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RIFLETTENDO
Perché gli scrittori devono essere giovani

Quant’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia!  / Chi vuole esser lieto, sia, / di doman non c’è certezza. (Lorenzo il Magnifico)

scrittoriSarò impopolare. Un po’. Forse molto. Da tempo ormai volevo scriverne e sono giunta a un momento tale della vita nel quale non mi interessa troppo il giudizio altrui. Dire quello che si pensa, sempre, ovviamente nei limiti della correttezza e puntando all’obiettività per quanto possibile, anche a costo di non piacere. Non è che non mi senta più tanto giovane, anzi. Ma a volte, forse spesso, incentivando e premiando alcuni, pur volendo ben fare, si fa torto ad altri e non si garantiscono reali pari opportunità. Mi riferisco a molti concorsi e premi di scrittura. Perché sempre per under qualcosa (di solito 30-35)? E gli altri? Non fraintendetemi, ve ne prego, non voglio dare l’idea della persona matura, per quanto soddisfatta, che non vuole dare spazio ai giovani, lungi da me. Ad essi immensi spazi prima di tutto. Mi domando però perché i talenti letterari devono sempre essere per forza under? Basta pensare al grande Camilleri: se avesse cercato visibilità e notorietà’ attraverso simili canali, probabilmente non lo avremmo mai letto. Se poi anche Meryl Streep ha fondato un laboratorio di scrittura per donne quarantenni e oltre (The Writers Lab, vedi), forse non sono la sola a pensarla così. timthumbPerché si deve sempre parlare di scrittori “giovani” emergenti e non limitarsi a un più generico e meno discriminante scrittori “emergenti”? Molti premi prestigiosi non danno solo un supporto finanziario, ma portano anche a benefici a medio-lungo termine per la carriera di scrittore. Non si tratta quindi solo di soldi, ma di una reale possibilità di emergere. Ben vengano, quindi, i riconoscimenti letterari a chi cerca di farsi conoscere, ma se essi riguardano solo giovani, a mio avviso un problema c’è. In un mondo come quello di oggi che, con internet che imperversa, si apre sempre di più a tutti, questo tipo di iniziativa è ormai datata, obsoleta. E, anche se non intenzionalmente, è anche un po’ discriminatoria. Essere scrittori emergenti significa semplicemente essere scrittori alle prime armi, indipendentemente dall’eta’. E molti lo sono verso i 40 anni, quando esperienza di vita e maturità di pensiero e di scrittura hanno fatto il loro corso. Non tutti sono geni letterati dalla nascita, la scrittura richiede tanto allenamento e studio. Una palestra quotidiana, che spesso da i suoi frutti con il tempo. Scrivere da giovani e’ poi spesso un vero privilegio, non tutti possono permetterselo, se si deve lavorare e combattere con le preoccupazioni quotidiane di un’eta’ dove si iniziano a gestire molte preoccupazioni da soli. Si possono avere più lavori, figli piccoli e mille incombenze. Trovare una stanza tutta per sé non è sempre facile in quel momento. Non si tratta di istituire premi per over, ma magari, semplicemente, di togliere il requisito dell’età e focalizzarsi sul momento della vita e la fase della scrittura, emergente o meno. Forse giovane è sexy (e vende) ma emergente è rock. Almeno per me.

Immagine in evidenza Scuola Holden

 

NOTA A MARGINE
Il design in Italia oggi, fra modelli ingombranti e troppi luoghi comuni

Tracciare un profilo ben definito del designer contemporaneo oggi risulta difficile. Farlo in casa nostra, l’Italia, da sempre considerata patria del buon gusto, dell’estetica, del tanto inneggiato ‘made in Italy’, è paradossalmente ancora più complicato. Qual è allora lo stato del design italiano?
A questa difficile domanda ha provato a rispondere il corso di laurea in Design del prodotto industriale del dipartimento di Architettura di Ferrara, organizzando un seminario dal titolo “Design in Italia oggi. Luoghi comuni e mestieri speciali”, tenuto da Chiara Alessi.
Giornalista, saggista, collaboratrice per riviste come “Domus”, “Interni”, “Klat” e il “Fatto Quotidiano”, dove tiene un blog, Chiara Alessi si occupa prevalentemente di design in ambito giornalistico, con una particolare attenzione al rapporto tra il design stesso, la critica e la società. Negli ultimi due anni ha pubblicato per Laterza due saggi (“Dopo gli anni zero. Il nuovo designi italiano ”, 2014, e “Design senza designer”, 2015), entrambi frutto di approfonditi lavori sul campo per delineare una mappatura circa la situazione odierna di questo settore lungo la penisola.

Introdotta dal coordinatore del corso di laurea Alfonso Acocella e dal professor Dario Scodeller, la giornalista ha subito chiarito come come il cosiddetto ‘anno zero’ del design sia “un anno che circoscrive un’epoca critica, dato che viviamo in tempi in cui la nostra generazione dà per scontate un’infinità di cose, finendo poi per perdere di vista i filtri e il contatto con la realtà del mondo che ci circonda”. Il quesito necessario da porsi è quindi di che cosa stiamo parlando davvero: esiste ancora il concetto di design nel nostro Paese? Alessi risponde ammonendo che “all’estero si critica tanto il design italiano perché i primi a criticarlo siamo noi stessi” e, scorrendo numerose citazioni di personaggi illustri di questo settore, aggiunge quanto “sia necessario trovare un nuovo punto di partenza e staccarsi dall’epoca dei grandi maestri, oggi diventata troppo ingombrante per le nuove generazioni in cerca di stimoli diversi. Io ho avuto la fortuna di girare l’Italia da Nord a Sud e posso assicurare che esistono tante potenzialità, tante idee e interessi da valorizzare”.

Il problema è quindi uno sguardo rivolto indietro verso un grande passato che si manifesta in un’arretratezza diffusa: “quando si entra nella sala d’ingresso del tempio del design italiano, il Politecnico di Milano – continua Alessi – le gigantografie dei principali designer italiane sembrano quasi dire ‘noi siamo la storia, voi ora datevi da fare…’”. Inoltre, le riviste specializzate non hanno più il ruolo di un tempo quando erano considerate “veri e propri laboratori di lavoro e orientamento, fucine di idee alle quali si prestava particolare attenzione”. Problemi da ricercare anche in alcuni equivoci inerenti il mondo delle aziende: “oggi si pensa erroneamente siano divise in quelle che lavorano in maniera tradizionale e quelle che producono in maniera più innovativa, ma in realtà le aziende italiane sono ibride e queste due caratteristiche convivono benissimo da tempo”. I mercati poi, secondo la giornalista, “si sentono contrastati da internet e dall’e-commerce, dimenticando che l’online è in realtà una risorsa che rende il mercato più innovativo e competitivo”.

Chiara Alessi ha poi illustrato il profilo del designer degli anni 2000, professione che “per la prima volta può dirsi davvero tale”, fino a quindici anni fa non aveva nemmeno una facoltà universitaria; oggi invece ha iniziato ad “avere una sua autonomia, nonostante fatichi ancora dal punto di vista economico, dato che in media i designer dichiarano di ricavare soltanto il 30% del fatturato dal loro prodotto”.
Un mondo in continua evoluzione e difficile da analizzare. Ecco perchè Alessi ha cercato di individuare alcuni punti stilistici chiave della ‘poetica del design’: ci sono il punto esclamativo (che sorprende) e la fiction (narrazione di realtà alternative), il realismo, il ready made e la performance, passando per alcuni dualismi quali unico-irripetibile, assenza-presenza, produzione-autoproduzione. Realtà nelle quali “è difficile orientarsi, ma che convivono bene tra loro, poiché la cosa che più le contraddistingue è appunto l’eclettismo stilistico”.

Spazio infine per qualche aneddoto circa la sua pubblicazione più recente, un lavoro che capovolge le modalità di ricerca della precedente. In proposito, l’autrice afferma che “oggi ci si potrebbe chiedere se siamo tutti designer, visto il sempre più facilitato accesso a mezzi di produzione e creazione, ma nonostante tutto per me qualcuno è sempre più designer di qualcun altro. La vera abilità del designer di oggi – ha continuato Chiara – non è più nel disegno o nell’autoproduzione, ma nell’essere capaci di individuare le persone giuste, instaurare le relazioni migliori. Insomma, sapere un po’ di tutto”. E poi bisogna sfatare alcuni luoghi comuni tra i quali: il ruolo salvifico del ‘made in Italy’ sempre più ricercato non solo dagli utenti, ma anche aziende straniere; la filosofia de ‘il futuro è artigiano’, se presa per vera, da noi vale almeno cinquant’anni; il contrasto tra retail ed e-commerce, sbaglia chi crede che il secondo affosserà il primo, basta guardare il caso Ikea; e l’annunciata fine dei distretti e della critica.

ECOLOGICAMENTE
Abc del ciclo integrato dell’acqua

World Water Day: il 22 marzo è il giorno mondiale dell’acqua.
L’acqua è un elemento vitale ed è un fondamentale sostegno dell’ambiente, ma anche un elemento essenziale dello sviluppo della società. Il ciclo integrato dell’acqua e la gestione di questa importantissima risorsa ha un profondo impatto sull’ecosistema, sull’economia dei servizi pubblici, ma anche sulla salute e sulla politica industriale di un territorio. La conoscenza di questi impatti è un elemento imprescindibile per la qualità del processo gestionale e deve essere messa a disposizione di tutti gli interlocutori del sistema per perseguire un’attenta politica ambientale orientata alla sostenibilità. L’esigenza crescente è prevedere un sistema di regolazione in grado di valorizzare sia i diritti degli utenti sia lo sviluppo delle gestioni per mezzo di un intervento istituzionale che vigili sulle situazioni di criticità, semplifichi e innovi il sistema della governance, per migliorare il posizionamento strategico e competitivo sul territorio nel servizio pubblico ambientale di gestione dell’acqua. La risoluzione delle molte criticità è da ricercare in un insieme di soluzioni: una maggiore efficienza, una razionalizzazione delle risorse idriche, migliore distribuzione e riduzione delle perdite, maggiore consapevolezza e partecipazione da parte di tutti, l’impegno per garantire il diritto all’acqua, la condivisione di informazioni, la trasparenza e lo sviluppo di nuovi modi per procurarsi acqua anche attraverso il riutilizzo, il riciclo e la desalinizzazione.

Si deve partire dalla conoscenza dei dati; forse non ne parliamo a sufficienza e forse non ne sappiamo a sufficienza. Conoscere i dati caratterizzanti il territorio al fine di individuare i flussi di rifiuti e le possibilità di gestione del sistema integrato deve essere una possibilità per ciascun cittadino, in quanto la conoscenza dei dati è elemento necessario per lo sviluppo sostenibile dell’acqua. Non ci si deve accontentare di avere acqua se apriamo il rubinetto. Dobbiamo conoscere il sistema di gestione e l’assetto impiantistico e logistico di riferimento, con quadro dei flussi previsionali nel breve, medio periodo per ciascuna delle fasi del ciclo (captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue). Chi amministra e chi gestisce il ciclo dell’acqua deve prendersi impegni seri su questi temi.
Da parte dei cittadini, nel contempo, deve crescer l’attenzione a questi temi. Per fare crescere la consapevolezza del bene ‘acqua’ deve crescere la partecipazione. Si tratta di una fase fondamentale di ascolto e di confronto. Tali obiettivi potranno essere raggiunti, tra l’altro, attraverso l’individuazione di indici di qualità per tutti i corpi idrici, il rispetto dei valori limite agli scarichi, l’individuazione di misure tese alla conservazione e al riutilizzo-riciclo delle risorse idriche, l’adeguamento dei sistemi di fognatura, collettamento e depurazione degli scarichi idrici, la tutela integrata degli aspetti qualitativi e quantitativi nell’ambito di ciascun bacino e soprattutto un adeguato sistema di controlli e di sanzioni.
Ricordiamoci che l’acqua, in natura, è tra i principali costituenti degli ecosistemi ed è base di tutte le forme di vita conosciute, uomo compreso. Abbiamo bisogno di capire meglio tutte le categorie di acqua:
Acque potabili: tutte le acque trattate o non trattate, destinate a uso potabile, per la preparazione dei cibi e bevande o per altri usi domestici, a prescindere dalla loro origine, siano esse fornite tramite una rete di distribuzione, mediante cisterna in bottiglie o in contenitori.
Acque reflue domestiche: acque reflue provenienti da insediamenti di tipo residenziale e da servizi e derivanti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività domestiche.
Acque reflue industriali: qualsiasi tipo di acque reflue provenienti da edifici o installazioni in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, differenti qualitativamente dalle acque reflue domestiche e da quelle meteoriche di dilavamento, intendendosi per tali anche quelle venute in contatto con sostanze o materiali, anche inquinanti, non connessi con le attività esercitate nello stabilimento.
Acque reflue urbane: miscuglio di acque reflue domestiche, di acque reflue industriali, e/o di quelle meteoriche di dilavamento convogliate in reti fognarie, anche separate, e provenienti da agglomerato.
Acque sotterranee: tutte le acque che si trovano sotto la superficie del suolo nella zona di saturazione e a contatto diretto con il suolo o il sottosuolo
Acque superficiali: sono le acque interne, a eccezione delle acque sotterranee, le acque di transizione e le acque costiere, tranne per quanto riguarda lo stato chimico, in relazione al quale sono incluse anche le acque territoriali.

Il ciclo di utilizzazione dell’acqua è un sistema complesso che ha bisogno di una gestione integrata delle sue attività. La regolamentazione e la gestione sostenibile dei prelievi di risorse idriche, sia in termini di qualità che di quantità, rappresentano una questione prioritaria. In sintesi bisogna perseguire uno sviluppo sostenibile, che comporta un approccio integrato e preventivo alle tematiche ambientali a cui si conformino i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti: dalle amministrazioni pubbliche e dai gestori, ma anche i comportamenti di imprese, industrie e dei cittadini.

L’APPUNTAMENTO
Con il Fai si riscopre la Ferrara sotto i nostri occhi

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Far notare la bellezza che è quotidianamente sotto i nostri occhi: questo è lo scopo dell’edizione 2016 delle Giornate Fai di Primavera ferraresi, che si terranno questo fine settimana.
Con oltre 900 visite straordinarie in 380 località in tutte le regioni d’Italia, l’appuntamento primaverile con il Fai-Fondo Ambiente Italiano, arrivato alla sua 24 edizione, è il più importante evento di piazza dedicato ai beni culturali, un grande spettacolo di arte e bellezza dedicato a tutti coloro che hanno a cuore il patrimonio artistico e naturalistico italiano. La delegazione ferrarese dell’associazione quest’anno ha scelto due beni che sono già aperti al pubblico, ma arricchendo la visita con ambienti nascosti, normalmente non accessibili al pubblico. Quelle di sabato 19 e domenica 20 marzo sono dunque aperture ‘straordinarie’ perché permetteranno a cittadini e turisti di ascoltare storie e notare particolari insoliti e originali, guardando così con occhi diversi al nostro patrimonio artistico e culturale.
Il primo luogo è il Palazzo Ducale Estense, sede del Comune di Ferrara. Il percorso si snoderà tra la Sala delle Lapidi, il Salone d’Onore e la Sala degli Arazzi, ma anche nelle stanze dove ora hanno sede la Segreteria e l’Ufficio del Sindaco. Oltre alla descrizione delle opere d’arte e degli arredi di pregio del palazzo, i partecipanti potranno ascoltare storie e curiosità sull’edificio: come quella dell’ala sistemata scenograficamente da Ludovico Ariosto in persona per allestirvi le sue opere. I visitatori, inoltre, potranno attraversare la via Coperta, uscendo nel cortile del Castello Estense. Il secondo bene sarà la Basilica di San Giorgio fuori le mura, la prima cattedrale di Ferrara: oltre alla chiesa sarà possibile visitare il monastero e il chiostro e la tomba di Cosmè Tura.
Con i volontari dell’associazione, a fare da Ciceroni, o meglio da Apprendisti Ciceroni, ci saranno gli studenti ferraresi delle classi quarte e quinte dell’Istituto Superiore “Giovan Battista Aleotti” presso San Giorgio e del Liceo Scientifico “Antonio Roiti”, per chi si recherà a Palazzo Ducale.
Alla conferenza stampa di presentazione dell’evento, che si è svolta lunedì mattina nella Sala degli Arazzi della residenza municipale, i docenti che hanno preparato i ragazzi hanno sottolineato il valore formativo di queste iniziative perché non si tratta più solo di uno studio teorico e mnemonico in cambio di un bel voto dopo un’interrogazione, ma di entrare in contatto con il patrimonio culturale del proprio territorio e con il pubblico che arriverà per le visite. In particolare Fabio Muzi, dirigente scolastico e docente dell’“Istituto Aleotti” ha sottolineato come le giornate Fai siano “l’occasione per una reale interiorizzazione del patrimonio artistico e culturale cittadino”. E a proposito della sfida posta dai diversi tipi di pubblico e registri linguistici: le visite guidate saranno disponibili anche in lingua straniera.
“Le visite – ha precisato il capo della delegazione di Ferrara Piero Sinz – saranno a offerta libera e il ricavato sarà come sempre finalizzato alla raccolta di fondi per il restauro dei beni Fai che poi vengono aperti al pubblico”.

Giornate Fai di Primavera a Ferrara
Basilica di Giorgio fuori le mura-Il Chiostro, la sacrestia, l’abside e molto altro
Venerdì: 10.00-12.30 (ultimo ingresso)
Sabato 10.00-17.30 (ultimo ingresso)
Domenica 13.30-17.30 (ultimo ingresso)
Castello Estense-Le Sale del Duca
Piazza del Municipio 2
Sabato e domenica:
10.00-12.30 (ultimo ingresso)
14.30-17.00(ultimo ingresso)

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L’APPUNTAMENTO
Il viaggio nella comunità dei saperi termina con le emozioni

Termina oggi il “Viaggio nella comunità dei saperi” che presso la Sala Agnelli della biblioteca Ariostea ha portato il pubblico alla scoperta delle parole per questo millennio. Diversità, abilità, impegno, ragione, beni comuni, sono solo alcuni dei temi affrontati dal ciclo di incontri organizzato da Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. A chiudere, con la psicoanalista Chiara Baratelli, saranno le ‘emozioni’.

Le emozioni permeano ogni istante della nostra esistenza, ma nonostante questo, non è facile riconoscerle, gestirle e dare loro un nome.Ci sono persone che temono a tal punto di provare qualsiasi forma di emozioni che arrivano a controllarle ammalando così il corpo. Ci sono persone che si negano qualsiasi possibilità di provare emozioni fino ad arrivare all’uso di sostanze e persone che ne sono così sopraffatte da vivere attacchi di panico. Educare alle emozioni non significa insegnare a reprimerle, ad esempio impedire ad un bambino a non provare rabbia. Significa permettere al bambino di arrabbiarsi abituandolo a riconoscere quello che prova e a dargli un nome. Fare i conti con le emozioni, per tutti noi, significa imparare a sostare in esse senza esserne sopraffatti.
Introduce Gian Luca Pizzotti

IL VIDEO
La musica di Frescobaldi e le delizie estensi

La musica di Girolamo Frescobaldi e la splendida location della sala affrescata della Delizia di Belriguardo in un video segnalatoci da Francesco Cera, clavicembalista e organista attivo nel campo concertistico della musica rinascimentale e barocca.

Girolamo Frescobaldi (1583-1643), al quale è intitolato il conservatorio di Largo Antonioni, è nato e cresciuto a Ferrara, che a metà Cinquecento città poteva vantare in ambito musicale una vera e propria scuola sviluppatasi grazie al mecenatismo culturale della Casa d’Este. Poco si sa della sua formazione, ma certo potè giovarsi dei tanti maestri che in quegli anni, gli ultimi prima della Devoluzione del Ducato Estense allo Stato Pontificio e del trasferimento dei musicisti a Roma, gravitavano attorno alla corte.
Già alla nascita di Girolamo erano attivi in città Alfonso della Viola, il Concerto delle dame, Luzzasco Luzzaschi. Inoltre visitarono Ferrara Luca Marenzio, John Dowland, Jacques De Wert, Orlando di Lasso, e persino due giganti come Claudio Monteverdi, che lavorò a una collezione di madrigali dedicati ad Alfonso II d’Este, e Carlo Gesualdo: il principe di Venosa arrivò nel febbraio del 1594 per celebrarvi il suo matrimonio con Eleonora, cugina di Alfonso II e sorella di Cesare d’Este.

Questo è il clima in cui crebbe il compositore e musicista, “fondamentale per lo sviluppo delle sue composizioni stampate a Roma nel 1615”, come ci spiega anche Francesco Cera nel video. Questo lavoro, registrato nel novembre 2015 grazie al sostegno dell’Asp Ferrara e del Museo Ugo Marano, è una piccola anticipazione di un’incisione che uscirà il prossimo anno per una casa discografica internazionale che Cera ha potuto eseguire proprio nella sala situata a Voghiera: la registrazione del “Primo libro di Toccate” del compositore ferrarese. “Il video – spiega il musicista – intende proprio far comprendere il nesso culturale tra Frescobaldi e la musica che da giovane potè ascoltare presso la corte”.

LA SEGNALAZIONE
Celestini povero Cristo narra miracoli di periferia

Laika è la cagnolina che i sovietici hanno spedito in orbita nel novembre del 1957 e che per quelle poche ore “è stato l’essere vivente più vicino a Dio”; laica è la misericordia, la compassione, delle parabole che Ascanio Celestini racconta al pubblico del Teatro Comunale Claudio Abbado fino a domenica 13 marzo. In questo gioco di parole si nasconde la poesia di “Laika”, il nuovo spettacolo dell’autore romano, un altro gradito ritorno sul palco estense dopo quello di Marco Paolini. Curiosa coincidenza: entrambi ci hanno portato a teatro credendo di ascoltare storie di cani. Invece abbiamo ascoltato storie di uomini, ci hanno parlato dell’umanità.
Quella di Ascanio Celestini è un’umanità perduta, almeno agli occhi dei più. E non a caso a narrarcela è un povero Cristo cieco – o che finge di esser cieco – davanti a una bottiglia di Sambuca scadente. Una periferia umana e geografica, o meglio umana perché geografica, o meglio… decidete voi. Un mondo di emarginati, di sbandati, anime strane, buone ma non candide, le cui vicende si intrecciano fra case occupate, monolocali da 35 metri quadrati, il parcheggio di un supermercato, dove le loro vite inciampano le une nelle altre.
“In principio c’è Dio o in alternativa il Big Bang”, almeno secondo Stephen Hawking, secondo cui Dio è “una favoletta” e, infatti, Dio lo punisce “togliendogli il saluto”, nel senso che non può più dire “Buongiorno” e “Buonasera”. “Dio è fatto così, nessuno è perfetto!”, dice il ‘santo bevitore’ di Celestini. “In principio c’è Dio”, ma al centro c’è l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza, anche quando è una vecchia che non crede, una donna con “la testa impicciata” il cui figlio non si capisce se è vivo o morto, un facchino che carica e scarica pacchi da un furgoncino giallo e va avanti giorno dopo giorno solo perché nella sua mente pensa solamente “il mio turno finirà”, un barbone negro, che tutti evitano, o peggio di cui nessuno si cura, perché nel suo bicchiere non c’è la Sambuca, ma gli spiccioli dell’elemosina. Non è sempre stato un barbone, anche lui prima era un facchino; per lui e un collega, entrambi licenziati dopo un incidente sul lavoro, ora “i facchini negri africani” fanno sciopero e le guardie li menano, ma il picchetto resiste: “con una mano fermano i crumiri, con l’altra sostengono la volta celeste”. E Pietro, con la voce bambina di Alba Rohrwacher e il corpo e la fisarmonica di Gianluca Casadei, dice al povero Cristo: “non ci sono giornalisti”, se uno di questi negri africani morisse, la gente saprebbe che è morto “di freddo”.
Personaggi perduti, o meglio dimenticati, emarginati che vivono esiliati in una società che non vuole, non sa più ascoltarli. Proprio loro diventano i protagonisti di un prodigio eccezionale, di un miracolo laico che sfida le nostre coscienze: “una vecchia, una donna con la testa impicciata e di un cieco, scesi in strada nel cuore della notte per difendere un barbone negro” dalle guardie che caricano il picchetto. Un evento tanto straordinario eppure di una semplicità quasi sconfortante perché ci mette di fronte alla possibilità di un gesto d’amore: dunque ne saremmo ancora capaci, ci chiediamo mentre anche in teatro è sceso il buio di quella notte.
Il finale di “Laika” sembra invocare una sorta di nuovo umanesimo, la fine dell’indifferenza, un embrione di rivolta. Ma Celestini non dà scampo al pubblico: non gli permette cedere all’autoassoluzione, alla tentazione di pensare che basti assistere alle sue parabole contemporanee per collocarci d’ufficio dalla “parte giusta”. La redenzione, se c’è, è solo letteraria, non consola, perché l’assenza di un Dio, di un senso, di una giustizia, di un’etica continua ad aleggiare sulle vicende dei personaggi e del pubblico.

L’INCHIESTA
Chi dice donna dice … lavoro

SEGUE. Nel 2014, nel G20 Australiano, si pianificò di far entrare nel mercato del lavoro 100 milioni di donne in 10 anni, attraverso la piattaforma creata dal gruppo di lavoro Women20.
Secondo l’ISTAT, nel 2015 – per rimettere in linea l’Italia con il resto d’Europa – sarebbero dovute entrare nel mondo del lavoro 2,7 milioni di lavoratrici, il che avrebbe portato un beneficio al Pil italiano del 7%. In realtà, siamo davvero lontani dalla meta.

Il Gender Equality Index elaborato dall’Eige (l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere) ha piazzato l’Italia al 69° posto nella classifica mondiale per la parità di genere: secondo lo studio, in Italia “la struttura economica, l’organizzazione del lavoro, gli stereotipi di genere sono strettamente correlati a quanto lavoro di cura ci si aspetta che venga svolto dalle donne nelle case, al tipo di welfare a cui hanno accesso e alle possibilità che hanno di entrare nel mercato del lavoro”.

Secondo i dati Eurostat le donne italiane dedicano alle responsabilità familiari più tempo di tutte le altre donne europee: ben 5 ore e 20 minuti al giorno. In Svezia, dove l’occupazione femminile è il top d’Europa, sono a 73 minuti. Se consideriamo il part-time maschile come un indicatore della partecipazione degli uomini al lavoro domestico i dati vengono confermati: quello italiano è uno dei più bassi d’Europa, l’8,4% contro il 7,8% in Francia, il 10,8% in Germania, il 13,1% in Uk e il 15,1% in Svezia.
Su questa situazione incidono la bassissima copertura dei servizi per la prima infanzia (al 13,5%) e le politiche di austerity, che hanno tagliato servizi come il tempo pieno nelle scuole primarie e i servizi di assistenza domiciliare ad anziani e ammalati.
Nel 2015 erano ben 2,3 milioni le donne che risultavano inattive per motivi di famiglia, di queste il 40% ha un diploma di scuola superiore o una laurea e il 18% lavorerebbe se i servizi fossero adeguati.
In questo contesto la maternità rappresenta ancora un rischio concreto di fuoriuscita dal mercato del lavoro: sempre dai dati Istat si nota che il 22,4% delle madri impiegate prima della gravidanza, intervistate dopo due anni, avevano perso il lavoro.

Eppure le donne italiane ottengono risultati migliori degli uomini nello studio, come afferma il rapporto Almalaurea: nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni, il 30% delle donne ha un una laurea contro il 18% degli uomini. “Questo vantaggio non si riflette però nel mercato del lavoro: gli stereotipi di genere influenzano le scelte di carriera delle donne, che tendono a preferire materie (letteratura, insegnamento, linguistica, geografia, chimica-farmaceutica, legge, architettura) in cui c’è troppa offerta rispetto alla domanda, specialmente se comparate con le materie tecnico-scientifiche in cui si registra una netta prevalenza maschile. Il risultato – spiega il report Almalaurea 2015 – è che a cinque anni dalla laurea hanno trovato lavoro l’88% dei laureati e solo il 63,5% delle laureate e gli uomini guadagnano 1556 euro contro i 1192 delle donne”.

Il “Gender Pay Gap” – la differenza di retribuzione fra uomo e donna – la maggiore esposizione al “part time involontario” e alla precarietà rendono il mondo del lavoro ancora più ostico a quante riescono a inseririsi nel mondo del lavoro. In questo ambito, inoltre, viene comunque promosso un modello di leadership per cui avere una carriera significa essere presenti “sempre e comunque”. L’Istat ha riportato in proposito che circa il 40% delle donne che si considera ‘adeguata’ a ricoprire un ruolo apicale, sostiene che sia il modello dominante di leadership l’ostacolo principale alla sua stessa carriera.

Per quanto riguarda le donne migranti, una su due lavora nelle famiglie italiane fornendo servizi di cura: rappresentano l’80% della forza lavoro del settore ma, nonostante questo, sono maggiormente sottoposte a sfruttamento, irregolarità dei contratti e precarietà.
Con l’ingresso della legge sulle ‘quote rosa’ nei consigli di amministrazione (che impone di avere almeno il 20% di donne nei consigli di amministrazione delle società pubbliche e private) i dati sono migliorati: il rapporto Consob 2015 ha contato un 27,3% di donne nei consigli di amministrazione, anche se solo il 5% sono amministratori delegati e nessuna donna è amministratore delegato di aziende quotate. Qualche sedia rosa in più si conta anche in politica: nell’attuale governo le ministre sono il 41% e sia alla Camera sia al Senato le donne registrano un inedito 31% di presenze.

Come vivono le donne ‘normali’ il rapporto fra gli impegni di lavoro, le cure domestiche e gli impegni familiari? Abbiamo somministrato un semplice questionario a un piccolissimo campione composto da 62 donne residenti a Ferrara, fra i 27 e i 51 anni per indagare sull’argomento. Il 79% delle intervistate ha un titolo di studio universitario e un lavoro dipendente, che le porta a trascorrere fuori casa in media 9 ore. Il 64% è sposata o convivente e il 42% ha uno o più figli.

La totalità delle intervistate ha dichiarato che nell’organigramma aziendale o delle istituzioni nelle quali lavorano la posizione più alta relativa al loro campo di impiego è occupato da uomini, che i colleghi maschi hanno benefit che non hanno le colleghe con pari responsabilità e che gli stessi sono più disposti a lavorare per più ore, se necessario, ma sono meno disponibili per le attività di formazione e coordinamento aziendale.
Il 96% delle intervistate ha dichiarato che nella gestione di casa e famiglia l’impegno in media è così diviso: 70% alle donne e il 30% agli uomini, che si occupano prevalentemente dell’auto e di accompagnare i figli in attività sportive o ricreative. La quasi totalità delle intervistate ritiene che la gestione della vita sociale della famiglia sia a loro carico.

LA SEGNALAZIONE
Tornare alla Costituzione, riscoprire la politica. Pluralismo e Dissenso propone due eventi sull’articolo 49

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La riflessione di ‘Puralismo e Dissenso’ riparte dall’articolo 49 della Costituzione. Dopo il ‘think tank’ per analizzare gli ultimi decenni della politica ferrarese e gli incontri incentrati sull’approfondimento della delicata questione immigrazione, gli incontri organizzati dall’associazione riprendono per affrontare un tema che, a detta dell’associazione stessa, diventerà a breve di estrema importanza: si tratta appunto della discussione sull’articolo 49, uno dei più brevi della Carta costituzionale.

A illustrare il programma durante la conferenza stampa di presentazione Mario Zamorani e Paolo Niccolò Giubelli: “Questo articolo della nostra Costituzione da tempo è rimasto senza una normativa di attuazione”, ha affermato Zamorani, specificando che “essendo stati da poco depositati in Commissione Affari costituzionali alcuni disegni di legge riguardo tale attuazione, e avvicinandoci quindi alla discussione attorno a queste tematiche, abbiamo pensato di organizzare due eventi chiamando come ospiti personalità che da tempo seguono con attenzione questi avvicendamenti”.
La prima delle due discussioni sull’argomento – entrambe alla Sala dell’Arengo – sarà venerdì 11 marzo alle 17 con ospiti Giuditta Brunelli, Ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico dell’Università di Ferrara, e Roberto Montanari della direzione nazionale del partito Democratico; venerdì 18 marzo alle 17,30 sarà poi l’occasione per sentire le opinioni dei due maggiori partiti in termini di numeri, il Pd e il M5S: oltre agli ospiti confermati (Leonardo Fiorentini, segretario organizzativo del Pd di Ferrara, e la sociologa Elena Romani) Zamorani afferma che “nessuna risposta è pervenuta dal Movimento Cinque Stelle, cosa molto strana poiché un partito nato per essere diverso da tutti e al quale la questione in ballo dovrebbe interessare più di altri, dovrebbe avere quantomeno l’orgoglio di entrare nel dibattito”. “C’è quindi un evidente problema in termini di moralità ed educazione politica” ha concluso Zamorani, speranzoso tuttavia di ricevere una risposta nei prossimi giorni per ottenere il confronto.

È stata poi l’occasione per fare il punto della situazione circa le sette petizioni presentate qualche mese fa da Pluralismo e Dissenso e depositate dopo aver raggiunto il numero di firme necessarie. Delle prime due – una che riguarda la “città del futuro” improntata sulla richiesta all’Amministrazione di disegnare un progetto per Ferrara che sia in grado di circondarsi di cittadini attivi e figure di alta professionalità, “visionari” secondo Zamorani; e un’altra che riguarda l’importante salvaguardia e lo sviluppo delle Mura – Pluralismo e Dissenso si dice “moderatamente soddisfatto” dell’avanzamento dei lavori, anche in virtù del fatto che “dieci anni fa proponemmo dieci petizioni, nessuna delle quali accolte”, ha specificato Zamorani. Bene anche lo stato dei lavori per la petizione riguardante la trasformazione di Ferrara nella prima città d’Italia con frequenti consultazioni popolari, “ancora in fase di lavoro” le richieste sul fronte centro storico e, nello specifico, sulla pedonalizzazione e sull’attuazione di misure a sostegno del commercio, mentre notizie non confortanti arrivano dalla richiesta di un intervento di valorizzazione del Bastione di San Lorenzo, oggi adibito a parcheggio pubblico.

In conclusione spazio ad una nuova proposta: “Abbiamo pensato a un’iniziativa che possa essere in grado di riportare le persone ad interessarsi alla politica e conoscere meglio assessori e consiglieri dei comuni della provincia – ha spiegato Giubelli – Per farlo sottoporremo a questi ultimi un questionario che non presenterà domande inerenti alla politica, all’economia e così via, ma che mettano in luce questioni più personali come interessi, curiosità, virtù, eventi e personaggi storici preferiti, proprio per farsi meglio conoscere dalla gente”.

 

ECOLOGICAMENTE
La carta

Parliamo di carta: quanta ne buttiamo e soprattutto quanta ne raccogliamo? Proviamo a rendercene conto. La frazione cellulosica e quella organica rappresentano, nel loro insieme, il 66,2% del totale della raccolta differenziata. Sono 10 milioni di tonnellate. Sistemati carta e organico, avremmo quindi risolto buona parte dei problemi. Nella nostra regione (fonte: Arpa) si producono 637.000 tonnellate di carta e cartone e se ne avviano al riciclo 342.000, il 54% del totale, una buona percentuale. Data l’importanza del materiale però, dobbiamo arrivare a risultati migliori nel breve tempo.

La composizione delle materie prime per l’industria cartaria in Italia vede la carta da macero al 49%, la fibra vegetale al 35% e gli additivi non fibrosi al 16%.
Il processo è questo: dalla carta da macero si esclude per pulizia un 5-10% di scarti di pulper, poi si separano fibre corte e fanghi da disincrostazione (per un valore variabile tra il 20 e il 40%) il resto va alla produzione della carta. Bisogna anche ricordare che la percentuale dei residui della industria cartaria che va a recupero energetico è del 25% (in Europa la percentuale è il doppio), il resto va in discarica e per ripristini ambientali.
Però mi chiedo (e non ho una risposta): se stiamo aumentando la raccolta differenziata perché il settore della cartiere è in crisi e soprattutto perché continuiamo a importarla?

Analizzando il rapporto 2015 di Ispra sui rifiuti urbani si legge che mediamente in Italia si raccolgono circa 50 kg all’anno per abitante, però c’è grande differenze fra territori, tra nord e sud: nella nostra regione, per esempio, siamo oltre gli 80 kg/abitante; mentre la raccolta pro capite si colloca a 63 kg per abitante per anno nel Nord, a 62 kg per abitante per anno nel Centro e a 31 kg per abitante per anno nel Sud. A livello di macro-area territoriale, il costo di gestione risulta pari a 13,97 euro centesimi/kg al Nord e 16,43 euro centesimi/kg al Centro, al Sud invece la cifra sale molto. Per quanto riguarda il valore del materiale dobbiamo distinguere tra carta e cartone, quest’ultimo vale molto di più e per questo si trova spesso chi lo raccoglie senza autorizzazione.

Nel 1997 nacque Comieco per raggiungere gli obiettivi nazionali di recupero e riciclo degli imballaggi di carta e cartone (in riferimento alle norme europee). Oggi raccoglie oltre tre milioni di tonnellate di carta e sostiene che in questi anni il saldo netto dei benefici per la comunità, derivati dalla raccolta differenziata di carta e cartone, sia superiore ai cinque miliardi di euro: solo nel 2014 sarebbero stati trasferiti ai Comuni corrispettivi per 94,6 milioni di euro. Anche la qualità del raccolto in questi anni sta migliorando (dice Comieco che divide il raccolto in prima fascia, con impurità inferiori al 3%, e di 1,5% per la raccolta selettiva). Però permettetemi di ricordarvi che non dovete buttare parti di plastica nei contenitori della carta; otteniamo dei rifiuti e non del riciclo.

La produzione cartaria in questi ultimi anni è rimasta invariata sopra gli otto milioni di tonnellate. La produzione di imballaggi si attesta sul 33% e il suo tasso di riciclo è vicino all’80%.
Un tema molto importante da sviluppare in futuro (e non solo per la carta) è ricercare un packaging sostenibile, identificando nuovi spazi di innovazione e di ricerca soprattutto nella grande distribuzione e nel consumo finale. Cito dal rapporto Ispra: “Colore, texture, spessori, forma e tecnologia sono gli elementi che contraddistinguono le soluzioni proposte per architetture, ambienti domestici, uffici, tempo libero e negozi. Negli ultimi dieci anni le fibre di carta e cartone riciclate sono state oggetto di numerosi interventi innovativi finalizzati a nobilitare il materiale attraverso applicazioni che coprono molteplici comparti merceologici”.
Infine credo sia importante citare l’ultima iniziativa europea. E’ stato avviato un nuovo progetto di ricerca, “Impact Paper Rec”, che ha l’obiettivo di aumentare il riciclo della carta promuovendo azioni di raccolta contro lo smaltimento nel rispetto della circular economy. Con i bandi di Horizon 2020 sono stati messi a disposizione anche finanziamenti per migliorare le procedure di raccolta in molti paesi europei, tra cui però non è compresa l’Italia. Ed è stato creato pure uno specifico manuale di buone prassi.

NOTE
Litanie d’evasione

di Pier Luigi Guerrini

Si evade nella denuncia dei redditi. Segando le sbarre della cella. Nei Consigli di Amministrazione. Nel “sistema del bottino” (spoil system) spacciato per spazio ai più meritevoli. Nel sesto senso perché settimo non rubare. Nei programmi televisivi purgati. Nei purgatori della comunicazione. Nei discorsi di principio. Nei convegni senza conclusioni. Nelle conclusioni sconvenienti. Nei convegni ad escludendum. Nelle ipocrisie di convenienza o di convivenza. Nelle praterie dell’ignoranza. Nei festini con delitto per vedere l’effetto che fa.
Si evade nell’anticamera della morte. Si evade dalla speranza. Nella ragione rassicurante. Si evade nella santa Messa solenne. Dalla messa in discussione. Nelle certezze degli ideali. Nei divieti rassicuranti. Nei luoghi comuni della solitudine. Nella solitudine dei luoghi comuni.
Si evade nelle quote d’ingresso. Nei problemi dell’accesso. Nelle impronte digitali per gli stranieri. Nelle impronte digitali solo per certi stranieri. Nelle impronte di novità. Nelle impronte di civiltà occidentale.
Si evade nel conflitto d’interessi. Nel conflitto. Negli interessi. Nel conflitto purché (dia) interessi. Nei condoni d’interesse. Negli sconti etici. Nelle presenze maieutiche. Nelle etichette.
Si evade nella par condicio. Nella pre condicio. Nei programmi dell’accesso. Nei programmi di successo. Nell’Isola dei (saranno) Famosi. Nel saranno fumosi. Nei proclami dell’eccesso. Nelle assenze strategiche. Nella ricerca di senso. Nel sesso unico.
Si evade nel “tutti coperti”. Nelle maggioranze rumorose. Nelle arroganze fascinose. Nelle capacità dialettiche. Nell’obiezione maniacale. Nel cittadino comune prestato alla politica. Nella politica a perdere. Nel vate elettorale. Nel voto elettorale. Nel vuoto elettorale. Nell’astensione. Nel campo avverso perché l’ideale s’è perso. Nelle Primarie dei replicanti. Negli sconti di posizione. Negli sconti d’eversione.
Si evade col cellulare spento. Nel cellulare.
Si evade nei racconti d’evasione.

NOTA A MARGINE
Dopo Casa Minerbi ora si aspetta la riapertura alla cultura di Casa Cini

di Maria Paola Forlani

Era da più di vent’anni che i ferraresi aspettavano questo momento: finalmente Casa Minerbi riapre i battenti, accogliendo la cittadinanza tra le sue mura. La città ritrova un grande contenitore colmo di capolavori. Mentre resta nell’assoluto abbandono Casa Cini e il suo patrimonio di biblioteche e opere d’arte.
Oltre alla parte museale con il ciclo di affreschi trecenteschi, il palazzo ospita una sala conferenze, l’Istituto di studi rinascimentali con la prestigiosa biblioteca Ravenna e il nuovo Centro studi bassaniani, inaugurato in occasione del centenario della nascita del noto scrittore ferrarese.

L’edificio è stato edificato attorno alla metà del Trecento dalla famiglia Del Sale. L’identificazione della committenza con questa famiglia è stata resa possibile grazie al riconoscimento dell’impresa araldica, un leone rampante con testa d’elefante, scolpita nei capitelli del loggiato e affrescata nei clipei della sala degli Stemmi.
Fino all’Ottocento i documenti e le notizie storiche, emersi da archivi e da indagini svolte in occasione dei restauri, sono insufficienti a definire i diversi passaggi della proprietà di casa Del Sale che si succedono nel corso dei secoli. Dalla seconda metà del Novecento la casa ha assunto per la sua identificazione il nome degli ultimi proprietari che l’hanno abitata: Minerbi e Del Sale. Nel 1995 il Comune di Ferrara e il Demanio dello Stato hanno acquistato dagli eredi Minerbi la proprietà dell’intero immobile.
L’edificio ha una pianta a forma di quadrilatero irregolare ed è esposto su due livelli, tra loro un tempo comunicanti probabilmente attraverso scale di legno.
Il piano terra presenta in facciata un portico a tre arcate dove, nei capitelli dei pilastri, è scolpito il simbolo araldico della famiglia Del Sale. In una delle due grandi stanze, con soffitti lignei, all’interno di una nicchia semitamponata è stato rinvenuto un affresco che raffigura San Cristoforo. Al primo piano in corrispondenza del portico è situato il salone delle Allegorie delle Virtù e dei Vizi. Da questo salone si può accedere attraverso un arco, di recente riaperto, a due ambienti. Sulla sinistra si trova la sala degli Stemmi, mentre sulla destra è situata un’altra sala le cui decorazioni sono completamente scomparse e resta solo un timpano affrescato con specchiature a finto marmo.
Casa Minerbi-Del Sale, oltre che per gli affreschi, riveste particolare importanza anche come testimonianza architettonica. Gli esempi di edifici privati trecenteschi che si sono conservati nella città di Ferrara e in generale nell’Italia Settentrionale sono, infatti, abbastanza rari e spesso hanno subìto trasformazioni tali da renderne difficile la lettura. Questo vale, per esempio, per il poco edificante restauro voluto dalla Diocesi di Ferrara della splendida (e ormai deturpata) Casa Cini in via Boccaleone Santo Stefano.
Gli studi del Salone delle allegorie delle Virtù e dei Vizi di Casa Minerbi, dal punto iconografico, sono incentrati prevalentemente sul rapporto di dipendenza tra il ciclo ferrarese e quello realizzato agli inizi del Trecento da Giotto nello zoccolo della cappella degli Scrovegni a Padova.
Il maestro di casa Minerbi, così denominato da Carlo Ludovico Ragghianti, ma che oggi viene chiamato Stefano da Ferrara, non ha lavorato da solo nella loggia superiore. Giustizia, Carità e Speranza, in rapporto alle altre allegorie, pur nella tenuta poetica sempre elevata, tendono a declinare in accenti più popolari e ciò si può ritenere dovuto all’intervento di un aiuto, pur ben inserito, negli stilemi del maestro. Si tratta comunque di immagini e di stesure gentilissime, in una composizione nuova e fresca per l’affacciarsi occhieggiante delle frotte angeliche degli esili profili e dai diafani colori.
Ancora da indagare resta l’iconografia delle teste inserite nei quadrilobi mistilinei che affiancano le allegorie.
Per quanto riguarda l’aspetto strutturale, la vicina sala degli Stemmi ha subito nel corso dei secoli diverse modifiche dovute all’apertura di porte e finestre che hanno distrutto in maniera irreparabile ampie porzioni degli affreschi delle pareti. Il tetto della sala è a capanna con capriate a vista e nelle pareti nord e sud ci sono timpani affrescati. Nel primo sono visibili decorazioni a finto marmo, nel secondo una scena di lotta o di gioco tra due personaggi affiancati dai rispettivi cani.
La decorazione pittorica ricopre tutta la superficie delle pareti. Nella parte superiore si trovano specchiature rettangolari a finto marmo, al cui interno sono disposte tredici losanghe romboidali contornate da cornici colorate di bianco, scorciate prospetticamente dal basso verso l’alto, che racchiudono una serie di teste di uomini e di donne raffigurati prevalentemente di profilo. Nella parte inferiore tutta la sala è avvolta da un finto velario giallo con bordo rosso appeso per punti così da formare profonde e ampie ricadute delle pieghe. La fascia centrale delle quattro pareti è composta da un reticolato a intreccio geometrico che può essere suddiviso in tre registri. Il registro in alto e quello in basso racchiudono una teoria di clipei dipinti a chiaroscuro a eccezione di due colorati presenti nella parete ovest che raffigura busti di profilo. Il registro centrale riporta in maniera seriale l’impresa araldica della famiglia Del Sale. L’effetto coloristico delle pareti è di grande impatto visivo e non si può non apprezzare il gusto per l’uso del colore presente in questa sala.
Quando i locali in cui si trovano gli affreschi furono adibiti a solaio, in epoca non precisabile, iniziò il degrado del ciclo ferrarese. Solo intorno al 1950 Giuseppe Minerbi, la cui famiglia possedeva la Casa fin dal secolo precedente, raccolse la sfida costituita dal recupero di tutto l’insieme dell’edificio, per renderlo vivibile. Esistono foto in cui Minerbi è immortalato in quegli ambienti tornati degni di una reggia, con gli affreschi curati sebbene non guariti.
In tali testimonianze intorno a lui si vedono celebrità come Giorgio Bassani insieme a sua madre Dora Minerbi, Riccardo Bacchelli con la moglie Ada, e ancora colui che operò l’esemplare restauro di casa Minerbi, l’architetto Pietro Bottoni.

Ora Casa Minerbi è tornata ‘luogo di cultura’, si apriranno le biblioteche e gli spazi agli studiosi ma, soprattutto, ai giovani in quell’armonia che con la ‘bellezza’ apre il cuore alla solidarietà e alla ricerca.
Resta il rimpianto, nell’antica Ferrara, dell’abbandono di quella donazione che il conte Cini fece alla città: la sua dimora, Casa Giorgio Cini, un tempo tempio della cultura e dell’accoglienza, ora distrutta da indefinibili e ambigue affittanze e spregevoli restauri, mentre all’interno splendidi saloni, caminetti e biblioteche piangono per il degrado architettonico e umano.
Questa è stata una scelta scellerata della diocesi estense che ha portato un edificio così caro ai ferraresi, al silenzio sulla sua storia.
Resta la speranza che, sotto la spinta all’amore, alla solidarietà e alla cultura di Papa Francesco, si decida di ricominciare dalla presto interrotta sperimentazione culturale di un tempo e di imboccare il prima possibile la strada così colma d’attese del suo mecenate, che l’aveva donata “ai giovani e alla cultura”, accendendo anche qui quei fermenti di entusiasmo ora così vivi nella nuova Casa Minerbi.
“Credono infatti che la vergogna più infamante
consista nell’annotare nei pubblici registri che
la città, allettata da una somma di denaro, e per
di più da una somma modesta, ha venduto e trasferito
legalmente su altri la proprietà di oggetti
ricevuti dagli antenati”.
(Cicerone, Quarta orazione contro Verre, 70 a. C.)

L’INTERVENTO
L’8 marzo delle donne: riflessioni, domande e desiderio di partecipazione

da: Annalisa Felletti, assessora alle Pari Opportunità Città di Ferrara

In questa giornata dell’8 marzo, a “soffiare nel vento” con l’odore delle mimose, più che le risposte, sono le domande. Una su tutte, quella di “futuro”, che le giovani generazioni, ma anche le meno giovani, pongono alla politica, alle istituzioni, e a chi governa.

Non può essere diversamente, se è vero – come confermano le statistiche ufficiali dell’Istat – che il livello d’istruzione femminile da molto tempo è più alto rispetto a quello maschile nella fascia d’età dai 25 ai 34 anni. Un “sorpasso” che è indice del grande desiderio di partecipazione che ci rende fiere protagoniste del cambiamento.

L’entusiasmo si scontra tuttavia con una realtà che i numeri fotografano solo in parte. L’investimento delle donne negli studi troppo spesso deve fare i conti con maggiori difficoltà all’ingresso nel mercato del lavoro, retribuzioni più basse rispetto a quelle maschili, problemi nella conciliazione dei tempi di vita con quelli di lavoro.

Non a caso le donne occupate, in corrispondenza della maternità, si trovano a sperimentare in misura crescente la perdita o l’abbandono del lavoro.

Uno “svantaggio” che va a saldarsi in un abbraccio soffocante, con la crisi economica e finanziaria condita dall’ipocrisia di chi cavalca la fase di difficoltà per azzardare attuali (ma vecchissime) forme di discriminazione, come chi offre lavoro a personale femminile libero “da impegni familiari”, incurante delle norme di legge.

Ma il raggiungimento di una parità formale non è, purtroppo, garanzia della parità culturale, come dovrebbe essere in ogni società evoluta e virtuosa.

Per questa ragione, l’8 marzo è per tutte Voi, giovani donne.

La giornata internazionale delle donne è per tutte Noi, che abbiamo vite talvolta così diverse, ma accomunate da una storia scritta sulla nostra pelle, su quella delle nostre madri, delle nostre nonne.

Questa giornata non è semplicemente una “festa”, perché non ha la leggerezza di una ricorrenza, ma la profondità e il valore di una giornata “storica” per i diritti delle donne e per la pace internazionale.

Va calata nella nostra nuova realtà, ma tenuta saldamente legata alla memoria delle donne che in tutto il mondo si sono prese per mano, hanno lottato e hanno resistito per il sogno di un mondo migliore, più equo, più giusto.

Oggi più che mai, gli scenari di guerra e le migrazioni ci impongono di osservare e cogliere tutte le sfumature, oltre il giallo di una mimosa. Sapendo che se sono le donne a progredire nei differenti contesti di sviluppo, sarà la società nel suo complesso a crescere.

Tanti, troppi sono i capitoli aperti senza un lieto fine, dalla violenza di genere al mancato rispetto delle leggi sull’interruzione di gravidanza e all’obiezione di coscienza; dalla disoccupazione alle condizioni precarie di lavoro che di fatto rendono impossibile la maternità.

Il processo di sviluppo è nelle mani delle donne.

Le tante di voi che quest’anno, nel 2016, potranno votare per la prima volta, devono sapere che questo diritto, oggi così scontato, è stato conquistato dalle donne in Italia solo 70 anni fa. Oggi come allora non si può manifestare indifferenza: solo il protagonismo ci consentirà di crescere. È nel segno di questo auspicio e forti di questa consapevolezza che sabato 12 marzo dalle 10 nella Sala Consigliare del Palazzo Ducale, si terrà un’iniziativa alla quale invitiamo tutta la cittadinanza a partecipare, nel corso della quale “riporteremo sui banchi consiliari” quelle amministratrici che si sono succedute nella storia delle legislature della nostra Città dal 1946 ad oggi, invitandole a condividere i loro ricordi, e le loro esperienze.

Settant’anni fa le Italiane andarono al loro primo voto, quello che avrebbe segnato l’inizio della democrazia repubblicana, e la nostra Città si appresta a ricordarlo, senza dimenticarci che proprio la nostra città consegnò alla storia di questo Paese, un primato, quello incarnato dalla figura di Luisa Gallotti in Balboni: prima Sindaca in Italia di una Città capoluogo di provincia.

Sono certa che questa data e le celebrazioni predisposte non saranno percepite come un momento di rimembranza fine a se stesso, ma come espressione forte del desiderio di un cammino evolutivo che non riguarda unicamente la donna in quanto tale, ma è per tutti gli esseri umani. Buon 8 Marzo!

Annalisa Felletti, assessora alle Pari Opportunità Città di Ferrara

IL DIBATTITO
La sinistra intellettuale e le slide quotidiane

Il dibattito “Idee di Sinistra” su Ferraraitalia offre spunti interessanti.
Mi si perdoni questo intervento forse a gamba tesa, da esterno, un semplice lettore che, come si evincerà, non appartiene alla categoria degli osservatori professionisti della politica e neppure agli analisti delle tattiche partitiche, ma alcune poche e semplici considerazioni sembrano d’obbligo.
Io partirei dalla domanda che Lavezzi si è posto il 17 febbraio che mi pare rappresenti la madre di tutte le questioni: “Ma allora perché se tutte le premesse sociali ed economiche ci sono la Sinistra fatica a imporsi sul piano politico?” Ci sono anche le prime righe del bell’articolo a firma Carlo Tassi, del 2 marzo, o l’articolo successivo di Roby Guerra.
Si comprende bene che il destinatario ultimo di cotanta insoddisfazione del mondo intellettuale della Sinistra è con tutta evidenza l’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi, e con lui quel giglio magico che vive all’ombra del grande imbonitore, il quale fra l’altro non più tardi di alcune settimane fa ha proclamato pomposamente: “con me ci sono cinquanta milioni di italiani”.
L’ha certamente sparata grossa, come è nel suo stile, ma io chiedo a chi dibatte sulla sua (di Renzi) congruità alla Sinistra: ricordate l’inizio? “Enrico stai sereno”. Con i tweet, come un pifferaio 2.0, vi ha assopito le coscienze e alle elezioni europee, ha zuccherato e convinto, spargendo gli ottanta euro, parte del 40% di votanti (con 50% di astensione) a dargli il voto.
Non avete percepito qualche fremito di troppo quando, intorno a Monte dei Paschi e Banca Etruria o Carife o Banca Marche, storiche roccaforti del potere ‘rosso’, oltre al parentado della ministra Boschi in contatto con faccendieri anni Ottanta, svolazzava il supporter della Leopolda, il finanziere Davide Serra, che Bersani apostrofava così: “ma perché non paga le tasse in Italia invece che dispensare consigli al Renzi ?”
La verità, da ciò che si fiuta, è che lui (il Renzi), con il cinismo e l’opportunismo, ha messo in un angolo gli intellettuali e molti cittadini (anche non di sinistra), gli stessi che in buona fede ancora continuano a dibattere con convinzione sui grandi principi del sociale, di ideali rimpianti e volatilizzati nel dibattito della Leopolda.
E torniamo alla domanda di Lavezzi per tentare una (mia) risposta non aulica, ma semplice (non semplicistica), anche se composita, e comprensibile agli italiani che lavorano, “la vera carne” del dibattito politico e sociale.
Il Renzi ha inculcato un concetto nuovo per la Sinistra (diciamo a una parte maggioritaria): si deve vincere e non importa come: cinismo? Opportunismo? Concetti superati: è il realismo dell’Italia che cresce! Si può comunicare anche il peggio, ma il messaggio deve bucare; ma quale ‘questione morale berlingueriana’? L’articolo 18? Voto di coscienza, quale? E cosi via.
Si deve passare in Parlamento anche con Verdini (il nemico giurato della Sinistra, se possibile fino a pochi mesi fa ancora più odiato di Berlusconi) insieme alla marmellata dei transfughi usciti da partiti di Centro, di estrema sinistra, di Scelta Civica. Le cooperative dell’accoglienza di Roma hanno truffato sotto gli occhi del Pd? Il Sistema cooperativo edile emiliano è crollato con migliaia di posti di lavoro persi?
La piazza dimentica presto quando poi si vince e si governano i Comuni, le Regioni e lo Stato. Le banche delle aree rosse possono fallire: colpa di qualche funzionario e dell’Europa! Il debito pubblico cresce inesorabilmente? Nessun problema: dal 2017 o 2018 lo risolveremo. Intanto diamo 500 euro ai diciottenni futuri elettori, smantelliamo il Senato con voti di fiducia, approviamo le Unioni Civili con Verdini. E adesso annunciamo un gigantesco obiettivo futuro: il Ponte sullo stretto di Messina!
Il Renzi ha puntato al linguaggio diretto, sulle slide: il senso è semplice, chiaro e comprensibile a tutti. Poco importa (per lui e per i suoi ) se saranno credibili e perseguibili, ma il gioco è fatto. Basta con la vocazione all’autoflagellazione della sinistra, diamo da bere al popolo ciò che vuole: immagine e promesse, in sintesi: panem et circenses.
Ecco perché io penso (da semplice lettore), che con Baumann, Bodei, Habermas, con Weber e altri si educano i futuri accademici, si mantiene alto il dibattito (che io apprezzo) fra le èlite di intellettuali che continueranno e dialogare fra di loro nel salotto buono di qualche sezione o in qualche blasonata biblioteca, ma non si comunica con il popolo della Sinistra.
Nonostante quanto accaduto in questi quasi tre anni senza elezioni, i senatori e i deputati del Pd continueranno a sostenere Renzi. Se si andasse al voto ora, molto probabilmente diversi di loro perderebbero il posto in Parlamento e pertanto dei vostri idealismi romantici, concentrato di tanta secolare cultura sociologica, se ne infischiano.
Continuando così, a sinistra la conta dei voti premierà Renzi grazie alle sue astute, semplici e ingannevoli slide di ‘sinistra’.

LA BELLEZZA CI SALVERÀ
Casa Minerbi-Dal Sale centro della cultura ferrarese tra passato e presente

Casa Minerbi-Dal Sale torna a essere il luogo dove il contemporaneo dialoga con il passato e con la memoria. È stato così negli anni Cinquanta con il restauro voluto dal proprietario e inquilino Giuseppe Minerbi; sarà così da ora in poi con il Centro Studi Bassaniani e l’Istituto di Studi Rinascimentali, che avranno qui la loro sede e con le loro attività torneranno ad animare gli splendidi ambienti di questo gioiello architettonico ferrarese. Proprio come è successo per tre giorni, da giovedì 3 a sabato 5 marzo, quando l’edificio di via Giuoco del Pallone ha riaperto eccezionalmente le sue porte al pubblico.

La lunga storia di questo complesso inizia nella seconda metà del Trecento, quando viene fatta edificare dalla famiglia Dal Sale (o Del Sale) e vengono realizzati gli eccezionali affreschi del salone dei Vizi e delle Virtù e della Sala degli Stemmi. A fine Ottocento l’edificio viene acquistato dalla famiglia Minerbi. Sarà Giuseppe Minerbi a decidere nel 1957 di restaurare parte degli ambienti, comprese le sale affrescate, per farne la propria abitazione, affidando il progetto al noto architetto milanese Piero Bottoni. Ed è qui che entra in scena Giorgio Bassani: amico e lontano parente di Giuseppe Minerbi, come spesso accadeva per i componenti dell’antichissima comunità ebraica ferrarese, come presidente di Italia Nostra, proprio per questo restauro chiede a “Beppe”, come veniva chiamato da chi lo conosceva bene, di guidare la sezione ferrarese dell’associazione. Minerbi rifiuta e la scelta ricade così su un altro grande animatore della realtà culturale ferrarese e non solo, l’avvocato Paolo Ravenna. Giorgio Bassani dedicherà poi al suo vecchio amico Beppe il suo ultimo romanzo: “L’airone”.
Il penultimo capitolo di questa secolare vicenda inizia nel 1995, quando il Comune di Ferrara e il Ministero per i beni culturali, mediante l’esercizio del diritto di prelazione, acquistano casa Minerbi-Dal Sale con lo scopo di renderla un luogo pubblico a disposizione dei cittadini.È così che Casa Minerbi-Dal Sale viene destinata a museo, per quanto riguarda le sale affrescate, e a sede dell’Istituto di Studi Rinascimentali.

Secondo Gianni Venturi, che sabato ha fatto gli onori di casa e ha accolto il pubblico, allo studio e alla cultura si è aggiunto “un atto d’amore”: quello di Portia Anne Prebys, compagna di Giorgio Bassani per 25 anni. Con la sua donazione, avvenuta a dicembre 2015, ha fornito il nucleo fondamentale del Centro Studi Bassaniani (di cui la Portia Prebys è curatrice, mentre il professo Venturi è il co-curatore), che non poteva avere la sua casa se non in via Giuoco del Pallone, in quelle stanze così spesso frequentate dallo scrittore. Circa 9.000 cartelle contenenti informazioni bio-bibliografiche relative a Giorgio Bassani fino al 2000 – raccolte in quarant’anni di ricerche da Portia Prebys – e 5.000 libri “appartenenti allo stesso Giorgio Bassani”, fra i quali “tutte le edizioni in lingua originale” delle sue opere, come spiega ancora Venturi. Il Lascito Prebys comprende anche una collezione di memorabilia personale, con mobili, sculture, stampe e acqueforti, porcellane e cristalleria, provenienti dalla casa di Roma, ma anche dalla casa natale di via Cisterna del Follo. È la stessa Portia ad accogliere il pubblico, seduta al tavolo da pranzo al posto solitamente occupato da Giorgio, e a spiegare che in questa stanza a pianterreno di Casa Minerbi ha voluto “ricreare l’ambiente dove l’uomo Bassani viveva”. Dietro di lei il ritratto di Bassani realizzato da Carlo Levi nel 1953, di fronte una serie di stampe con una pianta di Roma, realizzate nel Settecento da Giovanni Battista Piranesi e da Gianbattista Nolli: “ogni mattina Giorgio si alzava e dopo colazione sceglieva una meta, un quartiere da visitare”.

L’apertura definitiva al pubblico è prevista per maggio, dopo il trasloco del materiale dell’Istituto di Studi Rinascimentali: oltre 15.000 volumi disponibili a scaffale aperto, l’Archivio Giglioli, contenente “documenti che vanno dal 1260 al 1940”, e “i busti di gesso, compreso quello di Canova, che adornavano il Palazzo Giglioli Maffei”, come ha anticipato Gianni Venturi.
L’ultimo capitolo della storia di Casa Minerbi-Dal Sale è appena iniziato e nuove pagine aspettano di essere scritte.

Guarda il video su Casa Minerbi-Dal Sale realizzato da Mibact e Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici dell’Emilia Romagna.

Clicca sulle foto per ingrandirle.

 

E’ nata Legacoop Estense, radici sul territorio e sguardo al futuro

Una nuova realtà associativa che unisce nello stesso progetto Il percorso cooperativo di Ferrara e di Modena, mantiene le radici ben piantate sul territorio e lo sguardo orientato al futuro.
Porta la data del 4 marzo la nascita di Legacoop Estense. Suo presidente è il ferrarese Andrea Benini. Luogo dell’evento la Pinacoteca Nazionale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Testimoni gli associati, i rappresentanti delle istituzioni e della stampa.
“Siamo qui oggi per festeggiare una unione importante: la Lega Coop Estense, che vede da oggi assieme Ferrara e Modena in un progetto che ci accomuna. – ha detto la direttrice delle Gallerie Estensi Martina Bagnoli, facendo gli onori di casa in Pinacoteca – Anche noi, nel settore della cultura, siamo diventati un’entità cooperativa, un nuovo modo di concepire il museo come una rete di luoghi: le Gallerie Estensi fra Ferrara e Modena, che diventano uno snodo sociale importante, radicato nel territorio, nella vita della comunità, per costruire un rapporto vivace fra pubblico e privato, dove la social economy si possa realizzare per la crescita della città”.

A salutare i presenti anche Patrizia Bertelli, vice presidente di LegaCoop Ferrara e il sindaco Tiziano Tagliani, che nel suo discorso alla platea ha sottolineato che “Gli Estensi costruivano costantemente alleanze con le diverse anime del territorio, per trovare una via migliore per esprimere la propria presenza sullo stesso territorio. Questo carattere culturale è lo stesso che ritroviamo qui oggi, con questa manifesta comunanza di storia e di intenti”.
“Dalla Casa del Popolo di Ravalle (dove nel congresso della Lega Coop del 2014 si iniziò il cammino per il progetto di fusione, ndr) a Palazzo dei Diamanti, mi sembra un percorso abbastanza simbolico dell’unione della vicinanza alla gente e della tradizione che la nuova Legacoop Estense vuole realizzare. – ha detto nel suo intervento Andrea Benini, presidente di Legacoop Ferrara – Con questa giornata noi manteniamo un impegno importante, quello della fusione, ma per tutti noi non è un punto di arrivo, bensì uno di partenza: stiamo fondendo due esperienze singolari, che hanno dato tanto ai loro territori, e che si mettono assieme per rispondere alle esigenze dei soci e delle comunità di riferimento, che evolvono assieme come imprese, che impostano un cammino comune per avere massa critica sul mercato.”

Nel presentare al pubblico i principi della neonata cooperativa, Benini ha anche ricordato l’impegno di solidarietà che ogni socio dovrebbe profondere per sostenere le realtà in difficoltà: “Approfitto di questo momento per ricordare la situazione della Cooperativa dei Lavoranti in Legno, verso i cui lavoratori vi chiederei di valutare il reinserimento presso le vostre aziende”.
“Secondo Unioncamere – ha poi spiegato – la competitività di un’azienda è direttamente proporzionale alla situazione del territorio e alla soddisfazione del lavoratore. Questo significa che le aziende funzionano bene se servite bene dal territorio, in un reciproco “dare e avere”. Il territorio di Ferrara e Modena conta più di 110.000 imprese, Legacoop Estense conterà invece un totale di 263 cooperative, per un fatturato aggregato di 6 miliardi di euro, 500.000 soci e 35.000 lavoratori, che costituiscono quasi l’8% degli occupati nei due territori. Le cooperative associate operano in tutti i settori, dall’agroalimentare ai servizi, dal sociale alla grande distribuzione. La nuova associazione avrà una governance rappresentativa dei due territori e prevede, accanto alla Direzione e al Consiglio di Presidenza composti dai rappresentanti delle cooperative associate, un Presidente a tempo pieno, un Vicepresidente part-time, che affianca l’incarico al proprio impegno all’interno della cooperativa che guida, un Direttore e un coordinatore territoriale, nonché due sedi, una a Ferrara l’altra a Modena, al fine di rispondere al meglio alle esigenze delle imprese associate. E’ risaputa la resistenza che noi ferraresi muoviamo verso le novità e gli accorpamenti e io so che è per la paura di perdere qualcosa delle nostre peculiarità: con la Legacoop Estense questo non potrà accadere, visto che metteremo in campo le reciproche eccellenze, in un nuovo assetto organizzativo che faccia più massa critica sul mercato ma conservi il legame con le città e le loro peculiarità.”

“Questa riorganizzazione – ha concluso Benini – rappresenterà un’opportunità non solo per l’associazione e le cooperative, ma anche per la comunità e il territorio, in risposta al riordino istituzionale e ai cambiamenti economici e sociali in atto. Non si può immaginare di rispondere ai problemi di oggi senza far evolvere le strutture di ieri.”
La giornata di lavori è poi proseguita con gli interventi dei soci di Ferrara e – dopo la pausa per il pranzo – c’è stato il trasferimento a Modena, dove si è tenuta l’Assemblea Costitutiva della Legacoop Estense. Qui, di fronte a una folta platea di rappresentanti delle cooperative associate e di ospiti, Andrea Benini, è stato nominato presidente della nuova Associazione, affiancato dalla Vice Presidente Francesca Federzoni, e dal Direttore Gianluca Verasani.
Lauro Lugli, dopo 5 anni alla guida di Legacoop Modena ha deciso invece di concludere la propria esperienza per favorire il rinnovamento ed ha espresso grande soddisfazione per la positiva conclusione di un percorso di unificazione da lui fortemente sostenuto, che lo ha visto per mesi in prima linea per favorirne la positiva conclusione.

Nel suo primo intervento da neo-presidente Andrea Benini ha sottolineato lo spirito di servizio col quale affronterà questa nuova sfida, e ha esortato tutti – cooperatrici e cooperatori, ma anche rappresentati delle Istituzioni e mondo associativo e imprenditoriale – a “non pensarci più come ferraresi e modenesi, ma come cooperatori e cooperatrici che cercano di affrontare problemi e cercare nuove prospettive. Evolvono i mercati di riferimento, evolvono le cooperative, evolvono le associazioni. Mettersi insieme è una scelta, una risposta, un’opportunità. Grazie a quest’unificazione le cooperative potranno trovare maggiori possibilità di sinergia, collaborazione, integrazione, eliminando vincoli territoriali nati per sostenere ma divenuti poi un ostacolo. E tutto questo lo faremo sempre con lo sguardo rivolto alla nascita, nel 2017, di un’unica Associazione nazionale delle Cooperative Italiane”.

Dopo la Tavola Rotonda, nella quale il Presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, i Sindaci dei Comuni di Modena e Ferrara Giancarlo Muzzarelli e Tiziano Tagliani, e il Presidente di Legacoop Emilia Romagna Giovanni Monti, hanno discusso di riordino istituzionale dei territori, aree vaste, processi di aggregazione fra associazioni e fra imprese, il Presidente di Legacoop Nazionale Mauro Lusetti ha concluso una giornata storica.

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LA SEGNALAZIONE
In mostra a Bologna l’Officina Pasolini

di Federico Di Bisceglie

Il 2 novembre 1975, all’idroscalo di Ostia, veniva trovato il corpo straziato e senza vita di uno dei più controversi, discussi, criticati e amati, autori del Novecento italiano: Pier Paolo Pasolini.
A quarant’anni di distanza Bologna, la città che gli diede i natali il 5 marzo 1922, ospita presso il MamBo, il museo d’arte moderna, una mostra in onore del “poeta” per usare una definizione di moraviana memoria, sebbene per Pasolini le definizioni si potrebbero sprecare. “Officina Pasolini”, promossa dalla Fondazione Cineteca di Bologna, in collaborazione con l’Istituzione Bologna Musei e l’Università di Bologna – Scuola di Lettere e Beni culturali, è ormai al suo ultimo mese di apertura: chiuderà, infatti, il 28 marzo 2016.

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La locandina della mostra

Quello nelle sale del MamBo vuole essere un percorso tematico per trasportare il visitatore nell’intricato mondo di Pasolini, tra idee, appunti, frammenti di cinematografia, racconti della vita quotidiana. Il metodo usato è lo stesso del protagonista: una sequenza di scene per narrare l’universo poetico, estetico e culturale di questo artista e intellettuale precorritore dei suoi tempi: dalla formazione bolognese all’ultimo film uscito postumo, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, e al romanzo incompiuto “Petrolio”; dalla profonda critica alla classe borghese e dalle categorie politiche riscontrabili ne “Gli scritti corsari” alla dura realtà delle borgate di Roma, che l’autore magistralmente descrive nella sua opera del 1955 “Ragazzi di Vita”. Il poeta, il romanziere, il regista, il grecista, il drammaturgo, insomma: Pier Paolo Pasolini. È stato senza dubbio una figura che ha radicalmente cambiato la storia del nostro Paese, attraverso soprattutto narrazioni di realtà che in quegli anni si tendeva a nascondere, per preservare una sorta di falso perbenismo borghese che caratterizzava ampiamente la civiltà di quegli anni.

Anche il nome scelto per l’iniziativa non è assolutamente casuale, infatti richiama un altro interessante aspetto dell’opera pasoliniana, il giornalismo, che ha un forte legame proprio con la città felsinea. Pasolini, infatti, insieme a Roversi e Leonetti, fondò negli anni Cinquanta una rivista denominata “Officina”, termine impiegato nel 1934 per la descrizione della pittura ferrarese dallo storico dell’arte forse più famoso in Italia allora: Roberto Longhi, che è stato suo docente di estetica delle arti figurative a Bologna.

La mostra costituisce un unicum, sia per quanto riguarda la scelta di ciò che è esposto, sia per quanto riguarda la possibilità che offre di una maggiore conoscenza dell’inesauribile produzione artistica di un autore troppo spesso dimenticato e sottovalutato.

Clicca [qui] per maggiori informazioni e [qui] per orari e prezzi di ingresso.

NOTA A MARGINE
La rivoluzione degli ebook, una bomba ancora inesplosa

In tanti ancora faticano anche solo a concepirlo: innaturale, rigido, non si può sfogliare, non se ne possono collezionare file intere sugli scaffali di una libreria. Questo si dice di lui. E poi, la ‘scusa’ più originale di tutte: non profuma di carta.
Ovviamente stiamo parlando dell’ebook, il libro elettronico (o digitale che dir si voglia), diffuso ormai da molti anni, ma che a differenza di tante altre innovazioni nei campi della cultura (musica e cinema) fatica ancora a trovare il suo vero e proprio consolidamento. Tutto comprensibile se pensiamo alla lunga storia di un settore come l’editoria, di sicuro tra quelli dalla tradizione più longeva a livello globale e difficili da modificare per storia e tradizione, ma da anni in profonda crisi. Eppure già in tanti leggono in digitale e tutti noi, in fondo, sappiamo che prima o poi qualcosa accadrà e sempre più persone trasferiranno le proprie letture sui nuovi dispositivi.

Per fare il punto su questa fase di transizione nel mondo e nel nostro territorio, si è svolta un’interessante conferenza in Biblioteca Ariostea inserita nella rassegna “Viaggio nella comunità dei saperi” a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Titolo dell’evento “Le nuove frontiere dell’ebook”, relatore il responsabile delle attività culturali del servizio biblioteche e archivi del comune di Ferrara Fausto Natali, introdotto dal direttore della biblioteca Enrico Spinelli e da Daniela Cappagli del Gramsci. Un’occasione per conoscere più a fondo cosa sono e come si utilizzano i libri digitali, oltre che per discutere circa alcuni punti interrogativi ancora in sospeso: come sta cambiando il mondo del libro? Quali sono i pro e i contro? In quanti leggono digitale e attraverso quali dispositivi?

Natali, a quanto pare lettore digitale da parecchi anni, ha fatto una doverosa premessa: in Italia è ancora molto basso il numero annuale di lettori. Le statistiche più recenti indicano, infatti, che solo il 13% della popolazione legge almeno un libro al mese e ciò si ripercuote inevitabilmente sul mondo della cultura (di solito chi non legge è meno propenso a frequentare cinema, teatri, concerti) e sui lettori di domani (i figli sono più indotti a leggere se lo fanno anche i genitori).
Tuttavia le vendite di ebook in Italia non sono assolutamente in calo: sono 4 milioni e mezzo gli italiani che nel 2015 hanno letto almeno un libro elettronico, e se è vero che oltre il 90% di chi acquista libri online predilige il cartaceo, è vero pure che molti tra questi decidono di comprare anche in formato digitale.
Leggermente in calo, ma con numeri comunque molto alti, la situazione del libro digitale negli Stati Uniti: gli ebook rappresentano il 20% dell’intero mercato dell’editoria, con un’industria come Amazon (leader indiscusso del settore, nonché pioniere dell’editoria digitale e da qualche anno anche editore del Washington Post) in possesso del 65% di questa quota.

Se quindi, in linea di massima, il mercato degli ebook è stabile o in crescita, lo stesso si può dire dei lettori e-reader. Come spiegato anche da Natali, ciò non è casuale vista l’enorme diffusione dei tablet e soprattutto degli smartphone, che oggi sono più di sette miliardi in tutto il mondo. Una diffusione che non va assolutamente sottovalutata, dato che lo smartphone è il device oggi prediletto dalla maggior parte delle persone per fare qualsiasi cosa in ogni momento della giornata. A quanto pare, anche leggere libri. Non è forse un caso quindi il fatto che un colosso come Apple abbia deciso, a partire dal prossimo aggiornamento del proprio sistema operativo per dispositivi mobili, di integrare la ‘modalità notturna’ per non affaticare gli occhi durante la lettura al buio, sintomo di un’attenzione privilegiata ai tanti lettori che preferiscono lo schermo luminoso al più consigliabile (almeno per le letture scorrevoli e longeve) inchiostro elettronico degli e-reader.

Natali è poi entrato nei dettagli più tecnici, specificando quali dispositivi utilizzare a seconda delle esigenze, i formati da privilegiare per una più vasta fruizione, la gestione dei Drm e dei meccanismi di protezione dei diritti, la catalogazione delle librerie online e così via. Questioni scontate per i nativi digitali e per alcuni della generazione dei millenials, ma di difficile comprensione soprattutto per quella fascia di lettori più in età, la stessa che probabilmente pone la maggiore resistenza a questa innovazione. Tuttavia il profilo del lettore oggigiorno non sembra cambiare a seconda della tecnologia utilizzata per leggere: secondo Natali è davvero solo questione di abitudine, il prodotto finale ovviamente è sempre e solo il contenuto del libro in sé.
Interessanti anche i dati che riguardano i piccoli editori e le auto-pubblicazioni (tra quelli che hanno goduto maggiormente di questo cambiamento) e la pirateria, ancora poco diffusa in questo settore, ma una probabile bolla pronta a esplodere nel caso di un consolidamento.
In sintesi, è chiaro che il futuro degli ebook e degli e-reader è ancora estremamente imprevedibile: Natali ricorda come le previsioni che qualche anno fa volevano la completa transizione dal cartaceo al digitale nel 2017 non si siano in realtà avverate. Un errore da ricercare probabilmente nella mancata capacità degli operatori del settore nel trovare una formula davvero innovativa e soprattutto in grado di diffondere capillarmente la lettura digitale.

Nel frattempo Ferrara non è stata certo ad aspettare, si è rimboccata le maniche: il servizio bibliotecario offre il prestito di libri digitali, iniziative come “Pane e Internet” aiutano la diffusione di queste nuove tecnologie e tante altre idee sono in cantiere per favorire un futuro nel quale il magico mondo del libro sia in grado coniugare tradizione e innovazione.

LA LETTURA
Alla ricerca di un’amicizia perduta

Sara Salar
Sara Salar

Dal vetro della macchina guardo il cielo, il cielo color piombo di Teheran… Ho detto al dottore: – E’ come mi fossi persa anni fa, persa nel cielo nero stellato di Zahedan. (Probabilmente mi sono persa, Sara Salar)

Un libro coinvolgente, pagine che si leggono d’un fiato dribblando le macchine, gli incroci e i semafori di una Teheran affollata e persa nei suoi pensieri. Romanzo rivelazione di Sara Salar, nota al pubblico iraniano principalmente per le sue traduzioni di Haruki Murakami, “Probabilmente mi sono persa” (pubblicato nel 2009 e vincitore del prestigioso premio letterario Golshiri) è oggi, nella sua versione italiana, la prima traduzione straniera che esce dai confini dell’Iran.

La protagonista è un’inquieta giovane donna, di cui si ignora il nome, mai pronunciato, che si risveglia confusa e con un occhio pesto. Ignoreremo anche la causa di questo. Quello che la trentacinquenne sa è di avere un figlio di cinque anni, Samiar, ma quella mattina al riveglio non lo trova nella sua stanza. Crede di ricordarsi di averlo infilato in un taxi e spedito all’asilo. Un pensiero ricorre però sempre su tutti, potente come una voragine, insopportabile come una trottola che gira vertiginosamente e che ossessiona: Gandom, l’ex amica, conosciuta al primo anno di liceo e poi persa, scomparsa. Gandom si presenta nei sogni, si intrufola nei ricordi, si fa rimpianto e dolore, è sempre nella sua mente affollata dal quell’unico pensiero di un’amicizia che non c’è più. “Come era potuto succedere che quel giorno, al liceo, tra tutte quelle ragazze, lei guardasse proprio me, che sorridesse proprio a me?… ridicolo! In tutta la mia vita non mi era mai capitata una cosa così: tra tutte quelle ragazze, una mi guardava e mi sorrideva”. Gandom è bella, sfrontata, magnetica, eccitante, coraggiosa, colorata, solare, instancabile, elegante, ricca, piace ai ragazzi e agli uomini, ama la vita, sfida il destino, non teme nulla e nessuno. Ha tutto ciò che la protagonista sa di non avere, è tutto quello che sa di non essere e non poter mai essere.

Eccoci persi fra le strade di Teheran, quasi seduti accanto alla protagonista, che guida una macchina che sfreccia tra smog, traffico e cartelloni pubblicitari enormi, che sfilano lungo strade polverose e rumorose. E’ un viaggio a ritroso nel tempo, dove il presente si mescola con il passato, dove si intrecciano dialoghi di ora e di allora. La confusione è ovunque, ma i dialoghi si seguono, sbalzati destra e sinistra in una montagna di emozioni he travolgono, inframezzati da un dialogo/confessione con uno psicologo. Ma sempre c’è Gandom, luminosa come un miraggio, onnipresente come una stella in cielo. Lassù.

La copertina del volume

Straniamento, ossessione, fastidio per un corteggiatore insistente, Mansur, il socio del marito (in realtà timore che quell’avvicinamento non dispiaccia, mai i ruoli vanno mantenuti, i limiti rispettati), senso di inadeguatezza, paura di non essere una buona madre, nostalgia per un passato che se ne è andato e che non ritornerà. Tutto è difficile, ci si affanna, ogni cosa pare in salita, una salita che non vede arrivo, che non vede discesa, che non trova la sua fine naturale. Raccontare questi timori di donna non è sicuramente semplice, mai, immaginiamo in Iran, dove in effetti il libro è stato a lungo censurato. Ci si può perdere, e ci si perde, e in società che non ammettono cedimento o disorientamento sarebbe dura per chiunque. Invece qui si mettono a nudo fragilità e inquietudini, attrazione e repulsione, in una scrittura serrata e quasi compulsiva. “Dico, dice, ho detto, ho esitato, dissi, disse”, questo il ritmo, come se si picchiasse con forza e rabbia sui tasti di un pianoforte. Tin tin, ton ton, tum tum. Boom. Nell’utilizzo di tanti puntini di sospensione ritroviamo esitazioni, frenesia, fastidio. Una girandola di emozioni che giocherella con i nostri pensieri quasi parcheggiati in una rumorosa e pericolosa doppia fila. Bisogna essere pronti per una lettura non sempre semplice come questa, ma che resta raccomandata.

 

Sara Salar, Probabilmente mi sono persa, Ponte33, 2014, pagg. 119

NARRAZIONI
Incostituzionale

 di Cristiano Tonioli

Un giorno mi dichiareranno incostituzionale
Insieme ai tuoi abbracci
Alla sambuca e all’albero di Natale
Incostituzionale come i nostri capricci
Incostituzionale come le cose da dirci
Un giorno il Bene non sarà più sul dizionario
Con buona pace al cuore reazionario
Ci scalderemo in una coperta di legalità
E ogni carezza passerà al vaglio della legittimità
Anche l’odore che mi lasci a letto
Mentre ti faccio la colazione
Anche la moneta che dò a un senzatetto
Senza presentarne dichiarazione

Ma un giorno forse saremo incostituzionali
E ci fotteremo di queste noiose questioni
Che ci fanno ingoiare a gran bocconi
Rendendoci puntigliosi e cafoni.
Un giorno ci chiederemo come mai
La Costituzione più bella del mondo
Da un secolo ci dà tanti guai
Per il suo amaro problema di fondo:
Che per la morale non c’é manuale
Che è una presa per il culo la vostra legge universale
Che val poco una mattonata di Costituzione
Se bisogna adottarla come religione

Un giorno e spero presto saremo incostituzionali
Lo saremo tutti, belli e brutti
Perchè avremo capito la magagna:
La legge è per menti banali
Per animi crucchi e cuori farabutti
E io e te ce ne andremo in montagna

Amore e anarchia!
Un buon film e la maria

ECOLOGICAMENTE
Il vetro: interamente riciclabile all’infinito

Il vetro in terminologia chimica diventa tante cose, ma per gli imballaggi si parla prevalentemente di ossido di silicio (vetri silicei) e di vetro cavo (il vetro piano lo lasciamo all’edilizia). Le tipologie di imballaggio sono soprattutto bottiglie, ma anche flaconi (per esempio di cosmesi), fiale e vasi.
Le preferenze dei consumatori sulle bottiglie in vetro (di acqua, birra e vino) sono in leggero aumento soprattutto per la fascia medio-alta di prodotti.
Il vetro è un materiale riciclabile al 100% e all’infinito. Inoltre, al contrario di molti altri materiali riciclabili, la materia prima che si ottiene, tecnicamente chiamata materia prima seconda e, nel nostro caso, “vetro pronto al forno”, ha le stesse caratteristiche e proprietà della materia prima vergine.
Qualche giorno fa è stato presentato il rapporto “Il riciclo del vetro e i nuovi obiettivi europei per la circular economy”, realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile per conto di Assovetro.
In sintesi:
– l’industria del riciclo del vetro dà lavoro a 20.200 occupati e produce 1,4 miliardi di Pil;
– il settore ha generato 125.000 posti di lavoro e ha ridotto del 48% l’utilizzo di materie prime;
– la raccolta differenziata di questo materiale è arrivata al 77% e il tasso di riciclo è al 70,3%;
Esiste anche un percorso di ricondizionamento dei contenitori vuoti e di riutilizzo industriale di difficile quantificazione (parliamo di birre e acque per una quota di circa 200 mila tonnellate).
Il sistema della ripresa dei vuoti prevede che il cittadino, una volta consumato il contenuto della bottiglia, possa restituire quest’ultima al distributore e scegliere se riprendere la cauzione eventualmente versata o ottenere uno sconto sul prossimo acquisto dello stesso prodotto. Scopo di questo metodo, generalmente conosciuto come “vuoto a rendere”, è riutilizzare gli stessi contenitori per essere riempiti e rivenduti più volte.

Dice il Conai che sono stati immessi 2,3 Kton di vetro nel 2014 e ne sono stati avviati al riciclo 1,6 Kton, quindi oltre il 70 %: un importante risultato. Si sostiene che così si è ridotta l’importazione; tuttavia il settore ha molte questioni ancora da risolvere, a partire dalla crisi dei trasformatori (basta guardare lungo la via Emilia), nonostante l’aumento delle raccolte differenziate.
Grazie al vetro riciclato, ogni anno vengono prodotti in Italia circa 10 miliardi di contenitori, che portano il proprio valore aggiunto di trasparenza, inalterabilità nel tempo, igiene, impermeabilità e sostenibilità ambientale in innumerevoli aspetti della vita quotidiana.
Ma c’è un problema: dal rottame di vetro di colore misto – il solo generato in Italia dalla raccolta differenziata – non è possibile creare contenitori di colore bianco-trasparente. Infatti, per quanto riguarda la raccolta del solo vetro bianco siamo ancora molto indietro rispetto a paesi come Germania e Francia, costringendo così le nostre aziende ad importarlo.
Il Comune di Ferrara e la società Hera, con il patrocinio di Coreve, hanno avviato nel febbraio 2007 un progetto pilota per la raccolta monocolore del vetro, prevedendo la separazione del vetro bianco o incolore, dalle altre tipologie di vetro colorato. Non credo che il progetto abbia avuto successo.
Alle vetrerie conviene utilizzare il vetro usato, perché consente di risparmiare il 25% circa di energia nel processo di produzione. Il vetro usato è certamente un materiale di qualità, ma non consente di avere ricavi elevati. Per poter avere delle opportunità di vendita sul mercato internazionale, è necessario operare una raccolta differenziata per colori. Esportare vetro frantumato ha senso solo se può essere riutilizzato per la produzione di bottiglie. A questo scopo, si utilizzano preferibilmente cocci di vetro separato per colori. Sul mercato del vetro usato sono particolarmente richiesti cocci di vetro marrone o bianco.

Dall’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani (novembre 2015) risulta che il costo medio di gestione per kg di materiale, valutato a livello nazionale, è di 11,15 eurocent, in corrispondenza di un conferimento pro capite di 31,3 kg/abitante per anno, mentre il costo annuo pro capite risulta di 3,49 euro/abitante per anno. Nella Rd del vetro di imballaggio (Cer 150107) i costi di raccolta e trasporto incidono per il 90,1% sui costi totali.
Un altro problema è dato dalla presenza indesiderata della ceramica. Ci sono, infatti, materiali che sembrano vetro, ma vetro non lo sono. Il caso più insidioso è forse quello dei materiali inerti che fondono a temperature più alte del vetro, come la vetroceramica. È però importante ricordarsi di tenere la vetroceramica (tipo il “pirex”) – così come i piatti, le tazzine in ceramica o porcellana – ‘alla larga’ dal vetro perché è sufficiente un solo frammento di questi materiali mescolato al rottame di vetro pronto al forno per vanificare il processo di riciclo, dando origine a contenitori destinati irrimediabilmente a infrangersi. Per questo tra Coreve e Anci è stato siglato un accordo per abbattere i quantitativi di ceramica nella raccolta del vetro, annunciando la temporanea modifica delle le specifiche tecniche previste dall’Accordo Quadro, relativamente alla quota di inerti presenti nella raccolta differenziata del vetro.
In Emilia Romagna nel 2014 sono state raccolte in maniera differenziata 153.912 tonnellate di vetro, che corrispondono a 35 kg per abitante. Di queste, 152.503 t sono state raccolte dai gestori del servizio pubblico (60.868 t monomateriale e 91.635 t nel multimateriale) e 1.409 t sono rifiuti vetrosi assimilati che il produttore ha avviato direttamente a recupero. Una prima analisi dei flussi evidenzia che, rispetto al totale raccolto, pari a 153.912 t, il 5% dei rifiuti vetrosi ha seguito la via del libero mercato, mentre il 95% è stato avviato a effettivo riciclo tramite il sistema consortile CoReVe (Consorzio Recupero Vetro).

Poi c’è l’alluminio. Il vetro e l’alluminio riciclati mantengono quasi del tutto inalterate le proprie qualità, consentendo di risparmiare sia le materie prime sia l’energia necessaria a produrli. Per questo in molti casi si raccolgono insieme. Per la raccolta e il riciclo dell’alluminio è stato costituito uno specifico consorzio, il Cial. L’alluminio – identificato con il simbolo Al – è un elemento comune che costituisce l’8% della crosta terrestre e si presenta in natura sotto forma di minerale: la bauxite. E’ un metallo fondamentale dell’era dello sviluppo tecnologico. Da molti anni ormai l’industria italiana del riciclo dell’alluminio detiene una posizione di rilievo nel panorama mondiale per quantità di materiale riciclato. Il nostro Paese è infatti terzo nel mondo, insieme alla Germania, dopo Stati Uniti e Giappone.

Leggi il rapporto Il riciclo del vetro e i nuovi obiettivi europei per la circolar economy: Dossier-Assovetro

NOTA A MARGINE
Bullismo omofobico, legge sulle unioni civili e ideologia gender: perchè l’Italia non va avanti sulla strada dei diritti

Bullismo omofobico, ideologia gender, ddl Cirinnà sulle unioni civili: sono tre temi trattati durante l’ultima edizione del Tag festival di Ferrara, conclusosi domenica 28 febbraio. Non è un caso che li abbia citati insieme, sono strettamente legati fra loro in un circolo vizioso che ha creato nel nostro paese un sostrato culturale tale da viziare il dibattito di queste settimane e impedire che la società italiana possa compiere passi in avanti in termini di diritti.

Cominciamo dall’inizio. Sabato mattina in Sala Estense sono stati presentati i dati di un’importante ricerca, svolta nell’ambito di un progetto regionale di prevenzione e contrasto al fenomeno del bullismo omofobico promosso in Friuli Venezia Giulia da Regione, Ufficio Scolastico Regionale, Università di Trieste e associazioni Lgbt. La ricerca – che ha coinvolto 2.138 studenti degli istituti di secondo grado ed enti professionali, con un’età media del campione di 16,5 anni – ha indagato con quale frequenza “emergono le possibili tipologie di comportamenti di bullismo omofobico nei confronti dei/delle ragazzi/e omosessuali o ritenuti/e tali”, cercando anche di capire quali sono le “variabili socio psicologiche che promuovono o prevengono tali comportamenti”. Il questionario ha sondato la frequenza con cui gli studenti hanno assistito, hanno messo in atto o sono stati vittima di episodi di bullismo, intendendo aggressioni sia verbali sia fisiche, la conoscenza diretta di persone omosessuali, come i ragazzi percepiscono l’omosessualità e gli stereotipi legati all’orientamento sessuale. Ketty Segatti – funzionario della Direzione centrale lavoro, formazione, istruzione, pari opportunità, politiche giovanili, ricerca e università della Regione Friuli – ha spiegato che il 43,4% dei ragazzi ha assistito a fenomeni di bullismo nei confronti di maschi omosessuali o ritenuti tali (la percentuale scende al 33,3% nei confronti di femmine); l’11,7% – quindi uno studente su 10 – ha messo in atto aggressioni verbali e/o fisiche nei confronti di maschi, il 4,7% nei confronti di femmine; infine, il 27,8% degli intervistati ha subito aggressioni a sfondo omofobico. Risultati interessanti sono poi quelli riguardanti l’indagine sulle parole: “c’è una stretta correlazione – ha affermato Segatti – fra il linguaggio e gli atti di bullismo”, inoltre “gli epiteti omofobici come ‘frocio’ o ‘finocchio’ sono ritenuti più offensivi di ‘scemo’ o ‘stupido’ e tanto denigratori quanto ‘stronzo’ o ‘coglione’.”
Ketty Segatti precisa però che questa pur importante ricerca – è il primo tentativo di fotografare il fenomeno in un campione così esteso di popolazione studentesca – è solo un pezzo di un percorso di formazione più ampio, che ha incluso incontri degli studenti con ragazzi e ragazze omosessuali “per ridurre le barriere” e anche un lavoro di formazione con gli insegnanti, perché la percezione del loro comportamento nei confronti del bullismo da parte dei ragazzi è risultata cruciale nella riduzione nel fenomeno. La soluzione per la prevenzione del bullismo omofobico, secondo Segatti, è infatti “lavorare a più livelli: informazione e formazione per ragazzi, docenti e famiglie”.
Ecco il punto: sull’opuscolo del progetto, messo a disposizione durante l’incontro, si legge che anche in Friuli l’attuazione del comma 16 della “Buona Scuola” sulla prevenzione della violenza di genere e dl le discriminazioni e persino lo svolgimento di questo percorso sul bullismo omofobico hanno dato origine a polemiche contro l’introduzione dell’ideologia del gender nelle scuole. Uno spauracchio agitato ogniqualvolta si tenti di introdurre nelle scuole percorsi di educazione al rispetto delle differenze e di contrasto alle discriminazioni. Chi si oppone all’introduzione di questi programmi formativi lo fa in nome di un presunto diritto dei genitori di provvedere all’educazione dei propri figli secondo le proprie convinzioni filosofiche e religiose. Fermo restando che i genitori possono informarsi in qualsiasi momento sui percorsi seguiti dai figli tramite il Pof (Piano dell’offerta formativa), la Corte Europea di Strasburgo ha stabilito che la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo non garantisce il diritto dei genitori affinchè i figli non vengano esposti nell’ambiente scolastico a opinioni non conformi alle proprie convinzioni; inoltre non bisogna dimenticare che compito primario della scuola è educare ai principi di cittadinanza e alla pari dignità sociale dei cittadini, senza discriminazioni fondate su origine etnica, fede religiosa o orientamento sessuale, e assicurare il benessere di ogni studente, creando un ambiente scolastico libero da ogni forma di discriminazione e violenza.

Ma non c’è nulla da fare, la cosiddetta ideologia gender è ormai entrata nella vita di ciascuno di noi; ma vi siete mai domandati che cosa sia, come sia entrata nell’immaginario comune e chi abbia formulato le teorie su cui si fonda? Questo è stato il tema del dibattito di sabato pomeriggio. Secondo la giornalista Caterina Coppola la ‘leggenda’ dell’ideologia gender si è propagata come la teoria per cui i vaccini causerebbero automaticamente l’autismo: “non ha fondamenti reali, ma i mass media hanno iniziato a mettere a confronto i suoi promotori con sociologi, psicologi, filosofi, accreditando così la percezione che avesse una dignità scientifica”. Per di più il dibattito riguarda la scuola e i bambini, cioè il futuro della nostra società, ecco così che si cavalcano le paure dei genitori e non solo.
La teologa Benedetta Selene Zorzi fa riflettere il pubblico sul fatto che nessuno sembra volersi attribuire la ‘paternità’ di questa teorizzazione dell’ideologia gender. E forse non è un caso: non è altro se non “un grossolano fraintendimento degli studi sul genere”; si accomunano il dato biologico e fisico del sesso e la costruzione sociale e culturale dei ruoli di genere e poi si sostiene che l’ideologia gender “vorrebbe cancellare la differenza fra i sessi”, ma “faccio appello all’intelligenza di ognuno di voi, è possibile che qualcuno possa mai sostenere che l’umanità non è divisa fra maschi e femmine?”
Secondo Michela Marzano – deputata Pd e autrice del volume “Papà, mamma e gender” – il problema è ancora più grave: “c’è anche un appiattimento dell’orientamento sessuale sulle pratiche sessuali, che a loro volta vengono spesso identificate con la perversione”. Dietro, secondo la filosofa, c’è “una confusione fra il piano valoriale del concetto di uguaglianza e quello descrittivo dell’identità”. Uguaglianza non significa cancellare le differenze, anzi, queste vengono valorizzate, si educa “al rispetto delle differenze per arrivare all’uguaglianza dei diritti”.
E proprio qui si rivela il disegno soggiacente al fantasma dell’ideologia gender, che ha contribuito ad affossare il ddl Cirinnà: si sono sancite differenze, che sono diventate “discriminazioni”, costruendo “un recinto dal quale sarà difficile uscire”. “Se si può dire che la Cirinnà è un’evoluzione giuridica, è però un’involuzione culturale”, “ha vinto chi pensa che esista un’ideologia gender” e che “ci sia un amore degno e un amore indegno”.
Ecco perché Marzano, che in nome del rifiuto dell’ideologia gender si è vista anche negare sale pubbliche per ospitare le presentazioni del suo libro, ha affermato di voler lasciare il Pd e ha ribadito più volte con forza che in Italia c’è bisogno di una vera e propria battaglia culturale per far sì che non ci siano più paure irrazionali da cavalcare e che nessuno, nel XXI secolo nel nostro paese, si possa permettere di dire nel silenzio generale che qualcun altro solo perché è diverso è “contro natura”.

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IL FATTO
Incendio colpisce il negoziante antiracket

Colpito un’altra volta il ‘ribelle’ Tiberio Bentivoglio, il negoziante antiracket di Reggio Calabria.
Nel 1992 ha messo in piedi con la moglie Enzala Sant’Elia, un negozio di sanitaria e puericultura, e da subito si è rifiutato di pagare il pizzo ai clan della ‘ndrangheta. E’ stato il primo a ribellarsi pubblicamente, denunciando alle forze dell’ordine i tentativi di estorsione, e la criminalità non ha né dimenticato né perdonato.

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Tiberio Bentivoglio

Nella notte fra domenica e lunedì un incendio, l’ennesimo di cui la sua attività è stata vittima in questi anni, ha distrutto completamente il deposito e la merce della Sant’Elia. Secondo quanto riportato dalle testate locali, quando le fiamme sono state domate dalle squadre dei vigili del fuoco, gli uomini della Scientifica hanno trovato fra le macerie un tappo e i resti di una tanica: le indagini sono in corso e sembrano indirizzarsi verso la pista dolosa e quindi verso un atto di intimidazione.

Ferraraitalia aveva parlato di Tiberio Bentivoglio e della sua scelta di legalità nel settembre 2015, in occasione di un incontro di cui era stato ospite a “La Casona” di Cassana: leggi [qui]

da: Coordinamento Provinciale di Ferrara di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie

Nella notte fra domenica 28 e lunedì 29 febbraio è scattato l’allarme per un incendio di vaste proporzioni che ha completamente distrutto il deposito della Sanitaria Sant’Elia, il negozio che Tiberio Bentivoglio e la moglie Enza gestiscono da anni a Reggio Calabria, nonostante le minacce dei clan.
Le cause del rogo sono non sono ancora certe, ma secondo quanto riportano le prime notizie, gli uomini della Scientifica intervenuti sul posto avrebbero trovato fra le macerie un tappo e i resti di una tanica. Le indagini sono in corso.

Tiberio Bentivoglio ha deciso di non pagare il pizzo alla ‘ndrangheta per la sua attività, inaugurata il 25 aprile 1992: la Sant’Elia, un negozio di articoli sanitari e puericoltura.
A Reggio Calabria è stato il primo a dire pubblicamente no al pizzo. E i clan non glielo hanno perdonato. Da allora si sono susseguite “le punizioni”, come le chiama lui, perché “si arrabbiano quando c’è qualcuno che non si comporta come gli altri e va dai Carabinieri”. In questi anni atti intimidatori, incendi, telefonate minatorie: in tutto sono più di 40 le denunce che ha sporto e sette gli attentati che ha subito, uno persino alla sua vita, nel febbraio 2011, da allora vive sotto scorta.
Nel 2010, anche grazie a Libera e al suo referente regionale Mimmo Nasone, è nata “Reggio Libera Reggio”, un’associazione per il consumo critico che raggruppa realtà commerciali e vuole “sensibilizzare le persone a fare i propri acquisti nei negozi che ci hanno messo la faccia contro il pizzo”.

Il Coordinamento Provinciale di Libera di Ferrara ha conosciuto Tiberio e ha ascoltato la sua testimonianza durante un incontro organizzato a settembre 2015 in collaborazione con la cooperativa sociale Meeting Point.
Tutti i volontari sono rimasti colpiti dalla figura di Tiberio, che ha condiviso con noi la storia della sua scelta di vita, stare dalla parte della legalità, portata avanti a testa alta, con la dignità di chi sa in fondo al suo cuore e alla sua coscienza di aver fatto la cosa giusta.
“È in momenti come questo che bisogna fare fronte comune davanti alla prepotenza criminale, circondando Tiberio ed Enza Bentivoglio con la nostra solidarietà, che può e deve tramutarsi in impegno, generando aiuti concreti per ripartire, ancora una volta, ancora con maggior coraggio”, afferma Donato La Muscatella, referente per il Coordinamento di Ferrara di Libera Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.
In questo difficile momento il Coordinamento Provinciale di Ferrara di Libera, il Presidio Studentesco Giuseppe Francese e il Presidio Barbara, Giuseppe e Salvatore Asta del Centopievese, vogliono quindi esprimere con forza la propria vicinanza a Tiberio Bentivoglio e a sua moglie Enza, perché non perdano proprio ora la speranza e il coraggio che li hanno animati in tutti questi anni: la battaglia per un’economia e una cultura di legalità è lunga e difficile, ma vale la pena combatterla, non siete soli, noi siamo al vostro fianco.

COORDINAMENTO PROVINCIALE DI LIBERA DI FERRARA
PRESIDIO BARBARA, GIUSEPPE E SALVATORE ASTA DEL CENTOPIEVESE
PRESIDIO STUDENTESCO GIUSEPPE FRANCESE DI FERRARA

IL RICORDO
Umberto Eco, i fumetti e la regina Loana

di Gian Luigi Zucchini

La scomparsa di Umberto Eco ha movimentato i computer di tutto il mondo. Pertanto tra rievocazioni e ricordi di tanti personaggi, anche importanti e famosi, questo mio breve scritto non vuol essere altro che una riflessione come ricordo per un docente con cui, insieme ad altri, sono stato in diverse sedute di laurea; e di cui ho anche ascoltato varie lezioni, che erano spesso una divertente passeggiata nei diversi meandri della cultura, oppure un gioco di incroci dove memoria, intelligenza, acume critico e levità di linguaggio concorrevano a tener vivo l’interesse anche degli studenti meno attenti.
Mi capitava, quando avevo un po’ di tempo, di entrare di soppiatto nell’aula dove lui faceva lezione e sedermi in fondo, ad ascoltare, soprattutto quando sapevo che avrebbe trattato certi argomenti, come per esempio il fumetto, o la letteratura rosa, o il romanzo d’appendice: tutta merce di scarto, se non addirittura di rifiuto. I cascami della cosiddetta cultura popolare, per di più banale, quindi da non prendersi neppure in considerazione. Invece Eco li ha trattati con un garbo e una finezza critica tali che, da cosucce da niente, sono divenuti ambiti di studio e di ricerca per molti, anche per me, che – debbo confessarlo – in un primo momento mi sentivo abbastanza turbato per quelle scorribande così fuori dalle consuetudini accademiche. Accadeva, infatti, a persone più o meno della nostra età, di ricordare le cautele che genitori, insegnanti, pii catechisti e candidi curati, raccomandavano circa queste pubblicazioni, spesso anche condannandole perché largamente ‘diseducative’, mentre ora se ne discute addirittura nelle aule universitarie e si fanno tesi di laurea su Topolino o Tin Tin o il duo Cino e Franco.

umberto eco
Umberto Eco

Tuttavia, anche per non attardarmi su argomenti ormai dilaganti sui media, scarto subito citazioni relative al ‘Nome della Rosa’, alla vastità di pensiero del professore e alle sue acutissime introspezioni nella filosofia medioevale e nella semiologia, e mi rannicchio in qualche angolino un po’ oscuro, in compagnia di alcune letture che, non molto citate nelle celebrazioni e nei corsivi di rito, hanno offerto a me occasione di riflessioni disordinatamente leggere, eppure culturalmente vaste e forse anche profonde. Furono intanto alcuni saggi sulla cosiddetta ‘letteratura per signorine’, altrimenti detta ‘rosa’, in particolare un’analisi sulla produzione di Carolina Invernizio, Matilde Serao e Liala, in un libretto edito dalla Nuova Italia nel 1979 con ampia introduzione di Eco, che lo stesso aveva allegramente intitolata “Tra donne intorno al cor mi son venute…”. Poi soprattutto il ‘romanzo illustrato’ “La misteriosa fiamma della regina Loana”. Qui si incrociano evocazioni musicali, con le canzonette del Trio Lescano o del Quartetto Cetra, le tronfie immagini del Fascismo, con manifesti, inni, rimette esaltate e idiozie pedagogiche, in cui, per far apprendere ai piccini di prima elementare le più ostiche regole ortografiche, si usava esemplificare con ‘gagliardetti’, ‘camicie nere’, ‘mitraglia’, ‘duce’, ecc. Ma c’erano anche i fogli di soldatini che evocavano Les Images d’Epinal e i fumetti con l’elegantissimo Fantomas, le varie avventure di Topolino, tra Legione Straniera e polizia americana. Su tutto questo nel libro, in particolare sui fumetti, Eco scrive interessanti riflessioni, come per esempio: “Mi sarò forse avvicinato a Picasso sullo stimolo di Dick Tracy?”
E, interrogandomi a mia volta, mi chiedo: le stampe popolari d’Epinal, o certe caricature di Jacovitti, non mi avranno forse un tempo avvicinato meglio a Honoré Daumier o alle sapide deformazioni espressionistiche di Otto Dix?
Ecco, chi l’avrebbe mai immaginato un tempo, quando le maestre requisivano questi documenti costruiti per le fantasie infantili, e li buttavano nel fuoco? Non c’era già lì, in quell’incomprensione verso il libero respiro della cultura della storia, un’inconsapevole valorizzazione dei roghi hitleriani, un valutare l’arte secondo modelli già prefigurati, eliminando quella troppo divergente, già vergognosamente definita ‘arte degenerata?.
“Era sui fumetti che probabilmente mi costruivo faticosamente una coscienza della storia”, scrive ancora Eco. Ed è probabile che la misteriosa fiamma della Regina Loana avesse già in quei momenti cominciato a bruciare nell’ancora infantile fucina dello scrittore, per diventare addirittura un grande rogo, che ha ravvivato tra il millennio scorso e quello appena iniziato il focherello della nostra ormai agonizzante fantasia con i due potenti combustibili della cultura e della ragione.

LA SEGNALAZIONE
Uomini visti dalla parte dei cani. Imperdibile Paolini al teatro Comunale

Contastorie come lui in giro non ce n’è altri. Stavolta Marco Paolini rilegge Jack London e, in “Ballata di uomini e cani”, attraverso la metafora della Grande Frontiera, mentre ci fa appassionare all’epopea dell’età dell’oro e ci rende partecipi della disperata ebrezza dei cercatori, in fondo in fondo parla a noi, ai tempi presenti e rivela i tic e le ansie di un’epoca – la nostra, appunto – costellata da esseri traviati, ora come allora: qualcuno all’inseguimento di un nuovo orizzonte di vita, altri più stoltamente abbacinati dal miraggio della ricchezza e pronti per essa a rinunciare a ogni cosa, sentimenti e dignità, fino al sacrificio ultimo della vita stessa.
Ma pure di altri uomini traccia il profilo. Uomini il cui passo è agitato dallo spettro della miseria e della disperazione. E la cui tormentata marcia di fuga è inevitabile. Così, in filigrana, si disegna l’odissea dei migranti, di coloro che, reietti come cani ma come i cani utili e asservibili, sono alla ricerca di un porto sicuro, attraversano le intemperie e patiscono il gelo della vita senza mai perdere la speranza. E ostinatamente proseguono il cammino.

La narrazione si gioca anche sull’ambivalenza dei sentimenti, lo scambio e la commistione dei ruoli. L’allegoria rende bestiali gli umani e umane le bestie, e viceversa, in ribaltamenti continui. E in questo ubriacante caleidoscopio, alla fine sono i cani che ci osservano e ci giudicano. E scorgono l’assurda ostinazione dell’uomo moderno, costretto da sé medesimo ad andare avanti senza requie, all’inseguimento di un imprescindibile obiettivo.

Alterna drammaticità e ironia, Paolini, com’è nelle sue corde. Gioca sui paradossi, come quello dei pionieri che intimano agli indiani di tornarsene a casa loro… E’ sarcasmo: una provocazione fatta con lo sguardo puntato sull’intolleranza e le mistificazioni del nostro presente. Fa il verso alle prepotenze di chi cela debolezze e fragilità alzando la voce e il tiro. Riporta il filo della narrazione al presente e alla realtà. E parla così di sacrifici e di vittime vere: ostaggi della storia, non dei miraggi. Allude ai morti sui quali nessuno può versare lacrime, freddi numeri buoni solo per le statistiche.

Affiora così, narrato sul palco e non solo evocato, l’irrealizzato sogno di riscatto di Zaer, “saldatore errante dell’Asia”, ragazzo sfuggito a guerra e miseria che ultima tragicamente la sua fuga verso la libertà travolto sul selciato di una strada nostrana dopo essere scivolato dal camion nel quale aveva cercato rifugio. Nel suo diario, ritrovato e tradotto, sono espresse parole che poeticamente testimoniano la consapevolezza della fragilità della vita. Paolini le canta, nella sua conclusiva originale appendice al testo di London, e rende così omaggio alla diaspora di questo nostro secolo. Ne fa un manifesto contro l’ingiustizia e l’incomprensione che colpisce uomini trattati da cani. E si pone dichiaratamente dalla parte delle vittime quando, infine, al pubblico confessa: in queste storie io sono sempre stato il cane. Usato, scacciato, bastonato.

In un proscenio essenziale e suggestivo, con la sua sola presenza l’attore regge magistralmente la scena. Ma non è solo. Gli orchestrali che danno note e ritmo ai racconti (Macchia, Bastardo e Preparare un fuoco) sono ben più che un complemento. Il canto finale di commiato dal pubblico, affidato a Lorenzo Monguzzi, è la voce ostinata e contraria di chi non si rassegna e sommessamente sussurra: “a tutti piace chiudere la porta, ma io vorrei tenerla aperta”. E’ ciò che prima o poi ci auguriamo di riuscire a fare davvero.

Chi può, non perda l’occasione per vedere questo spettacolo. Oggi alle 16 al teatro Comunale di Ferrara c’è l’ultima rappresentazione.


[La foto è di Marco Caselli Nirmal]

LA NOTA
Discorso per la terra

Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in maniera tale che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero mai morire e muoiono come se non avessero mai vissuto. Dalai Lama

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Copertina Internazionale

Tre parole e un nome, José Pepe Mujica, classe 1935, quarantesimo Presidente dell’Uruguay dal 1 marzo 2010 al 1 marzo 2015. Un uomo che ha fatto parlare di sé, anche se non se ne è mai scritto abbastanza, per uno stipendio da presidente, all’epoca del mandato, di circa 8.000 euro al mese, di cui il 90% donato a organizzazioni non governative e persone bisognose; per il viaggiare alla guida di un Maggiolino del 1987; per la scelta di vivere in una piccola fattoria alla periferia di Montevideo, anziché nel palazzo presidenziale. Con un passato da comandante guerrigliero del movimento dei Tupamaros, arrestato e poi liberato per un’amnistia, Mujica è stato prima ministro e poi presidente molto popolare, per la sua vicinanza alla gente, al popolo, alla vita normale. Paladino della sobrietà, concetto per lui ben diverso dall’austerità (termine che considera “prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro” e quindi spesso senza dignità), l’ex presidente uruguayano ammette la necessità di consumare, ma senza lo spreco, terribile piaga. Perché quando si compra una cosa, non la si compra con i soldi, ma con il tempo della vita servito a guadagnarli. Ecco perché oggi, vi riproponiamo due discorsi di Mujica che invocano rispetto per la terra e per il tempo prezioso della nostra vita. Due momenti intensi da riascoltare.

Uruguay's president Jose Mujica waves at the press upon his arrival at La Moneda presidential palace in Santiago, on March 10, 2014.
Jose Mujica, 10 Marzo 2014.

Il primo discorso è quello fatto al Summit Rio+20, il 5 luglio 2012 (vedi), quando Mujica sfidava una platea attonita (e impettita nella sua rigida uniforme diplomatica) dicendo che: 
”…. la sfida che abbiamo davanti è di dimensioni colossali e la grande crisi non è ecologica, è politica! L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma queste forze governano l’uomo… e la vita! Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente, così, in generale. Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la società di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi. Ma questo iper consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta.

Però loro devono generare questo iper consumo, producono le cose che durano poco, perché devono vendere tanto. Una lampadina elettrica, quindi, non può durare più di 1000 ore accesa. Però esistono lampadine che possono durare 100mila ore accese! Ma questo non si può fare perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere una civilizzazione dell’usa e getta, e così rimaniamo in un circolo vizioso…..”. Un messaggio ai governi per ripensare le loro priorità. Inascoltato? Non da tutti, qualcuno sta riflettendo, noi per primi. Consumare meno e meglio, senza che questo significhi tornare all’età della pietra, un invito a non sprecare il nostro tempo e a passare la nostra corta vita a pagare rate continue per beni spesso inutili, case e macchine sempre più di lusso. Solo nella nostra infanzia, non poi tanto lontana, le cose si riparavano, con cura a attenzione. Oggi si butta, tutto. Il mercato fa sì che costi meno ricomprare che riparare. E montagne di rifiuti ci sovrastano.

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Green report

Il secondo discorso di Mujica, di soli 45 secondi, manda lo stesso identico messaggio, con semplicità: una critica che cerca di dare soluzione, in un piccolo video realizzato quando il regista Arthus Bertrand lo ha intervistato per il suo documentario “Human” (vedi), di cui abbiamo parlato (leggi). Anche qui si invita ancora a pensare a una sola cosa, a non sprecare: “Quello che stiamo sprecando”, spiega Mijuca, “è tempo di vita perché quando io compro qualcosa non lo faccio con il denaro, ma con il tempo di vita che hai dovuto utilizzare per guadagnare quel denaro. L’unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si consuma. Ed è da miserabili consumare la vita per perdere la libertà”. Quella libertà oggi toltaci da un mercato concorrenziale spietato, che non abbiamo saputo domare e che oggi ci governa come vuole. Abbiamo perso il controllo della nostra stessa creatura. Come l’ex presidente uruguayano ricordava anche a Rio, non è povero chi possiede poco, ma veramente povero è chi necessita infinitamente tanto, chi desidera e vuole sempre di più. Bisogna rivedere il nostro modo di vivere, lo sviluppo non può essere contro la felicità, ma deve essere in suo favore. In favore dell’amore per la terra, per le relazioni umane, a cura dei bambini, l’avere amici e tempo per loro, il possedere l’indispensabile, tutti, perché il primo elemento dell’ambiente è l’uomo e la felicità umana. Io ci sto pensando, sempre di più.

LA SEGNALAZIONE
Il Novecento e la seduzione dell’antico

di Maria Paola Forlani

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Foto di Tiberio Zucchini

La mostra “La seduzione dell’Antico. Da Picasso a Duchamp, da De Chirico a Pistoletto” a cura di Claudio Spadoni narra l’ininterrotto richiamo dell’antico lungo tutto il nostro secolo.
Ecco allora che le opere esposte al Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna fino al 26 giugno 2016, di grandi protagonisti italiani e stranieri, attraversano l’intera storia del Novecento documentando la ripresa della tradizione in una restituzione moderna di modelli e valori dell’antico: talora attraverso la citazione esplicita, in forma evocativa o come pretesto per una rilettura inedita di opere e figure mitizzate del passato, altre volte con la riproposizione in veste di icone contemporanee, fino a operazioni ironiche o dissacranti.
Il clima italiano fra le due guerre non è certo propizio alle avanguardie. Esso rimane sostanzialmente provinciale. Ad aggravarlo sono le mitologie nazionalistiche agitate dal Fascismo, che conquista il potere nel 1922. Il clamore delle manifestazioni futuriste, relativamente vicine nel tempo, va ormai spegnendosi: scomparso Boccioni, ritiratosi Carrà, che dopo l’esperienza della pittura metafisica si rivolge a una pittura caratterizzata da una severa sintesi arcaizzante, abbandonato virtualmente anche da Severini, che riconduce il proprio linguaggio in una diversa sfera di interessi, al Futurismo vengono a mancare dei contributi più qualificati.
Così alle speranze degli innovatori, si sostituisce un desiderio di ripensamento e di revisione dei valori ritenuti tradizionali. Quel vasto fenomeno che passa sotto il nome di “retour à l’ordre” e che investe tanta parte dell’arte europea si manifesta in Italia subito dopo l’armistizio. Nel novembre del 1918 viene pubblicata a Roma a cura di Mario Broglio, la rivista “Valori plastici”, alla quale collaborano fra gli altri Carrà, Savinio e De Pisis. “Valori plastici” insiste sulla necessità di un ritorno alla linea italiana e propone quali modelli Giotto e Masaccio.
Ѐ in quest’aria di restaurazione che nasce il Novecento. Il movimento viene fondato a Milano nel 1922. La denominazione di Novecento è coniata da Anselmo Bucci (1887-1955) e fra i primi aderenti si contano: Leonardo Dudreville, Achille Funi, Pietro Marussig, Emilio Malerba, Ubaldo Oppi e Mario Sironi.
È una denominazione ambiziosa, che sottintende il proposito di associarsi alle grandi epoche storiche – come dire: il Quattrocento, il Cinquecento – con ciò rendendo palesi gli intenti conservatori. Carlo Carrà dimostra ai tanti adepti di una tradizione malintesa quale fosse l’autentica lezione di Giotto e dei primitivi: un sapiente governo dei rapporti di linee, forme e colori nello spazio, una disciplina costante vissuta in pari tempo a livello artistico e morale. L’agire di Carrà nelle stagioni fra le due guerre illumina la misura raggiunta dal proprio linguaggio, la sua volontà cioè di costruire l’immagine sul dettato di una geometria ideale, capace comunque di assorbire i moti dell’animo, le variazioni del sentimento, l’urgere dell’emozione, per fissarli in un ordine superiore e incontaminato dall’accademismo esistenziale.
Dopo essere stato un pioniere delle avanguardie, Carrà avverte il bisogno di un ripensamento e di una revisione, soprattutto di ricondurre l’opera a quella ‘durata’ che l’artista riconosce appunto negli antichi. Sironi e Carrà: due casi, cui pochi altri s’aggiunsero.

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Foto di Tiberio Zucchini

Morandi, nell’ambito della nota limitatezza dei soggetti – le composizioni con bottiglie e pochi paesaggi – ha saputo condurre il processo di interiorizzazione dell’immagine fino ai gradi più profondi, legittimandolo poeticamente attraverso sottili e sempre rinnovate combinazioni spaziali e rapporti tonali con un rigore morale : “una lunga instancabile, solenne ‘elegia luminosa’ – com’ebbe a dire Roberto Longhi – una così poetica ricognizione del mondo di natura da non trovar pari nel cinquantennio che gli toccò attraversare con la sua ombra densa di alto, austero viandante la cui ‘vox clamantis’ raggiungeva anche le plaghe più desertiche dell’arte che gli fu contemporanea”.
Con Campigli poi, all’arte italiana viene proposta una nostalgia di moduli arcaico-micenei passati attraverso la raffinatezza di un gusto coltivato nella temperie parigina: una magistrale eleganza di ritmi in un’aria di ‘tempo perduto’; con De Pisis, la miracolosa facoltà di concludere nel volgere rapidissimo di una ‘scrittura’ stenografica il senso poetico di un paesaggio, di una figura, di un interno, colti all’improvviso e fissati nella retina un istante appena sufficiente per essere eternati.
La mostra ravennate attraverso una sequenza di sezioni tematiche, presenta oltre 130 opere di grandi protagonisti e di alcuni ‘outsider’ particolarmente significativi, oltre ad un video di Bill Viola.
A introdurre la prima sezione, che riprende le parole di Carrà “Quel non so che di antico e di moderno” sono opere notissime come “Il figliol prodigo” di Martini, “Il vecchio e il nuovo mondo” di Savinio, “Composizione metafisica” di De Chirico, “Bagnanti” di Carrà, “Maternità” di Severini.
Attraverso le opere rappresentate in questa sezione, che coprono quasi l’intero arco del Novecento, si comprende come il tema della seduzione dell’antico non alluda a un recupero di temi o forme del passato in chiave nostalgica, ma si riferisca piuttosto a un’inconsapevole o deliberata rielaborazione di forme classiche che si trasformano in temi nuovi e originali.
L’ultima sezione racconta la sorprendente continuità dalle neoavanguardie al postmoderno attraverso alcuni grandi esponenti del rapporto tra Modernità e Antico, con opere e installazioni. L’Antico – rappresentato dall’arte classica e rinascimentale – è ormai veramente lontano e il distacco inevitabile.

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Foto di Tiberio Zucchini

Ecco allora Luigi Ontani, poetico Narciso, che si cala nei modelli del passato; gli stessi modelli proposti in chiave concettuale anche da Giulio Paolini con la sua scultura, intitolata “Mimesi”: due busti classici di Ermes posti in posizione speculare, si guardano e sembrano interrogarsi l’un l’altro.
Non di minore importanza Andy Warhol con la “Nascita di Venere di Botticelli” in versione pop e l’istallazione di Pistoletto nella quale una copia della “Venere con mela” dell’artista neoclassico Bertel Thorvaldsen, sembra lentamente avanzare verso un cumulo di stracci colorati.

ORIZZONTI
Cittadinanza attiva e tecnologie digitali: la nuova frontiera è l’internet delle cose

Il dibattito attorno alla privacy che vede schierati Apple contro Fbi suscita mille domande, alle quali probabilmente non siamo ancora in grado di dare risposte sufficientemente esaustive. Questo accade soprattutto a causa della crescita esponenziale ed estremamente veloce di internet che, negli ultimi anni, una volta raggiunti i tre miliardi di utenti nel mondo, è divenuta sinonimo di innovazione ma anche sintomo di complicazioni. Il web è un ambiente molto complesso, in perenne cambiamento e piuttosto ostile verso i più ‘pigri’ che ancora stentano ad avvicinarsi. Ma il fatto è che più questi tardano l’approccio più rischiano di non riuscire a colmare il gap e a mettersi al passo con le evoluzioni tecnologiche della rete. In un Paese come il nostro – dove le più recenti statistiche Istat indicano che un italiano su cinque supera i sessantacinque anni – un tema come questo dovrebbe essere al centro dell’interesse collettivo. E’ urgente un’opera di sensibilizzazione verso l’utilizzo delle nuove risorse digitali e la conoscenza delle dinamiche della rete, non solo nelle scuole ma anche per gli anziani, in particolare per quella generazione che più si allontana anagraficamente dai nativi digitali.

Tutto ciò è importante soprattutto nell’ottica dell’inevitabile transizione in rete di ogni nostra pratica quotidiana, un futuro che ha già anche un nome: ‘Internet delle cose’. Per ora siamo entrati nell’epoca della condivisione, dell’iperconnettività, della reputazione digitale (che su internet diventa un tassello importante, da non sottovalutare); e non è un caso se nella miriade di informazioni alle quali possiamo accedere in ogni momento e in ogni luogo prestiamo maggiormente attenzione alle recensioni, ai consigli degli utenti della rete, come non è un caso che i social media siano diventati contenitori dove potersi riunire e discutere anche e soprattutto di quelle tematiche che riteniamo essere più importanti poiché si ripercuotono nella nostra vita reale. Su Facebook nascono così gruppi dove poter organizzare ritrovi per la cura del proprio quartiere, del verde pubblico, creare eventi o manifestazioni, comunicare disagi e criticità, mentre Twitter diviene il canale privilegiato attraverso il quale interagire con enti pubblici e privati per segnalare e risolvere problemi in breve tempo. E navigando sul web si trovano infinite altre realtà, piattaforme, applicazioni nate e utilizzate per un unico scopo: andare verso una cittadinanza che sia davvero attiva, partecipe e – cosa più importante – sempre più ‘padrona’ della tecnologia. Una cittadinanza che sfrutta questi nuovi strumenti a suo vantaggio e non si lascia assoggettare da un mondo che, se non conosciuto, rischia davvero di creare alienazione piuttosto che innovazione.
Ecco quindi che la tecnologia, se utilizzata nel modo corretto, può contribuire in maniera sempre più positiva alla creazione delle ‘smart cities’, le città intelligenti: realtà urbane in grado di gestire le miriadi di informazioni prodotte dai propri cittadini, i quali diventano veramente gli utenti finali. Città in grado di creare e migliorare i propri servizi mediante il mondo digitale, luoghi reali dove l’interazione virtuale diviene veicolo di diffusione di cittadinanza attiva distribuita su larga scala e dove il web diviene il mezzo democratico alla base di un rinnovato accordo tra popolazione, amministrazione e politica.

Proprio di questo si è parlato nei giorni scorsi in un interessante videoconferenza dal titolo “E-participation: le tecnologie digitali e mobili per rinnovare l’alleanza tra cittadini e pubblica amministrazione”, organizzata da Fpa, società specializzata in relazioni pubbliche, comunicazione istituzionale e percorsi di assistenza alle pa nei processi di innovazione. Tra i relatori del seminario Alberto Muritano, Ceo di Posytron, società di consulenza Ict particolarmente attenta alla creazione di piattaforme web per le pa che siano in grado di integrare molteplici servizi interattivi per il cittadino nell’ottica dell’Internet delle Cose. Tra queste spicca ePart, un social network divenuto simbolo dell’interazione cittadino-pa: una moderna web app attraverso la quale gestire il flusso di informazioni in maniera estremamente bidirezionale.
Già attiva in molti comuni sparsi in tutto il suolo nazionale, ePart consente di creare una vera e propria mappa delle problematiche di ciascun paese e migliorare di conseguenza l’efficienza dei servizi: in questo modo, ogni utente (iscritto o no) può segnalare le criticità riscontrate che, attraverso un attento sistema di filtraggio, vengono immediatamente smistate e visualizzate dagli uffici di competenza dei vari comuni; questi a loro volta possono gestire con maggiore attenzione la risoluzione del problema stesso. Una soluzione che, se diffusa capillarmente, può essere in grado di facilitare molti di quei processi che oggigiorno richiedono sforzi e tempistiche spesso disumani.
Un esempio di successo nell’utilizzo di questo ‘urban social’ è stato illustrato da Antonio Scaramuzzi, Responsabile Servizio Sistemi Informativi e Telematici del Comune di Udine, città che ospita centomila abitanti e novecento dipendenti comunali, inserita su ePart dal gennaio 2011. A oggi sono circa tremila i cittadini (registrati e non) attivi sulla piattaforma e quarantadue gli operatori comunali (divisi tra sette dipartimenti) pronti ad occuparsi delle segnalazioni. Secondo Scaramuzzi questa sperimentazione ha portato notevoli benefici: oltre alla riduzione della distanza tra i ‘palazzi’ e la popolazione, significative sono state le migliorie sul versante dei costi e tempi di operazione, entrambi sensibilmente ridotti, oltre alla concreta possibilità di avere una mappatura costantemente aggiornata della situazione cittadina.

Insomma piccoli ma incoraggianti segnali, sintomo che fortunatamente qualcosa anche in Italia si sta facendo e un discreto numero di cittadini si dimostrano interessati a queste novità. Compito di tutti è dare continuità a questo interesse, anche se la strada è ancora tutta in salita e non è più il tempo di sottovalutare tali innovazioni: un adeguato sistema infrastrutturale e una diffusa educazione digitale sono e devono essere priorità assolute per il nostro domani.