Ci vuole coraggio per diventare liberi. Liberi da, liberi per. Filippo Cantirami è un giovane studente bocconiano, brillante, di ottima famiglia e col futuro spalancato. Non ha nemmeno troppo da desiderare, tutto davanti a lui è strutturato, terso e solido. Il meglio (il meglio per chi poi?) c’è già: un master a Londra dopo la laurea e una specializzazione negli Stati Uniti. Invidiabile. Del resto, Filippo, sin da piccolo, con i genitori si è sempre comportato con compiacenza, cioè con quella forma di obbedienza col sorriso per rendere felici gli altri e, di riflesso, anche un po’ se stessi.
Filippo potrebbe andare avanti così, i suoi genitori se lo aspettano, anzi, non potrebbero pensare a nulla di diverso da parte sua che ha sempre fatto tutto così bene su quel sentiero già tracciato.
Ma, un giorno, complice la lontananza da casa, Filippo si sfila da quella vita che non è la sua, e non lo è mai stata, perchè non la vuole e se ne costruisce a poco a poco un’altra libera e scelta.
Filippo finalmente vuole qualcosa e la fa. Ed è felice perchè “è esattamente dove vuole essere e fa esattamente quel che vuole fare”. Una felicità intima, privatissima, che non vive dell’approvazione degli altri né di un’aspettativa soddisfatta verso il padre e la madre. Filippo è quello che è, ama sentirsi dentro qualcosa di vago e indefinito, ancora da scoprire.
I genitori Guido e Nisina, per una serie di casualità, vengono a sapere che il loro Filippo non è quel Filippo che pensavano che fosse o come loro lo conoscevano. Guido e Nisina non sanno più nulla di lui perchè non sanno chi sia quel ragazzo che fa cose così diverse, si porta addirittura dietro delle pecore, ma perchè lo fa?
Saltano gli schemi di riconoscibilità, Filippo non combacia più con quel modello che loro avevano creato e, soprattutto, in cui avevano tanto creduto. I filtri con i quali lo avevano guardato si appannano perchè tutto è diverso da prima.
Filippo è altro ed è lontano, chissà dove, a vivere una nuova libertà che nutre la sua identità. Filippo rivuole il tempo che gli è stato sottratto quando gli sembrava che non ci fosse tempo per nulla o per tutto ciò che non fosse la sua volontà. Vuole sentire scorrere le ore, accorgersi del mentre e cogliere il fluire della vita.
Filippo è ora capace di riscattare il tempo e riannodarlo: sono passati anni da quella notte nella quale, studente, aveva conosciuto una ragazza di cui aveva perso le tracce. Poche ore assieme a lei e poi più nulla. Il tempo adesso ce l’ha, ha tutto il tempo che vuole, bello disteso davanti. E ha la libertà di andarla a cercare.
Paola Mastrocola, “Non so niente di te”, Einaudi, 2013
Quella di Renzo Ravenna è una vicenda senza precedenti. Egli fu il primo e l’unico ebreo a diventare podestà dopo la marcia su Roma dell’ottobre 1922. Tra il 1926 e il 1938, rivestì questa carica di spicco più precisamente a Ferrara, una delle prime roccaforti del fascismo, dove fino agli inoltrati anni Trenta esercitava un potere quasi incontrastato il vero numero due del regime, nonché più importante antagonista di Mussolini, Italo Balbo.
Si tratta forse di un’eccezione dalla natura straordinaria che non richiede particolari spiegazioni per la storia del fascismo e degli ebrei in Italia? Al contrario. Ilaria Pavan, giovane storica e docente a Pisa, riesce infatti trovare un legame tra la biografia di un podestà ebreo, raccontata con grande partecipazione emotiva, e uno schizzo della storia di Ferrara in epoca fascista, un’analisi della comunità ebraica locale e la rappresentazione di una famiglia antica e ben ramificata, smembrata dopo il 1943 e quasi completamente cancellata nei campi di sterminio tedeschi. Chi ne vuole sapere di più, può leggere le opere di Giorgio Bassani “Il giardino dei Finzi-Contini” e “Le storie ferraresi”, oppure, appunto, “Il podestà ebreo” di Ilaria Pavan, figura che ritroviamo tra l’altro nella grande opera di Bassani insieme ad altri ferraresi legati a Ravenna, di cui Pavan racconta, i quali, per un motivo o per l’altro, avevano fatto parlare di sé.
Renzo Ravenna proveniva da una famiglia ebrea benestante e ben integrata, difficile da eguagliare nell’orgoglio che provava nei confronti della madrepatria italiana e della propria città, Ferrara. Come accadde a molti dei suoi coetanei delle diverse comunità ebraiche, nel 1914 e 1915 fu anche lui preso dalla febbre nazionalista: si fece fautore dell’entrata in guerra dell’Italia, fu chiamato alle armi e tornò a casa dalla guerra solo nel 1919, insignito di molte medaglie, per concludere i suoi studi di giurisprudenza e iniziare la sua attività di avvocato e politico comunale di Ferrara. Un ruolo decisivo giocò qui la sua lunga amicizia con Italo Balbo, il “principe elettore” fascista di Ferrara e dintorni che prese Ravenna sotto la propria ala per proteggerlo con tutte le sue forze. Eppure l’ebreo di buona famiglia non era un fascista della prima ora né tantomeno uno squadrista convinto. Balbo stimava e aveva bisogno dell’avveduto giurista, che ne capiva di amministrazione e denaro e che, aspetto ancora più importante, godeva di un’ottima reputazione, mentre lui, al contrario, combatteva da tempo contro problemi di immagine legati alla sua fama di uomo spiccio e facinoroso.
Ravenna conferì una certa serietà al potere esercitato da Balbo a livello locale e regionale e fece per tale motivo una brillante carriera: divenne consigliere comunale, poi capo dell’organizzazione di partito della città e infine, nel 1926, fu chiamato a rivestire la carica di podestà, alla quale si dedicò pressoché completamente, raggiungendo importantissimi risultati. Durante la sua carica, Ferrara visse un vero e proprio rinascimento culturale. Si dedicò poi soprattutto al potenziamento delle infrastrutture e all’industrializzazione della città. Secondo un necrologio del 1961, Ravenna avrebbe addirittura “concepito la Ferrara moderna”.
Non c’è da meravigliarsi, quindi, se il podestà ebreo godesse di grande popolarità; addirittura il Vescovo fu un suo stretto amico. Tra il 1934 e il 1935, l’atmosfera cominciò tuttavia a cambiare, e non solo a Ferrara, ma in tutta Italia, dove si cominciò a prendere di mira gli ebrei che occupavano posizioni di spicco nello Stato e nella società per allontanarli. La pressione arrivava dal Ministero dell’interno di Roma, che si serviva naturalmente di numerosi uomini in loco, i quali a loro volta rafforzavano la pressione esercitata dall’alto e le conferivano una sorta di legittimazione plebiscitaria. Ravenna riuscì a resistere solo grazie alla protezione garantita da Balbo, ma dovette cominciare a guardarsi da numerose ostilità, dichiarate o nascoste.
Nella primavera del 1938, quando la campagna contro gli ebrei stava per raggiungere il suo apice, il Ministero dell’interno attaccò nuovamente Ravenna. Esigeva la sue dimissioni, adducendo come unico motivo le sue origini ebraiche e riuscendo alla fine a imporsi anche contro la volontà di Balbo. Nel Marzo 1938, Ravenna lasciò la sua carica per motivi di salute.
Il varo delle leggi razziali nell’autunno del 1938 ebbe conseguenze tragiche per le comunità ebraiche italiane. Anche a Ferrara, dove a quel tempo vivevano ancora tra i 700 e gli 800 ebrei, i correligionari di Ravenna furono oggetto di continue vessazioni. Settantasette studenti e dieci insegnanti e docenti ebrei furono per esempio costretti a lasciare le scuole pubbliche. Furono colpiti anche i figli di Ravenna, il quale fu poi escluso dalla Milizia, cacciato dall’elegante club cittadino e congedato dalle Forze armate. Poté tuttavia continuare a esercitare la professione di avvocato e gli riuscì anche di mantenere i contatti con la sua vecchia rete di conoscenze e amicizie, alla quale appartenevano anche cattolici dichiarati e fascisti convinti. Colpì soprattutto il comportamento di Italo Balbo, che non esitava a trascorrere le vacanze al mare con Ravenna e a farsi vedere con lui nel centro di Ferrara quando questi tornava a far visita alla città natale.
Anche per questo Ravenna non pensò mai alla fuga o all’emigrazione. Ma la situazione cambiò nell’autunno del 1943, quando tutto il Nord Italia occupato dai tedeschi divenne teatro di arresti e retate. E Ferrara ne fu colpita in modo particolarmente drastico. “Le deportazioni”, come racconta Pavan, “furono messe in atto dalle autorità della Repubblica di Salò con estrema efficienza burocratica” (traduzione di Paola Baglione). Ravenna riuscì a sottrarsi a questo progetto di morte fuggendo in Svizzera, dove si salvò assieme alla moglie e ai figli, mentre otto dei suoi parenti più stretti trovavano la morte nei campi di sterminio dell’Est Europa.
Tutto sembra suggerire che Ravenna, dopo il 1938, cominciò ad allontanarsi dal fascismo, per arrivare alla rottura definitiva nel 1943. Questo non portò tuttavia ad un allentamento del legame di natura nazionalista con la madrepatria o a una rivalutazione critica del suo ruolo nel regime fascista. Si definiva un leale servitore della propria città, il cui sacrificio non era stato sufficientemente premiato. Si considerava una vittima e non rese mai conto a nessuno del suo essere stato anche “reo” e servitore di un regime criminale. Non sorprende in questo contesto che Ravenna, fino alla sua morte nel 1961, fece tutto il possibile per riabilitare la figura di Italo Balbo, che ai suoi occhi rimase l’amico ammirato di sempre, ignorando con leggerezza il fatto che fosse stato anche un fascista senza scrupoli.
Tale ristrettezza di vedute fu una delle strategie di sopravvivenza di Ravenna e probabilmente rese possibile anche la sua reintegrazione a Ferrara, la quale dopo il 1945, dietro la facciata del potere della sinistra, rimase per molti aspetti quella di prima. Ilaria Pavan rivisita la storia di quest’uomo con grande sensibilità, eseguendo un’accurata analisi delle fonti e servendosi delle più moderne tecniche di ricerca, che alla fine non lasciano più alcun dubbio sulle origini autoctone e profonde delle leggi razziali e sul ruolo giocato da molti fascisti nel genocidio nazionalsocialista perpetrato contro gli ebrei. Ne nasce un piccolo capolavoro che, illustrando una vicenda unica, racconta ciò che poteva accadere agli ebrei durante il periodo fascista. Speriamo che venga tradotto presto in tedesco.
Ilaria Pavan, “Il podestà ebreo. La storia di Renzo Ravenna tra fascismo e leggi razziali”, Laterza, Roma/Bari, 2006
Hans Woller è ricercatore presso l’Institut für Zeitgeschichte di Monaco. Le sue ricerche riguardano in generale la storia sociale e politica del XX secolo in Italia e in Germania, e in particolare i decenni del fascismo, del nazionalsocialismo e del dopoguerra.
Marcello Simoni, comacchiese, anche animatore culturale ben noto per la cultura in estate sui Lidi della riviera ferrarese. Praticamente inedito in Italia, aveva già pubblicato saggi storici e archeologici, sbarcò a suo tempo persino all’estero, in Spagna.
L’Impronta, infatti, casa editrice del gruppo Algada lanciò sul mercato spagnolo la sua opera prima: “L’enigma dei Quattro Angeli”, primo romanzo che viene da certo solco fantastorico attualmente in voga, tra “Il Nome della Rosa” di Eco e il “Codice Da Vinci” di Dan Brown, la stessa fantascienza di Evangelisti, particolarmente suggestivo e di forte audience per gli amanti della lettura. Benefico ritorno alla scrittura come mistero, reinventato in chiave moderna, su sfondi storici re-immaginati, quasi micro brainstorming alla ricerca di universi paralleli, secondo certe teorie quasi esoteriche della fisica contemporanea.
Poi, con l’opera prima in Italia, “Il mercante dei libri maledetti” (Newton Compton, 2012), medesima vincente cifra letteraria, ancor più raffinata ipnotica, è clamorosamente ‘esploso’ un bestseller all’americana quasi, vincitore del Premio Bancarella 2012.
Un successo francamente strameritato, per uno dei migliori nuovi scrittori contemporanei italiani, capace di mixare alta letteratura e appunto narrazioni di grande audience, fascino misterioso (oltre certa moda facile del ‘noir’), non a caso proveniente da aree prossime a Spina e agli etruschi, archetipi oggi parlanti tramite una penna – Simoni è anche storico/archeologo – non comune, non solo letteraria, ma potente e solida, in certo senso di diamante ‘scientifico’.
Ulteriormente, Simoni ha confermato la grande freschezza (e audience) dell’opera d’esordio in Italia, in particolare con i romanzi successivi (sempre per Newton Compton) fino al recentissimo, “L’abbazia dei cento peccati” (2014), ovvero “La biblioteca perduta dell’alchimista”, “Il labirinto ai confini del mondo” (con cui ha completato la trilogia inaugurata con l’opera prima italiana), “L’isola dei monaci “, Premio Lizza d’Oro 2013. L’ ultima opera, “L’abbazia dei cento peccati”, ambientata a Ferrara, Pomposa e Reims, è un nuovo vertice narrativo che ne fa oggi forse lo scrittore di punta ‘neostense’ e postmoderno: un delizioso fanta gothic all’italiana.
*da Roby Guerra, “Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea”, Este Edition, La Carmelina eBook, 2012 [vedi]
Per saperne di più, visita il sito della New Compton [vedi], il sito del “Premio Bancarella” [vedi] e una recensione de “L’abbazia del cento peccati” [vedi].
“Finis” è un termine latino, sta per confine. Franco Fregni lo ha scelto come titolo per il suo romanzo d’esordio. La storia è ambientata nel Duecento, secolo di confine fra il fulgore del mondo medievale, con l’affermazione del sistema dei Comuni sullo sfondo dello scontro fra Impero e Papato, e la susseguente crisi del modello feudale. I protagonisti della narrazione si muovono in una terra – di confine anch’essa – collocata nel cuore della pianura Padana, “il Finale” (Finale Emilia) dove l’autore è nato e dove “l’Alberone” (topos ricorrente del racconto) tracciava il punto – di incontro e di stacco insieme – dei possedimenti di Ferrara, Modena, Bologna.
“La storia è sempre stata una mia grande passione – confessa Fregni che proprio in Storia si è laureato – ma per scrivere questo libro ho dovuto studiare molto e consultare un sacco di documenti: è stato interessante e anche molto divertente”.
Giornalista, l’autore di Finis ha girovagato – prima da cronista poi come direttore – un po’ in tutta Italia, da Trento a Roma, da Palermo a Bolzano, da Modena alla Romagna.
“L’ispirazione mi è venuta dopo il terremoto del 2012 e, come spesso ci accade, fortuite circostanze hanno accompagnato questa intenzione: dopo avere impegnato i precedenti 12 anni alla direzione della Voce di Romagna ho avuto infatti proprio in quel periodo qualche mese di libertà”.
E’ quasi un bisogno che sospinge Fregni a transitare dalla misura della cronaca a quella del racconto come a voler immortalare una storia che il presente stava sgretolando. “Tutto nasce dallo sgomento per il crollo della famosa ‘torre dei modenesi’, proprio nell’imminenza del ottocentesimo anniversario della sua costruzione – riferisce – così mi sono idealmente proiettato in quel tempo per ambientarvi la vicenda che avevo in mente”.
I protagonisti del racconto sono di fantasia, ma l’ambientazione e i riferimenti storici sono veri e rigorosamente verificati. Si incontra Federico II di Svevia, per esempio, e san Francesco… “Ci sarebbero mille storie da narrare su quell’epoca: i primi cinquant’anni del Duecento sono una fase densa di avvenimenti straordinari”.
Come è proceduto il lavoro? Studiavo e scrivevo. L’idea iniziale è stata plasmata e orientata in base alle acquisizioni che via via facevo. La prima parte della trama era nella mia testa il resto è venuto a seguito degli studi.
Tra battaglie, amori, dispute politiche e teologiche e cacce con i rapaci – l’altra grande passione dell’epoca che accomuna molti personaggi del romanzo – si arriva a un epilogo a sorpresa in cui si finisce per scoprire anche che Marco Polo aveva sangue emiliano nelle vene.
Già, lei avanza quest’ipotesi suggestiva e un po’ bizzarra. Sulla base di quali elementi? Azzardo questa possibilità suggerita dal titolo della sua opera più celebre ‘Il Milione’ di cui non si è mai compresa la radice e ho immaginato che Emilion potesse essere l’appellativo attribuito a Marco Polo per indicarne l’origine: Emilion, Emiliano… L’ho fatto sulla base di alcuni riscontri storici ma ammetto che è una tesi ardita, benché plausibile.
Focalizzare quell’epoca nel romanzo è servito a ricordare anche a me stesso come le nostre città fossero al centro della zona più ricca e fiorente d’Europa, dunque del mondo: tutta la pianura padana da Milano a Venezia era il fulcro della civiltà di allora, l’altro polo era la Francia.
La torre civica di Finale Emilia distrutta dal terremoto del 2012
Ha ricordato che l’ispirazione e l’urgenza di scrivere è affiorata dopo il terremoto: forse il bisogno di ricreare le radici recise dal terribile sisma? Dopo il sisma abbiamo ascoltato affermazioni che in parte fotografavano la realtà di quei giorni e in parte esprimevano una concezione epica circa lo spirito indomito della nostra gente. C’è del vero e c’è della retorica in questo. La realtà odierna dimostra che il terremoto è stato un colpo durissimo per tante aziende e molte famiglie. Ma è anche vero che queste nostre zone sono sempre state intraprendenti, coese, una comunità fondata su valori profondi. Mi riferisco ovviamente non sono a Finale, dove la vicenda ha luogo, ma a tutto il comprensorio fra Ferrara, Modena, Bologna e Reggio. Terre all’epoca capaci di sfidare imperatori, re e papi…
Il mio intento è stato anche mostrare come l’attuale livello di benessere che attribuiamo allo stato sociale proprio della nostra regione non è merito solamente di un partito come talvolta si tende a dire, ma è il risultato di una storia antica e di un sentimento di indipendenza e di autonomia che fa parte dello spirito vivo della comunità.
La stessa rete associazionista tipica del nostro paesaggio sociale è frutto di una storia di relazioni civili che hanno da sempre caratterizzato la vita economica e sociale di questi nostri luoghi. C’è un orgoglio profondo e un radicato senso civico di appartenenza che traccia un robusto filo di continuità in queste popolazioni. Ma basta pensare a Ferrara: c’è più storia lì che nella metà delle città d’Europa.
Il terremoto è servito anche a ridestare questi sentimenti? In momenti così ti rendi conto che l’appartenenza a un luogo non è una banalità, nemmeno per me che ho vissuto altrove per tanti anni. L’appartenenza ti rende quel che sei. Negli usi sperimentati c’è lo spirito profondo della comunità. La realtà di oggi ci mostra però come tanti nostri paesi siano diventati dormitori per immigrati. Questa massiccia presenza ha dei pro e dei contro: di certo sta determinando un mutamento dell’identità, specie nei paesi più piccoli dove il fenomeno si avverte maggiormente. Sono tutte situazioni sulle quali occorre riflettere avendo coscienza che ormai nelle nostre scuole in tante classi c’è una prevalenza di ragazzi extracomunitari e che i cittadini del futuro saranno loro.
Nel romanzo accanto alla grande storia entrano anche temi esistenziali come la vicenda dei due fratelli…
Esprimono l’ambivalenza dell’animo umano. Uno opera come predicatore, l’altro è un guerriero, ma poi mostrano punti di contatto e si innamorano della stessa donna. Sono carne della stessa carne. E’ un modo per dire che, al di là delle apparenze, uno non è mai tutto in una maniera o tutto in un’altra. La nostra natura è ambigua e complessa.
Che accoglienza ha avuto Finis? Chi legge fa gran complimenti e questa senz’altro è per me una soddisfazione. Le recensioni di stampa sono buone e numerose, ma è una meraviglia relativa perché faccio parte della categoria… Il problema del romanzo è la distribuzione. D’altronde ho scelto di affidarmi a un editore serio ma piccolo, le Edizioni del Girasole. A differenza di quanto succede normalmente non ho dovuto pagare per essere pubblicato, ma ciò comporta un prezzo in termini di presenza del libro sugli scaffali. Perché la conoscenza di questo romanzo si diffonda ci vorrà tempo, ma le cose richiedono sempre tempo.
Franco Fregni
Il romanzo è anche metafora una del potere, come segnala Paolo Pagliaro nella sua prefazione? Da giornalista l’idea che mi sono fatto frequentando ambienti di potere è che sfidarlo non sia semplice. Per arrivarci devi indubbiamente possedere delle qualità, quelle che ti rendono autorevole per essere indicato come guida. Ma da lì in poi però occorre dimostrare una reale capacità di comando che non tutti possiedono. In questo senso Federico II rappresenta un eccellente esempio di come l’interpretazione che gli uomini danno del potere possa risultare contraddittoria e controversa: per alcuni è stato tiranno e despota, per altri magnanimo e illuminato.
Sfidare il potere non è semplice diceva, ma poi le teste cadono… Essere stato vicino ai potenti per ragioni di lavoro mi ha fatto capire che ci sono tante componenti e meccanismi che decretano il successo e poi la caduta di chi sta al vertice.
In questa nostra epoca gli elettori mostrano propensione per personaggi come Berlusconi e Renzi credendoli capaci di tutto perché prestano fede alle loro funamboliche promesse. Non vedono e spesso non immaginano invece i condizionamenti che subiscono e le manovre delle quali loro stessi sono ostaggio. Personaggi così non arrivano per caso al potere ma sono lì perché considerati affidabili rappresentanti di gruppo di interesse che agiscono, si badi, non nella ristrettezza dei nostri confini ma in uno scenario europeo e mondiale.
Quindi c’è da dar credito a interpretazioni complottiste che qualcuno, spesso sbeffeggiato, propone? Se Berlusconi cade per il bunga bunga (che pure è un fatto reale) le domande da porsi sono chi ha consentito che la notizia trapelasse, perché proprio in quel momento e chi lo ha scaricato. Insomma bisogna cercare di capire sempre quali interessi sono in gioco e chi li alimenta.
Le scelte passano sopra le nostre teste. I veri centri di potere sono sempre più remoti. L’Italia è oggi periferia dell’impero. Non abbiamo più sovranità sulla politica estera, sulle strategie militari e, quel che forse è peggio, sulle scelte economiche. D’altronde se uno Stato non batte moneta non ha più alcuna sovranità e capacità di incidere sui meccanismi della propria crescita e del proprio sviluppo. Crediamo forse di poter risollevare il problema del lavoro e della disoccupazione per decreto?
SIEPI E RECINZIONI VERDI (seconda parte)
Alzare un muro o una siepe per dividere una proprietà e separare uno spazio privato da quello pubblico, è un gesto talmente abituale che nel farlo non ci poniamo troppe domande. Per prima cosa ci preoccupiamo dei costi, di certo non pensiamo che l’atto stesso di recintare sia all’origine della storia del giardino, un fatto che trova riscontro nell’etimologia comune del termine che in tutte le lingue, antiche e moderne, parlate in Occidente e nel Medio oriente, significa sempre: luogo protetto, recinto, chiuso, quindi il giardino non è altro che il luogo delimitato per eccellenza. Nel passato, l’uomo è riuscito a sopravvivere nel deserto e nelle foreste isolando uno spazio in cui era presente l’acqua e dove era possibile coltivare piante commestibili, poi, nei secoli, il recinto ci ha protetto dai pericoli, ci ha separati dal caos, dall’inciviltà e dalle cose brutte. Da cosa dobbiamo difenderci oggi? Quando penso alla fatica e alle cure necessarie per tenere in ordine una siepe di arbusti sempreverdi, mi chiedo sempre perché ci impuntiamo su una pratica che alla fine dei conti non ci difende nemmeno dai ladri e che, nel migliore dei casi, impedisce al nostro vicino di vederci in mutande. Il desiderio di un avere uno spazio a tutti costi privato, mi sembra ancora più assurdo quando penso che, nel tanto sudato isolamento del nostro giardinetto, ci mettiamo davanti a un computer e non ci facciamo nessun tipo di scrupoli nel metterci a nudo di fronte al mondo, spellandoci vivi nell’arena dei social network.
La bellezza di una siepe ben curata è sicuramente un ottimo motivo per desiderarla. Muri verdi di tasso e di carpino, barriere profumate di alloro, lecci potati ad arte, hanno lasciato un bel corredino di immagini dure a morire nel nostro immaginario collettivo, peccato che la bacchetta magica che le ha rese possibili, siano tempo, mezzi e braccia. Guardiamoci attorno, le siepi che circondano i nostri giardini non sono nemmeno lontane parenti di quelle meraviglie che gli eserciti di giardinieri del passato, riuscivano a coltivare e mantenere. Ci siamo illusi di poter sostituire la nobiltà del tasso, con cipressi leylandi e simili, magari con un bel fogliame argentato e a rapida crescita, ma con quali risultati? Siamo sicuri che quelle cose che abbiamo in giardino, rosicchiate da potature incostanti, piene di ciuffi che scappano da tutte le parti, secche alla base, siano proprio quelle che avevamo sognato? Potrei fare un elenco di tutte le nefandezze che si possono osservare camminando in città, le prime che mi vengono in mente sono le siepi con le foglie larghe tranciate dai tagliasiepi a motore, ma quelle che mi mettono tristezza sono quelle potate fino al legno perché, dopo anni di crescita libera, sono diventate troppo invadenti, in particolare quelle segate in sezione con tanta malagrazia da mostrare il loro interno nudo circondato da una corona di vegetazione. Se abbiamo lo spazio per una recinzione larga mezzo metro, perché ci ostiniamo a piantare siepi che in pochi anni si allargheranno per metri? Continuo a farmi delle domande, ma quali potrebbero essere le risposte alternative al tormentone “perché si fa così”? Innanzitutto, provare a ragionare con senso critico: una siepe può stare in campagna o in città, quindi guardare per un attimo che cosa ci circonda e magari pensare che il nostro microcosmo diventerà parte del paesaggio, sarebbe già una buona partenza. La prima analisi la facciamo con gli occhi, è un esercizio facile: cosa vediamo? Vediamo case, palazzi nuovi o vecchi, condomini, cortili, altri giardini, altre recinzioni, oppure ci sono campi, frutteti, ecc. E poi cominciamo a chiederci che effetto farà la nostra siepe in quel contesto. Non è difficile, ma per la nostra mentalità, quando si parla di giardino, è quasi impossibile uscire dalla logica dei desideri personali e ragionare in termini di immagine collettiva del paesaggio. Ogni caso ha la sua storia e il suo sviluppo, ma osservare il contesto e avere la consapevolezza del fatto che una siepe è una cosa viva, di sicuro, ci guiderà verso scelte meno banali della solita barriera di sempreverdi, per lo meno ci indicherà che se stiamo in città non potrà avere una forma libera come una siepe di campagna ma dovrà essere potata e in ordine, per non occupare la strada o i marciapiedi; quindi, se non abbiamo il tempo per farlo o i mezzi economici per garantirne una potatura ottimale, frequente e regolare, cerchiamo alternative. Un muro o una recinzione artificiale possono diventare un sostegno per rampicanti, ci sono tipologie per tutti i gusti, la cosa importante è non fare di un muro una siepe, coprendolo completamente di vegetazione. Avere mano leggera quando si pianta è sempre una buona partenza, usare la testa e non smettere di ragionare, è la cosa migliore.
Quando una città ha tra la sue caratteristiche positive quella di essere un buon riferimento per gli anziani, allora diventa un valore da non perdere e anzi da sviluppare in tutte le sue opportunità e Ferrara è sicuramente una città (e una provincia) a dimensione di anziani e questo la rende migliore.
Migliorare la qualità della vita e il benessere diventa allora uno degli obiettivi prioritari di chi svolge un ruolo politico per il territorio, perché quando una città ha una buona qualità di vita significa che la maggioranza della sua popolazione può fruire di una serie di vantaggi ambientali, economici e sociali che le permettono di sviluppare con discreta facilità le proprie potenzialità umane e permettere di condurre una vita relativamente serena e soddisfatta.
Questi obiettivi si ottengono principalmente riconoscendo il valore dei fruitori di servizi collettivi e sviluppando un welfare sociale che possa dare risposte ai cittadini e ai loro bisogni crescenti, possibilmente in un coinvolgimento attivo, sui temi appunto della qualità della vita.
È crescente a Ferrara il numero di anziani e crescono fortunatamente gli anziani autosufficienti e i pensionati impegnati nel volontariato. Per questo si può pensare che qualche anziano sia utile come valida risorsa della terza generazione. Di questo vorrei parlare, perché a mio avviso è possibile pensare ad una importante e crescente forza civile che sia disponibile per gli altri, in cui l’anziano non sia indicatore di criticità, ma anzi protagonista nella solidarietà.
L’invecchiamento è un processo che interessa tutti; il fenomeno è graduale e progressivo, lo sappiamo. Tuttavia la vecchiaia può assumere un significato positivo e può essere vissuta nel modo giusto… non è soltanto il momento della saggezza, ma può essere anche quello della creatività.
Ci si può allora chiedere se vi siano persone disponibili ad operare nel sociale tra coloro che hanno con merito e capacità lavorato tutta una vita e che ora, per anzianità e pensionamento, si ritrovano ad avere tempo, disponibilità, ma non sanno come impegnare queste fondamentali risorse.
L’obiettivo di fondo è la trasformazione dei bisogni dei cittadini in diritti, contrastando tutto ciò e tutti coloro che intendono trasformare i diritti in bisogni. Prenderne atto non è più sufficiente e dunque si deve poter pensare a come produrre processi di innovazione nel welfare, a partire proprio dal territorio, dai bisogni dei cittadini e magari in rapporto con tutti i soggetti sociali e gli enti locali.
Un buon programma diventa dunque quello di promuovere l’impegno degli anziani nel volontariato e aumentare l’impegno civico; si deve pensare il volontariato come la ricerca di relazioni con gli altri riconosciuti titolari di diritti e per questo ci si deve mettere a disposizione per gli altri in una logica di reciprocità e responsabilità. Un approccio logico che si propone è dunque di analizzare quanto valga la relazione di sistema tra proposte istituzionali e offerte individuali di disponibilità in un ampio contesto di offerta di servizi utili al benessere dei cittadini.
Questo impegno significa ricercare con la disponibilità di tempo e la voglia di fare di rinnovare l’impegno per combattere la solitudine e per ritrovare il senso dello stare insieme. Oggi questo si chiama “Housing sociale e welfare community”.
Indica genericamente il bisogno di compagnia, per fare una passeggiata, aiutare a fare la spesa, disbrigare pratiche d’ufficio, recarsi dal medico, fare cure terapiche o esami clinici e molto altro di cui si avverte la necessità.
Può però anche essere l’occasione di ritrovo di zona per trascorrere il pomeriggio insieme, fare una partita a carte, leggere il giornale, ascoltare musica, giocare a tombola o altre attività di svago, ma può anche valorizzare una innovativa politica abitativa sociale (abitazioni temporanee, cohousing, fondi assistenza, finanziamenti etici, etc) e dunque ampliare il tema dell‘abitare, promuovere una politica abitativa che realizza tipologie edilizie diversificate, flessibili, facilmente fruibili e con sistemi di servizi integrati per categorie sociali in difficoltà.
Io però mirerei anche più in alto.
Se la città infatti è un insieme di case, queste non devono diventare il rifugio di solitudini, ma anzi lo strumento per permettere la condivisone di momenti di socializzazione e di senso del collettivo.
Esiste infatti anche una opportunità più qualificante per recuperare le esperienze “alte” di professionalità che possono (anzi devono) offrire le proprie competenze per supportare i giovani, per qualificare il fare impresa, per formare e per rafforzare la capacità intellettuale e delle competenze che un sistema collettivo può dare.
Nel complesso tema della transizione, ovvero nel passaggio dal mondo della scuola (soprattutto universitaria) al mondo del lavoro potrebbe essere utile l’esperienza di chi “ha già vissuto” e ha fatto “alcuni errori”. Penso a percorso formativi di supporto intergenerazionale e di corsi di apprendimento. Anche il costoso e impegnativo ruolo del controllo e della verifica potrebbe essere degno di attenzione (già mi vedo le facce dei contrari).
“Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany… comprerei i mobili e darei al gatto un nome”.
Holly Golightly è una vera matta, bella, elegante, dolce, femminile, originale, ma allo stesso tempo tenera, solitaria e ingenua. Un’autentica icona ancora oggi.
Una delle locandine
La prima sequenza di “Colazione da Tiffany”, film del 1961 diretto da Blake Edwards, con Audrey Hepburn e George Peppard, tratto dall’omonimo romanzo di Truman Capote, si apre con la dolcissima melodia di “Moon River” e l’immagine della Quinta Strada di New York, deserta nelle prime e rugiadose ore del mattino. Un taxi giallo si ferma, ne esce una giovane ragazza che si avvicina alla vetrina della splendente gioielleria Tiffany, tenendo tra le mani un sacchetto dal quale estrae una brioche e un bicchierino di caffè. E’ così che fa colazione: indossa un sontuoso abito, una collana importante e molto appariscente e porta un diadema tra i capelli; i grandi occhiali da sole nascondono appena un’aria malinconica e sognante.
La mitica Holly
E’ la nostra Holly, tanto amata e invidiata, donna-bambina dal fisico elegante e asciutto… quasi una leggera gazzella sregolata e un po’ (molto) ansiosa. Timorosa di quella partita di caccia che è la vita, dei dispiaceri e delle difficoltà che essa comporta. Paurosa, spontanea e fragile, Holly è alla continua ricerca di un uomo capace di amarla, di prendersi cura di lei, di seguirla, di proteggerla, come molte altre donne. Anche se tutti gli uomini con i quali è uscita sono da lei definiti come dei “super vermi”, in fondo al cuore cerca il principe azzurro, ma non lo ammette.
La locandina del film restaurato
Finché, un bel giorno, incontra l’affascinante e biondo Paul Varjak, il suo nuovo vicino di casa scrittore (e anche per questo sognatore), che non esita a chiamare “tesoro” e a battezzarlo Fred, come il suo amatissimo fratello al fronte. Paul è mantenuto da una donna sposata, Liz, la sua arredatrice, un po’ come Holly che vive grazie al sostegno dei suoi numerosi accompagnatori. La simpatia che nasce fra i due è immediata. Holly è strana, ha il telefono nella valigia per non sentirlo troppo, conserva un paio di ballerine nel frigorifero, di mattina beve latte e champagne, ha un gatto che adora, senza nome, perché lui non le appartiene, perché nessuno appartiene veramente a nessun altro.
E’ tanto fresca, simpatica, vivace e allegra quanto malinconica, solitaria e indipendente, proprio come il suo gatto. Paul, un po’ svogliato (ma è tanto romantico e attento), sopravvive grazie a lavoretti vari ed è sempre in cerca d’ispirazione. Bella coppia.
The happy end
Scatterà finalmente la scintilla fra i due e Paul saprà come far cadere muri e resistenza, con un amore immenso, come quelli che si sognano da sempre. Film intrigante, divertente, avvincente e a lieto fine, con un finale romantico sotto una pioggia che spazza via ogni dubbio e timore. Oggi ce n’è bisogno, di film così. Il tutto accompagnato dal bellissimo tubino nero di Audrey, dai suoi guanti bianchi di seta, dalla passione per Tiffany (come non averla…) e da una splendida musica di Henry Mancini, vincitrice dell’Oscar alla migliore colonna sonora nel 1962.
Colazione da Tiffany di Blake Edwards, con Audrey Hepburn, George Peppard, Patricia Neal, Buddy Ebsen, Mickey Rooney, USA 1961, 115 mn.
Il 31 ottobre 1984, il più grande attore del teatro italiano del ‘900, l’immenso, fantasmagorico e intramontabile autore di testi come “Napoli Milionaria”, “Questi fantasmi!”, “Natale in casa Cupiello”, moriva, a Roma, all’età di 84 anni.
Eduardo
Ricordiamo tutti la sua intensità, la sua forza, il suo coraggio, la sua franchezza, la sua sincerità, il suo viso magro, smunto, scavato, scarnito e malinconico, la voce afona e velata dovuta agli abiti umidi indossati nei primi e lontani camerini teatrali scavati nella roccia, la sottile ironia e l’umanità di Eduardo De Filippo. Napoli sempre con lui, in lui. Tutto questo se ne andava, tristemente, Eduardo salutava per sempre il suo pubblico.
Sandro Pertini lo nomina senatore a vita
Aveva scritto e interpretato oltre 55 commedie, con una carriera iniziata al Teatro Valle di Roma nel 1904 (quando a soli 4 anni era apparso in braccio a un attore) e la sua prima commedia, scritta nel 1920, “Farmacia di turno”. C’erano stati, poi, l’incontro con Pirandello agli inizi degli anni Trenta, le commedie degli anni quaranta (“Filomena Marturano” e “Napoli Milionaria”), e la messa in scena, nei primi anni settanta di diverse sue commedie a Londra e New York dirette da Laurence Olivier, fino alla nomina, nel 1981, a senatore a vita, voluta dall’indimenticabile Sandro Pertini.
Oggi, ci sarà il suo ricordo in Senato, e l’opera “Le voci di dentro”, in scena al San Ferdinando di Napoli, verrà riproposta su Rai 1, nella replica del 2 novembre delle 16.45, con la regia d’eccezione di Paolo Sorrentino. Da non perdere.
I suoi capolavori gli sono sopravvissuti, nello spazio e nel tempo, ogni parola in più è pura retorica, l’omaggio a questo piccolo e immenso uomo è d’obbligo. Solo un pensiero, allora. Un onore averlo fra gli italiani.
E noi lo vogliamo ricordare così, con il suo ultimo discorso, un vero inno al teatro [vedi] e con una sua bellissima poesia. Perché Eduardo è sempre Eduardo, uomo-galantuomo.
Si t”o sapesse dicere
Ah… si putesse dicere
chello c’ ‘o core dice;
quanto sarria felice
si t’ ‘o sapesse dì!
E si putisse sèntere chello c’ ‘o core sente, dicisse: “Eternamente voglio restà cu te!”
Ma ‘o core sape scrivere? ‘O core è analfabeta, è comm’a nu pùeta ca nun sape cantà.
Se mbroglia… sposta ‘e vvirgule… nu punto ammirativo… mette nu congiuntivo addò nun nce ‘adda stà…
E tu c’ ‘o staje a ssèntere te mbruoglie appriess’ a isso, comme succede spisso… E addio Felicità!
Il rapporto tra medicina e meteorologia è antico, Ippocrate era sicuro ci fosse un rapporto molto stretto; stessa conclusione per i maestri della tradizione cinese. Tutti noi poi, spesso ci affidiamo più al corpo che ai siti ufficiali per capire come vestirci prima di uscire di casa. Addirittura ci sono persone con artrosi che affermano di poter prevedere il tempo con le ginocchia, perché è vero, le ginocchia sono la parte del nostro corpo che ‘sente’ di più i cambiamenti meteo, e anche a livello scientifico si è scoperto di recente il legame tra dolore al ginocchio e previsioni del tempo.
Ciò non significa che si debbano prender per buone le previsioni del tempo di tutti i sofferenti di artrite: per ora la scienza ha attribuito valore oggettivo alla sensibilità meteoropatica delle sole artriti al ginocchio, senza peraltro poter proporre alcuna valida spiegazione di questa misteriosa ma evidente correlazione tra clima e intensità del dolore.
Come dicevamo, la relazione tra il dolore e il tempo è stata ampiamente studiata, soprattutto nelle persone con artrite. Ma mentre un certo numero di studi ha dimostrato che l’elevata umidità accoppiata ad una bassa pressione atmosferica è di fatto associata a dolore o rigidità alle articolazioni, deve ancora essere stabilita una relazione veramente oggettiva tra il tempo e la gravità dell’artrite. Per esempio, i pazienti con artrite o artrosi non denunciano forti aumenti dei sintomi durante il bagno o il nuoto. Inoltre, i pazienti tollerano facilmente oscillazioni della pressione atmosferica durante il volo nei pressi di una tempesta.
Se è vero che c’è un legame tra meteorologia e dolori articolari, che cosa causa allora il dolore?
Poiché non vi è ancora alcuna conclusione scientificamente provata sul rapporto tra il tempo e l’artrosi, una spiegazione plausibile è che comunque i cambiamenti del tempo influenzano i legamenti già offesi e si gonfiano, irritando i nervi. Un altro dato è che il liquido all’interno dell’articolazione si espande quando la pressione dell’aria scende, causando rigidità e dolori.
Ma questi legami trovano sempre maggiori conferme: Robert Jamison, professore alla Harvard medical school spiega che “il legame è diretto ed ha motivazioni biologiche”. Stesso parere viene espresso dal Centro reumatologia di Cordoba in Argentina che ha appena ripubblicato uno studio del 2010, aggiornandolo: “Per chi soffre di artrite, ma non solo c’è una relazione matematica tra i due fattori. Anche se poi varia da soggetto a soggetto”. Da noi se ne sono occupati gli scienziati del Cnr, secondo i quali manifesta i sintomi un italiano su quattro. Gli studi sulle cavie animali aggiungono prove. E non è solo una questione di previsioni del tempo, il clima ha un’incidenza diretta sulla nostra salute. Secondo una ricerca della Società europea di cardiologia, che ha passato al setaccio 16mila pazienti, il freddo aumenta i rischi di infarto: ogni 17 gradi Fahrenheit le probabilità salgono del 7%. Influenze negative le possono avere anche l’esposizione al vento e gli sbalzi di pressione atmosferica che mandano in tilt l’ipotalamo (struttura del sistema nervoso che controlla la nostra temperatura corporea). Durante i cambiamenti climatici ci sarebbe una riduzione delle endorfine con conseguente diminuzione della soglia del dolore (cioè il livello al di sotto del quale non sentiamo dolore, e al di sopra di cui lo avvertiamo).
Come contrastare i dolori articolari legati al tempo
Per contrastare gli effetti della metereopatia, occorre rinforzare le difese immunitarie, cercando di tenere sotto controllo lo stress. Bisogna stare il più possibile all’aria aperta, anche d’inverno, non tenere troppo alto il riscaldamento (18-20°), non avere in casa aria né troppo umida né troppo secca, evitare ambienti fumosi, areare spesso, a meno che non si abiti vicino ad arterie molto trafficate, poiché l’aria che entrerebbe sarebbe peggiore di quella che esce, dal momento che l’inquinamento atmosferico è una delle cause dirette dell’abbassamento delle difese immunitarie.
Da uno studio del Centro di ricerche in bioclimatologia medica, biotecnologie e medicine naturali dell’Università degli studi di Milano del 2002, risulta che ricostituenti e sedativi naturali sono ottime cure contro il “mal di tempo”. Per i soggetti stressati tè verde, caffè d’orzo, tisane di tiglio, camomilla, salvia, biancospino ed ulivo sono un toccasana. Per i soggetti depressi, invece, meglio i preparati a base di iperico, ginseng, pappa reale, propoli e miele.
“È stato un viaggio ‘alla ricerca di’ sulle tracce dei cittadini ferraresi di origine ebraica scomparsi ad Auschwitz, ma è stato anche un viaggio nella perdita dei diritti umani”, così la professoressa Anna Maria Quarzi – direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – descrive la visita degli studenti ferraresi al campo di sterminio di Auschwitz-Bikenau.
Bambini detenuti ad Auschwitz
Questo viaggio, infatti, rappresenta “la conclusione di un percorso di preparazione e di ricerca svolte dai ragazzi insieme ai loro insegnanti e ai collaboratori dell’Istituto”, sottolinea la professoressa, “perché l’obiettivo che ci siamo posti dall’inizio è stato evitare un’esperienza solamente emotiva, senza la componente della riflessione”. Il progetto Viaggio e memoria tracce, parole, segni sulle orme dei cittadini ferraresi di religione ebraica deportati ad Auschwitz, promosso dall’Istituto di Storia Contemporanea con la collaborazione del Meis-Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, che ha ricevuto il finanziamento dell’Assemblea Legislativa della regione Emilia Romagna, ruota intorno all’idea di un apprendimento critico, lontano dal ‘dovere della memoria’. Ha perciò coinvolto i ragazzi del liceo artistico Dosso Dossi e dell’istituto tecnico Aleotti attraverso cicli di incontri, lavori di ricerca sulla comunità ebraica ferrarese e sui suoi componenti, la realizzazione di mostre presso il Meis e di uno spettacolo teatrale andato in scena alla Sala Estense. Lo scopo, spiega la professoressa Quarzi, “era far conoscere ai ragazzi ciò che è successo nella loro città, il fatto che i luoghi che vivono quotidianamente sono stati teatro della privazione di diritti e che è accaduto a cittadini pienamente integrati nella vita della comunità ferrarese, di cui anzi spesso erano i protagonisti”. “Anche per la visita al campo di concentramento – continua la direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea – abbiamo voluto guide mirate, che non hanno fatto leva sulle emozioni, ma hanno ricostruito in modo molto oggettivo il funzionamento del campo di Auschwitz, dall’internamento dei primi prigionieri polacchi, alla Soluzione Finale, alle marce della morte. Inoltre il sistema concentrazionario è stato contestualizzato all’interno di un percorso storico-politico che aveva le proprie radici nel pangermanesimo e che ha trovato poi un terreno fertile nell’antigiudaismo polacco di matrice cattolica-popolare”.
Anna Maria Quarzi è direttrice dell’Istituto di storia contemporanea di Ferrara
Il viaggio si è svolto dal 21 al 25, durante la settimana della lingua italiana nel mondo, “per questo abbiamo fatto tappa anche all’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia, scoprendo diversi legami e corrispondenze fra la storia e la cultura italiana e polacca. L’ultimo giorno l’Istituto ci ha messo a disposizione una guida per la visita della città che ci ha portato nel quartiere Kazimierz, la zona dell’insediamento ebraico di Cracovia, e ha concluso il percorso nella cosiddetta Piazza delle sedie: la piazza del ghetto istituito dai nazisti, dove ora c’è un’installazione di due artisti polacchi composta da alcune sedie che vogliono essere l’emblema di una comunità perduta”. Attraverso questa visita “i ragazzi hanno potuto capire come, dopo l’oblio seguito al conflitto, ora la Polonia stia tentando di recuperare la memoria della propria comunità ebraica e delle sue relazioni con la popolazione in maggioranza cattolica”.
“Uno dei momenti più forti – confessa Anna Maria Quarzi – è stata la serata di riflessione e dibattito dopo la visita ad Auschwitz-Birkenau, che i ragazzi hanno avuto con gli adulti dell’Anpi che ci hanno accompagnato: una sorta di dialogo fra le generazioni attraverso cui scambiarsi impressioni e opinioni”.
Ora, come mi spiega infine la professoressa, “iniziamo una nuova fase di questo progetto, con la realizzazione di un video del viaggio e nuovi incontri nelle scuole che vorranno intraprendere questo percorso di approfondimento: il tutto sempre opera degli studenti, che devono rimanere i protagonisti attivi di queste iniziative, in modo che le conoscenze acquisite e le emozioni provate siano uno stimolo per riconoscere gli indizi e gli episodi di discriminazione e privazione dei diritti nella loro vita quotidiana”.
E’ abbastanza facile dimostrare che la cosiddetta concertazione c’entra assai poco con gli schemi classici della democrazia rappresentativa, che prevedono modelli in cui la legittimazione del governo si fonda esclusivamente sull’esito del voto popolare a suffragio universale ed escludono di conseguenza che i cittadini possano disporre di un potere di rappresentanza ulteriore per il fatto di essere imprenditori, lavoratori dipendenti, pensionati. In una democrazia rappresentativa la ricognizione dei bisogni e delle necessità presenti a livello sociale è il compito principale della politica, che le traduce nei programmi che partiti e coalizioni sottopongono al giudizio degli elettori.
Altra cosa è evidentemente la gestione dei rapporti che riguardano direttamente le forze sociali, la negoziazione contrattuale in primis, che le vede agire in totale autonomia all’interno del quadro legislativo vigente, sul quale tuttavia il potere politico, legittimato dal Parlamento, può intervenire per ragioni di interesse generale.
In quest’ottica la richiesta delle forze sociali di “contrattare” direttamente con l’esecutivo il contenuto delle leggi che approva il Parlamento ha ben poco fondamento ed è tutt’al più assimilabile ad una legittima attività di lobby. Un conto è infatti il dovere da parte di chi governa di ascoltare tutte le voci del Paese, ben altro sarebbe invece l’obbligo di dover ottenere da alcune di esse una qualche forma di consenso preventivo.
Per anni in molti a sinistra hanno ritenuto che il modello della concertazione, che indubbiamente ha consentito in passato al Paese di superare alcuni momenti difficili, fosse l’espressione di una democrazia più ricca e avanzata, nella quale, alla rappresentanza politica espressa con il voto, si affiancava quella sociale, espressa dalle organizzazioni delle diverse componenti che costituiscono la società. Ma è proprio/ancora vero?
In primo luogo si osserva che questo schema ha certamente rappresentato per le forze di opposizione una sorta di elemento di garanzia, che consentiva di estendere il loro potere di interdizione nei confronti di chi governava al di là dei rapporti di forza in parlamento. In un’ottica puramente difensiva, come è stata quella che per anni ha prevalso, è innegabile che questo modello abbia consentito di limitare qualche danno; anche se non a costo zero, perché è emerso con chiarezza che nella percezione dell’opinione pubblica questa sorta di delega impropria della politica alle rappresentanze dei lavoratori appariva come una forma di indebita commistione e confusione di ruoli, che certamente non aiutava ad acquisire consenso chi si proponeva come forza alternativa. In questo modo inoltre chi governava poteva trovare facili giustificazioni per i propri insuccessi, diluendo di fatto la propria responsabilità di fronte agli elettori ed alimentando la percezione di una sostanziale omogeneità e trasversalità nella gestione della cosa pubblica.
C’è poi un problema più sostanziale, perché la concertazione attribuisce un potere assai ampio a forze la cui reale rappresentatività col passar del tempo è tutta da dimostrare, a maggior ragione in un mondo che cambia molto rapidamente. Basta provare a chiedere, ad esempio, quanti imprenditori si sentano oggi rappresentati da Confindustria ed in quale misura, mentre d’altro canto è del tutto evidente che l’esplosione della disoccupazione e del lavoro precario ha lasciato progressivamente scoperte fasce sempre più ampie ed importanti della società, che le tradizionali organizzazioni dei lavoratori obiettivamente non rappresentano, così come la nascita di nuovi modelli di impresa e paradigmi di iniziativa economica (penso ad esempio al terzo settore) ha ridotto di parecchio la capacità di rappresentanza delle organizzazioni datoriali esistenti.
Non è nemmeno accettabile la posizione di chi fa discendere un’ipotetica imprescindibilità della concertazione addirittura dall’articolo 1 della Costituzione, che assegna sì al lavoro il ruolo di elemento fondante del patto sociale, ma certamente non prescrive e nemmeno suggerisce alcun canale parallelo attraverso il quale i rappresentanti delle categorie sociali, anche a voler prescindere dalle modalità della loro selezione, possano essere interlocutori obbligati dei poteri dello stato.
Molto meglio quindi che ciascuno ritorni al proprio ruolo e si assuma per intero le proprie responsabilità: alle parti sociali quella di portare avanti con tutti i mezzi previsti dalla legge gli interessi dei propri associati e a chi governa l’obbligo di elaborare una sintesi che persegua l’interesse generale, lasciando agli elettori le valutazioni sulla sua efficacia ed equità.
Sergio nato in Uruguay, vive a Serravalle, provincia di Ferrara. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio, figlio di un padre alcolizzato in una casa senza mattonelle, col pavimento di terra, le porte aperte, una madre affetta da precoce artrite reumatoide. Gli occhi neri, i capelli ricci, una sorella e poco da mangiare. Quel poco gli bastava, però la famiglia cerca fortuna a Buenos Aires perché “per essere felice devi avere, questo il tranello capitalista”.
Sergio con la sua classe elementare. Seduto in basso, il secondo da sinistra
“A Buenos Aires, nel quartiere popolare Boedo, in frigo c’era sempre la coca cola e io credevo fossimo ricchi. Poi mio padre perse il lavoro. Presi un secchio d’acqua, mi inventai un mestiere lavando le vetrine dei negozi della città ogni pomeriggio, fino a raggiungere 50 pesos al giorno, in un mese diventava la paga di un operaio.”
Intanto, la mattina frequentava il liceo. Un giorno qualcuno gli poggia la mano sulla fronte. E’ un giorno come un altro in cui il sole per l’ennesima volta è risorto. Qualcuno tocca delicatamente la sua testa e chiede “come sta la tua anima, Sergio?”. E’ la professoressa di letteratura Beatriz Luque, un fratello desaparecido e il coraggio di non calare mai la testa di fronte ai militari.
Manifestazione di protesta contro il default argentino del duemila
Sergio con la cresta punk, poi fricchettone, comunista, anarchico che non perde occasione per gettare la sua rabbia in Plaza de Mayo, negli scontri con la Celere, a lottare contro un sistema iniquo, ingiusto. Osserva questa donna e inizia a credere di poter cambiare. Ha visto tanti amici di infanzia risucchiati nelle favelas, persi per sempre.
Da quel giorno iniziò ad apprezzare la poesia, l’arte. Quel giorno forse ha scelto lui, lo ha convinto a diventare un uomo, nonostante tutto. Sarebbe potuto rimanere tra i vicoli di Buones Aires. Invece, stasera, mentre scrivo, il ragazzo del quartiere Boedo chiude il suo banco colorato di cactus, tartarughe, animali, lune, stelle, e torna da un bambino che lo aspetta per giocare prima di dormire, lì, giù a Serravalle.
Le ceramiche di Pachamama
Serravalle frazione di Berra, cinquemila anime verso il Delta del Po. Quasi alla foce del Grande Fiume. Serravalle che non va in televisione. Poco distante da Padova, Ferrara, Ravenna, eppure lontana dal mondo perché non appare, sembra non servire. Serravalle provincia di dove finisce la provincia e i ragazzi fuggono a Bologna, a Milano, a Padova. Fuggono, ignari del fatto che non si sfugge al luogo in cui si cresce. Serravalle tra acqua e terra, estremo lembo orientale, adriatico, di un Nord ancora bizantino. Un luogo lontano dal clamore, nel cuore del settentrione. Una scura e profonda pianura il cui suolo sa ancora di mare.
Nonna Maria
In Patagonia “ho visto la vita da vicino e la mia esperienza dice che chi possiede meno è più generoso”. E’ stato il viaggio più bello prima di approdare in Europa. “Mi manca molto mia nonna. Una donna analfabeta, madre di undici figli. Una persona saggia che per me aveva sempre il sorriso”. Dopo il diploma sceglie la Scuola di oreficeria statale. E’ andata così: lui lavava le vetrine e, sulla stessa strada, un orafo cileno vendeva la sua merce. Sergio si avvicina per fargli i complimenti e l’orafo lo invita a sedersi: “chiunque è capace di imparare”. Questo episodio fu un ennesimo inizio. Ma nel duemila arrivò il fallimento dell’Argentina. Si ritrovò di nuovo al verde, in mezzo a una strada. Spinto dal bisogno di sostenere se stesso e la propria famiglia. Da clandestino, il nostro ragazzo approda a Madrid, quindi a Bologna. Nella città dei portici si inventa maestro di spagnolo: “La prima volta che vidi la Sala Borsa, sede di una grande biblioteca, non riuscii a trattenere le lacrime. E’ difficile spiegare da dove vengo e cosa sia l’Europa per un ragazzo uruguaiano poco più che ventenne della provincia del Rio Negro. E’ stato prendere uno shuttle per andare su Saturno”, racconta.
Elisabeth, fondatrice del laboratorio artigianale Pachamama
A Bologna trova lavoro come orafo, viene assunto, legalizzato. Mette da parte un bel gruzzolo, deciso a ritornare in Argentina. Prima però, insieme a tre amici, un ultimo viaggio verso il sud dell’Italia. Nessuno gli poggia la mano sulla fronte, stavolta. Nessuno a chiedergli come stia la sua anima ora che, a migliaia di chilometri da casa, ha dei risparmi. Ora che è quasi un uomo. Il viaggio finisce prima di cominciare. Termina sull’isola d’Elba, dove i suoi occhi neri si fermano su quelli altrettanto scuri di Elisabeth, artigiana, ceramista ferrarese. Mentre gli occhi sono occupati, fermi, lei attraversa l’anima, cammina sui suoi desideri, seguendoli prende asilo nel cuore di Sergio. Neanche sei mesi e viene concepito il piccolo Inaki.
Elisabeth e Sergio davanti alla loro bancarella
Nel frattempo si è sviluppata Pachamama. Nella antica lingua Incas ‘madre terra’. Il progetto di Elisabeth prende il nome proprio dalla terra. Nulla di meglio per chi, come lei, da tempo lavora con le mani nell’argilla: “Tutto ciò che è pietre preziose, oro, è sporco di sangue”, dice, “Preferisco guidare il mio vecchio furgone Ducati. Preferisco le mani nell’argilla, la nostra ceramica a chilometri 45″, tanto dista Serravalle da Ferrara.
“Nella mia vita è un pesce palla che surfa, non un delfino. Da tempo ho abbandonato gli slogan, i passamontagna, la protesta. Quello in cui credo cerco di dimostrarlo con l’esempio, con la mia vita”, dice il ragazzo del Rio Negro, quello delle vetrine da lavare, l’orafo, l’insegnante di spagnolo, vissuto al Boedo, dove “costa meno una pallottola che un preservativo”, è cresciuto e oggi la sua anima sta bene. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio che viene da una casa senza mattonelle, col pavimento di terra. Gli occhi neri, i capelli ricci una sorella e poco da mangiare. Uomo, padre che sa come si diventa uomo. Uomo che sa come fare il padre.
Hasta siempre, cari Sergio ed Elisabeth!
Racconto pubblicato nel blog di Sandro Abruzzese Racconti viandanti [vedi]
I believe very urgent to change our ancient, terrible and modest italian language: we must speak and write american, not american of William Faulkner, too much aristocratic, but the slang of the
metropolitan shantytown and of the cockney-men. It’s necessary to change now because people doen’t understand if you speak italian, all is yankee, also my underpants are yankee and I become a poor little italian idiot, so Renzi says. Do you know Renzi Matteo? He is a young man who doesn’t love democracy, oh my God!
Mi sono accorto a questo punto che stavo scrivendo nella paccottiglia linguistica che contraddistingue la comunicazione scritta e orale tra gli italiani oggi, una sorta di parlata da cui il vecchio, caro idioma di Manzoni depurato in Arno è stato bandito con ignominia per correre velocemente verso un linguaggio che non rappresenta più l’unità culturale di un Paese, ma è il composto di varie ignoranze, le quali, unite in un fascio, determinano l’incomparabile confusione (scusate: casino) di oggi. Pochi giorni fa, leggendo il mio giornale del mattino, mi è scappato l’occhio su una pubblicità di oltre mezza pagina, oh non c’era una sola parola d’italiano! Allora ho chiesto alla nostra collaboratrice domestica moldava, la Dora benedetta, di che cosa si trattasse: non so, mi ha risposto, l’italiano non lo conosco ancora bene. Meno male, ho pensato, siamo in due. Ma ci si immagina quando la Dora vede il telegiornale e affettati signori in grigio fumo di Londra le parlano di spending review? Se dicessero revisione della spesa, povera Dora!, anche lei capirebbe, invece niente, oggi è necessità categorica tagliar fuori dal linguaggio del potere il numero più possibilmente largo di persone, non si sa mai che si aumenti la quantità di coloro che comprendono. But what is fucking around Mr Renzi (letteralmente che cacchio c’entra tutto questo con Renzi?, ma vedete com’è volgare?). C’entra, c’entra, Renzi ormai c’entra sempre: c’è gente alla quale il nostro ineffabile Presidente appare ogni giorno circondato da corone di rose in un effluvio di profumi, è come la Madonna Renzi. Oh my God!
Carissimo Dario Franceschini, ho conosciuto alcuni dati sulla cultura in Italia che definire inquietanti è davvero ridicolo: dunque, nel nostro colto Paese oltre 31 milioni di cittadini non leggono un libro, un solo libro, nell’arco di un anno; i quotidiani perdono copie ogni giorno, se ne vendono meno di quanti ne venissero diffusi nel 1924; le donne, che dovrebbero rappresentare nell’immaginario dei nostri intellettuali la forza rivoluzionaria, proprio non leggono, al massimo le didascalie di quei giornaletti settimanali di pettegolezzo, unica merce ‘culturale’ in allarmante aumento; peggio ancora, il 6 per cento della popolazione non sa leggere né scrivere. Ma quel che più spaventa, caro Dario, è quell’indagine compiuta sui tuoi colleghi in Parlamento, i quali, alle domande culturali rivolte loro, hanno dato risposte alla Totò dei tempi migliori, come “chi era Mao?”, risposta: il capo di una setta religiosa. E in questo paese vogliamo che la signora Dora, tra l’altro bravissima cuoca – non è poco – sappia che cos’è il fiscal drag!
Riprendendo alcuni spunti di riflessioni dall’ultima conferenza, tenuta la settimana scorsa in provincia di Ferrara, vorrei sottolineare cosa accade nelle famiglie in cui un componente si ammala di un disturbo alimentare.
Vi è inizialmente un effetto anestetico del sintomo sulla famiglia, nel senso che i genitori non vogliono vedere cosa sta accadendo al figlio o alla figlia, perché troppo angosciante.
I genitori sono vittime del sintomo e anche i destinatari; il sintomo veicola un messaggio che è da decodificare per i genitori.
Il sintomo costringe i genitori ad assumere comportamenti paradossali e controproducenti , come ad esempio chiudere la cucina a chiave o mettere lucchetti al frigorifero o alla dispensa. Tutta la famiglia ruota attorno al potere del sintomo, che si impone e detta legge. Tutti i tentativi di controllo sono destinati, tuttavia, a fallire. Più ci si concentra sul cibo, che rappresenta la punta dell’iceberg di un disagio molto più profondo, e più paradossalmente, involontariamente, lo si rinforza. Quando il disturbo alimentare diventa evidente, all’anestesia si sostituisce l’angoscia e compaiono sentimenti contrastanti: ansia, paura, rabbia, senso di impotenza e fallimento. Proprio perché il disturbo alimentare è un sintomo complesso è fondamentale che anche la famiglia compia un percorso di cura. A volte, in casi iniziali di disordini alimentari, è sufficiente che la famiglia faccia un percorso di cura e quindi si ridisponga in altro modo nella relazione perché il figlio o la figlia guariscano. I genitori all’inizio della terapia vengono per il soggetto che manifesta il disagio, lontani da una loro implicazione soggettiva, non capisco perché la figlia o il figlio si sono ammalati. Arrivano in terapia con una domanda di cura per il figlio o la figlia, chiedendo che tornino come prima. Poi incontrano la propria impotenza che si rispecchia nel corpo emaciato della figlia e nel rendersi conto del potere che il sintomo stesso ha sulla figlia. Il corpo emaciato rimanda a loro un “tu non sei stato…”. Si chiedono perché tale sciagura sia capitata proprio a loro. Poi durante il percorso terapeutico intuiscono che c’è una loro implicazione nel sintomo. Per far ciò occorre attraversare la propria impotenza, il proprio senso di colpa e di fallimento e imparare a non farsi angosciare da un sintomo così terrificante, che consuma il corpo del figlio fino a farlo scomparire e a metterlo, a volte, a rischio di vita. L’anoressia-bulimia punta a incrinare e lacerare il sentimento di amore materno e paterno e l’idea di essere stati dei buoni genitori. Occorre aiutare i genitori ad uscire dalla colpa o dalla banalizzazione educativa per ritrovare una propria indispensabile centralità, la loro soggettività e il loro dolore rispetto a ciò che accade. I genitori devono imparare a rinunciare all’idea di salvare la figlia a tutti i costi, solo così potranno realmente aiutarla. I genitori passano da una richiesta iniziale di aiutarli ad aiutare la figlia o il figlio, quindi dal sintomo del figlio, a una domanda di sapere su di sé,cioè una domanda di cura: dal “come si fa” al “perché mia figlia non mangia?”, quindi si aprono ad un’interrogazione soggettiva. Una madre riferisce in seduta parlando della figlia: ”Lei esibisce fiera quanto è dimagrita, sembra compiaciuta di come si è ridotta..a volte penso che lo faccia per ferirmi mostrandomi come si è ridotta per colpa mia. Ma oggi so che ridursi così è anche una scelta e ho iniziato a capire che la colpa che comunque sento dentro di me non è la stessa di prima che mi manipolava e ricattava. Oggi è più un mio dolore e mi sento più libera dagli artigli dell’anoressia”. Occorre imparare a prendere le distanze dal sintomo per impoverire il suo potere e far emergere il messaggio criptato che sintomo contiene. È indispensabile inoltre restituire ad ogni membro la specificità della sua posizione e la particolarità della sua parola.
Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali. baratellichiara@gmail.com
In principio la Rete non fu Verbo, ma solo canale: mezzo tramite il quale trasmettere contenuti concepiti e sviluppati secondo le logiche dei media tradizionali. Così abbiamo assistito alla fase in cui i quotidiani semplicemente riversavano in pdf i propri materiali cartacei e in seguito visto nascere goffi prototipi di giornali digitali dai contenuti tendenzialmente statici. E’ servito un po’ di tempo affinché le potenzialità di internet fossero comprese appieno e si dispiegassero in innovativi progetti editoriali realmente capaci di esaltarne le più specifiche connotazioni.
Oggi, immediatezza, interattività, multimedialità sono i tratti distintivi del giornalismo online. Così come lo sono la possibilità di personalizzare i percorsi di lettura e l’opportunità di archiviare e attingere notizie, interrogando con facilità infinite banche dati pregne di una quantità inimmaginabile di informazioni in continua espansione. La rete, da mero contenitore si è fatta contenuto. Ma non solo nel senso indicato da Mc Luhan quando segnala che il mezzo è il messaggio poiché condiziona in maniera determinante la fruizione da parte dell’utente; la rete è contenuto soprattutto perché ha imposto nuove logiche e nuovi modelli di informazione a livello di produzione e ha quindi indotto la definizione di un nuovo standard giornalistico. E in quanto contenuto, ormai prevalente fra i giovani, la rete impone il proprio verbo, condizionando anche i media tradizionali e costringendoli a riconsiderare se stessi alla luce delle nuove abitudini.
Di questo fenomeno, al di là degli aspetti sostanziali, sono un’esteriore e appariscente spia l’adozione, da parte dei vecchi media, di format grafici che emulano, o talvolta solo scimmiottano iconograficamente, gli attributi propri dell’online. La rete fa tendenza. E ora, dopo avere affermato le proprie peculiarità in termini di status e dignità di prodotto, può tornare a fungere simultaneamente anche da canale senza snaturare se stessa e senza porre a rischio l’acquisita identità. In quanto canale, la rete e gli strumenti che ne sono propaggine (computer, smartphone, tablet eccetera) assecondano i bisogni attuali, anche fungendo da supporto a prodotti editoriali semplicemente trasferiti in formato digitale.
I libri costituiscono l’esempio più eclatante di questa rigenerata attitudine: i contenuti restano di base statici ma si arricchiscono di una serie di funzioni interattive, che vanno dal banale segnalibro elettronico alla possibilità di scrivere commenti a margine del testo o di ottenere simultanee traduzioni oppure esplicazione dei significati, all’opportunità di condividere la propria esperienza con altri utenti/lettori o semplicemente con se stessi, attraverso la reticolare diffusione del contenuto sui vari supporti che ciascun utente possiede. Analogamente i quotidiani hanno sostituito i primordiali pdf del giornale con le attuali versatili edizioni digitali, linfa che alimenta le speranze di rilancio del settore. La leva virtuosa è quella degli abbonamenti alle versioni elettroniche di un prodotto che, siffatto, abbatte i costi di stampa e di distribuzione, consegue il vantaggio di essere replicabile all’infinito senza aggravi economici e risulta accessibile anche dal più remoto luogo della Terra, purché connesso a internet.
Fra i giovani l’abitudine di leggere online si sta affermando come tendenza diffusa e irreversibile. Questo dovrebbe indurre a riconsiderare le ragioni che finora hanno determinato l’esclusione dalla vetrina digitale di alcuni segmenti del mercato giornalistico. Per le sue intrinseche caratteristiche la rete si è infatti affermata precipuamente come vettore di comunicazione della cronaca, nella sua immediatezza: gli eventi trovano istantanea visibilità nello spazio sconfinato di internet. Ma essendo internet nel frattempo divenuto anche il caffè del ventunesimo secolo potrebbe risultare ora il luogo appropriato pure per l’approfondimento, un ambito in precedenza escluso poiché considerato incongruente. Invece, proprio a modello di ciò che sta facendo l’industria editoriale con il libro, anche la concezione giornalistica del tradizionale ‘periodico’, che per sua natura richiede un ampio respiro, potrebbe trovar espressione in rete, giovandosi di alcune peculiarità del mezzo, pur senza sfruttarne appieno tutte le risorse.
L’approdo online dell’informazione periodica che, specie all’estero, ha già segnato qualche punto a proprio favore, avrebbe il merito di dare spazio a ciò che più è carente nel panorama dell’informazione online: l’approfondimento – declinato nelle principali forme che gli sono proprie: opinione, inchiesta, intervista – inteso come espressione del tentativo di fornire un’interpretazione ai fatti che vada oltre la volontà di rappresentarli nella loro immediatezza. D’altronde la ricerca di significato – il senso più profondo degli avvenimenti che risiede al di sotto della superficie delle notizie – è compito precipuo del giornalismo che si esercita quando al dovere di raccontare si affianca la volontà di riflettere. Trasferire anche in rete questa propensione contribuirebbe a compensare un deficit che le nuove generazioni (quelle più avvezze all’utilizzo dei mezzi digitali) attualmente scontano più delle altre: la diffusa assenza nei media online di un filo di spiegazione, di un tentativo di mettere ordine alle cose del mondo fornendo al cyberlettore una chiave di comprensione.
“La cuccagna” è un film del 1962 diretto da Luciano Salce (quest’anno ricorre il 25° anno dalla sua scomparsa) con Donatella Turri, Umberto D’Orsi e Luigi Tenco, tutti e tre alla loro prima esperienza cinematografica.
La storia, come l’Odissea, si sviluppa in diverse situazioni e con tanti personaggi, dividendosi tra momenti amari e grotteschi, con qualche divertente ironia, tante idee e inaspettate sorprese, come quella di Tenco che canta e suona con la sola chitarra “La ballata dell’eroe” di Fabrizio De André.
Quest’opera è stata frettolosamente considerata “minore” nella vasta filmografia di Salce, che in quel periodo aveva ottenuto grandi soddisfazioni con “La voglia matta”, capostipite di un genere (o di una degenerazione) giovanile-vacanziero, inoltre, proveniva dal successo de “Il federale”, dove si rivelò Ugo Tognazzi.
La locandina
Il film è ambientato in pieno boom economico, ma diversamente dal precedente “La voglia matta”, che descriveva le vicissitudini di un quarantenne nel pieno della crisi di mezz’età, Salce punta l’attenzione su argomenti particolarmente scottanti quali l’obiezione di coscienza, l’omosessualità, il suicidio e l’anti-militarismo.
Una delle scene più grottesche è quella in cui un colonnello, interpretato dallo stesso Salce, emula Napoleone ordinando ai suoi uomini di attaccare e aprire il fuoco nel corso di un’esercitazione. Ironia e sarcasmo non risparmiano imprenditori improvvisati, finanzieri senza scrupoli e cialtroni di varia specie, tutti intenti a sfruttare uno dei periodi d’oro dell’economia italiana. Sia “La voglia matta” sia “La cuccagna”, furono vietati ai minori di 14 anni, pur senza la presenza di scene violente o di sesso.
Le collaborazioni sono tutte di primo piano, infatti, oltre allo stesso regista, il soggetto porta la firma di Luciano Vincenzoni, Carlo Romano e Goffredo Parise, con il contributo di Alberto Bevilacqua; la colonna sonora è di Ennio Morricone, il quale insieme a Salce (alias Pilantra) scrisse anche le canzoni “Fra tanta gente” e “Quello che conta”, incise in seguito da Luigi Tenco. Enrico Menczer, collaboratore storico di Luciano Salce e di Giuliano Montaldo, ha dato un tocco inconfondibile alla fotografia in bianco e nero del film. La presenza di un cast di giovani ed esordienti di talento, ha certamente giovato alla freschezza del film.
I protagonisti e Luciano Salce
La trama descrive l’odissea di Rossella, una giovane ragazza in cerca del primo lavoro, necessario per rendersi indipendente e sfuggire a una famiglia ottusa e indifferente.
Nella calura estiva di Roma la ragazza passa da una delusione all’altra, incontrando una serie di personaggi improbabili, arrivisti e profittatori, ma avrà la fortuna di conoscere Giuliano, un giovane introverso e arrabbiato interpretato da Luigi Tenco.
In tanto squallore Giuliano è l’unica persona che cerca di aprirle gli occhi e la guida nella dura realtà della vita, mentre intorno a lei l’indifferenza di una classe borghese mediocre le ruba la giovinezza e le aspirazioni.
La ricerca dell’impiego è il pretesto narrativo per descrivere la società di quel periodo, che in certi aspetti non è troppo dissimile da quella di oggi; nei rari momenti in cui la ragazza torna a casa, trova la sua famiglia sempre davanti al televisore, ‘ostaggio’ dei quiz di Mike Buongiorno e della pubblicità. Giuliano ha ricevuto la cartolina-precetto e dovrebbe andare sotto le armi; ma questo è contro il suo convincimento. I due ragazzi, dopo un lungo peregrinare, decidono di porre fine alla loro vita (una tragedia che avrebbe coinvolto Tenco cinque anni dopo), ma desisteranno dal loro intento correndo mano nella mano, in un finale aperto e senza soluzioni preconfezionate.
L’interpretazione di Luigi Tenco è una rivelazione, il cantante genovese smette gli abiti di musicista per indossare quelli di attore, in un ruolo che forse gli assomiglia anche caratterialmente, dandogli spessore e credibilità. In precedenza aveva avuto soltanto un’occasionale esperienza in un fotoromanzo per la Bolero Film e in seguito fece brevi apparizioni in due film di carattere musicale.
Chi si aspetta un ‘musicarello’ si sbaglia, qui ci troviamo di fronte a un film importante e alla prima prova di attore di Tenco, che avrebbe potuto cambiare il suo futuro, se soltanto ce ne fosse stata l’occasione.
“La cuccagna” partecipò alla Mostra Cinematografica di Venezia del 2008 nella retrospettiva “Questi fantasmi: cinema italiano ritrovato (1946-1975)”, curata da Tatti Sanguinetti e Sergio Toffetti. La rassegna comprendeva una trentina di film del periodo definito il più “fiammeggiante” della storia del cinema italiano, rimasti a lungo sepolti in archivio o destinati alla visione notturna di qualche palinsesto, ma in genere trascurati dalle storie del cinema.
Il film rappresenta un ponte tra un tardo neo-realismo e la commedia all’italiana, uniti e amalgamati dalla pungente ironia e dai toni grotteschi tipici di Luciano Salce. Negli anni Sessanta non fu considerato un capolavoro e dopo la programmazione nelle sale cinematografiche fu quasi impossibile poterlo vedere in televisione. Una delle poche eccezioni si deve all’emittente sarda Videolina e recentemente al canale Iris, che lo trasmette in orari per sonnambuli.
Il film di Salce, finalmente, è disponibile su DVD ed è reperibile nei migliori store on-line.
Guardarlo con gli occhi di oggi è molto differente rispetto al passato; alcuni film non reggono il passare del tempo, altri acquistano una nuova considerazione.
Il 31 Ottobre compie 90 anni la giornata mondiale del risparmio, legata a un importante economista e politologo italiano, Maffeo Pantaleoni, che ne ispirò la proclamazione in un discorso tenuto a Milano nel 1924, durante il Primo congresso internazionale del risparmio, organizzato dall’Associazione mondiale delle Casse di risparmio.
Il risparmio fu proposto come base dell’educazione della società, come disciplina fondamentale della comunità, per un uso migliore, individuale e sociale, della ricchezza.
Oggi, dopo tanti anni e tante crisi economiche mondiali, il risparmio è ancora alla base di una finanza che voglia essere reale motore di sviluppo delle comunità locali. Una crescita complessiva: sul piano economico, sociale, civile.
Quest’appuntamento dovrebbe coinvolgere, in primo luogo, i bambini che devono sapere cosa significa rompere i propri salvadanai per potersi comprare il gioco o il libro tanto sognato. Da piccoli avevamo le mille lire a settimana da conservare, la paghetta tanto attesa che finiva nel maialino o nella scarpa di ceramica, dalle quali ci si aspettava il miracolo alla fine dei due o tre mesi necessari per raccogliere il gruzzoletto.
Nei nostri primi anni di vita, e con l’educazione di genitori attenti e sapienti, si consolidano numerose abitudini che verranno mantenute per sempre. Tra queste, proprio quelle legate alla gestione e al rispetto del denaro. Questa giornata è così significativa, dunque, perché ricorda ai bambini l’importanza di cominciare a risparmiare sin da piccoli: infatti, solo chi inizia presto ad accantonare parte del suo denaro, nel tempo potrà costruirsi un patrimonio senza sforzi eccessivi. Non tutto e subito, ma poco e piano piano. Un lavoretto nel giardino o un aiuto alla nonna leggermente retribuiti fanno di noi dei buoni e giovani risparmiatori (e lavoratori).
Nel raggiungimento di quest’obiettivo “sociale”, anche la finanza ha un ruolo nevralgico. Negli anni successivi al 1924, sempre più istituti di credito aderirono a questa giornata e soprattutto le banche cooperative la festeggiano ancora oggi, esprimendo in alcuni punti fondamentali la “finanza che vogliamo” (vorremo): una finanza responsabile, sostenibile, responsabilmente gestita e orientata al bene comune; una finanza attenta ai bisogni della società, composta da soggetti diversi, per dimensione, forma giuridica, obiettivi d’impresa; promotrice di strumenti per costruire il futuro; che abiti le piazze, parli il linguaggio delle persone e sia trasparente; che non sia autoreferenziale, ma al servizio; che sia capace di riconoscere il merito e di darvi fiducia; che possa insegnare a gestire il denaro, nelle diverse fasi della vita, con consapevolezza; che sia capace di accompagnare e sostenere processi di crescita, sfide imprenditoriali, progetti di vita; che permetta a un numero diffuso di persone di avere potere di parola, d’intervento, di decisione. Che sia motore di rispetto, supporto, guida, accompagnamento e aiuto. L’educazione al risparmio rimane un tema attuale, tanto più che varie banche regionali promuovono giornate educative per gli studenti, non perché diventino un Paperon de Paperoni ma perché comprendano l’importanza del mettere da parte, quell’essere simpatiche e attente formichine che i nostri nonni ci insegnavano a essere.
Felice risparmio a tutti.
Quante volte, ho guardato al cielo… ma il mio destino è cieco… e non lo sa! / E non c’è pietà, per chi non prega e si convincerà… che non è solo una macchia scura… il cielo! / Quante volte, avrei preso il volo… / Quanti amori conquistano il cielo! Perle d’oro, nell’immensità! / Qualcuna cadrà, qualcuna invece il tempo vincerà! Finche avrà abbastanza stelle… il cielo! / … Ma che uomo sei, se non hai… il Cielo / (“Il Cielo” di Renato Zero)
Sotto il cielo di TripoliNuvole scure a Tripoli
Il cielo è uno dei più grandi misteri della Natura, luogo dove perdersi con i pensieri, i sogni, i desideri, le speranze. Lo sguardo rivolto all’orizzonte approda sempre a lui quando si pensa a un futuro migliore, quando si sogna di scappare, di cambiare il proprio destino, di mollare gli ormeggi, di scalare le cime dei propri limiti, di volare via, di sorprendere e di sorprendersi, di sorridere e di ridere, di emozionarsi, di giocare una partita seria nel teatro della nostra esistenza, di seguire le nostre aspirazioni e i nostri ideali. Aldilà di lui e delle sue morbide e sinuose nuvole di panna, vediamo il nostro amore lontano, aspettiamo il momento di accarezzarne dolcemente la testa al prossimo tenero e infinito abbraccio che, abbagliato dal cielo immenso, non pare poi più così distante. Guardiamo all’insù, persi nei cirri ricamati, immersi nella purezza del creato, avvolti dagli abbracci dei raggi del sole che attraversano la luce come fulmini d’amore. Quella luce che filtra lascia quasi intravvedere il radioso Aladino che ci passa accanto avvolto dal calore delle stelle, e che, seduto sul tappeto volante insieme alla sua Jasmine, le canta “Ora vieni con me, verso un mondo d’incanto, Principessa è tanto che il tuo cuore aspetta un sì. Quello che scoprirai, è davvero importante. Il tappeto volante ci accompagna proprio lì. Il mondo è tuo, con quelle stelle puoi giocar. Nessuno ti dirà che non si fa. E’ un mondo tuo per sempre”.
Sul Mar Nero
Come la bella Jasmine anche noi avremo la sensazione che il mondo è nostro, percepiremo di come sia sorprendentemente nostro con accanto qualcuno che amiamo, sopra il cielo, nel cielo e attraverso il cielo, e realizzeremo che, guardando in giù, nulla vale la stella che ci sta accanto e che ci sta sfiorando. Percepiremo che si sta volando fra i diamanti e le gemme, sulle ali delle comete, avvolti nella magia di un mondo che ci appartiene, che vuole bene proprio a noi diventati un leggero corpo celeste, quasi un’aurora boreale. Il cielo è, dunque, Amore, prima di tutto, soprattutto quando è azzurro e limpido, e ancora di più da quando c’è qualcuno in particolare, “Tu che di stelle vesti il cielo”, canterebbero i Modà. Ma il cielo è Amore anche quando è rosso, impulsivo, curioso, caldo e acceso come i sentimenti più belli, come il desiderio di vedere e respirare tutto a due, semplicemente solo restando abbracciati. Il tramonto trafigge cuori, cancella ogni timore, spazza via ogni remora nel lasciarsi andare alla vita e alla sua intensa carica di energia. Il cielo è energia pura, metallo liquido che fonde anime, volontà e speranze. L’aria vibra, trepida. Con lui diventiamo fabbricanti di sogni, l’uno l’inizio dell’altro, anche la disneyana bella Anastasia concorderebbe. Sentiamo una voce: “Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!”; anche noi percepiamo di avere quelle stelle in cielo solo per noi, insieme al nostro fedele amico il Piccolo Principe che guarda in alto con il nostro stesso identico sentire. Noi che nel deserto rimaniamo colpiti dall’immensità del cielo e del suo colore azzurro che contrasta con il giallo intenso della sabbia arsa dal sole, noi che vediamo le nuvole avvilupparsi come il fumo di un vulcano impetuoso. Noi che nella fredda notte del Sahara guardiamo all’insù e che ci domandiamo “se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua”.
Cielo del deserto libico
Talora il cielo piange, quando piove. Qualche volta è arrabbiato, come quando si azzuffa con le nuvole scure che, tuttavia, si lasciano attraversare dai raggi del sole, arrendendosi, alla fine, alla luce del creato. Talora quello stesso cielo è estremamente timido, arrossito di fronte ad alcune confessioni di audaci innamorati, talaltra è roseo e violetto, rincuorato dalle loro infinite tenerezze. E allora il sole lo riscalda al tramonto, lo avvolge nella sua luce arancione di amico e amante, lo bacia. Talora, il cielo è una vera poesia quando è accarezzato dalla neve. Perché la neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri. Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio. Ha un nome. Un nome di un candore smagliante. Neve. Così Maxence Fermine descrive quello che spesso ammiro d’inverno fuori dalla finestra della mia casa moscovita, fiocchi candidi che mi fanno guardare l’orizzonte infreddolito come me e che, in fondo, lasciano spazio a sogno e attesa di un abbraccio forte che presto mi riscalderà. Il cielo è grigio ma il candore dei fiocchi, che cadono lentamente e intensamente, imbianca ogni pensiero. Presto una coltre morbida, avvolgente e accogliente, ricoprirà ogni paura e ombra di dubbio che potessero essere rimasti annidati nell’angolo di una mente ora leggera. Come una stretta di ali fra angeli. Come vorrei avere le ali per volare sulle nubi possenti e contare i fiocchi uno a uno… Ci vengono in mente gli angeli de “Il Cielo Sopra Berlino”, Damiel e Cassiel, che vedono in bianco e nero un cielo plumbeo che potrebbe essere quello che vedo io oggi, e che osservano le anime dei passanti, ne ascoltano i pensieri, quello di una donna incinta, di un pittore, di un uomo che pensa alla sua ex ragazza. Percepiamo la berlinese statua della Vittoria svettare verso un cielo divenuto azzurro limpido grazie solo al sogno di una pace vera e duratura, terso come quello che abbraccia le cupole panciute delle cattedrali ortodosse russe. Quelle cupole sono così azzurre che si confondono con quel cielo, diventano quasi una sola cosa con esso, fondendosi, unendosi, in un abbraccio avvolgente.
Mosca, Parco di Kolomenskoe, cupole di una cattedrale ortodossa
Qualcuno dipinge, all’ombra di quelle cupole, qualcuno legge, a voce bassa, avvolto dalla sua bianca lunga barba, qualcun altro ricama all’uncinetto per confezionare i regali dell’imminente Natale. Chi dentro un bar ben caldo e accogliente, chi nello spazio comune della Chiesa dedicato ai fedeli di sempre. Le candele riscaldano. E mentre la loro piccola e fioca luce infonde calore ai cuori infreddoliti, le preghiere che esse hanno ispirato salgono verso l’alto. Verso il cielo, perché esso è libero, aperto, sincero, sereno, fedele amico pur nella sua incostanza e nella sua continua mutevolezza. Perché il cielo è di tutti.
“Il cielo è di tutti” di Gianni Rodari
Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.
È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.
Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.
Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.
Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.
Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.
Foto di Simonetta Sandri Testo pubblicato su BioEcoGeo Febbraio-Marzo 2014
Arrivo dunque nella ben amata città. E appena scorgo gli alberi dei giardini del Lussemburgo i ricordi si affoltiscono e mi sopraffanno. La giornata è di un grigio neutro e alla svolta di Place de la Sorbonne scatta imperiosa la proustiana memoria involontaria e ricordo la prima Lilla imperiosamente portata dentro una sporta dal mai dimenticato amico Pommier nell’aula dove io, il suo babbo umano, avrebbe blaterato su non mi ricordo chi. E lei supremamente intelligente zitta fino allo scatto dell’applauso che sanciva la fine della sua coscrizione cullata dalla voce impostata del non peloso. L’albergo è un due stelle ( si prende ciò che il convento passa. E poi siamo “intellettuali” pronti a ogni sacrificio!) con una grande finestra che guarda il lato della Sorbona. Incredibile il bagno : un metro e mezzo per uno dove ancora la doccia ha la tenda di plastica e il water minacciosamente non permtte di alzare la ciambella perché fisicamente non ci si starebbe più. Ma la pulizia è somma, gli asciugamani impeccabili e cambiati giornalmente- Insomma Maigret non si sarebbe lamentato.
Arriva l’amico Michel (guai chiamarlo alla francese Paolì, accentato alla fine e non Paoli per sottolineare la sua ascendenza italiana). Andiamo da Polydore scoperto non molti anni fa e consigliato da Sateriale allora sindaco quando la grande scommessa era portare Ariosto al Louvre. E ci siamo riusciti nonostante l’indifferenza o il dispetto di certi “feraresi” che poi l’han fatta pagare cara. Folla enorme: si mangia sui tavoli con le tovaglie a quadretti bianchi e rossi, seduti sulle panche. Chiedo le coquilles Saint Jacques: finite. Le confit de canard: terminato. Ripiego sul salmone affumicato ma tanto chi se n’importa. Fuori c’è lei, la città dei sogni, con il suo charme appannato ma ancora non sconfitto dall’omologazione mondiale.
Il giorno dopo incontro con i colleghi in un bistrot davanti al Pantheon ( e dove se no?). La giornata sembra uscita da un film di Disney: cielo azzurro, sfolgorante, “un’aura dolce e sanza turbamento avere in sé” (ti pare che non ci ficco un po’ di lui, Durante detto Dante?), e sous le ciel de Paris chi scrive, gode. Il pensiero allora si ripiega e si specchia sulla Montagne Sainte Geneviève, sulla rue Mouftard ad afferrare il senso del tempo, a catturarlo e a deporlo nello scrigno segreto del ricordo.
Si dà inizio alle cinque ore di discussione della tesi sul rapporto Pavese-Nietsche. Un lavoro “impeccable” direbbero i francesi: 720 pagine che forse cambieranno l’interpretazione della storia culturale torinese tra gli anni Trenta e Cinquanta del secolo scorso. Faccio il dotto, cito gli amici “pavesini”, quelli scomparsi e quelli ancora in attività. Esagero a sparare a zero contro certi semiologi in terra di Francia, insopportabili, a cui la cultura italiana si è prostrata. Infine una festa spagnola in rue Mouftard: champagne, e meravigliosi spiedini. Ho fatto la conoscenza di Emiliò (mi raccomando con l’accento sulla o) il canino della dottorata e ancora Parigi sorrideva agli adolescenziali tremori del puer-senex felice.
Il giorno dopo, che si conclude qui all’aeroporto dove scrivo in attesa del volo, una fredda e rigida città tra brevi piogge e folate di vento attende il cacciatore di ricordi. Discendo Boulevard Saint-Germain e per fare dispetto a Sartre scelgo il Café de Flore invece che Aux deux magots. Per 5 euro riesco a bere un caffè quasi italiano. E mi guardo intorno e scopro quanto di parigino ci sia nelle insegne dei negozi. Quello che mi piace di più è proprio accanto al Café e si chiama “L’écume des pages”, la schiuma delle pagine pieno di matite e fogli e quaderni da scatenare la più intensa libidine. Poi un negozietto di stracci di lusso si chiama “Paul Ka” e si pronuncia Polka. Arriva Clizia non d’origine montaliana ma machiavellica, pura ferrarese, che mi porta al Musée Maillol a vedere la sbandierata mostra sui Borgia. Ahimè! Ma come potevo non andare dopo aver perso anni a studiare la Lucrezia e portarla in giro per l’Europa compresa Parigi? Quadri sublimi: il meglio che si potesse arraffare nei musei più importanti del mondo. Ma la presentazione, ma la storia… da far inorridire qualsiasi persona di mediocre cultura. Nonostante che il grande A A ( Alberto Arbasino) ne avesse parlato con sufficienti censure e con irrisione palese. Di fronte a un ritratto in cui Lucrezia (o chi per lei) viene dipinta di una bruttezza straordinaria, la didascalia recita che la dama era considerata tra le più belle del reame. E il mostrificio continua a sparare le massime ovvietà sulla “debauche” dei Borgia sugli incesti, le vendette, gli assassinii che fanno concorrenza al film (io l’ho visto!!!) su Lucrezia interpretata da Martine Carol. Quasi quasi ci si potrebbe iscrivere al partito borgiano se ancora ci fosse un Gregorovius o la grande Maria Bellonci.
E quindi Lucrezia non vale la messa.
Come un flaneur d’altri tempi m’avvio verso il Louvre dove incontrerò la cara amica Monica. Si va a mangiare in un localino specializzato in thè; ricordiamo i tempi fastosi della mostra e del convegno al Louvre su Ariosto e le arti: la folla, l’eccitazione e lo stupore d’incontrare tanti tifosi del divino Ludovico. Le chiedo se mi fa passare a salutare gli amici che stabilmente ti guardano dale pareti del museo più bello del mondo. Helas! Quando stiamo per arrivare si ricorda che oggi è il giorno di chiusura e che non ha chiesto il permesso speciale per accedervi. Pazienza sarà come un altro desiderio che si realizzerà nel tempo.
Un colloquio a tu per tu con Amore e Psiche giacenti di un modesto scalpellino che si chiamava Antonio e di un innamorato della bellezza che si chiama Gian Antonio.
Italiani già alla ricerca di idee per un capodanno super, nonostante manchino ancora due mesi abbondanti a San Silvestro. In loro soccorso si propone il sito di Trivago [vai]. Fra le undici migliori località, selezionate in base alla qualità degli eventi offerti, c’è anche Ferrara, collocata al sesto posto dopo Milano, Roma, Venezia, Torino, Sirmione e a precedere Orvieto, Napoli, Lecce, Livigno e Bard.
“Ferrara, in occasione di capodanno, fa le cose in grande (per la precisione: in grandissimo!) – scrive Simone Sacchini sul sito Checkin Trivago [vedi] -. Anche per questo inizio 2015 lo spettacolo dei fuochi a ritmo di musica vi lascerà l’impressione di essere in un colossal americano tutto effetti speciali”.
Il più celebre portale per la ricerca di hotel in Italia e nel mondo indica come attrattive non solo i fuochi d’artificio, ma gli “eventi di ogni sorta che la città e soprattutto il magnifico Castello Estense offriranno”. Nel reindirizzare i curiosi al sito ufficiale “capodannoferrara” [vedi] “per scoprire tutto su mercatini, musica, eventi, pattinaggio su ghiaccio, divertimento in piazza”, Trivago indica le proprie preferenze. Il “Banchetto rinascimentale dei Duchi d’Este al Castello Estense con musica d’epoca, in compagnia della Corte Ducale rappresentata da guardie, paggi, ancelle e nobili vestiti con eleganti abiti (una cosa folle!); e l’appuntamento a teatro nelle splendide sale del Ridotto del Teatro Comunale ‘Claudio Abbado’, dove vi aspetta un’elegante serata tra piatti raffinati e vini doc, in compagnia di artisti musicali”.
Non c’è che dire: una gran bella vetrina per la nostra città, che farà la gioia di ristoratori, albergatori, amministratori e stuzzicherà l’orgoglio dei ferraresi.
In poco tempo, sono passati dal carcere di Verbania agli scaffali di Eataly e dei colorati e innovativi negozi solidali di Altromercato. Con impegno, tenacia e abilità, sono riusciti a far entrare la ‘dolcezza’ dietro le sbarre.
Parliamo dei dolci e profumati biscotti prodotti dai detenuti del carcere di Verbania, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, dal quale, ogni mattina, si leva un delizioso profumo di burro, cacao, miele, mandorle, zucchero, cannella e vaniglia.
A produrre questa delizia, sono i detenuti della Banda Biscotti, impegnati nel laboratorio di pasticceria del carcere che, dal 2009, sforna ogni giorno delicati baci di dama, gustose lingue di gatto, leggere margherite, fragranti damotti e polentine, perché, come dice un loro slogan “anche i cattivi fanno cose buone, anzi buonissime”.
I pacchetti di frollini
Frollini per tutti i gusti, che i detenuti con pene inferiori ai tre anni creano e vendono ogni giorno nei circuiti fuori dal carcere, grazie alla Cooperativa sociale Divieto di sosta nata, nel 2007, nella stessa ridente Verbania. Grazie all’art.21 della legge 354/1975, sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà.
A tutti viene data una seconda opportunità, quella di apprendere un mestiere per trovare un lavoro una volta usciti, di riscattare un errore, di vedere una nuova luce, di trovare una nuova strada, insomma, di avere una speranza.
La Banda Biscotti è nata, nel 2008, da un’idea del cuoco del carcere di Verbania, Gianluca Giranni, della Fondazione casa di carità arti e mestieri, che organizzava corsi di cucina per i carcerati. Nel 2009, viene aperto il laboratorio Banda Biscotti, che oggi conta una sede, appunto, dentro la casa circondariale, una nella scuola di formazione penitenziaria adiacente, un’altra nel carcere di Saluzzo e una a Verzuolo.
Il logo
Il marchio, che racconta in maniera davvero autoironica la sua storia, ha avuto subito successo. Nel 2010, è arrivato sugli scaffali della fiera milanese “Fai la cosa giusta” e non è, poi, sfuggito all’attenzione di Ctm Altro mercato, che ha inserito i biscotti nel proprio circuito, distribuendoli nelle oltre 300 botteghe in tutta Italia sotto l’etichetta “Solidale italiano, economie carcerarie”. I gruppi di acquisto solidale (Gas) hanno iniziato a far entrare i prodotti nei loro circuiti virtuosi, e si è arrivati, infine, negli Ipercoop, nei più piccoli e illuminati negozi di provincia e a Eataly, la famosa catena alimentare di punti vendita di medie e grandi dimensioni specializzati nella vendita di generi alimentari italiani di qualità, fondata da Oscar Farinetti.
Oggi, dal laboratorio verbanese escono circa 120 kg di biscotti al giorno, in pacchetti da 200 grammi che costano dai tre ai quattro euro. Chi ci lavora, oltre al corso di cucina nella casa circondariale, deve aver fatto un tirocinio di sei mesi, retribuito con 600 euro al mese. Poi si passa all’assunzione attraverso la citata cooperativa Divieto di sosta, con l’obiettivo di lavorare per un reinserimento dei detenuti nella società civile.
Le avventure della Banda Biscotti, sono, allora, davvero un buon esempio di come si possa passare il tempo in carcere per e a imparare qualcosa. Perché siamo di fronte a esseri umani con voglia di riscatto, ai quali è giusto dare questa possibilità.
Una storia di evasione, di libertà e dolcezze. Una storia che ha dato vita anche ad una serie, “Condannati a creare dolcezze”, che ha partecipato al progetto “Are you series?”, pensato da Milano Film Festival, volto alla produzione di una web serie in 10 episodi che racconti il mondo del non profit italiano, attraverso l’utilizzo di soluzioni creative e linguaggi innovativi. Illogica lab, laboratorio creativo nato dall’incontro tra le personalità creative di Giorgia Di Pasquale, Claudia Palazzi e Clio Sozzani, ha scelto così di partecipare raccontando le avventure della Banda Biscotti.
Perché l’isolamento e i pregiudizi nei confronti dei carcerati si abbattono anche così.
Per saperne di più visita il sito della Banda Biscotti [vedi] e vedi un video di Repubblica [vedi]
Mercoledì 29 ottobre 2014, alle ore 17.30 – Casa Cini, Ferrara
E’ una doppia ricorrenza quella che la Fondazione Cini di Venezia ha voluto ricordare quest’anno con una serie di eventi eccezionali e di altissimo livello: il trentennale dall’apertura della Galleria di Palazzo Cini e il 60° anniversario della nascita dell’Istituto di Storia dell’Arte avvenuta nel 1954 per volontà dello stesso Vittorio Cini. In questa occasione ha riaperto infatti al pubblico la Galleria che restituisce alla città di Venezia e anche a noi ferraresi l’opportunità di vedere meravigliosi capolavori toscani e del Rinascimento ferrarese. E’ in questo contesto che si inserisce l’incontro “La Sala dei ferraresi della Galleria di Palazzo Cini” che si terrà a Ferrara, mercoledì 29 ottobre 2014 ore 17.30 a Casa Cini (via Boccacanale di Santo Stefano 26), casa natale di Vittorio Cini.
Il dottor Alessandro Martoni dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Cini di Venezia illustrerà i capolavori della collezione di artisti come Cosmé Tura, Ercole De’ Roberti, Baldassare d’Este, Dosso Dossi e Ludovico Mazzolino, dandoci l’occasione di riappropriarci della figura di Vittorio Cini, nostro conterraneo, imprenditore e grande collezionista di opere d’arte, fondatore e mecenate della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, di rivedere le opere della la Sala dei Ferraresi della Galleria (proiezione) e poter riapprezzare quel patrimonio che è anche nostro.
L’incontro è promosso dal quotidiano online ferraraitalia.it, in collaborazione con Casa Cini di Ferrara, e con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Ferrara, della Galleria di Palazzo Cini di Venezia e dell’Associazione Amici dei Musei e Monumenti ferraresi. La conferenza sarà presieduta e introdotta da Massimo Maisto vicesindaco e Assessore alla cultura del Comune di Ferrara, da don Ivano Casaroli direttore di Casa Cini di Ferrara e da Gianni Venturi presidente Amici dei Musei di Ferrara.
La conferenza s’inserisce come secondo momento di un percorso teso ad illustrare la formazione di quel prezioso scrigno che è la collezione Cini, e che si compone dei seguenti appuntamenti organizzati dall’Associazione Amici dei Musei:
Conferenza introduttiva alla visita della Galleria di Palazzo Cini: lunedì 20 ottobre 2014 ore 17.00, Circolo Unione (via Borgoleoni 59), ingresso libero, tenuta dalla professoressa Ileana Chiappini di Sorio.
Visita alla Galleria di Palazzo Cini a Venezia: venerdì 31 ottobre 2014
Premio Oscar ma non solo. Mi scappava di scrivere cose che non sono riuscito a leggere nei vari teatri di parole biancazzurre. Cose, numeri, fatti che, invece, mi sembrano importanti per distribuire meriti, e non solo, ai diversi protagonisti di questo inizio di stagione spesso – purtroppo – ma non è una novità, offuscato dall’euforia o dalla depressione da singolo risultato e quindi del momento e da giudizi, tutti legittimi, ma basati su poche informazioni.
Parto dall’inizio. Estate. La Spal viene ancora una volta sbertucciata da Indiani e si butta (per fortuna) su Oscar Brevi. Qualche acquisto viene fatto con lungimiranza già al termine della stagione della Promozione oppure comunque prima dell’arrivo di Brevi. Si tratta, tra gli altri, di Ferretti (costo sui ventimila euro compreso lo stipendio in accordo con il Milan), Gasparetto (stipendio tra i più alti, diciamo sui settantamila), Finotto, Miglietta, Aldrovandi. Poi arriva Brevi e, una volta fallite alcune trattative (Arma, Frediani oltre a giocatori dall’ingaggio pesante per le casse della Spal o dalle ambizioni più importanti loro e delle società di appartenenza) tocca trovare alternative. Qui arriva il primo dei meriti del tecnico. Uno serioso, poco espansivo, magari neppure simpatico che poco piace ai mass media abituati a rapporti più “amicali” e confidenziali. Uno, però, che sa il fatto suo e il cui curricula seppur… breve dice parecchio. Basti guardare la stagione da poco archiviata in un Catanzaro costruito dalle macerie diventato poi la sorpresa del campionato grazie a un lavoro incredibile sulla difesa.
Brevi vede quello che ha, chiede alla società quanto e come si può spendere, e poi capisce e si adegua. Altro merito. Perché, bisogna dirlo e scriverlo e capirlo e anche apprezzarlo, i Colombarini sono gente seria a cui la Ferrara nel pallone deve la sopravvivenza e un futuro comunque certo a prescindere dai risultati che arriveranno e che sono già arrivati, ma sono anche gente parsimoniosa che nel calcio fronte Spal ci sono capitati per spirito di servizio e cittadinanza, e per salvare una baracca ormai affossata. Mai il passo più lungo della gamba, in sostanza, attenzione al budget, spazio zero a voli pindarici. Tutto assolutamente sacrosanto e meritorio. Con un piccolo distinguo che non deve essere letto come reato di lesa maestà ma, semmai, come una concessione a un tifoso, chi scrive, che per lavoro ha a che fare da tempo con la Lega Pro e categorie limitrofi. Il piccolo distinguo, vado subito al punto, è il seguente. Anzi, sono i seguenti perché sono due. Il primo è un chiodo fisso, un pallino, una presunzione (anche) di avere su questo punto la certezza della ragione. Il settore giovanile. Dovrebbe essere la base di partenza di chiunque, visto il calcio italiano di oggi, ancora di più per chi milita in terza serie. Esempio a caso. Il Bassano (Lega Pro come la Spal) investe circa 380mila euro all’anno nel suo vivaio. I biancazzurri circa 180. Secondo, attualissimo esempio. Il costo tecnico della Spal di questa stagione, tra acquisti, cessioni, contributi per i giovani, ingaggi ma anche, appunto, contributo per i giovani, incassi super (qui il pubblico meriterebbe il vero Oscar alla carriera) e frattaglie varie alla fine porterà un disavanzo di circa duecentomila euro. Sarà un capolavoro anche in caso di sola salvezza, un miracolo se la squadra arriverà tra le prime otto, un’impresa leggendaria alla Paolo Mazza se succederà quello che nemmeno scrivo.
Ecco il perché di questi pensieri in libertà. Il perché nasce da alcuni fatti. Il primo: causa riforma della Lega Pro difficilmente, anzi quasi certamente, succederà mai più di ritrovarsi in un girone così mediamente scarso come quello in cui oggi la Spal sta facendo la sua ottima figura. Il secondo: grazie al tecnico e ad alcuni colpi indovinati dalla società, i biancazzurri così come sono oggi arriveranno tra le prime otto. Non è poco, attenti a non sottovalutare un piazzamento del genere o a sopravvalutare la rosa della squadra. Tutto questo per dire che la sacrosanta gestione economica della proprietà – questo posso distaccarlo alla voce “appello” – avrebbe bisogno di un’eccezione immediata e nemmeno complicata. Un’occasione così, insisto, non ricapita più. Un difensore esagerato (il classico baluardo), una mezzala super e un attaccante di scorta alla Labardi, uno veloce da mettere anche a mezzora dalla fine quando non riesci a sbloccare la partita, a gennaio li porti a casa tutti insieme con meno di duecentomila euro. Per carità, è facile fare i conti con i soldi degli altri (e chi i soldi ce li ha e li mette potrebbe usare un’espressione più colorita) ma che la situazione e la possibilità biancazzurra sia questa lo dice il livello del girone, i risultati delle cosiddette favorite, la classifica. Un piccolo sforzo e ne riparliamo a fine stagione. Se ci prendo mi accontento di una maglia per la mia infinita collezione.
Scherzi a parte, e per tornare al vero motivo di questo articolo, cioè all’esaltazione dell’allenatore Brevi, credo valga la pena di buttare giù altri numeri. Questi. La Spal, come investimenti, non è tra le prime otto del girone. L’ingaggio massimo di questa squadra, circa 75mila euro per un paio di giocatori, è inferiore a più di un centinaio di giocatori tra i tre gironi. Con queste premesse è chiaro che il lavoro del tecnico sia fin qui eccezionale. Quando le cose andavano male e tutti, ma proprio tutti, già puntavano alla testa dell’Oscar, si diceva e scriveva che aveva fatto il mercato lui, voluto i giocatori suoi, sbagliato ogni scelta. Anche qui, parole, parole, soltanto parole. Brevi ha voluto Fioretti – ma soltanto dopo che gli hanno detto no per Arma, Virdis e altri tre che d’ingaggio volevano il doppio – ha voluto Filippini che come rapporto qualità prezzo è costato un piatto di brustoline, e si è portato Germinale (anche qui a due euro o quasi), ha insistito su Capece (costo irrisorio, scelta più che azzeccata), ha consigliato Legittimo. Punto. Non me ne vogliano gli altri idoli spallini (se indossi questa maglia per me sei un idolo a prescindere) ma con i giocatori messi sul foglio presentato al tecnico, a inizio stagione – quasi tutti poi accasati altrove perché le cifre non erano alla portata – Brevi avrebbe già cinque punti di vantaggio minimo. L’errore vero, poi in parte rimediato, è stato quello di farsi prendere la mano all’inizio. Qui il tifoso, nel senso più positivo del termine, Mattioli ha sparato alto sia con il tecnico sia con Miglietta (altro errore: non il fatto di acquistarlo sia chiaro, ma non tenerlo oltre che gestire malissimo la faccenda). Tanti nomi altisonanti, tanti giocatori forti, una lista della spesa lunga così ma fuori budget. Perché, sempre giustamente, è la proprietà che gestisce i danè. L’entusiasmo del Pres e la sua spallinità assoluta e indiscussa e commovente non erano, e non sono ancora (ma qui continuo a sperare…), in linea con le finanze. Ma pazienza. Guardiamo avanti. Senza esaltazioni o depressioni ma sapendo che fin qui questa Spal merita soltanto applausi perché sta facendo un torneo sopra le sue possibilità. Anche, o soprattutto, per merito del manico che si chiama Oscar. Uno che cambia modulo ogni partita, se serve, che tatticamente non ne sbaglia una, che si inventa Capece in quella posizione, che caratterialmente (e speriamo un giorno anche come risultati soprattutto se sarà ancora qui) assomiglia a Capello.
Avevo premesso, che il personale ritorno – impedito da impegni professionali sia ben chiaro – a trattare vicende spalline necessitava di motivazioni forti e convinzioni precise e speranze importanti. In ordine: la classifica della Spal, la bravura di Brevi, il sogno di un mercato di gennaio che possa riportare, una vita dopo, la Spal là dove nemmeno voglio scriverlo.
Best seller negli Stati Uniti, “Il trionfo della città” di Edward Glaeser, professore di economia all’università di Harvard è stato pubblicato in Italia nel 2012 dalla Bompiani. Glaeser ci conduce in un viaggio lungo i secoli e attraverso i continenti, per rivelarci i volti nascosti della “più grande invenzione dell’uomo”, la città. La dimensione urbana è la culla di miracoli fisici, economici e culturali. Per progredire, le città devono attrarre la gente in gamba e far sì che essa possa lavorare collaborativamente, solo così si può ripetere un evento come fu, nella storia delle città e del mondo, il Rinascimento a Firenze.
Insomma, al termine della lettura appare con tutta evidenza che sono le nostre città il punto migliore da cui partire per il rilancio del nostro Paese.
Non manca un manifesto programmatico, proposto in dieci paragrafi. A noi interessa quello intitolato “Presta una mano al capitale umano” e da questo attingiamo ampiamente per sostenere ancora una volta le ragioni della “Città della Conoscenza”.
È famosa la frase di Rousseau che “le città sono l’abisso della specie umana”, ma poi sappiamo che lui vedeva le cose esattamente all’opposto, a partire dall’istruzione.
Dell’istruzione scrive l’economista Glaeser riportando indagini e statistiche. Innanzitutto affermando che l’istruzione è l’indicatore più affidabile della crescita urbana, perché il prodotto pro capite cresce nettamente se la città offre buona istruzione, altrimenti no. Poiché città e scuole si integrano a vicenda, la politica dell’educazione è un ingrediente vitale del successo urbano.
È sufficiente confrontare il reddito annuale dei laureati con quello dei diplomati della scuola media superiore, anche se in Italia le differenze non sono così marcate come altrove, per rendersi conto che è conveniente studiare.
Tra le nazioni, un anno in più di scolarizzazione – si pensi che da noi si parla di ridurre di un anno la secondaria di secondo grado – si accompagna a un 37% in più di reddito pro capite che è un dato rimarchevole, dato che un anno in più di scolarizzazione fa crescere generalmente le remunerazioni individuali del 20%. Le ricadute che si hanno a livello di Paese dalla scolarizzazione sono alte proprio perché esse includono anche tutti i benefici indotti dall’avere concittadini istruiti, compreso governi locali e nazionali più affidabili.
Scrisse Thomas Jefferson che “Se una nazione pensa di restare ignorante e libera, in una condizione di civiltà, si aspetta una cosa che non è successa mai e mai succederà”.
Il legame tra istruzione e democrazia è forte, non tanto perché le democrazie investono di più sull’educazione, ma perché la conoscenza genera democrazia.
Secondo uno studio condotto sulle leggi dell’istruzione obbligatoria attraverso i vari Stati, gli individui che ricevono più scolarizzazione in virtù di queste leggi diventano più impegnati sul piano sociale.
L’istruzione non migliora semplicemente le prospettive economiche di una regione; contribuisce anche a creare una società più giusta. Dare un buona istruzione ai bambini meno fortunati può essere da solo il miglior modo per aiutarli a diventare degli adulti prosperi.
Se però è facile inneggiare all’istruzione, difficile è poi migliorare i sistemi scolastici. Trent’anni di ricerche hanno dimostrato che se si impegnano semplicemente dei soldi su questo problema, non si ottiene un granché. I più importanti risultati vengono raggiunti con interventi preventivi del tipo Head Start, il programma del Dipartimento della salute e dei Servizi alla persona degli Stati Uniti per ridurre gli svantaggi di partenza.
Ma per promuovere veramente l’istruzione c’è bisogno di una riforma sistematica, non solo di più soldi a disposizione. È ciò che a nostro avviso sembra mancare al progetto ‘la buona Scuola’ di questo governo e, se proprio ‘buona’ si deve usare, avremmo preferito ‘la buona Istruzione’.
Con abbastanza denaro a disposizione e un governo competente potremmo essere in grado di creare un accesso universale a un’eccellente istruzione puramente pubblica.
Ma la qualità dell’istruzione si gioca a partire dalle nostre città, perché il capitale umano costituito dai loro abitanti è l’ingrediente primo del loro successo.
Poiché il valore delle nostre scuole dipende dal talento dei loro insegnanti, la città su questa parte rilevante del capitale umano non può essere distratta. Le ricerche hanno dimostrato enormi divari di rendimento educativo tra gli insegnanti migliori e quelli meno buoni.
E allora prendersi cura delle proprie scuole, investire sulla loro eccellenza è il modo migliore per tutelare il futuro dei nostri figli, perché solo l’istruzione di qualità, con strutture efficienti e docenti all’altezza del compito può produrre persone sempre più capaci perché competenti.
“Dalla commedia dell’arte alla comicità contemporanea”. Il nome dell’iniziativa promossa da Fonè Teatro parla chiaro e, a partire dal prossimo giovedì, accenderà i riflettori sul panorama teatrale ferrarese attraverso un’operazione coordinata e innovativa. Un’operazione che, selezionando gli iscritti attraverso il provino che si terrà il 30 ottobre 2014, si articolerà in un laboratorio dove archetipi rappresentativi della condizione umana e canovacci contemporanei formeranno la compagnia “I Buffoni Divini”, pronta a diventare un organismo indipendente e di rilevanza nazionale. L’iniziativa, che garantirà una borsa di studio per il partecipante più meritevole, punterà alla creazione di uno spettacolo replicato in varie situazioni e, come si evince dal programma, prevede due incontri serali a settimana.
A intrattenere i dodici attori che supereranno il provino saranno alcuni temi fondamentali per la formazione di chi giudica il teatro non un semplice hobby: dalle tecniche di improvvisazione alla drammaturgia di personaggi intramontabili, come Innamorati e Capitano, Fonè Teatro ha stilato un programma ricco e dinamico, il quale, diviso in due parti, approfondirà anche la situazioni drammaturgiche contemporanee e i processi creativi di un teatro che “apre il cuore dello spettatore”. Così ha dichiarato a FerraraItalia Massimo Malucelli, direttore dell’iniziativa, rimarcando la valenza sempre attuale dell’intramontabile commedia dell’arte, un genere destinato a smuovere l’animo del pubblico per condurlo nelle infinite varianti del mondo del teatro e della recitazione…
Diamo uno sguardo alle origini dell’iniziativa promossa da Fonè Teatro. Da dove nasce questa idea? Quali altre attività realizzate dalla scuola l’hanno preceduta?
Fonè Teatro racchiude 25 anni d’esperienza a Ferrara. La commedia dell’arte e altri generi affrontati dalla scuola hanno arricchito il panorama ferrarese nel corso di questi anni e rafforzato i rapporti con i Paesi stranieri, dall’Inghilterra agli Stati Uniti, alla Spagna, Fonè ha avuto modo di affrontare già altre volte la commedia dell’arte attraverso provini, attività e corsi teatrali.
Quali sono gli elementi che rendono la commedia dell’arte ancora attuale?
La commedia dell’arte è il fondamento del teatro occidentale. Grazie a essa, il teatro contemporaneo è in grado di aprirci il cuore con le risate e la capacità di immaginare una comune condizione umana condivisa da tutti, come hanno fatto Stanlio e Ollio. Il carattere attualizzante della commedia sta dunque nella sua universalità e nell’universalità dei suoi archetipi, che ribaltano le coordinate del reale per trasformare la drammaticità in comicità. Prendete un tema difficile come la morte: è affrontato con quella risata e quella fantasia che, in ogni epoca, ci aiutano a sopravvivere.
Ci sono opere che porrà al centro dell’attenzione durante le lezioni del corso?
Più che le opere, mi concentrerò sullo spettacolo. D’altronde, alla commedia non interessa il testo: preferisce basarsi sul canovaccio. Nel corso dell’iniziativa, cercherò di adottare le stesse modalità di lavoro adottate dall’autore inglese, dando io stesso una forma al percorso della compagnia. Sono gli attori a diventare gli autori. Molière si avvicina alla commedia dell’arte, ma la nostra attività procede in modo indipendente dai grandi del passato.
Quanto conterà il percorso storico teorico della Commedia dell’Arte alla comicità contemporanea? Come si svolgeranno le lezioni?
Non bisogna dimenticare che l’attività si incentra sul lavoro di un teatrante, non su quello di un professore. Certo, la teoria è importante e il corso vi dedicherà alcune parti della lezione, ma il teatro, più che studiarlo, lo si deve fare. Senza conoscere il palcoscenico, l’attore è come un medico che non ha mai sezionato un cadavere: un’incompletezza che, oggi, rende imperfetto il teatro occidentale e che limita la preparazione di chi si è iscritto al Dams. Proprio per offrire agli attori l’opportunità di fare teatro, ho previsto 80 ore da dedicare al corso a cui si aggiungeranno le ore incentrate sulla messa in scena. A ciò seguirà il tour nazionale de “I Buffoni Divini”, portati in giro da Fonè Teatro il prossimo anno. La nuova compagnia potrà quindi decidere se proseguire collettivamente oppure se scindersi in percorsi individuali, affrontati dagli attori autonomamente.
Di certo, la partecipazione di Giffoni Film Festival sarà una rampa di lancio da non sottovalutare…
Fonè ha instaurato con Giffoni un fortissimo legame, che offrirà prestigio e pubblicità all’iniziativa. E’ il più grande Festival del cinema giovanile, che si sta espandendo in tutto il mondo. Ma se lo merita: è una multinazionale che lavora sulla qualità. Non è un caso che Truffaut l’abbia descritta come quell’occasione destinata a creare il nuovo pubblico, le “nuove leve” del teatro.
Il programma del corso esalta la contemporaneità. Attraverso quali tecniche verranno adattati personaggi tipici, come Pantalone e Zanni, alle situazioni attuali?
Più di tecniche, che vengono solo applicate, parlerei di processi creativi. Variano continuamente e consentono di sfruttare il materiale sotto una luce diversa. Per farle capire questo processo, le ricordo una scena de “La vita è bella”. Quando Benigni si offre di tradurre gli ordini del militante tedesco e trasforma il suo discorso in un gioco innocente e terribile al tempo stesso, la regia ha applicato la medesima tecnica che attueremo noi nel corso del laboratorio: adatteremo i personaggi alla vita contemporanea attraverso la nostra creatività, esattamente come Benigni ha trasformato il dramma più profondo in poesia e divertimento. La commedia lo faceva 400-500 anni fa, il cinema lo ha fatto con Chaplin, noi ci proviamo nel corso del laboratorio.
Nel programma si legge che il corso è rivolto ad attori, registi e studiosi di teatro. Quanto sarà importante la preparazione ricevuta e l’esperienza nelle attività promosse dal laboratorio?
Ovviamente devono esserci delle potenzialità a livello avanzato.
Archetipi e attori. Quanto conterà l’indole dei partecipanti per l’esercizio di questi ruoli?
Sarà importante, ma le possibilità sono diverse. Ho conosciuto persone estroverse che, pur essendo apparentemente avvantaggiate, si sono mostrate superficiali e inadatte a personificare un certo personaggio. Altre, invece, più timide, hanno evidenziato una creatività del tutto inaspettata. Ma molto dipende dal ruolo con cui si ha a che fare.
Tra le materie trattate durante il corso spiccherà il rapporto con il pubblico. Quali sono i mezzi che sfrutterà per metterlo in pratica? Non ritiene che, in una realtà dove il “filtro” dello schermo divide attore e spettatore, questo legame sia più difficile da realizzare?
Sì, ritengo che sia un grande problema, poiché, oggi, si dà sempre meno importanza al teatro. Ma, allo stesso tempo, penso che la gente continui ad aver bisogno del contatto fisico e, per rivitalizzare questo settore, è necessario capire che il teatro è un’occasione per esserci. Un’occasione che deve conquistare il pubblico senza annoiarlo, come accade in gran parte delle rappresentazioni odierne. Il teatro non deve essere una pizza, ma, riprendendo le parole di Bertolt Brecht, deve divertire. Per farlo, dobbiamo puntare alla comicità, uno dei pochi mezzi che ci permettono di uscire dallo schermo.
L’iniziativa è volta a rilanciare l’esperienza teatrale. Com’è stata accolta? Ha notato interesse fino a oggi?
Assolutamente sì. La pagina Facebook dedicata all’iniziativa gode di grande attenzione. Ma i bilanci si trarranno alla fine, anche se speriamo di mantenere alto l’interesse finora mostrato.
Ma guardiamo al teatro sotto una luce più ampia. Come giudica una città come Ferrara che, in passato, ha lanciato non pochi attori?
Il panorama teatrale ferrarese, negli ultimi 25 anni, si è molto ampliato. Nel 1990, quando cominciai a impegnarmi in queste attività, la città era vuota e solo a Pontelagoscuro si poteva scorgere un po’ di movimento. Oggi, le cose sono cambiate e, grazie a interazioni con l’università e il territorio esterno, Ferrara ha fatto molta strada. Ma continuo a lavorare per creare una culturale “generale”, in grado di conquistare anche l’interesse della Provincia.
Quali altre iniziative sta progettando? Cosa dovremo aspettarci?
Ci sono tante idee in cantiere. Oltre ad arti corsi attivati in città, ricordo l’inaugurazione della stagione teatrale a Tresigallo, dopo che, per molti anni, è stata interrotta. Inoltre, puntiamo alla realizzazione di festival e di iniziative nei territori provinciali più lontani, mantenendo i contatti con i nostri Paesi gemellati, come Spagna e Scozia.
Infine, ricordo l’inaugurazione della nuova sede di Fonè Teatro, programmata per il 25 novembre prossimo. Vi parteciperà anche il Presidente del Giffoni Film Festival e ve lo posso assicurare: sarà un evento che non passerà inosservato. Incrocio le dita e spero di riuscire a coordinare il tutto!
Una mostra per ripercorrere la Grande Guerra nella nostra città che, forse non tutti lo sanno, durante il primo conflitto mondiale è stata dichiarata non solo ‘zona di guerra’, ma addirittura ‘zona di operazioni militari’. L’esposizione “Sui muri di Ferrara. La prima guerra mondiale attraverso i manifesti” è curata da Enrica Licci e Dolores Daghia, docenti del Laboratorio per la Didattica dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara: “Come insegnanti abbiamo pensato prima di tutto ai ragazzi e abbiamo voluto mettere in luce aspetti poco conosciuti della I Guerra Mondiale, temi che in classe spesso non si affrontano, cercando anche di dare la prospettiva di chi ha vissuto questi eventi”.
Fra le tante discontinuità segnate dalla prima guerra mondiale c’è anche quella della comunicazione: in questo campo la modernità del primo conflitto novecentesco segna un salto di qualità grazie all’uso di nuovi strumenti come la macchina fotografica, la radio, il cinema e i manifesti, utilizzati per informare, ma soprattutto per mobilitare quelle che sembrano essere le protagoniste del nuovo secolo, le masse. Nella mostra curata da Enrica Licci e Dolores Daghia ci si concentra sui manifesti originali scelti dalle delle collezioni del Museo del Risorgimento e della Resistenza per evidenziare come lo stile e il linguaggio cambino nel corso delle fasi conflitto e a seconda dello scopo del documento: “Abbiamo voluto far parlare questi manifesti, perché sono interessanti sì dal punto di vista storico, ma anche dal punto di vista linguistico”. A spadroneggiare è naturalmente il tono magniloquente e retorico della propaganda nazionalista: dal “decalogo dell’italiano” all’annuncio che “il contegno dell’Austria ha trascinato anche la patria nostra nell’immane conflitto che insanguina tutta l’Europa”. Al suo servizio vengono messe anche le arti grafiche e così le forme eleganti e nobili del liberty passano dalle illustrazioni per i manifesti pubblicitari delle grandi esposizioni internazionali a quelle per i manifesti e le cartoline per il prestito nazionale. Dopo Caporetto, invece, il messaggio predominante è l’appello all’unità e alla solidarietà. I manifesti vengono utilizzati però anche per informare la popolazione, per esempio sugli sviluppi delle trattative di Versailles: proprio il proclama del Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando sugli sviluppi al tavolo della pace è, fra quelli esposti, uno dei migliori esempi di un nuovo stile comunicativo che si potrebbe definire ‘poco diplomatico’.
Sui muri di Ferrara. La prima guerra mondiale attraverso i manifesti rimarrà aperta fino al 9 novembre nella Sala Mostre del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara e sarà visitabile dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 18.
Vorrei proporre una riflessione sull’ansia da web, cercare – anche personalmente – qualche spazio per una sorta di ecologia del web, si potrebbe dire riprendendo il vecchio e autorevole titolo di Bateson “L’ecologia della mente”. Non mi riferisco tanto alla perpetua connessione, al fatto che controlliamo di continuo i messaggi ricevuti, che rispondiamo alle mail di lavoro anche la domenica mentre stiamo parlando con amici, non mi riferisco solo al senso di spaesamento che avvertiamo se il nostro operatore ci disconnette momentaneamente. Sarebbe relativamente facile trovare una disciplina per tutto questo.
Mi riferisco, soprattutto, all’ansia da prestazione che ci prende quando navighiamo in rete, al senso di inadeguatezza sollecitata dall’abbondanza di articoli interessanti relativi al nostro campo di interesse, alla sensazione continua di non essere abbastanza aggiornati, di avere perso questa o quella importante ricerca, e così via. Eppure è un enorme vantaggio poter consultare articoli scientifici dalla propria postazione, scorrere i titoli dei più prestigiosi giornali internazionali, verificare lo stato dell’arte nel nostro ambito di lavoro. Ma poi, quando leggiamo tutto questo? Dove mettiamo la carta stampata sui contenuti che ci sembrano irrinunciabili? Dopo quanto tempo dimentichiamo il nome del file in cui abbiamo archiviato il succulento frutto di una fortunata ricerca di nuovi materiali? Il Web si muove ad un ritmo incredibile e media un numero crescente di servizi; enfatizza la velocità e la volatilità di ogni informazione, diffusa e bruciata nello stesso tempo. Gli utenti si aspettano in tempo reale (o quasi) le risposte. Siamo sommersi da notifiche e ci pentiamo di avere chiesto informazioni perché non ci liberiamo più delle proposte che ne seguono.
Tutto il sovraccarico che ne scaturisce non è sano e allora emerge l’idea dello “slow web”. Su questo obiettivo nasce il sito theslowweb.com [vedi] che propone idee per non essere sopraffatti dalle tecnologie. La pagina intende fornire buoni esempi, tentare di elaborare linee guida, esplorare ulteriormente la psicologia e le ragioni per una lentezza del web.
In definitiva, la filosofia che anima il movimento Slow Web non è improntata a nessun rifiuto, ma propone una sorta di autodifesa da rischi di schiavitù. D’altra parte, rapidamente una pratica così pervasiva diviene un’abitudine che può essere malsana e che forse limita, piuttosto che accrescere, la nostra capacità di informarci, di metterci in relazione, di capire meglio il nostro tempo e così via. Un’abitudine che forse abbassa, piuttosto che elevare, la nostra efficienza e produttività, poiché le ore spese in rete sono sottratte al lavoro, allo studio, al sonno e al riposo. Ognuno lamenta questo problema rispetto al proprio lavoro: il fatto di essere sommerso da un flusso costante di informazioni e di essere sotto pressione per rispondere immediatamente. Alcuni software stanno cercando di risolvere il problema di questa sovrabbondanza di informazioni, per evitarci tra l’altro le improbabili risposte che talvolta capita di dare a chi ci scrive, come “la mail non funziona bene”, o “forse il messaggio è finito nello spam”. Ma al di là dei dispositivi, sarebbe meglio riflettere sulle ragioni che inducono dipendenza e magari trovare il modo di trovare il modo migliore di sfruttare un’opportunità, senza che diventi un vincolo. Ciò vale per le persone come per le organizzazioni.
Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand. maura.franchi@gmail.com
La Cgil e la sua manifestazione di Roma sono roba vecchia, il Pd della Leopolda è il nuovo. Tra futuro e passato volete restare ancorati al passato? Fatti vostri, il mondo è cambiato, il posto fisso non c’è più, noi andiamo avanti. Questo è stato il messaggio di Matteo Renzi concludendo la kermesse di Firenze.
In realtà le cose escono dalle metafore usate ad effetto dal premier – quelle ad esempio del “pensionato che pensa non finiranno mai i lavori nella stradina sotto casa sua”, o di chi “si ostina a rimanere aggrappato all’articolo 18, che è come azionare lo smartphone con un gettone” – e investono ben altri terreni. Per esempio, se abbiano ancora cittadinanza i partiti nel senso tradizionale, o se siano inutili orpelli del passato. Chi sia oggi e cosa sarà domani la sinistra. Perché ci si ostina a combattere la precarietà con le manifestazioni di piazza. E tralasciamo le battute (“non lasceremo riportare il Pd al 25%” o “non consentiremo di fare del Pd il partito dei reduci”) che fanno parte dell’armamentario polemico del momento.
Le questioni fondamentali che stanno sotto la pelle del discorso di Renzi suscitano interrogativi importanti. Provo ad evocarne tre. Primo: chi è chi lavora? Una persona o una merce? Deve avere dei diritti, oltre che dei doveri? Deve essere tutelato o una volta stipulato un contratto va tutelato a discrezione di chi gli dà lavoro? Secondo. Cos’è un sindacato? Un organismo che esercita delle tutele e difende dei diritti collettivi oppure un soggetto che sarebbe meglio eliminare perché con la sua azione inceppa lo sviluppo di un Paese? Terzo. Deve ancora esistere una sinistra che stia dalla parte delle persone più deboli e meno garantite, quando invece oggi la dinamica sociale ed economica offre tantissime opportunità solo a chi voglia provarci?
Renzi è abile, sa quando accelerare e quando frenare. Vuol far passare l’idea che è investito di una missione (“ce la siamo cercata noi la bicicletta” “farò al massimo due legislature” vuol dire, si badi, che il potere politico uno se lo prende e se lo mantiene finché vuole, a meno di sconquassi). Conta sulla superficialità dell’opinione pubblica, che bisogna folgorare con battute e slogan efficaci.
Tutto questo però non significa commettere l’errore di liquidare il premier e le sue idee in modo semplicistico, affermando, come si sente dire, che ha rimesso a nuovo e sta realizzando le idee di Berlusconi. Potrebbe essere vero, ma sarebbe troppo poco. Poco per il sindacato – penso ovviamente alla Cgil – che deve ripensare le proprie strategie e sburocratizzarsi, riorganizzarsi in una situazione sociale ed economica in vorticoso cambiamento, assumendo l’orizzonte europeo e internazionale come una costante della propria azione, non mantenere rendite di posizione e non perdendo mai il legame con i soggetti che intende difendere (tra i quali i tantissimi giovani che ho visto a piazza San Giovanni). Poco per la sinistra, che deve riposizionare in fretta idee e concetti nel XXI secolo, senza dimenticare mai che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna, nelle sue diverse varianti, purtroppo esiste ancora.