minimali.
Bregola, ancora letterariamente giovane, per la cronaca, ha già avuto anche importanti riscontri critici su L’Unità, Famiglia Cristiana, Il Domenicale, Il Giornale, ecc.
Recentemente da segnalare, in un percorso in progress e eccellente con sinergie letterarie con anche lo stesso Roberto Pazzi, uno splendido “Lettera agli Amici sulla Bellezza” (Liberamente, 2008), non frequente esempio di postmodern ‘valoriale’. Non ultimo il surrealistico “Tre allegri malfattori” (Barbera editore) e alcuni volumi dell’ultimo Bregola sul gioco e il bambino homo ludens, dove l’utopia diventa “didattica” 2.0; significativamente segnalati in particolare dal mondo letterario e dalla stampa nazionale “L’acchiapparime. Manualetto divertente per inventare rime, ninnenanne, filastrocche, indovinelli, poesie e raccontini” (Barney edizioni) e “I giochi più belli di tutti i tempi “(Barbera editore).

da Roby Guerra, “Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea”, Este Edition-La Carmelina eBook, 2012 [vedi]

Per saperne di più visitare il blog di Davide Bregola [vedi], la recensione del libro sul sito della Sironi [vedi] e un riscontro critico sul Giornale [vedi].

Unità nel nome del gossip

“Abbiamo raggiunto un fantastico accordo con il Pd. Entro la fine di ottobre faremo un’offerta per l’acquisizione dell'”Unità”. Io voglio fare un giornale popolare. Per intenderci, non ci saranno le donne nude. Certo, se becchiamo la fidanzata di Berlusconi nuda la pubblichiamo. (…) Ho avuto trascorsi di sinistra. Ora è diverso. Davvero lei pensa che in questo Paese ci sia ancora chi si dichiara di sinistra, di centro o di destra? Ma poi: lei pensa che Renzi sia di sinistra? Renzi mi piace moltissimo. E’ bello, sveglio, ha una gran dialettica…”.
Queste frasi sono stralciate da un’intervista (“Corriere della Sera” di ieri) a Guido Veneziani. Questo signore è l’editore di riviste di gossip famose: Stop, Vero, Miracoli… E si accinge ad acquistare l’Unità. Pur comprendendo l’angoscia di chi attende di riprendere a lavorare dopo la chiusura della vecchia Unità, una domanda nasce spontanea: merita di ‘risorgere’ l’Unità di Antonio Gramsci e di una parte del popolo di sinistra ispirata da un tale squallido progetto editoriale?

L’APPUNTAMENTO
E Occhiobello incastona
altre sei perle di teatro

La crisi ha dimezzato i titoli, ma gli spettacoli proposti sono nati per lasciare un segno nel cuore degli spettatori, per suscitare un’emozione, un fastidio, un pensiero. E’ questo l’obiettivo di Marco Sgarbi, direttore artistico del Teatro comunale di Occhiobello il cui cartellone ha saputo conquistarsi negli anni un pubblico di abbonati e appassionati. La tredicesima rassegna – 75 mila euro di costi 30 dei quali coperti dall’Amministrazione – è giocata sul comune (ma non certo scontato significato del verbo) “sentire”. “L’idea portante della programmazione è ritrovare attraverso il teatro la capacità di capire ed emozionarsi, nel bene e nel male, per quanto succede sul palco”, spiega Sgarbi, attore e anima dell’associazione Arkadiis cui si deve la gestione del piccolo teatro.
L’ascolto è dunque d’obbligo per affrontare temi sociali e individuali contemplati dal cartellone 2014-15, che invita a interrogarci sulla grande storia e, con la medesima intensità, su quella individuale, piccola ma altrettanto importante per le nostre relazioni.

“Muri – Prima e dopo Basaglia”, in programma il 7 novembre, ci rimanda a una delle pagine più importanti della vita democratica del nostro Paese, un capitolo importante, purtroppo incompleto, da ripercorrere insieme per evitare ricadute nel passato. “Lo spettacolo molto ben scritto da Renato Sarti e recitato con grande sensibilità da Giuliana Lazzarini, ripercorre la storia dei manicomi attraverso la testimonianza di un’infermiera che vi ha lavorato prima e dopo l’approvazione della legge Basaglia – continua – Descrive il cambiamento umano e istituzionale verso i malati psichiatrici prendendo spunto da fatti realmente accaduti”. Tra gli appuntamenti con la storia c’è “L’ultima estate d’Europa” di Augusto Golin e Giuseppe Cederna. “Cederna farà il racconto della Grande Guerra partendo dall’attentato di Sarajevo – continua – Il 28 giugno del 1914, era domenica, fu azzerata la capacità di convivere di culture e religioni in una città, dove fino ad allora moschee, chiese e sinagoghe stavano l’una accanto all’altra senza problemi”. C’è di che riflettere. Sul passato e sul presente. E c’è da pensare parecchio anche ai fatti cui si ispira la prima nazionale di “Amuleto”, monologo di Maria Paiato tratto dagli scritti di Roberto Bolano sulla sanguinosa repressione del movimento studentesco messicano. Nel settembre del 1968 dopo l’irruzione dell’esercito nel campus, Auxilio Lacouture, questo il nome della protagonista, finisce con il ritrovarsi prigioniera nel bagno della facoltà di lettere di Città del Messico, sua unica compagnia un libro di poesie dello spagnolo Pedro Garfias. “La Paiato, una delle più grandi interpreti di monologhi, sviluppa un personaggio a tratti psicotico che sa tenere il pubblico con il fiato sospeso”, prosegue.

Tesi e verosimili sono i monologhi e il dialogo segnato da lunghi silenzi di “Clouture de l’amour – fine di un amore” di Pascal Rambert, a Luca Lazzareschi e Anna Della Rosa il compito di sottolineare la difficoltà di chiudere una relazione di coppia ormai arrivata al capolinea con il suo carico di dolore, rancore e ricordi. Rabbia, dolore e smarrimento in famiglia caratterizzano lo spettacolo “Prima di andare via” di Filippo Gili che nel cast vede un nome di prestigio come Giorgio Colangeli, il Salvo Lima del film il “Divo”. “Si tratta di un testo intenso segnato dalle accuse di un figlio, che rivela ai famigliari la volontà di suicidarsi per l’incapacità di vivere dopo aver perso un affetto importante – racconta – Finiamo con Paolo Nani e il suo teatro non verbale, dopo il successo internazionale di ‘La lettera’ propone “Piccole catastrofi”, un rincorrersi di eventi sfortunati cui la vita ci mette spesso davanti avvelenando i nostri giorni, ma Paolo con la sua intelligenza saprà leggerli in chiave positiva”.

Sei date di contenuto, un cartellone ponderato in modo da differenziarsi nell’ambito dell’offerta culturale ferrarese e una promozione a misura di over 65, soci Arci e di Ferrara Off (10 euro), per gli under 30 il prezzo del biglietto scende a 8 euro. C’è poi un’ulteriore riduzione, cinque euro, per i giovani in possesso di YoungERcard e M’intrigo card destinata agli studenti dell’Università di Rovigo. “Stiamo cercando di avvicinare il teatro ai ragazzi, ma fanno fatica ad appassionarsi – conclude – Mancano dei percorsi di accompagnamento capaci di stimolarli”. Ma questa è un’altra storia.
Per info. www.arkadiis.it

L’INCHIESTA
Siae: c’è chi dice no. Tanti interrogativi, un fragoroso silenzio

Un’inchiesta in cinque tappe per approfondire le ragioni delle critiche nei confronti della Società italiana autori ed editori.

5. SEGUE Oggi avremmo voluto dare alla Siae il diritto di replica. L’abbiamo contattata via mail attraverso il suo ufficio stampa di Roma fin dal 6 ottobre. Da allora, nonostante ripetute telefonate di sollecito, non è arrivata nessuna risposta. Ci è stato detto che se avessero inteso replicare, ci avrebbero chiamato loro. Immaginiamo i numerosi impegni che vedono coinvolti i funzionari, quindi ci auguriamo che prima o poi qualcuno trovi il tempo di rispondere alle nostre domande, visto che sono quelle che molti dei loro iscritti, ex iscritti, o comuni cittadini vorrebbero rivolgergli.
Trattandosi, come specificato nel primo articolo dello statuto, di un ‘ente pubblico economico’, questo status comporta il dovere di trasparenza nei confronti della comunità.
Qualora ricevessimo una replica saremo ben felici di pubblicarla.

Queste le nostre sei domande tuttora senza risposta.

  • Nell’ultimo periodo vari musicisti hanno revocato la loro iscrizione alla Siae o non si sono iscritti affatto, motivando così questa scelta: pratiche burocratiche troppo complesse e lunghe da espletare, scarsa informatizzazione dei servizi, difficoltà nel ricevere risposte adeguate alle richieste di informazioni, costi troppo alti a fronte di ricavi troppo bassi, iniquità nella redistribuzione dei proventi, scarsa trasparenza nella gestione, impossibilità di essere completamente liberi dalla Siae anche qualora si revochi l’iscrizione. Come replicate a queste critiche? Pensate siano fondate? Valutate che ci siano aspetti del vostro operato da migliorare o cambiare?
  • Vari artisti hanno scelto di farsi tutelare da collecting society estere, cosa pensate di questa opzione? La ritenete un fallimento?
  • Cosa pensate del modello copyleft e della condivisione di materiali esenti da diritti d’autore?
  • Molti auspicano la fine del monopolio della Siae sui diritti d’autore, come valutate questo scenario?
  • Gestori di locali ed organizzatori di eventi che si occupano di realtà di piccole dimensioni oppure per volontariato o a scopo sociale, lamentano l’impossibilità di sostenere i costi imposti e gli adempimenti burocratici richiesti dalla Siae e questo finisce col soffocare sul nascere o far morire in breve tante piccole realtà culturali che in questo momento di crisi andrebbero sostenute ed aiutate a proliferare, cosa rispondete?
  • Il fatto che il vostro operato si basi su una legge del 1941, a vostro avviso rende obsoleto l’apporccio alle attuali esigenze degli autori? Ritenete che sarebbe necessario un aggiornamento della normativa? Come vedreste in questo senso un intervento dell’Ue?

5. FINE

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Precedenti articoli dell’inchiesta:

L’INTERVISTA
Tony Cicco, dalla Formula 3 a Battisti una batteria di successi che continua a rullare

Tony Cicco è uno dei musicisti più conosciuti e apprezzati del mondo della musica italiana, diplomato al conservatorio di Napoli, viene alla ribalta verso la fine degli anni sessanta quando con Alberto Radius e Gabriele Lorenzi fonda la Formula 3. Nello stesso periodo inizia la collaborazione con Lucio Battisti che scrive e produce, insieme a Mogol, il loro primo 45 giri intitolato “Questo folle sentimento” e l’album “Dies Irae”. Nel 1973, dopo lo scioglimento della Formula 3, con il nome Cico iniziò la carriera da solista pubblicando il suo primo singolo “Se mi vuoi”, scritto con Carla Vistarini e balzato immediatamente al primo posto dei dischi più venduti. In seguito ha realizzato quattro album, sempre con la Vistarini come autrice dei testi e con gli arrangiamenti curati da Paolo Ormi e Gianni Mazza. Il 1990 vede la reunion della Formula 3, con la pubblicazione di nuovi album e due partecipazioni al Festival di Sanremo, il gruppo occasionalmente è ancora attivo, anche se i singoli componenti proseguono la carriera solista o con altri musicisti. Tony, batterista e tastierista, ha al suo attivo anche un’invidiabile carriera di autore, grazie ai successi scritti per Fiorella Mannoia, Peppino di Capri, Caterina Caselli, Drupi e Raffaella Carrà.

Un incontro importante per la Formula 3 è stato quello con Lucio Battisti, quanto fu importante lavorarci insieme?
L’incontro con Lucio per noi è stato fondamentale. Eravamo al Paip’s di Milano e durante una pausa venne a trovarci nel camerino per congratularsi con noi. Nacque subito una splendida collaborazione e ci “arruolò” nella Numero Uno, l’etichetta discografica che stava nascendo proprio in quel periodo. Da quel momento diventammo inseparabili sia nel lavoro sia in privato. Il primo album “Dies Irae” con il singolo “Questo folle sentimento” fu subito un grande successo, con Lucio realizzammo altri due album: “Formula 3” e “Sognando e risognando”, con relativi singoli, tra cui: “Eppur mi son scordato di te”, “Io ritorno solo” e “Sole giallo sole nero”. Lo accompagnammo nei suoi unici 20 rari concerti tra il 1969 e il 1970.

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Tony Cicco e la ‘sua’ Formula 3 con Angelo Anastasio e Ciro di Bitonto

Il successo negli anni ‘70 della Formula 3 ha superato i confini nazionali, vuoi parlarci della vittoria al festival Rock di Rio de Janeiro del 1972?
La vittoria al Festival Internacional da Canção del 1972 di Rio de Janeiro fu una grande soddisfazione, perché eravamo in competizione con artisti di fama mondiale. Presentammo il brano “Aeternum” (una suite musicale inserita nell’album “Sognando e risognando”) una delle nostre prime composizioni con il testo firmato da Lucio Battisti, che fu inclusa nella compilation del Festival. Tutti i nostri dischi sono stati pubblicati in Brasile e anche in Giappone, Corea, Germania, Francia, Venezuela, per conto della Rca Victor e della Numero Uno.

“Se mi vuoi” è stato un tuo grande successo del 1974, subito dopo lo scioglimento della Formula 3, era un periodo di grandi cambiamenti …
Si, dopo lo scioglimento della Formula 3 iniziò la mia avventura da solista. Mi trasferii a Roma e, prodotto da Gianni Boncompagni, realizzai il primo album intitolato “Cico di notte”, con il fortunato singolo “Se mi vuoi”. Seguirono altri album: “E mia madre”, “La gente dice” e relativi singoli, con i testi firmati dalla straordinaria Carla Vistarini.

Hai scritto canzoni e lavorato con importanti artisti, tra cui Loredana Bertè, quanto è importante la collaborazione tra colleghi?
Nel caso di “Io si io”, che Loredana Bertè portò a Sanremo nel 1988, fu lei stessa a chiedermelo perché in quel periodo eravamo in tour insieme. La collaborazione tra artisti è fondamentale. Soltanto se si fa gioco di squadra si può crescere artisticamente e umanamente. Come diceva quella famosa canzone: “Soli si muore …”.

Cosa ricordi della Rca Italiana degli anni ’70?
Nella mitica “Rca Italiana”, che ho frequentato artisticamente, si respirava lo stesso ambiente della Numero Uno. Incontri e collaborazioni con artisti famosi ed emergenti, si tratta di un periodo unico e oramai definitivamente perduto. I luoghi d’incontro alla Rca erano il mitico Bar (fortemente voluto da Ennio Melis), la mensa e il “Cenacolo” (la dirigenza lo considerava una sorta di campus libero). Tutti i giorni nelle piccole sale del Cenacolo, allestite con vari strumenti e registratori a 4 piste, si ascoltavano canzoni e provini. Quanti artisti e successi sono nati in quel luogo magico …

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Tony Cicco in tour durante l’estate 2014

Nel 2013 la Formula 3 è ritornata sul mercato discografico con il singolo “La tua Africa”, potremo vedervi nuovamente “dal vivo”?
“La tua Africa”, il brano che ho scritto insieme a Carla Vistarini, parla dell’amore per il prossimo e della solidarietà, un tema più che mai attuale che ben si inserisce nel nostro repertorio, non composto esclusivamente da canzoni d’amore. La Formula 3 ritornerà sicuramente in occasione di un grande evento.

Questa estate hai portato in giro il tuo Live Tour, che Italia hai incontrato durante i concerti?
Ho incontrato un’Italia insicura e incerta, ma allo stesso tempo affamata di speranza e di buona musica… La musica sarà sempre l’unica compagna della nostra vita, che riuscirà a regalarci sorrisi ed emozioni vere. Nel live propongo tutti i brani che mi rappresentano e anche quelli meno conosciuti, mi accompagnano Angelo Anastasio alle chitarre e Ciro di Bitonto alle tastiere.

Progetti nel cassetto?
Il mio nuovo album di inediti da solista è pronto. Sto aspettando l’occasione giusta per lanciarlo, facendo in modo che non manchi la promozione per farlo conoscere. Il momento attuale della discografia in Italia non è ottimale, ma sto lavorando per fare in modo che esca al più presto.

Amori e dissapori, ma la coppia si ricompone a piedi nudi nel parco

Oggi, vogliamo riproporvi qualcosa di vintage, come si direbbe nel linguaggio alla moda, un film del 1967, ma un ever green (sempre per stare alla moda), romantico, frizzante e divertente, come si addice a un fine settimana freddo che invita a stare accoccolati sul divano. Non solo il film è spassoso, ma è anche uno dei miei preferiti, da sempre.
Scritto da Neil Simon, uno dei più rappresentati commediografi e maestro per eccellenza del genere, “A piedi nudi nel parco” è interpretato da due giovani, belli, innamorati e talentuosi, i magnifici Robert Redford e Jane Fonda.

piedi-nudi2Paul e Corie Bratter sono una coppia di sposini freschi di matrimonio e reduci da un’appassionata e focosa luna di miele trascorsa all’Hotel Plaza di New York. Eccoli trasferirsi nella loro prima casa, a Greenwich Village, un piccolo, freddo, scomodo e spoglio appartamento all’ultimo piano di un vecchio palazzo senza ascensore (che fatica arrivare lassù…). Corie, come ogni giovane sposa, è entusiasta, vitale e appassionata e quella piccola casetta, per lei nido d’amore, le sembra un sogno avverato, un castello solo suo e del marito che adora. Paul, avvocato preciso, serio (serioso), prudente e puntiglioso, è meno convinto di quella sistemazione. Tanto lei è imprevedibile, eccentrica e spudorata, tanto lui è prevedibile e convenzionale, due persone molto diverse ma che si amano profondamente. Nel quadretto familiare compaiono presto l’eccentrico e stravagante (e simpaticissimo) vicino abusivo Victor Velasco (Charles Boyer) e Ethel, la benpensante (e borghese) madre di Corie (Mildred Natwick).
piedi-nudi1Dopo svariati litigi, Corie, che è anche molto impulsiva, decide di mettere fine al matrimonio, non all’altezza delle sue elevate aspettative ideali, e caccia Paul, che finisce su una panchina di Washington Square Park, a ubriacarsi e camminare a piedi nudi nel parco, proprio in quella che lei gli aveva indicato come espressione della desiderata spontaneità. Ma quando vede come si è ridotto, Corie comprende di amarlo così come l’ha conosciuto e sposato, un uomo stabile, affidabile e fidato, e di non volerlo cambiare. Mentre Paul e Corie finalmente si riconciliano, anche i maturi Victor ed Ethel, altrettanto diversi, sembrano aver scoperto una speciale sintonia.
Film sulla sperimentazione dei primi dissapori e del vago sospetto d’incompatibilità che attanaglia quando s’inizia a vivere insieme (chi non ci è passato…), sulla nevrosi dell’uomo contemporaneo, solo e fragile nella gestione dei rapporti, e sulla saggia conclusione che il compromesso è la soluzione più saggia per mettere al sicuro un matrimonio. Il tutto condito da mille sorprese e da battute irresistibili. Da rivedere.

“A piedi nudi nel parco” di Gene Saks, con Robert Redford, Jane Fonda, Charles Boyer, Mildred Natwick, USA, 1967, 106 min.

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Scene dal film ‘A piedi nudi nel parco’

LA STORIA
Street art: il mondo delle donne musulmane raccontato
da un uomo, BR1

Lo street artist italiano BR1, classe 1984, nato a Locri, osserva da sempre gli atteggiamenti, le posture, i gesti, le vite delle donne musulmane che indossano il velo e le ha ritratte sui muri di Torino. Sono bellissime. L’obiettivo era quello di sollecitare una riflessione sui valori del velo/copricapo senza togliere alcuna naturalezza ai suoi soggetti. Anche la scelta dei colori accesi e luminosi dà e mantiene una connotazione positiva e di energia. Solitamente il velo è simbolo di negatività e chiusura (oltre che di separazione reale fra il mondo occidentale e musulmano), ma qui, proprio grazie ai toni accesi, non lo è. Qui colora i cieli e le strade, fa fermare a riflettere e osservare.
BR1 vive e lavora a Torino, dove ha studiato legge specializzandosi in diritto islamico. Ha colorato le strade della città con le sue donne ma ha anche partecipato a numerosi festival artistici internazionali ed eventi quali lo “Street art doping”, a Varsavia (2012), o il “Brandalism”, di Londra (2013).

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Copyright BR1, Coca cola, Madrid, 2013

Da ricordare anche la sua presenza a “Integrazione/disintegrazione” di Berlino (2013), a “Donne fra”, organizzato dalla Fondazione Farm, a Favara (2013), o a “Public Arena”, curato dall’Associazione Barriera, a Torino (2013). BR1 ha iniziato a disegnare a 14 anni, lavorando sugli stickers prima, per poi arrivare alle immagini di grandi dimensioni.

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Copyright BR1, Donne musulmane, Bologna, 2010

In alcune interviste, ha confessato di essere sempre stato molto attratto dalla strada e dai suoi muri, che parlano al passante, che ispirano domande per avere risposte. A essi si possono fare domande, anche, e cercare alternative ai dubbi che anche essi pongono.
Il velo l’ha sempre molto ispirato, un oggetto-paradosso, un clash fra culture, non tanto diverso, però, dalla sciarpa nera che indossa la nonna. Esempi presenti anche da noi.
Ama Parigi per la sua grande apertura mentale e multiculturalità e ha una città preferita, la magica, romantica e misteriosa Istanbul.

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Copyright BR1, Proiettili, Torino 2012

Ammette di trovare grande ispirazione da alcune artiste iraniane, come Shirin Neshat, per la sua forza, intensità e passione. Per lui le donne sono tutte uguali, velo o non velo, sono madri, nonne, figlie, sorelle, fumano, mangiano, cucinano, corrono, ridono, sorridono. Hanno tutte le stesse necessità e bisogni, soprattutto d’amore e di rispetto.
Unica differenza, il velo, che varia a seconda dei paesi e che BR1 dipinge con grande precisione e attenzione: quello maghrebino, il burqa afgano, il chador iraniano. La donna, quindi, grande ispirazione degli artisti (come lo è sempre stata…), non ne importa la religione. Le immagini sono scene di vita reale, prese dai giornali, dalle fotografie, dai siti web. Spesso l’artista ritrae importanti personalità del mondo musulmano, scrittrici poetesse, imprenditrici, femministe. Tutte hanno il loro spazio, perché anch’esse vanno conosciute da una società occidentale che spesso le ignora.

Alla bellezza delle donne del mondo dedichiamo, dunque, queste belle immagini colorate, piene di vita, di gioia e di speranza. Aspettandoci, magari, un bel disegno della giovane e incredibile Malala. Perché no.

 

 

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Copyright BR1, Torino, 2012
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Vedi altre opere di BR1

Stress geopatico, gli effetti
sulla salute umana

La radiazione naturale insita all’interno della terra può essere distorta da influenze naturali e artificiali, come le concentrazioni di minerali, faglie, corsi d’acqua e servizi pubblici sotterranei. Quando gli squilibri influenzano il campo magnetico della terra, si possono produrre distorsioni che colpiscono l’uomo.

Così come ci sono sollecitazioni magnetiche solari che vengono dal sole e dalla galattica “zuppa” che sostiene l’universo, ci sono sollecitazioni geomagnetiche che provengono dall’interno della terra. La superficie della terra è tessuta di pattern di linee energetiche che per importanza sono paragonate ai meridiani di agopuntura del corpo umano. La terra è filettata di linee di energia o meridiani di energia elettromagnetica che hanno una forte influenza sulle cose viventi. Gli scienziati hanno dimostrato che questa energia invisibile attraversa tutta la materia e colpisce ogni sistema vivente sul pianeta, in modo negativo o positivo. Gli squilibri ambientali negativi influenzano la fisiologia.

Il dr. Otto Bergsmann, professore presso l’Università di Vienna, ha verificato cambiamenti nei valori sierici di calcio, zinco e serotonina nell’uomo dopo un’esposizione a breve termine nei siti di radiazione terrestre. Anche un’esposizione limitata può minare il sistema immunitario quando siamo esposti a queste forze negative. Trascorrere periodi di tempo più lunghi in ambienti insalubri può gradualmente peggiorare la salute. L’uomo è una creatura elettromagnetica e ogni cellula del sistema vivente è una batteria elettrica. L’impianto elettrico si riflette ancor più sottilmente come l’aura umana, che è un campo elettrico fotografabile e misurabile.
Alterazioni nel funzionamento biologico possono indurre effetti negativi sulla salute. La resistenza dell’organismo a virus e batteri può diminuire quando i ritmi naturali all’interno del corpo sono costantemente distorti. Le persone che soffrono di malesseri hanno una maggiore sensibilità verso la geotermia poiché questa influenza i fluidi delle cellule che rallentano l’omeostasi della matrice proteica; in sostanza la radiazione può indebolire il sistema immunitario e causare molti disturbi. In diversi Paesi europei, prima di acquistare o costruire una casa, viene svolto un sondaggio preventivo per evitare lo stress geopatico.

Il termine stress geopatico viene utilizzato per tutte le radiazioni e campi di disturbo che sono dannosi per gli esseri umani. La ricerca ha dimostrato che possono peggiorare o causare diverse malattie. Geopatico deriva dalle parole greche “geo” che significa “Terra” e “pathos” che significa “malattia” o “sofferenza”, quindi letteralmente “la sofferenza della Terra”. Il termine “stress geopathic” è usato per descrivere le energie negative, noto anche come “raggi nocivi della terra”, che emanano dalla terra e causano disagio per la salute di coloro che vivono nelle vicinanze o sopra di esse. La geobiologia è lo studio dell’influenza delle “energie della terra” su tutte le forme di vita.
I paesaggi, oltre a subire effetti evidenti di inquinamento ambientale, subiscono interruzioni come, per esempio, la costruzione di linee ferroviarie e autostradali, argini, ponti, cave, gallerie, miniere e bunker sotterranei, pali in acciaio, pali, recinzione in metallo, tubature di gas, elettricità e acqua corrente, fognature, fondazioni e costruzioni.
Occorre ricordare a questo proposito, che la Terra ruota attorno al proprio asse e che funziona come un elettro-magnete che genera correnti elettriche nei metalli fusi trovati nel suo nucleo; ha un campo elettromagnetico sulla superficie che oscilla ad una frequenza media di 7,83 Hz, che è quasi identico al gamma di alfa onde cerebrali umane. La vita sulla terra si è evoluta con questo sfondo di campo magnetico, e le creature sono abituate a conviverci e di far fronte alle lievi fluttuazioni causate da tempeste elettriche e dall’attività del sole. Ogni distorsione di questo livello di 7.83 Hz crea uno stress per l’essere umano, con il potenziale di indebolire il sistema immunitario, portando ad una maggiore suscettibilità a virus, batteri, parassiti, ad un maggiore inquinamento ambientale, malattie degenerative e una vasta gamma di problemi per la salute.

Le persone sensibile o deboli, o chiunque sia esposto per un periodo di tempo sufficiente a stress geopatico per superare la regolazione omeostatica naturale del corpo e condurre in una spirale di sofferenza, presentano in un primo momento, un quadro sintomatico non specifico e un po’ confuso.

Sintomi di stress geopatico
I sintomi più frequenti che si verificano in una fase iniziale sono i disturbi del sonno. L’ubicazione del letto del paziente sembra essere il fattore più importante, dopodiché vengono la poltrona preferita, la scrivania, la stanza in cui si trascorre più tempo e più lavoro, e così via. Dormire in una zona geopatica è particolarmente stressante. Può influenzare il sonno causando sonno interrotto o agitato, con incubi, ci si può svegliare la mattina sentendosi più stanchi di quando si è andati a letto. Questo perché la ghiandola surrenale funziona straordinariamente per compensare la radiazione distorta della terra. Il cervello, inoltre, non può rilassarsi in un sonno profondo per riparare e rigenerare il corpo a causa dell’alto contenuto di adrenalina nel sangue. Nel corso del tempo, il fatto che si dorma in questa energia negativa durante la notte, può portare ad uno squilibrio energetico o malattie a lungo decorso.
L’impatto sulla salute dell’esposizione a campi elettromagnetici è debilitante per tutto il corpo. Quindi lo stress geopatico non causa direttamente le malattie, ma indebolisce il sistema immunitario, che a sua volta può indebolire il corpo. I seguenti sintomi possono derivare o amplificarsi con l’esposizione a stress geopatico.
Una lista parziale di sintomi da stress geopatico dovrebbe includere disturbi del sonno, formicolio, intorpidimento e dolore o di braccia e gambe, mal di schiena, stanchezza cronica, dolori e gonfiore, vertigini, asma e allergie, mal di testa frequenti, problemi di visione, disorientamento, perdita di memoria, instabilità, stress, nausea, incapacità di guarire, allergie, cicli mestruali problematici, ansia, svogliatezza, resistenza al trattamento medico, incapacità di assorbire vitamine e minerali, ADD, aggressività, iperattività, depressione e una sensazione generale di malessere, quindi compromettere i sistemi mentali e o il sistema immunitario.
Numerose ricerche dimostrano inoltre che oltre l’85% delle persone che muoiono di cancro sono state regolarmente esposte a stress geotermico. Il dr. E. Hartman, dopo aver trattato per oltre trent’anni con migliaia di pazienti affetti da cancro, ha sostenuto che il cancro è una ‘malattia del luogo’ in cui le persone sono state esposte a stress geotermico per un periodo di tempo. Il dr. Gustav Freiherr von Pohl ha dimostrato al Comitato centrale per la ricerca sul cancro a Berlino, quasi 60 anni fa, che era quasi impossibile ammalarsi di cancro senza aver trascorso qualche tempo in zone geopatiche, soprattutto abitando e dormendo in quesi luoghi. Egli ha anche stimato che la gotta era l’unica malattia non causata o aggravata da stress geopatico.

Indicatori fisici di stress geopatico
La presenza di certi animali, può indicare zone di GS. Gli animali che gravitano sulle linee o zone di GS sono gatti, gufi, lumache, insetti come formiche, batteri, virus, vespe e api. La maggior parte dei mammiferi evitano le aree di stress geopatico. Cavalli e mucche i cui box sono ubicati sopra GS possono diventare malati o inclini a lesioni. In Irlanda, nei tempi antichi, prima di sistemare i box, c’era l’abitudine di lasciare libero il bestiame nei campi, per vedere dove avrebbe dormito, sapendo che non avrebbero dormito in aree di energia negativa.
Altre indicazioni possono venire dalla presenza/assenza di piante: aree di alberi non produttivi di frutta, lacune nelle siepi, la crescita contorta di cespugli, lacune in prati e alberi mancanti possono indicare aree di GS.

Può il livello di stress geopatico essere misurato?
Il dr. Gustav Freiherr von Pohl , il ‘Grand Old Man’ di GS, ha sviluppato una scala per analizzare i punti di forza e gli effetti delle linee contaminate.
La scala va da 1 a 16 con i seguenti effetti:
• fino a 4: nessun effetto;
• 5-6: obesità, gonfiore delle articolazioni, mal di testa, problemi di insonnia, ansia;
• 7-8: disturbi mentali, dipendenze, suicidi, depressione;
• 9 più: cancro, leucemia, sclerosi multipla, Parkinson e molti altri disturbi.

Come liberarsi dello stress geopatico
Tirare letti e scrivanie ad una distanza dalla parete di almeno 60 cm. riduce l’impatto dello stress geopatico. Un foglio di rame piccolo a terra, sia sotto lo scendiletto sia sotto una stuoia quando ci mettiamo i piedi. Camminare a piedi nudi sulla sabbia, erba o terra per 20 minuti al giorno si connette con l’energia di guarigione naturale. Cemento e mattoni lasciati puri senza essere sigillati da resine e pitture che non traspirano, ecc. Rimuovere e modulare i nostri oggetti per riposizionarli in posti a bassa trasmissione elettromagnetica.
Evitare i campi magnetici che creano un flusso di corrente elettrica; qualsiasi apparecchio elettrico o filo può condurre l’elettricità così come i dispositivi wireless. Siamo esposti a loro attraverso le linee ad alta tensione, telefoni cellulari, computer, coperte elettriche, telefono cellulare pali a torre cellulare, contatori intelligenti, fotocopiatrici, saune ecc.

Non esitate a contattarmi per informazioni relative alla rimodulazione dei mobili e degli oggetti in casa o in giardino, in relazione allo stress geopatico e allo stress elettromagnetico.

nucciorusso@hotmail.com

Disturbi alimentari e angosce
in famiglia

Un seminario per parlare del tema dei disturbi alimentari da una prospettiva piuttosto insolita: quella dei genitori e della famiglia di chi ne è affetto. Nell’incontro “L’impotenza dei genitori di fronte alla potenza dell’immagine”, che si terrà domani (venerdì 24) alle 20,45 presso il B&B Il Frattiero (via Giotto, 2) a Gualdo (Ferrara), Chiara Baratelli – psicoanalista e psicoterapeuta specializzata nella cura dei disturbi alimentari – affronterà non solo i sintomi di anoressia, bulimia e obesità, ma anche il loro impatto sulla famiglia del malato. I disturbi alimentari rappresentano, infatti, una sofferenza che disorienta: sono patologie che coinvolgono tutto l’ambiente familiare e sviluppano una costellazione emotiva complessa e contraddittoria. Per questo la famiglia spesso è “anestetizzata, paralizzata dall’angoscia”, spiega Baratelli. Nei soggetti anoressici, bulimici o obesi l’immagine assume “un’importanza che è difficile scalfire”, ma è fondamentale farlo perché è solo “la superficie dietro cui si celano le reali cause scatenanti della malattia”. Per spezzare questo dominio dell’immagine è fondamentale comprendere la posizione del soggetto rispetto alle logiche familiari e va costruito un percorso di cura su misura del soggetto sofferente. Il ruolo dei famigliari nel percorso di cura e la loro partecipazione alla terapia diventano quindi centrali. E proprio sui passaggi fondamentali che tutta la famiglia deve affrontare, dal riconoscimento dei sintomi al percorso di cura e guarigione da intraprendere insieme, si concentrerà Chiara Baratelli nell’incontro di domani organizzato da Estense ricerca-Associazione Scienza Cultura Arte.

seminario-Chiara-Baratelli

L’INCHIESTA
Siae: c’è chi dice no. Patamu,
il sito dove si possono depositare le opere d’arte e di ingegno

Un’inchiesta in cinque tappe per approfondire le ragioni delle critiche nei confronti della Società italiana autori ed editori.

4.SEGUE – Sentite nie giorni precedenti le obiezioni mosse alla Siae, abbiamo interpellato Adriano Bonforti, creatore di Patamu, un sito dove depositare le opere d’arte e di ingegno.

Quando e come mai hai creato la piattaforma di Patamu?
Patamu è nata da un’esigenza personale che poi si è trasformata in un progetto per la collettività utilizzabile da tutti. Ho iniziato a comporre le mie prime musiche quando avevo 14 anni.
Pochi anni dopo mi proposero di comporre le musiche per uno spettacolo teatrale, e in quell’occasione mi iscrissi in Siae, perché sia io che io produttori dello spettacolo lo percepivamo come un passaggio obbligato e necessario.
Una volta entrato mi sono reso rapidamente conto che a fronte di un costo economico per me rilevante e di forti limitazioni alla mia creatività ed alla mia libertà di diffondere le mie opere, la Siae mi avrebbe dato molto poco in cambio. Posso dunque dire che l’esperienza come iscritto Siae però è stata per me fortemente negativa. Quando mi è stato addirittura chiesto di pagare per mettere online la mia musica (la cosiddetta auto-promozione) ho deciso di disiscrivermi.
Sono tornato libero solo dopo varie vicissitudini burocratiche che sono durate per ben tre anni, durante i quali non ho potuto usufruire liberamente della mia musica. Così ho deciso di costruire in autonomia una soluzione che fosse adatta alle mie necessità, creando un sistema più snello e istantaneo per tutelare le opere attraverso il metodo delle marcature temporali on line, la cui validità è riconosciuta legalmente. Sapevo programmare, avevo il progetto chiarissimo nella mia mente, e con alcuni collaboratori abbiamo creato una prima bozza di quello che sarebbe poi diventato Patamu.
Patamu oggi è una start up riconosciuta come innovativa ed a vocazione sociale dallo Stato italiano, e ha vinto due premi all’innovazione sociale.

Come funziona? In cosa differisce dalla Siae? E’ legale e offre gli stessi servizi?
Patamu è nata come piattaforma per tutelare dal plagio le proprie opere con valore legale, in un modo semplice, efficace ed immediato, e poter poi scegliere con che licenze di utilizzo diffonderle (copyright o Creative Commons). Nel tempo è diventato anche un luogo attraverso il quale informare ed offrire consulenza legale agli artisti ed ai creativi in generale sulle tematiche del diritto d’autore.
Un’importante differenza dalla Siae è l’assenza di vincoli: un artista che depositi il proprio pezzo in Patamu può decidere liberamente di depositarlo in altri luoghi, o di disiscriversi da Patamu istantaneamente, di rilasciare l’opera con le licenze che preferisce. Anche sui costi dei servizi di Patamu non ci sono vincoli: ad esempio per il servizio Basic proponiamo di sostenerci con 10 euro l’anno (che secondo noi è un prezzo molto buono per quello che offriamo) tuttavia è l’autore a scegliere se sostenerci con questa cifra, con una maggiore, od anche senza versare alcun contributo.
Attualmente abbiamo anche vari progetti pilota in cantiere che ci permetteranno di seguire le necessità degli artisti a 360 gradi. Negli anni di attività e crescita di Patamu abbiamo infatti accumulato un importante know how sul territorio italiano, e pensiamo di avere delle ricette importanti per aiutare la diffusione della cultura in Italia, in modo etico e trasparente.
Tuttavia, per arrivare a questo, è necessario passare per l’abolizione del monopolio Siae.
Esiste infatti una legge, promulgata sotto il fascismo, che sancisce il monopolio della Siae sulla riscossione dei compensi sui diritti d’autore (le cosiddette royalties). Tra l’altro, questa legge vale solo per imprese stabilite in Italia, per cui si crea una situazione doppiamente paradossale: lo Stato italiano riconosce l’innovatività e la vocazione sociale di imprese come Patamu, ma impedisce loro di operare pienamente sul territorio italiano facendo concorrenza alla Siae, cosa che invece a realtà estere è permessa. Con un doppio danno per il nostro Paese, sia perché il know how non viene dal territorio ma dall’estero, sia perché i capitali si spostano all’estero. Chi resta in Italia non viene né incoraggiato, né premiato.

Quali sono i vostri numeri?
Ad oggi, solo attraverso il passaparola, più di 3000 utenti hanno depositato quasi 8 mila opere nel nostro sito, stiamo parlando di 1/30 degli iscritti alla Siae. Cerchiamo di fare anche informazione attiva grazie al nostro blog di approfondimento sulle tematiche del diritto d’autore, che ha avuto picchi di 30 mila utenti reali al giorno. Il 60% delle opere sono musicali, il 20% letterarie, il resto sono video, foto ed altre creazioni.

Hai avuto problemi di qualche genere essendo diventato una sorta di concorrente della Siae?
Ci sono state situazioni di velata intimidazione o tentativi di minimizzare il nostro progetto pubblicamente come qualcosa di inutile.
In occasione della nostra recente petizione lanciata su change.org per abolire il monopolio Siae alcune voci hanno sostenuto che il monopolio Siae sarebbe un monopolio naturale, e che anche togliendo il vincolo legale resterebbe operativa solo la Siae perché è questo che gli artisti vogliono.
In realtà in Siae più del 60% degli iscritti, pur portando alla Siae enormi guadagni, non rientra neanche delle spese di iscrizione. Questa fascia di artisti auspica un cambiamento o cerca un’alternativa. Per questo abbiamo lanciato un’importante petizione per abolire il monopolio Siae su change.org (change.org/aboliamomonopolioSIAE).
Penso che abolendo il monopolio emergerebbero realtà molto più efficienti e vicine agli artisti, e che la stessa Siae sarebbe costretta a migliorarsi ed a diventare più trasparente, con un beneficio immenso per la creatività e la cultura in Italia.
Detto in altre parole, se la Siae è in buona fede e lavora davvero al servizio degli artisti, dovrebbe essere la prima a volere l’abolizione del monopolio, nell’interesse dei suoi iscritti. Il fatto che non ci sia questa volontà mi dà da pensare.

Patamu è la prima esperienza di questo genere in Italia?
Ci sono altre esperienze precedenti alla nostra, anche molto importanti per lo sviluppo della consapevolezza e dell’indipendenza degli autori, con alcuni punti in comune con Patamu.
Credo che però siamo stati i primi in Italia a garantire una tutela dal plagio non posticipata ma istantanea, con un deposito informatico a lungo termine dell’opera ed una formula a donazione libera che permette, in caso di necessità, di tutelare un’opera anche a costo zero.

Al di là del vostro sito, avete realizzato anche iniziative?
Ci sono molte iniziative sul territorio organizzate da e con Patamu, o con artisti iscritti a Patamu. Per fare un esempio, in passato abbiamo organizzato i Copyleft Days al Teatro Valle Occupato, con la collaborazione dell’associazione Melting Pro e dell’etichetta Subcava Sonora. A breve parteciperemo al festival delle culture di Napoli. Recentemente il Teatro Olimpico di Roma, per intrattenere il pubblico prima di un concerto, ha trasmesso le musiche dei nostri artisti, mostrando i loro video.
Oppure a Cyberia, un evento sull’open source che si è tenuto a Torino, hanno suonato nostri gruppi che si sono auto-riscossi il diritto d’autore senza passare per la Siae. Questa è una cosa che forse gli artisti non sanno di poter fare, sostituirsi alla Siae riscuotendo direttamente i diritti d’autore oltre al cachet, in piena legalità.
Essere liberi da Siae, per come agisce attualmente la società, sarebbe un vantaggio per tutto il sistema. Faccio un esempio: in occasione di eventi di beneficenza od iniziative senza scopo di lucro, gli artisti possono rinunciare al loro cachet in favore della causa, ma paradossalmente la Siae non permette loro di rinunciare alla riscossione delle royalties (in piena contraddizione con la direttiva europea del febbraio 2014), rendendo più difficile e costosa l’organizzazione di questi eventi.
Se finisse il monopolio della Siae in Italia, potrebbero nascere tante piccole aziende come la nostra che creerebbero molto lavoro per tanti imprenditori ed artisti.
Al momento, siccome fare concorrenza alla Siae sul fronte della riscossione delle royalties è illegale per una start up italiana, noi sopravviviamo solo perché crediamo nel valore etico di quello che facciamo e crediamo fortemente che la nostra presenza possa portare a dei cambiamenti nel sistema culturale italiano. Diversamente, se ci fossimo dovuti basare solo sul ritorno economico, avremmo già chiuso.

Ma quindi tu per vivere cosa fai?
In effetti ho una doppia vita: in Italia sono il fondatore & Ceo di Patamu, che gestisco assieme ad un magnifico team di 10 persone. Allo stesso tempo vivo in Spagna, dove sono ricercatore di Sistemi Complessi e Biomedicina.

4. CONTINUA [leggi la quinta puntata]

Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0.

Precedenti articoli dell’inchiesta:

L’OPINIONE
Genova per noi, specchio
di un Paese in disfacimento

Ci vuole grande coraggio e stomaco forte per amare o anche soltanto rispettare il meraviglioso, insopportabile, satanico Paese nostro, calpestato e vilipeso dai suoi sciamannati figli, i quali pensano di aver ricevuto in dono da Dio la licenza di distruggere: personaggi, eventi, ingiustizie, idiozie incombono su di noi in un crepuscolo tempestoso e impietoso, una volta si diceva che gli dei ci puniscono. Osservazione ragionevole, di occasionale sul nostro pianeta c’è poco e l’Italia è una terra asociale, fascistella d’animo, terra di furbastri, delinquentelli e mariuoli di varia specie. Con il cuore gonfio ho seguito in questo torrido autunno di tregenda il nuovo scempio di una regione che agli italiani dovrebbe essere molto cara e non soltanto agli italiani, al mondo abbiamo donato le Americhe, tutto sommato fu latina la grande idea che oltre le Colonne d’Ercole il pianeta continuava e non moriva lì chissà come e chissà perché. Il geniaccio italiano, questo strano popolo, si caricò sulle spalle inglesi, francesi, spagnoli, traghettandoli, grazie Colombo!, oltre oceano e siamo rimasti a guardare come si fa ricchezza, facendoci poi canzonare per la nostra povertà. Ricordo che a un ricevimento in un’ambasciata romana, un funzionario francese, non ricordo di che si stesse parlando, disse, con l’arrogante sicumera di un novello Chauvin, disse “voi italiani avete sempre combattuto per il pane, noi per la gloria” e l’amico che accompagnavo, un vecchio e valentissimo giornalista e scrittore, Manlio Miserocchi, lo guardò di sottecchi e gli rispose freddamente “ognuno combatte per quello che non ha!”, zittendo il maleducato e ignorante transalpino. Il quale, tuttavia, non avrebbe avuto tutti i torti se soltanto avesse voluto condannare la nostra filosofia esistenziale, così protervamente egoista, così ingenuamente provvisoria, ché il futuro per gli italiani non esiste.

Ragionavo fra me e me di queste jatture, mentre alla televisione trasmettevano le spaventose immagini di Genova sconvolta dalle acque che tecnici e politici hanno operato per farle precipitare da monte a valle sempre più impetuose, impossibili da frenare, come le cascate del Niagara. E dicevo a voce alta (parlo sempre a voce alta con la televisione, vezzo dei vecchi): malviventi!, uccidete questa città e questa regione che ci hanno dato artisti, politici, navigatori, poeti, uccidete perchè non sapete far altro. E mi è venuto in mente il racconto che mi fece due anni fa l’amica Dodò subito dopo che il fiume Magra era entrato in albergo, il piccolo, ineguagliabile hotel “Sette archi” di Bocca di Magra, dove da anni trascorro le mie vacanze marine, dal quale vedo le Alpi Apuane, sembrano le Dolomiiti, che si specchano nella larga foce del fiume e nel porticciolo, rifugio per decine, forse centinaia di barche, piccole imbarcazioni a vela e alcuni grandi yacht, i cosiddetti “ferri da stiro” di proprietà di poveretti che chissà se in banca hanno di che pagare le tasse. E’ un panorama unico, incantevole, non contaminato dal rumore delle auto che qui non possono arrivare, un luogo silenzioso che si chiude verso il mare nel parco e nei ruderi di un’antica villa romana. Dalla terrazza della mia camera vedo il paesaggio aprirsi sotto i picchi intagliati dagli uomini, i famosi cavatori di Colonnata. Cavatori anarchici, nella piazzetta del paese hanno affisso una lapide dedicata “a tutti I compagni anarchici uccisi sulla strada della libertà”. Si, quando ci penso il cuore mi si gonfia e lo sguardo corre verso Sud, pochi chilometri e so che deve fermarsi a Stazzema, luogo dell’orrore nazifascista, dove i boia neri, prima di scendere a Marzabotto, uccisero nel 1944 oltre cinquecento donne e bambini, ma le nostre incompatabili enciclopedie ci ricordano soltanto che “nel territorio vi sono cave di marmo” e che il paese conserva la pieve romanica di S. Maria Assunta. Va bene così.

E proprio da questi monti scoscesi della Liguria le bufere hanno scaricato due anni fa una cascata d’acqua, da Bocca di Magra alle Cinque Terre fino a Genova . I liguri non si persero d’animo, non versarono troppe lacrime, non urlarono, abituati a quel silenzio così ben descritto dal grande Biamonti, curvarono la schiena e ricominciarono il loro lavoro di infaticabili formiche . Ma sperarono: quel disastro poteva, doveva essere l’inizio di una ricostruzione ragionevole e ragionata. Niente da fare, lo sciocco languore speculativo italiano ha prevaricato ancora. E’ sempre stato così. Ricordo che nel 1987 si tenne in Comune a Ferrara una solenne riunione di politici e di alti funzionari, presente l’allora presidente del Consiglio Giovanni Goria, che si chiuse con un giuramento: il Po sarebbe stato salvato. Il Po è sempre meno navigabile, continua a essere una fogna a cielo aperto, uno splendido fiume. Morto.

REPORTAGE
Volti e nomi dal Mercato della Terra di Slow Food

Sabato 18 ottobre è partito a Ferrara il Mercato della Terra di Slow Food. Una trentina i produttori del territorio selezionati, alcuni saranno fissi, altri ruoteranno in funzione della stagionalità. Ogni sabato mattina, dalle 8 alle 13, ci saranno 20/25 produttori-espositori con prodotti locali.

Di seguito le foto dei banchetti di sabato scorso… (clicca le immagini per ingrandirle)

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Az. agr. bio Il X° Boattino di Sara Mantovani, Masi San Giacomo (Fe)
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Mortadella di Salumi Bonfatti, Renazzo (Cento, Fe)
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Az. Agr. Fondo Boschetto di Silvia Cavicchi, Fossanova San Marco (Fe)
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Vivaio del sole di Giuliana Artioli, Ferrara
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Pasta la Romagnola Bio di Paola Fabbri, San Biagio di Argenta (Fe)
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Miele dell’apicoltura di Riccardo Sarto, Terraviva (Fe) e Rocca Malatina (Mo)
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Az. Agr. Cuor di lavanda di Dolcetti Dario, Migliarino (Fe)
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Pescheria Edoardo, Porto Viro, Rovigo
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Il teatro del gelato di Marco Gruppioni, Sant’Agostino (Fe)
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Torrefazione Penazzi di Alberto Trabatti, Ferrara
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Riso Baldo dell’Az. agr. Giancarlo Fogagnolo, Jolanda di Savoia (Fe)
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Az. agr. Belmur, di Maurizio Murino, Masi Torello (Fe)
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Uova delle galline ovaiole ruspanti di Edoardo Poli, Quartesana (Fe)
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Pasta fresca, Casa famiglia del Fienile di Baura, Coop. Integrazione lavoro (Fe)
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Il pane ferrarese macinato a pietra del “Mulino del Po”, Ro (Fe)
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Salumeria e gastronomia dei F.lli Rizzieri, Focomorto (Fe)
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Azienda vinicola Mattarelli, Vigarano Pieve (Fe)
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Il caviale dello storione del Po di Cristina Maresi, secondo le antiche ricette de Le Occare, Runco (Fe)
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Birrificio FM di Silvia e Roberto, Località per Volano, Pomposa (Fe)
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La gente
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La gente… e non solo…

E allora esageriamo: limousine nuziale in stile Cenerentola

da MOSCA – Povera Cenerentola… sigh! A vedere una simile rielaborazione, se così possiamo chiamarla, della sua carrozza da fiaba, inorridirebbe sicuramente. Un sussulto, un singhiozzo, e, magari, pure un sudorino ghiacciato davanti a tanta opulenza, tutt’altra cosa dell’eleganza.

E’ questa la nuova limousine in stile Cenerentola, messa a punto, in Russia, su una Chrysler PT Cruiser, di moda tra le spose che la sognano, la chiedono e la vogliono per il giorno del fatidico sì. Noi siamo abituati a vedere la nostra eroina, in colori tenui, delicati, scendere le scale, verso il suo bel principe, dolce e romantica, fra il blu e l’azzurro, con una pallida luna che illumina la scena.

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Cinderella, disegno di Maria Sciarnamei

E ce la immaginiamo arrivare su una carrozza che sembra di panna e di canditi, leggera. E invece no, qui la si pensa diversamente (come su molte altre cose, d’altronde…). La Chrysler, rigorosamente bianca, modificata con forme arrotondate che ricordano una carrozza delle favole, per trasportare le fanciulle all’altare, è la nuova moda che dilaga in Russia, dove i nuovi milionari sono sempre di più alla ricerca delle estreme frontiere del lusso.

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Chrysler PT Cruiser, interni

Ecco, allora, la straripante vettura, che ostenta al suo interno un bar attrezzato, sedili in pelle contrapposti, come quelli delle carrozze, sui quali troneggia la pacchiana scritta “exclusive limo”, luci al neon e sontuosi vasi e calici di cristallo per lo champagne, probabilmente per ricordare la famosa scarpina. Il tetto è stato alzato per consentire agli sposi di uscire dalla porta in piedi. Sulle fiancate vi sono pompose e arzigogolate decorazioni floreali in rilievo e sia davanti che sul retro sono appese piccole lanterne di charme (charme?).

allora-esageriamoEsclusiva lo è certamente, forse addirittura unica, tanto da fare girare la testa a chi la vede passare lungo le strade russe, incuriosito. Tutto molto esclusivo, ma la strabiliante creazione non ha forse superato i confini del kitsch? Stucchevole, direi, ma ai posteri l’ardua sentenza…
Il sogno di tutte (o quasi) le donne è quello di avere un matrimonio da favola con un vestito da principessa, una cerimonia romantica e un ricevimento sfarzoso e pieno di amici.
Allora, Limousine, Chrysler russa, Bentley, spider o cabriolet? A ciascuno il suo. C’è anche la sposa che a Napoli, però, nel giorno più importante della sua vita, in chiesa ci arriva in autobus, a bordo del “Pollicino”, il minibus dell’Anm (Azienda napoletana mobilità).

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Napoli, bus Anm

A noi piace di più. Diverse visioni. Per rendere originale la cerimonia di nozze, l’azienda di Napoli ha lanciato la campagna “Bus Married”, mettendo a disposizione della futura moglie una delle vetture pubbliche per una giornata indimenticabile. Un pullman di linea personalizzato, con fiori, palloncini e scritte. La sposa sceglierà, ovviamente, percorso e fermate. L’importante è scendere alla fermata giusta…

LA STORIA
“At sàlut Dino, ti grànd”

Dino Sarti (Bologna, 20 novembre 1936 – Bentivoglio (BO), 11 febbraio 2007) è stato chansonnier e showman, artista di night-club e di cabaret, autore di canzoni, attore e scrittore, ma soprattutto un grande figlio di Bologna.
Il 14 agosto 1974 il Comune di Bologna, su idea del sindaco Renato Zangheri, organizzò per i bolognesi rimasti in città, uno spettacolo in piazza Maggiore, incaricando Dino Sarti di condurli verso il ferragosto. Quella sera migliaia di persone si ritrovarono in piazza per applaudire il cantante bolognese, nonostante lo scetticismo che aleggiava in città: “Me a dégh che al séndick l’è dvintè màt: fèr un spetàcuel propri incû che a Bulagna a gni è inciòn!”.
Dopo quel concerto Dino Sarti diventò ancora più famoso in città e le sue canzoni iniziarono a essere conosciute nel resto d’Italia, facilitato dal fatto che erano metà in dialetto e metà in italiano. Da “Spomèti” a “Bologna campione”, da “Tango Ibezéll” a “Viale Ceccarini Riccione”, dalla giovane che cerca “Un biglietto del tram per Stella” lungo via Indipendenza fino a “Prova d’amore”, ispirata al personaggio felliniano di Lallo, grazie a Tonino Guerra che gli aveva fatto leggere in anteprima la sceneggiatura di “Amarcord”.
La carriera dello “sciomen” petroniano ebbe inizio a metà degli anni cinquanta, quando si esibiva nelle balere e alle feste dell’Unità, smessi gli abiti di operaio metalmeccanico. Nel 1958, dopo aver partecipato alla prima edizione del Festival di Castrocaro, grazie al maestro Pino Calvi, ottenne un contratto discografico e incise il suo primo 45 giri: “Giorgio/La pasta asciutta”.
Nel 1972 collaborò con Donatella Moretti, per cui scrisse “Malgrado ciò ti voglio bene” e con Fred Bongusto, firmando i testi di “Non è un capriccio d’agosto” e “Un’occasione per dirti che ti amo”. In quel periodo si esibiva regolarmente al Derby, il famoso locale milanese.
È stato anche un interprete di cover, rigorosamente in dialetto bolognese, di brani stranieri, specialmente della scuola francese, come nel caso di “Non, je n’ai rien oublié” di Charles Aznavour, tradotta in “No, an me scurdarò mai” oppure “In dal pôrt d’Amsterdam” di Jaques Brel, autore anche di “Les vieux”, diventata “I vic’”. La sua parodia di “New York, New York” tradotta in “A vag a Neviork”, fu molto apprezzata, per non parlare di “Dormi Brel”, un omaggio al grande chansonnier belga, scritto insieme a Castellari e “Nathalie” di Gilbert Becaud. Sua la sigla dello sceneggiato tv “Il passatore”, scritta con il maestro Piero Piccioni.
A metà strada tra un cantautore e uno show man, il cantore di Bologna ha avuto il suo periodo d’oro tra gli anni ’70 e ’80, di lui Enzo Biagi diceva: “…le canzoni di Dino Sarti, hanno il sapore del pane all’olio e rispecchiano il carattere della mia gente…”.
Dino Sarti scriveva i testi delle sue canzoni, mentre le musiche erano quasi tutte di Corrado Castellari, noto per avere composto successi per Mina, Milva, Iva Zanicchi, Ornella Vanoni, Adriano Celentano, Stefania Rotolo e Fabrizio de Andrè (sua la musica de “Il testamento di Tito”).
Sarti era dotato di un particolare umorismo, che sapeva trasferire al pubblico, sia dal vivo sia per mezzo dei dischi; il primo dei quattro volumi di “Bologna invece” vendette oltre 100mila copie. Era insuperabile nel descrivere luoghi, personaggi, tic e stereotipi del bolognese medio. Il suo era un microcosmo di personaggi oramai relegati nella memoria di chi ha vissuto quei tempi e in qualche film di Pupi Avati.
Oltre che cantante è stato attore nello sceneggiato televisivo “Fontamara”, diretto da Carlo Lizzani, nei film “Vai alla grande” di Salvatore Samperi, e “Dichiarazioni d’amore” di Pupi Avati e in un carosello dell’Alka Seltzer, diretto da Gillo Pontecorvo (episodio: “Sala di consiglio” 1972).
Intensa anche l’attività di scrittore, iniziando da “Vengo dal night”, dove ripercorre la sua infanzia e con essa la storia di Bologna, cui sono seguiti “Il tango è imbecille?”, ”O si è bolognesi o si sa l’inglese” e “Quanto zucchero?”.
Simpatia e slanci di generosità erano una caratteristica di Sarti, per esempio Clearco, un suo fan di Genova che gli ha dedicato una pagina su Facebook, ci ha confidato di avergli scritto una lettera, ricevendo una risposta scritta e un cd “fatto in casa”, con canzoni rimaste inedite.
Per meglio comprendere lo stato d’animo del cantante bolognese, durante gli ultimi anni di vita, riportiamo uno stralcio di quanto scrisse Maurizio Cevenini (scomparso nel 2012), in occasione del funerale: “… Piazza Maggiore 14 agosto; anche lì c’ero, fresco di diploma quell’estate la passai a Bologna e il ferragosto di quell’anno fu memorabile. Erano davvero quarantamila, più della grande festa per la vittoria del referendum sul divorzio di quel 1974. Forse fu da quella sera, dalle parole di Zangheri, che Bologna stava cambiando, tre anni dopo arrivò lo schiaffo violento del ’77 che riportò tutti con i piedi per terra. Ma quella sera fu indimenticabile, tenne la scena per ore il nostro caro Dino e forse non si accorse, anche se ci furono altri appuntamenti, che la sua città il suo dialetto lo stavano abbandonando. Questa è la verità e me ne accorsi qualche anno fa quando incontrandolo, ospite di un matrimonio, mi disse che tutti i sindaci di Bologna, allora c’era Guazzaloca ma valeva anche per gli altri dopo Zangheri, lo avevano dimenticato. Lo diceva un po’ a tutti e oggi nel giorno del suo funerale guardando i muri spogli del Pantheon della Certosa ci vergogniamo. Come capita sempre più spesso con i figli di questa terra che se ne vanno in silenzio, trascorrendo lontano dalla città gli ultimi anni della loro vita. Non è stato il più grande ma certamente il più popolare cantante del dialetto bolognese. At sàlut Dino, ti grànd”.

La priorità è il lavoro. Appello a sostegno della manifestazione della Cgil del 25 ottobre

“Lavoro, dignità, uguaglianza per cambiare l’Italia”. A sostegno delle motivazioni che sono alla base della manifestazione nazionale indetta dalla Cgil a Roma per sabato prossimo (25 ottobre) è stato redatto e sottoscritto un appello di adesione da parte di trenta cittadini ferraresi che ne condividono i presupposti e invitano alla partecipazione. #tutogliioincludo
Il lavoro che manca è l’urgenza del Paese, che brucia il futuro delle giovani
generazioni e costringe milioni di persone alla precarietà. La politica del governo non
affronta questo dramma anzi da’ continuità alle politiche liberiste fin qui praticate dai
predecessori: tagli di spesa pubblica che alimentano la spirale recessiva e liberalizzazioni
del mercato del lavoro che accentuano la precarietà.
Con il Jobs Act il Governo si spinge dove non erano riusciti i governi di destra:
svuotare a fondo lo Statuto dei diritti dei lavoratori incidendo così sulle tutele che
garantiscono la libertà e la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, la tutela dal
licenziamento arbitrario, la tutela della dignità professionale del lavoratore, il diritto di non
essere video-sorvegliati.
La Costituzione, che era entrata nei luoghi di lavoro con lo Statuto, ne verrebbe
espulsa.
Lo si vorrebbe fare in nome e per conto di quegli stessi lavoratori precari che non
possono organizzarsi in sindacato perché non possono godere di quegli stessi diritti,
accusando paradossalmente di non riuscire a rappresentarli un sindacato indebolito da sei
anni di recessione e da 15 anni di legislazioni liberiste!
E lo si fa utilizzando la menzogna secondo cui questi diritti sarebbero “eccentrici” nel
contesto competitivo europeo cercando così di nascondere l’incapacità politica di aggredire
le vere anomalie della situazione italiana e cioè il livello abnorme raggiunto dall’evasione e
dalla corruzione e la presenza soffocante della criminalità organizzata.
Si alimenta, a questo scopo, una frammentazione rancorosa della società giocando
pericolosamente sulla contrapposizione giovani-anziani, lavoratori attivi-pensionati,
lavoratori autonomi-dipendenti, dipendenti privati-dipendenti pubblici, lavoratori pubblici
in divisa-lavoratori pubblici in borghese … negando la funzione di ricomposizione degli
interessi propria delle rappresentanze sociali.
Con l’imposizione del voto di fiducia su una legge delega di inusitata vaghezza, il
governo compie un altro passo nella direzione della contrazione della democrazia,
impedisce la normale dialettica parlamentare, utilizza il risultato del voto per il Parlamento
Europeo come plebiscito che delegittima il Parlamento nazionale, anticipa il risultato delle
riforme istituzionali trasferendo il potere legislativo nella mani dell’esecutivo.
Una sola proposta alternativa è realisticamente in campo davanti a questa deriva
politica: la piattaforma con la quale la Cgil chiama a manifestare il 25 ottobre a Piazza San
Giovanni che rivendica un piano straordinario per l’occupazione giovanile, la riscrittura
della legislazione del lavoro per ridurre la precarietà, lo stanziamento delle risorse
necessarie a dare tutele universali contro la disoccupazione, la riunificazione del mercato
del lavoro attraverso l’estensione dei diritti a chi ne è privo, la difese delle conquiste di
civiltà.
Per questo aderiamo alla manifestazione e facciamo appello alla partecipazione.
Fiorenzo Baratelli
Guido Barbujani
Claudio Bariani
Gabriele BelcastroSalvatore Belcastro
Silvia Belcastro
Daniela Cappagli
Sandro Cardinali
Daniele Civolani
Marco Contini
Tito Cuoghi
Carmelo Damigiano
Elia Fioravanti
Giovanni Fioravanti
Monica Forti
Sergio Gessi
Alessandro Grossi
Antonio Ianni
Daniele Lugli
Paolo Mandini
Renata Patrizi
Lina Pavanelli
Mauro Presini
Valeria Sitta
Franco Stefani
Piero Stefani
Elisabetta Tampieri
Ranieri Varese
Luana Vecchi
Gianni Venturi
Emanuela Zucchini

L’INCHIESTA
Siae: c’è chi dice no. L’avvocato Aliprandi: “Troppa burocrazia, poca trasparenza”

Un’inchiesta in cinque tappe per approfondire le ragioni delle critiche nei confronti della Società italiana autori ed editori.

3. SEGUE Oggi la parola passa a Simone Aliprandi, avvocato esperto in materia di diritti d’autore, specializzato in creative commons, copyleft e open source.

Perché si oppone alla Siae?
Io tecnicamente non mi oppongo alla Siae e ci tengo a precisarlo una volta per tutte. L’attività che svolgo sul tema Siae ha squisitamente un intento divulgativo e informativo. E se spesso i miei interventi si soffermano su aspetti critici del modello Siae è perché appunto questi aspetti critici stanno iniziando a raggiungere l’attenzione del grande pubblico, anche grazie ad attività di informazione come quella svolta da me e da altri colleghi. Ad ogni modo, non amo molto essere qualificato come uno genericamente contro la Siae. Innanzitutto perché essere contro la Siae in sé non ha molto senso; la Siae è un’istituzione pubblica e quindi si comporta in un determinato modo perché la legge italiana ed europea glielo consente. Poi bisogna anche dire che la Siae fa un lavoro prezioso (quello dell’intermediazione dei diritti d’autore) che qualcuno deve pur fare; che questo lavoro si possa fare con metodi più moderni ed efficienti è un’altra questione.

In base alla sua esperienza di consulente, quali sono le principali richieste o problematiche che gli artisti che revocano la loro iscrizione, o che non si iscrivono affatto, incontrano?
Una delle motivazioni più ricorrenti è di carattere banalmente economico. Essere associati o mandanti Siae ha dei costi fissi, mentre gli introiti che un autore può ricevere come proventi Siae sono commisurati a quanto le sue opere vengono effettivamente utilizzate. Ne consegue che, salvo il caso di opere di particolare successo, molti autori si trovano a versare in quote annuali più di quanto raccolgono. Da lì la legittima domanda: “Ma allora che senso ha?!”
Un’altra motivazione, che possiamo definire più tecnica, è il passaggio ad un’altra collecting society estera alternativa alla Siae. È questo il caso, ad esempio, di autori che hanno esigenze particolari, legate al tipo di mercato cui si rivolgono e al tipo di utilizzazioni che vengono fatte delle loro opere.
Infine, inutile negarlo, c’è anche una motivazione essenzialmente ideologica. La Siae, proprio a causa dei suoi punti dolenti (eccessiva burocrazia, poca trasparenza) non riscuote sempre grande simpatia tra gli utenti e questo fa sì che molti preferiscano prenderne le distanze.

Che cos’è il copyleft?
Il termine copyleft nasce negli anni 80 in seno al movimento del software libro e può essere oggi utilizzato con vari significati. Nel suo senso più ampio fa riferimento ad un modello alternativo di gestione del diritto d’autore attuato con l’applicazione di licenze che consentano la libera ridistribuzione delle opere e in alcuni casi anche la loro modifica. Le licenze più note su questo modello sono le licenze del progetto Gnu per quanto riguarda il software e le Creative Commons per tutti gli altri tipi di opere creative.

Quanto è diffuso questo modello?
E’ difficile quantificare, dato che le opere rilasciate con licenze open sono sparse per tutta la rete. Però basti pensare che, per qualsiasi ricerca venga fatta su Google, tra i primi risultati si trova quasi sempre una contenuto sotto licenza Creative Commons: cioè una voce di Wikipedia. L’enciclopedia libera che tutti siamo ormai soliti consultare è infatti uno degli esempi di maggior successo del modello copyleft. E se consideriamo che ad oggi la versione inglese di Wikipedia contiene più di 4 milioni e mezzo di articoli…

Auspica una fine del monopolio Siae dei diritti d’autore? Pensa sia possibile?
In generale i monopoli legali (cioè creati dalla legge) non sono segno di un sistema economico molto moderno. Ma c’è sempre il rischio che la liberalizzazione di un servizio faccia ancora più danni se non fatta con le dovute accortezze. Quello che auspico è che si arrivi ad una seria riflessione sulle nuove esigenze poste dai nuovi mercati digitali e globalizzati e che quindi si faccia una legge che ponga le giuste basi per un’evoluzione liberalizzata e concorrenziale dell’intermediazione dei diritti d’autore. Da un po’ di tempo si discute di una imminente direttiva europea che ponga i principi di base affinché tutti gli stati dell’Ue che ancora hanno situazioni di monopolio siano tenuti a innovare le loro normative. E vista l’inerzia del legislatore italiano in materia di diritto d’autore, l’intervento dall’alto dell’Unione Europea sembra l’unica soluzione.

3. CONTINUA [leggi la quarta puntata]

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Precedenti articoli dell’inchiesta:

IL FATTO
Parole di cioccolato

Non ti dico buongiorno, ti dico Nutella. Il nuovo spot pubblicitario della famosa crema gianduia spalmabile va molto oltre le strategie commerciali che Vance Packard descrisse nel suo “I persuasori occulti”, uscito nel 1957 e ripreso nei primi anni Ottanta. Allora Packard illustrò, destando un notevole scalpore, le tecniche seduttive che volevano dimostrare i presunti effetti benefici derivanti dal consumo o dall’uso di un determinato prodotto. Eravamo però di fronte a consigli più o meno convincenti da seguire, a tentativi più o meno riusciti di orientare i comportamenti, realizzati dalle grandi multinazionali. Nel caso nostro invece siamo alla manipolazione del linguaggio, all’intervento semantico che modifica le consuetudini, insinuante e carezzevole. Molto più delle parole o del gergo che diventano modi di dire comuni e che però poco a poco spariscono.
Quindi, buongiorno si può dire Nutella, in tante maniere – afferma la pubblicità – scrivendo su una confezione un pensiero, una frase, esprimendo un sentimento verso chi ti è caro. Personalizzando il messaggio.
È sottinteso che così si comincia meglio la giornata e che tutto potrà andare bene. Se poi le cose dovessero andar male, se per esempio ci si dimentica dell’anniversario di matrimonio, o di un compleanno, o di una ricorrenza importante, o di non so che altro, niente paura: non si chiede perdono, si chiede Nutella, dice sempre lo spot. La pubblicità ci invita a cambiare il linguaggio in nome di una crema, ma insomma, la vita è comunque dolce. Che volete di più?

Ferrara vista con gli occhi
di uno studente fuorisede:
“Troppo autolesionismo,
serve uno scatto d’orgoglio”

Sono quasi dieci anni che frequento Ferrara, scolasticamente parlando, nonostante la mia residenza nella provincia di Mantova. E da quando ho cominciato il liceo, in provincia, ho sempre osservato come la tradizione dei ferraresi sia fortemente improntata sulla critica (più o meno costruttiva), sull’accusa, sulla denuncia. Tutte propensioni fondamentali in un Paese libero e democratico che, tuttavia, diventano utili davvero soltanto se orientate a una ricerca costruttiva verso il miglioramento. Invece no. Noto purtroppo che la principale forma di valutazione dei ferraresi circa il territorio nel quale vivono sia spesso frutto di un pensiero molto autolesionista, un pensiero incentrato ad evidenziare particolarmente solo i problemi e le negatività che a tutto porta meno che all’innovazione e al cambiamento della triste ed immobile situazione odierna. E pensando a ciò molto intensamente negli ultimi tempi, ormai iscritto al terzo anno di Università e dopo aver conosciuto molta gente qua residente, mi sorgono spontanee, sempre più prepotenti, alcune domande: possibile che la critica non diventi autocritica? Che non si possa cominciare a valutare non solo ciò che non va, ma anche e soprattutto ciò che di unico e fantastico è presente in questo territorio? Tra i ferraresi sembra ormai tradizione dimenticarsi della storia della loro città, che l’ha portata coerentemente a essere uno dei luoghi più unici e caratteristici non solo in Europa ma nel mondo. Ora, sono ben consapevole che il mio “sfogo” (se così possiamo chiamarlo) possa risultare inutile e frutto di pressappochismo (oltre al fatto che questo sentimento critico lo si ritrova quasi sempre anche nelle altre città) ma, al contrario, sono sempre più convinto che quello che qui serve sia un cambiamento di mentalità.
Penso a una presa di coscienza di ciò che ci circonda. Com’è possibile non valorizzare il più possibile la cultura ferrarese esaltandone i caratteri tipicamente medievali e quelli che hanno ne hanno segnato la grandezza rinascimentale? Grande meta di un turismo che approda a Ferrara quasi inconsapevole dell’antica atmosfera che si respira per le sue strade, tra le vie dei borghi e l’imponente centro storico. Com’è possibile non valorizzare la tradizione gastronomica, fiore all’occhiello di un Paese già al top a livello mondiale e proprio per questo ai vertici delle preferenze internazionali? Come si può non essere orgogliosi di vivere sulle sponde del Po, a pochi passi dal Delta e dal mare, in un paesaggio costellato di infinite campagne e terre rigogliose? E come dimenticarsi dell’università, modesta nelle (obbligate) dimensioni ma assolutamente competitiva con le ben più grandi realtà presenti in città vicine? E ancora, del suo riconoscimento di città delle biciclette, dei suoi numerosissimi festival estivi, della grande propensione all’organizzazione di eventi artistici?
Lo so, a parole è troppo semplice parlarne. Più difficile è rimboccarsi le maniche ed agire. Ma solamente ricominciando ad amare queste terre e queste tradizioni si potrà tornare ad essere stimolati, consapevoli di contare e di essere importanti. Perché quindi non sognare di tornare a vedere la Ferrara di un tempo, culla di tradizione, terra di storia, gloriosa patria estense? Una Ferrara che conta non solo in Emilia (dove sempre più viene considerata l’ultima ruota del carro) ma a livello nazionale, o ancora più in grande? Io in primis, da esterno, comincerei da qui per scrivere pagine più rosee per il futuro. Basta vedere tutto solo in negativo. Basta credere sempre solo ai complotti. Basta considerare Ferrara solamente come una città “immobile”. Per farla rinascere è prima di tutto obbligatorio tornare ad amarla e considerarla per quella che è: una città Patrimonio dell’Unesco. E se neanche il riconoscimento di questa eccellenza sarà sufficiente, allora sì che inevitabilmente bisognerà ammettere di aver sciupato, appunto, un vero e proprio patrimonio.

Nell’immagine in evidenza “Umarells” (foto di Irene Brognati)

lavoro

IL TEMA
Un po’ di chiarezza su articolo 18 e riforma del lavoro

Alzi la mano chi dal dibattito sui media ha capito cosa cambierà con il Jobs Act, la riforma del lavoro di Matteo Renzi e Giuliano Poletti. Dopo l’incontro al centro sociale Acquedotto devo ammettere che comincio ad avere le idee più chiare. È stato il professor Paolo Pini, docente di economia politica presso l’ateneo estense, a diradare un po’ la nebbia che, seguendo – lo ammetto – solo il dibattito mediatico su questo argomento, avvolgeva il vituperato disegno di legge delega sul mercato del lavoro dal nome così modaiolo ed esterofilo.
Il docente ha passato in rassegna quelli che ha chiamato i quattro pilastri di questa riforma: riduzione del cuneo fiscale, politica industriale per il manifatturiero italiano e il made in Italy, ricomposizione del mercato del lavoro tramite il contratto a tutele progressive, semplificazione delle norme sul lavoro. È venuto fuori che, per quanto riguarda i primi due, nel Jobs Act è stato fatto ben poco: non si è intervenuti sulle tre voci più importanti del cuneo fiscale, cioè i contributi previdenziali e sociali a carico dei lavoratori e dell’impresa e le imposte sul salario lordo a carico del lavoratore, e la politica industriale è “materia non pervenuta, a meno che non si ritenga che politica industriale sia sinonimo di privatizzazioni”, ha affermato il docente.
Ma le osservazioni più interessanti sono emerse a proposito del contratto a tutele progressive e delle correlazioni fra flessibilità, aumento dell’occupazione e della stabilizzazione dei contratti, maggiore investimento delle imprese sui lavoratori con conseguente aumento della produttività e quindi dell’efficienza. Prima di tutto, secondo Pini, il mercato del lavoro italiano non sarebbe affatto uno dei più rigidi: “Fra i Paesi industrializzati è diventato uno dei più flessibili”. In altre parole, “dato che si faceva fatica a smantellare il mercato del lavoro tutelato, si è creato a fianco un mercato del lavoro privo di tutele e poi è stato fatto crescere”, mentre l’altro si starebbe estinguendo con il tempo e i pensionamenti. Dunque, paradossalmente, della modifica dell’articolo 18 in realtà non ci sarebbe nemmeno così bisogno perché il turn over avviene sostituendo contratti tutelati con nuove forme senza tutele. Inoltre Pini ha dimostrato con tanto di dati e grafici Ocse e ministeriali che non ci sono evidenze empiriche che una maggiore flessibilità aumenti l’occupazione o la successiva stabilizzazione dei contratti, e ancor di meno favorisce la produttività, che dipende sì dalle risorse umane, ma soprattutto dagli investimenti in innovazione e formazione e dall’organizzazione del lavoro. Ad aggravare la situazione, il continuo succedersi di riforme senza monitoraggio dei risultati di quelle precedenti: si procede così a una nuova modifica dell’articolo 18, senza prima aver promosso analisi, indagini, studi di un qualsiasi tipo sulla precedente modifica a firma Fornero.
Infine una panoramica sulle attuali condizioni del mondo produttivo italiano: nonostante tutte le riforme che si sono succedute in questi ultimi convulsi anni di crisi, non c’è stato sicuramente un aumento dell’occupazione e men che meno è aumentata la produttività (ammettendo che la soluzione sia produrre di più e non produrre meglio e cose diverse).
“Ma se la flessibilità sul mercato del lavoro l’abbiamo fatta, cosa manca? – si è chiesto in conclusione il professor Pini – Manca flessibilità dentro le imprese: non abbiamo cioè lavorato sull’organizzazione del lavoro all’interno delle aziende”. In altre parole la produttività non ha nessuna relazione con la precarietà, anzi quando c’è è negativa, ma è collegata agli investimenti in ricerca e sviluppo, in formazione, all’organizzazione della produzione. Chi pensa ancora che il problema sia l’articolo 18?

L’INTERVISTA
Michael Sfaradi: “Io, scomodo reporter di guerra svelo le mistificazioni dei vostri giornali”

Reporter di guerra e romanziere, Michael Sfaradi israeliano originario di Roma, ha fatto tappa a Ferrara per raccontare la sua esperienza al fronte israelo-palestinese nei periodi più caldi degli ultimi anni. Torna in Italia un paio di volte l’anno per promuovere la sua attività di romanziere e di analista di uno dei più strategici e controversi scenari di conflitto senza soluzione di continuità, quello che più di ogni altro può determinare il destino dell’occidente e dell’Europa in particolare. Nel corso di un seguito dibattito alla Galleria Mario Piva – moderato dal nostro direttore Sergio Gessi e partecipato dallo storico ferrarese Andrea Rossi – Michael Sfaradi ha puntato il dito su quella che definisce una campagna mediatica diffamatoria nei confronti di Israele. L’informazione ufficiale, sostiene, è sbilanciata a favore dei palestinesi, non tiene conto della realtà dei fatti ma tende a mistificare gli eventi nell’interesse di un’unica parte. Un’azione che non giova né al giornalismo né al lettore, ma favorisce la disinformazione. Sfaradi non solo né è convinto, ma si batte attraverso il suo scomodo e pericoloso lavoro – che certo non gli garantisce lo stipendio – per riportare notizie vissute in diretta. E’ questione di professionalità.
Gli abbiamo rivolto alcune domande per cercare di indagare una professione difficile che coinvolge umanamente, obbliga al confronto con una realtà cruda e impone rigidi confini al proprio scrivere.

Michael Sfaradi (primo a sinistra) durante la conferenza tenuta a Ferrara alla galleria Mario Piva, con Andrea Rossi, Sergio Gessi, Monica Forti
Michael Sfaradi (primo a sinistra) durante la conferenza tenuta a Ferrara alla galleria Mario Piva, con Andrea Rossi, Sergio Gessi, Monica Forti

Il lavoro ti porta periodicamente in Italia per raccontare la tua esperienza di free lance. Quali sono i motivi che ti spingono a farlo?
Vengo a smontare pezzo per pezzo ciò che dicono e scrivono di Israele, nella maggior parte dei casi si tratta di diffamazione di un intero Stato. Lo faccio con prove alla mano, studiate da specialisti volontari che passano al setaccio filmati e immagini più visti nel mondo. Si tratta di materiale spesso costruito a tavolino o attraverso montaggi sporchi che illustro durante le mie serate. Il giornalista deve raccontare quanto vede, non deve dedicarsi alla narrazione né tanto meno deve assecondare il pubblico alimentandone convinzioni errate, più è scomodo più è fedele al suo lavoro. Lo deve fare con maggior convinzione soprattutto ora che la libertà di stampa è minata dai poteri forti intenzionati a orientare l’informazione a seconda dei propri interessi

Cosa è cambiato nella tua vita da quando hai conosciuto la guerra in diretta?
Sono cambiati i parametri di rapportarsi con la vita, cose prima fondamentali passano in secondo piano, gli orizzonti diventano diversi anche per quanto riguarda il proprio privato.

Di recente hai realizzato una serie interviste particolarmente significative, tra cui quelle a Israel Hasson dello Shin Bet, i servizi segreti di controspionaggio israeliano oggi deputato del partito Kadima; a Noam Shalit, padre del caporale dell’esercito Gilad Shalit sequestrato da Hamas poi liberato; a Bat Ya’or, autrice dei libri “Eurabia” e “Verso il califatto universale” nelle quali descrive le strategie islamiche nei confronti delle democrazie Rahel Frenkel, madre di uno dei tre ragazzi rapiti e uccisi dai terroristi di Hamas in giugno.
Quali si sono trasformate in un vero e proprio incontro?
Ognuna è un incontro, c’è sempre un contatto umano indispensabile per mettere a proprio agio l’intervistato e liberarne le risposte permettendogli di raccontare la sua verità, un’intervista ben riuscita sta nella completezza delle risposte. Ovviamente ci sono interviste ostili, in quel caso finisce in una litigata.

Quali sono i limiti del reportage di guerra?
E’ rappresentato dalle redazioni, da come adattano le notizie, per questo il reporter non solo deve esporsi il più possibile durante il suo lavoro, ma deve assicurarsi sia pubblicato senza tagli, altrimenti può anche stare a casa. Chi sente l’odore di cordite, vede i luoghi degli scontri, i morti, chi suda nel giubbotto antiproiettile, che è blu e non verde come si scrive erroneamente, deve pretendere la salvaguardia dell’integralità dei propri articoli.

Tra gli analisti dello scacchiere mediorientale chi è il più vicino alla tua visione dei fatti?
Maurizio Molinari de ‘La Stampa’ è quello che certamente ha capito come stanno le cose. I suoi report dalla striscia di Gaza sono i più onesti anche se non mancano piccoli adattamenti su alcune specifiche notizie.

Come pensi evolverà la crisi mediorientale e cosa comporterà?
A Gaza nel peggiore dei modi. Gli aiuti concessi, 5 miliardi e mezzo di dollari, finiranno con il finanziare una nuova guerra contro Israele. Da Hamas non si è preteso nulla in cambio, non è stato chiesto né il rispetto del cessate il fuoco, né di sospendere gli atti terroristici, anzi è ripresa la produzione di missili e si continuano a scavare tunnel per fare irruzione in Israele. Anche se la trattativa politica dovrebbe essere la cosa migliore per cercare di imboccare la via della pace, la possibilità è sempre più remota: Hamas e Fatah non sono disponibili, l’indipendenza della Palestina prevede per loro stessa ammissione la distruzione di Israele.

Pochi giorni fa in Gran Bretagna è stata approvata una mozione laburista con cui si chiede il riconoscimento dello Stato Palestinese cosa ne pensi?
La notizia è uscita parzialmente, si è omesso di riferire l’intero contenuto della richiesta che prevede degli obblighi dei palestinesi verso la comunità internazionale tra cui la rinuncia alla distruzione di Israele. Tra l’altro la mozione è passata alla presenza di soli 270 dei 646 membri del Parlamento britannico, se i numeri fossero stati diversi le cose, con tutto probabilità, sarebbero andate in un altro modo. Queste iniziative non fanno bene alla diplomazia, si dimentica che mancano le condizioni previste dall’Onu affinché possa nascere uno stato palestinese. Quella britannica è stata una decisione dannosa per le trattative di pace, l’Europa dovrebbe fare da garante, essere super partes, invece rischia di perdere la sua affidabilità mostrandosi più incline verso una parte degli attori. Dispiace assistere alla mancanza di analisi politica e dei fatti, non si può ignorare che in mezzo a tanti fuggiaschi dalla guerra ci sono anche terroristi in erba diretti in Europa, non è un bel sintomo. Le prove generali di quello che succederà lo abbiamo già visto in Francia con la ribellione delle banlieux l’Europa sarà colta impreparata perché non sa o non vuole vedere le cose come stanno.

Per info: www.michaelsfaradi.it